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30 luglio 2013

Antisionismo ed antisemitismo


Paolo Bernini, deputato 5S, ha definito recentemente il Sionismo una piaga; lo ha fatto di ritorno da un breve viaggio credo in Israele e nei territori dell'Autonomia palestinese, lo ha fatto immagino sulla scorta delle cose che ha visto li , oggi. Ma ne ha dedotto un giudizio assoluto, storico, ha sparato al cuore del diritto storico del popolo ebraico alla costituzione di uno stato la dove il popolo ebraico è nato ed é sempre stato. Arriva tardi il collega, il Sionismo é già stato legittimato anche dalla Leadership Palestinese e fin dai tempi delle trattative di Oslo nel 1993.Forse Bernini dovrebbe rileggere qualche passaggio storico, prima di sparare sentenze. Il Sionismo ha visto per esempio sancire il proprio diritto ad esistere già dal pronunciamento dell'ONU nel 1947, la risoluzione della spartizione accettata allora dalle autorità provvisorie di Israele e rifiutata da tutto il mondo arabo, i cui governi sancirono così la scelta consapevole di utilizzare per propri fini, per molti decenni, il dramma del popolo palestinese, che quella risoluzione avrebbe potuto portare da subito all'edificazione di un proprio stato. Questa è l'unica visione che riconosco personalmente, che è la visione di tutti coloro che lavorano per la pace : in quella terra si scontrano due diritti, non un diritto ed un torto, due diritti che devono portare alla soluzione di due stati per due popoli. Altro è esprimere la propria disapprovazione per le politiche di una parte o dell'altra, e ce ne sono certamente di critiche anche molto pesanti da fare, ma un conto è la critica politica anche la più radicale, un conto è negare alla radice il diritto del popolo ebraico a desiderare una propria nazione, dopo due millenni di persecuzioni. O anche negare il diritto del popolo palestinese ad edificare un proprio Stato.Definire il diritto di un popolo una piaga significa essere contro la storia di tutti i popoli che hanno potuto nella storia dare soddisfazione alle proprie aspirazioni nazionali. Essere solo contro il diritto del popolo ebraico significa avere una particolare predilezione per la negazione dei diritti di questo popolo. E la storia in questo senso ha già mostrato il prezzo di questa predilezione.Il Presidente della Repubblica non andrebbe forse citato, ma certo credo che le dichiarazioni del Presidente in un celebre discorso per il giorno della Memoria 2007 in cui equiparava antisionismo ed antisemitismo, calzino a pennello : "Antisionismo", disse il capo dello stato, "significa negazione della fonte ispiratrice dello stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza oggi, al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele".Ma il colmo della frase di Bernini è che essa stride ancora di più oggi che faticosamente stanno riavviandosi dei colloqui tra le parti, con rassicurazioni vicendevoli su abbandono della violenza, restituzione di prigionieri e desiderio di una soluzione definitiva con restituzione dei territori. La costruzione della pace richiede fatiche infinite, speranze granitiche e principi saldi, quelli che ebbero grandi personaggi di queste terre, capaci di accettare il nemico come interlocutore e di invertire il corso della storia, pagando poi di persona quelle scelte. La pace non ha bisogno dei pregiudizi.Emanuele Fiano




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29 luglio 2013

Bergoglio, è lui il Papa nero della Profezia: ecco perché


Il Papa nero. Nel giorno dell'elezione del cardinal Jeorge Mario Bergoglio al soglio pontificio non mancano i profeti di sventura che ricordano quella famosa profezia sul "Papa Nero" e sul successore di Benedetto XVI che sarebbe l'ultimo papa prima dell'apocalisse. Perché? Perché papa Francesco I appartiene all'ordine dei gesuiti e il Superiore dei Gesuiti viene chiamato proprio Papa nero per via del colore della tonaca.

Bergoglio, è lui il Papa nero della Profezia: ecco perché

VATICANO - Habemus Papam. Mentre il mondo festeggia per l'elezione del Cardinal Bergoglio al soglio pontificio c'è chi ricorda le varie profezie di Nostradamus e di Malachia sulla fine del mondo e sul papa nero. Perché? Per una semplice ragione, perché Papa Francesco I non è solo il primo pontefice del Sud del Mondo, anzi, della fine del mondo, come ha detto lui stesso ieri. E' anche il primo papa che appartiene all'ordine dei Gesuiti. E quindi? Nessun problema, se non fosse che il Superiore dei Gesuiti, attualmente lo spagnolo padre Adolfo Nicolás, viene proprio chiamato il "papa nero". Per il colore della tonaca, ma anche per la durata a vita dell'incarico e l'influenza che gli appartenenti dell'ordine possono vantare all'interno del cattolicesimo.


IL PAPA NERO

Subito dopo l'elezione si scoprono anche diverse ombre sul passato di Papa Francesco I. A quanto pare fu vicino alla dittatura Argentina. Le credenze che l'arrivo di un Papa nero segnerebbe l'avvicinarsi della fine del mondo sono legate agli scritti di Nostradamus, ma anche alla Profezia di Malachia. In realtà una patacca tornata molto in auge dopo le dimissioni di papa Ratzinger, secondo cui Benedetto XVI sarebbe in realtà stato il penultimo papa. Il suo successore, Francesco I, a questo punto, sarebbe stato l'ultimo. Dopo di lui la distruzione della città di Roma e, con molta probabilità, alle fine del mondo.


EVANGELIZZARE RE E DIPLOMATICI

Se queste profezie vi sembrano un po' campate in aria, è invece un fatto il potere che l'ordine dei gesuiti vanta all'interno della Chiesa cattolica. L'ordine fu fondato da Sant'Ignazio Da Loyola e approvato da Paolo III nel 1540. Lungo i suoi cinque secoli di storia l'ordine è stato spesso visto come una forza a volte in forte concorrenza con la curia papale. Clemente XIV arrivò a sopprimerlo nel 1773 e i gesuiti vennero ricostituiti da Pio VII nel 1804. In una Europa culturalmente divisa dalla scisma di Martin Lutero i gesuiti si posero l'obiettivo di evangelizzare le Elite della società. Vollero dialogare con re e diplomatici, furono capaci di confutare le tesi dei maggiori filosofi, di discutere da pari a pari con scienziati e artisti, caricandosi sulle spalle il peso di una «mondanità» che per qualcuno forse non dovette essere poi così pesante.

http://www.net1news.org/cronaca/chiesa/bergoglio-%C3%A8-lui-papa-nero-della-profezia-ecco-perch%C3%A9.html?fb_action_ids=10200200512326808&fb_action_types=og.likes&fb_source=aggregation&fb_aggregation_id=288381481237582




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29 luglio 2013

Un signore ha rotto l'orologio e decide di comprarne uno nuovo...

Entra in un negozio nella cui vetrina fanno bella mostra di sè parecchi orologi, e trova il locale praticamente vuoto: un tavolo, una sedia, e un vecchio yid barbuto con la kippà in testa. « Buongiorno, vorrei comprare un orologio ».
« Io non vendo orologi», risponde impassibile il negoziante, «faccio il moel (il circoncisore)»

«Mi scusi, ma allora perché tiene in vetrina degli orologi?» « Ma Lei, cosa pensa che dovrei mettere, in vetrina!? »




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29 luglio 2013

Uccidere o essere uccisi. Sopravvivere o morire

Ieri Netanyhau ha fatto un ragionamento che noi facemmo qualche tempo fa: Israele si trova davanti ad un dilemma che nessun altro Paese al mondo ha: sopravvivere o morire. Il Premier l’ha detta in maniera più dura, ma il concetto è sempre lo stesso: uccidere o essere uccisi. Il Primo Ministro israeliano ha pronunciato questa frase dopo che da Gaza sono piovuti diversi missili e che per l’ennesima volta oltre 50.000 bambini israeliani sono stati costretti a rinunciare alla scuola a causa del pericolo proveniente dall’enclave palestinese. Qualche benpensante occidentale (i soliti) ha inteso subito questa frase di Netanhyau come una minaccia a Gaza, ma non è così. Assomiglia di più ad una constatazione e ad una presa di coscienza che ormai la realtà è drammaticamente e irrevocabilmente questa. O si fa fuori definitivamente Hamas oppure si accetta che milioni di israeliani vivano sotto la costante minaccia dei terroristi palestinesi.

Questa antifona l’hanno capita subito anche in Egitto tanto che si sono precipitati a cercare di negoziare una tregua con i terroristi di Hamas, sentendosi però ripetere che “il lancio di missili su Israele si interromperà solo quando i caccia israeliani non voleranno più sulla Palestina”, il che nel gergo di Hamas vuol dire “da tutti i cieli, compresi quelli israeliani”.

Ora, mi piacerebbe che anche in occidente si capisse che quando Israele afferma di “dover uccidere per non essere uccisi”, non fa esercizio di retorica ma afferma un dato di fatto. Mi piacerebbe che gente come la Ashton e come tutti i politici filo-palestinesi e filo-Hamas capissero che se domani si arriverà ad uno scontro finale, la colpa sarà soprattutto loro che da anni sostengono più o meno apertamente questo gruppo terrorista che è (e rimane) il più grande ostacolo alla pace in Medio Oriente.
Miriam Bolaffi

© 2011, Secondo Protocollo




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28 luglio 2013

La Storia del Mossad

 
Ha-Mossad le-Modi'in ule-Tafkidim Meyuchadim "Istituto per l'intelligence e servizi speciali"), conosciuto semplicemente come Mossad, è l'agenzia di intelligence ed un servizio segreto dello Stato di Israele che assolve al compito di studiare e prevenire, attraverso una fitta rete di informatori e operatori specializzati ed attraverso una intensa attività di spionaggio, attività che possano compromettere la sicurezza nazionale israeliana.
Storia
  Venne fondato nel dicembre 1949 come "Istituto centrale di coordinamento" (Mossad, in ebraico significa, appunto, "istituto") su suggerimento di Reuven Shiloah al primo ministro David Ben-Gurion. Shiloah riteneva indispensabile l'esistenza di un servizio che si occupasse di coordinare i servizi di intelligence dell'esercito (AMAN), lo "Shabak" e il "dipartimento politico" del ministero degli esteri.
Nel marzo 1951, il Mossad fu ufficialmente riconosciuto come parte della struttura burocratica che assiste il primo ministro, autorità a cui risponde direttamente. Si stima che i dipendenti del Mossad siano circa 1.200.
Il Mossad è ufficialmente un servizio "civile" e non utilizza i gradi militari. Nondimeno, dal momento che in Israele il servizio militare è obbligatorio per tutta la popolazione ebraica senza distinzioni di sesso, gran parte dei dipendenti lo hanno compiuto (spesso come ufficiali) e sono quindi anche soggetti ai non infrequenti richiami in servizio della riserva. Ciò nonostante si ritiene che arruoli anche presso l'esercito membri scelti per operazioni "delicate".
Competenze
  Il Mossad opera nel campo della lotta al terrorismo di matrice islamica e nell'ambito delle operazioni aventi come scopo la raccolta di informazioni segrete di interesse statale. Secondo alcuni osservatori pare autorizzato ad atti sotto copertura (incluse azioni paramilitari ed eliminazioni).
L'agenzia provvede principalmente alle azioni di spionaggio nei confronti delle nazioni e organizzazioni arabe presenti sul pianeta.
Altre agenzie di intelligence israeliane, da non confondere con il Mossad, sono lo Shabak (più spesso indicato come Shin Bet), competente per la sicurezza interna dello Stato, il controspionaggio e il servizio delle forze armate, l'Aman, responsabile per la raccolta e l'analisi delle informazioni a carattere militare.
Il Mossad è una delle agenzie di intelligence più famose e meglio considerate del mondo.
I suoi numerosi successi gli hanno infatti procurato una solida reputazione di efficienza, spesso ingigantita dai mass media. La notorietà dell'Istituto è tale che spesso le sue imprese sono oggetto di romanzi e film di spionaggio.
Un punto controverso concerne l'utilizzo di modalità operative che pare permettano - sia pure come extrema ratio - la commissione di gravi reati, come il sequestro di persona e l'omicidio.


Gemtech Mossad Mini UZI Silencer 9mm


 
Dipartimenti

 Il quartier generale del Mossad è a Tel Aviv. Il servizio è diviso in diversi dipartimenti: Il Dipartimento per la raccolta delle informazioni: il più importante; è responsabile delle operazioni di spionaggio. Il Dipartimento di azione politica e relazioni diplomatiche: tiene i rapporti con i servizi d'informazione dei paesi amici e con i paesi che non hanno relazioni diplomatiche con Israele. La Divisione Operazioni speciali (Metsada): responsabile delle attività paramilitari. Il Dipartimento LAP (Lohama Psicologhit): cura la guerra psicologica, la propaganda e la disinformazione. Il Dipartimento ricerche: analizza le informazioni ottenute con l'intelligence. Il Dipartimento tecnologico: sviluppa le tecnologie che supportano le operazioni del servizio. Si ritiene che altri dipartimenti siano tuttora segreti. 



Operazioni riconosciute

Il servizio segreto israeliano nel corso della sua storia ha portato a termine diverse e importanti missioni in ambito internazionale che ne hanno accresciuto la fama nel mondo. Eccone alcune:

  • Intercettazione del discorso (fino ad allora segreto) con cui Nikita Khrušc?v denunciava i crimini di Stalin.
  • Individuazione e cattura del nazista Adolf Eichmann (1960).
  • Individuazione e assassinio dell'ex aviatore lettone Herberts Cukurs, soprannominato "Il macellaio di Riga", ex membro del Commando Arajs autore di crimini contro l'umanità ai danni del popolo ebreo.
  • Operazione Damocle: sabotaggio del programma missilistico egiziano (1962/1964) tramite azioni terroristiche (pacchi bomba, agguati, sequestri di persona, omicidi) ai danni di scienziati tedeschi ex componenti del gruppo Von Braun. Nell'operazione fu implicato l'agente Wolfgang Lotz, ebreo tedesco emigrato ad Alessandria d'Egitto, ove si faceva passare per ex ufficiale nazista.
  • Operazione "Salomone": assistenza all'immigrazione degli Ebrei etìopi in Israele.
  • Eliminazione dei responsabili della strage di Monaco ai Giochi olimpici del 1972. Furono uccise 4 persone sospette, tutti politici, uno in Francia, uno in Italia e un'operazione malriuscita in Libano che raggiunse ugualmente lo scopo, l'operazione fu chiamata "Collera di Dio" e comprese l'omicidio mirato di 4 politici sospettati, di 22 persone probabilmente implicate nell'attentato di Monaco.
  • Nel 1975 il principale bersaglio dell'operazione "Collera di Dio", probabile organizzatore della strage di Monaco e probabile capo di "settembre nero" fu trovato in America col partito libanese, venne ucciso a Beirut da un'autobomba nel 1976.
  • Operazione Entebbe (Operation Yonatan): ebbe luogo nella notte tra il 3 luglio ed il 4 luglio 1976, nell'aeroporto dell'omonima città ugandese. L'operazione segreta fu decisa in seguito al dirottamento di un volo AIR FRANCE con molti passeggerei israeliani.
  • Supporto informativo e logistico estero per operazioni militari in territorio esterno, come nel caso della Operazione Entebbe.


Cronologia dei direttori del Mossad 
Reuven Shiloah, 1949–52 
Isser Harel, 1952–63 
Meir Amit, 1963–68 
Zvi Zamir, 1968–74 
Yitzhak Hofi, 1974–82 
Nahum Admoni, 1982–89 
Shabtai Shavit, 1989–96 
Danny Yatom, 1996–98 
Efraim Halevy, 1998–2002 
Meir Dagan, 2002–2011 
Tamir Pardo, 2011–presente 




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28 luglio 2013

un signore resta un signore anche seduto per terra e senza soldi

  • Nove agenti per farlo spostareCorso Palestro, Gianfranco sfrattato e multatoNon aveva il permesso di occupare il suolo pubblico e non fatturava il denaro ricevuto dai passanti, sottoforma di offerta, in cambio dei suoi libri. Per questo giovedì, alle prime ore del mattino, nove agenti della Polizia Locale si sono presentati in corso Palestro intimando a Gianfranco, l’anziano di Roncadelle, che ogni giorno viene in città per racimolare il denaro con cui arrotondare la pensione (http://www.giornaledibrescia.it/in-citta/la-pensione-non-basta-pi%C3%B9-vendo-i-miei-libri-1.1687025), di consegnare loro la merce, da porre sotto sequestro, e di pagare una multa di 160 euro.«I libri alla fine li ho impacchettati e li ho salvati - racconta -. Sulla multa invece non hanno voluto sentire storie, benché nelle scorse settimane, durante un incontro con il sindaco Del Bono fossi stato rassicurato sul fatto che avrei potuto continuare ad offrire i miei libri in corso Palestro».Una concessione offertagli a patto che occupasse un piccolo spazio e che non fosse d’intralcio ai passanti, che evidentemente non deve aver trovato d’accordo la Polizia Locale. http://www.giornaledibrescia.it/in-citta/corso-palestro-gianfranco-sfrattato-e-multato-1.1741674
    Nove agenti per farlo spostare

    Corso Palestro, Gianfranco sfrattato e multato

    Non aveva il permesso di occupare il suolo pubblico e non fatturava il denaro ri...cevuto dai passanti, sottoforma di offerta, in cambio dei suoi libri. Per questo giovedì, alle prime ore del mattino, nove agenti della Polizia Locale si sono presentati in corso Palestro intimando a Gianfranco, l’anziano di Roncadelle, che ogni giorno viene in città per racimolare il denaro con cui arrotondare la pensione (http://www.giornaledibrescia.it/in-citta/la-pensione-non-basta-più-vendo-i-miei-libri-1.1687025), di consegnare loro la merce, da porre sotto sequestro, e di pagare una multa di 160 euro.

    «I libri alla fine li ho impacchettati e li ho salvati - racconta -. Sulla multa invece non hanno voluto sentire storie, benché nelle scorse settimane, durante un incontro con il sindaco Del Bono fossi stato rassicurato sul fatto che avrei potuto continuare ad offrire i miei libri in corso Palestro».

    Una concessione offertagli a patto che occupasse un piccolo spazio e che non fosse d’intralcio ai passanti, che evidentemente non deve aver trovato d’accordo la Polizia Locale.

    http://www.giornaledibrescia.it/in-citta/corso-palestro-gianfranco-sfrattato-e-multato-1.1741674




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28 luglio 2013

Germania: un tedesco su 10 ha antenati ebrei

 


Un tedesco su dieci ha antenati ebrei e solo uno su sei è di origine germanica da parte di padre. Lo rivela una ricerca genetica della ditta Igenea di Zurigo finora non pubblicato, ma anticipato in parte dalla stampa tedesca. Sulla base di 19.457 analisi genetiche è risultato che il 30% dei circa 82 milioni di abitanti della Germania sono originari dell'Europa orientale. ''La genetica moderna dimostra l'insensatezza del razzismò', dichiara Imma Pazos, una scienziata che ha partecipato ai lavori. La studiosa ha così dimostrato che ogni persona ha innumerevoli radici ed è il risultato di una grande mescolanza. Se mai ce ne fosse bisogno, si tratta di una nuova prova scientifica che dimostra la follia delle teorie razziste di Adolf Hitler e dei nazisti, di ieri e di oggi.


28 luglio 2013

Argentina: un vergognoso fumetto antisemita provoca, giustamente, scandalo

 

Fumetto antisemita argentino: ballando in un campo di concentramento

Sarà stato un modo per ricordare il 70esimo anniversario della conferenza di Wannsee, quella in cui i nazisti decisero ogni dettaglio della soluzione finale della questione ebraica.

Oppure sarà un modo originale per celebrare la Giornata della Memoria che, come ogni anno, cade il 27 gennaio.

Oppure sarà un rigurgito di vecchio e insano antisemitismo sempre pronto a guizzar fuori alla bisogna.

Fatto sta che il 19 gennaio scorso il giornale argentino Página/12 nella sezione, si badi bene, “Cultura giovanile”, ha pubblicato una striscia a fumetti di Gustavo Sala dal giocoso ed evocativo titolo “FieSSta”.

Il protagonista si chiama David Gueto ed è la caricatura del DJ francese David Guetta. Anche lui DJ, fa musica in un campo di concentramento. Inizialmente, i prigionieri si rifiutano di ballare perché sentono che non c’è niente da festeggiare e gli dicono: “Ma lo sai che finiranno per ammazzarci nelle camere a gas e faranno del sapone con noi?”

Allora spunta Hitler e convince tutti a ballare perché “la vita è breve”. Poi, ringrazia il DJ osservando: “Se sono rilassati il sapone viene meglio”.

Poi solito copione: alle proteste sono seguite le scuse. Fino alla prossima oscena occasione. Magari in un altro pizzo del mondo.

Il Blog delle Ragazze

Per ulteriori dettagli cliccare qui e qui

In alto: due vignette del fumetto antisemita pubblicato dalla rivista argentina Página/12



 
Scritto da Emanuel Baroz




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27 luglio 2013

Avanti col rigore: l’esercito italiano si prepara a gestire eventuali sommosse

ue L’Italia sta per subire uno choc socio-economico così forte da provocare disordini e rivolte: la profezia che Gianroberto Casaleggio ha affidato a Gianluigi Nuzzi è così realistica che se ne starebbe occupando persino l’esercito, nell’eventualità di dover rinforzare l’ordine pubblico in previsione di sommosse, provocate dal regime europeo dell’austerity.

M5S, allarme di Casaleggio: “Svolta economica o scoppierà la rivolta”

Lo sostengono Eugenio Orso e Anatolio Anatoli, che nel loro blog analizzano la recentissima “Direttiva ministeriale in merito alla politica militare per l’anno 2013” emanata dal ministero della difesa, retto dall’ex Pdl Mario Mauro, ora montiano. L’aspetto sconcertante, osservano i due analisti, riguarda l’impegno diretto delle forze armate verso obiettivi non propriamente militari: e cioè il rispetto assoluto dei trattati europei dell’austerity a cominciare dalla intangibilità dell’Eurozona, condizioni che vengono elevate al rango di elementi-chiave per la sicurezza nazionale.

La premessa è fosca, in una cornice di guerra imminente: «Non può essere ignorata la possibilità, per quanto remota, di un coinvolgimento del paese eEurogendfor, gendarmeria europea antisommossa del sistema di alleanze del quale siamo parte in un confronto militare su vasta scala e di tipo “ibrido”, ovvero che implichi sia operazioni convenzionali, sia operazioni nello spettro informativo, sia operazioni nel dominio cibernetico», afferma il ministero. «Elemento irrinunciabile della politica nazionale è anche il pieno rispetto degli impegni assunti in sede europea». Impegni che il ministero della difesa considera «finalizzati a garantire la stabilità di lungo periodo della moneta comune e, con essa, dell’intero sistema economico comunitario». Proprio la stabilità dell’Eurozona «deve essere considerata come essenziale per il perseguimento del fine ultimo, costituito dalla sicurezza del sistema internazionale e delle relazioni politiche ed economiche che in questo si sviluppano».


L’Italia, pertanto, «deve operare con determinazione per azzerare il deficit di bilancio e ricondurre nei tempi previsti il debito pubblico entro i limiti stabiliti a livello europeo». Strano che ad occuparsi di questo tema non sia il ministero dell’economia, ma quello della difesa. «Il mantenimento di una consapevole disciplina di bilancio lungo un arco di tempo pluriennale – conclude la nota – rappresenterà, quindi, un vincolo ineludibile nella definizione delle scelte in materia di difesa che, negli anni, saranno adottate». Mettendo insieme questi punti e sapendo leggere fra le righe, scrivono Orso e Anatoli, il quadro che ne esce è a dir poco preoccupante: «Obbiettivo primario è il pareggio di bilancio, il mantenimento e la difesa dell’euro a qualsiasi costo (anche a costo del sangue della popolazione) e il conseguente mantenimento dell’Italia, checché ne dica il popolo, nel lager Un reparto dell’esercito in tenuta antisommossadell’Eurozona, fondamentale spazio globalista in cui rinchiudere i popoli europei adattandoli, con le buone o con le cattive, al nuovo ordine neocapitalistico».

Il vincolo ineludibile della disciplina di bilancio nel lungo periodo informa anche le scelte in materia di difesa e di impiego delle forze armate, perché, sempre leggendo fra le righe, «la minaccia risulta chiara: se il popolo ridotto allo stremo si ribellerà – a partire dall’autunno inverno di quest’anno, poniamo – non si esiterà a impiegare la forza, armata, per ridurlo a più miti consigli, in un possibile conflitto “ibrido” in cui molte saranno le armi impiegate, accanto a quelle convenzionali».

Ed ecco che quella “possibilità remota” di coinvolgimento militare in un conflitto «diverrebbe drammaticamente concreta», al punto che «la forza militare nazionale sarebbe impiegata, da uno spregevole governo collaborazionista degli occupatori del paese, contro lo stesso popolo italiano, a vantaggio, come si scrive nel testo riportato, della stabilità di lungo periodo della moneta Alpini già schierati a Chiomonte contro i No-Tavcomune, controllata da entità private euroglobaliste, nonché del mantenimento di una consapevole disciplina di bilancio (ormai recepita in Costituzione) lungo un arco di tempo pluriennale».

Per Orso e Anatoli, il messaggio è inequivocabile: «In presenza di disordini sociali estesi, ai quali la repressione poliziesca e dei carabinieri non riuscirà a far fronte, scenderanno in campo le forze armate». Scenario possibile? «Se ti tolgono il lavoro, la sicurezza, la possibilità di un minimo di pianificazione dell’esistenza e persino il cibo», è facile che si possa ricorrere all’uso di armi magari improprie, per «spaccare tutto, cercando di fermare i tuoi nemici», scrivono i due blogger, che accusano i politici italiani di essere «collaborazionisti dell’euro-nazismo, dell’atlantismo, dell’Occidente, del libero mercato globale e della liberaldemocrazia». Autunno caldo: «Il rischio di estesi sociali disordini, in Italia, è quindi un rischio reale», anche se Letta e Napolitano «continuano a negare l’evidenza».   libreidee   

http://www.imolaoggi.it/?p=57261




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26 luglio 2013

Maledetta Europa affamatrice!



Maledetta Troika, maledetta questa UE dominata dalla Germania. Ma è mai possibile, mi domando, che la Germania non possa vivere e prosperare senza tentare di distruggere gli altri come ha fatto nel 1870, nel 1914, nel 1939 e ora con la Merkel?

  Perché i greci non mandano a farsi friggere  l'imposizione di licenziare 25 mila dipendenti pubblici dicendo alla troika: volete farci fallire? fatelo! non conviene neanche a voi.

  Perché il governo Letta che è la reincarnazione di Mario Monti (come dice Vittorio Feltri) continua  a scondinzolare alle canaglie di Bruxelles? Perché l'Europa che ha distrutto le economie di Grecia, italia, Spagna e Portogallo ora prova a distruggere Israele, con un rinnovato  "kauft nicht bei Juden"? L'euro è stato un fallimento, questa Europa è un fallimento. O si cambia, o ci conviene uscirne. Oppure cantare l'inno "che schiavi d'Europa Iddio ci creò".

  Ed ecco ora un ottimo articolo di Vitaliano Bacchi, che riprendo dal sito amico "Informazione corretta".

Enrico

 

 

http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90

 

Le economie mediterranee distrutte dalla UE, adesso tocca a Israele
Commento di Vitaliano Bacchi

Anni '30, nazismo: i tedeschi non comprano dagli ebrei
Anni '2000, unione europea sostituisce ebrei con Israele

 

 

Con la politica economica della Ue ostile ad Israele, probabilmente abbiamo toccato il fondo; bisogna tornare alle sanzioni della Società delle Nazioni contro la politica colonialista del fascismo e che determinò il regime di autarchia per ritrovare sanzioni economiche di tale gravità e ostilità, ma non giuste e ragionevoli quali furono quelle di allora, bensì solo violente e immotivate.
Il 28 giugno scorso l'organismo deliberativo di Bruxelles della UE ha adottato un provvedimento di politica economica e finanziaria antisionista che ha una gravità senza precedenti; si tratta della imposizione ad Israele a cessare la politica di risanamento e riorganizzazione di territori diversi da quelli dei confini - armistiziali ! -  del 1967 e del conseguente boicotaggio di ogni operazione di finanziamento di investimenti nel progetto israeliano di miglioria fondiaria e urbanizzazione delle zone considerate dalla UE eccentriche rispetto il confine della risoluzione ONU sui due stati ed in realtà invece territorio della Stato di Israele regolato da convenzioni internazionali che ne legittimano la miglioria fondiaria anche in favore delle comunità arabe che vivono all'interno dello Stato sionista.
Una risoluzione di politica economica che impone ad uno stato libero e democratico confini discrezionali e concepiti con esclusivo riguardo agli interessi arabi nella zona; l'investimento economico israeliano nelle terre indicate è di enorme importanza per lo sviluppo urbanistico e industriale di zone altrimenti relitte al deserto o alla pastorizia e che con la bonifica israeliana hanno per la prima volta nella storia la possibilità di diventare centri di lavoro, stabile insediamento ed occupazione per migliaia di famiglie.
Mai uno Stato moderno è stato sottoposto ad una tale opera sistematica e feroce di odio di delegittimazione e di sanzione; il regime giuridico empirico ed incolto che regola il funzionamento della UE impedisce oggi di poter valutare razionalmente l'effetto economico pratico di questa odiosa risoluzione, se vincolante per i paesi membri o solo programmatica per la banca centrale e gli istituti comunitari del finanziamento estero.
Certo è che per finanziare il progetto di urbanizzazione e sviluppo economico delle aree indicate come vietate da Bruxelles, Israele deve individuare una partnership diversa da quella comunitaria europea perchè qui l'assenso contrattuale (non di beneficienza) alla crescita economica e al progresso è stato negato e la sua irrazionalità economica è tipicamente comunitaria, nel suo perfetto stile inibitorio e devastante, come nel caso della imposizione alla Grecia di licenziare venticinquemila salariati del pubblico impiego, in applicazione della ennesima equazione tedesca sulla austerità dei conti pubblici, quelli degli altri ovviamente. L'enorme gravità del fatto deve essere valutata comparativamente con la correlativa politica di finanziamento a fondo perduto alla comunità palestinese che i paesi UE e l'organismo centrale attuano da anni nonostante i vincoli del bilancio incompatibili con la densità salariale del pubblico impiego della Grecia siano gli stessi: il flusso finanziario filopalestinese trae risorse dalle economie di bilancio imposte a paesi che, per rispettare i vincoli comunitari di pareggio, non sanno più che cosa mangiare. E' venuto il momento per l'Italia di decidere fra l'avvilente soggezione alla politica monetaria pangermanistica della UE e la scelta di uno sviluppo economico nazionale e autonomo, capace di restituire alle classi sociali distrutte dalla politica comunitaria dell'austerità i volumi monetari sufficienti a sostenere e finanziare una domanda di consumi oggi inibita e devastata dal pangermanesimo dominante nella politica economica europea, vantata come valida e razionale da economisti rimossi di recente da ogni carica politica e che si sono vantati di essere “il più tedesco degli economisti italiani”. Una scuola che vanta fra i suoi teorici sia il ministro federale delle finanze Schauble, sostenitore della risoluzione salariale greca, che Albert Speer. Uscire dalla UE è indicato dai monetaristi sia di estrazione marxista (Emiliano Brancaccio) che di estrazione liberista (Paolo Savona) e quindi a tutto campo, come il solo inevitabile rimedio al disastro finale: lo si faccia subito e se per farlo sarà necessario sollevare l'incidente politico della inaccettabilità della politica comunitaria sulla partnership economica con Israele, a stare dalla parte di chi saprà proporne l'approvazione in parlamento come legge dello Stato saranno in tanti. Tutti quelli che hanno intelligenza attuale del fatto che il boicottaggio pangermanistico comunitario ad Israele è il modello paradigmatico degli imminenti attacchi tedeschi alle economie mediterranee: le nostre, quella italiana, quella spagnola, quella greca e quella di Israele. Stavolta a formulare involontariamente l'identico destino di queste economie è stato proprio quel potere comunitario che sta lavorando per distruggerle: lapsus freudiano.

Vitaliano Bacchi

 

http://pensierifallacidienrico.ilcannocchiale.it/





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26 luglio 2013

S.O.S. AIUTACI numeri utili

 




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25 luglio 2013

Nasce la risposta israeliana ad Al Jazeera: la nuova emittente “i24news” si prefigge di trasmettere il punto di vista di Israele al mondo

TE LA DO IO AL JAZEERA! NASCE “I24NEWS”, UNA NUOVA EMITTENTE PER FAR SENTIRE LA VOCE DI ISRAELE AL MONDO

Nasce la risposta israeliana ad Al Jazeera: la nuova emittente “i24news” si prefigge di trasmettere il punto di vista di Israele al mondo - La TV, che per ora si vede solo su internet, manda in onda notizie 24 ore su 24 in inglese, francese e arabo - È formata da tre redazioni distinte…

Rolla Scolari per "il Giornale"

Negli angoli ci sono ancora scatoloni di cartone, qualche tecnico lavora con il trapano tra cavi e pannelli elettrici negli studi della nuova emittente israeliana i24news . Il canale che manda in onda notizie 24 ore su 24 in inglese, arabo e francese è attivo da una settimana soltanto ma i giornali locali l'hanno già definito «la risposta israeliana ad Al Jazeera », la tv satellitare del Qatar in arabo e inglese.

I NEWSI NEWS

Gli studi di i24news si trovano in un hangar ristrutturato nel vecchio porto di Jaffa, a Tel Aviv. Alle spalle del conduttore nelle trasmissioni del mattino ci sono gli alberi delle barche a vela, un molo, il mar Mediterraneo. La newsroom è divisa in tre parti: la redazione francese, quella inglese e quella araba.

Anche se il quartier generale è a Tel Aviv, i24news non ha programmi in ebraico. In Israele per ora è possibile seguirla solo via internet, mentre può potenzialmente raggiungere già 350 milioni di famiglie in Europa, Asia, Africa e Canada, non ancora gli Usa. L'audience cui punta i24news , infatti, è all'estero. «L'obiettivo del canale è mostrare lo sguardo di Israele sul mondo- spiega al Giornale Stephane Calvo, direttore della sezione francese delle news- Si conosce infatti molto la prospettiva del mondo per quanto riguarda Israele, ma non il contrario».

LOGO AL JAZEERALOGO AL JAZEERA

Negli studi lavorano 230 persone, 150 sono giornalisti, e il canale ha oltre 20 corrispondenti. Le squadre inglese, francese e araba lavorano separatamente per creare un prodotto simile ma diverso, che racconti «non soltanto il conflitto israelo-palestinese, conosciuto da tutti, ma anche altri aspetti del Paese: la cultura, la moda, l'economia, l'hi-tech israeliani», spiega Ofer Perecman-Shemmer, che dirige la programmazione in inglese.

La versione israeliana di Al Jazeera - ma anche di France 24 e Russia Today, emittenti che trasmettono in inglese a un pubblico internazionale è nata in pochissimi mesi da un'idea del suo attuale direttore Frank Melloul, ex diplomatico di Parigi che ha contribuito al lancio di France 24 e ha lavorato in passato come consigliere per la comunicazione dell'ex primo ministro francese Dominique de Villepin.

I NEWSI NEWS

A i24news i giornalisti insistono sulla differenza tra la nuova rete e emittenti come RussiaToday , France 24 ,al Jazeera . La televisione non è sostenuta da finanziamenti governativi e non vuole parlare a nome del governo israeliano, dicono in redazione. Il danaro arriva dalla donazione del re della tv via cavo franco-israeliano, l'uomo d'affari Patrick Drahi.

Nel futuro, spiega una portavoce, arriveranno anche i proventi della pubblicità. Le prime ore di programmazione si sono concentrate su notizie come la direttiva dell'Unione europea che vieta ai 28 Stati membri finanziamenti e aiuti ad attività negli insediamenti israeliani in Cisgiordania, e tra i primi servizi è andato in onda un reportage dalle stanze vaticane in cui il rabbino argentino Abraham Skorka incontra Papa Francesco davanti alle telecamere.

In un editoriale sul sito dell'emittente, il direttore Melloul parla di una televisione «dedicata a presentare una voce diversa dal Medio Oriente, a connettere Israele al mondo e il mondo a Israele». Sono stati arruolati giornalisti che arrivano da diversi Paesi, che appartengono a fedi diverse, sottolinea.

Nella redazione, il francese si mescola all'inglese, all'arabo e all'ebraico. La coabitazione lavorativa di diverse nazionalità salta subito all'occhio, scrive ironico il quotidiano israeliano Haaretz , a causa dell'abbigliamento: i giornalisti francesi sono in giacca e cravatta, gli inglesi hanno un look più sportivo, gli israeliani- fedeli alla vocazione totalmente casual del Paese - sono in maglietta e infradito.

 




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25 luglio 2013

Il futuro confine di Israele? Lo ha già deciso l’Unione Europea

 L'Unione Europea ha decretato che tutti i contratti tra i paesi europei e Israele devono includere una clausola che sposa la posizione dell'Unione Europea secondo cui i territori come Gerusalemme est e Cisgiordania che stanno oltre la Linea Verde (la linea armistiziale in vigore dal 1949 al 1967) non fanno parte dello Stato d'Israele e quindi non rientrano nel contratto. Il decreto, contenuto in una direttiva vincolante per i 28 Stati membri che entrerà in vigore venerdì, vieterà inoltre qualsiasi forma di finanziamento, borse di studio, cooperazione economica, sovvenzioni, premi per la ricerca, retribuzioni e finanziamenti a favore di qualunque individuo o ente israeliano che risieda al di là della Linea Verde.

David Kriss, portavoce dell’UE in Israele, ha confermato la notizia inizialmente diffusa da Ha’aretz, spiegando che “il 30 giugno scorso la Commissione Europea aveva adottato una Nota contenente le linee guida in materia di ammissibilità di enti israeliani nei territori occupati a borse di studio, premi e altri strumenti finanziati dall'Unione Europea dal 2014 in avanti. Queste linee guida erano state preparate a seguito delle conclusioni del Consiglio dei ministri degli esteri UE del 10 dicembre 2012, che aveva dichiarato che tutti gli accordi tra lo Stato di Israele e l'UE devono inequivocabilmente ed espressamente indicare la loro inapplicabilità ai territori occupati da Israele nel 1967”. “Le linee guida – ha aggiunto il portavoce dell’UE – sono importanti in vista delle nuove opportunità che verranno offerte a Israele come partner nella Politica Europea di Vicinato e altri strumenti di finanziamento nel periodo 2014-2020. L'Unione Europea - secondo il suo portavoce - desidera che Israele partecipi a pieno titolo a questi strumenti e dunque con questa nuova direttiva vuole garantire che la partecipazione di Israele non venga messa in discussione [per la questione dei territori]”.

“La richiesta non è nuova – ha detto martedì il vice ministro degli esteri israeliano Zeev Elkin in un'intervista a radio Galei Tzahal – e compariva già nelle trattative per accordi precedenti con l'Unione Europea. Ma gli accordi sono bilaterali ed è sempre una questione di negoziato. Penso che gli europei stiano facendo un errore preoccupante, soprattutto in questo momento, perché non fanno che rafforzare l’intransigenza dei palestinesi riducendo la loro motivazione a scendere a compromessi con Israele negli sforzi di pace. Anziché favorire un’atmosfera favorevole a colloqui di pace, si alimenta il rifiuto palestinese di tornare al tavolo dei negoziati”.

Silvan Shalom, ministro per l’energia e per lo sviluppo regionale, ha definito la direttiva “un altro bastone nelle ruote dei negoziati”, sottolineando come essa dimostri quanto l’Europa è “scollegata dalla realtà del Medio Oriente” mentre le sue politiche dimostrano come “non possa svolgere un ruolo efficace nel delicato processo diplomatico israelo-palestinese”. Rafforzando la sensazione dei palestinesi di poter ottenere concessioni ed esercitare pressioni su Israele rifiutandosi di negoziare, “la UE allontana i palestinesi dai negoziati”. Shalom ha ricordato che sono i palestinesi che si oppongono alla ripresa dei colloqui di pace e che l’Autorità Palestinese pone come pre-condizioni proprio la questione degli insediamenti, compresi alcuni quartieri ebraici di Gerusalemme, e quella dei confini, sui cui ora l’UE si è unilateralmente schierata. “Perché – si è chiesto – il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) dovrebbe accettare di negoziare se gli europei stanno facendo il lavoro per lui? Ma la verità è che le attività ebraiche negli insediamenti non impedirono a Begin di abbandonare il Sinai, a Sharon di abbandonare la striscia di Gaza Gaza, a Netanyahu di firmare gli accordi di Wye Plantation, a Olmert di offrire un accordo negoziale praticamente su tutto il territorio”.

La decisione dell'UE è “sbagliata e deplorevole – ha detto il vice ministro Ofir Akunis – Misure come questa, adottate ancor prima che i palestinesi annuncino d’essere disposti a tornare al tavolo delle trattative, non fanno che allontanare i negoziati di pace”. Secondo Akunis, l’Europa dovrebbe capire che la Cisgiordania non è un territorio “occupato”, bensì un territorio conteso su cui anche Israele vanta legittime rivendicazioni, e che dunque deve essere oggetto di negoziati diretti fra le parti.

“Questa direttiva è semplicemente un errore, una mossa stupida che non aiuta ad arrivare a un accordo”, ha affermato il parlamentare laburista Hilik Bar, uno dei fondatori del comitato parlamentare a sostegno della soluzione a due Stati nonché autore di un disegno di legge volto a vietare qualunque annessione di territori di Cisgiordania da parte israeliana se non nel quadro di un accordo con i palestinesi. “Questa direttiva – ha spiegato – non fa che rafforzare la sensazione degli israeliani di essere sotto assedio, e servirà solo a tenere lontano Abu Mazen dal tavolo dei negoziati”.

Il ministro delle finanze Yair Lapid ha definito "spregevole" la decisione dell’UE e ha spiegato: “Purtroppo il tempo non è a nostro favore e ogni giorno che passa senza negoziati la nostra posizione internazionale peggiora. Ma questa direttiva capita nel momento più sbagliato e sabota gli sforzi del segretario di stato Usa John Kerry tesi a riportare le parti al tavolo dei negoziati”. Secondo Lapid, la nuova direttiva fa credere ai palestinesi di poter imporre pre-condizioni senza pagare pegno, e li illude che Israele possa essere costretto a capitolare con le pressioni economiche e diplomatiche. Lapid ha aggiunto che intende rivolgersi ad amici di Israele nell’UE e spiegare loro che la direttiva “danneggia gli obiettivi che volevano raggiungere, e allontana la pace”.

Naftali Bennett, ministro dell'economia e del commercio ha definito le nuove direttive UE “un attacco economico contro le possibilità di pace”.

“Si tratta di un classico caso di doppio standard – ha affermato Yuval Steinitz, ministro per intelligence, relazioni internazionali e affari strategici – Come mai l’Unione Europea non adotta misure analoghe per la parte turca di Cipro? Eppure l’UE è contraria al fatto che un terzo dell'isola di Cipro sia controllata dalla Turchia. È chiaro che, ancora una volta, si tratta Israele in modo diverso dagli altri”.

La leader del partito laburista Shelly Yachimovich, dopo aver criticato il governo israeliano per "il crescente isolamento diplomatico che sta causando danni al paese e al mercato e che rappresenta una minaccia strategica non meno delle armi puntate contro di noi”, ha aggiunto: “Tuttavia è una vera disgrazia che l'Unione Europea si concentri su sanzioni e divieti anziché sostenere e aiutare gli sforzi americani per la ripresa de negoziato”.

Ha commentato martedì sera il ministro della giustizia e capo negoziatore israeliano Tzipi Livni: “Mi rattrista che si sia arrivati a questo punto, ma spero che questo possa aprire gli occhi a tutti coloro che pensano che possiamo convivere con la situazione di stallo attuale. Ogni iniziativa israeliana è preferibile a iniziative internazionali unilaterali. Una volta avviati i negoziati, gli europei vedranno che Israele desidera stabilire confini definitivi, ma solo attraverso negoziati”.

“La nostra posizione è chiara e ben nota – ha affermato Eliyahu Shviro, sindaco di Ariel, cittadina israeliana di 16.000 abitanti che si trova in Samaria (Cisgiordania settentrionale) – Siamo contro ogni tipo di boicottaggio. Il boicottaggio non raggiungere mai l'obiettivo dichiarato e serve solo a fomentare discordie. E forse è proprio questa l'intenzione che sta dietro all'iniziativa dell'UE. Chi vuole creare ponti per superare le differenze e favorire la fratellanza umana non ricorre a questi metodi. Gli abitanti palestinesi di Samaria sono impiegati a migliaia nell'industria israeliana e non viene in mente a nessuno di bandirli per via della religione, della nazionalità o del luogo in cui abitano. Ora il boicottaggio dell'UE potrebbe compromettere anche questo”.

La nuova direttiva UE, scrive Haviv Rettig Gur su “Times of Israel”, ha suscitato vivaci reazioni negative in Israele non perché qualcuno fosse sorpreso della posizione che esprime, che era ben nota, ma per la ottusa puntigliosità con cui ora l'UE ingiunge che venga applicata. “Hanno passato il segno – ha spiegato martedì un alto rappresentante israeliano – Che l’UE non avrebbe mai firmato, ad esempio, un accordo con l'Università di Ariel non è un segreto. Ma ora cosa vogliono? Che l'Università di Gerusalemme garantisca che nessun accademico e scienziato che opera su un programma di cooperazione UE abiti al di là della Linea Verde, magari negli appartamenti che sorgono lungo la strada che porta al campus universitario del Monte Scopus [che dal ’48 al ’67 fu una enclave israeliana circondata dalla Legione Araba giordana, per cui l'unica strada che lo collega a Gerusalemme ovest si trova tecnicamente al di là della Linea Verde]? O che non abiti nel quartiere ebraico della Città Vecchia, che era ebraico giusto qualche secolo prima che esistesse l’Unione Europea [e dal quale la popolazione ebraica venne bandita nel periodo ’49-‘67]? Siamo davvero all'assurdo”. Come ha sottolineato un altro funzionario, la nuova politica dell'Unione Europea di fatto pretende che Israele rinunci, per iscritto, a ogni diritto sul Muro Occidentale (del pianto), il luogo più sacro del giudaismo, come condizione preliminare alla firma di qualunque accordo UE. Anche il Muro Occidentale, infatti, era rimasto al di là della Linea Verde, precluso agli ebrei di tutto il mondo nel periodo dell’occupazione giordana di Gerusalemme est dal 1948 al ‘67. Aderendo ciecamente alla Linea Verde (che in tutta la storia di questa terra è esistita solo per 19 anni, e che non esiste più da 46 anni), l'Unione Europea di fatto prende posizione nel conflitto in un modo che la allontana nettamente dalla posizione della maggioranza degli israeliani favorevoli al negoziato e alla soluzione a due Stati purché il futuro confine venga negoziato, come previsto da tutti gli accordi finora firmati. Ecco perché la mossa dell’UE suscita sdegno anche fra molti esponenti della sinistra israeliana, che pure solitamente considerano l’Europa un’alleata nella ricerca della pace.

“Non accetteremo nessun diktat esterno riguardo ai nostri confini: queste sono questioni che vanno risolte solo attraverso negoziati diretti". Lo ha dichiarato martedì sera il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dopo essersi consultato nel suo ufficio con il ministro della Giustizia Tzipi Livni, il ministro dell'economia e del commercio Neftali Bennett, e il vice ministro degli esteri Ze'ev Elkin. "Mi aspetterei – ha aggiunto Netanyahu – che coloro che desiderano realmente vedere pace e stabilità in questa regione si preoccupino di questa questione solo dopo aver affrontato una serie di questioni regionali un po’ più pressanti, come ad esempio la guerra civile siriana e la corsa iraniana alle armi nucleari”.

(Da: YnetNews, Jerusalem Post, Times of Israel, Israel HaYom, Haaretz, 16.7.13)

Nella foto in alto: un tratto della Linea Verde (il “confine” sancito dalla direttiva UE) ai tempi in cui Gerusalemme era divisa dall'occupazione giordana della parte est.




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25 luglio 2013

Se l’Unione Europea etichetta i prodotti in base alla «linea verde». Un’iniziativa arrogante, controproducente e arretrata

 
Editoriale del Jerusalem Post
Che si tratti del vino delle alture del Golan, dei bretzel di Ariel o dei cosmetici del Mar Morto, sta di fatto che l’Unione Europea ha preso di mira tutte le merci israeliane prodotte al di là della “linea verde”. Lo scorso dicembre il Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea ha ribadito il suo “impegno a garantire continua, piena ed efficace attuazione della legislazione UE in vigore e degli accordi bilaterali relativi ai prodotti degli insediamenti”. Quello che intendono dire è che l’etichetta “made in Israel” deve valere esclusivamente per i beni prodotti all'interno della “linea verde” affinché i consumatori europei possano distinguerli. Il mese scorso i ministri di Spagna, Portogallo, Francia, Regno Unito, Irlanda, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi, Belgio, Austria, Slovenia, Lussemburgo e Malta hanno firmato una lettera indirizzata al responsabile della politica estera della UE, Catherine Ashton, in cui ribadiscono il loro sostegno all'etichettatura differenziata dei beni prodotti nelle città, nei villaggi e nei parchi industriali che sorgono in Giudea e Samaria (Cisgiordania). E tredici paesi costituiscono quasi la metà dei 27 stati membri dell’Unione Europea.
A quanto risulta, Washington ha già fatto notare che questa decisione non farebbe altro che complicare ulteriormente i rinnovati sforzi americani ed europei per mediare un accordo di pace fra Israele e Autorità Palestinese. A nostra volta vorremmo aggiungere alcune ragioni che dimostrano quanto questa fissazione dell’etichettatura in base alla "linea verde" sia sbagliata.
Innanzitutto, l’ipotesi che ne sta alla base è che soltanto Israele sia da ritenere responsabile, e dunque da penalizzare, per lo stallo del processo di pace, ignorando completamente le responsabilità della parte palestinese (rifiuto intransigente delle più avanzate offerte di compromesso, continuo incitamento e indottrinamento all'odio verso l’esistenza stessa di Israele, rifiuto di riprendere i negoziati diretti senza precondizioni). Di più. Incolpando solo Israele, si incoraggia i palestinesi a persistere con l’istigazione, col rifiuto di tornare al tavolo delle trattative, con la mortificazione delle forze più moderate all'interno della loro società.
In secondo luogo, un’etichettatura pensata per favorire il boicottaggio dei prodotti israeliani finirebbe col colpire l’economia palestinese. Le aziende israeliane al di là della “linea verde” danno lavoro a decine di migliaia di palestinesi. E poiché i legami economici sono difficili da districare, il boicottaggio inevitabilmente si tradurrebbe in una punizione collettiva degli ebrei che vivono su entrambi i versanti della “linea verde” e degli stessi palestinesi.
Infine, nessuno sa dove verranno fissati i confini definitivi. L’idea di uno scambio di terre grazie al quale Israele cederebbe aree all'interno della “linea verde” in cambio dell’annessione dei blocchi di insediamenti più popolosi al di là della "linea verde" (e che non costituiscono più del 2% della Cisgiordania) da tempo è diventata uno dei principi centrali del negoziato fra israeliani e palestinesi. Proprio di recente anche la Lega Araba sembra aver accettato il concetto che le linee armistiziali del 1949 non sono sacre e che “limitati” scambi di territorio sono del tutto accettabili. Dunque, soltanto i negoziati determineranno l’assetto finale dei territori contesi di Cisgiordania. Nel frattempo, i futuri confini restano ignoti: solo il negoziato diretto israelo-palestinese li potrà definire. Etichettando i prodotti, l’Unione Europea si arroga la facoltà di decidere (al posto degli interessati) che tutti gli insediamenti al di là della “linea verde” dovranno essere smantellati e che tutta la Cisgiordania dovrà essere resa Judenrein (epurata dalla presenza ebraica). Un’idea che la stessa Lega Araba non sostiene più.
L'etichettatura dei prodotti israeliani ricorda piuttosto il vecchio boicottaggio diplomatico, economico e culturale che gli stati arabi decretarono contro Israele sin dal momento della sua fondazione, quando la Cisgiordania era occupata dalla Giordania e tutti gli insediamenti ebraici che sorgevano al di là delle linee armistiziali del 1949 avevano subito la ripulitura etnica ed erano stati distrutti.
Davvero un bell'aiuto al dialogo e alla ricerca di un compromesso di pace.

(Da. Jerusalem Post, 19.5.13)




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24 luglio 2013

Caccia in Germania agli ultimi nazisti

A CAMPAGNA DEL CENTRO WIESENTHAL PER SCOVARE GLI ASSASSINI ANCORA NASCOSTI


“Non è mai troppo tardi per prenderli”

Manifesti nelle principali città. 
E ricompense fino a 25 mila euro
ALBERTO MATTIOLI

Riparte in Germania la caccia al nazista. Si chiama «Operation last chance II», Operazione ultima speranza, ed è la seconda perché la prima fu lanciata nel dicembre 2011. Il Centro Simon Wiesenthal vuole scovare gli ultimi assassini dei campi. Inizia così oggi, nelle principali città tedesche, una «campagna di affissioni» per convincere chi sa a parlare. I manifesti, circa duemila, saranno incollati sui muri di Berlino, Amburgo, Francoforte e Colonia. Riportano lo slogan: «Tardi. Ma mai troppo tardi» e promettono ricompense fino a 25 mila euro. Previsto anche un numero telefonico cui rivolgersi.  

 

La notizia è stata data dal Centro Wiesenthal di Gerusalemme e subito ripresa dai media tedeschi. Sul fatto che sia tardi non ci sono dubbi. I reduci del Terzo Reich colpevoli di crimini contro l’umanità, almeno quelli ancora in vita, sono ormai degli over 90. Il fatto però che siano vecchi non cambia nulla né nei loro delitti né nella volontà di punirli: «Sono le ultime persone cui si può riservare della simpatia, poiché non ne hanno avuta alcuna per le loro vittime innocenti», dichiara al «Jerusalem Post» il capo dei cacciatori di nazisti del Centro, Efraim Zuroff. 

 

Secondo Zuroff, la prima «Operazione», lanciata nel dicembre 2011, diede dei buoni risultati. Allora fu ispirata dall’ultimo grande processo di un artigiano della soluzione finale, John Demjanjuk, il cosiddetto «boia di Sobibor», condannato in primo grado da un tribunale tedesco e morto a Monaco nel maggio 2012 in attesa dell’appello. Secondo Zuroff, quella sentenza costituisce un precedente importante perché oggi basta dimostrare la presenza dell’imputato in un campo della morte per arrivare a condannarlo. 

 

Una grande società tedesca, Wall AG, ha sponsorizzato i poster. Il Consiglio centrale degli ebrei tedeschi appoggia l’iniziativa. Secondo il suo presidente, Dieter Graumann, «si tratta esclusivamente di giustizia. Troppo spesso, in passato, si è guardato altrove per non dover imputare troppi criminali». 

 

L’iniziativa arriva nel momento in cui scoppia un altro scandalo a sfondo nazista in tutt’altra parte del mondo. A Bandung, in Indonesia, esiste dal 2011 un «Soldaten Kaffee», caffè dei soldati, decorato con un grande ritratto di Adolf Hitler e relative bandiere con la svastica. Nessuno, pare, ci ha fatto caso e men che meno si è indignato finché, la scorsa settimana, un articolo pubblicato da un giornale indonesiano in inglese e ripreso dai media internazionali non ha sollevato il caso del bar nazista. Allora il sindaco della città ha convocato il gestore, Henry Mulyana, per chiedergli «che intenzioni abbia» e ricordargli che la legge indonesiana punisce l’incitazione all’odio razziale, anche se le condanne sono rare. Protesta («Collera e disgusto») il Centro Wiesenthal. Ma Mulyana, spiega che gli affari vanno bene e che intende aprire un altro locale a Bali, più frequentata dai turisti.  

 

L’Indonesia, il Paese musulmano più popoloso del mondo, non ha relazioni diplomatiche con Israele. Il «Mein Kampf», il saggio del 1925 in cui Hitler esponeva il suo pensiero politico, è tradotto e in vendita e uno dei peggiori insulti è «yahudi», ebreo.  





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23 luglio 2013

Testimonianza avuta durante il convegno del 29 parile 2003 su Giovanni Palatucci

:-

Non è facile tornare con la mente a quei giorni. Sono trascorsi ormai sessantatré anni eppure il ricordo è rimasto limpido, chiaro come se fosse ieri.
Prima delle leggi razziali mio padre, Di Porto Lazzaro, era proprietario di un emporio, a Roma, in Via Cincinnato, nel quartiere del Quadraro. Avevo quasi quattro anni, quando gli è stata tolta la possibilità di lavorare.
A poco, a poco, la nostra vita cambiò e da una situazione agiata ci trovammo sempre più in difficoltà. Ci fu tolta ogni cosa di proprietà. Allora mio padre, non avendo più i mezzi per affrontare il pagamento dell'affitto, decise di lasciare la casa dove avevamo vissuto fino a quel giorno. Trovammo ospitalità in casa dei nonni materni, nel quartiere di Testaccio. I giorni passavano e la situazione si faceva sempre più drammatica. Anche lavorare abusivamente stava diventando difficile. I fascisti fermavano continuamente gli uomini che lavoravano per la strada. Ripetutamente segnalato e minacciato, papà, non poté più esporsi personalmente, così anche se malvolentieri, fu costretto a mandarmi a lavorare al suo posto. Mi rivedo, là, in via dei Giubbonari; una bimbetta con in collo una cassettina che conteneva veli da chiesa e ferretti per coprire i tacchi delle scarpe.
Questi erano gli articoli in vendita. Mio padre in ogni caso non mi abbandonava neppure un minuto; nascosto dentro un portone osservava, ogni mia mossa, pronto a proteggermi e ad intervenire per ogni evenienza. Successivamente accadde che le milizie fasciste mi fermarono per sequestrare la merce. A quel punto mio padre intervenne per difendermi, così lo arrestarono conducendolo al commissariato di Campo di fiori. La vita continuava a procedere, fra un espediente e l'altro, finché, l'otto settembre, con l'armistizio, ogni sogno fu infranto, dall'occupazione tedesca.
Certo, non potete immaginare il terrore provato, nell'udire le sparatorie e i cannoneggiamenti quasi sotto le finestre di casa, ma tutto questo, non fu nulla confronto a ciò che sarebbe successo in seguito.
1116 ottobre cadde di sabato, mio padre era appena uscito per andare al tempio. Percorrendo la strada a piedi, notò subito che qualcosa non andava per il verso giusto. Alcuni correligionari lo avvisarono, che era in corso un rastrellamento nel ghetto, e che i


tedeschi avevano gli indirizzi di tutti gli ebrei. Mio padre corse subito indietro e cercò di avvertire le famiglie, di sua conoscenza, che abitavano in zona. Noi anche uscimmo da casa, e sotto la pioggia, in quel giorno sembrava che anche il cielo piangesse. Camminammo ininterrottamente fino al Quadraro, là, infatti, papà pensava di poter trovare aiuto presso dei suoi conoscenti. Purtroppo non andò così, i fascisti della zona lo conoscevano, così nessuno fu pronto ad ospitarci. Ce ne tornammo, verso casa, zuppi, stanchi e senza alcuna speranza. Ma come sempre nei momenti di buio totale s'intravede, come un miracolo, uno spiraglio di luce. Il signor Dino portiere dello stabile si assunse la responsabilità di farci rientrare in casa facendo finta che l'appartamento fosse vuoto. Le finestre dovevano restare sempre chiuse, dovevamo parlare sottovoce, insomma non era facile questo tipo di vita per una bambina. Nel novembre del 1943, mamma mise alla luce mia sorella più piccola, l'ultima delle quattro. Con la nascita di Silvia le cose si complicarono ancora di più. lo benché bambina, ero terrorizzata dalla guerra e quindi quando eravamo in casa non aprivo bocca neanche per respirare; ma come avremmo fatto a spiegare ad un neonato che non poteva piangere se aveva fame? Per non parlare poi delle fasce che, non potendo aprire le finestre, venivano stese in casa. Ancora oggi d'inverno, in ricordo di quei momenti, non riesco a sopportare la vista dei panni umidi che asciugano vicino al termosifone. Mia madre per sfamare le mie sorelle e me fu costretta a disfarsi di quelle piccole cose che le erano rimaste come ricordo di una vita normale: un paio d'orecchini che papà le aveva regalato per il suo compleanno e l'anello di fidanzamento, barattati per un pugno di crusca mescolata ad un po' di farina. Con l'arrivo della primavera sentivamo gli alleati sempre più vicini e le nostre speranze, che tutto finisse, sembravano divenire realtà.
Nella mia mente i ricordi del mese di maggio si fanno confusi inaccettabili. Mi sembra tutto assurdo e ancora non accetto quello che successe a pochi giorni dall'ingresso degli alleati a Roma. Era intorno alla fine del mese, mio padre usci di casa e da quel giorno io non l'ho più visto. Ci raccontarono tante storie sulla sua cattura, sulla sua carcerazione a Regina Coeli, sul suo transito a Fossoli, sulla sua deportazione nel campo di Dachau, sulla sua morte...

Una bambina, una bambina tante cose non le capisce ed io bambina capivo soltanto che mio padre una mattina era uscito e non era più tornato. Col passare del tempo le cose non cambiavano. Non capivo perché alcuni della famiglia tornavano e proprio lui, lui che io amavo più di tutto non bussava mai alla porta, non fischiava da sotto le finestre per avvertirci del suo ritorno.
Ho aspettato che questo accadesse, per tanto tempo e non riuscivo neanche a percepire il tempo che passava e cambiava le cose intorno a me. Gli anni passavano, io crescevo e non ero più una bambina, ma nella mente, mio padre non invecchiava, era rimasto lo stesso. Infatti, durante la mia giovinezza, parliamo del 1957, capitò un episodio che mi spaventò terribilmente e che mi fece pensare molto. Ero sull'autobus con il mio fidanzato, oggi mio marito, quando intravidi dal finestrino, un uomo per la strada, che somigliava a mio padre. Non capii più nulla, scesi di corsa dall'autobus e cominciai a rincorrerlo finchè non lo raggiunsi. Non potete immaginare il dolore, la sofferenza provata nel capire che non poteva essere lui mio padre. Nei miei ricordi lo rivedevo così, come quel triste giorno di maggio, in cui aveva chiuso dietro di se la porta di casa, ma in realtà erano già passati più di dieci anni. Credo sia stato solo allora che per la prima volta cominciai a maturare l'idea della morte di mio padre.
Nulla mi è rimasto dell'uomo che mi ha dato la vita, nulla tranne alcune foto, un muro al cimitero che ricorda le vittime della Shoà e una lapide, che riporta il suo nome, nel palazzo di Via Mormorata n 169, voluta dal Comune di Roma e dalle associazioni della Resistenza.
Fortunata di Porto




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23 luglio 2013

Le spose bambine islamiche sono 60 milioni ed hanno meno di 13 anni

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In molti paesi viene chiamata usanza, cultura, tradizione; in realtà é uno dei peggiori crimini contro l’umanità, che si può racchiudere in una sola parola; PEDOFILIA.

Il dato è aggravato dal fatto che, spesso, bambine di 7, 10, 15 anni, vengono costrette a sposarsi con uomini molto più grandi di loro, anche di 50 anni, per volontà dei genitori o vendute per qualche soldo.

Gli effetti provocati sono chiaramente devastanti e non solo a livello psicologico. Molte spose bambine muoiono per gravidanze a rischio e per parto, altre contraggono l’Aids.

India, Nepal, Mozambico, Nicaragua ed Etiopia detengono il triste record per diffusione del fenomeno, sempre più preoccupante, perchè in forte aumento: saranno almeno 100 milioni le nuove spose bambine che si aggiungeranno alle oltre 60 milioni attuali. Se tra le famiglie ricche, i dati sui matrimoni precoci sono in diminuzione, tendono ad aumentare con il calare del reddito.

La pratica riguarda soprattutto le femmine, principalmente per motivi economici: crescere una figlia comporta un certo costo e, una volta promesse in matrimonio, permette di portare a casa una dote in denaro o beni materiali, spesso irrinunciabili nelle famiglie più povere. Ma non solo. In gioco c’è anche l’onore, che verrebbe salvaguardato in caso di gravidanze prima del matrimonio e la perdita della verginità.

Secondo le stime dell’agenzia dell’Onu per i diritti umani, tra le donne di età compresa tra i 20 e i 24 anni in Niger il 74% è diventata moglie prima di compiere i 18 anni, in Ciad il 71%, in Mali il 70% e il 66% in Bangladesh.

Le spose bambine islamiche sono 60 milioni ed hanno meno di 13 anni.

Le violenze sui bambini, sono un crimine contro l’umanità TUTTA.
Chi le compie, andrebbe RINCHIUSO A VITA; chi vede e chi sa, ma non denuncia, diventa complice a tutti gli effetti
.

A cura di: Andrea Mavilla.

http://www.fanspostale.com/archives/712




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23 luglio 2013

Queste notizie ci devono far tanto riflettere


Il filmato è in inglese, ma si capisce un po' dalle immagini:[/i]
 
 
http://www.youtube.com/watch?v=RYmtaXQHEtw 
 
Questo che segue è parte di un copia e incolla da: 
 
http://liberaliperisraele.ilcannocchiale.it/2009/08/30/vedove_o_sposebam bine.html 
 
Riguardo il matrimonio collettivo svoltosi a Gaza il 30 luglio, qualcuno nel web sostiene che quelle bambine in foto non sarebbero le spose, ma che le spose vere sono delle vedove. Queste ultime, secondo l'agenzia russa NOVOSTI, sarebbero rimaste a casa come vorrebbe la tradizione islamica (?): 
  
"In uno scenario adornato con motivi festosi, si trovavano solo gli sposi in completo nero, mentre le spose li aspettavano lontano dagli occhi indiscreti della gente" 
(fonte NOVOSTI: http://sp.rian.ru/onlinenews/20090731/122536744.html ) 
  
E' quanto meno strano poi scoprire che il matrimonio delle vedove si sia già svolto il 10 luglio (leggi terzo articolo in basso), e che le vedove in quell'occasione si siano presentate in "lunghe tuniche nere". 
  
Inoltre, c'è da osservare che sempre secondo la tradizione islamica ci si sposa "solo con ragazze vergini" (vedi primo articolo in basso). Quindi il matrimonio con vedove è ben lontano dalla tradizione. 
  
In ultimo, trattandosi di spose "vedove di martiri" dell'attacco a Gaza del dicembre 2008 - gennaio 2009, facciamo un po' di conti:  
100 vedove si sono sposate il 10 luglio; altre 450 vedove il 30 luglio. 100 + 450 = 550.  
  
Se i morti palestinesi in quello scontro sono stati 1.300 (di cui si dice "in gran parte donne e bambini")... allora da dove spunterebbero tutte queste vedove ? 
  
Oggi Hamas nega che le spose siano le piccine pubblicate nelle in foto e nei filmati, e nega pure che si tratta di vedove. Da stamattina le spose sono "quasi tutte maggiorenni" e la più giovane di esse ha già compiuto 16 anni 
(fonte: http://www.wnd.com/index.php?fa=PAGE.view&pageId=106002) 
  




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23 luglio 2013

Israele – Palestina: gli inutili colloqui che servono solo a Obama e Abu Mazen

US President Barack Obama visit

Chiariamo subito un punto: se ci sarà o meno una ripresa dei negoziati tra israeliani e palestinesi, la cosa per Israele sarà del tutto ininfluente per il semplice fatto che non cambierà nulla rispetto alla situazione che vediamo oggi. Se c’è qualcuno che ha assolutamente bisogno di questi negoziati sono Obama (e con lui Kerry) e Abu Mazen. Insomma, stiamo parlando ancora una volta di negoziati farlocchi.

Detto questo, facciamo finta di credere che invece saranno negoziati importantissimi e fondamentali per la pace mondiale, concetto carissimo a quel comico di John Kerry e al suo incompetente e disastroso Presidente. Facciamo finta cioè di credere che una volta risolto il problema con Abu Mazen tutto andrà magicamente al suo posto e scoppierà la pace globale, che Hamas accetterà le decisioni della ANP e riconoscerà Israele, che la Siria si riappacificherà, che l’Iran la smetterà di cercare bombe atomiche e di promuovere il terrorismo, che Hezbollah deporrà magicamente le armi e che tutto il mondo arabo riconoscerà Israele.  No, perché sostanzialmente è questo che il duo comico Kerry/Obama vorrebbe farci credere, cioè che se Israele raggiungerà un accordo con la ANP tutto andrà magicamente a posto.

Bene, ci sono almeno una dozzina di motivi per non credere alle favolette comiche di Kerry/Obama ma mi limiterò ad evidenziare le più importanti:

1 – Abu Mazen non rappresenta il popolo palestinese, almeno non per i palestinesi. Tanto e vero che quando a proposto il piano di Kerry ai vertici della ANP questi gli hanno riso in faccia. Non parliamo poi di Hamas che proprio ieri ha rilasciato dichiarazioni di fuoco contro Abu Mazen definendolo un “inutile burocrate che non rappresenta i palestinesi”.

2 – I colloqui tra Israeliani e palestinesi hanno un senso solo se finalizzati ad un riconoscimento reciproco. Il problema non si pone per Israele che ha già detto che riconoscerà la futura Palestina. Il problema si pone invece per i palestinesi che, come un recente sondaggio arabo ha dimostrato, non hanno alcuna intenzione di riconoscere Israele. Lo stesso Abu Mazen quando parla pubblicamente in inglese lo fa con toni moderati, salvo poi smentirsi quando parla in arabo ai media palestinesi.  Per non parlare poi di Hamas che non riconoscerà mai Israele e se teniamo conto che il gruppo terrorista controlla militarmente la Striscia di Gaza e può contare sull’appoggio della maggioranza della popolazione in Cisgiordania, ci renderemo conto che da parte palestinese non ci sarà mai alcun riconoscimento di Israele.

3 – I colloqui si terranno a Washington e a rappresentare Israele e Palestina saranno Tzipi Livni (Israele) e Saeb Erikat (Palestina), cioè due negoziatori esperti e navigati e questa è forse l’unica notizia buona di tutta questa faccenda. Ma se la Livni può vantarsi di rappresentare un intero Paese e di avere un mandato ampio per farlo, lo stesso non può fare Saeb Erikat che sostanzialmente rappresenta solo Abu Mazen, opportunamente tenuto ai margini. E’ un percorso in salita perché qualsiasi decisione e/o accordo prendano i due non avrà alcuna validità da parte palestinese e certamente verrà contestato da Hamas e dai suoi sostenitori. E poi ci si dimentica che le Palestine sono due, quella in Cisgiordania e quella nella Striscia di Gaza, con due Governi nemici che si combattono a suon di arresti e omicidi e che si disprezzano apertamente. Quale decisione potrà mai prendere Saeb Erikat? E soprattutto, quale Palestina rappresenta?

Mi fermo qui per non tediare troppo i pochi lettori, ma oltre a queste tre cosucce ce ne sarebbero di cose che rendono questi colloqui praticamente una inutile perdita di tempo. Però, come detto, sia il duo Obama/Kerry che Abu Mazen avevano bisogno di dimostrare che c’è un impegno da parte loro nel trovare una via d’uscita al conflitto israelo-palestinese, i primi per mere ragioni interne dopo che l’operato di Obama in Medio Oriente è stato a dir poco disastroso, il secondo per tenere aperti i canali del flusso dei soldi internazionali verso la Palestina (e di qui verso i suoi conti). E Israele, che ormai ci ha fatto il callo a queste sceneggiate, non poteva fare a meno di dare una mano a questi veri e propri comici seriali, quindi farà la sua parte della inutile commedia. In fondo un paio di cose buone le ha ottenute. La prima è quella di tenere fuori Abu Mazen dai colloqui diretti, la seconda quella di ottenere colloqui chiusi, cioè privati e senza conferenze stampa eclatanti fatte solo per sviare l’attenzione dei media dai problemi seri.

E così forse si tornerà a parlare finalmente dei problemi seri che non sono quelli che riguardano i metodi per rimpinguare le casse palestinesi (di Abu Mazen)o quelli per far riacquistare prestigio internazionale a Obama, ma che si chiamano Iran, Hezbollah e Hamas. In fondo, se così sarà, per una volta questi negoziati serviranno finalmente a qualcosa.

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22 luglio 2013

Il bluff europeo su Hezbollah

hezbollah-nasrallah-ashton

E’ notizia di poche ore fa: l’Europa inserirà il braccio armato di Hezbollah nella lista nera dei gruppi terroristi. Bene, bravi , bis. E’ cosa buona e giusta inserire il braccio armato di Hezbollah nella lista nera europea. Ma come distinguiamo il braccio armato da quello politico che alla fine controlla proprio il braccio armato?

Siamo di fronte all’ennesimo compromesso all’europea, o meglio, all’ennesimo compromesso alla Ashton, dove il confine tra braccio armato e braccio politico di Hezbollah è talmente labile che sarà praticamente impossibile distinguerne i dettagli.

Dicono che bloccheranno i beni del braccio militare di Hezbollah nei 28 Paesi dell’Unione Europea, ma non dicono come faranno a separare i beni e i conti del braccio politico da quello militare. Non lo dicono perché semplicemente è impossibile farlo. Non c’è distinzione tra braccio politico e braccio militare di Hezbollah. Uno è la mente, l’altro il braccio, ma fanno parte di un unico organismo terrorista.

E allora la decisione europea è solo un grandissimo bluff adatto agli allocchi che ci crederanno. In realtà il flusso di soldi ad Hezbollah non subirà alcun blocco, alcuna limitazione, tanto è vero che gli aiuti umanitari, formulina magica per sostenere gruppi illegali, non verranno affatto bloccati. E non basta. UNIFIL, forza ONU nel sud del Libano, non potrà fare niente per bloccare l’ala militare di Hezbollah così come è successo fino ad ora.

E allora a cosa serve la decisione della Unione Europea se non a gettare fumo negli occhi degli stolti creduloni?

La realtà è che Hezbollah è un organismo unico, con una unica testa, quella di Hassan Nasrallah, e una unica direzione, quella di Teheran. Il resto è tutto un grandissimo bluff creato a uso e consumo dei media occidentali e degli imperterriti creduloni.

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