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31 luglio 2011

«La jihad islamica arruola i bambini attraverso i cartoni animati»

 

Su LIBERO di oggi, 30/07/2011, a pag.12, con il titolo "La jihad islamica arruola i bambini attraverso i cartoni animati", Souad Sbai commenta l'uso dei bambini che il terrorismo islamico indottrina attarverso i cartoni animati.

Quante cose passano per gli occhi di un bambino. Quanta facilità di emulazione c’è nel suo essere bambino. Ogni evento o fatto che ne susciti stupore o ammirazione diventa esempio da imitare e riproporre. Questo devono aver pensato gli ideatori del cartoon che inneggia al jihad, di cui il sito estremista legato ad Al Qaeda al-Shamouk, pubblica qualche fotogramma. Al di là del fatto che non esiste condanna umanache possa punire a sufficienza chi utilizza un bambino per uno scopo tanto aberrante, io credo occorra fare mente locale su un’evidenza semplice: oggi la guerra al terrorismonon èsolo stanare miliziani, bensìcomprenderne modi e capacità d’azione. Entrare in una dimensione psicologica e strumentale del tutto singolare, nella quale il progresso serve solo alla vittoria del jihad e non a far decollare la crescita delle persone. Quello in cui una donna, oltre a non poter mostrare il volto, non può nemmeno guidare un’auto, mentre la guerra santa viaggia in rete, attraverso facebook o youtube, grazie a tecnologie e mentalità all’avanguardia. Mujaheddin che sparano durante azioni di guerriglia e spargimento di sangue in episodi che vengono definiti eroici e per la libertà: agghiacciante. L’obiettivo? Sarebbe semplice pensare solo al reclutamento di giovani kamikaze, pronti fra qualche anno o anche fra qualchemese, a farsi esplodere per compiere una strage. Occorre andare più a fondo e pensare che molto probabilmente l’obiettivo vero è di carattere sociale; spaccare le famiglie, costruire una macchina del dissenso che eroda i principi di libertà alla radice e sforni nuovi delusi da arruolare. È la creazione del “media jihad”, programma di comunicazione integrato che gli estremisti a breve estenderanno su larga scala, toccandotutte leformepossibili dicomunicazione di massa e arrivando direttamente nelle case, nei pc, nelle tv. Operazione scientifica, questa del cartoon per bambini, che chi muove la fila del terrore e dell’oscurantismo ha ideato con l’intento di instillare fondamentalismo nelle giovani menti e nutrirle con l’odio e il disprezzo per le donne e l’Occi - dente. È la volontà di costruire un modello educativo alternativo mascherato da cartone animato, mentre alle spalle si cela un mondo di disprezzoper tutto ciò che esce dalla cappa dell’oscurantismo. L’annuncio era stato dato giorni fa: invaderemo la rete e i social networks, ma era caduto nel vuoto. Ma del resto, se nemmeno gli oltre cento bambini sequestrati da Misurata e scomparsi nelnulla, magari proprio indirizzati a crescere nell’estremismo e a finire morti in un attentato, hanno saputo far notizia, la strada è lunga e occorrerà farla da soli. Perché è chiaro ai più che la lotta contro l’estremismo è un percorso accidentato e irto di pericoli che non prevede compagnia, perché qualcuno,datempo ormai, nemmeno si accorge se sulla sua bacheca, fra cuoricini e saluti degliamici, compare la scritta: game over.

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31 luglio 2011

"Esseri umani riscattati per denaro: così Israele liberò gli ebrei rumeni"

 

Ho trovato questo articolo mentre parlavo con un amico su cosa significasse essere ebrei in Romania nell'immediato dopoguerra.Lo propongo a tutti, forse può servire a comprendere meglio e forse servirà soprattutto a coloro che non sono di fede ebraica, la Shoah non si è conclusa con la fine del nazismo, si è protratta, a volte in modi apparentemente meno cruenti, per lungo tempo dietro la cortina di ferro ed è mia convinzione che ancora non si è scoperto tutto.

Il Corriere della Sera, 28/06/2005

"Esseri umani riscattati per denaro: così Israele liberò gli ebrei rumeni"

dal nostro inviato MARA GERGOLET

TEL AVIV - Aeroporto di Zurigo, maggio 1974.

Vestito in un inappuntabile e anonimo abito grigio, Gheorghe Marcu riceve una valigia da un vecchio conoscente.

Il passaporto diplomatico serve a coprirne identità e ruolo: quello di direttore delle operazioni estere dello spionaggio romeno.

Dell’uomo che gli porge la valigia, i giornali per decenni sapranno ancora meno.

Quando nel 1982 si ritirerà, Shimon Peres gli scriverà questa lettera: “Sono uno dei pochi che conoscono la verità che lei ha fatto di tutto per nascondere: che, senza di lei, molti degli uomini migliori del popolo ebraico non avrebbero mai raggiunto Israele”.

Il suo nome è Shaike Dan, l’agente segreto più importante che Israele abbia avuto nell’Europa comunista.

A Zurigo i due s’imbarcano, destinazioni Bucarest e Tel Aviv.

Solo all’arrivo nella capitale romena, Marcu s’accorge con orrore che la valigia è sparita.

Assieme al milione di dollari che conteneva.

Per un caso di esemplare efficienza svizzera, sarà ritrovata all’aeroporto di Zurigo due giorni dopo e restituita, intatta, al proprietario: la polizia segreta di Nicolae Ceausescu.

È uno degli episodi più incredibili nei rapporti tra le due figure al centro di uno dei (finora) più segreti e inconfessabili accordi della guerra fredda: la vendita, e il riscatto a uno a uno, di 287 mila ebrei della Romania comunista. Voci ne circolavano già. Ma è uno studioso americano, Radu Ioanid (nel libro The Ransom of the Jews , Ivan R. Dee, pp. 244, $ 26), che ora porta le prove.

E, per la prima volta, diplomatici israeliani confermano la vicenda.

Io non ho più motivo di tacere. Non credo che ci sia più nessun vincolo che mi obblighi a rispettare le condizioni di segretezza, imposte al mio governo da un regime defunto”, dice Shlomo Leibovici-Lais.

Per trent’anni ha diretto il dipartimento dell’Europa dell’Est al ministero degli Esteri israeliano; ora, in uno scantinato di Tel Aviv, tra la polvere spessa e vecchia che toglie il respiro, cura la più cospicua biblioteca esistente dell’ebraismo romeno.

Lui stesso fuggì a fine anni Quaranta, sotto falso nome, imbarcandosi a Costanza.

Alla fine della guerra gli ebrei romeni - dice - erano centrali per la stessa esistenza di Israele: allora il Paese aveva 600 mila abitanti, e senza immigrazione non sarebbe sopravvissuto”.

Quella romena, 300 mila persone scampate allo sterminio nazista e ancor prima alle persecuzioni del regime antisemita e filo-hitleriano di Antonescu (responsabile, secondo gli storici, della morte di 270 mila ebrei), era la comunità ebraica più grande dell’Europa dell’Est.

Dopo la svolta antisionista di Stalin nel 1949, le loro condizioni di vita diventano di nuovo durissime, in quello che era lo Stato satellite più obbediente al Cremlino; 250 attivisti incarcerati perché sionisti negli anni Cinquanta; quattro leader morti negli interrogatori; la perdita sistematica del lavoro per chi chiede il passaporto; l’accusa di spionaggio per chi ha contatti con emissari israeliani.

L’immigrazione, tollerata fino al 1952, viene permessa solo dietro una pesante tassazione: dalle lettere mandate a Tel Aviv dal ministro plenipotenziario israeliano Reuven Rubin, si capisce che per ogni “visto d’uscita” dovevano essere pagati dall’ambasciata 50 dollari. Al termine del servizio di Rubin, i dollari salgono a 120.

È una visita di Nikita Krusciov nel 1958 che sblocca la “seconda ondata” di espatri. La Romania ha disperato bisogno di aprirsi agli scambi commerciali con l’Ovest. E’ il segretario generale del Pcus che, dando il suo nullaosta, durante una cena dice: “Vendete zhidi (ebrei, ndr)”. Unica condizione: niente contanti, ma contropartite in natura; troppo compromettente, per il regime, se il traffico venisse scoperto.

Sarà un discusso uomo d’affari britannico d’origine ebraica, Henry Jacober, ad avere un grande ruolo in questi “scambi”.

Shaike Dan lo scova a Londra, dopo aver sentito che comprava, dietro compenso, ebrei e occidentali a peso d’oro; gli intima di non intralciarlo (“Farti pagare per salvare ebrei! Ritirati dal business, il Tamigi è profondo”).

Poi però manda da Ben Gurion il proprio braccio destro, spiega d’aver trovato un nuovo canale con le autorità romene (“ma non è certo un rabbino capo”), chiede che fare.

A sorpresa, Ben Gurion risponde: “Quello che Shaike propone è molto grave. Ma nelle sue parole c’è visione, c’è fervore, c’è uno scopo. Faccia del suo meglio”.

È così che, grazie a Jacober, vengono costruite fattorie e industrie alimentari (incluso un ramo della Kellog’s); è così che il ministro dell’Interno romeno diventa il maggiore produttore di uova.

Il denaro? “Israele era uno Stato piccolo e povero, non potevamo farcela da soli - dice Leibovici -. Gran parte dei fondi veniva da organizzazioni ebraiche americane”.

Ma è solo con l’avvento di Ceausescu, nel 1965, che l’emigrazione degli ebrei perde le caratteristiche del baratto, per trasformarsi in un contabilizzato commercio estero.

Il presidente riorganizza il servizio agli ordini di Marcu (rinominandolo Die), con lo scopo primario di procurare valuta straniera.

La politica di “riunificazione familiare” viene ufficializzata con regolari protocolli tra Tel Aviv e Bucarest.

A poco a poco, per gli ebrei viene fissato un tariffario: da 1.500 dollari per gli operai a 30 mila per i laureati promettenti.

In 25 anni, secondo il calcolo di Leonid Radu, Ceausescu intasca da Israele 124 milioni di dollari.

Intavola un accordo simile con la Germania di Bonn. “Gli ebrei, i tedeschi, il petrolio - dirà -: ecco i nostri tre maggiori beni da esportazione”.

Perché la Romania?

Lì c’era l’unica ambasciata israeliana nell’Europa dell’Est, la nostra finestra oltre la Cortina di ferro” - ricorda Yosef Govrin, ambasciatore in Romania fino all’esecuzione sommaria di Ceausescu, nella sua casa che guarda sulla collina del museo di Israele e della Knesset -.

Era forse il regime più oppressivo nell’Europa dell’Est.

Eppure, la comunità ebraica godeva di diritti altrove negati: la professione del culto, la possibilità di studiare l’ebraico nelle scuole domenicali”.

Non che non fossero esistiti, nel tempo, altri accordi simili, con l’Ungheria, la Bulgaria.

Ma riguardavano poche migliaia di persone, e in nessun caso si erano trasformati in un pianificato, sistematico e prolungato traffico di essere umani, il più grande condotto da uno Stato nel dopoguerra. “Vendita di uomini? È una parola forte. No, non giustifico Ceausescu. Ma credo che loro la vedessero come una sorta di compensazione: dopotutto, hanno istruito chi lasciavano partire”.

I dividendi più cospicui, però, Ceausescu li intasca sul piano politico. “Non c’è dubbio - sostiene Govrin - che le buone relazioni con Israele hanno permesso a Ceausescu di accreditarsi agli occhi dell’Occidente”. Usare la carta israeliana nell’illusione di aprire il grimaldello delle relazioni con gli Usa. Ritrovarsi mediatore tra Begin e Sadat, nei negoziati tra Egitto e Israele, sognando il Nobel per la pace: ecco la doppia posta, economica e (in parte) di credibilità internazionale, che Ceasescu ha riscosso.

Ed è qui la domanda che Radu Ioanid pone, senza rispondere.

Però non può evitarla Elie Wiesel: “In una situazione disperata, si può pagare la Gestapo perché smetta di mandare gli ebrei slovacchi ad Auschwitz; ma era necessario il denaro per negoziare con il demone comunista e i suoi rappresentanti?”.

In altre parole, fin dove è lecito che uno Stato si spinga per proteggere i propri interessi? È lecito finanziare una brutale dittatura sapendo che il denaro servirà a perpetuarla, o a opprimere la stessa gente che si promette di salvare? Ma anche: è lecito pagare sottobanco un dittatore come Ceausescu che - al di là delle profferte d’amicizia verso Israele - aveva nei fatti una politica di aperto appoggio ai leader arabi Hafez Assad e Yasser Arafat, in guerra con lo Stato ebraico?

Govrin sostiene che, pubblicamente, al ministero la “questione morale non venne mai dibattuta”. La responsabilità della risposta, una volta per tutte, se l’era assunta Ben Gurion.

Chi, come Shlomo Leibovici-Lais, al riscatto degli ebrei ha lavorato tutta la vita, dice che “il lavoro era talmente estenuante che non avevamo tempo per farci queste domande. Sapevamo che non c’era altro modo per tirarli fuori da lì”.




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31 luglio 2011

Vi racconto cosa è successo nella “notte dei cretini”

 

 

Ecco la verità sul video che spopola su internet. Ero sul palco. I fischiatori erano sei. Il ministro ha sbagliato ma...
di Mario Sechi
Tratto da Il Tempo del 29 luglio 2011

In principio fu il «cretino!» di Tremonti a Brunetta. Ora è il «cretino!» di Brunetta al kontestatore senza volto. Et voilà, 3 minuti e 37 secondi di filmato su internet riducono oltre un’ora di dibattito aspro, sincero - e reale - tra il direttore de Il Tempo e il ministro Brunetta nell’irrealtà virtuale di un Paese che temo stia smarrendo il significato della parola libertà. Ma visto che la proiezione fa diventare reale l’irreale, visto che lunedì con Brunetta su quel palco c’ero io, racconterò come sono andati i fatti nella loro disarmante semplicità. Senza montaggi, pause, né sequenze da masterizzare. Insomma, ecco il film della notte dei cretini. Questi fanno comodo a tanti. Ma chi li usa? Esterno notte. Viterbo. Piazza incantevole, illuminata da un gioco di luci e un bel palco, scenario perfetto per un faccia a faccia. Brunetta, noto per la sua puntualità maniacale, arriva con qualche minuto di ritardo. Pienone. Posti in piedi. Saluti. Stretta di mano. Microfono. Via, saliamo sul palco. Tutto come da copione.

Avevo previsto la comparsa della figura del contestatore e con il mio amico Giampaolo Rossi che mi accompagnava ne avevo incontrato un paio per strada. «Vergogna!» mi aveva apostrofato uno le cui sembianze erano piuttosto alcoliche. Inutilmente con Giampaolo l’avevo interrogato sulle origini e ragioni, sui misfatti che avrebbero dovuto farmi arrossire. Egli, rosso rubizzo, tirò ondeggiando dritto.

Copione già scritto. Così un pugno di persone comincia a fischiare. Dal palco sono letteralmente ombre. Al limite voci. Meglio definirli rumori.

Perché di ragionamento articolato non v’è traccia. Cerco di stemperare il clima con un po’ di ironia: “Bene, abbiamo la quota di dissenso”. E provo a introdurre l’intervista-dibattito nel miglior modo possibile, cioè dando la possibilità a Brunetta di raccontare chi è e da dove viene, le sue umili origini, la Venezia delle bancarelle, una storia lontana anni luce dai ministeri, dalle auto blu, dalla casta. Niente. Sforzo vano. Ancora fischi. A prescindere. Il novantanovevirgolanovepercento del pubblico attende pazientemente che si possa discutere di politica, ma una minoranza - cinque sei persone, forse meno - fa rumore impedendo agli altri di parlare e alle altre centinaia di persone di ascoltare.

Brunetta purtroppo passa direttamente al brunettese: «Cretino!». Non ci posso credere. A me scappa da ridere e chioso: «Incredibile». Spiego dal palco che fischiare non serve a nulla, tanto si va avanti. Invito Brunetta a ignorarli «’che è la cosa migliore». Nada de nada. La scenetta surreale del fischia, insulta e ribatti va avanti per un po’, un ping pong di una decina di minuti in tutto, poi finalmente si riesce a partire con ritmo e continuità. E si va lisci fino in fondo. Tra il sottoscritto e Brunetta si svolge un dibattito duro, aspro, ce le diamo di santa ragione sulla manovra economica, la spremuta di tasse, i giornali, la casta, i tagli che non ci sono ai costi della politica. Scintille. Tutto questo dialogato e serrato confronto nei tre minuti e trentasette secondi di filmato che va online non c’è. Va in rete un assemblato di realtà, un frammento che nel montaggio e nella sceneggiatura che ne scaturisce diventa verità assoluta nella sua ingannevole parzialità virale. E l’incontenibile Brunetta sarà quello che dà del «cretino!» a una massa urlante che massa non era. Non si vedrà mai in video il passaggio in cui dice chiaramente che il dissenso è legittimo, che la politica deve esser capace di ascoltare e nello stesso tempo di assumersi le sue responsabilità. Si vedrà solo il ministro replicare a muso duro: «Voi non lavorate, siete dei cretini». Olè. Corrida totale. Brunetta conosce il meccanismo dell’informazione in tempo reale, sa bene che la rete mette in moto e moltiplica lo stesso messaggio, fino a banalizzarlo e farne un motivetto rap. Puoi fare un discorso da premio nobel dell’Economia, ma se ti scappa un «cretino!», il tuo messaggio finale diventa quello. Giusto o sbagliato che sia, così funziona il congegno del world wide web che, a sua volta, poi finisce sui giornali e sulle televisioni, amplificando l’errore e l’orrore, oscurando e donando luce a verità che sono parzialità.

É questa la libertà? Dobbiamo chiedercelo, perché temo che di questo passo la parola diventerà un contenitore vuoto che ognuno riempierà con quel che gli pare. Riavvolgiamo il nastro dall’inizio della serata. Centinaia di persone si ritrovano in una piazza per assistere a un dibattito polico. La loro libertà è quella di muoversi, riunirsi e poter ascoltare. Poi possono condividere e dissentire. Possono fischiare, stare in silenzio o applaudire. Nello stesso posto, nello stesso istante, un manipolo di persone decide che il dibattito va coperto con i fischi. Benissimo. Dove comincia e dove finisce la libertà di chi fischia? Il succo della faccenda sta tutto qui. Fino a quando il legittimo dissenso di una minoranza - tal era - riunita in una piazza può prevaricare la libertà di espressione di un altro gruppo? Quando comincia e quando finisce la libertà di chi vuole coprire la tua parola con il suo rumore? Legittima protesta? O sopraffazione? Io penso che la libertà del mio prossimo finisca esattamente quando danneggia quella di un altro. Allora la libertà diventa un arbitrio. E bisogna trovare forme, modi e un minimo di condivisione di regole civili. Quella cosa che si chiama rispetto. Reciproco, of course.

L’errore di Brunetta è quello di non accettare il dato di fatto che con i fischi non c’è alcuna speranza di dialogo. Lui, trascinato dal carattere, reagisce abbassando il suo linguaggio a quello dell’interlocutore. Passa all’insulto. Errore. É un ministro della Repubblica, deve sopportare, anche stoicamente, e tenere alto il livello del dibattito. Deve ignorare. Deve incassare. E ripartire. Regola numero uno del giocatore di biliardo: calma e gesso. Chi spezza in due la stecca, alla fine perde la partita. È anche la regola di ogni buon dibattito pubblico, radiofonico o televisivo. Essere di ghiaccio. Caldi fuori. Freddi dentro. Ragionare contro chi urla. Smontare con la logica chi ti assale a colpi di decibel.

È vero che non tutti hanno voglia di porgere l’altra guancia, ma il «cretino!» brunettiano sparato dal microfono verso la piazza non si limita a rimbalzare tra le case di Viterbo. Ripreso in video, finisce regolarmente in rete. Dalla rete si proietta su tutti i computer fissi e portatili, telefonini e tablet. Alla fine il «cretino!» diventa un tormentone di massa che viene impaginato dai giornali e telegiornali e il circuito si chiude al punto che diventa un esercizio sterile spiegare che cosa è accaduto e le tue ragioni. Punto. Senza questo self control la via della barbarie è spianata. Cieco rumore. Questo fenomeno ha molto a che fare con la diffusione di internet. La banalizzazione del messaggio sulla rete è micidiale. Consiglio al ministro Brunetta e a chi ha voglia di capire cosa è successo con lo sviluppo della Rete in questi anni, la lettura di uno splendido saggio di Andrew Keen intitolato «The Cult of Amateur». L’autore è uno dei protagonisti della scena della Silicon Valley e con un’intelligenza beffarda mette a nudo come la diffusione del free content, del contenuto libero, del cazzeggio senza controllo di fonte e autore, sulla rete abbia distrutto il valore del sapere, dell’autorevolezza e della responsabilità. Il direttore de Il Tempo se diffama viene chiamato a risponderne in tribunale. Nei social network gli utenti pensano invece di vivere in una sorta di mondo dell’impunità. In tanti scrivono cose terribili, false e pensano che tutto questo sia reale, intelligente e soprattutto legale. Non solo. Quella è la verità. Questo è il destino che attende inesorabilmente anche il dibattito di Viterbo. Liofilizzato in tre minuti e trentasette secondi di cui si ricorderà solo quel che Fruttero e Lucentini avevano messo impietosamente a fuoco nel magma nella nostra società contemporanea: la prevalenza del cretino.




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31 luglio 2011

In Libia la Nato uccide i giornalisti come in Iraq e Afghanistan,o sei embedded o muori

 
Scritto da Gianfranco Belletti


Arrivano i primi bilanci sulle vittime del raid aereo Nato compiuto contro il quartier generale della tv libica. Sembrerebbe che 3 persone abbiano perso la vita, altre 15 sarebbero rimaste gravemente ferite. A darne la notizia è stato Khaled Basilia, direttore di Al-Jamahiriya (emittente araba).
''Tre nostri colleghi sono stati uccisi e 15 sono stati feriti mentre portavano avanti con la loro professionalità il loro lavoro di giornalisti libici”, ha dichiarato il direttore.
“Il raid” – ha poi continuato Bazilia – “è un atto di terrorismo internazionale, una'
violazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu" Non ci sentiamo di dargli torto ,ormai fare il giornalista,ma soprattutto farlo secondo i crismi dell'onesta' verso l'interlocutore,direi e' diventato certezza di terminare la propria esistenza fuori dai naturali confini del tempo,stupido sarebbe meravigliarsi,comunque ingenuo....continua

Sicuramente a chi legge o a chi leggera' e' richiesto un piccolo sforzo,quello di comprendere la strumentalizzazione in atto,nessuno ha intenzione di difendere i dittatori,quindi i vizi del Gheddafi adagiato in lenzuola di seta e ammorbidito da sin troppi privilegi risuonano come una bestemmia,di sicuro pero' e' altrettanto criminale difendere gli interessi di poche persone,eletti senza approvazione popolare,che intendono risucchiare dalla crisi libica interessi e privilegi forti,anzi fortissimi,del tutto a discapito di quelli popolari in auge nei paesi soggetti all'aggressione.Della LIbia si e' parlato sin troppo,inutile stare ad approfondire ulteriormente particolari che sono reperibilissimi in rete,vorrei si pensasse che quando a ragione o torto si aggredisce con macchine da guerra un paese,si uccidono uomini,donne e bambini,in nome di un improbabile e strana missione di rappacificazione ,difficilmente se si colpiscono anche gli organi di informazione,i giornalisti e chi opera nel settore dell'informazione,si puo' poi vantare una moralita' che elevi al di sopra del barbaro che va' a rubare perche' in fondo ha bisogno di stare meglio di colui a cui sottrae..

http://www.notiziegenova.altervista.org/index.php/te-lo-nasondono/2752-in-libia-la-nato-uccide-i-giornalisti-come-in-iraq-e-afghanistano-sei-embedded-o-muori




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30 luglio 2011

IL RAMADAN COMINCIA IL PRIMO AGOSTO. SIETE PRONTI?

 

 

pubblicata da Armando Manocchia

Come ormai sappiamo, tra le feste nell'islam, ce ne sono due che i musulmani ritengono più importanti delle altre:

una è chiamata Ramadan e l’altra Aid el Kabir, che - a loro dire - hanno alcune affinità con il Santo Natale e la Santa Pasqua.

Il periodo di festività più importante è il Ramadan.

Ramadan è il nome che danno al nono mese dell’anno lunare musulmano, che ricorda l’Egira (la fuga di Maometto dalla Mecca).

Durante il Ramadan, tutti gli osservanti, dall’alba al tramonto, devono rispettare il digiuno.

Il digiuno, consiste non soltanto nel non mangiare, ma, non possono neanche bere, fumare e fare sesso.

Il digiuno termina ogni giorno al tramonto, con la cena notturna chiamata Fatur.

I festeggiamenti e le preghiere dei musulmani, fanno del Ramadan un mese di raccoglimento religioso.

Il loro mese sacro, si conclude con la festa detta Aid al-Fitr, o piccola festa: è una festa dove i più contenti sono bambini perchè per loro ci sono dolci a volontà, regali e soldi!!

Questa festività musulmana, cade il 10° giorno del mese del Pellegrinaggio e che - sempre secondo loro - ricorda un pò il Santo Natale Cristiano.

In questa festa, si preparano pranzi con dolciumi, si scambiano doni e si fa visita a parenti e amici.

L’Aid el Kabir invece è una festa - a loro dire- simile alla Pasqua.

Viene celebrata 70 giorni dopo il Ramadan.

Questa festa è per commemorare il miracolo che Allah compì sostituendo il figlio di Abramo con un montone, durante il sacrificio.

Alla vigilia della festa, i maschi sacrificano talgiandogli la gola, l’agnello o la mucca, che verranno consumati il giorno successivo assieme ai familiari, dopo averne distribuita una grande quantità ai poveri.

Altra importante celebrazione dell’anno lunare islamico è l’Aid-Milad-an-Nabi, in cui si commemorano la nascita e la morte del profeta Maometto.

Per rendervi l'idea delle feste musulmane, nella foto vedete quellla che loro chiamano la festa dell'Ashura dove si tagliano e sanguinano come sanguina l'agnello o la mucca quando gli tagliano la gola.

This is NOT Red Paint!


Knowing your enemy takes on a new meaning when one sees how they celebrate a holiday called
Ashoura Day


Iraqi Muslim Shiites re-enacts the martyrdom death of Imam al-Hussein, grandson of Prophet Mohammed, during the Ashura ritual ceremony in Baghdad's poor neighborhood of Sadr City. More than a million Shiites, many beating their heads with knives, marked the mourning ceremony of Ashura amid heavy Iraqi security presence to prevent stampedes and attacks.(AFP/Ali al-Saadi)


An Iraqi Shi'ite devotee gashes his head with a knife during an Ashura ritual ceremony



Men wearing white shrouds and waving swords above their heads


Some slapped chains across their backs until their clothes were soaked with blood, while others beat their heads with the flat side of long swords and knives until blood ran freely in a ritual of grief.

Some sliced their foreheads with the edge of a sword in a practice known as "al-Tatbeer" — meaning "sword" in Arabic — and beat themselves while chanting "Haider, Haider," a name by which Hussein's father, Ali, is known.



"Although it is a sad day, I am very happy because I took part in these head-beating processions," said 10-year-old Haider Abbas Salim, whose face was covered in blood. "Imam Hussein's martyrdom teaches us manhood and that we shouldn't fear anything."


Wild Thing's comment.......




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29 luglio 2011

I boicottattori se fossero coerenti dovrebbero manifestare contro questa decisione,ah scusate dimenticavo..................q?uando si tratta di sanita' scioperano!!!!

 

Lombardia/Israele. Sanità, Bresciani: collaboriamo su autismo

L'assessore alla Sanità, Luciano Bresciani
L'assessore alla Sanità, Luciano Bresciani

 

(Ln - Milano) "Un nuovo importante tassello all'interno dei progetti di cooperazione internazionale in materia sanitaria su cui Regione Lombardia investe da tempo con efficienza ed efficacia".

Questo il commento dell'assessore regionale alla Sanità Luciano Bresciani dopo la firma dell'accordo di collaborazione tra Regione Lombardia, Villa Santa Maria, Ministero della Sanità d'Israele, Università Ebraica di Gerusalemme, Centro di riabilitazione infantile dell'Ospedale di Beersheva, Fondazione Bracco e l'Asl della provincia di Como, per il progetto di ricerca dedicato a bambini affetti da disturbi dello spettro autistico e disturbi pervasivi dello sviluppo, che ha visto tecniche molto avanzate in Israele.

L'intesa è stata sottoscritta questa mattina, a Milano, a margine del Business Forum Italia-Israele. L'accordo, patrocinato dall'Assessorato alla Sanità della Regione Lombardia e da Sochnut Italia (Agenzia Ebraica per Israele), è stato reso possibile anche grazie al contributo di Confindustria Como e del Centro internazionale di cultura scientifica Alessandro Volta di Como.

"Si tratta - spiega Bresciani - di un accordo scientifico che deve essere motivo di stimolo e di orgoglio per tutti i Lombardi. Un accordo che ci permetterà di collaborare con ricercatori e Istituti tra i più qualificati a livello mondiale. Un'iniziativa che, non solo garantirà ai nostri giovani pazienti e alle loro famiglie un percorso terapeutico di sempre maggiore qualità ed efficienza, ma dimostra anche come la sanità non debba essere vista solo come un costo bensì come portatrice di valori e nuovi posti di lavoro".

A tal proposito l'assessore Bresciani, nel corso del suo intervento al Forum internazionale, ha ricordato il modello lombardo di sviluppo tecnologico-sanitario sulla piattaforma del sistema sanitario nazionale, insieme a quello della ricerca regionale, a Finlombarda e all'industria, che ha riscosso una forte adesione da parte del mondo sanitario e accademico israeliano, nell'ambito del patto di collaborazione triennale tra Regione Lombardia e Stato di Israele.

(Lombardia Notizie)
Mirella Coen




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29 luglio 2011

Armatevi di pazienza e leggete questa lunga e appassionata "Lettera di una persona amica"

 

Cara Deborah Fait e tutti voi cittadini d’Israele,

Per prima cosa, spero che oggi, a casa vostra, ma anche domani e sempre, nessuno vi rompa le scatole. Anch’io voglio mandare la mia bella cartolina dall’Eurabia. Perché noto, purtroppo, che il cervello umano è uguale a una spugna: assorbe subito acqua, ma è molto più difficile, poi, farla uscire tutta, l’acqua. Notando le foto di Roma, anzi della marcia su Roma di Hamas (che mi ricorda tanto la marcia delle SS a Berlino) con annessa compagnia bella e contenta di farsi fotografare, mi sono venuti i brividi lungo la schiena. Voglia anche di spegnere il computer. E’ una minaccia anche per me, per tutti. Non mi piace affatto vedere dove siamo arrivati. Al declino. C’è una campagna promozionale di vendita che avrà sempre dei clienti, compratori che buttano nel ‘carrello’ della spesa tutto; non tramonta mai la tecnica di marketing strategico di Hamas di usare i bimbi a scopi dimostrativi. Bambini, futuri spietati assassini, bella e moderna educazione al futuro. Nessuno ad Hamas & C., ha insegnato le tecniche di pubblicità (o forse sì … qualcuno gliele ha suggerite) ma hanno captato al volo che, inserendo messaggi e immagini che colpiscono dritti gli irrazionali sentimenti umani (bambini, occhioni grandi e bisognosi di giustizia esposti come pubblicità e gadget commerciali), per convincere l’occidente, funziona. Eccome se funziona! Una bella educazione, mandarli a morire per far morire altre persone, altri bambini, donne e uomini ebrei che non hanno colpa di niente. Niente! Gli assassini terroristi si usano anche tra loro, pur di uccidere, che fratellanza. Gli Israeliani non lo fanno. I ‘fratelli’ di sangue si danno la mano e si scambiano gli esplosivi. Per farsi saltare in mezzo ai civili, sugli autobus, per negozi, al ristorante, al mercato, nelle sinagoghe. Non sono esseri umani, ma macchine da guerra automatiche e prive di cuore. No, il cuore non ce l’hanno. Né loro, né chi li sostiene qui anche senza armarli. Ma si vorranno bene tra loro? No, non credo affatto che provino alcuna forma di amore, verso nessuno. Un padre che ama il figlio e lo mette al mondo, non lo imbottisce di bombe. Certo, è una religione intollerante dove l’odio sovrasta tutto il resto. Punto. Cambierà tra millenni quando il mondo finirà.

E abbiamo già il ‘Largo Arrigoni’, che velocità insolita, una sfida contro tutti i permessi, i cavilli e i tempi biblici della burocrazia. Vogliamo fare invidia al Giappone che ha ricostruito un’autostrada in soli 6 giorni? Già, non so se esiste qui una via dedicata alle povere vittime giapponesi. Eh certo, sarebbe strano in pochi giorni, qui. Forse c’è pure, ma se c’è, nessuno ne ha parlato a dovere. Quindi non lo so. Non l’ho vista. Forse la faranno nel 2020. Tanto, Largo Arrigoni c’è già invece, così i bambini italiani chiederanno ai nonni chi era, e chi combatteva. Lasciamo perdere. Tutto per dire questo: Mi chiedo proprio quanto tempo ci vorrebbe per avere Piazza FOGEL, e tante altre infrastrutture dedicate agli uccisi in Israele. Quanto tempo? Tre giorni? Tre secoli? Mai? il buffo, nel senso di penoso e tristissimo fatto, è che non ci sarà mai, credo, Piazza Fogel qui nel mio Paese, Purtroppo. Io la vorrei, col cuore. Deporrei rose colorate e tanti fiori, sempre freschi, su Piazza Fogel. Per sempre. Sarei orgogliosa di mostrare ai miei figli un monumento commemorativo, in Italia, sulla Famiglia Fogel e la Stella di Davide. Direi ai miei figli che chi gli ha sgozzati tutti è un mostro che merita il peggio. Mostri generati da una società intollerante e criminale. Spero paghino molto caro il loro massacro.

Ma qui si beve. Si manda giù tutto. Comodo, per molti, espellere i propri sensi di colpa, rendendosi solidali con chi è schierato contro chi ha, invece, tutta la piena ragione. Poi c’è la sensazione di andare controcorrente e di combattere dei ‘cattivi’ oppressori dei giusti. Ma che mi facciano il piacere di non parlare nemmeno. Almeno, Vittorio Arrigoni, quando è stato picchiato sul cranio, ripreso e poi impiccato, da quelli che credeva amici (begli amici), si è reso conto mentre perdeva la vita, di chi sono in realtà gli esseri pazzi che sempre difeso? Fanatici. No, forse non lo ha capito lo stesso. Vittima dei suoi begli amici.

A proposito dell’antisionismo ossia antisemitismo (che differenza fa? Nessuna, bando alle bugie e ai bugiardi), e premesso che ho amici stranieri, anche africani, che rispetto totalmente, "Chi ha paura dello straniero?" è stato il tema del seminario tenutosi giovedì 7 aprile alla Camera del Lavoro di Reggio nell’Eurabia, anzi Emilia, la mia provincia (ho voglia di far cambio residenza e trovarmi in Israele) Organizzata dal sindacato pensionati Spi Cgil. Io vorrei che gli organizzatori dello Spi e tutti partecipanti al seminario, con una macchina del tempo, andassero a intervistare, a fine anni ’40, negli anni della ‘Nakba’ (ma pure secoli prima) i popoli arabi insediati in Palestina chiedendogli: Hey! Voi. Chi ha paura dello straniero? Anzi, chi ha paura e fastidio nel vedere il popolo Ebraico, che popolava da secoli quella terra, e che è nata in quella terra, tornare a casa propria, per ricostruire le proprie case nel territorio dove gli altri gli hanno malamente scacciati con una pulizia etnica? Chi ha paura dell’ebreo? Chi ha paura del sionista? Se si vede un’etnia come invasore, siamo al razzismo più primitivo. Forse gli intervistatori sarebbero stati sgozzati.

E ora lo chiederei a tutti gli italiani: Chi ha paura dell’Israeliano? Chi ha paura dell’ebreo? Avete paura del diverso? Il razzismo è paura. Cosa cambia, dall’essere razzista verso un nero, un bianco o un Israeliano? Come mai l’ottuso non lo capisce? L’essere umano è davvero limitato. Quanti non conoscono la vera storia e non sono nemmeno interessati a conoscerla, perché le bevono tutte, assorbendo ogni tecnica di marketing pietoso e finto commovente dei nemici di Israele, che sono terroristi e assassini? La Demagogia ha sempre funzionato, nei secoli. E su chi fa effetto, radica schemi e rigidità mentali, ragnatele che io chiamo Psicologia involutiva. Un fallimento per l’umanità e il progresso. Perché il cervello umano ha questi enormi limiti e rimane succube della cattiva e manovrata informazione? Naturale, fa più comodo, ed è più veloce credere al gruppo, ai leaders, e a tutti, si fa meno fatica così che leggendo ed elaborando le proprie teorie. Anche l’orrenda realtà dell’olocausto è frutto di demagogia, propaganda e fallimento dei valori umani, mancanza di conoscenza, falò di libri e cultura storica patrimonio dell’umanità. L’olocausto è il fallimento dell’uomo stesso.

C’è pure chi è maledettamente e vergognosamente invidioso di Israele. Perché gli ebrei hanno sempre avuto doti intellettive speciali, il piglio di chi nel mondo, con i suoi mezzi e le sue rare qualità, il successo lo crea, con le sue mani. Molti non ne sono capaci, anche provandoci. Invidiosi come serpi, espellono bile rabbiosa.

p.s. Di Italiani che ragionano e vi stimano ce ne sono tanti, solo che non danno spettacolo, non organizzano concerti ad hoc, richiamando migliaia di giovani, non mangiano approfittandosi di un ghiotto stipendio grazie alla propaganda, non scrivono scemenze sui muri con uno spray, per fortuna non vedo più scritte da anni, c’è qualche adesivo, t-shirt ai concerti o kefiah-trendy. La propaganda è la cosa peggiore del mondo. Anche io acquistai, purtroppo, un kefiah, nel 1995, non sapendo nemmeno cosa fosse, solo per imitare i miei compagni di scuola, che lo indossavano (forse per il mio stesso motivo). Appena mia madre mi disse cos’era, lo gettai nell’immondizia ed ora è bello tritato. Chi è pro Israele purtroppo subisce il bombardamento dei media, che camuffa il bombardamento vero di Hamas. Ignorano in tanti che il Palestinesi sono profughi, solo perché gli Arabi non li ospitano, per tenerli come arma contro Israele. E di posto ne avrebbero tanto!

Cari terroristi e nemici di Israele, io non affatto ho paura di voi, semplicemente mi siete (a dir poco) antipatici e non vi digerisco. Siete assassini senza gloria. Continuerò per sempre a guardarvi con pietà, non perché siete dei maltrattati e meritate la comprensione del globo, ma perché siete la personificazione della regressione dell’intelletto umano, continuando così siete la demolizione di ‘Virtute e Canoscenza’. Cercate di cambiare. Provateci almeno. E Israele, cosa fa? Non cerca la pena. Che il mondo copi, e impari, da Israele. Perché non esiste al Mondo uno Stato altrettanto forte come Israele, con la sua democrazia, il suo antico e attuale orgoglio, che è cresciuto, con la sua identità e il suo destino, il destino di non essere mai cancellato. Un’identità mai estinta. Gente magica. C’è solo da imparare da Israele. Noi italiani stessi non siamo un popolo unito, non abbiamo un’identità nazionale, né l’avremo mai, putroppo, con tutto il rispetto che ho verso i miei fratelli italiani, specialmente per quelli che hanno sofferto per la pulizia etnica di Tito (E ci amiamo così poco, noi italiani, che non ci siamo mai ribellati alla ‘Via Tito’, che andrebbe estirpata) Anche se ora si vedono bandiere dell’Italia a destra e a manca, non è così, non si è affatto radicato un senso della Nazione, sono pochi gli italiani nazionalisti. Gli Israeliani, nemmeno con ciò che accade ora, hanno mai perso la voglia di vivere e la loro identità, sentono che sono vive come non mai le loro radici, e se le legano al cuore. E danno ancora un bel calcio nel didietro a chi, nell’indifferenza, superficialità, violenza e la barbarie, l’ignoranza, non ha più né orgoglio, né storia, né unità nazionale e nemmeno più religione e rispetto per sé.

Ho saputo, qualche giorno fa, che in Scozia, nelle librerie, non si vendono più libri di autori Israeliani. Domanda: preferite rimanere ignoranti, pur di fare i dispetti? Sì, certamente lo preferite. Peggio per voi, io boicotto voi e vi do pan per focaccia, ho deciso che non mi recherò mai in Scozia, tanto cosa dovrei vedere? Di castelli qui ne abbiamo in quantità, molto più belli. Preferirò fare un biglietto per Gerusalemme, molto più interessante. La scelta dei libri, fulgido esempio di apertura mentale. Anche nel terzo Reich tutto è cominciato bruciando il libri. La Germania ci ha guadagnato in peggio, e tutta l’Europa è rimasta danneggiata dall’idiozia di un pazzo criminale, che ha avuto la colpa di nascere e di vivere troppo a lungo. Poi finalmente il mondo se l’è tolto dai piedi, ma con gravi danni per tutti gli umani. Voi che boicottate (inutilmente) i prodotti di Israele, siete il simbolo del degenero neuronale regalatovi dai cattivi media, che vi rendono schiavi di un invisibile (per voi) demagogia. Mentre ogni informazione vera vi rimbalza, e vi offendete scrivendo magari gli ennesimi nonsense, io mi recherò stasera e nei prossimi giorni dall’ortolano, alla ricerca di tanti chili di ottimi agrumi, coltivati dalle sacre mani dei miei fratelli e sorelle di Israele. Vitamina C che preserva le cellule, fa lavorare la mente e fa del bene ad una terra meravigliosa e colorata.

Ross
pubblicata da Mirella Coen




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29 luglio 2011

Rimedio solo per chi soffre di questa patologia,e non per chi defeca dalla bocca,senza fare nomi.............ce ne sono cosi tanti,e poi non lo userebbero i boicottatori.....a buon intenditor!

 

Microcapsula anti-alitosi

In Israele messo a punto un preparato che sarebbe
in grado di risolvere anche i casi più «difficili»

RICERCA

Microcapsula anti-alitosi

In Israele messo a punto un preparato che sarebbe
in grado di risolvere anche i casi più «difficili»

(Corbis)
(Corbis)
MILANO - L’alito cattivo è sempre stato un problema nonostante dentifrici, colluttori, caramelle, mentine, ecc. I mille rimedi finora usati possono coprire il problema solo per un po’ di tempo, ma poi questo invariabilmente ricompare. In alcuni soggetti può compromettere rapporti sociali e relazioni affettive generando addirittura comportamenti che rasentano la fobia sociale quando chi ne soffre sviluppa vergogna per il proprio disturbo. A volte sono invece gli altri a evitare queste persone quando sono costrette a restare a stretto contatto con loro durante il lavoro. Spesso alla base del fenomeno c’è una cattiva igiene orale di vecchia data. A volte addirittura la presenza di carie non curate. Anche cattiva digestione o malattie epatiche, renali o diabete provocano alitosi, ma in questo caso il problema è molto più costante e si risolve solo curando la malattia che lo determina. 

CASI «INCOERCIBILI» - Nella maggior parte dei casi di alitosi «non secondaria» (90%) i molti tentativi di cura finora utilizzati erano falliti e nessuno era ancora riuscito a eradicare i batteri buccali generati da anni di cattiva igiene orale. I ricercatori dello Hillel Yafe May Medical Center (Israele) hanno ora messo a punto una speciale microcapsula che, dopo vari trial condotti su 75 pazienti affetti da alitosi incoercibile, ha dimostrato di eliminare completamente i batteri impedendo che si riformino, come invece avveniva finora. La capsula sembra una qualsiasi mentina (lascia infatti un piacevole sapore di menta), ma contiene particolari sostanze che, con un’azione che si esplica in 20 minuti circa e dura varie ore agendo anche sull’alito da fumo, snidano i batteri anche dalla lingua, dove spesso si aggregano a formare la patina che contribuisce a causare lo sgradevole odore. «Un’azienda farmaceutica europea si è già dimostrata interessata ai risultati del nostro studio –ha detto Shlomo Barak, uno dei più affermati odontoiatri e chirurghi maxillo-facciali israeliani- Considerando che il 50% circa della popolazione mondiale soffre di alitosi questo presidio potrebbe rivelarsi un investimento vantaggioso per l’azienda e per i pazienti che si libererebbero finalmente da un problema che li perseguita da anni»

Cesare Peccarisi




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29 luglio 2011

Il Kibbutz? Adesso e' un grande sogno borghese

 

Oggi il kibbutz appare di nuovo il migliore dei mondi possibili, a metà strada tra socialismo e capitalismo

Il kibbutz? Adesso è un grande sogno borghese

Di: Aldo Baquis

09/06/2011 Tel Aviv

Candidature in aumento. Undicimila appartamenti in costruzione, ciascuno conteso da 10 famiglie. Quello delle giovani coppie che sognano di venire a vivere in kibbutz è un trend in crescita. Perché? Semplice: qualità della vita, solidarietà e ottimi servizi sociali, fuga da stress e cemento, sistema educativo avanzato, aria pulita, prezzo delle case accessibile. Che cosa si può volere di più?

All’inizio del giugno scorso, l’ottantenne Arik Nehamkin, ex Ministro dell’Agricoltura, laburista, scrutava dall’alto di un cavallo le migliaia di escursionisti accorsi nelle campagne di Nahalal (Valle di Jezreel), in occasione di Shavuot (la festa del raccolto e del dono della Torà). Di lì a poco, Arik avrebbe partecipato al tradizionale rodeo, con una ventina di compagni e di compagne molto più giovani di lui, in un turbinio di polvere, nitriti e scalciate equine. Dopo il rodeo, il programma avrebbe incluso un singolare “rondò” di trattori, l’esibizione di cori agresti e ballerini, i voli acrobatici di un aereo per la disinfestazione, la corsa delle balle di fieno (sospinte e fatte rotolare da muscolosi agricoltori); e infine l’esibizione dei macchinari agricoli, da quelli vintage appartenuti ai pionieri degli anni Trenta fino a quelli mastodontici e tecnologici appena arrivati dagli Stati Uniti. E ancora la sfilata trionfale dei bebè nati negli ultimi dodici mesi in quel lembo di terra di Israele.

Guardando tutto ciò, probabilmente Arik Nehamkin si chiedeva la ragione profonda che aveva spinto quella folla, proprio quel giorno, ad assistere, entusiasta, alla tradizionale celebrazione del lavoro nei campi, a Nahalal come in decine di altri villaggi agricoli. Nella valle di Jezreel si festeggiano quest’anno i 100 anni di insediamento agricolo ebraico: un evento a cui anche la Knesset -pur dominata oggi da partiti di destra radicale e confessionali-, ha reso un omaggio commosso.

Nato a Nahalal (un moshav collettivista), Arik Nehamkin era tornato pensieroso ai giorni della infanzia. “Vivevamo in paradiso, a quell’epoca’’, aveva detto. ‘“Ma come ?’’, si erano stupiti i suoi interlocutori, “non avevate niente…’’. “Proprio perché non c’era niente ricordo benissimo l’esperienza di comprare un paio di sandali una volta ogni tre anni, per poi passarli al fratello minore’’. C’era una missione da compiere, c’era un’ideologia e un paese da costruire, c’era -lo ricorda benissimo-, gente felice.

Dall’alto del suo cavallo, -nervoso e imbizzarrito a causa del volume eccessivo della musica sparata da altoparlanti alti più di un uomo-, il vecchio laburista vedeva davanti a sé un centinaio di Suv luccicanti parcheggiati ai margini dei suoi campi: ecco l’Israele borghese, opulenta, consumatrice, che era venuta a toccare con mano le molli zolle di terra di Jezreel per far percepire ai figlioletti strappati ad Internet l’odore del fieno, i colori di un tramonto di fuoco in campagna.

Molto è stato scritto sulla epopea dei kibbutzim e dei moshavim, sulla tragica crisi che -negli anni Ottanta- li aveva visti vicini al tracollo economico. Poi la cancellazione da parte dello Stato (alla fine degli anni Novanta) di debiti per miliardi di shekel, e lo scaglionamento nel corso di un decennio dei debiti residui, li aveva salvati in extremis. Cominciava allora una strada in salita, in cui molti ideali di un tempo vennero percepiti come zavorra, e lasciati dietro le spalle. Furono anni di riorganizzazione economica spietata, in cui i rami secchi vennero tagliati senza complimenti. Poi, nel 2008, l’inversione di tendenza: fu quello l’anno in cui il numero di quanti erano stati accolti come membri di kibbutzim superava quello di quanti li avevano lasciati. Da allora -e oggi più che mai-, le candidature per venire a vivere nei kibbutzim superano di gran lunga le necessità.

Forte senso di solidarietà

A maggio il kibbutz Kerem Shalom, che si trova ai bordi della scorbutica frontiera con l’Egitto e a un passo da Gaza, che di frequente si trova sotto la minaccia di razzi Qassam e di mortai, ha pubblicato un’inserzione con cui informava che avrebbe preso in considerazione nuove candidature. E il telefono della segreteria non ha smesso di suonare. Accanto a questo fenomeno emerge quello della harhava, l’allargamento del kibbutz o del moshav: allargamento “esterno”, se avviene mediante la costruzione di nuove villette su quelli che erano campi e terreni del villaggio; o “interno”, se si trasforma un vecchio edificio del kibbutz in una casa per i nuovi arrivati. Operazione delicata perché le case, si sa, sono molto più che semplici muri e talvolta agli architetti può accadere di dover ristrutturare l’ex “Bet Yeladim-Casa dei bambini”, dove generazioni di pargoli venivano fatti crescere assieme, fuori dai nuclei familiari. Dunque un edificio carico di valori e di emozioni. La privatizzazione dei 270 kibbutzim ha messo da parte la visione comunitaria egualitaria che era alla sua base, mentre ha mantenuto in vita la base sociale di alta qualità che li distingueva. Ora che gli aspetti ideologici si sono molto annacquati, un numero crescente di israeliani vede nell’“ibrido” del nuovo kibbutz un posto in cui volentieri si trasferirebbero: o come membri a pieni diritti, o come vicini, residenti negli ameni “allargamenti esterni”, dove non si ha altro obbligo verso il kibbutz che pagare una quota mensile per i servizi. Mille appartamenti per nuove famiglie sono adesso in costruzione nei kibbutzim di Israele, e altri 10 mila sono in attesa delle ultime autorizzazioni. Ciascuno di questi appartamenti viene conteso da almeno dieci famiglie. E la popolazione dei kibbutzim è in continua espansione. Diversi kibbutzim chiedono, a chi vuole essere membro con pieni diritti, di acquistare “azioni” dell’insediamento per un valore di decine di migliaia di shekel (1 euro, 5 shekel) e di pagare il terreno su cui costruiranno la loro casa fino a 130 mila shekel. Perché ti aprano il cancello, devi essere economicamente affermato. Il kibbutz di oggi resta a mezza strada fra il socialismo e il capitalismo. La gestione dei vari settori si è molto specializzata e le decisioni vengono prese solo da chi è attivo al loro interno. La mitica “Assemblea generale” dei “haverim” non ha più voce in capitolo. Dunque ciascuna azienda viene gestita a sé e durante l’anno rimborsa al kibbutz l’uso del terreno, dell’acqua, della corrente elettrica. Ma a fine anno, i guadagni vanno al kibbutz, che pensa ad utilizzarli per provvedere alle necessità di tutti i membri. È vero che il dirigente dell’azienda del kibbutz percepisce uno stipendio maggiore di quello di un dipendente. Ma ciascun kibbutz stabilisce il divario accettabile, che è di gran lunga inferiore a quello del mercato israeliano. Inoltre la collettività del kibbutz provvede ai disoccupati, agli infortunati, agli anziani, ai malati. Il senso profondo di solidarietà non è scomparso.

Un equilibrio perfetto

Israele ci ha visto giusto, quando ha aiutato i kibbutzim ad uscire dal baratro dei debiti. Se fossero andati a picco -come sarebbe accaduto a ciascuno dei suoi singoli membri, se fosse stato un normale cittadino-, i servizi sociali avrebbero dovuto accollarsi l’onere di provvedere a 130 mila nuovi disoccupati. Oggi i debiti sono stati saldati e molte aziende di kibbutzim trainano l’economia. Qualità di vita, servizi sociali, sistema educativo avanzato, aria pulita, un prezzo delle case accessibile a larghi strati di borghesia, un equilibrio perfetto fra lo stress del lavoro in città e il tempo libero trascorso con la famiglia: questi gli elementi che fanno del kibbutz de-ideologizzato e del moshav il luogo ideale dove molte giovani coppie in Israele vorrebbero crescere i loro figli. A Nahalal, al termine delle festa di Shavuot, si sono viste molte decine di bambini lanciarsi a testa bassa nello slargo dove si era svolta l’esibizione e scavare con foga nel fieno: dove gli anziani del posto avevano nascosto cumuli di caramelle. Una scena magica, uno scorcio in più del “mito del kibbutz” (o moshav), per yuppie pentiti o giovani borghesi in fuga dal cemento e dal caos urbani.

ù
Grazie a Mirella Coen




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28 luglio 2011

Il domani è arrivato

 
Di Donniel Hartman
Negli ultimi mesi Israele si è finalmente sentito un paese normale. Dei cittadini hanno boicottato la ricotta troppo cara, dei medici hanno scioperato per una ristrutturazione dei loro salari, ed ora spuntano tendopoli un po’ in tutto il paese per protestare contro la carenza di alloggi a prezzi accessibili. Tutto questo mentre cadono alcuni Qassam palestinesi dalla striscia di Gaza, incombe la “questioncella” della proclamazione a settembre all’Onu di uno stato palestinese senza accordo con Israele, ed è anche circolata la notizia che il presidente iraniano Ahmadinejad starebbe ponderando la politica di perseguire pubblicamente l’arma nucleare. Quel che è notevole è che, in mezzo a queste “piccole sfide” esistenziali, gli israeliani hanno trovato il modo di preoccuparsi non solo del “se” continueremo ad esistere, ma anche del “cosa” vogliamo essere e in che genere di società vogliamo vivere.
Questi ultimi mesi rappresentano il più grande segno della forza e del successo di Israele. Benché il nostro “quartiere” non sia stato miracolosamente trasportato in Nord America o in Europa occidentale e dunque rimane un luogo profondamente pericoloso, gli israeliani hanno iniziato a muoversi al di là della sola preoccupazione per la questione della sopravvivenza. Sono le avvisaglie di una nuova normalità.
La sovranità ebraica non si esprime solamente nell’indipendenza nazionale del popolo ebraico, ma anche nell’opportunità per il popolo ebraico di modellare la propria società secondo i valori e ideali del proprio popolo e delle sue tradizioni. Significa creare una società fondata su una politica di valori, su aspirazioni morali che incrociano il pubblico mercato e ispirano la creazione di una nuova realtà.
Il governo israeliano potrebbe guardare alle varie proteste civili degli ultimi mesi come a sfide circoscritte che necessitano di soluzioni politiche ad hoc: si potrebbe anche arrivare alla “soluzione del problema” attraverso il licenziamento del ministro delle finanze, o del ministro responsabile del prezzo della ricotta. Una volta trovato qualcuno a cui dare la colpa, potremmo continuare per la nostra lieta strada. Oppure possiamo chiederci quali sono le sfide morali che vengono poste e come possiamo rispondervi metodicamente.
Gran parte del successo economico e militare israeliano dell’ultimo decennio è il risultato della decentralizzazione della nostra struttura economica, lasciando spazio a un sistema economico meno regolamentato e più libero, orientato dalle forze di mercato. In un certo senso tutti ne hanno guadagnato, dal momento che il tenore di vita è nettamente aumentato. Allo stesso tempo, tuttavia, questo ha creato un nuovo povero: un povero che in termini di dollari e centesimi non sta peggio di prima, ma che in termini psicologici si trova nel migliore dei casi nell’impossibilità di soddisfare e mantenere i bisogni del nuovo standard di vita a cui la nostra società si è abituata.
Il benessere di Israele richiede e al tempo stesso offre il lusso di porsi nuove domande su diritti e necessità della persona e sul ruolo in questo della società. Una delle lezioni importanti della nostra tradizione è che bisogna tenere conto sia dei bisogni oggettivi che di quelli soggettivi. Come si apprende dal Talmud, i bisogni oggettivi comprendono cibo, alloggio, vestiario e la possibilità di avere e mantenere una famiglia. I bisogni oggettivi comprendono anche il diritto alla dignità. Bisogni e dignità, tuttavia, sono anche soggettivi e spetta alla società fare spazio a questa soggettività nella sua aspirazione ad impostare una giusta distribuzione delle sue risorse. (Trattato Ketubot 67b).
Il dovere della sovranità e i dividendi del benessere richiedono non solo di garantire la soddisfazione dei bisogni basilari delle persone, ma anche di domandarsi di cosa ha bisogno una persona per vivere una vita dignitosa, e cosa dobbiamo fare noi come società per garantire che tale dignità sia appannaggio di tutti. Mentre corriamo in avanti, dobbiamo assicurarci non di non lasciare gente indietro, ma anche che i valori di cura, compassione e sollecitudine che esercitiamo l’uno verso l’altro sui campi di battaglia definiscano anche il nostro mercato.
I recenti eventi all’interno di Israele indicano che alcuni di questi valori mancano e che da tempo si sente il bisogno di un dibattito più ampio di questo tipo. Per molti anni l’obiezione è stata: “Ci occuperemo di questo domani, per oggi abbiamo problemi più urgenti”. Nel quadro della storia d’Israele è tempo di riconoscere ufficialmente che il domani è arrivato, e se saremo o meno una nazione di valori e aspirazioni è una sfida ma anche un’opportunità dell’oggi.

(Da: YnetNews, Ha'aretz, 25.07.11)

Nella foto in alto: Donniel Hartman, autore di questo articolo




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28 luglio 2011

Scoperto a Gerusalemme un sonaglio d’oro dell’epoca del Secondo Tempio. Apparteneva forse alla veste del Sommo Sacerdote?

 Un raro sonaglio d’oro con in cima un anellino è stato trovato durante uno scavo archeologico nel canale di drenaggio che parte dalla vasca di Shiloah e prosegue dalla Città di David fino al parco archeologico di Gerusalemme, vicino al Muro Occidentale.
Gli scavi sul sito sono condotti per conto della Israel Antiquities Authority, in cooperazione con la Nature and Parks Authority, e finanziati dalla Ir David Foundation.
Secondo i direttori degli scavi, gli archeologi Eli Shukron e Ronny Reich dell’Università di Haifa, "sembra che i, sonaglio fosse cucito su un indumento indossato da un alto dignitario a Gerusalemme, verso la fine del periodo del Secondo Tempio (I sec. e.v.). Il sonaglio è stato portato alla luce nel principale canale di drenaggio dell’epoca a Gerusalemme, tra gli strati di terra che si erano accumulati sul suo fondo. Questo canale di scolo venne scavato e realizzato per tutta la lunghezza del Muro Occidentale del Monte del Tempio, sul fondo del pendio che scende alla valle di Tyropoeon. Il canale convogliava l’acqua piovana da diverse parti della città, attraverso la Città di David e la vasca di Shiloah, fino al torrente di Kidron. La strada principale di Gerusalemme si trovava nella zona di questo scavo, sopra il canale di drenaggio. La strada saliva dalla vasca di Shiloah nella Città di David e in essa era costruito un sovrappasso, noto oggi come “L’Arco di Robinson”, attraverso il quale la gente accedeva al Monte del Tempio. A quanto pare, l’alto funzionario stava camminando per questa strada di Gerusalemme, vicino all’Arco di Robinson, quando perse il sonaglio d’oro che dal suo abito cadde nel canale di drenaggio sotto la strada.
Sappiamo dalle fonti che i Sommi Sacerdoti, che servivano nel Tempio, erano soliti appendere sonagli d’oro alle frange della loro veste. Così, per esempio, nella porzione “Tetzaveh” della Torah, nel Libro dell’Esodo, si trova una descrizione della veste del Sommo Sacerdote Aronne: “Tutta blu … avrà, in mezzo, un’apertura per passarvi il capo; e l’apertura avrà all’intorno un’orlatura tessuta … All’orlo inferiore del manto, tutt’attorno, avrà delle melagrane di color blu, porpora e scarlatto; e in mezzo ad esse, tutt’attorno, dei sonagli d’oro”. (Esodo 28: 31-33).
Non è possibile sapere con certezza se la campanella apparteneva davvero a uno dei Sommi Sacerdoti; tuttavia, questa suggestiva possibilità non può essere completamente scartata.

(Da: MFA, 24.07.11)




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28 luglio 2011

Golan in prima pagina finché Assad sarà impegnato a difendere il suo regime

 
L’indagine delle Forze di Difesa israeliane sui fatti di domenica al confine con la Siria rivela che i dimostranti siriani e le loro molotov hanno innescato l’esplosione di alcune mine causando la morte di otto o dieci di loro. Le forze israeliane hanno invocato per tre volte una “tregua” per consentire alla Croce Rossa di raccogliere i feriti, ma ogni volta i dimostranti ne hanno approfittato per cercare di guadagnare terreno.
Secondo le forze israeliane, molti dei dimostranti siriani che domenica hanno preso d’assalto la recinzione di confine e il valico di frontiera di Quneitra (in occasione dell’anniversario della guerra dei sei giorni del 1967, ribattezzato Giornata della Naksa o “arretramento”) si sono procurati le ferite, talvolta mortali, causando la detonazione di mine anticarro notoriamente posizionate da tempo su entrambi i versanti della frontiera. Secondo l’esame dei fatti condotto dalle forze armate israeliane, i dimostranti che hanno innescato le esplosioni delle mine non hanno usato alcuna precauzione, né si erano muniti di semplici strumenti come degli estintori: un comportamento irresponsabile che ha messo in gravissimo pericolo loro stessi e gli altri presenti. Alcuni di loro, specie all’altezza del valico di Quneitra, hanno anche gettato ordigni incendiari sui campi minati, con lo stesso risultato.
Secondo la valutazione riferita da fonti militari israeliane, diversi dimostranti hanno riportato gravi conseguenze o hanno perso la vita a causa dell’impossibilità della Croce Rossa di raggiungerli, dovuta al rifiuto dei dimostranti di cessare le violenze per consentire lo sgombero dei feriti. I comandanti delle Forze di Difesa israeliane hanno proclamato ben tre “tregue”, ma ogni volta i dimostranti ne hanno approfittato per cercare di avanzare.
Fonti dell’opposizione siriana, da tre mesi sotto il fuoco della repressione del regime di Bashar Assad in molte località del paese, sostengono che i dimostranti erano per lo più contadini siriani poveri, pagati 1.000 dollari ciascuno per partecipare all’assalto al confine israeliano e a tale scopo trasportati al confine in modo organizzato, con autobus messi a disposizione dalle autorità di Damasco. Secondo tali fonti, le autorità siriane avrebbero anche promesso fino a 10.000 dollari alle famiglie di chi fosse eventualmente rimasto ucciso negli scontri. (Da: YnetNews, 6.6.11)

La Siria sostiene che domenica, al confine, sarebbero rimasti uccisi 23 dimostranti e 350 feriti, numeri che l’esercito israeliano ritiene grossolanamente esagerati e che nessuno, nemmeno la Croce Rossa, ha potuto verificare. Secondo i primi risultati dell’inchiesta dell’esercito israeliano, i soldati hanno fatto un uso delle armi estremamente contenuto e mirato, sparando solo alle gambe dei trasgressori e solo dopo ripetute intimazioni in arabo e colpi in aria d’avvertimento. Alti ufficiali israeliani hanno confermato che le operazioni di domenica sono state condotte in modo da ridurre al minimo possibile il numero di feriti. Tutte le vittime si sono verificate sul versante siriano del confine, un dato che rende più complesso da parte delle Forze di Difesa israeliane l’accertamento dei dati esatti, che comunque devono essere molto inferiori a quelli diffusi dalle autorità siriane. Israele accusa la Siria d’aver creato ad arte una deliberata provocazione allo scopo di sviare l’attenzione interna e mondiale dalla perdurante sanguinosa repressione delle proteste anti-regime al suo interno. Polizia e militari siriani hanno assistito al tentativo di irruzione oltre confine senza intervenire in alcun modo per prevenirlo. La folla di dimostranti era anche accompagnata da équipe della tv di stato siriana. (Da: Ha’aretz, 6.6.11)

La ben preparata risposta delle Forze di Difesa israeliane al nuovo tentativo di far irrompere rivoltosi civili attraverso la frontiera settentrionale del paese ha fatto arrivare ai vicini ostili il fermo messaggio che Israele prende molto sul serio la difesa della propria sovranità. La confusione che si era registrata il 15 maggio, quando gruppi di attivisti erano riusciti ad attraversare il confine, ha spinto i comandi a fortificare la linea di frontiera e a posizionare un numero adeguato di soldati, con alti ufficiali presenti sul terreno pronti a reagire rapidamente agli sviluppi con nuovi ordini. Anche questa volta c’era il rischio che la situazione andasse fuori controllo, con un numero di vittime ben superiore, se le forze israeliane non avessero fatto tesoro dell’esperienza del mese scorso. I comandi hanno concentrato le truppe nelle aree giuste, presso Majdal Shams e Quneitra, e nessun militare si è lasciato cogliere di sorpresa quando dalla Siria è giunta la notizia, poi rivelatasi falsa, che la marcia verso il confine era stata cancellata. Le Forze di Difesa israeliane sono perfettamente consapevoli che devono combattere una guerra per i mass-media, oltre a quella per la difesa dei confini. Per questo ai soldati era stata data istruzione di aprire il fuoco soltanto dopo aver dato ripetuti avvertimenti contro il tentativo di forzare il confine. (Da: Jerusalem Post, 6.6.11)

Le alture del Golan hanno cessato di essere il fronte tranquillo dello stato d’Israele. La valutazione è che, finché il presidente siriano Assad sarà impegnato a difendere con la violenza il suo potere, e forse la sua stessa vita, le alture del Golan resteranno sulle prime pagine dei giornali. I siriani spingeranno i palestinesi nei punti di attrito con le Forze di Difesa israeliane, lungo il confine, nel tentativo di creare continui scontri che contribuiscano a distogliere l’attenzione locale e globale dalla profonda crisi interna siriana. L’organizzazione di queste nutrite dimostrazioni popolari non viene fatta coi social network di internet. Facebook giocherà forse un ruolo importante in Egitto, in Libia e in Tunisia, ma sul fronte palestinese non c’è nulla di nuovo: i palestinesi continuano ad essere docili strumenti nelle mani dei regimi di Siria, Libano, Giordania, Egitto e della stessa Autorità Palestinese, che li manovrano a piacere. Non è un caso se domenica i confini d’Israele con Giordania e Libano sono rimasti tranquilli, giacché le autorità di quei paesi hanno preferito, per il momento, mantenere la quiete. Ma se lo stallo diplomatico continuerà, questo potrebbe non essere più vero per l’Autorità Palestinese. (Da: Yediot Aharonot, 6.6.11)

DOCUMENTAZIONE
L’attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: “Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne".
Per la versione in inglese dell’intervista, si veda:
http://www.memri.org/report/en/0/0/0/0/207/0/5203.htm

Nella foto in alto: Un video di origine sconosciuta, messo on-line dall’opposizione siriana, mostra soldati siriani che si fanno beffe dei corpi di civili uccisi dalle forze repressive del presidente Assad. Secondo le fonti dell’opposizione, il filmato sarebbe stato girato sul tetto di una moschea della città meridionale di Dara’a, epicentro delle proteste anti-regime. La tv Al-Arabiya ha mandato in onda una parte del video oscurando il volto delle vittime. Nella versione completa del filmato (raggiunta da decine di migliaia di contatti su YouTube) si sentono i militari scherzare fra loro. Uno ad esempio dice: “Papà ti aveva detto di stare attento, ma non l’hai fatto” rivolto al corpo di un uomo apparentemente colpito da un proiettile in testa a distanza ravvicinata, mentre un altro militare siriano dice all'operatore che vuole avere una copia del video.
Per la parte del filmato mandata in onda dalla tv Al-Arabiya, si veda:
http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4079027,00.html




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28 luglio 2011

L’amaro destino della signora Zoabi

 
Di Hanoch Daum
Lunedì scorso la Commissione Etica della Knesset ha deciso di sospendere la parlamentare arabo-israeliana Hanin Zoabi (lista Balad), che ha partecipato un anno fa alla flottiglia filo-Hamas per Gaza, dove era stata anche fotografata e filmata vicino a membri armati dell’organizzazione turca filo-Hmas IHH. Fino al termine della sessione corrente, fra due settimane, la Zoabi sarà sospesa da ogni attività parlamentare e potrà solo prendere parte alle votazioni in seduta plenaria. “La partecipazione stessa alla flottiglia – ha spiegato la Commissione – il cui obiettivo era quello di violare il blocco navale imposto alla striscia di Gaza nel quadro del conflitto armato contro Hamas, costituisce un atto di tradimento contro la sicurezza dello stato, a maggior ragione se si tratta di un deputato eletto al parlamento israeliano”. Secondo la Commissione, “un parlamentare non può unirsi a un gruppo dichiarato illegale dal ministero della difesa”.

LA FEROCE REPRESSIONE D'ISRAELE: "SOSPESA PER DUE SETTIMANE"

Scrive HANOCH DAUM: «Che il cielo abbia pietà della onorevole signora Hanin Zoabi, che si ritrova a vivere in uno stato così crudele come Israele. Uno stato che osa fermare le irruzioni illegali dal mare; uno stato che, a differenza dei suoi adorabili vicini, non permette nessuna libertà di espressione; uno stato dove le minoranze vivono ogni giorno nel terrore per la propria stessa vita, soprattutto la stessa signora Zoabi: ogni volta che la vedo pranzare in un caffè del prestigioso quartiere German Colony, a Gerusalemme, posso scorgere sul suo volto i segni della tensione.
Ah, se solo la signora Zoabi potesse aggirarsi in pace per Israele proprio come gli israeliani possono fare per le vie di Gaza; se solo potesse essere un membro in vista dell’opposizione in Siria o in Libia; se solo potesse essere una donna colta e istruita di Gaza, impegnata a rivendicare eguaglianza di diritti per tutte le donne: oh, come sarebbe meravigliosa la sua vita.
E invece la povera Zoabi si ritrova in Israele dove, santo cielo, le cose per lei sono davvero orribili. Il suo stipendio come parlamentare alla Knesset è di soli 30.000 shekel al mese (quasi 6.200 euro), gode di condizioni inferiori a quelle di un ministro e adesso è stata addirittura sospesa dalla Knesset per due settimane. Due settimane!
E tutto questo accade solo per aver detto che non c’era alcuna violenza a bordo della “flottiglia” filo-Hamas diretta a Gaza nel maggio 2010, mentre in realtà ce n’era eccome; solo per aver detto che non ha visto nessuno pestare i soldati, mentre foto e filmati dimostrano che si trovava proprio vicino a dove si consumavano quelle violenze. Sospenderla solo per questo? Per aver partecipato a un tentativo violento di violare le frontiere di Israele? Per aver partecipato a un incidente durante il quale soldati del Commando Navale israeliano, saliti a bordo della nave senza armi da guerra, sono stati a un passo dall’essere presi in ostaggio da filo-terroristi?
Ma chi ha mai detto che un parlamentare della Knesset debba essere solidale coi commando della marina, anziché stare dalla parte di attivisti turchi filo-terroristi e filo-Hamas? Dov’è la democrazia? Dov’è la libertà d’espressione? Com’è possibile che a un cittadino israeliano non sia permesso combattere contro Israele e adoperarsi contro la sua stessa esistenza? Com’è possibile che una persona, che pensa semplicemente che Israele sia uno stato illegittimo e da cancellare, subisca una punizione così dura dalla Commissione Etica della Knesset? Ma dove arriveremo? Magari al punto di approvare una legge che proibisce ai terroristi di candidarsi alla Knesset e ai criminali di essere designati alla Corte Suprema?
È davvero deplorevole e doloroso considerare la triste sorte della signora Zoabi. Fa davvero venir voglia di piantare un’altra tenda di protesta davanti alla caffetteria della Knesset. Invece di essere una moderna donna single, in uno degli illuminati paesi vicini a Israele – Siria, Egitto, Giordania, Iran – com’è stato possibile che questa deliziosa signora si sia ritrovata proprio nel violento e spietato stato di Israele? Speriamo almeno che la tremenda punizione inflittale passi presto. Siamo tutti con lei, signora Zoabi, siamo veramente tutti con lei.»

(Da: YnetNews, 20.7.11)

Nelle foto in alto: La parlamentare arabo-israeliana Hanin Zoabi durante un intervento alla Knesset. Sotto: le foto, pubblicate lo scorso giugno da Yediot Ahronot, che la ritraggono in compagnia di attivisti armati filo-Hamas a bordo della Mavi Marmara (maggio 2010)




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27 luglio 2011

“Tornatevene ad Auschwitz”

 
Per non dimenticare...


Quella che si può ascoltare cliccando sul link qui sotto è la registrazione di uno scambio via radio (in inglese) fra Marina israeliana e rappresentanti di “Free Gaza” a bordo delle navi della flotta che puntava a forzare il blocco anti-Hamas sulla striscia di Gaza.

Eccone la traduzione:

Ufficiale israeliano: “Questa è la Marina israeliana. Vi state avvicinando ad un’area che è sotto blocco navale…

Prima voce da una nave dei “pacifisti”: “Sta’ zitto, tornatevene ad Auschwitz”.

Seconda voce da una nave dei “pacifisti”: “Abbiamo il permesso di entrare dall’autorità portuale di Gaza”.

Terza voce da una nave dei “pacifisti”: “Stiamo aiutando gli arabi ad andare contro gli Stati Uniti: ricordatevi dell’11 settembre, gente”.

Le Forze di Difesa israeliane, che hanno diffuso la registrazione, hanno specificato d’aver tagliato alcune pause di silenzio e parole incomprensibili al solo scopo di renderne più agevole l’ascolto. Le Forze di Difesa israeliane hanno inoltre specificato che, per via di un canale radio aperto, non è possibile determinare esattamente da quale delle navi di “Free Gaza” provenivano le voci registrate.

Questo il link alla registrazione:
http://www.youtube.com/watch?v=pxY7Q7CvQPQ&feature=player_embedded

(Da: Honest Reporting, 7.6.10)

Si veda anche, a questo link, il notiziario delle 20.00 del 5 giugno 2010, sul canale israeliano Channel 2 (sottotitoli in italiano), che sottolinea la differenza fra una vera nave di pacifisti (la Linda o “Rachel Corrie”) e una nave di finti pacifisti (la Mavi Marmara) con a bordo membri dell'organizzazione estremista filo-terrorista turca IHH, armati anche di pistole:
http://www.youtube.com/watch?v=tFssbGhcIFc




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27 luglio 2011

Dai libri di scuola a piazza Tahrir

 
Di David E. Miller
Facebook è stato il medium che ha diffuso le parole d’ordine delle ribellioni della “primavera araba”, ma molto probabilmente i testi scolastici – le letture obbligatorie dalla prima infanzia fino a tutti gli anni dell’adolescenza che istruiscono i ragazzi su chi sono e da dove vengono – sono stati all’origine dell’alienazione che ha spinto i giovani nelle piazze.
È quanto hanno affermato alcuni studiosi che si sono incontrati a fine giugno a Gerusalemme, presso l’Istituto Harry S. Truman per la Promozione della Pace, e hanno passato in rassegna le lezioni che gli studenti ricevono dai libri di storia, letteratura, educazione civica e altre materie. “I testi scolastici arabi – spiega Falk Pingel, consulente e ricercatore del tedesco Georg Eckert Institute che si dedica allo studio dei libri di testo – non sono in grado di fare i conti con le diversità interne della società: trasmettono un’immagine omogenea della società che non corrisponde alla realtà”.
I sistemi scolastici in tutto il mondo arabo vengono solitamente criticati per la loro scarsa performance nel generare laureati in matematica, scienze e altre specializzazioni necessarie nel moderno mercato del lavoro. Ma un’analisi critica dei libri di testo in uso in questa regione rivela che essi falliscono anche nella funzione molto più basilare di creare cittadini informati ed istruiti.
Le scuole giocano un ruolo particolare in Medio Oriente e Nord Africa, dove circa il 60% della popolazione è sotto il 30 anni di età. I governi spendono intorno al 20% del loro budget per l’istruzione, ma i tassi di abbandono scolastico sono elevati, i punteggi nei test di valutazione internazionale sono bassi, e circa il 30% della popolazione della regione non è in grado di leggere e scrivere.
Sin dai primi anni, gli studenti possono facilmente constatare la discrepanza che esiste fra ciò che viene insegnato nei corsi di storia ed educazione civica e la realtà attorno a loro, il che li porta a diventare scettici: inizialmente verso la scuola e gli insegnanti, successivamente verso governo e leader. “Il crescente divario fra realtà e libri viene citato come una delle ragioni che hanno portato allo scoppio delle rivoluzioni nel mondo arabo”, dice Pingel.
La Siria, una dittatura sconvolta da rivolte sin dalla metà di marzo, è un potpourri di musulmani sunniti, alawiti, drusi e cristiani. Ma il partito Baath al potere è ideologicamente votato al pan-arabismo e teme che qualunque divisione possa minare la stabilità politica. Di conseguenza, hanno detto gli esperti al convegno, i libri di storia delle scuole siriane non fanno il minimo cenno alle divisioni etniche e religiose del paese, anche se ogni scolaro sa perfettamente a quale identità appartiene la sua famiglia.
Secondo Monika Bolliger, ricercatrice dell’Università di Zurigo che studia i libri di testo siriani, la rivolta in Siria ha evidenziato distinzioni settarie che hanno messo in risalto il fallimento del tentativo dello stato di creare un’unica identità araba onnicomprensiva. Gli studenti siriani da lei intervistati hanno deridono il loro sistema educativo: “Ne parlano come di una assurdità. I siriani spesso raccontano barzellette sul loro sistema d’istruzione, prendendone in giro gli slogan e la propaganda”.
Il curriculum scolastico arabo è altamente centralizzato, uniforme e focalizzato sulla ripetizione più che sull’innovazione, spiega Achim Rohde, ricercatore presso l’Università tedesca di Marburg dove studia i testi scolastici iracheni. Nel tentativo di evitare di affrontare questioni politicamente controverse, il curriculum scolastico iracheno ignora la storia del paese dopo il 1958, anno in cui il re hascemita venne rovesciato da un violento colpo di stato. Dopo di allora il paese è stato governato da una successione di capi del Baath, l’ultimo dei quali, Saddam Hussein, è stato deposto dalle forze alleate nel 2003. Gli alleati hanno cercato di risolvere il problema iracheno delle divisioni settarie rimuovendo dai libri di testo ogni riferimento alle minoranze, compreso l’accenno favorevole alla dottrina religiosa sciita che Saddam aveva ordinato di inserire negli anni ’90 quando cercava di ingraziarseli. Il che, dice Rohde, ha cancellato una fonte di comprensione fra comunità. “I testi scolastici sono parte del problema del settarismo”, spiega il ricercatore. Potrebbero diventare parte della soluzione solo se contemplassero esempi storici di cooperazione inter-settaria. Ma anche in quel caso, aggiunge, la transizione sarebbe difficile e ci vorrebbe tempo. La Tunisia, benché avesse il sistema educativo più sviluppato e moderno, è stata il primo paese arabo a conoscere una rivoluzione perché le sue riforme erano insufficienti.
Secondo Bolliger, dell’Università di Zurigo, lo scetticismo dei siriani verso l’istruzione convenzionale rientra nel più ampio scetticismo verso tutto ciò che sa di versione ufficiale perpetuata dai governi circa la storia e la società, rappresentata anche dai principali mass-media.
Ma non tutti si dicono convinti che i libri di testo giochino un ruolo così importante. Nathan Brown, politologo della George Washington University, dice che i ricercatori accademici sono attratti dai libri di scuola come modellatori della società e degli atteggiamenti perché sono agevolmente disponibili e letti da tutti. Ma, aggiunge, i libri di scuola non costituiscono necessariamente il miglior indicatore della natura di una data società. Striscia di Gaza e Cisgiordania, sebbene politicamente e ideologicamente divise, usano gli stessi testi scolastici. Nel rigido sistema educativo palestinese, un attento studio dei libri di testo è più importante per gli insegnanti che per gli studenti: “C’è ben poca libertà d’insegnamento” spiega Brown.
In Arabia Saudita, una società islamica fortemente conservatrice – dice Eleanor Doumato, già ricercatrice specializzata in libri di testo sauditi al Watson Institute for International Studies della Brown University americana – i testi scolastici ritraggono il paese come parte del “villaggio globale” e come se le donne avessero diritti e libertà che in realtà non hanno. Tuttavia, sottolinea Doumato, il problema non sono i libri di testo, che in nessuna parte del mondo danno una rappresentazione autentica delle società di cui trattano, bensì come vogliono che sia la loro società quelli che sono al potere. Il problema non sono i libri, ma i governi che li sponsorizzano. “I testi di educazione civica dipingono una versione idealizzata della società – conclude Doumato – Il problema è che in Arabia Saudita, sebbene riveriti, gli educatori stessi sono ignoranti”.

(Da: Jerusalem Post, 30.6.11)

Nell’immagine in alto: in una scuola di Gaza, agli scolari viene insegnato il culto dei “martiri”




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27 luglio 2011

Se il dittatore siriano è alle corde

 
Editoriali di Jerusalem Post e Yediot Aharonot
Quando la tv siriana, pesantemente controllata dallo stato, trasmette ai suoi ascoltatori immagini in diretta, si può star certi che è in corso qualcosa di molto ben orchestrato. Infatti, in occasione della recente Giornata della Naksa – la nuova commemorazione della disfatta araba del 1967 – per un breve momento le emittenti siriane sono diventate insolitamente e improvvisamente molto liberali, e hanno mandato in onda materiale dal confine israeliano non censurato. La cosa avveniva dopo che le autorità avevano esortato le masse – ricorrendo anche alla corruzione, secondo insistenti informazioni – a violare gli sbarramenti della frontiera e riversarsi dentro Israele. Lo scopo evidente era quello di mettere in scena uno spettacolo che carpisse l’attenzione dei mass-media. Di qui l’improvviso e temporaneo allentamento delle inveterate restrizioni siriane al lavoro dei giornalisti. Si tratta, va sottolineato, della stessa televisione di stato che è riuscita ad evitare di trasmettere qualsiasi immagine del caos e delle stragi in corso da settimane nelle città siriane sconvolte dalle proteste contro lo spietato regime di Bashar Assad. Naturalmente, la mancata copertura degli sconvolgimenti interni siriani e la successiva alacrità nel fomentare e riportare scontri con i soldati israeliani sono fatti intrinsecamente connessi fra loro. Così come esiste un preciso legame fra il minimizzare deliberatamente il numero di civili siriani uccisi dalle truppe di Assad e l’esagerare quello delle vittime dello show messa in scena al confine con Israele.
Ma ci sono segnali anche più indicativi, a parte l’inconsueta apertura della tv siriana sul Golan. Sul versante siriano, infatti, le zone in prossimità del confine con Israele sono sempre state zone militari off-limits dove non poteva mai accadere che una persona non autorizzata vagasse inavvertitamente. È questo il modo in cui Damasco ha mantenuto eccezionalmente calmo il suo confine con Israele per decenni: decenni nei quali la calma, su quel confine, rispondeva ai suoi scopi. Poi improvvisamente domenica scorsa, in una sorta di replica della Giornata della Nakqa orchestrata tre settimane fa, quell’area è stata invasa da un pullulare di gente portata coi pullman, munita di bandiere e cartelloni, spronata con slogan e altoparlanti. A completare lo show, squadre di cameraman e autoambulanze. C’è una sola spiegazione plausibile: tutto l’evento era stato ben organizzato in anticipo, con approvazione dall’alto.
Ma il dato ancor più rivelatore è stato che i marciatori anti-israeliani – che avrebbero dovuto essere palestinesi –si sono fatti puntiglio di gridare a voce spiegata il loro appassionato e imperituro sostegno ad Assad: tutto l’evento era permeato da una incondizionata uniformità filo-regime, senza la minima voce dissenziente. Eppure la causa di Assad non è particolarmente popolare, di questi tempi, fra gli abitanti del suo feudo. Sicché la singolare lealtà verso Assad e al suo regime in scena domenica sul Golan appare inspiegabilmente in contrasto con lo stato d’animo così evidente all’interno della Siria.
Il che è servito a ricordarci che le assortite autocrazie nostre vicine di casa, quando considerano che sia loro interesse imporre controllo e autocontrollo, sanno molto bene come farlo. Per motivi loro – e non certo per amore d’Israele – egiziani, giordani, Autorità Palestinese (sia il ramo di Ramallah che quello di Gaza) e persino il Libano sotto schiaffo di Hezbollah hanno optato per il mantenimento della disciplina, nel giorno della Naksa. Dal momento che Assad ha ampiamente dimostrato di saper mantenere l’ordine al confine, questo suo insolito “insuccesso” di domenica sul Golan corrobora l’ovvia deduzione che egli da quella messinscena sperava di ottenerne un vantaggio.
Assad è ormai entrato nella fase “più nulla da perdere” del suo travaglio. Il venerdì precedente la Giornata della Naksa, decine di migliaia di siriani, forse anche di più, avevano invaso le strade invocando la sua estromissione. Lo stesso giorno della Naksa, mentre era in pieno svolgimento l’artificiosa performance del Golan, decine di siriani venivano uccisi nel nord del paese. Assad sarebbe solo contento se la comunità internazionale si concentrasse sulle vittime che sostiene inflitte da Israele anziché su ciò che egli sta facendo alla sua stessa popolazione. Per questo, più sangue viene sparso al confine, tanto meglio è per i suoi scopi. Per aumentare l’effetto della manipolazione, Assad ha gonfiato il numero delle presunte vittime causate da Israele. Tanto nessuno può controllare in modo attendibile né verificare nulla, nel suo totalitario cortile di casa.
La brutale tattica diversiva di Assad non era pensata soltanto per l’opinione pubblica estera, ma anche per le folle dentro casa. Assad ha assoluto bisogno di replicare la sua riuscita tattica degli anni passati, che consiste nel tenere unite le diversissime componenti che costituiscono la popolazione siriana demonizzando Israele come il loro comune nemico. Paradossalmente, a questo riguardo, Israele finora è servito alla dinastia degli Assad come uno dei suoi durevoli pretesti per mantenere il potere. Il regime degli Assad – è stato inculcato nella testa dei siriani – protegge il campo arabo dall’orco Israele. Cosa che oggi gli viene beffardamente ritorta contro dai dissidenti dell’opposizione, alcuni dei quali lo bollano causticamente come “lacchè di Israele”. A volte persino propagandisti e provocatori dispostici raccolgono tempesta. Ma questo non significa che Assad non vada perso sul serio. La sua accresciuta vulnerabilità, in effetti, lo rende più disperato e di conseguenza più imprevedibile.
(Da: Jerusalem Post, 8.6.11)

Scrive YEDIOT AHARONOT: «Il cinico uso dei palestinesi fatto dai siriani nel giorno della Naksa sulle alture del Golan si è ritorto come un boomerang contro il presidente Assad. Nell’arena palestinese, ora il terreno gli trema sotto i piedi. Dopo quella giornata, è venuta alla luce una spaccatura tra lui e i palestinesi dei campi in Siria che fino ad oggi erano stati una delle comunità più fedeli agli Assad. Va ricordato che, quando sono arrivate nel campo di Yarmuk (alla periferia di Damasco) le bare coi giovani che avevano perso la vita nell’assurdo assalto alla frontiera israeliana del giorno della Naksa, nel campo sono scoppiati disordini la cui rabbia non era rivolta contro Israele, bensì contro coloro che avevano mandato quei ragazzi al confine con Israele. I membri del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina di Ahmed Jibrils, strettamente identificato al regime siriano, hanno subito il peso dell’indignazione popolare. Nello stesso giorno in cui scoppiavano i disordini nel campo di Yarmuk, l’esercito siriano cancellava i permessi di passaggio dei palestinesi attraverso i posti di blocco che controllano le strade per il Golan a 15-20 chilometri dal confine, impedendo ai palestinesi di raggiungere l’area. Forse qualcuno nella dirigenza siriana ha colto la misura della rabbia nei campi e il potenziale pericolo nel continuare a usarli contro Israele.»
(Da: Yediot Aharonot, 9.6.11)

Nella foto in alto: palestinesi in rivolta, nel campo di Yarmuk, sotto il fuoco dei palestinesi fedeli al regime siriano di Assad.
Per il video completo (attenzione: immagini molto crude):
http://www.linkiesta.it/blogs/falafel-cafe/video-choc-siria-profughi-palestinesi-contro-i-loro-vertici-14-morti#ixzz1OnX4EToP




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27 luglio 2011

Hamas: “Lotta armata fino alla cacciata di tutti gli israeliani''

 BRANO TRATTO DA UN’INTERVISTA A OSAMA HAMDAN, CAPO COLLEGAMENTI ESTERI DI HAMAS, TRASMESSA IL 4 MAGGIO 2011 DALLA TV AL-JADID (LIBANO):

OSAMA HAMDAN: «Anziché avere un partito che negozia [Fatah] e un altro che conduce la resistenza armata [Hamas], entrambi i partiti, o meglio tutte le forze palestinesi opereranno all’interno del quadro unico del confronto con l’entità sionista, e non sarà una battaglia facile.»
Intervistatrice: «Sarà un confronto armato?»
OSAMA HAMDAN: «Sì, sarà un confronto armato, oltre a tutte le altre forme di lotta compresa l’intifada civile contro l’occupazione, contro il muro e contro la giudaizzazione di Gerusalemme. Ma non c’è dubbio che lo scontro armato continuerà ad essere lo sforzo principale e la spina dorsale della resistenza fino alla liberazione della Palestina […] Ritengo che politicamente la soluzione a due stati sia finita. Lo dicono quelli stessi che proponevano questo concetto. Pertanto, cercare di parlare ancora di una soluzione a due stati e come parlare di una cosa che è superata e che non c’è più. Penso che stiamo entrando nella fase della liberazione della Palestina. Quando parliamo di liberazione della Palestina, parliamo del concetto di “ritorno”: il ritorno dei profughi alla loro terra e il ritorno degli israeliani nei paesi da dove sono venuti.»

Per vedere il video di questo brano dell’intervista a Osama Hamdan (con sottotitoli in inglese): http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/2949.htm

BRANO TRATTO DA UN’INTERVISTA AL PRESIDENTE DELL’AUTORITÀ PALESTINESE MAHMOUD ABBAS (ABU MAZEN), TRASMESSA IL 2 GIUGNO 2011 DALLA TV DELL’AUTORITÀ PALESTINESE:

ABU MAZEN: «Per quanto riguarda lo stato ebraico, o quello che è, questa non è mai stata una questione. Durante tutti i negoziati fra gli israeliani e noi, dal 1993 fino a un anno fa, non abbiamo mai udito le parole “stato ebraico”. Ora hanno iniziato a parlarne, e la nostra risposta è stata: “Andate all’Onu e chiamatevi come vi pare. Non è a noi che dovete rivolgervi. Di più: noi ci rifiutiamo di riconoscere uno stato ebraico. Cercate di strapparlo all’Onu o a qualcun altro [Nota: già nella risoluzione 181 del 1947, l’Onu parlava di “Jewish State”, cioè “stato ebraico”]. Perché Israele insiste a chiederlo a noi e solo a noi? Non l’ha chiesto agli arabi, all’Egitto, alla Giordania o a qualunque altro paese arabo con cui abbia negoziato. Solo a noi. Noi sappiamo il motivo e diciamo: “No, ci rifiutiamo”.»

Per vedere il video di questo brano dell’intervista ad Abu Mazen (con sottotitoli in inglese): http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/2959.htm


Si veda anche:

“[…] Si tocca, qui, il famoso “diritto al ritorno”, nel cui culto sono state allevate intere generazioni di irredentisti arabi e palestinesi. Strano “diritto”, però, quello al “ritorno” dei profughi palestinesi e di tutti i loro discendenti (molti dei quali non hanno mai messo piede in terra di Palestina in tutta la loro vita) a stabilirsi non nel loro futuro stato indipendente (come sancisce, ad esempio, per gli ebrei la Legge del Ritorno israeliana), bensì all’interno dello stato ebraico. Strano “diritto al ritorno”, mai riconosciuto né in linea di principio né di fatto ai milioni di musulmani e indù profughi da India e Pakistan, ai vietnamiti profughi dal Vietnam del Sud, agli italiani profughi da Istria e Dalmazia. E nemmeno, naturalmente, ai milioni di ebrei, e loro discendenti, trasferiti in Israele dai paesi d’Europa, del Medio Oriente e del resto del mondo. […]”
http://www.israele.net/sezione,,197.htm

“[…] Vengono spesso sollevate due obiezioni. La prima è: che bisogno ha Israele che la sua identità venga definita da un soggetto esterno? La risposta a questa domanda da “finto tonto” è che, naturalmente, non si tratta di questo: non è che l’identità di Israele debba essere determinata dai palestinesi, è che ai palestinesi viene chiesto di accettare la definizione che Israele dà di se stesso. In altri termini, si tratta di mettere in chiaro che i palestinesi, nel momento in cui intraprendono dei negoziati, accettano il principio che “due stati per due popoli” significa Israele per gli ebrei e stato palestinese per i palestinesi. Come si è detto, si tratta di un presupposto cruciale per l’elaborazione stessa delle clausole del contratto, che si ripercuote anche sulle questioni relative ai profughi (arabi ed ebrei), e che offre la speranza che l’accordo, una volta raggiunto, possa davvero porre fine al conflitto. Anche la seconda obiezione – perché tale riconoscimento non venne chiesto in passato a Egitto e Giordania? – è un po’ da “finto tonto”. All’epoca della firma dei rispettivi trattati di pace con Israele, giordani ed egiziani non rivendicavano l’intero territorio d’Israele, e non indottrinavano intere generazioni di figli all’ethos del “ritorno nelle case di Jaffa e di Haifa”. La mancanza di un esplicito riconoscimento da parte di Giordania ed Egitto di Israele come stato ebraico non ne costituiva un implicito rifiuto, che è invece esplicito nelle posizioni palestinesi. Inoltre Egitto e Giordania non condussero negoziati tutti fatti di vaghezza, doppiezza e insincerità.[…]”
http://www.israele.net/articolo,2987.htm

“Se Israele non è lo stato del popolo ebraico, allora non può chiamarsi Israele perché popolo d’Israele è sinonimo di popolo ebraico. Se Israele non è lo stato del popolo ebraico, allora la sua Dichiarazione di Indipendenza deve essere annullata, perché parla della fondazione di uno stato per il popolo ebraico chiamato Israele. Se Israele non è lo stato del popolo ebraico, allora deve essere revocata la risoluzione Onu del 29 novembre 1947 che prevedeva la spartizione del Mandato Britannico in due stati, uno arabo e l’altro ebraico. Se Israele non è lo stato del popolo ebraico, allora deve essere abrogata non solo la Legge del Ritorno, ma anche la Legge Fondamentale su “Libertà e Dignità Umana” secondo la quale i valori di Israele si fondano sul fatto di essere uno stato “ebraico e democratico”. Se Israele non è lo stato del popolo ebraico, allora bisogna trovare un altro inno nazionale al posto della Hatikva. Se Israele non è uno stato ebraico, non sarà né uno stato cattolico né uno stato buddista: diventerà uno stato arabo-islamico, anche se questo risultato verrà conseguito attraverso la formula dello stato bi-nazionale. Se Israele non è lo stato del popolo ebraico, allora non vi saranno mai due stati per due popoli. Se Israele diventerà uno stato arabo-islamico, molto probabilmente non sarà uno stato democratico. Se Israele diventerà tutto questo, i suoi intellettuali e i suoi giornalisti anti-sionisti e post-sionisti saranno i primi a scappare. Quelli che resteranno indietro saranno gli ebrei originari dei paesi del Medio Oriente. Tempo fa fuggirono da un regime arabo per andare a vivere in uno stato ebraico, ma quello stesso regime che li aveva umiliati e oppressi ora li avrà agguantati di nuovo, questa volta senza via di scampo. […]”
http://www.israele.net/articolo,1922.htm




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27 luglio 2011

Quel falso “diritto” che blocca la pace

 
Di Ruth Gavison, Yaffa Zilbershats, Nimra Goren-Amitai
Poco meno di un anno fa il Centro Metzilah per il Pensiero Sionista, Ebraico, Liberale e Umanista ha pubblicato un rapporto intitolato “Il ritorno dei profughi palestinesi nello Stato d’Israele” e lo ha presentato al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ad altri responsabili politici e ad esperti accademici. Il documento analizza tutte le fonti di diritto internazionale che si occupano di questioni relative al rientro di profughi ed esamina i metodi accreditati in tutto il mondo per affrontare i problemi di profughi.
Il diritto internazionale non impone né riconosce un diritto giuridico dei profughi palestinesi a stabilirsi in territorio israeliano. Un rimpatrio di così vasta scala non era consuetudinario al tempo in cui emerse il problema dei profughi palestinesi, e in pratica non viene utilizzato nemmeno oggi. La questione dei profughi merita d’essere affrontata con la massima serietà, ma Israele deve fare attenzione a non riconoscere un “diritto” al ritorno dei profughi ai sensi del diritto internazionale giacché questo potrebbe costituire la base per nuovi obblighi giuridici. Intese e dichiarazioni non devono includere il riconoscimento di un “diritto” al ritorno che potrebbe successivamente essere invocato come un diritto da singoli profughi e loro discendenti senza poter essere più nemmeno revocato dai loro leader.
È necessario trovare il modo di porre fine alle sofferenze dei profughi palestinesi, tuttavia la giusta soluzione non può essere il rientro su larga scala in Israele di una popolazione tanto diversa, culturalmente e socialmente, dalla popolazione ebraica, e che coltiva la memoria di un “disastro” nella convinzione che fare giustizia richieda un totale ritorno. Non sarebbe la soluzione migliore per i profughi, e certamente non sarebbe il modo per garantire la stabilità nella regione. Discutere la questione nell’ambito del discorso sui diritti umani può limitare le possibilità di arrivare a un accordo concretamente realizzabile.
Un attento esame delle fonti del diritto internazionale conforta la tesi che esso non conferisce loro un “diritto” al ritorno in Israele, e che Israele non ha l’obbligo di autorizzare tale ritorno. La principale risoluzione Onu su cui i palestinesi basano la loro rivendicazione di un “diritto al ritorno” è la risoluzione dell’Assemblea Generale 194 (III) del 1948. Un attento esame di quella risoluzione e delle successive rivela che tali documenti non accordano ai palestinesi il “diritto” di tornare in territorio israeliano. Questo era vero all’epoca in cui le risoluzioni vennero adottate, e a maggior ragione lo è oggi, più di 60 anni dopo, quando il numero dei profughi, sommati a tutti i loro discendenti, è aumentato di circa dieci volte.
Un altro importante documento internazionale sui diritti umani cui fanno riferimento i palestinesi è la clausola “libertà di movimento” nel Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici del 1966. Questo documento non esisteva quando venne a crearsi il problema dei profughi palestinesi; ma in ogni caso, un attento esame del testo indica che anch’esso non obbliga Israele a permettere l’ingresso di profughi palestinesi che non sono mai stati cittadini né residenti di Israele.
Il diritto internazionale sulla cittadinanza, quello sui profughi (per come è definito dalle varie convenzioni sui rifugiati), il diritto umanitario e il diritto penale internazionale non impongono alcun obbligo a Israele di ammettere profughi palestinesi, né di garantire loro la cittadinanza. In mancanza di tale obbligo, Israele ha la facoltà di rifiutarsi di ammettere un grande numero di profughi e loro discendenti che indebolirebbero la maggioranza ebraica in Israele e la stabilità della sua esistenza in quanto stato ebraico e democratico (accanto ad uno stato palestinese). Le stesse ragioni possono sostenere l’opposizione di Israele ad aprire le porte a una massiccia immigrazione di palestinesi attraverso ricongiungimenti famigliari.
L’attuazione del “diritto” al ritorno comprometterebbe quasi sicuramente qualunque soluzione del conflitto basata sul concetto di mettere i due popoli in condizione di vivere in due stati separati e indipendenti, nella pace e nella dignità. L’esperienza indica che è estremamente difficile reintegrare popolazioni divise da un conflitto violento e prolungato. Alla stessa conclusione giunge un’analisi storica comparativa. Passando in rassegna una serie di storici conflitti etnici si trova che, dopo che una separazione etnica si è concretamente verificata, una composizione che preservi la separazione è sovente preferibile alla reintegrazione di popolazioni divise dalla violenza. Così, ad esempio, gli Accordi di Dayton firmati alla fine della guerra in Bosnia – una guerra che aveva provocato un grosso spostamento di profughi – affermano che costoro avrebbero il “diritto” al ritorno in patria; in pratica, tuttavia, il ritorno effettivo è impedito ancora oggi da numerosi ostacoli, a cominciare da ostilità etnica e gravi episodi di violenza.
Il riconoscimento a livello internazionale del fatto che la soluzione o la gestione politica dei conflitti è più efficace del conferimento di astratti diritti al ritorno dei profughi è stato consolidato da una recente sentenza della Corte Europea per i Diritti Umani: la Corte ha respinto la rivendicazione dei profughi greci, esiliati dalla parte settentrionale dell’isola di Cipro nel 1974, secondo i quali in nome dei diritti umani doveva essere consentito loro di stabilirsi nelle loro antiche case.
Il fatto che il caso dei profughi palestinesi venga trattato come viene trattato deriva esclusivamente da considerazioni politiche. La posizione israeliana su questo argomento ha piena giustificazione giuridica.

(Da: Jerusalem Post, 5.7.11)

Nella foto in alto: Le mappe della pubblicistica palestinese raffigurano costantemente il “diritto al ritorno” (rappresentato dal simbolo della chiave) come la “riconquista demografica” di Israele e la sua cancellazione in quanto stato sovrano del popolo ebraico

Per il rapporto Metzilah, completo dei testi della Risoluzione Onu 194/1948 e del Judgment of the European Court of Human Rights regarding Cyprus del 2010 (in inglese), si veda:
http://www.metzilah.org.il/webfiles/fck/File/Shiva%20eng%20final.pdf




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26 luglio 2011

FaceGlat, il social «kosher »per gli ebrei ultraortodossi

 

 

Iscrizioni separate per uomini e donne e nessun contatto tra i sessi. Ma la liberale Tel Aviv insorge: diritti violati

Neppure marito e moglie possono interagire sul network. «Lo facciano dal vivo»

 

 Uomini da una parte. Donne dall’altra. In mezzo, il vuoto. Anzi: un muro (virtuale). Benvenuti su FaceGlat, il primo social network israeliano «kosher» dove vige la segregazione sessuale. Questo clone di Facebook si rivolge solo a un particolare tipo di pubblico: gli ebrei ultraortodossi.

«NON SIAMO COME FACEBOOK» - A creare lo spazio virtuale è stato un 25enne religioso, Yaakov Swisa. Il ragazzo vive a Kfar Chabad, una cittadina a sud-est di Tel Aviv, e ha progettato FaceGlat in modo da tenere separate le amicizie maschili e femminili, senza pubblicità e vietando qualsiasi immagine «immodesta» secondo la religione ebraica. Il sistema prevede un filtro iniziale che non consente a un uomo di iscriversi nella sezione femminile e viceversa. Non solo. Ogni volta che si provano a inserire commenti e status non in linea con la religione, il social network li blocca all’istante. «Non siamo come Facebook: il nostro obiettivo non è fare soldi», dice il fondatore Swisa. «Quello che vogliamo è rispondere alle esigenze di una massa di ebrei ultraortodossi che chiedono un loro spazio virtuale sul web». Certo, «se dopo tutto questo, ci fosse pure un guadagno saremmo ancora più contenti», ammette il ragazzo.

TEL AVIV NON CI STA - A Tel Aviv, città storicamente moderna e secolarizzata, non l’hanno presa molto bene. Oltre a denunciare la palese violazione dei diritti umani, sottolineano come nemmeno moglie e marito possano mettersi in contatto via FaceGlat. «È vero – ammette Swisa – due coniugi non possono interagire tra di loro. Ci abbiamo pensato a lungo se introdurre delle finestre speciali ai membri di una stessa famiglia, ma poi abbiamo detto di no: più di qualche iscritto, pur di mettersi in contatto con l’altro sesso, avrebbe potuto creare un profilo con elementi fasulli». E poi, aggiunte il ragazzo, «forse è meglio se moglie e marito si mettono in contatto dal vivo, sulla poltrona di casa loro». 

RELIGIONE E TECNOLOGIA - Religione e tecnologia non sono quasi mai andate d’accordo in Israele. I leader ultraortodossi continuano a vietare qualsiasi contatto con pc e smartphone. Qualche apertura, negli ultimi tempi, in realtà c’è stata. Come quella di far usare computer non collegati al web o cellulari utili solo a fare chiamate e a inviare sms. Ma l’alternativa religiosa non ha soddisfatto gli ebrei ultraortodossi adolescenti. A un certo punto qualcuno si era pure inventato la tariffa «kosher»: prezzi normali per le chiamate dalla domenica al venerdì pomeriggio, tariffe stratosferiche al calar del sole, cioè all’inizio dello Shabat, il giorno del riposo.

Leonard Berberi




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26 luglio 2011

Da Gerusalemme un'idea veramente bizzarra

 

Scarpe modulari
Fuori dal ghetto

Una idea originale, una novità che di sicuro incuriosisce molte ci arriva da Gerusalemme: si tratta delle scarpe modulari, una idea di una giovane designer israeliana che tra i suoi obiettivi ha quello di dire basta al consumismo, mettere un po' di attenzione al riciclo anche nel mondo della moda e dare la possibilità a tutte le appassionate di scarpe di potersi creare la propria calzatura preferita.

Quella delle scarpe modulari, ovvero componibili tramite l' assemblaggio delle 16 parti disponibili per la realizzazione dei 256 modelli possibili, è senza ombra di dubbio una idea interessante e che ha una venatura ludica, è come un gioco che consente di poter sviluppare la propria creatività di designer (ogni donna ce l' ha...) permettendo anche di limitare la spesa e l' utilizzo di materiali, cose che in tempi come i nostri sono sempre apprezzabili e molto utili.

Una idea originale, una novità che di sicuro incuriosisce molte ci arriva da Gerusalemme: si tratta delle scarpe modulari, una idea di una giovane designer israeliana che tra i suoi obiettivi ha quello di dire basta al consumismo, mettere un po' di attenzione al riciclo anche nel mondo della moda e dare la possibilità a tutte le appassionate di scarpe di potersi creare la propria calzatura preferita.

Quella delle scarpe modulari, ovvero componibili tramite l' assemblaggio delle 16 parti disponibili per la realizzazione dei 256 modelli possibili, è senza ombra di dubbio una idea interessante e che ha una venatura ludica, è come un gioco che consente di poter sviluppare la propria creatività di designer (ogni donna ce l' ha...) permettendo anche di limitare la spesa e l' utilizzo di materiali, cose che in tempi come i nostri sono sempre apprezzabili e molto utili.

fuori dal ghetto




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