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31 maggio 2011

Dopo la primavera...Fratelli Musulmani

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Sempre sulla situazione in Egitto, invitiamo a leggere l'analisi di Zvi Mazel, pubblicata in altra pagina della rassegna

Dopo la primavera...

Si parla ancora di "primavera araba", di "rivoluzioni", l'ottimo Obama come sempre spinto da wishful thinking (quell'amabile espressione inglese che una trentina d'anni fa si traduceva con "pensiero desiderante") ha paragonato il ciclo di rivolte alla caduta del muro di Berlino e alla primavera di Praga. Ma di fatto i vari dittatori arabi fanno strage indisturbati dei loro cittadini a migliaia (e nessuno naturalmente organizza flottiglie, boicottaggi, manifestazioni). La guerra in Libia va avanti stancamente in maniera opaca. Ogni tanto ci annunciano per domani la caduta di Gheddafi, ma poi non succede niente. E ad aver subito un cambio di regime sono solo due stati filo-occidentali, l'Egitto e la Tunisia.

Lasciando da parte quest'ultimo staterello chiaramente marginale, che succede nella tradizionale capitale del mondo arabo, l'Egitto potente dai tempi dei Faraoni? "La gente non si sente sicura, tutti stanno comprando armi [...] Stiamo disintegrandoci, sul piano economico siamo messi male, politicamente siamo in un buco nero." Parola di El Baradei, candidato alla presidenza della Repubblica e beniamino della stampa internazionale che vedeva in lui (peraltro filo-iraniano e anti-israeliano) il possibile Gorbaciov della situazione (http://www.jpost.com/MiddleEast/Article.aspx?id=221660). Intanto, per non sbagliarsi, qualcuno ha pensato bene di fondare un partito nazista egiziano (http://www.jihadwatch.org/2011/05/arab-springtime-for-hitler-egyptian-group-announces-intent-to-form-nazi-party.html) . Ma in realtà non ce n'è bisogno, perché Hamas, incerta sugli sviluppi degli eventi in Siria, ha deciso di spostare il suo quartier generale proprio in Egitto (http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/144604). E se non sono nazisti loro...

Nel frattempo avete letto dell'apertura del valico di Rafah e della libertà di movimento accordata ai terroristi nel Sinai. In realtà non c'è mai stata crisi umanitaria a Gaza e l'apertura del valico con l'Egitto ha un senso politico più che per i rifornimenti (http://www.jpost.com/Opinion/Editorials/Article.aspx?id=222894&R=R6). Certamente passeranno più armi ed istruttori e il pericolo per Israele aumenterà, anche perché la famosa tregua concordata fra Hamas e l'Autorità palestinese è già stata rotta e sono ripartiti i bombardamenti del territorio israeliano coi razzi (http://www.agi.it/english-version/world/elenco-notizie/201105280911-cro-ren1007-gaza_rocket_launched_first_in_almost_seven_weeks). Ma Hamas non si accontenta affatto e continua a chiedere l'apertura dei terminali con Israele, quelli che essa stessa usa bombardare (http://blog.thejerusalemfund.org/2011/05/what-opening-rafah-means-doesnt-mean.html). Il che significa fra l'altro che l'ennesima flottiglia anti-israeliana partirà comunque, nonostante l'apertura del confine egiziano e l'appello dell'Onu, guidata come sempre dall'IHH, organizzazione terrorista turca vicina ad Al Qaeda (http://occupiedpalestine.wordpress.com/2011/05/30/freedom-flotilla-ii-press-release-30-may-2011-ihh-humanitarian-relief-foundation/).

Ditemi voi, ora, con tutto l'ottimismo della volontà che vi riesce. C'è stata una primavera araba? A chi è servita? Aiuta la pace o la danneggia?

Ugo Volli


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
 




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31 maggio 2011

Il villaggio di Deir Abu Meshal ha fatto della produzione di kippah un simbolo del proprio riscatto economico

Fabio Scuto dal titolo " Il copricapo degli ebrei made in Palestina ".

" Le donne di Deir Abu Meshal non provano nessun imbarazzo a produrre dei copricapo destinati a coloro che occupano la Cisgiordania o ai settler estremisti delle vicine colonie. «Gli affari sono affari, Mister», dice secca la signora Barghouti. «Senza questo business, la gente qui sarebbe davvero povera» ". Il buon senso delle sarte arabe supera per intelligenza la stupidità della domanda dell'intervistatore.
Ecco l'articolo:

Il capo d´abbigliamento più diffuso tra gli ebrei in tutto il mondo è la kippah. Un copricapo a forma di papalina che gli uomini ebrei indossano nelle occasioni pubbliche e rituali e obbligatoriamente nella sinagoga: è il modo con cui si indica il proprio rispetto e il timore nei confronti di Dio. E´ solitamente di stoffa a tinta unita, ma può essere anche ricamata a mano, ai ferri o all´uncinetto, con inserti di disegni o parole. Intere vetrine nei negozi di Gerusalemme sono dedicate alle kippah. Ciò che è molto singolare è che a creare migliaia di questi colorati copricapo sono centinaia di donne palestinesi nel villaggio di Deir Abu Meshal, che hanno fatto di questa produzione un simbolo del riscatto economico di questa comunità.
Praticamente in ogni casa di questo borgo di tremila anime flagellato da un sole impietoso a metà strada fra Gerusalemme e Ramallah, si producono kippah. Le donne si siedono sulla porta di casa e mentre fanno due chiacchiere tirano fuori i gomitoli di lana o di cotone. «Facciamo a maglia i qors (il nome arabo della kippah, che tradotto vuol dire letteralmente disco) e allo stesso tempo chiacchieriamo, come fanno le donne in tutti i paesi del mondo sull´uscio di casa» dice Umm Ali. «Ci vediamo, stiamo insieme e facciamo qualche soldo», conferma senza nessuna animosità questa madre di tre figli con il marito che è parte integrante di quel cinquanta per cento di palestinesi disoccupati in Cisgiordania.
Per gli uomini c´è poco lavoro e l´economia di Deir Abu Meshal è tutta sulle spalle delle donne. «Le donne palestinesi non sanno stare con le mani in mano, se si siedono prendono in mano o i ferri o l´uncinetto, e allora abbiamo deciso di usare queste nostre abitudini per fare un po´ di denaro», scherza Ruqaya Barghouti. Ma l´idea si è fatta strada rapidamente. E´ stato raggiunto un accordo - non semplice e certamente non rapido - con sei commerciati all´ingrosso israeliani che distribuiscono la lana, il cotone e i modelli delle kippah, non solo a Deir Abu Meshal, ma anche in altri dieci piccoli villaggi qui intorno. Le donne del villaggio tessono una media di cinque kippah al giorno, che gli vengono pagate circa 12 shekel, cioè 3 dollari Usa ciascuna. Finemente confezionate e di rara bellezza per l´accoppiamento dei colori, queste kippah sono destinate ai negozi di lusso della Città Santa ma buona parte traversano l´Oceano per essere indossate dagli ebrei americani nelle sinagoghe di New York o Chicago.
«Quest´affare delle kippah fa sì che nel mio negozio c´è sempre un gran via vai», dice soddisfatta Riyad Ata sulla porta della sua drogheria. Il suo negozio funziona anche da punto di raccolta per i manufatti intessuti da più di cento donne della zona e la raccolta conseguente del denaro. Dal suo punto di vista non è male. Con il denaro incassato le donne - il vero motore della famiglia palestinese - fanno direttamente la spesa da lei. Gli shekel guadagnati con le kippah si trasformano in uova, farina, latte, formaggio, scarpe, zainetti, quaderni per la scuola.
Le donne di Deir Abu Meshal non provano nessun imbarazzo a produrre dei copricapo destinati a coloro che occupano la Cisgiordania o ai settler estremisti delle vicine colonie. «Gli affari sono affari, Mister», dice secca la signora Barghouti». «Senza questo business, la gente qui sarebbe davvero povera», conferma Nema Khamis - cinquant´anni - mentre con i ferri va avanti a una velocità impressionante inseguita nel ritmo dalle quattro figlie e dalla nuora.
Un tempo anche le kefieh - che dall´inizio del Novecento sono state il simbolo dell´orgoglio arabo sugli occupanti Ottomani che portavano il fez rosso - si tessevano sui telai di legno e corda nei villaggi palestinesi, manifatture importanti ai tempi degli inglesi erano a Hebron e Jenin. Negli anni Settanta poi Yasser Arafat fece diventare il copricapo bianco a quadretti neri il simbolo nazionale palestinese. Oggi le kefieh non si lavorano più in Palestina, arrivano già confezionate dalla Cina, con materiali di dubbia qualità e a bassissimo costo. Mentre le kippah ebraiche le tessono gli arabi. Il mondo cambia rapidamente, la globalizzazione ha divorato tutto e annullato le differenze tra oppressi e oppressori; chi riesce a guardare oltre affrontando la realtà, sopravvive e, chissà, dimostra al resto dell´umanità che un´altra strada è possibile, o almeno percorribile, come quella intrapresa dalle donne di Deir Abu Meshal




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31 maggio 2011

Festival della Luce a Gerusalemme: programma della 2a edizione

Mappa Gerusalemme Mappa geografica

 

Dal 15 al 22 giugno p.v. la Città di Gerusalemme sarà il magnifico palcoscenico per la II edizione del “Festival della Luce”. Lo splendore e la bellezza della Città Vecchia brillerà grazie ad impianti luminosi, installazioni di luci, mostre dedicate alla luce. Si aspetterà la luce del tramonto ed ogni sera, dalle 20.00 alle 24.00, dal 15 al 22 giugno, Gerusalemme, ricordata già nell’Antico Testamento come la “Città della Luce”, risplenderà!

Il Festival è realizzato dalla Municipalità di Gerusalemme in collaborazione con l’Ufficio del Primo Ministro, il Ministero del Turismo d’Israele, il Comune di Gerusalemme, la società Ariel: 250.000 visitatori sono attesi in questa settimana di eventi. Durante tutto il Festival sarà possibile visitare nel centro storico della città mostre di artisti “della luce” locali ed internazionali, assistere ad eventi di strada, spettacoli di acrobati e visitare una fiera dell’illuminazione allestita presso l’ Archeological Garden del Davidson Center di Gerusalemme.
Quest'anno il Festival della Luce esplorerà la relazione tra luce e suono e il senso della vista e dell'udito, nonché la relazione speciale che si crea quando un’esperienza visiva migliora l'esperienza uditiva e viceversa. Molti gli artisti provenienti da Paesi stranieri: Francia, Portogallo, USA, Danimarca, Belgio e Italia. Alla Porta di Giaffa, il gruppo francese TILT, che partecipa al festival per la seconda volta, creerà la magia di un giardino futurista di luce in una mostra dove lo spettatore viene circondato da un ambiente innovativo utilizzando la più avanzata tecnologia legata alle tecniche della illuminazione Alla Grotta di Zedekia in mostra anche l’opera dell’italiano Richi Fererro che presenterà un originalissimo allestimento visivo completato da musica mongola e sonorità bulgare.

Il Comune di Gerusalemme ha poi deciso di ricostruire l’illuminazione che nel 1937 celebrò l’incoronazione di Re Giorgio VI, mentre un video inserito nella Rothschild House condurà i visitatori in un virtuale viaggio in treno dalla città alla scoperta della natura ed un altro impianto creerà un “dialogo” con la pietra di Gerusalemme, utilizzando appunto oggetti illuminati per creare illusioni.

El Wad Street sarà resa ancor più vivace dagli spettacoli di luce e così tutta l’area dalla Porta di Damasco fino all'ingresso al Muro del Pianto.
Straordinario infine lo spettacolo “Butterfly Effect” che avrà luogo presso il Giardino Ha'bonim: i biglietti possono essere acquistati on line (www.bimot.co.il) o telefonicamente (00972-(0)2-6.237.000).

www.lightinjerusalem.org.il

 




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31 maggio 2011

Noi, israeliani felici

Molti mi chiedono perché sono venuta a vivere in Israele. “Hai lasciato l’Italia? Un paese così bello, arte, musica…”. Si , è vero, l’Italia è bellissima ma sono venuta qui perchè volevo sentirmi uguale e non diversa come mi sono sempre sentita nella mia vita. Non volevo più sentirmi dire: “Sei ebrea? Non ti vergogni per quello che fate ai palestinesi?” volevo essere con quelli che avrebbero dovuto vergognarsi di voler vivere e ai quali non era permesso proprio a causa dei poveri palestinesi . Sono ebrea, spiegavo, sono sionista e volevo sentirmi a casa senza dover sempre giustificare la mia appartenenza. Amo Israele, amo gli israeliani, soffro nel vedere come sono descritti fuori da qui, all’estero, anche in Italia. Gli israeliani! E’ difficile incontrare persone più gioiose, sincere, amiche e pazienti. Vivono da 63 anni con la minaccia di essere eliminati come Nazione, hanno sopportato 6 guerre per la distruzione del loro/mio Paese, hanno sopportato anni di terrorismo, eppure sanno amare la vita, sanno essere felici tanto che Israele risulta essere il settimo Paese più felice al mondo.

La mia scelta di venire a vivere in Israele  in realtà chiude un cerchio iniziato dal padre di mia nonna e per questo vi racconterò la sua storia  che è la storia di tantissimi ebrei della sua epoca, parlo di due secoli fa, ormai, tanto tanto tempo fa.

Il padre di mia nonna era scappato dalla Russia per evitare il servizio militare di 35 anni obbligatorio per gli ebrei e per tentare di arrivare nella Terra, in Erez, allora Palestina ottomana.

Aveva attraversato l’Europa a piedi , insieme ai suoi fratelli, per arrivare in un porto del mare Adriatico e da là imbarcarsi per la Terra dove arrivavano sempre più numerosi gli ebrei dell’Est in fuga dai pogrom e da persecuzioni di ogni genere.
In Ungheria una zingara gli aveva letto la mano: “Arriverai in una città sul mare. Là ti fermerai, avrai cinque figli, morirai giovane”.
Il padre di mia nonna arrivò a Trieste dove si innamorò di un’ebrea greca fuggita  a sua volta con la famiglia da Corfù a causa di un pogrom che sconvolse la ricca comunità ebraica dell’isola (la storia degli ebrei è storia di fughe e incontri e ancora fughe). Non si imbarcò mai per la Palestina, accompagnò al porto i suoi fratelli, li salutò e non li rivide mai più.
Rimase in Europa per amore di una giovanissima ebrea dagli occhi verdi che non capiva il suo yiddish e gli parlava in ladino, lingua degli ebrei di origine spagnola. Fu la lingua Sacra delle preghiere, l’ebraico, che li aiutò  a comprendersi e vissero insieme tutto il tempo che il destino concesse loro.
Ebbero cinque figli e lui, Chaimzill detto Ignazio, morì a 50 anni a Vienna, la mattina del matrimonio del suo primogenito.
Consola, la moglie dagli occhi verdi, per il resto del tempo che gli sopravvisse portò sulla sua tomba un uovo sodo, un sassolino e una tazza di the che rovesciava sul marmo.
I loro cinque figli entrarono nel silenzio dell’assimilazione, furono dei bravi ‘ebrei di corte’ laureati, intellettuali, ricchi, con occhi colmi delle antiche memorie che volevano dimenticare forse per essere meglio accettati in un mondo ostile.
Non parlavano mai, con i loro amici goyim, di quel piccolo ebreo russo che aveva lasciato la sua città, il suo quartiere ebraico, il suo mondo per sfuggire all’odio e per ritornare alla Terra, quel Erez Israel che si sussurrava essere la salvezza, la dignità, la Pace, la Casa.
Quattro maschi e una femmina avevano avuto i genitori di mia nonna e solo lei salvò il ricordo delle radici e del popolo antico cui apparteneva la famiglia. Lei sola ebbe la capacità e di tramandare le tradizioni e l’orgoglio di sentirsi ebrea e sionista.
Mia nonna raccontava e raccontava, senza stancarsi, storie affascinanti e misteriose di gente sconosciuta e lontana. Raccontava della madre di suo padre che portava la parrucca perchè religiosa ortodossa. Raccontava che un giorno, dalla Russia lontana, erano venuti i genitori a trovare il figlio a Trieste ma non avevano resistito a lungo: lei, la Madre, mandava la servitù a lavare piatti e pentole in mare perchè niente era ‘kosher’ in quella città straniera , nemmeno l’acqua.
Raccontava, mia nonna, raccontava a me forse perchè sapeva che io, femmina tra due maschi, avrei raccolto il messaggio, avrei saputo ritrovare le radici nascoste per due generazioni sotto l’illusione dell’assimilazione necessaria per poter condurre una vita ‘normale’.
Forse inconsapevolmente sperava che proprio io avrei chiuso quel cerchio aperto da suo padre: dalla Russia a Israele.
E io ho allevato mio figlio con l’orgoglio e la dignitàè apprese da mia nonna e da mia mamma, gli ho parlato di Israele, delle nostre origini, delle nostre sofferenze, l’ho nutrito di amore e sionismo e un giorno mi ha detto “Mamma io parto”.
Ed è partito per la Terra dei padri.
E dopo più di un secolo e mezzo eccoci qua, noi, i discendenti di quel piccolo ebreo russo che non aveva mai conosciuto la Terra.
Qui sono io, e qui è mio figlio, Aaron, e qui è nato Yonatan, figlio suo e di Tanya, il primo piccolo sabra della nostra famiglia. Qui è arrivato anche uno dei miei due fratelli.
Il cerchio si è chiuso e il padre di mia nonna mi guarda dal ritratto sul muro con i suoi occhi antichi e pazienti. Gli ebrei sanno aspettare, la sofferenza glielo ha insegnato.
Che sorrida?
Lui voleva prendere una nave per arrivare in Palestina.
La nipote di sua figlia ha preso un aereo ed è arrivata in Israele.




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31 maggio 2011

L'affascinante storia degli uomini che hanno fatto grande il sionismo italiano nel dopoguerra: ideologia, avventura, politica

Sergio I. Minerbi

Erano le sei del mattino del 4 Giugno 1944 e ci avevano appena svegliati. Andando su e giu` nel lungo dormitorio del San Leone Magno, fratello Abele stava recitando il rosario come tutte le mattine. Dall’alto del mio lettino a castello gettai uno sguardo dalla vicina finestra che dava su Piazza della Croce rossa a Roma. Vidi una stella bianca su un gippone e ciò mi bastò per urlare: “Sono arrivati gli americani!”. La mia gioia era così straripante che avre i abbracciato perfino fratello Abele ma questi imperterrito continuò il suo “Ave maria gratia plena...” Evidentemente per lui non era cambiato nulla. Per me invece era la fine dell’incubo dell’occupazione tedesca, era il ritorno a casa dai miei genitori , era la felicità.

Non avevo ancora compiuto quindici  anni ma ero pieno di idee. Appena tornato a casa cominciai a trasportare secchi d’acqua dalla fontanella della pineta fino al nostro appartamento situato al secondo piano. Poi uscii in missione per ritrovare qualcosa da mangiare. Le strade erano piene di gente che si affollava vicino a un carro armato americano o nei pressi di un camion militare. Sfruttando il mio scarso inglese cominciai a parlare con qualche soldato e alla fine regolarmente chiedevo se aveva qualche scatola da regalarmi, mentre gli altri chiedevano anzitutto sigarette.Ogni giorno portavo a casa qualcosa: una scatola di “meat and vegetables” o una volta perfino una lunga scatola di “meat and chili” che guardammo con venerazione per un lungo periodo, non osando aprirla. In più dovevo procurare il carburo per accendere un lumino che la sera ci dava un pò di luce in mancanza di elettricità.

In quell’estate del 1944 nelle strade tutti andavano a piedi poichè non c’erano nè tram nè autobus, ma solo qualche camionetta piena fino all’inverosimile. Fu così che cominciai a incontrare soldati delle compagnie [Plugoth] palestinesi che avevano sulla manica la scritta fatidica “Palestine”. Appena incontrati li invitavo a casa nostra dove coi miei genitori trascorrevamo insieme le lunghe serate estive, ascoltando i loro racconti su Erez Israel, la terra d’Israele.

Negli anni 1944-1945 vennero a casa nostra a Roma almeno una trentina di soldati. Tra questi ricordero` il sergente  Moshe` Zakimovitz della compagnia 462, che era anche agente segreto dell’Haganà, ed era dotato di una motocicletta di cui mi offrì spesso il sedile posteriore per lunghe scorazzate a Roma e dintorni. C’era Aharon Kapszuk della 178, col quale festeggiammo la caduta nelle mani sovietiche della sua città natale, Kovel . Ricordo il Capitano Ben Hanoch, che dopo la guerra entrò nel Kibbutz di Dafna in Galilea e sposò una vedova di guerra. Forte impressione fecero i rabbini militari sia per le loro profonde conoscenze accademiche che per la loro apertura . In particolare ricorderò Rav Urbach, che ha lasciato un interessante diario di guerra pubblicato postumo, nel quale cita un incontro con mio padre, Arturo Minerbi, che era sionista e venne da lui per protestare contro la nomina di Ottolenghi da parte del colonnello Poletti quale  governatore di Roma per conto degli Alleati. Poletti aveva sciolto la giunta della comunità Israelitica di Roma e aveva eseguito la nomina suddetta. Mio padre aveva portato a Rav Urbach un manifesto firmato dal Comitato degli italiani di religione ebraica del 30 Giugno 1937, notoriamente fascista.[1]

Rav Urbach venne a casa nostra e ascoltò da mia madre il racconto del salvataggi o dei suoi genitori a Varsavia nel 1940.[2] Anche il suo successore, Rav Aaron Ze’ev Aescoly, divenne un amico di famiglia.

In via Balbo nacque l’Hechaluz italiano del dopoguerra così descritto nel neonato “Bollettino ebraico d’informazioni” del 13 luglio 1944:

La nuova vita che pervade la Comunità ebraica dopo la liberazione  ha avuto espressione immediata nella creazione di un Centro Giovanile Ebraico, che raccoglie a scopo di istruzione e ricreazione i giovani dai sette ai venticinque anni. Esso ha posto la sua sede in Via Balbo n.33. Circa 200 ragazzi si sono iscritti ai corsi di lingua e di cultura ebraica, che sono assai frequentati.

Nel giugno 1944, a Via Balbo 33 dove c’era una Singagoga e dove per alcuni anni ero andato alla scuola ebraica, i soldati palestinesi cominciarono a organizzare dei corsi per i giovani ebrei italiani sul kibbutz, i movimenti giovanili, l’anelito di raggiungere Erez Israel mentre cantavamo le canzoni sentimentali in ebraico che tentavamo di capire. Tra gli insegnanti ricordo Joel Barromi[3] e Yaakov [Foà] Ben Porat[4] che erano vicini all’Hashomer Hazair, un movimento di kibbutzim di sinistra che fin da allora mi sembrava consono alle mie idee politiche. Pensavo infatti che così come il sionismo avrebbe dovuto trasformare la Palestina mandataria in uno Stato ebraico, il socialismo avrebbe dovuto assicurare che la società del futuro Stato sarebbe stata una società giusta, senza divari sociali eccessivi, senza troppo poveri o troppo ricchi. Le mie idee sul futuro della Palestina si rafforzavano alla luce di quanto andava predicando in Italia il Partito Socialista di Pietro Nenni nel quale avevo cominciato a militare uscendo la notte per incollare i manifesti sui muri del nostro quartiere a Roma.

A via Balbo avevo incontrato anche Giorgio Piperno, di sei anni più anziano di me, che distribuiva un suo opuscolo da lui  scritto durante l’occupazione nazista dal titolo “ Perchè non possiamo non essere sionisti”.Piperno scriveva che lo scopo che lo scopo chr noi  ci prefiggevamo era  la conservazione dell’ebraismo e che  l’unico mezzo per raggiungere ciò era  la creazione di uno Stato ebraico:

Ma ora che la religione è scaduta d’importanza, in nome di che cosa possiamo chiedere agli Ebrei della Diaspora di rinunciare alla vita spensierata e comoda che loro offre l’assimilazione, per mantenere accesa tra gli uomini la fiaccola dell’Ebraismo? (...) Questo Stato non può essere creato che in Palestina, in quella terra cioè che per il suo passato storico esercita già sui nostri animi un potente fascino spirituale.[5]

Io ascoltavo attentamente le sue parole, ma rimanevo profondamente laico pur essendogli molto vicino. Forse, mi dicevo, l’unico paese dove un ebreo possa essere tale senza
essere religioso, è la Palestina ebraica.

Il 15 luglio 1944 fu aperta l’achsharà (centro di preparazione agricola) La-Neghev a Ponte di Nona sulla via Prenestina nei pressi di Roma., nella quale venivano preparati i giovani che avessero deciso di fare l’alyah(emigrare) verso l’allora Palestina, per vivervi da pionieri. Fu inaugurata anche l’achsharà Kadima per i giovanissimi. Nel 1944 venne organizzato a Roma il primo seminario sul sionismo operaio e nell’autunno il secondo; entrambi erano diretti dallo stesso soldato palestinese, Eliezer Halevy.[6] Il primo seminario con 25-30 partecipanti si tenne dalla fine di giugno 1944 alla fine di agosto, nei locali della scuola Polacco. “Si parlava di movimento operaio ebrai co, di storia dell’ebraismo, del sionismo, con dei veri e propri corsi di lingua ebraica.”.[7]

Giorgio Piperno scrive su quel periodo:

“L’attività di Via Balbo rappresentò non solo una svolta decisiva nella vita privata di molti dei suoi frequentatori, ma anche una fase rivoluzionaria nella vita giovanile ebraica romana. Per la prima volta si andava delineando l’esistenza di un movimento che sarebbe esagerato definire di massa, ma che assumeva proporzioni numeriche sconosciute in ogni precedente periodo. Esso fu il preludio di quel movimento di Hechaluz Achid che si andò organizzando in tutta Italia, mano a mano che le regioni del nord venivano liberate.”[8]

Lentamente, troppo per i nostri gusti, le truppe alleate risalivano la penisola. Nell’agosto 1944 fu liberata Firenze e giunsero a Roma i due fratelli di mio padre, Ivo e Leo Minerbi, che, insieme a mia nonna Elisa, erano riusciti a scampare alla guerra nei boschi a sud di Firenze. Il figlio di Leo, Lot (Giorgio), si aggregò all’achsharà La-Neghev”sopra ricordata.
Improvvisamente arrivò la notizia che Israel Zolli, l’ex rabbino capo della comunità di Roma, si era convertito il 13 febbraio 1945 e ciò provocò in tutti noi un notevole disgusto. Sembra che si fosse offeso perchè non pienamente reintegrato nelle sue funzioni essendosi eclissato il 9 settembre 1943, quando si profilò il pericolo nazista.[9] Fra gli ebrei qualcuno cominciò a sospettare che gli aiuti prodigati da alcuni sacerdoti cattolici agli ebrei sotto l’occupazione nazista non fossero poi del tutto disinteressati, ma miravano alla conversione. Io stesso subii l’opera di fratello Leone, che con una lezione particolare settimanale tentava di convincermi a “raggiun gere la fede attraverso la ragione”, per citare il titolo di uno dei libri che mi aveva dato da leggere.

Il cambiamento sostanziale si ebbe il 25 aprile 1945, quando fu liberata Milano e il cadavere di Mussolini fu appeso per i piedi in piazzale Loreto. La liberazione del Nord Italia ebbe un impatto enorme per tutti noi e andai a Milano, un viaggio che sembrava semplice ma divenne un’operazione logistica complessa poichè ci vollero ben 22 ore per coprire il percorso in treno. Molti ponti erano saltati e il treno era costretto a soste di alcune ore in strane stazioni fino a che fosse chiarito l’itinerario. Se non sbaglio passammo da Livorno e da lì su una linea secondaria attraversammo Piacenza.

Da allora compii molti viaggi per garantire il collegamento coi giovani di Milano, Torino ed altre città. Vidi allora per la prima volta il grande centro di assistenza per i profughi ebrei che si stava organizzando in via Unione 5 a Milano, in un palazzo ottenuto da Raffaele Cantoni subito dopo la liberazione.[10]

La Seconda guerra mondiale finì in Europa l’8 Maggio 1945 con la schiacciante vittoria degli Alleati anglo-americani. I sopravissuti ai campi di sterminio non volevano ritornare ai rispettivi paesi d’origine, che odiavano per aver assistito al massacro degli ebrei senza muiovere un dito, o che alle volte si erano associati ai nazisti.. Perciò decine di migliaia di profughi ebrei si riversavano in Italia nella speranza di trovare una nave che li portasse o negli Stati Uniti o in Israele, allora Palestina. Per la Palestina erano rimasti alcuni certificati di immigrazione, ossia visti di entrata britannici, distribuiti dall’Ufficio palestinese di Roma, diretto dal Dottor Umberto Nahon, che era tornato in Italia dalla Palestina come inviato della Jewish Agency  l’8 febbraio 1945.[11]

Ma i vi sti ufficiali si stavano rapidamente esaurendo. Cominciò così l’avventura esilarante dell’Alyah-beit ossia l’organizzazione di piccole e medie imbarcazioni che trasportavano gli immigranti fino alle coste della Palestina. Esse erano considerate illegali dalla Gran Bretagna, ma le autorità italiane avevano un interesse comune con le organizzazioni ebraiche poichè speravano di sbarazzarsi al più presto della presenza ingombrante dei profughi.[12]

Nell’estate 1945 mi fu chiesto dall’American Joint, col quale collaboravo, di fungere da interprete per una diecina di giorni a un capitano inglese che lavorava per il Joint.[13] In vista dell’imminente arrivo di migliaia di profughi era evidente che bisognasse trovare degli alloggi provvisori nei quali ospitarli per alcuni mesi fino a che potessero trovar posto sulle navi dell’alyah-beit e andare in Palestina. Per una decina di giorni accompagnai il capitano in una jeep guidata da un autista italiano, alla ricerca di edifici adatti. Andammo a Tagliacozzo, a Pescara, a San Benedetto del Tronto e finimmo a Venezia. Entravamo nei piccoli paesi, io chiedevo se c’erano degli edifici rimasti dalle colonie estive della gioventù fascista, e in caso affermativo andavamo a visitare gli edifici vuoti. Dopo il primo caso avevo capito cosa cercavamo, conducevo tutta la conversazione in italiano e, per fare più presto, traducevo al capitano solo qualche breve conclusione. Lui si arrabbiava poichè si sentiva inutile, come in effetti era.Nell’autunno 1945 arrivò a Taranto lo sheliah (inviato da Eretz Israel) Malkiel Savaldi.[14]

Poche persone furono altrettanto attive nella nascita e fioritura dell’Hechaluz italiano almeno finche` duro`. Nato a Trieste, aveva un po` del carattere austriaco della sua città, era severo, aveva il pallino dell’organizzatore, sapeva trascinare i giovani, richiamarli costantemente al loro dovere, spronarli, aiutarli a calpestare i legami domestici e familiari per favorire invece il Movimento, con la “M” maiuscola. Era stato preceduto da suo fratello Bruno, arruolato in una delle unità palestinesi, ma privo del fascino di Malkiel. Quest’ultimo ebbe una grande influenza su di me, ma non riusci a farmi andare a Givat Brenner, il suo kibbutz, che apparteneva al Hakibbuz Hameuhad.

Il 7 dicembre 1944 era riapparso il settimanale sionista “Israel” diretto da Carlo Alberto Viterbo.[15] Nell’autunno 1945 incontrai a via Balbo (Aldo) Josef Baroccio, che aveva appena “sfornato” il primo numero di un nuovo periodico: il “Dapei Hehaluz”. Il sottotitolo era “Bollettino d’informazioni dell’Hechaluz dell’Italia centro-meridionale”, e la data era 15 n ovembre 1945-10 chislev 5706. In quei giorni si vendeva a Roma un quotidiano dell’esercito americano, lo “Stars and Stripes”. Lo leggevo per cercare di migliorare il mio inglese e anche perche` ero colpito dalla sua impaginazione così nuova, moderna, diversa da quella solita dei giornali italiani. Non so per quali ragioni, ero molto sensibile alla grafica. Ritenevo che, ancora prima di leggere un articolo, chi prenda in mano un giornale voglia che l’occhio abbia la sua parte. Perciò presi una matita bicolore e segnai in blu ciò che, a mio parere, andava bene e in rosso quello che andava cambiato. Col “Dapei Hehaluz” così deformato andai da Baroccio e gli spiegai cosa bisognava fare. Ma non mi lasciò nemmeno finire la frase e, piuttosto arrabbbiato, mi lanciò un  “da domani il giornale lo fai tu”. Il mio primo numero uscì puntualmente il 1° dicembre 1945, coi margini modfiicati, i caratteri di stampa uniformi, e intonati l’uno con l’altro. Il direttore responsabile rimaneva ufficialmente Aldo Baroccio, anche per ragioni legali. Nell’articolo di fondo, sotto il titolo “Chanuccà”, ossia la festa ebraica che ricorda l’eroismo dei Maccabei e che ricorreva in quei giorni, concludevo così:

“Ma lo spirito dei Maccabei, mai sopito nei secoli, risorge oggi più vivo che mai; si lotta con le armi e con l’aratro: è di questi giorni la fondazione di cinque nuove colonie, a testimonianza dell’inesausta vitalità dei nostri chaluzim. Nel momento più critico della sua storia, in cui sono in giuoco i suoi destini, il popolo ebraico celebra la festa di Chanuccà nella piena coscienza dei propri diritti, tese tutte le forze verso la liberazione dei suoi figli, liberazione che i nostri soldati reduci dai campi di battaglia europei, i nostri coloni e le schiere d ei nostri fratelli scampati alla strage, sapranno realizzare in nome della giustizia.”[16]

Aggiunsi anche una mia intervista con Chaim Stolar, che spiegava come fossero organizzati i kibbutz dei profughi già arrivati in Italia, come prima tappa verso Eretz Israel.  La scelta dell’intervistato aveva una doppia valenza politica, sia perchè era dell’Hashomer Hazair (partitto di sinistra), per il quale simpatizzavo, sia perchè era uno dei profughi. Gli ebrei italiani non avevano molta simpatia per i loro fratelli profughi coi quali le comunicazioni erano difficili per ragioni linguistiche, che vivevano appartati e che  era facile dimenticare. Io invece, grazie a mia madre proveniente da Varsavia, potevo conversare in polacco, e mi sembrava essenziale tentare un avvicinamento .Inoltre mia madre era attiva nel Merkaz haplitim, l’organizzazione dei profughi, e manteneva i contatti con le autorità italiane.[17]

Praticamente facevo il giornale quasi tutto da solo. Avevo trovato un linotipista sulla via Appia Nuova al quale portavo i manoscritti in bicicletta. Poi, appena pronto, prendevo il piombo e lo portavo a una tipografia che avevo trovato a piazza del Gesù e lì facevo l’impaginazione del giornale sul bancone, sotto lo sguardo ammirato del tipografo che non aveva mai stampato un giornale in vita sua. In parallelo frequentavo l’ultima classe del liceo scientifico Cavour, essendo due anni avanti con la scuola, e ottenni la licenza liceale nel giugno 1946. L’ultimo numero del “Dapei Hehaluz” romano uscì con la data del 1° maggio 1946.

L’Hechaluz del Nord creò l’achsharà di Brivio (Lecco), poi trasferita a Ceriano Laghetto (Saronno) dove il 29-30 aprile 1946 si tenne un congresso della gioventù sionista che prese come decisione più importante quella della creazione di un Hechaluz unificato, ossia Hechaluz ahid,[18] sul quale avevamo avuto lunghe discussioni a Roma subito dopo la Liberazione. Io stesso partecipai attivamente al convegno e poi trascorsi circa un mese a Ceriano nell’autunno di quell’anno.

L’idea di creare un movimento Hechaluz unificato, al di sopra dei partiti, era anomala per chi avesse l’esperienza palestinese, ma era l’unica possibile data la realtà italiana. Scrive a questo proposito Corrado Vivanti, che all’epoca faceva parte di questo movimento:

“Nutriva questa unità la coscienza dell’eseguità delle forze italiane, che si sarebbero inevitabilmente disperse e confuse entro più vasti insiemi se divise politicamente; ma era anche una proiposta non minimalista: non era il frutto di compromessi destinati a produrre un’entità priva di nerbo e mag ari litigiosa, ma al contrario riusciva a far confluire energie vitali per l’azione del movimento.”[19]

Nel mio caso personale, tale formula era l’unica che mi permettesse di militare nel movimento a fianco di Giorgio Piperno, che era deciso ai andare in un kibbutz datì (religioso), e di accettare la direzione di Malchiel, il quale ci voleva tutti a Givat Brenner nel Kibbutz Hammeuhad, mentre io ero deciso a dirigermi al Kibbutz Arzì.

Sotto la direzione di Malkiel cominciai in quel periodo la pubblicazione di una serie di opuscoli i cui testi erano forniti da lui. Io scelsi la veste tipografica, il formato, il titolo di tutta la serie :”Quaderni di vita ebraica” in alto e “Hechaluz” in basso. Il primo numero fu un testo di Aharon David Gordon, intitolato “Il Lavoro ed altri scritti”. Inventai anche il logo, ossia un disegno schematico che rappresentava una zappa nella terra, un alberello che voleva crescere e una nuvola. Questo disegno ricorreva in tutta la serie dando così un senso di unità

Il 15 maggio 1946 potevo annunciare a Malkiel che l’opuscolo sulla “colonia collettivista” o Kibbutz era finito e che avrei inviato le 500 copie pubblicate. Intanto stavo correggendo le bozze dell’opuscolo seguente su Enzo Sereni[20] e a questo proposito scrissi a Malkiel:

“Ti prego di mandarmi al più presto la Prefazione con tutte le istruzioni che credi opportune. Devo scrivere sopra il titolo ENZO SERENI o Immanuel Romano come era prima? La foto la metterei di fronte al frontespizio. Ho però pensato che facendo così e aggiungendo anche la Prefazione supereremo i 2 sedicesimi previsti. Eventualmente io restringerò il testo (che ora è interlineato). Non sarebbe il caso di mettere anche qualche nota biografica su Enzo e la sua eroica morte? Mandamele!” [21]

Il 1° giugno 1946 apparve il primo numero di “Hechaluz” quindicinale, che continuò la pubblicazione per dieci anni. Nella “Presentazione” che apparve nel primo numero era detto fra l’altro:

“Per noi la rivoluzione sociale non consiste soltanto nella vittoria della classe lavoratrice già costituita, ma anzitutto nella creazione di questa classe, nella costruzione in Erez Israel di una libera società di lavoratori ebrei.”[22]

Nell’estate 1946 il movimento Hehaluz organizzò un Seminario a Bivigliano, nei pressi di Firenze. Io mi occupai anzitutto dei viveri, che ottenni dal Joint insieme a un camion per trasportarli da Roma; e su questo camion prendemmo posto noi, i sei o sette partecipanti romani.

Tra questi ricorderò Giorgio Pip erno e sua moglie Letizia. Arrivammo in ritardo a Firenze e preferimmo dormire sul camion in una strada periferica della città. L’indomani mattina proseguimmo per Bivigliano, dove stava finendo un campeggio dei Zofim (equivalente ebraico dei Boy Scout). Assistetti alla distribuzione delle candele per la notte nelle tende e la cosa mi sembrò comica per lo stile militare che aveva assunto.

Al seminario vennero  Matilde Cassin, che sposò in seguito Max Varadi, Nora Bolaffio e Aliza da Trieste; Gigliola e sua sorella Miriam Benedetti (che poi sposò Yakov Viterbo), Dario Navarra e Renata (che poi si sposarono), Meir Servi, Emilio Vita-Finzi che sposò Elena Ottolenghi, e molti altri. Gli insegnanati erano Malkiel Savaldi di Givat Brenner e Max Varadi di Sdè Eliahu (Kibbutz religioso), ognuno tirando l’acqua al suo mulino politico. Fra le materie di studio c’era l’ebraico, la storia ebraica, la storia del mo vimento socialista e operaio, il marxismo. Io mi interessavo particolarmente alle lezioni di Meir Servi, ex partigiano, che fra le colline toscane ci insegnò le basi della topografia. Le sue lezioni mi furono utili pochi anni dopo in Israele.

Il seminario ebbe grande successo sia per allacciare o rafforzare legami sentimentali, che sfociarono spesso in matrimoni, sia per le basi ideologiche sioniste che ci diede, sia, infine, perchè la grande maggioranza dei partecipanti effettuò  successivamente la sua alyah in Israele.
Intanto si stava organizzando il movimento Hechaluz con una Mazkirut (segreteria) situata dapprima a Milano. L’attività in seno al movimento riprese con grande impegno e intrattenni un’intensa corrispondenza con Amiel o Emilio Vita-Finzi e con Malkiel Savaldi, della quale ho ritrovato le copie nel mio archivio privato.

Il 12 ottobre 1946 scrivevo a Emilio e Malchiel circa la vendita del gior nale “Hechaluz”:

Il n. 6 è stato venduto, ma se il n. 7 non arriverà al più presto, si ripeterà l’increscioso incidente del n.5. Cercate perciò di sollecitare presso Luciano [Forti] la spedizione delle 100 copie. Se fosse possibile avere un numero “x” di copie da spedire in omaggio ai giovani romani (p.es. 30 o 50 copie per numero) sarebbe una gran bella cosa.Giorgio Piperno ha molti nominativi di giovani (e non solo romani) ed io ho trovato chi si occuperebbe della spedizione. Costui è Maurizio Pontecorvo , Via Pietro della Valle 13, Roma, ed è a lui che vanno eventualmente indirizzate le copie.Ha già ricevuto precise istruzioni in merito da me.Purtroppo per quanto riguarda gli abbonamenti siamo in alto mare.[23]

Nella Circolare n.9 del 16 ottobre 1946 si annunciava il convegno giovanile che si sarebbe tenuto nei giorni 1-2 novembre a Nonantola presso Modena. La circolare continuava:

”La prima giornata sarà dedicata alla posizione degli ebrei nel Mondo e sarà introdotta da tre relazioni (Sociologia degli Ebrei- Emancipazione e suoi sviluppi-Sionismo), nella seconda giornata si tratterà più particolarmente dei problemi dei giovani, delle crisi della gioventù in generale e dei compiti dei giovani ebrei in particolare. (...)

Chiuso il convegno il giorno 3 novembre si terrà il secondo congresso del movimento “Hechaluz”in cui verrà data relazione dell’attività svolta nel secondo semestre, si tracceranno i programmi per il prossimo semestre e verrà eletta la nuova Segreteria centrale.”[24]

Il Congresso si mise d’accordo su 21 risoluzioni suddivise in tre sezioni. Nella sezione a fu deciso che l’aachsharà La-Neghev avrebbe continua to a essere “osservante”, mentre l’Ahdut restava “libera” (non religiosa).

Partecipai attivamente ai convegni di Nonantola, e sulla via del ritorno passai da Ferrara, dove fui ospite di mio zio Ivo.

Nei mesi successivi mantenni un’intensa corrispondenza con Emilio Vita-Finzi, Luciano Forti e Malchiel Savaldi. Si trattava, in generale, di accellerare lespedizioni del giornale “Hechaluz” che, affidato a un corriere, arrivava con grande ritardo rendendone difficile la vendita.. Finalmente scoprimmo che il metodo più rapido era per posta raccomandata espresso.

Poi tornai alla mia vecchia passione, quella  per la grafica tipografica, ed espressi le mie acerbe critiche all’impaginazione . Mi rispose Luciano scrivendo:

Prendo nota delle tue critiche al giornale. Riconosco che la pagina 7 è veramente poco bella e offre speciali difficoltà a una lettura corre nte. Cercherò di fare come tu dici il più possibile, ma devo ripetere che qualche volta il tipografo si permette di fare di testa sua e di cambiarmi i caratteri e il corpo degli articoli. Per quanto riguarda pagina 6 sono d’accordo con te. Riguardo ai titoli su due colonne penso che sia effettivamente un bene applicare questo criterio, quando però si può evitare una eccessiva simmetria.[25]

Era in sospeso il vecchio problema di Piazza Costaguti, dove, al terzo piano, c’era un piccolo appartamento che avevo preso in affitto per i giovani romani. Era situato in pieno ghetto, ma non ci andava nessuno e ogni volta cercavo qualche soluzione alternativa.

Il 12 ottobre 1946 scrivevo a questo proposito:

“Piazza Costaguti. La sede è attualmente chiusa. Moshè Sed vorrebbe organizzare una specie di centro di ritrovo in ghetto. Ottima idea per la cui realizza zione mancano : fondi, locali, e sopratutto persone che se ne occupino. D’altra parte la “Histadrut Hamorim” è in cerca di una sede. Io sarei del parere di accettare la proposta che essa si stabilisca in P. Costaguti. Eccone i vantaggi: è probabile che vedendo funzionare qualcosa la O.S. (Organizzazione Sionistica) romana continui a pagare l’affitto; è probabile che il contatto materiale contribuisca a quello morale tra chaluzim e morim (o meglio morot); un’attività culturale (lezioni, corsi,ecc.) potrebbe benissimo essere comune. Esprimete le vostre opinioni in proposito.” [26]

Nahon aveva mandato all’Hechaluz a Milano un assegno di 32.000 lire, arrivato il 2 dicembre 1946, ma  aveva dedotto 1200 per l’affitto di piazza Costaguti.[27]

Le questioni amministrative diventavano assillanti poichè bisognava tenere la co ntabilità degli abbonamenti al giornale, della vendita degli opuscoli, delle raccolte in favore dell’associazione keren Kayemet da parte dei zofim.Dell’opuscolo su Enzo Sereni avevamo stampato 2000 copie. Inoltre nel febbraio 1947 stampammo a Roma a ciclostile le dispense della “Storia del Movimento operaio” e della “Storia del Hassidismo”.

Nell’inverno 1946 fui associato al Comitato organizzatore del “campeggio ebraico invernale” a Baulard, in Val di Susa,nei pressi di Torino. [28] Il campeggio mi interessava per ritrovarmi con una ragazza che avevo conosciuto qualche settimana prima al Congresso di Nonantola. L’organizzatore principale era Leo Levi, inviato da Israele per occuparsi dei giovani al di fuori dell’Hechaluz. Leo era un geniaccio che amava discutere su tutto ed era religioso a modo suo. Le discussioni non mancavano neanche in quell’ambiente. Ad esempio, mi er o opposto a una festa di Capodanno ricordando che la ricorrenza celebrava la circoncisione di Gesù, ma nulla poteva fermare le danze.A parte i motivi personali, ritenevo che non dovessero esserci dei compartimenti stagni in seno alla gioventù ebraica italiana e che era meglio tentare di unire le forze,o almeno di provare a tenere aperti i canali di comunicazione.

Il problema delle piccole comunità ebraiche sparse un po’ in tutta Italia ci preoccupava
e, generalmente, Emilio Vita Finzi visitava quelle del Nord Italia e io quelle del Centro e del Sud.Emilio riferì sulla sua visita a Venezia di nove giorni, dove aveva parlato due volte agli zofim e aveva sottolineato la necessità di collaborare coi ragazzi più adulti dell’Hehaluz. Poi era stato a Padova parlando ai ragazzi,che sono molto pochi, i cui  genitori erano molto severi per via del sionismo che rapisce i ragazzi.I giovani di Venezia stavano creando un centro giovanile ebraico , comune a Padova e Venezia, nel quale i giovani si sarebbero riuniti ogni quindici giorni. A Verona incontrò un gruppo di giovani che vedevano per la prima volta qualcuno venuto da fuori. [29]

Io mandai a Emilio una lista di località dove si svolgeva una qualsiasi attività ebraica e nella sua risposta dell’8 dicembre egli cercò di fare una ripartizione di tali località affiancandomi un terzo visitatore, Corrado De Benedetti. Inoltre Aldo Melauri si sarebbe incaricato di Gorizia, Trieste e Fiume.[30]

Dal 13 dicembre 1946 ero diventato il rapprsentante di Hehaluz in seno alla Federazione sionistica italiana, di cui era segretario generale Giorgio Piperno, e tra l’altro cominciai a fare traduzioni per il Bollettino della Federazione. Sul giornale “Hechaluz” pubblicavo ogni tanto qualche articolo. Il 20 febbraio 1947 scrivev o:

L’achsharà La-Neghev non esiste più. […] E’ stata la prima achsharà in Italia dopo la liberazione, sorta in quell’ormai lontano luglio 1944 quando appena usciti, i più fortunati dall’aria malsana dei conventi o delle case, i meno fortunati dalle prigioni, erano corsi pieni di entusiasmo ad abbeverarci a quella fonte di luce che si era dimostrata eterna: l’ ebraismo. Allora estate gioiosa, piena di sole, gravida di futuri frutti, ora inverno oscuro piovoso e freddo, foriero di un difficile e lungo cammino. […] Non dobbiamo nasconderci cosa significhi per il movimento oggi chiudere un’achsharà, specie posta  in “posizione strategica” rispetto al ghetto di Roma, rispetto cioè all’agglomerato ebraico numericamente più importante d’Italia.[31]

Il 6 giugno 1947 andai a passare un esame alla Facol tà di Medicina di Roma, alla quale mi ero iscritto per far piacere a mia madre. Avevo seguito solo sporadicamente  i corsi del professor Cotronei, docente di Biologia, e decisi perciò di assistere ai tre successivi appelli degli esami orali, lasciando il mio esame fra gli ultimi. Ebbi così una visione precisa delle domande più frequenti e del metodo da usare. Così avevo preparato un grande schema del genio musicale della famiglia Strauss, ma quando il professore incuriosito mi chiese cosa fosse, io risposi eroicamente: lo mostrerò solo dopo aver superato l’esame, poichè si tratta di un lavoro supplementare. Era la risposta giusta ispirata dai suoi commenti precedenti. E risposi,senza esitazioni, a una domanda difficile sull’esperimento di Bali, che era poi la fotosintesi sperimentale. Solo alla fine accosentii a mostrare sia il genio degli Strauss sia l’azione delle auxine appena scoperte qualche mese prima. Cotr onei era entusiasta, a lui si associarono i due colleghi che erano al suo fianco, ed ottenni trenta e lode. Non ci voleva altro per convincere mia madre, in quel momento in Palestina dai suoi genitori, che suo figlio era destinato alla medicina. Ma così non fu.

Nella primavera del 1947 si profilò molto vagamente la possibilità di trovare una scorciatoia per andare in Eretz Israel. Alla Federazione sionistica di Roma avevo scoperto che alla fine di luglio-inizio di agosto ci sarebbe stato a Gerusalemme un congresso pedagogico mondiale di maestri di ebraico e all’Italia erano riservati cinque posti. A nome del movimentio Hechaluz che rappresentavo nella Federazione, chiesi che tutti i posti disponibili fossero assegnati a degli  haluzim che sarebbero andati in Palestina con l’intenzione di rimanerci. La questione rimase insoluta per molto tempo e il 14 luglio mio padre, che aveva notato qualcosa di insolito, mi chiese cosa stava s uccedendo e saputolo mi disse:”Per me e per la famiglia è terribile che tu parta. Ma sappi che io farò di tutto perchè tu ottenga in tempo utile il passaporto giacchè è tuo dovere andare”.Mia madre invece si opponeva decisamente,  ma in quel momento si trovava a Gerusalemme.

All’ultimo momento, il 16 luglio, si riunì a Roma l’esecutivo della Federazione sionistica. Vi parteciparono Raffaele Cantoni, Rav Prato, ritornato alla comunità di Roma dopo l’abiura dell’ex rabbino capo Zolli, Carlo Alberto Viterbo e io.

Appena aperta la discussione fu lanciata la proposta che andassero due dell’Hechaluz (Giorgio Piperno e sua moglie Letizia) e tre pedagoghi.. Allora chiesi formalmente a nome di Hechaluz che tutti i cinque posti fossero dati a noi, facendo presente che di fatto già quattro su cinque dei nostri nomi erano inclusi nella loro lista come candidati o come sostituti, e si trattava perciò solo di aggiungerne un altro.Questo punto di vista fu accettato in pieno da Raffaele Cantoni (che mi aiutò parecchio), mentre Rav Prato insisteva dicendo che almeno uno dei delegati doveva fare una relazione. Carlo Alberto Viterbo, direttore del settimanale “Israel”, si associò a Prato proponendo il Rav Elio Toaff. Dissi chiaramente che solo Hechaluz aveva il potere di decidere sui propri candidati e l’esecutivo doveva limitarsi a fissarne il numero.L’esecutivo decise allora che quattro posti sarebbero assegnati a Hechaluz, mentre il quinto posto sarebbe stato assegnato a qualcuno che potesse tenere un discorso al congresso. Cantoni chiese chi fosse il quinto candidato di Hehaluz e risposi “io”. Allora successe un putiferio; Cantoni ebbe uno dei suoi scatti e disse a voce alta: ”Allora vai tu al posto di una delle due ragazze, almeno sai tenere in mano un fucile”.[32 ] Ma io dovevo difendere l’autonomia di Hechaluz anche a costo di perdere l’occasione. Ormai la decisione era presa ed il mio nome fu accettato solo come primo sostituto nel caso che qualcuno desistesse.[33]

Con poche speranze di riuscita continuai a mandare avanti la pratica per ottenere il passaporto.Il 21 luglio, Malkiel scriveva :

”Luciano (Forti) mi ha comunicato le rinunce delle nostre due candidate. Debbo dire che la cosa mi ha fatto un’impressione molto deprimente.E’ questa la alyah a ‘qualsiasi costo’?”[34]

Il tempo stringeva poichè il visto era legato a un congresso che stava già per cominciare.
Il 24 luglio io scrivevo a Malkiel:

“Feci tutto il possibile per ottenere quei quattro posti e non ti dico cosa ho provato quando ho sentito che entrambe le candidate rinunciavano.(...) Av rei dovuto avere il passaporto già da qualche giorno senonchè la pratica si era persa e solo oggi ho saputo che mancava un pezzo di carta del Distretto militare; mi hanno assicurato che ora me lo daranno prestissimo. Speriamo solo che arrivando il I° a Lidda non facciano difficoltà (il kinus [convegno] comincia il 29 e finisce il 6). Giorgio e Letizia sono partiti oggi.” [35]

Partii col volo settimanale di giovedì del 31 luglio con la compagnia cecoslovacca CSA. Ero accanto all’avvocato  De Angelis, il cui figlio Yoel de Malach del Kibbutz Revivim verrà  più tardi insignito del premio di Israele per l’agricoltura per aver iniziato le culture con acqua salmastra. Era prevista una notte ad Atene e ne approfittai per andare con De Angelis a fare una visita notturna all’acropoli. Il caldo era tale da rendere difficile il sonno, ma l’acropoli al chiar di l una era stupenda.

Arrivai in Eretz Israel da solo, il 1° agosto 1947,verso le 11 di mattina. Il sergente inglese preposto al controllo dei passaporti non sembrava eccessivamente interessato e non mi pose nessuna domanda. Presi posto in un taxi collettivo e nel primo pomeriggio ero a Gerusalemme con una valigia e un casco coloniale in testa. Oggi capisco che fossi ridicolo, anzi lo capii subito arrivando a Gerusalemme e non vedendo nessun altro con un casco coloniale in testa. Mi istallai all’albergo Warshawsky in piazza Zion al centro della città e andai subito da mio zio. Si chiamava Lipa Rakowsky ed era fratello di mia nonna materna Anna.

Fin dall’Italia, da qualche anno prima  avevo deciso di andare nel Kibbutz Artzì del partito Hashomer Hazair. Mia figlia Nourit mi ha chiesto per quali ragioni avevo preso questa decisione. Cercherò di spiegare le mie considerazioni di allora.

Anzitutto c’era in me la volontà di combattere i punti di vista accettati dai più, le opinioni prestabilite, e di farlo in tutti i campi. Era la ribellione ai genitori, agli “pseudo-padri” come Malkiel, a tutto insomma. Ero contro le ipocrisie e non ammettevo che Malkeil potesse invitare i chaverim osservanti a venire a Givat Brenner sostenendo che c’era una sinagoga, mentre io sapevo che essa era riservata alle persone anziane e che la sua presenza non era ua prova che quel kibbutz accettasse chaverim religiosi.

Inoltre, avendo avuto numerose conversazioni con una trentina almeno di soldati palestinesi, ne avevo tratto un quadro molto fedele della realtà israeliana, come potei in seguito verificare sul posto. Ciò mi dava la possibilità di decidere, mentre la mancanza di paura e di timori derivati da situazioni ignote mi permetteva di andare da solo senza un gruppo che mi sostenesse.

Dalle stesse conversazioni avevo recepit o molto astio contro il partito in auge, il Mapai, e soprattutto critiche alla sua egemonia e alla sua ideologia. Lo Hashomer Hazair, forse proprio perchè non al potere, mi sembrava più puro e senza concessioni in barba ai propri principi. Preferivo posizioni politiche nette e non un partito come il Mipai che mi sembrava un conglomerato che si piega a ogni vento. Per di più ero stato attivo nelle file del Partito socialista italiano di Nenni, e consideravo lo Hashomer Hazair più vicino al partito italiano che non il Mapai.

Dopo qualche giorno trascorso presso lo zio a Gerusalemme, andai a Tel Aviv per bussare alle porte del Kibbuz Artzì . Non mi aspettavo certo che mi ricevessero con la fanfara, ma nemmeno col fastidio e l’indifferenza dimostratami da Daniel Ben Nahum, capo del dipartimento “hevra” del Kibbutz Artzi. Egli non riusciva a capire come mai io fossi arrivato da solo e non facente parte di un “garin&rd quo; (gruppo) e quindi per lui io ero inesistente. “Torna mercoledì prossimo” mi disse, e io tranquillo così feci. Ma quando la scena si ripetè per la terza volta, perfino io, il ragazzo per bene della famiglia col pianoforte in salotto, scoppiai e nel mio scarso ebraico gli dissi “ora basta, deciditi”. Così in ottobre arrivai al kibbutz Eilon, sulla frontiera con il Libano, per aggregarmi a un “garin” con il  quale avrei lavorato per circa un mese prima di andare al kibbutz Ruhama all’estremo Sud del paese.

In verità stavo compiendo una mini-rivoluzione, ossia stavo cambiando la direzione classica degli haluzim italiani verso Givat Brenner, per iniziare invece l’inserimento nel Kibbutz Artzì. Col senno del poi ritengo che il cambiamento fosse salutare, e calcolo a circa un centinaio i giovani italiani accolti nei vari kibbutzim del Kibbutz Artzì, molti di più di quanti potessi  sognare nel lontano 1947.

Il mio primo lavoro a Ruhama fu quello di inserviente di un operaio di Tel Aviv che lavorava a cottimo per costruire la futura fabbrica di spazzole. E‘ facile capire che non gli andava bene nulla: i blocchi prefabbricati non bastavano, il calcestruzzo che preparavo era insufficente  e l’educazione ricevuta in famiglia non mi permetteva di rispondergli a tono. Finchè un giorno  arrivò Menashe, direttore delle costruzioni e anziano membro di Ruhama, a rimproverarmi. Gli risposi con tutte le ingiurie che avevo imparato dai soldati polacchi di Anders in Italia, nonchè quelle arabe che avevo appena appreso, e quelle solite in italiano. Mi aspettavo di essere cacciato a pedate, mentre Menashe soave rispose:”Vedo che cominci a interessarti al lavoro”.

Qualche mese dopo, credo in febbraio, fui svegliato alle sei di mattina da Aviva , una ragazza che aveva le mansion i di radiotelegrafista per la stazione radio dell’Haganà, chiamata Telem-Shamir-Boaz” . In mancanza di un telefono, che arrivò solo anni dopo, era quello l’unico collegamento con il mondo esterno. Su un bigliettino minuscolo ricevetti il messaggio: ” Devi presentarti alla Casa rossa pronto all’uscita”. Per capire il linguaggio feci ricorso a Piniek, un anziano di Ruhama, che da anni lavorava per l’Haganà e che mi spiegò: la Casa rossa è il comando di via Hayarkon a Tel Aviv, e uscita significa andare all’estero.

Arrivai a Tel Aviv in aprile poichè per alcune settimane i collegamenti col Nord erano sospesi. Fui indirizzato a Reuven Shiloah, capo del dipartimento politico il quale, mi mandò in Italia. A Roma, sul marciapiede prospicente a via Reno 2, un biondino chiamato Johnny, alias Zwi Amitay, mi spiegò per la prima volta quale fosse la nostra missione segreta. Fin da ll’inizio mi valsi anche della collaborazione di due haluzim: Martino Godelli, di Trieste, reduce da Aushwitz e Meir Servi, ex partigiano.

Tornai così in Italia il 19 aprile 1948 per conto dell’Haganà e vi rimasi fino all’agosto 1949, quando tornai al mio kibbuz Ruhama. Durante il periodo trascorso in Italia dedicai al movimento Hechaluz tutte le ore libere a margine della mia attività principale.
Nel frattempo si era riunito all’achsharà Tel Broshim un gruppo di haluzim con i quali mantenevo assiduamente i contatti. Qualche settimana dopo, il 14 Maggio 1948, David Ben Gurion proclamò lo Stato d’Israele mentre divampava la Guerra d’Indipendenza.

Il movimento del kibbuz Artzì era rappresentato in Italia da uno sheliach (inviato) di nome Yosef Galili, proveniente dal kibbuz Messilot, che prendeva talvolta delle posizioni avulse dalla realtà dell’Hechaluz italiano.N ello stesso tempo io mantenevo i contatti , talvolta trasmettendo i pensieri di Yosef, più spesso esprimendo le mie opinioni ma sem- pre sottolineando di avere solo un potere consultivo. Ero inoltre contrario alla tendenza espressa da Yosef di agire senza il consenso di Hechaluz, pessimo consiglio secondo me poichè l’Hechaluz unificato rispondeva appunto a una realtà italiana quale era l’eseguità dei candidati all’alyah.

Malkiel a Tel Broshim usava un argomento subdolo per convincere gli haluzim ad andare a Givat Brenner, il suo kibbuz: poichè avete molti dubbi ( e chi non ne avrebbe avuti in quelle condizioni prima di compiere un passo fatale?) , andate prima a Givat Brenner tutti insieme e poi una volta lì potrete scegliere. Rinviare le decisioni difficili è sempre una tecnica vincente, ma io da Roma con le mie lettere e le mie frequenti visite rompevo le uova nel paniere.
Inoltre Yosef fu pronto a riconoscere la formazione di un garin, un piccolo gruppo, di haluzim decisi ad andare insieme nello stesso kibbuz per evitare che si ripetesse la mia esperienza di dover trovare un kibbuz adatto dopo l’arrivo in Israele.Alla fine di giugno 1948 il garin dello Hashomer Hazair comprendeva due persone a Tel Broshim , tra le quali Corrado De Benedetti, altri sparsi e due o tre a Torino.[36] Rispondevo spiegando che era importante non arrivare come sconosciuti o singoli e scrivevo:

“cerchiamo di radunare tutte le nostre forze e di mettere insieme qualcosa di buono e di compatto; se in parecchi, ovunque decidiate di andare, sarete ricevuti assai meglio”.[37]

Ferveva in quei giorni un’aspra discussione epistolare fra me, che incoraggiavo Elena e Anna di Torino ad andare a un seminario ideologico dell’Hashomer Hazair in Francia, e Corrado ed Emilio, che  ritenevano fos se loro dovere venire al mese di lavoro in achsharà che era stato preannunciato da tempo.Scrivevo in proposito:

“Se un appuinto si può fare a Hechaluz nella linea seguita da due anni a questa parte, è proprio questa: poca politica. O meglio: poca educazione politica, poca libertà di espressione per tutte le correnti. Il risultato è noto; educati i ragazzi in un clima in cui è “meglio” , è più “prudente” non parlare dei partiti politici, delle divisioni che pure esistono in Erez , li si distrae in pratica da quella che sarà la realtà di tutta la loro vita.E arrivati in Erez i chaverim, che pure hanno indubbiamente ricevuto qualcosa dal Movimento nel campo della cultura ebraica e del lavoro, non sanno dove andare, dove dirigersi. Non lo sanno ma per fortuna qualche nume protettore li assiste, li consiglia, li instrada. Ecco seguite la vera via, quella per la quale gi&agr ave; si incamminarono i più dei vostri vecchi compagni: per lo meno per i primi tempi, poi...Così dice la voce dolce e melliflua [Malkiel], ma il poi non verrà mai.”[38]

Ai primi di settembre 1948 Zvi Melauri mi scriveva da Tel Broshim:

“Per quello che mi si riferisce, a meno di novità imprevedibili, io non rinuncerò ai vecchi propositi e sono propenso per il kibbuz Arzì. (...) La scelta del garin cui mi dovrò unire mi pare un elemento fondamentale per il mio successo e mi sembra inoltre che dalla mia riuscita o meno, dipenderà in gran parte l’afflusso di altri haverim all’Arzì”.[39]

In Israele la guerra continuava e bisognava tenerne conto; risposi perciò a Zvi:

“Temo che non ci sia una differenza sostanziale tra la situazione attuale e quella di un mese fa, quando appunto feci presente le difficoltà obiettive derivanti dalla posizione strategica di Ruhama. Per quanto mi consta le comunicazioni normali col Neghev sono tuttora interrotte, e ci si arriva praticamente solo in aereo; il lavoro e tutta la vita ne sono naturalmente fortemente influenzati, e ho i miei più seri dubbi che la situazione possa tornare normale entro un breve periodo di tempo. Ruhama che sarebbe perciò consigliabile poichè si tratta di un garin non nuovo completamente agli italiani, e dove uno di noi ha già fatto la sua esperienza, presenta invece tali difficoltà strategico-militari da richiedere una forza non comune a un olè chadash (nuovo immigrante). [40]

Una settimana dopo, Corrado De Benedetti desiste dalla sua partecipazione al garin dell’Hashomer Hazair.[41] Riservai la mia reazione a Zvi anche perchè speravo che Corrad o si sarebbe ricreduto, come infatti avvenne più tardi. Zvi mi mandò una lettera dettagliata nella quale scriveva che Malkiel aveva indetto una riunione sull’alyah, nella quale continuò a perorare la causa dell’alyah di gruppo e non di singoli. Arno Beer si pronunciò in favore di un periodo di preparazione a Givat Brenner per poi decidere sul da farsi. Luciano Forti e gli altri seguirono lo stesso percorso. Solo Eldad Melauri disse che la via presentata era “unilaterale e non offre che uno sbocco solo, il kibbuz Hammeuhad”.[42] Insomma Malkiel era riuscito nel mettere in crisi Corrado richiamandosi alla sua lealtà al Hechaluz, quasi ci fosse un contrasto fra Hechaluz e kibbutz Arzì.

Risposi con una lunga lettera “ideologica” il 29 settembre 1948:

“La posizione di Arno della quale mi avete scritto e che è a quanto pare in pratica la posizi one della maggioranza è secondo me assai triste, addirittura fallimentare. (...) Oggi alla fine di questa preparazione non si hanno delle idee chiare su cosa si incontrerà , si è tremendamente prudenti, non si sa esattamente nulla. Ciò significa che finora ci si è occupati di tutto fuorchè dei problemi pratici di vita che si sarebbero dovuti affrontare al momento buono e che naturalmente erano sempre i più importanti. Ciò vuol dire anche che si ha il terribile dubbio , cosciente o no, che tutto quello cheè stato raccontato dai vari shelichim, tutto quello che abbiamo letto e appreso, tutto ciò che ci è stato scritto dai compagni già in Erez, non corrisponda affatto alla realtà e che ci sia perciò bisogno di vedere questa realtà coi propri occhi, di toccarla con le proprie mani, novelli S.Tomaso. Questo principio è decisamente assai pericoloso e mi meraviglio che Malkiel ins pirando e aumentando i già esistenti dubbi per poter volgere la situazione a proprio favore, non veda tale pericolo grave per tutti. Inoltre poche parole vanno spese per dimostrare l’empiricità di tale presa di posizione e, sarei tentato di dire,la sua poca “scientificità”. Un luogo veramente neutrale dal quale poter giudicare la situazione cicostante, potrebbe essere solo forse un pallone frenato sospeso ad una determinata altezza, che andasse su e giù sulla santa terra. Ma voler giudicare se un oggetto è bianco o nero mettendosi proprio gli occhiali neri, mi sembra un’idiozia.”

Continuavo la mia lunga lettera parlando della presunta incompatibilità di carattere fra italiani e gli altri ebrei e dell’idea che sia impossibile andare dove di italiani non c’è l’ombra:

“Cos’è questo terrore delle posizioni chiare, questa paura di assumersi la responsabilità della scelta quando ormai gli elementi che conoscete sono più che sufficenti?”[43]

Il 1° novembre 1948 i due fratelli Zwi e Eldad Melauri di Trieste si imbarcarono a Venezia sulla nave Campidoglio , compirono la loro alyah insieme a Tina Cohen e scelsero di andare al kibbutz Nahshonim del kibbuz Artzì.Partirono insieme a un altro gruppo proveniente dalla stessa achsharà ma diretto a Givat Brenner, come voleva Malkiel.

In achsharà ero in contatto sopratutto con mio cugino Ruggero, o Iair, Minerbi, che cominciava a dirigere il giornale “Hechaluz” e ogni tanto mi chiedeva di scrivere un articolo o di tradurre una pubblicazionie. Nel febbraio 1949 riferivo un mio intervento al Circolo giovanile ebraico di Roma in una discussione su un articolo di Elia Ehrenburg:

“Sostanzialmente ho sostenuto che non vi è altro luogo n&egra ve; altra possibilità materiale al mondo di essere lavoratori-proletari ed ebrei nel pieno senso delle due parole se non in Erez Israel. Naturalmente ho avuto illustri contradditori, tutti, nessuno escluso, molto accademici, campati in aria, non si accorgevano che in definitiva non risolvevano minimamente il problema della gioventù ebrtaica italiana e forse nemmeno credono di poterlo risolvere. Amos [Luzzati] ha avuto una notevole quanto deleteria influenza comunisteggiante su tipi relativamente in gamba. Il pericolo del bundismo,[44] si va sviluppando e diventando serio. E` il pericolo di fornire una soluzione ben più facile a tutti coloro che sono ancora in cerca di qualcosa di positivo, “combattere la lotta del proletariato dove vi trovate” è molto bello, ma in pratica non significa altro che “continuate la vostra sporca vita di borghesi finchè vi faccia comodo”.[45]

Il pericolo bundista fu ricepito da Ruggero, che mi scrisse:

”Ma oggi può fornire l’alibi proprio a quelli che più si vergognano di adattarsi anche formalmente alla realtà borghese, a quelli cioè che avrebbero potuto essere dei nostri. Aspettiamo un tuo scritto su questo argomento.”[46]

Intanto continuavo a mantenere i contatti con l’Hashomer Hazair, il partito sul quale si basava il kibbutz Arzì. Dopo le nutrite conversazioni a Roma con Yosef Goldenberg e con Maius, facente parte dalla Direzione (Haanhagà Haelionà) in Israele, mi scrissero l’8
dicembre 1948 per invitarmi a intensificare la mia azione in faore del kibbutz Arzì.[47] Risposi qualche settimana dopo spiegando di essere molto occupato nella mia attività principale e quindi di non poter assumere ulteriori r esponsabilità. Promettevo di dedicare ogni ora libera al movimento come avevo fatto fino ad allora e aggiungevo:

“Credevo che la questione di concentrare i haluzim italiani in un solo sito, avesse trovato la sua soluzione nel 1947 quando fui inviato dal kibbutz Arzì al garin di Eilon poi trasferito a Ruhama. Nel mese di novembre 1948 sono arrivati in Israele i fratelli Melauri e voi li avete mandati al kibbutz Nahshonim. Non mi è chiaro quale sia il vostro progetto per riunire i haluzim italiani, se a Ruhama, a Oghen o a Nahshonim? E’ evidente che dato il nostro numero piccolo potremo riuscire ad agire nella diaspora solo se saremo uniti e compatti in Israele. (...) E’ giunto il momento di offrire ai haluzim italiani un posto in Israele che sia fissato come loro luogo di accoglienza..”[48]

La risposta della direzione dell’Hashomer Hazair fu negativa. Essa scriveva:

“Non potremo riunire la nostra alyah dall’Italia in un solo posto, poichè [ gli haluzim] non arrivano insieme, e in mancanza di legami sociali stretti è importante ricevere da te i dettagli sulla alyà che sta per arrivare, ed in conformità faremo i nostri programmi. In mancanza di notizie precise abbiamo le mani legate. “[49]

Questo palleggiamento burocratico delle responsabilità mi innervosiva, e a mio parere  era del tutto sbagliato. Intanto, a vari livelli, l’Hashomer Hazair insisteva perchè io rimanessi in Italia come sheliah del partito avendo sentito che stavo per finire la mia missione ufficiale. Maius, una delle massime autorità, che rappresentava il partito a Praga, mi scrisse dicendomi:

“So fin dal nostro incontro dell’anno scorso che vorresti molto tornare in Israele al tuo kibbutz. Ciononostante ti chiedi amo di mobilitarti per l’azione di partito per un certo periodo”.[50]

Il mese successsivo ricevetti una lettera della Direzione da Merhavia che mi invitava nuovamente a rimanere in Italia nonostante le mie difficoltà, poichè conosceva l’italiano e avevo contatti importanti in seguito al mio compito precedente.[51]

Poche settimane prima di imbarcarmi per tornare in Israele, scrissi ancora alla Direzione dell’Hashomer Hazair in risposta alle varie lettere ricevute. Scrissi che ero spiacente, ma non potevo accettare la loro proposta di rimanere in Italia come inviato del partito, pur apprezzando l’impoortanza del compito proposto. Ritenevo infatti di essere stato troppo poco tempo in Israele, solo nove mesi; aggiunsi di essere convinto di poter essere utile anche da Israele con la conoscenza che avevo acquisito degli haluzim italiani. Tenevo conto degli interes si del movimento ed esprimevo la mia sicurezza che l’arrivo in Italia di Yohanan D’Ancona sarebbe stato molto utile specialmente in quell’estate precedente alla partenza in alyah di un altro gruppo di haluzim.[52]

A Roma andai da Ariè Oron, console d’Israele, e da Nahum, che stava per diventare cassiere della Jewish Agency in Italia, per chiedere e ottenere dei fondi per Tel Broshim
Il 21 Aprile 1949 scrivevo a Tel Broshim:

“In linea di massima si sente parlare di voi sopratutto quando piangete e bussate a quattrini, mentre il terreno deve essere preparato da un’azione continua di spiegazione e propaganda per lo meno entro gli stessi enti ebraici.”

Attiravo l’attenzione su alcuni opuscoli in ebraico che potevano essere tradotti in italiano poichè contenevano interessanti discorsi al Parlamento israeliano (Kenesset).

”Ho pensa to ad una forma quaderno-supplemento del giornale, vale a dire un foglio in più che va piegato in due a mo’ di opuscolo”.[53]

La discussione principale verteva sulla destinazione finale in Israele degli haluzim che terminavano il loro periodo di achsharà. Così il 22 maggio Iair mi scriveva da Tel Broshim per annunciarmi che cinque giovano stavano per partire e avevano deciso di andare a Nachshonim, dove era probabile che Eldad potesse occuparsi dei futuri nuovi arrivati.[54]

Tre giorni dopo davo un resoconto dettagliato della mia attività: inviavo una lista di documenti medici necessari per ogni candidato alla alya, lanciavo qualche idea pubblicitaria per la diffusione del quindicinale “Hechaluz”, promettevo un mio articolo sul progetto di austerità in Israele e giungevo poi al nocciolo della questione, ossia alla destinazione del gruppo dei c inque ragazzi. Scrivevo a questo proposito:

“Faccio presente che tutta la questione della sede definitiva del garin (gruppo) italiano nel kibbutz Artzì, non è stata ancora decisa e mi propongo di arrivare a qualche cosa di positivo in merito al più presto. Tale questione d’altra parte potrà trovare una soluzione migliore con la presenza materiale dei nostri Haverim colà (...) E’ inutile e dannoso dividere i nostri olim in dieci gruppetti per la ricerca della perfezione. Siamo ancora molto pochi; cerchiamo di tenere duro fino a quando non saremo un numero decente (ed abbiamo tutte le probabilità di arrivare a tale numero molto rapidamente) e poi avremo tutte le vie aperte davanti a noi”.[55]

Su questa scia, quando tre haverim- Meir, Meshulam e Reuben- stavano per andare in Israele ai primi di agosto, io scrissi loro anche a nome del kibbutz Artzi chiedend o loro di rinviare di due mesi la loro partenza per poter arrivare tutti insieme in ottobre.[56]

Alle volte osavo salire in cattedra per dare una modesta lezione. Ecco quanto scrivevo ai primi di luglio a Corrado Vivanti, ottimo elemento che si era aggregato all’achsharà:

“Sono lieto che la mia visita abbia lasciato se non altro discussioni. La cosa più importante è suscitare interesse intorno a queste questioni fondamentali. Bisogna che ogni haver senta un maggior senso di responsabilità; che non aspetti l’intervento paternalistico dell’alto dei grandi e dei sapienti nè nella propria preparazione culturale nè tanto meno nella decisione che influenzerà tutta la sua vita; che capisca che il destino suo e in parte anche quello degli altri è anzitutto nelle sue mani e non in quelle di un’astratta mazkirut [segreteria]. Insomma suscitare un maggiore in teresse del singolo nelle questioni sociali come tali. In tutto questo il vostro compito è molto grande. Voi dovete studiare più degli altri per sapere di più e per potere insegnare a coloro che non sanno; dovete avere l’orgoglio delle vostre idee e non dovete vergognarvi di propagandarle; dovete indirizzare gli altri praticamente alle letture più adatte e più formative; dovete voi rendere il maggior numero di persone direttamente corresponsabili dei vari lavori di mazkirut.”[57]

Dopo una breve convalescenza per un’operazione di appendicite che avevo subito qualche giorno prima, mi imbarcai sul Grimani a napoli il 10 agosto 1949, diretto a Haifa in Israele. Andai subito a Ruhama e accanto a Haifa notai la tendopoli di Shaar Alyà; nel pomeriggio a Ruhama parlai col segretario del Kibbutz e gli dissi che bisognava agire subito per portare a Ruhama nuovi immigrati dal Nord Africa . Riuscii a raccogliere tre gruppi ma alla fine se ne andarono. Riferii a Tel Broshim i primi risultati dei miei rinnovati contatti con la Jewish Agency a Gerusalemme e col kibbutz Artzi. Su quest’ultimo scrivevo:

“Ho esposto la situazione dei futuri olim [immigrati] di ottobre. Ruhamain in particolare è dispostissima ad accogliere un gruppo anche piccolo di chaverim italiani sia perchè il kibbutz è in fase di forte sviluppo, sia perchè ormai se ne sente parlare da un pezzo qui. Noi [Sergio, Zvi, Eldad] siamo convinti che questo kibbitz sia il più adatto a ricevere i cheverim italiani attualmente a S. Marco, per molte ragioni. [Ruhama] è un kibbutz relativamente giovane, fondato cinque anni fa che presenta il vantaggio di unire un meshek [azienda] abbastanza organizzato a numerose possibilità di creare ancora qualcosa di nuovo. Anche dal punto di vista hevrà [societario] accanto ai chaverim anziani s ui 34 anni, vi sono ora altri due gruppi, uno sui 27 ed uno (il mio) sui 22. A noi sembra difficile trovare un altro kibbutz che possa accogliere un gruppo così eterogeneo sia per età che per preparazione, e possa contemporaneamente dare una buona achsharà [preparazione] per il lavoro ed anche la possibiltà di portare un contributo ai vari rami. [...] Per potersi rendere conto della reale situazione i cheverim Melauri sono venuti in visita a Ruhama. Nonostante sia loro difficile di lasciare oggi il loro kibbutz Nachshonim, siamo arrivati alla conclusione che sia necessario riunirsi tutti e tre in un unico luogo per consentire la migliore accoglienza dei futuri olim. Essi si trasferiranno perciò a Ruhama nei prossimi giorni.”

Potevo infine proporre un kibbutz unico in Israele per il kibbutz Artzi eliminando dalla lista Nachshonim e ottenendo per i futuri arrivati una giornata di studio settimanale dedicata alla lingua ebraica. [58]

Qualche giorno dopo, spiegavo in una lunga lettera a Iair che il kibbutz Nachshonim aveva avuto dei guai poichè la parte belga era in effetti polacca e difficilmente si armonizzava col gruppo proveniente dall’Egitto.

Solo negli ultimi giorni erano arrivati alla loro sede definitiva che però invece di essere nel Neghev si trovava al centro del paese accanto a Petach Tikwà. I fratelli Melauri avevano avuto successo a Nachshonim ma erano disposti a venire a Ruhama solo a condizione che in seguito venissimo anche noi. A questo proposito mi ripromettevo di andare ancora una volta a Tel Aviv per parlare con la direzione del kibbutz Artzi. Poi mettevo in guardia il gruppo di Tel Broshim contro eventuali illusioni e scrivevo:

“Mi sento in dovere di dirti che troverete il kibbutz in generale(e perciò anche, seppure in diversa misura, quelli giovani e quelli del kibbutz Artzi) pi&ugrav e; “borghese” di quello che vi aspettate. Io credo che lo sbaglio sia nostro poichè ci siamo costruiti un’immagine ideale del kibbutz, un “concetto” quale non esiste in realtà. Quando Malkiel, e forse anche Sergio, parlavano del kibbutz e i loro occhi luccicavano di nostalgia, essi erano in perfetta buona fede ma parlavano del kibbutz come lo desideravano, magari proiettandolo nel futuro, ma non come è in effetti oggi. Dico questo perchè non vi facciate illusioni infondate. Il kibbutz è certo-secondo me- il sistema di vita migliore finora attuato in tutto il mondo. Ma esso è sopratutto una collettività di uomini che sono lontani dall’essere perfetti e che è illusorio di rendere perfetti nel giro di una generazione. Noi crediamo generalmente che i valori culturali siano giustamenti valutati in kibbutz. Ciò è falso in misura notevole. Il kibbutz è anzitutto una collettivit&a grave; di operai che hanno come meta comune una comune costruzione; la base è fondamentale un’unione economica. Noi particolarmente crediamo che questa unione da sola non sia sufficiente e abbiamo voluto un’unione ideologica, che approfondisca e garantisca l’unione economica. Tutto ciò però significa che riesce in kibbutz chi riesce nel lavoro. Dal punto di vista culturale egli è apprezzato solo in misura che egli riesca a dare qualcosa della sua cultura agli altri dopo una giornata di buon lavoro. In pratica noi ex studenti dobbiamo ben ricordarci che siamo qui soprattutto per lavorare e che la nostra “cultura” può aver valore solo in misura che essa sia intesa come complementare.

Un’altra illusione accettata o luogo comune, è che più o meno le cose siano ben fissate e note, e che perciò ognuno riceva in misura prestabilita o nella misura che gli è dovuto ci&ograv e; che deve ricevere. Anche ciò non è esatto. La lotta fra uomo e uomo che in città assume proporzioni enormi e talvolta tragiche, per un posto di lavoro o talvolta per un pezzo di pane, esiste anche in kibbutz. Naturalmente in misura totalmente diversa senza alcuna tragicità. Ma tuttavia esiste, ciò significa che bisogna generalmente lottare per ottenere quelle stesse cose che ti aspettano, che bisogna spesso lottare per convincere gli altri chaverim a fare cose necessarie. È bene ricrdarti di questa realtà, il che vuol dire che invece di arrabbiarti perchè non ti “hanno”dato quella determinata cosa, bisogna insistere e magari protestare a voce alta per ottenerla. Si parla inoltre molto negli ultimi tempi di un certo imborghesimento del kibbutz. Il kibbutz non rinuncia ad alcuno dei suoi principi fondamentali: uguale lavoro per ognuno, la coscienza del chaver è al posto di una legge scritta, nessuna differenz a tra chaver e chaver, nessuno sfruttamento del lavoro altrui. D’altra parte però ci si accorge che ogni singolo chavr ha delle necessità che non si possono disconoscere e alle quali bisogna provvedere [...]. I chaverim di Ruhama avranno quest’anno le prime camere coi servizi annessi, dopo quindici anni che sono in kibbutz.”

Credo di aver identificato con precisione le divergenze fra la realtà del kibbutz e le nostre illusioni, ed esponendole ai futuri immigranti volevo evitare l’urto con la realtà. L’ultima lettera di Iair da Tel Broshim è del 4 ottobre 1949 e ritengo perciò che tutto il gruppo sia partito per Israele qualche giorno dopo. Il gruppo in questione con Iair e Corrado De Benedetti fu accolto a Ruhama con notevole successo. L’anno successivo venne a Ruhama un nuovo gruppo provenienta da Tel Broshim, in seno al quale si era discusso a lungo se andare a Carmia, kibbutz appena arr ivato alla sua sede definitiva, o a Ruhama. Nel nuovo gruppo c’erano Corrado Vivanti, Izhak e Ilana Heller, Laura e Daniele Nahum, che arrivarono a Ruhama nella seconda metà del 1950. il 15 agosto 1950 mi sposai a Ruhama con Hanna Wertheimer del gruppo Eilon.

Concludo a questo punto la storia del movimento Hechaluz in Italia quale io l’ho vissuta. Credo che l’immigrazione dall’Italia sia stata importante sebbene scarsa di numero. Essa era dovuta alle circostanze eccezionali esistenti dopo l’occupazione nazista, le deportazioni di molti ebrei italiani, e infine la Liberazionecon la magnifica avventura dell’alyà beit. Il kibbutz quale fenomeno nazionale israeliano è profondamente cambiato e in alcuni casi si è privatizzato. Ciò è dovuto secondo me al fatto che mentre prima della fondazione  dello Stato d’Israele il kibbutz aveva svolto funzioni vitali come base avanzata dell’Haga nà, coi campi di addestramento per il Palmach, o per assicurare l’approvvigionamento in viverei delle città, con la fondazione dello Stato esso perse quasi tutte le sue funzioni. Fu rimpiazzato dal governo e dall’esercito (Zahal) oppure non fu all’altezza della situazione come nell’accogliere i nuovi immigrati provenienti dai paesi arabi, che io tentai invano di portare a Ruhama. In alcuni casi, questo o quel kibbutz sono stati travolti da una crisi economicaprofonda, mentre in altri casi, che rimangono l’eccezione, il kibbutz riesce a rendere i suoi haverim partecipi di una ricchezza notevole fornita da qualche fabbrica locale. La giovane generazione se n’è andata, e talvolta alcuni di loro tornano non più come membri del kibbutz ma come esterni che si costruiscono la loro casa nella stessa località. Tutto ciò non sarebe tragico se non ci fossero alcuni casi di povertà estrema tra i veterani. Il sog no si è infranto. Personalmente ne trassi le conseguenze, e lasciai il kibbutz alla fine del 1956 con mia moglie e una figlia di tre anni.

 


[1] Efraim E. Urbach, “L’inizio dell’opera di assistenza ai profughi da parte delle unità ebraiche palestinesi nell’Italia del sud e a Roma. Note di Diario, in Daniel Carpi, Attilio Milano, Umberto Nahon (a cura di), Scritti in memoria di Enzo Sereni, Saggi sull’Ebraismo Romano, Fondazione Sally Mayer, Milano-Gerusalemme 1970, pag. 303 (in ebraico).

[2] Id. War Journals, Diary of a Jewish Chaplain from Eretz Israel in the British Army, 1942-44, Misrad Habitahon, Tel Aviv 2008(in ebraico), p.274 e 281-2, Sul salvataggio cfr. Sergio I.  Minerbi, “La diplomazia italiana e il salvataggio di ebrei e polacchi”, in  Nuova Storia Contemporanea, 12, 2008, 2, pp.13-32..

[3] Yoel Barromi, “Con l’Hechaluz a Roma nel 1945”, in Anita Tagliacozzo (a cura di) , Sulle orme della rinascita, Cronaca e memorie del Movimento ‘ Hechaluz’ Italiano dal ’44 al ’54, LITOS, 2004 ,p.34..

[4] Yaakov Foà, “La mia attività tra i giovani”, in Tagliacozzo( a cura di) Sulle orme della rinascita,cit.,p.46.

[5] Giorgio Piperno, Perchè non possiamo non essere sionisti, in Id., Ebraismo, Sionismo, Haluzismo, Carucci, Assisi-Roma 1976, p.58.

[6] Daniel Carpi, “Il movimento sionistico” in Corrado Vivanti (a cura di), Gli ebrei in Italia. Dall’emancipazione a oggi, Einaudi, Torino 1997, p. 1355.

[7] Da una conversazione con Eliezer Halevy in  Francesco del Canuto, “La ripresa delle attività sionistiche e delle organizzazioni ebraiche alla Liberazione (1944-1945)”,in “La Rassegna Mensile di Israel”, 1-3, 1981, p.182.

[8] Giorgio  Piperno,&rdq uo;Vita giovanile ebraica durante le leggi razziali e dopo la liberazione della città” in Carpi,Milano, Nahon (a cura di), Scritti in memoria di Enzo Sereni, cit., p. 306.

[9]Robert G. Weisbord, Wallace P. Sillanpoa, The Chief Rabbi, The Pope, and the Holocaust
An Era in Vatican-Jewish Relations, Transaction, New Brunswick 1992,p. 231.

[10] Sergio I. Minerbi, Un ebreo fra D’Annunzio e il sionismo: Raffaele Cantoni, Bonacci, Roma 1992, p. 150.

[11] Carpi, Il movimento sionistico, cit, p. 1357.

[12] Mario Toscano, La “porta di Sion”, L’Italia e l’immigrazione clandestina ebraica in Palestina (1945.1948), Il Mulino, Bologna 1990. Cfr. anche Yehuda  Bauer, Flight and Rescue:Brichah, Random House, New York  1970.

[13] L’American Joint Distribution Committee era un’organizzazione di assistenza ebraica americana che svolse una vasta attività nell’Italia dell’immediato dopoguerra.

[14] Cfr. Malkiel Savaldi ,”Da Cevoli organizzai l’emigrazione clandestina”, in Tagliacozzo (a cura di),Sulle orme della rinascita, cit.,p.180. Secondo varie lettere, Malkiel arrivò dopo il 9 aprile 1945 e prima del 24 dicembre 1945.

[15] Francesco Del Canuto, La ripresa delle attività sionistiche e delle organizzazioni ebraiche alla Liberazione (1944-1945), in La Rassegna mensile di Israel,1-3,1981, pp.174-225

[16] Archivio privato Minerbi(d’ora in poi APMI)- Sergio Minerbi, Chanuccà, in “Dapei Hechaluz”, 1° dicembre 1945, p.1

[17] Itzhak S. Minerbi, “Fra le Autorità Italiane e i profughi ebrei negli anni 1944-194 8” (in ebraico), in Liber Lush e Avraham Tori, Netivey Hazalà wehaapalà, Hamerkaz Lagolà beItalia (Le vie della salvezza e dell’alyà illegale, il Merkaz Lagolà in Italia) , 1944-1948, Tel Aviv, 1986, pp.22-23.

[18] Carpi, il movimento sionistico,cit., p. 1367.

[19] Corrado Vivanti, “Ricordi di Hechaluz, Eravamo giovani ebrei sionisti socialisti”, Hakeillah,5, Dicembre 2003(http://hakeillah.com/5_03_36.htm).

[20] Enzo Sereni, La questione ebraica, Hechaluz, Roma 1946.

[21] Lettera di Sergio Minerbi (Roma) a Malkiel Savaldi (Milano), del 15 maggio 1946, dall’archivio privato di Michele Tagliacozzo, che ringrazio.

[22] La Redazione, “Presentazione”, Hechaluz, 1 giugno 1946,(www.hakeillah.com/5)

[23] APMI, Lettera di Sergio Minerbi (da Roma) a Emilio e Malchiel, 12 Ottobre 1946.
[24] APMI,Hechaluz, Circolare N. 9, 16 ottobre 1946, ciclostilata.

[25] APMI, Lettera di Luciano (Milano) a Sergio (Roma), 5 febbraio 1947.

[26]APMI,Lettera di Sergio (Roma) a Emilio e Malchiel (Milano) del 12 ottobre 1946.

[27] APMI,Lettera di Amiel (Milano) a Sergio (Roma) del 2 dicembre 1947

[28] APMI, Circolare stampata di quattro  pagine, datata Genova 1 Dicembre 1946, con i nomi del Comitato e dei fiduciari nelle varie città e alcune informazioni sul campeggio.

[29] APMI, Lettera di Amiel (Milano) a Sergio (Roma) del 30 novembre 1946.

[30] APMI,Lettera di Amiel (milano) a Sergio (Roma) del 8 dicembre 1946.
[31] Sergio I. Minerbi, La neghev si è chiusa, in Hechaluz, 20 febbraio 1947

[32] Cfr. anche in versione più succinta, Id., Un ebreo fra D’Annunzio e il sionismo., cit., pp.208-9.

[33] APMI, Lettera di Sergio Minerbi (Roma) a Malkiel Savaldi, 17 luglio 1947. Cfr. anche lettera di Giorgio Piperno (Roma) a Mazkirut Merkazit (Tel Broshim), 16 luglio 1947.

[34] APMI,  Lettera di Malkiel Savaldi (Selvino) a Giorgio Piperno (Roma), 21 luglio 1947.

[35] APMI,  Lettera di Sergio Mierbi (Roma) a Malkiel Savaldi (Selvino), 24 luglio 1947.

[36] APMI- Lettera di Zwi Melauri (Tel Broshim) a Sergio-Izhak (Roma),30 giugno 1948.

[37] APMI- Lettera di Sergio (Roma) a Zwi (Tel Broshim), 2 luglio 1948.

[38] APMI- Lettera di Sergio (Roma ) a Emilio o a Corrado(Tel Broshim),  20 luglio 1948.

[39] APMI- Lettera di Zvi Melauri (Tel Broshim) a Izhak Minerbi (Roma), 4 settembre 1948.

[40] APMI- Lettera di Izhak Minerbi (Roma) a Zvi Melauri (Tel Broshim), 8 settembre 1948.

[41] APMI- Lettera di Corrado De Benedetti (Tel Broshim) a Izhak Minerbi (Roma), 15 settembre 1948.

[42] APMI- Lettera di Zvi Melauri (Tel Broshim) a Izhak Minerbi (Roma), 18 settembre 1948.

[43] APMI- Lettera di Izhak Minerbi (Roma) a Zvi Melauri (Tel Broshim), 29 settembre 1948.

[44] Il Bund era un partito marxista sorto in Polonia fra le due guerre mondiali, nel quale si parlava Yiddish. Era fortemente antisionista e indusse molti ebrei a rimanere in Polonia anche quando avrebbero potuto andare in Palestina e salvarsi dallo sterminio successivo.

[45] APMI- Lettera Izhak Minerbi (Roma) a Ruggero Minerbi (Tel Broshim), 8 febbraio 1949

[46] APMI- Lettera di Ruggero Minerbi a Sergio Minerbi (Roma), 13 febbraio 1949.

[47] APMI- Lettera di S. Swartz dell’Haanhagà Haelionà (Merhavia) a Izhak Minerbi (Roma), 8 dicembre 1948

[48] APMI- Lettera di Izhak Minerbi (Roma) a Haanhagà Haelionà (Merhavia), 8 febbraio 1949.

[49] APMI- Lettera di Shlomo Swartz (Merhavia) a I. Minerbi (Roma), 16 marzo 1949.

[50] APMI- Lettera di Yaakov Maius (Praga) a I. Minerbi (Roma), 19 aprile 1949.

[51] APMI- Lettera di Haim Holz (Merhavia) a I. Minerbi (Roma), 21 maggio 1949.

[52] APMI- Lettera di Izhak  Minerbi (Roma) a Ha anhagà Haelionà (Merhavia), 12 luglio 1949.

[53] APMI- Lettera di S. Minerbi (Roma) a Tel Broshim, 21 aprile 1949.

[54] APMI- Lettera di Iair Minerbi (Tel Broshim) a Sergio Minerbi (Roma), 22 maggio 1949.

[55] APMI- Lettera di Sergio Minerbi (Roma) a Ruggero Minerbi (Tel Broshim), 25 maggio 1949.

[56] APMI- Lettera di Sergio Minerbi (Roma) a Meir, Meshulam, Reuben (Tel Broshim), 27 luglio 1949.

[57] APMI- Lettera di Sergio Minerbi (Roma) a Corrado Vivanti (Tel Broshim), 8 luglio 1949.

[58] APMI- Lettera di Sergio Minerbi (Ruhama) a Tel Broshim, 10 settembre 1949.

Giulio Schiavoni e Guido Massino, Verso una terra “antica e nuova”, Culture del sionismo (1895-1948), Carocci, Roma, marzo 2011.


Kolot-Voci - Newsletter di Morasha.it a cura di David Piazza





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31 maggio 2011

La pace in Palestina: basta volerla

 
   
Scritto da Gianni Pardo   
 
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Riguardo al problema palestinese Barack Obama, come tutti, vorrebbe essere il “Salvatore”. Colui che risolve il problema che nessuno prima ha risolto. Solo che  a volte gli altri non ce l’hanno fatta semplicemente perché nessuno poteva farcela.
Per secoli gli studiosi si sono impegnati a risolvere la quadratura del cerchio e il più geniale di loro è stato colui che ad un certo momento dimostrò che il problema era irresolubile.

In Palestina tutti vorremmo “due popoli e due Stati”. E la cosa è facilissima. Basti pensare che S.Marino è indipendente e tuttavia esso convive sulla penisola italiana con uno Stato che potrebbe farne un solo boccone. Ma da un lato la Repubblica Italiana non ha mire aggressive o annessionistiche, dall’altro S.Marino non si propone affatto come una base per attacchi militari o terroristici contro la Repubblica Italiana. In queste condizioni, la coabitazione può durare indefinitamente, perfino quando si tratta di nazioni grandissime come gli Stati Uniti e il Canada, la cui frontiera è largamente inesistente per gran parte del territorio.
La premessa della convivenza di due Stati indipendenti dipende esclusivamente dalle loro intenzioni. Se sono pacifiche, può essere indipendente anche uno Stato perfettamente disarmato (Lo Stato della Città del Vaticano); se non lo sono, lo Stato più forte limita la sovranità dell’altro nella misura che ritiene necessaria.
Israele ha avuto la prova e la riprova (1948, 1967, 1973) che dalla ex Cisgiordania e dalla Siria possono partire attacchi intesi ad annientarla. Perfino col pericolo di un genocidio. Ma gli aggressori hanno perso tutte le guerre e il risultato per gli sconfitti è un’autonomia economico-amministrativa che non somiglia affatto alla piena sovranità. Perché, se ne disponessero, se ne servirebbero per chiamare a raccolta tutti gli alleati arabi e sferrare ancora un attacco. Non si vede proprio perché Gerusalemme dovrebbe permettere che questa aggressione parta da posizioni di grande vantaggio territoriale.
Sui giornali abbiamo letto che, secondo il Presidente degli Stati Uniti, gli israeliani si dovrebbero ritirare da tutti i Territori Occupati, tornando alle frontiere del 1967. E ci siamo subito chiesti: quelli di prima o di dopo la Guerra dei Sei Giorni?
Ma anche se Obama si riferisse al territorio israeliano quale è risultato dopo la guerra del 1967 la proposta rimarrebbe inaccettabile. Israele non può rinunciare alla sua storica capitale in cui gli arabi, quando era sotto il loro potere, non permettevano agli ebrei di andare a pregare. E non possono rinunciare alle alture del Golan. Economicamente quel piccolo territorio non vale niente ma da esso si domina la valle sottostante e la Siria a suo tempo se ne serviva per attaccare Israele con l’artiglieria. In conseguenza della guerra Israele si è annessa Gerusalemme e poco altro, esclusivamente per fini difensivi. E dal momento che questi fini vanno salvaguardati ancora oggi (basterà rileggere i proclami di Hamas) Gerusalemme non porgerà volontariamente il proprio collo al boia.
La soluzione non è quella di un trattato. Anche se il futuro Stato palestinese facesse le migliori promesse e anche se firmasse e controfirmasse i massimi impegni di pace, uno Stato non è tenuto a mantenere la parola. È questa la vera sovranità. L’unica garanzia, per l’aggredito, è che l’aggressione sia impossibile o tecnicamente perdente: cosa che si realizza innanzi tutto impedendo al futuro aggressore di disporre di armi pesanti.
Due popoli due Stati, dunque: ma uno con l’aviazione e uno senza, uno con i carri armati e uno senza, uno con i missili e l’altro senza. Uno con la bomba atomica e uno senza. Uno sovrano e l’altro no.
La pace in Palestina è tuttavia facile, ma partendo dall’altro estremo: non un trattato che realizzi la pace, ma una pace che renda superfluo il trattato. Se i palestinesi smettessero di volere eliminare Israele dalla realtà come l’hanno eliminato dalle loro carte geografiche, la pace sarebbe per domani e la Palestina non sarebbe meno indipendente del Libano o della Giordania. Se invece i palestinesi rimarranno attaccati ai loro bellicosi sogni di rivincita e di sterminio degli israeliani, non hanno avuto l’indipendenza dal 1948 e forse non l’avranno neppure fra cinquant’anni. Quand’anche Obama facesse discorsi tanto belli da indurci tutti al pianto.

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30 maggio 2011

*La Gaza Flotilla: A proposito di ' risposte sproporzionate


'
di Manfred Gerstenfeld*

*(Traduzione di Angelo Pezzana)*

*Flotilla turca Manfred
Gerstenfeld*

**

Circa un anno fa, il 31 maggio 2010, sembrò, viste le reazioni mondiali,
che nelle acque internazionali davanti a Israele, stesse per verificarsi un
evento di proporzioni globali. Marinai israeliani vennero inviati sulla nave
turca Mavi Marmara, una delle sei navi che si riteneva stessero portando
aiuti umanitari a Gaza. Mentre i marinai israeliani venivano aggrediti con
violenza inaudita appena messo piede a bordo per ispezionare la nave, sei
passeggeri tra i più violenti venivano uccisi.

Negli ultimi mesi, sono avvenuti incidenti, solo apparentemente giudicati
meno gravi. Li hanno ignorati coloro che l’anno scorso avevano reagito con
forza contro Israele. Migliaia di civili sono stati uccisi o feriti dalle
forze governative in paesi arabi o musulmani come Siria, Libia, Egitto,
Yemen, Tunisia e altri. In Siria più di 50 persone sono state uccise in
diverse città soltanto durante il fine settimana del 21 maggio. Se i critici
di Israele avessero reagito conseguentemente come avevano fatto per l’affare
della Flotilla, oggi sarebbero distrutti dalla fatica per quanto avrebbero
dovuto darsi da fare.

Le continue critiche a Israele sull’affare Flotilla è solo l’ennesimo
esempio di quanto sia diffuso in Europa il pregiudizio contro Israele. Già
verificabile quando quelle critiche venivano formulate. Israele mise in
guardia in anticipo gli organizzatori che non sarebbero potuti entrare a
Gaza. La marina israeliana si era offerta di accompagnare la nave al porto
di Ashdod per le opportune verifiche. Ispezionare che non vi fossero armi,
mentre gli aiuti umanitari sarebbero stati subito inviati a Gaza per via di
terra. Israele era anche disponibile a condividere i controlli con una terza
forza che rappresentasse le Nazioni Unite, nel trasferimento del carico. Il
rifiuto da parte degli organizzatori della Flotilla rese chiaro che tutta
l’iniziativa non aveva nulla di umanitario, ma consisteva in una pura
provocazione.

Quei critici non avrebbero avuto difficoltà ad informarsi che gli
organizzatori e i finanziatori della spedizione era la società turca IHH.
Secondo il rapporto del 2006 dell’Istituto danese di studi internazionali,
la pseudo umanitaria IHH era collegata con al-Qaeda e con i centri
internazionali islamisti. Come sempre, la diligente baronessa Catherine
Ashton, l’alto Commissario per gli affari esteri dell’Unione Europea, dopo
poche ore condannò in un comunicato la violenza e ordinò una
immediata,completa e imparziale inchiesta sullo scontro. Richiedendo la fine
del blocco navale di Israele a Gaza.

In un altro documento estremamente contrario a Israele, emesso il 17 giugno
e approvato a larga maggioranza, il Parlamento europeo condannò l’attacco
alla Flotilla perché avvenuto in acque internazionali, sostenendo che andava
contro il diritto internazionale. Anche se, nello stesso tempo, vi furono
molti pareri espressi da esperti in legislazioni internazionali che si
richiamavano al “Manuale di applicazione delle leggi internazionali a
proposito di conflitti armati in mare redatto nel congresso di San Remo”.

Una condanna che è un altro esempio di come l’Europa demonizzi Israele.
Il 2 giugno, il Parlamento tedesco, il Bundestag, ha adottato una
risoluzione senza precedenti. Sosteneva che era evidente che Israele aveva
violato il principio di proporzionalità, aggiungendo che un simile
comportamento non era nell’interesse politico di Israele, né alla sua
sicurezza. Qualcuno commentò che mai prima d’ora il Parlamento aveva emesso
una risoluzione simile, nemmeno riguardo agli stati che più di tutti violano
i diritti umani nel mondo.
Il Centro Simon Wiesenthal scrisse che “ non abbiamo mai notato una simile
unanimità dai politici tedeschi quando i terroristi di Hamas e Hezbollah
colpivano i civili israeliani, inclusi i sopravvissuti della Shoah e le loro
famiglie”.

Gert Weissekirchen, un tedesco esperto di antisemitismo e già deputato
socialista, ha scritto che, prima del voto,i parlamentari avrebbero dovuto
informarsi su chi erano gli organizzatori della Flotilla e sul livello della
loro propaganda. Si stupì anche di come il Parlamento tedesco potesse
decidere su cosa era utile per la sicurezza di Israele. Ma anche se si fosse
comportato in questo modo, come aveva potuto prendere una simile decisione
senza consultare prima la Knesset ?

Fra i paesi europei che condivisero la teoria della ‘risposta
sproporzionata’, vi furono Svezia, Norvegia, Gran Bretagna, Belgio, Irlanda,
Portogallo, Latvia, Spagna. Mentre altri, tra i quali Italia,Olanda,Polonia
e Romania si espressero con un basso profilo.

Da allora, c’è stata molta informazione su chi abbia organizzato la
Flotilla. Sette dei nove uccisi avevano dichiarato prima della partenza che
era loro desiderio morire da ‘martiri’. Accanto agli affiliati all’IHH, vi
erano a bordo affiliati a gruppi terroristi. La Mavi Marmara, la nave più
importante e altre due avevano a bordo passeggeri, e carichi di altro
genere. Parte degli ‘aiuti’, nascosti dentro a reti, erano chiaramente armi
dirette a Hamas. Fra gli ‘aiuti’, vi erano anche medicine scadute. Molti
passeggeri sulla Mavi Marmara erano armati, pronti ad aggredire. Furono
rinvenute armi che non avrebbero dovuto trovarsi su una nava che dichiarava
di trasportare aiuti umanitari.

Un recente studio del ricercatore investigativo Steven Merley, un esperto
in estremismo politico, ha rivelato che è risultata evidente la
collaborazione del governo turco nell’incidente della Flotilla, compresa la
responsabilità del Primo Ministro Tayyip Erdogan. Il rapporto dimostra che
l’aiuto del governo turco alla Flotilla era arrivato attraverso il canale
dei Fratelli musulmani. Vale a dire la presenza di dirigenti del partito di
maggioranza turco AKP alle riunioni con i Fratelli musulmani per sostenere
la Flotilla, così come ci sono stati incontri tra Erdogan stesso con le
delegazioni del settore internazionale dei Fratelli musulmani e i leader
inglesi e francesi della Flotilla prima che salpasse per Gaza.

Tra pochi giorni, in giugno, una Flotilla ancora più grande sta
preparandosi a partire per Gaza, pronta a ripetere la provocazione dello
scorso anno. E’ quindi probabile che scorrerà altro sangue sulla ‘primavera
araba’. E’ urgente che Israele lanci una campagna di informazione prima che
le navi cariche di falsi pacifisti e loro sodali si apprestino a partire

 


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30 maggio 2011

*La Gaza Flotilla: A proposito di ' risposte sproporzionate '


di Manfred Gerstenfeld*

*(Traduzione di Angelo Pezzana)*

*Flotilla turca Manfred
Gerstenfeld*

**

Circa un anno fa, il 31 maggio 2010, sembrò, viste le reazioni mondiali,
che nelle acque internazionali davanti a Israele, stesse per verificarsi un
evento di proporzioni globali. Marinai israeliani vennero inviati sulla nave
turca Mavi Marmara, una delle sei navi che si riteneva stessero portando
aiuti umanitari a Gaza. Mentre i marinai israeliani venivano aggrediti con
violenza inaudita appena messo piede a bordo per ispezionare la nave, sei
passeggeri tra i più violenti venivano uccisi.

Negli ultimi mesi, sono avvenuti incidenti, solo apparentemente giudicati
meno gravi. Li hanno ignorati coloro che l’anno scorso avevano reagito con
forza contro Israele. Migliaia di civili sono stati uccisi o feriti dalle
forze governative in paesi arabi o musulmani come Siria, Libia, Egitto,
Yemen, Tunisia e altri. In Siria più di 50 persone sono state uccise in
diverse città soltanto durante il fine settimana del 21 maggio. Se i critici
di Israele avessero reagito conseguentemente come avevano fatto per l’affare
della Flotilla, oggi sarebbero distrutti dalla fatica per quanto avrebbero
dovuto darsi da fare.

Le continue critiche a Israele sull’affare Flotilla è solo l’ennesimo
esempio di quanto sia diffuso in Europa il pregiudizio contro Israele. Già
verificabile quando quelle critiche venivano formulate. Israele mise in
guardia in anticipo gli organizzatori che non sarebbero potuti entrare a
Gaza. La marina israeliana si era offerta di accompagnare la nave al porto
di Ashdod per le opportune verifiche. Ispezionare che non vi fossero armi,
mentre gli aiuti umanitari sarebbero stati subito inviati a Gaza per via di
terra. Israele era anche disponibile a condividere i controlli con una terza
forza che rappresentasse le Nazioni Unite, nel trasferimento del carico. Il
rifiuto da parte degli organizzatori della Flotilla rese chiaro che tutta
l’iniziativa non aveva nulla di umanitario, ma consisteva in una pura
provocazione.

Quei critici non avrebbero avuto difficoltà ad informarsi che gli
organizzatori e i finanziatori della spedizione era la società turca IHH.
Secondo il rapporto del 2006 dell’Istituto danese di studi internazionali,
la pseudo umanitaria IHH era collegata con al-Qaeda e con i centri
internazionali islamisti. Come sempre, la diligente baronessa Catherine
Ashton, l’alto Commissario per gli affari esteri dell’Unione Europea, dopo
poche ore condannò in un comunicato la violenza e ordinò una
immediata,completa e imparziale inchiesta sullo scontro. Richiedendo la fine
del blocco navale di Israele a Gaza.

In un altro documento estremamente contrario a Israele, emesso il 17 giugno
e approvato a larga maggioranza, il Parlamento europeo condannò l’attacco
alla Flotilla perché avvenuto in acque internazionali, sostenendo che andava
contro il diritto internazionale. Anche se, nello stesso tempo, vi furono
molti pareri espressi da esperti in legislazioni internazionali che si
richiamavano al “Manuale di applicazione delle leggi internazionali a
proposito di conflitti armati in mare redatto nel congresso di San Remo”.

Una condanna che è un altro esempio di come l’Europa demonizzi Israele.
Il 2 giugno, il Parlamento tedesco, il Bundestag, ha adottato una
risoluzione senza precedenti. Sosteneva che era evidente che Israele aveva
violato il principio di proporzionalità, aggiungendo che un simile
comportamento non era nell’interesse politico di Israele, né alla sua
sicurezza. Qualcuno commentò che mai prima d’ora il Parlamento aveva emesso
una risoluzione simile, nemmeno riguardo agli stati che più di tutti violano
i diritti umani nel mondo.
Il Centro Simon Wiesenthal scrisse che “ non abbiamo mai notato una simile
unanimità dai politici tedeschi quando i terroristi di Hamas e Hezbollah
colpivano i civili israeliani, inclusi i sopravvissuti della Shoah e le loro
famiglie”.

Gert Weissekirchen, un tedesco esperto di antisemitismo e già deputato
socialista, ha scritto che, prima del voto,i parlamentari avrebbero dovuto
informarsi su chi erano gli organizzatori della Flotilla e sul livello della
loro propaganda. Si stupì anche di come il Parlamento tedesco potesse
decidere su cosa era utile per la sicurezza di Israele. Ma anche se si fosse
comportato in questo modo, come aveva potuto prendere una simile decisione
senza consultare prima la Knesset ?

Fra i paesi europei che condivisero la teoria della ‘risposta
sproporzionata’, vi furono Svezia, Norvegia, Gran Bretagna, Belgio, Irlanda,
Portogallo, Latvia, Spagna. Mentre altri, tra i quali Italia,Olanda,Polonia
e Romania si espressero con un basso profilo.

Da allora, c’è stata molta informazione su chi abbia organizzato la
Flotilla. Sette dei nove uccisi avevano dichiarato prima della partenza che
era loro desiderio morire da ‘martiri’. Accanto agli affiliati all’IHH, vi
erano a bordo affiliati a gruppi terroristi. La Mavi Marmara, la nave più
importante e altre due avevano a bordo passeggeri, e carichi di altro
genere. Parte degli ‘aiuti’, nascosti dentro a reti, erano chiaramente armi
dirette a Hamas. Fra gli ‘aiuti’, vi erano anche medicine scadute. Molti
passeggeri sulla Mavi Marmara erano armati, pronti ad aggredire. Furono
rinvenute armi che non avrebbero dovuto trovarsi su una nava che dichiarava
di trasportare aiuti umanitari.

Un recente studio del ricercatore investigativo Steven Merley, un esperto
in estremismo politico, ha rivelato che è risultata evidente la
collaborazione del governo turco nell’incidente della Flotilla, compresa la
responsabilità del Primo Ministro Tayyip Erdogan. Il rapporto dimostra che
l’aiuto del governo turco alla Flotilla era arrivato attraverso il canale
dei Fratelli musulmani. Vale a dire la presenza di dirigenti del partito di
maggioranza turco AKP alle riunioni con i Fratelli musulmani per sostenere
la Flotilla, così come ci sono stati incontri tra Erdogan stesso con le
delegazioni del settore internazionale dei Fratelli musulmani e i leader
inglesi e francesi della Flotilla prima che salpasse per Gaza.

Tra pochi giorni, in giugno, una Flotilla ancora più grande sta
preparandosi a partire per Gaza, pronta a ripetere la provocazione dello
scorso anno. E’ quindi probabile che scorrerà altro sangue sulla ‘primavera
araba’. E’ urgente che Israele lanci una campagna di informazione prima che
le navi cariche di falsi pacifisti e loro sodali si apprestino a partire

 




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30 maggio 2011

La Georgia riconosce il genocidio dei Circassi

 

Il 20 maggio 2011 la Georgia ha riconosciuto come genocidio l’uccisione e la deportazione dei Circassi del Caucaso russo in epoca zarista. È il primo paese a riconoscere il genocidio circasso.

I Circassi, chiamati Adyghes nella loro lingua, sono una delle minoranze del Caucaso.  Durante il periodo zarista l’Impero Russo combatté una serie di guerre per sottomettere la regione, e intorno al 1860 uccise o spinse alla fuga decine di migliaia di Circassi. La maggior parte emigrò nell’Impero Ottomano (attuale Turchia), dove oggi  sono circa 2 milioni, mentre nel Caucaso ce ne sono circa 800.000.  

I Circassi, come altre minoranze della regione – soprattutto Ceceni e Daghestani – chiedono da decenni il riconoscimento del genocidio, ma il Cremlino e la comunità internazionale non hanno mai accolto le loro richieste.

I Georgiani hanno deciso di sollevare il problema per punzecchiare la Russia, che nel 2014 ospiterà le olimpiadi invernali proprio nel Caucaso, dove negli ultimi mesi si sono verificati numerosi sabotaggi – forse finanziati da Tbilisi – ai danni delle infrastrutture in costruzione.

Inoltre la Georgia è sempre più preoccupata della crescita dell’Abkhazia – resasi indipendente dalla Russia nel 2008 – che ha raddoppiato l’economia da quando sono iniziati i lavori per le olimpiadi. Riconoscendo il genocidio, la Georgia spera di seminare discordia fra Circassi e Abcasi, che si sono schierate insieme contro la Georgia nel 1992-93 e nel 2008, e mettere l’Abkhazia in una posizione difficile di fronte al Cremlino.

I problemi interni

La sera del 25 maggio 2011, pochi giorni prima della parata per il Giorno dell’Indipendenza, la polizia ha duramente represso una manifestazione dell’opposizione: negli scontri sono state uccise due persone e 90 sono state ferite.

Probabilmente queste manifestazioni  non cambieranno gli equilibri interni: il presidente Sakaashvili – che ha immediatamente accusato la Russia di aver organizzato la protesta – è tuttora popolare, e al momento non ci sono sfidanti degni di nota – anche perché nessuno ha intenzione di cambiare la politica estera per riallinearsi alla Russia.

Tuttavia il regime rischia le critiche dell’Occidente – in primis dell’UE – per i metodi repressivi utilizzati contro i dimostranti. Benché il governo Sakaashvili abbia fatto dell’integrazione con l’Europa una priorità – come testimoniano i tentativi di entrare nell’UE e nella NATO e alcune riforme economiche e legali – la Georgia presenta ancora la struttura centralizzata e semiautoritaria dei regimi post-sovietici, poco propensi ad accettare il dissenso delle opposizioni.

A cura di Davide Meinero




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30 maggio 2011

I palestinesi e il diritto alla reazione del più debole

  
   
Scritto da Gianni Pardo   

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La completa libertà di parola che si suppone (a torto) sia consentita sui blog, permette ogni sorta di sciocchezza, di ingiuria, di assurdità. Quando però una tesi è sostenuta in buon italiano da persone garbate e ragionevoli, è bene prenderla in considerazione.
Un lettore sosteneva che i palestinesi, dal momento che reputano di avere subito una grave ingiustizia da parte di Israele, hanno diritto agli atti di violenza. Mentre Israele, essendo in torto, non ha il diritto di difendersi. Diceva in particolare: se su Trieste piovessero missili lanciati dalla Slovenia o dalla Croazia, l’Italia avrebbe tutto il diritto di andare ad impartire una severa lezione a quegli Stati, “perché l’Italia non ha fatto nessun torto né alla Slovenia né alla Croazia”. Mentre il caso dei palestinesi è diverso.
Il ragionamento è per parecchi versi sorprendente.
Il concetto di comportamento negativo, comunque tale da legittimare una reazione, è del tutto opinabile. Nel 1939 la Germania aveva l’intenzione di attaccare la Polonia e sostenne di essere stata attaccata dalla Polonia: sicché la risposta di Hitler, con l’invasione dell’intero Paese, fu un atto di legittima difesa. Sappiamo benissimo che il Führer mentiva, ma come dimostrarlo sul momento? Chi vince decide qual è la verità. Per decenni l’Unione Sovietica ha stabilito che il massacro di Katyn era stato opera dei nazisti (e questo hanno creduto i comunisti locali e stranieri) e il riconoscimento della verità è cosa di un paio d’anni fa. Da un lato si può calunniare la controparte solo per poterla attaccare, dall’altro si può negare un proprio comportamento delittuoso. Il criterio è peggio che opinabile.
Ma ammettiamo che uno Stato Forte tenga un comportamento riprovevole nei confronti di uno Stato Debole: i cittadini di quest’ultimo devono ricorrere alla violenza, al terrorismo, all’aggressione bellica? La risposta è no. Semplicemente perché non è nel loro interesse. Se lo Stato Forte è tanto immorale da infliggere senza motivo sofferenze allo Stato Debole, tanto maggiori ne infliggerà quando sarà giustificato dalla legittima difesa. Fra l’altro, finché non avranno reagito, le vittime potranno sempre invocare il diritto e la morale violati, invece dal momento in cui avranno cominciato a scatenare attentati o comunque a compiere atti di guerra, non avranno diritto a nessuna considerazione. Chiunque dia inizio ad una rissa poi non si può lamentare se le prende.
Un caso esemplare è quello dei missili che per anni sono stati lanciati da Gaza sul territorio di Israele. I palestinesi reputano l’occupazione dei Territori un atto illegittimo, contrario alle risoluzioni dell’Onu ecc. Dimenticano che sono loro che, nel 1948, hanno violato la risoluzione dell’Onu concernente la spartizione della Palestina; dimenticano che allora, come nel 1967, essi hanno dato inizio ad una guerra con l’intenzione di cancellare Israele dalla carta geografica e possibilmente uccidere tutti i suoi abitanti; dimenticano che ci hanno ancora riprovato, con i loro alleati, nel 1973: ma ammettiamo che, soggettivamente, considerino l’occupazione Israeliana un’ingiustizia contro cui sarebbe giusto reagire. L’invio di missili con la speranza di far strage di israeliani innocenti è il mezzo giusto?
Da un lato è giuridicamente e umanamente inammissibile tentare coscientemente di uccidere dei civili colpevoli solo di avere un’altra nazionalità. Dall’altro, lo sparo di razzi sul territorio dello Stato vicino costituisce atto di guerra cui si ha il diritto di reagire con i metodi della guerra. Israele, dopo che per anni si era inutilmente lamentata, ha deciso l’operazione Piombo Fuso, dimostrando all’aggressore che era in grado di farlo pentire. Ed è quello che è successo: ciò che non avevano ottenuto le rimostranze giuridiche ed umane l’hanno ottenuto i carri armati. Gli abitanti di Gaza hanno avuto qualche migliaio di morti e la pioggia di razzi su Israele è cessata. Si è visto che l’unico modo di far cessare la violenza era la controviolenza.
I palestinesi si sono attirati tutti i guai in cui si trovano: un tempo sarebbe bastato che accettassero la partizione dell’Onu del 1947; oggi basterebbe che accettassero la convivenza pacifica con Israele e avrebbero il loro Stato. Gerusalemme infatti non chiede di meglio che dimenticarli. Con le loro aggressioni hanno solo ottenuto di non potere andare a lavorare in Israele e, all’occasione, rappresaglie grandiose come quella di Gaza.
Chi giustifica i palestinesi non li favorisce. Anche accettando il parere del lettore, pure se i palestinesi avessero il “diritto” di reagire contro Israele, è certo che non vi hanno interesse. Nei confronti di uno Stato più forte, né il terrorismo né gli attentati sono una risposta valida. Nessuna guerra è stata mai vinta così ed è possibile che la rappresaglia aggravi le condizioni del vinto invece di migliorarle.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo , pardonuovo.myblog.it

 




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30 maggio 2011

Un buon rapporto con i colleghi allunga la vita

Bravi colleghi

Essere circondati da bravi colleghi allunga la vita

Secondo uno studio dell’università di Tel Aviv, avere dei bravi colleghi e collaborativi, non solo ci facilita la giornata, ma ci fa vivere più a lungo. È il miracolo della qualità della vita, che passa dallo stato dell’umore a reali vantaggi fisici.

Quello che viene definito il sostegno sociale reciproco è un potente predittore dei fattori di rischio e di mortalità, tanto da rendersi evidente come altri fattori di uno studio epidemiologico (ad esempio, il rapporto fra cattiva alimentazione e malattie). Se con loro vai d’accordo, vivrai più a lungo.

Un bel clima sul lavoro coi colleghi è insomma l’equivalente di una passeggiata, di una dieta a base di verdure e carni bianche, insomma, di uno stile di vita sano. In particolare nel quinquiennio 38-43 anni, può fare la differenza,

La ricerca, pubblicata dalla Psychology Association, si è protratta per ben 20 anni, dal 1988 al 2008, e ha preso in considerazione 820 uomini e donne, scelti fra le società finanzarie più importanti del paese, assicurazioni, servizi pubblici, sanità e imprese. Facendo questa singolare scoperta: non solo i colleghi sono importanti, ma di converso il supporto da parte dei superiori non ha alcun effetto.

I ricercatori hanno anche scoperto una differenza marcata tra i sessi: nelle donne l’autorità decisionale ha aumentato il rischio di mortalità, mentre ha avuto un effetto protettivo sugli uomini.

Difficile dare una spiegazione: secondo la ricerca, essersi concentrati sui colletti bianchi ha dato un vantaggio agli uomini, perché sono ambienti di lavoro dove le donne vivono un maggiore stress, causato dalla loro storica insicurezza, dovuta, bisogna dirlo, anche dalla mancanza di una vera parità.

Carichi di lavoro pesanti, un capo arrogante, le difficoltà nel conciliare famiglia e professione: ecco che cosa provoca lo stress da lavoro.




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30 maggio 2011

Israele: prima donna generale al comando

Orna Barbivai nominata comandante Direttorato risorse umane

Cade una delle ultime barriere nelle forze armate israeliane (Tsahal): per la prima volta una donna generale, Orna Barbivai, e' stata nominata al vertice di un dipartimento dello stato maggiore. Barbivai non e' la prima israeliana generale, ma e' la prima a entrare in un alto comandi. Guiderà il Direttorato delle risorse umane, uno dei ruoli piu' delicati dello stato maggiore, da cui dipende la gestione di tutto il personale militare e la programmazione dei contingenti futuri delle armi.

 




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30 maggio 2011

Iran/ Regime vuole sostituire internet con una rete nazionale

(TMNews) - L'Iran potrebbe adottare una misura radicale per impedire ai movimenti di opposizione di proliferare su internet e di diffondere le loro idee di riforma e libertà politica: 'staccare' il Paese dal "world wide web" e sostituirlo con una rete solo nazionale, completamente autarchica. Secondo quanto riporta oggi il Wall Street Journal già a febbraio, durante la fase più acuta delle proteste in Egitto, il ministero delle telecomunicazioni iraniano ha indicato che il 60% delle case e imprese in Iran sono raggiunte dalla rete interna. L'obiettivo è che presto tutti siano collegati al nuovo sistema, per contrastare l'"invasione" di idee occidentali che arriva attraverso il web: un fenomeno che gli ultraconservatori della 'guida suprema' Ali Khamenei definiscono "soft war". L'obiettivo, secondo il regime, è quello di creare un "internet halal", cioè moralmente rispettoso dell'islam, secondo il direttore degli Affari economici Ali Aghamohammadi. Secondo il responsabile di Teheran, il nuovo web locale all'inizio sarebbe parallelo, con banche, ministeri e grandi imprese che manterrebbero l'accesso a internet. In seguito, il sistema nazionale potrebbe sostituire del tutto il "world wide web" in Iran e forse in altri Paesi islamici. L'attacco telematico al programma nucleare iraniano con il sofisticato 'worm' informatico Stuxnet, scoperto nel 2010, ha messo in allarme gli ayatollah, che temono sia stato organizzato da Stati uniti e Israele. L'Iran non sarebbe il primo Paese ad avere due sistemi paralleli: la Birmania e Cuba, altri due regimi repressivi, hanno adottato misure simili, mentre la Corea del Nord sta muovendo i suoi primi passi sulla rete con lo stesso criterio. Ma l'idea di 'staccare' completamente uno Stato dall'internet globale è inedita. Molti però, scrive il Wsj, dubitano della capacità del regime di passare a questa radicale 'fase 2' del suo progetto: anche per uno Stato isolato economicamente da pesanti sanzioni come l'Iran, internet resta uno strumento importante soprattutto negli affari: un blocco dell'accesso potrebbe avere ripercussioni sugli investimenti di potenze come Russia e Cina. Senza contare la questione delle conoscenze tecnologiche iraniane, che non sembrano tali da consentire di sostituire strumenti come Google. Attualmente circa 11 iraniani su 100 hanno accesso alla rete, anche se le stime sono incerte: si tratta di uno dei tassi più elevati della regione




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29 maggio 2011

Sbagliato sottovalutare il pericolo del fascismo islamico

Paolo Bianchi recensisce 'Tutti i racconti' di Hanif Kureishi

Testata: Libero
Data: 27 maggio 2011
Pagina: 33
Autore: Paolo Bianchi
Titolo: «La sinistra sottovaluta il fascismo islamico»

Riportiamo da LIBERO di oggi, 27/05/2011, a pag. 33, l'articolo di Paolo Bianchi dal titolo "La sinistra sottovaluta il fascismo islamico".


Hanif Kureishi, Tutti i racconti (Bompiani)
 

Madre inglesee padrepakistano, Hanif Kureishi è uno scrittore e sceneggiatore di grande successo. Ha fondato la sua fortuna sulla capacità di descrivere le tensioni sociali nella Londra degli ultimi trent’anni. La questione multietnica nell’Occidente europeo dopotutto è cominciata lì, e a Parigi. Quella che viviamo ora in Italia è una condizione per noi relativamente nuova, ma già osservata altrove, e descritta anche nelle sfumature. Dopo Il Budda delle periferie e My Beautiful Laundrette (film diretto da Stephen Frears), Kureishi ha declinato il tema in tutte le sue forme, abbinandolo a un altro a lui caro: le impossibili geometrie sessuali e amorose. «Siamo precisi quando scegliamo la persona da amare, specialmente quando scegliamo quella sbagliata », esordisce un suo racconto, intitolato È stato allora, parte di Tutti i racconti (Bompiani, pp. 814, euro 22,9, traduzione di Ivan Cotroneo e Andrea Silvestri, con un’intervista all’autore di Elisabetta Sgarbi). Non è certo un casocomunque che una delle quattro sezioni di cui si compone il libro sia intitolata Il declino dell’Occidente, e che si apra con un personaggio «intento a un indolente zapping tra canali indiani, cinesi e arabi». La società globale si affaccia in continuazione tra le pagine di questo autore che pure dichiara di vivere «in un piccolo fazzoletto di mondo». La convivenza tra razze e ideologie è tutt’altro che semplificata eppure si finisce con lo stupirsi che non sia peggiore di quella che è. E poi, che ne è stato dell’utopia della sinistra, che promettevaunmondo egualitario? Su questo, l’autore anglo pakistano ha pochi dubbi: la sinistra, almeno in Inghilterra, è finita con Tony Blair. In compenso ha preso vigore una forte rinascita dell’ideologia islamica, contemporaneamente a «un’ideologia di estrema destra che è molto pericolosa e con cui è molto difficile confrontarsi», dice parlando alla Sgarbi. Sempre per ammissione dello scrittore, «è come se le idee liberali, che erano le più potenti, le più convincenti, le più interessanti, non avessero più margine». Detto da un progressista come lui, èunconcetto che fa riflettere eun po’ spaventa. Però Kureishi non ha peli sulla lingua a proposito della sinistra: «La sinistra ha portato al comunismo, che ha portato ai gulag e a forme di sofferenza e costrizione particolarmente cruente nei Paesi dell’Est europeo. Tutte cose inaccettabili. Ha finito per non rappresentare più un’ideologia di libertà. Sono convinto che abbiamo davvero perso qualcosa». In compenso, la crescita dell’estremismo islamico coincide con le frange degli estremisti di destra bianchi, in pratica i neofascisti. Gli uni e gli altri avrebbero in comune il fatto di essere «molto religiosi, molto rigidi e punitivi, con convinzioni molto precise sull’educazione, sulla religione e così via». E non solo. Saremmo dunque in condizione di grave pericolo, un «reale pericolo per tutta Europa». Se non fosse che le due formazioni ancora non riescono a trovare un punto di contatto. Ecco, la chiave di volta dell’inte - ra questione sembra essere proprio qui. Come possono culture e mentalità così diverse ed estreme trovarsi all’improvviso dalla stessa parte? Ed è questo un sintomo ulteriore di declino dell’Occiden - teo ne potrebbe essere addirittura una causa aggiuntiva? Sono domande alle quali Kureishi cerca di rispondere conlo strumentodella letteratura. Racconti talvolta brevi, folgoranti, che vogliono raggiungere l’effetto di uno schiaffo in piena faccia.

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29 maggio 2011

Yemen verso la guerra civile

Cronaca di Davide Frattini

Testata: Corriere della Sera
Data: 27 maggio 2011
Pagina: 16
Autore: Davide Frattini
Titolo: «Yemen verso la guerra civile. Le tribù sfidano il regime»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 27/05/2011, a pag. 16, l'articolo di Davide Frattini dal titolo "Yemen verso la guerra civile. Le tribù sfidano il regime".


Yemen,                      Ali Abdullah Saleh

Quando i carri armati comandati dai «liberi ufficiali» circondano i l palazzo, Muhammad al-Badr non sa ancora di essere l’ultimo re dello Yemen. Imbraccia il fucile d’assalto e spara contro il metallo blindato, un gesto inutile di sfida prima di prendere il cancello sul retro e fuggire a nord, da dove guida la rivolta contro il regime repubblicano nascente. Sono passati quarantanove anni da quel settembre del 1962 e la guerra civile divide adesso la capitale, a punti cardinali invertiti: a sud sta il presidente Ali Abdullah Saleh protetto dalle truppe della Guardia repubblicana (agli ordini del figlio Ahmed), a nord i soldati del generale Ali Mohsen al-Ahmar spalleggiati da diecimila fedeli degli Hashid, la confederazione tribale più potente del Paese. I sacchi di sabbia, le trincee urbane e oltre cento morti in quattro giorni hanno strappato Saleh dai vecchi alleati. Il leader yemenita viene dallo stesso villaggio di Ali Mohsen e l’appoggio dello sceicco Sadiq al-Ahmar, capo del clan, gli ha garantito di restare al potere per trentadue anni. La villa di Sadiq è bersagliata dalle forze governative e il presidente ha firmato gli ordini di arresto per lo sceicco e i suoi nove fratelli. Lui ripete: «È un bugiardo, la mediazione non è più possibile. Saleh se ne andrà da questa terra. A piedi nudi» . Il presidente ha tolto e rimesso le scarpe già tre volte: in questi giorni, ha promesso (e ritrattato all’ultimo momento) di firmare l’accordo per il trasferimento dei poteri, l’intesa che avrebbe potuto fermare le proteste iniziate quattro mesi fa. Ogni marcia indietro è stata un passo in avanti verso la guerra civile. «Anche per i suoi inattendibili standard di ragionevolezza, ha dimostrato un comportamento irrazionale» , commenta un diplomatico americano al New Tork Times. Saleh prova a spaventare gli occidentali: senza di me— fa capire— il caos e i campi di addestramento per Al Qaeda. La repressione è gestita in famiglia. Il figlio Ahmed, fino alla rivolta il possibile erede al potere, è affiancato da tre cugini e l’aviazione militare è guidata da un fratellastro del presidente. Gli ufficiali dell’esercito rimasti fedeli al leader bombardano i nemici con colpi di mortaio e di artiglieria. Ieri ventotto persone sono morte nell’esplosione di un deposito di armi. Metà dei 23 milioni di yemeniti va in giro con un kalashnikov. Lo sceicco al-Ahmar ha richiamato le tribù verso Sana’a. Le milizie sono state organizzate in plotoni e sarebbero riuscite a conquistare cinque palazzi governativi. Il fratello Hamid, più giovane di quindici anni, è stato il primo, alla fine dell’anno scorso, a chiedere in pubblico (con un’intervista all’emittente Al Jazeera) le dimissioni di Saleh. Milionario (possiede uno dei più grandi operatori di telefonia mobile), più che diventare presidente sembra voler decidere chi sarà il prossimo. Come suo padre ha fatto prima di lui per oltre trent’anni.

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29 maggio 2011

Corte penale internazionale dell'Aja, una delle istituzioni più illegittime al mondo

Analisi di Giulio Meotti

Testata: Il Foglio
Data: 27 maggio 2011
Pagina: 7
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Morte di un'alta corte»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 27/05/2011, a pag. III, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo "Morte di un'alta corte".


Giulio Meotti, Corte penale internazionale dell'Aja

Quando nel 2002 a Roma centoventi paesi votarono per la formazione della Corte penale internazionale dell’Aia, scene di giubilo scandirono questo trionfo umanitarista e multilaterale. Si disse: i genocidaires non avranno più scampo. Per la prima volta, oltre ai casi ad hoc (ex Jugoslavia e Ruanda), un organo super partes dalla sua sede olandese avrebbe agito a livello planetario contro il male. Benjamin Ferencz, che giovanissimo contribuì a far incriminare i gerarchi nazisti a Norimberga e che vinse il processo contro i leader delle Einsatzgruppen (i corpi speciali che avevano fatto assassinare circa un milione di ebrei), proclamò che “la corte dell’Aia è figlia dei processi di sessant’anni anni fa”, “una svolta epocale nella lotta per i diritti umani”, “la base del futuro ordine mondiale”, persino “un miracolo”.
George W. Bush fu sommerso di attacchi perché gli Stati Uniti scelsero di non aderire (neanche Obama ha ancora abbracciato la corte). Dieci anni dopo, la corte dell’Aia (da non confondere con la Corte internazionale di giustizia sulla ex Yugoslavia) non ha ancora emesso una sola sentenza, né concluso un solo processo. E il suo procuratore capo, Louis Moreno-Ocampo, da stella umanitaria è diventato una sorta di ingombrante imbarazzo. Ocampo doveva essere la speranza di questa “nuova era del diritto”. Argentino, culturalmente lontano (e avverso) agli Stati Uniti, con una fama di magistrato al processo di Buenos Aires contro la giunta militare argentina, e poi ancora avvocato di Diego Maradona, delle vittime del criminale di guerra Erich Priebke, infine consulente dalla Banca mondiale e professore a Stanford e Harvard, Ocampo è ricordato soprattutto per le photo opportunity scattate a Davos al fianco di Bill Clinton, Angelina Jolie, Michael Douglas, Bono e sir Richard Branson. “I prossimi anni ci diranno se la Corte penale internazionale sia un successo o un fallimento”, aveva scandito nel 2007 Juan Méndez, presidente dell’International Center for Transitional Justice.
“Se finisce con un paio di processi e una ventina di mandati di cattura, la fame di giustizia internazionale svanirà completamente”. Quattro anni dopo Méndez forse sarebbe persino più severo con il primo tribunale mondiale permanente incaricato di perseguire i crimini di guerra e contro l’umanità. Sarebbe dovuto bastare lo spettacolo triste del processo a Slobodan Milosevic per capire il fallimento politico della giustizia moralmente superiore. Il fallito tentativo del giudice Baltasar Garzón di mettere sotto processo il generale Augusto Pinochet, quando il Cile da tempo tornato alla piena democrazia aveva ritenuto di non dover incriminare l’ex dittatore, le minacce di incriminazione da parte del governo del Belgio nei confronti del premier israeliano Ariel Sharon, la condanna del barriera di sicurezza israeliana, avrebbero poi confermato quale fosse il vero handicap di questa giurisdizione universale in materia di diritti umani, genocidi e crimini contro l’umanità: è il pregiudizio politico. Che fa strillare se si tratta dell’uomo forte cileno o del generale di Sabra e Chatila, ma sempre glissa su Fidel Castro, Robert Mugabe, Saddam Hussein. Adesso tocca al colonnello Gheddafi, contro il quale è stato spiccato un mandato di cattura da parte del procuratore dell’Aia, l’argentino Ocampo. Sarà un giudice italiano della celebre corte, Cuno Tarfusser, a imbastire il caso contro il colonnello libico.
A commentare il mandato d’arresto sul Wall Street Journal è stato l’ex ambasciatore all’Onu, John Bolton, storica nemesi del tribunale: “La corte non farà giustizia, perché è una delle istituzioni più illegittime al mondo. La corte è stata debole e inefficace, agendo come tribunale europeo per i misfatti africani. I sostenitori della corte teorizzano che preverrà crimini futuri. La realtà dice l’estatto contrario”. Ma a criticare l’Aia sono adesso anche i liberal. Sul Guardian, un giornale che ha sempre difeso l’operato e la funzione della corte, è stato appena pubblicato un articolo a firma di Joshua Rozenberg, esperto legale della testata: “Il procuratore Ocampo è il miglior regalo a chi si oppone alla corte internazionale”. Alla fine del suo mandato tra pochi mesi Ocampo probabilmente avrà processato un solo imputato: Israele. Anche il magazine americano Foreign Affairs si è appena domandato in un lungo dossier: “Chi ha paura della corte penale internazionale?”. Il settimanale The Economist ha appena scritto: “La corte penale internazionale ha perso credibilità”.
Il giurista Jemermy Rabkin, della Cornell University, ha spiegato che “giustizia internazionale è un mero slogan europeo per controbilanciare la potenza americana”. A giustificazione di questa tesi c’è il fatto che oltre il sessanta per cento del budget della corte penale proviene dall’Unione europea. Nina Shea, che dirige il Centro per la libertà religiosa dell’Hudson Institute, su National Review ha scritto che “il ricorso alla Corte penale internazionale ha completamente fallito”. E su Weekly Standard il giurista Michael Chertoff, coautore del Patriot Act (appena riconfermato da Obama) ed ex segretario alla Homeland Security, ha scritto che “la corte penale internazionale è anche peggio di quanto i suoi critici hanno detto”. Il tribunale sulla ex Yugoslavia aveva compiuto gravi errori procedurali nel caso di Milosevic, come permettere a imputati del suo calibro di difendersi da soli. L’ex dittatore serbo, per nulla intimorito, aveva trasformato il processo in uno show a suo favore. Dubbi sono stati sollevati anche per il processo a Radovan Karadzic, leader dei serbi di Bosnia.
Congo, Sudan e Uganda, ma anche Kenya, sono i casi attualmente in piedi alla corte dell’Aia che si stanno già arenando. “La corte non è riuscita a completare nemmeno un processo”, scrive Foreign Affairs. “Il sospettato di maggior profilo, il presidente sudanese Omar al Bashir, si è sottratto all’arresto”. Il professor Alex de Waal, che insegna ad Harvard e ha iniziato a interessarsi alla regione del Darfur ben prima che divenisse la causa di George Clooney e Nicholas Kristof, ha definito il mandato d’arresto contro Bashir un “coup de théâtre”. Un colpo di scena. Tetrale ma inutile, forse persino dannoso. Quanto a Ocampo, il professore di Harvard taglia corto: “E’ un uomo che diminuisce più ci si avvicina”.
La Corte penale internazionale ha una giurisdizione molto ampia, ma una autorità intrinsecamente fragile e la sua efficacia dipende dalla cooperazione dei governi. Sei anni dopo che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha denunciato la situazione in Sudan, alla corte penale internazionale non c’è ancora un sospettato in custodia. In casi delicati che riguardano gli Stati Uniti, come la denuncia dell’Iran per l’attacco ad alcuni pozzi petroliferi durante il governo di Khomeini o il procedimento del Nicaragua contro Washington, per la guerriglia dei contras, all’Aia si è visto bene di condannare gli Stati Uniti. Il procuratore Ocampo ha anche lasciato presagire inchieste sull’operato delle forze militari americane in Afghanistan: “Studierò possibili crimini di guerra commessi da soldati statunitensi”, ha detto il magistrato argentino. L’ex presidente americano George W. Bush nel 2002 fu costretto a promulgare l’American Service Members Protection Act, noto anche eufemisticamente come “L’invasione dell’Aia”, per proteggere soldati americani dai mandati d’arresto della corte.
La famosa lentezza e miopia dei magistrati dell’Aia svanisce non appena si tratta di Israele. La corte internazionale di giustizia ha condannato Gerusalemme per aver eretto un muro di difesa del proprio territorio dagli attacchi terroristici palestinesi. La questione posta alla corte non verteva sull’atrocità del terrorismo arabo ma sulla legittimità e la legalità della barriera difensiva. La corte Onu, insomma, non ha tenuto conto del diritto israeliano alla sicurezza né del fatto che dopo la costruzione della barriera-muro gli attentati terroristici sono diminuiti drasticamente. C’è un’altra stranezza che denota il pregiudizio antisraeliano. La corte solitamente si prende un paio d’anni per affrontare anche le più urgenti questioni all’ordine del giorno, come per esempio la causa di genocidio intentata dai bosniaci contro i serbi. Nel caso di Israele in due mesi la decisione era già pronta. A fine luglio del 2004, è arrivata anche una risoluzione dell’Assemblea Generale che ha chiesto a Israele di smantellare il muro e di pagare i danni. Questa giustizia dell’Aia è diventata anche una macchina dispendiosa.
Ci sono milleduecento persone impiegate all’uopo alla corte, un budget annuale di cento milioni di dollari, la spesa numero due dell’Onu dopo le truppe peacekeeping, un budget monumentale per appena sette processi in corsi, cinque appelli e tre casi in preparazione. A differenza della Corte di Norimberga, quella dell’Aia non può però erogare condanne a morte e neanche in contumacia. Però può pubblicare i risultati delle indagini, e anche emanare mandati di cattura internazionali. Poca cosa per fermare davvero le stragi in corso. David Hoile dell’Africa Research Center ha appena pubblicato un libro dal titolo emblematico: “The International Criminal Court: Europe’s Guantanamo Bay?”.
E’ un micidiale atto d’accusa garantista contro il tribunale dell’Aia, documentato e circostanziato nei fatti e nelle sentenze, negli uomini e nei finanziamenti. “La corte ha prodotto testimoni che hanno ritrattato la propria testimonianza quando sono finiti sul banco del tribunale”, scrive Hoile. “La corte penale internazionale sta diventando sempre più oggetto di derisione”. Nella republica democratica del Congo sono morte quasi cinque milioni di persone dal 1998, a seguito di conflitti fra singori della guerra e forze governative. Nessuno è mai stato portato in giudizio all’Aia. Come nessuno ha ancora dovuto rispondere dei duecentomila morti e quasi due milioni di sfollati che in Uganda ha causato Joseph Kony con il suo Lord’s Resistance Army. Nella repubblica del Centrafrica c’è un solo sospettato, Jean-Pierre Bemba Gombo, mentre in Darfur sono stati spiccati invano mandati d’arresto per Ahmed Harun, ex ministro degli Interni sudanese, e Ali Kushaib, a capo delle forze sterminatrici Janjaweed. Anche il caso kenyota è rivelatorio. Ocampo aveva aperto una inchiesta sulle violenze post-elettorali del 2007, che avevano causato la morte di un migliaio di persone.
Il procuratore aveva chiesto l’arresto dell’ex ministro delle finanze e dell’ex capo della polizia. Il parlamento di Nairobi ha risposto chiedendo l’uscita del paese dal trattato di Roma su cui si basa la corte dell’Aia. Human Rights Watch ha anche più volte criticato la qualità dei magistrati chiamati a gestire la giustizia internazionale all’Aia, accusando l’istituzione di essere un buen ritiro legale, più che una effettiva corte penale. Un caso da manuale è stato il giapponese Fumiko Saiga, nominato giudice nel 2007 senza avere alcuna esperienza giuridica (era stato semplicemente ambasciatore presso Norvegia e Islanda). Il tribunale dell’Aia inoltre è tutt’altro che rappresentativo della composizione internazionale. Stati Uniti, Russia, Cina, Indonesia, India e Pakistan non ne fanno parte, per cui la corte rappresenta appena il 27 per cento della popolazione mondiale.
Hoile spiega così Ocampo: “Un disastro per la legge internazionale, un disastro per gli europei che hanno investito tanto tempo e denaro nella Corte, e più acutamente un disastro per l’Africa”. John Rosenthal sulla Policy Review è stato altrettanto impietoso: “La corte rappresenta la negazione dei principi classici del diritto internazionale dell’Onu. E’ un tribunale canaglia”. Dieci anni di mediatiche “inchieste”, annunci di mandati di cattura, un miliardo di dollari spesi, una serie di giaculatorie umanitarie, ma zero processi. E’ il tribunale permanentemente inutile dell’Aia.

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29 maggio 2011

Dal G8 fondi per l'Egitto. Un 'premio' per l'apertura del valico di Rafah ?

Cronaca di Maurizio Molinari. Ibrahim Refat cerca di minimizzare le conseguenze

Testata: La Stampa
Data: 27 maggio 2011
Pagina: 18
Autore: Maurizio Molinari - Ibrahim Refat
Titolo: «Il nuovo Egitto apre la frontiera di Gaza»

Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 27/05/2011, a pag. 18, l'articolo di Maurizio Molinari dal titolo "  Obama-Sarkozy. Soldi e sostegno alle rivolte arabe", a pag. 19, l'articolo di Ibrahim Refat dal titolo "  Il nuovo Egitto apre la frontiera di Gaza", preceduto dal nostro commento.
Ecco i due articoli:

Maurizio Molinari - "  Obama-Sarkozy. Soldi e sostegno alle rivolte arabe"


Maurizio Molinari, Barack Obama

Barack Obama e Nicolas Sarkozy spingono il G8 a varare il sostegno economico alle rivolte arabe e premono per la linea dura contro i dittatori, ma l’ostacolo da superare è la Russia, che si mostra più disponibile a cooperare sull’assedio a Muammar Gheddafi anziché sulle sanzioni contro Bashar Assad, suo stretto alleato. I leader di Stati Uniti e Francia si muovono in sintonia, con azioni convergenti. Obama presenta la «partnership economico-commerciale » con Egitto e Tunisia, le uniche nazioni arabe dove finora le rivolte hanno prevalso, per incentivare ovunque le riforme, e il summit la approva, assieme alla disponibilità del Fmi di elargire 35 miliardi di prestiti. Sarkozy guida le trattative sull’affondo contro i dittatori che fanno strage di cittadini. Il capo dell’Eliseo redige una bozza di condanna dei leader di Damasco colpevoli di «ricorrere a forza e intimidazioni contro i civili» che include anche sanzioni contro Assad e consiglia al colonnello libico Gheddafi di «andarsene in fretta» perché «prima lascia il potere più potrà scegliere la destinazione». Ovvero, la finestra di tempo per negoziare l’esilio sta per chiudersi. FraUsa e europei l’intesa è solida. «Con il britannico David Cameron andiamo mano nella mano» riassume Sarkozy. Anche il premier giapponeseNaoto Kan converge durante il bilaterale con Obamamentre il nodo da sciogliere è russo. Il Presidente Usa incontra Dmitry Medvedev cercandone il consenso sull’approccio complessivo alle rivolte arabe. Ciò che più conta è reclutare il Cremlino nelle pressioni su Gheddafi perché le posizioni russe a favore di un dialogo diretto fra regime e ribelli vengono considerate dalla Nato ossigeno per il Colonnello assediato. Mike McFaul, consigliere sulla Russia della Casa Bianca, spiega: «Il Presidente ha parlato conMedvedev sull’importanza di rompere l’impasse in Libia, ma non posso rivelare i dettagli». Poiché la Russia è uno dei maggiori fornitori d’armi di Tripoli sin dalla Guerra Fredda, Obama vuole che Medvedev giochi questa carta per spingere Gheddafi a lasciare il potere. È un fronte sul quale McFaul vede delle aperture russe,mentre sulla Siria l’atmosfera è tutt’altra perché Assad è l’alleato arabo più importante di Mosca. «La Russia ha buone relazioni con molti Paesi, in Nord Africa e Medio Oriente, che possono risultare utili a promuovere le riforme» sottolinea Ben Rhodes, consigliere strategico di Obama, limitandosi ad auspicare la partecipazione di Mosca a una «vasta coalizione per aumentare la pressione sul regime siriano». Il linguaggio cauto cela la difficile limatura del testo anti-Assad: Mosca si oppone a nominarlo direttamente. D’altra parte Medvedev ha parlato al telefono proprio con Assad prima di arrivare al G8, attestando l’esistenza di un legame privilegiato. Anche sul piano di sostegno economico a Egitto e Tunisia, Obama vuole coinvolgere Medvedev affinché l’approvazione del piano abbia il massimo impatto, e qui l’assenso arriva senza esitazioni. Nel complesso, Obama punta ad allargare alla Russia la strategia Usa-Ue per favorire le riforme arabe. I dodici accordi bilaterali firmati - dal Nagorno-Karabakh al regime dei visti - confermano la volontà di consolidare le relazioni su più fronti dopo la ratifica dello Start.Ma su tale strada si frappongono due difficoltà di rilievo. È McFaul a descriverle: l’adesione della Russia all’Organizzazione mondiale del commercio bloccata dal veto della Georgia, e il sistema antimissile della Nato. A tale proposito McFaul spiega che «sono in corso tre negoziati paralleli,militari e politici, ma il problema è che loro temono il posizionamento in Europa di intercettori che in futuro potrebbero minacciare i missili intercontinentali russi: alla base c’è un problema di fiducia». Medvedev lo riassume così: «L’intesa sulla difesa antimissile? Forse avverrà fra i leader del 2020».

Ibrahim Refat : "  Il nuovo Egitto apre la frontiera di Gaza"


Fratelli Musulmani

Il nuovo Egitto 'democratico', dopo aver permesso ad alcune navi da guerra iraniane di attraversare il Canale di Suez, ha annunciato l'apertura del valico di Rafah. Una pessima notizia per Israele, ottima per i terroristi di Hamas.
Non c'è da stupirsi, visto lo stretto legame fra Hamas e Fratelli Musulmani.
A stupire, invece, è la linea adottata dalla Stampa. Il pezzo di Refat cerca, senza riuscirci, di minimizzare le conseguenze derivanti dall'apertura del valico. Hamas potrà ricevere armi e tutto ciò di cui ha bisogno per attaccare Israele. La Striscia di Gaza, contrariamente a quanto scrive Refat, non è sotto assedio. Semplicemente Israele controlla ciò che entra ed esce, per difendersi dagli attentati dei terroristi. Se Hamas non cercasse di cancellare lo Stato ebraico e non lanciasse razzi, non ci sarebbe bisogno di controlli così stretti e severi.
Ma, nell'articolo di Refat, non c'è traccia dei razzi di Hamas contro la popolazione israeliana, come mai?
Questo è il nuovo Egitto 'democratico' al quale il G8 vorrebbe dare dei finanziamenti. Uno Stato che appoggia i terroristi di Hamas contro Israele può essere definito democratico?
Ecco l'articolo:

La giunta militare al potere in Egitto dopo la caduta di Mubarak ha deciso di riaprire inmodo permanente il valico di Rafah, nell’estremo Sud della Striscia di Gaza, a ridosso del confine egiziano. La decisione ha scatenato contrastanti reazioni fra Hamas e Israele, che impone un blocco alla striscia di Gaza dal 2007. Per Hamas si tratta di «una scelta coraggiosa e positiva in pieno accordo con il sentimento dell’opinione pubblica egiziana, palestinese e araba». Per il vicepremier israeliano, Silvan Shalom, la riapertura del valico, invece, «rappresenta uno sviluppo pericoloso che può favorire l’ingresso di armi e di membri diAlQaeda». Tra gli obiettivi del Cairo c’è anche quello di accelerare la riconciliazione tra il presidente Abu Mazen e Hamas. Obiettivo che non viene smentito dalle autorità egiziane, che hanno confermato che intendono in questo modo mettere fine alle divisioni fra i palestinesi e completare il processo di rappacificazione. Un altro obiettivo non dichiarato dal Cairo, invece, è quello di distanziarsi dalla politica impopolare dell’ex regime di Hosni Mubarak. Per tutti questi anni l’ex raiss aveva collaborato con Israele al mantenimento dell’assedio alla Striscia di Gaza. Naturalmente il valico di Rafah non sarà un colabrodo, come sostiene Israele. Sarà aperto su base giornaliera dal 7 alle 17 tutti i giorni salvo i giorni festivi e le festività nazionali sotto gli occhi vigili dei mukabarat (l’Intelligence egiziana). I palestinesi maschi sotto i 18 anni e sopra i quaranta saranno esentati dal visto d’ingresso, stesso trattamento sarà riservato alle donne di tutte le età. E al contrario la riapertura del valico potrebbe ridurre il proliferare di tunnel sotterranei utilizzati in questi anni per il contrabbando di merce e armi fra Gaza e l’Egitto. Alle reazioni negative di Israele ha risposto, dal G8 di Deauville, il capo negoziatore dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Saeb Erekat, che ha accusato Gerusalemme di agire in modo da rendere impossibile la soluzione dei «due Stati per due popoli» chiesta dal presidente americano Barack Obama. Erekat ha condannato la costruzione di 60 nuovi alloggi per coloni a Gerusalemme Est.

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29 maggio 2011

Occidente e rivoluzioni nel mondo arabo. Per ora nessuna strategia efficace

Analisi di Daniele Raineri, Luigi De Biase

Testata: Il Foglio
Data: 27 maggio 2011
Pagina: 5
Autore: Daniele Raineri - Luigi De Biase
Titolo: «Provarle tutte con gli arabi»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 27/05/2011, a pag. I, l'articolo di Daniele Raineri e Luigi De Biase dal titolo " Provarle tutte con gli arabi ".


Daniele Raineri, Luigi De Biase

Le bombe non smuovono il colonnello. Il 19 marzo, venti caccia decollati dalla Francia meridionale hanno attraversato il cielo della Libia colpendo quattro carri armati che muovevano dalla città contesa di Misurata verso Bengasi, la capitale dei ribelli che si oppongono a Muammar Gheddafi. Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha dato notizia dell’attacco al termine di una riunione con i rappresentanti degli Stati Uniti e di molti alleati europei – si dice che il suo annuncio abbia creato imbarazzo fra i paesi che, pochi minuti prima, avevano stabilito le regole per fermare l’esercito di Gheddafi. E’ cominciata così la guerra di Libia, l’unico, massiccio intervento militare dell’occidente nella stagione delle rivolte arabe. Negli altri casi, l’Europa e gli Stati Uniti hanno cercato soluzioni alternative – senza avere sempre fortuna. La comunità internazionale ha scelto di usare le maniere forti con il rais libico e lo ha fatto subito. Le proteste sono cominciate alla fine di marzo; in poco tempo, i ribelli hanno preso il controllo di Bengasi, nella parte orientale del paese, e hanno proclamato un governo autonomo. Gheddafi li ha accusati di essere “terroristi” e ha minacciato di “stanarli casa per casa”. E’ stato allora che il presidente americano, Barack Obama, ha messo da parte i toni pacati con i quali aveva seguito le rivolte in Egitto e in Tunisia e ha chiesto al colonnello di lasciare il potere. Francia e Gran Bretagna, i due grandi sponsor di questa campagna, hanno tradotto in fatti l’appello della Casa Bianca: prima con una risoluzione del Consiglio di sicurezza che permette di difendere i civili dagli uomini di Gheddafi, poi con una serie di attacchi contro le basi militari del rais. Il passaggio è stato così rapido che ha colto di sorpresa le diplomazie impegnate nella soluzione del conflitto. Risultato: i raid hanno distrutto l’esercito di Gheddafi, ma i ribelli non sono ancora riusciti a sconfiggerli sul terreno; il rais è probabilmente in fuga, ma Tripoli è ancora sotto il suo controllo; molti paesi dell’occidente hanno riconosciuto il Consiglio di Bengasi, ma non possono interrompere le trattative con il vecchio regime – proprio ieri, fonti del governo hanno chiesto la fine dei bombardamenti e hanno dato la propria disponibilità alle trattative. Dalla guerra per difendere i civili, si è passati alla guerra per distruggere di Gheddafi. Che, adesso, potrebbe anche essere incriminato alla Corte dell’Aja per crimini contro l’umanità.

I soldi non convincono Saleh. In Yemen la comunità occidentale ha provato a controllare il presidente Ali Abdullah Saleh grazie a una fitta e avvolgente rete di mediazioni e finanziamenti, organizzata su più strati. Il primo strato è quello americano, parecchio sostanzioso: più cresce l’allarme su al Qaida, più Washington manda denaro e ne promette ancora di più. La curva dei finanziamenti a fondo perduto arrivati dall’America negli ultimi dieci anni è una retta scagliata verso l’infinito: dai 400 mila stenti dollari in aiuti alimentari dell’anno 2000 si è passati ai 170 milioni di dollari soltanto in campo militare dell’anno corrente e ai 250 previsti per l’anno corrente – anche se adesso probabilmente la Casa Bianca ci sta ripensando. Il secondo strato è quello degli Amici dello Yemen, un’organizzazione di paesi creata dopo l’attentato al volo di Natale per Detroit nel dicembre 2009, tentato da uno studente nigeriano addestrato in Yemen. Gli Amici, di cui fanno parte anche l’Italia, la Gran Bretagna e l’Arabia Saudita, si sono impegnati a riempire di denaro le casse del governo di Sana’a, a patto che il governo si impegni a battere i terroristi di al Qaida. A dispetto della pioggia di soldi, per un paese che non ha più risorse a parte un rivolo di petrolio che si sta esaurendo, né l’Amministrazione Obama né gli Amici sono riusciti a sbrogliare la situazione. Gli studenti, i clan e mezzo esercito sfidano il regime trentennale del presidente e quello, dopo aver finto per tre volte di firmare la sua resa, è ancora lì. Ci ha provato anche il GCC, il Gulf Cooperation Council, il gruppo dei sei regni del Golfo, che con la benedizione dei paesi occidentali – ehi, hanno pensato nelle cancellerie, forse ascolteranno i loro vicini con più attenzione – ma non ha funzionato. Il risultato è che la protesta gandhiana e pacifica degli studenti sta lasciando il posto a una guerra civile fra i fedeli di Saleh e i clan armati fino ai denti.

Un miliardo non basta all’Egitto. Quando i giovani egiziani hanno preso le strade del loro paese per chiedere le dimissioni del presidente Hosni Mubarak, molti in occidente hanno pensato di trovarsi di fronte a una nuova Primavera di Praga. Anche il capo della Casa Bianca, Barack Obama, ha lentamente slacciato l’amicizia storica che legava Mubarak agli Stati Uniti e ha scelto di sostenere il cambiamento. Un ex ambasciatore, Frank Wisner, fu inviato al Cairo per convincere Mubarak a lasciare il potere con dignità, ma la sua missione durò poco: si disse che Wisner aveva rapporti troppo solidi con Mubarak e che trattava a nome proprio, non per conto della Casa Bianca. Le autorità militari dell’Egitto e i manifestanti radunati nel centro della capitale hanno impedito altre “interferenze straniere”, come furono chiamati allora i tentativi diplomatici americani. Insomma, l’occidente ha cercato d’insinuarsi nei meccanismi della rivolta, ha provato a sfruttare anche i buoni uffici della Turchia, uno dei leader della regione, ma ha dovuto rinunciare ai tentativi. Oggi si può dire che l’Europa e gli Stati Uniti sono stati esclusi dal processo che ha portato alla caduta di Mubarak, e che faticano a contenere i movimenti del nuovo Egitto. E questo avviene nonostante le promesse di Obama, che ha appena annunciato un piano di incentivi economici da un miliardo di dollari in favore del Cairo. I Fratelli musulmani, un gruppo che vuole portare in politica i principi dell’islam, potrebbero passare dalle prigioni alle poltrone del Parlamento. Il governo provvisorio ha rilanciato i rapporti con l’Iran – due mesi fa, una nave militare della Repubblica islamica ha attraversato il Canale di Suez per la prima volta dagli anni Settanta – e ora è pronto a riaprire il valico di Rafah, il passaggio che collega l’Egitto alla Striscia di Gaza. Secondo le fonti ufficiali, la svolta dovrebbe avvenire questa mattina alle 9. Il confine è chiuso dal 2007, l’anno in cui Hamas ha preso il potere a Gaza City. Questa operazione segna la vera rivoluzione dell’Egitto, sempre più lontano dagli interessi dell’occidente e di Israele. E avvantaggia soprattutto i terroristi di Hamas, che ora ha una valvola di sfogo lungo il confine meridionale della Striscia.

Le pressioni inutili sul Bahrain. Il sovrano del Bahrain, Hamad bin Isa al Khalifa, ha scelto la linea dura per stroncare sul nascere le proteste esplose nelle strade della sua capitale, Manama: squadracce di mercenari e di paramilitari arrivate dal Pakistan, perquisizioni nelle moschee sciite, nelle scuole e negli ospedali, ordine di aprire il fuoco contro qualunque tipo di manifestazione. Il Bahrain è un angolo di Penisola araba che ha una posizione strategica per gli equilibri della regione. Si affaccia sul Golfo persico, proprio di fronte all’Iran, e ospita la Quinta flotta della marina americana. Anche per questo l’occidente non ha fatto grandi pressioni su al Khalifa, che ha avuto il tempo necessario per reprimere le manifestazioni nelle sue piccole piazze e rilanciare la propria autorità sul paese. Grazie anche al sostegno militare dei vicini sauditi, che gli hanno fornito armi e uomini contro gli oppositori.

Le sanzioni e il massacro siriano. In Siria l’occidente ha provato a fare pressione sul regime di Bashar el Assad con lo strumento più aggressivo di cui dispone, eccetto i bombardamenti: le sanzioni. Ha congelato i beni del rais e dei suoi gerarchi all’estero – o meglio, in Europa e negli Stati Uniti – e ha minacciato di applicare sanzioni anche più dure. Nessuno s’azzarda anche soltanto a pensare a pressioni di tipo militare su Damasco: l’area è al centro della polveriera mediorientale, la sua destabilizzazione coinvolgerebbe Israele, sempre a rischio aggressione, farebbe saltare l’equilibrio su cui si regge precariamente il Libano, trascinerebbe con se anche l’Iraq vicino di confine – c’è un traffico virulento di estremisti tra i due paesi. E farebbe scattare la reazione imprevedibile dell’Iran. Ma le misure economiche non stanno salvando la rivolta dei siriani. Il regime è in vantaggio, gli oppositori stanno perdendo la loro determinazione. Dopo quasi mille e cento morti – secondo le fonti locali, perché tutti i giornalisti stranieri sono stati cacciati, alcuni anche imprigionati per settimane – dopo i carri armati in azione contro i cortei, dopo le fosse comuni, oggi potrebbe essere l’ultimo venerdì di protesta, l’ultimo appuntamento per una protesta che non riesce a prevalere sulla ferocia del fratello generale del presidente, Maher el Assad. Il regime sa che davanti alle fiammate della maggioranza sunnita le sanzioni americane ed europee sono un problema secondario, e in fondo c’è tutto il resto del mondo per muovere le proprie ricchezze e fare affari. A cominciare dalla Russia, tradizionalmente vicina a Damasco, e alla Cina, a cui delle repressioni brutali contro i dissidenti interni non potrebbe importare di meno.

Fare tutto da soli in Arabia Saudita. L’occidente non osa nemmeno suggerire al regno dei Saud il modo giusto di comportarsi con le proprie frange di dissidenti. La monarchia è furiosa per il voltafaccia di Washington, che ha abbandonato al risentimento della piazza il presidente egiziano Mubarak, alleato comodo per tanti anni, e ora non accetta consigli – al punto da sbattere la porta in faccia al segretario di stato americano, Hillary Clinton, a cui è stata rifiutata una visita ufficiale. Re Abdullah ha coperto con generosissime misure di welfare – finanziate dai petrodollari – le classi più bisognose del paese, ha minacciato di conseguenze gravissime i pochi insistenti che hanno provato a manifestare e non è stata sfiorato, per ora, da i problemi che stanno travolgendo gli altri autocrati. E’ il solo modello arabo che per ora funziona, nel senso che si capisce con chiarezza chi doma e chi è domato, che cosa succede e che cosa succederà. E non è un caso che l’occidente ne sia stato completamente estromesso.

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28 maggio 2011

Primavera araba .... d'EGITTO! Test di verginità al Cairo: inizia l'era dei Fratelli Musulmani in Egitto

 

       

fratellimusulmaniLo dicevamo fin da quando è iniziata la rivoluzione in Egitto: dietro ci sono i fondamentalisti. Nessuno ci ha ascoltato e oggi, quando Amnesty International denuncia torture e test di verginità sulle donne egiziane, ci si stupisce?

di Souad Sbai


È iniziata l'era dei Fratelli Musulmani in Egitto. È ormai chiaro che l'oscurantismo ha preso in mano il potere al Cairo e le parole di Al Qaradawi in piazza ne erano la prova inconfutabile.

Amnesty denuncia che il 9 marzo in piazza Tahrir i militari hanno arrestato circa diciotto donne, che hanno poi riferito ad Amnesty stessa di essere state picchiate, sottoposte a scariche elettriche, obbligate a farsi fotografare nude dai soldati e infine costrette a subire un "test di verginità". Quelle che non fossero risultate vergini, sarebbero state incriminate per prostituzione.

Ecco la realtà egiziana sotto la cappa opprimente degli estremisti. È allucinante che in Italia ancora si assoldino falsi bloggers o presunti inviati per raccontare qualcosa che non esiste, una primavera araba che non è mai sbocciata: questo sarà il grande inverno per i paesi arabi.

La figura della donna verrà schiacciata senza pietà come da copione. E la Comunità Internazionale ha lasciato sole le donne arabe, umiliate ed emarginate come non mai. Cosa aspettiamo? Dobbiamo vedere lapidazioni di donne in piazza per renderci conto di quello che sta succedendo?
 

 




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28 maggio 2011

Israele, l'importanza di avere confini sicuri

Analisi di Alan D. Baumann

Testata: L'Opinione
Data: 26 maggio 2011
Pagina: 6
Autore: Alan D. Baumann
Titolo: «Campane a morto per uno Stato»

Riportiamo dall'OPINIONE del 25/05/2011, l'articolo di Alan D. Baumann dal titolo " Campane a morto per uno Stato ".

Sullo stesso argomento, invitiamo a guardare il video in Home Page, o nell'archivio di IC (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=&sez=270&id=37528).

Non basta gettare uno sguardo al di là del Mediterraneo per trarne delle conclusioni. La pace si costruisce mattone dopo mattone. Non è sufficiente imporre ad Israele di tornare ai confini del 1967 per stabilire la vita eterna di due Stati. Con quelle frontiere Israele sarebbe un facile boccone per l’estremismo arabo.
L’ANP di Abu Mazen ha instaurato un primo accordo con i terroristi di Hamas (come chiamare altrimenti chi lancia centinaia di razzi contro dei civili e tiene prigioniero dal 25 giugno 2006 il soldato franco israeliano, Shalit)? La stessa Hamas dichiara di non voler mai riconoscere Israele, auspicandone la distruzione (questo è il primo articolo della sua “costituzione”).

Hamas sta approfittando dell’uccisione del “pacifista” Arrigoni da parte di un gruppuscolo salafita, che guarda caso è stato immediatamente scoperto. Su certa stampa qualcuno si è congratulato con le milizie di Hamas che hanno rapidamente svolto le indagini ed ucciso gli assassini di Arrigoni.
Come dire che il bravo è colui che scopre gli assassini di un italiano, nonostante sia lui stesso uno spietato assassino di bambini, donne ed innocenti, che essendo israeliani contano ben poco.
Pacifista non è colui che si schiera contro qualcuno per stare a favore di qualcun altro (che per di più è un terrorista).

Alcune testate giornalistiche, dopo il recente incontro tra i presidenti degli Stati Uniti e di Israele, hanno scritto che Obama, rivolgendosi al collega israeliano Netanyahu, ha espresso un desiderio che è sembrato un ordine: tornare ai confini del 1967. Due giorni dopo, lo stesso presidente americano ne dava la giusta lettura sottolineando che bisognava ridisegnare dei giusti confini tra i due futuri vicini di casa, non tornare a prima della Guerra dei Sei Giorni.
Con lui alla Casa Bianca, non cambiava affatto l’atteggiamento statunitense nei confronti dell’alleato mediorientale per eccellenza e che non ha mai pensato ad un’interpretazione che poteva venir giudicata come un contentino (almeno a parole) alla succube politica filo petrolifera dell’Europa ed ovviamente a quella filo araba dell’ONU.

Parliamo di quelle Nazioni Unite dove la Libia è stata fino ad un paio di mesi fa alla Presidenza del Comitato per i Diritti Umani e che poi, forse perché è stato chiaro agli occhi del mondo che Mr. Gheddafi and family massacravano anche il loro stesso popolo, è improvvisamente decaduta dall’incarico.
Spesso le United Nations sembrano un protettorato arabo.
Questa è la novità di questi ultimi mesi: qualcuno si rende conto che i Paesi arabi sono retti da oligarchie e dittature che reprimono nel sangue i desideri di libertà dei propri sudditi. Certamente, da qui a scorgere che l’unico Paese democratico si chiama Israele fa rigirare la bile a molti, tanto è che in pochi hanno sottolineato che la condanna inflitta al ex Presidente dello Stato, Moshe Katsav – pari a sette anni di carcere, due di libertà vigilata e 28 mila euro circa di spese processuali da pagare – è stata decretata da uno staff di giudici capeggiato da uno arabo.
L’accusa era di violenza sessuale per aver abusato per ben due volte di una sua dipendente e per questo c’è stato un giusto processo. Lì la legge è uguale proprio per tutti ed è sempre presente.
Ma non divaghiamo e torniamo all’interpretazione della frase di Barack Obama.

E’ necessaria una rapida rilettura della situazione geografica del vicino Oriente, per rammentare che parti del Libano, della Siria e della Giordania e l’intera Israele, sono Stati creati nel XX Secolo a disgregazione prima dell’Impero Ottomano, successivamente del protettorato britannico sulla Palestina, ovvero su quella enorme regione chiamata così dopo l’invasione delle terre dell’antica Iudea da parte dei Romani.
Ai paesi elencati prima c’è anche un minuscolo pezzo d’Egitto: la striscia di Gaza. Rammentiamo che in quelle terre, la presenza delle tre religioni monoteiste è sempre stata presente, sebbene i principali Paesi arabi abbiano annientato o cacciato le antiche comunità ebraiche (come poco a poco tentano di fare con quelle cristiane).
Oltretutto va obbligatoriamente ricordata la Dichiarazione Balfour del 1917 che prevedeva praticamente la creazione di due stati: uno “ebraico” ed uno arabo. Proprio gli arabi rifiutarono dopo la Seconda Guerra Mondiale questa spartizione, per il loro poco velato antiebraismo che aveva dato durante la Seconda Guerra Mondiale un forte appoggio alle truppe tedesche di Hitler e la condivisione dell’ideale di sterminio, soprattutto da parte del Gran Mufti di Gerusalemme (zio di Yasser Arafat).

Vale qui il concetto primario del moderno Stato di Israele rappresentato da una sola parola: “sicurezza”.
Senza questa, non può sopravvivere uno Stato e più che corretto appare logico pensare che se qualcuno invia quotidianamente fior di razzi su di una città, una cosa è che lo faccia da 40 km, tutt’altra che invece prenda la mira da dietro l’angolo.
Basta guardare la Siria, di cui Bashar al-Assad è il presidente designato dal padre e alla stregua di Gheddafi, reprime con la violenza i desideri di libertà del suo popolo. Restituire le Alture del Golan potrebbe significare spianare la strada alle truppe siriane e certamente avvantaggiare gli Hezbollah che dal Sud del Libano e con armi direttamente arrivate da Iran e Siria (nonostante il presunto controllo delle forze Onu italo-francesi), gareggiano per crimini contro l’umanità con Al Qaeda e Hamas.
Bisogna rammentare che se le città palestinesi continuano a chiamarsi “campi profughi” è solo perché gli uomini al potere evitano di rendere accettabile la vita del popolo dandone la colpa esclusivamente ad Israele ed agli ebrei di tutto il mondo. Israele se ne è andato unilateralmente da Gaza e la vita dentro la Striscia dipende esclusivamente da Hamas.
La vedova di Arafat vive indisturbata con tutti i soldi che, per decenni, europei ed altri Paesi consenzienti hanno elargito per il popolo.
Nulla è cambiato da quando la mitica Golda Meir disse: “la pace arriverà quando gli arabi ameranno più i loro bambini di quanto odino noi”.
E’ un martello continuo quello che si insegna nei Paesi arabi, tanto è vero che fra le prime frasi dette da alcuni ribelli libici a dei giornali occidentali si legge: “Gheddafi usa carri armati israeliani… sua madre era ebrea…”, anche l’Egitto ha immediatamente permesso a due navi da guerra iraniane di attraversare il Canale di Suez ed entrare nel Mediterraneo ed ha chiuso l’oleodotto diretto verso Israele.

Sono molteplici i problemi che potranno svilupparsi da queste giuste ribellioni dei popoli del Medio Oriente. Anzitutto bisognerà senz’altro scrutare se fra le nuove coalizioni al potere si celeranno una o più organizzazioni fanatiche e terroristiche; altre questioni riguarderanno dapprima Israele e poi altri Paesi: farne ricadere le colpe (di queste sommosse, ndr) potrebbe far ritrovare l’unità di alcune masse e formare delle nuove grandi coalizioni arabe che potrebbero organizzare delle grandi rivolte indirizzate questa volta sui Paesi occidentali, da diversi fronti e sotto tante forme e camuffamenti.
Non soltanto quello classico del ricatto petrolifero, del gas, o di altre risorse.
Certo è che se prima si facevano affari con i Mubarak (o con parenti stretti) ora si continuerà a farne con altri Mubarak (ed altri suoi affini). Cambierà solo il peso di trattativa e di acquisto dei Paesi occidentali presenti nei conflitti.

Si è dato infine poco credito all’annuncio di Abu Mazen, Presidente dell’ANP, che intende proclamare a settembre all’ONU, la nascita dello Stato di Palestina. Dovrebbero anzitutto nascere geograficamente due stati palestinesi: uno a Gaza ed uno in Cisgiordania e lasciamo indovinare con chi in mezzo.

Il presidente degli Stati Uniti ha bocciato l’eventuale richiesta palestinese, spiegando anche che l’accordo tra Fatah e Hamas minaccia la pace nella regione, almeno fino a quando non verrà riconosciuto lo Stato di Israele e non termineranno gli attacchi terroristici.
Molte parti in causa sarebbero felici se nascesse la Palestina ed eccone i motivi: anzitutto i fautori della pace, fra i quali gran parte dell’elettorato israeliano; poi coloro che non si fidano dei palestinesi ma ammettono che “se oggi l’opinione pubblica vede il popolo palestinese come una vittima, nel caso dell’invio di un missile su di una città israeliana dallo stato palestinese, significherebbe la guerra fra due stati, senza più dover sopportare delle infamanti accuse rivolte unicamente contro Israele.
Allora finalmente potrebbe difendersi, come ha fatto nelle innumerevoli guerre, la prima all’indomani della dichiarazione di indipendenza nel 1948.
Nel caso di un attacco da parte di uno Stato terroristico, tornerebbe in mente un’altra celebre frase di Golda Meir: ”O arabi, noi vi potremmo un giorno perdonare per aver ucciso i nostri figli, ma non vi perdoneremo mai per averci costretto ad uccidere i vostri“.

Questo Primo Ministro di Israele parlava di arabi, non di palestinesi. Questo perché fino al 1967 le truppe attaccanti lo Stato di Israele (non ”stato ebraico“ perché vi sono miriadi di cittadini di altre religioni, anche con cariche pubbliche) erano libanesi, siriane, giordane ed egiziane.
Chi ha fatto la pace con Israele non ha voluto indietro le proprie terre. Sarebbe corretto che gli arabi palestinesi, siano essi discendenti di giordani o egiziani, iniziassero a comprendere quali sono da sempre stati i loro veri nemici.

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