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30 settembre 2010

Come manipolare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu

Di Emanuel Baroz

Dal momento che il documento in questione ha ripreso ultimamente a girare via Internet…

Come manipolare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu

un vs israel focus on israelCircola in internet un documento che presenta una visione fuorviante delle prese di posizione del Consiglio di Sicurezza rispetto a Israele

Si immagini di assistere a una partita a scacchi e di cercare di capire le mosse dei pezzi neri senza poter vedere i pezzi bianchi. O di assistere alla differita di una partita di calcio dalla quale siano stati tagliati i fischi dell’arbitro verso una squadra per dare l’impressione che il gioco dell’altra sia inutilmente aggressivo e scorretto. Questa piu’ o meno e’ l’operazione che hanno fatto gli autori (anonimi) di un documento che ultimamente va per la maggiore su internet.

Titolo: “Settantatre’ risoluzioni dell’Onu di condanna a Israele”. Sottotitolo (insinuante): “Nessun ispettore, nessuna guerra per farle rispettare”. Segue un nudo elenco di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che “esprimono condanna all’operato di Israele”, citate per numero e data e accompagnate da brevi “estratti che ne illustrano il contenuto”. Insomma: un documento che parla da se’, che non ha bisogno di commenti tanto e’ evidente il torto di Israele.

E invece di commenti ha bisogno eccome. Per questo ci sentiamo costretti a tornare, con maggiore dettaglio, su un tema gia’ affrontato su queste pagine (Vedi NES ott. 2002: Il falso parallelo).

Innanzitutto le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza non sono tutte uguali. Vi sono quelle approvate sulla base del Capitolo 6 della Carta delle Nazioni Unite e quelle sulla base del Capitolo 7.

 

Il Capitolo 6 si intitola “Composizione pacifica dei conflitti” e afferma (art. 33) che “le parti in causa in un conflitto […] dovranno innanzitutto cercare una soluzione […] con mezzi pacifici”. Quando il Consiglio vota sulla base del Capitolo 6 e’ come se dicesse agli Stati in guerra fra loro: “Dovete negoziare per comporre il conflitto e dovete farlo sulla base delle linee che vi indico”. Il Capitolo 7, invece, si intitola “Azioni in caso di minacce alla pace, violazioni della pace e atti di aggressione”. Gli articoli di questo Capitolo conferiscono al Consiglio la responsabilita’ di individuare le minacce alla pace mondiale e gli danno facolta’ di varare risoluzioni con valore esecutivo e vincolante, autorizzando la comunita’ internazionale a ricorrere a varie forme di coercizione per ottenere la loro applicazione, dalle sanzioni fino all’uso della forza militare. Quando il Consiglio vota sulla base del Capitolo 7 e’ come se dicesse a uno Stato: “Il tuo comportamento mette in pericolo la pace del mondo: o ti adegui a quanto di dico di fare o interveniamo con la forza”.

Ora, come ricordava qualche mese fa anche l’Economist (10.10.02), “nessuna delle risoluzioni a proposito del conflitto arabo-israeliano e’ stata emanata ai sensi del Capitolo 7. Imponendo sanzioni anche militari contro l’Iraq, ma non contro Israele, l’Onu non fa che rispettare le sue stesse regole interne”. E aggiungeva: “Che le risoluzioni ai sensi del Capitolo 7 siano diverse, e che nessuna di esse sia stata approvata contro Israele, e’ un fatto riconosciuto dagli stessi diplomatici palestinesi”, che infatti se ne lamentano. Quella irresponsabile minaccia nel titolo del documento (“nessuna guerra per farle rispettare”) puo’ essere stata scritta solo da una persona molto ignorante o in mala fede.

Vale la pena sottolineare che la distinzione fra Capitolo 6 e Capitolo 7 non e’ puramente formale. Essa riflette due situazioni politiche completamente diverse. In un caso, infatti, il Consiglio di Sicurezza individua nel regime iracheno e nei suoi comportamenti una minaccia alla stabilia’à e alla pace regionale e mondiale. Pertanto il Consiglio esige da quel regime comportamenti diversi, pena il ricorso alla forza. Nell’altro caso, invece, il Consiglio di Sicurezza deve promuovere la composizione di un conflitto arabo-israeliano pluri-decennale che vede coinvolte piu’ parti, ognuna con le proprie responsabilita’. Ma gli autori del documento vogliono che le responsabilita’ siano solo di Israele e dunque riportano, di molte risoluzione, solo la parte che si rivolge a Israele, convenientemente scordando l’altra parte, quella che si rivolge agli arabi. Appunto, come una partita truccata.

Cosi’ ad esempio, e’ vero – come dice il documento – che le risoluzioni 1402 e 1403 (2002) chiedevano “alle truppe israeliane di ritirarsi dalle citta’ palestinesi”. Ma chiedevano anche e contemporaneamente “l’immediata cessazione di tutti gli atti di violenza, compresi tutti gli atti di terrore, provocazione, istigazione”. In sostanza il Consiglio di Sicurezza ribadiva che solo un cessate il fuoco “significativo” (meaningful, nel testo originale), cioe’ non a parole, unito a un ritiro israeliano dalle ultime posizioni rioccupate, avrebbe permesso la ripresa del negoziato di pace. Tacendo mezza risoluzione, gli autori del documento fanno dire al Consiglio che Israele doveva ritirarsi senza se e senza ma, mentre i palestinesi potevano continuare con spari e attentati. Giudichi il lettore se e’ la stessa cosa.

Allo stesso modo, e’ vero – come dice il documento – che la risoluzione 1435 (2002) chiedeva a Israele “la fine immediatamente delle misure prese a Ramallah e dintorni” e “il rapido ritiro delle forze di occupazione israeliane dalle citta’ palestinesi”. Ma e’ vero anche che essa ribadiva “la richiesta di una completa cessazione di tutti gli atti di violenza, terrorismo, provocazione istigazione”, e faceva “appello all’Autorita’ Palestinese affinche’ adempia al suo esplicito impegno di garantire che i responsabili di atti terroristici vengano da essa assicurati alla giustizia”. Ma di nuovo, questa parte della risoluzione e’ scomparsa.

Il piu’ delle volte il Consiglio di Sicurezza, quando chiama in causa Israele, formula anche contemporaneamente precise richieste alle controparti arabe, e cio’ per la ovvia considerazione che la pace in Medio Oriente non puo’ essere fatta da una parte soltanto. Ma questo e’ appunto cio’ che gli autori del documento non vogliono capire (o farci capire).

Non basta. Gli autori non omettono solo pezzi di risoluzione. Omettono anche intere risoluzioni. Ad esempio, per restare nel 2002, non viene citata la 1397. Come mai? Forse perche’ esprimeva “grave preoccupazione […] per i recenti attentati”, chiedeva “l’immediata cessazione di tutti gli atti di violenza, terrorismo, provocazione, istigazione” ed esortava “le parti israeliana e palestinese e i loro dirigenti a cooperare nella realizzazione del piano Tenet e del Rapporto Mitchell, allo scopo di riavviare i negoziati per una composizione politica”: tutte cose che la parte palestinese, non quella israeliana, si e’ rifiutata di fare.

Vistosa, poi, l’assenza di una delle piu’ importanti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza di tutta la storia del conflitto: la 242 del 1967. Di nuovo, come mai? Forse perche’ chiedeva (agli arabi, ovviamente) la “fine di ogni stato di belligeranza” e il “riconoscimento del diritto [di Israele] di vivere in pace entro confini sicuri e riconosciuti, libero da minacce o atti di forza”?

Della 425 (1978) si dice che “ingiungeva a Israele di ritirare le sue forze dal Libano”. Ma non si ricorda che chiedeva anche il ripristino della pace al confine israelo-libanese e un “rigoroso rispetto della integrita’ territoriale, sovranita’ e indipendenza politica del Libano”, tutte cose che truppe siriane, milizie palestinesi, agenti iraniani e terroristi Hezbollah non si sognano minimamente di fare. Ne’ viene riportata la Dichiarazione del 18 giugno 2000 con cui il Consiglio di Sicurezza certificava che “Israele ha ritirato le sue forze dal Libano in conformita’ con la risoluzione 425″.

Ancora piu’ curioso il fatto che l’elenco delle risoluzioni viene fatto iniziare con la n. 93 del 18 maggio 1951. Eppure il conflitto arabo-israeliano scoppia almeno tre anni e mezzo prima, con il rifiuto arabo della risoluzione di spartizione 181 dell’Assemblea Generale dell’Onu (29.11.47) e l’attacco degli eserciti arabi a Israele. Prima della 93 (1951) a noi risultano non meno di 21 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, tra cui quelle – ufficialmente respinte dai governi arabi – che chiedevano il cessate il fuoco e il rispetto della 181.

Non manca, invece, la risoluzione 487 del 19 giugno 1981: quella che condannava “con forza” la distruzione del reattore nucleare iracheno di Osirak da parte dell’aviazione israeliana. Una risoluzione che, riletta oggi, basta da sola a screditare l’Onu agli occhi degli israeliani e di chiunque abbia a cuore la pace e la stabilita’ internazionali.

Resta da fare un’ultima considerazione, di carattere storico-politico. Tutti sanno che i paesi arabi, ripetutamente sconfitti in campo aperto, hanno fatto costantemente ricorso al terrorismo (dai feddayin degli anni ’50 fino agli Hezbollah degli anni ’80 e ’90) per esercitare una continua pressione militare ai confini e all’interno dello Stato di Israele. L’hanno fatto organizzando, finanziando, addestrando, capeggiando varie formazioni “guerrigliere” palestinesi, nella consapevolezza che l’Onu avrebbe dovuto per forza condannare le “violazioni” delle linee d’armistizio fatte da uno Stato (Israele), ma non avrebbe mai potuto condannare allo stesso modo le “violazioni” (infiltrazioni, attentati, stragi di civili) fatte da formazioni irregolari (i terroristi) che provocavano la reazione d’Israele. Un trucco palese, persino dichiarato, che non inganna piu’ nessuno. Salvo i “volonterosi” autori del documento e i loro sfortunati lettori.

Israele.net

(Fonte: NES n.3, anno 15)




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30 settembre 2010

Stuxnet, attacco cibernetico

Stuxnet, attacco cibernetico
che cosa può essere successo?
 
 

Da alcuni giorni la stampa mondiale parla di Stuxnet: una specie di missile cibernetico che via internet può identificare e attaccare i sistemi  informatici che regolano il funzionamento di sistemi industriali di altra complessità. Si dice che Stuxnet abbia penetrato la centrale nucleare iraniana di Bushehr e ne abbia danneggiato gli impianti.

Quanto si dice è altamente improbabile. Una centrale nucleare è sicuramente gestita da un sistema chiuso, non collegato a internet.   Perciò se  è vero che  nel sistema è penetrato un virus (non c'è nessuna conferma  ufficiale che questo sia  successo), qualcuno fra le persone chiave che hanno accesso al sistema di controllo deve averlo inserito volontariamente nel sistema per danneggiarlo.

Ammettendo che questo sia vero, il vero grande danno in questo caso non è il virus  stesso - in  pochi giorni gli informatici possono eliminarlo e ripristinare il sistema, e i macchinari eventualmente danneggiati si possono sostituire.  

Il vero grande danno è il sospetto che si genera all'interno nei confronti di tutti, la paura dell'indagine  interna, la paranoia che  blocca la vita quotidiana: il collega o il capo  potrebbe essere il nemico interno, ognuno sa di essere sospettato. Il lavoro di gruppo si ferma, la  squadra si sfascia.  

Se perciò dovesse essere confermato che è stato trovato un virus nel sistema di controllo della centrale nucleare di Bushehr, è probabile che si tratti dell'opera di nemici politici, interni o esterni al paese, e che il vero obbiettivo non sia tanto creare danni - sempre riparabili - all'impianto, ma  creare danni psicologici alle persone del gruppo di lavoro - di altissimo livello tecnico e scientifico che è necessario per la gestione di un impianto nucleare.

A cura di Laura Camis de Fonseca

 




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30 settembre 2010

Milano - Nasce WE FOR, la foresta virtuale dei Giusti

Vede oggi la luce WE FOR, progetto per la Memoria realizzato dal Comitato Giardino dei Giusti con il contributo dell'Unione Europea che verrà presentato questo pomeriggio dalla Fondazione Corriere della Sera. Spazio digitale che riunisce idealmente tutti i Giusti d'Europa in una grande foresta virtuale, WE FOR è pensato per onorare la memoria di quanti si opposero al male e ai totalitarismi mettendo in gioco la propria esistenza. Sarà uno strumento di approfondimento e conoscenza aperto a tutti, particolarmente prezioso per quegli insegnanti che organizzano la propria didattica in funzione di una maggiore partecipazione diretta degli studenti. WE FOR ha una struttura divisa in tre sezioni. Nella Sezione Giardini sarà possibile fare una ricognizione dei vari Giardini dei Giusti europei e reperire informazioni testuali, video, audio e fotografiche relative alle figure dei Giusti ricordati. Nella Sezione Studi e ricerche è stato predisposto materiale di approfondimento teorico e storico sul concetto di Giusto e sull'analisi comparativa delle figure di Giusti nei vari totalitarismi. La sezione You For infine prevede kit didattici e spazi interattivi per lo scambio di informazioni. Due le macroaree di WE FOR. La prima è una rappresentazione tridimensionale della Foresta Europea dei Giusti con l'ausilio di numerose forme di dialogo che aumenteranno il livello di partecipazione degli utenti, la seconda è costituita da alcune pagine bidimensionali che attraverso strumenti interattivi permetteranno la realizzazione di eventi commemorativi, cerimonie e celebrazioni virtuali.
Nel corso dell'incontro odierno, dal titolo I Giardini dei Giusti - Resistenza morale contro i totalitarismi in Europa, interverranno Svetlana Broz, nipote di Tito e autrice del libro I giusti nel tempo del male, Kostanty Gebert, giornalista ed esponente di Solidarnosc, Marek Halter, autore del libro La force du Bien e del documentario I Giusti, Pietro Kuciukian, console onorario d'Armenia in Italia e creatore del Muro della Memoria di Yerevan, Gabriele Nissim, scrittore e presidente del Comitato Foresta dei Giusti, e Ulianova Radice, curatrice del progetto WE FOR. 

Ucei




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30 settembre 2010

La guerra dello Yom Kippur e la crisi petrolifera

lo scontro arabo-israeliano degli anni Settanta costituì l’occasione di una prova di forza con il mondo occidentale ritenuto contrario alle aspirazioni del mondo arabo

 

La guerra dello Yom Kippur iniziò il 6 ottobre 1973 con l’attacco di Egitto e Siria contro Israele.

Lo Yom Kippur è il giorno più sacro nel calendario ebraico, un giorno di “espiazione”, durante il quale gli ebrei adulti sono tenuti a digiunare, con lo scopo di meditare e di avvicinarsi a Dio; analogamente, anche per i musulmani, quel giorno rientrava nel mese del Ramadan, durante il quale ricorre il digiuno di Sawm.

In quel momento religioso e meditativo, dal quale derivava un generale lassismo, il governo israeliano, con il Primo Ministro Golda Meir, considerava quasi improbabile un attacco diretto contro il proprio territorio, poiché le rispettive festività proibivano la guerra.

Diversamente, il presidente egiziano Anwar Sadat, forte dell’appoggio del mondo arabo ed in collaborazione con Abu Sulayman Hafez al-Assad, presidente della Siria, decise di avvantaggiarsi, sfruttando quel prezioso momento per attaccare e riconquistare i territori persi durante le precedenti guerre arabo - israeliane. L’Egitto attaccò il territorio del Sinai, colpendo il confine occidentale d’Israele e al contempo la Siria attaccò i territori delle alture del Golan, invadendo il confine nord - orientale. Gli aiuti di carattere militare ed economico per quest’attacco congiunto provenivano dalla Libia, dall’Iraq, dal Kuwait, dal Libano, dall’Algeria, dal Marocco, dalla Palestina, dalla Giordania e dall’Arabia Saudita. Nei primi giorni, l’Egitto e la Siria riuscirono ad ottenere buoni risultati. Inizialmente, l’Unione Sovietica tentò di convincere il presidente egiziano Sadat di sospendere le operazioni militari e di addivenire ad un “cessate-il-fuoco”. Tuttavia, su richiesta dello stesso Sadat e sulla scia degli iniziali successi militari, Mosca iniziò un’attività di supporto diplomatico – militare a favore degli arabi. Allorché gli Stati Uniti cercarono la collaborazione di Mosca nel tentativo di imporre il “cessate al fuoco”, l’Unione Sovietica rifiutò proprio nel momento in cui le forze arabe stavano ottenendo considerevoli risultati.

Tuttavia, il successo delle forze arabe non continuò oltre l’11 ottobre, quando le truppe israeliane riuscirono a riprendere il controllo della situazione, dapprima respingendo le truppe della Siria dalle zone che avevano conquistato e poi lanciando a loro volta un contrattacco all’interno dello stesso territorio siriano. Dal 16 ottobre, anche le forze egiziane iniziarono a subire dei rovesci militari e, anche in questo settore, le truppe israeliane, dopo aver respinto l’attacco iniziale, contrattaccarono con successo e oltrepassarono il Canale di Suez, mettendo in serio pericolo la capitale, Il Cairo. In tal modo, appena trascorsa una settimana dall’inizio del conflitto, l’esito della guerra volgeva ormai a favore degli israeliani.

Durante le ultime fasi del conflitto, le forze israeliane beneficiarono degli aiuti statunitensi sotto la forma di un ponte aereo.

Soltanto con la tardiva risoluzione dell’ONU, propugnata dal segretario generale Kurt Waldheim, la guerra ebbe una “fine” ufficiale, il giorno 22 ottobre. La risoluzione era la numero 338 e la sua prima dichiarazione imponeva il cessate al fuoco a tutte le parti coinvolte nel conflitto; tuttavia, gli scontri tra egiziani ed israeliani proseguirono anche dopo il 22 ottobre e costrinsero il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad emanare altre due risoluzioni (339 e 340) analoghe alla 338.

Nel frattempo, il Segretario di Stato statunitense Kissinger, si era recato in visita a Mosca. In quella occasione, i sovietici sollevarono la questione che la mancata osservazione da parte degli israeliani della risoluzione 338 avrebbe potuto provocare un diretto intervento militare sovietico. Tale ipotesi, ad ogni modo, spinse gli Stati Uniti a concludere il conflitto nel più breve termine di tempo possibile predisponendo maggiori aiuti da destinare ad Israele. La minaccia di intervento sovietico, anche se ridimensionata dalla scelta di campo degli Stati Uniti, riuscì tuttavia a diminuire il livello di aggressività israeliano e contribuì ad addivenire, il giorno 11 novembre, alla firma dell’accordo dei Sei Punti tra Egitto ed Israele. L’accordo si riproponeva il rispetto da entrambe le parti delle risoluzioni dell’ONU e la  definitiva conclusione del conflitto.

Durante la guerra, i paesi arabi associati all’OPEC (Organization of Petroleum Exporting Countries), decisero di supportare lo sforzo militare di Egitto e Siria, utilizzando l’arma del petrolio. Il 16 ottobre, essi aumentarono il prezzo del greggio da 3 a 5 dollari per barile. Il costo aumentò fino a toccare gli 11,65 dollari per barile nel mese di dicembre. Oltre all’uso dell’arma del petrolio, i paesi arabi adottarono altre due linee d’azione: una nei confronti dei paesi che avevano apertamente sostenuto Israele e l’altra nei confronti dei paesi che si erano limitati ad assumere posizioni antiarabe. La prima linea, che consisteva in un embargo del greggio, fu applicata nei confronti degli Stati Uniti, dell’Olanda, del Portogallo, del Sud Africa e della Rhodesia. La seconda linea consisteva in una ponderata distribuzione della produzione globale del greggio ai vari Stati importatori, ottenendo, tra l’altro, il risultato di evitare che la sovrapproduzione di greggio causasse una caduta dei prezzi. In altre parole, ciò significava che gli Stati non potevano più importare la quantità di greggio di cui avevano realmente bisogno, bensì una quantità diversa, decisa dai paesi arabi dell’OPEC e venduta ad un prezzo più elevato di quello del periodo precedente alla guerra dello Yom Kippur. Tale misura fu applicata a tutti i paesi europei, con l’eccezione della Francia, in virtù del suo allineamento filoarabo mantenuto durante il conflitto. Invero, i paesi europei della NATO non avevano accettato l’invito degli Stati Uniti ad intervenire in sostegno d’Israele, con la giustificazione che la copertura di difesa stabilita nel patto Atlantico non interessava quella del conflitto dello Yom Kippur. Questa giustificazione per quanto corretta dal punto di vista formale, celava, a malapena, il timore nutrito dagli altri paesi della NATO di future ritorsioni economiche che avrebbero potuto attuare i paesi arabi dell’OPEC.

In particolare, la Francia, che si era opposta fino dai tempi di De Gaulle a qualsiasi integrazione militare con gli Stati Uniti, si faceva promotrice, all’indomani della guerra, di un nuovo dialogo con il mondo arabo senza interferenze da parte degli Stati Uniti. In questo modo, la Comunità Europea cercava di ricucire con i paesi dell’OPEC gli strappi del conflitto, mettendo da parte gli Stati Uniti e suscitando le pesanti parole di Kissinger, che prevedeva “gravi conseguenze” per l’Europa. Il Segretario di Stato, subito dopo la fine del conflitto, aveva iniziato un’imponente attività diplomatica, caratterizzata da trattative bilaterali (prima fra Siria ed Israele e poi fra Egitto ed Israele), che si concluse il 31 maggio 1974 con la dichiarazione di disimpegno militare da parte della Siria, dell’Egitto e dell’Israele. I dettagli dell’accordo prevedevano la suddivisione del territorio delle alture del Golan tra Siria ed Egitto, sotto la supervisione dell’ONU. Allo stesso modo, una parte del Sinai rimaneva ad Israele e l’altra all’Egitto, con lo schieramento di forze dell’ONU, per il controllo del rispetto degli accordi. Infine i rispettivi prigionieri di guerra furono restituiti.

La guerra, pur non registrando gravi perdite umane, ebbe una pesante ripercussione economica sull’approvvigionamento delle fonti energetiche che perdurò fino alla fine degli anni ’70. I paesi europei, che furono i primi ad essere colpiti dal funesto aumento dei prezzi del greggio, non si avvantaggiarono dalla fine dell’embargo del petrolio nel 1974. Anzi, per evitare peggiori conseguenze, furono costretti a sostenere il mondo arabo e a favorire la causa palestinese, anche dinanzi ad atti terroristici e violenti.

Inoltre, la crisi petrolifera contribuì alla paralisi della Comunità Europea, che non riuscì, durante gli anni successivi alla guerra, a predisporre un comune piano economico volto alla ripresa delle economie degli Stati membri. Diversamente, I singoli Stati comunitari reagirono isolati, ricorrendo all’aumento degli investimenti e praticando una politica antideflazionista, o incidendo sulla spesa pubblica, aumentando il deficit nazionale.

La ripresa fu possibile soltanto agli inizi degli anni ’80, quando la congiuntura economica internazionale era ormai mutata. Tuttavia, la frattura, che la guerra dello Yom Kippur aveva provocato nel rapporto tra Stati Uniti e paesi europei, rimase un segno incancellabile nella storia delle relazioni politiche tra Nuovo e Vecchio Continente.

 

 

Bibliografia:

 

-              E. Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali 1918 – 1999 (Edizione Laterza);

-              L. Atticciati, Storia della guerra fredda;

-              G. Mammarella, P. Cacace – Storia e politica dell’unione europea (Edizione Laterza);

-              G. Pertugi, M. Bellocci, Lineamenti di Storia, terzo volume, Il Novecento, Zanichelli;

-              A.A.V.V. Enciclopedia Larousse multimediale 2001;

-              The Jewish Virtual Library, http://www.us-israel.org/jsource/History/1973toc.html ;

-              The Anti Defamation League Online, http://www.adl.org/ISRAEL/Record/yomkippur.asp

 


 




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30 settembre 2010

Milano - Nasce WE FOR, la foresta virtuale dei Giusti

Vede oggi la luce WE FOR, progetto per la Memoria realizzato dal Comitato Giardino dei Giusti con il contributo dell'Unione Europea che verrà presentato questo pomeriggio dalla Fondazione Corriere della Sera. Spazio digitale che riunisce idealmente tutti i Giusti d'Europa in una grande foresta virtuale, WE FOR è pensato per onorare la memoria di quanti si opposero al male e ai totalitarismi mettendo in gioco la propria esistenza. Sarà uno strumento di approfondimento e conoscenza aperto a tutti, particolarmente prezioso per quegli insegnanti che organizzano la propria didattica in funzione di una maggiore partecipazione diretta degli studenti. WE FOR ha una struttura divisa in tre sezioni. Nella Sezione Giardini sarà possibile fare una ricognizione dei vari Giardini dei Giusti europei e reperire informazioni testuali, video, audio e fotografiche relative alle figure dei Giusti ricordati. Nella Sezione Studi e ricerche è stato predisposto materiale di approfondimento teorico e storico sul concetto di Giusto e sull'analisi comparativa delle figure di Giusti nei vari totalitarismi. La sezione You For infine prevede kit didattici e spazi interattivi per lo scambio di informazioni. Due le macroaree di WE FOR. La prima è una rappresentazione tridimensionale della Foresta Europea dei Giusti con l'ausilio di numerose forme di dialogo che aumenteranno il livello di partecipazione degli utenti, la seconda è costituita da alcune pagine bidimensionali che attraverso strumenti interattivi permetteranno la realizzazione di eventi commemorativi, cerimonie e celebrazioni virtuali.
Nel corso dell'incontro odierno, dal titolo I Giardini dei Giusti - Resistenza morale contro i totalitarismi in Europa, interverranno Svetlana Broz, nipote di Tito e autrice del libro I giusti nel tempo del male, Kostanty Gebert, giornalista ed esponente di Solidarnosc, Marek Halter, autore del libro La force du Bien e del documentario I Giusti, Pietro Kuciukian, console onorario d'Armenia in Italia e creatore del Muro della Memoria di Yerevan, Gabriele Nissim, scrittore e presidente del Comitato Foresta dei Giusti, e Ulianova Radice, curatrice del progetto WE FOR. 

Ucei




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30 settembre 2010

Come far innervosire il vicino sull'aereo?

1. estrarre il PC portatile

2. lentamente e cautamente aprire il Laptop

3. accenderlo

4. controllare che il vicino stia guardando

5. Aprire Internet

6. Chiudere un attimo gli occhi, aprirli nuovamente e rivolgere lo
sguardo al cielo

7. respirare profondamente ed aprire questo link

http://www.myit-media.de/the_end.html

 




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30 settembre 2010

Il Pakistan e la rivolta in Kashmir

 
 
Negli scorsi tre mesi il Kashmir indiano è stato teatro di un gran numero di manifestazioni di protesta, con grande soddisfazione di Islamabad, che tenta di sfruttare il sentimento anti indiano per rivendicare la sovranità sulla regione. Le proteste sono già costate la vita a 80 persone, in massima parte uccise dalle forze di sicurezza indiane durante i disordini.
 
Il Kashmir è conteso da India e Pakistan sin dalla spartizione dell’India britannica del 1947. Il re Hindu dell’area - che è a maggioranza musulmana - scelse l’unione con l’India, contro il desiderio di buona parte della popolazione. Da allora il Pakistan ha sempre alimentato il sentimento anti-indiano locale. Nel 1948 il Pakistan scatenò una guerra contro l’India per annettersi la regione. Il Kashmir fu poi diviso in tre zone: una controllata dall’India, una controllata dal Pakistan e, più tardi, una amministrata dalla Cina. India e Pakistan combatterono poi altre due guerre per il Kashmir.
 
Circa un terzo della popolazione vive nella fertile Kashmir Valley, dove prosperano agricoltura, allevamento e turismo. Il Pakistan vuole il  Kashmir indiano per le sue risorse idriche: l’Indo, le cui acque sono essenziali per l’agricoltura pakistana, scorre attraverso il Kashmir indiano prima di arrivare in Pakistan, così come i suoi affluenti, il Chenab e lo Jhelum.
 
Dopo la guerra del 1999 e gli attacchi terroristici a Mumbai nel 2008, la comunità internazionale ha esercitato maggiori pressioni sul Pakistan perché non dia più aiuto ai gruppi terroristici. Privi dell’appoggio pakistano – anche se non del tutto - molti  gruppi di terroristi si sono disgregati, e i militanti più radicali si sono uniti alla causa di al Qaeda. Ora gli estremisti vorrebbero scatenare una guerra tra India e Pakistan anche contro il volere di Islamabad – come fu chiaro in occasione dell’attentato di Mumbai del 2008.
 
Il Pakistan ha capito che è meglio sobillare la popolazione piuttosto che scatenare attacchi terroristici contro l’India (come faceva in passato), soprattutto per una questione di immagine: quando le forze di sicurezza indiane reprimono brutalmente studenti, donne e bambini armati di bastoni e pietre, si mettono in cattiva luce di fronte all’opinione pubblica internazionale rischiando di perdere l’appoggio dei governi occidentali.  
 
Tramite le proteste Islamabad vuole dimostrare al mondo intero che la popolazione del Kashmir non vuole vivere sotto la giurisdizione indiana, ma vuole invece essere parte del Pakistan.




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29 settembre 2010

Egitto. Un miliardario al di sopra della legge

Condannato a morte. Anzi no, a 15 anni di carcere. Succede in Egitto, ma solo se si è miliardari e membri del Partito Nazional Democratico di Mubarak. E’ la sentenza, rivista, per Hisham Talaat Moustafa, condannato come mandante dell’omicidio della popolare popstar libanese Suzanne Tamim. E’ stata una storia di sesso e affari loschi che ha tenuto inchiodata l’attenzione degli egiziani dal 2008, da quando, cioè, la popstar è stata trovata con la gola tagliata nella sua camera d’albergo nel Dubai. La cantante aveva appena respinto una proposta di matrimonio di Moustafa. Secondo l’accusa, quest’ultimo avrebbe ingaggiato un sicario, Mohsen al Sukkari, per ucciderla nell’albergo in cui era ospite. Che, tra parentesi, era di proprietà di Moustafa. Dopo un primo processo Moustafa è stato condannato per omicidio e condannato a morte. La sentenza era stata letta dagli egiziani come la prova che nessuno, nemmeno un membro dell’élite di potere, è al di sopra della legge. Poi, però, il tribunale stesso che lo aveva condannato ha chiesto di rifare il processo per vizi di procedura. E ieri ha commutato la pena in 15 anni di carcere. Ergastolo, invece, per l’esecutore materiale dell’omicidio. L’Egitto ha dato una prova di rigettare la pena di morte. Ma per gli egiziani è solo la dimostrazione che l’élite di potere è veramente sempre al di sopra delle legge. Lo ricorderanno alle prossime elezioni.

L'Opinione 29 settembre 2010

 

 




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29 settembre 2010

Shoah: rivive su web bimbo ebreo

    LiberaliPerIsraele “la libertà dell’Occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme”  
   
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31 marzo 2010

 

Adam resurrected, Giunge finalmente in Italia il film tratto dal Romanzo Israeliano inizialmente rifiutato da tutti i registi

 

 

 

 




Si intitola “Adamo Risorto” ( adam resurrected ) . Pellicola risultato di una mega-coproduzione internazionale tra Germania , Usa e Israele , il film affronta uno dei nodi meno conosciuti e paritempo più complessi nella tragedia della shoah . Quanti sopravvissuti , infatti , dopo Auschwitz hanno vissuto una sorta di prolungamento negli anni della loro sofferenza causata dai gravi traumi , dalle gravi perdite e soprattutto dalle torture subite ?
Sicuramente la stragrande totalità dei superstiti della shoah ha subito ciò , eppure pochissimi libri si sono incanalati negli anni in questo universo inesplorato .
“Adam resurrected” il romanzo di Yoram Kaniuk da cui il film di Paul Schrader è tratto , è uno di questi .
Pubblicato in Israele nel 1968 , il romanzo ( e quindi anche il film ) è imperniato sulla figura malinconica di Adam Stein , un artista
circense ebreo che negli anni '40 è deportato nei campi di sterminio con tutta la sua famiglia . Risparmiato alla camera a gas , vedrà morire non solo moltissime persone , famiglia compresa , ma si ritroverà a dover “servire” con scketch da circo il comandante del lager nazista , suo accanito ammiratore . Come non bastasse , Adam dovrà intrattenere con numeri da circo altri deportati ebrei che di li a pochissimi minuti vengono avviati alla camera a gas . Una storia che per molti versi ha ricordato ( anzi è parsa identica ) a quella del film di Jerry Lewis “ il giorno che il clown pianse” ( the day the clown cryed ) , pellicola mai uscita nelle sale in quanto rimasta inedita e nascosta per volontà dello stesso Lewis , e ancora oggi circondata da un alone di leggendarietà negli studious di Hollywood .
Mentre la storia del Picchiatello di Hollywood finiva nel lager di Auschwitz , quando lo stesso clown decideva di suicidarsi entrando nella camera a gas con le piccole vittime dell'ennesima selezione , questo film porta una storia a metà strada tra sopravvivenza e mantenimento di una condizione di prigionia in un mondo dove la follia sembra essere ancora in vita , solo nascosta al primo sguardo . Il povero Adam Stein infatti , sopravvive al lager , e si ritrova negli anni '60 a vivere in un manicomio nel pieno deserto del Negev in Israele , dove sono ricoverati solo superstiti dello sterminio affetti da gravi turbe mentali o problemi di varia natura , che impediscono ancora a vent'anni di distanza dalla fine della guerra , a essi di vivere una vita “normale” . Ed è qui che verrà per Adam( un Jeff Goldblum sublime ) la prova del fuoco , egli , infatti , che era stato costretto dal comandante Klein a comportarsi come un cane , ora si ritrova a tentare di aiutare un bambino che cammina a quattro zampe e abbaia.
Un film quindi pesante , chiaroscuro , impietoso , che fa capire come dopo la shoah molti superstiti abbiano trascinato dentro di se una marea di segni dell'offesa mai facilmente rimovibili . Un film complesso , tanto complesso che lo stesso romanzo da cui è tratto è stato accolto non molto bene negli anni '60 .
Se ne sarebbe già da tempo produrre un film , ma il romanzo in questione è stato reputato per moltissimi anni “inadatto allo schermo” , probabilmente non solo per la sua complessità , ma anche per la velata accusa che nasconde verso la società del dopoguerra , spesso disattente nell'ascoltare le storie e i bisogni dei superstiti della shoah .
Non è un caso che il romanzo e il film siano ambientati negli anni '60 in Israele, e non è un caso che questi superstiti si trovino proprio nel deserto del Negev , isolati quindi dal resto del mondo .
Il film ha anche un collegamento non secondario con la concezione storica che Israele ha avuto della shoah .
Se infatti da un lato La memoria della shoah è alla base dell'identità di Israele e la Shoah è presente nella legislazione, nelle preghiere, nei tribunali, nelle scuole, nei monumenti , e proprio in Israele vi è il Museo Numero Uno al mondo quanto a conservazione e raccolta di documenti sulla shoah : lo Yad Vashem , dall'altro lato la società Israeliana proprio fino agli inizi degli anni '60 non ha considerato la shoah col giusto spessore .
Israele ha infatti iniziato anche essa a comprendere la complessità della tragedia e la sua unicità solo nel maggio 1961 , col processo al Criminale nazista Adolf Eichmann , catturato in Argentina , dove viveva sotto falsa identità ,
grazie a un blitz del Mossad nel 1960 . E' questo lo spartiacque storico molto importante che ha fatto risvegliare non solo Israele , ma anche il mondo Occidentale in genere , sulla unicità della shoah , e ha dato inizio a quella che gli storici definiscono “era del testimone” , era entrata nel vivo a partire poi dagli anni '70 grazie al successo di produzioni Internazionali come lo sceneggiato tv “Holocaust” di Marvin J. Chomwsky . Ovvero , è proprio dagli anni '60-70 che i testimoni , sollecitati dalle nuove generazioni , iniziano a parlare il più delle volte per la prima volta dalla fine della guerra , sulla loro esperienza . Le nuove generazioni prestano per la prima volta orecchio alle parole dei superstiti.
Questo però non accade negli immediati inizi degli anni '60 , nel deserto del Negev e nel film di Schrader , dove i sopravvissuti alla shoah sono stati isolati , messi lontano , quasi come un non volerli sentire , ascoltare , ricordare . Come non vedere in questo film anche un ritratto del Mondo Israeliano a cavallo tra i silenzi del dopo shoah e l'inizio dell'era del testimone .
Anche per questo il film di Schrader , che l'Italia è quasi l'ultimo paese al mondo che vedrà uscire nelle sale a Maggio 2010 , è necessario e utile .
Dell'Uscita del film si sta occupando la Publievents di Roberto Telli , che ha intenzione di organizzare un grosso evento di prima nazionale per Maggio a Roma . Un evento a cui si spera parteciperanno diverse istituzioni Italiane e non solo impegnate nella memoria della shoah .

Grazie ad  Alessandro Matta

 




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31 marzo 2010

 

La TV di Hamas: Roma sarà conquistata dall'islam

 

 


diaconale@opinione.it

Riportiamo dall'OPINIONE, l'articolo di Dimitri Buffa dal titolo "Hamas predica in TV: Roma conquistata dall'islam ".


Immagini della al Aqsa Tv

“La profezia sulla conquista di Roma resta valida, per volontà di Allah. Così come Costantinopoli fu conquistata circa 500 anni fa, anche Roma sarà conquistata.” Il genio islamico che ha fatto lo scorso 5 marzo questa profezia si chiama Yunis Al-Astal, di professione fa il telepredicatore d’odio sulla tv di Hamas, Al Aqsa tv, e smentisce tutti i fan della visione “obamiana” della poltica in Medio Oriente. Compreso il fatto che non sia mai esistito il cosiddetto “clash of civilities”. Secondo questo imam infatti ogni vero mussulmano dovrebbe tendere a fare diventare islamici anche gli altri cittadini del mondo che non hanno alcuna intenzione o curiosità di provare questo brivido.
E questo perché, come dice dalla tv con il piglio del telepredicatore occidentale, anche esso fanatico, sul modello degli americani “tv evangelist,” “Allah ha scelto te per Se stesso e per la Sua religione, in modo che tu possa agire come il motore che smuove questa nazione verso la fase della successione, della sicurezza e del consolidamento del potere ed anche a conquiste attraverso il da’wa (la predicazione) e le conquiste militari delle capitali del mondo intero.”
E che c’entra Roma? Ce lo spiega ancora una volta l’interessato: “Molto presto, per la volontà di Allah, Roma sarà conquistata, come già è accaduto per Costantinopoli e come era stato profetizzato dal nostro Profeta Maometto. Oggi Roma è la capitale dei cattolici, ovvero la capitale dei crociati, che ha d ichiarato la sua ostilità all’Islam ed ha impiantato i figli delle scimmie in Palestina al fine di evitare il risveglio dell’Islam – questa loro capitale sarà l’avamposto delle conquiste islamiche che si spargeranno per tutta l’Europa in ogni dove, e poi si dirigerà verso le due Americhe e perfino nell’Europa dell’Est.”Per chi non lo avesse capito “i figli delle scimmie in Palestina” sarebbero gli ebrei nello stato di Israele. Il sermone che chiunque voglia vederlo in arabo con i sottotitoli in inglese può andare su http://www.memri.org/report/en/0/0/0/0/0/0/4030.htm, così si conclude: “Credo che i nostri figli ed i nostri nipoti erediteranno il nostro jihad ed i nostri sacrifici e, se Allah vorrà, i comandanti della conquista verranno dai loro stessi ranghi. Oggi, noi instilliamo questi buoni propositi nelle loro anime e, attraverso le moschee ed i libri del Corano, e la storia del nostro Profeta, dei suoi compagni e dei grandi condottieri, li prepariamo alla missione di salvazione dell’umanità dalle fiamme dell’Inferno, sull’orlo del quale si trova in questo momento.”
Per la cronaca non è stato questo l’unico caso di profezia sulla conquista di Roma da parte dell’Islam. E non si esercitano in questo tipo di “nubua” (profezia), solo gli sciroccati del fanatismo mussulmano. Nel 2008 qualcosa di molto simile e sempre dalla tv di Hamas “Al Aqsa tv” era stato detto dall’ex-ministro giordano per gli affari religiosi Ali Al-Faqir. Che il 2 maggio 2008  giurava di conquistare la Spagna e Roma dichirando che “l’America e l’Europa arriveranno presto alla fine”.
Poi questo “shaik del caciocavallo”, argomentava così le proprie profezie: “Dobbiamo dichiarare che la Palestina dal fiume Giordano al mare Mediterraneo, è terra islamica e che la Spagna, cioè l’Andalusia, è anche terra islamica. Sono terre islamiche che sono state occupate dai nemici e che diventeranno nuovamente islamiche. Inoltre, andremo al di là di questi paesi che ad un certo punto sono stati perduti. Proclamiamo che conquisteremo Roma, come una volta è stata conquistata Costantinopoli, e come sarà conquistata di nuovo.”
A quel punto intervenne lo pseudo intervistatore di hamas  con questa esclamazione: “in sha Allah”, cioè se Dio vorrà, come si intitola anche uno dei più noti romanzi della compianta Oriana Fallaci. Al che l’ex ministro giordano ribadiva che “..noi governeremo il mondo, come è stato detto dal Profeta Maometto.” Aggiungendo anche che “..noi metteremo in campo un fronte di battaglia che è sempre più ampio e più forte. I suoi inizi sono stati in Palestina, in Iraq, in Afghanistan e in Cecenia. Quello che è stato cominciato sarà completato. Non si fermerà…”
Perché, diceva nel 2008 l’ex ministro giordano, “questa mattina, su Al-Jazeera TV, ho visto degli scienziati americani e teorici di strategia, dire che presto l’America arriverà alla sua fine. Lo avevano detto in precedenza per l’URSS e, indubbiamente è finita, e adesso noi diciamo che l’America e l’Europa arriveranno alla loro fine e che solo la crescente forza dell’Islam prevarrà.” Insomma se questa è l’idea di fondo dei moderati come i giordani dovrebbero essere, quando parliamo di dialogo, senza sconfinare nei deliri anti islamici di alcuni partiti politici  italiani ed europei, bisogna comunque sapere di chi e di cosa stiamo parlando.

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31 marzo 2010

 

Shoah: rivive su web bimbo ebreo

 

 

Profilo su Facebook, migliaia di contatti

Torna a vivere sul web un bambino ebreo polacco ucciso a nove anni dai nazisti nelle camere a gas del campo di sterminio di Majdanek. L'iniziativa senza precedenti e' di un centro culturale di Lublino. Il piccolo Henio Zytomirski ha conquistato una grande comunita' di amici virtuali su Facebook: il suo profilo ha attirato migliaia di contatti e per il suo 'compleanno' lo scorso 25 marzo Heino, che avrebbe compiuto 77 anni, ha ricevuto di 200 messaggi di auguri.
 




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29 settembre 2010

Gaza City: dato alle fiamme un parco di divertimenti

Incendiato un parco di divertimenti a Gaza City

A agosto era stato chiuso perché vi andavano uomini e donne

 Uno dei pochi parchi di divertimenti di Gaza, chiuso ad agosto dal governo di Hamas, è stato incendiato. Lo ha reso noto Ala al Araj, proprietario del “Crazy Park”, spiegando che un gruppo di uomini incappucciati aveva prima legato le guardie, poi sparso del gasolio e infine appiccato fuoco al parco.

Hamas aveva chiuso il parco acquatico perchè frequentato da uomini e donne insieme. Secondo Hamas inoltre, il personale del parco serviva le pipe ad acqua alle donne.

A giugno era stato incendiato un campo estivo per bambini dell’Onu che, secondo Hamas, diffondeva l’immoralità fra i bambini. (e pochi giorni prima ne era stato distrutto un altro…)

(Fonte: Apcom)

Nella foto in alto: ciò che resta del “Crazy Park” dopo l’incendio




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29 settembre 2010

L’eterna questione dei profughi

Di Avi Beker, già direttore generale del World Jewish Congress
Considerazioni di carattere demografico hanno fatto pendere la bilancia del governo israeliano a favore della decisione di appoggiare il piano di disimpegno unilaterale di Ariel Sharon. Analoghe considerazioni demografiche hanno spinto il governo a inserire nella decisione una clausola che dice: “Il governo vede con favore i continui sforzi di organizzazioni umanitarie ed altre agenzie che si occupano dello sviluppo regionale e che aiutano la popolazione palestinese”.
I ministri, e probabilmente anche la maggior parte dell’opinione pubblica israeliana, sono giunti alla conclusione che, se è impossibile mantenere sotto controllo 1,2 milioni di palestinesi risentiti e pigiati nella striscia di Gaza, dunque vanno incoraggiate le organizzazioni di volontariato affinché si assumano la responsabilità di fare sforzi umanitari nella striscia di Gaza. Un lavoro di volontariatio, suggerisce il governo israeliano, che deve continuare fino a quando non verrà creato un apparato ufficiale internazionale che si occupi dello sviluppo economico palestinese.
Ai primi di giugno si sono conclusi a Ginevra i lavori di una conferenza internazionale sull’assistenza ai profughi palestinesi sponsorizzata dall’ UNRWA (Relief and Works Agency), l’agenzia Onu per i profughi palestinesi. Vi hanno preso parte delegati di 67 paesi e 56 enti internazionali. I partecipanti hanno discusso progetti per organizzare le risorse necessarie per assistere milioni di profughi palestinesi. Sebbene molti dei delegati avevano probabilmente davanti agli occhi le immagini delle operazioni delle Forze di Difesa israeliane a Rafah, gli sponsor dell’agenzia Onu hanno fatto uno sforzo comune perché la discussione non venisse deviata su diatribe politiche. L’agenzia ha dichiarato che si è trattato della più grande conferenza di questo tipo organizzata in decenni di attività. I delegati si sono divisi in gruppi di lavoro e hanno affrontato vari temi professionali su sviluppo, gestione delle risorse, attività di assistenza sociale.
Il budget dell’UNRWA nel 2003 è stato di 350 milioni di dollari, un quarto dei quali finanziati dagli Stati Uniti. Il sostegno all’agenzia dall’Europa è diminuito. Gli stati arabi non hanno dato praticamente nulla. Nel frattempo, stando ai dati dell’Onu, dal settembre 2000 si è registrata una drammatica crescita del numero di persone che chiedono assistenza nei territori dell’Autorità Palestinese: la cifra è passata da 130.000 a un milione e 100.000 persone. Anche la proporzione dei profughi che vivono sotto la linea di povertà è aumentata dal 20 al 60%. L’UNRWA oggi definisce i campi profughi come “ghetti urbani sovraffollati” affetti da gravi problemi sanitari, igienici e di povertà.
L’UNRWA è diventata parte integrante della storia palestinese. La sua creazione rispondeva alla strategia araba di usare i campi profughi come un’arma sempre eternamente puntata contro lo stato di Israele. Le stesse dichiarazioni dei capi di stato arabi all’epoca in cui l’agenzia venne istituita confermano questa lettura. E infatti i leader arabi hanno poi approfittato dell’agenzia per impedire qualunque tentativo di costruire una nuova vita per i profughi al di fuori dei campi.
I palestinesi sono gli unici profughi in tutto il mondo per i quali è stata creata un’agenzia Onu speciale, separata dall’Alto Commissariato per in Rifugiati. Su 150 milioni di profughi definiti come tali dalla fine della seconda guerra mondiale, quelli palestinesi sono fra i pochissimi che, dalla creazione di Israele nel 1948 a oggi, hanno mantenuto lo status di profughi.
Dall’inizio nel contenzioso arabo-israeliano, fondamentalmente nella regione si è avuto un grande trasferimento di popolazione: parallelamente ai 650.000 profughi palestinesi, 900.000 ebrei vennero costretti a lasciare le loro case nei paesi arabi per trasferirsi in altri paesi, 650.000 di loro nelle tendopoli in Israele. La grande maggioranza di questi ebrei era stata espulsa a forza con una deliberata politica di “pulizia etnica”. Molti fuggirono in condizioni miserabili, a causa di nuove ondate di antisemitismo e violenza.
L’approccio di Israele è stato tradizionalmente quello di rimandare la questione dei profughi, insieme al problema di Gerusalemme, alla fine del processo di pace. L’idea era che, dopo aver risolto le questioni territoriali e di sicurezza, la questione dei profughi avrebbe trovato una soluzione. Ma questo approccio venne demolito al vertice di Camp David dell’estate 2000: i partecipanti israeliani restarono spiazzati nello scoprire che il cosiddetto diritto dei profughi palestinesi (e dei loro discendenti) al ritorno all’interno di Israele era una delle prime e più importanti rivendicazioni dei palestinesi.
Anche la sinistra israeliana restò sbalordita dall’intransigenza della posizione dei palestinesi su questo punto, tale da mettere potenzialmente a repentaglio l’esistenza stessa dello stato ebraico in un accordo finale. Divenne anche chiaro che i campi dell’UNRWA si erano trasformati in trampolini di lancio del terrorismo, sotto il controllo di estremisti che predicavano che il “diritto al ritorno” dovesse essere perseguito con ogni mezzo disponibile.
La politica di ritiro unilaterale non offre una via plausibile per condurre negoziati sulla questione dei profughi palestinesi. Solo poche settimane fa, parlando in occasione dell’anniversario della “nakba” (catastrofe, cioè la nascita di Israele), Yasser Arafat ha ribadito che l’argomento profughi è cruciale e che i palestinesi non intendono fare compromessi su questo tema. E’ un tema che non è destinato a scomparire nemmeno se Arafat venisse sostituito, destinato a giocare un ruolo centrale in qualunque negoziato futuro.
Dai dibattiti alla conferenza dell’agenzia Onu a Ginevra è emerso che le accuse all’amministrazione dei campi profughi e in particolare alla corruzione dell’Autorità Palestinese comportano la necessità di nuovi sistemi di monitoraggio e di gestione. Questo punto di vista è stato adottato oggi anche dagli Stati Uniti, dall’Europa e persino da alcuni ambienti arabi.
L’esperienza del vertice di Camp David dimostra che quando si arriva alla questione dei profughi, Israele deve impegnarsi con uno sforzo creativo. Le mosse unilaterali, in questo caso, non bastano.

(Da Ha’aretz, )

Nella foto in alto: profughi ebrei presso Tel Aviv nel 1948
 




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29 settembre 2010

Cucina ebraica, risotto di sukkoth


 

 
 
 
 
 
 


INGREDIENTI (per 6 persone): riso ( 8 pugni), piselli (200g), zucchine (4), cipolline (4), pomodorini a ciliegia (15), peperoni (1), basilico tritato (4 cucchiai), brodo vegetale (2 bicchieri), olio, sale.Tempo di preparazione: 15 minuti- Tempo di cottura: 20 minuti. PREPARAZIONE:Preparare un battuto di cipolle e rosolare con olio in una antiaderente. Aggiungere tutte le verdure, eccetto i pomodorini, ed il riso. Mescolare lentamente con un mestolo di legno per tutto il tempo della cottura aggiungendo poco alla volta il brodo. A parte scottare 2 minuti i pomodorini e sbucciarli: aggiungerli al riso, a cottura ultimata insieme al basilico.Beteavòn! (Buon appetito!)http://www.morasha.it/

 

 




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29 settembre 2010

Spray contro la timidezza


 

 
 
 
 
 
 


 

Contro la timidezza arriva un nuovo "rimedio": uno spray nasale all'ormone dell'amore, l'ossicitina. A inventarlo sono gli studiosi del Seaver Autism Center for Research and Treatment di Israele e della Columbia University, convintissimi dell'efficacia e della portata rivoluzionaria del loro prodotto.L'esperimento - L'ossitocina, oltre a fungere da agente biologico dell'innamoramento, viene poi etichettato come ormone della fiducia e della sicurezza. Da qui l'idea di sperimentarlo sui timidi. I ricercatori hanno testato la sostanza su 27 uomini adulti sani, ai quali è stato dato alternativamente placebo e l'ormone in questione. A questo punto il campione è stato invitato a confrontarsi con persone che raccontavano momenti emozionanti della loro vita, ed esortato a dare voce ai propri sentimenti. Con un test ad hoc, noto tra gli addetti ai lavori come AQ e studiato apposta per misurare le competenze sociali, i ricercatori hanno potuto rilevare che l'ossitocina aveva migliorato le capacità empatiche, ma solo nelle persone meno avvezze a intrattenere rapporti sociali."L'ossitocina - spiega Jennifer Bartz, della Mount Sinai School of Medicine - è ampiamente nota per la sua capacità di rendere le persone più empatiche e maggiormente comprensive. Il nostro studio contraddice questo. L'ossitocina sembra funzionare solo per coloro socialmente meno abili". Ma, ammette la stessa esperta, "è necessario andare avanti con la ricerca per vederci più chiaro e poter battere un giorno la strada di terapie ad hoc basate sull'ormone dell'amore e della fiducia".24/09/2010 http://libero-news.it/




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29 settembre 2010

Le altre crisi umanitarie, dimenticate da Onu e mass-media

Evelyn Gordon
Shashi Tharoor, sottosegretario generale dell’Onu per la comunicazione e l’informazione, ha pubblicato il 14 luglio scorso un angosciato appello sull’International Herald Tribune intitolato “Le notizie di crisi che non avete mai letto”. In esso Tharoor accusava i mass-media, e dunque il mondo, di ignorare diverse crisi umanitarie assai gravi.
Due giorni dopo, sullo stesso quotidiano Carol Bellamy, direttore esecutivo dell’Unicef, pubblicava un pezzo simile nel quale lamentava l’oblio da parte del mondo di una crisi in particolare, quella dell’Uganda, dove bambini persino di sei anni vengono arruolati a forza nell’Esercito della Resistenza del Signore e usati come schiavi o come combattenti veri e propri. Sono circa dodicimila i bambini che sono stati sequestrati dall’Esercito della Resistenza del Signore negli ultimi due anni, scrive Bellamy, mentre altri 44.000 fuggono dalle loro case ogni notte per cercare di non essere rapiti.
E le denunce non vengono solo da funzionari dell’Onu. L’editorialista del New York Times Nicholas Kristof, ad esempio, ha pubblicato un articolo lo scorso primo giugno lambasting nel quale lamentava l’indifferenza del mondo per il genocidio nella regione sudanese del Darfur, dove milizie arabo islamiche sostenute dal governo di Khartoum da sedici mesi stanno massacrando popolazioni musulmane non arabe. A parte l’assassinio diretto di migliaia di persone, queste milizie hanno costretto un milione e duecentomila abitanti del Darfur ad abbandonare le loro case. I profughi vivono in campi improvvisati dove le condizioni sono così misere che decine di essi muoiono ogni giorno. Secondo le stime degli esperti, in totale quest’anno tra i 100 e i 500.000 profughi del Darfur moriranno per malnutrizione e malattie. Kristof trova incomprensibile il silenzio del mondo su questa tragedia.
Tharoor attribuisce l’indifferenza dei media alla loro ossessione per la guerra in Iraq. Bellamy e Kristof non danno nessuna spiegazione. Inutile dire che nessuno dei tre ha minimamente pensato di attribuire qualche responsabilità alle loro rispettive organizzazioni. E invece, se il mondo è indifferente a crisi umanitarie come quelle in Sudan e in Uganda, i primi da chiamare in causa sono proprio i due soggetti che dovrebbero portare queste crisi all’attenzione del mondo: l’Onu e i mass-media.
E’ molto difficile che un cittadino medio si commuova per crisi di cui a mala pena ha sentito parlare. Ciò che afferra la sua attenzione sono le questioni di cui sente parlare ogni giorno. Tharoor ha ragione quando dice che l’Iraq è una di queste. Ma c’è un’altra questione sulla quale sia l’Onu che i media puntano l’attenzione così ossessivamente che ne resta loro assai poca per altre gravi crisi come quella in Sudan. E’, naturalmente, il conflitto israelo-palestinese.
Negli ultimi quattro anni il conflitto israelo-palestinese ha provocato circa quattromila morti e, secondo stime dell’Onu, circa 15.000 sfollati. Il conflitto nel Darfur, in meno di un terzo del tempo, ha provocato circa trentamila morti e un milione e 200.000 sfollati. Da un punto di vista oggettivo, dunque, la crisi nel Darfur dovrebbe essere assai più grave. Invece una ricerca negli archivi dei principali quotidiani americani ed europei rivela che, l’anno scorso, questi giornali hanno pubblicato su Israele un numero di articoli da sette a 14 volte maggiore che sul Sudan. Il New York Times, ad esempio, ha pubblicato 260 articoli sul Sudan e 2.837 su Israele. Il London Times 148 sul Sudan contro 1.118 su Israele. Die Welt 568 contro 8.205; El Pais 166 contro 1.776. Inoltre, gli articoli su Israele spesso vanno in prima pagina mentre quelli sul Sudan finiscono per lo più seminascosti in una pagina interna.
Dunque non sorprende il fatto che, mentre decine di abitanti del Darfur muoiono ogni giorno per mancanza di aiuti internazionali, contemporaneamente, stando ai dati della Banca Mondiale, i palestinesi ricevono più aiuti internazionali pro capite di qualunque altro paese al mondo dalla fine della seconda guerra mondiale.
Altrettanto responsabile dei media per la diffusa impressione che tutte le crisi internazionali impallidiscano rispetto al conflitto israelo-palestinese, sono le Nazioni Unite. A parte la clamorosa sproporzione fra il numero di risoluzioni Onu dedicate a condannare Israele (comprese più di un quarto di tutte le condanne emesse dalla Commissione Onu per i Diritti Umani in più di 40 anni), sono le stesse strutture istituzionali dell’Onu as essere spropositatamente incentrate su questo conflitto, con la virtuale esclusione di tutti gli altri. Ad esempio, come notava recentemente Anne Bayefsky sul Jerusalem Post, di 10 sessioni d’emergenza in tutto a cui è stata convocata l’Assemblea Generale, ben 6 erano dedicate a Israele. Nessuna convocazione d’emergenza per il Sudan, o per i massacri in Rwanda che hanno causato la morte di 800.000 persone.
Ma dove questa pregiudiziale istituzionale è più evidente è sul tema dei profughi. Un’intera agenzia dell’Onu, l’UNRWA, è dedicata ai profughi palestinesi, mentre tutti gli altri profughi del mondo sono di competenza dell’Alto Commissariato per i Rifugiati (UNHCR). Questi due organismi verosimilmente diffondono comunicati, indicono conferenze stampa, pubblicano articoli e insomma si sforzano più meno allo stesso modo, con questi e altri mezzi, di attirare l’attenzione internazionale. Ma, mentre tutta la pubblicistica dell’UNRWA è dedicata ai profughi palestinesi, quella dell’UNHCR deve dividersi fra decine di crisi diverse in tutto il mondo. Così i profughi palestinesi ricevono istituzionalmente molta più attenzione di tutti gli altri profughi del mondo messi insieme, benché la maggior parte dei cosiddetti profughi palestinesi, a differenza di quelli che muoiono nel Darfur, siano da cinquant’anni reinsediati in vere case e vere comunità in Cisgiordania, Giordania e nella striscia di Gaza.
Non basta. Mentre l’UNHCR definisce come “profughi” solo coloro che hanno personalmente perduto la casa, l’UNRWA definisce “profughi palestinesi” anche tutti i discendenti di coloro che hanno perduto la casa. Così l’UNRWA oggi esibisce 4.100.000 profughi palestinesi, laddove applicando la definizione dell’UNHCR, che vale per tutti gli altri, essi sarebbero soltanto 200.000 circa (cioè quelli ancora in vita dei circa 650.000 palestinesi che abbandonarono Israele nel 1948). Chiaramente, quattro milioni e centomila profughi fa molto più effetto: al confronto, il milione e 200.000 profughi del Darfur pare poca cosa. Ma come potrebbe competere con queste cifre l’Alto Commissariato per i Rifugiati se gli è vietato gonfiare le sue cifre come fa l’UNRWA?
Dunque, se alcuni funzionari Onu e un editorialista sono sinceramente afflitti dall’indifferenza del mondo per crisi umanitarie come quelle in Sudan e Uganda, essi possono solo prendersela con se stessi. Sono solo loro che possono cambiare il loro ordine di priorità e, di conseguenza, quello del mondo.

(Da: Jerusalem Post,)

Nella foto in alto: Un padre porta il corpo del figlio di un anno verso il cimitero del campo profughi di El-Geneina, Darfur occidentale




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28 settembre 2010

Google in arabo: nel 2013 gli utenti saranno 82 milioni

Il gigante mondiale dei motori di ricerca attende una spettacolare ascesa nel mondo arabo entro i prossimi tre anni. I responsabili di Google prevedono un aumento pari al 50% nel numero degli utilizzatori di Internet in lingua araba, nel Medio Oriente e in Africa del nord. Nei primi mesi del 2010 la società di ricerche Madar Research stimava in 56 milioni gli utenti Internet nelle regione MENA (Medio Oriente, Maghreb), contro i 45,6 milioni del 2009. Da qui al 2013 sono stimati circa in 82 milioni di navigatori sul web in lingua araba, una progressione dovuta ad un aumento della penetrazione Internet in questi paesi, oltre alle nuove tecnologie nella traduzione che permetterà l’accesso a più informazioni, ha ribadito Hélène Barrot, del servizio comunicazioni di Google France. Secondo la Banca Mondiale oltre 320 milioni di persone parlano e scrivono l’arabo nel mondo, mentre i contenuti in questa lingua, disponibile sul web, è pari all’uno per cento. Per rimediare a questa lacuna, redditizia aggiungo io,  l’impresa Google prevede di rafforzare i suoi servizi come Google News, Google Crome ecc.., rendendoli accessibili in lingua araba, oltre a produrre servizi a livello locale, specifici per le regioni in causa. Oggi è possible con Google Ta3rib, un sistema di translitterizzazione sofisticato, disporre di una tastiera araba per chi non la possiede. Inoltre il sito web Ahlan, lanciato nell’aprile 2010, permette ai nuovi utilizzatori di apprendere l’utilizzo di certi aspetti del web, come la chat,  l’e-mailing o lo scambio di Informazioni, semplicemente visionando dei video YouTube in lingua araba. O ancora il sito Ejabat, un forum destinato al Medio Oriente che ha in  atttivo oltre 100.000 utilizzatori. In questi sforzi per migliorare il volume dei contenuti arabi in linea, Google ha avviato una serie di ricerche che permetteranno di fornire informazioni precise e rapide del mondo arabo. Tredici sono ad oggi i Paesi che offrono il servizio di ricerca Google in arabo: Algeria, Marocco, Egitto, Territori Palestinesi, Libia, Emirati Arabi, Barhein, Qatar, Arabia Saudita, Giordania, Koweit, Libano e Oman. Il gigante americano non è pero’  il solo attore protagonista considerato che anche Yahoo, nel 2009, ha acquistato Maktoob.com, un portale internet molto popolare nei paesi arabi, al prezzo di 82 milioni di dollari, beneficiando cosi’ di oltre 16 milioni di utenti unici del portale arabo. La concorrenza tra i due giganti americani continua, anche in terra araba. http://myamazighen.wordpress.com/2010/09/25/google-in-arabo-nel-2013-gli-utenti-saranno-82-milioni/




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28 settembre 2010

Erica, dieci anni in fuga dall'Islam

 

La madre di Erica

Nel 2000 si rifugiò con la madre nell'ambasciata italiana in Kuwait. Sta ancora scappando dal padre
MARIA CORBI
Sono passati dieci anni. Una lunga parentesi di silenzio, di oblio per Erica, la bambina che aveva avuto il coraggio di sfidare non solo suo padre ma anche le convenzioni dell’Islam rifiutandosi di accettare la separazione dalla madre imposta da un tribunale del Kuwait. Erica scappò di casa il 16 gennaio del 2000, una fuga mirata, rifugiandosi nelle sale austere dell’ambasciata italiana a Kuwait City dove l’ambasciatore Capece Galeota venne travolto da questa ragazzina, dalla sua storia e da un incidente diplomatico che scomodò le diplomazie di tre paesi: Italia, Kuwait ed Egitto. Il 9 agosto un aereo della presidenza del Consiglio la riportò in Italia, un «rapimento» per motivi umanitari su cui c’era l’accordo del Kuwait. Oggi quei giorni sono lontani, ma la fuga di questa ragazzina, di sua sorella e di sua madre non è ancora finita. Mi emoziono quando sento la voce di Stefania, la mamma, al telefono.

L’ho cercata per tanto tempo ma era come se lei e le bambine fossero state inghiottite dal nulla. Nessuna traccia di loro a Banchette di Ivrea, nella casa dei nonni, due persone speciali che hanno combattuto a fianco della figlia e delle nipoti. Possibile che dopo dieci anni la paura non abbia ancora lasciato spazio a una vita normale? Mi ricordo la prima volta che vidi nell’ambasciata di Kuwait City. La faccia da adolescente smunta dal non mangiare, una protesta silenziosa che l’ha portata alle soglie dell’anoressia, quegli occhi decisi, neri, profondi di chi sai che non mollerà. E Stefania, la mamma, avvolta da abiti che non lasciavano intravedere neanche un lembo di pelle, come l’Islam impone, La figlia più piccola, Marta, di otto anni, abbarbicata al collo, decisa a tutto pur di non separarsi dalle figlie. Oggi quella determinazione la ritrovo in una voce che racconta senza vittimismo quel che è stato la loro vita, da allora. «Vorrei che non si parlasse più di noi, vorrei essere dimenticata».

Forza e paura si mescolano in questa voce che parla da un luogo protetto. E nonostante tutto, nonostante questi dieci anni passati a dimenticare, le due ragazze sono serene. Erica ha compiuto a febbraio scorso 23 anni, si sta per laureare ed è bellissima come allora, con quei profondi occhi neri che parlano delle sue origini, mentre Marta ha compiuto da poco 18 anni e dell’odissea vissuta insieme alla mamma e alla sorella, ricorda poco. Qualche bagliore del passato, qualche faccia come quella di Stefano de Leo, consigliere dell’ambasciatore, figura chiave nella risoluzione della vicenda. «Ma per il resto non ricorda nulla meglio così», dice Stefania. Per Erica è diverso e i frammenti di quello che è stato hanno formato la donna forte che è oggi, decisa a essere quello che vuole e non quello che altri avevano deciso per lei. Il padre Hesham Aboulnaga non lo vede da allora. Ha perso la patria potestà su di loro, si è risposato, ha un’altra figlia, vive in Egitto. Non ha accettato la scelta delle figlie e chissà se un giorno ci sarà un incontro su nuovi basi che parlano di affetto e non di costrizioni. Non è stata facile per queste tre donne che mai hanno ricevuto una lira di alimenti. Ma la libertà era più importante. «Dobbiamo andare tutte avanti», dice Stefania che adesso ha un compagno che la ama. «Per fortuna ho un’altra vita e con me le ragazze». Lo aveva promesso quando il 9 agosto di dieci anni fa era tornata in Italia. E così è stato, le tre donne da allora hanno vissuto in diversi posti, ma non si sono mai separate, neanche adesso che Erica è una donna in gamba con una perfetta conoscenza dell’inglese e la voglia di farsi strada nella vita. Una vita blindata che è iniziata con la fuga ma che è continuata anche dopo, quando Stefania ha prima voluto mettere al servizio di tutte le donne la sua esperienza, scrivendo un libro («L’Infedele») e poi ha deciso di aprire un blog per raccontare la parte più buia e integralista dell’Islam, le comunità di convertiti in Italia, la condizione delle donne. Un blog molto frequentato che le ha causato non pochi problemi. «Sono state insultata, minacciata, soprattutto dopo che Maria Giovanna Maglie ha raccontato di questo mio angolo virtuale. Da allora il blog è aperto ai commenti ma io mi sono presa un momento di pausa». Questo non è bastato comunque a farla tornare ad essere una donna libera dalla paura. «Mi raccomando non scrivere niente che possa farci trovare». E come un mantra questa frase, una cisti dolorosa nella normalità conquistata a caro prezzo. Anni in cui tranne che per il lancio del libro non ha mai accettato un invito in televisione.

Una rapida visita ai blog che parlano di Islam e si capisce il perché Stefania abbia paura. Gli insulti e il disprezzo su di lei si riversano dai post in rete. Impossibile quindi mettere radici. In dieci anni sono stati diversi i traslochi. «Ma Erica e Marta sono sempre state bene perchè erano insieme e con me». Anche il disturbo alimentare dell’adolescenza è solo un ricordo per Erica che in questi anni ha dovuto rinunciare anche a tutti quegli strumenti di comunicazione comuni per i teen ager, come Msn e Facebook. «Non ha nessun contatto con l’Islam», racconta Stefania, «come se fosse stata sempre qui in Italia, si è adattata subito». D’altronde la vita che faceva in Kuwait era ben diversa da quella delle coetanee italiane. «Solo scuola e casa». Dieci anni difficili ma pieni di calore. In pochi hanno teso una mano, ma Stefania è orgogliosa: «Non abbiamo bisogno di niente». La stessa frase di dieci anni fa quando l’unica cosa che chiedeva era avere con se le figlie. Le ha avute. E’ iniziata la loro storia, che non è stata una fiaba, ma ha il sapore della libertà.la stampa




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28 settembre 2010

La procura di Milano (all'inaugurazione dell'anno giudiziario)




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28 settembre 2010

Le leggi razziali e la deportazione degli ebrei italiani 1943/1945


 

 



Fino al 1938 gli ebrei italiani erano cittadini come tutti gli altri. Erano presenti in tutti gli strati sociali, partecipavano alla vita della nazione come tutti gli italiani. C'erano fascisti che avevano partecipato alla marcia su Roma. Aldo Finzi era ebreo squadrista, deputato, sottosegretario agli interni nel primo governo Mussolini,membro del gran consiglio fascista, vicecapo della polizia, partecipò poi alla resistenza nel Lazio e arrestato morirà alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944. C'erano quelli che erano fascisti soltanto per opportunismo perché senza la tessera del partito era praticamente impossibile trovare un'occupazione; c'erano antifascisti come ad esempio i fratelli Carlo e Nello Rosselli: il primo scrittore, economista, allievo di Salvemini, insegnante all'Università Bocconi di Milano; il secondo scrittore anch'egli e collaboratore dell' Enciclopedia Italiana. I due fratelli furono assassinati in Francia il 10 giugno 1937 da squadre fasciste inviate appositamente dall'Italia.

Nel 1936 iniziò in Italia una martellante campagna di stampa contro gli ebrei da parte di due giornali: un quotidiano " Il Tevere" diretto da Telesio Interlandi ed un periodico " La difesa della razza" a cui collaborava e si distingueva per la violenza dei suoi attacchi un giovane giornalista, quel Giorgio Almirante che sarebbe poi diventato il fondatore del Movimento Sociale Italiano. Si diceva allora che questi giornali fossero finanziati dalla Germania nazista. Questi due giornali, seguiti poi da tutta la stampa fascista, sostituirono il termine ebreo con quello di giudeo. Questo appellativo è indubbiamente esatto se si riferisce al regno di Giuda che, come indicato nell' Antico Testamento, è nato dalla dinastia del quarto figlio del Patriarca Giacobbe che portava questo nome e dalla cui discendenza uscì la monarchia di David. Il termine giudeo veniva invece usato in senso dispregiativo con riferimento all' apostolo Giuda Iscariota che nei Vangeli è indicato con l'appellativo di traditore.

Nel luglio del 1938 compare il primo atto ufficiale antiebraico, sia pure solo teorico. Era " Il manifesto degli scienziati razzisti" detto anche "manifesto della razza" che fu sottoscritto da 180 pseudo scienziati del regime. Questo documento era articolato in 10 punti:
 


1.  Le razze umane esistono.
2.  Esistono grandi razze e piccole razze.
3.  Il concetto di razza è puramente biologico.
4.  La popolazione dell'Italia è nella sua maggioranza di origine ariana e la   sua civiltà è ariana.
5.  Non c'è stato apporto di masse ingenti di uomini in epoca storica. La composizione razziale di oggi è la        stessa di quella di 1000 anni fa. Gli italiani di oggi rimontano a famiglie che abitano l'Italia da almeno 1000 anni.
6.  Esiste ormai una razza pura italiana.
7.  E' tempo che gli italiani si proclamino razzisti.
8.  C'è una netta distinzione fra i mediterranei d'Europa da una parte (occidentali) e gli orientali e gli africani dall'altra.
9.  Gli ebrei non appartengono alla razza italiana.
10.I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in alcun modo.

Quante sciocchezze sono contenute in questo decalogo!

Il 5 settembre 1938 con la legge 1390 venne varato il primo provvedimento legislativo per la "difesa della razza nella scuola fascista" che prevedeva l'allontanamento di tutti i docenti e di tutti gli studenti ebrei dalle scuole di ogni ordine e grado anche se non governative e l'allontanamento degli ebrei dalle accademie. Albert Einstein che era membro d'onore dell'Accademia dei Lincei, presentò le dimissioni che vennero immediatamente accettate. Nelle università italiane insegnavano allora 109 docenti ebrei. Molti furono quelli che dovettero emigrare per poter proseguire gli studi e le ricerche iniziate in Italia. Due di questi sono poi stati insigniti del Premio Nobel

 

  • EMILIO SEGRE' nato a Tivoli, premiato nel 1959 per la Fisica
  • SALVADOR LURIA nato a Torino, laureato a Roma, premiato nel 1968 per la Fisiologia

anche molti giovani laureati ripararono all’estero:

 

  • FRANCO MODIGLIANI nato a Roma fu premiato nel 1985 per l'Economia
  • RITA LEVI MONTALCINI nata a Torino, premiata nel 1986 per la Medicina aveva proseguito le sue ricerche nella sua abitazione di Torino.

Al primo provvedimento del 5 settembre che concerneva soltanto la scuola, ne sono seguiti numerosi altri a partire dalla legge 1381 del 7 settembre (solo due giorni dopo il primo) che ordinava l'espulsione di tutti gli stranieri ebrei inclusi quelli che erano ormai cittadini italiani ma che avevano ottenuto la cittadinanza dopo il 1 gennaio 1919. Tra quelli che avevano ottenuto la cittadinanza dopo questa data, c'erano tutti gli ebrei del Trentino e della Venezia Giulia; ma poiché abitavano quelle terre da secoli, a questi fu confermata la cittadinanza italiana. Per tutti gli altri che non lasciarono l'Italia fu creato il campo di concentramento di "Ferramonti" a Tarsia in provincia di Cosenza.
Poi quasi quotidianamente, si susseguirono nuove leggi e disposizioni che anticipavano le leggi, che portavano sempre nuovi divieti. Accadeva che gli ebrei che erano stati privati del loro lavoro (era stata decretata anche la cancellazione dagli albi professionali) cercavano di iniziare una nuova attività e chiedevano l'autorizzazione a svolgerla. Le autorità periferiche, in mancanza di una chiara normativa, chiedevano istruzioni alle autorità centrali che regolarmente respingevano la richiesta. Questa generava la proibizione per tutti di svolgere quella attività. Veniva così tolto agli ebrei non soltanto il diritto di "avere" ma anche il diritto di "essere" perché molti provvedimenti toglievano la possibilità di poter svolgere un lavoro o una professione ma altri incidevano sulla qualità della vita e in essi era contenuta soltanto la volontà vessatoria e persecutoria del fascismo.
Furono centinaia questi divieti e ve ne elenco alcuni.
Agli ebrei era vietato:

 

  • di servirsi di collaboratori domestici di razza ariana
  • di frequentare luoghi di villeggiatura di importanza strategica
  • di essere portieri in case abitate da ariani
  • di esercitare il commercio ambulante (solo a Roma gli ambulanti che dovettero riconsegnare le loro licenze furono 800)
  • di gestire agenzie di affari - agenzie di brevetti
  • commercio di preziosi - esercizio di arte fotografica
  • di essere mediatori, piazzisti, commissionari
  • esercizio tipografie - vendite di oggetti antichi e d' arte
  • commercio di libri - vendite di oggetti usati - articoli per bambini
  • vendita di apparecchi radio - carte da gioco
  • attività commerciale ottica - vendita di carburo di calcio
  • impiego di gas tossici - esercizi di mescita alcolici
  • raccolta di rottami metallici - raccolta di lane da materassi
  • esportazione della canapa - esportazione prodotti ortofrutticoli
  • vendita di oggetti sacri - oggetti di cartoleria
  • raccolta di rifiuti - vendita di indumenti militari fuori uso
  • gestire scuole di ballo - scuole di taglio e cucito
  • noleggio film - agenzie di viaggi e turismo
  • licenza di pescatore dilettante - di esercitare attività doganali
  • licenze di autoveicoli da piazza - essere affittacamere
  • pubblicare sulla stampa necrologi e pubblicità
  • inserire il nome in annuari ed elenchi telefonici
  • possedere concessioni di riserve di caccia - pilotare aerei
  • essere insegnanti privati - detenere apparecchi radio
  • accedere a biblioteche pubbliche ed ai locali di Borse Valori
  • far parte di associazioni culturali e sportive
  • far parte dell’ associazione protezione animali
  • essere titolari di imprese di ricerche minerarie
  • amministrare condomini - ottenere il porto d'armi
  • fare la guida o l'interprete
  • una legge del 1942 portava per oggetto l'arianizzazione del mondo dello spettacolo
  • vennero sostituiti i nomi ebraici di vie, luoghi e moli marittimi
  • vennero rimosse le lapidi che ricordavano cittadini ebrei

Personalmente ho sofferto la persecuzione razziale fino alle estreme conseguenze. L'espulsione dalla scuola, avevo allora 10 anni, fu per me un grosso trauma perché ero stato educato all'amore per lo studio. Particolarmente mia madre mi ricordava spesso che per riuscire nella vita era necessario riuscire nello studio. Mi chiedevo quindi cosa avrei mai potuto combinare nella vita se non avessi potuto studiare e mi vedevo costretto a dover fare i mestieri più umili per vivere. Sopravvennero poi nella mia famiglia alcune difficoltà economiche perché mio padre, che era l'unico sostentamento della famiglia, svolgeva l'attività di agente di commercio che era vietata. I miei fratelli e mia sorella furono costretti ad abbandonare gli studi e trovarono un' occupazione presso aziende gestite da ebrei.
E' certo che le leggi razziali, con l'emarginazione, le persecuzioni, l'essere considerato cittadino di seconda categoria, sono state la prima spinta che mi ha portato sull'orlo di quell'orrendo abisso dove poi sono stato fatto precipitare e che si chiama Auschwitz.
Auschwitz è il simbolo di tutti i campi di sterminio. E' quel campo che è stato pensato, progettato e realizzato con rigore scientifico per lo sterminio e grava sulla coscienza e sulla storia dell'umanità intera. Se però Auschwitz viene utilizzato come termine di paragone e come unico elemento di giudizio, si finisce per minimizzare o addirittura annullare il ruolo criminale avuto dal fascismo. Giova ricordare che, quando a settembre del 1938 l'Italia fascista varò le leggi razziali, non si era ancora concretizzata né la seconda guerra mondiale né l'immane strage degli ebrei. Non possiamo non sottolineare la collaborazione determinante data dai fascisti della Repubblica di Salò alla deportazione e allo sterminio del 23% degli ebrei italiani o meglio di cittadini italiani di religione ebraica. Se è vero come è vero, e questo dobbiamo sempre ricordarlo, che il 77% degli ebrei italiani è scampato allo sterminio perché altri italiani, con atti eroici e a rischio della loro vita li hanno aiutati, è altrettanto vero e non dobbiamo dimenticare che dietro ad ogni ebreo deportato c'è un fascista che lo ha consegnato ai nazisti per mandarlo a morire.
Gli ebrei di tutta Europa uccisi dai nazisti per gas, per fame, per le sevizie e poi bruciati nei forni sono stati 6.000.000 e rappresentano i due terzi degli ebrei europei. Anche se un terzo del popolo ebraico ha potuto sopravvivere al Terzo Reich, i nazisti sono riusciti a distruggere definitivamente la vita e la cultura ebraica nell'Europa Orientale.
In tre anni, dice Alberto Nyerenstein in " Ricorda cosa ti ha fatto Amalek": " in Europa il nemico ha distrutto, sradicato, cancellato una cultura millenaria; i prodotti morali e materiali di decine di generazioni; ha distrutto insomma un nucleo di cultura di folklore di vita e di passioni tipicamente umani; ha distrutto una parte viva dell'organismo meraviglioso dell' umanità."
Quando il 14 giugno 1940 Auschwitz accolse i primi 728 deportati polacchi, la storia dei lager contava già 7 anni. Infatti il 22 marzo 1933, appena 50 giorni dopo l'assunzione del cancellierato da parte di Hitler, con l'apertura del lager di Dachau si inaugurava un sistema di lotta politica destinato a caratterizzare il nazismo. Nello stesso 1933 si aprì Sashenausen cui seguì Buchenwald nel 1937, Mauthausen nel 38, Flossenburg e Ravensbruch nel 1939.
All'invasione della Polonia nel 1939 seguì una mostruosa crescita dei campi e la loro trasformazione da strumenti di terrore e intimidazione politica in strumenti di sterminio su scala di milioni (solo ad Auschwitz furono gasati e bruciati due milioni di ebrei). Nel 1941 seguirono i campi di Maidanek, Treblinca e Sobibor che furono destinati al solo sterminio. I prigionieri arrivavano e venivano avviati direttamente al massacro. Nel 1943 viene adibita a campo di sterminio la risiera di San Sabba nei pressi di Trieste. Il 20 gennaio 1942 venne convocata la conferenza del Vansee', dal nome di un sobborgo nei pressi di Berlino, che getta le basi del programma di sterminio degli ebrei in Germania e nei territori sottoposti all'occupazione tedesca. Il tema della conferenza era " SOLUZIONE FINALE DEL PROBLEMA EBRAICO".
Presiede la conferenza Reynard Heydrich capo del Ministero per la sicurezza del Reich; Eichmann funge da segretario. Vi partecipa una quindicina di alti dignitari dello stato, di specialisti della questione ebraica, esponenti dell'amministrazione, della polizia, delle SS e alcuni funzionari del ministero degli esteri. Heydrich espone i dati statistici degli ebrei in Europa ed affida incarichi operativi e di responsabilità per la caccia agli ebrei e la loro deportazione. Due mesi dopo Heydrich morirà a seguito di un'azione di partigiani cecoslovacchi.
In Italia, appena due mesi dopo la caduta del fascismo (25 Luglio 1943) Mussolini e i suoi gerarchi risuscitarono il vecchio partito fascista con la repubblica sociale italiana costituita il 23 settembre 1943 nei territori occupati dai tedeschi. La carta di Verona promulgata nel novembre successivo dichiara al punto 7 che "gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica." Ciò comportava la confisca dei beni e l'internamento nei campi di concentramento o nelle carceri da dove venivano consegnati ai tedeschi per essere avviati ai campi di sterminio. In realtà la caccia all'ebreo era già cominciata all'indomani dell'armistizio siglato l'8 settembre 1943 tra l'Italia e gli alleati con gli eccidi del lago Maggiore, la razzia degli ebrei di Merano e quella degli ebrei romani del 16 ottobre 1943 per mano dei nazisti. Così dopo 5 anni dalle inique leggi razziali che li avevano emarginati, gli ebrei vennero sistematicamente arrestati, imprigionati ed avviati nei campi di transito per essere poi deportati nei lager dell'Est a morire per gas. Sulla storia della deportazione degli ebrei italiani dal '43 al '45 verso i campi di sterminio, un contributo risolutivo è rappresentato dal " Libro della memoria" di Liliana Picciotto Fargion. Frutto di una ricerca decennale, la rigorosa e sistematica documentazione dedicata agli ebrei italiani sterminati nei campi nazisti, ha il grande merito di aver restituito un volto ed una storia ad ognuna delle migliaia di vittime. I deportati ebrei dall'Italia e dal Dodecanneso tra il '43 e il '45 furono 8566 oltre un numero imprecisato di ebrei stranieri o italiani che non erano iscritti alle comunità ebraiche che portano il totale a ben oltre 9000. Il primo segnale dell'applicazione all' Italia della decisione presa a Vansee' risale al 23 settembre quando Himmler inviò a tutte le autorità naziste l'ordine di arrestare tutti gli ebrei ed il loro invio in Germania entro il 1° ottobre. Per quanto si riferiva a Roma, Himmler pregava Kappler di attuare senza indugi tutte quelle operazioni preliminari atte ad assicurare la fulmineità e la segretezza dell'operazione.


Nel gergo della Gestapo Heichmann chiamava " SAMSTAGSHLAG" cioè sorpresa del sabato, il colpo sferrato agli ebrei proprio nel giorno che essi dedicano alla preghiera ed al riposo. Infatti a Merano la prima deportazione degli ebrei avvenne il 9 ottobre 1943 sabato e giorno di Kippur. La prima razzia nella sinagoga di Firenze avvenne di sabato 6 novembre e si ripeté ancora una volta di sabato il 27 novembre. Nell'alba piovosa di un altro sabato, il 16 ottobre 1943, i tedeschi circondarono il ghetto di Roma, penetrarono nelle modeste case dei rioni S.Angelo e Campitelli e dei vicini quartieri di Regola e Trastevere e arrestarono 1259 ebrei. Né il sesso né l'età né la malferma salute né benemerenze di alcun tipo mitigarono questa barbarie: vecchi, bambini, malati, moribondi, donne in avanzato stato di gravidanza, tutti furono ugualmente prelevati e concentrati nel cortile del collegio militare. Qui il giorno 17 nacque un bambino. Invano fu chiesto di ricoverare la mamma e il bimbo appena nato all'ospedale S.Spirito che dista appena 100 metri.
Armi alla mano e su precisi elenchi nominativi, i tedeschi perquisirono tutte le case del ghetto. Per tutta la mattina dilagò su Roma l'ondata di terrore e di angoscia che seguiva il percorso dei veicoli della razzia. Delle 1252 persone arrestate, 230 vennero rilasciate perché o erano figli di matrimoni misti o perché cittadini di potenze neutrali. Così il 18 ottobre, 1023 innocenti – compreso il bambino, ancora senza nome, nato al Collegio Militare - vennero stipati nei carri bestiame e destinati al lager Birkenau/Auschwitz dove giunsero il 23 successivo; tra questi una donna cattolica cui era stato affidato un bambino ebreo e che non dichiarò mai la propria identità per non lasciare il piccolo.


Di essi superarono la selezione per il gas 47 donne e 149 uomini cioè uno scarso 20 % sul totale del gruppo romano. Gli altri, compresa la puerpera ed il bambino ancora senza nome nato nel collegio militare, furono divorati dalle fiamme il giorno stesso. I superstiti di questo trasporto furono 15 uomini e 1 donna.


Così descrive David Rousset nel suo "Univers Concentrationnaire" l'arrivo al lager:
"all' alba, sotto la durezza delle luci, le SS calzano gli stivali con i bastoni in pugno. gli uomini accovacciati per saltare dai vagoni, accecati dalle bastonate, si urtano, si lanciano, si spingono, cadono, affondano i piedi nella neve sporca, pieni di paura, ossessionati dalla sete, con gesti allucinati" e prosegue: " il gregge si accalca nel fango, le caviglie si contorcono sugli zoccoli piatti. i muri trasudano di luce e ingigantiscono in maniera sproporzionata. i gruppi si sostengono l'un l'altro e brancolano verso le baracche. In un'ora buffa l'uomo ha perso la sua pelle".
Ascoltiamo ora Edith Bruck nel suo bellissimo "Lettere alla madre" che mi ha fatto piangere un fiume di lacrime: " Tutta la nostra speranza era di trovare qualcosa da mangiare; un boccone né troppo magro né troppo marcio da trovare tra i rifiuti. Felici se il soldato ci allungava la gavetta da lavare,da leccare di nascosto."
Come si evince dalla lettura dei brevi brani di Rousset e di Edith, la guerra contro gli ebrei non era soltanto finalizzata al loro sterminio ma anche alla loro tortura, alla loro umiliazione, alla loro disumanizzazione prima di essere gettati alle fiamme. I prigionieri del lager non avevano più nome non vivevano né morivano secondo le leggi di questo mondo, il loro nome era " Haftlinge" (prigioniero) e la loro identità era il numero tatuato sul braccio sinistro.
Qual è stata la ragione di quest'odio freddo e determinato contro una minoranza sociale e religiosa che attraverso i secoli ha tanto contribuito alla civiltà e al suo progresso ? Perché quest'odio ha trovato tanta rispondenza sia in Germania che nella gran parte dei paesi occupati ? Che cosa rese possibile questi eventi incredibili ?

La classica risposta del fanatismo razziale combinata col potere senza limiti, non può soddisfare. L'interrogativo del "perché" non può avere risposta e noi dobbiamo interrogarci sul "come":
come è stato possibile che degli uomini, con scatenate energie rivolte al male, poterono raggiungere il potere;
come essi poterono infettare e iniettare paura ed esitazione negli altri;


come rapidamente e senza incontrare difficoltà, ben prima della seconda guerra mondiale divennero ladri ed assassini di professione;
come hanno potuto agire da predatori, scovare uomini, donne e bambini senza colpa al solo scopo di ucciderli;

come senza nessuna limitazione essi coprirono l'Europa di una rete di lager dove gettarono e uccisero un numero incredibile di esseri umani strappati alle loro case;


ed infine!

come questi assassini dopo aver derubato gli ebrei della loro casa, dei loro beni, della loro forza della loro famiglia, tolsero loro l'unica cosa che era rimasta: la vita.


Di fronte a questa immane tragedia che cosa possiamo fare, cosa dobbiamo fare noi sopravvissuti della Shoà? qual'è il nostro compito? qual'è la nostra responsabilità ?

Gridare e batterci perché questa tragedia non possa accadere mai più e ricordare le vittime ogni giorno, ogni ora della nostra vita. Parlare ad alta voce senza riguardo e senza timore per coloro che a milioni furono gasati e gettati alle fiamme.

Ha scritto Primo Levi: " il male di Auschwitz ha contaminato gli uomini e si è diffuso come una pestilenza. Se non lo si fronteggia subito il contagio diventa inarrestabile".


Siamo qui oggi per portare la nostra testimonianza di ex deportati a Auschwitz. Lo facciamo, con tanta fatica e sofferenza, perché sentiamo il dovere di offrire il nostro contributo affinché il morbo di Auschwitz che, sia pure sotto altra forma è sempre presente, venga fermato.

E' giunto il momento che le nuove generazioni raccolgano il testimone della nostra memoria e che diventino i nuovi testimoni, perché il ricordo di quella immane tragedia non vada perduto e serva di monito per il presente e per il futuro.


* Piero Terracina nasce a Roma nel novembre 1928. Deportato ad Auschwitz Birkenau con tutta la famiglia e liberato dall’Armata Rossa il 27 gennaio 1945, fa ritorno a Roma solo nel dicembre dello stesso anno. Ha svolto diverse attività e da oltre un ventennio si dedica alla testimonianza  dell’atroce esperienza che ha vissuto.
 

 


 




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28 settembre 2010

Gerusalemme non finanzi più Ong pacifiste e anti-israeliane

Angelo Pezzana
a destra l'accusa di "Im Tirzu" contro Naomi Chazan (foto in centro) con corno verde

Negli ultimi anni Israele ha dovuto non solo confrontarsi con i nemici esterni (terroristi palestinesi, libanesi, siriani, iracheni, iraniani), ma anche con un avversario in patria, particolarmente insidioso, perché sotto la copertura di un non meglio precisato “pacifismo”, ha quasi sempre portato avanti gli argomenti di chi vuole la distruzione dello Stato sionista. Finora, in nome della democrazia, tutti questi gruppi sono stati accettati e addirittura finanziati con soldi pubblici. I risultati sono però stati devastanti, e improvvisamente anche l’opinione pubblica israeliana si è svegliata e ha detto basta, dopo aver scoperto che, ad esempio, gran parte delle informazioni contenute nel Rapporto Goldstone sulla guerra a Gaza del gennaio dello scorso anno erano state fornite non solo da Hamas, come molti avevano creduto, ma da quelle ong (organizzazioni non governative) israeliane che anche i lettori di Libero conoscono, avendone raccontato imisfatti in diversi articoli. I loro nomi sono B’Tselem, che ha come obiettivo lo smantellamento dei posti di blocco, come dire via libera all’ingresso di chi vuole farsi esplodere fra i civili israeliani, poi l’Associazione per i diritti civili, quella dei Medici per i diritti umani, una selva di sigle dai nomi accattivanti, ma tutte con il preciso obiettivo di mirare a colpire l’imma - gine di Israele a livello internazionale, grazie ai fondi milionari raccolti in tutto il mondo dal Nif (New Israel Fund), un’organizzazione ritenuta fino ad oggi semplicemente umanitaria, mentre in realtà eseguiva gli ordini dei “benefattori”, in gran parte fondazioni americane, come Ford, Soros, Carter e, in parte, anche la Lega Araba. Su Maariv, il giornalista Ben Caspit ha calcolato che il bilancio annuale del Nif è di 25 milioni di dollari annui, distribuiti a pioggia in nome della difesa della democrazia, in realtà vanno a finanziare qualunque azione che diffami Israele a livello mondiale. La presidente, Naomi Chazan, è adesso sotto inchiesta parlamentare, dopo che l’atti - vità della sua organizzazione è diventata di pubblico dominio grazie alla denuncia presentata da “Im Tirzu”, un gruppo di giovani che si definiscono nuovi sionisti, nel senso che ne vogliono riproporre i valori. La sinistra di Meretz,ma soprattuto le varie Ong che rischiano di vedersi tagliare i fondi, hanno subito gridato alla caccia alle streghe, senza per altro aver individuato chi possa essere il Joseph McCarthy locale in arrivo. La verità è che è saltato in aria un perverso sistema di finanziamento, pericoloso per la sicurezza interna di Israele. Speriamo che l’indagine parlamentare non abbia dei tempi all’italiana e che i riflettori siano ben puntati. Di una guerra interna parallela Israele non ne ha proprio bisogno.




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 28/9/2010 alle 8:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


27 settembre 2010

"Io, scacciata dal partito perché ebrea. Fini disse che ero pazza"

 
 
 

di Stefano Lorenzetto
Tullia Vivante, i suoi antenati fondarono le Generali. Il padre fu al fianco di D’Annunzio a Fiume. Era un’attrice agli albori della Rai. Bush la invitò alla Casa Bianca. Ma la persecuzione razziale dei troppo bravi non finisce mai. Un dirigente di An le diede della "troia e stupida oca". Poi spiegò che le stava preparando "una saponetta con incisi sopra i nomi dei campi di sterminio"
 Benito Mussolini lo fece con Ida Dalser. Gianfranco Fini lo ha fatto con Tullia Vivante. Di mezzo non c’erano, in questo caso, né un matrimonio segreto né un figlio illegittimo. Però la tecnica rimane la stessa. Una pazza che bisognava cacciare dal partito, da Alleanza nazionale. Non per farla rinchiudere e morire nel manicomio di San Clemente, che poi sarebbe vicino a casa sua, visto che Tullia Vivante abita a Venezia, tra piazza San Marco e l’Accademia. Ma da condannare alla morte civile, quello sì.
Una povera matta. È precisamente ciò che Fini dichiarò al Gazzettino e alla Nuova Venezia: «Bisogna avere compassione. Gli amici mi hanno spiegato che si tratta di una persona che non è in possesso di equilibrio mentale. Un caso umano, più che altro. Non intendo infierire su chi non ha l’equilibrio». Tullia Vivante aveva 62 anni. Oggi che sta per compierne 75 mantiene intatte, come allora, le sue facoltà psichiche e quando sente il presidente della Camera che parla di giustizia le ribolle il sangue nelle vene. Idem quando lo vede rendere omaggio alle vittime dell’Olocausto. Perché lei, israelita per parte di padre, fu estromessa da An in quanto «ebrea, troia e stupida oca», così disse un dirigente del partito, uno dei fedelissimi di Fini, durante una riunione nella sede in riviera Magellano 9, a Mestre. Fece anche di più, questo signore, e c’è una testimonianza scritta in proposito: sul ferry-boat tra l’isola di Pellestrina e il Lido, reduce da un incontro politico a San Pietro in Volta, spiegò a una militante che «stava preparando per la signora Vivante, ebrea, una saponetta con incisi i nomi dei tristemente noti campi di concentramento tedeschi».
Tullia Vivante s’indignò, protestò, querelò. Non è successo niente. «La denuncia per diffamazione che presentai alla stazione dei carabinieri di San Marco fu archiviata dalla Procura della Repubblica di Venezia. Sono proprio curiosa di vedere se verrà archiviata dalla Procura di Roma anche la denuncia per truffa aggravata presentata contro Fini per lo scandalo della casa di Montecarlo. Se tanto mi dà tanto...».
La «stupida oca» era, ed è, tutt’altro che stupida. Se lo fosse, il primo stupido sarebbe proprio Fini, che il 22 gennaio 1994 la accolse come delegata all’assemblea costituente di Alleanza nazionale e nel marzo successivo la candidò alle elezioni politiche per il Senato nel collegio di Chioggia-Mirano. E stupidi sarebbero i quasi 12.000 aennini che le diedero il loro voto. E più stupidi ancora gli iscritti veneziani che in un sondaggio Diacron la indicarono al primo posto nel gradimento elettorale in An.
Pare anche piuttosto improbabile che il presidente degli Stati Uniti il 7 gennaio 2005 abbia vergato un biglietto - l’ho fra le mani - in cui invitava la signora veneziana alla Casa Bianca per il successivo 20 gennaio in occasione del discorso d’apertura del suo secondo mandato («You are cordially invited to our inauguration!»), e poi abbia scritto di proprio pugno anche l’indirizzo sulla busta e appiccicato un’etichetta adesiva che recava battuto a macchina «George W. Bush - Washington DC - USA», se la destinataria fosse stata soltanto una «stupida oca».Come presidente del circolo culturale Margaret Thatcher, carica che ricopre tuttora, prima di ricevere lettere autografe dalla stessa Thatcher e da statisti di mezzo mondo, la Vivante era diventata la pasionaria del manifesto. Ne ha fatti affiggere a decine, sui muri di Venezia, tutti sormontati dal Leone di San Marco con la spada in pugno, la coda alzata e la zampa sul libro chiuso, iconografia che nella tradizione popolare corrisponde alla condizione di guerra della Serenissima: contro la magistratura che aveva alloggiato in una lussuosa villa il criminale Felice Maniero, boss pentito della mala del Brenta, accusato di sette omicidi; contro il ponte di Calatrava; contro il sindaco Massimo Cacciari che lasciava la città in balia dei 30.000 colombi e delle loro 75 tonnellate di guano depositate ogni anno sui monumenti; contro la gestione fallimentare del casinò municipale. Ma anche contro l’insabbiamento dello scandalo Mitrokhin, contro Scalfaro, contro «Castro l’affamatore» ricevuto da «Prodi ridens», contro i crimini del comunismo. Troppa visibilità. L’hanno fatta fuori.
Era questo che cercava? Visibilità?
«Detto onestamente: mai avuto bisogno di farmi notare. Adesso mi vede vecchia, ma da giovane sono stata indossatrice e attrice. Ho recitato con Emma Gramatica in Tra vestiti che ballano di Rosso di San Secondo. Agli albori della televisione fui scritturata dalla Rai per gli sceneggiati Don Pasquale, Il sogno di un valzer, Werther, Musica in vacanza, Il revisore, L’impazienza del capitano Tic, Wunder bar. Erminio Macario m’avrebbe voluto nella sua rivista, ma mio padre, che era un tipo all’antica, me lo impedì. Me ne magnavo diese de Carfagne. Infatti feci colpo sul più bel maschio di Milano».
Chi?
«Il mio povero marito, Sandro Failoni, nipote del direttore d’orchestra Sergio Failoni, lo scopritore di Maria Callas, che aveva assunto come bambinaia a New York quando lui si esibiva al Metropolitan; era il sostituto di Arturo Toscanini alla Scala, morì stroncato da un aneurisma sul podio mentre dirigeva un’opera di Richard Wagner. Abbiamo avuto due figlie: Alessandra, vicequestore a Roma, e Ginevra, che abita a Siena e insegna in un’università statunitense».
Quindi esclude d’aver sgomitato dentro Alleanza nazionale per farsi strada?
«Capisco che lei non sappia nulla dei Vivante, mi permetta di chiarirle un po’ le idee. I miei antenati Jacob, Lazaro e Vita ebbero in pagamento l’abbazia di San Zeno a Verona per aver approvvigionato l’armata di Napoleone. Giuseppe Giacomo, convertitosi al cristianesimo, nel 1796 aveva commissionato allo scultore Antonio Canova la celeberrima Ebe oggi custodita nella Nationalgalerie di Berlino. I Vivante divennero proprietari della Banca austriaca di Trieste e furono tra i fondatori delle Generali. A Venezia disponevano di una flotta formata da 17 navi che solcavano il mar Mediterraneo e l’oceano Atlantico. Mio padre Mario, pilota, era amico del Duca d’Aosta e di Gabriele D’Annunzio. Partecipò col Vate all’impresa di Fiume. Negli anni Venti fu federale di Trieste. Fondò il Venezia football club. Nel novembre del 1953 la qui presente era in piazza a protestare quando il Governo militare alleato aprì il fuoco sui giovani che chiedevano l’unione di Trieste all’Italia, uccidendone sei. Le pare che abbia bisogno di pubblicità?».Ma i Vivante sono triestini o veneziani?
«Di Corfù. Per temperamento io penso di essere la reincarnazione di Rachele Vivante, che nel 1776, appena diciassettenne, scappò di casa, si fece battezzare e sposò il conte Spiridione Bulgari per non doversi maritare col cugino Menachem, come avrebbe voluto suo padre. Ma ho preso molto anche da mio papà, che nel 1920 si vide infliggere dal comandante D’Annunzio tre giorni di arresti semplici perché aveva tolto un bullone a un aereo: voleva impedirne il decollo per una disputa d’onore. Considerato “cavaliere di tutti gli ideali”, si batté anche in diversi duelli».
Avete patito le persecuzioni razziali?
«Mio fratello Guido, primo di cinque figli, finì nel lager di Beniaminów, in Polonia, con Giovannino Guareschi. Nostro padre riuscì a fuggire e ad arruolarsi con gli americani. Io frequentavo le elementari dalle monache di Notre Dame de Sion. A Natale avrei dovuto recitare Noël in francese ma suor Maria Bernardina me lo impedì perché ero mezza ebrea. In via Tigor i ragazzi mi prendevano a sassate per lo stesso motivo. Appena sentivamo un drappello di nazisti in marcia, il cuore ci saliva in gola: ecco, vengono a prenderci, pensavamo. I vicini di casa ci denunciarono tre volte. Immagini che cosa avrebbe fatto Joseph Mengele a me e a mia sorella Gianna, gemelle omozigoti. Ancor oggi, se un controllore mi si avvicina mentre sono immersa nella lettura del giornale sul vaporetto, ho uno sguizzo di paura incontrollabile».
Però Sandro Romanelli, presidente della Comunità ebraica di Venezia, sostiene che il suo nome non compare nei registri.
«Nel 1942 figuravo nell’“Elenco Misti. Rubrica B” all’anagrafe della razza presso la prefettura di Trieste, numero 2118 (mostra la fotocopia, ndr), e tanto mi basta. Il fatto di non frequentare la sinagoga non mi ha impedito, quando abitavo a Roma, di mandare le mie figlie alla scuola ebraica di lungotevere Sanzio e di regalare alla Comunità israelitica di Venezia 150 milioni di lire per il restauro dell’antico cimitero ebraico del Lido».
Con questi trascorsi, non le ripugnava aderire a un partito nato dalle ceneri del Msi, che s’ispirava al fascismo?
«Ha ragione. Ma la guerra civile non può continuare all’infinito. Io nasco einaudiana nel Pli. Rappresento la destra storica a Venezia, sono una seguace di Edmund Burke, il Cicerone britannico. Entrai in An con Domenico Fisichella e molti altri che non erano mai stati fascisti. Pensavo che si potesse chiudere per il bene del Paese una brutta pagina di storia».
E invece che cosa accadde?
«Alleanza nazionale, dopo tutto il lavoro che avevo svolto, mi escluse sia dall’esecutivo provinciale che dalle liste per le elezioni comunali. Nessuna spiegazione. Dopodiché ricevetti per posta una lettera anonima in cui si diceva che un dirigente di An mi aveva definito “ebrea, troia e stupida oca”. Passi per ebrea: è vero a metà. Passi per troia: l’occasione fa l’uomo ladro, e talvolta anche la donna. Ma stupida oca proprio no! Deve ancora nascere quello che dà impunemente della stupida oca a Tullia Vivante. Tappezzai di manifesti tutta Venezia».
Ma lei va a fidarsi delle lettere anonime?
«No di certo, e infatti non presentai denuncia. Però tenga presente che nel frattempo mi avevano cacciata senza alcuna motivazione. Quand’ecco mi arrivò per posta un’altra lettera firmata (me la esibisce, ndr), nella quale la signora M.S. mi informava sdegnata che quello stesso dirigente aveva manifestato ad alta voce, su un mezzo di trasporto pubblico, l’intenzione di prepararmi una saponetta con impressi sopra i nomi dei campi di sterminio nazisti».Ha incontrato questa signora?
«Certo, è una giovane donna che abita al Lido, mamma di una bimba. È pronta a testimoniare. C’è anche gente buona in giro, sa? Ma avevano ragione gli amici ebrei che mi rimproveravano: “Tullia, come puoi fidarti? Non ti ricordi che quelli lì erano gli stessi che ci portavano ai treni diretti verso le camere a gas?”. Era proprio vero. La nuova destra non è mai nata. Fascisti e comunisti non diventano mai ex. Le loro radici sono di sinistra. Tant’è vero che oggi Fini è tornato alla casa madre. Mi sono illusa di poter aggregare un movimento politico-spirituale che difendesse i valori del conservatorismo, e cioè l’etica dell’aristocrazia, che è l’onore, l’etica del cristianesimo, che è la carità, e l’etica del movimento operaio, che è la solidarietà».
Invece di denunciare Fini, non poteva prima chiedergli conto della malefatte dei suoi ex camerati veneziani?
«Scusi, eh, ma le pare che mi metto a discutere con un signore che mi ha dato della pazza sui giornali? Abbia pazienza! Un vecchio missino, un fiscalista che si chiama Mario Manzelle, mi ha detto: “Con Giorgio Almirante non sarebbe mai successo. Ti avrebbe convocata a Roma per capire chi ti aveva insultato e perché”. Io scrissi alla senatrice Maria Ida Germontani, coordinatrice nazionale delle politiche femminili di An. Neanche mi rispose. Ora, presso tutte le culture, dai Bantu ai Maori, ci sono i saggi che governano e i giovani che combattono. Si vede che Fini è un gradino sotto i Bantu: non ha mai insegnato ai suoi scagnozzi il rispetto per i saggi. Infatti è stato il primo a darmi della vecchia pazza. I sovietici facevano lo stesso: ospedali psichiatrici e gulag nella Kolyma. Gliel’ho detto che è un comunista ridipinto».
Un contatto diretto con Fini l’ha avuto?
«Certo che l’ho avuto. Andai a Roma con l’ingegner Pino Miozzi, figlio del famoso Eugenio Miozzi, progettista del ponte degli Scalzi e del ponte della Libertà che collega Venezia alla terraferma. Volevamo presentargli un progetto per la città messo a punto, in anni di lavoro, da fior di docenti universitari, ingegneri e studiosi, come Piero Pedrocco, Lino Natale Pavan, Alberto Pellegrinotti, Cristiano Nalesso, impegnati a risolvere tutte le emergenze, dal tapis roulant sotto il Canal Grande alla bonifica dell’area chimica di Porto Marghera. Se fosse stato commissionato alla Nomisma di Romano Prodi, lo studio sarebbe costato 10 miliardi di lire. Il circolo Thatcher elaborò Progetto Venezia gratis. Fini ci ricevette nel suo ufficio di via della Scrofa. Afferrò il malloppo, senza nemmeno aprirlo, lo appoggiò su una pila di libri e ci congedò con un “grazie, arrivederci”. Esattamente la stessa cosa che aveva fatto Mussolini a Palazzo Venezia quando mio fratello Guido, ufficiale di Marina che sul finire degli anni Trenta era stato mandato come spia negli Usa, scrisse in un rapporto che gli americani potevano riconvertire le fabbriche in una settimana e costruirsi tutti i carrarmati che volevano. Il Duce neppure lo sfogliò. Se lo avesse letto, non sarebbe mai entrato in guerra, perché l’avevamo già persa in partenza».
Che cosa pensa del presidente della Camera?
«Uno che si lascia infinocchiare dal fratello di Elisabetta Tulliani un genio non dev’essere. Gli dai in mano l’Italia, a uno così? Leggo la cupidigia di potere in ogni suo gesto».
E della conversione che lo ha portato in pellegrinaggio ad Auschwitz e al memoriale dell’Olocausto di Gerusalemme, che cosa pensa? «Sceneggiate per accreditarsi come sincero democratico e antifascista. Il Fini vero è quello che caccia un’ebrea dal partito».
Pensa che Fini sosterrà il governo come va dicendo oppure che continuerà in tutti i modi a cercare di sabotarlo?
«Non può essere fedele al governo perché è infedele di natura. Tra il bene e il male c’è l’intenzione. Questo signor Fini che intenzioni ha? Può volere il bene del governo scelto dagli italiani? Me lo dica lei. È perso, ormai».
(513. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

 




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