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6 giugno 2012

Il primo kibbutz etiope – a Ghedera!

 

Basta guardare Asanka Darba chinarsi per prendersi gentilmente cura delle piante di sedano e basilico che crescono nel suo orto a Ghedera per capire che nel profondo del cuore lui
è ancora un contadino. Darba, un immigrato etiope di circa cinquant'anni, può anche aver lasciato in Etiopia il suo appezzamento ed essersi trasferito in Israele, ma il suo legame con la terra non si è sciolto. “Chi altri può raccogliere un pugno di terra, annusarla e sapere che cosa può piantare nel suo orto?” esclama Yovi Tashome, uno dei membri del kibbutz urbano di Ghedera che sta aiutando Darba a coltivare il suo fazzoletto di terra. Appena arrivato in Israele dall'Etiopia Darba era stato assunto dal commune di Ghedera prima come bidello e poi come giardiniere dei parchi cittadini. Ora che è disoccupato, per la prima volta ha un terreno tutto suo dove coltivare erbe aromatiche e verdure ed è evidente che ne va molto orgoglioso.

L'idea dei giardini comunitari è solo uno dei progetti creati dai membri del kibbutz urbano, un gruppo di giovani, per lo più etiopi. Due anni fa hanno dato vita al “kibbutz urbano” nel quartiere Shapira, dove la maggior parte degli abitanti etiopi di Ghedera (circa 1.700 famiglie) risiede. Oggi fanno parte del kibbutz 11 famiglie, quasi tuttte etiopi. Oltre ad occuparsi di agricoltura, i membri del gruppo sono impegnati in attività socio-educative.

Yovi Tashome, 31 anni, è arrivata in Israele quando aveva 6 anni. Come molti altri figli di immigrati, ha frequentato una scuola religiosa a tempo pieno e ha trascorso gli anni delle superiori in un kibbutz religioso. Yovi descrive come uno shock culturale il passaggio dal rassicurante ambiente esclusivamente etiope della sua infanzia a quello misto e con una forte coscienza di classe del kibbutz. “Quel periodo buio, quando ero una cittadina di terza classe a paragone con i membri del kibbutz e con gli israeliani in generale, ha provocato in me una crisi d'identità”, racconta. Dopo aver completato il servizio militare, Yovi ha lavorato come istruttrice per il Club Escursionisti della Società per la Protezione della Natura Israeliana (SPNI). È stato in quel periodo che ha capito l'importanza di lavorare in quartieri come questi, “per mettere gli abitanti in relazione reciproca e dare loro la senzazione di appartanere a una comunità con l'obiettivo di cambiare veramente le cose”. Così Yovi Tashome ha contattato Nir Katz, la persona responsabile dei club escursionisti etiopi della SPNI , e insieme hanno fondato a Ghedera un primo nucleo, che si è poi sviluppato nel kibbutz urbano. Secondo quanto dice Katz, il kibbutz urbano non è un'associazione economica, ma unisce persone legate da un progetto e da un'idea comuni. “In un mondo alienato noi cerchiamo di creare la nostra società personale”, dice. “L'obiettivo di questa associazione è di promuovere un cambiamento sociate per noi stessi e per l'ambiente in cui viviamo”.

Le famiglie dei membri del kibbutz vivono in appartamenti in affitto che si trovano tutti a pochi passi l'uno dall'altro. Hanno anche deciso di stabilirsi nelle vicinanze del quartiere, e non al suo interno. “Siamo così coinvolti nella vita del quartiere che abbiamo deciso di mantenere una certa distanza dalle sue dinamiche interne”, spiega Tashome. Di solito i membri del kibbutz celebrano insieme le festività ebraiche e insieme organizzano gite nei fine settimana.

Inoltre, sembra proprio che stiano confermando l'antica propensione dei kibbutz a discutere e dibattere questioni concettuali che riguardano innanzi tutto l'identità del gruppo e la sua natura specifica. Proprio in questo periodo, dopo che numerose famiglie hanno chiesto di poter entrar a far parte del gruppo, è in atto un acceso dibattito su questioni come il diritto di voto, l'età minima dei nuovi membri, l'entità del contributo richiesto a ciascuno a favore della comunità, l'accettazione di coppie religiose, ecc. Queste discussioni vengono condotte formalmente in un forum denominato “Beit Hamidrash”, che si riuniche ogni mercoledì.

Oggi sono circa 400 i giovani che traggono beneficio da queste attività. Queste iniziative sono inivitabilmente entrate anche nel campo dell'educazione formale. Tzachi Azaria e Ilana Malek, due membri del kibbutz urbano di Ghedera, trascorrono le loro giornate nel locale liceo per promuovere un programma volto a prevenire l'abbandono scolastico. Un altro programma prevede l'offerta di lezioni aggiuntive che gli insegnanti, alcuni dei quali sono etiopi, danno direttamente a casa dei bambini.

I membri del gruppo sono coinvolti nelle attività socio-educative, o come volontari o come dipendenti stipendiati. Un appartamento è stato trasformato in un club giovanile dove le attività sono modellate su quelle di un gruppo escursionisti. Sono stati creati molti altri gruppi, tra cui uno in cui i genitori possono discutere problemi di famiglia in amharico e un altro per emancipare le ragazzine. 

Haaretz
tradotto da Tamar Rotem


2 giugno 2012

kibbutz, un rompicapo collettivo

 

Lilach Gavish

Negli ultimi mesi, il regista Itzhak Rubin è diventato una specie di celebrità del kibbutz. Regista di documentari fin dall’inizio degli anni ‘80, ha affrontato molti argomenti delicati della società israeliana. Nel suo film più recente, ‘Degania – il primo kibbutz del mondo combatte la sua ultima battaglia’, egli mette in luce il processo di privatizzazione che si è svolto nel primo kibbutz del mondo, fondato 100 anni fa. E’ interessante che, anche se Degania fu fondato in un’epoca di crisi per il popolo ebraico, è andato in declino l’anno scorso durante un periodo prospero.
Degania inizia con una scena che mostra i pompieri di New York sopravvissuti all’11settembre che vengono battezzati nello stesso posto di Gesù. Nel 1908, Degania fu fondato propriolà, dove il fiume Giordano si congiunge con il Lago di Tiberiade. Rubin, che era originariamente un economista, ha deciso di iniziare il suo film con la scena del battesimo, allo stesso tempo mostrando foto dell’attacco al World Trade Center, per dimostrare che la crisi creata nel movimento del kibbutz non è solo individuale, ma parte di un fenomeno globale. "La crisi non è cominciata adesso," dice. "Gli avvenimenti dell’11 settembre simbolizzano il declino del capitalismo. E’ un colpo al mondo arrogante. Dopo che un uomo subisce un attacco di cuore, egli comincia a vedere che nella vita ci sono cose più importanti del denaro. E’ questo che pensarono gli abitanti di Degania cent’anni fa. Erano cresciuti nelle case borghesi dell’Europa Orientale, ma i pogrom li svegliarono."
"Nel 1905, in seguito alle sommosse a Kishinev (in quella che è oggi la Moldova), i fondatori dei kibbutz realizzarono che dovevano cam biare il loro modo di vivere. Fecero l’aliya e adottarono la "religione del lavoro," spiega Rubin . "[Questo] è un luogo mistico. C’è una ragione per cui due movimenti così importanti – il cristianesimo, che ebbe inizio come movimento sociale ebraico, ed il movimento dei kibbutz - iniziarono qui il loro percorso. Questo dà il senso che gli ebrei sono tikkun olam e si prendono cura l’uno dell’altro." Oggi, dice , c’è una regressione verso la privatizzazione.
Dapprima, Degania combatté per la propria esistenza. Ci volle tempo anche per il movimento sionista per abbracciare l’idea di un gruppo di gente che viveva in modo completamente collettivo, e c’erano alcuni che chiedevano il suo scioglimento. Degania era la casa di personalità come A. D. Gordon, che era mentore della poetessa Rachel, di Yosef Bosel, creatore del concetto di kibbutz e leader del gruppo Degania, che morì a 28 anni, e di Shmuel Dayan, padre di Moshe. I Dayan partirono per Degania Bet, un kibbutz adiacente che era stato costituito non per separantismo, come vuole la leggenda locale, ma semplicemente perché il piano iniziale era di chiamare tutti i kibbutz "Degania," un nome che viene da "dagan" (cereale.) Un terzo Degania, Degania Gimel, fu sciolto poco dopo la sua costituzione ed i suoi membri fondarono il kibbutz Ginegar. Da allora, sono stati costituiti circa 264 altri kibbutz.
Fino ad oggi, circa il 70 percento dei kibbutz sono stati privatizzati, ed altri 5% hanno adottato vari modelli di privatizzazione. Il film di Rubin accompagna il processo di privatizzazione che subì Degania nel corso di due anni. Il film, che è stato proiettato in parecchi kibbutz, ha provocato molte discussioni.
"Il kibbutz ha influito moltissimo sul mio spazio intellettuale ," dice l’ex deputato e capo di Meretz Ran Cohen, che è stato anche segretario del Kibbutz Gan Shmuel. Cohen, che arrivò come immigrante decenne dall’ Iraq, dice, "Il film rappresenta sia il sogno che la delusione. Il kibbutz non è un modello autonomo,ma un capolavoro creato dallo stato d’Israele… Abbiamo vissuto questo sogno con enorme entusiasmo."
Poi, spiega Cohen, il movimento del kibbutz ha subito una crisi. Lo"Swinish capitalism," come l’ha definito una volta il Presidente Shimon Peres, è aumentato, e l’avidità dell’individualismo ha degradato sia i valori morali che lo stato. Questo non era limitato ai kibbutz, osserva. "Nel caso di Degania, era il surplus di denaro; in altri casi, dove falliva l’economia del kibbutz , la prassi era di mandare la gente a lavorare fuori, in modo che non vivessero come parassiti."
Cohen dice che non pensa che "ci sia mai stata una società umana più eccitante, più affascinante o superiore al collettivo del kibbutz ." E’ un bene che non viva più in un kibbutz, continua, così non devo subire il processo di privatizzazione.
"Ci sono kibbutz dove gli avidi non voglio condividere il loro denaro, e ci sono kibbutz che decidono 'qualunque cosa succeda, non ci scioglieremo'" dice Rubin, che – contrariamente alle sue speranze – ha trovato il processo di privatizzazione negativo. "Nella maggior parte dei casi, gli iniziatori della privatizzazione sono persone potenti, ricche e avide che dicono, 'Se non privatizziamo, falliremo.' E’ un sistema molto impulsivo. Da una parte, ci sono i membri utilitaristi, dall’altra ci sono i membri che vogliono la collettività."
La Dr. Shosh Hadar di Degania, veterinaria e giovane madre che si è trasferita in kibbutz dalla città, era tra quelli che cercavano di mantenere il kibbutz come collettività. "Anche se poteva essere una delle maggiori beneficiarie della privatizzazione," dice Rubin, " preferiva il concetto di "arevut hadadit" [preoccupazione reciproca] al denaro."
E’ passato un anno da quando il processo di privatizzazione a Degania è cominciato. Tecnicamente, il kibbutz si è sciolto, ma i suoi servizi sociali sono ancora gestiti collettivamente . Nella prima votazione i sostenitori della privatizzazione vinsero per nove voti. Ad ogni famiglia furono promessi 180.000 shekel dai fondi del kibbutz. La decisione successiva fu presa quasi all’unanimità. "Sono ancora nel bel mezzo del processo e non possono rendersi conto appieno del suo significato," dice Rubin, un ex cittadino che ora vive nel Moshav Zerufa. "Con 180.000 shekel posso acquistare una nuova macchina, pagarmi delle cure dentarie, comprare qualche vestito e basta. Non si rendono conto del significato dei servizi offerti loro gratuitamente in quanto membri del kibbutz , come la casa di riposo per anziani o la piscina. Il kibbutz ha una qualità di vita che è invidiata dalle città.
"La privatizzazione èun terremoto. Io viaggio per i kibbutz con il mio film, e dopo la proiezione ci sono discussioni che durano due, tre ore - discussioni che provocano dure argomentazioni sia da parte dei sostenitori che degli obiettori. Io non vedo alcun dibattito ideologico in Israele che sia serio come quello che si svolge nei kibbutz," dice ancora Rubin.
Come i kibbutz, la Cinematheque di Tel Aviv, che ha ospitato la prima proiezione del film, era piena di controversie, specialmente quando Israel Oz, capo dello staff di cordinamento dei kibbutz, che ha aiutato a facilitare la privatizzazione di circa 10 kibbutz, ha parlato francamente. Oz ha detto che "molti processi terribili si stanno compiendo nei kibbutz; ci sono molti mali e varie difficoltà." Un sessantenne si è alzato e ha gridato: "Il kibbutz è una società esemplare! Vorrei che tutto Israele fosse così!" e si è precipitato fuori dalla sala proiezioni.
Oz sosteneva che la privatizzazione permette ai membri del kibbutz di godere di una libertà che prima non avevano. "In passato,un piccolo gruppo [quelli che lavoravano] dettava la vita di molti. Niente più membri che vivono comodamente senza lavorare. La privatizzazione permette alle persone di essere padrone della propria vita. "Arevut hadadit" è diventata un’ irresponsibilità. Ottanta percento delle famiglie che ho visto nei kibbutz che abbiamo privatizzato non faceva niente per guadagnarsi il pane, mentre il rimanente 20% provvedeva per tutti gli altri."
Tuttavia, ha detto Oz , lui non crede che ci sia una "rottura"nella società del kibbutz . Il sogno del kibbutz è stato un successo, insiste. Finché la società israeliana ha visto il kibbutz come un modo di trasformare in realtà il sogno di uno stato ebraico, è stato usato. "Ma in seguito, quando lo stato ha detto 'Basta, ti abbiamo usato e adesso ti eliminiamo, è stata la fine," ha dichiarato Oz , aggiungendo che il movimento del kibbutz non era riuscito a sostenersi.
Elisha Shapira, membro del Movimento collettivo, e Nechemiya Rafell, segretario generale del movimento dei kibbutz religiosi, non sono d’accordo. "I veri parassiti sono quelli che ricevono enormi stipendi, non quel 10% che non lavora," dice Shapira infuriato, come se questo fosse un voto sul destino del kibbutz Ein Hashofet dove vive. "Il sionismo non è altro che un grande programma di finanziamento con l’unico scopo di sistemare gente in Israele in modo che possano vivere la loro vita normalmente," continua Shapira. "Il cambiamento del '77 [in cui il Likud sotto Menachem Begin vinse le elezioni alla Knesset ] abolì i sussidi monetari e danneggiò tutta l’economia. Negli anni '70, Israele era tra lesocietà più sviluppate ed egualitarie. Vent’anni dopo, è leader di ineguaglianza sociale e il movimento dei Kibbutz segue obbedientemente."
Rafell, che correva per un posto nella lista Habayit Hayehudi alla Knesset, dice: "La collettivita è uno dei valori fondamentali dell’ebraismo." Effettivamente, secondo il Dr. Shlomo Getz, capo del Kibbutz Research Institute all’Università di Haifa, i kibbutz religiosi, dove lo stile di vita tende ad essere più modesto, subiscono meno crisi economiche ed hanno meno desiderio di privatizzazione.
Getz afferma che: "I kibbutz hanno scelto la soluzione capitalistica, in vista di un neo-liberalismo rafforzante. Se la crisi fosse avvenuta oggi, i kibbutz avrebbero potuto scegliere altre strade." Getz dichiara, tuttavia, che "La maggior parte dei membri dei kibbutz sono soddisfatti della privatizzazione, ma non ci sono prove che il cambiamento abbia migliorato o anche modificato lo stato economico dei kibbutz." Egli ha sottolineato che l’aspetto della soddisfazione dei membri del kibbutz per la privatizzazione è stato studiato da ricercatori americani che non erano assolutamente collegati con il movimento del kibbutz .
Rubin dice che ha portato i suoi film in kibbutz che non sono stati privatizzati, in posti come Bar-Am, Ein Shemer, Sde Boker e Ein Hashofet, i cui membri sono stati colpiti dal recente crollo economico mondiale. "Fino ad oggi, gli occhi della gente erano verdi d’invidia, fissi sulla borsa ed il mondo. Si chiedevano, 'perché non partecipiamo alla festa capitalista che si svolge in città?" dice. "Essi non si rendono conto che in città si può non riuscire a sbarcare il lunario. Improvvisamente… tutti realizzano che non è proprio una grande festa. L’attuale crisi economica porta con se grandi timori, e la gente si trova di nuovo a cercare la collaborazione. Sentono che anche se c’è uno svantaggio economico [nella collettività], nel kibbutz avranno sempre i loro compagni. E’ solo che dovranno lavorare di più."
Messi in ombra dalla crisi economica mondiale, ma non ancora al punto di non ritorno, molti kibbutz sono occupati a fare un esame di coscienza. "La prima volta che ho mostrato il mio film ai membri di Degania, ci sono stati discussioni accalorate ed è stata richiesta una seconda proiezione," Rubin conclude. "Abbiamo avuto una seria conversazione che è durata cinque ore. Verso la fine della notte, un giovane di 24 anni si èalzato e ha chiesto, 'Perché non abbiamo fatto questa discussione durante il processo di privatizzazione? Perché è stato necessario vedere un film per farla?'
"I kibbutznik (membri del kibbutz) non si rendono conto che il denaro che hanno ricevuto dalla privatizzazione sarà sparito tra due anni… Io credo che i kibbutz possano ancora cambiare qualcosa, hanno la base giusta per farlo."

 Jerusalem Post


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