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28 febbraio 2011

"Esercito dell'Islam". E' a Gaza che si addestrano gli assassini dei copti

 

 

 

 

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L’attentato dinamitardo alla chiesa copta di Alessandria compiuto la notte di Capodanno, costato la vita a più di venti persone, sarebbe opera di un gruppo terroristico palestinese, "L’Esercito dell’Islam" (Jaish al-Islam). Domenica scorsa il ministro degli Interni egiziano, Habib al-Adly, in occasione del discorso pronunciato per celebrare il Police Day, in diretta sulla tv di Stato, ha dichiarato: “Abbiamo le prove decisive del loro atroce coinvolgimento nell’ ideazione e nell’ attuazione di questo infame atto terroristico". Secondo il Ministero degli Interni sono stati arrestati cinque egiziani ritenuti responsabili della pianificazione e della logistica per l’attentato. 

Fino ad ora l’unico nome reso noto è quello di Ahmad Ibrahim Mohammed Lotfi, nativo di Alessandria, ventiseienne e laureato alla Facoltà di Lettere. Durante gli interrogatori Lotfi ha ammesso per iscritto di essersi addestrato nella Striscia di Gaza nel 2008, dopo essere rimasto folgorato dalla ideologia di al-Qaeda. Così, decide di dare il suo contributo alla Jihad e durante un soggiorno a Gaza Ibrahim viene messo in contatto con l'Esercito palestinese dell'Islam e con i suoi membri che gli affidano il compito di individuare in Egitto i punti più sensibili dove innescare attentati. Nel 2010 Ibrahim Lotfi, che intanto è tornato a vivere in Egitto, viene contattato dall’Esercito dell’ Islam: è stato deciso che dovranno esserci attentati e Ibrahim deve trovare la chiesa o la sinagoga più adatta dove consumare l’omicidio di massa.

Arriviamo così a dicembre quando i terroristi palestinesi legati ad Al Qaeda decidono che i tempi sono maturi e i militanti che dovranno farsi saltare in aria pure. Finita l’operazione, secondo alcuni stralci della confessione ripresi da Al Arabya, Ibrahim ha poi ricevuto le congratulazioni per il ruolo da lui svolto dai vertici dell’Esercito dell’Islam. Immediata è arrivata la replica del gruppo palestinese che con un comunicato ha respinto le accuse: "Non abbiamo alcun elemento di contatto con l’attacco alla chiesa di Alessandria, per quanto noi lodiamo coloro che l’hanno commesso". E Abu Ayham al-Maqdesi, portavoce dell'Esercito dell'Islam, ha detto a un corrispondente dell’agenzia stampa tedesca Deutsche Presse Agentur a Gaza che "non può confermare o smentire il loro coinvolgimento nell'incidente".

La posizione di Hamas invece, chiamato indirettamente in causa evocando la Striscia di Gaza, è alquanto ucronica ma più chiara e la ascoltiamo dalla bocca di Fawzi Barhoum lo spokesman del principale gruppo terrorista palestinese: “Noi confermiamo la nostra tesi: c’è il Mossad dietro la strage di Alessandria. Al Qaeda non esiste né a Gaza né altrove; la nostra lotta è diretta contro il nemico sionista, è una lotta interna”. A smentire, però, le parole di Barhoum è la stessa denominazione della nuova organizzazione, Esercito dell’Islam, che vuole avere un significato internazionale che vada oltre le prospettive nazionali palestinesi. Una delle cause che spinse Hamas a rompere con l’ Jaish al-Islam (oltre all’affaire del rapimento del giornalista Alan Johnston) che ispirandosi al credo qaedista nasceva con l’obiettivo della lotta non per “un pezzo di terra” (anche se è una delle organizzazioni che hanno rivendicato il rapimento di Gilad Shalit ) ma per una “guerra religiosa per far tornare nel modo musulmano il Califfato” e infatti il logo dell’organizzazione contiene un disegno della terra, una spada, il Corano e nulla che indichi la Palestina.

 

 




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28 febbraio 2011

Purim. il "carnevale" ebraico


 

 

 
 

Purim, la più gioiosa tra le festività ebraiche, è la festa più amata dai bambini. Cade a metà del mese ebraico di Adar e ricorda il sovvertimento delle sorti e il conseguente scampato pericolo per il popolo ebraico.
La storia di Purìm (in ebraico Purim significa "sorti") accaduta circa 2500 anni fa, ci viene raccontata nella Meghillàth Estèr, il Libro di Ester, libro che fa parte del canone biblico e che in questa occasione si legge pubblicamente.
La storia che viene narrata in breve è la seguente: Assuero, re di Persia e di Media, regnava su 127 province, era un sovrano molto potente ed aveva accanto a sé una moglie che però (essendosi rifiutata di partecipare ad un banchetto fatto preparare dal re e a cui erano stati invitati le persone più importanti del regno) venne ripudiata. Vennero quindi convocate le più belle ragazze del paese e fra queste fu scelta una ragazza ebrea, Estèr che andò così in sposa ad Assuero. Ester divenne la nuova regina e nella storia avrà un importante ruolo: difatti Hamàn, primo Ministro del re Assuero, chiese ed ottenne dal re che tutti gli ebrei del regno fossero uccisi, in un giorno che sarebbe stato tirato a sorte (pur). Fu così tirato a sorte il 13 di Adar. Quando Mordekhài, zio della regina lo seppe, si rivolse ad Ester perché intercedesse. Ester informò il re sulle malvagie macchinazioni e supplicò di salvare il suo popolo e lei stessa, in quanto ebrea. Per merito della regina gli ebrei, con l’aiuto del Signore, riuscirono a salvarsi.
Assistere alla lettura del Libro di Ester è uno dei precetti della festa. In questo giorno si devono anche fare doni ai bisognosi, inviare dei cibi a due persone diverse, partecipare ad un banchetto festivo.
Negli anni embolismici (con un mese in più) Purìm viene festeggiato in Adàr Shenì perché l’intervallo, fra questa festa e Pésach, deve essere di circa trenta giorni.
Il giorno 13 è giorno di digiuno in ricordo del digiuno fatto da Estèr per invocare l’aiuto del Signore.

 



 




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28 febbraio 2011

Adolf, falsario nei lager di Hitler


 

 

 
  Ebreo deportato ad Auschwitz e poi costretto dal Reich a fabbricare
sterline contraffatte
A 90 anni, il protagonista di questa incredibile vicenda è vivo e combattivo

Un nuovo film sulla storia di Burger
Siamo andati a Praga per ascoltare il suo racconto




Adolf Burger

PRAGA - Il numero 64401 parla. Si chiamava così il primo libro di Adolf
Burger, che mostra il numero, ancora lì sul braccio sinistro, segno
indelebile dell´orrore dell´Olocausto. Nel libro c´erano dieci fotografie
scattate da lui il 5 maggio del '45, quando uscì dal campo di Ebensee.
«Quando gli americani mi liberarono mi diedero una pistola, perché ero un
sottufficiale dell´esercito cecoslovacco e, con addosso l´uniforme del
lager, andai a piedi nel villaggio più vicino. Trovai una signora con le
figlie che, vedendomi armato, si spaventò. "Stia calma, non le faccio
niente. Mi dia solo la macchina fotografica e la pellicola, se ce l´ha", le
dissi. Tornai al campo e feci le foto, perché si può scrivere un volume alto
così, ma se non è corredato da documenti nessuno ci crede. Come può una
persona normale credere che a Birkenau ogni settimana seicento uomini
sostavano sul piazzale, tutti nudi, e passava un medico che puntava il dito
su alcuni di loro e quelli erano destinati alla camera a gas?».

Adolf Burger ha novant´anni, li ha compiuti il 12 agosto, la festa è stata
«un pranzo con amici e parenti, le tre figlie, i nipoti. Ho già un pronipote
di sei anni», dice con fierezza, consapevole dello stupore che suscita il
suo aspetto solido e sano, la capigliatura folta e solo macchiata di bianco,
lo sguardo chiaro e acceso, l´energia dei gesti, la lucida vivacità con cui
racconta la sua storia "incredibile". Non c´è segno di stanchezza mentre
sale e scende con agilità le scale della casa a due piani in cui vive da
solo, immersa in un giardino pieno di luce, in un quartiere residenziale a
nord di Praga. «Non ho mai fumato, mai bevuto alcol, mai un dito di birra,
per questo sto così bene. Anche se la cosa mi ha creato problemi,
soprattutto alla scuola sottufficiali, dopo le esercitazioni si andava a
bere, gli altri ordinavano birra, io chiedevo latte e cioccolato e tutti
ridevano come pazzi».



L´occasione dell´incontro con il signor Burger è il suo terzo libro, La
fabbrica del diavolo, scritto in tedesco, sull´operazione segreta con cui il
Reich decise di produrre banconote false dei paesi nemici, Gran Bretagna e
Usa, con l´obiettivo di far crollare la loro economia. Dal libro è tratto il
film Il Falsario-Operazione Bernhard, che, presentato al Festival di
Berlino, sarà distribuito in Italia dalla LadyFilm ai primi di novembre.
Burger era uno dei falsari e l´incontro diventa un viaggio emozionante nella
memoria di un uomo che ha vissuto eventi drammatici, fuori dal comune.

Nato a Velka Lominca, un villaggio slovacco, da ragazzo lavorava come
tipografo. «All´epoca erano rari i tipografi professionisti e io ero un
privilegiato, non dovevo portare la stella, potevo fare documenti falsi per
aiutare molti ebrei ad espatriare, militavo in un movimento sionista,
avevamo il sogno di andare a edificare la nostra Palestina, ma la strada è
stata un´altra». Fu arrestato nel %u201842, a venticinque anni, con sua
moglie Gisela. Tre giorni di interrogatorio, poi sul treno per Auschwitz.
Dove «sono stato soltanto sei settimane, prima di passare a Birkenau, un
inferno. In confronto Auschwitz era una casa di cura, avevo persino un
letto. Himmler aveva deciso che a Birkenau era inutile costruire edifici per
gente destinata a morire, bastavano le stalle. In una stalla dormivamo in
ottocento, cinque per letto, quattro piani di letti».

Con toni vivaci, senza tradire emozioni, Burger racconta dell´iniezione che
gli fecero, parte degli esperimenti sul tifo di Mengele per conto del gruppo
chimico IG Farben, delle sei settimane con la febbre a quarantadue, della
cioccolata che un amico trovò nei bagagli dei prigionieri e che consegnò a
una guardia. «Mi fece spostare in un altro settore, mi salvò la vita. Tutti
gli altri sono morti nelle camere». Poi il lavoro nel Comando Canada, come
le Ss chiamavano i detenuti addetti a catalogare i bagagli dei nuovi
arrivati, fino all´appello speciale. «Ogni sera c´era l´appello e
dall´altoparlante le richieste: dieci falegnami, cuochi, carpentieri,
mestieri vari. Una sera invece dei mestieri, lessero numeri. Anche il 64401.
Presentarsi dal comandante Hess. Non sono un eroe, ho avuto paura tutta la
notte».

Cominciò così la sua esperienza di falsario. Si presentò al comandante -
«dissi il numero, non avevamo diritto al nome» - e invece lui disse: «Signor
Burger, lei è tipografo? Abbiamo bisogno di lei a Berlino». Gli promise
lavoro e una vita normale di uomo libero. «Non riuscivo a crederci, Birkenau
era il capolinea, era gestita nel segno di "notte e nebbia" che significava
liquidazione, sapevo che i centomila uomini e le ventimila donne erano
destinati alle camere a gas», ma quando, dopo tre settimane di quarantena
per paura di infezioni a Berlino, salì su un vero rapido e non sui carri
bestiame e arrivato in città vide uomini e donne e bambini vestiti
normalmente - «una scena che non vedevo da anni» - pensò davvero che i
miracoli esistessero.

La destinazione era Sachsenhausen, un altro lager. C´era il filo spinato,
una porta alta tre metri «ma in confronto a quello che avevo passato mi
sentivo in ferie. Potevo mangiare quello che volevo, avevo un letto con le
lenzuola, c´era la radio con la musica e le notizie, c´era perfino un tavolo
di ping pong. Ho giocato una con Ss. Io, ebreo, ho giocato a ping pong con
una Ss! Vivevo in una baracca con altri centoquaranta tipografi. Tutti
ebrei. Perché era un´operazione segreta del Reich e al momento giusto
saremmo stati liquidati tutti, non dovevano restare testimoni. Perciò la
sera, finito il lavoro, pensavo che, certo, in confronto al passato ero in
vacanza. Però morto».

A Sachsenhausen furono stampati centotrentadue milioni di lire sterline,
alcune finirono nelle banche, altre usate per comprare armi e Burger ricorda
divertito che Cicero, nome in codice della più famosa spia tedesca,
«ricevette come premio da Himmler trecentomila sterline tutte fatte da noi».
Il sabotaggio non era facile «perché le Ss avevano radunato venti esperti
bancari che controllavano le banconote una per una e, se si scoprivano
errori volontari, c´era la morte immediata. Ma noi volevamo lanciare un
segnale all´esterno e allora agli incaricati di "invecchiare" le banconote -
le stampavamo nel %u201843-44 ma l´anno riportato era il 1937 -
stropicciandole e forandole con l´ago, chiedemmo di bucare il disegno della
regina.
Nessun inglese si sarebbe permesso di bucare la regina! Era il modo per
riconoscere che erano false, altrimenti erano perfette, neanch´io avrei
saputo distinguerle. Dopo la guerra, a Praga andai alla banca di stato e mi
divertii a sbalordire gli impiegati individuando nelle loro riserve una
quantità di sterline false osservandole alla luce della finestra».

Il miglior amico di Burger a Sachsenhausen era un ebreo russo, Smolianoff,
nel film chiamato Sorowitsch. «Lui era l´unico criminale, un vero falsario
ricercato già prima della guerra, è lui che fece il mio ritratto a matita.
Era straordinario, ma con tutta la sua abilità fu difficile riprodurre i
dollari. Inoltre dalla radio sapevamo l´andamento della guerra, non volevamo
che i nostri dollari aiutassero il Reich a prolungarla. Decidemmo di
mischiare la gelatina per la stampa con altre sostanze. L´immagine del
presidente sul dollaro era perfetta, ma la gelatina non era buona». E gli
alleati erano alle porte. Burger fu liberato ad Ebensee dove lo avevano
portato le Ss in fuga da Sachsenhausen insieme a casse di banconote false,
gettate nel lago di Toplitz. Nel 2000 una troupe americana andò a girare a
Toplitz un documentario con attrezzature tecniche d´avanguardia e
sommozzatori che estrassero le casse dal fondo del lago e chiamarono Burger
per intervistarlo. «Ci andai ma li feci incazzare perché pretesi due delle
banconote recuperate, non volevano darmele, erano destinate a una mostra a
Los Angeles, ma hanno dovuto cedere altrimenti me ne andavo».

Burger interrompe a tratti il suo racconto per cercare un´immagine, un
documento, un ritaglio. «A novant´anni», dice, «mi sento una ditta in
liquidazione, ma non sono così vecchio da considerarli un regalo della vita.
Ho ancora tanto da fare, ho casse di documenti e foto dell´epoca ancora
tutti da elaborare». Eppure per anni aveva scelto il silenzio. Dopo la
guerra si stabilì a Praga - «non potevo tornare a Bratislava, non potevo
incontrare ogni giorno gli aguzzini colpevoli dello sterminio della mia
famiglia» - e, dopo il primo libro, per vent´anni non parlò più
dell´Olocausto.

«Volevo tagliare con il passato. Fino al 1972, quando alcuni amici falsari
mi mandarono dalla Germania un volantino: il neonazista Erwin Schoenberg
negava l´Olocausto e offriva diecimila marchi a chiunque testimoniasse di
aver visto una persona finita nelle camere a gas. Non potevo più tacere. Ero
un dirigente della Herz e dell´Avis, avevo una buona posizione, ma non
potevo più lavorare. Cominciai a raccogliere documenti in Europa, a girare
per la Germania, a tenere conferenze nelle università e nei licei,
raccontavo e mostravo immagini di Auschwitz e di Birkenau. "Voi siete la
nuova generazione, non dovete avere il senso ci colpa perché voi siete
innocenti. Ma se vi arruolate con i neonazisti diventerete assassini",
dicevo. Sul totale di milioni di tedeschi quelli con cui ho parlato sono una
sciocchezza, ma sono sicuro che nessuno di loro è diventato neonazista».

Da allora non ha mai smesso di cercare documenti, di scrivere, di parlare,
una scelta coraggiosa. «Macché coraggio. Quando penso che c´ero anch´io tra
quei seicento uomini nudi in fila davanti al medico che puntava il dito e
avrebbe potuto indicare me, cosa può succedermi?», dice, e non c´è
risentimento nella sua voce, che si anima leggermente parlando del
comandante di Sachsenhausen, Kruger. «Non ho incontrato nessuna delle Ss che
conoscevo, non so come avrei reagito. Ma ho seguito sempre la vita di
Kruger, che si è nascosto ed è stato individuato solo dieci anni dopo la
fine della guerra. È stato processato ma non è stato condannato per il reato
di falsario perché era caduto in prescrizione. E neanche per aver fatto
uccidere sei detenuti: si è salvato dicendo di aver solo eseguito gli ordini
delle Ss. Da uomo libero ha vissuto ad Amburgo, isolato e in disparte, ma
con uno stratagemma sono riuscito a farlo fotografare nella sua casa. È
morto da poco. Ho anche il suo certificato di morte», dice e il tono è
appagato.

Solo in anni recenti, secondo lui, i tedeschi hanno cominciato a fare i
conti con il passato e il film Il falsario è un segno positivo. «L´unica
condizione che ho posto ai produttori è stato il nulla osta sulla
sceneggiatura. L´ho fatta riscrivere un po´ di volte per eliminare
sciocchezze, come quella che avevamo stampato milioni di dollari e invece ne
abbiamo fatti solo duecento o che siamo stati liberati dai russi. So che la
verità è impossibile da raggiungere, ma almeno eliminiamo le bugie. Dopo la
presentazione del film a Berlino, il regista mi ha ringraziato».

Nella semplicità puntuale e quasi didattica del suo racconto, Adolf Burger
tradisce l´emozione quando, solo verso la fine dell´incontro, ricorda
Gisela, la moglie arrestata con lui. «Appena scesa dal treno è stata subito
selezionata nel gruppo destinato a Birkenau, alle camere a gas. Era una
settimana prima di Natale, aveva ventidue anni». Un attimo di silenzio poi:
«Nel %u201847 mi sono risposato e con la seconda moglie ho festeggiato
cinquant´anni di matrimonio. È morta quattro anni fa».

Il falsario è uscito la settimana scorsa nella Repubblica cèca. «Alla
conferenza stampa c´era tanto stupore, nessuno conosceva questa storia. Sono
contento. Il cinema ha raccontato spesso gli orrori dell´Olocausto, ma
finalmente si saprà che i tedeschi non erano solo nazi assassini, ma anche
bravi criminali falsari». Ma non accusa il popolo tedesco. «La Storia non si
ripete ma cammina. Io posso solo valutare le parti della storia che conosco
e devo dire che non sento odio, non posso odiare sessanta milioni di
tedeschi per quello che Hitler e alcuni di loro hanno fatto, così come non
posso criticare tutti i cattolici per gli orrori dell´Inquisizione o tutti
gli italiani per via di Nerone che buttava i cristiani alle bestie. Avrei
solo voluto che fossero condannati gruppi industriali come la IG Farben, che
ha costruito le grandi fabbriche nelle paludi della Polonia sulla pelle dei
detenuti, trentamila lavoratori che dopo sei settimane finivano nelle camere
a gas».

Determinato a tenere viva la memoria del passato, Adolf Burger riflette con
distacco sulla realtà di oggi: «Seguo quello che succede nel mondo, tutto
dipende dagli uomini che hanno il potere di fare. Mi rendo conto che nessuno
da solo può cambiare la realtà, allora la prendo così com´è e penso che tra
cinquant´anni saremo giudicati, come oggi noi possiamo giudicare quello che
accadde cinquant´anni fa. Se dovessi mettermi a riflettere su quello che
succede ogni giorno, in ogni parte del mondo, sarei morto da tempo».

di MARIA PIA FUSCO




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28 febbraio 2011

VIDEO: israeliano prende in giro Gheddafi

Una clip su You Tube di un giovane israeliano, Noy Alooshe, in cui il dittatore libico Muammar Gheddafi èpreso in giro sta avendo grande successo nel mondo arabo e potrebbe perfino essere adottato dall'opposizione, secondo quanto ha riferito oggi il quotidiano Yedioth Aharonoth. Nel clip , intitolato 'Zenga Zenga song', si vede un Gheddafi furente e scomposto mentre tiene un discorso in cui minaccia di stanare casa per casa i "ratti" ribelli con un accompagnamento di musica rap.
 

Muammar Gaddafi - Zenga Zenga Song - Noy Alooshe Remix + Download

 
 Il filmato, secondo il giornale, sta avendo grande successo nel mondo arabo e soprattutto tra i giovani libici. A Alooshe sono giunti numerosi messaggi di apprezzamento dai paesi arabi che però, in parte, si sono poi tramutati in minacce e insulti quando è risultato che l'autore della presa in giro è un ebreo e per di più israeliano.“Li staneremo come ratti! Porta a porta! Casa per casa! Appartamento per appartamento! Di
strada in strada!...”. Quando l’ha sentito in tv gridare così, il Pazzo di Tripoli sotto assedio e sotto scacco, il deejay Noy Alushe ha avuto una fol...gorazione: «Il discorso di Gheddafi aveva tutti gli elementi d’un successo. Le parole usate a tormentone, come in uno di quei riti tribali africani che chiamano zenga zenga. E poi i vestiti speciali che indossava, le mani alzate in segno di vittoria come si fa a un rave party… Fantastico. Ho aggiunto un po’ di musica trance, una ragazza che ballava: ho pensato subito che sarebbe stato un bel divertimento, anche se non m’aspettavo un successo del genere…». Invece "Zenga zenga" ha impiegato pochi giorni per diventare la colonna sonora della rivolta libica: suonata nelle strade di Bengasi, ritmata via web da stazioni radio e tv, spedita via mail, la canzone creata da Noy ha avuto solo su YouTube oltre 400mila contatti. Il videoclip è l’inno assai poco ufficiale, ma sentitissimo, della nuova Libia che avanza sul bunker del dittatore: «Sono travolto da un’ enorme onda di simpatia dal mondo arabo. Mi dicono che il mio mix è diventato una specie di grido di battaglia delle manifestazioni. E dire che quasi tutti ignorano la mia identità…».

INNO CON LA STELLA DI DAVID - Origini tunisine (“ma non ho fatto in tempo a preparare una canzone anche per Ben Alì: è caduto troppo presto”), 31 anni, Noy è un giornalista-musicista-animatore israeliano che vive a Tel Aviv. «Ho ricevuto messaggi dal Bahrein, dall’Iraq, dall’Egitto e ovviamente dalla Libia – racconta -. La maggior parte non sa che sono ebreo e pure israeliano. Quando lo scoprono, molti m’insultano. Scrivono: "Morte a Israele". Uno mi ha detto che questa è la prova che ci sono gli israeliani e i loro complotti, dietro questa rivoluzione che sta spaccando gli arabi. Un altro dall’Egitto ha amesso: «E’ vero, sei un ebreo e io ti odio. Però hai fatto un grande remix!’…». Da qualche angolo d’ortodossia religiosa, c’è chi se la prende per quella ragazza seminuda che balla sulle parole del leader libico. Ma i più apprezzano: «Spero che ci sia la pace» (da Kuwait City), «quando Gheddafi sarà caduto, lo suoneremo dappertutto» (da Misurata), «hai fatto vedere il ridicolo di quest’uomo» (da Beirut), «fai un videoclip anche su Assad» (da Damasco), «adesso tocca all’Iran» (da Parigi)…

E’ INTERNET, BELLEZZA - In qualche Paese, tipo l’Arabia Saudita, per qualche ora lo «Zenga zenga» non è stato accessibile. Ma anche i censori più occhiuti si sono dovuti arrendere presto: «E’ l’ennesima dimostrazione – dice il deejay – di come il mondo sia ormai connesso. E’ la bellezza d’internet e nessuno può farci nulla». A Noy non dispiacerebbe inventarsi qualcosa d’altro: «Se butti fuori un buon prodotto e lo spingi bene su Facebook e su Twitter, sei sulla strada buona per fabbricare un successo mondiale».




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27 febbraio 2011

Le toghe rosse colpiscono ancora la liberta' di parola: Un Sito condannato, un altro gia' chiude




 
Il rischio di poter essere perseguito da questa magistratura, i recenti casi di condanna occorsi a Legno Storto e ad altre persone o siti schierati con Silvio Berlusconi, mi suggerisce la dolorosa scelta di sospendere le pubblicazioni de ilGiulivo.com
Un ringraziamento a tutti coloro che lo hanno animato, hanno stretto sincere amicizie e si sono riconosciuti in un'iniziativa di liberta' che vivra' sempre nel mio cuore.
Un grande abbraccio a tutti.
Edoardo
 

 

  




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26 febbraio 2011

La rivolta del Maghreb scuote i palestinesi

La rivolta del Maghreb scuote i palestinesi
Ma è solo Michele Giorgio a crederci

Testata: Il Manifesto
Data: 26 febbraio 2011
Pagina: 5
Autore: Michele Giorgio
Titolo: «La rivolta del Maghreb scuote i palestinesi»

Patetico, il pezzo di Michele Giorgio sul MANIFESTO di oggi, 26/02/2011, a pag.5. con il titolo " La rivolta del Maghreb scuote i palestinesi". Sfiora il ridicolo, perchè se c'è un fatto acclarato è l'estraneità del conflitto israelo-palestinese nelle rivolte contro i regimi autocratici arabi. Come avevano sempre sostenuto gli analisti di affari mediorientali non legati al carro ideologico anti-Usa e anti-Israele. Ma il quotidiano comunista di Rocca Cannuccia lo vuole vedere lo stesso. A quali livelli possono arrivare odio e fanatismo.
Ecco il pezzo:

Il 25 febbraio delle manifestazioni di protesta nel Nordafrica e in Medio Oriente, ad un mese esatto dall’inizio della «rivoluzione egiziana», non poteva non coinvolgere anche i palestinesi, finora soltanto sfiorati dal vento della rivolta araba. Ieri a Ramallah oltre mille palestinesi, in gran parte giovani non schierati con alcun partito, ed esponenti e attivisti della sinistra, hanno sfilato nelle strade del centro per chiedere la fine degli Accordi diOslo e, quindi, della cooperazione di sicurezza tra l’Anp di AbuMazen e Israele. Sono stati però scanditi slogan anche a sostegno della «riconciliazione » tra Fatah e Hamas e dell’unità tra Cisgiordania eGaza. Temi ben diversi da quelli al centro delle manifestazioni, organizzate dall’Anp contemporaneamente a Nablus e in altre città, che hanno visto migliaia di palestinesi protestare contro il veto posto dagli Stati Uniti, qualche giorno fa, a una proposta di risoluzione di condanna del Consiglio di Sicurezza dell’Onu nei confronti della colonizzazione israeliana. «Naturalmente anche noi ci opponiamo con forza all’occupazione e contestiamo le colonie israeliane ma, allo stesso tempo, pensiamo che non possiamo limitarci a qualche sporadica protesta contro gli Stati Uniti e la loro politica nella regione. Dobbiamo ricostruire l’unità palestinese e a dare una nuova energia al nostro popolo sotto occupazione israeliana», spiega Hassen Faraj, uno degli organizzatori della manifestazione di Ramallah. «Oggi (ieri) i giovani palestinesi di ogni orientamento, tutti insieme, hanno lanciato un segnale chiarissimo di ciò che vogliono e di ciò che faranno in futuro », aggiunge Faraj. Non siamo di fronte a un movimento di decine di migliaia di giovani palestinesi decisi ad abbattere regimi e dittatori nel nome di pane e libertà, come avvenuto in Tunisia ed Egitto. Ma tra i ragazzi palestinesi cresce forte l’esigenza di trovare politiche alternative per liberarsi dell’occupazione israeliana, il problema principale, e per rinnovare una classe politica inadeguata ad affrontare la sfida sempre più difficile per la libertà. E ciò vale non solo in Cisgiordania ma anche a Gaza dove all’inizio di gennaio un gruppo di giovani ha messo in rete un manifesto di protesta «contro tutto e tutti» che ha fatto il giro del mondo e al quale hanno poi fatto seguire un altro documento con proposte e richieste concrete rivolte ad Hamas e Fatah. «C’è un malessere diffuso tra i nostri ragazzi e i dirigenti politici di qualsiasi schieramento e partito, anche della sinistra, appaiono incapaci di comprenderlo», dice al manifesto Omar Barghouti, attivista palestinese divenuto un punto di riferimento per i gruppi di giovani che premono per un cambiamento profondo. «È qualcosa di nuovo che si è messo in moto e potenzialmente può coinvolgere tutti i palestinesi che non ce la fanno ad andare avanti in questa situazione », aggiunge Barghouti, che sottolinea l’importanza della forte richiesta - condivisa da una ampia porzione di palestinesi - di fine degli accordi di Oslo e dell’Anp nata nel 1994. Ma a Gaza non restano con le mani in mano. «Ci stiamo organizzando per proseguire le contestazioni (di Hamas e Fatah) – dice Ebaa Rezeq, 20 anni – se non cambia il modo di concepire il potere e la politica, non sarà possibile realizzare le nostre aspirazioni». Ebaa prevede una partecipazione giovanile massiccia alla manifestazione per l’unità dei palestinesi che si terrà a Gaza il 15 marzo, in contemporanea a quelle previste a Ramallah e in altre città della Cisgiordania. «Quel giorno manifesteranno anche tanti palestinesi in Israele e all’estero per affermare che siamo un solo popolo, unito ora come in passato», aggiunge la ragazza. Ieri era anche il 17esimo anniversario del massacro di 29 fedeli musulmani compiuto da un colono israeliano (Baruch Goldstein) nella Tomba dei Patriarchi di Hebron. Nella città cisgiordana sono scoppiati scontri fra l’esercito israeliano ed un migliaio di manifestanti palestinesi. Almeno quatto i feriti. I dimostranti, tra i quali attivisti stranieri e israeliani, hanno denunciato la chiusura permanente di Via Shuhada, una delle arterie commerciali di Hebron, per imposizione dei 500 coloni israeliani insediati nella città. A Rafah (Gaza), qualche ora prima, l’aviazione dello Stato ebraico aveva centrato un automobile palestinese ferendo due militanti di Hamas.

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redazione@ilmanifesto.it
 




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26 febbraio 2011

«La sinistra cambia idea: 'Esportiamo la democrazia'-Libia, la gaffe dell' Aise-Terrorismo, Zawahiri sul web ' colpiremo l'Occidente'»

L'Occidente che non capisce, articoli di Carlo Panella, Dimitri Buffa
Ma Zahawiri ci ricorda con chi abbiamo a che fare

Testata:Libero-L'Opinione-La Repubblica
Autore: Carlo Panella-Dimitri Buffa-Redazione Repubblica
Titolo: «La sinistra cambia idea: 'Esportiamo la democrazia'-Libia, la gaffe dell' Aise-Terrorismo, Zawahiri sul web ' colpiremo l'Occidente'»

Aldilà del risultato finale, la crisi dei regimi musulmani autocratici ha messo in evidenza un'altra crisi, quella della incapacità del mondo occidentale di capire il nostro prossimo futuro. Ne scrivono Carlo Panella, su LIBERO, Dimitri Buffa sull'OPINIONE. A ricordarci poi con chi abbiamo a che fare, una breve da REPUBBLICA.

Libero-Carlo Panella: "La sinistra cambia idea: 'Esportiamo la democrazia' "


Carlo Panella

Neanche a fronte del dramma, nel momento in cui la stessa sicurezza nazionale è in discussione, una certa sinistra dissennata riesce a ragionare, proporre, cercare soluzioni che rispondano a un solo obbiettivo: difendere gli interessi nazionali. No, al “partito di Repubblica”, a Concita de Gregorio, ad Anna Finocchiaro preme una sola cosa: usare qualsiasi pretesto per colpire Berlusconi. Come se la ripresa dei rapporti con Gheddafi e gli accordi con la Libia non siano state scelte strombazzate come strategiche nel 1999 da Romano Prodi presidente dell’Ue e dal premier Massimo D’Alema, che a lungo si vantò di essere stato il primo capo di governo europeo, finito il boicottaggio Onu, a recarsi a Tripoli a rendere omaggio a quello che oggi la de Gregorio chiama «un dittatore pazzo». Nei Paesi seri, come la Francia, maggioranza e opposizione considerano prioritario il bene della Nazione rispetto a ogni polemica di bassa lega. Non così la gauche caviar italiana, che pur di colpire Berlusconi fa finta di non sapere che il Trattato di amicizia con la Libia fu a lungo ricercato dal ministro degli Esteri D’Alema, che però non si dimostrò capace di firmarlo, come invece Berlusconi fece.Ma non basta, ieri, pur di colpire Berlusconi, Ezio Mauro suRepubblica si scopre più “esportatore di democrazia” di George W. Bush, e rimprovera al governo italiano un eccesso di prudenza e il rifiuto di «stare dalla parte dei popoli che riconquistano la loro libertà». Ma quando Berlusconi mandava assieme a Bush e a Blair il nostro contingente per “stare dalla parte” del popoli iracheno e curdo, mentre Saddam riempiva l’Iraq di fosse comuni, cosa diceva Mauro? Che quell’intervento era sciagurato. Dunque, secondo il direttore di Repubblica l’Italia dovrebbe fare oggi nei confronti di Gheddafi, quel che era dissennato fare nei confronti di Saddam. Ancora una volta, il vizio delle doppie verità che porta Mauro a non capire che l’Italia, forse domani stesso, sarà chiamata a un intervento umanitario in Libia in cui dovrà mediare tra le parti. Quindi, prudenza. È una situazione complessa in cui una sola cosa pare chiara: il governo Berlusconi è l’unico che può garantire spazi a una mediazione che eviti un massacro di proporzioni bibliche nel caso, che sta concretizzandosi, che Gheddafi riesca a garantirsi il controllo di una parte consistente di Tripoli e Tripolitania.

L'Opinione-Dimitri Buffa: " Libia, la gaffe dell' Aise"


Dimitri Buffa

  “I servizi se servono devono servire sennò che servizi sono?” Per quelli di informazione e sicurezza italiani (nella fattispecie l’Aise) la nota battuta di Totò, al secolo il principe Antonio De Curtis, sembra attagliarsi perfettamente. Specie dopo la storica gaffe dello scorso 3 febbraio quando il direttore pro tempore dei servizi di informazione e sicurezza che si occupano di minaccia dall’estero, l’ex Sismi, cioè Adriano Santini, audito in gran segreto ( ma non abbastanza dal Copasir da impedire che sulla cosa uscisse un pezzo de “L’Unità” a fima di Claudia Fusani lo scorso 24 febbraio a pagina 11), aveva tranquillizzato tutti sulla Libia di Gheddafi dicendo ai commissari di maggioranza e opposizione del comitato poltico presideuto da Massimo D’Alema che a Tripoli e Bengasi un rischio di contagio dei moti popolari che avevano già rovesciato Ben Alì in Tunisia e Horsni Mubarak in Egitto, era “da escludersi”. Perché, a dire di Santini, quella di Gheddafi era tutta un’altra situazione e il raiss libico teneva la situazione sotto controllo. Ora, per citare ancora Totò, “ogni pazienza ha un limite”. Anche perché ‘sta gente pagata dai sei a tredicimila euro al mese per andare in giro per il mondo a raccogliere informazioni sembra avere meno spirito di osservazione di un turista, sia pure per caso. Chi scrive ad esempio, senza muoversi da casa propria, in data 20 gennaio 2011 aveva appreso al telefono da un suo caro amico e professore di arabo tunisino, non libico si badi bene, che “adesso vedrete che entro due settimane anche Gheddafi farà la stessa fine di Ben Alì e Mubarak”. E questo non era espresso come auspicio ma quasi come certezza. Perché la persona in questione sapeva di cosa stesse bollendo in pentola nella “Grande Jamahyrya” dai tanti amici su facebook di origine libica, residenti anche in paesi europei. Ma evidentemente all’ex Sismi su facebook non ci va nessuno, sennò se ne sarebbero accorti anche loro. D’altronde se tutto quello che nel 2010 era stato raccolto sul Maghreb si riassume in quelle striminzite tre paginette della relazione per il 2010 sulla politica di informazione e sicurezza, trasmessa proprio ieri al Parlamento dal Dis, cioè l’ex Cesis con a capo Gianni De Gennaro, si capisce anche del perchè di questa gaffe. E infatti, come racconta la Fusani sull’ “Unità”, Santini dice che sulla Libia possiamo stare tranquilli anche perché “i rapporti commerciali ed economici sono tali per cui nessuno in Libia può avere interesse a far saltare il tappo”. Quando ieri al Arabyya e al Jazeera ipotizzavano diecimila morti nella guerra civile scatenatasi nel frattempo deve essere stato un risveglio amaro per il capo di una struttura che chiamarla di “intelligence”, alla luce di queste prestazioni, può fare pensare ad un ossimoro. E d’altronde nelle pagina 46-49 della suddetta relazione trasmessa ieri al Parlamento si parla solo genericamente di “seri rischi” che corrono “l’Italia e l’Europa” dopo l'esplosione delle rivolte in Nord Africa. Nel linguaggio burocratichese che non si riesce a debellare da questi organismi, si osserva poi che ”i fermenti sociali e le forti aspirazioni al cambiamento, amplificati e condivisi sul web, potrebbero far registrare nuovi picchi di contestazione”. Il web che però, specie nel settore socail networks, resta uno sconosciuto per gli analisti dell’Aise. Si parla solo genericamente di fenomeni nei quali potrebbero inserirsi “tentativi di strumentalizzazione in chiave islamista” e di “natura terroristica”. In pratica l’esegesi della scoperta dell’acqua calda. Se i servizi devono servire a questo, avrebbe detto Totò, allora vuol dire che non servono a niente. E che anche cambiandogli nome per legge, e indirizzo e responsabili periodicamente, il prodotto rimane sempre lo stesso. 

La Repubblica- Terrorismo, Zawahiri sul web ' colpiremo l'Occidente' "


Ayman Zahawiri

DUBAI - «Bisogna escogitare nuovi modi per attaccare l´Occidente». È il nuovo messaggio audio diffuso da Ayman Al Zawahiri, il numero 2 di Al Qaeda. In un messaggio di 35 minuti diffuso sul web, in cui si sente la sua voce e si vede solo una sua immagine fissa, Zawahiri afferma: «Se non siamo in grado di produrre armi pari a quelle dei crociati occidentali, possiamo sabotare i loro sistemi economici e industriali e prosciugare il loro potere che si batte senza causa, fino a quando non saranno costretti a fuggire».
«I mujahidin devono escogitare modi nuovi (di combattere, ndr), modi che non verrebbero mai in mente agli occidentali. Un esempio di questo modo di pensare coraggioso e audace è l´uso degli aerei come armi, come è accaduto nella benedetta invasione di New York, Washington e Pennsylvania» l´11 settembre 2001. «Lo sceicco Osama Bin Laden - ha proseguito Zawahiri - ha dato ordini precisi ai mujahidin di non colpire i civili innocenti durante gli attentati. Per questo chiedo a tutti i mujahidin di seguire la sharia e di fare l´interesse dei musulmani prima di pianificare un attentato prendendo ogni precauzione necessaria per evitare che siano colpiti dei civili, musulmani o non musulmani».
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26 febbraio 2011

Libia, l'intervento della Nato potrebbe risolvere la situazione ?

Analisi di Luigi De Biase, commento di Francesco Borgonovo

Testata:Il Foglio - Libero
Autore: Luigi De Biase - Francesco Borgonovo
Titolo: «Occupare Tripoli. Che può succedere se la Nato decide di sbarcare in Libia - Eurabia è alle porte. Oriana ce l’aveva detto»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 25/02/2011, a pag. 1-I, l'articolo di Luigi De Biase dal titolo " Occupare Tripoli. Che può succedere se la Nato decide di sbarcare in Libia ". Da LIBERO, a pag. 3, l'articolo di Francesco Borgonovo dal titolo " Eurabia è alle porte. Oriana ce l’aveva detto ".

Possibilisti che vedono nelle rivoluzioni dei popoli arabi un movimento politico nel quale i fondamentalisti non sono egemoni come Lucia Annunziata (La Stampa), Carlo Panella (Il Foglio), e Renzo Guolo (La Repubblica), propongono un piano Marshall di investimenti per aiutare la transizione. Non tengono conto di quanto è avvenuto dopo l'arrivo di Khomeini in Iran e, soprattutto, non valutano quanto sia sufficiente l'arrivo di un governo per schierare un intero Paese su posizioni di fare ostilità nei confronti di tutto l'Occidente, Israele incluso, come è avvenuto in Turchia con l'arrivo del partito di Erdogan. Tutti sono capaci a dire, dopo, 'è vero, mi sono sbagliato'. Il modesto consiglio che possiamo dare è di valutare meglio 'prima'.

Ecco i due articoli:

Il FOGLIO - Luigi De Biase : " Occupare Tripoli. Che può succedere se la Nato decide di sbarcare in Libia "


Nato

Nelle strade di Tripoli, a poche miglia di mare dalle coste italiane, l’esercito della Libia combatte contro i ribelli che vogliono rovesciare il loro rais, Muammar Gheddafi. Per le fonti locali ci sono migliaia di morti, e l’Europa teme l’esodo di un milione e mezzo di migranti. E’ possibile che una coalizione militare intervenga in Libia per fermare gli scontri tra gli uomini rimasti con Gheddafi e i ribelli? Che cosa accadrebbe se l’esercito americano, insieme ad alcuni alleati europei, sbarcasse a Tripoli e prendesse il controllo del paese? Per rispondere a queste domande, e per ipotizzare uno scenario, il Foglio ha discusso con quattro esperti che hanno affrontato situazioni simili in diverse parti del mondo: Gianandrea Gaiani, direttore della rivista Analisi e Difesa ed esperto militare di questo quotidiano; Roberto Martinelli e Luciano Piacentini, due generali dell’esercito italiano; e Nino Sergi, segretario dell’organizzazione umanitaria InterSos. Primo: per chi si combatte Piacentini dice che l’ipotesi di una guerra civile dovrebbe essere affrontata da una “forza di interposizione” capace di dividere le parti in lotta. La missione agirebbe su mandato delle Nazioni Unite, con regole di ingaggio molto precise. Meglio, ma non sarebbe facile, se fosse composta da eserciti di paesi arabi, o comunque musulmani. “La presenza di occidentali potrebbe essere usata per alimentare uno scontro di civiltà”, dice il generale. Martinelli esclude la possibilità di un intervento della Nato: nessun paese dell’Alleanza atlantica è direttamente coinvolto in questa guerra. Ma pensa che l’Onu potrebbe girare l’incarico a una coalizione internazionale, guidata magari dall’esercito americano. Potrebbe essere un modo valido per rispondere all’emergenza in tempi rapidi, per arginare il pericolo terrorismo e per fermare il traffico di profughi diretti in Europa. Secondo: come si costruisce un esercito La forza potrebbe essere composta da diciotto o ventimila uomini, un numero sufficiente per coprire in modo adeguato l’intera costa della Libia, che è lunga quasi duemila chilometri. Il contingente comprenderebbe soldati americani, britannici, francesi, greci, e turchi. E naturalmente italiani. Il comando della missione dovrebbe essere affidato a un generale a tre stelle americano, ma la base logistica migliore è la Sicilia. In Sicilia ci sono installazioni militari di prim’ordine, come l’aeroporto di Comiso e la base di Sigonella, che ospita la Sesta flotta della marina americana, spiega Martinelli, non c’è posto migliore per il comando logistico arretrato. La presenza del quartier generale non esporrebbe l’Italia al rischio di ritorsioni. Almeno dal punto di vista militare. “La differenza negli armamenti fra noi e Tripoli è enorme. Nessun missile libico potrebbe arrivare in Italia. Il rischio, semmai, sarebbe il terrorismo”. In questa missione immaginaria, il governo dovrebbe mettere a disposizione tre o quattromila uomini. L’esercito italiano avrebbe un ruolo decisivo nelle operazioni. La fase organizzativa prenderebbe agli alleati una decina di giorni. Fase uno: doppio sbarco in Libia Martinelli ha comandato il 187esimo Reggimento paracadutisti della Folgore ed è stato in servizio in Somalia e nei Balcani. In Congo ha comandato il contingente Onu Monuc, nel deserto del Sinai è stato a capo della missione Mfo. Al Foglio dice che pianificherebbe due sbarchi in Libia. Mille uomini delle forze speciali francesi dovrebbero arrivare a Bengasi per prendere il porto e l’aeroporto, mentre altri mille, questa volta italiani, fanno lo stesso a Tripoli. Italiani e francesi sono particolarmente adatti a questo compito perché, grazie alle navi come la Cavour, la Garibaldi e la De Gaulle, hanno elevate capacità marittime. “Se non si incontra resistenza, un gruppo tattico formato da cinquecento uomini può conquistare un obiettivo senza particolari problemi”, spiega il generale. Le notizie in arrivo dalla Libia fanno pensare che le possibilità di un attacco contro i soldati sarebbero basse a Bengasi, la città fortino dei ribelli. Il discorso cambia a Tripoli, dove l’esercito di Gheddafi è ancora forte. Per portare a termine lo sbarco a Tripoli e Bengasi, servirebbero da dieci a quindici giorni. Colpire in anticipo i nemici L’ipotetica invasione dovrebbe essere preceduta da una serie di operazioni di intelligence. Secondo il generale Piacentini, si potrebbe ricorrere alla tecnologia per individuare possibili obiettivi da colpire prima che lo sbarco cominci. Gli specialisti dell’Imint, in particolare, sono capaci di stabilire con grande precisione la natura delle installazioni militari riprese da droni, palloni volanti e satelliti spia. Così, le forze speciali avrebbero la possibilità di cominciare il loro lavoro con molte garanzie di successo in più. Fase due: occupare il territorio Una volta completato lo sbarco, il comando logistico passerebbe dalla Sicilia alla Libia. Tripoli è una base eccellente. L’Italia potrebbe prendere il comando di una delle due brigate (l’altra, di stanza a Bengasi, sarebbe guidata dalla Francia). Secondo Martinelli, la guida potrebbe essere affidata alla Divisione Acqui, che non è mai stata impiegata sinora, ma ha svolto una grande esercitazione lo scorso anno e pare pronta a un compito simile. Il contingente italiano dovrebbe comprendere una brigata di arma base, che potrebbe comprendere paracadutisti della Folgore, fanti della Brigata Sassari, bersaglieri della Garibaldi e carabinieri. Ogni divisione sarebbe responsabile di tre reggimenti da seic e n t o uomini distribuiti nei principali porti del paese. Da lì, ognuno di loro dovrebbe muovere verso l’interno del paese, sino ad avere la meglio su tutte le forze nemiche. Salvo complicazioni, questa operazione potrebbe richiedere un mese di tempo e perdite consistenti. Nella rivolta libica, dice Piacentini, non sono state bruciate bandiere americane o israeliane: questo significa che l’ostilità nei confronti dell’occidente non è un fattore in gioco. L’arrivo di un contingente occidentale, tuttavia, potrebbe essere acc o m p a - gnato da atti di terrorismo, un fenomeno che è comunque presente in tutta l’area del Maghreb. L’ora dell’intelligence In questa fase, dice al Foglio il generale Piacentini, l’intelligence umana ha un ruolo preponderante su quella tecnologica. Piacentini ha comandato il Nono reggimento d’assalto paracadutisti Col Moschin e ha servito negli organi di informazione e sicurezza. Ha partecipato a numerose missioni in tutto il medio oriente e in Afghanistan. Pochi mesi fa ha pubblicato un libro, “L’intelligence tra conflitti e mediazione”, scritto con Claudio Masci. Le forze internazionali dovrebbero sfruttare i contatti costruiti nel tempo dai Servizi dei paesi che hanno più legami con la Libia. Le loro informazioni devono essere confermate rapidamente, in modo da permettere di stabilire contatti con tutti gli interlocutori attendibili: informatori, rappresentanti di clan e tribù, esponenti politici e militari. Per stabilire chi siano le persone giuste con cui parlare, Piacentini suggerisce il ricorso alla “psicologia etnica”. “Bisogna avere specialisti che conoscano bene sia la lingua, sia le culture presenti sul teatro – commenta il generale – E’ fondamentale riconoscere i comportamenti, i gesti, le tradizioni e gli obiettivi di ogni gruppo. Nel caso dell’Afghanistan, non si può affrontare una conversazione con un pashtun senza sapere che, in cima alla loro scala di valori, non c’è la religione bensì un codice tribale”. Spie italiane a Tripoli? Due apparati svolgono questa operazione in Italia. Da un lato c’è il Secondo reparto Informazione e sicurezza (Ris), che lavora a stretto contatto con le Forze armate; dall’altro c’è l’Agenzia informazione e sicurezza esterna (Aise), che ha compiti più ampi. Tripoli è un punto strategico sulla mappa del Mediterraneo anche per le sue riserve di petrolio e di gas naturale. Questo particolare dovrebbe favorire il compito dell’intelligence italiana: la dottrina prevede che i servizi di informazione siano presenti in tutti i paesi rilevanti per “l’interesse nazionale”, e in Libia non c’è società energetica più grande di Eni. Tuttavia, dice l’esperto militare del Foglio, Gianandrea Gaiani, le dichiarazioni rilasciate sinora dai nostri rappresentanti diplomatici non sono incoraggianti. “Il livello delle informazioni è troppo basso – spiega – Ma questo è un problema che non riguarda tutte le cancellerie dell’occidente, e rende difficile un’operazione su vasta scala”. Fase tre: gli aiuti umanitari Dal punto di vista degli aiuti umanitari, i grossi spostamenti di popolazione sono affrontati prima di tutto con la costruzione di campi per i profughi, dice al Foglio Nino Sergi di InterSos. “Il campo deve fornire tutto quello che è necessario – spiega – Le varie organizzazioni umanitarie si muovono coordinate dalle Nazioni Unite in base alle loro specializzazioni: qualcuno costruirà ambulatori, altri distribuiranno i viveri, altri faranno le scuole. L’importante è che, nel giro di pochi giorni, chi viene accolto senta ripartire la normalità della vita: i bambini devono poter andare a scuola, le donne devono poter cucinare per le loro famiglie e devono avere l’acqua per lavare gli indumenti. Nel caso in cui ci siano fughe oltre il confine, il coordinamento passa all’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite. Quando il conflitto è definitivamente terminato, l’azione umanitaria diventa ancora più mirata”.

LIBERO - Francesco Borgonovo : " Eurabia è alle porte. Oriana ce l’aveva detto"


Oriana Fallaci

Una «Cassandra che parla al vento». Così si definisce Oriana Fallaci nelle righe iniziali di La Forza della Ragione. Oltre due anni prima aveva pubblicato un libro fulminante, molte cancellerie europee esultavano di fronte alla caduta dei dittatori del Maghreb, quasi che le rivolte fossero l’avvio di una stagione di democrazia e libertà per il Nord Africa. Nessuno si è chiesto perché cadessero i regimi più morbidi e non quelli feroci tipo l’Iran. Nessuno ha riflettuto sul fatto che non sempre c’era relazione tra le condizioni di vita delle fasce popolari di quei Paesi e la voglia di buttar giù il tiranno. In Sudan il reddito pro capite lordo è di appena 2.377 dollari eppure non ci sono state rivolte, mentre la ribellione è scoppiata in Libia, uno degli Stati in cui il reddito è superiore a quello di Romania, Serbia e perfino del Brasile. Non sono la molla economica, la pancia vuota o la disoccupazione che hanno scatenato la voglia di abbattere il despota. La motivazione è quella che Oriana aveva capito prima di altri e non a caso i regimi che stanno cadendo sono quelli più vicini all’Europa, anzi, quelli che si erano aperti al vecchio continente, importandone anche alcune abitudini. Egitto, Tunisia e Libia. Tutti affacciati sul Mediterraneo, tutti a due passi dalle coste di Italia, Spagna e Grecia. Ci vuole poco a capire che esiste un disegno, che ci sono centinaia di migliaia di persone, forse alcuni milioni, che alle spalle del Maghreb premono per lasciare l’Africa e sbarcare da noi. Un’invasione pacifica, quasi umanitaria, agevolata dalla commozione di chi, in Occidente, vede le carrette del mare cariche di disperati e spalanca le porte dell’accoglienza. Purtroppo di fronte a quello che rischia di trasformarsi in un esodo biblico, in un’occupazione senza armi, almeno per ora, la Ue non sa che fare. Essendo una mera espressione geografica, un’immensa burocrazia senza lingua, leggi, cultura comune e pure senza esercito, sta a guardare e ci condanna ad arrangiarci. Anzi, ci condanna e basta, perché appena alziamo un dito per rimandarli da dove sono venuti l’Europa ci sanziona. Arrivano a centinaia di migliaia e non possiamo neanche difenderci, così agevoliamo chi vuole invaderci, col rischio di trovarci presto a combattere in casa nostra contro il fondamentalismo islamico. E anziché alzare la voce, invece di invocare un piano condiviso per far fronte all’emergen - za e tutelare l’interesse nazionale, in Italia l’unica immigrata di cui le forze politiche e i giornali si occupano con maniacale passione è Ruby. Altro che libici, tunisini, egiziani, sudanesi o algerini. Qui la sola clandestina che fa discutere è la presunta escort di Arcore. Le tragedie del Nord Africa o quella che rischiamo noi nel futuro prossimo possono attendere. Adesso c’è Berlusconi da abbattere, poi si vedrà. Anche su questo, sull’inettitudine della nostra classe politica, aveva ragione Oriana.

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25 febbraio 2011

Libia: la rabbia degli ebrei cacciati, discriminati e mai risarciti


 

 

di Michael Sfaradi

Sale lo sdegno fra gli appartenenti alla comunità libica di religione ebraica dopo l’accordo fra il governo italiano e quello libico. Accordo che non prevede alcun risarcimento per chi, allora, si vide portar via tutto ciò che possedeva e si ritrovò sul lastrico. Dobbiamo ricordare che, insieme agli italiani che vivevano in Libia, tutti gli ebrei libici, dopo la confisca dei beni mobili ed immobili, furono cacciati dalle loro case ed espulsi dalla nazione all’indomani del colpo di Stato che portò il colonnello Gheddafi al potere. E’ doloroso chiedere il parere a chi, per il solo fatto di essere ebreo subì un crimine contro l’umanità e che dopo essere stato ridotto alla fame conobbe i campi di raccolta prima dell’espulsione.

Ma noi lo abbiamo fatto ed abbiamo constatato che oltre al dolore mai sopito per ciò che accadde, c’è la certezza di essere stati traditi ancora, questa volta dal governo italiano. Non traditi da un governo qualsiasi ma da quello che hanno votato (dopo tanti anni di residenza in Italia la quasi totalità degli ebrei libici ha assunto la cittadinanza italiana), dal leader che si era sempre dimostrato amico di Israele ed attento alle ragioni degli ebrei di tutto il mondo.

La frase ricorrente è: ma Berlusconi, che si mette d’accordo per 5 miliardi di dollari di risarcimento coloniale, non poteva mettere nelle trattative anche ciò che fu tolto a noi con la forza? Visto che il governo italiano si prende le sue colpe, perché non mettere, una volta tanto, un leader arabo davanti alle sue responsabilità e chiedere giustizia? Nessuno restituirà mai a queste persone l’esistenza che poteva essere e che, invece, non sarà mai, ma visto che Gheddafi è stato così bravo a chiedere i danni, arrivando anche al subdolo ricatto del dare il via libera ad un’immigrazione di massa di clandestini se le sue richieste non fossero state soddisfatte, dovrebbe anche essere in grado di capire che diritti e doveri corrono di pari passo. E’ stata una resa senza condizioni, questo è il commento degli ebrei libici nel momento in cui vedono svanire l’ultima speranza di avere giustizia. Conoscono bene la mentalità della loro terra d’origine e sanno meglio di ogni altro che questo accordo verrà proprio inteso come una vittoria, l’Italia si è arresa perché sente sulla sua testa la spada di Damocle del terrorismo finanziato dalla Libia.

Si è arresa perché continuerà il sequestro dei pescherecci in acque internazionali come continueranno gli sbarchi dei clandestini sulle coste italiane. Si è arresa perché quello che Silvio Berlusconi ha firmato sotto la tenda del Colonnello è una cambiale senza scadenza e perché prima di quanto crediamo il governo italiano si troverà a ridiscutere il prezzo e a rimettere mano al portafoglio.

Concludiamo quest’articolo con le ultime frasi della lettera aperta che Herbert Pagani scrisse a Gheddafi nel 1987: “Con l’amore inspiegabile, quasi perverso degli ebrei per le terre matrigne che li hanno adottati, avresti potuto fabbricare ali ai tuoi re, ai tuoi eroi, ai tuoi santi e martiri per mandarli a dire al mondo che il tuo Paese esiste. Avrebbero potuto cantarlo, il tuo deserto, con parole che avrebbero fatto cadere i petali di questa ‘rosa delle sabbie’ che hai al posto del cuore. Ma Allah, che è grande e vede lontano, ha voluto, per tua mano, farci partire, affinché io andassi a cantare i miei canti sotto altri cieli, e che la tua nazione potesse proseguire, come in passato, il suo esaltante compito: essere la pagina vuota del Grande Libro dell’Islam”.

(L’Opinione, 2 settembre 2008 )


 




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24 febbraio 2011

L'Iran a Suez: ecco il dopo Mubarak

 Suez Iran israele IRAN/ Canale di Suez, navi da guerra nel Mediterraneo, Israele allarme

di Fiamma Nirenstein

 
Guardiamole bene quelle due navi iraniane che sono entrate alle quattro del pomeriggio nel Mediterraneo. È uno spettacolo del tutto nuovo, ed è tutto dedicato a noi, europei, israeliani e americani, messo in scena per farci digrignare i denti: dal 1979 l'Egitto non lasciava passare dal suo prezioso corridoio le navi dell'Iran khomeinista, il Paese della rivoluzione sciita integralista e nemica acerrima del potere sunnita, se non di quello estremista di Hamas, dei Fratelli Musulmani e di Al Qaeda e altri compagni del genere. Adesso, invece, ecco il primo gesto dell'Egitto post-rivoluzionario: visto che l'alleato americano si è scansato appena la folla si è messa in marcia, il nuovo-vecchio potere militare immagina prudentemente nuove alleanze. Meglio non litigare con Ahmadinejad che riempie di lodi la rivoluzione egiziana. Anche i sauditi, anch'essi sunniti, non hanno mai avuto simpatia per l'Iran khomeinista, al contrario. Anzi, ultimamente si sono battuti per difendere Mubarak: il re Abdullah ha fatto una telefonata durissima a Obama per dirgli di non umiliare il suo amico. Ma il presidente americano l'ha abbandonato, ed ecco che anche i sauditi tastano nuove possibilità strategiche: le navi iraniane hanno fatto scalo, sembra, al porto saudita di Jedda.
Anche se l'Iran sostiene che non portano armi, le due navi sono una fregata classe Alvand, dotata di missili di vario tipo, e una nave appoggio di classe Kharg, assai grossa (33mila tonnellate) carica di chissà che; porta anche qualche elicottero, forse tre.
Una graziosa esibizione di forza, che si inquadra nel «Decennio del Fajr», quando, ricorrendo l'anniversario della rivoluzione, si mostrano tutte le acquisizioni migliori del regime. Il ministro dell'Energia si è vantato che l'Iran continui senza remissione a costruire la sua potenza atomica: Se qualcuno ancora non sapesse a che serve, Khamenei, rispondendo alla reazione di Israele al passaggio delle navi ha detto che «Israele è una nazione cancerogena». Insomma, da distruggere.
Tutto regolare, mentre Ahmadinejad esalta le rivoluzioni che finalmente metteranno il mondo musulmano sulla via del vero Islam e intanto scatena la Guardia Rivoluzionaria contro la propria popolazione che manifesta.
Ma di nuovo c'è che, dopo le rivoluzioni arabe, l'Iran lancia la sua sfida direttamente, e non attraverso gli Hezbollah o la Siria o Hamas come fa sempre. Si presenta armato di fronte alle coste di quel paese che dichiara a ogni passo di voler distruggere; il simbolo di tutto ciò che l'Islam deve dominare per costringere il mondo a un califfato universale che inghiotta l'Europa e poi l'America, intenzione più volte ribadita. E certo gli è ben presente che poco lontano cui sono le coste europee, le nostre coste giudaico cristiane.
Adesso con i loro missili, le navi iraniane si piazzeranno per un lungo periodo probabilmente nel porto di Tartus, in Siria, vicino agli Hezbollah cui portano probabilmente bei doni. Mentre transitano davanti a Israele tutto potrebbe accadere, un incontro ravvicinato fuor di controllo con la marina israeliana, un colpo scappato, diciamo così, per sbaglio... e fra qualche mese forse un rimescolamento di navi iraniane da guerra e la flottiglia (dicono fra le 50 e le 100 navi) programmata dall'Ihh turca e dai suoi amici per approcciare di nuovo Gaza!
L'Iran esprime, con Suez, una volontà indubitabile di spostare l'attenzione dalla sua piazza repressa senza pietà allo sberleffo internazionale. Ma si tratta soprattutto, per il regime di Khamenei e di Ahmadinejad, anche di una vera mossa di conquista: il Mediterraneo è fatto, specie con la enorme confusione libica, di equilibri delicatissimi, di limitazioni reciproche talora esplicite e talora sottaciute che certo però non comprendono l'ingresso di un elefante nella cristalleria. Ahmadinejad, così certo pensa lui, mette le sue navi sul muso di Israele e davanti al muso di tutti noi, e queste navi irridono alle nostre inutili sanzioni, e anche alle autentiche ispirazioni occidentali e democratiche che certo animano gran parte delle rivoluzioni in Egitto, in Tunisia, in Marocco, nello Yemen, in Bahrein, in Libia... incitano tutte le parti più estreme delle folle arabe a aderire a un'ideologia islamista, e soprattutto, promettono guerra. Non dovremmo permettere che questo accada. Dove è l'Unione Europea? E Obama, ci lascia sempre più soli?

il Giornale




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23 febbraio 2011

Da 1400 anni continua la discriminazione religiosa colonialista arabo islamica contro i copti indigeni d'Egitto

contro i cristiani: Mai un loro presidente "


Giulio Meotti

Roma. In Egitto il solo pensiero che i Fratelli musulmani possano prendere il sopravvento è vissuto come un incubo dalla comunità cristiana, che forma ben il quindici per cento dell’intera popolazione. Ieri, l’Alta corte amministrativa egiziana ha ammesso il primo partito islamico alla tornata elettorale. Si tratta del Wassat, una formazione nata dai Fratelli musulmani che per anni aveva invano cercato di partecipare alle elezioni. Anche un leader dei Fratelli musulmani è chiamato a partecipare alla stesura della nuova Costituzione egiziana, ma i copti ne sono stati esclusi. “Milioni di copti si oppongono alla Commissione formata dal Consiglio supremo delle Forze armate”, ha dichiarato il presidente dell’Unione per i diritti dell’Uomo egiziana, Naguib Guebral. “L’inclusione di elementi dei Fratelli musulmani senza che vi siano dei copti rinnega i principi della rivoluzione del 25 gennaio, nella quale il sangue copto si è mischiato a quello egiziano”. Intanto il politburo del grande movimento islamista, fino a ieri al bando sotto il regime di Mubarak, fa sapere che i cristiani e le donne non potranno diventare presidenti nel “nuovo Egitto”. Prima delle proteste lo aveva detto Mohammed Habib, uno dei massimi leader dei Fratelli musulmani: “Quando il movimento andrà al potere, sostituirà la presente Costituzione con una islamica, in base alla quale a un non musulmano non sarà concesso di occupare un posto di potere, sia nello stato sia nell’esercito”. La piattaforma dei Fratelli musulmani descrive i cristiani copti come “partner della patria” e “parte della fabbrica della società egiziana”. Ma giustifica anche l’esclusione dei cristiani dalle cariche politiche tramite la teoria del “wilaya kobra”, ovvero il governo della maggioranza. “Donne e cristiani non potranno accedere alla carica di presidente della Repubblica”, ha appena dichiarato uno dei portavoce del movimento, Mohsen Radi, al giornale egiziano al Masri al Yom. Accademici e intellettuali avevano ripetutamente chiesto al gruppo islamico di cambiare opinione su questo, visto che le donne e i cristiani costituiscono metà della popolazione egiziana e la principale e più antica minoranza del paese. E’ stato invano, a giudicare da questa nuova fatwa contro la minoranza cristiana e le donne. “Dopo una lunga discussione, siamo arrivati alla conclusione che queste due categorie di persone non hanno diritto a quel ruolo e che questo è il nostro verdetto definitivo”, hanno fatto sapere i Fratelli musulmani. Una decisione “supportata da tutti i leader spirituali nel movimento”. Nessun “infedele” dovrà quindi mai sognarsi di guidare l’Egitto. “Riteniamo che i doveri della presidenza e del premier vadano contro il credo dei non musulmani. Conseguentemente un non musulmano ne deve essere esentato”. Se sei nato femmina il discorso non cambia. “Riteniamo che il ruolo di presidente e ancor più quello di comandante dell’esercito non possa essere affidato a una donna in quanto in aperta contraddizione con la sua natura”. Secondo i media egiziani, sarebbe stato proprio l’imam Yusuf al Qaradawi, rientrato in Egitto dopo trent’anni di esilio, a decretare il bando della minoranza cristiana. A inizio gennaio, nel corso della sua trasmissione su al Jazeera, Qaradawi aveva attaccato duramente Benedetto XVI: “Voglio dire al Papa, allontana da noi il tuo male”. E lo scorso ottobre l’organizzazione di Qaradawi, l’International Union of Muslim Scholars, aveva accusato i copti di nascondere armi nei monasteri per combattere l’islam. Nel 1980, la Fratellanza rese nota una fatwa che proibiva la costruzione di nuove chiese. Nel 1997, la Guida suprema Mustafa Mashhour affermò che i copti dovevano pagare la “jizya”, la tassa che il califfo imponeva alle minoranze ebraico-cristiane. Nel 2008, il Sindacato dei medici egiziani, controllato dai Fratelli musulmani, ha proibito persino i trapianti tra persone di “diverso credo o nazionalità” – leggi cristiani e musulmani. E da anni i Fratelli musulmani si oppongono a qualsiasi modifica del codice egiziano che prevede la voce “religione” nelle carte di identità. Due anni fa Qaradawi era intervenuto sul caso di Mohammad Hegazi, giovane egiziano convertito al cristianesimo, che voleva essere riconosciuto tale anche dal punto di vista legale. Qaradawi ha concluso che Hegazi deve essere ucciso perché c’è pericolo per il gruppo e il gruppo ha priorità sull’individuo. L’apostasia, la conversione a un’altra religione, verrebbe ancor più duramente combattuta in caso di vittoria dei Fratelli musulmani. Il “papa laico” dei copti Milad Hanna l’aveva detto dopo il clamoroso successo dei Fratelli musulmani alle elezioni del 2005: “Questo è uno dei pochi paesi al mondo dove islam e cristianesimo sono vissuti accanto senza problemi per quattordici secoli, ma ora ci si avvia verso l’integralismo. E se così fosse, emigrerei”.




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23 febbraio 2011

L’ostilità per Israele ed ebrei è radicata nella coscienza egiziana nonostante 30 anni di pace (fredda)

Se Israele diventa l’unica cosa su cui gli egiziani si trovano d’accordo
Di Dan Eldar
È stata una pace distorta fin dai tempi in cui venne fatta, più di trent’anni fa. La strategia “di pace” dell’Egitto, che mirava soltanto a recuperare il Sinai e ottenere un generoso sostegno americano, fu sin dall’inizio carica di ostilità e diffidenza verso Israele. A parte la non belligeranza, gli egiziani non hanno permeato il trattato di nessun elemento di pace piena e sincera con il loro ex nemico. I sentimenti popolari di ostilità verso Israele, il sionismo e il popolo ebraico sono tuttora molto diffusi fra la popolazione egiziana. Opinion maker che godono di grande popolarità, compresi intellettuali liberali, e i mass-media che finora erano strettamente controllati dalle autorità, per anni non si sono fatti il minimo scrupolo di demonizzare Israele e i suoi leader, di demonizzare il popolo ebraico con modalità antisemite, di fomentare odio per Israele in completo spregio dello spirito del trattato di pace.
L’Egitto diede alla pace con Israele il significato più limitato possibile. I suoi leader e responsabili politici, da Anwar Sadat in avanti, vedevano il processo di pace con Israele principalmente come un mezzo per ridurlo alle sue “dimensioni naturali”, vale a dire alle linee pre-’67, privandolo di asset strategici.
L’Egitto sotto il governo di Hosni Mubarak ha preferito rallentare il più possibile il processo di pace e la normalizzazione fra Israele e il resto del mondo arabo allo scopo di preservare la legittimità inter-araba per la sua attività diplomatica in quanto unico mediatore nella regione. Mubarak giocò un ruolo significativo del far fallire i colloqui israele-palestinesi a Camp David nel luglio 2000. Con il sostegno sia dei mass-media che del clero egiziano, avvertì Yasser Arafat che sarebbe stato considerato un traditore se avesse accettato le proposte avanzate ai colloqui, e gli negò la legittimazione di cui avrebbe avuto bisogno per prendere decisioni su Gerusalemme. In questo modo l’Egitto contribuì allo scoppio della seconda intifada, che gli garantì una sorta di guerra d’attrito contro Israele attraverso i palestinesi. Questo fu il paradigma egiziano della pace con Israele: controllo indiretto di uno scontro a bassa intensità.
La combinazione della bieca realtà quotidiana interna in Egitto e della sua politica nel corso degli anni di “pace minima” con Israele rende conto di una prognosi amara circa il futuro dei rapporti fra i due paesi. Nei negoziati con l’opposizione interna sul futuro del regime, l’esercito egiziano potrebbe diventare assai più tollerante verso le tendenze islamiste, se non altro per preservare il proprio status di arbitro e di fattore stabilizzante. L’ostilità verso Israele, profondamente radicata nella coscienza egiziana e supportata da una crescente identificazione con l’islam politico, potrebbe diventare il legante fra i vari elementi dell’opposizione e l’esercito. Se la Fratellanza Musulmana sarà parte del prossimo governo, ciò potrebbe accelerare il deterioramento delle relazioni con Israele sino al punto di abrogare il trattato di pace, a dispetto delle recenti dichiarazioni dei capi delle forze armate. L’esercito egiziano, che a differenza di quello turco non è necessariamente fedele ad un ethos laico, potrebbe cambiare il suo orientamento verso il trattato di pace con Israele. I suoi programmi di addestramento considerano tuttora Israele come la principale minaccia. Lo slittamento verso un clima muscolare potrebbe procedere gradualmente, da un’energica retorica anti-israeliana ad opera dei partiti dell’opposizione legale, a pretese di cambiamento degli accordi di smilitarizzazione del Sinai presso i forum delle Nazioni Unite, fino a richieste di ispezioni delle armi nucleari che secondo l’Egitto Israele possiede.
La politica di Israele verso l’Egitto, della sinistra come della destra, si è adattata nel corso degli anni ai parametri da pace fredda e distorta dettati dal regime di Mubarak, conservando anche una valutazione esagerata dell’importanza regionale dell’Egitto. Ora, con la rimozione di Mubarak, sembra arrivato il momento di aggiornare questa politica e di preparare ogni strumento diplomatico e di sicurezza a disposizione di Israele alla possibilità di sviluppi negativi sul versante meridionale.

(Da: Ha’aretz, 20.02.11)

Nella foto in alto: Manifestanti egiziani in piazza Tahrir, al Cairo, issano un’immagine del deposto presidente Hosni Mubarak "sfregiato" con una Stella di David

 




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23 febbraio 2011

La solita doppia faccia di Hezbollah: grida al massacro in Libia e partecipa alla repressione in Iran

Di Emanuel Baroz, La solita doppia faccia di Hezbollah: grida al massacro in Libia e partecipa alla repressione in Iran
focus on israel

La rivolta contro Gheddafi che sta montando in Libia e la conseguente (ma non sorprendente per chi conosce bene il personaggio) fortissima repressione del colonnello libico ha causato la reazione di Hezbollah, che ha denunciato i “massacri” commessi dal regime di Gheddafi in Libia, ed ha affermato di “pregare affinché i “rivoluzionari” sconfiggano “il tiranno”.

In effetti questa presa di posizione del gruppo terrorista libanese meriterebbe un plauso, se non fosse che l’opposizione iraniana, che sta cercando disperatamente di rovesciare il regime degli ayatollah da giorni, e che sta subendo una reazione violentissima da parte degli uomini di Ahmadinejad,  ha affermato che almeno 1.500 terroristi libanesi Hezbollah collaborano con le forze di sicurezza del regime nella brutale repressione contro i manifestanti.

La notizia, non confermata da fonti indipendenti, è stata data domenica dal Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, il principale movimento dell’opposizione iraniana in esilio.

(Fonte: Israele.net e TMNews,)

Nella foto in alto: i manifestanti anti-regime in Iran

Per ulteriori foto e dettagli cliccare qui, qui, qui e qui


 




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23 febbraio 2011

Il vecchio vizio di incolpare gli altri delle dittature arabe, e anche del loro fallimento

Sempre colpa dell’occidente?
Di Alexander Yakobson
Dopo la caduta del regime di Hosni Mubarak, è riemerso il dibattito su perché, innanzitutto, tante dittature si siano impadronite del mondo arabo. Mohanad Mustafa ha recentemente sostenuto su questo giornale che “la modernizzazione araba, guidata da giovani della classe media, è stata interrotta dall’esterno da potenze occidentali coloniali, e all’interno da forze arabe, il che aprì la strada all’ascesa di regimi autoritari per lo più filo-occidentali (Ha’aretz, 13.2.11). In altre parole, è stata colpa del colonialismo occidentale e dei suoi agenti locali. Ma le cose stanno veramente così?
La dittatura in Egitto venne istituita con la rivoluzione del 1952dei “Liberi ufficiali”, che portò al regime tirannico e anti-occidentale di Gamal Abdel Nasser: una dittatura che prendeva il posto di un regime monarchico liberale e filo-occidentale, che poteva essere corrotto e difettoso finché si vuole, ma era certamente più vicino a una democrazia di tutto ciò che lo avrebbe seguito. E la dittatura di Nasser fu molto più efferata dei regimi dei suoi due successori filo-occidentali: Anwar Sadat, che realizzò una liberalizzazione e lo spostamento pro-America, e Hosni Mubarak.
Ai tempi di Nasser non c’era nemmeno bisogno di inscenare elezioni, in Egitto, come nell’era di Mubarak. Il paese venne posto sotto il dominio di un partito unico e l’opposizione semplicemente bandita. A una recente manifestazione a Nazareth (città israeliana a maggioranza araba) appariva curioso, per non dire sorprendente, vedere degli attivisti del partito arabo-israeliano Balad esprimere sostegno alle rivendicazioni di libertà e democrazia del popolo egiziano issando immagini di Nasser: l’uomo che aveva spazzato via ogni libertà sostanziale esistita in Egitto fino alla sua presa del potere.
Molti attribuiscono a Nasser la liberazione dell’Egitto dal colonialismo britannico. Sebbene non si debba mai sminuire la lotta per l’indipendenza di nessuno, e se è pur vero che chiunque si identifichi con tale lotta tende a guadagnarsi naturalmente il favore popolare, la verità è che sin dai primi tempi del dominio di Nasser il leone britannico era già sulla via d’uscita. Nasser semplicemente gli pestò la coda.
Coloro che guidarono la lotta contro il colonialismo britannico quando era al culmine, quando non aveva alcuna intenzione di andarsene da nessuna parte – come i membri del partito Wafd – vennero messi fuori legge proprio da Nasser: zittiti e imprigionati insieme ai comunisti, ai Fratelli Musulmani e al resto dei suoi oppositori politici sia di destra che di sinistra.
Nasser aveva un vantaggio rispetto a coloro che oggi marciano per le strade issando la sua foto: evidentemente egli era convinto che il suo metodo tirannico fosse il modo migliore per modernizzare l’Egitto e il mondo arabo. I suoi sostenitori di oggi, invece, sanno bene che quel metodo portò a un tragico fallimento; e tuttavia sono ancora pronti a venerare un dittatore fallimentare purché sia abbastanza nazionalista, e a dare la colpa del suo fallimento – pensa un po’ – al sionismo e all’imperialismo.
Nasser non fu un leader personalmente corrotto, impresa non da poco. Ma scelse consapevolmente la tirannia, nonostante il fatto che avrebbe potuto facilmente essere eletto alla sua carica con libere elezioni, perlomeno all’inizio.
In ogni caso, sostenere che la dittatura in Egitto sia stata istituita sotto influenza occidentale, per servire gli interessi occidentali, è di fatto l’opposto della verità. Anche il regime del partito Baath in Siria non venne istituito dall’occidente, né serve gli interessi dell’occidente. Quando l’ex parlamentare arabo-israeliano di Balad, Azmi Bishara, tenne un panegirico funebre ai funerali di Hafez Assad (che, a differenza di Mubarak, riuscì a lasciare in eredità il potere al figlio Bashar), inondò di elogi un tiranno che era stato ben più feroce di Mubarak e anche di Nasser.
Com’è diverso, rispetto a tutto questo, come è rigenerante, coraggioso ed entusiasmante lo spirito dei giorni della rivoluzione di piazza Tahrir, lo spirito dell’assumersi responsabilità anziché eluderle, del prendere nelle mani il proprio destino, della vera fede nella libertà e nella democrazia. Se alla fine l’Egitto raggiungerà la democrazia nonostante i tanti ostacoli sulla sua strada, sarà innanzitutto grazie a questo nuovo spirito.

(Da: Ha’aretz, 17.2.11)

Nella foto in alto: Alex Yakobson, autore di questo articolo

 




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23 febbraio 2011

Canale di Suez: la navi iraniane entrano nel Mediterraneo. Per Israele è “Una provocazione senza precedenti”

Di Emanuel Baroz
Due navi iraniane passano Suez

L’Iran mette il naso nel Mediterraneo, Israele preoccupata

E’ la prima volta in tre decenni che le navi militari iraniane attraversano il Canale che collega il Mar Rosso al Mediterraneo. I funzionari di Teheran hanno detto che le navi sono dirette in Siria per una missione di addestramento.

 “Una provocazione senza precedenti, una sfida alla comunità internazionale”. Questo per il ministero israeliano degli Esteri il significato dell’annuncio odierno delle autorità egiziane nel canale di Suez: due navi iraniane sono entrate questa mattina presto nelle acque dello Stretto e raggiungeranno il mar Mediterraneo nel corso della giornata.

Si tratta di una fregata e di una nave di approvvigionamento (rispettivamente la Alvand e la Kharg), ognuna delle quali dovra pagare 290mila dollari per il passaggio. E’ la prima volta in tre decenni che le navi militari iraniane attraversano il Canale che collega il Mar Rosso al Mediterraneo. I funzionari di Teheran hanno detto che le navi sono dirette in Siria per una missione di addestramento.

L’operazione è un’ulteriore test degli equilibri precari in Medioriente, scosso da un’ondata senza precedenti di rivolte contro i governi. I nuovi governanti militari dell’Egitto, che hanno preso il potere dopo le dimissioni di Hosni Mubarak dalla presidenza poco più di una settimana fa, hanno concesso l’attraversamento, suscitando più di qualche apprensione a Washington e Tel Aviv. Del resto sembra che l’Egitto non abbia avuto altra scelta, per una convenzione internazionale dell’88 secondo cui il passaggio deve essere aperto “a ogni imbarcazione commerciale o militare”.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accusato l’Iran di tentare di sfruttare la recente instabilita dell’Egitto. Mubarak, alleato di Israele e degli Stati Uniti che ha governato per circa 30 anni, era considerato un simbolo nella regione contro l’estremismo islamico. “L’Iran vuole far capire al mondo, agli Stati Uniti, a Israele e ad altri paesi del Medioriente, la propria forza raggiunta non solo nelle aree vicine, ma anche lontane, Mediterraneo incluso”, ha detto Ephraim Kam dell’istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale in Israele.

Un alto comandante navale iraniano aveva annunciato a un’agenzia stampa del Paese, prima dell’inizio delle rivolte in Egitto il 25 gennaio, che l’Iran pianificava di mandare navi nel Mediterraneo dal canale di Suez per addestrare cadetti della marina nella protezione delle navi cargo e petroliere dagli attacchi dei pirati somali. Ma adesso il gesto sembra da un lato rappresentare un test della politica estera del nuovo governo militare dell’Egitto, ‘custode’ dell’ingresso del canale, e dall’altro voler affermare l’influenza iraniana. Che negli ultimi mesi si è giovata della crescita di alleati politici come Hamas a Gaza e Hezbollah in Libano, e della stretta alleanza con la Siria. Allo stesso tempo, Israele ha perso l’amicizia con la Turchia e la natura dei suoi legami con l’Egitto post-Mubarak resta incerta. Le relazioni tra Egitto e Iran si erano interrotte dopo la Rivoluzione islamica iraniana del 1979 e con il trattato di pace tra Egitto e Israele lo stesso anno, per poi migliorare leggermente negli anni successivi.

(Fonte: Rainews24.it, 22 Febbraio 2011)

Nella foto in alto: la fregata Alvand



 




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23 febbraio 2011

Pilllole di Israele e dintorni

Libia. Secondo diversi mass-media, caccia libici avrebbero bombardato lunedì i manifestanti anti-regime nella capitale libica. Un ufficiale libico di alto rango ha dichiarato alla tv di stato che un’operazione condotta lunedì dalle forze di sicurezza in Libia contro ''terroristi'' ha provocato diversi morti. Testimoni residenti a Tripoli hanno dichiarato alla tv Al-Jazeera: “Assistiamo a scene caotiche, l'aviazione di Gheddafi ha bombardato sistematicamente la città, quartiere per quartiere, uccidendo centinaia di persone”. Secondo il quotidiano pan-arabo edito a Londra Asharq al-Awsat, il numero delle vittime della repressione delle manifestazioni in Libia potrebbe superare il migliaio, mentre l'organizzazione non governativa Human Rights Watch ha parlato di 233 morti in pochi giorni. Cifre gonfiate, secondo Seif al-Islam Gheddafi, figlio del dittatore libico. Secondo notizie di stampa, lunedì gli equipaggi di due caccia da combattimento libici sono atterrati all'aeroporto internazionale della capitale maltese, La Valletta, chiedendo asilo politico

 
  All’inizio della sua visita in Spagna, il presidente d’Israele Shimon Peres ha pronunciato lunedì sera un discorso alla comunità ebraica di Madrid durante il quale ha canzonato il dittatore libico che meno di due settimane aveva detto che gli sconvolgimenti del mondo arabo avrebbero potuto portare a un Medio Oriente senza Israele. ''Dov’è oggi Gheddafi e dov’è Israele?”, si è chiesto Peres. Ed ha aggiunto: “Ahmadinejad e gli altri dittatori possono avere le bombe, ma non hanno un messaggio per il loro popolo, e verranno rinnegati dal loro popolo”.

 
  Cinque parrucchieri per signora arrestati dalla polizia di Hamas a Gaza. Lo ha comunicato il Centro palestinese per i diritti umani. I cinque sono stati rilasciati solo dopo aver firmato l’impegno a non lavorare più in saloni di coiffure per donne.

 
 Almeno un manifestante è rimasto ferito lunedì ad Algeri nel corso di una serie di scontri tra polizia e studenti che cercavano di tenere una manifestazione.
 
 
  Approvata lunedì dalla Knesset, con 40 voti contro 34, la legge proposta da Israel Beteinu che richiede alle organizzazioni e associazioni israeliane di dichiarare l'origine dei fondi che ricevono dall'estero. Molti membri del Likud, il partito del primo ministro Benjamin Netanyahu, non hanno partecipato al voto.
 
  Il primo ministro palestinese Salam Fayyad ha chiesto lunedì al movimento terrorista Hamas, che controlla la striscia di Gaza, di favorire la formazione di un governo di unità nazionale in vista delle elezioni previste per settembre. Durante la giornata, il portavoce di Fatah aveva ribadito la volontà di negoziare con Hamas.

 
  Il regno del Bahrain ha annunciato lunedì d'aver rinunciato ad organizzare il prossimo marzo il Gran Premio Sahki, che apre la stagione di Formula 1, a causa dei disordini in corso nel paese.

 
  La guida suprema iraniana Ali Khamenei lunedì ha definito Israele un ''tumore canceroso''. Parlando ai funzionari iraniani in occasione della ricorrenza della nascita del profeta Maometto, Khamenei ha detto: ''Gli Stati Uniti fanno di tutto per preservare questo cancro bellicoso, ma ora l'odio delle nazioni di tutta la regione verso questo tumore canceroso è più che evidente”.
 
1Il prodotto interno lordo (Pil) israeliano è cresciuto del 7,8% nel quarto trimestre del 2010, un tasso di crescita pari a quella di Cina e India.

 
  Yemen. Migliaia di persone hanno iniziato lunedì a Sana'a un sit-in per chiedere la cacciata del presidente Ali Abdallah Saleh. Un dimostrante è stato ucciso dalle forze di sicurezza ad Aden, portando a 12 il numero dei morti nella città in meno di una settimana.

 
  Marocco. Cinque persone sono rimaste uccise e 128 ferite (compresi 115 membri delle forze di sicurezza) durante disordini che hanno fatto seguito alle dimostrazioni di domenica. Lo hanno annunciato lunedì le autorità marocchine.

 
 In Libano il Consiglio Supremo, riunito sotto gli auspici del vice-presidente Abdel Amir Kabalan, ha dichiarato che ''il Tribunale speciale Onu per il Libano ha perso ogni legittimità costituzionale e popolare” e che Beirut deve sganciarsi da esso perché ''ha solo lo scopo di abbattere la resistenza (Hezbollah)”.

 
  L'esponente dell’opposizione sciita del Bahrein in esilio Hassan Machaimaa, processato in contumacia per terrorismo, ha annunciato da Londra che intende rientrare martedì nel Bahrein, dove cresce il movimento di protesta popolare.

 
  Il vice primo ministro e ministro per lo sviluppo regionale israeliano Silvan Shalom ha condannato il tentativo dell'Iran di cavalcare le rivolte nel mondo arabo. ''Il fatto che l'Iran sta cercando di assumere un ruolo più attivo in tutte le rivoluzioni in corso nella nostra regione – ha detto Shalom – deve condurre alla conclusione che il mondo deve unirsi per impedire che l'Iran faccia di questa regione una regione ostile e che metta le mani su tutte le risorse di petrolio per centocinquant’anni a venire ''.

 
  ''Ciò che oggi appare evidente è che nessun dittatore può più stare tranquillo, in Medio Oriente”. Lo ha detto il presidente israeliano Shimon Peres, che ha aggiunto: “I dittatori devono ora rispondere di ciò che il mondo vede sugli schermi, dalla povertà alla repressione alla corruzione. Oggi tutto è così trasparente che i dittatori non hanno più un posto dove nascondersi”.




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23 febbraio 2011

Erekat, Come tutti i leader palestinesi, non ha mai preparato la sua gente ai compromessi necessari per la pace

Fine dell’era alla Erekat?
Di Jonathan Schanzer
Il capo negoziatore dell’Autorità Palestinese Saeb Erekat ha aspramente criticato, il mese scorso, la tv AL-Jazeera per aver pubblicato documenti “riservati” relativi ai suoi negoziati di pace con Israele, sostenendo che quel reportage aveva messo in pericolo la sua vita. Tre settimane più tardi, quella che sembra essere finita è la sua vita politica.
Sabato scorso Erekat ha rassegnato le dimissioni. Dalla cascata di documenti in stile WikiLeaks conosciuta come “Palestine Papers” è emersa di lui l’immagine di un uomo che era perfettamente a proprio agio, e persino in scherzosa confidenza, con i suoi interlocutori americani e israeliani, pronto a insistere per ottenere concessioni ma anche a farne a sua volta quando necessario. Nel documento a cui la maggior parte degli osservatori attribuisce la sua fine politica, Erekat fa riferimento ai profughi palestinesi come “materia di trattativa”, contraddicendo la sua posizione pubblica secondo cui i diritti dei profughi sarebbero assolutamente inalienabili.
La fine dell’era Erekat mette in rilievo un infelice postulato della diplomazia in Medio Oriente: i leader palestinesi non si prenderanno alcun rischio per la pace, non diranno alla loro gente che sono necessari compromessi per porre fine al conflitto e avviare il duro lavoro di edificazione di uno stato. Al contrario, alimentano la loro popolazione con una dieta costante a base di teorie cospiratorie anti-sioniste, incolpano Israele di tutti i loro mali e imbottiscono il loro pubblico di odio contro i loro alleati, come l’America. Questa è la narrativa ultranazionalista che va avanti da decenni.
Ben pochi leader palestinesi hanno il coraggio di contestare questa dottrina popolare. Erekat certamente non l’ha mai fatto. Certo, è un diplomatico esperto. Ha partecipato alla Conferenza di Madrid del 1991 e, due anni dopo, alla firma degli Accordi di Oslo sul prato della Casa Bianca (con Rabin e Arafat). Era a Camp David nel luglio del 2000 e a Taba nel 2001. Praticamente dopo ogni negoziato, però, usciva con la fronte accigliata a un linguaggio tagliente. Ogni volta attribuiva il mancato raggiungimento di un accordo all’intransigenza israeliana o alla collusione degli americani con Israele, sempre al di là del minimo accettabile per i palestinesi.
Ma dopo aver letto i Palestinian Papers è lecito domandarsi: quanto di tutto questo era solo una messinscena?
Nel 1995 Erekat proclamava: “Il processo di pace ci sta sfuggendo di mano per colpa della titubanza di Rabin”. Rabin, che quello stesso anno sarebbe stato assassinato, era probabilmente il miglior interlocutore di pace che i palestinesi avessero mai avuto. L’anno seguente Erekat puntava il dito contro l’inviato Usa Dennis Ross, un professionista dei negoziati di pace, dileggiandolo per il suo ottimismo sulla pace: “Forse il signor Ross vede progressi a modo suo, ma noi non vediamo alcun progresso”. Nel 1997 dava la colpa a Washington per le battute d’arresto diplomatiche, nonostante fosse sotto gli occhi di tutti che i continui attentati terroristici di Hamas rendevano quasi impossibile negoziare. “Il fatto che gli Stati Uniti non si sono mostrati fermi con Netanyahu – diceva – ha fatto perdere credibilità al processo di pace”.
Quando nel 1999 il presidente Bill Clinton lanciò uno sforzo finale per la pace, Erekat sostenne che gli israeliani cercavano di garantirsi che il processo di pace fosse “distrutto ancor prima di iniziare”. Durante il vertice di Camp David del 2000 – l’occasione in cui le due parti furono più vicine che mai a firmare la pace – Erekat se ne uscì con una delle sue più madornali dichiarazioni, mortificando l’allora predominante tono di cauto ottimismo: sostenne che Israele non poteva avanzare alcuna rivendicazione storica su Gerusalemme. “Non credo – disse – che ci sia mai stato un Tempio (ebraico) sull’Haram (Monte del Tempio). Non lo credo proprio”. Quando Fatah, la fazione di Erekat, nel settembre 2000 lanciò l’intifada al-Aqsa, egli diede a Israele la colpa “di tutti gli attuali sviluppi”, pur ammettendo apertamente di avere, lui, abbandonato il tavolo delle trattative. Successivamente attaccò gli Stati Uniti per “aver accusato e bastonato i palestinesi” (per il fallimento delle trattative).
Quando il presidente George W. Bush bandì dalla Casa Bianca l’allora leader dell’Autorità Palestinese, Yasser Arafat, per il suo ruolo nel fomentare le violenze, Erekat si presentò come l’uomo chiave della diplomazia. Disse: “Parlare con me, arrivare a un accordo con me, creare uno stato palestinese accanto allo stato di Israele, questo è ciò che garantirà pace e opportunità”. Corse persino voce, dopo la morte di Arafat nel 2004, che Erekat aspirasse a diventare presidente. Ma nel 2005 il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) lo escluse dal suo governo. E solo quando il presidente Barack Obama resuscitò il processo diplomatico, Erekat ricomparve come figura chiave.
Diplomatici navigati parevano convinti che la presenza di Erekat costituisse un vantaggio netto per il processo di pace. Ma la verità è che Erekat non si è mai assunto la responsabilità di un solo insuccesso palestinese, e non ha mai fatto il minimo sforzo di per preparare la sua gente ai compromessi che avrebbe dovuto fare. La sua uscita di scena sarebbe dovuta avvenire molto prima.

(Da: Jerusalem Post, 13.2.11)

Nella foto in alto: Jonathan Schanzer, autore di questo articolo
 




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22 febbraio 2011

Mappa del contagio rivoluzionario

La ribellione nel Medio Oriente dilaga. E nessuno ne è immune. L’Iran sta cercando di capitalizzare a proprio favore la rivoluzione egiziana, annunciando il prossimo passaggio di due navi da guerra nel Canale di Suez. Il transito, già avvenuto (secondo gli organi di stampa di Teheran) o solo minacciato (secondo le autorità del Canale) sarebbe un atto gravissimo di provocazione contro Israele e un sigillo di alleanza fra il regime degli ayatollah e il nuovo governo del Cairo.

Ma l’Iran sa che deve agire in fretta. Perché il contagio rivoluzionario è già approdato nelle sue città. A Teheran gli oppositori sono scesi di nuovo in piazza, fronteggiati da un massiccio schieramento di forze dell’ordine. E’ stata arrestata e subito dopo rilasciata anche Faezeh Hashemi, figlia dell’ex presidente Rafsanjani, uno dei maggiori nemici di Ahmadinejad.

I siti dell’opposizione hanno parlato di scontri, lanci di lacrimogeni e almeno un morto, ma le autorità hanno smentito. La ribellione generale nella regione investe tutte le autocrazie, islamiche e secolari, filo-occidentali e anti-occidentali. Nel Marocco, retto da una monarchia fra le più liberali, schierata al fianco dell’Occidente nella lotta contro lo jihadismo, i morti sono già cinque.

I manifestanti chiedono una riduzione dei poteri del re Maometto VI e una nuova costituzione. Le proteste, a Rabat e Casablanca sono finora prevalentemente pacifiche, ma il ministro dell’Interno Taib Cherqaoui rende noto un bilancio provvisorio di 120 feriti. I cinque morti, carbonizzati, sono stati trovati ad Al Hoceima.

Sarebbero vittime di violenze e saccheggi che si sono diffusi nella città. Nello Yemen la situazione è in continuo peggioramento. Ribelli sciiti si sono raccolti a decine di migliaia nella città di Saada chiedendo le dimissioni del presidente Saleh. Altre migliaia di manifestanti si sono radunati nella capitale, Sanaa e nel porto di Aden.

Le vittime della repressione sono finora 12. A chi toccherà adesso? Mentre la Giordania continua a essere considerata come la realtà più a rischio, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti guardano con preoccupazione agli sviluppi nei vicini Yemen e Bahrain. La Banque Saudi Fransi, una delle istituzioni finanziarie più influenti nella monarchia saudita consiglia urgenti riforme del mercato del lavoro. Sarà sufficiente?

grazie all'autore stefano magni

L'Opinione




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22 febbraio 2011

Islam, bambole troppo sensuali vanno vietate: eccitano gli uomini


 

 

 Certe bambole sono troppo sexy e perciò devono essere messe al bando. L'ultima crociata contro le bambole del tipo Barbie, dalle gambe lunghe e i capelli al vento, arriva da Ahmet Unlu, influente leader musulmano di Istanbul (Turchia), che ne teme l'effetto conturbante per gli uomini. "Sono molto realistiche e in più sono seminude", scrive sul suo sito internet che, come racconta il quotidiano Hurriyet, viene visitato ogni giorno da migliaia di fedeli in cerca di risposte su come conciliare religione e vita quotidiana.

Altre regole da seguire - Unlu, che fa parte della sezione Ismailaga dell'ordine islamico Naksibendi, dispensa consigli su tanti argomenti, dalla fotografia alla ginecologia. Secondo lui, le immagini sono ammesse purché non vengano appese al muro e non si preghi davanti a loro. "Ad essere vietate sono le statue - spiega Unlu -. In altre parole, le immagini antropomorfe sono bandite". I ginecologi, invece, dovrebbero essere di norma solo donne. Secondo l'imam, infatti, solo in caso di pericolo di vita un medico dovrebbe essere autorizzato a "vedere le parti intime di una donna, accompagnata da un'altra persona".

Per Unlu dovrebbe esser vietato mettere il richiamo alla preghiera dei muezzin come suoneria - Ahmet Unlu, 44 anni, meglio noto come Ahmet Hodja, è tra le figure più popolari all'interno del suo ordine: i video dei suoi sermoni trasmessi su You Tube vengono guardati da migliaia di persone nonostante il sito in Turchia sia stato da tempo oscurato. Tra i suoi suggerimenti più diffusi, c'è quello che invita a non usare come suoneria del cellulare il richiamo alla preghiera dei muezzin.

Redazione




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22 febbraio 2011

Islam, bambole troppo sensuali vanno vietate: eccitano gli uomini



 

 

 Certe bambole sono troppo sexy e perciò devono essere messe al bando. L'ultima crociata contro le bambole del tipo Barbie, dalle gambe lunghe e i capelli al vento, arriva da Ahmet Unlu, influente leader musulmano di Istanbul (Turchia), che ne teme l'effetto conturbante per gli uomini. "Sono molto realistiche e in più sono seminude", scrive sul suo sito internet che, come racconta il quotidiano Hurriyet, viene visitato ogni giorno da migliaia di fedeli in cerca di risposte su come conciliare religione e vita quotidiana.

Altre regole da seguire - Unlu, che fa parte della sezione Ismailaga dell'ordine islamico Naksibendi, dispensa consigli su tanti argomenti, dalla fotografia alla ginecologia. Secondo lui, le immagini sono ammesse purché non vengano appese al muro e non si preghi davanti a loro. "Ad essere vietate sono le statue - spiega Unlu -. In altre parole, le immagini antropomorfe sono bandite". I ginecologi, invece, dovrebbero essere di norma solo donne. Secondo l'imam, infatti, solo in caso di pericolo di vita un medico dovrebbe essere autorizzato a "vedere le parti intime di una donna, accompagnata da un'altra persona".

Per Unlu dovrebbe esser vietato mettere il richiamo alla preghiera dei muezzin come suoneria - Ahmet Unlu, 44 anni, meglio noto come Ahmet Hodja, è tra le figure più popolari all'interno del suo ordine: i video dei suoi sermoni trasmessi su You Tube vengono guardati da migliaia di persone nonostante il sito in Turchia sia stato da tempo oscurato. Tra i suoi suggerimenti più diffusi, c'è quello che invita a non usare come suoneria del cellulare il richiamo alla preghiera dei muezzin.

Redazione

 


 




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