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31 agosto 2011

La Guerra Sfiorata A Gaza:i Retroscena Di Un Conflitto Mancato Grazie Al Buon Senso Israeliano

 

I piani dell’attacco a Gaza sono pronti ormai da mesi negli uffici del Ministero della Difesa israeliano. E quando giovedì 18 agosto i terroristi della Jihad Islamica hanno compiuto l’attentato ad Eilat, le cartelle con i piani sono subito finite sul tavolo del Ministro Ehud Barak.

Il piano è terribile e prevede un attacco massiccio su più fronti (da terra, dal cielo e dal mare) da compiersi con estrema velocità. Nel giro di poche ore tutte le infrastrutture militari di Hamas (già perfettamente individuate) sarebbero state distrutte. Allo stesso tempo tutti i missili, specie quelli a lungo raggio, che il nemico sarebbe riuscito a lanciare verso Israele, sarebbero stati intercettati e distrutti dal sistema Iron Done. L’esercito era già pronto. Molti militari della riserva erano stati richiamati o messi in stato di pre-allarme. Tutto faceva pensare che da un minuto all’altro l’esercito israeliano sarebbe entrato a Gaza anche perché i missili piovevano come noccioline. Hamas non avrebbe avuto scampo. Nemmeno il tempo di un respiro e tutto sarebbe finito. Questa volta l’IDF non avrebbe ripetuto gli errori commessi in Libano e, in parte, nell’Operazione Piombo Fuso.

Poi, quando il conto alla rovescia per l’attacco era già iniziato, successe qualcosa di imprevisto. Mentre l’Egitto iniziava una trattativa segreta con i leader di Hamas e con Gerusalemme, un rapporto del Mossad arriva sulle scrivanie del Premier e del Ministro della Difesa israeliani. In quel rapporto si evidenzia con chiarezza che la leadership di Hamas era rimasta effettivamente molto sorpresa dell’attentato di Eilat. Nessuno ne sapeva niente o se lo aspettava. Addirittura il rapporto parlava di “grande imbarazzo della leadership di Hamas”. A quel punto il Premier il Premier israeliano in persona ordina responsabilmente di interrompere il conto alla rovescia per l’attacco per dare tempo alla intelligence di capire cosa effettivamente fosse successo. Un secondo rapporto del Mossad evidenziava come da mesi i servizi israeliani si aspettavano un attacco del genere (tutti erano stati avvisati) anche se si prevedeva qualcosa nel Sinai e non i territorio israeliano. Lo stesso rapporto evidenziava come a organizzare quegli attentati fossero elementi estranei ad Hamas e probabilmente riconducibili ad ambienti vicini o finanziati dagli iraniani. L’obbiettivo era semplice: distogliere l’attenzione dalla Siria, aprire un nuovo fronte a sud e allo stesso tempo aprire una campagna denigratoria verso Israele, cosa che in un momento in cui tutto il mondo islamico è in subbuglio, avrebbe avuto effetti devastanti per Gerusalemme. Un terzo rapporto dell’intelligence israeliana faceva notare come Teheran avesse deciso di interrompere il flusso di denaro verso Hamas in quanto il gruppo terrorista palestinese non avrebbe ottemperato alle richieste iraniane di commettere attentati contro Israele allo scopo di raggiungere gli obbiettivi di cui sopra. Dal rapporto si evidenzia come Teheran stia invece finanziando a grandi mani la Jihad Islamica. Messi insieme i pezzi, il Premier israeliano in accordo con il Ministro della Difesa, ha deciso responsabilmente di interrompere in maniera definitiva il conto alla rovescia per l’attacco a Gaza.

Quindi, solo il comportamento estremamente responsabile del Premier israeliano ha evitato una nuova guerra con Gaza. Certo, l’intelligence ha avuto il suo ruolo importante, tanto che la prima reazione israeliana è stata quella di colpire chirurgicamente la leadership della Jihad Islamica e non Hamas. Un altro fatto certamente importante è stato senza dubbio la valutazione di quelle che sarebbero state le conseguenze di un attacco a Gaza sulla situazione in Egitto dove la Fratellanza Musulmana, alla quale Hamas si ispira, controlla ormai la piazza. Un eventuale attacco, per quanto legittimato dal continuo lancio di missili su Israele, avrebbe infiammato l’Egitto mettendo in pericolo l’attuale leadership egiziana che, sebbene non propriamente amica di Gerusalemme, è quantomeno disposta a rispettare gli accordi di pace di Camp David e i rapporti di buon vicinato.

E’ molto seccante quindi vedere i soliti avvoltoi filo-islamici (Amnesty International e Human Rights Watch in primis) parlare di “risposta sproporzionata israeliana all’attentato di Eilat”. Israele si è comportato in maniera assolutamente responsabile facendo di tutto per evitare una nuova guerra, come magari a Teheran speravano, e colpendo chirurgicamente gli autori dell’attentato.

Sarah F.

© 2011, Secondo Protocollo




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31 agosto 2011

Terrorismo “legittimo” e “giustificato”

 

Con vari argomenti, talvolta contraddittori, gli editoriali della stampa araba hanno elogiato e/o giustificato l’attentato multiplo perpetrato a sangue freddo, giovedì 18 agosto, sulla strada per Eilat, nel sud di Israele, da terroristi penetrati attraverso il confine col Sinai egiziano (8 israeliani uccisi, quasi tutti civili), attentato che a sua volta ha innescato quattro giorni di lanci di razzi e mortai dalla striscia di Gaza e relative reazioni dell’aviazione israeliana contro le basi del terrorismo. Quelli che seguono sono alcuni brani tratti dai principali editoriali.

AL-GUMHOURIYYA: L’AGGRESSIONE D’ISRAELE HA SCATENATO L’ATTACCO E L’INSTABILITÀ IN TUTTO IL MEDIO ORIENTE
Scrive l’editoriale del quotidiano egiziano Al-Gumhouriyya: “Israele, specie sotto l’attuale governo estremista e razzista, ha seppellito tutte le iniziative di pace, obbedendo alla sua politica di aggressione e insediamento che ha minato la stabilità non solo in Israele e nei territori palestinesi, ma in tutto il Medio Oriente. La pace è legata alla giustizia, cosa che fa totalmente a pugni con le azioni aggressive ed estremiste di Israele, e le sue posizioni di intransigente rifiuto che bloccano tutte le iniziative di pace e spalancano la porta alla diffusione dell’estremismo e della violenza, che vediamo in tutta la regione e che non è appannaggio di una parte in particolare”.
(Da: Al-Gumhouriyya, 19.8.11)

AL-JAZIRAH: UN’OPERAZIONE GIUSTIFICATA E LEGALE
Scrive il quotidiano saudita Al-Jazirah: “Ieri Israele ha visto una delle intifade palestinesi quando dei palestinesi hanno condotto due attacchi a sorpresa “fidai” [di auto-sacrificio] con razzi e kalashnikov contro due autobus e altri veicoli israeliani presso la città di Eilat, nel sud della Palestina occupata [sic], causando morti e feriti gravi. Questi due attacchi “fidai” servono per ricordare agli israeliani che i palestinesi non hanno abbandonato le valide operazioni di auto-sacrificio, anche se di recente si erano limitati a bersagliare gli israeliani coi lanci di razzi dalla striscia di Gaza. Si tratta di un’operazione legale e giustificata, a dispetto delle esagerazioni dell’occidente e delle ingiuste definizioni che esso applica a questo nobile atto di “fidai”. Un’operazione che mirava a ripristinare i legittimi diritti palestinesi che vengono negati anche da coloro che si definiscono mediatori, ma non sono altro che falsi alleati.”
(Da: Al-Jazirah, 19.8.11)

AL-SHARQ: CHE C’È DI MALE A CONDURRE CONTEMPORANEAMENTE NEGOZIATO E LOTTA ARMATA?
Scrive il quotidiano del Qatar Al-Sharq: “Con un’operazione che ha rinnovato la pressione sul terreno da parte della resistenza palestinese sulle autorità d’occupazione e che riporta la causa palestinese in primo piani nell’agenda internazionale, la resistenza ha colpito due autobus carichi di soldati [sic] e alcuni altri veicoli in viaggio verso la località turistica di Eilat, sul Golfo di Aqaba, con un sofisticato attacco che ha causato decine di morti e feriti. Questa triplice e simultanea operazione di “fidai” [auto-sacrificio] ha scioccato Israele per il suo carattere fulmineo, la sua aggressività e per le implicazioni militari e politiche.[…] I palestinesi sono ora determinati a perseguire la via della lotta armata, che avevano abbandonato per un po’ a causa di una cattiva gestione dei loro diritti storici. Non c’è nulla di male nell’avanzare le richieste politiche dei palestinesi e allo stesso tempo imprimere un’escalation alla resistenza armata contro l’occupazione come leva nelle mani dei negoziatori palestinesi allo scopo di strappare con la forza i diritti dei palestinesi dalle fauci dell’occupazione e alle Nazioni Unite”.
(Da: Al-Shar, 19.8.11)

AL-HAYAT AL-JADIDA: ISRAELE È SCIOCCATO, IL TERRORISMO È SOLO UN PRETESTO, FINALMENTE CROLLANO I REGIMI ARABI CHE TUTELAVANO I SUOI CONFINI [DEL ’67…]

Scrive Hafez Al-Barghouti, direttore del quotidiano dell’Autorità Palestinese Al-Hayat Al-Jadida: “A settembre Israele vuole vederci occupati in rappresaglie e combattimenti così da intralciare il nostro tentativo e allontanarci dal nostro principale obiettivo, che è quello di ottenere il riconoscimento internazionale. Il governo Netanyahu non ne poteva più della calma, così ha iniziato a far trapelare notizie di una possibile invasione di Gaza e di preparativi militari per una terza intifada, anche se noi non avevamo annunciato nessun desiderio o progetto di lanciare una terza intifada. Evidentemente il governo israeliano vuole cancellare la memoria dei crimini economici [sic] che commette contro i cittadini israeliani commettendo crimini contro i palestinesi, giacché la pace e la calma sono i nemici di questo governo. Ha bisogno di inventarsi scuse per creare tensione affinché gli israeliani dimentichino i loro problemi e focalizzino l’attenzione solo sulla minaccia esterna. Netanyahu e Lieberman pregavano per un’operazione come l’attacco di ieri a Eilat. Comunque sono rimasti scioccati dalle sue dimensioni e della sua meticolosa preparazione. Questa operazione dà un'idea di che cosa può accadere ai confini fra Israele e i paesi arabi dal momento che i regimi che facevano la guardia a quei confini stanno crollando uno dopo l’altro, e Israele non avrà nuovi guardiani a meno che non si sottometta alla pace e abbandoni la sua impresa di insediamento razzista”.
(Da: Al-Hayat Al-Jadida, 19.8.11)

(Da: Memri, 19.8.11)




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31 agosto 2011

Recenti reperti archeologici gettano nuova luce sugli ultimi giorni prima della distruzione

 
Una spada e una menorah
Una spada appartenuta a un soldato romano, col suo fodero, e l’incisione di una menorah del Tempio su un oggetto di pietra: questi gli ultimi reperti che sono stati trovati durante i lavori che la Israel Antiquities Authority sta compiendo nel canale di drenaggio risalente a duemila anni fa, tra la città di David e il parco archeologico di Gerusalemme.
Il canale venne usato dagli abitanti Gerusalemme come nascondiglio e rifugio dai romani durante la distruzione del Secondo Tempio (I sec e.v.).
Nel corso dei lavori che la Israel Antiquities Authority sta effettuando nell’antico canale di drenaggio di Gerusalemme, che inizia alla vasca di Siloam e corre dalla città di David al parco archeologico vicino al Muro Occidentale, sono stati recentemente trovati notevoli reperti che gettano nuova luce sulla storia della distruzione del Secondo Tempio. Gli scavi vengono condotti per la Israel Antiquities Authority in collaborazione con la Nature and Parks Authority e sono finanziati dalla City of David Foundation.
Recentemente è stata rinvenuta una spada di ferro vecchia di duemila anni, ancora nel suo fodero di pelle. Sono state trovate anche parti della cintola che reggeva la spada. Secondo i direttori degli scavi Eli Shukron, della Israel Antiquities Authority, e Ronny Reich, dell’Università di Haifa, “sembra che la spada appartenesse a un fante della guarnigione romana di stanza in terra d’Israele allo scoppio della Grande Rivolta contro i romani nel 66 e.v. E’ sorprendente il buono stato di conservazione della spada: non solo la sua lunghezza (ca. 60 cm), ma anche la conservazione del fodero in pelle (un materiale che generalmente si disintegra rapidamente) e di parte della sua decorazione”.
Nel terreno sottostante la strada, sul lato del canale di drenaggio, è stato poi trovato un oggetto di pietra decorato con una rara incisione di una menorah. Secondo Shukron e Reich, “è interessante il fatto che, sebbene si tratti di una rappresentazione del candelabro a sette braccia, qui ne compaiano solo cinque. Anche il disegno della base della menorah è estremamente interessante perché mostra qual era l’aspetto della enorah originale, che sembra fosse a forma di tripode”.
Importante anche il fatto che l’oggetto di pietra sia stato rinvenuto nel punto finora più vicino al Monte del Tempio. I ricercatori suppongono che un passante, vedendo la menorah e colpito dalla sua bellezza, abbia inciso le sue impressioni su una pietra e in seguito abbia buttato il suo “schizzo” sul bordo della strada, senza immaginare che la sua creazione sarebbe stata ritrovata duemila anni dopo.
(Da: MFA, 08.08.11)




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31 agosto 2011

Giornata della cultura ebraica. Perchè invitare Moni Ovadia è un errore

Ho letto con meraviglia mista a delusione l' annuncio della presenza di Moni Ovadia alla manifestazione capofila della Giornata della cultura ebraica di quest'anno, giustificato anche su  "Pagine ebraiche" nella forma inconsueta di una risposta dell'organizzatore David Parenzo alla lettera di protesta di un lettore. Parenzo auspica "ut scandalia eveniant" su questa presenza ed è il caso di accontentarlo. E' vero innanzitutto quel che scrive il lettore: La Giornata si suppone fatta per "comunicare all'opinione pubblica la realtà dell'ebraismo italiano". Benché organizzato a livello europeo, la Giornata da noi è un biglietto da visita, una presentazione pubblica della cultura, dunque anche dei valori dell'ebraismo, come lo si intende in Italia.


Capita  dunque che alla sua manifestazione principale della Giornata, quella che si svolge a Siena, la comunità organizzatrice di Firenze inviti una persona la quale usa scrivere sui giornali che "in Israele c'è al governo una coalizione sostenuta da razzisti e da fanatici religiosi colonialisti" ("L'unità" 14.10.10) tanto che "ha condannato i palestinesi a diventare cittadini di seconda classe espropriandoli giorno dopo giorno delle loro terre e della loro vita con la violenza dell'occupazione e del colonialismo" (11.12.10) e "uno dei suoi più recenti provvedimenti di legge, approvati per ossequio alle componenti più reazionarie, razziste e fanatiche della sua compagine di governo, è riuscito ad esprimere una sintesi di sprezzo per la democrazia e di stupidità che merita il podio olimpionico". (16.7.11) Certamente la colpa è "del rambo Ehud Barak che nel cervello al posto dei neuroni ha proiettili." (20.8.11). Eccetera eccetera. Tutti ricordano del resto la firma di Ovadia fra quelle che patrocinavano la flottiglia di appoggio ad Hamas che si è ridicolmente impantanata in Grecia un paio di mesi fa e molti l'hanno sentito dire cose ancora più esplicite contro lo Stato di Israele, il governo attuale e praticamente tutti quelli precedenti.


Dunque, il cittadino che legge e ragiona, con le cui tasse (l'8 per mille) è pagata tale presenza, può essere autorizzato a pensare che questa possa essere la posizione della Comunità ebraica di Firenze che organizza la manifestazione, dell'Ucei che la promuove, in breve degli ebrei italiani; o almeno che questa sia considerata nell'ebraismo italiano una posizione accettabile, una delle tante nella dialettica comunitaria. Io spero e confido che non sia così, so che per molti non lo è; ma mi piacerebbe che ci fossero delle prese di posizione precise per rassicurare me (e soprattutto il resto degli italiani interessati). L'organizzazione politica degli ebrei italiani appoggia ancora Israele? Considera accettabile definire i suoi ministri "razzisti", "colonialisti", "stupidi", "fanatici" e quant'altro? Pensa che bisogna portare soccorso ad Hamas con flottiglie e altri mezzi rompendo il blocco israeliano o no? Il dubbio è lecito. Lo chiedo ai consiglieri dell'Ucei, ai presidenti delle comunità, in particolare a quella di Firenze. Lo chiedo anche a Haim Baharier, invitato anche lui a Siena, perché è il mio maestro ed è considerato tale anche da Ovadia. Ricordo con sollievo e gratitudine sue espressioni ben diverse su Israele. L'ho sentito dire una volta che tutti gli ebrei sono israeliani in esilio, e da allora ho capito meglio la mia posizione.

In realtà questa faccenda è ancora un po' peggiore di così. Perché un dissenso politico, perfino il tradimento del proprio popolo, sono problemi seri, che hanno una dignità storica se non morale. Si può discuterne. "Del buon uso del tradimento", ricordo, è un bel libro dello storico Pierre Vidal-Naquet, che cercava di rivalutare la scelta di Giuseppe Flavio di disertare il fronte della guerra contro i Romani. Ma qui, come spiega David Parenzo, che ha curato il programma per la comunità di Firenze, "il mio obbiettivo era ed è fare a Siena il tutto esaurito" o, per uscire dalla logica pura e semplice del botteghino, "diffondere la cultura ebraica e far capire quanto sia un patrimonio di tutto il Paese."  Se è questo l'obiettivo, certamente ci si può legittimamente chiedere come fa Parenzo "che c'entra Israele e la sua politica?". Già che c'entra Israele con la cultura ebraica? O meglio, che c'entra la cultura ebraica, "questa" cultura ebraica con Israele? Ecco il problema vero che pone la presenza di Ovadia a Siena, al di là del suo livore antisionista. C'entra o non c'entra la cultura ebraica, la sua cultura ebraica con Israele e con la sua identità? A me sembra proprio di no; ma proprio per questo ritengo opportuna una riflessione pacata ma un po' più profonda, che cerchi di comprendere che cosa si intenda per "cultura ebraica" oggi, a parte " i nostri monumenti e tesori ... l'immenso patrimonio artistico culturale  [ebraico, immagino] presente in Italia."


Bisogna partire proprio dal caso personale di Moni Ovadia. "apprezzabilissimo divulgatore della cultura ebraica...in grado di raccontare l'ebraismo all'esterno in modo efficace e utile per tutti noi," come scrive ancora Parenzo. Non c'è dubbio che Ovadia sia un ottimo uomo di spettacolo ed è chiaro a tutti che egli si è ritagliato una maschera da ebreo che utilizza senza troppe differenze dentro e fuori i suoi spettacoli. Per mestiere Moni Ovadia infatti "fa l'ebreo": quando racconta barzellette e quando interpreta a modo suo la storia di Babel e di Kafka, quando parla del conflitto in Medio Oriente o quando si occupa di Berlusconi. Essendo anche ebreo di nascita, essendosi trovato i giusti maestri e modelli da imitare, risulta molto "efficace"; ma si tratta comunque di una maschera teatrale – tant'è vero che il personaggio che interpreta – a teatro e nella vita - parla con pesante accento askenazita, mentre chi lo conosce sa che la sua origine è sefardita e il suo modo di parlare normalmente italiano: altri suoni, altri sapori, altri mondi, quelli della persone e quelli della maschera. Il caso  della lingua è solo un indizio, ma ce ne sono altri: la vistosa kippà vagamente arabeggiante che porta quasi sempre in testa, o le frequenti citazioni e reinvenzioni di pensieri religiosi – veri o falsi che siano, essi sono resi inautentici  o piuttosto finzionali dal fatto elementare che egli per sua stessa pubblica dichiarazione "non credente". Un ebreo non credente (o piuttosto credente solo nella rivoluzione, non nel divino) che porta la kippà e cita il Talmud – un ossimoro, una caricatura, qualcosa che comunque toglie il loro senso sia alla kippà che al Talmud.

E' un ebreo, senza dubbio; ma un ebreo sefardita che recita la parte dell'askenazita, un ebreo ateo che recita la parte del religioso, un ebreo che parla continuamente dei suoi – come dire – correligionari, ma che di fatto e apertamente privilegia dei valori politici astratti alla solidarietà con il suo popolo, anzi lo considera in maggioranza "razzista", "fanatico", "colonialista" ecc. Un ebreo, che per l'appunto, non sopporta Israele e appartiene a un mondo askenazita di favola che non c'è e non c'è mai stato. Dunque allo stesso tempo è un ebreo, ma anche la simulazione di un ebreo, lo stereotipo, la caricatura: un ebreo da teatro. Lo dico con tutto il rispetto, da vecchio frequentatore di teatri (e anche dello stesso Ovadia).

E' dunque sì un "apprezzabilissimo divulgatore", ma quel che passa per la sua macchina divulgativa ne esce trasformato, teatralizzato, svuotato, trasformato in fantasma o favola. L' ebraismo che comunica non è il banale (o serio) succedersi di funzioni e ricorrenze, preghiere e studio, testi e precetti che da millenni segna la vita degli ebrei normali, anche dei grandi geni. No, il suo ebraismo è qualcosa di assai più romantico, "un capolavoro ineguagliato: una nazione e un popolo dell'esilio, fra i confini, oltre i confini, a cavallo dei confini, una nazione non vincolata a uno specifico territorio, né a vocazioni nazionaliste" ("Il Riformista", 11.12.10)  "pura poesia e spiritualità" "cancellata dalla follia umana dalla sera alla mattina", "alcune tra le più alte vette del '900: da Freud a Kafka, da Einstein a Marx, da Mahler a Proust". ("Libero", 25.3.11). Che poi i villaggi ebraici in Ucraina e Bielorussia fossero miserabili, che vi regnasse la fame, che da un secolo prima del nazismo ci fosse una massiccia emigrazione a Ovadia, non interessa.  Ripeto, il problema non sono queste idee di Ovadia e la loro approssimazione storica (in particolare la grande rimozione della cancellazione comunista dell'ebraismo orientale, che precedette e poi completò quella nazista). Come uomo di spettacolo, Ovadia ha un diritto istituzionale alla cartapesta che rispettiamo. La barzelletta deve far ridere, la tirata deve far piangere – la verità non c'entra, conta il "tutto esaurito".

Il problema è che anche la "cultura ebraica", intesa come "monumenti e tesori" ecc. soffre dello stesso male, diciamo una visione ossificata, stereotipata, nel migliore dei casi museale, nei peggiore consumista e caricaturale dell'ebraismo. L'ebraismo come un  oggetto da divulgare, una merce culturale da promuovere, un panda cui procurare simpatia. Una visione un po' distorta, romanticizzata, aiuta – per il "tutto esaurito" e par la simpatia. E anche un certo distacco da Israele, un posto così reale da non poter essere perfetto, dove bisogna anche difendersi dagli attentati e usare le armi, una distinzione che politicamente premia nell'Italia catto-comunista. Che c'entra la leggiadra cultura ebraica "piena di tesori" con un posto dove gli ebrei lottano per non farsi travolgere?


Benissimo, il "tutto esaurito" è assicurato. Ma si tratta di una deformazione profonda della cultura ebraica vera, che è stata innanzitutto comunità e fede e pensiero e elaborazione degli ambiti della tradizione (halakhà, kabbalah ecc.). La cultura ebraica non è quella dei singoli ebrei importanti e "creativi" che per lo più hanno rifiutato l'appartenenza dei padri – come tutti quelli citati nell'elenco di Ovadia. Se è viva, è pratica dell'ebraismo e riflessione su di essa – cose che difficilmente si possono mettere in mostra. Salvo casi di sconcertante automuseificazione come quel "vero matrimonio" cui l'anno scorso "si poté assistere nell'ambito delle manifestazioni organizzate per l'Undicesima Giornata Europea della Cultura Ebraica" – almeno a credere alla cronaca del "Messaggero", 5.9.10. Tutto esaurito anche lì, immagino.


Insomma, l'invito di Ovadia annuncia per l'ebraismo italiano qualcosa di anche peggio della rinuncia a prendere le distanze dall'ostilità a Israele: una sorta di auto-spettacolarizzazione dell'agonia che a me ricorda quel racconto di Kafka intitolato "Il digiunatore": "Tutta la città si occupava allora del digiunatore; a ogni giorno di digiuno aumentava l'interesse del pubblico, tutti volevano vedere il digiunatore almeno una volta al giorno [...] quando il tempo era bello la gabbia veniva trasportata all'aperto e allora erano specialmente i bambini a cui era mostrato il digiunatore" E però, la gloria passa: "Mentre prima meritava mettere su spettacoli di questo genere per proprio conto, oggi sarebbe assolutamente impossibile. Erano altri tempi, quelli."


Questo è il problema della "cultura ebraica", di essersi volontariamente trasformata in uno spettacolo per il momento popolare e dunque probabilmente domani non più. Come scrisse l'anno scorso il rav Riccardo Di Segni, della stessa manifestazione, un anno fa: "Mantova ebraica purtroppo oggi è, con i circa suoi 60 iscritti e un passato glorioso, con le Sinagoghe autodemolite, l’emigrazione, la shoà e tutto il resto, e malgrado gli sforzi dei suoi dirigenti, una comunità al limite dell’estinzione, dove il prodotto culturale rilevante è un volume sui cimiteri. Bisogna comprendere il senso allarmante di questo dato. La Giornata della Cultura rischia di diventare un’elegante passerella su un passato glorioso. Le priorità dell’ebraismo italiano che malgrado tutto è vitale sono altre."


L'ebraismo italiano rischia oggi di virtualizzarsi, di trasformarsi in simulazione di se stesso, di non avere più una cultura, sia in senso antropologico (le pratiche ebraiche che riguardano una percentuale sempre molto bassa delle nostre comunità) sia nel senso "alto", di produzione culturale vera e di ebraismo vero. In cambio si rappresenta sempre più come folkloristico, come produttore di barzellette, come innocuamente pittoresco e simpatico, ben lontano dagli israeliani che hanno "proiettili al posto di neuroni" nel cervello. Così ovadizzato, trasformato in cartapesta e barbe finte e vecchie barzellette sempre uguali, otterrà certamente il "tutto esaurito, ma non ci sarà più. Come il digiunatore di Kafka infine abbandonato dalla folla e scoperto dai guardiani "sotto la paglia sporca"  "in una gabbia vuota", a "digiunare ancora" scusandosi per farlo, fino alla morte.


Ugo Volli Informazione Corretta


31 agosto 2011

I trattati di pace coi dittatori hanno durata limitata

 
Di Moshe Arens
“Quando i fatti cambiano – disse una volta il grande economista John Maynard Keynes – io cambio la mia opinione; e voi?”. Ebbene, che piaccia o no, i fatti stanno cambiando. Dal Sinai egiziano, un paese che ha firmato un trattato di pace con Israele, cellule di terroristi si infiltrano in Israele per uccidere cittadini israeliani. E il governo egiziano, la giunta militare subentrata alla dittatura di Hosni Mubarak, non ha la volontà o la capacità di garantire la pace alla frontiera israelo-egiziana. E può ben darsi che seguano altri attentati terroristici provenienti dal Sinai.
I diamanti saranno anche per sempre, ma i trattati con i dittatori non lo sono di certo. Hanno durata limitata: durano finché dura la dittatura. E di questi tempi sono ben lungi dal durare “per sempre”.
Sono ormai trentaquattro anni che Israele ha accettato di restituire tutta la penisola del Sinai all’Egitto nel quadro dell’accordo di pace firmato da Menachem Begin e Anwar Sadat. Anche se molti non amano ricordarlo, Sadat era un dittatore. Il trattato di pace sopravvisse al suo assassinio, quattro anni dopo, quando venne sostituito da Mubarak. Se sopravvivrà anche alla caduta di Mubarak, al momento non è ancora chiaro.
Quando quel trattato venne stato firmato, i dittatori arabi erano considerati una caratteristica permanente del panorama mediorientale. Sembrava del tutto ovvio che Israele dovesse fare la pace coi dittatori arabi e che la formula per fare la pace con loro fosse “territori in cambio di pace”: cedere asset territoriali strategici in cambio della pace con un dittatore. Che la pace equivalesse a sicurezza era considerata praticamente una tautologia. I dittatori erano famosi per la loro capacità di imporre la propria volontà ai rispettivi popoli. Se vogliono far rispettare un trattato che hanno firmato, si può contare su di loro.
Come c’era da aspettarsi, Israele, che è una democrazia, ha accolto con favore la caduta delle dittature nei paesi vicini e ha visto con soddisfazione la “primavera araba” portare nuove libertà nel mondo arabo. Negli ultimi mesi, tuttavia, abbiamo dovuto constatare, con grande costernazione, che la caduta di dittatori arabi può portare con sé caos e anarchia, e la minaccia dell’ascesa al potere della Fratellanza Musulmana.
In una serie di occasioni, negli anni scorsi, diversi governi israeliani arrivarono molto vicini a stringere un accordo di pace con il dittatore siriano Hafez al-Assad, pronti a scambiare le alture del Golan in cambio di una pace con lui. Oggi possiamo dirci fortunati che un trattato di quel genere non sia mai stato firmato. Altrimenti oggi ciò che sta accadendo nel Sinai starebbe accadendo anche sulle alture del Golan.
Non abbiamo molta altra scelta se non attrezzarci per la continuazione di una situazione tutt’altro che piacevole, e sperare che chiunque governerà sull’Egitto negli anni a venire si attenga al trattato di pace con Israele, e si renda conto che mettere fine al caos nel Sinai è interesse comune di entrambi i paesi.
Ma la cosa più importante è capire che i fatti sul terreno tutt’attorno a noi stanno cambiando e che possono riservarci ulteriori cambiamenti. È tempo di riconsiderare le idee preconcette. Questo non è il momento di gettare al vento la cautela. Non è il momento per ritiri sulle linee armistiziali del 1949 [le cosiddette linee del ‘67]. Questo non è il momento per “iniziative politiche audaci”. È il momento di guardare e aspettare di vedere come le cose andranno a finire. È il momento di pensare come intendiamo garantire la sicurezza dei cittadini israeliani nella parte meridionale del paese contro i quotidiani lanci di razzi, e come garantire che quelli che vivono nel nord e nel centro del paese non finiscano nella stessa situazione. Il sistema anti-missili “Cupola di ferro” è una grande conquista tecnologica, ma da solo non può bastare.
(Da: Ha’aretz, 23.08.11)

“Che succederà quando i Fratelli Musulmani arriveranno – perché ci arriveranno – al governo? La politica egiziana sta uscendo dai suoi binari tradizionali e prima o poi la Fratellanza porrà la questione: che fare dei trattati con Israele? O si stracciano o si congelano: non c'è altra opzione”. Lo ha detto Mordechai Kedar, esperto di popoli arabi all'Università Bar-Ilan, al Corriere della Sera (22.8.11), ed ha aggiunto: “Gli islamici sanno di non essere pronti a una guerra con Israele e che la manutenzione dell'arsenale egiziano dipende dai dollari, dagli euro, dai rubli. Piuttosto, punteranno a rifornire d'armi Gaza. La giunta militare sostiene chi la piazza vuole che si sostenga. Nella società egiziana, l'odio per Israele è una cosa profondissima, che sconfina spesso nell'antisemitismo. La piazza vuole che Israele sia incenerito, nient'altro. E sarà la piazza a dettare l'agenda politica. Anche se il prossimo 20 settembre l'Onu votasse il nuovo stato palestinese, e Israele lo riconoscesse, che vuole che importi ai Fratelli Musulmani? Per loro, il problema non è un chilometro in più di terra: il punto è che Israele non deve esistere. Il messaggio viene ripetuto ogni settimana, nelle moschee egiziane. E nessuno lo contesta”.

Nelle foto in alto - Una scuola di Beer Sheva colpita da un razzo Qassam palestinese lo scorso 21 agosto. Manifestanti egiziani davanti all’ambasciata israeliana al Cairo; sul foglio: “Noi odiamo Israele”




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30 agosto 2011

suoi ultimi cinque compleanni in mano ai terroristi



 c'è un ragazzo venticinquenne - un cittadino onorario di Roma - che ha passato i suoi ultimi cinque compleanni in mano ai terroristi. Per lui niente candeline, auguri su Facebook (che vista la durata della prigionia, probabilmente, non sa neanche cosa sia), barbecue e humus per celebrare questa giornata. Tanto meno regali o tirate di orecchie affettuose da parte di mamma e papà. Gilad Shalit, cittadino israeliano, romano e parigino, gli ultimi 1890 giorni della sua vita, li ha passati a fare l'ostaggio degli estremisti palestinesi di Hamas (gli stessi che a settembre vorrebbero dichiarare la nascita di uno Stato palestinese).
Gilad Shalit, però, è qualcosa di più che un giovane adolescente rapito in territorio israeliano mentre garantiva la sicurezza dei suoi concittadini: Shalit è la chiara rappresentazione del fatto che per gli estremisti qualsiasi mezzo giustifica il fine. La dimostrazione del fatto che le relazioni con i terroristi di Hamas - riconosciuti come tali anche dall'Unione Europea - non si basano mai sullo scambio o il confronto, ma sempre e comunque sul ricatto. Su quell'imposizione del proprio credo finalizzata al raggiungimento di un successo scritto nero su bianco: "Distruggere Israele".
Ma non solo. Ciò che la prigionia di Gilad Shalit ci ricorda ogni singolo giorno è che il ricatto di Hamas a Israele rischia di essere, se non saremo compatti, lo strumento che ci potremmo trovare a fronteggiare noi, vicini di casa dell'unica democrazia medio orientale, domani. Se non saremmo, infatti, capaci di dire "no" a quel sistema di Hamas fondato sul ricatto e sulla volontà di distruggere Israele, saremmo noi stessi a scoprirci prigionieri di un sistema folle capace di imporsi solo attraverso la paura. Un sistema tanto anarchico, folle, estremista e fondamentalista da non permettere a nessuno, nemmeno alle organizzazione umanitarie, di visitare il giovane Gilad e di fargli recapitare una semplice lettera di mamma e papà.
Tuttavia guai a dimenticare che se la paura è il mezzo, il successo è il fine. E allora non giustificare in alcun modo l'agire di Hamas, e ribadire - a cinque anni dal rapimento - la propria vicinanza ai famigliari di Shalit non è solo un semplice segnale politico, ma un fallimento fattuale dell'agire ricattatorio di Hamas che, comunque vada a volgere questa vicenda, ne uscirà perdente.
Intanto, caro Gilad, qui in Italia c'è chi pensa a te. Sul sito www.shalit.it migliaia di cittadini hanno firmato per chiedere la tua liberazione; l'Unione dei Giovani Ebrei Italiani ha messo la tua foto sulla propria home page e a breve organizzerà un evento per ribadirti la propria vicinanza; Franco Frattini (ministro degli Esteri), Renata Polverini (governatrice del Lazio), Nicola Zingaretti (presidente della Provincia di Roma), Gianni Alemanno (sindaco della Capitale) e Riccardo Pacifici (Presidente della Comunità Ebraica di Roma), ti fanno i propri auguri. Come loro, e come tante altre persone di buon senso, anche io voglio farti degli auguri che non puoi leggere. Lo faccio nella speranza che l'anno prossimo tu possa essere con noi nelle tue tre capitali: Gerusalemme, Parigi e Roma.http://libero-news.it/blog.jsp?id=1657




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30 agosto 2011

L'Iran chiede alla Siria di interrompere la repressione della popolazione

Mahmoud Ahmadinejd che invita Bashar al Assad a riconoscere alla popolazione siriana diritti e rivendicazioni. Pensavamo che, finora, avesse dato solo suggerimenti su come soffocare meglio nel sangue le manifestazioni. Quando il bue dice 'cornuto' all'asino ...

TEHERAN — L'Iran, alleato strategico della Siria, ha invitato ieri il governo di Damasco a riconoscere le «legittime rivendicazioni del suo popolo». L'appello, rivolto dal ministro degli Esteri, Ali Akbar Salehi, segna una svolta rispetto alla posizione tenuta finora dal regime dei mullah, che ha sempre condannato le rivolte anti-Assad come complotto dell'Occidente. Le parole di Salehi sono il primo segnale pubblico del crescente disagio di Teheran per le possibili ripercussioni della crisi siriana nella regione.

Corriere della Sera/Informazione corretta


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30 agosto 2011

Spie in minigonna, le bellezze del Mossad addestrate a vincere le torture

Le 007 donna hanno sempre scatenato l'immaginazione di letteratura e cinema, ma quelle della Germania Est erano reclutate perchè brutte, zitelle e cattive. Micidiali come quelle dei servizi segreto israeliani. Ma queste invece sono belle. Da far paura

 

Negli anni della Guerra fredda a est le spie piacevano gelide. Soprattutto all'Hva il servizio di informazione della Germania Orientale. Le reclutava con precisi criteri estetici: bruttine, sciupatine, frustrate quanto basta. Eppure efficientissime, micidiali. Come Sonja Silvia Goesch, berlinese, diplomata parrucchiera, con un viso d'aquila e un corpo da corazziere. Diventò segretaria del ministro e leader liberale Martin Bangermann. Non si fece mai notare, non commise mai il minimo errore, la scoprirono solo quando il muro venne giù. O come Ursula Richter, che usò per anni il suo ruolo di contabile dell'Unione profughi dell'Est per reclutare spie da infiltrare a Ovest. O Margareth Hoecke, dall'aria più zitella che single, che travestita per anni da impiegata negli uffici della presidenza della Repubblica tedesca passò tutto il passabile al nemico. Racchie, zitelle e cattive. E fredde come la guerra che combattevano.


Spie belle da far paura sono sempre state invece le israeliane. Una delle più spettacolari che ormai fa parte della leggenda è Lily Kastel che entra nel Mossad nel 1954 ma realizza il suo capolavoro quindici anni più tardi: nel 1969 travestita da turista americana si infiltra in Irak e convince un pilota iracheno, Munir Redfa, ad accettare un milione di dollari per trasportare a Tel Aviv l'ultimo modello di caccia russo.


Ma non è male nemmeno Nima Zamar, pseudonimo di una ex agente di Gerusalemme, di nazionalità francese, brillante informatica, ingaggiata per infiltrarsi nei gruppi Hezbollah che operano nel sud del Libano e addestrata a sopportare terribili torture, a dormine saltuariamente e a reagire con freddezza alla prove più crudeli. Ha una figlia, il papà è un agente morto in missione, non si sa ora dove sia. E soprattutto chi sia.


Alla storia invece è passata Marita Lorenz, brunetta di Brema, per sette mesi amante di Fidel Castro. Finita la storia la Cia la convinse a tornare a Cuba per avvelenare il Lider Maximo «ma nel momento decisivo non ressi: lo amavo troppo. Versai il veleno nel bidet di una stanza dell'hotel Habana Libre». Il suo nome rispuntò una volta nell'assassinio Kennedy, un'altra nel Watergate. Che cosa c'entrasse ancora non si sa ...

Massimo M. Veronese


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30 agosto 2011

"Non è ancora un successo i ribelli rischiano di essere peggiori di Gheddafi"

 

di Arturo Zampaglione
La Repubblica

http://it.danielpipes.org/10078/non-e-ancora-un-successo-i-ribelli-rischiano-di

NEW YORK — Esponente di punta del pensiero neocon in politica estera, Daniel Pipes non è affatto pronto a decretare la vittoria di Nicolas Sarkozy nella "campagna di Libia", né tanto meno ad applaudire il ruolo, più defilato ma sempre importante, della Casa Bianca di Barack Obama. «Ritengo infatti prematuro parlare di successo quando ancora non sappiamo se gli insorti che hanno preso il potere a Tripoli saranno meglio o peggio di Muammar Gheddafi», ci dice Pipes, 62 anni, direttore del Middle Eastern Forum e autore di una dozzina di saggi sulle crisi medio-orientali.

Lei, Pipes, ha sempre avuto il gusto della provocazione. Ma come fa a dimenticare gli atti di terrorismo internazionale firmati dal colonnello Gheddafi? Difficilmente si potrà avere una situazione peggiore di quella degli ultimi 40 anni.

«Sono stati decenni orribili e non ho bisogno che lei me lo ricordi: nel 1981 scrissi un saggio su Gheddafi che fece scalpore in cui ricordavo e analizzavo i vari aspetti della sua tirannia. Era isolato, era un eccentrico, ma non possiamo escludere a priori che i suoi successori non siano peggiori. La realtà è che la Francia, gli Stati Uniti e la Nato hanno usato la risoluzione del consiglio di sicurezza dell'Onu per aiutare gli insorti a sconfiggere Gheddafi, sapendo però ben poco sulla nuova classe dirigente destinata a prendere il potere».

Qual è il suo timore?

«Che dietro alla rivoluzione si nascondano gli integralisti islamici e che escano presto allo scoperto trasformando la Libia in un nuovo pericolo per la pace mondiale ».

Gli stessi spauracchi venivano agitati quando la "primavera araba" ha cambiato le sorti di un altro paese, l'Egitto...

«Al tempo: so che altri lo hanno fatto, ma io non ho mai sopravvalutato il ruolo dei Fratelli musulmani in Egitto. Poi bisogna stare attenti alla definizione di "primavera araba": ritengo che in Tunisia e in Egitto ci siano stati solo dei colpi di Stato. Le masse di egiziani a piazza Tahrir hanno dato la giustificazione ai militari per defenestrate Mubarak e riprendersi il potere».

Quali sono i possibili scenari per il dopo-Gheddafi?

«Essenzialmente due: o prevalgono le correnti più aperte, moderne, liberal; o saranno i gruppi islamici a prendere il potere. Nel primo caso potremo parlare di vittoria nel vero senso della parola e potremo aspettarci ricadute positive altrove, a cominciare dalla Siria».

Se invece prevalessero gli integralisti?

«Ci sarebbero contraccolpi molto negativi, specie per paesi come l'Italia vicini alle coste libiche. Una Libia islamica potrebbe essere tentata di allearsi con l'Iran e costituirebbe una minaccia per Israele»




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30 agosto 2011

Status Quo-2 Stati: 1 a 0

Gli analisti più seri, alla domanda su quale sarà il futuro di quella che con troppa fretta è stata chiamata 'primavera araba', si guardano bene dal disegnare scenari che si limitano ad applaudire il capovolgimento dei regimi autoritari/dittatoriali, come se la trasformazione democratica fosse automatica. Il caso dell'Egitto è esemplare. La cacciata di Mubarak ha aperto diverse soluzioni, ma le forze che si sono affermate sulla piazza lasciano poche speranze in un prossimo governo meno autoritario del precedente. I segnali sono tutti negativi, l'avanzata del fondamentalismo islamico non è più nemmeno vista come un'opzione, tanto è presente nei programmi dei partiti politici che sembrano avere la maggioranza dei consensi in vista delle prossime elezioni. Ancora una volta è Israele la cartina di tornasole per capire quale sarà la strada che l'Egitto si appresta a percorrere. L'attacco al confine con il Sinai, che sta mettendo in luce la co-responsabilità dell’esercito egiziano, ha avuto quale seguito una richiesta di scuse che Israele dovrebbe presentare, come se fossero stati gli israeliani ad attaccare, mentre quella di Israele è stata una azione di legittima difesa contro dei terroristi giunti da Gaza, che hanno potuto agire indisturbati anche grazie alla collaborazione di militari con la divisa egiziana di guardia al confine.

Il secondo segnale è arrivato dall'assalto all'ambasciata israeliana al Cairo, un'azione chiaramente pilotata da forze politiche legate ai Fratelli Musulmani, che cerca di spostare l'attenzione interna sulle lotte per il potere a manifestazioni di odio anti-israeliano contro quello che fino a ieri era stato l'alleato, fino a danneggiare la stessa economia egiziana, dopo che il metanodotto che portava il gas a Israele e Giordania è stato chiuso dopo ben cinque attentati. E' in gioco il trattato di pace fra i due paesi, che Begin e Sadat avevano firmato, confermato poi da Mubarak, e che finora aveva garantito una relativa tranquillità nella regione. Resisterà alle tante richieste islamiste che lo vorrebbero cancellare?


La violenza che ha segnato il tratto caratteristico della ‘primavera araba’ ha convinto ancora di più l’opinione pubblica israeliana che il problema della sicurezza non sarà risolto da un voto dell’Onu, una istituzione da sempre sbilanciata e ostile a Israele. Anche se la richiesta di essere riconosciuto quale stato indipendente fosse approvata dall’Assemblea Generale, uno stato palestinese accanto a Israele, non dà oggi alcuna garanzia, potendosi trasformare in una nuova Gaza, governato, come è successo nella Striscia, da una entità terrorista. Il West Bank non è Gaza, le dimensioni e la vicinanza rendono per ora impossibile la scelta dell’opzione “Due popoli due stati”, almeno dopo l’esperienza di Hamas a Gaza.


Di fronte a questi segnali preoccupanti, quella che finora si autodefiniva in Israele sinistra pacifista, invece di prendere atto che è praticamente impossibile discutere di pace con chi vuole fare la guerra, e lo afferma chiaramente, è tornata a "raccomandare calma, essere concilianti e moderati il più possibile. E questo va fatto nella speranza che le fiamme non si propaghino, che le masse arabe capiscano che la pace è l' elemento chiave dell'eguaglianza, libertà e democrazia", così terminava l'editoriale di Haaretz di ieri l'altro, e sarebbe stato perfetto se avesse chiuso con un 'amen'. Le piazze arabe si stanno dimostrando, purtroppo, incapaci di altro se non il rovesciamento violento del dittatore in carica, lasciando pesanti dubbi su chi arriverà a succedergli. Invece di uguaglianza,libertà e democrazia, è la lotta tribale che sta avendo il sopravvento sulle speranze di coloro che avevano creduto che gli strumenti per conquistarle fossero contenuti in internet, pronti ad essere usati.

Israele si sta muovendo in modo pragmatico, sia davanti alle richieste di cambiamenti economici interni, in un clima di grande mutuo rispetto fra le parti, sia in campo internazionale, come ha dimostrato la conduzione della Flotilla n°2.


Fintanto che non si formerà una leadership palestinese autorevole e stabile, in grado di neutralizzare le componenti estremiste, ovvero il contrario dell’accordo Hamas-Anp, sarà lo status quo a contraddistinguere la politica israeliana nei prossimi mesi, e forse anche negli anni prossimi venturi.

Lettera da Gerusalemme di Angelo Pezzana Informazione Corretta


29 agosto 2011

Quei cinque compleanni nelle mani dei terroristi palestinesi

C'è un ragazzo venticinquenne - un cittadino onorario di Roma - che ha passato i suoi ultimi cinque compleanni in mano ai terroristi. Per lui niente candeline, auguri su Facebook (che vista la durata della prigionia, probabilmente, non sa neanche cosa sia), barbecue e humus per celebrare questa giornata. Tanto meno regali o tirate di orecchie affettuose da parte di mamma e papà. Gilad Shalit, cittadino israeliano, romano e parigino, gli ultimi 1890 giorni della sua vita, li ha passati a fare l'ostaggio degli estremisti palestinesi di Hamas (gli stessi che a settembre vorrebbero dichiarare la nascita di uno Stato palestinese).


Gilad Shalit, però, è qualcosa di più che un giovane adolescente rapito in territorio israeliano mentre garantiva la sicurezza dei suoi concittadini: Shalit è la chiara rappresentazione del fatto che per gli estremisti qualsiasi mezzo giustifica il fine. La dimostrazione del fatto che le relazioni con i terroristi di Hamas - riconosciuti come tali anche dall'Unione Europea - non si basano mai sullo scambio o il confronto, ma sempre e comunque sul ricatto. Su quell'imposizione del proprio credo finalizzata al raggiungimento di un successo scritto nero su bianco: "Distruggere Israele".

Ma non solo. Ciò che la prigionia di Gilad Shalit ci ricorda ogni singolo giorno è che il ricatto di Hamas a Israele rischia di essere, se non saremo compatti, lo strumento che ci potremmo trovare a fronteggiare noi, vicini di casa dell'unica democrazia medio orientale, domani. Se non saremmo, infatti, capaci di dire "no" a quel sistema di Hamas fondato sul ricatto e sulla volontà di distruggere Israele, saremmo noi stessi a scoprirci prigionieri di un sistema folle capace di imporsi solo attraverso la paura. Un sistema tanto anarchico, folle, estremista e fondamentalista da non permettere a nessuno, nemmeno alle organizzazione umanitarie, di visitare il giovane Gilad e di fargli recapitare una semplice lettera di mamma e papà.

Tuttavia guai a dimenticare che se la paura è il mezzo, il successo è il fine. E allora non giustificare in alcun modo l'agire di Hamas, e ribadire - a cinque anni dal rapimento - la propria vicinanza ai famigliari di Shalit non è solo un semplice segnale politico, ma un fallimento fattuale dell'agire ricattatorio di Hamas che, comunque vada a volgere questa vicenda, ne uscirà perdente.


Intanto, caro Gilad, qui in Italia c'è chi pensa a te. Sul sito
www.shalit.it migliaia di cittadini hanno firmato per chiedere la tua liberazione; l'Unione dei Giovani Ebrei Italiani ha messo la tua foto sulla propria home page e a breve organizzerà un evento per ribadirti la propria vicinanza; Franco Frattini (ministro degli Esteri), Renata Polverini (governatrice del Lazio), Nicola Zingaretti (presidente della Provincia di Roma), Gianni Alemanno (sindaco della Capitale) e Riccardo Pacifici (Presidente della Comunità Ebraica di Roma), ti fanno i propri auguri. Come loro, e come tante altre persone di buon senso, anche io voglio farti degli auguri che non puoi leggere. Lo faccio nella speranza che l'anno prossimo tu possa essere con noi nelle tue tre capitali: Gerusalemme, Parigi e Roma.

Libero-news.it


29 agosto 2011

Ad Hamas il blocco ... piace


Il mio interlocutore a Gaza non si fermava un attimo: una storia dietro l'altra, un esempio e poi altri quattro. Gli ho chiesto se non fosse rischioso parlare al telefono così esplicitamente. Non mi riferivo alla possibilità che i servizi segreti israeliani intercettassero la nostra telefonata. Per loro una discussione sui raid aerei dell'ultima settimana, responsabili della morte di diciotto persone (tra cui tre bambini), non era una novità.
E poi il mio interlocutore non stava parlando di quello. Parlava delle restrizioni agli spostamenti volute da Hamas. Un caso di cui si è parlato molto riguarda otto studenti delle scuole superiori che hanno ricevuto una borsa di studio per andare negli Stati Uniti. La settimana scorsa il governo di Hamas ha negato ai ragazzi l'autorizzazione a partire. Poco tempo prima aveva impedito a un gruppo di ragazzi di partecipare a un campo estivo… in Cisgiordania. Chi vuole andare all'estero o in Cisgiordania deve informare le autorità con almeno due settimane di anticipo.


Il blocco israeliano sulla Striscia di Gaza, che scatena proteste in tutto il mondo, non preoccupa eccessivamente Hamas, a cui interessa solo importare viveri, materiali edili e carburante. Il blocco, che recide i legami con la società palestinese in Cisgiordania (e in Israele), non ha mai preoccupato Hamas. Costruire un principato islamico è molto più facile se gli abitanti della Striscia sono confinati e non possono fare confronti con altre società.

di Amira Hass (Internazionale, 26 agosto 2011 - trad. Andrea Sparacino)



29 agosto 2011

L'antisemitismo della Croce Rossa



La Croce Rossa internazionale (CRI) ha preteso che il Magen David Adom tolga il suo simbolo dalle ambulanze, la Stella di Davide rossa. Questa è la condizione imposta alle ambulanze israeliane per poter essere associate alla Croce Rossa internazionale. La CRI rifiuta categoricamente questo simbolo ebraico sulle ambulanze della celebre istituzione israeliana.

Eppure, la Croce Rossa non è, di per sé, un simbolo religioso? E' ben noto a quale croce si riferiva Henry Dunant quando gli venne in mente di creare questa istituzione durante la battaglia di Solferino nel 1859. E poi... che non sia mai che si veda che delle ambulanze israeliane vengono in soccorso perfino dei palestinesi in Giudea e Samaria ... Vi è un sito della Federazione internazionale delle Società della Croce Rossa e della Mezza Luna Rossa; in tale sito l'altro simbolo religioso è ammesso dalla Croce Rossa... Come si potrebbe considerare questo se non come antisemitismo? Il simbolo dell'Islam è stato riconosciuto, ma la Stella di Davide... non può passare...

Questa è una decisione puramente politica, e non ha nulla a che vedere con la salvezza delle vite umane. Nelle zone oltre la linea del cessate il fuoco del 1967, il Magen David Adom (MDA) dovrà apparire bianco come la neve... senza un logo, senza nome... come da volontà della CRI.


La direzione del MDA, tuttavia, smentisce. Zaki Heller, portavoce del MDA, spiega che il simbolo deve sparire da tutte le ambulanze in circolazione nel paese. In realtà, tuttavia, si è iniziato a cancellare il simbolo sulle ambulanze in circolazione in Giudea e Samaria. A Yesha il MDA ha convocato gli autisti chiedendo loro di portare in carrozzeria i mezzi per procedere con la cancellazione del simbolo. A Kiryat Arba una ambulanza è ritornata in circolazione senza il simbolo...


Perché mai cancellare il simbolo in tutto il paese? Una cosa è certa: gli israeliani non ne sentivano affatto il bisogno. Il MDA esiste dal 1967 [in realtà il MDA esiste dal 1930, ndt].


Questo istituto, il suo lavoro ed i suoi risultati sono un simbolo molto forte per gli israeliani. Questo snaturamento delle ambulanze non può essere ben visto dalla popolazione...
Cerchiamo di non perdere di vista, comunque, che l'essenziale è salvare delle vite umane. La cosa principale è che i salvatori possano sempre migliorare la loro efficacia. Cerchiamo di sperare che se il MDA ha scelto di aderire alla CRI, lo avrà per un buon risultato.

Shirel Mignon (JForum.fr, 26 agosto 2011 - trad. Emanuel Segre Amar)


29 agosto 2011

Se gli USA non aiutano Israele, li rimpiazzerà la ... Cina


 

 

Durante il mese di agosto dalla Striscia di Gaza sono stati lanciati contro il sud di Israele più di centocinquanta missili. Solamente nella giornata di mercoledì sono stati sparati dai fedayn palestinesi almeno sette razzi qassam. All’escalation del lancio di missili contro aree abitate da civili va aggiunto l’attentato contro due autobus non lontano dalla città turistica di Eilat e la quinta esplosione – in sei mesi – del gasdotto egiziano collegato allo Stato ebraico, senza però danneggiare il ramo che rifornisce di oro azzurro Libano e Giordania.

I civili israeliani sono continuativamente minacciati, e non solo dagli storici nemici ma anche da vecchi alleati come gli Stati Uniti d’America. A Washington il senatore democratico Patrick Leahy sta promuovendo una legge per sospendere l’assistenza finanziaria americana a tre unità di élite delle Forze armate israeliane. La proposta di legge del senatore hollywoodiota (tra le comparse nel film “Il Cavaliere oscuro”) prevede tagli ai finanziamenti per l’unità Shayetet 13 della Marina israeliana, l’unità sotto copertura Duvdevan e l’unità Shaldag dell’Aeronautica militare israeliana perché “colpevoli della violazione sistematica dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati”.  Ehud Barak, ministro della Difesa israeliana e vecchio amico di Leahy, ha subito risposto: “Se un palestinese viene ferito, può rivolgersi all’Alta Corte di Giustizia: le indagini sono completamente indipendenti dall’esercito e in grado di raggiungere le più alte autorità”.

Gerusalemme, inoltre, continua a garantire la ricostruzione della Striscia e assistenza ai gazawi. Dal 7 Agosto al 13 Agosto, l'Israel Defence Forces (IDF) ha agevolato l'ingresso di 1.285 camion per trasportare 34.567 tonnellate di aiuti (come gas, materiali da costruzione, elettrodomestici, parti di ceramica, grano e altri alimenti, prodotti igienici, cucine a gas) nella Striscia di Gaza attraverso i valichi israeliani e, secondo il Coordinator of Government Activity in the Territories (COGAT), la scorsa settimana 276 pazienti sono usciti da Gaza attraverso il valico di Erez per ricevere trattamenti medici in Israele.

Se gli Usa non terranno conto di quanto a Israele costi la lotta asimmetrica al terrore, il primo avamposto dell’Occidente sarà costretto a contare anche su nuove liaison. Il 14 agosto scorso la radio militare israeliana annunciava una visita storica: quella del capo di Stato Maggiore cinese, il generale Chen Bingde. Cina e Israele hanno stabilito relazioni diplomatiche diciannove anni fa e oggi la Cina è il terzo partner commerciale di Israele. Eppure quella del generale Bingde è stata la prima visita di un capo di Stato maggiore dell'Esercito popolare cinese in Israele.

Il comunista Bingde, invitato dall’omologo israeliano Benny Gantz, ha dichiarato di essere intenzionato a migliorare il profilo militare della Terra di Mezzo, così da aumentare il ruolo diplomatico di Pechino nel Medio Oriente e nel Mediterraneo. Per Israele, invece, l’alleanza cinese risulterà importante in sede Onu, visto lo scranno permanente di Pechino nel Consiglio di sicurezza e, soprattutto, in vista della bufera diplomatica che si prevede per settembre.

Costantino Pistilli L'Occidentale


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28 agosto 2011

La fortuna di perdere l'autobus. Ad Eilat

 

Uno degli autobus colpiti dai terroristi

Quando parti per Israele i consigli sono due: non usare i mezzi pubblici, non usare i taxi collettivi. Dicerie da turismo allarmista? Non è mai tardi per dirlo. Sbarcato in aeroporto alle 14 a Eilat con un volo interno da Tel Aviv, preso proprio per evitare il tragitto in bus, l'onda di voci sull'attentato a pochi passi da qui già si lega alle voci dei turisti. Da quella della ventenne romana Silvia che commenta nella hall dell'hotel «l'ho saputo da mia madre che mi ha chiamato in panico, sono arrivata oggi in bus da Gerusalemme, ma a un altro orario. Certo, che accoglienza!», al coro disincantato di un gruppo di diciassettenni israeliani «it's Israel», dicono, e sorridono guardando la Bbc, di fianco il necessario per un party analcolico in spiaggia, coca cola e acqua a casse.

Eilat è la Rimini d'Israele, 36 gradi al sole, uno specchio di mare blu affollato di bagnanti e baretti, dalle insegne anni '90. Difficile capire se l'attentato è avvenuto volutamente qui vicino per turbare le vacanze israeliane: «Sono più di dieci anni che non accade niente qui vicino - racconta Rachel Dahan Robinson, manager del Pierre Hotel -, il terrorismo prova a colpire le aree del turismo ma queste sono tra le più sorvegliate. Per due o tre giorni alzeranno la guardia, ma poi se ne dimenticheranno, perché la gente dimentica, non hai scelta». Probabilmente non è lo stesso per Marvin Guidg, 21 anni, un ragazzo di Eilat, al secondo anno di militare, ritornato in città per il week end: «Ho perso quel bus per 5 minuti - racconta riferendosi al mezzo assaltato s u cui si trovavano altri militari come lui in libera uscita -, stavo aspettando un amico e l'ho mancato. Abbiamo fatto autostop fino a qui e l'abbiamo appreso dalla radio. Quando siamo arrivati, invece dell'unico check point previsto ce n'erano già sei attivati». E come ti senti ad averlo mancato? «Molto fortunato, ho ricevuto trenta chiamate da amici e parenti, ma sto bene. Nessuno se l'aspettava, è stata una sorpresa. Qualcuno dei miei compagni era a bordo ed è rimasto ferito, ma va tutto bene». Marvin lo dice fumando nervoso, delle grandi cuffie gialle Akg da musica sbucano dall'uniforme: «Non ci saranno più morti, è il mio unico desiderio». E intanto, alle spalle del grande centro commerciale, sulla spiaggia tutto prosegue tranquillo. A Nine Beach si prende il sole e i Red Hot Chili Peppers accompagnano l'estate. Con sudori, per il caldo e per i brividi.

(Corriere della Sera)

 

I terroristi non hanno colpito solo dei civili. Hanno anche scelto di farlo contro i bolidi verdi della Egged, la compagnia di trasporti pubblici più grande del Paese. E non solo. Perché la Egged, in Israele, è quasi un'istituzione. I bus, alcuni vecchi, altri nuovi di zecca, ma tutti con l'aria condizionata, li vedi ovunque. Anche nelle zone colpite spesso dai razzi sparati dai palestinesi di Gaza. Sfrecciano verso Ashqelon, dove ad attenderli c'è una stazione come se ne vedono in quei film ambientati in mezzo al deserto. Viaggiano con solerzia verso Ashdod e Sderot, dove l'asfalto e qualche albero lasciano lo spazio al deserto del Negev. Fanno attenzione quando si avvicinano a Gerusalemme...

La Egged, per chi non ha una macchina propria, è un punto di riferimento per muoversi in Israele. E a costi contenuti. Ma il tragitto verso Eilat è un'altra cosa. Lasciata Beersheva, una delle più grandi città dello Stato ebraico, i bus si infilano in questa strada ad alta velocità in mezzo al deserto rossiccio e roccioso.

Il «392» è una delle linee che porta alla località turistica per eccellenza. Parte da Beersheva, dal Central bus station. Un viaggio di sola andata costa 55 shekel (poco meno di undici euro). Tre ore e cinquanta minuti di percorrenza, cinquantaquattro fermate intermedie, 257 chilometri di strada ben asfaltata e con indicazioni stradali che ricordano le superstrade americane. E alla fine ci si trova nel punto più a sud e in quello più stretto d'Israele. In un soffio si passa da Taba (Egitto) ad Aqaba (Giordania). In mezzo, Eilat.


Nella maggior parte dei casi, il «392» percorre la Highway 12 senza intoppi. Il peggio che può capitare è di affrontare un viaggio in mezzo al nulla senz'aria condizionata o acqua. Perché, per il resto, è anche un percorso abbastanza monotono a furia di vedere sempre il deserto - sia a destra, che a sinistra - oppure qualche paesino abitato da poche migliaia di persone.

Qua e là spuntano queste fermate. Spesso hanno forme strane, qualche volta sono fatte di cemento armato. Seduti, anche a 50 gradi centigradi, ci trovi quasi sempre dei giovani in servizio di leva con il fucile in «stato di riposo», in mano uno smartphone connesso a Internet e cuffie alle orecchie che sparano musica ad alto volume. Sono tutti giovanissimi, molti sono Falash Mura, gli "ebrei neri", quelli che arrivano dall'Etiopia.

Un po' di brivido lo si prova solo nel tratto finale. Dove un pezzo della «12» passa a poche centinaia di metri dal confine con l'Egitto. Il punto più vicino? A pochi chilometri da Eilat: l'asfalto è a 20 metri di distanza dalle recinzioni. In situazioni normali - quando al potere c'era ancora Mubarak - nessuno se n'è mai dovuto preoccupare.

Ma poi qualcuno ha iniziato a raccontare delle cose. Per esempio: che la recinzione di frontiera messa su copre solo il 10% del confine israelo-egiziano. Che il punto in cui sono stati attaccati i bus israeliani oggi - tra Netafim e Carmit - è quello più vulnerabile: non c'è una recinzione, non ci sono pattuglie fisse. Ma solo telecamere di sorveglianza e qualche jeep dell'esercito che passa ogni tanto a dare un'occhiata.

Per non parlare dei fondi: 28 milioni di dollari già consegnati nel gennaio 2010 all'autorità che dovrà costruire il confine e un piano che prevede la recinzione lungo i 230 chilometri con l'Egitto entro il 2012. Ma in più di un anno e mezzo di chilometri ne sono stati fatti solo 20.

L'attentato multiplo non cambierà le abitudini degl'israeliani. Ma inizia a porre più di un interrogativo sulla sicurezza delle frontiere dello Stato ebraico.




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28 agosto 2011

Bisogna iniziare la nuova stagione con lo spirito giusto, e allora vi racconto una storia

 La domenica del 7 di Giugno 1981 circa alle 17.00, Re Husseyn di Giordania stava passando un tranquillo pomeriggio a bordo del suo Yacht reale , nel golfo di Aqaba in compagnia di alcuni amici .

Sente un rombo di motori molto forte , alza la testa e vede avvicinarsi un gruppo di aerei che stanno volando a bassissima quota, forse nemmeno 50 metri al di sopra del livello del mare , in un batter d'occhio gli aerei sorvolano il suo Yacht e scompaiono all'orizzonte .

Il Re non crede ai suoi occhi , non riesce proprio a crederci, il suo yacht e stato appena sorvolato da uno squadrone di 14 aerei .

Otto, F16, e sei F15 di produzione Americana , ma la cosa che lo fa quasi cadere dalla sedia, e che sulla fusoliera e sulle ali degli aerei lui riconosce il Maghen David ( la Stella di Davide ) , quegli aerei sono Israeliani fanno parte dell' Israel Air Force ( Heil Ahavir ) una delle forze aeree più forte al mondo e sicuramente quella che i paesi arabi temono di più .

Il Re prova a ragionare , cosa accidenti ci facevano gli aerei Israeliani nel golfo di Aqaba ? e perché volavano verso Est ? , ci arriva dopo pochi secondi, gli Israeliani stanno volando verso Baghdad , e il loro obbiettivo e il reattore nucleare di Saddam Husseyn .

Re Husseyn e stato il primo testimone dell'operazione che passera alla storia come Operazione Opera .

Nel 1979 il dittatore Irakeno Saddam Husseyn ordino dalla Francia un reattore nucleare , Jacques Chirac che allora intratteneva ottimi rapporti col macellaio di Baghdad accetto subito la richiesta , non curandosi assolutamente delle proteste di mezzo mondo ( soprattutto di Israele ) e facendosi scudo con la promessa di Saddam, che il reattore sarebbe servito solamente ad uso civile.

Con un dubbio senso del umorismo Saddam Husseyn chiamerà il il reattore principale col nome Tammuz e il reattore secondario col nome Tammuz 2 , nel calendario Ebraico il mese di Tammuz , e quello in cui i babilonesi guidati da Nabucodosor inizieranno l'assedio di Gerusalemme che si concluderà col la distruzione del Tempio e la prima diaspora Ebraica dalla loro terra .

L'agenzia internazionale per l'energia atomica lancia segnali differenti, prima dice che nessuno sta controllando i lavori al reattore, poi si smentisce e dice che e tutto sotto controllo.

Gli Israeliani capiscono benissimo quale e il fine del reattore nucleare e cominciano a lavorare ai fianchi il dittatore Irakeno .

uno scienziato Egiziano viene assassinato in una camera d'albergo, mentre molti dei fornitori degli Irakeni subiscono dei sabotaggi , che riescono a rallentare un'po il lavoro dei Francesi .

Allo stesso tempo si lavora ad un opzione militare decisamente complessa , mai effettuata da nessun paese al mondo .

Gli Israeliani pensano di mandare la loro aviazione fino alla periferia di Baghdad , questo vuole dire che Israele dovrebbe violare lo spazio aereo di 3 paesi con cui e in guerra , bombardare il reattore nucleare di Saddam e tornare in Israele violando ancora lo spazio aereo dei 3 paesi nemici , ed il problema maggiore e che gli aerei di Israele devono volare per 1.600 Km per arrivare a Baghdad e poi tornare indietro e fare altri 1.600 Km.

3.200 Km con un solo pieno di benzina e una distanza impossibile per un F16 e anche per un F15 , l'aviazione Israeliana e molto scettica e lo fa notare al primo ministro Beghin.

In Marzo 1981 il capo del Mossad dice al primo ministro Beghin , che il Mossad riguardo al reattore irakeno ha fatto tutto il possibile , non ha più opzioni e che il reattore Irakeno potrebbe già essere operativo dalla fine del 1981.

Il primo ministro non ha più scelte e passa la patata bollente nelle mani del esercito in particolare all'aviazione Israeliana.

Viene studiato il piano che e pazzesco ,e la solita meravigliosa mescola di fantasia, coraggio e determinazione condita da moltissima Chutzpa ( parola in Yiddish che e una via di messo fra faccia tosta e maleducazione :-) che a contraddistinto le più famose operazioni condotte da Israele fino ad allora, dai primi 100 minuti della guerra dei Sei giorni fino al raid di Entebbe .

I migliori piloti Israeliani cominciano ad addestrarsi con una intensità particolare, soprattutto si esercitano a volare a bassissima quota per molti e molti Km.

Gli addestramenti sono cosi intensi che Israele perde 3 piloti durante questi allenamenti .

Per l'operazione vengono selezionati otto F16 , aerei bombardieri i migliori al mondo capaci di trasportare 2 bombe di una tonnellata ciascuna , e sei F15, i migliori caccia al mondo il loro compito sarà di proteggere gli F16 durante l'operazione in caso qualche aereo nemico si alzi in volo .

Il gabinetto del governo Israeliano in massima segretezza approva l'operazione i voti a favore sono 10 quelli contrari 6 .

Nel frattempo i tecnici del aviazione israeliana provano a dare una soluzione al problema del rifornimento degli aerei .

L'aviazione Israeliana non ha dubbi, sono sicuri al 100 % che riusciranno ad arrivare al reattore bombardarlo e distruggerlo , ma non hanno la minima idea di come fare rientrare gli aerei in Israele.

Alla fine ai tecnici del aeronautica israeliana viene questa idea , attaccano 2 extra serbatoi ad ogni aereo che conterranno la benzina necessaria per fare andare e tornare gli aerei in Israele.

Alle 15.55 ora di Israele del 7 giugno 1981 i 14 aerei del aviazione Israeliana decollano dalla base di Etzion , con obbiettivo un reattore nucleare alla periferia di Baghdad.

Prima sorvolano lo spazio aereo della Giordania , e poi quello Saudita , quando vengono intercettati dallo yacht di Re Husseyn continuano diritto ormai non possono più tornare indietro .

Re Husseyn poi dirà che aveva immediatamente informato il suo centro informazioni di mandare un messaggio agli Irakeni , ma non si e mai potuto spiegare come mai questo messaggio non sia mai arrivato in Iraq.

Gli aerei volano bassissimi e la cosa diventa veramente difficile e complicato farlo nel deserto saudita , ad un certo punto gli aerei sganciano gli extra serbatoi ormai vuoti, che probabilmente ancora oggi si trovano da qualche parte nel deserto .

Anche questa e un operazione pericolosissima se solo uno dei serbatoi per caso mentre si sgancia colpisce una delle bombe , l'aereo esploderà, anche questa operazione non era mai stata provata da nessuna aviazione militare al mondo .

Adesso gli aerei sono più leggeri e volano più veloci verso Baghdad , i piloti della F16 sono Ze'ev Raz ( comandante del operazione , riceverà una medaglia al merito per questo ), Amos Yadlin, Dobbi Yaffe, Hagai Katz, Amir Nachumi, Iftach Spector, Relik Shafir, e il povero Ilan Ramon.

Ilan Ramon che molti anni dopo morirà tragicamente a bordo dello Space Shuttle , era sicuro che la missione fosse suicida ma che andava fatta , era sicuro che non sarebbe mai tornato in Israele e la cosa che lo faceva penare di più e che non aveva potuto parlane nemmeno con sua moglie , l'operazione e segretissima e nessuno deve esserne a conoscenza.

Entrati nello spazio aereo Irakeno quattro degli F15 si sganciano e cominciano il loro rientro verso Israele , cosi a proteggere gli otto F16 rimangono solamente due F15 .

Per evitare i radar Irakeni gli Israeliani cominciano a volare a 30 metri dalla linea del mare anche questa e una cosa pazzesca.

Alle 18.35 ora di Baghdad gli Israeliani sono in vista dei reattori , tutti assieme salgono a quota 2.100 metri per poi a coppie di 2 a scendere in picchiata verso il reattore .

Quando arrivano a quota 1.100 metri gli F16 con la stella di Davide cominciano a sganciare le loro bombe ad intervalli di 5 secondi l'uno dal altro .

Almeno otto delle 16 bombe colpiscono in pieno i 2 reattori distruggendoli completamente.

I radar Irakeni non si sono accorti di niente , la sorpresa e completa e totale , alcuni colpi vengono sparati dalla contraerea , , troppo poco per dare fastidio ad una potenza come l'aviazione di Israele.

Israele ha pianificato benissimo l'azione , decidendo di colpire la domenica pomeriggio di Baghdad , tempo nel quale sicuramente nessuno lavora e soprattutto i tecnici francesi non lavorano .

10 Irakeni e 1 francese periranno in quella azione , i colpi degli Israeliani sono precississimi, e grazie a questa precisione anche il pericolo della contaminazione viene evitato, fare esplodere una centrale nucleare non e proprio una cosa semplice .

Lo squadrone Israeliano si ricompatta, gli Israeliani rompono per qualche secondo il silenzio radio per accertarsi che tutti stanno bene e che si può iniziare il rientro , gli aerei prendono quota e fanno rotta verso casa in Israele .

Alle 18.45 ora di Gerusalemme il primo ministro Beghin viene informato che l'operzione e riuscita perfettamente e che gli aerei hanno iniziato il rientro .

Due ore dopo gli otto F16 e i due F15 atterrano alla base militare di Etzion .

A mezzogiorno circa ora di Washington , il segretario di stato americano interrompe il pranzo del presidente Ronald Reagan e gli dice " gli Israeliani hanno attaccato e distrutto il reattore nucleare Irakeno " il presidente quasi non ci crede ed urla " gli Israeliani hanno fatto che cosa ?????? " poi si calma ci pensa qualche secondo e dice " boys will be boys " maniera molto americana di definire le simpaticissime canaglie.

Le reazioni internazionali sono veementi ed offese, nessuno si e mai permesso di fare un azione del genere figurati se la fanno gli Israeliani .

Anche europei e americani , non sono teneri con Israele tutt'altro , Inglesi e Italiani furiosi , Jacues Chirac in Francia e incazzatissimo ma in fondo Israele gli ha fatto un favore enorme , lui ha venduto il reattore a Saddam Husseyn , ha incassato i soldi e non avrà più nessuna reponsabilita sul quell atto , Saddam non avrà mai più una bomba atomica e la Francia ne era corresponsabile .

Il vice presidente americano George Bush ( Padre ) va giù durissimo con Israele e minaccia ritorsioni gravi.

All' ONU figuriamoci la condanna di Israele e unanime .

Ma sottobanco , dietro le quinte e un carosello di pacche sulle spalle e di complimenti , i " good job " e " wonderful plan " si sprecano per non parlare della solita frase " se non ci pensate voi a fare questo cose non le fa nessuno "

Il governo Israeliano riceverà un piccolo riconoscimento per quella azione 10 anni dopo .

Dick Cheeney allora segretario di stato americano si avvicina al ambasciatore di Israele all'Onu e gli consegna una busta .

L'ambasciatore apre la busta e trova una foto del reattore nucleare irakeno , con una dedica " grazia di cuore senza la vostra azione Desert Storm, non sarebbe stato possibile " firmato George Bush presidente degli Stati Uniti d'America .

Tutto questo e la cruda storia nuda e cruda di una delle operazioni più intrigate ed audaci mai fatte , mi permetto di aggiungere un mio pensiero , che riguarda Re Husseyn .
Anche se per molti anni e stato nemico di Israele , lo ha fatto sempre in maniera dignitosa , suo nonno e lui stesso parlavano spesso con i vertici israeliani e lui li rispettava moltissimo , anche il confine con la Giordania e sempre stato tranquillo con l'eccezzione del inizio degli anni 70 dove i palestinesi guidati da Arafat usavano la Giordania come base per attaccare Israele , cosa che porto alla reazione di Re Husseyn e al settembre nero per i palestinesi .
Il Re era una buona persone molto educata e civile , niente a che vedere con i vari dittatori Arabi ,dagli Assad di Siria ai Gheddafi o Saddam Husseyn, lui che aveva studiato in America e sposato una americana come poteva fidarsi o andare d'accordo con questi macellai.
Io immagino che quando il Re vide l'aviazione Israeliana passargli sopra la testa e dirigersi verso Baghdad, ebbene mi piace pensare che il re in cuor suo abbia sorriso , e abbia augurato ai piloti di Israele un buon lavoro e di tornare sani e salvi a casa .
In fondo come si può spiegare che il suo messaggio di allarme a Saddam Husseyn non sia mai arrivato a Baghdad ? :-)

A presto

Alon




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28 agosto 2011

Jon Voight, «missione» tra i feriti in Israele

 

CINEMA E POLITICA L' ATTORE: VORREI CHE MIA FIGLIA ANGELINA FOSSE QUI, ABBIAMO IDEE DIVERSE MA LEI AMA LA CULTURA EBRAICA

 

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - «Vorrei che Angelina fosse qui...». In un tranquillo weekend di paura, un uomo da marciapiede cammina per le strade di Sderot, l' ultima cittadina israeliana prima d' entrare a Gaza. Suona una sirena. Piovono Qassam. Lui corre in un rifugio di cemento rinforzato. L' uomo è un Oscar del cinema, si chiama John Voight, ma non sta recitando: «Non pensavo di trovarmi a scappare in un bunker antimissile e invece un giorno m' è capitato davvero - dice -. So che qui il pericolo è reale. È dura vivere da queste parti. Vorrei che anche Angelina fosse qui e vedesse coi suoi occhi...». Angelina (Jolie) è sua figlia. In febbraio, Voight annunciò che l' avrebbe portata con sé in questo «viaggio di testimonianza», ma è noto che i rapporti fra i due siano a zero da almeno dieci anni («è una malata di mente», disse lui di lei; «per tenerlo alla larga, mi sono cambiata anche il cognome all' anagrafe», disse lei di lui) e non sembra certo la politica mediorientale a poterli riavvicinare: Voight è un fervente sostenitore della causa sionista, venne qui per i 60 anni d' Israele, nel 2010 manifestò a Hollywood e scrisse pure una lettera aperta a Obama, contro la politica americana che stava «abbandonando» lo Stato ebraico; alla Jolie, ambasciatrice Unicef e soccorritrice di bambini feriti nel mondo, in passato furono attribuiti severi giudizi (smentiti) su Israele e sull' «apartheid» dei palestinesi, mentre è un fatto che tre mesi fa abbia visitato i profughi dalla Siria evitando qualsiasi giudizio sul regime di Assad. «Tutte storie - taglia corto il padre, a chi gli domanda perché Angelina non sia qui, come lui aveva sperato -. Mia figlia ha le sue idee, ma ama profondamente la cultura ebraica: senza essere ebrea, ha perfino cresciuto i figli con una Torah in casa, perché capissero l' importanza di tutte le fedi religiose». Le idee di Voight sono chiarissime: domani, a Gerusalemme, parteciperà al Tea Party organizzato dall' anchorman Glenn Bleck e dalla destra americana. «L' opinione pubblica mondiale pensa che Israele sia uno Stato forte, duro, sveglio. Vero. Ma deve ricordare che è anche un posto d' esseri umani, vulnerabili, circondati da nemici». Pure i palestinesi, però... «Sono stato a visitare un ospedale israeliano. E nelle stesse corsie, c' erano ricoverati anche palestinesi di Gaza. Crede che a Gaza farebbero lo stesso?». Francesco Battistini RIPRODUZIONE RISERVATA

Battistini Francesco

Pagina 42
(23 agosto 2011) - Corriere della Sera




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28 agosto 2011

La rivalità fra la Turchia e l'Iran aumenta

 

pezzo in lingua originale inglese: Turkish-Iranian Rivalry on the Rise

La Turchia e l'Iran sono due dei Paesi mediorientali più estesi, più centrali, più evoluti e più influenti; e i loro governi hanno una storia di rivalità che risale ai tempi degli imperi ottomano [per i turchi] e safavide [per l'Iran] e, di recente, agli anni Novanta del secolo scorso. L'ultimo decennio, tuttavia, è stato un periodo di ottimi rapporti poiché entrambi i Paesi hanno sperimentato l'islamismo.

Io però ritengo che le tensioni tra questi due pesi massimi della regione [mediorientale] siano in aumento e prevedo che questo stato di cose continuerà per arrivare a chi sa quale punto estremo. Quest'articolo del blog rileva in ordine cronologico inverso alcuni degli sviluppi più interessanti nelle loro relazioni.

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Hezbollah: Il 30 aprile scorso, Süddeutsche Zeitung ha citato dei diplomatici occidentali asserendo che le autorità turche avevano fermato a Kilis, nei pressi del confine turco con la Siria, un camion contenente un grosso carico di armi destinato a Hezbollah. (4 agosto 2011)

La Siria: Il 31 marzo scorso, Ankara ha informato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del sequestro di un carico di armi, registrato come "pezzi di ricambio per auto", che gli iraniani stavano cercando di esportare a bordo di un aereo diretto in Siria.

Più in generale, l'ex-spia della Cia che si fa passare per Reza Khalili osserva come i due regimi abbiano reagito in modo differente all'insurrezione siriana contro Bashar al-Assad: "le proteste in corso in Siria preoccupano la leadership iraniana. La sopravvivenza del dittatore siriano, Bashar al-Assad, è essenziale per il regime dittatoriale islamico di Teheran perché la Siria rappresenta la vera porta per l'espansione del potere iraniano in Medio Oriente e per le sue politiche estremiste contro Israele e gli Stati Uniti". Di contro, "la vicina Turchia ha denunciato i massacri siriani. Migliaia di abitanti terrorizzati provenienti dalle zone settentrionali della Siria trovano rifugio in Turchia".

Khalili riferisce che

Un recente articolo pubblicato sul settimanale Sobh'eh Sadegh, uno degli sbocchi mediatici della Guardia rivoluzionaria iraniana, ha severamente messo in guardia la Turchia contro la posizione assunta da quest'ultima sulla Siria, mettendo in rilievo che l'Iran sta decisamente dalla parte del regime di Assad. L'articolo, titolato "La grave presa di posizione di fronte agli avvenimenti siriani" ha messo in guardia sul fatto che "se i funzionari turchi dovessero perseverare nel tenere un comportamento contraddittorio e se continuassero a seguire la strada attuale, sicuramente ne deriveranno dei problemi seri. Saremo costretti a dover scegliere tra la Turchia e la Siria. Le giustificazioni addotte dalla Siria per motivare il fatto di difendersi con percezioni ideologiche speculari influenzerebbero l'Iran a scegliere di stare dalla parte di Damasco".




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28 agosto 2011

la Parata anti-ebraica di Durban 3 perché Boicottarla è un Dovere

 

Tra un mese esatto, il 21 settembre, dittatori e antisemiti sparsi per il mondo si riuniranno «sotto l' egida dell' Onu» per sfogare, sotto la paradossale insegna della lotta al «razzismo», tutto il loro inestinguibile odio per lo Stato di Israele e per gli ebrei. Il governo italiano, meritoriamente, ha già annunciato che diserterà, assieme al Canada, agli Stati Uniti, alla Repubblica Ceca e all' Olanda, la tragica farsa cosiddetta «Durban III». Di fronte all' ennesima parata antisemita, però, la non adesione non basta. Forse occorre, e ce n' è ancora il tempo, qualcosa di più: il boicottaggio. Sì, proprio il boicottaggio, l' arma propagandistica preferita da chi, nel nome dell' antisionismo, vorrebbe cancellare Israele dalle carte e non dice una parola di protesta quando le milizie siriane di Assad massacrano i palestinesi di Lattakia. Non fu boicottata la conferenza di Durban nel 2011, proprio alla vigilia dell' attentato alle Torri Gemelle e una manifestazione dell' Onu convocatasi contro il razzismo si tramutò in un' indecente fiera dell' antisemitismo che provocò la reazione disgustata della scrittrice progressista Nadine Gordimer: ebrei inseguiti nei corridoi, discorsi dal palco che negavano Auschwitz, dichiarazioni di guerra santa per annientare «l' entità sionista». Fu uno spettacolo vergognoso, che gettò un' ombra lugubre sulle Nazioni Unite che lo avevano permesso e sponsorizzato. Qualche anno dopo la «Durban II» venne disinnescata. Tra un mese si prevede la partecipazione di Ahmadinejad per dare il massimo risalto allo spettacolo «antisionista». Mentre ripartono gli attacchi terroristici contro i civili israeliani e dalla «primavera araba», ed egiziana in particolare, purtroppo riemergono prepotentemente pulsioni aggressive nei confronti dello Stato di Israele, colpiscono negativamente il silenzio e l' incertezza di Francia, Germania e Gran Bretagna nei confronti di una «Durban III» che sarà il festival dell' odio e della mistificazione anti-ebraica. Sono ancora incerti se partecipare. Ma dovrebbe essere urgente l' organizzazione di una contro-manifestazione, una tribuna alternativa da cui si possa rintuzzare l' ondata antisemita che imbratterà New York. C' è ancora il tempo. Può esserci ancora la volontà di non darla vinta ai nemici degli ebrei. Pierluigi Battista RIPRODUZIONE RISERVATA

Battista Pierluigi

Pagina 35
(21 agosto 2011) - Corriere della Sera




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27 agosto 2011

Welcome to The Gaza Resort

 I nuovi ricchi di Hamas

L'occidentale
gaza.jpg2.jpg

Di Gaza si dice comunemente che è una prigione a cielo aperto e qualcuno arriva a scomodare anche i campi di concentramento. Sono esagerazioni, anche se bisogna ammettere che parliamo di un territorio impoverito da anni di guerre, dove il commercio e gli scambi sono un ricordo, e dove due terzi della popolazione, che conta un milione e mezzo di anime, vive grazie agli aiuti umanitari delle Nazioni Unite.

Almeno la metà dei residenti sono disoccupati, molti altri devono accontentarsi di pochi dollari al giorno, con lavori pagati una miseria. E' un quadro senza dubbio drammatico e di questa situazione viene considerato primo ed unico responsabile lo Stato di Israele. La comunità internazionale asseconda pubblicamente questa versione propagata anche dalle Ong e dalla galassia pacifista.

Ebbene, tutti conoscono la Associated Press, autorevole agenzia di stampa americana che da più di un secolo e mezzo garantisce un'informazione secca ma obiettiva, fedele al riscontro delle fonti. In un reportage apparso lo scorso 22 agosto sul Washington Post, i reporter della AP sostengono che a Gaza qualcosa sta cambiando. E' nata e sta crescendo una ruggente classe media, niente di paragonabile a quelle occidentali per stili di vita e reddito, naturalmente, che si è fatta una posizion ed inizia ad essere guardata con risentimento dal resto dei palestinesi, la maggioranza, che invece fanno la fame.

I neoborghesi di Gaza costruiscono ville in riva al mare, frequentano cinema e fanno shopping. I loro figli la sera vanno per concerti e discoteche. Nel weekend le famiglie benestanti girano incuriosite tra le scale mobili del grande magazzino "Al Andalusia", aperto di recente, che sembra un pezzo di architettura postmoderna calato nel deserto dell'economia locale.

Di questa classe media fanno parte sia i vecchi mercanti della zona, le famiglie storiche di Gaza, chi detiene i patrimoni e le rendite del passato, ma anche i "vitelloni" di Hamas, migliaia di membri dell'organizzazione islamica. Negli ultimi anni costoro hanno fatto soldi a palate con il contrabbando ed è proprio analizzando il genere e la quantità di merci che passano sotto i tunnel dall'Egitto (fiumi di rame) che i reporter della AP sono arrivati ad una conclusione: stiamo assistendo a un piccolo boom economico. C'è una netta ripresa della domanda interna, nell'edilizia soprattutto, che induce a rivedere il giudizio che si dà di solito sui Territori.

Che c'è di male se le cose vanno bene, si chiederanno i simpatizzanti di Hamas in Occidente. C'è che decine di migliaia di persone, di tutta questa nuova ricchezza, vedono solo le briciole. Prolungare lo stato d'assedio, insomma, si sta rivelando un ottimo sistema per arricchirsi. Una furbata per alcuni, un disastro per tutti gli altri. Speriamo che i palestinesi che hanno votato Hamas se ne accorgano presto. A Gaza, dicono i giornalisti della AP, la rabbia degli esclusi sta montando.





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