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30 aprile 2011

Terrorismo islamico, a Milano uno dei centri più pericolosi

Cronaca e intervista a Padre Samir di Andrea Morigi

Titolo: «Il centro islamico di Milano è il più pericoloso d’Europa - Il vero rischio sono i convertiti»

Riportiamo da LIBERO , a pag. 10, l'articolo di Andrea Morigi dal titolo " Il centro islamico di Milano è il più pericoloso d’Europa " e la sua intervista a padre Samir dal titolo " Il vero rischio sono i convertiti ", preceduta dal nostro commento.
Ecco i pezzi:

Andrea Morigi : " Il centro islamico di Milano è il più pericoloso d’Europa"


Andrea Morigi

Dieci luoghi al mondo rappresentano i punti caldi del terrorismo islamico. È una lista, diffusa da Wikileaks, in cui il Pentagono inserisce anche il centro culturale islamico di viale Jenner, a Milano. Più che una moschea, è il punto di riferimento di svariate reti del terrore che si sono succedute nel tempo, a partire dal gruppo del tunisino Essid Sami Ben Khemais, il veterano afgano - a cui fanno riferimento esplicito i Gitmo papers - che agiva con il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento per finire con il libico Mohamed Game, l’aspirante attentatore suicida che si lanciò contro al caserma Santa Barbara di Milano nell’ottobre del 2010. E, a Guantanamo, sono stati detenuti molti terroristi in contatto con i frequentatori del luogo di preghiera milanese, tra i quali Ridah Bin Saleh Al Yazid, Adel Ben Mabrouk e Lufti Bin Ali. Dal Dipartimento del Tesoro statunitense, il centro di viale Jenner era stato definito «la stazione principale di al Qaeda in Europa», utilizzata per «facilitare il movimento di armi, uomini e denaro in giro per il mondo». Nell’elenco, pubblicato dal New York Times, denominato Matrix of Threat Indicators for Enemy Combatants, in pratica un termometro che segnava il livello di pericolo relativo a ogni singolo detenuto del carcere statunitense di Guantanamo, compaiono anche altri luoghi dove si sono svolte le attività più efficaci di reclutamento di Al Qaeda. Tra questi l’Università islamica Abu Bakr e la moschea Makki di Karachi, in Pakistan; la moschea Al Khair di Sanaa, nello Yemen; l’Isti - tuto Dimaj, sempre nello Yemen; la moschea londinese di Finsbury Park e il Club Four Feathers Youth, nel Regno ::: LA LISTA IN ITALIA Per il Pentagono sono dieci i punti caldi del terrorismo islamico mondiale. Tra questi il centro islamico milanese di viale Jenner. NEL MONDO Gli altri sono l’Università islamica Abu Bakr e la moschea Makki di Karachi (Pakistan); la moschea Al Khair di Sanaa e l’Istituto Dimaj (Yemen); la moschea londinese di Finsbury Park e il Club Four Feathers Youth (Regno Unito); la moschea Laennec a Lione (Francia); la moschea Al Sunnah Al Nabawiah di Montreal (Canada) e la moschea Wazir Akbar Khan di Kabul (Afghanistan). Unito; la moschea Laennec, a Lione, in Francia; la moschea Al Sunnah Al Nabawiah di Montreal, in Canada e infine la moschea afgana Wazir Akbar Khan, a Kabul. Sono oltre 700 documenti pieni di informazioni «classificate », secondo il portavoce delle Forze Armate Usa Geoff Morrell e l’ambasciatore americano incaricato della chiusura di Guantanamo, Daniel Fried. Entrambi lamentano la fuga di notizie, che comprende le schede di numerosi detenuti e i relativi interrogatori, temendo un loro utilizzo da parte dei legali dei carcerati che saranno processati nella prigione cubana. Si tratta di documenti riservati, precisano, che non potranno essere sfruttati per mettere a punto le loro linee di difesa. Emergono tuttavia anche numerosi particolari sugli obiettivi e le strategie di attacco di al Qaeda, intenzionata a colpire gli Stati Uniti anche dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. A dirlo, sono gli stessi terroristi, bloccati prima di portare a termine il progetto e condotti a Guantanamo. Si trattava della cellula che faceva capo a Khaled Sheikh Mohammed, la mente degli attacchi all’America. Nei loro piani, era previsto l’utilizzo di armi di distruzione di massa. Uno di essi, Saifoullah Paratcha (un uomo d'affari di 63 anni tra gli attuali 172 detenuti di Guantanamo), pensava a come far entrare negli Usa del plastico nascosto fra indumenti per donne e bambini. In viale Jenner, ai tempi, non si progettava ancora la presentazione di una lista per le elezioni comunali di Milano. E nemmeno l’appoggio elettorale al candidato Giuliano Pisapia.

Andrea Morigi : " Il vero rischio sono i convertiti "


Samir Khalil Samir

Nel 2005, Padre Samir parlava della nascita di Israele come di una 'profonda ingiustizia' (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=6&sez=120&id=14865).  Lo pensa ancora ?
Ecco l'intervista:
 

Sembra utopistico auspicare che gli immigrati in Europa «non distruggano la cultura esistente, ma contribuiscano alla sua evoluzione integrando ciò che ècompatibile con essa, che è fondamentalmente costituita dalla cultura cristiana, quella dei diritti dell’uomo, della laicità come separazione dei diversi ambiti, e dei principi della Rivoluzione Francese». A esprimersi così è padre Samir Khalil Samir, gesuita egiziano, in Islam e Occidente. Le sfide della coabitazione (trad. ital., Lindau, pagg. 256 , 22 euro), che sintetizza così, conversando con Line Pillet, il suo pensiero su un’integrazione autentica. Da decenni, ormai, il religioso, che insegna all’Università Saint Joseph di Beirut, in Libano, si esercita nel tentativo di comporre opposti che storicamente si sono dimostrati inconciliabili, l’Illuminismo e il cristianesimo fra tutti, ma in una ricerca che rifiuta il relativismo etico e prosegue in un dialogo franco e aperto con gli interlocutori musulmani, di fronte ai quali ha il merito di non tacere quello che non gli pare condivisibile, allontanandosi così decisamente dall’irenismo di molti cattolici. Un avvertimento lo lancia anche agli occidentali:«Duesono dunquelecategorie di persone “pericolose”: da un lato gli europei convertiti e dall’altra gli imam. Questi sono davvero deleteri, non gli immigrati, che rappresentano più che altro facili vittime. Se non trovano lavoro o se finiscono in prigione verranno ben presto recuperati dagli imam radicali». Il tema centrale è il controllo dell’immigrazione: «Uno dei problemi dell’Europa, e su questo insisto, consiste nel non sapere come controllare questi imam prima del loro arrivo nel paese. Mi chiedo perché l’Euro - pa non pratichi controlli più severi», visto che«tutti,nel mondomusulmano,sanno che proprio gli imam sono persone a rischio, poiché esercitano un’autorità incontestabile su molti musulmani e poiché si sono formati nelle tradizioni islamiche più radicali». Questonon gli impedisce di individuare una convergenza con i musulmani, cioè «una formula nota ripresa da santa Giovanna d’Arco: “Messer Dio è il primo servito”. L’islam concorda pienamente su questa idea: il rispetto assoluto di Dio e la sua volontà prima di tutto. Il cristiano invece direbbe “la ricerca della volontà di Dio in tutte le cose prima di tutto”». Fra credenti, in effetti, è più facile il rispetto reciproco, che consente di indicare una strada a chi sta per iniziare una coabitazione con una società multiculturale: «Credo che la missione dei cristiani sia quella di fungere da intermediari, essi sono un po’ i fratelli maggiori dei musulmani e possono contribuire alla loro integrazione perché hanno vissuto tutto il processo della laicità, della secolarizzazione eccetera, ne vedono i vantaggi, ma anche i limiti». Se non bastasse, c’è tutto il magistero del prossimo beato Giovanni Paolo II, per chi intenda evitare la schizofrenia della separazione fra la fede e la vita.

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30 aprile 2011

Libia: guerra sì, guerra no

analisi di Fiamma Nirenstein, Fausto Biloslavo

Testata: Il Giornale
Data: 29 aprile 2011
Pagina: 6
Autore: Fiamma Nirenstein - Fausto Biloslavo
Titolo: «È nostro dovere ma anche necessità politica - Ha ragione la Lega, è un intervento sballato dall’inizio»

Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 29/04/2011, a pag. 6, l'articolo di Fiamma Nirenstein dal titolo " È nostro dovere ma anche necessità politica ", l'articolo di Fausto Biloslavo dal titolo " Ha ragione la Lega, è un intervento sballato dall’inizio ".
Ecco i due articoli:

Fiamma Nirenstein - " È nostro dovere ma anche necessità politica "


Fiamma Nirenstein

Dunque, ieri i primi F16 hanno preso il volo verso obiettivi mirati. Ma la guerra che abbiamo dovuto intraprendere in Libia e che non poteva certo essere abbandonata o gestita a piacimento in qualsivoglia istante (magari qualsiasi guerra lo potesse) ha avuto sempre le caratteristiche della necessità. Non ha a che fare con la “stoltezza”, come dice l’ottimo “Foglio”, ma piuttosto con la pietas che dal secondo dopoguerra è stata imposta, nel suo inizio, alla struttura dell’ONU nei suoi pilastri ideologici, anche se essi nel tempo si sono corrotti. Questo ci fa avvertire una vergogna particolare nei confronti della decisione presa mercoledì di non bollare con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza il comportamento di Bashar Assad, che non solo, come Gheddafi, uccide a centinaia i suoi cittadini in rivolta, ma ne assedia coi carri armati le città prima ancora che essi si muovano in armi contro di lui. Insomma, gli fa guerra.

L’Italia aveva il dovere di affrontare la strage che Gheddafi ha subito intrapreso dall’inizio della rivolta. E ne aveva anche la necessità politica. Un dovere su cui si è tormentata parecchio, mentre comunque la strada veniva segnata. Perché comunque anche questa Europa zoppa in un modo o nell’altro sentiva che  per essere noi stessi, per incarnare la nostra civiltà (e purtroppo solo ora capiamo quanto fingerci cechi alla fine ci si ritorca contro) non possiamo lasciare morire le folle nelle mani di un dittatore. La necessità politica si è disegnata giorno dopo giorno, perché né allora né oggi una guerra finalmente decisa da Washington, da Londra e da una Parigi in sferzante concorrenza; e poi scelta dall’ONU; e poi coordinata, secondo la nostra originale richiesta seguita da Obama, dalla Nato può lasciarci fuori, estranei. La pena è il ghetto, e stavolta sì, il continuamente minacciato disdoro della nostra politica internazionale. L’Italia ha approcciato la guerra a modo suo, tentando di mediare un’uscita di Gheddafi (perché no?) finchè è stato possibile, finchè i ribelli non hanno denunciato attacchi sempre più sanguinosi, finchè anche l’Unione Africana non ha fatto sapere che Gheddafi era pazzo più che mai, aveva perso ogni possibilità di rapporto col mondo. Ha tessuto contatti con i ribelli, e, non bisogna dimenticarlo perché forse è la più importante delle imprese italiane, ha mandato per prima una missione di soccorso a Bengasi, e non era facile. L’Italia ha cercato di mettere a frutto la sua esperienza della Libia, la più tormentata ma anche la più approfondita, per tessere un rapporto con i ribelli e per avvertire i suoi partner che cacciare Gheddafi sarebbe stato difficile. La rete di informazioni italiane sulla Libia è stata fondamentale, e più di tutti l’ha riconosciuto Obama che insiste sul rovesciamento del rais e per una operazione “eufor”, ovvero in una forza di interposizione europea. Di certo i ribelli libici non costituisco una forza omogenea né politicamente affidabile; la componente estremista religiosa è in agguato. Ma oltre al fatto che rinunciare oggi non è possibile, pena orribili massacri, buona ragione della presenza italiana in Libia è la lunghissima tradizione del nostro interesse economico (la presenza dell’ENI data dal 1950, ed è sopravvissuta alla presa del potere da parte di Gheddafi) e anche il problema dell’immigrazione, che non comincia e non finisce con la guerra: l’Italia sa bene che potrà dire una parola sull’argomento se si sarà guadagnata i gradi sul campo. Un ultimo punto: che la Lega abbia sempre innanzitutto problemi di pratica vivibilità è ormai un fatto compreso e accettato. Le spieghi di nuovo adesso riguardo alla guerra, è suo diritto.. Ma che non si adorni con un abbigliamento pacifista, è meglio per l’etica e per l’estetica.
www.fiammanirensteion.com


Fausto Biloslavo - " Ha ragione la Lega, è un intervento sballato dall’inizio "


Fausto Biloslavo

Sull’incerta e confusa guerra in Libia la Lega ha ragione, anche se ciurla nel manico per interessi di bottega. Non sono certo un pacifista,ma l’avventura dell’Italia nel con­flitto libico è apparsa sballata fin dall’inizio. Una «guerra» parallela della propaganda e della disinformazione ha influenzato la per­cezione della realtà sul terreno. Il colonnel­lo Gheddafi era stato dato per spacciato, ma poi ci siamo resi conto di aver venduto la pelle dell’orso troppo presto.
Sbagliavamo ad accoglierlo a Roma, co­me se fosse la Madonna pellegrina del Nord Africa e abbiamo sbagliato dopo a mollarlo dalla sera alla mattina. Prima del­le bombe potevamo almeno giocare la car­ta dell’ultima ora con un blitz del presiden­te del Consiglio, Silvio Berlusconi, sotto la tenda da beduino per convincere Gheddafi a trovare una soluzione indolore, in nome della vecchia amicizia. Il Colonnello pote­va anche non sentir ragioni, ma l’Italia ci faceva un figurone. Ed il governo avrebbe potuto ulteriormente «giustificare» un in­tervento ben poco sentito dall’opinione pubblica.
Inutile girarci attorno: «Questa è una guerra che quasi nessuno voleva e noi me­no di tutti. Gli americani si sono sfilati e l’Ita­lia prima ha concesso un dito, poi una ma­no e adesso bombardiamo come gli altri. Speriamo almeno che da questo guazzabu­glio riemergano i nostri interessi naziona­li ». Non lo dice Gino Strada, ma il generale Mario Arpino, ex capo di Stato maggiore della Difesa.
Al momento il risultato è che i rubinetti del gas verso l’Italia sono chiusi e le conces­sioni petrolifere dell’Eni nella Sirte riman­gono a rischio, perchè nella zona corre la linea del fronte. Non solo: Gheddafi ha aper­t­o i cancelli ai clandestini diretti a Lampedu­sa. Il Colonnello è ancora al potere e con­trolla metà del Paese, a parte Misurata sotto assedio e qualche altro focolaio. Per non parlare dei 700 milioni di euro che secondo la Lega ci costerebbe questa imprevedibile guerra. Una cifra probabilmente esagerata, ma in tempi di crisi e con diecimila soldati impegnati all’estero, un altro conflitto pro­prio non ci serviva.
Dopo i radar ci siamo impegnati a colpire anche carri armati, caserme, arsenali per non far meno degli alleati. Qualcuno dovrà spiegarci perchè possiamo bombardare i militari libici e non i talebani in Afghani­stan, ben più tagliagole, dove i nostri caccia fanno solo fotografie. Oppure secondo qua­le logica colpiamo la Libia, ma non la Siria dove il regime sta massacrando il proprio popolo, come Gheddafi a Misurata.
E non ci vengano a dire che da una parte ci sono solo i fan del colonnello, tutti cattivi o sanguinari e dall’altra i buoni, esempio di democrazia. Il capo politico dei ribelli e quello militare erano rispettivamente mini­stro della Giustizia e dell’Interno di Ghed­dafi fino all’altro giorno. A Derna e Al Baida gli ex prigionieri di Guantanamo ed i vetera­ni della guerra santa in Irak sono in prima fila contro il regime.
Il colonnello, dopo 42 anni al potere, ha fatto il suo tempo ed ora che siamo in ballo dobbiamo ballare fino in fondo, ma forse era meglio restare neutrali come la Germa­nia.

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30 aprile 2011

Accordo tra Hamas e Fatah, uno smacco per Obama e un problema per Israele

Analisi di Redazione del Foglio, Gian Micalessin. Cronaca di Ugo Tramballi

Testata:Il Foglio - Il Giornale - Il Sole 24 Ore
Autore: Redazione del Foglio - Gian Micalessin - Ugo Tramballi
Titolo: «Hamas mangiatutto - L’Egitto molla Usa e Israele e mette pace fra i palestinesi - L'unità palestinese alla prova dei negoziati»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 29/04/2011, a pag. 3, l'editoriale dal titolo " Hamas mangiatutto ". Dal GIORNALE, a pag. 11, l'articolo di Gian Micalessin dal titolo " L’Egitto molla Usa e Israele e mette pace fra i palestinesi ". Dal SOLE 24 ORE, a pag. 14, l'articolo di Ugo Tramballi dal titolo " L'unità palestinese alla prova dei negoziati ", preceduto dal nostro commento.
Ecco i pezzi:

Il FOGLIO - "  Hamas mangiatutto"

Hamas non si è fatto sfuggire l’occasione ghiotta, ha finto un ritrovato accordo con i nemici di Fatah (nella Striscia di Gaza, di proprietà di Hamas, gli uomini del presidente Abu Mazen sono stati finora sterminati, letteralmente), ha dato credibilità al nuovo Egitto tanto per impensierire ancora di più l’occidente ed è tornato ad avere un ruolo “legittimo” nel momento in cui è iniziata la corsa all’Onu per il riconoscimento unilaterale dello stato palestinese. Un piano perfetto, aiutato dai media sempre bendisposti a celebrare “passi avanti verso la pace”. Questo non è un passo verso la pace, questo è un modo per togliere di mezzo Fatah e Abu Mazen e spezzare le già tenui speranze di trattativa con Israele. Hamas e Fatah non possono andare d’accordo. Non è che hanno avuto scaramucce in passato che ora cercano di digerire in nome di un ideale comune. La loro è una rivalità intrinseca, profonda, insuperabile. Il gruppo che spadroneggia nella Striscia di Gaza vuole lo scontro con Israele, non accetta alcuna trattativa, lancia razzi, detiene il soldato Shalit, conta sull’instabilità nella regione per colpire Gerusalemme il prima possibile. Il gruppo che spadroneggia in Cisgiordania fa affari con Israele, grandi affari, stringe la mano al premier Netanyahu, accetta la mediazione americana. Non ci sono punti di contatto, non è una fusione, è un’opa ostile. Il più forte mangerà il più debole, e chi sia il più forte non c’è nemmeno bisogno di spiegarlo. Per Israele le cose si stanno mettendo davvero male. Non soltanto c’è una ormai cronica incomprensione con l’alleato americano (questo mese Netanyahu torna per l’ennesima volta a Washington, chissà se finalmente ci sarà qualche chiarimento), non soltanto c’è un medio oriente in totale rivolgimento, ma ora c’è pure l’iniziativa all’Onu messa in piedi da Abu Mazen e caldeggiata non soltanto dai soliti amici palestinesi delle Nazioni Unite, ma anche da “insospettabili”, come i francesi di Sarkozy. Con tutta probabilità il voto si terrà a settembre, all’Assemblea generale, e i numeri ci sono già. Abu Mazen ha preparato le basi per un accordo internazionale, Hamas ne sfrutterà il bottino. Non è difficile immaginare come.

Il GIORNALE - Gian Micalessin : " L’Egitto molla Usa e Israele e mette pace fra i palestinesi "


Nabil Araby, ministro degli Esteri egizia­no  

Quando due mesi e mezzo fa si sbarazzò di un Hosni Mubarak di­ventato ormai ingombrante il pre­sidente Barack Obama pensava di aver fatto un grande affare. Imma­ginava d’essersi guadagnato la ri­conoscenza dei nuovi vincitori. S’illudeva d’aver fattolascelta giu­sta p­er preservare il ruolo degli Sta­ti Uniti in Medio Oriente. Il trattato di riconciliazione tra Hamas e Fa­tah mediato in gran segreto dal nuovo ministro degli Esteri egizia­no Nabil Araby è la prova più evi­dente degli errori di calcolo della Casa Bianca. E la prova di come le nuove autorità egiziane non inten­d­ano collaborare con i vecchi allea­ti, ma guardino, invece, a una nuo­va politica di contrapposizione con Israele.
Con quell’accordo tessuto in gran segreto l’Egitto allunga un cal­cio ad Obama, lo esclude dalla più cruciale partita diplomatica e pun­ta ad assumere il controllo della questione palestinese. Con quella mossa l’Egitto non minaccia sol­tanto di chiudere per sempre qual­siasi speranza di pace negoziale, ma rischia di consegnare anche la Cisgiordania ad Hamas confer­mando, indirettamente, le tesi di quanti in Israele giudicano inutile la ripresa delle trattative di pace. Del resto l’accordo tessuto da Na­bil Araby, uno dei ministri del nuo­vo esecutivo più ostile a Israele, non prevede né il riconoscimento dello Stato ebraico, né la rinuncia alla lotta armata, né l’accettazione degli accordi di pace di Oslo.
«Il nostro programma non inclu­de né negoziati con Israele né il suo riconoscimento», - chiarisce Mahmoud Zahar, uno dei leader di Hamas protagonista della tratta­tiva
con Fatah e con gli egiziani. L’accordo in cinque punti preve­de, invece, la creazione di un go­verno provvisorio, la nascita di una forza di sicurezza comune e l’ingresso di Hamas nell’Olp, l’Or­ganizzazione per la liberazione della Palestina nella quale da sem­pre è egemone Fatah.
Dopo le elezioni parlamentari del 2006 vinte dal gruppo integrali­sta e la battaglia per il controllo di Gaza combattuta nel 2007 fonda­mentalisti e l’Anp si erano di fatto spartiti i territori palestinesi. Il ten­tativo di riconciliazione messo a punto da Nabil Araby punta inve­ce a riunificare
la Gaza fondamen­­talista di Hamas e la Cisgiordania laica di Fatah. Il progetto non pre­vede però né un ruolo per gli Stati Uniti, né uno spazio negoziale con Israele.
Non a caso la prima vittima del­l’accordo
è il primo ministro del­l’Autorità Palestinese Salam Fay­yad. Il premier, considerato l’uo­mo di fiducia di Washington e il ga­rante degli aiuti per centinaia di milioni di dollari versati all’Anp dal Congresso statunitense, è sta­to tenuto all’oscuro dell’iniziativa e non troverà posto nel nuovo go­verno provvisorio. Meno chiara la scommessa di Mahmoud Abbas. Accettando il piano egiziano il pre­sidente palestinese punta forse a vendicarsi di una Casa Bianca col­pevole di non aver bloccato l’ espansione degli insediamenti ri­lanciata dal governo israeliano di Benjamin Netanyahu, ma rischia di siglare la propria condanna a morte politica. Il ritorno di Hamas al di fuori dei recinti di Gaza ri­schia di far cadere vaste aree della Cisgiordania in mani fondamenta­­liste allargando l’influenza irania­n­a e spingendo Israele a reagire pe­santemente ad eventuali attacchi messi a segno da quei territori. Il colpo definitivo a qualsiasi possibi­l­ità di pace si nasconde nella postil­la che prevede l’entrata di Hamas nell’Olp.
Grazie a quell’intesa l’organizza­zione fondamentalista potrebbe assumere il controllo dell’organiz­zazione garante degli accordi di Oslo e decretarne la cancellazio­ne. Un piano esattamente specula­re a quello dei Fratelli Musulmani e delle altre organizzazioni fonda­mentaliste che in Egitto sognano cancellazione della pace con lo sta­to e­braico firmata nel 1979 dal pre­sidente Anwar Sadat. Così Egitto e Palestina potranno compiere un balzo all’indietro d’oltre 30 anni e tornare insieme all’antica e rim­pianta contrapposizione con Israe­le.

Il SOLE 24 ORE - Ugo Tramballi : " L'unità palestinese alla prova dei negoziati"

Tutto l'articolo di Ugo Tramballi ha lo scopo di convincere il lettore che se l'intesa fra Hamas e Fatah fallrà, sarà per colpa di Israele. Usa e Ue pretendono che il nuovo Stato palestinese (se e quando ci sarà) riconosca Israele. Ma con Hamas è impossibile. Ecco l'articolo:


Ugo Tramballi

Bibi Netanyahu aveva un problema. A maggio era stato invitato a Washington per tenere un discorso al Congresso. Da dire, di concreto, aveva poco, stretto fra Barack Obama che preme per una ripresa della trattativa di pace e l'offensiva diplomatica di Abu Mazen per un riconoscimento all'Onu dello Stato palestinese. Costretto a presentare una proposta israeliana, Bibi avrebbe messo in crisi il suo Governo ultra-nazionalista, ostile a ogni concessione.

Il problema glielo hanno risolto i palestinesi. L'accordo sponsorizzato dall'Egitto, raggiunto mercoledì, prevede un Governo provvisorio Hamas-Fatah. Quello che gli americani non volevano. Hamas rifiuta di riconoscere Israele e predica la lotta armata. Anche gli europei sono in imbarazzo: sono favorevoli a una riconciliazione palestinese e contemporaneamente alla sicurezza d'Israele. Catherine Ashton, il ministro degli Esteri della Ue, prende tempo: «Dobbiamo studiare i dettagli» dell'accordo. Il quale prevede che il Governo palestinese sia guidato da «figure nazionaliste e indipendenti». Cioè non da Salam Fayyad, il premier dell'Autorità palestinese della Cisgiordania, il solo vero referente di americani ed europei. Gli unici che garantiscono aiuti economici per milioni di dollari. Gli Stati Uniti lo hanno già fatto presente.

È ovvio che una riconciliazione fra i palestinesi di Gaza e quelli della Cisgiordania sia auspicabile e che in qualche modo Hamas dovrebbe essere coinvolto nel dialogo di pace. Ma al momento la riconciliazione e il processo diplomatico sembrano in contraddizione. Fatah «continuerà ad occuparsi del negoziato», garantisce Abu Mazen che è anche il leader dell'Olp. Ma Hamas non aderisce all'Organizzazione e Mahmud Zahar, il leader del movimento islamico a Gaza, al contrario garantisce che il programma del Governo che nascerà dalla riconciliazione «non include negoziati con Israele né il suo riconoscimento. Non sarà possibile per il Governo a interim partecipare o mettersi al lavoro sul processo di pace».

La diplomazia palestinese della Cisgiordania ha ottenuto da oltre un centinaio di Paesi la promessa di un voto a favore all'Onu, quando a settembre verrà presentata la risoluzione che riconosce il diritto palestinese a uno Stato. Ma era implicito fosse uno Stato che riconosce Israele. Se ha ragione Mahmud Zahar e non Abu Mazen, molti Governi ci ripenseranno, soprattutto gli europei. Niente dialogo con Hamas se non riconosce Israele, già dicono i tedeschi, Secondo Shimon Peres, il presidente israeliano favorevole a uno Stato indipendente, i palestinesi stanno commettendo ancora una volta «un errore fatale».

Il suo problema Netanyahu lo ha dunque risolto. Ma non la questione palestinese e il processo di pace. È già previsto che Abu Mazen e Khaled Meshal, il capo supremo di Hamas in esilio a Damasco, si vedano mercoledì al Cairo per firmare il compromesso. Molti capi della sicurezza palestinese in Cisgiordania pensano che l'incontro non ci sarà: troppo profonda è l'ostilità. Hamas non vuole che Fatah torni a Gaza; e Fatah non vuole liberare centinaia di miliziani di Hamas arrestati, compromettendo l'ordine raggiunto faticosamente in Cisgiordania.

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30 aprile 2011

Perché Hamas "abbraccia" Fatah?

pubblicata da Stefano Magni
 

 

Dopo anni di guerra civile, i due maggiori partiti palestinesi, Fatah (pragmatico e dominante in Cisgiordania) e Hamas (jihadista e dominante a Gaza) hanno annunciato l’imminente firma di un accordo al Cairo. Salutato dalla comunità internazionale come un passo avanti verso la pace in Medio Oriente, il compromesso Hamas-Fatah solleva più di un dubbio nel governo israeliano.

L’accordo fra i due partiti nasce “a seguito delle recenti sollevazioni in tutto il Medio Oriente e rischia di risultare nella presa di controllo della Cisgiordania da parte di Hamas”. Questa l’opinione del ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman. L’intesa fra i partiti prevede fra l’altro la liberazione dei rispettivi prigionieri (fra cui molti terroristi di Hamas) e la formazione di un governo tecnico che porti a nuove elezioni legislative e presidenziali entro la fine dell’anno.

 

La rottura fra i laici e gli islamici era avvenuta con il golpe di Hamas a Gaza del 2007. Hamas aveva raggiunto il massimo della popolarità durante la guerra del 2009. Ora, con i Fratelli Musulmani (a cui è affiliato) in ascesa nel vicino Egitto, il partito jihadista palestinese potrebbe riservare moltissime sorprese.

L'Opinione

 

 

 

 




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30 aprile 2011

Siria: anche l'Iran ha un ruolo nella repressione della rivolta

Analisi di Pio Pompa, Giulio Meotti, Redazione del Foglio, Dimitri Buffa

Testata:Il Foglio - L'Opinione
Autore: Pio Pompa - Redazione del Foglio - Giulio Meotti - Dimitri Buffa
Titolo: «Università inglese, culla di nobiltà reale, nei guai per i soldi da Damasco - In Siria primi ammutinamenti dentro esercito e partito Baath - Ong filo occidentali e radicali contro il posto della Siria nel consiglio dei diritti umani Onu»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 29/04/2011, a pag. 3, l'articolo dal titolo " In Siria primi ammutinamenti dentro esercito e partito Baath ", l'articolo di Pio Pompa dal titolo " I “mercenari del jihad” e Hezbollah. Strategia per tenere su Assad ", a pag. 2, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo "Università inglese, culla di nobiltà reale, nei guai per i soldi da Damasco ". Dall'OPINIONE, a pag. 13, l'articolo di Dimitri Buffa dal titolo " Ong filo occidentali e radicali contro il posto della Siria nel consiglio dei diritti umani Onu  ".
Ecco i pezzi:

Il FOGLIO - Pio Pompa : " I “mercenari del jihad” e Hezbollah. Strategia per tenere su Assad "


Pio Pompa

Roma. La Repubblica islamica di Iran osserva con attenzione quel che accade in Siria. In incontri riservati a Teheran, è stata stabilita una strategia. Ci sarà un coinvolgimento indiretto di Hezbollah, in funzione destabilizzante, e un coinvolgimento diretto dei cosiddetti “mercenari del jihad”, reclutati grazie anche all’aiuto di Hamas, nei Territori palestinesi, fresco di un accordo storico, quanto precario, con il partito del presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen. L’iniziativa internazionale, nei confronti della Siria, è fiacca e lenta. Le Nazioni Unite non si sono accordate sulle sanzioni, la condanna formale non è molto puntuta. Hezbollah invece, in Libano, galvanizzato dalla sua forza nel governo, potrebbe riaprire un’articolata offensiva terroristica contro Israele – come sostengono alcune fonti interne del Mossad – con l’obiettivo finale di scatenare una guerra, come quella del 2006. Le conseguenze sarebbero di incalcolabile portata, specie in presenza di un embrassons-nous mondiale tra movimenti integralisti e network occidentali antisionisti, relegando in second’ordine qualsiasi altro teatro di crisi e le stesse prerogative “rivoluzionarie” della cosiddetta primavera araba. I “mercenari del jihad” servono proprio a questo: starebbero arrivando soprattutto dall’Iraq (forse sarebbe meglio dire ritornando, ché proprio dalla Siria passarono quando il flusso era verso Baghdad), chiamati a difendere alcuni regimi e non altri. Indubbi i vantaggi, per Damasco, di una simile prospettiva: l’attenzione internazionale si sposterebbe altrove consentendo l’annientamento delle ribellioni interne e il rafforzamento dello status quo anche attraverso il rilancio delle mai sopite pulsioni nazionalistiche per le alture del Golan e il ritorno ai confini del ’67, il mantenimento dei rapporti privilegiati con l’Iran e, ciò, a maggior ragione se in versione di potenza nucleare. Ed è proprio il nucleare il vero ubi consistam della missione affidata dal regime degli ayatollah, forte anche dei mutati rapporti con l’Egitto del dopo Mubarak, a Hezbollah. Senza dimenticare che sul Partito di Dio sciita e sul regime siriano incombe la sentenza del Tribunale Hariri. Bashar el Assad, il rais da salvare dalla rivolta siriana, è lo stesso che, come testimoniato dalla giornalista libano- irlandese Lara Marlow, puntò una pistola alla testa dell’ex premier libanese Rafiq Hariri, minacciandolo di morte, nel corso di un incontro avvenuto a Damasco una settimana prima del suo assassinio, nel febbraio del 2005.

Il FOGLIO - Giulio Meotti : " Università inglese, culla di nobiltà reale, nei guai per i soldi da Damasco "


 Giulio Meotti

Roma. Nell’ex borgo medievale scozzese di St. Andrews sorge la terza università per età e prestigio nel mondo anglosassone. Fondata agli inizi del XV secolo in nome del patrono nazionale, considerata la principale rivale di Oxford e Cambridge, storica culla di cultura e nobiltà, l’università vecchia di 596 anni è stata anche il luogo di incontro dei convolanti a nozze Kate e William. Da ieri però è nei guai, perché ha accettato un lauto assegno di centomila sterline per finanziare un centro di “studi siriani” con l’assistenza del regime di Damasco. Decisivo per l’accordo è stato l’ambasciatore siriano a Londra, Sami Khiyami. Ieri la Casa reale britannica ha dovuto annullare in tutta fretta l’invito per il matrimonio di Kate e William che era stato inviato al misso di Damasco. A marzo c’era stato lo scandalo che ha coinvolto la London School of Economics, una delle più note e prestigiose università del mondo che aveva conferito un dottorato a Saif al Islam Gheddafi, figlio del dittatore libico, generando malumori e polemiche. Poco dopo aver ricevuto il dottorato, lo stesso Saif al Islam aveva sganciato una donazione all’università pari a un milione e mezzo di sterline, attraverso la nota Fondazione Gheddafi intitolata al padre. Non si tratta di casi isolati. Un devastante rapporto di Robin Simcox per il Centre for Social Cohesion ha fatto le pulci alle università britanniche che hanno accettato soldi dai regimi islamici in cambio di corsi di studio sul medio o r i e n t e . A d Oxford c’è un centro studi pagato dal regime di Teheran, mentre a Cambridge i fondi arrivano dall’Arabia Saudita, dall’Oman e da Teheran. Gli studi di arabistica alla London School of Economics sono foraggiati dagli Emirati Arabi. Finanziamenti sono arrivati anche dalla famiglia di Osama bin Laden. Il rapporto fra il regime di Damasco e la facoltà scozzese di St. Andrews è stato sottoposto a puntigliosi controlli dopo la repressione della dissidenza siriana che ha lasciato a terra 500 morti. A mediare fra St. Andrews e il clan Assad sarebbe s t a t o Fawaz Akhras, il suocero del dittatore siriano, che è anche un carismatico e noto cardiologo inglese. Akhras è stato catapultato sulla scena internazionale dieci anni fa, quando la figlia Asma ha sposato il leader siriano, che allora stava per succedere al padre malato Hafez al Assad. Da allora, il medico è stato il portavoce non ufficiale degli Assad in Inghilterra, dove organizza interviste per il presidente e filtra le richieste di colloqui con la figlia. Entrambi, Akhras e l’ambasciatore Khiyami, sono dentro al board del Centre for Syrian Studies dell’università scozzese oggi sotto accusa. Akhras è anche il fondatore della British Syrian Society ed è stato decisivo nel convincere l’imprenditore siriano Ayman Asfari a finanziare a St. Andrews il centro studi. Asfari è il potente capo della Petrofac, la compagnia energetica partecipata dal governo siriano. Il centro di St. Andrews aveva arruolato anche celebri intellettuali fra cui Patrick Seale, uno dei maggiori orientalisti inglesi. Fra le iniziative più controverse avvenute sotto l’ombrello della facoltà scozzese ci sarebbe stata una conferenza a Damasco con la partecipazione di ex consulenti di Hafez al Assad e alti ufficiali del regime. Cattedre, borse di studio e corsi di laurea sono ormai da anni armi predilette dai regimi islamisti per influenzare le accademie europee. Il parlamentare conservatore Robert Halfon chiede adesso una commissione d’inchiesta sui fondi alle università da parte dei regimi canaglia: “La compromissione dei soldi inevitabilmente influenza il nostro sguardo sul medio oriente”.

Il FOGLIO - " In Siria primi ammutinamenti dentro esercito e partito Baath"


Baath

Roma. Oggi il movimento di protesta in Siria ha indetto la quinta “giornata della collera”, promuovendo cortei dalle moschee in cui si tiene la preghiera del venerdì. Appuntamento cruciale, in un momento di svolta della rivolta, perché la straordinaria capacità di resistenza della protesta popolare di Deraa ha provocato per la prima volta l’ammutinamento di una intera divisione che ha rivelato crepe che si aprono a vari livelli del regime. Deraa, che diede inizio alla rivolta sei settimane fa, è sottoposta a un assedio feroce, una decina di carri armati ne presidiano il centro mentre alcuni quartieri sono stati bombardati dall’aviazione, manca l’acqua, la luce e anche le derrate alimentari, ma le truppe della Quarta divisione comandata da Maher el Assad riescono a controllare soltanto i quartieri centrali. Da 48 ore infatti devono fare fronte all’ammutinamento della Quinta divisione, composta da soldati sunniti, che ha rifiutato di sparare sui manifestanti, si è ribellata ed è passata al fianco degli insorti ingaggiando duri combattimenti con i militari lealisti. Le notizie da Deraa sono frammentarie e sempre più drammatiche: ieri – secondo quanto hanno riferito fonti ospedaliere ad al Arabiya – i morti nelle strade sarebbero stati 42, “ma non si possono nemmeno seppellire perché le forze speciali arrestano tutti i partecipanti ai cortei funebri che si recano al ‘cimitero dei martiri’”. Probabilmente collegata a questo ammutinamento, è la notizia riferita in termini nebulosi dalla agenzia ufficiale Sana della morte di tre militari e del ferimento di altri quindici durante “uno scontro a fuoco” a ridosso delle alture del Golan, che confinano con la regione di cui Deraa è capitale. L’entità delle perdite ammesse da Damasco, in una regione capillarmente presidiata dall’esercito siriano, è tale da escludere l’attentato terrorista evocato dalla Sana ed è forse conseguenza di un altro scontro a fuoco tra militari. Terza notizia che evidenzia tensioni dei vertici militari siriani: riguarda il movimento di una trentina di carri armati che mercoledì sera si sono disposti a presidio del raccordo anulare che circonda Damasco. Dispiegamento di forze “muscolare” che ha tutte le apparenze di un avvertimento non tanto ai manifestanti – che a Damasco non sono ancora riusciti ad assembrarsi in modo significativo – quanto ad altri reparti o forse anche a vertici militari che possono essere tentati dalla dissociazione dal regime. Altri carri armati, appoggiati da reparti delle forze speciali, hanno invaso ieri il centro di Douma, sobborgo periferico di Damasco, iniziando rastrellamenti feroci, così come a Banias. Proprio da Banias, che ha avuto nei giorni scorsi decine di morti (e in cui sono morti però anche nove militari, secondo fonti ufficiali), è iniziata la fronda interna al Baath, il partito unico. Mercoledì si sono dimessi in polemica “contro la violenta repressione del regime e le pratiche dei servizi segreti” una trentina di dirigenti locali che si sono aggiunti ai due parlamentari della regione di Deraa, che si erano dimessi l’altro ieri. Queste dimissioni hanno dato la stura a una serie di altre dissociazioni pubbliche dal Baath che ieri sono arrivate a 233. Un ennesimo segnale di possibile aggravamento delle tensioni interne nei vertici di Damasco è stata la decisione di ieri dell’esercito libanese di dispiegare molti reparti a presidio della frontiera con la Siria, lungo il fiume Nahr el Kebir con il pretesto debole di “contrastare il contrabbando”. Palese motivazione di facciata per una decisione senza precedenti tra frontiere di due paesi da sempre interdipendenti. Riprova di come la situazione politica interna libanese risenta i contraccolpi della crisi siriana. La dirigenza di Hezbollah si è infatti ufficialmente schierata al fianco del governo di Damasco e contro “gli agenti di Israele che manifestano” perché “senza sicurezza in Siria non ci sarà nemmeno sicurezza in Libano”, mentre lo schieramento anti siriano capeggiato dall’ex premier Saad Hariri teme che l’instabilità del regime baathista si scarichi sul Libano.

L'OPINIONE - Dimitri Buffa : " Ong filo occidentali e radicali contro il posto della Siria nel consiglio dei diritti umani Onu "


Dimitri Buffa

Dopo le lodi al regime di Gheddafi per i suoi progressi nella tutela dei diritti umani adesso si discuterà dell’entrata del regime di Assad nel Consiglio per i diritti umani. I paradossi all’interno del Palazzo di vetro non sono più l’eccezione ma la regola. Il “Washington Post” recentemente ha rimarcato che tale Consiglio dei diritti umani ha indirizzato negli ultimi tempi 41 delle sue 65 risoluzioni contro lo stato d’Israele. Lo scrittore Joshua Muravchik sostiene che questo organismo è ormai “il perfetto microcosmo della tragedia e della corruzione delle Nazioni Unite”. Per questo da due giorni si sono mobilitate oltre 17 ong, provenienti da tutti e cinque i continenti, guidate da “Un Watch”, rappresentata dal duo direttore Hillel Neuer, e dal “Partito radicale transanzionale”, nella persona di Matteo Mecacci, per impedire questo ultimo scempio. Cioè che la Siria, che nella scorsa settimana ha visto morire 500 manifestanti per strada sotto il fuoco della polizia politica del figlio di Assad, possa sedersi come giudice dei diritti umani all’Onu. Tra i latori dell’iniziativa anche una delegazione degli ex giovani cinesi sopravvissuti a Tien an Men. Ma ieri intanto in sede di Consiglio di sicurezza, non c’è stato alcun accordo, proprio per il veto cinese e quello russo, a una condanna di quello che è successo nel “paese del sole” (“al shams”) negli scorsi giorni. Più precisamente il bilancio delle rivolte in Siria sarebbe salito a oltre 500 civili morti. Lo ha affermato sempre ieri l'organizzazione per i diritti umani “Sawasiah”. Secondo la Ong, fondata dall'avvocato per i diritti umani Muhannad al-Hassani, migliaia di persone sarebbero state arrestate, e molte date per disperse dopo le dimostrazioni per chiedere libertà politica e la fine della corruzione. Cina e India in sede di Consiglio di sicurezza hanno esortato a un fantomatico “dialogo politico” e ad una “pacifica soluzione della crisi”, ma non hanno voluto condannare le violenze. Dal canto suo, riferisce la Bbc, l'ambasciatore russo all'Onu, Alexander Pankin, ha avvertito che “interferenze esterne nella situazione interna siriana potrebbero condurre a minacce per la sicurezza regionale”. E i russi sono già convinti che in Libia Onu e Nato stiano agendo al di là del mandato iniziale. In questa miscela di fraintesa real politik e di ipocrisia allo stato puro, il testimone di “poliziotti dei diritti umani” passa pertanto nelle mani di meno di venti ong dichiaratamente filo occidentali che adesso promuovono petizioni on line perché nella prossima sessione del Palazzo di Vetro non si compia anche questo orrore di fare entrare il regime siriano nel Consiglio dei diritti umani. Con la Libia si è arrivati in extremis ad annullare la sessione che doveva ratificare le lodi per i progressi nella tutela dei suddetti diritti umani. Vedremo come andrà a finire con la Siria.

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29 aprile 2011

Corruzione, degrado dei diritti umani, egemonia islamista. Un bilancio dell'Onu

analisi di Giulio Meotti

Testata: Il Foglio
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Processo al Palazzo di Fango»

Riportiamo dal FOGLIO  l'articolo di Giulio Meotti dal titolo "Processo al Palazzo di Fango".


Giulio Meotti             Ban Ki-Moon

Con la sua solita, feroce ironia il columnist canadese Mark Steyn ha scritto che “il problema delle Nazioni Unite è che se si prende un quarto di gelato e un quarto di feci di cane, e poi li si mescola insieme, il risultato avrà più il gusto delle feci che del gelato”. L’orrida immagine è presto spiegata. Nel 2004, 13 stati su un totale di 53 della fallita Commissione dei diritti umani dell’Onu erano “non liberi” o “parzialmente liberi” secondo Freedom House. Oggi sono addirittura 21 i paesi membri del rinnovato Consiglio dei diritti umani giudicati dittatoriali o autocratici. La situazione è talmente peggiorata all’Onu che lo storico inglese Paul Johnson ha scritto che “oggi gli amici dei dittatori sono premiati con questi confortevoli posti a Manhattan e a New York arrivano come ambasciatori tutti i personaggi più indesiderabili del pianeta”. Se la gestione dell’ex segretario generale dell’Onu Kofi Annan fu contrassegnata da corruzione, nepotismo e irresponsabilità politica, quella misurata e pacata dello scintoista sudcoreano Ban Kimoon è forse anche peggio. E’ di pochi giorni fa la notizia che il Congresso americano ha tagliato di ben 400 milioni di dollari il contributo annuale all’Onu. A cinque anni dall’elezione di Ban Ki-moon si può scrivere l’infausto bilancio delle Nazioni Unite. Alcune agenzie dell’Onu restano modelli più o meno funzionanti. Sono il World Food Programme e l’Organizzazione mondiale della sanità e gli altri enti che forniscono aiuti e assistenza contro la povertà, l’Aids e la polio. Non se la cavano male i fondi di programmazione economica e di aiuto allo Sviluppo come la Fao e il Programma per lo sviluppo. Ma sul fronte politico e umanitario l’Onu è una macchina fallita. I torturatori vigilano sempre di più sulla più politica e mediatizzata delle agenzie dell’Onu, quel Consiglio di Ginevra per i diritti umani che ha preso il posto, ma anche la peggiore eredità, della Commissione per i diritti umani (disciolta nel 2004, tale fu la vergogna). Il Washington Post ha appena castigato il Consiglio dei diritti umani per aver destinato ben 41 delle sue 65 risoluzioni allo stato d’Israele. Ha scritto Joshua Muravchik che il Consiglio dei diritti umani è “il perfetto microcosmo della tragedia e della corruzione delle Nazioni Unite”. A proposito di corruzione al Palazzo di vetro, Ban Ki-moon è stato messo sotto accusa da alti funzionari della sua stessa organizzazione. Inga-Britt Ahlenius, responsabile per la lotta alla corruzione al Palazzo di Vetro, ha scritto in un memo che la gestione dell’Onu da parte del segretario generale Ban Ki-moon è “riprovevole” e porta l’organizzazione “alla decadenza”. “Le sue azioni sono senza precedenti”, si legge in un documento interno firmato dalla Ahlenius, 74 anni, svedese. Poi è arrivata la denuncia di un italiano, Francesco Bastagli, che alla fine del 2010 ha scritto per la rivista The New Republic un saggio dal titolo emblematico: “Justice Undone”. Bastagli era l’inviato in Africa di Kofi Annan: “Dopo essermi dimesso, ho visto come il nuovo segretario generale Ban Ki-moon ha assunto una politica anche più opportunista” del suo predecessore. Oltre che dalle dittature e dalla corruzione, le Nazioni Unite sembrano unite soprattutto dalle parentele. Il figlio dell’ex segretario Kofi Annan, Kojo, era a libro paga della società che avrebbe dovuto controllare il corretto funzionamento del programma iracheno Oil for Food, proprio mentre si volatilizzavano ventuno miliardi di dollari (è stato lo scandalo più devastandi Giulio Meotti te per la credibilità delle Nazioni Unite). Un candidato alla segreteria arriva a denunciarlo apertamente: “E’ necessario sradicare il nepotismo di cui siamo stati giustamente accusati”, tuona l’indiano Shashi Tharoor. E altrettanto necessariamente non viene eletto. La scelta cadrà su Ban Kimoon. E il giro riprende. La figlia del nuovo segretario, Ban Hyun Hee, lavora per l’Unicef, l’organizzazione di aiuto all’infanzia. Il genero del segretario, Siddarth Chatterjee, da quando il suocero è diventato segretario è stato prima nominato capo dello staff dell’Onu a Baghdad, uno dei teatri più importanti di impegno delle Nazioni Unite. In seguito Siddarth ha battuto un centinaio di candidati per la guida di una ricchissima agenzia in Danimarca che gestisce appalti miliardari, l’Unops. Subito dopo l’Unicef trasferisce sua moglie, nonché figlia di Ban Ki-moon, in Danimarca. Oltre al nepotismo e alla corruzione, la gestione di Ban Ki-moon è stata caratterizzata da uno dei peggiori capitoli della storia delle Nazioni Unite. Quella delle violenze sessuali. Sulle quasi centomila truppe del Palazzo di vetro impiegate in operazioni di peacekeeping pesa l’onta, infamante, dell’abuso sessuale su donne e minorenni. Un’inchiesta del Wall Street Journal ha rivelato che, da quando nel 2003 il Palazzo di vetro ha riconosciuto il problema, nulla da parte di Ban Ki-moon è stato fatto per punire, scovare e processare i colpevoli. Il quotidiano americano ha studiato tre casi: Sri Lanka, Marocco e India. Tre anni fa cento peacekeepers dello Sri Lanka furono accusati di aver abusato di bambini haitiani. Abusi sono stati commessi ancora da truppe marocchine in Costa d’Avorio e da truppe indiane in Congo. Il rapporto finale del principe Zeid al Hussein, “A Comprehensive Strategy to Eliminate Future Sexual Exploitation and Abuse in United Nations Peacekeeping Operations”, parla di caschi blu coinvolti in scandali sessuali in Bosnia, Kosovo, Cambogia, Timor Est, Burundi e Africa occidentale. In Africa si parla ormai di “peacekeepers babies”, i bambini illegittimi dei “soldati umanitari”. La missione in Congo era la seconda più grande missione di pace dell’Onu. Stupro, pedofilia e sfruttamento della prostituzione sono le accuse contro l’Onu. Le minorenni venivano adescate con un dollaro. Queste bambine sono note come “one dollar baby”. Colpevoli sono gli stessi inviati dell’Onu che al Palazzo di vetro avevano appena condannato lo stupro come “arma di guerra”. In passato, con tutti quei regimi che non rispettano i diritti umani, è capitato che gli Stati Uniti venissero esclusi dalla Commissione (2002), che la Libia ne assumesse la presidenza (2003), che il Sudan ne facesse parte (2004), che l’Arabia Saudita, Cuba e lo Zimbabwe decidessero quali violazioni dei diritti condannare (2005). Oggi lo spettro dei decisori umanitari è ancora più impressionante: Angola (not free), Bahrein (partly free), Bangladesh (partly free), Burkina Faso (partly free), Camerun (not free), Cina (not free), Cuba (not free), Gibouti (partly free), Ecuador (partly free), Gabon (partly free), Giordania (not free), Kyrghizistan (not free), Libia (not free), Malesia (partly free), Mauritania (not free), Nigeria (partly free), Pakistan (partly free), Arabia Saudita (not free), Senegal (partly free), Thailandia (partly free) e Uganda (partly free). Non ci sono ormai paesi più interessati al Consiglio dei diritti umani di quelli che quei diritti li negano quotidianamente. Tre anni fa il precedente Alto Commissario per i diritti umani, Louise Arbour, ha partecipato a Teheran ai lavori di una conferenza su “i diritti dell’uomo e la diversità culturale”. Con il chador a coprirle il volto, la Arbour ha ascoltato impassibile Mahmoud Ahmadinejad che chiamava alla distruzione di Israele e negava l’Olocausto. L’attuale commissario non è da meno. La signora Navi Pillay ha detto che “non c’è stata alcuna politica genocida in Sudan”. Mentre la coalizione dei volenterosi si imbarcava, sotto l’egida dell’Onu, nella fragilissima avventura libica, all’Onu presenziava come “esperta dei mercenari” la signora Najat al Hajjaji, apparatchik all’Onu di lungo corso per conto del colonnello Gheddafi, che dei mercenari sta facendo grande uso nella guerra libica. Human Rights Watch, la nota e liberal organizzazione dei diritti umani, ha accusato Ban Kimoon di “codardia”. Sotto la direzione di Ban Ki-moon il Sudan, che in Darfur ha usato la fame come arma di sterminio di cristiani e animisti, è diventato vicepresidente del World Food Programme ed è entrato nella commissione esecutiva dell’agenzia per i rifugiati. E’ anche successo che ai vertici della Commissione sull’informazione siano arrivati noti persecutori dell’informazione come Cina, Kazakistan, Libia e Iran, dove blogger e giornalisti marciscono in carcere. Il matematico francese Laurent Lafforgue ha commentato che “è come se un Alto Consiglio dei Diritti dell’Uomo decidesse di fare appello ai Khmer rossi per costituire un gruppo di esperti per i diritti umani”. E nell’incredibile elenco manca il più grande azionista dell’Onu, ovvero l’Iran, che sotto la gestione di Ban Ki-moon ha brillantemente usato le grandi agenzie delle Nazioni Unite per aggirare l’isolamento diplomatico. Nel Consiglio dei diritti umani è entrato a far parte persino Saeed Mortasavi, il pubblico ministero di Teheran che ha perseguitato scrittori e torturato intellettuali e che è noto come il “macellaio della stampa”. L’Onu ha premiato gli ayatollah eleggendo Teheran capitale mondiale della filosofia, sebbene l’Iran sia disseminato di filosofi e pensatori incarcerati o in esilio forzato (lungo è l’elenco: da Kian Tajbakhsh condannato a dodici anni ad Hashem Aghajari condannato a morte per blasfemia). Teheran è entrata a far parte della Commissione per lo status delle donne, sebbene il regime iraniano sia uno dei più segregazionisti al mondo verso il sesso femminile. E’ la stessa Commissione che è andata a presiedere l’ex presidente cilena Michelle Bachelet. Di diritti femminili si occupa la maggiore organizzazione dell’Onu, il Programma per lo Sviluppo, ai cui vertici spicca Teheran (nel 2009 l’Iran ne è stato anche presidente). C’è un iraniano al fondo per la Popolazione e al fondo di Sviluppo per le donne. Nonostante vi siano prove di un traffico di armi chimiche dall’Iran a Hezbollah, Teheran per tutto il 2011 sarà vicepresidente dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche. L’Iran siede all’Ufficio per la droga, quando a Teheran non si contano più le impiccagioni di trafficanti di droga (spesso accuse false addossate ai dissidenti). Teheran è nella Commissione sulla prevenzione del crimine e la giustizia penale: niente male per un paese che è leader mondiale nelle condanne a morte. L’Iran è entrato nel board esecutivo dell’Unicef, nonostante Teheran detenga anche il record di impiccagioni di minorenni. L’Iran è per quattro anni nella Commissione per la Scienza, la Tecnologia e lo Sviluppo e nel “Comitato per l’uso pacifico dello spazio”. L’Iran siede nell’Agenzia per i rifugiati, nel Programma per l’ambiente e nel Programma per gli insediamenti umani. Vicepresiede (assieme all’Algeria) anche la Commissione giuridica dell’Onu, che sui diritti umani riveste un ruolo di grande responsabilità. Nella commissione che fa consulenza al commissario Pillay, su diciotto membri sei provengono da regimi più o meno dittatoriali. Persino il compassato magazine Foreign Policy parla del bisogno di “riportare i diritti umani dentro al Consiglio per i diritti umani”. Per capire il degrado dell’Onu bisogna sbirciare anche fra i suoi premi. Uno fra tutti è quello che porta il nome del presidente della Guinea equatoriale, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, che ha promosso un fondo Onu intitolato a suo nome e dedicato alla scienza. Contro la decisione si sono schierati molti premi Nobel scientifici, dal francese Claude Cohen-Tannoudji, Nobel per la Fisica nel 1997, al canadese John Polanyi, Nobel per la Chimica nel 1986. Il nuovo filantropo dell’Onu è noto come “il peggior dittatore d’Africa, peggio di Mugabe”. Lo United Nations Public Service Award del 2010 è stato invece assegnato al ministero dell’Interno libanese, bastione del potere della milizia sciita filoiraniana Hezbollah. Il premio ha riconosciuto la capacità libanese di organizzare libere elezioni parlamentari nel 2009. Sotto il mandato di Ban Ki-moon, quello di Durban è diventato il nomen-omen della peggior faziosità ideologica dell’Onu. A settembre, a ridosso del decimo anniversario della strage dell’11 settembre, Ban Kimoon ospiterà al Palazzo di vetro “Durban III”, il coronamento di quella che l’ambasciatrice americana al Palazzo di vetro Kirkpatrick ha definito “la lunga marcia all’Onu” dei regimi islamici. E’ il remake del festival sul razzismo celebrato nel 2001 in Sudafrica e nel 2009 in Svizzera, che Teheran trasformò in una messinscena antisemita e antioccidentale. Israele e Canada hanno già annunciato il proprio boicottaggio per la terza edizione. Il Palazzo di vetro ha approvato la “A/C.3/65/L.60”, la piattaforma programmatica di Durban III. E’ stata scritta dallo Yemen, uno dei paesi “non liberi” che guida il blocco islamico e africano. Il maggior atto d’accusa del Consiglio dell’Onu contro Israele è finito con un incredibile pentimento del suo stesso esecutore. Si tratta di Richard Goldstone, il magistrato sudafricano che si è appena rimangiato il rapporto sulla guerra di Gaza in cui accusava Israele di “crimini di guerra”. Poi c’è stata la risoluzione numero 62/154. Titolo: “Combattere la diffamazione delle religioni”. E’ il più micidiale strumento di soppressione della libertà di espressione e il più grande successo della Organizzazione della conferenza islamica, divenuta sotto Ban Ki-moon il più potente blocco di votanti alle Nazioni Unite. Lo scorso novembre, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha discusso alcuni emendamenti a una risoluzione sulle esecuzioni extragiudiziali. Nella risoluzione si prendevano in considerazione casi come gli attivisti di diritti umani nelle dittature e le minoranze etnico-religiose. Per un decennio la risoluzione aveva incluso l’orientamento sessuale, visto che non è raro che gli omosessuali siano messi a morte nei regimi islamici e africani. Una maggioranza di 79 paesi contro 70, 17 astenuti e 26 assenti, ha approvato un emendamento presentato dal Benin che proponeva di stralciare le minoranze omosessuali dal gruppo dei cittadini che si devono proteggere. Fra coloro che hanno votato a favore dell’emendamento, manco a dirlo, Afghanistan, Algeria, Egitto, Marocco, Pakistan, Malesia, Sudan, Yemen e naturalmente Iran. Una delle peggiori risoluzioni del Consiglio dei diritti umani si chiama “Promozione dei diritti dei popoli alla pace”. Voluta da Cuba, la risoluzione impedisce di condannare un regime per la violenza politica interna ma condanna i “crimini di guerra” di potenze straniere. Arabia Saudita e Camerun hanno potuto giustificare la repressione dei gay in nome dei “valori tradizionali”. Membri islamici del Consiglio stanno pianificando l’istituzione di una commissione “indipendente e permanente” per promuovere i diritti umani basati sulla Dichiarazione universale del Cairo, la versione islamica della carta dell’Onu del 1948. Questa Dichiarazione ha ispirato l’abbandono delle legislazioni ispirate dai Codici napoleonici o dalla Common Law e l’introduzione della sharia. L’Arabia Saudita nel 1948 si rifiutò di firmare la Dichiarazione dell’Onu proprio in disaccordo sulla parità di diritti della donna e sul riconoscimento della libertà di coscienza. La pena di morte è iscritta nella Carta islamica. Anche il diritto all’integrità fisica non è garantito, perché mutilazioni e pene corporali sono vietate tranne che per “una ragione prescritta dalla sharia”. Si dice che “l’islam è una religione intrinsecamente connaturata all’essere umano”. Lo studioso francese Gilles Kepel sostiene che la Dichiarazione dei diritti dell’uomo nell’islam “straccia semplicemente” quella dell’Onu. Ma la macchia più grande di Ban Kimoon resta il Darfur, la regione sudanese teatro del peggior genocidio dopo il Ruanda. Non soltanto le Nazioni Unite sono state incapaci di chiamarlo “genocidio” e di agire per fermare la strage da parte del regime di Khartoum. Ma Ban Ki-moon il 16 giugno 2007 ha fornito questa memorabile spiegazione sui 400 mila morti e le orde di guerriglieri arabi che hanno operato razzie, distrutto villaggi, pozzi, piantagioni, allevamenti e sterminato famiglie, dilaniato vecchi, stuprato donne, abusato di bambini e bambine per poi rivenderli come schiavi: “Il conflitto in Darfur è parte del surriscaldamento globale”. Eccola la sintesi tragica delle Nazioni Unite: spiegare le fosse comuni con l’avanzata del deserto.

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29 aprile 2011

Accordo tra Hamas e Fatah, perchè sono gli estremisti a guadagnarci

Analisi di Luigi De Biase. Cronache di Aldo Baquis, Ugo Tramballi

Testata:Il Foglio - La Stampa - Il Sole 24 Ore
Autore: Luigi De Biase - Aldo Baquis - Ugo Tramballi
Titolo: «Ecco perché la pace fra Hamas e Fatah fa bene soltanto agli estremisti - Palestina, pronto l’accordo tra Hamas e Abu Mazen - Riconciliazione tra Hamas e Fatah»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 28/04/2011, a pag. I, l'articolo di Luigi De Biase dal titolo " Ecco perché la pace fra Hamas e Fatah fa bene soltanto agli estremisti ". Dalla STAMPA, a pag. 16, l'articolo di Aldo Baquis dal titolo " Palestina, pronto l’accordo tra Hamas e Abu Mazen ". Dal SOLE 24 ORE, a pag. 12, l'articolo di Ugo Tramballi dal titolo " Riconciliazione tra Hamas e Fatah ", preceduto dal nostro commento.
Ecco i pezzi:

Il FOGLIO - Luigi De Biase : " Ecco perché la pace fra Hamas e Fatah fa bene soltanto agli estremisti "


Luigi De Biase

Roma. Hamas e Fatah hanno raggiunto ieri un accordo preliminare per la “riconciliazione palestinese”. L’annuncio è arrivato nel pomeriggio, al termine di un incontro fra i rappresentanti dei due gruppi e un gran numero di mediatori egiziani – fra loro c’erano sia diplomatici, sia uomini dei servizi segreti. “Siamo in sintonia su tutti i punti”, ha detto un esponente di Fatah, Azzam al Ahmad, dopo il vertice. Un portavoce di Hamas ha confermato che “ogni differenza è superata”. Secondo il quotidiano Haaretz, il testo prevede la nascita di un governo ad interim nella città di Gaza e una road map per le elezioni. La firma dell’accordo potrebbe arrivare in settimana, nel corso di una cerimonia solenne che si terrà al Cairo. Questo patto voluto con forza dal nuovo regime egiziano è destinato a cambiare gli equilibri di potere nella Striscia e in Cisgiordania. Nonostante i proclami di al Ahmad, l’accordo di ieri può ridimensionare Fatah una volta per tutte: la “riconciliazione” offre ad Hamas ha la grande chance di prevalere sugli storici rivali e di imporre la propria egemonia sui Territori. Oggi i palestinesi sono divisi in due.
Da una parte c’è Gaza, che è sotto il controllo di Hamas. Dall’altra la Cisgiordania, governata da Fatah. I due partiti si sono sfidati alle elezioni del 2006 e hanno formato un governo di unità nazionale che è durato un anno, sino alla guerra civile del giugno 2007. E’ allora che gli uomini di Hamas si sono impadroniti con la forza della Striscia, rimuovendo gli esponenti di Fatah dagli incarichi amministrativi. Le parti hanno sfiorato la pace già nel 2009, ma l’accordo sfumò poche ore prima della firma. Quella volta Hamas rifiutò di cedere alle richieste di Fatah. Il governo di Hamas, che è considerata un’organizzazione terroristica da Israele, dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, non è stato un affare per gli abitanti di Gaza. I missili lanciati quotidianamente verso le città del Negev hanno costretto il governo israeliano a compiere numerosi raid per distruggere le brigate combattenti che si muovono nella Striscia, e a sigillare i confini di Gaza con l’obiettivo di impedire l’arrivo di armi e volontari islamici. Tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, l’esercito israeliano ha anche portato a termine l’operazione Piombo fuso, che ha decimato gli organi di comando di Hamas. Il premier di Gerusalemme, Benjamin Netanyahu, ha avvisato gli uomini di Fatah che l’accordo di ieri può rivelarsi fatale. “Non si può fare la pace con Hamas e con Israele allo stesso tempo – ha commentato – Io sceglierei la pace con Israele”. Il leader di Fatah e dell’Anp, Abu Mazen, pare più interessato a seguire la pista della riconciliazione. Nelle ultime settimane si è mosso per ottenere il riconoscimento di uno stato palestinese dalle Nazioni Unite, raccogliendo riscontri positivi sul piano diplomatico. Molti paesi del Sudamerica hanno garantito sostegno all’operazione e anche alcune cancellerie europee, a partire da quella francese, si dicono aperte al dibattito. Ma Fatah non ha la forza per resistere ad Hamas, non ce l’ha sotto il profilo elettorale, come dimostra la sconfitta patita nel 2006, e neppure sotto quello militare. Il destino di un ipotetico stato palestinese non sarebbe troppo distante dalla realtà di Gaza, con Fatah costretta all’esilio, gli estremisti al potere, attacchi armati contro Israele e rapporti costanti con l’Iran e le altre organizzazioni terroristiche del medio oriente. Non è un caso che l’accordo arrivi adesso e sia guidato dagli sherpa egiziani. Negli ultimi anni del proprio regime, Hosni Mubarak ha collaborato con Israele per ridurre i rischi legati alla presenza di Hamas: ha chiuso il valico di Rafah, che collega la Striscia all’Egitto, e ha messo in contatto il proprio sistema di intelligence con quello di Gerusalemme. Anche Mubarak ha lavorato alla pace fra Hamas e Fatah – aveva affidato la mediazione al capo dei servizi segreti, Omar Suleiman, che poi lo ha rimpiazzato nei giorni della rivolta araba. La sua mediazione, però, non piaceva agli islamisti. Il nuovo regime del Cairo è riuscito a convincere Hamas in poche settimane. Il ministro degli Esteri egiziano ha appena firmato la pace con l’Iran. Ora arriva un’altra prova che qualcosa, al Cairo, sta davvero mutando.

La STAMPA - Aldo Baquis : " Palestina, pronto l’accordo tra Hamas e Abu Mazen "


Abu Mazen con Khaled Meshaal

Nel nuovo Medio Oriente in ebollizione, è il turno dei palestinesi di balzare alla ribalta con l’annuncio a sorpresa di un accordo politico tra Fatah e Hamas che chiude anni di lotte intestine, in vista della possibile proclamazione a settembre di uno Stato indipendente all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Regista di questa manovra, che ha colto Israele di sorpresa, è l’Egitto, che ha fatto leva sulle recenti manifestazioni popolari a Gaza e Ramallah a favore di una riunificazione della leadership politica palestinese. Si chiude così la crisi iniziata nel 2007, con il putsch di Hamas e l’espulsione del presidente Abu Mazen dalla Striscia.

In mattinata il nuovo capo dei servizi segreti egiziani Murad Murafi ha convocato al Cairo alcuni esponenti di primo piano di Hamas e di Fatah e, dopo alcune ore, le parti hanno annunciato un accordo di massima in cinque punti, che sarà suggellato fra una settimana al Cairo da Abu Mazen e dal leader di Hamas, Khaled Meshal. L’accordo prevede: la composizione immediata di un nuovo esecutivo dell’Autorità nazionale palestinese formato da figure «nazionali»; l’indizione di nuove elezioni presidenziali e politiche nei Territori entro un anno; l’inclusione di Hamas nell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp); la molto complessa riunificazione degli apparati di sicurezza a Gaza (legati a Hamas) e in Cisgiordania (addestrati dagli Stati Uniti, e filo Fatah); la liberazione dei prigionieri politici palestinesi a Gaza e in Cisgiordania.

L’annuncio dell’intesa fra al-Fatah e Hamas è giunto a Gerusalemme nel tardo pomeriggio, poche ore dopo che nel Sinai settentrionale un commando di sabotatori aveva fatto saltare in aria - per la seconda volta in due mesi - un tratto del gasdotto che rifornisce di gas naturale egiziano Israele e Giordania. Queste forniture (che forse ora cesseranno del tutto) rappresentano il 40% del fabbisogno israeliano di energia e in passato erano assurte a simbolo delle relazioni bilaterali. Sempre ieri Israele era impegnato ad analizzare il moltiplicarsi delle voci in Egitto che invocano l’abrogazione (totale o parziale) degli accordi di pace. «L’Egitto deve comprendere che gli accordi internazionali vanno rispettati» ha detto il premier Netanyahu.

Comprensibile dunque l’asprezza della prima reazione del premier nell’apprendere l’evoluzione nella posizione di Abu Mazen. «L’Anp deve capire che non è possibile che ci sia la pace con Israele e con Hamas - ha detto Netanyahu -. Hamas anela alla distruzione dello Stato di Israele, e lo dichiara apertamente. Spara razzi sulle nostre città, sui nostri bambini. Spero che l’Anp faccia la scelta giusta e punti alla pace con Israele. Sta all’Anp decidere».

Immediata la replica di Hamas: «Israele non ha nulla a che vedere con la riconciliazione palestinese e in passato è stata di ostacolo», ha dichiarato al Cairo il portavoce dell’organizzazione, Taher al-Noono.

Ma anche la Casa Bianca ha subito ribadito che il riconoscimento di Israele da parte di Hamas - «un’organizzazione terrorista che colpisce i civili» - è una condizione imprescindibile.
 

Il SOLE 24 ORE - Ugo Tramballi : " Riconciliazione tra Hamas e Fatah "


Ugo Tramballi

Ugo Tramballi descrive con queste parole la reazione di Bibi Netanyahu alle dichiarazioni di Abu Mazen : " «Non potete avere la pace con Hamas e con Israele contemporaneamente», ha subito minacciato Bibi Netanyahu. Poiché Hamas non riconosce lo Stato ebraico, se Abu Mazen (che invece lo riconosce) si accordasse con gli islamici, per il premier israeliano non sarebbe un partner di pace.". Netanyahu non ha minacciato nessuno, ha semplicemente messo in rilievo un dato di fatto: con Hamas al potere sarebbe impossibile raggiungere la pace dal momento che i terroristi della Striscia hanno come obiettivo principale la distruzione di Israele. Il lancio quotidiano di razzi qassam ne è una prova sufficiente.
Tramballi continua : "
Curiosamente, fino a ieri Netanyahu riteneva che i palestinesi non fossero comunque partner credibili di una trattativa perché erano divisi. Qualsiasi cosa facciano, dunque, i palestinesi non meritano la pace e soprattutto che Israele smantelli gli insediamenti ebraici nei territori occupati. Qualcosa che l'attuale Governo israeliano nazional-religioso non concederà mai, qualunque cosa facciano i palestinesi uniti o divisi.". Le divisioni fra le fazioni palestinesi sono uno degli elementi che minano la pace. La presenza di Hamas nella Striscia è un altro. Fare elezioni congiunte con Hamas e farlo salire al potere anche in Cisgiordania non comporterebbe nè la fine delle divisioni nè la cessazione delle violenze.
I palestinesi meritano la pace, ma finora che cos'hanno fatto per dimostrare di volerla? Il massacro di Itamar è un messaggio di pace? Lanciare razzi contro gli scuolabus e ammazzare un ragazzino (nel silenzio dei media internazionali) ? Gli insediamenti illegali vengono smantellati. L'attuale governo di Israele non è nazional religioso, semplicmente è forte e non cede ai ricatti della controparte araba.
In quanto alla definizione dei territori, che Tramballi chiama 'occupati', ricordiamo che la definizione corretta è 'contesi'.
Ecco l'articolo:

È giusto essere ottimisti ma non bisogna esagerare quando i palestinesi fanno pace tra loro: potrebbero litigare il giorno dopo. Intanto l'annuncio è da Primavera araba: Fatah e Hamas hanno ricominciato a parlarsi e hanno stabilito i prossimi passi: un Governo provvisorio di unità nazionale a Ramallah e Gaza, fino alle elezioni che dovrebbero avvenire entro quest'anno.

Il dialogo e l'apparentemente rapido compromesso sono stati raggiunti al Cairo, grazie agli uffici del Governo egiziano: anche questo provvisorio. È una buona notizia che il nuovo Egitto sia tornato ad avere un ruolo pacificatore regionale come faceva quello vecchio di Hosni Mubarak. L'accordo palestinese è stato confermato da Azzam al-Ahmed di Fatah, cioè dell'Autorità palestinese di Abu Mazen che governa in Cisgiordania, e da Mousa Abu Marzuk di Hamas che controlla la striscia di Gaza.

I rappresentanti dei due partiti opposti, che in questi ultimi cinque anni hanno litigato, si sono presi a fucilate gli uni arrestando gli altri, sembravano particolarmente soddisfatti: «Tutti i punti di convergenza sono stati appianati», hanno garantito. Ma non sono stati in grado di essere più precisi sui contenuti e la qualità del compromesso che dovrebbe essere firmato la settimana prossima, sempre al Cairo, dai leader dei due partiti; su chi dovrebbe guidare l'Esecutivo misto fino alle consultazioni; né sulle date delle prossime elezioni che in Cisgiordania Abu Mazen aveva già annunciato entro il mese di settembre sia per il parlamento che per la presidenza. «Otto mesi da oggi», dicono genericamente al Cairo.

Più che un accordo storico per ora sembra un passo avanti: ne erano stati fatti altri in questi anni, sempre con l'aiuto egiziano, ma pochi giorni dopo Hamas e Fatah avevano ricominciato a litigare. Tutte le volte, ricominciando gli uni ad arrestare gli altri.

«Non potete avere la pace con Hamas e con Israele contemporaneamente», ha subito minacciato Bibi Netanyahu. Poiché Hamas non riconosce lo Stato ebraico, se Abu Mazen (che invece lo riconosce) si accordasse con gli islamici, per il premier israeliano non sarebbe un partner di pace. Curiosamente, fino a ieri Netanyahu riteneva che i palestinesi non fossero comunque partner credibili di una trattativa perché erano divisi. Qualsiasi cosa facciano, dunque, i palestinesi non meritano la pace e soprattutto che Israele smantelli gli insediamenti ebraici nei territori occupati. Qualcosa che l'attuale Governo israeliano nazional-religioso non concederà mai, qualunque cosa facciano i palestinesi uniti o divisi.

Per quanto politicamente motivato, Bibi Netanyahu sottolinea tuttavia un problema reale riguardo alla pacificazione fra i palestinesi: Hamas continua ad essere convinto che la lotta armata sia l'unica strada per liberare la Palestina; l'Autorità di Ramallah ha ormai preso la strada della diplomazia e della lotta politica.

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29 aprile 2011

Il commento/Un’altra vittoria per i terroristi di Al Qaida

 
 
 
  
È più forte di lui: il 70% degli americani non vuole la moschea a Ground Zero. La sua politica, dopo essere apparsa «foriera di speranze» al 51% degli arabi, è declinata al 16. Tuttavia, Barack Obama non può fare a meno di sognare la pace universale: sin dalla sua nascita, si potrebbe dire, sin dai primordi della sua educazione politica e poi dei suoi passi come presidente, con il discorso del Cairo, l’inchino al re saudita, la critica inusitata allo Stato d’Israele, la mano tesa fino ai crampi verso un Iran che adesso nonostante le sanzioni, riceverà, il 21 di agosto, la benzina nucleare russa per procedere verso la Bomba, ha sempre avuto un disegno, nobile quanto inutile. Essere iscritto nella storia americana come il grande presidente che riuscì a creare un’amicizia, o almeno una tregua, con l’islam. Un Kennedy che invece della grande conquista dell’integrazione dei neri, realizzi un rapporto positivo con l’islam, in patria e fuori. Durante la cena di Ramadan, prima della benedizione alla moschea, Obama ha tentato di riscrivere la storia americana con la stravagante affermazione di un grande ruolo dell’islam come di una parte centrale della epopea americana, una forza che «è sempre stata parte dell’America»; ha detto che Ramadan «ci ricorda i principi comuni e il ruolo dell’islam nel fare avanzare la giustizia, il progresso, la tolleranza, e la dignità di tutti gli esseri umani».
Con tutto l’autentico rispetto per Ramadan e la libertà religiosa, intanto sorge spontanea la domanda che farebbero parecchie ragazze americane musulmane che come testimonia la scrittrice Phillys Chesler seguitano a essere vittime di clausura e delitti d’onore, o anche le vetrioleggiate dell’Afganistan, o le condannate alla lapidazione in Iran. È comunque difficile disegnare il contributo solenne dell’islam alla storia americana: non troviamo, in una cultura non specialistica, una pagina di arte, di cultura, di politica, di letteratura, di musica, di cinema, insomma di tutte le meraviglie che fanno l’America, la traccia di un’influenza islamica. Ma diciamo che Obama abbia voluto usare un tono augurale: cosa lo ha portato ad abbracciare quella che i posteri considereranno una delle maggiori bizzarrie, per non dire perversioni, del nostro secolo, la costruzione di una moschea a Ground Zero? A Ground Zero si è avvolti da un silenzio immenso nel mezzo alla metropoli: non c’è politically correct che tenga. Sei, di fronte a quei volti, immerso in un dialogo con la vita e con la morte, con l’aggressività inconsulta, con l’odio smisurato per una nazione democratica. Certamente non tutti i musulmani sono responsabili dell’attacco alle Twin Towers, ma l’islam vi ha una parte non marginale. La sua intolleranza per le altre religioni ha luogo ogni giorno nelle città arabe e in Iran, la sua determinazione a conquistare il mondo e a uccidere gli ebrei, i cristiani, i convertiti, risuona in molte madrasse, certo nel dispiacere dell’Islam moderato.
Non c’entra la libertà di religione con la grandiosa inopportunità di costruire una moschea laddove è il sacrario del dolore americano di fronte all’attacco dell’islam estremo. Ci sono luoghi che hanno un destino iscritto in ciò che semplicemente sono. Un centro culturale tedesco, con tutto il rispetto per i tedeschi d’oggi, ha scritto Charles Krauthammer, non può sorgere sulle rovine di un campo di concentramento. Giovanni Paolo II proibì alle carmelitane di creare un centro ad Auschwitz. Non era il loro luogo, non era il caso. E certo la richiesta delle Carmelitane era meno strana.
Obama dovrebbe chiedersi che cosa rappresenta oggi una moschea a 360 gradi, e concluderebbe che il suo significato non è di pura libertà religiosa, ma è anche politico, specie a Ground Zero. Non c’è stata una chiara, definitiva risoluzione di ogni rapporto del mondo musulmano con l’islam del terrorismo, esso rifiuta di definire chiaramente il terrorismo. Obama per promuovere i moderati deve differenziarne il ruolo, chiedere loro un impegno invece di promuovere l’islam in toto. Questa diviene vittoria dei più duri. Bin Laden gioirà della moschea, la sentirà come una sua vittoria. Obama non otterrà da questa ennesima profferta niente. Lo stesso accadde con Gaza esattamente 5 anni fa, il 15 di agosto, quando Sharon consegnò la Striscia ai palestinesi in cambio di niente. Non fu interpretato come un gesto di pace, ma come un gesto di debolezza. Ne nacque Hamastan che ha perseguita musulmani, ebrei, cristiani.

 

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29 aprile 2011

Gaza, verso riapertura valico Rafah

Palestinesi potranno lasciare Striscia

 
- L'Egitto intende riaprire al più presto il valico di frontiera con la Striscia di Gaza a Rafah per alleggerire il blocco israeliano attorno al territorio palestinese. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri egiziano, Nabil al-Arabi sottolineando che la mossa mira a "metter fine alle sofferenze dei palestinesi". Il valico potrebbe essere riaperto "nei prossimi giorni", offrendo ai palestinesi di Gaza la possibilità di lasciare la Striscia.




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29 aprile 2011

Terrorismo islamico, a Milano uno dei centri più pericolosi

Cronaca e intervista a Padre Samir di Andrea Morigi

Testata: Libero
Data: 28 aprile 2011
Pagina: 10
Autore: Andrea Morigi
Titolo: «Il centro islamico di Milano è il più pericoloso d’Europa - Il vero rischio sono i convertiti»

Riportiamo da LIBERO di oggi, 28/04/2011, a pag. 10, l'articolo di Andrea Morigi dal titolo " Il centro islamico di Milano è il più pericoloso d’Europa " e la sua intervista a padre Samir dal titolo " Il vero rischio sono i convertiti ", preceduta dal nostro commento.
Ecco i pezzi:

Andrea Morigi : " Il centro islamico di Milano è il più pericoloso d’Europa"


Andrea Morigi

Dieci luoghi al mondo rappresentano i punti caldi del terrorismo islamico. È una lista, diffusa da Wikileaks, in cui il Pentagono inserisce anche il centro culturale islamico di viale Jenner, a Milano. Più che una moschea, è il punto di riferimento di svariate reti del terrore che si sono succedute nel tempo, a partire dal gruppo del tunisino Essid Sami Ben Khemais, il veterano afgano - a cui fanno riferimento esplicito i Gitmo papers - che agiva con il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento per finire con il libico Mohamed Game, l’aspirante attentatore suicida che si lanciò contro al caserma Santa Barbara di Milano nell’ottobre del 2010. E, a Guantanamo, sono stati detenuti molti terroristi in contatto con i frequentatori del luogo di preghiera milanese, tra i quali Ridah Bin Saleh Al Yazid, Adel Ben Mabrouk e Lufti Bin Ali. Dal Dipartimento del Tesoro statunitense, il centro di viale Jenner era stato definito «la stazione principale di al Qaeda in Europa», utilizzata per «facilitare il movimento di armi, uomini e denaro in giro per il mondo». Nell’elenco, pubblicato dal New York Times, denominato Matrix of Threat Indicators for Enemy Combatants, in pratica un termometro che segnava il livello di pericolo relativo a ogni singolo detenuto del carcere statunitense di Guantanamo, compaiono anche altri luoghi dove si sono svolte le attività più efficaci di reclutamento di Al Qaeda. Tra questi l’Università islamica Abu Bakr e la moschea Makki di Karachi, in Pakistan; la moschea Al Khair di Sanaa, nello Yemen; l’Isti - tuto Dimaj, sempre nello Yemen; la moschea londinese di Finsbury Park e il Club Four Feathers Youth, nel Regno ::: LA LISTA IN ITALIA Per il Pentagono sono dieci i punti caldi del terrorismo islamico mondiale. Tra questi il centro islamico milanese di viale Jenner. NEL MONDO Gli altri sono l’Università islamica Abu Bakr e la moschea Makki di Karachi (Pakistan); la moschea Al Khair di Sanaa e l’Istituto Dimaj (Yemen); la moschea londinese di Finsbury Park e il Club Four Feathers Youth (Regno Unito); la moschea Laennec a Lione (Francia); la moschea Al Sunnah Al Nabawiah di Montreal (Canada) e la moschea Wazir Akbar Khan di Kabul (Afghanistan). Unito; la moschea Laennec, a Lione, in Francia; la moschea Al Sunnah Al Nabawiah di Montreal, in Canada e infine la moschea afgana Wazir Akbar Khan, a Kabul. Sono oltre 700 documenti pieni di informazioni «classificate », secondo il portavoce delle Forze Armate Usa Geoff Morrell e l’ambasciatore americano incaricato della chiusura di Guantanamo, Daniel Fried. Entrambi lamentano la fuga di notizie, che comprende le schede di numerosi detenuti e i relativi interrogatori, temendo un loro utilizzo da parte dei legali dei carcerati che saranno processati nella prigione cubana. Si tratta di documenti riservati, precisano, che non potranno essere sfruttati per mettere a punto le loro linee di difesa. Emergono tuttavia anche numerosi particolari sugli obiettivi e le strategie di attacco di al Qaeda, intenzionata a colpire gli Stati Uniti anche dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. A dirlo, sono gli stessi terroristi, bloccati prima di portare a termine il progetto e condotti a Guantanamo. Si trattava della cellula che faceva capo a Khaled Sheikh Mohammed, la mente degli attacchi all’America. Nei loro piani, era previsto l’utilizzo di armi di distruzione di massa. Uno di essi, Saifoullah Paratcha (un uomo d'affari di 63 anni tra gli attuali 172 detenuti di Guantanamo), pensava a come far entrare negli Usa del plastico nascosto fra indumenti per donne e bambini. In viale Jenner, ai tempi, non si progettava ancora la presentazione di una lista per le elezioni comunali di Milano. E nemmeno l’appoggio elettorale al candidato Giuliano Pisapia.

Andrea Morigi : " Il vero rischio sono i convertiti "


Samir Khalil Samir

Nel 2005, Padre Samir parlava della nascita di Israele come di una 'profonda ingiustizia' (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=6&sez=120&id=14865).  Lo pensa ancora ?
Ecco l'intervista:
 

Sembra utopistico auspicare che gli immigrati in Europa «non distruggano la cultura esistente, ma contribuiscano alla sua evoluzione integrando ciò che ècompatibile con essa, che è fondamentalmente costituita dalla cultura cristiana, quella dei diritti dell’uomo, della laicità come separazione dei diversi ambiti, e dei principi della Rivoluzione Francese». A esprimersi così è padre Samir Khalil Samir, gesuita egiziano, in Islam e Occidente. Le sfide della coabitazione (trad. ital., Lindau, pagg. 256 , 22 euro), che sintetizza così, conversando con Line Pillet, il suo pensiero su un’integrazione autentica. Da decenni, ormai, il religioso, che insegna all’Università Saint Joseph di Beirut, in Libano, si esercita nel tentativo di comporre opposti che storicamente si sono dimostrati inconciliabili, l’Illuminismo e il cristianesimo fra tutti, ma in una ricerca che rifiuta il relativismo etico e prosegue in un dialogo franco e aperto con gli interlocutori musulmani, di fronte ai quali ha il merito di non tacere quello che non gli pare condivisibile, allontanandosi così decisamente dall’irenismo di molti cattolici. Un avvertimento lo lancia anche agli occidentali:«Duesono dunquelecategorie di persone “pericolose”: da un lato gli europei convertiti e dall’altra gli imam. Questi sono davvero deleteri, non gli immigrati, che rappresentano più che altro facili vittime. Se non trovano lavoro o se finiscono in prigione verranno ben presto recuperati dagli imam radicali». Il tema centrale è il controllo dell’immigrazione: «Uno dei problemi dell’Europa, e su questo insisto, consiste nel non sapere come controllare questi imam prima del loro arrivo nel paese. Mi chiedo perché l’Euro - pa non pratichi controlli più severi», visto che«tutti,nel mondomusulmano,sanno che proprio gli imam sono persone a rischio, poiché esercitano un’autorità incontestabile su molti musulmani e poiché si sono formati nelle tradizioni islamiche più radicali». Questonon gli impedisce di individuare una convergenza con i musulmani, cioè «una formula nota ripresa da santa Giovanna d’Arco: “Messer Dio è il primo servito”. L’islam concorda pienamente su questa idea: il rispetto assoluto di Dio e la sua volontà prima di tutto. Il cristiano invece direbbe “la ricerca della volontà di Dio in tutte le cose prima di tutto”». Fra credenti, in effetti, è più facile il rispetto reciproco, che consente di indicare una strada a chi sta per iniziare una coabitazione con una società multiculturale: «Credo che la missione dei cristiani sia quella di fungere da intermediari, essi sono un po’ i fratelli maggiori dei musulmani e possono contribuire alla loro integrazione perché hanno vissuto tutto il processo della laicità, della secolarizzazione eccetera, ne vedono i vantaggi, ma anche i limiti». Se non bastasse, c’è tutto il magistero del prossimo beato Giovanni Paolo II, per chi intenda evitare la schizofrenia della separazione fra la fede e la vita.

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29 aprile 2011

Terrorismo islamico, a Milano uno dei centri più pericolosi

Cronaca e intervista a Padre Samir di Andrea Morigi

Testata: Libero
Data: 28 aprile 2011
Pagina: 10
Autore: Andrea Morigi
Titolo: «Il centro islamico di Milano è il più pericoloso d’Europa - Il vero rischio sono i convertiti»

Riportiamo da LIBERO di oggi, 28/04/2011, a pag. 10, l'articolo di Andrea Morigi dal titolo " Il centro islamico di Milano è il più pericoloso d’Europa " e la sua intervista a padre Samir dal titolo " Il vero rischio sono i convertiti ", preceduta dal nostro commento.
Ecco i pezzi:

Andrea Morigi : " Il centro islamico di Milano è il più pericoloso d’Europa"


Andrea Morigi

Dieci luoghi al mondo rappresentano i punti caldi del terrorismo islamico. È una lista, diffusa da Wikileaks, in cui il Pentagono inserisce anche il centro culturale islamico di viale Jenner, a Milano. Più che una moschea, è il punto di riferimento di svariate reti del terrore che si sono succedute nel tempo, a partire dal gruppo del tunisino Essid Sami Ben Khemais, il veterano afgano - a cui fanno riferimento esplicito i Gitmo papers - che agiva con il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento per finire con il libico Mohamed Game, l’aspirante attentatore suicida che si lanciò contro al caserma Santa Barbara di Milano nell’ottobre del 2010. E, a Guantanamo, sono stati detenuti molti terroristi in contatto con i frequentatori del luogo di preghiera milanese, tra i quali Ridah Bin Saleh Al Yazid, Adel Ben Mabrouk e Lufti Bin Ali. Dal Dipartimento del Tesoro statunitense, il centro di viale Jenner era stato definito «la stazione principale di al Qaeda in Europa», utilizzata per «facilitare il movimento di armi, uomini e denaro in giro per il mondo». Nell’elenco, pubblicato dal New York Times, denominato Matrix of Threat Indicators for Enemy Combatants, in pratica un termometro che segnava il livello di pericolo relativo a ogni singolo detenuto del carcere statunitense di Guantanamo, compaiono anche altri luoghi dove si sono svolte le attività più efficaci di reclutamento di Al Qaeda. Tra questi l’Università islamica Abu Bakr e la moschea Makki di Karachi, in Pakistan; la moschea Al Khair di Sanaa, nello Yemen; l’Isti - tuto Dimaj, sempre nello Yemen; la moschea londinese di Finsbury Park e il Club Four Feathers Youth, nel Regno ::: LA LISTA IN ITALIA Per il Pentagono sono dieci i punti caldi del terrorismo islamico mondiale. Tra questi il centro islamico milanese di viale Jenner. NEL MONDO Gli altri sono l’Università islamica Abu Bakr e la moschea Makki di Karachi (Pakistan); la moschea Al Khair di Sanaa e l’Istituto Dimaj (Yemen); la moschea londinese di Finsbury Park e il Club Four Feathers Youth (Regno Unito); la moschea Laennec a Lione (Francia); la moschea Al Sunnah Al Nabawiah di Montreal (Canada) e la moschea Wazir Akbar Khan di Kabul (Afghanistan). Unito; la moschea Laennec, a Lione, in Francia; la moschea Al Sunnah Al Nabawiah di Montreal, in Canada e infine la moschea afgana Wazir Akbar Khan, a Kabul. Sono oltre 700 documenti pieni di informazioni «classificate », secondo il portavoce delle Forze Armate Usa Geoff Morrell e l’ambasciatore americano incaricato della chiusura di Guantanamo, Daniel Fried. Entrambi lamentano la fuga di notizie, che comprende le schede di numerosi detenuti e i relativi interrogatori, temendo un loro utilizzo da parte dei legali dei carcerati che saranno processati nella prigione cubana. Si tratta di documenti riservati, precisano, che non potranno essere sfruttati per mettere a punto le loro linee di difesa. Emergono tuttavia anche numerosi particolari sugli obiettivi e le strategie di attacco di al Qaeda, intenzionata a colpire gli Stati Uniti anche dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. A dirlo, sono gli stessi terroristi, bloccati prima di portare a termine il progetto e condotti a Guantanamo. Si trattava della cellula che faceva capo a Khaled Sheikh Mohammed, la mente degli attacchi all’America. Nei loro piani, era previsto l’utilizzo di armi di distruzione di massa. Uno di essi, Saifoullah Paratcha (un uomo d'affari di 63 anni tra gli attuali 172 detenuti di Guantanamo), pensava a come far entrare negli Usa del plastico nascosto fra indumenti per donne e bambini. In viale Jenner, ai tempi, non si progettava ancora la presentazione di una lista per le elezioni comunali di Milano. E nemmeno l’appoggio elettorale al candidato Giuliano Pisapia.

Andrea Morigi : " Il vero rischio sono i convertiti "


Samir Khalil Samir

Nel 2005, Padre Samir parlava della nascita di Israele come di una 'profonda ingiustizia' (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=6&sez=120&id=14865).  Lo pensa ancora ?
Ecco l'intervista:
 

Sembra utopistico auspicare che gli immigrati in Europa «non distruggano la cultura esistente, ma contribuiscano alla sua evoluzione integrando ciò che ècompatibile con essa, che è fondamentalmente costituita dalla cultura cristiana, quella dei diritti dell’uomo, della laicità come separazione dei diversi ambiti, e dei principi della Rivoluzione Francese». A esprimersi così è padre Samir Khalil Samir, gesuita egiziano, in Islam e Occidente. Le sfide della coabitazione (trad. ital., Lindau, pagg. 256 , 22 euro), che sintetizza così, conversando con Line Pillet, il suo pensiero su un’integrazione autentica. Da decenni, ormai, il religioso, che insegna all’Università Saint Joseph di Beirut, in Libano, si esercita nel tentativo di comporre opposti che storicamente si sono dimostrati inconciliabili, l’Illuminismo e il cristianesimo fra tutti, ma in una ricerca che rifiuta il relativismo etico e prosegue in un dialogo franco e aperto con gli interlocutori musulmani, di fronte ai quali ha il merito di non tacere quello che non gli pare condivisibile, allontanandosi così decisamente dall’irenismo di molti cattolici. Un avvertimento lo lancia anche agli occidentali:«Duesono dunquelecategorie di persone “pericolose”: da un lato gli europei convertiti e dall’altra gli imam. Questi sono davvero deleteri, non gli immigrati, che rappresentano più che altro facili vittime. Se non trovano lavoro o se finiscono in prigione verranno ben presto recuperati dagli imam radicali». Il tema centrale è il controllo dell’immigrazione: «Uno dei problemi dell’Europa, e su questo insisto, consiste nel non sapere come controllare questi imam prima del loro arrivo nel paese. Mi chiedo perché l’Euro - pa non pratichi controlli più severi», visto che«tutti,nel mondomusulmano,sanno che proprio gli imam sono persone a rischio, poiché esercitano un’autorità incontestabile su molti musulmani e poiché si sono formati nelle tradizioni islamiche più radicali». Questonon gli impedisce di individuare una convergenza con i musulmani, cioè «una formula nota ripresa da santa Giovanna d’Arco: “Messer Dio è il primo servito”. L’islam concorda pienamente su questa idea: il rispetto assoluto di Dio e la sua volontà prima di tutto. Il cristiano invece direbbe “la ricerca della volontà di Dio in tutte le cose prima di tutto”». Fra credenti, in effetti, è più facile il rispetto reciproco, che consente di indicare una strada a chi sta per iniziare una coabitazione con una società multiculturale: «Credo che la missione dei cristiani sia quella di fungere da intermediari, essi sono un po’ i fratelli maggiori dei musulmani e possono contribuire alla loro integrazione perché hanno vissuto tutto il processo della laicità, della secolarizzazione eccetera, ne vedono i vantaggi, ma anche i limiti». Se non bastasse, c’è tutto il magistero del prossimo beato Giovanni Paolo II, per chi intenda evitare la schizofrenia della separazione fra la fede e la vita.

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28 aprile 2011

Hamas e Autorità Palestinese: No a qualunque piano di pace se non c’è “diritto al ritorno”

 
 
Hamas e Autorità Palestinese hanno entrambe respinto separatamente, sabato scorso, un piano di pace attribuito al presidente americano Barack Obama giacché esso prevedrebbe, fra l’altro, che i palestinesi abbandonino la rivendicazione del cosiddetto “diritto al ritorno” (vale a dire il “diritto” dei profughi palestinesi e dei loro discendenti di stabilirsi all’interno di Israele anche dopo la nascita del futuro stato palestinese accanto a Israele).
Secondo un articolo pubblicato sul New York Times la scorsa settimana, l’amministrazione Usa starebbe lavorando a una nuova iniziativa di pace che ruota attorno ad alcuni principi chiave: creazione di uno stato palestinese senza “diritto al ritorno”, Gerusalemme come capitale di entrambi gli stati, sottolineatura delle vitali esigenze di sicurezza di Israele (rispetto al Medio Oriente in generale).
“L’Autorità Palestinese ha già detto che rifiuterà qualunque iniziativa di pace che chieda ai palestinesi di rinunciare al diritto al ritorno”, ha dichiarato Nabil Sha’ath, esponente di rilievo della squadra negoziale palestinese che fa capo a Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Ribadendo che il cosiddetto “diritto al ritorno” costituisce un “diritto fondamentale” a cui i palestinesi non possono rinunciare, Sha’ath ha specificato: “Noi respingeremo qualunque piano di pace americano che ci chieda di cedere su uno dei nostri diritti basilari, il diritto al ritorno dei profughi”.
Sha’ath ha sottolineato che gli Accordi di Oslo, firmati da Israele e Olp nel 1993-95, prevedono negoziati su tutte le questioni centrali: dunque anche sui profughi, oltre a Gerusalemme, confini e sicurezza. (Israele, infatti, ricorda sempre che, stando a Oslo, anche i confini sono oggetto di negoziato, per cui le linee pre-’67 non possono essere considerate come il futuro confine fra i due stati). “Come può Washington pianificare una tale soluzione – si è chiesto Sha’ath a proposito dell’iniziativa attribuita a Obama – mentre non ci sono contatti fra Washington e Autorità Palestinese su questo tema?”.
Dal canto suo, il “governo” di Hamas che controlla la striscia di Gaza ha definito l’iniziativa attribuita a Obama un “campanello d’allarme che mette a repentaglio il diritto al ritorno”. Facendo appello a tutti i popoli arabi e islamici affinché sostengano il “diritto al ritorno” dei palestinesi, Hamas si è dichiarata totalmente contraria alla nuova iniziativa. “Il diritto al ritorno è un diritto legittimo e sacro che nessuno può cedere”, ha ribadito Hamas.

(Da: Jerusalem Post, 23.4.11)

DOCUMENTAZIONE
Cosa intendano i palestinesi per “diritto al ritorno” venne messo in chiaro in un memorandum della squadra negoziale palestinese guidata da Yasser Abed Rabbo, presentato il 1 gennaio 2001 in risposta ai parametri del presidente Bill Clinton per un accordo israelo-palestinese. Vi si legge: «It is important to recall that Resolution 194, long regarded as the basis for a just settlement of the refugee problem, calls for the return of Palestinian refugees to 'their homes', wherever located. The essence of the right of return is choice: Palestinians should be given the option to choose where they wish to settle, including return to the homes from which they were driven». [traduz: “È importante ricordare che la risoluzione 194, da tempo considerata la base per una giusta composizione del problema dei profughi, prevede il ritorno dei profughi palestinesi alle loro case, ovunque situate. L’essenza del diritto al ritorno sta nella scelta: ai palestinesi deve essere data la possibilità di scegliere dove vogliono insediarsi, compreso il ritorno alle case da cui furono allontanati”].

Nelle immagini in alto: La pubblicistica palestinese raffigura costantemente il “diritto al ritorno” (rappresentato dal simbolo della chiave) come la “riconquista demografica” di Israele e la sua cancellazione in quanto stato sovrano del popolo ebraico

 




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28 aprile 2011

Così Banca Intesa violava l'embargo all'Iran





«Grazie per la vostra straordinaria assistenza nelle indagini su Intesa Sanpaolo, ci ha consentito di determinare l’estensione delle violazioni commesse dalla banca nell’eseguire pagamenti per conto di entità iraniane, siriane e libiche».
È il 3 aprile 2008 quando Adam Kaufmann, capo della divisione investigativa centrale del procuratore distrettuale di New York, scrive ad Alfredo Robledo, sostituto procuratore di Milano, con il quale sta collaborando nel tentativo di identificare i percorsi del flusso di denaro iraniano che attraversa il sistema finanziario italiano. Robert Morgenthau, procuratore distretturale, vuole far applicare le leggi federali e dello Stato di New York che, in coincidenza con le sanzioni Onu, puntano ad impedire a Teheran di sfruttare la rete finanziaria Usa per sovvenzionare i programmi di riarmi missilistico e di proliferazione nucleare acquistando materiali di tecnologia civile che possono essere adoperati anche a fini militari. Se Kaufmann e Robledo collaborano è perché banche italiane presenti sul territorio di New York sono sospettate di violare le suddette leggi, pur senza incorrere in reati nel nostro Paese. Nella stessa lettera del 3 aprile Kaufmann fa sapere che informerà le autorità di regolamentazione bancaria di New York sulle violazioni commesse da Banca Intesa e che «non ha obiezioni» a che Robledo faccia lo stesso con i corrispettivi enti italiani. Le ultime righe della missiva sono molto calorose. «La prego di far pervenire ai procuratori, ufficiali di polizia, investigatori ed agli altri membri dello staff che hanno lavorato così duramente tutto il nostro apprezzamento e ringraziamento» conclude Kaufmann, che da New York guida il team delle indagini in tandem con il Dipartimento di Giustizia a Washington.

Tali espressioni si spiegano con l’importanza che ha per l’ufficio di Morgenthau quanto hanno trovato gli uomini del nucleo di polizia tributaria di Milano nella perquisizione eseguita il giorno prima, 2 aprile, negli uffici di Intesa Sanpaolo in Piazza della Scala. Il blitz è avvenuto sulla base di un decreto di perquisizione e ispezione nei sistemi informativi e le prove rinvenute, a seguito dell’esame dei documenti trovati, consentono agli inquirenti italiani di provare i sospetti dei colleghi americani. «Le ipotesi avanzate per rogatoria internazionale dal ministero della Giustizia Usa erano fondate» recita la relazione che sarà poi formalizzata il 6 maggio, tenendo conto anche degli interrogatori avvenuti e delle prove raccolte dopo il 2 aprile. In particolare «è stata trovata prova del fatto che Intesa Sanpaolo si è adoperata perché su alcune operazioni finanziarie internazionali non risultasse formalmente il nome di banche con sede in Paesi sottoposti a sanzioni Usa, facendo passare tali operazioni come normali transazioni interbancarie». In concreto significa che sui documenti relativi alle transazioni le intestazioni su provenienze da Iran, Siria e Libia erano state cancellate con codici di copertura. Da qui la conclusione che
«gli accertamenti svolti dalle autorità italiane hanno provato effettivamente che Intesa Sanpaolo ha inviato swift di evidenza fondi verso la sua filiale di New York senza che venisse menzionato il nome del beneficiario ordinante del bonifico».

Si tratta di una violazione delle leggi federali e di New York che l’ufficio di Morgenthau individua anche a carico della banca britannica Lloyds TSB, la cui filiale di Manhattan patteggia a metà gennaio il pagamento di una multa di 350 milioni di dollari che le consente di continuare ad operare. I banchieri britannici confessano di aver gestito il passaggio di 300 milioni di dollari iraniani e 20 milioni di dollari sudanesi «verso banche americane» alterando a posteriori la relativa documentazione. Morgenthau accerta che la banca inglese ha consentito transazioni che hanno permesso a Teheran di acquistare centrifughe nucleari e 30 mila tonnellate di tungsteno, un materiale che può anche servire a costruire missili. Ciò che il nucleo di polizia tributaria di Milano accerta è che iraniani, siriani e libici hanno adoperato anche la banca italiana: «È stato accertato che erano le stesse banche sotto embargo a chiedere a Intesa-San Paolo che non comparisse il proprio nome nell’esecuzione di ordini di trasferimento in valuta americana». In sostanza le banche dei Paesi colpiti da sanzioni hanno sfruttato Banca Intesa-San Paolo, al pari di Lloyds TSB, per fare versamenti negli Stati Uniti ad altre banche dalle quali poi questi fondi potrebbero essere stati usati per acquistare armamenti proibiti.

Morgenthau ritiene che la filiale di Lloyds abbia gestito il passaggio di «miliardi di dollari» e le indagini co-gestite con il Dipartimento di Giustizia puntano ad appurare le responsabilità di altri grandi gruppi europei, tra cui Barclays, Credit Suisse e Deutsche Bank. Dan Castelman, braccio destro di Morgenthau, guida un’indagine che coinvolge almeno dieci banche «situate in Europa Occidentale, Orientale e in Estremo Oriente» con «possibili contatti con l’Iran». Fra queste c’è anche Intesa Sanpaolo.

Se simili responsabilità dovessero essere accertate anche le penalità sarebbero identiche, con il bivio fra pagare multe molto pesanti o essere obbligati a chiudere la filiale di Manhattan. A conferma che quella avvenuta è stata un’operazione finanziaria dalle molteplici diramazioni gli inquirenti italiani hanno appurato che pratiche simili sono avvenute anche da parte di altri istituti di credito del nostro Paese.

Alla richiesta di commentare la collaborazione bilaterale la portavoce di Mortgenthau, Alicia Greene, ha detto di «non poterlo fare» trattandosi di un’indagine aperta. Significa che resta ancora molto da appurare sul coinvolgimento di banche italiane nelle transazioni illecite avvenute a New York. Da Milano Intesa Sanpaolo conferma comunque «piena collaborazione». «Sin dall’inizio abbiamo dato piena collaborazione all’inchiesta congiunta del Dipartimento di Giustizia e del procuratore distrettuale di New York sulle transazioni avvenute con entità iraniane o di altri Paesi oggetto di sanzioni americane» recita una nota della banca. Da quanto trapela da ambienti al corrente delle indagini Intesa Sanpaolo ha ammesso l’uso di codici di copertura «per motivi di privacy» e la collaborazione con Morgenthau riguarda l’accertamento di centinaia di migliaia di transazioni, il 90% delle quali inferiori a 100 mila dollari, per verificare se vi siano stati degli «abusi». I codici di copertura sui quali gli inquirenti concentrano l’attenzione riguardano le triangolazioni con enti americani originatesi da istituti iraniani e poiché fra i clienti della banca italiana c’è l’Eni, che ha una forte presenza in Iran, non si può escludere che le indagini di Morgenthau puntino anche ad accertare i movimenti finanziari del colosso energetico negli Usa. Se nei confronti di Intesa Sanpaolo non sono finora scattate le sanzioni che hanno colpito Lloyds è perché in quest’ultimo caso gli investigatori americani hanno accertato la pratica dell’alterazione a posteriori di documenti finanziari.

A confermare la necessità per Morgenthau di seguire la pista italiana ci sono anche le dichiarazioni rilasciate il 21 dicembre all’agenzia Fars News da Hassan Ali Qanbari, direttore esecutivo della Bank Sepah iraniana colpita dalle sanzioni Onu e Usa, in merito alla «ripresa delle attività nella sede di Roma». Il governo Usa impedisce ogni transazione con Bank Sepah dal gennaio 2007, la Banca d’Italia applicò analoghe sanzioni dal 30 marzo seguente ma ora la ripresa dell’attività dell’istituto lascia supporre nuovi traffici finanziari. «Sepah» in persiano significa «esercito» e Washington ritiene che le sue filiali vengano adoperate per finanziare i programmi proibiti. La sovrapposizione fra le perduranti indagini sulle banche italiane e le attività di Sepah Bank tengono banco nei rapporti fra Washington e Roma nel momento in cui il nostro Paese è impegnato a compiere un’apertura diplomatica verso Teheran. Anche perché l’uomo al quale Barack Obama ha affidato il portafoglio di sottosegretario al Tesoro per l’antiterrorismo e l’intelligence finanziaria è lo stesso mastino che aveva tale compito durante l’amministrazione Bush: Stuart Levey.

Maurizio Molinari La Stampa

 


 




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28 aprile 2011

Carne stufata a fette con verdura Basar Me?udeh, Nusach...


 

 


http://www.kosherlive.com


tipo:    Ricette Ebraiche

piatto:    Carne

nome italiano:    Carne stufata a fette con verdura

nome tipico:    Basar Me’udeh, Nusach Ilana

ingredienti


preparazione:

1 kg lombata di manzo, 2 pomodori passati o 1 latta di passata di pomodoro, 1 tazza di vino rosso, 60 gr


margarina, 1 cipolla tritata, 3 spicchi d’aglio, olio per frittura, una piccola porzione di oca affumicata


(o tacchino), 1 dado di brodo di manzo, 6 foglie di sedano cotte, sale, pepeAffettare la carne finemente.


Mettere un po’ di olio e di margarina in una casseruola. Friggere la cipolla, l’aglio e l’oca affumicata


per cinque minuti. Aggiungere la carne. Salare e pepare a piacere. Continuare a friggere fino a


doratura. Aggiungere il vino e cuocere a fuoco medio fino a che non sia evaporato. Aggiungere i


pomodori schiacciati o la passata. Lasciare evaporare un po’, quindi aggiungere ½ tazza d’acqua


tiepida. Ridurre il fuoco coprire la casseruola e lasciare sobbollire per 1 ½, 2 ore. Mentre cuoce


aggiungere acqua tiepida di tanto in tanto, quando richiesto.Verso la fine della cottura aggiungere il


dado e le foglie di sedano. Servire caldo come piatto principale con vino rosso o frizzante.


Io servita con una spruzzata di yogurt (spero di aver fatto bene pero’ il gusto era fantastico)difatti


usato il tacchino perche l’ocha non piaceva a casa ma quello e solo un guto personale dei figli.


 

http://www.petitchef.it/ricette/carne-stufata-a-fette-con-verdura-basar-meudeh-nusach-ilana-fid-930085




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28 aprile 2011

MODENA - Un plastico ricostruisce la storia del ghetto


 

 



Un plastico appositamente costruito per l'ottava Giornata europea della cultura ebraica (sarà, infatti, esposto nella sinagoga di piazza Mazzini domenica 2 settembre) illustra le lunghe e complesse vicende urbanistiche che hanno interessato l'area del ghetto di Modena.

Nel 1638, infatti, il duca Francesco I vi rinchiuse i 750 ebrei che dimoravano in città e quello spazio si aprì definitivamente solo nel 1859, fatta eccezione per la parentesi napoleonica (1796-1814).

Il ghetto comprendeva due isolati tra le contrade Blasia e Coltellini, ai cui estremi erano posti quattro portoni, che venivano aperti all'alba e chiusi al tramonto. Al centro vi era una piazzetta su cui si affacciavano alcune botteghe, il forno delle azzime, la beccheria, l'osteria e la sinagoga tedesca. Un primo allargamento dell'area fu autorizzato nel 1702, mentre quello successivo del 1783 incorporò nel recinto le case di vicolo Squallore e via Torre (dette del "mezzo ghetto"). Molti edifici erano a più piani e spesso venivano modificati con altane e stanze ricavate da cortili per sfruttare al massimo lo spazio edificabile. Infatti a Modena, come negli altri ghetti italiani, furono soprattutto l'alta densità della popolazione e la contrazione degli spazi a rendere la vita degli ebrei sempre più oppressiva e soffocante. Gli israeliti inoltre dovevano confrontarsi quotidianamente non solo con la reclusione imposta, ma anche con la pressione fiscale ducale, i soprusi dell'Inquisizione e l'azione intrusiva e violenta dell'Opera Pia dei Catecumeni.

Ciò non impedì agli ebrei modenesi di mantenere viva la loro cultura nel corso dei secoli e di vantare sempre un centro intellettuale di grande rilievo grazie all'accademia rabbinica, scuole, nove sinagoghe per il culto secondo diversi riti e diciotto confraternite, dedite ad attività assistenziali, di istruzione e di preghiera. Inoltre la partecipazione degli ebrei alla cultura, all'artigianato e all'economia dell'intero Ducato attraverso un'ampia gestione di manifatture, appalti e commercio al dettaglio, favorita da leggi degli Estensi - potevano per esempio iscriversi alle corporazioni e tenere botteghe e bancarelle nelle piazze della città - costituì un tratto assai insolito nell'Europa cristiana di antico regime.

Dopo la temporanea libertà goduta negli anni della dominazione napoleonica, le condizioni degli ebrei nel ghetto deteriorarono così gravemente da rendere indispensabili nel 1818 le prime migliorie igienico-sanitarie. Negli anni seguenti l'annessione di Modena a casa Savoia (1859) seguì un programma complessivo di risanamento, la costruzione del nuovo Tempio israelitico nel 1873, l'abbattimento (non indolore per la popolazione ebraica) dell'isolato che si affacciava su via Emilia negli anni 1904-1905 e la realizzazione definitiva dell'attuale piazza Mazzini.

Romagnaoggi




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27 aprile 2011

l’invasione migratoria

Un secolo e mezzo fa veniva completata l’unificazione territoriale italiana. Nel...lo stesso periodo Marx iniziava il suo “Manifesto” scrivendo “ C’è uno spettro che si aggira per l’Europa…” Era il Comunismo che è stato abbattuto dopo una infinità di danni. Ora c’è un altro spettro che si aggira per l’Europa, è l’invasione migratoria.




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27 aprile 2011

In Israele si può essere più morti mediaticamente che nella tomba


lettere@ilfoglio.it
 

Come sempre acute e penetranti le riflessioni di Alessandro Schwed sul FOGLIO. affronta la conta e il peso dei morti nel conflitto israelo-arabo.


Alessandro Schwed

Ormai, la cronaca attinge dalle emozioni. C’è stato Vittorio Arrigoni. Viveva per Gaza, proprio Gaza lo ha fatto morire, orribilmente, e l’opinione pubblica lo ha amato. O meglio, il corrispettivo odierno dell’opinione pubblica, che gli anglosassoni chiamano pubblico: lo sgomento dei suoi, le condoglianze della politica, il dispiacere generale. E la mestizia ebraica: la comunità che il pubblico pro Palestina chiama “topi di fogna”. E poi, morendo, Arrigoni si è ingigantito. Forse perché viveva sull’orlo del vulcano; forse per i simboli pasquali della sua morte: un Cristo tradito da quelli per cui era venuto. Da quello che trapela, sapendo che sarebbe morto, lui è restato; e come in un vangelo di Pasolini è stato processato su YouTube da quelli che più amava. Però questa morte non ha l’icona del suo gruppo, né quella dei media. Vittorio Arrigoni aveva in sé una parte di noi: l’universalità di essere traditi da chi si ama da morire, e infatti si muore. E così, per quanto fra noi e gli altri, noi e gli avversari, siamo lontani, poi ci sfioriamo. Invece, due righe in cronaca sui civili anonimi morti a Gaza per le ritorsioni israeliane ai razzi. Dei razzi i media non si occupano perché in Israele poi non ci sono morti ammazzati e non c’è feeling; i civili di Gaza avrebbero anche pubblico perché muoiono, ma il telefilm è vecchio. Muoiono come per le perdite croniche di una tubazione e la televisione non fa vedere una tubazione: senza guerra, una tubazione di che sa? La domanda è che siano le case dove muoiono i civili di Gaza: edifici normali, o mura domestiche dove vengono fatte vivere persone che ogni tanto vedono dei razzi decollare dal soggiorno. Poi, Hamas stila un comunicato col numero delle vittime, i media metabolizzano e il comunicato si trasforma in informazione obiettiva sull’aggressione israeliana. I morti non hanno nome vero e proprio, ma la cifra. “A Gaza, 8 morti”. “Ieri, 21”. Era lo stesso per le catene di attentati quotidiani in Iraq, quelle quarantine di persone uccise senza cronaca: un trafiletto davanti a una banca, mezzo rigo se era una chiesa. Per il pubblico contano le emozioni viscerali: le forniture di gas per il prossimo inverno e quanta gente arriva sui barconi. Poi di recente è morto uno, un ragazzo israeliano, sedici anni, questa cosa non la sa nessuno. Un razzo è partito da Gaza ed è arrivato sopra l’autobus dove viaggiava. Perché gli israeliani bombardano, mentre i missili di Gaza arrivano sopra. Mediaticamente, lo conoscevano a casa sua, i compagni di classe e il conducente del pullman. Il ragazzo d’Israele non ha nome né trafiletto. Era 1, a Gaza almeno si chiamano 18, 30, 5. Ma scrivere di 1 sarebbe uno spreco. Non si sa che facesse 1. Era troppo giovane per avere fatto qualcosa. Non era il chitarrista dei Led Zeppelin che a sedici anni suonava negli Yardbirds. E’ morto il 17 aprile, ospedale di Bersheva. Si chiamava Daniel Wilplich. Era in coma da quando lo scuolabus dove stava viaggiando a ridosso della Striscia era stato colpito con un razzo tirato sopra. Nelle redazioni televisive, nessuno ha rilevato 1. E’ così per motivi professionali: hanno le telecamere, mica i microscopi. E poi, a parte che era 1, e non si può far chiasso perché 1 è morto in un incidente stradale verso Gaza, è normale che le persone muoiono viaggiando e non ne parla nessuno. Si parla di 30, di 80, se è 115 è uno sballo, ma non di 1. Poi di solito i razzi di Hamas non fanno male, al massimo cadono calcinacci. Ora, il ragazzo d’Israele e i palestinesi di Gaza sono più morti mediaticamente che nella tomba. Riposino senza notizia.

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27 aprile 2011

The Eichmann Trial, di Deborah Lipstadt, un libro di grande importanza


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
 

"I giorni del giudizio"
recensione di Franklin Foer per il NY Times Book Review al libro di
Deborah E. Lipstadt ‘Il processo Eichmann’, non ancora tradotto in italiano.

Chi legge l'inglese si affretti a leggerlo, oltre a trovare una scrittura affascinanate, il testo della Lipstadt apre, finalmente, un capitolo delicato della Shoah, il tentativo di occultarne le radici antisemite.
La recensione di F.Foer è perfetta, l'unico neo, comune in genere nella lingua inglese, è l'uso della parola 'olocausto' al posto di quella corretta di 'Shoah'.



 Scrivere del processo Eichmann significa mettere sotto esame la sua famosa cronista, Hannah Arendt. Nei 50 anni trascorsi la sua cronaca del processo, ‘Eichmann a Gerusalemme’, è diventata preponderante rispetto all’evento.
E’ un libro che s’impone all’attenzione.
E’ uno stupefacente miscuglio di generi – storia, filosofia, giornalismo - pieno di forti giudizi morali, spesso anticonvenzionali, come il suo disprezzo per i leader ebrei che collaborarono con gli assassini.
Mira a trarre grandi conclusioni sulla storia, ma rimane involontariamente e ineluttabilmente legato a valutazioni personali.
Il libro di Deborah Lipstadt non ignora la Arendt, ma riesce a mantenerla fuori campo fino alle ultime pagine.
Lipstadt ha reso un gran servizio nel liberare il processo dal vincolo della presenza dominante della Arendt, e nel presentare l’evento come un avvincente dramma giudiziario, oltre che un momento cardine per la storia d’Israele e per la tardiva coscienza che dell’Olocausto si fece il mondo intero.
Oltre al processo Eichmann del 1961, l’Olocausto fu oggetto di altre due memorabili battaglie giudiziarie: la prima fu ovviamente il processo di Norimberga, che ebbe luogo fra le rovine di guerra e si concentrò sui crimini dei nazisti, senza quasi dar voce ai pochi e stupefatti sopravvissuti.
La seconda riguardò la stessa Lipstadt.
Nel 2000 si trovò trascinata in una causa per diffamazione in Inghilterra da David Irving, che si sentiva offeso dalla sua descrizione di lui come di un negazionista dell’Olocausto. Questa esperienza la rese particolarmente conscia della difficoltà di restringere i crimini dell’Olocausto entro ristretti confini giuridici.
Il libro della Lipstadt inizia con la figlia di un cittadino argentino che esce con il figlio di un rifugiato tedesco. Il cittadino argentino è anche lui di origini tedesche, ed è ebreo per metà, e  vede con sospetto l’uomo che la figlia gli porta in casa, ma in questo caso i sospetti del padre sono stimolati dall’ovvio antisemitismo del ragazzo e dalle risposte evasive date a banali domande di carattere biografico.
Il padre inizia a temere il peggio e comunica i suoi timori a un magistrato tedesco, ebreo anche lui. Il magistrato imposta un’indagine occulta tramite l’uomo e la figlia, durante la quale quest'ultima arriva a pensare di essere sulle tracce di Adolf Eichmann.
Il padre informa il magistrato, che a sua volta informa il Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana.
All’inizio il Mossad non la prende sul serio. Ma quando capisce l’importanza dell’obiettivo lancia una rischiosa operazione di rapimento, che Lipstdt descrive come il prototipo delle operazioni ardite e difficili che costruirono la mitica fama del Mossad.
Gli Israliani drogarono Eichmann e lo vestirono da steward dell’El Al per fargli passare i controlli all’uscita dall’Argentina. L’opinione pubblica occidentale, ci ricorda la Lipstadt, si espresse con ostilità sull’iniziativa. L’Argentina chiese la restituzione di Eichman, e gli USA furono d’accordo.
Un editoriale del Washington Post condannò la ‘legge della giungla’ di Israele. Il Christian Science Monitor paragonò le pretese di Israele a quelle dei nazisti! William F. Buckley Jr. disse che il rapimento mostrava il ‘rifiuto ebraico del perdono’. Persino l’American Jewish Committee chiese al primo ministro d’Israele, David Ben Gurion, di lasciare il processo alla Germania o a un tribunale internazionale.
Ma queste opposizioni resero Ben Gurion più deciso nel suo sostegno al processo. Il primo ‘cattivo’ nel libro della Arendt è Gideon Hausner, appena nominato procuratore capo, che assunse in proprio la gestione dell’accusa. Una strana scelta: nulla nella storia di questo avvocato civilista lasciava pensare che avesse la capacità di tener testa all’astuto difensore di se stesso che Eichmann rivelò di essere.
La Arendt accusò Hausner di essere più un demagogo politico che un avvocato rispettoso dei codici. Criticò i suoi appelli emotivi e i suoi tentativi evidenti di addossare ogni responsabilità dei crimini del nazismo ad Eichmann.
In una delle sue meno piacevoli corrispondenze dal tribunale la Arendt accusò Hausner di avere ‘la mentalità del ghetto’ e di essere un ‘tipico Ebreo di Galizia…. che non conosce nessuna lingua straniera’.
La Lipstadt non mette in discussione il ritratto che di Hausner fa la Arendt. Riconosce le sue scorrettezze e la tendenza all’iperbole.
Eppure ne fa quasi l’eroe del libro. Nella sua strategia i sopravvissuti furono al centro del procedimento, ed era la prima volta che il mondo li ascoltava a lungo. Secondo Lipstadt fu allora che i sopravvissuti acquistarono statura morale.
E fu la loro testimonianza a far sì che il processo Eichmann scuotesse il mondo.
La Lipstadt sostiene che la loro testimonianza distrusse anche l’immagine di sé del Sionismo. Gli Israeliani credevano che gli Ebrei d’Europa fosse stati troppo timidi nel tentare di difendersi, contrariamente al carattere macho dei sabra. Soltanto durante il processo Eichmann gli Israeliani si resero conto che era stato impossibile resistere al nazisti, e che loro stessi non erano moralmente superiori ai fratelli della diaspora.
‘Alcuni Israeliani incominciarono a capire di non essere un tipo  diverso di Ebrei, ma una generazione geograficamente e storicamente più fortunata’, scrive la Lipstadt.
La popolazione improvvisamente si rese conto della centralità dell’Olocausto nella propria storia di nazione. Dopo aver narrato vivacemente il processo, Lipstadt ne racconta le conseguenze: e la discussione si incentra inevitabilmente sulla Arendt.
Lipstadt presenta le sue opinioni su ‘Eichmann a Gerusalemme’ con molta calma, con una equanimità disarmante. E’ il tono giusto per accusare la Arendt di aver scritto con ira distorta e con inescusabile imprecisione.
La Lipstadt non contesta la geniale intuizione della Arendt sulla banalità del male che - in termini un po’ più elaborati - è divenuta l’interpretazione comunemente propugnata dalla storiografia.
Ma accusa la Arendt di aver ignorato l’anti-semitisimo e di aver trascurato le prove di quanto fosse importante il ruolo di Eichmann nella pianificazione del genocidio, per poterlo meglio rappresentare come un patetico burocrate.
E’ sempre utile rievocare il mondo in cui il processo ebbe luogo: un mondo che non riconosceva lo sterminio e spesso addirittura lo ignorava.
Per questo Ben Gurion e Hausner furono straordinariamente bravi a usare il processo Eichmann a scopo pedagogico.
Portarono il genocidio nazista sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. A quasi venti anni di distanza l’Olocausto assunse nella coscienza popolare un ruolo proporzionato alle sue spaventose dimensioni (fu proprio il processo a diffondere l’uso del termine Olocausto per il genocidio).
I critici insinuarono che gli Israeliani violavano i limiti dell’equo giudizio nel perseguire questo scopo più ampio. Ma Ben Gurion e Hausner intendevano proprio perseguire questi scopi più ampi con il processo Eichmann.

 




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27 aprile 2011

Non basta la rabbia per costruire la democrazia

Ray Hanania
Quando ho espresso per la prima volta la preoccupazione che i dimostranti in Egitto avessero bisogno di un supporto per realizzare la democrazia, sono stato immediatamente messo alla gogna da critici che mi accusavano d’essere ingiusto. I dimostranti non fanno altro che invocare la libertà, mi insolentivano: come se discutere in qualche modo i fatti sia di per sé immorale o, come dicono gli arabi, “haram” (proibito).
In realtà mi sono limitato a scrivere che le popolazioni del mondo arabo non hanno alcuna esperienza di democrazia: sono state cresciute in ambienti repressivi, dove la libertà di pensiero ed espressione viene soffocata e punita. E mi domandavo come queste popolazioni possano conseguire da sole una democrazia autentica.
I tiranni mediorientali perseguono, imprigionano o uccidono rapidamente e regolarmente chiunque critichi i loro governi. La critica al governo è la base fondamentale della libertà di parola che vige in una vera democrazia. La repressione nei regimi arabi, invece, è sempre stata così assidua da diventare routine, tanto che non fa più notizia. L’unica libertà di parola tollerata dalle dittature del Medio Oriente è sempre stata quella di criticare l’occidente, il mondo cristiano e Israele. Più di recente, con l’affermarsi di emittenti più aperte come al-Jazeera, i mass-media hanno iniziato a criticare gli altri paesi arabi, ma mai quello in cui si trovano. La tv satellitare al-Jazeera ha sede nel Qatar, mentre al-Arabiyya fa base nel Dubai ed è in parte di proprietà di una società saudita.
I dimostranti non hanno alcuna esperienza di democrazia, e tuttavia il mondo è rimasto a guardare a bocca aperta coltivando enormi aspettative, nella speranza che la democrazia si producesse per miracolo. Ma come ci si può aspettare che la democrazia venga realizzata da popolazioni che non ne hanno mai avuto alcuna esperienza? E che gli sforzi per la democrazia possano almeno sopravvivere? La democrazia in Medio Oriente corre il rischio di fallire più che in qualunque altra parte del mondo. L’America sta tentando di realizzare una democrazia in Iraq sin da quando ha invaso quel paese nel marzo 2003, e non ci è riuscita. L’Iraq ha un “governo”, ma non è una democrazia dove i cittadini possano decidere della propria leadership. I leader in Iraq vengono selezionati dagli Stati Uniti. Dunque, come ci si può aspettare che in Egitto la democrazia compaia tutt’a un tratto, seppure dopo un’ondata di proteste che ha portato alla rimozione di un dittatore come l’ex presidente Hosni Mubarak?
Gli arabi vivono in un mondo immaginario dominato dal minimo comun denominatore della pressione fanatica esercitata dal gruppo. Se ad esempio ti esprimi a favore di una pace con Israele basata sul compromesso, vieni denigrato e insultato come “disfattista” da parte dei fanatici, che sono minoritari nella comunità araba, ma hanno la voce più forte. Le voci di maggioranza, che sono moderate, non sono abituate ad esprimere la loro opinione e se ne stanno zitte. I fanatici utilizzano la democrazia in occidente per dare voce all’odio e sostenere l’estremismo in Medio Oriente. Questo è il motivo per cui i fanatici promuovono se stessi molto meglio dei moderati. La conseguenza è che le voci dell’estremismo appaiono come quelle della maggioranza, anche se non lo sono, giacché in Medio Oriente la percezione equivale alla realtà.
In Egitto i dimostranti hanno rovesciato Mubarak, un tiranno che, stando ai giornali, aveva accumulato ricchezze a miliardi. Ma quegli stessi dimostranti hanno rovesciato anche l’atteggiamento mentale prodotto da un’intera vita di sopraffazione e negazione della libertà? Mubarak sarà sostituito dalla volontà popolare o semplicemente da una nuova e più astuta dittatura?
Troppo spesso, in Medio Oriente, la violenza diventa il principale mezzo con cui la gente reagisce a ciò che non le aggrada. Se dici qualcosa che non piace agli estremisti, anziché intavolare un dibattito sui mass-media del posto, gli estremisti cercano di zittirti con l’intimidazione (come spesso cercano di fare con me, senza successo), o più semplicemente di ammazzarti, come hanno fatto con Juliano Mer-Khamis, l’attore la cui madre ebrea si batteva per i diritti dei palestinesi e il padre palestinese aveva insegnato la coesistenza pacifica.
Ora naturalmente guardiamo all’era post-Mubarak di trasformazione dalla tirannia. Ma è una trasformazione verso la democrazia? La settimana scorsa la giunta militare che ha preso le redini del potere in Egitto ha arrestato un blogger egiziano, mentre il futuro del vero criminale, Mubarak, resta un punto interrogativo. E intanto gli è stato permesso di esprimere la sua opinione, di condannare chi lo critica e promettere che trascinerà in giudizio chiunque lo definisca corrotto.
Quello che non ha la popolazione egiziana è proprio ciò di cui ha più bisogno. Non solo deve rovesciare un dittatore, ma deve anche essere capace di sostituirlo con una vera democrazia dove sia permesso ad ogni voce di parlare liberamente di qualunque argomento. Deve esserci tolleranza per la libertà di parola. La libertà di parola in un contesto di intolleranza non è affatto libertà di parola. E non si tradurrà in democrazia. Quello che mi auguro è una vera democrazia in Egitto e in tutto il Medio Oriente.

(Da: Jerusalem Post, 19.4.11)

Nella foto in alto: Ray Hanania, autore di questo articolo

 




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27 aprile 2011

L’ospedale israeliano di Tiberiade: un modello di democrazia globale

A meno che non sia arrivato un nuovo bebè in famiglia, a nessuno piace andare negli ospedali. Che siate un paziente o un visitatore, tuttavia, gli ospedali di qui fanno del loro meglio affinché la gente si trovi a proprio agio nei periodi difficili della vita. Aiuta, ad esempio, il fatto che i medici parlino diverse lingue. Ed è anche importante che un ospedale tenga in considerazione le varie credenze religiose, le diverse culture e qualunque esigenza particolare.
A volte non c’è tempo di spiegare tutto. Medici e personale paramedico devono essere preparati in anticipo, specialmente durante le emergenze. Ma nessuna visione degli episodi di Doctor House o di ER potrebbe preparare medici e infermieri al lavoro in un ospedale israeliano, dove le fedi, le pratiche religiose, le lingue e le culture diverse in un unico reparto possono essere più numerose dello staff medico.
Questo è quanto l’ospedale Baruch Pade Poria di Tiberiade sta cercando di fare. Posto nel mezzo di una delle popolazioni più varie in Israele, l’ospedale Poria serve oltre 100.000 persone che vivono nella Galilea orientale intorno al lago di Tiberiade. Ci sono drusi, cristiani – cattolici o greci ortodossi – ogni genere di ebrei, compresi quelli laici, quelli religiosi e quelli estremamente devoti, più il flusso di nuovi immigrati in Israele dall’ex Unione Sovietica e dall’Etiopia. La regione comprende anche un ampio spettro di musulmani israeliani che si considerano palestinesi.
Poria è anche l’ospedale dove vanno a curarsi le forze speciali dell’Onu di stanza sulle alture del Golan; e poiché la regione è un forte punto di attrazione per i pellegrini cristiani, quelli tanto sfortunati da essere ricoverati durante un viaggio in Israele possono contare sul fatto che si tratta di un luogo sicuro anche per europei e nordamericani.
Con una forza lavoro di circa 160 dottori, alcuni part-time, almeno 30 dottori del Poria provengono dalla comunità araba israeliana, dice il Dr. Ofer Tamir, vicedirettore dell’ospedale, e aggiunge che non c’è un attimo di noia nel lavorare con una comunità così multiculturale. “La gente viene da città e da kibbutz, religiosi e non religiosi, e da tutta la gamma delle convinzioni religiose – spiega Tamir – La popolazione nella Galilea orientale è molto varia. Ci sono molti gruppi qui che sono davvero unici. E’ necessario un approccio speciale per venire incontro a una tale popolazione. E lo staff rispecchia la popolazione della nostra zona”.
Si prenda per esempio la popolazione degli ebrei di Breslau. “Hanno un centro piuttosto grande nella zona ed è una popolazione molto particolare – dice Tamir – Si sposano giovani e sono molto esigenti quando le donne devono partorire. Bisogna essere molto discreti e gentili con loro. E, naturalmente, esigono cibo kasher”. “Nella comunità musulmana – sottolinea – ci sono gruppi specifici. Islamici e beduini hanno i loro codici d’onore, che sono molto importanti”.
L’autunno scorso, una delegazione di notabili musulmani del Regno Unito ha visitato l’ospedale, e uno dei loro leader è stato tanto colpito da offrire il proprio appoggio: l’imam dottor Mohammed Fahim, del South Woodford Community Center a South Woodford, dopo la visita, si è impegnato a raccogliere fondi per l’ospedale multi-religioso. Ha detto che era fiero di essere il primo imam inglese a visitare Israele. “Prima di andarci avevo un’idea del tutto diversa di quello che avrei visto – spiega – Ho visto un ospedale dove medici, infermieri e resto del personale è formato da ebrei e palestinesi, eppure tutti lavoravano insieme e non c’è discriminazione alcuna verso alcun paziente”.
Fondato nel 1955, l’ospedale statale Poria, che è affiliato all’Università del Minnesota, ha cambiato nome in occasione del suo 50esimo compleanno. nel 2005: ha preso il nuovo nome in onore di un medico israeliano, il dottor Baruch Pade, capo chirurgo nell’esercito, amatissimo medico condotto nella regione ed ex direttore generale dell’ospedale.

(Da: Israel21c, 15.04.09)

Nella foto in alto: medici e paramedici all’opera al Baruch Pade Poria Hospital di Tiberiade




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