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31 agosto 2010

Ecco come Israele affronta i dilemmi etici nella guerra al terrorismo

Da un editoriale del Jerusalem Post
È stato recentemente presentato da Israele all’Onu un rapporto intitolato “Gaza Operations Investigation: Second Update” (Indagine sulle operazioni a Gaza: secondo aggiornamento). Si tratta di una risposta alle accuse di “crimini di guerra” mosse dal rapporto Goldstone a proposito dell’operazione anti-Hamas nella striscia di Gaza cominciata a fine dicembre 2008 e durata 22 giorni.
Vale la pena scorrere con attenzione le 40 pagine di questo rapporto (è disponibile in inglese sul sito del ministero degli esteri israeliano). Leggerlo permette di arricchire la propria consapevolezza dei dilemmi etici che lo stato d’Israele deve affrontare nella sua lotta contro il terrorismo. E accresce l’apprezzamento per gli elevati standard morali delle regole di ingaggio applicate dalle Forze di Difesa israeliane.
L’incidente alla moschea Al-Maqadmah, menzionato nel rapporto, è un esempio significativo. Il 3 gennaio 2009, alcuni civili palestinesi furono uccisi da un razzo israeliano che colpì l’ingresso della moschea, a Beit Lahiya (striscia di Gaza). Il rapporto del giudice Richard Goldstone (“Report of the UN Human Rights Council Fact-Finding Mission on the Gaza Conflict”) accusa Israele di eventuale crimine di guerra in relazione a quelle morti. Dopo un’indagine approfondita, tuttavia, le Forze di Difesa israeliane hanno rilevato che il razzo era stato lanciato contro due terroristi che erano stati visti sparare razzi Qassam verso le città del sud di Israele. Le altre vittime furono non intenzionali e non prevedibili.
Bisogna capire che un certo numero di fattori concorsero a causare l’infausta fatalità. Vi fu innanzitutto l’effetto “bomba a orologeria”: i due terroristi che lanciavano Qassam, e che originariamente si erano posizionati vicino a un ospedale, dovevano essere neutralizzati prima che potessero fuggire e lanciare altri razzi contro i civili israeliani. I comandi delle Forze di Difesa israeliane che autorizzarono l’attacco non sapevano che l’edificio, privo di minareto, fosse una moschea. Un solo capitano che si rese conto della circostanza ma che non lo disse nei pochi minuti, se non secondi, intercorsi fra l’autorizzazione all’attacco e la sua esecuzione, è stato punito per questo con il divieto di continuare a servire nelle Forze di Difesa in posizioni che implichino decisioni di vita o di morte. È stato inoltre accertato che il comando israeliano non sapeva che una porta che dava accesso all’interno della moschea era aperta. Furono le schegge del razzo ad uccidere i civili che si trovavano all’interno. Infine, due ufficiali israeliani scelsero un razzo più potente di quello autorizzato perché il razzo che era stato approvato non era immediatamente disponibile e, mentre il tempo stringeva, non si vedevano civili palestinesi nella zona. Anche questi ufficiali sono stati puniti per questa loro decisione.
L’incidente della moschea Al-Maqadmah, una delle 47 indagini penali condotte da Israele, mette in luce i laceranti dilemmi morali che il paese deve continuamente affrontare quando si trova in situazioni belliche non convenzionali. Hamas lancia sistematicamente razzi dall’interno di aree civili densamente popolate, usando intenzionalmente e cinicamente gli abitanti di Gaza come scudi umani. Israele in risposta deve affrontare scelte difficili, compiute sul filo dei secondi. Lanciare un’offensiva contro Hamas a Gaza provoca inevitabilmente la morte non intenzionale anche di non-combattenti; ma astenersi dall’intervenire contro i terroristi espone Israele al fuoco dei mortai e dei Qassam di Hamas. Lanciare missili a lunga gittata contro i terroristi di Hamas asserragliati nelle zone abitate evita di esporre i soldati israeliani a gravissimi pericoli entrando in zone altamente pericolose per neutralizzare i terroristi in modo più “chirurgico”; d’altra parte, la guerra “dall’alto” aumenta la possibilità di provocare morti civili non intenzionali.
Non esistono risposte facili a questi dilemmi etici, benché sia del tutto ovvio che Israele anteponga la tutela della vita dei suoi cittadini, civili e militari, alla tutela delle vite nella parte nemica, combattenti e non-combattenti, specialmente quando molti di questi “non-combattenti” sostengono attivamente il terrorismo in modo diretto e indiretto. Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e gli altri paesi occidentali che hanno forze impegnate in Iraq e Afghanistan non si comportano diversamente, e spesso anzi con molti meno scrupoli morali.
Naturalmente si può sempre far meglio, e Israele si adopera in questo senso adottando costantemente nuove misure, come ad esempio l’impiego di “ufficiali per gli affari umanitari” in ogni unità dal livello di battaglione in su, o le ulteriori restrizioni all’uso del fosforo bianco al di là dei limiti previsti dalle leggi internazionali.
In guerra, perseguire un’assoluta perfezione etica è un obiettivo vano, che non sarà mai raggiunto. Ma nel fare i conti con sfide quasi impossibili, proprio il comportamento di Israele dimostra che gli stati democratici possono vincere guerre non convenzionali contro i terroristi senza scrupoli pur rifiutando di compromettere la propria integrità morale. La gestione da parte delle Forze di Difesa israeliane dell’incidente alla moschea Al-Maqadmah, dall’inizio fino al termine delle accurate indagini condotte, non fa che confermarlo.

(Da: Jerusalem Post, 23.07.10)

Nella foto in alto: Terroristi Hamas lanciano razzi Qassam dal cortile di una scuola (8.1.09)

Il testo in inglese del rapporto:
http://www.mfa.gov.il/NR/rdonlyres/1483B296-7439-4217-933C-653CD19CE859/0/GazaUpdateJuly2010.pdf
 




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31 agosto 2010

Giordania: Dottor Pace e Mr. Apartheid

 Mudar Zahran
Nel gennaio scorso alla televisione nazionale giordana Faisal al-Fayez, senatore giordano ed ex primo ministro, ha minacciato Israele con “6 milioni di attentatori suicidi giordani”. Fayez è considerato uno dei funzionari giordani più vicini a re Abdullah II, ed è anche un leader della tribù Bani Sakher che storicamente domina le posizioni più importanti nel regno hascemita. Un altro membro della tribù, il vice primo ministro e ministro dell’interno Nayef al-Qadi, ha preso le difese della politica ufficiale volta a spogliare della cittadinanza i giordani di origine palestinese: una politica che finora ha determinato la snaturalizzazione di oltre 2.700 persone, stando a un recente rapporto di Human Rights Watch. In un’intervista a un giornale panarabo edito a Londra, Qadi ha detto che “la Giordania dovrebbe essere ringraziata per aver preso posizione contro le ambizioni israeliane di svuotare la terra palestinese dalla sua popolazione”, cosa che egli descrive come “l’obiettivo segreto israeliano di imporre una soluzione al problema dei profughi palestinesi a spese della Giordania”. E poi lo stesso re Abdullah, con un gesto di rara insensibilità verso Israele, ha esteso condoglianze ufficiali alla famiglia a ai seguaci di Muhammad Hussein Fadallah, il leader spirituale di Hezbollah recentemente scomparso.
Le ragioni della recente linea di ostilità della Giordania verso Israele sono profondamente radicate nella struttura stessa dello stato. La Giordania è un paese a maggioranza palestinese che tuttavia concede ai palestinesi poca o nessuna possibilità di coinvolgimento in tutti gli enti ed organismi, politici o esecutivi. Questa assenza di rappresentanza politica e legislativa dei giordani di origine palestinese è stata rafforzata da decenni di sistematica esclusione da tutti gli ambiti della vita sociale fino al punto di privarli di diritti civili fondamentali in materie come istruzione, impiego, abitazione, previdenza statale e perfino nelle potenzialità d’impresa; il tutto sviluppato in un apartheid di fatto non diverso da quello che era in vigore in Sud Africa, a parte la ratifica ufficiale.
Questo ben oliato sistema di apartheid ha creato vantaggi sostanziosi per gli abitanti originari di Transgiordania che dominano in tutti i posti importanti del governo e delle forze armate, insieme a uno stretto controllo delle agenzie di sicurezza, in particolare l’influente Jordanian General Intelligence Department; col risultato che le tribù transgiordane acquisiscono sempre maggiore supremazia sui loro connazionali di origine palestinese. Il fatto che i transgiordani si trovino molto bene nella situazione attuale dà motivo ai funzionari giordani di preservare lo status quo e di adoperarsi per estenderlo, tanto più che l’inerme maggioranza palestinese non ha voce in capitolo e può fare ben poco contro queste condizioni.
La determinazione dei transgiordani di mantenere i loro privilegi è rimasta incontrastata fino ad anni recenti quando la comunità internazionale, mentore del processo di pace, ha introdotto nelle sue dinamiche uno degli impegni più critici della Giordania nel trattato di pace con Israele, quello secondo cui la Giordania è tenuta a negoziare le condizioni delle persone sfollate da entrambe le parti.
Quando i giordani di origine palestinese si spostarono in Giordania, nel 1967, erano cittadini giordani che legalmente si trasferivano all’interno del loro stesso paese, giacché diciannove anni prima la Giordania aveva dichiarato la Cisgiordania parte integrante del regno hascemita. Quindi, lo spostamento dei palestinesi in Giordania era paragonabile allo spostamento di un americano da New York al New Jersey (o di un italiano da una regione a un’altra): un fatto difficile da assorbire per il governo giordano, in quanto impone che i cittadini di origine palestinese siano eguali agli altri sul piano dei diritti e quindi che abbiano diritto di rappresentanza politica. Questo concetto avrebbe inferto un colpo all’élite privilegiata dominante, e dunque ha suscitato tra i transgiordani una drammatica impennata del nazionalismo estremista e un ampio sostegno alle politiche di apartheid del governo, che spingono i palestinesi a credere che dovrebbero ritornare in “Palestina” come loro paese d’origine.
Dal 2008 i transgiordani abbracciano l’ostilità verso Israele facendo voto di “liberare la Palestina” come pretesto per escludere ulteriormente i giordani di origine palestinese, invocandone una generale snaturalizzazione allo scopo di esercitare pressione su Israele. Richieste in questo senso hanno trovato larga eco sui mass-media, che sono strettamente controllati dai servizi segreti giordani. I nazionalisti estremisti si sono spinti fino ad allinearsi con i fondamentalisti islamisti pur di propugnare la loro causa, in quanto entrambi hanno interesse a trasformare i giordani di origine palestinese in profughi piuttosto che cittadini. I salotti conservatori nazionalisti anti palestinesi/anti israeliani di Amman chiedono di minacciare Israele con quella che descrivono come la bomba demografica palestinese, cioè spedendo palestinesi in Israele.
Lo stato giordano sembra sottoscrivere quest’idea attraverso il sostegno al processo in atto volto a spogliare i palestinesi in Giordania dei loro diritti di cittadinanza. Benché ciò sia stato fatto finora solo a poche migliaia di persone, la cosa viene vista come una vittoria dei nazionalisti estremisti.
Ma si tratta di una tendenza che pone una grave minaccia alla stabilità regionale e alla sicurezza nazionale di Israele. La Giordania non può mantenere la sua politica di apartheid. La comunità internazionale deve mettere in chiaro alla Giordania che la pace e l’integrazione dei suoi stessi cittadini non sono favori che fa a Israele o a qualunque altro paese.

(Da: Jerusalem Post, 24.07.10)

Nell’immagine in alto: Una mappa turistica della Giordania (tuttora presente su internet) comprendente anche la Cisgiordania.




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31 agosto 2010

A un professore di Gerusalemme il “Nobel” della matematica

 
Elon Lindenstrauss, dell’Einstein Institute of Mathematics dell’Università di Gerusalemme, ha ricevuto lo scorso 19 agosto il premio Fields Medal per il 2010. La Fields Medal, assegnata ogni quattro anni, è internazionalmente considerata come il “Premio Nobel” della matematica. Lindenstrauss è il primo israeliano che riceve la medaglia.
La Fields Medal viene assegnata a studiosi sotto i 40 anni per risultati eccezionali nella matematica. Lindenstrauss ha ricevuto la medaglia a Hyderabad, in India, all’apertura dell’International Congress of Mathematicians, organizzato ogni quattro anni dalla International Mathematical Union. Il prestigioso riconoscimento gli è stata consegnato dal presidente dell’India, Shrimati Pratibha Patil.
Il premio Fields è così chiamato dal nome di J. C. Fields, un matematico dell’Università di Toronto che fu segretario dell’International Congress of Mathematicians in quella città nel 1924. Fields donò i fondi per costituire il premio e stabilì i criteri per assegnarlo: deve andare a qualcuno che abbia un grande potenziale futuro e che abbia già dimostrato successi significativi nel campo. La medaglia quest’anno è stata assegnata ad altri tre studiosi oltre a Lindenstrauss.
Elon Lindenstrauss è un matematico di seconda generazione. Suo padre, Joram Lindenstrauss, professore emerito all’Einstein Institute of Mathematics dell’Università di Gerusalemme, è un vincitore del Premio Israel per la matematica, nonché membro della Academy of Sciences and Humanities.
Elon Lindenstrauss laureato col programma Talpiot delle Forze Aeree Israeliane per studenti eccellenti, è maggiore nella riserva delle Forze di Difesa israeliane ed è vincitore del Premio Israel della Difesa. Nato nel 1970, ha una laurea in matematica e fisica più master e Ph.D. in matematica, tutti conseguiti all’Università di Gerusalemme. Dopo il Ph.D. ha lavorato negli Stati Uniti all’Institute for Advanced Study di Princeton (New Jersey) e alla Stanford University. È stato anche professore alla Princeton University. Dal 2008 è professore all’Università di Gerusalemme. È sposato e ha tre figli. La famiglia vive a Gerusalemme.
Elon Lindenstrauss ha già vinto numerosi premi nel passato, a partire dal suo lavoro come studente fino a premi da parte di associazioni matematiche professionali in Europa e Israele.
“Il prof. Lindenstrauss – commenta Alex Lubotzky, suo collega all’Einstein Institute of Mathematics dell’Università di Gerusalemme – ha ricevuto la medaglia Fields Medal in riconoscimento della sua ricerca della soluzione di alcuni dei problemi più difficili e complessi nella teoria dei numeri”. Lubotzky sottolinea che il lavoro di Lindenstrauss “ha una forte base in metodi sviluppati dai matematici dell’Università di Gerusalemme” e sostiene che, benché gli studenti israeliani ultimamente non si siano qualificati bene nei test internazionali di matematica, Israele sta ancora nell’élite della ricerca matematica d’eccellenza. Lubotzky definisce la matematica il “Talmud laico”, in quanto è apprendimento fine a se stesso; tuttavia la storia ha dimostrato che questo apprendimento porta un gran numero di benefici pratici per l’umanità. La prova dell’eccellenza di Israele in matematica, dice, si può vedere nel ruolo di primo piano che i matematici israeliani hanno nella Intentional Mathematical Union, l’appartenenza alla quale viene decisa in base alla qualità e quantità della ricerca individuale. “Israele è una delle dieci maggiori e più autorevoli delegazioni rappresentate nell’organizzazione”, osserva Lubotzky.
Il presidente dell’Università di Gerusalemme, prof. Menahem Ben-Sasson, dice che “Israele è davvero una potenza matematica, ma finora non aveva ancora vinto questa importante medaglia Fields. Il limite di età a 40 anni – fa osservare – costituisce certamente un ostacolo per i giovani ricercatori israeliani che devono iniziare la carriera accademica più tardi degli altri a causa degli obblighi militari”. E tuttavia, continua, il prof. Lindenstrauss ha dimostrato che gli scienziati di talento possono superare anche questa limitazione. Persone come Lindenstrauss dovrebbero essere considerate “eroi culturali” d’Israele.
L’Einstein Institute of Mathematics dell’Università di Gerusalemme è stato fondato nel 1925, quando venne inaugurata l’università. L’Istituto è considerato il migliore nel suo campo in Israele, spiega Lubotzky, e i suoi membri sono stati insigniti dei principali premi internazionali. Tra loro figura il prof. Robert J. Aumann, vincitore del premio Nobel per l’economia nel 2005. L’Istituto vanta anche due vincitori del premio Wolf, che viene assegnato in Israele a scienziati di tutto il mondo. Sei membri dell’istituto sono vincitori dell’Premio Israel, e molti di loro sono membri della Israel Academy of Sciences and Humanities e della American Academy of Arts and Sciences. Negli ultimi due anni, cinque ricercatori dell’Istituto hanno vinto borse di studio dell’Unione Europea, il che costituisce un risultato eccezionale, conclude Lubotzky.

(Da: Università di Gerusalemme, Dept. of Media Relations, 19.08.10)




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31 agosto 2010

I capi palestinesi hanno altro per la testa

Mordechai Kedar
Chiunque abbia familiarità con le furbizie che caratterizzano gli attuali dirigenti palestinesi sa qual è la verità: dopo il previsto show a Washington, troveranno un modo per ostacolare i negoziati diretti. Netanyahu li spaventa, soprattutto per via della sua capacità politica di raggiungere un accordo: non ha una significativa opposizione sulla destra, e Kadima (il partito centrista che ha la maggioranza relativa in parlamento, ma è attualmente all’opposizione) non aspetta altro che un suo segnale per abbracciarlo e sostenerlo, saltando sul carro della coalizione il giorno in cui le formazioni minori della destra dovessero uscirne. È proprio questo ciò che temono i palestinesi, giacché loro – invece – non possono affatto concludere l’accordo.
Il primo motivo per cui non possono è la questione dei profughi. Qualunque leader arabo o palestinese che dica qualcosa che possa essere interpretata come una qualche forma di concessione sul cosiddetto “diritto al ritorno” (la formula che indica l’invasione di Israele da parte di milioni di arabi) sa che verrebbe immediatamente accusato di tradimento. E Hamas ci andrebbe a nozze. Non è un caso se il sistema educativo nell’Autorità Palestinese e nei campi profughi in Libano, Siria e Giordania continua a inculcare il concetto del ritorno in ogni modo possibile.
la dirigenza dell’Olp teme inoltre che, nel caso di un accordo per preveda esplicitamente “la fine del conflitto e di ogni ulteriore rivendicazione” (come chiede Israele), essa si ritroverebbe ai ferri corti con Siria e Libano, due paesi che vogliono sbarazzarsi dei profughi palestinesi del 1948 e dei loro discendenti. Questi due paesi potrebbero perfino sabotare l’accordo procedendo all’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi verso la neonata Palestina: che è l’ultima cosa che la dirigenza palestinese desidera.
Il secondo motivo è Gerusalemme. Sotto la leadership di un governo israeliano di destra, la spartizione della città appare un obiettivo irrealizzabile, ma la dirigenza palestinese non può presentare alla sua gente un accordo che comprenda meno del sogno indicato da Arafat: “Uno stato palestinese con la santa Gerusalemme come capitale”.
Un’altra ragione è di natura economica. Ormai da molti anni l’Autorità Palestinese vive, e la sua classe dirigente anche piuttosto bene, grazie ai fondi pubblici e governativi che le arrivano da Europa, Stati Uniti, mondo arabo e islamico. Al punto che il reddito disponibile pro capite palestinese è doppio di quello egiziano. La dirigenza dell’Autorità Palestinese teme che, una volta dichiarato uno stato palestinese indipendente, le donazioni inizieranno a scemare giacché il resto del mondo si aspetterà che i palestinesi inizino finalmente a mantenersi da soli come qualunque altro stato indipendente. I palestinesi, che si sono abituati a vivere a spese di altri, non sopportano l’idea che venga il giorno in cui dovranno guadagnarsi da vivere per conto proprio.
In conclusione, al posto di un accordo che non vogliono, i dirigenti palestinesi adocchiano un’alternativa. Si fanno infatti sempre più numerose le voci, sia israeliane sia arabe, che invocano la soluzione “ad un unico stato”, che naturalmente sarà perfettamente democratico permettendo a entrambi i popoli – ebrei israeliani e arabi palestinesi – di coesistere sulla base di un accomodamento concordato, come nel caso del Belgio. Abbastanza curiosamente, la soluzione “ad un unico stato” viene sostenuta, in Israele, sia dall’estrema destra, che non vuole rinunciare al principio dell’integrità della Terra d’Israele; sia dall’estrema sinistra, che non vede alcun problema nel condividere la propria casa (la propria sede nazionale) con gli arabi pur di far vedere a tutti quanto è liberale e illuminata.
A quanto pare, come si è visto, la soluzione “a un solo stato” piace anche a qualcun altro, e cioè alla dirigenza palestinese, giacché essa le risparmierebbe la necessità di dover concedere qualcosa per iscritto. In un unico stato la vita dei palestinesi sarebbe migliore di oggi dal momento che essi godrebbero dei diritti civili di uno stato moderno. E se a un certo punto gli ebrei decidessero di andarsene (portandosi via lo stato moderno), anche quella sarebbe una fortuna: in quel modo otterrebbero tutto il paese senza accordi e senza concessioni. E allora, perché negoziare?

(Da: YnetNews, 23.8.10)

«Nel “borsino” degli aiuti umanitari, un congolese riceve 27 volte meno soldi di un palestinese, e sette volte meno che un afgano. Un afgano riceve, ad esempio, 179 dollari all'anno contro i 25 di un congolese e i 10 di un pachistano. Insomma, ogni palestinese costa alla solidarietà internazionale circa 675 dollari l'anno e ogni pakistano 10 dollari». L’ha scritto domenica Ugo Volli sul sito web informazionecorretta.com, citando dati dal quotidiano Repubblica. Aggiunge Volli: «L'investimento massiccio sui palestinesi mostra che vi è chi ha interesse a mantener viva la questione, a rendere la condizione del profugo non provvisoria ma definitiva, insomma a far sì che la bomba a orologeria palestinese continui a ticchettare».

Nella foto in alto: Mordechai Kedar, autore di questo articolo




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31 agosto 2010

Alla scoperta di Israele AI VINCITORI: VIAGGIO-PREMIO IN ISRAELE

CONCORSO 2010/2011
PER LE SCUOLE SUPERIORI

AI VINCITORI: VIAGGIO-PREMIO IN ISRAELE

BANDO

1. In occasione del primo decennale dalla sua fondazione, il sito www.israele.net, in collaborazione con l’Associazione Italiana Amici dell’Università di Gerusalemme e il Centro d’Informazione e Studi sul Medio Oriente (C.I.S.M.O.), bandisce un Concorso per l’anno scolastico 2010/2011, rivolto a studenti dell’ultimo triennio delle scuole superiori italiane.

2. Chi desidera iscriversi dovrà inoltrare alla Segreteria del Concorso via e-mail, entro e non oltre il 30 novembre 2010, l’apposito modulo, comprensivo di un questionario atto a verificare una conoscenza di base della storia d’Israele, che sarà reperibile sul sito www.israele.net. Al modulo dovrà essere allegato un certificato che attesti l’iscrizione all'istituto scolastico di appartenenza.

3. Ottenuta la conferma dell’iscrizione, i partecipanti dovranno presentare entro e non oltre il 30 aprile 2011 un elaborato originale individuale, che potrà avere forma scritta e/o multimediale e verterà su un argomento liberamente scelto dallo studente in uno dei seguenti ambiti:
- Storia di Israele
- Letteratura/arte israeliana
- Archeologia nello Stato di Israele
- Tecnologia e scienze nello Stato di Israele
- Società e costumi dello Stato di Israele
- Religione/religioni nello Stato di Israele.

4. La Commissione Giudicatrice potrà invitare gli autori dei lavori migliori ad illustrare il proprio elaborato mediante un colloquio diretto (di persona, per telefono o via computer).

5. La Commissione Giudicatrice, il cui giudizio è insindacabile, è composta da professori e presidi di scuola superiore, specialisti della materia e rappresentanti degli enti organizzatori, e comunicherà i risultati sul sito www.israele.net entro il mese di giugno 2011.

6. I 3 migliori elaborati saranno premiati con un viaggio di studio e turismo (volo + soggiorno di una settimana), appositamente organizzato in collaborazione con l’Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo, che si effettuerà nell’autunno 2011.

Segreteria del Concorso “Alla scoperta di Israele”:
allascopertadisraele@israele.net
http://www.israele.net




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31 agosto 2010

NO , NON É ACCETTABILE CHE IN ASSENZA DI RECIPROCITÁ, SI PERMETTA A CHICHESSIA, FARE PROSELITISMO RELIGIOSO QUI A CASA NOSTRA!

RICORDIAMOCI CHE IN QUALSIASI PAESE ISLAMICO  IL POSSESSO DI UNA SOLA BIBBIA O VANGELO  É REATO  ED IL PROSELITISMO É CONDANNATO CON  LA PENA CAPITALE

 

 

 

 

"LEADER LIBICO:    ISLAM DIVENTI RELIGIONE EUROPA -       "L'Islam dovrebbe diventare la religione di tutta l'Europa". Lo ha detto il leader libico, Muammar Gheddafi incontrando a Roma centinaia di ragazze per impartire loro lezioni di Corano.

Gheddafi ci ha detto: "Convertitevi all'Islam. Maometto è l'ultimo dei profeti". Così una ragazza romana di 19 anni, ha raccontato l'incontro con Gheddafi che si è svolto nell'Accademia libica a Roma.

HOSTESS, COPIE CORANO A OLTRE 500 RAGAZZE - Copie del Corano per circa 500 ragazze: questo è stato il regalo offerto dal leader libico Muammar Gheddafi alle tante ragazze raccolte all'Accademia libica di Roma.

 

 

 

 

 

                     

TUTTO  QUELLO CHE    DEVI  SAPERE  SULL’ISLAM 

Algeri,  Novembre 2009   Fackry Massali Prefazione:

Mohamed Sabaoui : giovane sociologo dell'università cattolica di Lille, d'origine algerina, naturalizzato francese, é l’autore di queste promettenti tesi .

La nostra invasione pacifica a livello europeo non è ancora giunta a termine .. Noi intendiamo agire in tutti i paesi simultaneamente. Siccome ci date sempre più spazio , sarebbe stupido da parte nostra non approfittarne. Noi saremo il vostro “cavallo di troia.”

I Diritti dell'uomo di cui vi proclamate autori , ora vi tengono in ostaggio. Così, per esempio , se voi doveste parlarmi in questo modo in Algeria , o in Arabia Saudita , come stò facendo ora io con voi , sareste immediatamente arrestati . Voi Francesi non siete capaci di imporre rispetto ai nostri giovani. Perché dovrebbero rispettare un paese che capitola davanti a loro ? Si rispetta solo chi si teme . Quando avremo il potere noi , non vedrete più un solo immigrato dar fuoco a una macchina o svaligiare un negozio........Gli Arabi sanno che la punizione inesorabile per un ladro è, da noi , il taglio della mano

In un'intervista recente, cosi si é espresso: “”Le leggi della vostra repubblica non sono conformi a quelle del Corano e non devono essere imposte ai musulmani che possono essere governati solo dalla Sharia . Noi quindi dovremo agire per prendere il potere che ci è dovuto.

Cominceremo da Roubaix che è attualmente musulmana al 60%. Alle prossime elezioni municipali , mobilizzeremo i nostri effettivi e il prossimo sindaco sarà musulmano. Dopo aver negoziato con lo Stato e la Regione , dichiareremo Roubaix enclave musulmana indipendente e imporremo la Sharia  (la legge di Dio a tutti gli abitanti .

La minoranza cristiana avrà lo statuto di Dhimmi . Sarà una categoria a parte che potrà riscattare libertà e diritti col pagamento di una tassa speciale. Inoltre faremo ciò che serve per portarli alla nostra religione . Decine di migliaia di francesi hanno già abbracciato l'Islam di loro volontà , perché mai i cristiani di Roubaix non dovrebberofarlo?

Attualmente all'Università di Lille organizziamo le brigate della fede, incaricate di convertire gli abitanti di Roubaix riluttanti , cristiani o ebrei che siano , per farli entrare nella nostra religione, perché Dio lo vuole ! Noi siamo i più forti perché Dio l'ha voluto . Noi non abbiamo l'obbligo cristiano di portare aiuto all'orfano, al debole , all'handicappato . Noi possiamo e dobbiamo invece schiacciarli se costituiscono un ostacolo,soprattutto se sono infedeli .

 Mohamed Sabaoui ripete questi concetti fin dal 1996 quando aveva 25 anni ed era studente .Ora è sociologo ma anche cofondatore del “Comitato per la Difesa dei musulmani di Francia “ quindi rappresenta il famoso Islam delle Moschee.

Se gli Europei fossero intelligenti, cosa che leggendo quanto il mio ex compatriota afferma, dubito, avrebbero gia preso tutta una serie d’iniziative similari a quelle prese dal nostro governo proprio per evitare di trovarsi come noi ci siamo trovati  il giorno dopo le prime elezioni democratiche nel non lontano 1992.

Leggendo atentamente le prossime pagine capirete come,  Mohamed Sabaoui riassuma e ripeta nient’altro che la  línea dottrinaria della predicazione Islamica della fine degli anni settanta, quando l’Arabia Saudita destinó una gran quantitá di “filus” per la costruzione di Moschee non solo nel Magreb ma in Europa en el Medio e Lontano Oriente.

 

 

NO , NON É ACCETTABILE  CHE  IN ASSENZA DI RECIPROCITÁ,  SI PERMETTA  A CHICHESSIA,  FARE PROSELITISMO  RELIGIOSO QUI  A CASA NOSTRA!


Andtrea Storace




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31 agosto 2010

Se l’Autorità Palestinese accetta di negoziare sul negoziato

Barry Rubin
La grande notizia del momento è l’annuncio che presto vi saranno negoziati diretti fra Israele e Autorità Palestinese. Può darsi. Ma per il momento il segretario di stato Usa Hillary Clinton ha solo emanato un invito a riunirsi e parlare. Generalmente questo genere di inviti vengono emessi quando entrambe le parti hanno accettato, e tutti i dettagli sono stati definiti. Oggi, però, non lo si può più dare per scontato. Da un lato, negli ultimi tempi il governo americano non è sembrato granché preparato. Dall’altro, l’Autorità Palestinese potrebbe benissimo trovare nuove scuse per non presentarsi, o pretendere che vengano previamente soddisfatte ulteriori richieste. I baroni di Fatah permetteranno al “presidente” Mahmoud Abbas (Abu Mazen) di sedersi al tavolo dei colloqui?
La dichiarazione del Quartetto dice: “Negoziati diretti e bilaterali, che risolvano tutte le questioni relative allo status finale, devono condurre a una composizione negoziata fra le parti, che ponga fine all’occupazione iniziata nel 1967 e si traduca nell’emergere di uno stato palestinese indipendente, democratico e concretamente vitale, che viva fianco a fianco con Israele e gli altri suoi vicini in pace sicurezza”.
Vedremo se questo nuovo round di negoziati avrà luogo davvero o meno. Altra cosa che vorremmo sapere è quali sono i termini dei colloqui. Saranno concepiti nel senso di cedere a tutte le richieste dei palestinesi? Saranno organizzati in una struttura coerente? O si tratta solo di una messinscena che permetta all’amministrazione Obama di vantarsi d’essere riuscita ad avviare colloqui diretti (dopo averli ingarbugliati e aver contribuito a bloccarli per quasi sedici mesi)? È quasi divertente leggere articoli dove si sostiene che si tratta di un successo per l’amministrazione Obama. Se l’amministrazione Usa avesse davvero lavorato così bene, avrebbe potuto annunciare la ripresa nell’aprile 2009, dopo la visita di Abu Mazen a Washington. Il presidente in effetti annunciò la ripresa dei negoziati nel settembre del 2009, ma per un anno non si è visto nulla. Ed è quasi spassoso leggere resoconti della prevista ripresa dei negoziati privi di qualunque menzione al fatto che la sola ragione per cui c’è voluto così tanto tempo è stata l’opposizione dell’Autorità Palestinese a negoziati diretti. Come è possibile capire la situazione e immaginare cosa accadrà nel prossimo futuro se si tralasciano questi elementi di fatto?
Lo stesso vale per altri due fatti generalmente trascurati, relativi alla tempistica. Il congelamento israeliano di quasi un anno delle attività edilizie negli insediamenti di Cisgiordania sta per scadere. In cambio di quella concessione (che avrebbe dovuto sbloccare l’opposizione palestinese a colloqui diretti), Israele non ha ricevuto nulla. Ora verrà “ricompensato” con l’opportunità di prorogare il congelamento. Naturalmente, ne vale la pena se serve per mantenere buone relazioni con gli Stati Uniti. Ma vale anche la pena rendersi conto che l’Autorità Palestinese riceverebbe questo “premio” senza aver fatto la sua parte.
L’altra questione di timing riguarda il desiderio dell’amministrazione Obama di vantare alle elezioni di novembre i negoziati come segno di un suo successo diplomatico. Presumibilmente ciò andrà di pari passo con il completamento del ritiro dall’Iraq delle unità di combattimento, anch’esso calcolato in modo da coincidere con l’impegno elettorale a riprova del buon lavoro fatto dal governo di Washington. Va bene, Ma ciò che resta incomprensibile sul piano del puro buon senso è l’imposizione ai colloqui diretti della scadenza di un anno. L’esperienza ha ormai insegnato quanto siano insensate queste tabelle di marcia artificiali. Dopo tutto, il processo di Oslo mancò tutte le scadenze prefissate e ci mise sette anni a naufragare. Paradossalmente coloro che nel 2000 ripetevano che i negoziati dovevano essere accelerati perché il leader dell’Autorità Palestinese doveva avere “qualche risultato da mostrare alla sua gente”, oggi dicono che fu un terribile errore fare fretta ad Arafat: come se questo fosse il motivo per cui Arafat respinse la pace a Camp David e la proposta di compromesso avanzata subito dopo da Bill Clinton.
C’è poi ancora un’altra questione che viene trattata con sorprendente ingenuità. Come farà ad esserci “uno stato palestinese indipendente, democratico e concretamente vitale, che viva fianco a fianco con Israele e gli altri suoi vicini in pace sicurezza” quando circa metà del supposto stato – la striscia di Gaza – si fonda su un regime islamista estremista che persegue soluzioni genocide contro Israele? Dovrà semplicemente scomparire? Le masse palestinesi che vi vivono si solleveranno a sostegno dell’accordo negoziato con Israele? In realtà è assai più probabile che si sollevino in Cisgiordania contro di esso.
Infine, suggerisco che qualcuno nei mass-media e fra i politici inizi realmente a parlare di ciò che Israele si aspetta da un accordo negoziato. Sentiamo costantemente ripetere le richieste palestinesi – uno stato, le linee del 1967, Gerusalemme est, il ritorno dei profughi – come se fossero le uniche questioni sul tappeto. Ma se vengono ignorate le richieste di Israele – riconoscimento come stato sovrano del popolo ebraico, autentiche garanzie di sicurezza, re-insediamento dei profughi nel futuro stato palestinese, stato palestinese smilitarizzato, fine del conflitto – ciò significa sabotare i negoziati. Si rammenti che, ammesso che si arrivi a una composizione negoziata, Hamas, Hezbollah, Siria, Iran, Fratelli Musulmani ed altri cercherebbero in ogni modo di affossarla. Il livello di terrorismo e conflittualità crescerebbe ancora di più. L’Iran, ad esempio, non smetterebbe certo di rincorrere lo sviluppo di armi nucleari. L’idea che tutto, in Medio Oriente, sia legato al conflitto arabo-israeliano e che risolvendo quel conflitto si avrebbe stabilità e moderazione in tutta la regione è semplicemente infondata, e non regge a un’analisi seria della regione e delle sue dinamiche politiche.
Sarebbe ottimo se le parti arrivassero a un accordo di pace permanente, giusto e stabile. Ma è una pena sentire tanti sciocchezze sulla pace che sarebbe a portata di mano, sull’impellente desiderio che avrebbero i palestinesi di avere uno stato e di “porre fine all’occupazione”, ignorando completamente il fattore Gaza/Hamas e le richieste di Israele e molto altro ancora. Mentre finisco di scrivere questo articolo sento dire alla radio che sia gli israeliani che i palestinesi sono ansiosi di fare la pace. Mah...
I colloqui diretti non porteranno nessun grande progresso. Se l’approccio degli Stati Uniti e degli europei è essenzialmente cinico – facciamo così, in modo da poterci atteggiare a grandi statisti e mantenere le cose quiete mentre siamo occupati con Iran, Iraq e Afghanistanm – allora poco male. Il pericolo nascerebbe, invece, nel momento in cui iniziassero a prendere sul serio la loro stessa propaganda e pensassero che nascondere i conflitti reali sotto il tappeto e fare solo pressioni su Israele sia davvero la ricetta per creare una pace sostanziale, promuovere la sicurezza regionale e rispondere ai loro veri interessi strategici.

(Da: Global Research in International Affairs-GLORIA, 20.8.10)

Nella foto in alto: Barry Rubin, autore di questo articolo
 




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30 agosto 2010

Poveri iraniani, poverissime iraniane

Ha già subito la pena delle 99 frustrate, sotto gli occhi di uno dei suoi due figli. Ora Sakineh Ashtiani attende nella prigione di Tabriz, in Iran, la sentenza sul suo caso, fissata per il 21 agosto: è accusata di «complicità» nell’omicidio del marito. Rischia la morte. Questo è un nuovo appello per Sakineh Mohammadi Ashtiani, la giovane donna iraniana che rischia la condanna alla lapidazione con la presunta accusa di adulterio e di complicità in omicidio. Il Brasile le ha promesso asilo, ma l’Iran ha respinto l’offerta. Questo è un appello in extremis. È stato firmato, oltre che dall’autore di queste righe, da altre diciassette personalità, scrittori, attivisti dei diritti umani e politici, sia uomini che donne, indignati, tutti, dal persistere di questo abominio nel ventunesimo secolo: Wole Soyinka, Patrick Modiano, Milan Kundera, Jorge Semprún, Ségolène Royal, Rachida Dati, Simone Veil, Marjane Satrapi, Juliette Binoche, Mia Farrow, Bob Geldof, Taslima Nasrin, Ayaan Hirsi Ali, Jody Williams, Sussan Deyhim, Yann Richard, Elisabeth Badinter. Ci auguriamo che la loro voce trovi ascolto a Teheran.

Nella prigione di Tabriz, nella regione occidentale dell’Iran, dove è rinchiusa ormai da cinque anni, Sakineh Mohammadi Ashtiani attende ancora risposta alla richiesta di riesame del suo caso, fissata per il 21 agosto.

Sakineh ha già pagato per il suo «crimine» (da lei confessato, occorre ricordare, sotto tortura, e che secondo i suoi accusatori consiste nell’aver avuto rapporti amorosi al di fuori del matrimonio in due occasioni) subendo la pena di 99 frustate, cui è stata sottoposta in presenza di uno dei suoi due figli.

Ma ecco che alcuni mesi or sono spunta fuori una nuova e vaga imputazione, per la quale è prevista la pena di morte. E non di una morte qualsiasi, ma di morte per lapidazione!

L’opinione pubblica internazionale, inorridita davanti alla minaccia che pesa su Sakineh, ha atteso assieme all’accusata la revisione di un verdetto tanto iniquo quanto barbarico. Ma la sera dell’11 agosto si è verificata una svolta drammatica, di quelle che sono ormai diventate moneta corrente in Iran: nel corso di un programma televisivo molto seguito, il regime ha mandato in onda la cosiddetta «confessione» della donna la quale, con indosso un chador nero che la copriva per intero lasciando emergere solo un occhio e il naso, stringeva in mano un foglio di carta, quasi costretta a recitare una parte che stentava ad apprendere a memoria. Mentre il doppiaggio in farsi copriva la sua stessa voce che si esprimeva in azero, sua lingua madre, Sakineh ha confessato la sua presunta «complicità» nell’omicidio del marito.

Il suo avvocato, Hutan Kian, non ha perso tempo per ricordare che Sakineh era già stata assolta da tale accusa nel 2006. Tralasciando i sospetti più ovvi, che non è riuscito tuttavia a dissipare sulla reale identità della donna apparsa quella sera sugli schermi televisivi, nascosta sotto il velo integrale, il legale ha affermato che, a dispetto delle apparenze, la donna era stata costretta a pronunciare quella dichiarazione, ancora una volta sotto tortura.

Infine, l’avvocato ha ricordato che tali parole erano chiaramente in contraddizione con quelle riportate dal Guardian il 6 agosto in cui la stessa Sakineh spiegava di essere già stata prosciolta da quell’accusa infamante nel 2006. È chiaro che le autorità iraniane hanno mentito spudoratamente, ripescando un’imputazione già da tempo scartata, con l’unico scopo di seminare confusione nell’opinione pubblica e prepararla a una rapida esecuzione della condanna a morte. Kian ha aggiunto che la «giustizia» si accanisce sul suo caso solo «perché è una donna», che vive «in un Paese dove alle donne vengono negati i diritti più elementari».

A Sakineh viene negato il diritto fondamentale a reclamare giustizia per il semplice fatto che le è stato impedito l’accesso a un processo equo, in una lingua a lei comprensibile. («Quando il giudice ha pronunciato la sentenza — ha riferito la donna al Guardian — non ho nemmeno capito che ero stata condannata alla lapidazione, perché non conosco il significato della parola rajam. Mi hanno chiesto di firmare la condanna, e l’ho fatto, ma quando sono tornata in prigione e le mie compagne di cella mi hanno detto che sarei stata lapidata, ho perso i sensi»). Tutto ciò è stato confermato dal suo precedente difensore, l’avvocato Mohammad Mostafaei, che non aveva esitato ad attirare l’attenzione internazionale sul suo caso e che per il suo interessamento si è visto piombare addosso un mandato di arresto (si è salvato per un pelo, rifugiandosi in Turchia, dove è in attesa di un visto per la Norvegia. Non così sua moglie, Fereshteh Halimi, che è stata arrestata e trattenuta in ostaggio.) Infine, appare chiaro che, senza soffermarsi sull’orrore della condanna, i cui dettagli più ripugnanti non trovano posto in questa sede, la lapidazione è consentita dalla «legge» iraniana esclusivamente quando i parenti della vittima ne fanno richiesta (e, occorre ribadirlo, non è nemmeno questo il caso di Sakineh e della sua famiglia).

Ma al di là di tali considerazioni, che non è opportuno né auspicabile sviscerare in questo momento, è urgente intervenire subito per impedire l’esecuzione di una condanna che gli osservatori della situazione iraniana temono possa essere imminente.

È nostro dovere rispondere con urgenza alle suppliche dei figli di Sakineh, Fasride e Sajjad Mohammadi Ashtiani, che ci implorano di non chiudere gli occhi davanti a queste macabre macchinazioni del regime iraniano, per non permettere che il loro «incubo si trasformi in realtà».

A nome di Sakineh, è urgente rivolgersi alle autorità affinché venga revocata la sua condanna a morte, in qualunque forma essa sia, e la donna venga rilasciata senza indugio, riconoscendo la sua innocenza.

In Iran, ogni anno, decine di donne sono condannate alla fustigazione, lapidazione e altre forme di punizioni raccapriccianti. È nostro dovere intervenire presso le Nazioni Unite per ricordare al regime dei mullah le promesse fatte nel 2002 e nel 2008, riguardanti appunto l’abolizione di queste punizioni.

Se in questo momento è a rischio la vita di una sola donna, non dimentichiamo che sono a rischio la libertà e la dignità di migliaia di altre.

Ricordiamo infine che è a rischio anche l’onore di un grande Paese, ricco di una splendida cultura millenaria, che non può e non deve riconoscersi, davanti agli occhi del mondo, nella maschera sanguinolenta di un volto di donna sfigurato dai colpi di pietra. Pietà per Sakineh. Pietà per l’Iran.

Dal Corriere della Sera di ieri


E non è la sola purtroppo!

 




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30 agosto 2010

Liberato perché doveva morire a breve, festeggia un anno da quel giorno (ma in silenzio per prendere meglio in giro la gente onesta)

Festeggiare...in silenzio. È questo il compromesso che ha evitato un altro scontro diplomatico fra Londra e Tripoli. Materia del contendere è sempre il destino di Abdel alMegrahi, il terrorista libico accusato della strage di Lockerbie del 1988 quando 270 persone morirono in seguito all'attentato a un volo Pan Am. Ieri al-Megrahi ha celebrato il primo anno da libero cittadino dopo la condanna dei giudici scozzesi. L'alba di un giorno che non avrebbe mai dovuto vedere, secondo la corte di Edimburgo che ne decise lo scorso anno la scarcerazione per motivi di salute in quanto malato terminale.
I tre mesi di vita di cui allora parlarono i giudici si sono estesi oltre ogni previsione, arroventando la polemica per una scarcerazione, per molti dettata più dalla ragione di stato che da quella strettamente sanitaria. Tanto da indurre Londra a mettere in guardia Tripoli. «Festeggiamenti sarebbero offensivi verso i parenti delle vittime » ha avvertito il Foreign Office e così è stato.
Il malessere degli Stati Uniti è stato espresso ieri con la decisa esternazione di un gruppo di senatori americani. «Le nubi del sospetto pesano sulla liberazione di al-Megrahi» ha detto il senatore Robert Menendez chiedendo una volta di più sia a Londra sia a Edimburgo di avviare un'inchiesta. Né Londra né Edimburgo intendono farlo e hanno ribadito la tesi di sempre. Per il governo inglese quella decisione «fu uno sbaglio », per quello scozzese «fu presa in buona fede».
Anche la Casa Bianca è intervenuta, attraverso il consigliere del presidente Barack Obama per l'antiterrorismo, John Brennan, il quale ha ricordato come il suo governo si è sempre «categoricamente opposto» alla liberazione e un comunicato del segretario di stato, Hillary Clinton, ha sottolineato che alMegrahi avrebbe dovuto rimanere in carcere. Il sospetto denunciato dal senatore Menendez riguarda le pressioni che Bp avrebbe esercitato perché fossero ristabilite relazioni diplomatiche consentendo al gruppo pretrolifero di ottenere licenze in Libia. Il caso è vissuto con indignazione dall'opinione pubblica americana che vede in Edimburgo il responsabile primo della scarcerazione. Le conseguenze cominciano a farsi sentire. Si moltiplicano i siti web che promuovono il boicottaggio di prodotti scozzesi in America.
Il pasticcio di Lockerbie è lontano da una conclusione anche perché cresce la disputa fra i sanitari chiamati ad esprimere una prognosi che si è rivelata del tutto errata. A illuminare il giudizio della corte scozzese sembra sia stato, soprattutto, il parere di un giovane medico, Peter Kay, occupato part-time nella prigione dove era detenuto al-Megrahi. E se così fosse la polemica potrebbe esplodere bene oltre i limiti attuali.


Da Il Sole 24 Ore

Per chi vuole approfondire qui ci sono le "tappe intermedie" con qualche utile riflessione annessa di quest'ultimo anno.




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30 agosto 2010

La Legge del Taglione in Arabia Saudita

Aggredì a colpi di mannaia un connazionale e lo rese disabile. Per questo, un uomo dell'Arabia Saudita rischia ora di restare invalido a vita. Un giudice infatti ha chiesto di applicare contro di lui la legge del taglione. Secondo il Daily Mail, il magistrato ha già avviato una serie di consultazioni con alcuni medici della regione nord-occidentale del Tabuk, dove è accaduto l'episodio, per capire se è possibile danneggiare chirurgicamente la spina dorsale del condannato al punto da renderlo disabile. Per il momento, tuttavia, nessun ospedale si è reso disponibile a eseguire l'operazione. In un comunicato del «Re Faisal», uno dei più importanti centri medici del Paese, ha fatto sapere di non potere accogliere la richiesta del giudice per motivi etici.

 

LA SHARIA - Nel Regno del Golfo vige un'interpretazione molto radicale della sharia basata sulla dottrina wahhabita. Il governo tenta sì di scoraggiare alcune delle pratiche più estreme, ma in casi di particolare gravità, succede che il giudice chieda di applicare la legge del taglione. La sentenza può essere commutata in un'altra pena nel caso la vittima (o i parenti in caso di decesso) accetti il pagamento del cosiddetto «prezzo del sangue», ovvero di un risarcimento in denaro. Nel caso riportato dal Daily Mail, tuttavia, la vittima ha respinto l'offerta di risarcimento economico e ha espresso il desiderio che il giudice punisca il suo aggressore rendendolo disabile. La famiglia della vittima, Abdul-Aziz al Mutairi, ha difeso il proprio diritto di appellarsi alla legge islamica ed ha rifiutato qualsiasi transazione, dicendosi pronta a far effettuare l’operazione anche all’estero se necessario. Secondo quanto reso noto da Al Mutairi, l’assalitore era stato condannato a 14 mesi di prigione per poi essere liberato dopo sette mesi in seguito ad un’amnistia. Attualmente lavora come insegnante.

Dal Corriere della Sera

E il pensiero corre al povero Ron Arad, al quale probabilmente hanno spezzato la spina dorsale non per qualche reato da lui commesso, ma per impedirgli di scappare e tentare di tornare a casa dalla moglie e dalla figlia che lo aspettano ormai da 24 anni...

 




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30 agosto 2010

Pronto il nucleare, ora tocca alle motovedette equipaggiate con lanciamissili

L'Iran ha avviato la fabbricazione in serie di 2 motovedette rapide che possono essere equipaggiate con lanciamissili.Le 2 imbarcazioni possono essere usate per missioni di pattugliamento o attacco. L'inaugurazione delle linee di fabbricazione delle 2 motovedette e' avvenuta all'indomani della presentazione da parte del presidente Ahmadinejad di 'Karrar' (assalitore in persiano), un cacciabombardiere senza pilota che puo' colpire un bersaglio a 1.000 km (costruito in Iran).

Da Ansa


Intanto continuano le indicibili torture...




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30 agosto 2010

Paranoie fondamentaliste



Che bella immagine eh? Vi chiederete cosa c'entra con i soliti post. Eppure c'entra, perché questi che sembrano innocenti cioccolatini che nel peggiore dei casi possono far ingrassare, sono in realtà pericolosissimi. Teoria questa, che fa il paio con quest'altra. Se volete sapere perché leggete qui. Se poi avete qualche problema con l'inglese, allora potete leggere il bravo giornalista che ne ha dato notizia

(Naturalmente, poi, l'odio viene prima di qualunque volontà di intesa e/o compromesso. Anche con i propri "connazionali" - o pseudo tali...):

Hamas non ha preso parte ieri sera a un incontro a Gaza città con rappresentanti di al Fatah in segno di protesta per la decisione dell'Anp e del Comitato esecutivo dell'Olp (entrambi monopolizzati da al Fatah) di riprendere i negoziati diretti con Israele. L'incontro a Gaza città doveva segnare un passo avanti sulla strada della riconciliazione palestinese




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30 agosto 2010

Tornano gli scontri in Libano: Hezbollah cerca di distrarre l'attenzione dal processo su Hariri

I militari libanesi presidiano le strade di Burj Abi Haidar, teatro degli scontri tra gli sciiti di Hezbollah e i sunniti al Ahbach. Tre militanti delle due fazioni sono rimasti uccisi nei disordini, scatenati, secondo le forze di sicurezza, da un alterco tra due persone nel quartiere misto nei pressi del centro di Beirut.

Al Abach è un piccolo gruppo sunnita filo siriano, parte dello stesso blocco politico di Hezbollah. La polizia ha fatto sapere che durante gli scontri – che hanno fatto anche feriti – sono state utilizzate armi automatiche e lanciagranate a razzo.
Sul luogo è accorso il personale medico per trasportare negli ospedali i feriti.

L’incidente è avvenuto in un momento di forte tensione in Libano, e nel giorno in cui il Tribunale Internazionale che sta indagando sull’omicidio dell’ex premier libanese Rafiq Hariri ha chiesto a Hezbollah, il movimento guidato da Nasrallah di consegnare tutte le prove delle quali ancora dispone riguardanti un presunto coinvolgimento israeliano nell’attentato.

Da EuroNews

Sul fronte internazionale, il Tribunale speciale dell'Onu ha definito incompleta la documentazione fornita da Hezbollah * per provare il ruolo di Israele nell'omicidio dell'ex premier libanese Rafiq Harir; per questo ha chiesto al leader del movimento sciita, Hassan Nasrallah, di consegnare al più presto altro materiale.

Da Radio Rai



* Lo credo, sono stati i siriani ad ammazzarlo!

 




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30 agosto 2010

Le prime basi del futuro Stato e la rabbia degli arabi: la strage di Hebron

L'Histadrut stabilì una rete di cliniche in tutta la regione palestinese, inclusa questa situata a Tel AvivDurante i primi dieci anni del Mandato britannico in Palestina furono create anche numerose altre istituzioni oltre l’Università Ebraica, ognuna delle quali rappresentava un tassello importante verso la fondazione del nuovo Stato. Attraverso esse, le strutture della statualità divennero operative, in preparazione per la fine del Mandato inglese sulla regione.

Al centro di queste istituzioni vi era la Jewish Agency for Palestine, un organo che lavorava a stretto contatto con le autorità britanniche e che regolava le vite degli ebrei di Palestina. Vi fu anche la nascita di una Assemblea Ebraica e di un’organizzazione sindacale, la Federazione Nazionale dei Lavoratori Ebrei (Histadrut), che supervisionava le condizioni e i diritti dei lavoratori.

Come risultato dei fondi raccolti dal JNF, nuove città ebraiche videro la luce, tra le quali Afula nella Valle di Jezreel e Netanya e Nahariya sulla costa del Mediterraneo. Un piccolo villaggio fu fondato presso Ben Shemen per ospitare orfani e famiglie sopravvissuti ai combattimenti avvenuti nella Polonia orientale durante la Prima Guerra Mondiale e, successivamente, ai pogrom e alle persecuzioni antiebraiche avvenute in Ucraina e nella Russia meridionale.

La seconda Maccabiade del 1935, che non si tenne dopo quattro anni come prestabilito a causa dell'ascesa del Nazismo in Europa Anche lo sport ebraico fiorì in Palestina, che divenne il centro delle Maccabiadi (dal nome dei fratelli Maccabi, protagonisti della storia su cui si fonda la festa ebraica di Chanukah), una manifestazione che si teneva ogni quattro anni e che può essere definita l’”Olimpiade ebraica”. Le Maccabiadi univano (e uniscono tutt’oggi) atleti ebrei provenienti da tutto il mondo, creando anche un senso di orgoglio e identità sportiva. La prima Maccabiade si tenne nel 1932.

Vi fu anche una rivoluzione agricola, in seguito all’introduzione di nuovi prodotti agricoli nella regione: arance, banane, datteri (provenienti dall’Iraq) e avocado (dal Sud Africa).

Al centro Yitzhak Sadeh, capo dell'Haganah. A sinistra Moshe Dayan, a destra Ygal Allon.Anche la scienza divenne molto fiorente, soprattutto grazie alla fondazione di due istituzioni: il Technion di Haifa e l’Istituto Daniel Sieff (in seguito nominato Weizmann Institute) di Rehovot, entrambi concepiti con l’obiettivo ambizioso di creare progetti che potessero attrarre ingegneri e scienziati da tutta la Diaspora.

L’autodifesa ebraica divenne un elemento fondamentale per la protezione delle fattorie e delle case degli ebrei dagli attacchi arabi. A questo fine fu istituita nel 1921 dalla Jewish Agency anche un’organizzazione di difesa, l’Haganah (che significa, appunto, “difesa”), con cui fu addestrata una generazione di giovani residenti nei Kibbutz alla salvaguardia delle loro terre dalle violenze arabe. L’organizzazione operava senza l’approvazione delle autorità inglesi dato che erano proprio queste teoricamente ad essere preposte per la difesa delle città e delle terre nel territorio, anche se adempievano a questo ruolo in maniera piuttosto riluttante e non erano molto efficienti. Il primo capo dell’Haganah fu Yitzhak Sadeh.

Il Mufti di Gerusalemme, Haj Amin Al-HusseiniLa degenerazione di una violenta protesta araba contro le continue immigrazioni di ebrei ha lasciato un segno indelebile nel 1929 nella città di Hebron, dove risiedeva già da secoli un’antichissima comunità. Nell’agosto di quell’anno folle di arabi attaccarono gli ebrei in tutta la regione. Nella Tomba dei Patriarchi (dove secondo la tradizione sono sepelliti Abramo, Isacco e Giacobbe) furono uccisi circa 60 ebrei, tra cui anche donne e bambini. Molti dei loro corpi furono mutilati nelle loro case. Alcuni trovarono rifugio presso alcune case arabe, che arrivarono ad ospitarne anche decine, altri in una stazione della polizia britannica. I disordini si diffusero anche a Gerusalemme, dove alla fine delle violenze gli ebrei di Hebron furono costretti a trasferirsi.

La strage di Hebron documentata da un giornale d'epocaIn una settimana di scontri, 133 ebrei rimasero uccisi. Gli inglesi tentarono di prevenire la strage, sparando e finendo per uccidere 80 manifestanti arabi. L’Alto Commissario britannico in Palestina avvertì il Governo inglese che “il profondo odio latente degli arabi nei confronti degli ebrei si è manifestato in tutti i luoghi della regione”.

 




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29 agosto 2010

La Somalia in balìa dei fondamentalisti islamici

 Il “la” alla incredibile sequenza di follie strategiche nella lotta al terrorismo in Somalia fu dato il 13 dicembre del 1992 dal generale Usa che comandava sul campo l’operazione Restor Hope, voluta da George Bush per riportare la pace nel paese dilaniato dalla guerra civile dopo la caduta del regime di Siad Barre. Dopoun clamoroso sbarco in puro stile hollywoodiano in mondovision, installatosi aMogadiscio il generale Robert B. Johnston, che comandava ben 28.000 militari delle Nazioni Unite, si fece fotografare mentre stringeva la mano ai due signori della guerra che controllavano la capitale (e che si scannavano tra di loro), Mohamed Farrah e Aidid Ali Mahdi. Johnston impiegò qualche tempo - troppo - ma alla fine capì che tutte le imboscate e gli attentati contro i suoi uomini (inclusa la battaglia al check point Pasta in cui morirono tre soldati italiani), erano scatenati proprio da quei suoi troppo improvvisati amici.
RIDARE SPERANZA
Restore Hope, come si sa, resta una delle pagine più ingloriose dell’Onu, perché dopounanno, dopo i 18 rangers Usa uccisi nella caduta dell’elicottero Black Hawkdel 3 ottobre 1993, la missione si chiuse alla chetichella e la Somalia fu abbandonata in una situazione ben più grave di quella del 1992. Da allora il multilateralismo, i formalismi dell’Onu e soprattutto l’assoluta incapacità dei governi africani di governare le crisi, hanno prodotto una situazione che ha del demenziale. Dopo la fallita pacificazione tentata dall’esercito etiope, dopo infiniti scontri con le Corti Islamiche, Hizbul Islam e al Shabab, dopo 3 anni di impiego di Amisom, il corpo di spedizione dell’Unione Africana a cui l’Onu ha dato mandato di difendere il legittimo governo somalo, la sconfitta è totale, come si è ben visto ieri. Ahmed Sharif, presidente del governo provvisorio riconosciuto dall’Onu, vive barricato in una villla; Amisom controlla solo tre quartieri di Mogadiscio, e molto male, tanto che gli attentatori ieri hanno agito indisturbati e infine due terzi dell’intero territorio somalo è oggi in mano a Shabab o a altri gruppi di estremisti islamici. Il che significache sonocontrollati dalla galassia di Al Qaeda, che ormai usa del sud della Somalia, come prima dell’11 settembre usava l’Afganistan del Mullah Omar. È dunque indispensabile comprendere come questo sia potuto accadere, analisi peraltro non è difficile. LE CAUSE
Si sono sommate infatti una totale sottovalutazione del problema somalo da parte dell’Eu - ropa e dei paesi africani, questa, ha prodotto l’impossibilità per amministrazione di George W. Bush di aprire - come intendeva fare - un fronte di intervento militare anche nel Corno d’Africa; infine, questa paralisi dell’unila - teralismo bushiano, ha prodotto il solito caos del multilateralismo dell’Onu. Caos moltiplicato per mille dalla inettitudine dei governi africani, che in Somalia - come in Darfur - fanno solo “ammuina”con le loro svogliate truppe, che ben si guardano dal fare radicali interventi militari, mentre i veti incrociati, impediscono ogni iniziativa politica. Una situazione in piena cancrena, dunque, che offre ad al Qaeda un comodo santuario e retroterra per la sua azione in Yemen, Arabia Saudita e Sudan. Per completare il quadro della disfatta, va infine notato ricordato che cresce nell’Onu e nell’Ua la fazione di chi sostiene che l’unica via d’uscita per laSomalia sia un accordo politico con gli Shabab, alleata di al Qaeda, che conseguirebbe così una vittoria strategica, con tanto di sigillo diplomatico e notarile dell’Onu
.

Da Il Foglio




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29 agosto 2010

La Somalia in balìa dei fondamentalisti islamici

 Il “la” alla incredibile sequenza di follie strategiche nella lotta al terrorismo in Somalia fu dato il 13 dicembre del 1992 dal generale Usa che comandava sul campo l’operazione Restor Hope, voluta da George Bush per riportare la pace nel paese dilaniato dalla guerra civile dopo la caduta del regime di Siad Barre. Dopoun clamoroso sbarco in puro stile hollywoodiano in mondovision, installatosi aMogadiscio il generale Robert B. Johnston, che comandava ben 28.000 militari delle Nazioni Unite, si fece fotografare mentre stringeva la mano ai due signori della guerra che controllavano la capitale (e che si scannavano tra di loro), Mohamed Farrah e Aidid Ali Mahdi. Johnston impiegò qualche tempo - troppo - ma alla fine capì che tutte le imboscate e gli attentati contro i suoi uomini (inclusa la battaglia al check point Pasta in cui morirono tre soldati italiani), erano scatenati proprio da quei suoi troppo improvvisati amici.
RIDARE SPERANZA
Restore Hope, come si sa, resta una delle pagine più ingloriose dell’Onu, perché dopounanno, dopo i 18 rangers Usa uccisi nella caduta dell’elicottero Black Hawkdel 3 ottobre 1993, la missione si chiuse alla chetichella e la Somalia fu abbandonata in una situazione ben più grave di quella del 1992. Da allora il multilateralismo, i formalismi dell’Onu e soprattutto l’assoluta incapacità dei governi africani di governare le crisi, hanno prodotto una situazione che ha del demenziale. Dopo la fallita pacificazione tentata dall’esercito etiope, dopo infiniti scontri con le Corti Islamiche, Hizbul Islam e al Shabab, dopo 3 anni di impiego di Amisom, il corpo di spedizione dell’Unione Africana a cui l’Onu ha dato mandato di difendere il legittimo governo somalo, la sconfitta è totale, come si è ben visto ieri. Ahmed Sharif, presidente del governo provvisorio riconosciuto dall’Onu, vive barricato in una villla; Amisom controlla solo tre quartieri di Mogadiscio, e molto male, tanto che gli attentatori ieri hanno agito indisturbati e infine due terzi dell’intero territorio somalo è oggi in mano a Shabab o a altri gruppi di estremisti islamici. Il che significache sonocontrollati dalla galassia di Al Qaeda, che ormai usa del sud della Somalia, come prima dell’11 settembre usava l’Afganistan del Mullah Omar. È dunque indispensabile comprendere come questo sia potuto accadere, analisi peraltro non è difficile. LE CAUSE
Si sono sommate infatti una totale sottovalutazione del problema somalo da parte dell’Eu - ropa e dei paesi africani, questa, ha prodotto l’impossibilità per amministrazione di George W. Bush di aprire - come intendeva fare - un fronte di intervento militare anche nel Corno d’Africa; infine, questa paralisi dell’unila - teralismo bushiano, ha prodotto il solito caos del multilateralismo dell’Onu. Caos moltiplicato per mille dalla inettitudine dei governi africani, che in Somalia - come in Darfur - fanno solo “ammuina”con le loro svogliate truppe, che ben si guardano dal fare radicali interventi militari, mentre i veti incrociati, impediscono ogni iniziativa politica. Una situazione in piena cancrena, dunque, che offre ad al Qaeda un comodo santuario e retroterra per la sua azione in Yemen, Arabia Saudita e Sudan. Per completare il quadro della disfatta, va infine notato ricordato che cresce nell’Onu e nell’Ua la fazione di chi sostiene che l’unica via d’uscita per laSomalia sia un accordo politico con gli Shabab, alleata di al Qaeda, che conseguirebbe così una vittoria strategica, con tanto di sigillo diplomatico e notarile dell’Onu
.

Da Il Foglio




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29 agosto 2010

Il campione Nba che vuole farsi ebreo

http://www.corriere.it/esteri/10_ago...4f02aabe.shtml

CONVERSIONE
Il campione Nba che vuole farsi ebreo
Stoudemire dei New York Knicks rivela su Twitter
la sua scelta religiosa che a fine carriera lo porterà a vivere in
Israele

GERUSALEMME – Nella vita di Amar'e Stoudemire, la stella dell’Nba,
oggi c’è una cosa che conta più dell’altezza: l’Altissimo. Adonai.. Il
Dio degli ebrei. Il campione l’ha stoppato quando gli stava scappando.
L’ha preso di rimbalzo dopo una vita complicata. Adesso, dopo quattro
anni d’allenamento spirituale, è andato a schiacciare. Canestro. In
Israele. In quella che lui chiama «la terra dei Padri», anche se
nessuno dei suoi è di qui. «Volevo venire da sempre, finalmente ce
l’ho fatta»: Stoudemire, fra i cestisti più pagati d’America, appena
passato per 100 milioni di dollari dai Phoenix Suns ai New York
Knicks, è atterrato la settimana scorsa e non s’è fatto mancare nulla..
Gli autografi dei turisti americani nella hall dell’hotel di
Gerusalemme e il Muro del Pianto, le ore piccole a Tel Aviv e la
salita di Masada, qualche palleggio nel tempio del Maccabi e la visita
a Yad Vashem. Un viaggio per quelle che ormai sente come sue radici.
Una promessa di vita: «Quando avrò chiuso con lo sport, verrò a vivere
per sempre in questi luoghi».

LA RIVELAZIONE SU TWITTER - 28 anni, 115 kg, due metri e 15. Orfano di
padre a 12 anni, la madre dentro e fuori di galera, una viavai tra
scuole che l’accoglievano e lo cacciavano. A rivelare la sua sete
spirituale, Stoudemire è arrivato per caso. Su Twitter, una sera,
mentre chattava di basket, allenamenti, ragazze, sponsor, chiacchiere
in libertà… Qualcuno lesse. E notò che nei messaggi spuntavano parole
insolite, piazzate come tiri liberi: shalom, mitzvah, layla tov… Fu
allora che partì la domanda: scusa Amar'e, ma perché parli in ebraico?
La risposta fu un tiro da tre punti: «Io sono ebreo». «Non è ebreo,ma
si sente tale», minimizza ora il suo manager: «Sua madre dice che in
famiglia c’è qualcosa di quella tradizione, ma non so nemmeno se sia
circonciso». «É vero – dice il campione -, in senso letterale non sono
un ebreo. Nessuno in famiglia lo è. Nessuno è mai stato cresciuto in
questi valori. Ma in senso spirituale, io lo sono. Nella mia cultura:
leggo, studio molto. E nelle mie regole di vita: rispetto i
comandamenti, Yom Kippur, il sabato, Pasqua. E tutti i digiuni, sempre
che non ci sia una partita importante».

LA STELLA DI DAVID TATUATA - Quando gli hanno offerto d’allenarsi
alla Nokia Arena di Tel Aviv, Stoudemire s’è presentato con la
fidanzata e la kippa. Una stella di David tatuata sul braccio: «Sono
giorni meravigliosi. Gerusalemme è una città emozionante: ho passato
ore nei caffè, a cenare e migliorare l’ebraico. Tel Aviv è come Miami:
ottimi ristoranti, bella gente, ragazze carine. Non so se potrò mai
convertirmi, se verrò accettato. Di sicuro so che per me questo è il
luogo dove vivere» Hanno provato a fargli qualche domanda
sull’antisemitismo nel mondo: «Non ne so molto». E sulla questione
palestinese: «Sono cose che non seguo». Però, quando gli hanno chiesto
che cosa pensi di Obama, s’è acceso: «Lo sostengo al cento per cento.
Sta mantenendo tutte le sue promesse». Il pellegrinaggio di Stoudemire
è di pochi giorni. Ci sono una squadra e un campionato che
l’attendono: «Quest’anno, sono felice di giocare a New York. Dopo
Israele, Manhattan è il luogo con la più alta densità d’ebrei. E iomi
sento legato a ogni posto in cui vive un ebreo».
 




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29 agosto 2010

L'antisemitismo in Europa

Il veleno scorre nella socialdemocratica, perbenista, pacifista e multiculturale Norvegia. Si chiama odio per Israele. Il governo di Oslo ha annunciato il boicottaggio di due colossi economici israeliani che hanno lavorato negli insediamenti. Gli ebrei in Norvegia sono appena lo 0,003 per cento della popolazione totale, eppure Oslo è un baluardo mondiale dell’antisionismo e dell’antisemitismo. Siamo nel paese che il Global Peace Index pone da anni in cima alla lista dei paesi più “pacifici” del mondo. Il fondo sovrano della Norvegia (quello che ha il compito di amministrare i soldi del petrolio) ha disinvestito dalla società israeliana Elbit, perché ha contribuito alla barriera di separazione che tiene lontani gli attentatori suicidi dal territorio israeliano. L’autore del famoso romanzo “Il mondo di Sofia”, l’eroe nazionale Jostein Gaarder, si è augurato la distruzione d’Israele. Da anni sui quotidiani norvegesi appaiono vignette antisemite. Sul giornale Dagbladet, l’ex primo ministro israeliano Olmert è apparso come il capo di un campo di sterminio. La leader socialista Kristin Halvorsen guida molte campagne di boicottaggio d’Israele, a cui ha preso parte anche la chiesa luterana. E la prestigiosa Università di Trondheim sono tre anni che discute se trasformarsi in un ateneo deisraelizzato, come Heidelberg o Friburgo durante la guerra, da cui Adorno, Arendt e Einstein furono costretti a scappare. C’è del marcio nella placida Norvegia.

Da Il Foglio

Norvegiarabia


Vignetta di Beppe Fontana, grazie alla segnalazione di Barbara

E poi in Francia, in Romania e in Italia




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29 agosto 2010

Gli israeliani salvano un arabo dalla sua famiglia che lo aveva sequestrato

Un ragazzo arabo israeliano 19enne, sequestrato e recluso da alcuni familiari perche' gay, e' stato liberato dalla polizia a Tel Aviv. Il ragazzo, originario di Tamra, si era rifugiato in citta' per sfuggire all'atmosfera tradizionalista del suo ambiente. Ma e' stato scoperto e riportato a viva forza a Tamra. La prigionia e' durata 3 giorni, durante i quali e' stato malmenato e minacciato di tenerlo segregato fino a quando non avesse ricominciato a comportarsi normalmente.

Dall'Ansa




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29 agosto 2010

Compleanno di Gilad Shalit. Francia e Gb: liberatelo

Inserire didascalia

 

Nel giorno del 24/o compleanno del soldato franco-israeliano  Gilad Shalit, il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner ne ha chiesto in un messaggio la  "liberazione immediata e incondizionata". Shalit e' prigioniero a Gaza dal 2006,  nelle mani dei fondamentalisti islamici di Hamas, gruppo inserito tra le organizzazioni terroristiche anche dall'Unione Europea.

 

"Questo compleanno, Gilad lo passera' privo di ogni liberta' - scrive Kouchner - Non ricevera' alcuna visita, ne' della famiglia e di chi gli e' vicino, ne' del Comitato internazionale della croce rossa, in disprezzo di tutte le regole del diritto internazionale umanitario".

 

 La Francia, conclude il ministro, prosegue "senza sosta l'azione in favore della liberazione" e "mobilita" le proprie reti "nella regione per far passare messaggi di responsabilita' a tutti quelli che possono, in un modo o nell'altro, contribuire al suo rilascio".

Anche la Gran Bretagna ha lanciato un appello per la liberazione di Shalit. "I pensieri di molti cittadini britannici sono con Gilad Shalit e la sua famiglia, mentre passa il suo compleanno dei 24 anni prigioniero", ha dichiarato un portavoce del ministero degli esteri.

 "La sua detenzione e' ingiustificabile e inaccettabile. Il governo britannico chiede la sua liberazione immediata e il suo ritorno in liberta' denza condizioni", ha aggiunto




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