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30 giugno 2011

Pillole di Israele e dintorni

 Scrive YEDIOT AHARONOT che "è difficile da capire, ma il Presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen si sta avviando – con tutte le sue forze – verso la caduta, sua e della sua Autorità, il prossimo settembre." L’editoriale ricorda ai suoi lettori che, mentre l’Assemblea Generale dell'ONU potrebbe riconoscere uno stato palestinese, solo il Consiglio di Sicurezza – dove gli USA hanno diritto di veto – gli può concedere lo status di membro dell’ONU. Il giornale si chiede: "Perché è probabile una caduta?" e risponde: "Perché Abu Mazen sta mettendo in pericolo le fragili relazioni dell’Autorità con gli USA, con Israele e con l’Europa. Già in questo momento gli americani sono indignati con l’Autorità perché ha fatto un accordo con Hamas, e se essa agisce contro i desideri della grande potenza è probabile che si trovi ad affrontare una diminuzione del sostegno e allora crollerà diplomaticamente ed economicamente. Israele, dal canto suo, ha dichiarato che se l'Autorità agisce per costituire uno stato palestinese, gli accordi di Oslo – che erano accordi transitori – saranno abrogati. In questo caso, Israele smetterebbe di riscuotere l’IVA per conto dell’Autorità, il che significa che la maggior parte dei trasferimenti di denaro da Israele all’Autorità Palestinese cesserebbe. L’Autorità crollerebbe nel giro di una settimana." L’editoriale aggiunge che Hamas e molti paesi arabi non sono affatto favorevoli a una mossa unilaterale palestinese."
(Da: Yediot Aharonot, 30.06.11)

Scrive MA’ARIV che "mentre la tragedia umana in Siria si sviluppa quotidianamente, parecchie organizzazioni straniere intendono salpare verso Gaza con aiuti umanitari per i palestinesi, che non soffrono alcuna ristrettezza viste le grandi quantità di cibo e di altre merci che entrano nella striscia di Gaza. La situazione dei palestinesi nei campi in Libano è molto peggiore e il mondo tace." L’editoriale ritiene che "gli organizzatori della flottiglia possano ancora astenersi dalla provocazione ed evitare di andare a Gaza. Se dovessero incanalare l’assistenza verso chi ne ha realmente bisogno, come i profughi siriani che sono rimasti senza cibo, rifugio o medicine in Libano, oltre a quelli in Turchia, otterrebbero certamente tutto l’appoggio occidentale. E’ stato recentemente riferito che in Irak i bambini vanno a cercare cibo nell’immondizia. Se l’assistenza è davvero umanitaria, gli organizzatori della flottiglia farebbero bene a dirottarla verso altre zone del Medio Oriente in cui la popolazione sta molto peggio. Sembra che ce ne siano parecchie."
(Da: Ma’ariv, 30.06.11)

Scrive il JERUSALEM POST, a proposito dell’aggressione di un gruppo di arabi contro un ebreo israeliano che era inavvertitamente entrato in un quartiere arabo domenica scorsa, che “il fatto tristemente preoccupante è che qualunque ebreo in una zona prevalentemente araba si può trovare in pericolo mortale.” L’editorialista dichiara che questo “sottolinea la perdita di capacità deterrente delle nostre autorità addette nell’applicazione delle leggi. Dove la polizia non vuole entrare, si creano sacche ostili di pericolo potenzialmente mortale per chiunque vi capiti involontariamente.” Il giornale ritiene che cambiare la mentalità arabo-palestinese pregiudizialmente ostile verso gli ebrei sarà un processo molto lungo e quindi, fino a che questo obiettivo non sarà raggiunto, “le autorità israeliane preposte all’applicazione delle leggi sono tenute a proteggere tutti gli israeliani dalle conseguenze violente.”
(Da: Jerusalem Post, 30.06.11)

HA’ARETZ commenta un rapporto del Dipartimento di Stato Usa diffuso questa settimana, secondo il quale Israele non ottempererebbe agli standard americani per combattere il traffico di esseri umani: “Questa è una vergognosa testimonianza del deterioramento di Israele nel campo dei diritti umani in generale e dei diritti degli stranieri e dei lavoratori migranti in particolare.” L’editorialista sostiene che, "sebbene questa brutta anomalia non potrà essere cambiata da un giorno all’altro,” il governo “deve adottare le raccomandazioni contenute nel rapporto Usa, aumentare la supervisione e applicazione della legge e revocare la legge che lega i lavoratori migranti ai datori di lavoro.”
(Da: Ha’aretz, 30.06.11)




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30 giugno 2011

Ecco un cane in meno

 

Un paese in Olanda, Amersfoort. Si sta svolgendo un funerale, quando il corteo funebre passa davanti a una scuola islamica. Ne escono diversi ragazzi di giovane età (sui 12 anni circa) e cominciano a disturbare le persone presenti. Insulti, gesti volgari, esclamazioni come "ecco un cane in meno".

Quello dei funerali disturbati e attaccati da esponenti della comunità islamica in Olanda è un fenomeno che, come riportano i media olandesi, succede da tempo. Nel video trasmesso da un telegiornale olandese che qui proponiamo, viene intervistata una donna che è proprietaria di una agenzia di pompe funebre. racconta che poco tempo fa mentre si trovava impegnata in un funerale da lei organizzato, si sono avvicinati dei giovani. Le hanno chiesto se il morto era un musulmano. Lei ha risposto no, perché volete saperlo? Quando hanno sentito che non era un islamico, i giovani hanno cominciato a tirare pugni al carro funebre e a lanciare insulti. Al momento non si sa se le autorità di polizia olandesi siano mai intervenute per cercare di reprimere e fermare il fenomeno, che sta indignando la popolazione olandese coinvolta in queste situazioni.

VIDEO
http://www.youtube.com/watch?v=wpImdawOJLw&feature=player_embedded#at=16

30 Giugno 2011
FONTE :
http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2011/6/30/OLANDA-Youtube-video-musulmani-disturbano-funerali-cristiani/190763/
muslim islam holland netherlands pvv europe edl bnp freedom christian christianity geert wilders wafa sultan robinson robert spencer pat condell crime violen...




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30 giugno 2011

L'industriale al servizio di chi aveva perso tutto

 

L’attività diplomatica di Astorre Mayer nei primi anni dello Stato d'Israele

Sergio Itzhak Minerbi

Al momento della fondazione dello Stato d'Israele, nel 1948, il ruolo del Console Onorario non era ancora ben definito presso il ministero degli esteri israeliano. L'ignoranza delle prestazioni di un Console onorario generava talvolta scetticismo al ministero e, per prudenza, invece di incoraggiare la creazione di consolati onorari,  esso aveva la tendenza, piuttosto, di evitarli. Questo atteggiamento non è cambiato molto fino ad oggi e il ministero arrivò persino a chiudere il Consolato onorari o di Hong Kong, per le solite ragioni budgetarie, sebbene le spese fossero coperte da Lord Kadoorie, che fu tra i primi ad inserirsi nell'economia della nuova Cina, costruendo una centrale elettrica nucleare del valore di 3 miliardi di dollari. Dopo alcuni anni di interruzione, il ministero israeliano decise di riaprire il consolato e fu sorpreso dalla facilità con la quale fu possibile farlo, proprio perché le autorità britanniche avevano già dato il loro exequatur in passato avendo, approvato il precedente Console onorario.

La conformazione geografica dell'Italia, nonché la distribuzione delle sue industrie, impongono un contatto continuo con le autorità e gli industriali del nord Italia, che l'Ambasciata, impelagata nella melma nella burocrazia romana, può difficilmente seguire. Per di più, dopo la liberazione nell'Aprile 1945, grazie all'intervento di Raffaele Cantoni, il  prefetto di Milano Riccardo Lombardi e il Clnai (Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia) concessero alla Comunità ebraica di Milano l'uso di Palazzo Odescalchi, in via Unione 5, che era stato sede del Gruppo Fascista locale "Antonio Sciesa".[1]

Ebbe così inizio l'epopea di via Unione e, per alcuni anni, quel palazzo nel centro di Milano divenne il cuore pulsante di tutte le attività ebraiche, campo di transito per i profughi, mensa, base per le attività clandestine della Haganà.[2]

Astorre Ma yer ebbe fin dall'inizio un vivo interesse per i sopravvissuti ai campi di sterminio, che affluivano a migliaia in Italia, in transito per Eretz Israel o altri lidi. Essi arrivavano a via Unione dalla frontiera con l'Austria e venivano poi smistati in ville, tenute e campi in varie località. Forse la sensibilità di Astorre Mayer era maggiore poiché suo padre Sally era nato in Germania e, pur avendo fatto fortuna come industriale nella produzione della carta, era rimasto particolarmente legato ai suoi fratelli d'origine. Astorre fu generoso di aiuti, non solo materiali, per l'Aliyà Bet, organizzata dalla Haganà, per trasferire la maggior parte dei profughi affluiti in Italia (circa 30.000), nell'allora Palestina, nonostante i divieti del governo mandatario britannico e il blocco navale imposto dalla flotta britannica.[3]

Con la creazione dello Stato d'Israele, il 14 Maggio 1948, si effettuò un gradual e passaggio degli inviati israeliani in Italia dalle attività clandestine della Haganà a quelle ufficiali dello Stato. La Legazione d'Israele a Roma si rese conto molto presto che avrebbe incontrato non poche difficoltà nel mantenere dei contatti frequenti e fruttuosi con il Nord Italia. Il suo personale era molto scarso, le comunicazioni lunghe e complesse ed era molto difficile inviare un funzionario per alcuni giorni consecutivi al nord. Era evidente che si dovesse aprire un consolato nel maggiore centro industriale del nord, ossia Milano, ma il ministero degli Esteri non aveva i mezzi necessari per farlo. Nacque così l'idea di aprire un Consolato onorario e la scelta evidente e naturale cadde sull'ingegnere Astorre Mayer, noto industriale milanese, certo non privo di mezzi finanziari e con una lunga attività sionistica al suo attivo.

Simultaneamente fu decisa anche l'apertura di un Consolato onorario a Genova, nominando l'Avvocato L elio Vittorio Valobra come Console. Questi aveva diretto in precedenza la Delasem ("Delegazione Assistenza Ebrei Migranti"),[4] dalla sua fondazione, il 1 Dicembre 1939, fino al Settembre 1943, quando fu costretto a rifugiarsi in Svizzera.[5]

I due Consolati onorari di Milano e Genova cominciarono ad essere operativi nel Novembre 1950. Negli Archivi di stato israeliani,[6] abbiamo ritrovato una parte della ricca corrispondenza in proposito.





Le competenze del Console generale

All'epoca, le competenze di un Console Generale onorario non erano ancora ben definite. Il capo della Legazione a Roma, Moshè Ishai, se ne preoccupò già il 25 Marzo 1952. In una s ua lettera al dipartimento consolare del ministero degli esteri a Gerusalemme, egli tesseva le lodi di Astorre Mayer scrivendo:

"Non credo che noi abbiamo in una qualsiasi località un Console onorario più capace. La persona (figlio unico) e suo padre sono tra i più abbienti a Milano e senza dubbio fanno parte di un'ottima famiglia, una delle migliori nella Comunità ebraica italiana. Generoso nelle sue offerte, abile militante, legato con tutta la sua anima a Israele. Inoltre, un innovatore coraggioso anche nell'industria, nei suoi rapporti con gli operai. Per esempio, ha aperto una scuola professionale per la produzione della carta, dove opera la sua fabbrica. Nella scuola studiano i figli degli operai e al termine dei loro studi sono assicurati a coloro che hanno terminato i corsi, dei posti di lavoro nella fabbrica stessa. La fabbrica produce carta da imballaggio e carta igienica e rifornisce circa il 50% del mercato italiano. Ora si occupa della creazione di una fabbrica simile in Israele.[7]

La sua generosità nelle nostre questioni gli costa milioni di lire. Il Consolato è arredato con gusto ed egli copre tutte le spese. […] Parlando con lui ho scoperto che egli non ha la competenza di firmare sui visti o di rinnovare i passaporti e che deve traferire a Roma i documenti per ottenervi la firma.Questa dipendenza è non solo del tutto incomprensibile, ma anche scomoda e ferisce la persona e la sua posizione. Perciò chiedo istruzioni e una serie timbri a sua disposizione, da fornire subito con il diritto alla firma sui visti e passaporti. I contatti fra di noi rimarranno molto stretti, noi saremo nei suoi confronti consiglieri e ultima istanza, ma non lo metteremo nella posizione di non poter apporre la sua firma sui visti che egli rilascia ai passanti e ai cittadini israeliani".[8]

La questione occupò le canceller ie per alcuni mesi. Il 4 Aprile 1952, a stretto giro di posta, rispondeva Zvi Avnon, direttore del dipartimento consolare, che senza dubbio bisognava concedere la competenza di firmare i visti al sig. Mayer, ma sulle modalità precise si sarebbe espresso in seguito.[9] Moshè Ishai, da Roma, ribattè che bisognava affrettarsi, tanto più che, in occasione della festa dell'indipendenza, si usa concedere onori ai cittadini meritevoli.[10] Il 25 Aprile 1952, il ministero telegrafava a Roma per accordare il diritto di firma a Mayer, senza però inviare anche i timbri, che non erano ancora pronti e non lo furono nemmeno il 15 Maggio 1952.[11] Ma Ishai a Roma riuscì a trovare il modo di consegnare i timbri al signor Mayer in visita a Roma, già il 1 Maggio.[12]

Queste difficoltà di carattere burocratico, che oggi sembrano futili, illustrano l e condizioni nelle quali era costretto a lavorare Astorre Mayer. Non a caso, dal momento che la situazione finanziaria del ministero degli esteri era difficile, le lettere sono spesso dedicate a problemi finanziari concernenti la copertura delle spese consolari.

All'inizio venne discussa anche la questione della creazione di un fondo speciale per coprire le spese del Consolato onorario. Il ministero plenipotenziario a Roma, Moshe Ishai, era contrario a un fondo del genere, e propose invece di fissare nuove regole: a) il Console onorario non aveva diritto né al salario né al rimborso spese; b) Lo Stato avrebbe dovuto coprire, per ogni Consolato, le spese d'ufficio, dell'automobile, della stampa dei moduli, dei timbri, dei telegrammi e del telefono, ovviamente limitate alle attività consolari e ai collegamenti con la Legazione e la Kiryà (Il ministero degli esteri a Tel Aviv); c) Lo Stato non avrebbe coperto le spese per i funzionari supplementa ri, salvo eccezioni, cioé quando il Console onorario dichiarava di non poter sostenere tali spese. In tal caso, il Console avrebbe dovuto presentare un programma di lavoro e lo Stato avrebbe deciso se accettarlo oppure chiudere il Consolato.[13]

In seguito, dato l'ammontare di lavoro che Mayer doveva sobbarcarsi, venne posta all'attenzione del ministero degli esteri israeliano la questione dell'apertura di nuovi consolati nell'Italia Settentrionale, in particolare a Torino e a Trieste.

Alcuni anni dopo, nel Gennaio 1955, il ministro plenipotenziario Eliahu Sasson scrisse una lettera personale al Direttore Generale del ministero degli esteri, riferendogli una conversazione con Astorre Mayer, il quale gli aveva riferito in modo riservato che il lavoro consolare si andava estendendo e gli pesava molto.

Non solo gli occupa la maggior parte del suo tempo, ma anzi disturba il suo lavoro commerciale e la vita famigliare e l o conduce spesso al nervosismo e ad una grande fatica. Talvolte egli è costretto a veder sfumare delle opportunità, mentre molti sono coloro che bussano alla sua porta per un consiglio, una raccomandazione, una richiesta d'aiuto o d'intervento. Il suo buon cuore e la sua coscienza sionistica non gli permettono di rispondere negativamente".[14]

Sasson commenta che, effettivamente, Mayer è ovunque. Non c'è riunione, pubblica, culturale e sionistica, a Milano e in Italia, alla quale Mayer non sia presente. Alla domanda postagli da Sasson su come l'ambasciata potesse aiutarlo, Mayer aveva proposto due soluzioni: una, che venissero nominati due Consoli onorari a Torino e a Trieste, come richiesto già precedentemente; l'altra, che venisse assunto al Consolato di Milano, oltre al cancelliere Moshe Barak, un altro israeliano, il quale si facesse carico di una serie di mansioni, non solo consolari, ma anche riguardanti ques tioni sionistiche e israeliane, quindi mantenendo i contatti con le comunità ebraiche e le istituzioni governative italiane, organizzando conferenze e via dicendo.

Sasson conclude la sua lettera dicendo che la questione è urgente e che non bisogna continuare a rimandarla, soprattutto perché "in ogni nostra conversazione telefonica o incontro, percepisco la stanchezza del signor Mayer e la cosa mi duole, dal momento che non ho ancora incontrato nella golà un ebreo tanto fedele, devoto, delicato, sionista come questo uomo".[15]



I rapporti con la stampa

Tra le molte altre attività di cui si occupò, Astorre Mayer si assunse anche il compito di mantenere dei rapporti continuativi con la stampa italiana, tanto più che tutti i quotidiani imp ortanti venivano pubblicati nel nord Italia: ricordiamo a Milano Il Corriere della Sera e Il Giorno e a Torino La Stampa. Lo stesso dicasi di molti settimanali e riviste. In questo contesto egli fu interpellato da Giovanni Lovisetti, redattore del settimanale Relazioni Internazionali per le questioni mediorientali. Grazie all'interessamento dell'ing. Mayer, il primo ministro plenipotenziario d'Israele presso la Repubblica italiana, Shlomo Ginossar, che aveva presentato le credenziali il 13 Luglio 1949, accolse nel novembre 1949 l'invito dell'Istituto per gli Studi Internazionali di tenere una conferenza presso la propria sede, a Milano.

Nel 1954 Lovisetti fu invitato da Astorre Mayer a visitare Israele ed egli ricorda il colloquio con il ministro degli esteri Moshè Sharett, nel quale "Sharett delineò con parole ammirate la figura di Astorre Mayer e manifestò con calore il suo compiacimento per l'opera profiqua che, quale Console generale, egli svolgeva in favore di Israele".[16]

Eliezer Halevi, della Legazione israeliana a Roma, scrisse il 30 Settembre 1951 a Mayer per segnalare un articolo apparso sulla rivista Epoca dal titolo: "Avvocati si difendono dai Protocolli di Sion". Poiché la maggioranza di quelli che scrivevano erano di Milano, Mayer fu pregato di condurre un'inchiesta su chi fossero le persone in causa.[17] Il mese successivo, l'addetto stampa della Legazione a Roma, Jeshajauh Anug, ringraziava per l'invio dell'articolo "Palestina, terra santa", pubblicato sulla rivista Swiss-Italie, chiedendo di mandargli una copia della rivista e di interessarsi per sapere chi erano gli editori.[18]



Relazioni con la Santa Sede

Nonostan te le difficoltà burocratiche alle quali abbiamo accennato sopra, Mayer svolse un ruolo importante e in un certo senso sorprendente nella questione politica più delicata del momento, quella delle relazioni con la Santa Sede.

Negli anni del suo consolato, Israele non ebbe relazioni diplomatiche con la Santa Sede, poiché tali relazioni furono stabilite solo dopo la stretta di mano del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e del capo dell'Olp Yasser Arafat, avvenuta a Washington il 13 Settembre 1993. Lo scambio di ambasciatori con la Santa Sede  si effettuò solo l'anno successivo, dopo la firma a Gerusalemme dell'Accordo Fondamentale del 30 Dicembre 1993.

Fin dal 1947, agli inizi della lotta di Israele per l'indipendenza, la Santa Sede fu ostile sia per ragioni teologiche sia per la preoccupazione nei confronti dei fedeli della Chiesa nell'allora Palestina, che erano Arabi. Scoppiata la guerra, la Santa Sede si preoccupò ; per l'incolumità dei Luoghi Santi e per la sorte dei profughi palestinesi il cui esodo vuotava la Terra Santa di gran parte dei suoi abitanti cristiani. Ma sopratutto il Vaticano caldeggiava un regime internazionale per Gerusalemme e dintorni e pare che abbia accettato la partizione approvata dall'Onu il 29 Novembre 1947  solo perché prevedeva un corpus separatum internazionale per Gerusalemme. Su questo punto il Vaticano era in rotta di collisione con Israele, nuovo stato uscito vittorioso dalla guerra di indipendenza. Israele si preoccupò di intraprendere dei contatti col Vaticano ed inviò Yakov Herzog a Roma, ma ben presto fu giocoforza rendersi conto che l'ostilità prevaleva. Il ministero degli esteri israeliano decise perciò  di non cercare più nessun contatto in Vaticano  ed anzi di evitarne. C'erano in effetti due scuole di pensiero nel servizio diplomatico israeliano: una, con Eliahu Sasson in testa, p ropendeva per sfruttare qualsiasi possibilità di contatti altolocati,  mentre la seconda severamente ammoniva di non abbassarsi a chiedere incontri giudicati inopportuni dal Vaticano. Probabilmente  queste due linee erano legate anche a questioni personali, poiché alcuni funzionari avevano la tendenza a monopolizzare i contatti con il Vaticano e volevano perciò escludere gli altri colleghi.

In un certo senso, avevano ragione entrambe le tendenze, poiché è vero che si sarebbe dovuto sfruttare ogni occasione di contatti, ma senza mettere in evidenza il forte desiderio di Israele di giungere all'apertura di relazioni diplomatiche con la Santa Sede. La politica mediorientale della Santa Sede diretta da Mons. Tardini, era inflessibile nel richiedere l'internazionalizzazione di Gerusalemme, per quanto nel Giugno 1952 lo stesso Mons. Tardini sembrò favorevole a una proposta italiana. Egli avrebbe accettato perfino il riconosci mento dello Stato di Israele in cambio della "partecipazione di quel governo all'attuazione del piano" che prevedeva il riconoscimento di Gerusalemme "Città aperta".  Ma Mons. Tardini tornò indietro alcuni giorni dopo.[19]

All'interno del ministero degli esteri israeliano  e delle sue ambasciate, si era formato un vuoto attorno al Vaticano, e l'ambasciatore a Roma, Eliahu Sasson, pensò di colmarlo almeno in parte, facendo intervenire il Console Generale a Milano, Astorre Mayer. Sasson giocava evidentemente sull'ambiguità di un industriale milanese che era allo stesso tempo rappresentante di Israele e come tale ricevette da Sasson istruzioni di render visita ai cardinali della sua zona. Per Sasson questo era un metodo per aggirare le istruzioni ricevute e per far fare a Mayer quello che egli non poteva eseguire personalmente, date le istruzioni ricevute dal ministero.

Già il 27 Ottobre 1953, M ayer andò a parlare con il cardinale Giuseppe Roncalli,[20] che in quell'anno era stato nominato Patriarca di Venezia. Mayer scrive: "Nel seguito della nostra conversazione, egli raccontò di aver conosciuto in vita sua molti ebrei e anche israeliani. Ricordò, ad esempio, Maurice Fischer, quando era ancora ministro plenipotenziario a Parigi ed ebbe con lui relazioni molto buone". Mayer lo informò che Fischer si trovava in quel momento ad Ankara e Roncalli promise di riprendere i contatti con lui. Mayer riteneva che il Cardinale Roncalli avrebbe scritto a Fischer per mezzo di qualche monsignore di Ankara. Alle sue parole su Fischer, il cardinale aggiunse che, quando in passato aveva creduto prossimo il riconoscimento da parte del Vaticano dello Stato d'Israele, aveva invitato Fischer per "smuovere il terreno".[21]

E' questa la prima volta che sentiamo da un'autorità vaticana che la Santa Sede, p rima del 1953, aveva soppesato la possibilità di stringere relazioni diplomatiche con Israele.

Dal diario personale di Moshe Sharett, allora primo ministro e ministro degli esteri d'Israele, alla data del 10 Novembre 1953 è scritto: "Non c'è nessun cambiamento nella posizione del Vaticano e, al contrario, diviene più rigida e intransigente".[22]

Dallo stesso diario, qualche giorno dopo, apprendiamo che si era discusso al ministero degli esteri sulla proposta del Brasile di mediare tra Israele e il Vaticano sulla questione di Gerusalemme. Era chiaro a Sharett che il Vaticano non si sarebbe accontentato del controllo internazionale sui Luoghi Santi e avrebbe richiesto la smilitarizzazione di ambo le parti di Gerusalemme, forse come fase preparatoria per l'internazionalizzazione di Gerusalemme e dintorni.[23]

Il 25 Agosto 1954, il cardinale Angelo Giuseppe Roncalli scrisse da S otto il Monte (Bergamo) a Mayer: "Dal paesello natio, ove trascorre alcuni giorni di raccoglimento e di lavoro riposante, si onora di riscontrare gli auguri che l'Ill.mo Sig. Console d'Israele, dr. Astorre Mayer, ha voluto inviargli in occasione della sua Messa d'Oro".[24] Evidentemente, Mayer era sensibile a ricorrenze cattoliche, come quella della Messa d'Oro per un ecclesiastico, sensibilità abbastanza rara fra i funzionari israeliani.

Mayer rispose il 27 settembre 1954 a Roncalli, affermando di essere a sua completa disposizione per proporre un programma di visita in Israele e ricordandogli "che Ella mi manifestò il desiderio di recarsi un giorno in viaggio in Israele".[25]

Pochi giorni dopo, Roncalli rispose a Mayer con un biglietto nel quale scriveva: "Gratissimo del buon ricordo, ringrazia vivamente l'Ill.mo Sig. Mayer: ed assicura che non mancherà – all'occasione – di approf ittare della di Lui gentile profferta".[26] Lo stesso mese, l'ambasciatore Elyiahu Sasson rispose a Mayer circa la possibile visita di Roncalli in Israele e notò che, secondo l'Osservatore Romano dello stesso giorno, Roncalli era partito il giorno prima per Beirut, come rappresentante personale del Pontefice, per presiedere la "Commissione Nazionale Libanese", che si riuniva colà. Col Cardinale partiva una delegazione dei sei persone, tra i quali tre cardinali e il capo dell'Azione Cattolica di Venezia.[27]

Il mese successivo, Mayer scriveva al segretario del patriarca di Venezia, Loris Capovilla:[28] "La ringrazio vivamente della sua cortesia durante il colloquio telefonico odierno così disturbato, e mi permetto di confermarle che verrò a Venezia il 23 Novembre alle ore 11:00 per rendere visita a Sua Eminenza ed esporgli una questione di carattere personale".[29] Si può supporre che il "carattere personale" fosse un eufemismo per richiedere una conversazione a quattr'occhi.

Il 13 novembre, Capovilla rispondeva a stretto giro di posta, confermando che il patriarca attendeva Mayer per il 23 corrente e terminava: "Che Ella sia il benvenuto!".[30] L'incontro ebbe luogo come previsto e ne abbiamo la conferma dalle agende personali di Roncalli, nelle quali risulta un incontro il 23 novembre 1954, sotto la rubrica "udienze" egli scrisse: "Console Mayer di Israele per il Lombardo-Veneto".[31] Ma, nell'Archivio di stato israeliano, al posto del resoconto di Mayer sull'incontro con Roncalli e della lettera di risposta dell'ambasciatore Sasson, c'è una scheda verde che avvisa che il documento è stato rimosso e non è a disposizione del pubblico.[32] Generalmente un provvedimento del genere è preso solo quando ci sono ragioni attinenti alla sicurezza nazionale; ma, in mancanza del resoconto di Mayer e della risposta di Sasson, non possiamo che fare congetture ed ipotesi. Possiamo immaginare che Mayer avesse sollevato la questione delle relazioni diplomatiche con la Santa Sede. Il fatto che anche una lettera dell'8 Dicembre 1954 di Yaakov Herzog, che era da anni preposto alle relazioni col Vaticano, sia stata tolta dalla filza normale, ci induce ad arrivare alle stesse conclusioni.[33]

Qualche mese dopo, in seguito alla vendita di armi dalla Cecoslovacchia all'Egitto, Israele fece degli sforzi per persuadere il Vaticano di riconoscere Israele come un elemento essenziale nel proteggere gli interessi occidentali contro l'espansionismo sovietico. Il 26 Ottobre 1955, Sharett notò nel suo diario che Eliyahu Sasson aveva sentito da una fonte affidabile che il Papa, pur senza cambiare la sua posizione su Gerusalemme, sarebbe pronto a stabilire delle relazioni diplomatiche con Israele. Sharett aggiungeva che Sasson avrebbe verificato la questione attraverso il vescovo di Milano, Giovanni Battista Montini.[34] Ricordiamo che i contatti con l'arcivescovo di Milano erano tenuti da Astorre Mayer, e ciò significava che il ministero degli esteri a Gerusalemme considerava Astorre Mayer un ottimo tramite per avvicinare le alte cariche vaticane.

La paziente e continua pressione che Sasson esercitava sul ministero degli esteri italiano dette i suoi frutti. Come scrive la Tremolada, il 16 gennaio1956  "una cerimonia ufficiale conferì il grado di ambasciata alle vecchie legazioni".[35]

Passarono alcuni mesi e di nuovo troviamo il resoconto di una visita a Roncalli. Il 28 Febbraio 1956, Astorre Mayer inviava un rapporto dettagliato in ebraico a Eliyahu Sasson, l'ambasciatore d'Israele a Roma, sull'incontro con il cardinale Roncalli a Venezia. Mayer scrive che il cardinale lo h a ricevuto molto bene e la conversazione era durata circa mezz'ora. Roncalli gli disse che, nella sua prossima visita a Milano, gli avrebbe reso la visita, poiché a Milano "mi sento un uomo libero".[36] Roncalli parlò subito dell'arcivescovo di Milano, Montini (che divenne in seguito Papa Paolo VI) e disse a Mayer che Montini era molto preoccupato per la questione degli operai e gli chiese la sua opinione. Mayer rispose che, al giorno d'oggi, non ci sono molti disoccupati a Milano e il problema concerne piuttosto l'educazione professionale, poiché solamente coloro che sono privi di un mestiere soffrono per la disoccupazione. Roncalli era d'accordo ed aggiunse che egli desiderava costruire a Venezia una istituzione educativa in occasione del centenario della nomina di un cardinale patriarca a Venezia, e questa istituzione avrebbe dovuto dare un'educazione professionale legata al turismo. Roncalli disse anche che era sua intenzione creare ques ta istituzione nel centro della città e per questo si era opposto ad un altro progetto in base al quale volevano costruire nel centro della città delle case popolari per i lavoratori. Mayer commenta: "Mi sembra che egli desideri dimostrare così che, mentre altri cardinali abbondano di parole su vari progetti, egli invece farà qualche cosa di più concreto".

Il cardinale si disse dispiaciuto di essere in quei giorni lontano dal lavoro politico e diplomatico, ma ciò nonostante era lieto di conversare con Mayer sui problemi di Israele e sulle relazioni tra Italia e Israele. In merito, Roncalli disse di annettere grande importanza al fatto che le legazioni d'Israele e d'Italia erano state elevate al rango di ambasciate. Roncalli aggiunse che era sua intenzione pensare al problema delle relazioni fra il Vaticano e Israele. Mayer ebbe l'impressione che il cardinale sarebbe stato lieto di ricevere la visita dell'ambasciatore e aveva dett o che il suo nome gli era noto.

Mayer aggiunge di avere l'impressione che il cardinale oggi voglia limitare il suo lavoro solo alla sua comunità, senza toccare problemi più ampi e ciò in preparazione alla possibilità di elezioni di un nuovo Papa alla morte di quello attuale (Pio XII): ed in questo modo, e senza farsi propaganda, non si farà dei nemici. Roncalli aggiunse che, a suo tempo, aveva sentito da Shumann, quando era ministro degli esteri francese[37] che egli non voleva approfondire le questioni della grande politica fino a che queste non gli sarebbero cadute addosso.

In conclusione Mayer pensa di poter affermare che nello stesso sentimento vivono tutti i grandi della Chiesa, fuori dalle mura del Vaticano e di Roma, e forse sarebbe opportuno farseli amici adesso; è probabile che, nello stesso tempo, si possano iniziare contatti con i dipartimenti tecnici, ossia gli uffici intern i del Vaticano, persino i piccoli tra di loro.[38]

Pochi giorni dopo, l'Ambasciatore Sasson rispose alla lettera di Mayer, rallegrandosi di non essersi sbagliato quando gli aveva suggerito questo incontro e di sforzarsi per stringere i legami di amicizia con le personalità ecclesiastiche  a Milano, Venezia e Bologna.

"Fin tanto che Israele non ha relazioni ufficiali con il Vaticano, è molto importante mantenere i Suoi legami personali ed amichevoli con i rappresentanti del Vaticano nella zona di competenza del Suo Consolato. Magari potesse allargare questa zona ed estendere i suoi contatti, poiché le sue conversazioni personali con i cardinali non sono solo un'azione per il futuro, ma sono molto di più: sono azioni che spiegano, educano e preparano il terreno e seminano oggi per mietere domani."

Secondo Sasson, Roncalli spera di arrivare al rango di Santo Padre e di ereditare il posto del Pa pa attuale, i cui giorni sono ormai contati.

"Il fatto che egli abbia sottolineato, nella sua conversazione con Lei, l'importanza dell'elevazione di grado delle rappresentanze diplomatiche in Italia e in Israele al rango di ambasciate, dimostra che egli segue con interesse quanto avviene nelle relazioni estere e  cristallizza una sua posizione e un'opinione".[39]

Si ricorderà che il 29 ottobre 1956 Israele sferrò l'operazione Qadesh nel Sinai(crisi di Suez), in evidente accordo con Francia e Gran Bretagna. L'alleanza con i due paesi occidentali crollò quasi subito e Israele dovette affrontare quasi subito le pressioni americane del Presidente Eisenhower nonché quelle russe del presidente Krushchev, il quale minacciò di usare "tutti i tipi di armi", chiaro monito nucleare. Israele fu quindi costretto ad evacuare il Sinai nel marzo 1957.

Il 15 gennaio 1957  arrivò a Roma in visita Maurice Fischer, che nel frattempo era diventato uno dei vice direttori generali del ministero degli esteri a Gerusalemme, il quale, incaricato dei rapporti con il Vaticano, si incontrò con una dozzina di alti prelati a Roma e ne ebbe un'impressione positiva. Ma, nell'agosto 1967, lo stesso Fischer fu costretto ad ammettere di essersi sbagliato quando sperava che la posizione del Vaticano fosse cambiata in meglio.[40]

Durante una vacanza estiva, nel Luglio 1957 a Venezia, Astorre Mayer fece una visita di cortesia al cardinale Roncalli, che, secondo Pinchas Lapid, "nutre da molti anni dei sentimenti di simpatia per noi". Tra l'altro, Mayer ricordò l'opportunità di un pellegrinaggio organizzato sia da parte del cardinale stesso che da parte dei vescovi della zona di sua competenza. Questa sua proposta era rimasta fino a quel momento senza una reazione precisa, ma forse se ne sarebbe potuto discutere nell'anno del decennale di Israele. Il cardinale chiese di trasmettere i suoi saluti cordiali al rabbino capo d'Israele, Itzhak Herzog,[41] che aveva conosciuto anni prima. Lapid pregò perciò il Dott. Colbi, del ministero dei culti a Gerusalemme, di trasmettere i saluti e di invitare Herzog a rispondere e forse anche  ad aggiungere  un invito a visitare Israele per il decennale. [42]

Il 6 Giugno 1958, l'Ambasciatore Sasson scriveva a Fischer:

"Il Vaticano crede che gli stati arabi siano filo-sovietici per tutto ciò che concerne la loro indipendenza e sovranità, ma anticomunisti nella loro vita privata ed individuale. Ciò spiega, per esempio, perché Abd-ul-Nasser sta cercando un riavvicinamento con il Cremlino, ma all'interno della sua repubblica si opponga fortemente al comunismo. Per queste ragioni, il Vaticano è convinto di poter avere un ampio raggio di azione nel Medio Oriente e nei continenti asiatico e africano, se solo saprà adattarsi alle aspirazioni e ai nuovi stili di vita di questi continenti".[43]

"Il Vaticano ha deciso, non spontanemente e non in base ad una valutazione seria e attenta, di evitare qualsiasi incidente fra le comunità cattoliche o gli ecclesiastici cattolici e i loro vicini arabi e islamici nei paesi arabi e islamici. Il Vaticano ha verificato e ha trovato che non ha alternativa. Se vuole conservare la presenza che ha in questi paesi, esso deve andare secondo la corrente. Altrimenti i paesi arabi e islamici potrebbero chiudere le loro porte di fronte al Vaticano, come hanno fatto contro forze ben più potenti".[44]

In mancanza di relazioni diplomatiche normali, dopo la morte di Pio XII, avvenuta il 9 ottobre 1958, e l'elezione, il 28 ottobre seguente, di Angelo Giuseppe Roncalli, che divenne Papa Giovanni XXIII, qualcuno al ministero degli est eri israeliano pensò di organizzare un'udienza privata fra Giovanni XXIII e il suo amico dai tempi di Venezia, il console onorario generale a Milano Astorre Mayer.[45] Il ministero degli esteri israeliano fece intervenire varie personalità e in questo contesto si rivolse anche ad Astorre Mayer.

In merito, il 20 novembre 1958 l'ambasciatore d'Israele a Roma Eliyahu Sasson scriveva a Maurice Fischer di aver letto con interesse la lettera di Fischer diretta al cardinale Tisserant.[46] Appena ricevuta questa lettera, Sasson chiese un incontro con il cardinale Tisserant, che gli venne fissato per l'indomani, il 21 novembre. Sasson esprimeva la speranza che il cardinale leggesse la lettera di Fischer in sua presenza e desse subito una risposta soddisfacente.

Sasson era lieto che il ministero avesse approvato la sua proposta di inviare un telegramma di congratulazioni a monsignor Tardini per la sua nomina a segretario di stato del Vaticano. L'Ambasciatore aveva chiesto l'autorizzazione non per eccessivo amore verso la persona di Tardini, ma nell'intenzione di ammorbidire il suo atteggiamento ostile verso Israele e suscitare l'impressione che Israele lo stimassee fosse soddisfatto della sua nomina. Sasson riteneva che fosse necessario avvicinarsi a Tardini dal momento che, dopo la sua nomina a cardinale e a segretario di stato, la sua opinione e i suoi consigli sarebbero stati maggiormente ascoltati e avrebbero avuto più peso nelle relazioni estere del Vaticano. Sasson aggiungeva che, quando ricevette la lettera di Fischer, Astorre Mayer si trovava per combinazione a Roma. Sia Mayer che Sasson erano d'accordo sull'atteggiamento del ministero secondo il quale il primo approccio di Mayer con Roncalli, ormai divenuto Papa, si dovesse fare solo dopo aver ricevuto la reazione di Tisserant alla lettera di Fischer. Inoltre, Mayer avrebbe dovuto essere istruito nel modo più complet o possibile per evitare malintesi e per poter cogliere i frutti del suo intervento. Anche Sasson era dell'opinione che fosse opportuno che Fischer desse le sue istruzioni a voce a Mayer prima dell'incontro con il Papa.

Mayer valutava molto positivamente il legame con Tisserant, ma riteneva che Israele dovesse stringere rapporti anche con altri cardinali e che si dovesse tentare ogni via per migliorare le relazioni con Tardini e guadagnarne la simpatia, sopratutto ora che era arrivato ad una posizione chiave nelle relazioni estere del Vaticano. Secondo me, fu questo un modo diplomatico di  Astorre Mayer per tentare di distogliere gli israeliani dalla loro idea fissa di trattare solo con l'unico cardinale che avesse sempre manifestato simpatia per Israele, Tisserant.

Mayer riteneva fosse molto opportuno pensare di piantare un bosco in Israele a nome del nuovo Papa, come riconoscimento per il grande aiuto che aveva dato agli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Secondo Mayer, un atto del genere avrebbe potuto risvegliare un'eco favorevole a Israele in Vaticano e nella Chiesa Cattolica in tutto il mondo. L'idea fu ben accetta da Sasson, il quale pregava il ministero di esaminarla seriamente. Egli riteneva che si potessero raccogliere dei fondi a questo scopo non solo dagli ebrei, ma anche dai cristiani ed organizzare una cerimonia con molti partecipanti per la posa della prima pietra. Inoltre, forse il ministro degli esteri Golda Meir sarebbe potuta venire a Roma di persona per porgere al Papa il documento relativo al bosco e per tenere conversazioni importanti con lui, con il segretario di stato e altri cardinali.[47]

Anche dopo l'elezione di Roncalli a Papa Giovanni XXIII, Mayer cercò di mantenere i contatti con lui o indirettamente con i suoi collaboratori. Il 7 gennaio 1959, egli scriveva di aver inviato un libro sul decennale di Israele in omaggio a Capovilla, segretario privato del P apa. Questi gli rispose: "Mio caro sig. Console, grazie, grazie cordiali del suo pensiero e del suo dono. Il volume che narra dieci anni di storia d'Israele mi piace, e dà letizia e delicia [sic] agli occhi. Ricambio gli auguri di buon anno, prospero e benedetto. Suo, A. Loris Capovilla (31.12.1958)". Mayer aveva inviato una copia dello stesso libro anche al cardinal Tardini, segretario di stato, ma da lui non ricevette alcuna risposta.[48]

Il 4 febbraio 1959, Fischer arrivò nuovamente a Roma per essere ricevuto cinque giorni dopo in udienza dal neo-eletto Papa, grazie alla mediazione del cardinale Tisserant e nonostante l'opposizione del segretario di stato Tardini. Il Papa parlò soprattutto della comprensione tra cristiani ed ebrei, mentre Fischer sollevava il problema della mancanza di relazioni diplomatiche tra il Vaticano ed Israele. Il Papa lo congedò dicendo: "Avreste ricevuto immediata soddisfazione se potessi asc oltare solo il mio cuore".[49]

La visita al Cardinale Urbani

Il 20 aprile 1959, Astorre Mayer rese visita al cardinal Giovanni Urbani[50] a Venezia, che era succeduto a Roncalli come patriarca di Venezia. Il patriarca ricevette Mayer tra due gruppi di pellegrini alla Basilica di S. Marco, dove era stata trasferita la salma di Pio X.[51] Mayer ebbe una conversazione di circa mezz'ora con il patriarca, che si dimostrò molto cordiale e ospitale. Il patriarca gli raccontò dell'aiuto che egli aveva prestato agli ebrei di Venezia durante le persecuzioni e di come fosse in contatto con alcuni ebrei fra i maggiorenti della comunità di Venezia quando era ancora prete. Il patriarca espresse il desiderio di compiere un pellegrinaggio a Gerusalemme, anche per poter incontrare degli ecclesiastici suoi vecchi amici. Mayer si disse pr onto ad aiutarlo in ogni modo per realizzare la sua visita in Israele. Il patriarca raccontò anche di aver imparato l'ebraico e di aver insegnato ai suoi studenti l'ebraico e il Tanach [Bibbia ebraica] mentre era professore al seminario. In seguito il patriarca espresse la propria soddisfazione in merito alla decisione di Papa Giovanni XXIII che cancellava le parole "perfidi giudei" dalle preghiere del Venerdì Santo che precede la Pasqua. Tra l'altro, la parola "perfidi" ha assunto un'accezione dispregiativa esprimendo il significato di "malvagio" (mentre in origine significava solo "trasgressori della fede"). Mayer passò ad argomenti politici e percepì l'interesse del patriarca di essere al corrente di tali questioni. Il patriarca raccontò di aver sentito molto sullo Stato d'Israele e sarebbe stato lieto di visitarlo e vederne le realizzazioni. Mayer promise di mandargli del materiale scritto e il patriarca accettò la proposta. Il patriarca si lamentò che tutte le volte, quando la Chiesa compie un passo di avvicinamento a Israele, subito gli arabi si lamentano. Alla domanda di Mayer quando fosse successo un caso simile, il patriarca non rispose, ma volle invece sapere quale fosse la situazione politica d'Israele e la sua posizione per una soluzione del conflitto con gli arabi. Nella sua risposta, Mayer ricordò le parole del ministro degli esteri Golda Meir alla Knesset, la quale aveva detto che, sebbene la pace fosse ancora lontana, le prospettive di arrivarci erano maggiori che in passato. Mayer aggiunse che da parte israeliana c'era buona volontà per giungere finalmente alla pace e non c'erano ostacoli né politici né economici. Il console onorario spiegò al patriarca che con l'Egitto non c'era concorrenza in nessun campo né ragioni fondamentali per l'atteggiamento ostile dei paesi arabi nei riguardi d'Israele. Mayer aggiunse che l'argomento secondo il quale Israele caus a il frazionamento del mondo arabo, è privo di fondamento, poiché il mondo arabo è solo un concetto teorico e non una realtà esistente.

"In conclusione – scrive Mayer – ho trovato che il patriarca è un tipico uomo di Venezia. Non è al corrente delle questioni politiche ed ha raggiunto la sua carica salendo nella gerarchia ecclesiastica e non per ragioni politiche. Non è uomo del grande mondo, ma piuttosto un uomo locale".[52]

Pochi giorni dopo, l'ambasciatore Eliyahu Sasson rispose alla lettera di Mayer del 21 aprile complimentandosi per la sua iniziativa, auspicata ed importante. Il fatto che il cardinale avesse ricevuto Mayer nonostante le sue occupazioni a causa dei due pellegrinaggi dimostrava il suo grande apprezzamento per la visita e il suo atteggiamento caloroso nei confronti degli ebrei.

"La prego- scriveve l’ambasciatore- di continuare a prendersi cura del cardinale come ha fatto col suo predecessore e di mandargli regolarmente, come ha promesso, del materiale sullo sviluppo d'Israele e sulle relazioni corrette con la comunità cattolica e con le minoranze in genere. Verso personalità di questo tipo, siamo obbligati ad agire secondo il principio di lavorare per il futuro. Sarebbe per esempio desiderabile inviargli il libro edito da "Il Ponte" su Israele,[53] che è molto serio ed è importante che si trovi nella sua biblioteca, sia per l'uso del patriarca che dei suoi collaboratori".[54]







I contatti con Montini



Il 7 gennaio 1959, Astorre Mayer scriveva all'ambasciatore d'Israele a Roma, Eliyahu Sasson, attirando l'attenzione su due ricevimenti offerti dal nuovo cardinale di Milano, Giovanni Battista Montini. Il primo ebbe luogo all'Arcivescovato, verso la fine di dicembre 1958, mentre il secondo fu organizzato dall'avvocato Adrio Casati, presidente dell'Unione regionale delle province lombarde. L'avvocato Casati salutò il cardinale Montini a nome di un pubblico di cinquecento invitati, tra i quali le autorità della  città e della provincia. La risposta del cardinale Montini fu molto cordiale e, tra l'altro, disse che la sua nomina da parte del Papa dava onore a tutta la Lombardia e non solo alla sua persona. Nominandolo cardinale, il Papa lo incaricava dell'amministrazione di tutta la regione.

Mayer deduceva da queste parole l'intenzione di Montini di gestire tutta la vita lombarda, sia dal punto di vista religioso che laico. Questa impressione era sottolineata anche dal fatto che, tra i rappresentanti delle varie province, nessun altro prese la parola.

Nei due ricevimenti, Mayer ebbe l'occasione di parlare con il cardinale Montini e si congratulò con lui a nome d'Israele rinnovandogli il precedente invito a venire in visita in Israele. Il cardinale Montini fu molto cordiale, ma non rispose direttamente all'invito.

L'avvocato Casati si era rallegrato di quest'invito a Montini. Mayer contava di poter incontrare di nuovo l'avvocato Casati e il 7 gennaio 1959 scriveva a Sasson se fosse il caso di chiedere a Casati di tastare il terreno presso Montini sull'invito in Israele. Mayer aveva scelto Casati a questo scopo sia perché aveva presenziato alla sua conversazione con il cardinal Montini, sia perché era tornato entusiasta da Israele e ricordava la propria visita in ogni occasione.[55]

L'ambasciatore rispose a Mayer complimentandosi per aver rinnovato l'invito al cardinale Montini a visitare Israele come ospite d'onore del governo israeliano e  scriveva:

"E' opportuno che egli ricordi sempre che Israele lo stima molto e desidera la sua amicizia; anche se i suoi sforzi sono rivolti al futuro, essi non mancano di vantaggi. La nomina di Montini a cardinale ne aumentò molto l'influenza, nella sua regione e in Vaticano. Egli è divenuto uno dei primi e più importanti candidati al pontificato, dopo il Papa attuale".[56]

Sasson non riteneva opportuno richiedere all'avvocato Adrio Casati di parlare con Montini sull'invito in Israele. In generale, le personalità vaticane non amano       rendere partecipi degli estranei dei  loro segreti. Nel caso in cui Montini avesse l'intenzione di visitare Israele o se la cosa sarà possibile, gli sarà più facile dirlo a Mayer direttam ente, piuttosto che per mezzo di una terza persona. L'ambasciatore riteneva invece che si potesse richiedere all'avvocato Casati, in un suo prossimo incontro con il cardinale Montini, di esporgli ciò che aveva visto personalmente durante la sua visita in Israele. Se Casati avesse accettato, sarebbe stato opportuno chiedergli di ampliare il discorso sull'atteggiamento corretto d'Israele nei confronti della Chiesa Cattolica e sul suo vivo desiderio di arrivare alle relazioni diplomatiche con il Vaticano. Casati avrebbe forse potuto aggiungere che, per quanto gli consta, il mondo cristiano accoglierebbe con gioia un simile passo.[57]

Era quindi particolarmente importante, durante il consolato di Astorre Mayer, qualsiasi canale che potesse aprirsi con la Santa Sede. Giovanni Battista Montini era stato per alcuni anni arcivescovo di Milano e in quella carica ebbe frequenti contatti con Astorre Mayer. Secondo monsignor Pasquale Macchi, Paolo VI "ha sempre nutrito una profonda, continua, vivissima stima per l'ingegner  Mayer".[58]

Mayer continuava a mantenere i suoi contatti con il cardinale Montini e, il 29 dicembre 1959, andò a visitarlo per porgergli gli auguri di buon anno, anche a nome dell'ambasciatore d'Israele. Nella conversazione di circa mezz'ora, parlarono soprattutto della ricostruzione d'Israele e Mayer invitò il cardinale a visitare il Paese. Montini rispose che era intenzionato a visitarlo, ma non per un giorno, bensì per un periodo più lungo di tre settimane circa. Montini fece notare che era vivo il suo desiderio di sentire l'atmosfera particolare d'Israele e di vedere coi propri occhi il suo sviluppo. Mayer scrive di aver avuto l'impressione ch'egli parlasse più liberamente della sua amicizia verso Israele e che il desiderio di visitarlo fosse venuto dall'accordo di principio da parte dei circoli "dell'alta politica".[ 59]

L'ingegner Mayer invitò il cardinale a visitare la sua Cartiera di Cairate il 14 Maggio 1960 e questi fu accolto con vivissima cordialità. Qualche mese dopo, il cardinale si recò a Cairate per la consacrazione della nuova chiesa, della quale l'ingegner Mayer era stato benefattore. Nel Marzo 1963 ci fu ancora un incontro in casa del parroco in occasione della visita pastorale di Cairate.

Montini fu eletto Papa il 21 Giugno 1963 e scelse il nome di Paolo VI. Quando  il cardinale divenne Papa, scrive Macchi, il loro rapporto di profonda stima e di sincera amicizia si consolidò. Astorre Mayer fu tra i primi a esprimere la sua gioia, appena fu annunciata la visita di Paolo VI in Israele, effettuata nel gennaio 1964.[60]

Il 7 maggio 1964, Paolo VI espresse l'intento di ridare in Vaticano una presenza agli artisti contemporanei. L'ingegnere Mayer apprezzò il desiderio di Paolo VI e s i impegnò non solo con consigli, ma anche offrendo in dono tre opere: di Chagall, Dalì e Rubin.[61]

Appena eletto Papa, Paolo VI dovette prendere una serie di decisioni concernenti il Concilio Vaticano II, che era stato indetto dal suo predecessore Giovanni XXIII. Tra l'altro, era in discussione la dichiarazione conciliare "Nostra Aetate" riguardante il popolo ebraico, che fu approvata nel 1965.[62] La dichiarazione Nostra Aetate voluta da Giovanni XXIII e attuata dal suo successore, rimane fino ad oggi la sola rivoluzione teologica compiuta dalla Chiesa cattolica in favore degli Ebrei.

La missione archeologica a Cesarea marittima

Le difficoltà non influirono minimamente sullo zelo di Mayer che, tra l'altro, si dedicò ad ispirare una missione archeologica milanese per gli scavi di Cesarea Marittima. L'il lustre magistrato Adolfo Beria D'Argentine ricorda[63] come Mayer avesse organizzato la visita in Israele del primo presidente della Corte d'Appello di Milano, Manlio Borrelli. Egli visitò, tra l'altro, Cesarea Marittima, che, dopo la distruzione di Gerusalemme, divenne la capitale romana in Palestina. Nella parte marittima operava una missione archeologica americana. Nella parte coperta dalla sabbia, erano state ritrovate, nel corso di lavori agricoli, due statue, un grande mosaico e alcune strutture architettoniche romane. L'ambasciatore d'Italia a Tel Aviv, Benedetto Capomazza di Campolattaro, invitò gli ospiti a trovare a Milano le sovvenzioni necessarie per gli scavi di Cesarea. Tornati in Italia, Borrelli e Beria D'Argentine ne parlarono con Astorre Mayer, che ne fu subito entusiasta. Si concordò la visita in Israele del sindaco Virgilio Ferrari, dell'On. Achille Marazza e di Giordano Dell'Amore, presidente della Cassa di Risparmio del le Provinice Lombarde.

Nel Maggio 1957, si riunì a Milano, sotto la presidenza di Dell'Amore, un Comitato Promotore al quale aderirono il Comune e la Provincia di Milano. Dopo l'invio di una missione esplorativa, nel 1958 il Comitato decise di eseguire una prima campagna di scavi, nei primi mesi del 1959. I lavori furono diretti dal prof. Antonio Frova, assisitito dal prof. Luigi Crema, che collaborò al restauro del teatro romano. L'impegno finanziario fu sostenuto dalla Cassa di Risparmio, dal Comune, dalla Provincia di Milano, dall'Associazione Industriale Lombarla, dal dott. Andrea Shapira e dall'Ing. Astorre Mayer. Mayer riuscì ad ottenere anche la collaborazione di alcune imprese che fornirono attrezzature e materiale. Anche il governo israeliano, sollecitato da Mayer, favorì la missione, fornendo la manodopera locale e assicurando all'Italia interessante materiale archeologico. Il teatro erodiano ha conservato le sue doti acustiche e per sonalmente ricordo un concerto di Pablo Casals, che ascoltai dai gradini di quel teatro nei primi anni Settanta. Per uno di questi gradini fu utilizzata una lastra marmorea con il nome di Ponzio Pilato, unica testimonianza epigrafica del genere.





Per l'Università di Gerusalemme



Astorre Mayer fondò l'Associazione degli Amici dell'Università Ebraica di Gerusalemme e dimostrò sempre un profondo interesse verso questa università. Per molti anni fu membro del suo Consiglio di amministrazione e, il 3 Luglio 1972, gli fu conferita la Laura Honoris Causa in Filosofia. Avraham Harman, che fu presidente dell'Università Ebraica di Gerusalem me, scrisse a questo proposito: "Questo gesto era l'espressione della nostra profonda ammirazione per le qualità di un uomo che, conscio dei suoi doveri verso la collettività, alla collettività prima che a sè stesso dedicava in ogni momento tempo ed energia".[64]

Conclusione

Da questo breve riassunto di alcune attività svolte dal console generale Astorre Mayer, possiamo farci un'idea dei molteplici campi nei quali questi operò. Se ho privilegiato le relazioni con la Santa Sede, l'ho fatto per dimostrare che ben aldilà delle mansioni normali di un console, egli era pregato di intervenire anche in questioni squisitamente politiche, come appunto le relazioni con il Vaticano. Col suo tatto, la sua conoscenza della mentalità italiana e le sue possibilità, egli diede un contributo eccezionale che merita certamente d i essere ancora approfondito.

Ciò che colpisce particolarmente quando si sfogliano le carte del console generale Astorre Mayer, è la sua grande ed intensa attività nei campi più disparati. A titolo di esempio, nell'anno 1952 Mayer scrisse al ministero le sue impressioni sul discorso dell'allora ministro del tesoro, Giuseppe Pella,[65] sul partito liberale, sull'arrivo di un nuovo console della Jugoslavia e su una visita di industriali italiani negli Stati Uniti. Per quantità di lettere e varietà di argomenti trattati, l'attività di Mayer fu certamente non inferiore a quella di un'ambasciata.[66]



Astorre Mayer’s diplomatic activity during rhe first years of the State ,

By Sergio Minerbi

This essay is ded icated to Astorre Mayer who was appointed in 1950 as the Honorary Consul of Israel for Northern Italy. Mayer  developed an extensive  activity   proving great competence and generosity.  Mayer was always ready to intervene in important matters. He was so intensely dedicated to this task, that he even conducted  it at the expense of his own normal commercial activity. Among his multiple actions he dealt with the relations with the press, with the Italian archeological mission to Cesarea, and established the Association of Friends of the Hebrew University in Jerusalem.

Mayer was charged by Israel  with maintaining contacts with the most prominent ecclesiastic personalities in his region. For the first time, this essay reveals some details about this particularly important task since in that period and for many years to come, the Holy See refused to establish diplomatic relations with Israel. Mayer   succeeded in maintaining cont act with Cardinal Giovanni Roncalli then Patriarch of Venice who later, in the year 1958, was elected Pope and took the name of John XXIII . Mayer established friendly relations also with Cardinal Giovanni Montini who in 1963 became Pope Paul VI.

This essay is mainly based on unpublished documents of the Archives of the State in  Jerusalem.

***


[1] S. Minerbi, Un ebreo fra D'Annunzio e il Sionismo: Raffaele Cantoni, Bonacci, Roma 1992, p. 150.

[2] Cfr. D. Di Vita, La Comunità Israelitica di Milano all'indomani della Liberazione, in: “Quaderni del Centro di Studi sulla deportazione e l'internamento”, vol. 7, Roma 1973-1974, pp. 33-39.

[3] M. Toscano, La "Porta di Sion"- L'Italia e l'Immigrazione Clandestina Ebraica in Palestina (1945-1948),  il Mulino, Bologna 1990.

[4] S. Minerbi, Un ebreo fra D'Annunzio e il sionismo: Raffaele Cantoni, Bonacci, Roma 1990, p. 87.

[5] Ivi., p. 88.

[6] Questo articolo è basato su una ricerca d'archivio effettuata al Ginzach Hamedinà (GHM - Archivio di Stato Israeliano a Gerusalemme) da mia figlia Nourit Melcer Padon, con grande acume e capacità.

[7] La fabbrica sorse successivamente a Hedera, con il nome di "Mif'alei Niar Hedera".

[8] GHM, Lettera del ministro plenipotenziario Moshè Ishai (Roma) al dipartimento consolare (Gerusalemme), 25 Marzo 1952(traduz. Dell’autore).

[9] GHM, Lettera del direttore del dipartimento consolare (Gerusalemme) alla Legazione Israeliana (Roma), 4 Aprile 1952.

[10] GHM, Lettera del ministro Moshè Ishai (Roma) al dipartimento consolare (Gerusalemme), 9 Aprile 1952.

[11]GHM, Lettera del dipartimento consolare (Gerusalemme) alla Legazione Israeliana (Roma), 15 Maggio 1952.

[12] GHM, Lettera del ministro Moshè Ishai (Roma) al dipartimento consola re (Gerusalemme), 22 Maggio 1952.

[13] GHM, Lettera del ministro (Roma) al segretario generale (Gerusalemme), "Oggetto: i Consolati di Milano e Genova" del  23.12.1951.

[14] GHM, Lettera dell'ambasciatore Elyahu Sasson (Roma) al direttore generale (Gerusalemme), 2 gennaio 1955.

[15] Ivi., p. 3.

[16] G. Lovisetti, "Quante soddisfazioni come console generale", in: Gli Ebrei, l'Italia e Israele - Convegno di studi in memoria di Astorre Mayer, 19-20 Ottobre 1987, Edizioni Comune di Milano: Milano, pp. 75-77.

[17] GHM, Lettera di Eliezer Halevi (Roma) a Astorre Mayer (Milano), 30 Settembre 1951.

[18] GHM, Lettera di Jeshajahu Anug (Roma) a Astorre Mayer (Milano), 14 Ottobre 1951. Successivamente Anug assunse varie cariche fra le quali Ambasciatore in Canada.

[19] Asmae- Telespresso del 29 maggio 1952 da Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede al Ministero; citato in: I. Tremolada, All'ombra degli Arabi. Le relazioni italo-israeliane 1948-1956. Dalla Fondazione dello Stato Ebraico alla crisi di Suez, MeB Publiahing, Milano, 2003,p.174.

[20] Angelo Giovanni Roncalli fu Delegato Apostolico in Turchia e Grecia, con sede ad Istanbul, dal 1935 al 1944. Aiutò gli ebrei in Bulgaria e Ungheria durante la seconda guerra mondiale. Nel 1944 fu nominato Nunzio Apostolico a Parigi. Nel 1953 divenne Patriarca di Venezia. Fu eletto Papa Giovanni XXIII nel 1958, come successore di Pio XII e rimase in carica sino alla sua morte, nel 1963.

[21] GHM, File 273/18, Brano di una lettera di Astorre Mayer (Milano) del 27 Ottobre 1953, allegata a un memorandum di M. Fischer al direttore generale (Gerusalemme), del 25 novembre 1958.

[22]M. Sharett, Yoman Ishi (Diario personale), Tel Aviv, 1978; citato da: L. Rokach, The Catholic Church and the Question of Palestine, Saqi Books, London, 1987, p. 49. Moshe Sharett (Shertok), nato in Ucraina nel 1894, si trasferì in Israele nel 1906 e studiò legge a Istanbul. Nel 1933 sostituì Arlosoroff alla guida del Dipartimento politico dell'Agenzia Ebraica. Nel 1948 divenne il primo ministro degli esteri dello Stato d'Israele e nel 1953, fu nominato primo ministro dopo Ben Gurion. Nel 1956, durante il secondo governo Ben Gurion, Sharett ritornò al ministero degli esteri. I forti dissensi con Ben Gurion portarono quest'ultimo a deporre Sharett dalla carica di ministro degli esteri ed egli divenne direttore dell'Agenzia Ebraica fino al 1960. Spirò il 7 luglio 1965.

[23] Diario di Sharet citato in : Rocah,.cit., p. 51.

[24] GHM, File 272/11, Biglietto con firma autografa di Roncalli (Venezia) a Mayer (Milano), 25 agosto 1954.

[25] GHM, File 272/11, Lettera di Mayer (Milano), a Roncalli (Venezia), 27 settembre 1954.

[26] GHM, File 272/12, Biglietto con firma autografa di Roncalli (Venezia) a Mayer (Milano), 6 ottobre 1954. Il 14 ottobre 1954 Mayer inviava copia del biglietto a Sasson (Roma).

[27] GHM, File 272/11, Lettera di Sasson (Roma), a Mayer (Milano), 20 ottobre 1954.

[28] Loris Francesco Capovilla fu ordinato sacerdote il 23 maggio 1940 e incardinato nel clero del patriarcato di Venezia: prestò poi servizio pastorale come cappellano militare durante la seconda guerra mondiale e, dopo l'8 settembre 1943, collaborò con la resistenza partigiana; iniziò poi a lavorare alla curia patriarcale ed Angelo Roncalli (il futuro papa Giovanni XXIII), eletto alla sede di Venezia nel < a title="1953" href="http://it.wikipedia.org/wiki/1953">1953, lo scelse come suo segretario personale. Dopo l'ascesa al soglio di Pietro di Roncalli, Capovilla mantenne il suo incarico e lo seguì a Roma: rimase il suo più stretto collaboratore per tutto il suo pontificato (fino al 1963) partecipando anche ai lavori del Concilio Vaticano II.

[29] GHM, File 272/11, lettera di Mayer (Milano) a Capovilla (Venezia), 10 novembre 1954. Mayer trasmise a Sasson la copia della sua lettera succitata.

[30] GHM, File 272/11, lettera di Capovilla (Venezia) a Mayer (Milano), 13 novembre 1954.

[31] Ringrazio vivament e il Prof. Alberto Melloni per questa segnalazione.

[32] GHM, File 272/11, Scheda al posto della lettera di Sasson a Mayer del 26 novembre1954.

[33] GHM, File 272/11, Scheda al posto della lettera di Herzog a Mayer dell'8 dicembre 1954.

[34] Sharett, Yoman Ishi, Cit., p. 53.Giovanni Battista Montini, nato nel 1897 a Concesio, nei pressi di Brescia, fu eletto papa nel 1963 e ricoprì la massima carica cattolica, con il nome di Paolo VI, sino alla sua morte nel 1978.

[35] I. Tremolada,cit., p. 209.

[36] GHM, File 273/22, Lettera di Mayer (Milano), a Sasson (Roma), 28 febbraio 1956.

[37] Robert Schuman, (1886-1963), primo ministro francese (1947-48) e ministro degli esteri  (1948-53). Fu uno dei padri fondatori dell''Un ione Europea.

[38]GHM, File 273/22, Lettera segreta del 28 Febbraio 1956 del console generale (Milano) all'ambasciatore d'Israele (Roma).

[39] GHM, File 274/6, Lettera dell'ambasciatore Sasson (Roma) al Console Mayer (Milano), del 5 Marzo 1956.

[40] U. Bialer, Cross on the Star of David, Bloomington, Indianapolis, Indiana University Press 2005, pp. 57-58.

[41] Itzhak Herzog, rabbino capo ashkenazita d'Israele dal 1936 alla sua morte del 1959.  Probabilmente Herzog aveva conosciuto Roncalli quando questi era delegato apostolico in Turchia e Grecia durante gli anni della seconda guerra mondiale. Il succitato Yaakov Herzog era suo figlio.

[42]GHM, 273/15, Lettera del vice-console Pinchas Lapid (Milano) al dott. Colbi (Gerusalemme), 1 Agosto  1957.

[43] Lettera di Sasson (Roma) a Fischer (Gerusalemme), 6 giugno 1958. Citato in: Bialer, Cit.,p. 59.

[44] Continuazione della stessa lettera citata da Bialer: GHM, File 274/7; paragrafo non citato da Bialer.

[45] Bialer,Cit., p. 60.

[46] Eugène Tisserant (1884 –1972), nominato cardinale nel 1936, fu dal 1936 al 1951 segretario della Congregazione dei Riti Orientali nella Curia Vaticana. Nel 1957, Papa Pacelli lo nominò archivista dell'Archivio segreto Vaticano. Tisserant si dimise da tutte le sue cariche il 27 marzo 1971.

[47] GHM, 273/22, Lettera dell'ambasciatore Sasson (Roma) a M. Fischer (Tel Aviv), 20 Novembre 1958.

[48] GHM, 273/22, Lettera del console generale  (Milano), all'ambasciatore Sasson (Roma), 7 gennaio 1959.

[49]Lettera di Fischer (Roma) a Golda Meir (Gerusalemme) del 10 febbraio 1959, citato in: Bialer,. Cit., pp. 61-62.

[50] Giovanni Urbani (1900 - 1969), fu patriarca di Venezia dal 1958 sino alla sua morte. Sia il suo predecessore come patriarca, Angelo Giovanni Roncalli che il suo successore Albino Luciani, furono eletti Papi.

[51] Giuseppe Melchiorre Sarto venne eletto Papa Pio X il 4 agosto 1903 e morì il 20 agosto 1914. E' stato proclamato santo nel 1954.

[52] GHM, File 273/18, Lettera del console onorario Mayer (Milano) all'ambasciatore Sasson (Roma), 21 aprile 1959.

[53] Si riferiva a: Israele. Numero speciale di "Il Ponte" - Rivista mensile di Politica e Letteratura fondata da P. Calamandrei, dedicato al decennale del lo Stato d'Israele, dicembre 1958, Firenze, La Nuova Italia.

[54] GHM, File 273/18, Lettera dell'ambasciatore Sasson (Roma) al console onorario Mayer (Milano), 28 aprile 1959.

[55]GHM, File 273/22, Lettera del console generale (Milano) all'Ambasciate d'Israele (Roma), personale e segreta, 7 gennaio 1959.

[56] GHM, "Invito del cardinale Montini". Lettera dell'ambasciatore Sasson (Roma) al console onorario Mayer (Milano), 16 gennaio 1959..

[57] GHM, Ibid.

[58] Mons. P. Macchi, "Quei Rapporti con Papa Paolo VI", in: Gli Ebrei, l'Italia e Israele,. Cit., pp. 71-73.

[59] GHM, File 273/17, Lettera di Mayer (Milano), all'ambasciatore Sasson (Roma), 29 dicembre 1959.

< a href="#_ftnref">[60] La visita non ufficiale provocò anche delle offese alla sensibilità israeliana: il Papa fu ricevuto dal presidente dello Stato Shazar, ma non ne nominò mai il titolo; prima di lasciare il territorio israeliano il Papa commentò acerbamente gli attacchi di Rolf  Hochut contro Pio XII come se Israele fosse corresponsabile; dopo la sua partenza mandò un telegramma di ringraziamenti a Shazar senza scriverne il  titolo e inviandolo a Tel Aviv mentre la sua residenza ufficialeera ed  è a Gerusalemme.

[61] Macchi, Ibid.

[62] Card. A. Bea, La Chiesa e il Popolo Ebraico, Morcelliana: Brescia 1966.

[63]A. Beria Di Argentine, "La straordinaria missione archeologica a Cesarea Marittima", in: Gli Ebrei, l'Italia e Israele, Cit., pp. 79-82.

[64] A. Herman, "Guida e maestro nella rinascita di Israele", in: Gli Ebrei, l'Italia e Israele - Convegno di studi in memoria di Astorre Mayer, 19-20 Ottobre 1987, Edizioni Comune di Milano, Milano, p. 91.

[65] Giuseppe Pella, nato a Valdengo nel 1902 e morto a Roma nel 1981, fu presidente del consiglio dei ministri italiano nel periodo 17 agosto 1953 - 12 gennaio 1954 e più volte ministro.

Marco paganoni (a cura di)

Per costruire e ricostruirsi,

Astorre Mayer e la rinascita ebraica tra Italia e Israele,

FrancoAngeli, Milano, 2010




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30 giugno 2011

Non c'è nessuna crisi umanitaria a Gaza

 
Guardate questo filmato, girato nei giorni scorsi a Gaza:
http://youtu.be/oJQgDBKeDFU
Vi sembra che stiano così male laggiù?




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30 giugno 2011

Le illusioni di un popolo assediato

 

di Melanie Phillips (traduzione sergio HaDaR tezza)

Una delle caratteristiche più dolorose dell'ostilità corrente contro Israele è il ruolo svolto da certi ebrei, sia in Israele sia fuori di essa. Molti si sforzano di spiegare perché scelgono di spargere menzogne e libelli su Israele, allineandosi in tal modo chiaramente al fianco di quelli che odiano il Popolo Ebraico. È difficile esagerare l'importanza del ruolo di certi accademici israeliani in questo processo di demonizzazione e delegittimazione. Il loro valore per coloro che si augurano il male d'Israele è che, per quanto le loro affermazioni siano mendaci ed estreme, non possono essere accusati di pregiudizio contro gli ebrei perché sono essi stessi ebrei. Così forniscono un alibi cruciale a coloro che augurano del male a Israele e agli ebrei, ed hanno condotto all'errore molti altri che sono semplicemente ignoranti. Adesso, tuttavia, un nuovo libro molto imponente, silura il mito che gli ebrei non possono odiare gli ebrei, essere antisemiti. Nel libro "The Oslo Syndrome: Delusions of a People under Siege" (Smith and Kraus), lo psichiatra americano Kenneth Levin dimostra che il fenomeno degli ebrei che stanno dalla parte degli oppressori del loro popolo ha in realtà delle radici molto profonde. Beniamino di Tudela, il viaggiatore ebreo del XII Secolo, scrisse che gli ebrei di Costantinopoli attiravano animosità a causa dei conciatori di pellami che inquinavano le strade con le loro acque sporche. Il terrore psicologico causato dalla costante animosità nei loro confronti e dalle persecuzioni portò lungo i secoli gli ebrei a convertirsi ad altre religioni, forzare altri a convertirsi e a opporre certi marchi di identificazione come l'educazione ebraica. Una volta dopo l'altra nell'Europa del XIX e del XX Secolo, gli ebrei emancipati guardavano dall'alto in basso verso gli ebrei dell'Est che attiravano l'attenzione sulle loro origini in modo molto sconveniente attraverso la loro apparenza e il loro comportamento. Per proteggere se stessi, gli ebrei illuminati - i maskilim - assorbirono i sentimenti anti ebraici che li circondavano e li ridiressero contro gli ebrei osservanti. Il padre fondatore dell'Illuminismo Ebraico e della Riforma, Mosè Mendelssohn [i cui nipoti erano TUTTI batezzati cattolici - ndt], denunciò lo Yiddish come la lingua dei balbuzienti, una lingua corrotta e deformata. Karl Marx, il cui padre si convertì dall'ebraismo al cristianesimo per mescolarsi con la società , era d'accordo con gli antisemiti del tempo che gli ebrei erano immutabilmente materialistici e degenerati e che era questo che li portava ad essere dei corrotti di professione. Per ricevere l'accettazione della società circostante, i maskilim (riformati) non gettarono via solo la pratica religiosa ma anche l'obiettivo del ritorno a Sion. Invece, abbracciarono l'universalismo e l'assimilazione, dichiarando che gli ebrei dovevano diventare cittadini e parte delle nazioni del mondo e promuovere i principi dell'Illuminismo di valore individuale, ragione e libertà. Tra le due guerre, il pregiudizio anti ebraico molto diffuso negli USA risultò in modo simile nella fuga delle classi intellettuali dall'identità ebraica, attraverso conversioni, cambi di nome e - forse la cosa più rivelatrice nell'ottica delle difficoltà di oggi - la tendenza a dar la colpa ad altri ebrei per l'odio diretto verso di loro. Il vero punto del libro di Levin, tuttavia, è mettere in relazione quest'antica patologia storica di un popolo bersagliato e traumatizzato con gli atteggiamenti degli ebrei di oggi verso Israele e i suoi problemi, e in particolare la fuga dalla realtà, dalla logica e dal buon senso durante gli anni del "processo di pace" di Oslo. In modo controverso, pone le radici della ripulsione sentita dalla sinistra laburista di fronte all'elezione di Menachem Begin nel 1977, non tanto nella sua politica espansionista, quanto nell'appoggio che aveva ricevuto dagli ebrei osservanti, dai sefarditi e dalla piccola borghesia (orrore!). La vittoria del pubblico di questi gruppi, disprezzati dalla sinistra, era vista dalla sinistra come una catastrofe nazionale. Rifiutando di solidarizzare verso le discriminazioni sofferte dai sefarditi e dagli ebrei orientali in genere, la sinistra diresse la propria solidarietà e fervore egualitario verso gli arabi. Il governo Likud divenne "l'altro", e così fu spianata la via per la grande inversione morale della sinistra israeliana, in cui Israele - le vittime degli arabi - furono accusati di opprimerli. Ciò che seguì fu "Pace Adesso", la demonizzazione sistematica d'Israele da parte di una fetta significativa degli "intellettuali" e l'orribile illusione che la pace con gli arabi fosse dietro l'angolo, se solo Israele avesse fatto abbbastanza concessioni. Levin inquadra tutto ciò nel contesto dei "Nuovi Storici" - gli israeliani anti-sionisti e post-sionisti che riscrissero e falsificarono la storia d'Israele e dettero in tal modo ai nemici degli ebrei le armi intellettuali con cui stanno ora perseguendo la distruzione della nazionalità ebraica. La parte affascinante e calmante dell'analisi di Levin è il filo conduttore tra gli ebrei odia ebrei dell'antichità e quelli di oggi: lo snobbismo intellettuale, leccare i piedi di patroni potenti, l'internalizzazione dell'odio circostante, il credo che possono diventare invisibili in quanto ebrei, e il dare la colpa ad altri ebrei per la loro stessa persecuzione. Coloro che non sono in tal modo rotti dall'assedio psicologico contro gli ebrei, conclude Levin, sono diventati non solo resistenti ma educatori. "L'alternativa, comunque sia mascherata in pretese di alti principi, è una capitolazione ignobile al bigottismo assassino" e l'eliminazione d'Israele.

http://www.melaniephillips.com/articles/archives/001390.html




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29 giugno 2011

La crudeltà di Hamas non conosce fine: pubblicata finta foto di Gilad Shalit a 5 anni dal suo rapimento

 

M.O.: HAMAS PUBBLICA FOTO GILAD SHALIT A 5 ANNI DA CATTURA





(AGI) –  A 5 anni dalla cattura del caporale israeliano

Gilad Shalit
, mentre centinaia di persone, tra cui i familiari del soldato, si sono radunate davanti la residenza del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, Hamas ha pubblicato una foto di Shalit. Non e’ piu’ il giovane imberbe ventenne, ma un 24enne precocemente invecchiato per le dure condizioni di detenzione. Appoggiato alle sbarre di una cella guarda sconsolato in basso. Porta i suoi vecchi occhiali con bordo d’acciaio rotondi e una barba di qualche giorno, che, cosi’ come i capelli corti, sono tutti imbiancati.

Il giovane militare in servizio di leva venne catturato il 25 giugno 2006 da miliziani di Hamas e di due altri gruppi (DI TERRORISTI!!!!! Ma risulta così difficile chiamarli con il loro nome?????)  in un blitz al confine tra Israele e la Striscia di Gaza. Intanto oggi pomeriggio i coniugi Shalit hanno incontrato l’ambasciatore francese in Israele, Christophe Bigot, che ha consegnato loro una lettera di Nicolas Sarkozy indirizzata direttamente a Gilad (che e’ anche cittadino francese, nonchè cittadino onorario di Roma), nella quale il presidente francese afferma che la Francia non lo abbandonera’ mai. Il braccio armato di Hamas, le Brigate Ezzedine al-Qassam, hanno da parte loro annunciato oggi che il caporale non sara’ liberato prima del rilascio di mille prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.

Per ulteriori dettagli cliccare qui e qui

Nella foto in alto: il fotomontaggio raffigurante Gilad Shalit pubblicato da Hamas.  Da notare le scritte che si intravedono dietro le sbarre: “Sono stato abbandonato”, “Mi manca la mamma”, “Due governi ed io ancora prigioniero” , “Riscattatemi a qualsiasi prezzo”, “Il mio destino è lo stesso di Ron Arad”



 Scritto da Emanuel Baroz




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29 giugno 2011

Foglie d'uva ripiene di riso

 



 

vite.jpg

Alleh gefen memula'im






24 foglie d'uva larghe, 2 tazze piene (20 cucchiai) di riso crudo, ½ tazza d'olio, succo di 2 limoni, 2 cucchiai di prezzemolo tritato, 1 cucchiaio d'anice comune, 3 once di menta fresca tritata, 1 cipolla grande, sale, pepe.



Lavare le foglie d'uva e metterle in una ciotola. Versarci sopra dell'acqua bollente e lasciarle coperte per 10 minuti prima di scolare. Mettere il riso in un colino e lavare sotto l'acqua corrente. Friggere la cipolla in ½ tazza d'olio fino a che si sia dorata. Aggiungere il riso e le spezie e friggere per 10 minuti. Rimuovere dal fuoco, aggiungere tutti gli altri ingredienti eccetto il succo di limone, e la rimanenza dell'olio e mescolare. Nella parte interna di ciascuna delle 20 foglie d'uva mettere 1 cucchiaio del preparato.
Richiudere ciascuna foglia saldamente (come un pacchettino) e premere sul palmo della mano. Questo rimuoverà l'eccesso di liquidi e assicurerà anche che le foglie rimangano chiuse durante la cottura e non sarà necessario legarle. Versare l'olio rimanente in una casseruola bassa. Disporre distese le rimanenti 4 foglie d'uva sul fondo della casseruola e metterci sopra le foglie d'uva ripiene ben chiuse. Versarci sopra il succo di limone e acqua fino a ricoprire il tutto. Mettere un piccolo piatto sulle foglie per evitare che si muovano durante la cottura. Coprire la casseruola con un coperchio e portare a cottura. Ridurre il fuoco e far bollire lentamente per ½ ora. Servire freddo come primo piatto o contorno ad un primo con vino bianco o rosé.




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29 giugno 2011

I russi e gli stupri delle fräulein

 


Germania, un film rompe un tabù: le donne violentate dai soldati russi furono milioni



Ci sono. Questa volta è sicuro. Nella Berlino assediata alla fine dell’aprile 1945 non si parla d’altro. L’improvvisa amplificazione dei tiri di artiglieria non lascia dubbi. I russi sono arrivati. Rintanate, insieme ai vecchi e ai bambini, nel buio delle cantine e dei bunker, senza notizie dei loro uomini al fronte, le donne della capitale del Terzo Reich sanno che cosa aspettarsi. La propaganda nazista contro «quelle bestie dei russi» ha ottenuto il suo scopo. I soldati russi, spesso provenienti da paesini della Siberia, del Caucaso o della Mongolia, vogliono le donne, simbolo della loro vittoria sulla Germania hitleriana. Madri di famiglia, adolescenti, sessantenni... tutte corrispondono all’idea che gli «Ivan» - come li chiamano - hanno delle «deutsche Fräulein».

Che saranno strappate dalle loro topaie e trascinate negli angoli bui, negli androni, nelle scale, per essere violentate. Gli storici parlano di centomila stupri commessi a Berlino tra l’aprile e il settembre 1945 e di due milioni di tedesche violentate sul fronte sovietico. Da allora sono passati quasi 65 anni. Ogni famiglia tedesca porta questo dramma impresso nella memoria. Nessuno però ha mai osato parlarne (soprattutto all’Est, dov’era proibito criticare il «grande fratello» russo). Troppo forti l’umiliazione, la vergogna, il dolore. Il tabù sembrava insuperabile. Tanto più che, rispetto ai crimini commessi dai nazisti, un tacito divieto impediva ai tedeschi di evocare le proprie sofferenze: sarebbero stati accusati di revisionismo. Oggi però la parola sembra essersi liberata delle catene.

Badando sempre a ricordare la responsabilità iniziale del nazimo, telefilm e documentari cominciano a evocare il tributo pagato dai tedeschi al loro Führer e agli alleati: il bombardamento di Dresda, l’affondamento della nave Gustloff con i suoi diecimila passeggeri, l’espulsione di 12 milioni di tedeschi dai territori orientali. Con il film «Anonyma, una donna a Berlino», di Max Färberböck, protagonista Nina Ross, per la prima volta viene affrontato al cinema il tema degli stupri di massa commessi dai russi nel 1945. Il film è l’adattamento cinematografico di «Une femme à Berlin» (Gallimard 2006), il diario tenuto tra il 20 aprile e il 22 giugno 1945 da Marta Hillers (1911-2001), una giornalista berlinese che all’epoca dei fatti aveva 34 anni e racconta la quotidianità nella capitale nazista consegnata ai russi: l’assenza di acqua corrente e di elettricità, la ricerca del cibo, i razionamenti, i saccheggi. Nulla di eccezionale, di diari simili ce ne sono molti.

Ma la testimonianza della giornalista resta senza uguali perché, mescolando lucidità e cinismo a una precisione rigorosa, Marta Hillers rende conto, giorno dopo giorno, degli stupri che subisce. Il film cerca di raccontare al grande pubblico l’irraccontabile, fornendone una versione un po’ edulcorata e trasformando in storia d’amore una relazione sostanzialmente pragmatica: quella che la giornalista berlinese ha cercato e intrattenuto, dopo essere stata violentata da diversi «Ivan», con un maggiore dell’Armata rossa. «Come Marta Hillers molte tedesche hanno usato questa strategia: se il destino era essere violentate, tanto valeva esserlo sempre dallo stesso uomo, possibilmente qualcuno la cui autorità tenesse gli altri a distanza e assicurasse protezione e sostentamento. Le madri di famiglia, in particolare, vi hanno visto un mezzo per nutrire i figli», spiega la giornalista Ingeborg Jacobs, che ha appena pubblicato «Freiwild» («Prede», edizioni Propyläen), un’inchiesta per la quale ha incontrato quasi duecento donne violentate dai russi nel 1945.

«La storia di Anonyma è un po’ quella di mia madre», racconta Ingrid Holzhüer. Aveva nove anni quando i russi arrivarono a Vogelsdorf, un paese non lontano da Berlino dove si erano rifugiate dopo che l’appartamento della famiglia nella capitale era stato distrutto dalle bombe. «Era una signora particolarmente carina, i russi l’hanno subito individuata. E tornavano tutte le notti, con i pantaloni già aperti. La sentivo supplicarli, chiedere aiuto... Poi divenne l’amante di un alto grado, che ci prese sotto la sua ala». Molto diffusa, questa strategia di sopravvivenza sarà molto mal vista nella Germania del dopoguerra. Gli uomini che tornano dal fronte «si allontanano dalle loro mogli o fidanzate, che considerano sporche o indegne», racconta Ingeborg Jacobs. «Siete peggio delle cagne», sbotta l’amico di Marta Hillers, quando lei gli fa leggere il diario.

Sarà pubblicato negli Stati Uniti nel 1954. E dovranno passare altri cinque anni prima che una casa editrice svizzera pubblichi una versione tedesca, che fece grande scandalo. Marta Hillers fu accusata di essere una «prostituta», per tutta la vita si nascose dietro lo pseudonimo «Anonyma», anonima. La sua vera identità fu scoperta dalla stampa soltanto nel 2003, due anni dopo la sua morte.

Lorraine Rossignol, Le Monde






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29 giugno 2011

Israele e la sua gastronomia

 



 

Quale punto di convergenza di immigranti da tutto il mondo, Israele è un Paese dai sapori vari e molteplici. Israele offre una cucina dai mille sapori, immigranti da tutto il mondo hanno importato uno stile ed una cucina particolare. Difficile scegliere tra le molte tradizioni culinarie. Dall’Europa, per esempio, sono arrivati lo schnitzel viennese, ovvero la cotoletta impanata, il gulasch ed il borscht (zuppa di barbabietole con patate). Dal Marocco, Yemen e Iraq l’abitudine di iniziare il pasto con vari antipasti. Piatti molto diffusi sono la pasta e la pizza, il purè di ceci con pasta di sesamo, limone e cumino detto hummus; gustose verdure o foglie di vite farcite con noci riso e carne e moltissime varità di insalate di melanzane. Tra i secondi sono popolari il kebab o piatti arabi come il masnaf (riso agnello, erbe, noci, limone) e il mussaka (a base di melanzane e carne trita). Dal Marocco il Tabule (cous cous condito). Ma lo snack “nazionale” è il falafel, panino di pane arabo con polpettine di verdura, hummus e altre salsine gustose. In Israele si mangia a tutte le ore e le specialità locali sono molte: lo snack nazionale, il falafel nel tipico pane (pita), o il pesce di San Pietro appena pescato dal Lago di Tiberiade, magari accompagnato da uno dei pregiati vini israeliani riconosciuti a livello internazionale.

CIBO KASHER
Secondo le norme stabilite dalla legge ebraica, è proibito mangiare alcuni alimenti, come il maiale e i frutti di mare, e la carne non può essere servita assieme a pietanze a base di latticini. Viene chiamata kasher la cucina conforme a tali norme. Benché molti alberghi e ristoranti e la maggior parte dei supermercati si adeguino a tali norme alimentari, esistono anche diversi locali in tutto il Paese che servono menù non kasher. Esiste anche il vino kasher. La vite, privata dei germogli per i primi tre anni, non dà frutti. Li può dare solo a partire dal quarto anno. Da questo momento il vino verrà prodotto solo ogni sette anni secondo una legge dell’Antico Testamento. A fine torchiatura viene celebrata una cerimonia durante la quale si disperde l’1% del vino prodotto per simboleggiare la quota anticamente versata al tempio di Gerusalemme.

TERRA DI HOUMOUS, TAHINA, FALAFEL E PITA
“Come è la cucina israeliana”? Questa è una delle curiosità più diffuse sia per chi si appresta al viaggio, e naturalmente anche per chi arriva per la prima volta in questa zona all’estremità orientale del bacino mediterraneo. Lo Stato moderno di Israele è il prodotto di una immigrazione relativamente recente e proveniente dai luoghi più disparati del mondo, dallo Yemen alla Polonia. Conseguentemente, non esiste una vera e propria cucina locale, ma piuttosto una interessante fusione tra elementi diversissimi. Ci sono però alcuni piatti, tipici della cucina mediterranea mediorientale, che sono sempre presenti e complementano anche i manicaretti più sofisticati: Il Houmous, una gustosa purè di ceci cosparsa di ottimo olio d’oliva crudo. La Tahina, crema ricavata da pasta di sesamo e succo di limone. I Falafel, polpette vegetali di ceci bolliti con erbe profumate passate in friggitrice. La Pita, il buonissimo pane rotondo fatto di farina, acqua, sale e lievito. Se aggiungiamo una insalata mista, questi elementi da soli potrebbero diventare un pasto goloso, completo e molto salutare con i ceci proteici, la pasta di sesamo che è un ottimo supplemento di calcio, l’olio d’oliva per la longevità e l’insalata tricolore per tante vitamine e sorrisi! “Beteiavon” (Buon Appetito in lingua ebraica).
di Sergio Cigliuti, consulente tecnico e guida

I VINI ISRAELIANI
Nel paese dove l’acqua è stata tramutata in vino, questo non poteva che essere meraviglioso, molti sono infatti i premi internazionali attribuiti al vino israeliano. Per Israele la storia della moderna produzione vinicola inizia nell’ultimo ventennio del Diciannovesimo secolo. Le sue origini sono legate alla lungimiranza del barone Edmond Rothschild e all’abilità dei suoi enologi. Centri vinicoli nati allora per volere del magnate - quali Rishon le-Zion e Zichron Ya’acov - godono oggi del riconoscimento e della stima mondiale. Nei decenni, alla cooperativa nata a Rishon e universalmente nota come Carmel, si sono aggiunte altre aziende di calibro internazionale, quali la Golan Heights Winery, la Barkan Wine e la Eliaz Binyamina. In Israele, clima e caratteristiche geologiche favoriscono la produzione di diverse qualità di vino.

CURIOSITÀ
La Bibbia menziona sette specie di piante che sono native della terra d’Israele, prima fra tutte il grano, che è il pane degli uomini, seguono l’avena, il nutrimento per gli animali, il fico che nell’antichità, seccato, costituì scorta di zuccheri e vitamine per i lunghi viaggi nei deserti, il melograno, simbolo di fertilità nel rito e nell’arte ebraica, la palma da dattero sorgente del miele menzionato nelle Antiche Scritture e dalla quale si producevano cesti e cordami, poi l’uva che ai tempi di Dalila e Sansone veniva coltivata, come oggi nelle valli adiacenti a Gerusalemme, ed infine l’ulivo ed il suo olio col quale venivano “unti” i Re d’Israele. Il visitatori potranno apprezzare gli ottimi vini che oggi sono prodotti in Israele, alcuni dei quali rinomati in tutto il mondo. Il pane è davvero ottimo, specialmente quello tradizionale rotondo denominato “Pita”, fatto di acqua, farina e sale e cotto brevemente in forno. I prodotti caseari sono eccellenti e vale la pena di visitare qualche ristorante, nelle zone del Monte Carmelo oppure in Galilea, dove si possono ordinare scelte di formaggi locali che sono serviti con un po’ d’insalata fresca, qualche fettina di peperone al forno o marinato, una punta di composta di mango, pane ancora caldo e qualche buon assaggio di vino rosso. Nelle zone del Mar Morto e lungo il deserto dell’Aravah esistono immense coltivazioni di datteri, che possono essere acquistati anche freschi da settembre in poi. L’olio d’oliva spremuto a freddo prodotto in queste terre da migliaia di anni, è uno dei gusti più piacevoli della cucina Israeliana. Infine una curiosità: uno dei primi pionieri moderni d’Israele, Aaron Aronson, scoprì nel 1906 in Galilea la famosa pianta di grano endemica denominata “Emmer Wheat”, che poi divenne la “Madre del Grano” da cui la scienza agronomica moderna ha derivato tutte le tipologie di grano che sono utilizzate oggi per la produzione agricola industriale in tutto il Mondo. Dalla scoperta di Aaron Aronson sono anche derivate le varietà di grano duro che sono impiegate per la produzione dei migliori tipi di pasta italiana. Visitando la Galilea è possibile fare una passeggiata sulle colline dove ha avuto luogo questa importante scoperta, ancora oggi si trovano spighe di grano selvatico che crescono spontaneamente in queste zone dove le tradizioni antichissime rimangono più vive che mai, ed è proprio questo aspetto che trasforma gesti semplici come spezzare il pane o degustare un bicchiere di vino, in piccole esperienze che hanno un senso più profondo del solito se si visita Israele. Di Sergio Cigliuti - Consulente turistico e guida

LE SETTE SPECIE DELLA BIBBIA
L’Antico Testamento descrive Israele come terra modesta, che non offre enormi ricchezze ma allo stesso tempo elargisce naturalmente sette specie di piante endemiche che costituiscono una buona base per la vita: Il Grano, pane degli uomini. L’Avena, il “pane” per gli animali. L’Uva, da cui il vino che ancora oggi gli Ebrei usano per benedire ogni pasto. Il Fico, che veniva consumato fresco oppure schiacciato in grandi torte da preservare in anfore di terracotta. Il Melograno, frutto bello e nutriente, ricco di semi e quindi simbolo di fertilità. L’Ulivo, il cui olio purissimo, oltre che per complementare l’alimentazione, era impiegato come simbolo sacro dal Sommo Sacerdote del Tempio durante la cerimonia per l’Unzione dei Re di Israele. E infine la Palma da Dattero, i cui frutti venivano pestati per fare il miele. La “Terra stillante latte e miele”, dunque, erano i luoghi dove c’erano molte palme e capre…una delle molte sottigliezze che si capiscono meglio visitando Israele.
di Sergio Cigliuti, consulente tecnico e guida





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29 giugno 2011

Il terrorismo islamico e Daniel Pearl

 





Ci fu un tempo in cui se in aeroporto qualcuno ci avesse chiesto di levarci le scarpe per infilarle in uno scanner a raggi x gli avremmo riso in faccia. Forse avremmo pensato a uno scherzo, magari una candid camera. Era la belle époque prima dell'odierna età del terrore, quando gli aerei non si schiantavano contro i grattacieli e nessuno aveva ancora cercato di far saltare in aria un jet imbottendosi le suole delle scarpe di esplosivo. Il tentativo (verificatosi il 22 dicembre 2001 sul volo American Airlines 63 Parigi-Miami e sventato dalla reazione dei viaggiatori e personale di volo) destò enorme scalpore e qualche incredulità tra chi sottovalutava le risorse della fantasia omicida islamista. L'autore del gesto era un cittadino britannico di origine giamaicana dall'aspetto a metà tra il barbone e lo psicopatico, tale Richard Reid alias Abdul Rauf. Subito dopo il suo arresto emersero, immancabili, i legami con le cellule jihadiste del Pakistan
Il Pakistan, questo incubo in forma di Stato. In nessun posto al mondo gli elementi della chimica terrorista sono presenti in così alta concentrazione. L'umiliazione islamica, in Pakistan, è doppia: non solo verso il lontano Occidente, ma nei confronti della vicina e altrettanto infedele India - l'India da cui il Paese si separò nel 1947 e che si avvia a diventare una potenza economica mondiale, l?india dell'impetuoso sviluppo nelle tecnologie avanzate. dei film di Blooywood, della nascente industria automobilistica: un Paese in fulminea ascesa mentre il Pakistan ristagna nella miseria e sopravvive grazie agli aiuti americani. Ulteriore umiliazione, tirare avanti grazie alle elargizioni di Satana. All'invidia, all'odio e alla paranoia islamista va poi aggiunto un antisemitismo furioso. Dall'indipendenza in poi, la risposta pakistana ai problemi del momento è sempre stata la stessa: più Islam. La sharia si è gradualmente infiltrata nei codici ereditati dagli inglesi. I diritti delle donne sono stati revocati. SOno state introdotte le pene previste dal Corano.
Nel gennaio 2002, a quattro mesi dal grande colpo dell'11 settembre e con gli esercti infedeli a occupare il vicino Afghanistan, la frustrazione della piazza pakistana era al culmine. Il Paese ribolliva letteralmente di rabbia. Fu in tale contesto che il direttore dell'ufficio del «Wall Street Journal» per l'Asia Meridionale volò a Karachi per realizzare un'inchiesta sui legami di Richard Reid, l'uomo dalle suole al plastico, con Al Qaeda e con alcuni settori dei servizi segreti pakistani da sempre sospettati di simpatie per la causa jihadista.
Daniel Pearl di Encino, California, aveva 38 anni, un curriculum giornalistico invidiabile, una bella moglie incinta di sei mesi. Secondo il ritratto di Bernard-Henry Lévy (Chi ha ucciso Daniel Pearl?, Rizzoli, 2003) era «un cittadino del mondo curioso delle cose altrui, soddisfatto di ciò che lo circondava, amico dei reietti, affamato di vita e solidale con gli afflitti, impegnato ma distaccato, un generoso, un irresistibile ottimista». Era anche, aggiungiamo, un ebreo. Peggio: un ebreo americano. Una tentazione irresistibile per ogni jihadista che si rispetti. Fu rapito la sera del 23 gennaio, attirato in una trappola da Omar Sheik, epica figura di terrorista di rango: trent'anni, vestito all'occidentale, inglese fluente parlato con il bell'accento upper class appreso durante gli anni di studio alla London School of Economics.
Otto giorni dopo Daniel Pearl era morto. Decapitato. Il suo corpo, tagliato in dieci pezzi, fu ritrovato nel giardino di una villetta risultata poi di proprietà di una ONG islamica legata a Osama Bin Laden. Una videocassetta fu consegnata tre settimane dopo al consolato americano di Karachi. Per la delizia e l'eccitazione dei fiancheggiatori, i terroristi diffusero il filmato attraverso i loro siti internet.
La discussione sui filmati delle decapitazioni, questi snuff movies dell'odio santo, è sempre aperta: vederli? Non vederli? Censurare o no? Ho sempre pensato che la linea seguita dalla quasi totalità dei media occidentali, la cancellazione completa dell'orrore, fosse sbagliata e giustificata con false argomentazioni: con la pia intenzione del rispetto per le vittime si finisce per celare il vero volto dei carnefici, la loro radicale rinuncia ad essere umani, la loro devozione al male. Ci si nasconde la natura del pericolo, ci si anestetizza di fronte alla loro sfida.
Oggi, a sei anni di distanza, il video della morte di Pearl è ancora lì, in rete: rabberciato, artigianale, lontanissimo dall'elaborazione tecnica delle attuali produzioni di Al-Sahab, la "casa di produzione" di Al Qaeda. Il titolo non lascia spazio ai dubbi: "Uccisione del giornalista.spia, l'ebreo Daniel Pearl".
Nei primi fotogrammi il prigioniero declina le sue generalità e accanto al suo volto compaiono immagini di musulmani feriti o uccisi. Si vede il cadaver di un bambino piccolo, mentre Pearl dichiara «la mia famiglia è sionista per parte di padre». Fotogrammi di un funerale islamico mentre scandisce: «Mio padre è ebreo, mia madre è ebrea, io sono ebreo». Seguono immagini dell'uccisione del piccolo Mohamed al-Dura, che i giornalisti di France2 - finché non furono smascherati nel corso di una inchiesta lunga e travagliata - attribuirono alle pallottole israeliane. Accanto al volto dell'uomo che risponde alle domande dei carcerieri, in piccoli riquadri che si aprono ora alla sua desta ora alla sua sinistra, si possono ammirare gli emblemi della grande sofferenza musulmana ad opera dei sionisti e delle loro marionette occidentali, si può vedere Sharon che stringe la mano di Bush. E ora il meccanismo non potrebbe essere più chiaro, adesso è evidente che il nome della banda, "Gruppo per il ristabilimento della sovranità del Pakistan", è una farsa, così come l'elenco delle loro richieste per la liberazione dell'ostaggio. A Omar Sheik e compagni interessava solo una cosa: sgozzare un ebreo americano e presentarsi come giustizieri nel nome dell'Islam.
Nel seguito del filmato Pearl riappare a terra, nudo, già con la gola squarciata, già in fin di vita. (Al processo uno dei rapitori racconterà che una volta iniziato il taglio della gola la cassetta nella videocamera si era bloccata e aveva docuto essere sostituita, e nel frattempo la vittima si era quasi completamente dissanguata). Il boia si china su di lui e finisce il lavoro con un coltello. La testa dell'ebreo viene sollevata per i capelli, mostrata come un trofeo, mentre alla sua sinistra compaiono le immagini dei prigionieri di Guantanamo in tuta arancione. Poi, in sovrimpressione, inizia a scorrere l'elenco delle richieste. Puro fumo negli occhi, false piste per la polizia pakistana, visto che nel 2007 l'organizzazione del rapimento fu confessata a Guantanamo dal numero tre di Al Qaeda, Khaled Sheik Mohamed, uno dei grandi artefici del piano dell'11 settembre.
Perché non si sono limitati a sparargli? Perché hanno fatto ricorso al coltello, che richiede un surplus di sangue freddo e perizia bestiale? Non certo perché avevano paura di far rumore, dato che pochi giorni prima quando Pearl aveva tentato la fuga non avevano esitato a sparargli addosso. È sempre Bernard-Henry Lévy ad avanzare un'ipotesi: il 31 gennaio, giorno dell'esecuzione, non è lontano da Id Al-Adha, la festa del montone. Nel modo di uccidere c'è un messaggio rivolto agli occidentali, agli americani, agli ebrei, ai musulmani stessi colpevoli di non esserlo nel modo giusto: è questo che vi meritate, di essere uccisi come animali, perché ai nostri occhi non valete di più.
Filmati di decapitazioni ne esistevano anche prima dell'esecuzione di Daniel Pearl, ma venivano dalla Cecenia ed erano destinati, per così dire, ad uso interno: circolavano solo negli ambienti jihadisti. Il video di Pearl, invece, è la prima parola di un lungo discorso di odio rivolto direttamente a noi. L'Iraq fornirà nuova carne da coltello a questi propagandisti della morte che nel frattempo venivano perfezionando i loro metodi, allestendo sfondi, messinscene, migliorando le riprese.
Come dimenticare Nick Berg, il bizzarro globetrotter giapponese che implorava che gli fosse risparmiata la vita, i dodici disgraziati nepalesi colpevoli di aver accettato di fare le pulizie in una base americana, e l'inglese Ken Bigley, e tutti gli sconosciuti iracheni, muratori autisti idraulici elettricisti, e i camionisti turchi, giordani, egiziani, povera gente attirata laggiù dal bisogno? Tutti decapitati senza indugio, talvolta addirittura senza ultimatum.
Il punto, ancora una volta, non erano le richieste, sempre irrealistiche. Il punto era il messaggio: non potete vincere contro di noi perché noi siamo capaci di mettere a tacere la nostra umanità. Per quanto orribile, era un discorso che avremmo dovuto avere la possibilità di ascoltare, se non altro per avere un'idea di quali forze stavamo (s', anche noi italiani) combattendo. Invece, si preferì l'oscuramento totale, la rimozione. Ufficialmente per salvaguardare la dignità delle vittime e la nostra delicata sensibilità di occidentali - in realtà, troppo spesso, per difendere il mito della "resistenza irachena" e poter continuare a sbattere in prima pagina Abu Grahib e Guantanamo. Per farci credere di non avere nemici. Per farci accettare le equivalenze balorde tra Bush e Bin Laden.
Sono passati sei anni dalla morte di Daniel Pearl, e lo scempio degli omicidi in video continua, riguardandoci talvolta da vicino, come nel disgraziato autista di Daniele Mastrogiacomo in Afghanistan. Ognuno di quei filmati, con il suo linguaggio di sangue, disprezzo e rinnegamento della più elementare solidarietà umana, ci ripete lo stesso monito. Un genio terribile è uscito dalla lampada: non basterà chiudere gli occhi per cacciarlo via.

Ernesto Aloia Libero




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28 giugno 2011

Lapidazione propagandata da un mediatore culturale pagato dallo stato italiano & Rilevanza penale di calunnie gravissime trascurate dai giudici

 

cco la 'primavera araba ' italiana

Testata: Libero
Data: 28 giugno 2011
Pagina: 21
Autore: Souad Sbai-Gilberto Bazoli
Titolo: «Il mediatore islamico tifa per la lapidazione- Egiziani spingono il figlio a inventarsi le molestie del maestro»

Due cronache dall'islamismo in Italia. Errore fare di ogni erba un fascio, ma altrettanto grave tacere, come fa gran parte della stampa italiana.
LIBERO di oggi, 28/06/2011, a pag. 21, affronta l'argomento con Souad Sbai e con una cronaca singolare di un fatto avvenuto a Cremona, che pubblichiamo con un nostro commento.
Ecco gli articoli:

Souad Sbai: " Il mediatore islamico tifa per la lapidazione "

 

«Io sono musulmano e in quanto tale seguo le regole prescritte da Dio. Se Dio dice che chi commette adulterio deve essere punito con la lapidazione, io sono d’accordo con Lui. La cosa vale sia per le donne che per gli uomini. Tuttavia l’Islam è una religione che stimola il ragionamento. Dio, quando parla nel Corano, si rivolge al credente come a “colui che ha intelletto, a colui che ragiona”, perché l’uomo che non ragiona, è una bestia. In questo senso, occorre anche ragionare sulla lapidazione: Dio dice che essa è la pena da infliggere agli adulteri, ma dice anche che per infliggerla devono concorrere alcuni criteri, quali per esempio, la testimonianza perfettamente coincidente di 4 persone che abbiano assistito all’adulterio. Qualora ciò non avvenga, la pena non può essere inflitta. Ecco dunque il vero scopo della regola in merito all’adulte - rio: creare dentro gli uomini il timore del peccare. In 1500 anni di Islam, le persone che sono state veramente lapidate non sono più di 5. Le lapidazioni che si verificano nei paesi arabi e che spesso vengono mostrate in tv o su internet non sono in realtà eseguite secondo la regola, ma da gente che non è veramente musulmana ». Ecco il cuore della clamorosa intervista rilasciata a ilprato. info da M. Selmi, 30 anni, mediatore culturale tunisino di Padova, che di fatto ammette e istiga alla lapidazione. Quella stessa lapidazione, con la quale è stata massacrata un anno fa, sempre al nord Italia, la pakistana Begm Shnez, il cui processo avrà luogo fra qualche giorno. Un’intervista che nella sua prima parte descrive un ragazzo impegnato nell’insegnamento dell’italia - no ai giovani arabi e nella seconda, invece, svela tutto il suo estremismo profondo e radicalista. Leggendo queste righe provo grande paura, perché il pericolo che può costituire una persona del genegenere è enorme. Come mediatori culturali si insinuano nelle famiglie e condizionano la crescita dei ragazzi, infondendo integralismo e soprattutto un Islam deviato, frutto di quell’inquinamento che ha dato vita a terrorismo e oppressione delle donne. Ed è già successo: in Italia, non in Afghanistan o a Islamabad. La sua preparazione culturale gli permette di parlare di lapidazioni musulmane e non musulmane, come se chi viene lapidato in maniera non ortodossa non soffrisse un destino agghiacciante. Non potevamo far altro che inoltrare al Procuratore di Padova una denuncia per apologia di reato contro questo mediatore culturale. In Italia non c’è spazio per beceri trafficanti di fondamentalismo e non dobbiamo essere noi a mandarli involontariamente nelle case, nelle carceri o negli ospedali a fare proselitismo. Un estremismo che, nonostante il lavoro della Consulta esce dalla porta per rientrare dalla finestra, tramite la falsa cultura e il buonismo criminogeno di certe amministrazioni locali. A far da macabra cornice a questa tematica, poi, l’omicidio della giovane marocchina Fatima Chabani sempre a Padova e nello stesso giorno, colpita a morte perché colpevole di voler vivere libera, senza l’oppressione di un marito padrone che ne spezza ogni diritto di libertà. Diritto soffocato nel sangue, lo stesso sangue che ricopre il volto di una donna lapidata o il ventre di una bambina infibulata. Una strage silenziosa che ormai, lo abbiamo capito bene, si può fermare solo colpendo pesantemente e senza pietà chi sfregia le donne in ossequio ad un ossessivo delirio integralista. Non si può più vivere attendendo la prossima vittima, ma solo combattendo e usando l’arma giudiziaria, con coraggio e ribadendo ogni giorno l’inviolabilità dei diritti fondamentali che fanno da base alla nostra libertà. *Deputato Pdl

Gilberto Bazoli:" Egiziani spingono il figlio a inventarsi le molestie del maestro".

Da leggere le ultime righe ... "Il pm ha chiesto al gip di archiviare il fascicolo per «infondatezza del fatto», la formula più ampia" E il maestro ingiustamente infangato ? Si è dimesso dai suoi incarichi pubblici, ha vissuto una esperiena allucinante, è stato certo anche fortunato, poteva imbattersi in un magistrato per il quale la famiglia egiziana non poteva eseere colpevele per principio ideologico, gli è andata bene, ma si può archiviaare il tutto come se non fosse successo nulla ?
Ecco l'articolo:

 

 Prima lo hanno addestrato a mettere in scena lo stupro. Poi, per rendere più verosimile la commedia sugli effetti del presunto trauma, lo hanno portato all’ospedale e convinto, con la promessa di ricoprirlo di giocattoli, a fingere di stare male durante il colloquio con il neuropsichiatra infantile scappando davanti a lui. Tutto questo nella speranza del risarcimento danni. Poco importa se per più di due mesi il maestro del loro figlio ha dovuto convivere con il marchio del ‘mostro’. Da accusatori una coppia di egiziani, dipendente di un’impresa di pulizie lui, casalinga lei, da tempo in Italia, sono finiti indagati per maltrattamenti. La Procura di Cremona ha segnalato il caso al Tribunale dei minori di Brescia chiedendo di verificare se ci sono ancora le condizioni perché quel bambino di 9 anni rimanga con loro. Il 9 aprile, il padre si reca dai carabinieri di Pizzighettone (Cremona) raccontando che la sera prima il figlio, iscritto alle elementari del paese, «continuava stranamente a piangere. Ero preoccupato. Mi ha detto che, in due giorni diversi, era stato costretto ad avere rapporti sessuali con un adulto». Entrambi gli episodi sarebbero avvenuti nel bagno degli spogliatoi della piscina comunale. Allegato alla denuncia, il referto del Centro antiviolenza della clinica Mangiagalli in cui si parla di «arrossamenti» nelle parti intime. I genitori fanno nome e cognome: Fabrizio Spelta, 40 anni, insegnante di sostegno alle elementari di Pizzighettone (oltre che assessore comunale alla Cultura e iscritto al Pd). Mentre Spelta si autosospende dal lavoro e si dimette dall’incarico in giunta, la famiglia del bambino organizza una manifestazione di protesta degli immigrati del paese per reclamare giustizia. In testa al corteo, la bandiera dell’Egitto e uno striscione: “No alla violenza. La legge è uguale per tutti. Non vogliamo distinzioni”. Intanto, il pm Francesco Messina si affida agli uomini della squadra mobile di Cremona per fare luce sul caso. «I primi dubbi sono venuti dal sopralluogo negli spogliatoi della piscina», spiega il vicequestore aggiunto Sergio Lo Presti, «uno spazio troppo piccolo e troppo frequentato dalle mamme, che aiutano i bambini a farsi la doccia e a rivestirsi, perché possa essere accaduto l’episo - dio denunciato». Si chiede alla Mangiagalli un secondo referto: c’è sempre quell’arrossamento, che con ogni probabilità è frutto di scarsa igiene. Al colloquio con lo psicologo, il bambino si mostra spaventato. La recita continua con il suo ricovero in ospedale. Un boomerang: si scopre che gli erano stati dati dei farmaci inutilmente. Non è vero, poi, che il suo rendimento a scuola è peggiorato, come sostengono padre e madre, dopo il ‘fattaccio’. A volte il piccolo zoppica, a volte no. Comportamenti, all’apparenza, riconducibili alla violenza inventata ma, in realtà, spiegati nelle intercettazioni delle conversazioni tra le mura casalinghe prima della visita dal neuropsichiatra e del ricovero. Parole come queste: «Devi dire questo, devi fare così ». Poi la frase chiave: «Se ci ascolti, avrai tutti i giocattoli che vuoi perché avremo tanti soldi». Tutto concordato. L’obiettivo dei genitori, dice ancora il capo della mobile, «era, attraverso la sceneggiata del bambino, ottenere un consistente risarcimento danni». Lo stesso copione seguito con un altro dei cinque figli, il più grande: spinto involontariamente da una compagna di classe, era caduto a terra facendosi male. I familiari erano riusciti a ottenere 5mila euro in cambio della rinuncia alla denuncia. Stavolta la denuncia c’è stata precipitando il maestro, assistito dall’avvocato Marcello Lattari, in «una scena surreale, da fantascienza». Il pm ha chiesto al gip di archiviare il fasciscolo per «infondatezza del fatto», la formula più ampia.




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28 giugno 2011

il mandato di cattura internazionale non cambia la situazione della Libia

 di Simone Cantarini
Per lo storico, Gheddafi preferisce farsi uccidere piuttosto che mollare il potere. Poche le speranze di una soluzione diplomatica del conflitto prima di settembre.

Roma (AsiaNews) – “Il mandato di cattura del Tribunale dell’Aja contro Gheddafi non ha alcun tipo di ripercussioni sull’attuale situazione libica. La Nato non fermerà i bombardamenti e il rais non se ne andrà. In caso di fuga si farà ospitare in un Paese dove non è prevista l’estradizione”. È quanto afferma ad AsiaNews Angelo Del Boca, giornalista e docente universitario che da oltre 30 anni studia la Libia e il suo leader.

“Gheddafi ha tessuto il suo mito per oltre 42 anni – afferma Del Boca – preferisce farsi uccidere piuttosto che mollare il potere e uscirne del tutto sconfitto”. Lo storico sottolinea la stessa linea sul fronte opposto con Francia, Gran Bretagna e Italia, che continuano a bombardare, nonostante il passo indietro degli Stati uniti, le critiche interne e gli alti costi economici della guerra.

Secondo lo storico, non vi sono speranze per una soluzione pacifica per il conflitto prima della fine ufficiale delle operazioni Nato prevista per settembre. Del Boca fa notare che tutti i tentativi di accordi fatti finora sono andati a vuoto. Ieri il leader libico ha abbandonato anche il tavolo organizzato dai membri dell’Unione africana (Ua), unico organo internazionale che a tutt’oggi ha avuto contatti diretti con il rais. “Gheddafi – spiega Del Boca - non si considera un capo di Stato, ma un leader rivoluzionario senza alcun incarico specifico e utilizza questo atteggiamento per intralciare gli accordi e non mostrare debolezze”.

Tuttavia lo storico sottolinea la particolarità del "personaggio" Gheddafi e non esclude colpi di scena. “Finché è in vita – afferma - tutte le ipotesi sono in mano a lui”.




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27 giugno 2011

Shalit, Hamas risponde alla Croce Rossa: “Non lasciatevi coinvolgere”

 

 – Hamas risponde per le rime al Comitato della Croce Rossa Internazionale, che in un comunicato aveva chiesto la prova che Gilad Shalit fosse ancora vivo.

“La Croce Rossa non deve lasciarsi coinvolgere negli stratagemmi dei servizi segreti d’Israele, finalizzati ad arrivare a Shalit“, ha detto un portavoce del gruppo islamico-radicale, Sami Abu Zouhri, il quale aggiunge che l’organizzazione assistenziale “dovrebbe piuttosto assumere una posizione che conduca alla fine delle sofferenze dei prigionieri palestinesi“.

“Non sappiamo nulla delle sue condizioni di detenzione“, ha affermato Jean-Pierre Schaerer, responsabile della delegazione della Croce Rossa per Israele, la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. “Dalle informazioni di cui disponiamo, – continua Schaerer – nutriamo gravi preoccupazioni sulla sua sorte. E’ del tutto isolato“, precisando che il messaggio di oggi era stato fatto recapitare in segreto ad Hamas alcune settimane fa, ma senza ricevere alcuna risposta: motivo per cui ne è stato reso pubblico il contenuto.

Comunità Ebraica di Roma



 Scritto da Emanuel Baroz




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26 giugno 2011

Siria, in fuga verso la Turchia

 
Ma per Michele Giorgio Assad 'ha risposto in modo troppo limitato'

Testata:Il Foglio-Il Manifesto
Autore: La redazione del Foglio-Michele Giorgio
Titolo: «Damasco spara sulle proteste, Ankara rinvia lo scontro (per ora)-Se la rivolta diventa etnica e religiosa»

Continuano i massacri in Siria, come riportanto ampiamente quasi tutti i giornali, oggi 25/06/2011. Fa eccezione l'analisi del MANIFESTO, a pag.9, con il titolo "Se la rivolta diventa etnica e religiosa ", nella quale Michele Giorgio, abbellisce le stradi di Assad, riprendendo fin dall'inizio la bufala della blogger lesbica a Damasco, non si capisce perchè citare una notizia già da archivio, una perla è la frase " il presidente Bashar Assad ha risposto in modo troppo limitato alla giusta richiesta dei siriani di libertà e diritti " un modo troppo limitato ? che delicatezza, caro Giorgio, certo che averne tessuto per anni le lodi è un po' dura parlarne male oggi. Meno male che a fine articolo anche Giorgio riconosce che i Fratelli Musulmani sono un pericolo. Ma non era il cattivo Mubarak che li perseguitava ? Ah, questi comunisti sopravvissuti alle lezioni della storia, chissà quale funzione credono ancora di rappresentare.
Ecco gli articoli, il primo dal FOGLIO di oggi, 25/06/2011, a pag.3, seguito dal MANIFESTO, a pag.8.

Il Foglio-" Damasco spara sulle proteste, Ankara rinvia lo scontro (per ora) "


In fuga al confine fra Siria e Turchia

Roma. “Ratti di tutto il mondo unitevi!”: con questo striscione, irrisoria citazione delle maledizioni lanciate dal colonnello Gheddafi contro i rivoltosi libici, primo segnale di creatività e ironia in tutta la rivolta araba, ieri un corteo di 15 mila persone ha occupato l’autostrada che collega Damasco ad Aleppo; durante il percorso sono state bruciate bandiere iraniane, russe (a causa dell’appoggio che Mosca continua a dare al regime siriano) e di Hezbollah. Tra gli slogan più sentiti: “Urlate al mondo che Bashar è privo di legittimità”, “Il popolo vuole la caduta del regime”, “Bashar non è più il mio presidente”. Nel centunesimo giorno della protesta le truppe della Quarta divisione di Maher el Assad hanno sparato a Irbil, Barza, al Qadam, al Ghota e al Shams, quartieri della periferia di Damasco, segno che ormai tutta la cintura della capitale è mobilitata e che il regime riesce a mantenere il controllo solo del centro città, così come accade ad Aleppo (dove però giovedì sono stati arrestati 120 studenti). Cortei con sparatorie anche a Hama, a Latakia e anche a Homs, dove un corteo ha occupato per ore tutta la centrale piazza Assi. Nel complesso sono una ventina le vittime del sedicesimo venerdì della protesta, tra di loro anche Rateb al Orabi, un bambino di 12 anni, colpito dagli agenti nel corso di una protesta a Shammas nella periferia di Homs. Sul piano politico, oltre la conferma della capacità del movimento di resistere alla repressione più dura e alla totale mancanza di presa delle promesse “riformiste” ribadite da Assad, la notizia di maggior rilievo è l’ammutinamento di alcuni reparti del Primo battaglione, che secondo al Arabiya si sono schierati con i manifestanti e si sono scontrati con la polizia che li stava attaccando ad al Kiswah, a sud di Damasco. La notizia è stata smentita dalla televisione di stato, ma – se non certa – è sicuramente attendibile perché ormai da un mese, a iniziare da Daraa, la città che ha dato inizio alla rivolta, si susseguono notizie di diserzioni, di passaggio di campo soprattutto di soldati sunniti, a fianco dei dimostranti e di loro scontri a fuoco con i lealisti. Queste defezioni sono state confermate anche dalla testimonianza video del colonnello Hossein Harmouch dell’Undicesima divisione, profugo in Turchia assieme agli sfollati di Jisr al Shughur, difesi dal suo battaglione ribelle dalla razzia di Maher el Assad in uno scontro a fuoco in cui sono morti 120 militari dalle due parti (sepolti poi dalle truppe del regime in fosse comuni senza testa e senza documenti per impedirne l’identificazione). Si è un po’ stemperata la tensione tra Turchia e Siria, dopo che giovedì il governo di Ankara aveva reagito con proteste informali all’avvicinarsi minaccioso di carri armati e truppe siriane a ridosso del confine presso la cittadina turca di Giuvecci. Dopo aver convocato d’urgenza nella notte l’ambasciatore siriano ad Ankara e dopo un concitato colloquio col suo omologo siriano Moallem, il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davoutoglu, ieri ha proclamato una posizione di prudente attesa: “Speriamo che la Siria riesca a rinnovarsi in una maniera tranquilla e che esca da questa situazione ancora più forte: noi faremo tutto il possibile per assisterla nell’attuazione di riforme che la rinnovino nella stabilità rendendola più forte”. Queste parole sono ben più attendiste di quelle pronunciate nei giorni scorsi dal premier Recep Tayyip Erdogan, che aveva definito “assolutamente deludente” il discorso di Assad che prometteva riforme. Ma non bisogna dimenticare che Davutoglu è l’ideatore di una dottrina, ora piuttosto in crisi, basata sul principio “nessun problema con i vicini”: ora si trova a ospitare decine di migliaia di profughi siriani nei campi della Mezzaluna Rossa e ha ben presente che da qui a poco la Turchia – che peraltro è l’unico paese che fornisce ospitalità e aiuti alle organizzazioni dei dissidenti siriani – rischia di trovarsi in conflitto non soltanto con la confinante Siria, ma anche con la Repubblica islamica d’Iran che, attraverso Hezbollah e i pasdaran, gioca un ruolo di prima fila nella repressione della rivolta siriana.

Il Manifesto-Michele Giorgio: " Se la rivolta diventa etnica e religiosa"


Fratelli Musulmani Assad

Notizie incerte continuano ad arrivare dalla Siria dove ieri, secondo i resoconti fatti da attivisti locali, sarebbero state uccise una quindicina di persone in varie località del paese. Le fonti ufficiali davano un bilancio più basso e attribuivano una parte delle uccisioni al fuoco di «bande armate». La stessa difformità si è registrata riguardo a una spaccatura che sarebbe avvenuta all’interno della prima divisione dell’esercito siriano, prontamente smentita dalla tv di stato. Così come resta un mistero il numero reale dei partecipanti alle proteste e quello dei siriani che, al contrario, prendono parte alle manifestazioni pro-Assad. Da settimane si va avanti così, senza avere la certezza di quanto accade sul terreno, a causa anche del divieto per la stampa estera di accedere al paese. A indurre alla cautela è anche il recente caso della «Ragazza gay aDamasco », Amina Arraf. Per settimane il suo blog, seguitissimo, ha passato news su quanto accade in Siria e descritto le difficoltà di una giovane lesbica nel vivere sotto la dittatura di Assad. Gli attivisti per i diritti civili di tutto il mondo si sono mobilitati quando è giunta la notizia dell’arresto della blogger da parte di «agenti del regime ». Peccato che fosse tutto falso, Amina non èmai esistita e il suo blog era gestito dalla Scozia, da Tom Mc- Master, uno studente americano. Tuttavia in questa nebbia sono visibili in modo abbastanza chiaro alcuni dati. Se la repressione delle proteste è stata sino ad oggi brutale e il presidente Bashar Assad ha risposto in modo troppo limitato alla giusta richiesta dei siriani di libertà e diritti, è allo stesso modo incontestabile che la protesta continua a interessare centri rurali, villaggi e cittadine periferiche, vicine ai confini con Giordania, Libano e Turchia. A oltre tre mesi dall’inizio dei disordini a Deraa, Damasco e Aleppo, la capitale e la seconda città del paese, rimangono sostanzialmente calme. Comincia a essere evidente che alla protesta iniziale contro i servizi di sicurezza e il partito Baath, si sia gradualmente sostituita una rivolta sunnita contro gli alawiti (la setta sciita alla quale appartiene Assad), da decenni al potere con il sostegno determinante delle altreminoranze (cristiani e drusi) e della classe media. Lontani dalla capitale, roccaforte del regime, le aree periferiche a stragrande maggioranza sunnita godono di una maggiore libertà e hanno potuto sollevarsi con più facilità contro il potere locale del partito Baath. A confermare indirettamente come la protesta siriana stia diventando rapidamente anche, se non soprattutto, uno scontro etnico e religioso, sono proprio le notizie di bandiere del movimento sciitaHezbollah e dell’Iran bruciate nelle piazze. Per i media occidentali sono il segno dell’insoddisfazione popolare per la politica estera di Assad. Con più probabilità sono la ribellione dei militanti sunniti verso un’alleanza tra sciiti imposta a un paese che si considera sunnita. È difficile valutare il peso del lavoro svolto dietro le quinte dai Fratelli Musulmani, nemici storici del Baath. Ma le proteste massicce registrate a Homs e Hama (storica roccaforte degli islamisti) indicano che non è più marginale. Quando si parla della «primavera araba» si fa quasi sempre riferimento al ruolo decisivo delle forze liberali e progressiste. Ma sei mesi dopo l’inizio delle rivolte in Tunisia ed Egitto, è ormai chiaro che i Fratelli Musulmani (sunniti) saranno protagonisti del futuro di questi due paesi. Protagonismo che non può non coinvolgere i Fratelli Musulmani siriani, molto popolari anche in Siria, messi davanti alla prospettiva della caduta del tanto odiato Baath e di riconsegnare il paese al sunnismo.

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26 giugno 2011

Ma a Gaza non c'è nessuna crisi umanitaria, lo afferma la Croce Rossa

 
Oltre al Corriere c'è anche Repubblica sulla Flotilla, G. Cadalanu, Inviato o volontario ?
Testata: liberacittadinanza.it
Data: 25 giugno 2011
Pagina: 16
Autore: Giampaolo Cadalanu
Titolo: «Gaza, l'appello degli attivisti: l'Italia protegga la Flotilla. Il governo: tenteremo di fermarvi»

La REPUBBLICA di oggi, 25/06/2011, a pag.16, con il titolo "Gaza, l'appello degli attivisti: l'Italia protegga la Flotilla. Il governo: tenteremo di fermarvi", pubblica un articolo di Giampaolo Cadelanu, il quale, secondo quanto riportato dal sito ufficiale dei pacifisti-violenti, farà parte della (possibile) prossima Flotilla.Ma nel suo articolo, questo non lo specifica.
Prende poi uno strafalcione, grave per uno che sta per imbarcarsi, Alice Walker, che lui cita, non è l'autrice del "colore viola", ma la figlia.
Ne abbiamo scritto già ieri, nel riportare la presenza di Viviana Mazza del CORRIERE della SERA, anche per Cadelanu valgono le stesse domande.
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=40285
Segue, da L'OCCIDENTALE, l'articolo di Costantino Pistilli, nel quale viene riportata la dichiarazione dell Croce Rossa, secondo la quale a Gaza non c' è nessuna crisi umanitaria. Come la mettiamo ?

Ecco gli articoli:

La Repubblica-Giampaolo Cadelanu: "Gaza, l'appello degli attivisti: l'Italia protegga la Flotilla. Il governo: tenteremo di fermarvi"

La Franesina non ha nessuna intenzione di schierarsi a difesa della Freedom Flotilla e dei cittadini italiani che saranno imbarcati nel viaggio verso Gaza. Anzi, il ministero degli esteri " vuole adoperarsi per evitare la partenza" del convoglio intenzionato a forzare il blocco israeliano al largo della Striscia. L'appello dei militanti al governo è stato respinto nettamente: per Franco Frattini " il modo migliore per portare assistenza agli abitanti di Gaza è quello di inviare gli aiuti umanitari attraverso gli appositi valichi terrestri, evitando ogni tipo di provocazione". Tanto più che dopo l'anno scorso la missione della flottillaa finita tragicamente con l'assalto delle truppe nspeciali israeliane alla nave turca " Mavi Marmara" che apriva il convoglio e l'uccisione di nove persone.
Ma i militanti non ci stanno e hanno chiesto l'intervento di Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio: " Ci muoviamo con mezzi assolutamnete pacifici, siamo disarmati e non riteniamo di essere una minaccia per Israele: il governo italiano è tenuto a garantire l'incolumità dei cittadini italiani che saranno in acque internazionali e disarmati". La delegazione italiana, accompagnata da un robusto numero di giornalisti, sarà a bordo della nave "Stefano Chiarini", carica, garantiscono gkli organizzatori, di medicinali, aiuti alimentari e sacchi di cemento per la ricostruzione della Striscia.
Intanto Israele sottolinea che la sua linea non è cambiata. La marina militare dello Stato ebraico si prepara a bloccare la strada alla flottiglia, annunciando che userà gli idranti. Essa "rappresenta un pericolo per la sicurezza dei civili israeliani", ribadisce un portavoce militare, secondo cui consentendo la libera navigazionbe verso Gaza si consentirebbe ai "terroristi di Hamas" la possibilità di rifornisrsi di armi da utilizzare contro Israele.
Di opinione completamente diversa la sxcrittrice afroamericana Alice Walker, che iin una intervista a Foreign Policy ha annunciato l'intenzione di far parte della spedizione.. L'autrice "del colore viola" sottolinea che la missione delle navi non è solo quella di portare aiuti, quanto soprattutto quella di " portare attenzione" sulla situazione dei palestinesi. La Walker ricorda che la riapertura del valico fra la Striscia e l'Egitto è insufficiente: " Si possono solo portare due valigie, non si possono certo ricostruire le fognare in questo modo".

L'Occidentale- Costantino Pistilli: " A Gaza non c'è nessuna crisi umanitaria (parola di Croce Rossa)

"Non c'è nessuna crisi umanitaria a Gaza e la situazione, nonostante la grande attenzione dei media, non è eccessivamente grave", è quanto dichiarato da Mathild Redmatn, vice direttore della Croce Rossa nella Striscia, che ha aggiunto: "Israele ha il legittimo diritto di proteggere la propria popolazione civile". Ciononostante, un’altra Flottiglia composta da circa venti convogli è pronta per portare nella Striscia di Hamas irenici aiuti umanitari.

Da parte sua, Israele ha già approvato il passaggio e la consegna di materiali per un valore di 100 milioni, necessari per costruire 1.200 nuove case e 18 nuove scuole nella stessa Striscia e Robert Serry, inviato Onu per il Medio Oriente, ha espresso “soddisfazione per questo passo importante". Il maggiore Guy Inbar, portavoce del ministero della Difesa israeliano per l'unità che coordina le attività di Israele con Gaza e in Cisgiordania, ha assicurato che i lavori per la ricostruzione di Gaza saranno gestiti dalle agenzie delle Nazioni Unite che si occupano del popolo palestinese, in linea con l’Accordo firmato tra l’Autorità nazionale e l’Onu ma mai implementato da quando Hamas è salito al potere a Gaza.

Nel frattempo, ogni due settimane Israele veicola circa 50.000 tonnellate di merci nell Striscia. Oltre ad accelerare il flusso di materiali da costruzione lo Stato ebraico dall'inizio del 2011 ha ricevuto 1.500 domande spedite dagli abitanti di Gaza per l'assistenza sanitaria in Israele. Dal mese di aprile l'ottanta per cento dei candidati è stato ammesso.

Hamas, invece, continua a ricevere armi di contrabbando attraverso i valichi di frontiera e via mare dal confine con l’Egitto, tra cui l'artiglieria e missili made in Iran. Durante questa settimana sono piovuti da Gaza due missili Qassam contro il sud d’Israele. Gerusalemme ha risposto bombardando un tunnel utilizzato per portare le armi ai terroristi nella Striscia.

Israele si prepara ad affrontare i peggiori scenari, vista l’instabilità provocata nell’intera area mediorientale dalla Primavera araba e dalle continue minacce che piovono da Teheran. Problemi che si riversano sui confini israeliani resi ancora più insicuri da una situazione interna palestinese per nulla salda: l’incontro sponsorizzato dall’Egitto tra Khaled Mashaal, capo dell’ufficio politico del movimento islamico, e il leader di Fatah, Abu Mazen, è stato rimandato sine die a causa del disaccordo sulla nomina del premier.

Le divergenze tra le due fazioni erano iniziate quando il Comitato centrale del partito Fatah aveva annunciato il nome di Salam Fayyad, attuale primo ministro dell’Anp, come candidato-premier del nuovo esecutivo. Una scelta che non è piaciuta per nulla ad Hamas che ultimamente ha visto mettere in prigione 11 membri del partito per ordine di Abu Mazen.

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26 giugno 2011

Usa, terremoto demografico. Anche in Italia, ma qui è probito parlarne

 
L'articolo di Alessandra Farkas

Testata: Corriere della Sera
Data: 25 giugno 2011
Pagina: 19
Autore: Alessandra Farkas
Titolo: «Storico sorpasso in America, bimbi bianchi in minoranza»

Un encomio particolare ad Alessandra Farkas per essere la prima giornalista che affronta un argomento tabù nei paesi democratici occidentali, quello demografico. Da parte nostra aggiungiamo che sarebbe un crimine, oltre che un errore, lasciare alle componenti conservatrici e razziste, ce ne sono in tutte le democrazie, la gestione, insieme alla valutazione, del pericolo. Non è un segreto per nessuno che in Usa le quasi ex minoranze ispaniche e asiatiche rappresentano un segmento della popolazione più arretrato, culturalemente e socialmente, rispetto alla ex maggiornaza bianca.
Mentre i conservatori/razzisti sono unicamente capaci di lanciare anatemi, occorre ben altro per affrontare seriamente il problema.
Che non è solo statunitense, ma anche Europeo, e occidentale in generale. Invece di accanirsi contro le nuove famiglie, che di figli se non altro ne mettono al mondo, si indaghi, anche scientificamente, sulle cause della caduta della natalità. E, se possibile, una volta indicate le cause, trovare rimedio.
Per quanto riguarda l'Europa, non ci stanchiamo di raccomandare la lettura del libro di Walter Laqueur "Gli ultimi giorni dell'Europa", (Marsilio ed.), una lucida analisi di quanto avverrà nel nostro continente fra qualche decennio. Non l'abbiamo mai visto nè recensito nè citato. Paura di guardare in faccia la realta ?
Ecco l'articolo di Alessandra Farkas, sul CORRIERE della SERA di oggi, 25/06/2011, a pag. 19, dal titolo "Storico sorpasso in America, bimbi bianchi in minoranza":


Walter Laqueur il suo libro Alessandra Farkas

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE NEW YORK — In un futuro non lontano gli Stati Uniti assomiglieranno più al Messico dei campesinos che all’Inghilterra dei padri fondatori. Per la prima volta nella storia, più di metà dei bambini americani sotto i due anni non sono bianchi ma appartengono a «minoranze» etniche (soprattutto ispaniche e asiatiche) destinate tra qualche decennio a diventare maggioranza. Con implicazioni profonde a livello politico, sociale e culturale, in un Paese dove gli over 45 sono per la stragrande maggioranza bianchi. Da un’analisi preliminare dei dati dell’ultimo censimento Usa relativo al 2010, che verranno resi noti al pubblico tra qualche settimana, emerge lo storico sorpasso delle baby minoranze sugli under 2 bianchi. Scesi di 4,3 milioni — circa il 10%— nell’ultimo decennio, mentre il numero di bambini non bianchi è cresciuto di 5,5 milioni, circa il 22%; i bambini ispanici, da soli, sono aumentati di 4,8 milioni. Per quanto graduale, il trend è culminato negli ultimi 12 mesi: nel censimento del 2009 i bambini bianchi sotto i 2 anni erano infatti ancora il 51%del totale. Una crescita che Kenneth Johnson, docente di sociologia e demografo dell’University of New Hampshire, attribuisce «all’alto tasso di natalità tra le donne ispaniche» , accompagnato dal «crollo di maternità tra le americane bianche» . Oggi i bambini under 5 cosiddetti «etnici» costituiscono la maggioranza in ben 12 Stati, più il Distretto di Columbia, (contro sei stati nel 2000): Hawaii, California, New Mexico, Texas, Arizona, Nevada, Florida, Maryland, Georgia, New Jersey, New York e Mississippi. Con l’attuale tenore di crescita, 7 altri Stati si aggiungeranno alla lista nel prossimo decennio: Illinois, North Carolina, Virginia, Colorado, Connecticut, South Carolina e Delaware. E così mentre la popolazione di bambini bianchi crolla in ben 46 Stati e in 86 tra le 100 aree urbane più grandi degli Stati Uniti, i bianchi rappresentano l’ 80%degli americani over 65 e il 73%di quelli tra i 45 e i 64 anni. Un divario potenzialmente esplosivo, se si pensa che molti Stati con percentuali elevate di anziani, come Florida, Arizona, Nevada, California e Texas, sono anche quelli dove il baby-boom ispanico è più alto. Non c’è quindi da stupirsi se, prima ancora di essere pubblicato, lo studio — che rivela anche il boom di convivenze gay e il crollo dei matrimoni — abbia già scatenato un acceso dibattito in un Paese costretto a fare i conti con un terremoto demografico che i politici di entrambi i partiti non possono ignorare, alla vigilia di importanti battaglie congressuali sul futuro dell’immigrazione, della riforma sanitaria e scolastica e di servizi statali come Medicare e Medicaid. «La minoranza sarà presto maggioranza anche nel mercato del lavoro» , mette in guardia William H. Frey, demografo della Brookings Institution, che ha analizzato in anteprima i dati. «La sfida, per il nostro Paese, sarà adesso quella di integrare ed educare in maniera adeguata queste nuove popolazioni di giovani non bianchi» . Il contrario, insomma, di quanto sta accadendo in molti Stati repubblicani del sud, quelli a più alto tasso di migrazione, decisi a invertire le lancette della storia, costi quel che costi. Dopo le rigide misure anti immigrazione varate in Georgia, Arizona e South Carolina, questo mese l’Alabama è diventata l’ultimo Stato a ratificare un pacchetto di leggi anti-immigrati, che tra le altre cose obbliga le scuole a denunciare alle autorità gli studenti illegali. Quella che a sud ha assunto i contorni di una vera e propria «caccia alle streghe ispaniche» negli Stati più liberal del Nordest non ha attecchito. I governatori di Stati ad alto tasso di immigrati come Massachusetts, New York e Illinois, si sono dissociati dal programma federale Secure Communities volto a deportare pericolosi criminali, perché a loro giudizio scoraggia gli immigrati clandestini dal denunciare reati alla polizia per paura di essere a loro volta arrestati e deportati. Contro la nuova famiglia americana si è levato anche l’anatema dei leader conservatori come Tony Perkins, presidente della lobby di destra del Washington Family Research Council, secondo il quale «Il declino della famiglia tradizionale dovrà fermarsi, se l’America vuole continuare ad esistere come società civile»

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26 giugno 2011

Gilad Shalit, manifestazioni in tutta Italia

 
Articoli di Aldo Baquis, Redazione del Foglio, UDG

Testata:La Stampa-Il Foglio-L'Unità
Autore: Aldo Baquis-Redazione del Foglio-Umberto De Giovannangeli
Titolo: «Il caporale Shalit, da 5 anni disperso nel ventre di Gaza-La grande trattativa per salvare il soldato Gilad Shalit-Da 5 anni nelle mani di Hamas, l'odissea del caporale Shalit»

Domani, domenica 26 giugno, si svolgeranno in tutta Italia molte manifestazioni per la liberazione di Gilad Shalit.
IC invita i suoi lettori a informarsi sul sito della Federazione delle Associazioni Italia-Israele http://www.federazioneitaliaisraele.it/IT/HomePage
e, dalla mattina di domani, domenica, presso la più vicina Comunità ebraica.

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 25/06/2011, a pag.17, l'accurato articolo di Aldo Baquis. Dal FOGLIO, a cura della redazione, dall'UNITA', un servizio corretto di Udg, a proposito del quale, ci chiediamo come mai gran parte degli 'ordini del giorno' approvati nelle città ad amministrazione centro sinistra, non solo sia stato sempre trascurato il dramma di Gilad Shalit, ma siano stati redatti e firmati a valanghe odg nei quali era Israele ad essere messo sotto accusa. La città di Torino, come molte altre altre, è addirittura gemellata con Gaza. Udg potrà risponderci cosa c'entra lui, ebbene c'entra, perchè scrive sull'UNITA', che, malgrado l'escamotage del traferimento di proprietà ad altro editore, è e resta il giornale di riferimento del partito di Bersani.
Ecco gli articoli:

La Stampa-Aldo Baquis: " Il caporale Shalit, da 5 anni disperso nel ventre di Gaza"

Nella villa bucolica di Cesarea, dove trascorre pacati week-end addolciti dalla brezza del mare, il premier israeliano Benjamin Netanyahu torna oggi necessariamente a riprendere in mano il Dossier Shalit. All’imbrunire davanti ai suoi cancelli si raduneranno, come tutte le settimane, gruppi di dimostranti che invocano lo scambio del caporale catturato da Hamas il 25 giugno 2006 con mille detenuti palestinesi fra i quali vanno annoverati i più pericolosi stragisti che hanno insanguinato Israele nei primi anni di Intifada.

In giorni come questi, probabilmente, Netanyahu maledice il momento in cui ha deciso di darsi alla politica. Fosse rimasto negli affari, nulla avrebbe turbato il suo week-end ai bordi della piscina. Invece non può fingere di non aver letto il sofferto editoriale pubblicato ieri da Tami Arad, la moglie (o, più probabilmente, la vedova) del navigatore israeliano Ron Arad, caduto con il suo Phantom in Libano nel 1986.

Da 25 anni la donna attende un brandello di notizia sulla sua sorte. Ma tutto tace. E adesso Tami Arad dice agli israeliani che devono scuotersi dal torpore, che Ghilad Shalit va liberato a tutti i costi, perché non diventi un altro Ron. Ieri anche il presidente americano Obama e il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon sono tornati a chiedere la «liberazione immediata» del militare israeliano. Certo, il prezzo imposto da Hamas è esoso: ma si può esigere dal sergente e dalla sua famiglia di pagare il prezzo della sicurezza di Israele ? D’altra parte nelle informative dello Shin Bet (il servizio di sicurezza) Netanyahu trova prospettive funeree, qualora decidesse di spalancare i cancelli del carcere per i dirigenti del braccio armato di Hamas condannati a decine di ergastoli. Cosa ne sarebbe, delle forze pragmatiche dell’Anp, alla luce della vittoria di Hamas ?

Mentre le trattative per lo scambio dei prigionieri vanno a rilento, Israele non resta però con le mani in mano. Fonti militari precisano che dei rapitori di Shalit, almeno otto sono stati uccisi. Uno è stato rapito ma un altro - Muhammed Abu Shimala, comandante di Hamas nella regione militare meridionale di Gaza - resta operativo. La settimana scorsa uomini col volto coperto hanno cercato di prelevare il suo braccio destro, Raed Atar. Ma un suo particolare sesto senso lo ha assistito: all’ultimo momento ha cambiato i piani e si è salvato.

In questi giorni Israele si dice che forse conviene attendere, che il prezzo potrebbe abbassarsi, viste le brutte acque in cui versano i vertici politici di Hamas, mentre Damasco è investita dalla bufera politica. C’è la speranza che il leader politico di Hamas, Khaled Meshal, abbia perso la propria baldanza. Forse adesso potrebbe accettare quanto finora ha respinto: ossia che, dopo la scarcerazione, siano confinati a Gaza o in un Paese arabo quei responsabili del braccio armato di Hamas condannati per aver perpetrato le stragi peggiori.

L’osso duro delle trattative - mediate a fasi alterne da Egitto e Germania sembra essere Ahmed Jaabri, il comandante del braccio armato di Hamas. Con lui solo poche persone sanno dov’è custodito il prigioniero. Sotto Gaza c’è una città sotterranea, un dedalo di cunicoli e di bunker. Shalit potrebbe essere ovunque.

Finora Jaabri ha saputo incutere timore, dal palestinese della strada fino al capo dell’esecutivo di Hamas, Ismail Haniyeh. Adesso forse qualcosa si è incrinata. Nei giorni scorsi su YouTube mani ignote hanno messo un cartone animato che lo mostra come un bambino impegnato a trastullarsi con il suo balocco-Shalit. I genitori lo sgridano ma lui fa spallucce: «No, non ve lo dò». Chi c’è dietro il filmato ? I servizi israeliani ? O forse esponenti di al-Fatah, impegnati a mettere Hamas in cattiva luce di fronte alle famiglie dei detenuti ? Di certo, per Jaabri, Shalit non è solo un balocco: è in primo luogo una preziosa polizza per la sua vita.

Il Foglio- " La grande trattativa per salvare il soldato Gilad Shalit "

Tutti i tentativi per liberare il caporale. All’alba di domenica 25 giugno 2006, quando si seppe a Gerusalemme del rapimento del caporale Gilad Shalit sul passo di Kerem Shalom, si comprese subito che era accaduto un fatto nuovo. Altri militari israeliani erano stati attaccati e rapiti, ma l’azione di Kerem Shalom era diversa. Non più improvvisazione e approssimazione, come in tutte le azioni di Hamas, ma una raffinata tecnica militare sviluppata con precisione chirurgica: erano evidenti le tracce di una regia e di un addestramento iraniani, con una preparazione di almeno sei mesi. I rapitori sbucarono da un tunnel lungo tre chilometri, tirarono una granata contro un tank israeliano in sosta, uccisero i due militari nell’abitacolo e ferirono Shalit che era al cannone; lo prelevarono e affrontarono uno scontro a fuoco con una pattuglia israeliana, ferirono due soldati, persero due mujaheddin, ma riuscirono a tornare nel tunnel, con Shalit. Il tutto in una manciata di minuti. L’operazione fu replicata il 12 luglio 2006 da Hezbollah: un fitto lancio di Katiuscia colpì i villaggi israeliani a ridosso del confine col Libano, un commando passò la frontiera, uccise tre soldati e ferì i sergenti Ehud Goldwasser ed Eldad Regev. Rapiti e portati in Libano i due morirono subito. La replica non lasciò dubbi a Israele sulla volontà di escalation degli oltranzisti né sull’esistenza di un comando unico Hamas-Hezbollah, con supervisione dei pasdaran iraniani. Iniziò così la seconda guerra del Libano. Per liberare Shalit, Israele il 28 giugno invase Gaza con l’operazione “Pioggia d’estate”, dirigendo i suoi tank verso il campo di Khan Younis 200 i morti ma nessun risultato. Attraverso la Nunziatura apostolica di Gerusalemme, Israele iniziò trattative segrete con Hamas. Fallite. Il 30 aprile 2007 il presidente di Hamas, Khaled Meshaal, uscì allo scoperto e in spregio al diritto internazionale chiese la liberazione di mille palestinesi detenuti. L’Egitto, attraverso il capo del Mukhabarat Omar Suleiman, continuò poi la mediazione, ma, secondo al Jazeera, questa saltò a metà 2008 a causa degli ostacoli posti dalla Anp, contraria al fatto che i palestinesi liberati sarebbero stati membri soltanto di Hamas. Appena eletto, Nicolas Sarkozy si mosse per ottenere la liberazione di Shalit, che è anche cittadino francese: senza risultati. Le trattative ripresero nel 2009, grazie a una mediazione tedesca, ma fallirono per il rifiuto di Hamas di depennare 250 prigionieri responsabili di gravi fatti di sangue. Benedetto XVI, che ne ha a più riprese chiesto la liberazione, nel 2009 incontrò in Israele i genitori di Shalit. Il 25 aprile 2010 Hamas ha pubblicato un video con grafica computerizzata che mostra il padre di Shalit che invecchia mentre il figlio non gli verrà mai restituito. Hezbollah e Hamas, come nel 2006. Hezbollah si sta organizzando, perché deve difendere il suo alleato siriano dalle pressioni della piazza e dal solito “complotto” internazionale. Hezbollah si sta organizorganizzando perché a Teheran c’è uno scontro di potere tra gli ayatollah, il presidente, Mahmoud Ahmadinejad, e i pasdaran, e gli uomini sul campo devono cercare di capire come schierarsi. A Gaza – che si prepara all’arrivo di una flottiglia contro l’embargo di Israele, per i primi di luglio – l’accordo, l’ennesimo, tra Fatah e Hamas è già collassato, i lanciarazzi spuntano e poi scompaiono, i Qassam volano sul Negev. Come nell’estate del 2006, quando Shalit fu rapito, i due fronti si compattano quando c’è da attaccare Israele, e il momento sembra di quelli giusti. Sul Golan sono già state organizzate parecchie offensive da parte della Siria, ma secondo alcuni dispacci dell’intelligence israeliana, il grosso del lavoro ora sarebbe nelle mani di Hezbollah. Dopo aver chiuso la partita politica a Beirut, con un governo che è totalmente nelle mani del partito sciita (tanto che il leader dell’opposizione Saad Hariri è costretto a vivere fuori dal paese, a Riad per lo più), il leader Hassan Nasrallah è tornato a commentare gli esiti della primavera araba. Ha criticato la decisione del Bahrein di condannare all’ergastolo dieci attivisti delle proteste delle settimane scorse, in linea con le difese delle piazze in Egitto e in Tunisia fatte nei mesi scorsi In Siria è tutto diverso. Secondo una fonte vicina al movimento citata dalla Reuters, “Hezbollah non interverrà in Siria, quella è una questione interna di Bashar el Assad. Ma se vede che l’occidente vuole buttare giù il presidente siriano, non starà a guardare E’ una battaglia per la sopravvivenza, questa, ed è il momento che Hezbollah restituisca il favore del sostegno in passato della Siria. Lo farà distogliendo un po’ di pressione internazionale da Damasco”. Cioè aprendo un altro fronte: con Israele. A Gaza è sfumato lo “storico accordo” tra Hamas e Fatah, patrocinato dal nuovo Egitto guidato ad interim dalla giunta militare. Al primo scoglio, le tensioni tra i due gruppi palestinesi sono tornate fortissime. La campagna di Hamas contro i membri di Fatah è da anni feroce. Lo stallo del dialogo, le frizioni tra Gerusalemme e Washington e la battaglia di Abu Mazen all’Onu per il riconoscimento unilaterale dello stato palestinese hanno complicato il processo di pace, a tutto vantaggio di Hamas, che fa ostruzionismo contro Fatah e pretende di essere un interlocutore internazionale nella formazione dello stato palestinese. Mentre si moltiplicano le notizie sulla costruzione di nuovi tunnel dalla Striscia di Gaza, la riapertura del valico di Rafah, voluta dal Cairo, ha consentito la ripresa del traffico di armi e soldi a vantaggio di Hamas. Se alla crisi di Damasco e alle tensioni tra i palestinesi si aggiunge che, nei primi dieci giorni di luglio, è stata annunciata la pubblicazione delle sentenze del Tribunale dell’Onu che indaga sull’omicidio dell’ex premier libanese Rafiq Hariri (l’inchiesta porta dritta a Hezbollah e al regime di Assad), è chiaro che il momento è giusto per deviare l’attenzione internazionale. Come nel 2006, alla faccia della risoluzione dell’Onu 1.701 che impose il disarmo del partito sciita e la liberazione di Shalit. L’esercitazione da fine del mondo. Alle undici del mattino, mercoledì, le sirene hanno suonato in tutto Israele, per l’esercitazione nazionale Turning Point 5. Sono tornate a strepitare alle sette di sera, quando chi aveva ordinatamente seguito il suo compito nelle esercitazioni al lavoro o a scuola si preparava a ripetere le procedure, a casa, prima di cena. Il Parlamento ha sospeso i lavori per dieci minuti, tempo di prepararsi a raggiungere un bunker costruito da poco nelle montagne, in una località segreta. Da tre giorni le Forze armate israeliane avevano affrontato gli scenari più disparati: attacchi chimici a Nazareth, Haifa, in una zona industriale del Negev e a Rishon Lezion, vicino a Tel Aviv, dove l’ospedale ha soccorso centinaia di falsi intossicati; edifici pericolanti con decine di civili intrappolati, da evacuare; un attacco informatico che isola una centrale elettrica fuori Hadera, nel nord, tagliando di un terzo l’energia disponibile in tutto il paese; centri urbani presi di mira da attacchi missilistici da Siria, Libano, Iran e dalla Striscia di Gaza. Si è provata anche la reazione a un attacco chimico, in una zona in cui i civili sono sprovvisti di maschere antigas – “ne dispone ancora soltanto metà della popolazione”, è stata la critica surreale del quotidiano Haaretz. E’ la quinta volta che Israele si allena a rispondere al suo “turning point” (momento critico). Succede ogni anno, dalla guerra contro Hezbollah, nel 2006. Scuole, caserme, edifici pubblici, case, centri commerciali, tutto si ferma, per simulare un attacco su larga scala all’integrità di Israele. Sono scene che non si vedevano dai tempi dell’America degli spot “Duck and Cover” (rannicchiati e copriti) con cui l’Amministrazione insegnava ai bambini, a suon di filastrocche, che cosa fare in caso di attacco. Quel terrore dell’assalto imminente, che gli Stati Uniti hanno riscoperto di colpo l’11 settembre del 2001, è lo stillicidio che accompagna da decenni, con cadenza macabra, la vita quotidiana in Israele.

L'Unità-U.D.G: " Da 5 anni nelle mani di Hamas, l'odissea del caporale Shalit "


Pernondimenticare. Per riaffermare con forza che «gli esseri umani non sono merce di scambio». Per chiedere che quel ragazzo in divisa rapito cinque anni fa sia finalmente liberato. Per Ghilad Shalit, caporale di Tsahal, l’esercito d’Israele. Nel quinto anniversario del rapimento del soldato israeliano Ghilad Shalit da parte di Hamas, una giornata di mobilitazione è stata osservata ieri in Israele e all'estero. Ong importanti - fra cui Amnesty international, l'israeliana Betzeleme anche la palestinese Pchr-Gaza - hanno pubblicato un appello congiunto a Hamas affinchè metta fine al trattamento «disumano e crudele» riservato al prigioniero. Fin da subito, affermano, a Shalit va garantito di poter incontrare emissari della Croce Rossa internazionale e di comunicare con la famiglia. LIBERATELO In Israele manifestazioni diverse in sostegno della famiglia Shalit si svolgono tra ieri e oggi. In particolare un quotidiano ha messo a punto una cella buia dove, per 24 ore, si avvicenderanno per un'ora ciascuno esponenti della cultura e dello spettacolo «per sentire in prima persona cosa si prova quando si è tagliati fuori dal mondo». Malgrado queste attività di sostegno, nella tenda eretta a Gerusalemme dai genitori di Shalit per tenere aperta la richiesta di uno scambio di prigionieri con Hamas regna oggi un senso di scetticismo e di preoccupazione. L’altro ieri infatti Hamas ha respinto con sdegno la richiesta della Croce rossa internazionale di vedere il prigioniero. Ismail Radwan, portavoce del movimento, in un comunicato ha detto che «il Cicravrebbe dovuto piuttosto parlare delle sofferenze dei settemila palestinesi in prigione in Israele» e che «Hamas si rifiuta di rispondere a questo appello». Di conseguenza il premier Benyamin Netanyahu ha deciso di annullare alcune facilitazioni di cui finora hanno beneficiato nelle carceri israeliane i detenuti di Hamas. Hamas, da Gaza, ha replicato accusando Israele di violare precisi trattati internazionali. A quanto pare Israele è disposto a liberare, in cambio di Shalit, unmigliaio di detenuti palestinesi. Ma esige che quelli più pericolosi (perchè artefici di una lunga serie di attentati) siano inviati a Gaza anche se sono originari della Cisgiordania. Netanyahu rifiuta inoltre di liberare palestinesi residenti di Gerusalemme est. Su questi dissensi le trattative indirette sono ferme da mesi. VOCI DALLA STRISCIA Ma forse, a Gaza, qualcuno timidamente comincia a criticare il potente braccio armato di Hamas, che custodisce Shalit in una località conosciuta solo ad un pugno di persone. Su YouTube è infatti apparso nei giorni scorsi un cartone animato che mostra Ahmed Jaabri, il comandante del braccio armato di Hamas, nelle sembianze di un bambino viziato che non vuole mai lasciare il «balocco- Shalit». I genitori lo sgridanomalui, imperterrito, fa spallucce e continua a trastullarsi con giocattolo. Secondo alcuni osservatori, dietro al cartone animato (completamente anonimo) ci sarebbe un tentativo di al-Fatah di mettere Hamas in cattiva luce di fronte alla opinione pubblica di Gaza. A chiedere la «liberazione immediata» di Shalit sono, in una dichiarazione congiunta, i leader europei che hannopartecipato ieri a Bruxe alla riunione del Consiglio europeo, il forum dei capi di Stato e di governo dell’Ue.

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26 giugno 2011

Arabia Saudita vietata a ebrei e israeliani

 
La proposta è boicottare Sky Team, ecco le compagnie che ne fanno parte

Testata: La Repubblica
Data: 25 giugno 2011
Pagina: 1
Autore: Marco Pasqua
Titolo: «Voli Delta Airlines per l'Arabia Saudita vietati a ebrei e israeliani: è polemica»

Sul sito internet di REPUBBLICA, 24/06/2011,un pezzo interessante di Marco Pasqua, sempre attento verso quelle notizie spesso a torto ritenute marginali, e quindi escluse dall'edizione catacea. Un pezzo espulso su internet perchè rivela un altro aspetto di un governo musulmano che è bene lasciare nascosto ?
La proposta di boicottare Delta Airlines, se realizzata, andrebbe estesa anche alle altre compagni aeree che ne fanno parte. Per esempio, ALITALIA, AIR FRANCE, AEROFLOT, KLM, CHINA EASTERN e altre. Che decisone prenderà Delta ?
Ecco l'articolo, dal titolo "
Voli Delta Airlines per l'Arabia Saudita vietati a ebrei e israeliani: è polemica"


Il divieto potrebbe scattare con l'ingresso ufficiale della Daudi Arabian nell'alleanza dei cieli Sky Team: il regno è off limits anche per chi ha visitato Israele. Comunità ebraiche Usa e associazioni per la libertà di culto sul piede di guerra

di Marco Pasqua

A partire dal 2012, gli ebrei e gli israeliani potrebbero vedersi negato il permesso di salire a bordo degli aerei della Delta Airlines diretti in Arabia Saudita. Ciò dovrebbe avvenire con l'ingresso ufficiale della Saudi Arabian Airlines 1 nell'alleanza dei cieli Sky Team, di cui fa parte anche Alitalia. Alla base di questo divieto c'è la chiusura del Paese della Mecca ai cittadini ebrei ed israeliani, ma anche a chi ha visitato Israele (e abbia un timbro sul proprio passaporto). Le comunità ebraiche americane, ma anche le associazioni che si battono per la libertà di culto, sono già sul piede di guerra: "La Delta non discrimini gli ebrei", dicono. E problemi, sui voli dall'America per l'Arabia Saudita, potrebbero esserci anche per i cristiani, che viaggino, ad esempio, con simboli religiosi (come, ad esempio, collane con crocifissi) o abbiano nel bagaglio una Bibbia.

L'accordo per far entrare il vettore saudita nel network che comprende già 14 compagnie aeree è stato firmato lo scorso 10 gennaio, a Gedda. La Saudi Arabian Airlines sarà la prima compagnia del Medio Oriente ad unirsi al network che, con i suoi 14mila voli giornalieri, conta già su 900 destinazioni in 169 Paesi. Nei mesi a venire, come spiegava il testo di quell'accordo, la compagnia avrebbe "lavorato per soddisfare tutti i requisiti per diventare un membro a tutti gli effetti": cosa che avverrà "entro il 2012".

Ma i dettagli di quell'alleanza, comprese tutte le relative implicazioni, sono emersi solo recentemente, quando si è iniziato a parlare dei primi voli di collegamento tra New York e Washington e Gedda. Per entrare in Arabia Saudita, un regno in cui vige la Sharia, i turisti e i viaggiatori d'affari devono ottenere un visto - dopo aver trovato uno sponsor, un garante saudita. Per le donne, ottenere quel permesso è ancora più difficile. Chiunque possegga sul proprio passaporto un timbro dello Stato d'Israele oppure abbia un passaporto israeliano, viene bloccato alla frontiera, anche se dovesse solo effettuare uno scalo in aeroporto. Trattamento che, stando alle testimonianze riferite in queste ore da alcuni ebrei statunitensi, viene anche riservato ai cittadini che hanno un cognome ebraico. Il personale aeroportuale è autorizzato a confiscare Bibbie o testi religiosi che non abbiano attinenza con l'Islam. Anche le kippah sono tassativamente vietate. Regole che, ora, dovranno essere adottate dalla Delta, qualora questa dovesse iniziare ad operare dei voli in code-sharing con la compagnia araba.

Il fronte di chi contesta questa normativa è ampio, e le adesioni alla protesta, per adesso solo virtuale, aumentano di giorno in giorno. "Il fatto che una compagnia aerea impedisca a un cittadino americano di salire su uno dei suoi aerei, in America, per il solo fatto che sia ebreo o che abbia una croce o una kippah, è irritante", ha osservato Colby M. May, dell'American Center for Law And Justice, un gruppo di conservatori cristiani che si batte per la libertà di culto in tutto il mondo. Gli ebrei americani chiedono alla Delta di respingere tali limitazioni antisemite: "Bisogna condannare il comportamento dell'Arabia Saudita che discrimina gli ebrei. Per un'azienda americana, i suoi valori dovrebbero avere la priorità sugli interessi economici e la Delta dovrebbe opporsi all'ingresso della Saudi nell'alleanza Sky Team", ha osservato l'American Jewish Committee. Il rabbino e blogger Jason Miller 2 ha già annunciato di aver chiesto l'annullamento della sua carta di frequent flyer: "Siamo davanti ad una questione di principio. La Delta non è obbligata a far entrare la Saudi Arabian Airlines nell'alleanza. Potrebbe, infatti, opporsi proprio sulla base di questa regola discriminatoria. Il fatto che il governo saudita sia antisemita non è una colpa della Delta, ma certamente non ci deve andare a braccetto. Anche se non ho intenzione, per adesso, di volare in quel Paese, avrei dei problemi a volare con una compagnia del genere". Dan Diker, segretario generale del World Jewish Congress 3, un'organizzazione internazionale che rappresenta le comunità e gli enti ebraici, si aggiunge al coro della voci contro, e chiede alla Delta "di non rispettare questa policy chiaramente antisemita e razzista".

Dopo che le polemiche hanno iniziato a diffondersi viralmente, la compagnia americana, attraverso il suo blog, ha fatto parlare il portavoce, Trebor Banstetter 4, che però non ha negato la nuova policy discriminatoria, pur sottolineando che la compagnia "non discrimina sulla base di età, razza, nazionalità, religione o genere". Al tempo stesso, ha fatto notare che ovunque Delta operi i suoi voli, "deve rispettare le leggi", decise "dai singoli Stati e non dalle compagnie aeree", e che "i passeggeri devono essere in regola con i documenti per l'ingresso". "Se un passeggero è sprovvisto di quei documenti - nota il portavoce - lo stesso potrebbe vedersi negato l'accesso a quel Paese, mentre la compagnia aerea potrebbe essere multata. Per questo, spetta alla compagnia accertarsi, prima che i passeggeri salgano a bordo, che questi siano in possesso della documentazione richiesta". Su Facebook, intanto, sono partiti i primi gruppi che lanciano la proposta di di un boicottaggio della Delta, mentre non è da escludere che la vicenda possa anche finire all'attenzione del Congresso.

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25 giugno 2011

Gli ultimi giorni dell'Europa

 


Walter Laqueur
Gli ultimi giorni dell'Europa
Marsilio

L'Europa è alla fine, questo libro dello storico israelo-americano ti apre gli occhi su quello che succederà entro pochi anni, e che nessun giornale e nessuna Tv ti hanno ancora raccontato. Cosa accade quando il crollo demografico coincide con una massiccia immigrazione? "Gli ultimi giorni dell'Europa" ci spiega come l'immigrazione incontrollata dall'Asia, dall'Africa e dal Medio Oriente ha popolato l'Europa di persone che non hanno alcun desiderio di integrazione e tuttavia non rinunciano ai servizi sociali, all'assistenza medica convenzionata, ai sussidi di disoccupazione che offrono loro i paesi ospitanti.

  

Cordiali saluti a tutti i liberi e laici    
Marcus  Prometheus




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25 giugno 2011

Ci sarà anche il Corriere della Sera sulla Flotilla n°2 ?

 
 Lo scrive il sito degli odiatori pacifisti-violenti

Testata: Informazione Corretta
Data: 24 giugno 2011
Pagina: 1
Autore: La redazione di IC
Titolo: «Ci sarà anche il Corriere della Sera sulla Flotilla n°2 ?»

Se è vero quanto leggiamo su 'Infopal', per chi non lo conoscesse è il bollettino degli odiatori di Israele, la giornalista del CORRIERE della SERA Viviana Mazza sarà a bordo di una nave della Flotilla n°2 che dovrebbe (il condizionale è d'obbligo) salpare in questi giorni per abbattere il blocco navale a Gaza. Questa notizia suscita alcune considerazioni:
1) Se Viviana Mazza parteciperà in quanto inviata del CORRIERE della SERA, ci chiediamo come sia venuto in mente al direttore Ferruccio de Bortoli di esporre a dei rischi prevedibili, visto quanto successe lo scorso anno con Flotilla 1. La spedizione Flotilla 2 è un atto illegale contro il blocco navale legale voluto da Israele per impedire che a Gaza arrivino armi, la sua legalità è riconosciuta dalla normativa internazionale.
Viviana Mazza seguirebbe quindi una azione illegale, divenendone complice.
2) Diverso il caso se la giornalista parteciperà per sua scelta. In questo caso, ne prendiamo atto, non senza osservare che così facendo sarà opportuno che cancelli la voce "Medio Oriente" dai suoi interessi professionali, non avendo più nessuna credibilità come cronista. Almeno su un giornale come il CORRIERE della SERA, che, fino a prova contraria, non è ancora il MANIFESTO.

In attesa di sare come stanno veramente le cose, invitiamo i nostri lettori ad inviare queste nostre domande direttamente al CORRIERE della SERA Ferruccio de Bortoli. lettere@corriere.it

http://infopal.it/leggi.php?id=18713

questo è il sito di infopal, dal quale abbiamo preso la notizia.
Viviana Mazza non è l'unica giornalista italiana segnalata, ve ne sono altri,
Tra gli italiani a bordo della "Stefano Chiarini": Vauro Senesi (vignettista del Manifesto), Tano D'Amico (fotografo e giornalista), Gianpaolo Cadalanu (inviato di Repubblica), Viviana Mazza (inviata del Corriere della Sera), Giorgio Rinaldi (inviato del Secolo XIX) così leggiamo su infopal.
Se qualcuno fra i nostri lettori vuol scrivere a Repubblica o al Secolo XIX , i nomi dei giornalisti sono quelli sopra elencati.
Consigliamo di astenersi dallo scrivere a Vauro e a D'Amico, se non per fargli molti auguri di buon viaggio.


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90




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