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31 dicembre 2010

I bambini in guerra di Sderot

Anat Meidan
L’immagine più struggente è quella della piccola Maria, otto anni, che accarezza la fronte del fratello Yossi, dieci anni, che giace ferito sul pavimento della drogheria dove si sono rifugiati. Non ci sono grida, non c’è panico, non ci sono pianti.
Yossi chiede dove sia la mamma, come qualunque bambino di dieci anni che in un momento del genere la vorrebbe accanto. Ma capisce che la mamma non c’è e allora, nonostante la scheggia di Qassam conficcata nella spalla, il sangue tutt’attorno e il dolore lancinante, Yossi mantiene uno stupefacente autocontrollo. Mormora soltanto che la spalla gli fa male e la sorellina, come farebbe una brava infermiera, gli accarezza delicatamente la fronte. Yossi ha capito che accanto a lui c’è solo la sorellina più piccola e, come sempre, si sente in dovere di proteggerla. Così trova da qualche parte un’incredibile forza d’animo, trattiene le lacrime e si tiene dentro il dolore per non spaventarla. Un eroe bambino, che un attimo prima stava giocando spensierato come ogni bambino dovrebbe poter fare.
Tornato da scuola, era andato a giocare a pallone dopo aver lasciato a casa la cartella. Una cosa talmente ovvia, talmente scontata in qualunque altro luogo, e invece così pericolosa nella città israeliana di Sderot. Un bambino che ha cercato di vivere la vita normale di un’infanzia normale nel mezzo di una guerra anormale e senza fine, e che l’ha pagata cara rischiando di perdere un braccio. Un bambino che, a causa di un razzo, è stato catapultato dal giardinetto per bambini dietro casa dritto dentro il mondo degli adulti, dove ha imparato sulla propria pelle quanto possa essere doloroso l’odio che vi viene coltivato.
Era come se lo sguardo negli occhi del piccolo Yossi ferito e della sorella Maria che lo consolava sul pavimento del negozio dicesse: lo sapevamo che prima o poi sarebbe toccata anche a noi.
Quante sirene d’allarme avevano già sentito, quante volte avevano già immagino la possibilità di essere feriti, e come sarebbe stato, e cosa avrebbero fatto? Forse Yossi si era domandato se avrebbe perso anche lui una gamba, prima o poi, come è accaduto meno di tre settimane fa a Osher Twito, otto anni, e che così non avrebbe più potuto giocare a pallone. Quanti incubi di morte avevano già popolato le notti di questi due bambini, in una città che da più di sette anni viene bersagliata dai Qassam palestinesi? Avevano parlato fra loro delle loro paure o si erano tenuti tutto dentro?
Un bambino di dieci anni non dovrebbe essere un eroe ferito, e non dovrebbe in alcun modo essere necessario che una bambina di otto anni sia chiamata ad assistere il fratellino sanguinante. Lunedì scorso un missile Qassam ha rubato l’innocenza e posto fine all’infanzia di Yossi e Maria, bambini in guerra di Sderot.

(Da: YnetNews




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31 dicembre 2010

Hamas: “La guerra contro Israele continuerà anche se Gaza fosse inondata carburante”

La guerra dei palestinesi non finirà con l’arrivo del carburante nella striscia di Gaza: la guerra non finirebbe neanche se Gaza fosse inondata di carburante. Lo ha dichiarato Khaled Mashaal, capo del Politburo di Hamas (con sede a Damasco).
“La lotta – ha continuato Mashaal – deve continuare fino a quando verrà tolto l’assedio alla striscia di Gaza e fino alla liberazione della Palestina, tutta la Palestina”.
Mashaal ha anche parlato dell’apertura con la forza della frontiera di Rafah fra Egitto e striscia di Gaza come di un importante successo, aggiungendo che il passaggio dovrebbe restare sempre aperto.
Il leader di Hamas ha fatto queste dichiarazioni intervenendo mercoledì davanti a centinaia di partecipanti alla “Conferenza nazionale per la protezione dei diritti e dei principi palestinesi”, che si è tenuta a Damasco.
Osteggiata dalle organizzazioni palestinesi affiliate all’Olp e in particolare dal Fatah del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), la conferenza ha visto la partecipazione di delegati di Hamas, Jihad Islamica, Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale e altri gruppi palestinesi, oltre ad esponenti non affiliati ad alcuna organizzazione e a rappresentanti di gruppi siriani e libanesi.
Il convegno dei gruppi terroristi anti-israeliani avrebbe dovuto tenersi negli stessi giorni della conferenza di pace di Annapolis, lo corso novembre. Successivamente però, la decisione della Siria di presenziare a summit di Annapolis indetto dagli Stati Uniti ha suggerito lo slittamento di data.
Recentemente Abu Mazen aveva invano mandato degli emissari a Damasco per cercare di convincere le autorità siriane a cancellare l’appuntamento, sostenendo che esso aveva lo scopo quello di creare un’organizzazione alternativa all’Olp.

Ufficiali della difesa israeliana hanno definito “della massima pericolosità” la situazione che si è creata mercoledì con l’apertura forzata a Rafah della frontiera fra striscia di Gaza e Sinai egiziano. Secondo una fonte miliare israeliana, “il libero passaggio di palestinesi da e per l’Egitto incrementa in modo estremamente significativo le minacce alla sicurezza d’Israele che originano dalla striscia di Gaza”.
Martedì sera, infatti, il tentativo di dimostranti palestinesi di fare breccia alla frontiera hanno avuto successo. Palestinesi armati hanno fatto esplodere diverse cariche lungo la barriera di cemento che divide la parte palestinese dalla parte egiziana di Rafah, e centinaia di palestinesi hanno iniziato ad attraversare il confine indisturbati. A quel punto le autorità egiziane, che nelle ore precedenti avevano cercato di disperdere i dimostranti palestinesi con la forza, hanno dovuto aprire il valico di confine che è stato poi attraversato nei due sensi da decine di migliaia di persone.
Hamas si è affrettata a dichiarare che l’assedio era stato finalmente spezzato, e che farina e medicinali avevano iniziato ad affluire dall’Egitto nella striscia di Gaza. Tuttavia, secondo fonti della difesa israeliana che seguono questi sviluppi con viva preoccupazione, il valico viene attraversato da ben altro che farina e medicine: “E’ evidente che, ogni volta che gruppi di civili attraversano quella frontiera, passano anche i terroristi con i loro equipaggiamenti, approfittando della situazione per le loro necessità. Ciò costituisce una minaccia che è assai difficile da fronteggiare, ma è chiaro che dovremo fare qualcosa per contrastarla”.
Recentemente Israele aveva vivacemente protestato per un incidente analogo quando centinaia di pellegrini palestinesi di ritorno dall’Arabia Saudita, dopo un braccio di ferro con le autorità egiziane, erano stati fatti entrate nella striscia di Gaza senza controlli. Allora Gerusalemme aveva accusato l’Egitto di non aver mantenuto gli impegni, cosa che ha ulteriormente raffreddato i rapporti fra i due paesi.

(Da: YnetNews, 23.01.08)

Nella foto in alto: Khaled Meshaal a Damasco (alle sue spalle, il simbolo di Hamas con la rivendicazione di tutta la terra, Israele compreso)

 




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31 dicembre 2010

Hamas ai civili israeliani: “Vi vogliamo morti”

 
 
A cosa punta Hamas? Non è un segreto. Anzi, il messaggio che Hamas rivolge direttamente agli israeliani (in inglese e persino in ebraico) è inequivocabilmente chiaro: “Voi siete il nostro bersaglio, vi vogliamo morti”.
Lo stesso giorno, il 26 febbraio scorso, in cui il movimento jihadista palestinese cercava di inscenare (con scarso successo) una manifestazione di donne e bambini alla frontiera fra striscia di Gaza ed Israele, il sito web ufficiale di Hamas pubblicava un poster che raffigura dei caduti israeliani e alcuni terroristi pesantemente armati con lo slogan (in inglese ed ebraico): “La morte sta arrivando”.
Negli giorni successivi, con l’aumento dei lanci di razzi e missili sulle città israeliane, la propaganda di Hamas volta a spiegare che la morte dei civili israeliani è il suo vero obiettivo si è fatta ancora più esplicita. Basta vedere gli ultimi poster messi on-line sui siti di Hamas, con didascalie che non lasciano spazio ad alcun dubbio.
In uno di questi, forse il più ripugnante e significativo, sono raffigurati dei bambini di Sderot rannicchiati in un rifugio durante un attacco di Qassam palestinesi, e lo slogan recita: “Sionisti, nascondetevi bene”.
Un altro manifesto mostra l’ingresso della città israeliana di Ashkelon bombardato da granate palestinesi, e la scritta: “Scordatevi della sicurezza”.

(Da: Intelligence and Terrorism Information Center




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31 dicembre 2010

La nuova escalation di Hamas

Jerusalem Post
Due anni fa, a fine dicembre, Israele era sul punto di lanciarsi nei 22 giorni dell’operazione anti-Hamas “Piombo fuso” nella striscia di Gaza. I combattimenti iniziarono alle 11.30 del mattino del 27 dicembre 2008 con un’ondata missioni degli F-16 sulle roccaforti di Hamas: l’obiettivo era quello di porre fine agli irriducibile fuoco di Hamas da oltre confine che facevano vivere nel terrore la popolazione delle città e dei villaggi del sud di Israele. Ora, dopo due anni di relativa quiete, la situazione al cinfine con Gaza sembra tornare a infiammarsi.
Lunedì scorso il capo di stato maggiore israeliano Gabi Ashkenazi ha ordinato alle forze aeree di colpire otto obiettivi terroristi nella striscia di Gaza, fra i quali un campo di addestramento di Hamas e un tunnel usato per il traffico di armi ed esplosivi, come reazione alla sequela di attacchi delle due scorse settimane dalla striscia di Gaza contro militari e civili israeliani. Alzando ulteriormente la posta, martedì mattina i terroristi di Gaza hanno lanciato un razzo Qassam su un asilo d’infanzia presso Ashkelon, ferendo una ragazza e causando il ricovero di altre due persone sotto shock. Più tardi, nella stessa giornata, puntuali le forze aeree israeliane hanno di nuovo colpito obiettivi terroristi.
Fonti delle Forze di Difesa israeliane dicono che Hamas non è realmente interessata ad un’escalation su vasta scala. Sembra tuttavia che una escalation limitata rientri negli interessi per come li percepisce Hamas, in parte come strumento per sviare la crescente frustrazione dovuta al manato conseguimento di obiettivi politici a lungo promessi, come la scarcerazione dei detenuti dalle carceri israeliane in cambio dell’ostaggio Gilad Schalit.
Due anni dopo l’operazione “Piombo fuso”, la rinnovata attività terroristica dalla striscia di Gaza ci fa ricordare la spaccatura che si è verificata nella dirigenza palestinese negli anni scorsi. Mentre l’Autorità Palestinese dominata da Fatah si batte mantiene a stento il controllo sulla Cisgiordania e per muovere verso l’indipendenza statale, Hamas dalla striscia di Gaza persegue una lugubre politica di terrorismo a bassa intensità.
La vittoria di Hamas alle elezioni parlamentari palestinesi del gennaio 2006 rappresentò il culmine di un lungo processo che marcò la fine ufficiale di mezzo secolo durante il quale il movimento nazionale palestinese era stato dominato da una cultura politica estremista, ma più laica. Come ebbe a proclamare Nizar Rayyan, un capo di Hamas a Gaza ucciso nei combattimenti del gennaio 2009, la lotta di Hamas contro Fatah mira a “sradicare il secolarismo da Gaza”. Non è un segreto che Hamas aspira ad estendere il suo controllo sulla Cisgiordania. E, come ha sottolineato l’accademico israeliano Asher Susser nel suo “The Rise of Hamas in Palestine” (L’ascesa di Hamas in Palestina), il crescente islamismo non si limita certo a questi territori: rientra piuttosto in un processo di ascesa islamica e di re-islamizzazione della società e della politica che ha ben più ampia portata, estendendosi dall’Egitto alla Giordania, all’Iraq, alla Siria.
Parte del successo elettorale di Hamas si dovette al disgusto per la corruzione e il clientelismo sfrenati che permeavano Fatah e la sua dirigenza. Ma c’era anche fra i palestinesi la convinzione che gli spietati metodi di Hamas fossero più efficaci contro Israele. Come ha scritto Azzam Tamimi nel suo “Hamas: A History from Within” (Hamas: una storia dall’interno), il ritiro unilaterale di Israele dalla striscia di Gaza nell’estate 2005, alcuni mesi prima delle elezioni palestinesi del 2006, venne largamente considerato come una dimostrazione che violenza e terrorismo avevano dato risultati laddove l’abbandono della “lotta armata” professato dall’Olp e a vantaggio dei negoziati aveva fallito.
Alla vittoria elettorale fece seguito, un anno e mezzo più tardi, un violento colpo di stato col quale i miliziani di Hamas cacciarono Fatah dalla striscia di Gaza. Benché il disimpegno del 2005 significasse che non vi era più alcuna presenza civile o militare israeliana in tutta la striscia di Gaza, i lanci di razzi contro Israele non fecero che aumentare e Israele si trovò costretto suo malgrado a lanciarsi nell’operazione “Piombo fuso” contro gli islamisti.
Alcuni analisti sono convinti che Hamas stia perdendo popolarità fra i palestinesi i quali può darsi che stiano interiorizzando la devastazione che quel loro “governo” ha fatto piombare sulla striscia di Gaza costringendo Israele all’operazione militare di due anni fa. Alcuni sostengono inoltre che gli abitanti di Gaza stiano iniziando a guardare dall’altra parte del confine a quella Cisgiordania dove stabilità e coordinamento economico con Israele stanno producendo un’atmosfera molto migliore per la vita di tutti i giorni. Infine, c’è chi suggerisce che anche i progressivi sforzi di Hamas volti ad imporre nella striscia di Gaza un quadro fondamentalista islamico stiano producendo una crescente disaffezione.
Quale che sia il grado di esattezza di queste valutazioni, resta tuttavia il fatto che non si intravedono segnali significativi di un allentamento della presa di Hamas sulla striscia di Gaza. Dopo aver capitalizzato sul sostegno delle urne per ideare architettare la sua violenta presa del potere, Hamas non sarà disposta a cedere il controllo tanto facilmente.
Le possibilità che i negoziati israelo-palestiensi si traducano in una svolta di pace sono assai tenui: il predominio di Hamas sulla striscia di Gaza rappresenta un formidabile ostacolo all’attuazione di qualunque accordo sostanziale.
Più nell’immediato, la “leggera” escalation di fuoco attualmente in arrivo da Gaza mette in evidenza la potenziale capacità di cui dispone Hamas di seminare distruzione nel sud di Israele con i mortai, i razzi e i missili che ha continuato incessantemente ad acquisire dalla fine dell’operazione “Piombo fuso”. Per due anni il vigore di quell’operazione è evidentemente servito come deterrente contro questo genere di attacchi da oltre confine. Per quanto Hamas consideri salda la sua presa su Gaza, sembrerebbe stupido da parte sua correre il rischio di costringere Israele a far ricorso ancora una volta a un tale dispiegamento di forza.

(Da: Jerusalem Post, 21.12.10)

Nella foto in alto: Bambini israeliani corrono verso un rifugio durante un’esercitazione nel kibbutz il cui asilo è stato colpito martedì da un Qassam palestinese

 




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31 dicembre 2010

Hamas: Usiamo donne e bambini come scudi umani

Da un comizio del parlamentare di Hamas Fathi Hammad,trasmesso il 29 febbraio 2008 sulla tv on Al-Aqsa:
Fathi Hammad: “I nemici di Allah non sanno che il popolo palestinese ha sviluppato proprie tecniche di morte e di perseguimento della morte. Per il popolo palestinese, la morte è diventata un’ impresa nella quale eccellono le donne, così come tutto il popolo che vive su questa terra. Gli anziani eccellono in questo, così come i mujahideen (combattenti della jihad) e i bambini. Ecco perché tutti costoro hanno formato scudi umani fatti di donne, bambini, anziani e mujahideen, allo scopo di sfidare la macchina del bombardamento sionista. È come se dicessero al nemico sionista: Noi desideriamo la morte, voi desiderate la vita”.

(Da: memri.org, )

Per il video del brano citato (con sottotitoli in inglese):
http://www.memritv.org/clip/en/1710.htm

 




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31 dicembre 2010

Dall’accusa di deicidio all'esultanza per i morti nel rogo sul Carmelo

“IL PAPA NON AVREBBE DOVUTO ASSOLVERE GLI EBREI, ASSASSINI DI CRISTO”

Quelli che seguono sono brani tratti da un’intervista a Sonja Al-Rassi, figlia di Suleiman Franjieh (1910-1992, cristiano-maronita, presidente del Libano dal 1970 al 1976), andata in onda il 17 novembre 2010 sulla tv libanese “NBN”:

Sonja Al-Rassi: «Gli israeliani sono i nemici dei nostri progenitori. Non so perché il Papa li abbia assolti, ma sono loro che hanno crocifisso Cristo.» […]
Intervistatore: «La cristianità si batte per la pace. Forse questo è il motivo.»
Sonja Al-Rassi: «Ma non avrebbe dovuto assolverli del sangue di Cristo. Chi ha ucciso Cristo? Io? Non sono stati i romani a ucciderlo. Sono stati gli ebrei. […] Israele ha sempre meno soldi. Se perseveriamo, e con l’aiuto di Dio, cesserà di esistere.»
Intervistatore: «È questo che crede?»
Sonja Al-Rassi: «Questo è il mio credo e la mia convinzione. […] Se la Germania ha fatto un errore e ha compiuto l’Olocausto, dovrebbe prenderseli la Germania. Non portatemi tutti questi avanzi russi, la gente più insignificante, per metterli qui e chiamare questo “lo stato di Israele”. Perché li avete portati qui? Non parlano una parola di arabo. Se l’Europa ha fatto loro torto, portateli in Europa. Che sia la Germania a pagare il prezzo, non gli arabi. Cosa hanno a che fare gli arabi con questa storia? » […]

Per il video originale (con sottotitoli in inglese):
http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/2715.htm


L’AGGHIACCIANTE ANNUNCIO DELL’INCENDIO SUL CARMELO AD UN CONVEGNO, NEGLI STATI UNITI, DI "STUDIOSI ISLAMICI PALESTINESI" FILO-HAMAS

Quelli che seguono sono brani tratti da un intervento pubblico dello sceicco Abd Al-Jabbar Sa'id, segretario generale della "Associazione degli studiosi palestinesi islamici all’estero". Accanto a lui, sul palco, Salah Sultan, presidente dell’American Center for Islamic Research, con sede a Columbus, Ohio. Il filmato è andato in onda il 9 dicembre 2010 sulla tv di Hamas “Al-Aqsa”:

Abd Al-Jabbar Sa'id: «Uno dei fratelli mi ha dato questo appunto, che ci porta liete notizie: quaranta israeliani sono morti e quarantacinque feriti…»
Sallah Sultan, presidente dell’American Center for Islamic Research (sorridendo): «Dite: Allah Akbar! [Dio è grande].»
Il pubblico: «Allah Akbar!»
Abd Al-Jabbar Sa'id: «…e quarantacinque feriti in un incendio nel nord della Palestina occupata.»
Una voce dal pubblico: «Dite: Allah Akbar!»
Il pubblico: «Allah Akbar! Sia lodato Allah!»
La voce dal pubblico ripete: «Dite: Allah Akbar!»
Il pubblico ripete: «Allah Akbar! Sia lodato Allah!»
Abd Al-Jabbar Sa'id: «È accaduto sul monte Carmelo. Chiediamo ad Allah di colpirli ancora allo stesso modo, e di usarli per manifestare i portenti della sua forza.»

Per il video originale (con sottotitoli in inglese):
http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/2726.htm

Da (Memri,




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31 dicembre 2010

Hamas ammette: “I morti a Gaza erano nostri combattenti”

Dopo quasi due anni dall’operazione anti-Hamas condotta da Israele nella striscia di Gaza tra fine dicembre 2008 e gennaio 2009, per la prima volta Hamas ammette d’aver subito la perdita di 200-300 membri dell’ala militare dell’organizzazione islamista palestinese.
Subito dopo il termine dell’operazione israeliana, Hamas aveva ammesso la perdita solo di 50 uomini. Ora invece il “ministro” degli interni di Hamas a Gaza Fathi Hammad, intervistato lunedì dal giornale pan-arabo edito a Londra al-Hayat, ammette che i cosiddetti “poliziotti” palestinesi uccisi durante il primo giorno di conflitto erano in realtà 250 combattenti di Hamas, ai quali vanno aggiunti – a suo dire – altri 150 “uomini della sicurezza” di Hamas morti nei giorni successivi. Nel riportare la notizia, Israel Radio sottolinea come le cifre riportate da Fathi Hammad nell’intervista coincidano in buona misura con quelle che diffuse sin da allora dal portavoce delle Forze di Difesa israeliane.
“Il primo giorno di guerra – dice Hammad nell’intervista ad al-Hayat – Israele prese di mira delle stazioni di polizia (nella striscia di Gaza) e caddero 250 martiri che facevano parte di Hamas e delle varie fazioni. Caddero fra 200 e 300 membri delle Brigate Ezzedin al-Qassam, oltre a 150 membri delle forze di sicurezza”.
Le nuove cifre diffuse dal “ministro” di Hamas ridimensionano, fra l’altro, il numero di vittime palestinesi considerate civili o non-combattenti, avvicinandosi molto ai dati da sempre sostenuti da Israele.
Nell’intervista, Hammad sostiene che anche Israele avrebbe sminuito il numero delle proprie perdite ammettendo solo 12 caduti, mentre a suo dire ne avrebbe subiti almeno cinquanta (È appena il caso di ricordare che i caduti israeliani, in questa come in ogni altra guerra, sono ufficialmente noti e onorati in tutto il paese con nome e cognome e dettagli delle loro vicende individuali).
Rispondendo all’accusa, riferita dall’intervistatore, secondo cui è stata la popolazione di Gaza a pagare il prezzo per la guerra di Hamas contro Israele, Hammad ha replicato: “Forse che Hamas non è parte della popolazione?”.
Rispondendo a una domanda relativa alle notizie di gravi abusi e violazioni dei diritti umani che verrebbero commessi nella striscia di Gaza dalle forze di sicurezza di Hamas, Hammad, che è responsabile delle forze di sicurezza di Hamas nella striscia di Gaza ed è considerato uno dei personaggi più potenti del movimento islamista palestinese, ha ribattuto: “Noi non siamo una società di angeli. Cerchiamo di promuovere le istituzioni e l’addestramento, ci teniamo al prestigio della polizia e al suo rispetto della legge. Allo stesso tempo, però, dobbiamo preservare la dignità del cittadino”.

(Da: Ha’aretz, Jerusalem Post, israele.net, )

Nella foto in alto: Fathi Hammad in una sua recente apparizione televisiva
 




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31 dicembre 2010

Pornografia e Olocausto

Un documentario israeliano illustra la letteratura erotica ambientata nei campi di concentramento

pouhol erschiessen 1278377p Pornografia e OlocaustoA inizio degli anni sessanta comparvero in Israele una serie di fumetti pornografici che ritraevano storie di sesso e violenza tra affascinanti aguzzine naziste e soldati alleati caduti nelle loro peccaminose mani. Un genere letterario che importò la pornografia in Israele, a soli 15 anni dall’infinito dramma della Shoah. Un documentario intitolato “Pornografia ed Olocausto” di un giovane regista israeliano, Ari Libker, che esce in questi giorni in Germania illumina il curioso fenomeno attraendo grande interesse nel Paese dove il genocidio degli ebrei è ancora un argomento tabù.

PORNO NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTOStalags è il nome dei quadernetti pornografici che comparvero a inizio degli anni ’60 alle fermate dei bus di Tel Aviv. Stalags è un’abbreviazione tedesca che significa campi di concentramento, e il nome dei fogli erotici già illustrava immediatamente l’ambientazione delle avventure sessuali dei protagonisti. Negli Stalags piloti o soldati di fanteria degli eserciti alleati si trovano prigionieri nei campi di concentramento nazisti, ed erano sorvegliati da soldatesse vestite con camice aperte che lasciano intravedere seni molto grossi, stivali a tacco altissimo e pantaloni molto, molto aderenti. Le bionde ed affascinanti kapò prima torturavano i prigionieri, per passare al sadomasochismo e poi al sesso vero e proprio, fino a che le parti si capovolgevano e gli schiavi, sessuali,diventavano i padroni. 

pouhol gefesselter 1278371p Pornografia e OlocaustoFENOMENO DI CULTO -

 

ESCAPISMO NEL TRASH - Il primo Stalag fu scritto da un certo Eli Kaider sotto lo pseudonimo di Mike Baden, e nei due anni successivi, proprio mentre Israele si confrontava pubblicamente per la prima volta con la tragedia dell’Olocausto assistendo al processo Eichmann, ci fu una vera e proprio epidemia di questi giornaletti pornografici, con storie sempre più spinte, torturatrici naziste sempre più belle e cattive. Il loro successo finì però quando un tribunale bloccò la pubblicazione di uno Stalag intitolato “Sono la puttana  personale del colonnello Schultz”, dove per la prima volta una donna era la protagonista delle attenzioni erotiche di un nazista. L’intervento della magistratura spense il fenomeno, e gli Stalag rimasero nella memoria e i vecchi numeri passati di mano in mano. Ora valgono moltissimo per chi li colleziona, raggiungendo cifre considerevoli nelle aste su Internet.

pouhol buchcover D 1278373p Pornografia e OlocaustoTENTATA RISPOSTA - Il documentario di Ari Libker prova a spiegare il successo e i motivi per i quali la pornografia in Israele arrivò utilizzando un immaginario basato sulla più grande tragedia vissuta dal popolo ebreo. Una sorta di tentativo di risposta al grande trauma collettivo basato sui sogni erotici che gli stessi prigionieri dei campi di concentramento confessavano. Le naziste presenti nei campi, confessa una delle persone intervistate nel documentario, costituivano l’unico sogno erotico per persone che quotidianamente vivevano un incubo inimmaginabile. Il film di Libker non offre risposte, ma costituisce un interessante approfondimento su un fenomeno particolare. L’utilizzo del basso, del trash, come forma di accettazione, se non di vero e proprio escapismo, per una realtà che non si riesce ad accettare.

Gli Stalags diventarono un fenomeno di grandissima dimensione, tanto che le copie del primo quaderno andarono esaurite dopo la stampa di ben 80 mila copie, una cifra davvero considerevole vista la popolazione dell’epoca di Israele,circa 2 milioni di abitanti. La diffusione dei quaderni pornografici a sfondo nazista fu davvero notevole,  e dopo la loro repentina scomparsa sono rimasti ancora oggi nella memoria collettiva del Paese. In un film culto del cinema israeliano degli anni ’70, Eskimo Limon, il protagonista si rinchiude in bagno per masturbarsi sfogliando l’antico giornaletto porno. Le storie erano raccontate senza alcun pudore, e le illustrazioni sotto le immagini non lasciavano spazio ai dubbi. Un estratto recitava :”Lei prese il suo pene tra le mani e in broken english disse: questo è cosa mia, ora”.

 

http://www.giornalettismo.com/archives/107606/pornografia-e-olocausto/




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30 dicembre 2010

Israele sta ancora pagando il prezzo del ritiro dal Libano

Yaakov Katz
Dieci anni fa, il 24 maggio 2000, le Forze di Difesa israeliane completavano il ritiro unilaterale dal Libano meridionale. Quest’anno, il 24 maggio, qualcuno potrebbe dire che le Forze di Difesa israeliane sono impegnate a pagare il prezzo per quel ritiro precipitoso, visto che ben quaranta consigli locali stanno conducendo una delle più vaste esercitazioni di difesa civile passiva organizzate in Israele, per prepararsi alla prossima guerra con Hezbollah.
Allora, nel 2000, furono pochissimi i politici e gli ufficiali che si pronunciarono contro il ritiro. All’epoca l’opinione generale era, e pare essere ancora oggi, che Ehud Barak avesse fatto la mossa giusta tirando fuori di Israele dal Libano e ponendo fine a diciotto anni di gravosa presenza delle Forze di Difesa israeliane nella fascia di sicurezza in territorio libanese lungo la frontiera con Israele.
Quelli che allora erano contrari al ritiro prevedevano ciò che in effetti finì per accadere. Essi non si opponevano tanto al ritiro in se stesso, quanto al modo in cui venne fatto: unilateralmente (cioè senza alcun accordo con la controparte), in fretta e di notte. Israele, sostengono i critici, venne così percepito come in fuga dal Libano a causa delle perdite militari subite, regalando in pratica all’Iran e al suo principale mandatario Hezbollah la loro prima vittoria nella guerra tuttora in corso fra Israele e l’asse del male guidato da Tehran.
Il prezzo del ritiro fatto in quel modo venne pagato a stretto giro già nell’ottobre 2000, quando tre soldati israeliani vennero sequestrati sul Monte Dov e i loro corpi senza vita restituiti soltanto tre anni dopo. La politica israeliana di autocontrollo – o “contenimento” come venne chiamata più tardi – permise a Hezbollah di continuare a sviluppare, a ridosso della frontiera d’Israele, il suo esercito e il suo arsenale di razzi che più tardi avrebbe sfoggiato contro Israele nella seconda guerra in Libano del 2006.
Indipendentemente da chi abbia ragione su ciò che doveva accadere dieci anni fa, il dato di fatto è che oggi Israele si trova ad affrontare in Libano una minaccia sempre crescente. Oggi Hezbollah dispone di decine di migliaia di razzi in più di quanti ne possedesse nel 2000 e nel 2006. Nel 2000 non aveva un solo razzo in grado di colpire Tel Aviv, oggi ne ha centinaia.
La ragion d’essere di Hezbollah prima del ritiro del 2000 era quella di combattere contro l’“occupazione” israeliana. Dopo il ritiro di Israele, benché Hezbollah continui a sostenere di combattere contro la presenza delle Forze di Difesa israeliane in due fazzoletti di terra come le Fattorie Sheba (semmai siriane, e non libanesi) e nella metà nord del villaggio di Ghajar (i cui abitanti peraltro non vogliono passare al Libano), in realtà se continua ad esistere è solo perché così vogliono Siria e Iran. Sia l’una che l’altro sono i protettori e i principali sostenitori di Hezbollah. I missili Scud recentemente forniti a Hezbollah provengono dalla Siria. I missili M600 sono stati prodotti in Siria su progetti iraniani. Le vaste esercitazioni di difesa civile in corso in questi giorni in Israele non si basano su scenari di minacce che potrebbero concretizzarsi in futuro: hanno piuttosto lo scopo di preparare la popolazione ad affrontare minacce già oggi presenti incombenti. Tutti i peggiori nemici di Israele, dall’Iran alla Siria a Hezbollah a Hamas, nell’ultimo anno hanno significativamente incrementato la produzione e l’approvvigionamento di missili a lunga gittata capaci di colpire il centro del paese e Tel Aviv. Secondo tutte la valutazioni, se domani dovesse scoppiare una guerra Israele finirebbe sotto una pioggia di missili senza precedenti, per lo più diretti su Tel Aviv.
Nelle scorse settimane si è fatto un gran parlare della possibilità che si riaccenda il conflitto con Hezbollah prima della fine dell’estate. La scintilla potrebbe essere uno di questi scenari: Hezbollah attacca Israele come rappresaglia dopo un raid sugli impianti nucleari iraniani; oppure Hezbollah riesce a mettere a segno la sospirata vendetta per l’uccisione del suo comandante terrorista Imad Mughniyeh nel 2008 (avvenuta a Damasco, ma automaticamente attribuita a Israele); oppure Israele decide di attaccare l’ennesimo convoglio di rifornimenti di armi pesanti, come sembra che stesse per fare il mese scorso quando la Siria stava trasferendo missili Scud a Hezbollah.
Allo stato attuale, comunque, nessuna delle parti sembra essere interessata a una ripresa del conflitto. Israele preferisce la calma, in particolare ora che ha appena riavviato i colloqui di pace (indiretti) coi palestinesi. A Hezbollah interessa continuare la corsa al riarmo e contemporaneamente rafforzare il suo potere politico a Beirut.

(Da: Jerusalem Post, 25.5.10)

 




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30 dicembre 2010

Il Trio del Terrore

Benji Davis
La Casa Bianca di Obama ha messo i colloqui di prossimità (negoziati indiretti) fra Israele e Autorità Palestinese in vetta alla sua politica mediorientale nella convinzione che un successo in queste trattative innescherebbe un effetto domino positivo in tutto il resto della regione. In realtà, qualunque eventuale futuro accordo fra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) non contribuirebbe in nulla ad avvicinare la pace fra israeliani e palestinesi, né la riconciliazione dei contrasti fra occidente ed estremisti islamici.
Infatti, quand’anche venisse creato uno stato palestinese, il Trio del Terrore – Iran e i suoi lacchè Hamas e Hezbollah – ha la forza sufficiente per impedire qualunque transizione verso una situazione realmente tranquilla nel Vicino e Medio Oriente.
Hamas ha reintegrato le sue riserve di razzi ai livelli precedenti l’operazione israeliana nella striscia di Gaza del gennaio 2009. Il gruppo terrorista islamista palestinese ha anche migliorato le sue capacità in fatto di razzi: oggi ha a portata di mano razzi che possono arrivare fino ad abbattersi su Tel Aviv. Dall’altra parte, in Libano, coi suoi 40.000 razzi sponsorizzati dagli ayatollah e puntati su Israele, e con le migliaia di miliziani addestrati dagli ayatollah e asserragliati nei bunker, Hezbollah è già pronto per la prossima tornata con il vicino ebraico.
Dal canto suo l’Iran, stando alle agenzie di intelligence americane, ha creato abbastanza combustibile nucleare per uno “sprint veloce” verso la bomba. Considerando il costante appello dei capi iraniani per la distruzione di Israele e la loro adesione ad una versione apocalittica dell’islam (dove caos e violenza funzionano come meccanismi che favoriscono l’avvento dell’era messianica), nessuno può dubitare della disponibilità della Repubblica Islamica a fare uso della bomba.
Finora, però, nessun esperto né leader, nemmeno dall’osservatorio israeliano, ha sottolineato come, secondo logica, il Trio del Terrore potrebbe “cancellare Israele dalla mappa geografica” senza nemmeno prendersi la briga di schiacciare il fatidico pulsante. Ecco come.
Primo: causare la fine del processo di pace. Se un interlocutore arabo vorrà mai intavolare seri negoziati con Israele, non potrà fare nessuna concessione né accettare nessun compromesso con lo stato ebraico senza innanzitutto ponderare le conseguenze che queste scelte avrebbero rispetto alla Repubblica Islamica. Un Iran munito di armi nucleari potrebbe persino costringere Egitto e Giordania ad revocare i loro trattati di pace con Israele, il che porterebbe al massimo grado storico il pericolo di guerra in Medio Oriente. Angariate e soggiogate dal Trio del Terrore, Amman e il Cairo sarebbero persino spinte ad invadere il territorio israeliano, nel caso scoppiasse una guerra regionale.
Secondo: ridurre le opzioni militari d’Israele. Lo stato ebraico non godrebbe più della forza deterrente che oggi esercita verso i suoi vicini islamisti in Libano e nella striscia di Gaza. Un Iran munito di capacità nucleare fornirebbe a Hamas e Hezbollah razzi a più lunga gittata, e ben più letali degli attuali arsenali di razzi Katyusha e Qassam, senza doversi preoccupare della reazione di Israele. Con la minaccia di un Iran nucleare sopra la testa, Israele resterebbe con ben poche difese contro l’intensificarsi dei lanci di razzi ai suoi confini settentrionale e meridionale, e di conseguenza i suoi cittadini sarebbero forzati ad abbandonare le regioni periferiche concentrandosi nel centro del paese.
Terzo: indebolire l’economia d’Israele sino a un punto di non ritorno. In un sondaggio del 2007 il 27% degli israeliani intervistati disse che avrebbe lasciato il paese se l’Iran fosse riuscito a dotarsi di know-how nucleare. In quelle circostanze, non sarebbe una sorpresa se gli investitori stranieri e l’élite israeliana – imprenditori, specialisti high tech, uomini d’affari, intellighenzia, medici, avvocati, accademici – decidessero di abbandonare il paese. Con un quarto della popolazione israeliana in fuga verso la diaspora, un Iran nucleare riuscirebbe a causare la fine del sogno sionista: con gli ebrei in fuga dalla loro madrepatria alla ricerca di rifugio all’estero.
Anziché condannare Netanyahu per la politica edilizia del suo governo in questo o quel quartiere di Gerusalemme, una Casa Bianca realmente impegnata per la pace in Medio Oriente dovrebbe concentrarsi su come bloccare i finanziamenti e l’addestramento iraniano dei gruppi terroristi che tengono nel mirino obiettivi israeliani e occidentali, su come applicare sanzioni paralizzanti contro l’Iran attraverso una “coalizione di volonterosi”, e su come sollecitare i “moderati” di Ramallah a cessare le campagne di istigazione all’odio contro Israele con cui stanno indottrinando un’intera generazione di giovani.
L’amministrazione Obama deve rendersi conto che il maggiore ostacolo alla pace non è Israele, bensì la minaccia alla all’esistenza di Israele posta dal temibile trio Iran-Hezbollah-Hamas. E se questo Trio del Terrore dovesse diventare atomico, allora potrà conseguire il suo obiettivo di annientare lo stato ebraico senza nemmeno aver bisogno di schiacciare il fatidico bottone.

(Da: YnetNews,)

Nelle foto in alto: il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad con il capo del Politburo di Hamas Khaled Mashaal e il segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah

 




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30 dicembre 2010

Israele - 60 anni: Rifiuto della spartizione e mito dell’esproprio

Tel Aviv ieri e oggi

 

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di Marco Paganoni
“Il movimento sionista è nazionale e non imperialista, il movimento arabo è nazionale e non imperialista e c’è posto per entrambi in Medio Oriente”. Lo scrisse nel 1919 l’emiro Feisal ibn Hussein, leader della rivolta araba contro i turchi.
Due mesi prima, a Parigi, aveva firmato con il presidente sionista Chaim Weizmann un accordo che riconosceva il diritto degli ebrei ad immigrare nella Palestina (occupata dagli inglesi) e a stabilirvi la loro sede nazionale. Pose un’unica condizione: che gli venisse riconosciuto il regno arabo unito a cui aspirava.
Ma Londra e Parigi tradirono quella promessa e i risorgimenti nazionali ebraico e arabo, a un passo dall’avviare una pacifica e fruttuosa convivenza, entrarono in rotta di collisione.
Quella rimane una delle rare occasioni in cui un leader arabo abbia mostrato di comprendere i potenziali vantaggi della cooperazione coi sionisti. Prevalse invece, rispetto alle aspirazioni ebraiche, un atteggiamento a metà tra opportunismo predatorio e intransigenza aggressiva, che non solo procurò innumerevoli lutti a entrambe le parti ma si dimostrò anche tragicamente miope sul piano storico e politico.
Quando, nella seconda metà dell’800, prese avvio la moderna immigrazione ebraica nella Palestina ottomana (per gli ebrei Eretz Israel, Terra d’Israele), gli arabi erano meno di trecentomila, e molti si erano stabiliti da poco in quel paese che non era mai stato esclusivamente arabo (gli ebrei, ad esempio, erano già maggioranza a Gerusalemme) e che non era mai stato una nazione araba indipendente. Era una regione arretrata e sotto-popolata, con un’agricoltura primitiva, poco commercio locale, industria quasi inesistente. Al vertice della società araba stavano gli effendi, grandi proprietari terrieri che sfruttavano i fellahin: contadini analfabeti, incatenati alla povertà e ai debiti, vessati da nomadi predoni.
Gli ebrei in arrivo – parte animati da alti ideali, parte profughi in fuga da recrudescenze di antisemitismo – si danno all’acquisto delle terre nel paese dei padri che sognano di redimere e portare a nuova vita. Intanto introducono moderne tecniche agricole nonché rapporti sociali, ideologie politiche, spirito e costumi del tutto nuovi e dirompenti per la comunità araba, tradizionale e patriarcale. Non stupisce che l’avvento della modernità portata dagli ebrei abbia scatenato l’opposizione dei ceti sociali che dal vecchio assetto traevano vantaggi e potere. Un’opposizione chiassosa e a tratti violenta, ma anche molto ambigua. “Uno dei paradossi dell’insediamento sionista – spiega Eli Barnavi – è il fatto che esso si sia realizzato grazie agli arabi di Palestina, grandi signori e piccoli fellah, che vendevano le loro terre agli enti sionisti. Lo fecero tanto le grandi famiglie feudali, la cui avidità di guadagno aveva la meglio sulle considerazioni politiche, quanto le collettività dei villaggi, desiderose di sbarazzarsi di terre incolte ad alto prezzo”. Il valore commerciale della maggior parte delle terre, inizialmente molto basso, conosce un incremento vertiginoso, con il conseguente trasferimento di ingenti capitali dagli acquirenti ebrei ai venditori arabi. Basti ricordare che negli anni ’40 gli enti ebraici pagavano più di mille dollari un acro di terra per lo più arida, quando nello stesso periodo un acro di terra fertile nello stato americano dello Iowa veniva pagato poco più di cento dollari. “Gli ebrei – scrisse la Commissione Simpson nel 1930 – hanno pagato prezzi molto alti per la terra, e spesso hanno anche versato a chi occupava quelle terre senza esserne proprietario somme considerevoli che non erano tenuti a pagare”. Così vennero vendute, ad esempio, le terre demaniali nella valle di Beit She'an, a sud di Tiberiade, che negli anni ’20 gli inglesi avevano distribuito a tribù beduine che non sapevano cosa farsene; e le terre paludose della Valle di Hule, di proprietà d’una sola famiglia che viveva in Siria e che le aveva avute dal Sultano turco. Delle terre acquistate dagli enti fondiari ebraici tra il 1901 e il 1947, il 73% era stato ceduto dal demanio o da grandi proprietari terrieri, generalmente assenteisti. Vendette il sindaco arabo di Giaffa; vendette Assad Shuqeiri, padre di Ahmed Shuqeiri, futuro fondatore dell’Olp; vendettero molti membri del Consiglio Supremo Islamico.
Sono gli stessi anni in cui monta la campagna araba contro gli ebrei che “espropriano ed estromettono” gli arabi di Palestina. “E’ chiaro – scrisse re Abdullah di Transgiordania nelle sue memorie – che gli arabi sono prodighi nel vendere terre almeno quanto lo sono nel piangere e lagnarsi”. D’altra parte, notava l’Alto Commissario Britannico nel 1938, lamentare la perdita di terre è anche un modo per alzarne il prezzo.
Tanto più che, in quegli anni, gli arabi non vengono affatto estromessi. Anzi, attratti dallo sviluppo economico innescato dalla comunità ebraica, ne arrivano dai paesi vicini. “L’immigrazione araba – osserva negli anni ’30 il governatore britannico del Sinai – continua non solo dall’Egitto, ma anche dalla Transgiordania e dalla Siria, ed è difficile sostenere che gli arabi in Palestina vengano spodestati se nel frattempo continuano ad arrivarne altri”. Le migliori condizioni di vita determinano anche un incremento naturale dovuto al calo della mortalità, specie infantile (che tra il ’25 e il ’45 crolla da 201 a 94 per mille). “La carenza di terre – afferma nel 1937 la Commissione Peel – non è tanto dovuta agli acquisti da parte ebraica, quanto all’aumento della popolazione araba”. “Un aumento – nota Baruch Kimmerling – iniziato dopo un lungo periodo di stagnazione e decremento demografico. Oltre agli immigranti da Egitto Siria e Libano, si ebbe una crescita naturale annua fra le più elevate del Medio Oriente: più del 20 per mille. In poco più di due decenni, fra il ‘22 e il ‘44, il numero degli arabi raddoppiò”. Fatto ancora più significativo, l’aumento si concentra proprio nei distretti dove è più alta la densità ebraica: tra il 1922 e il 1947, ad esempio, nelle città miste di Haifa e Gerusalemme gli arabi crescono rispettivamente del 290% e del 131%, mentre nelle città solo arabe di Nablus e Jenin aumentano del 42% e del 37%.
Nel frattempo l’yishuv, la comunità ebraica in Terra d’Israele, continuava a svilupparsi, inaugurava nuove sperimentazioni sociali (kibbutz), apriva strade, fondava città (Tel Aviv nel 1909), creava università (nel ‘24 il Technion di Haifa, nel ‘25 l’Università di Gerusalemme), rivitalizzava l’antica lingua ebraica, dava vita a una moderna democrazia dotata di partiti, giornali, sindacati. Alla fine degli anni ’30 lo stato degli ebrei di fatto esisteva, benché ancora sotto governo britannico, come riconobbe la Commissione Peel, che infatti propose per la prima volta di dividere il paese in due stati. Ma nel maggio ‘39, alla vigilia della conflagrazione mondiale, spinta dalla necessità di ingraziarsi i nazionalisti arabi bellicosamente attratti dalle ideologie e dalla politiche delle potenze dell’Asse, Londra preferì varare un Libro Bianco che limitava pesantemente le concrete possibilità di immigrazione degli ebrei, anche di quelli intrappolati nell’Europa della Shoà.
L’idea di spartire la terra fra i due popoli riemerge solo più tardi, il 29 novembre 1947, con il voto dell’Assemblea Generale dell’Onu che raccomanda la suddivisione del Mandato Britannico in due stati, uno arabo e uno ebraico: è la risoluzione su cui si fonda la dichiarazione d’indipendenza dello Stato d’Israele (14 maggio 1948). Ma gli arabi si oppongono. Quando Abba Eban offre un estremo compromesso per scongiurare la guerra, il segretario della Lega Araba Azzam Pasha gli risponde candidamente: “Il mondo arabo non vuole un compromesso. Non otterrete nulla con mezzi pacifici: noi ci sforzeremo di sconfiggervi. Può darsi che la vostra proposta sia ragionevole, ma il destino delle nazioni non viene deciso dalla logica”. “E’ difficile capire – scriveva in quei giorni il London Times – come il mondo arabo in generale, e men che meno gli arabi di Palestina, possano affliggersi per quello che è solo il riconoscimento di un dato di fatto: la consolidata presenza in Palestina di una comunità ebraica compatta, ben organizzata e virtualmente già autonoma”. E l’Unità spiegava: “Gli effendi, questi tenaci assertori dei diritti dei latifondisti arabi, vi ricorderanno che tra il 1922 e il 1944 gli ebrei sono passati da 84.000 a 554.000, ma non vi diranno che i musulmani sono aumentati nello stesso periodo da 589.000 a 1.061.000 grazie alla diminuita mortalità, principalmente infantile, mentre l'accresciuta fertilità del suolo, i lavori ebraici di bonifica e la nascita di città industriali hanno reso possibile alla Palestina di accogliere arabi dai paesi vicini. Il fellah che manda a scuola i suoi figli e che per la prima volta dopo secoli di miseria ha del denaro sono novità pericolose per una dominazione ancora medioevale. La lotta antiebraica prende così il suo carattere di lotta contro il progresso e contro la civiltà”.
Ergendosi a paladini della causa palestinese, i paesi arabi si lanceranno in una catastrofica guerra contro il neonato Israele, con il malcelato intento di spartirsene le spoglie. Israele riesce a difendersi, ma i territori destinati agli arabi palestinesi cadono sotto occupazione egiziana e giordana. Amman li annette, mentre l’Egitto fa stampare francobolli con la scritta “Gaza è parte della nazione araba” e fa dire a Shuqeiri: “Si sa che la Palestina non è altro che la provincia siriana meridionale della nazione araba”.
Chi farà le spese dell’infida solidarietà araba saranno in primo luogo gli sfollati palestinesi, in fuga dalla guerra verso i paesi fratelli dove verranno segregati nei campi profughi, succubi della scelta araba di usarli per decenni come strumento di propaganda e di terrorismo: vera e propria “carne da cannone” del revanscismo anti-israeliano.
 




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30 dicembre 2010

Quel contributo arabo alla Shoà

Shlomo Avineri
Sempre più spesso si sente ripetere l’argomento dei palestinesi secondo cui vi sarebbe un’ingiustizia di fondo nel fatto che essi sembrano costretti a pagare il prezzo per i crimini commessi in Europa durante la Shoà.
Naturalmente è vero che i colpevoli d’aver perpetrato l’Olocausto sono la Germania nazista e i suoi alleati, non i palestinesi. Ma ogni argomento che lega la creazione dello Stato di Israele esclusivamente alla Shoà è viziato dal fatto di ignorare che il moderno sionismo precede di vari decenni l’annientamento degli ebrei nella seconda guerra mondiale, anche se chiaramente la Shoà ha rafforzato la rivendicazione di sovranità da parte ebraica.
Ma, oltre a questo, l’argomento arabo non è del tutto corretto nemmeno in se stesso nel momento in cui attribuisce tutte le responsabilità all’Europa. Quando, nel 1936, scoppiò la rivolta araba contro il governo britannico sulla Palestina Mandataria, il suo scopo era quello di modificare la posizione britannica, che aveva appoggiato l’immigrazione ebraica in Palestina sin dai tempi della Dichiarazione Balfour (poi inclusa nel testo del Mandato conferito alla Gran Bretagna dalla Società delle Nazioni). La rivolta mirava anche a colpire la comunità ebraica per dissuadere gli ebrei che intendevano immigrare.
Gli inglesi, secondo la secolare tradizione coloniale, repressero brutalmente la rivolta, coadiuvati dalla comunità ebraica locale e aiutati dal governo mandatario britannico. Ma nell’inverno 1938-39 gli inglesi mutarono politica, dopo che il governo del primo ministro Neville Chamberlain aveva capito che il suo tentativo di accondiscendere Hitler era fallito. La Gran Bretagna iniziò a prepararsi per l’ormai inevitabile guerra contro i nazisti e, in questo quadro, cambiò anche la sua politica in Medio Oriente. Londra reintrodusse la leva obbligatoria, avviò una produzione massiccia di aerei e carri armati, sviluppò il radar. Alla luce della necessità di garantire il collegamento cruciale dell’Impero con l’India attraverso il Canale di Suez, la Gran Bretagna temette che una protratta e violenta repressione della rivolta araba in Palestina avrebbe spinto tutti gli arabi della regione più vicino di quanto già non fossero alla Germania nazista e all’Italia fascista. Di conseguenza prese la decisione di avvicinarsi agli arabi allontanandosi dal sionismo. Come spiegò ai dirigenti sionisti il segretario alla colonie Malcolm MacDonald, il cambiamento non scaturiva da una convinzione britannica che le rivendicazioni arabe fossero giustificate, quanto da una pura scelta di realpolitik: c’erano più arabi che ebrei, e gli ebrei in ogni caso avrebbero appoggiato la Gran Bretagna contro i nazisti mentre gli arabi avevano l’opzione di schierarsi con la Germania.
Il crudele paradosso sta nel fatto che questo appeasement verso gli arabi prese avvio proprio quando la Gran Bretagna stava abbandonando la sua politica di appeasement verso Hitler e si stava preparando alla guerra contro la Germania.
Questo fu il motivo per cui venne pubblicato il Libro Bianco del 1939, che limitava drasticamente il diritto degli ebrei ad acquistare terre nel Mandato sulla Palestina e poneva un tetto di 75.000 unità all’immigrazione ebraica. Il messaggio agli arabi era chiaro:gli ebrei resteranno una minoranza in Palestina/Terra d’Israele.
Tale politica non ha completamente conseguito il suo obiettivo: il mufti di Gerusalemme Haj Amin al-Husseini imboccò comunque la strada per Berlino; in Iraq scoppiò una ribellione anti-britannica e filo-nazista, guidata da Rashid Ali. Ma per quanto riguarda gli ebrei, gli inglesi continuarono coerentemente ad applicare i principi del Libro Bianco per tutta la durata della guerra. Le porte della Palestina/Terra d’Israele restarono sbarrate all’immigrazione legale ebraica, la marina britannica combatté con determinazione l’immigrazione clandestina e le navi che cercavano di portare in salvo gli ebrei dall’occupazione nazista (come la Struma) vennero rispedite ai porti d’origine; alcuni dei loro passeggeri perirono in mare, altri nelle camere a gas.
La colpa della Shoà ricade sulla Germania nazista e sui suoi alleati. Ma un non calcolato numero di ebrei, forse nell’ordine di centinaia di migliaia – compresi i miei nonni, originari della cittadina polacca di Makow Podhalanski – non raggiunsero la Palestina Mandataria e non furono salvati a causa della posizione assunta dagli arabi, i quali riuscirono a far chiudere la porte del Paese durante gli anni più tetri della storia del popolo ebraico.
Chiunque persegua la riconciliazione fra noi e i palestinesi deve insistere che entrambe le parti siano sensibili alle sofferenze dell’altra, e questo vale per i palestinesi come per noi.

(Da: Ha’aretz, 11.4.10)

Nella foto in alto: Militari inglesi si apprestano ad arrestare e internare ebrei immigrati clandestinamente in Terra d’Israele/Palestina durante gli anni del Libro Bianco ’39

 




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30 dicembre 2010

Cara signora, le racconto due o tre cose sui miei genitori

Yoram Dori
Gentile signora Thomas, ho saputo delle sue recenti affermazioni secondo cui noi ebrei dovremmo “andarcene dalla Palestina” e “tornarcene a casa, in Germania e in Polonia”. Sono ben convinto che lei sia a conoscenza degli eventi che hanno avuto luogo negli anni 1939-45. Tuttavia, a scanso d’errori, mi pare opportuno raccontarle qualcosa dei miei genitori e delle loro famiglie.
Mia madre fu mandata dai suoi lungimiranti genitori dalla Germania nella Palestina Mandataria britannica nell’anno 1933, quello dell’ascesa al potere dei nazisti. I divieti britannici, che impedivano l’ingresso agli ebrei in fuga dagli orrori nazisti, le resero molto difficile l’immigrazione, e solo fingendo di essere in visita turistica riuscì a entrare e a salvarsi la vita. Sua sorella maggiore Sarah, il marito di lei e i loro tre figli di 12, 10 e 7 anni non riuscirono a trovare il modo di arrivare nella Palestina britannica e vennero spediti dai nazisti in Polonia, dove il loro viaggio verso le camere a gas di Auschwitz fu tragicamente breve. A quanto capisco, è da quelle parti che lei mi vorrebbe mandare.
Anche mio padre, che viveva in Austria, dimostrò intraprendenza e subito dopo l’invasione tedesca si imbarcò per la Palestina britannica. Lungo il viaggio, di nuovo per via dei divieti britannici, fu costretto a gettare in mare il suo passaporto per non correre il rischio d’essere rispedito in Austria, un altro paese dove lei vorrebbe che io mi trasferissi. Suo fratello maggiore e la di lui moglie, che non partirono con lui, vennero assassinati dai nazisti e dai loro collaboratori.
I miei genitori, che – come ho detto – riuscirono a mettersi in salvo fuggendo dall’Europa appena prima d’essere assassinati, sbarcarono in un paese arido e desolato dove si misero a lavorare duramente nei frutteti riuscendo a mala pena a mantenersi, ma dove erano, sia detto per inciso, ben lieti della loro sorte.
Nel 1947, quando ebbero notizia della risoluzione dell’Onu sulla spartizione del paese (in due stati, uno ebraico e uno arabo), come tutti gli altri ebrei scesero a ballare per le strade, anche se gran parte del territorio della terra d’Israele veniva sottratto alla sua sovranità. Per gente che era scampata al rogo della Shoà, era abbastanza.
I palestinesi e i paesi arabi, che avevano ottenuto la maggior parte del territorio, rifiutarono la risoluzione dell’Onu e lanciarono una guerra con lo scopo di annientarci. Erano trascorsi solo tre anni dalla liberazione di Auschwitz e di nuovo noi – gli ebrei – dovevamo affrontare la minaccia dello sterminio. Fortunatamente i seicentomila ebrei in terra d’Israele sconfissero i milioni di arabi in armi (sebbene a prezzo di durissime perdite). A quanto pare, talvolta la giustizia ha di per sé abbastanza forza e potere.
Nei sessantadue anni della nostra esistenza come Stato sovrano abbiamo avuto sette guerre, migliaia di attentati terroristici, autobus fatti esplodere nelle strade, prese di ostaggi e sparatorie nelle scuole, tiri di mortaio sugli asili. Eppure lei vorrebbe ricacciarci nei luoghi dell’inferno, come se non fosse accaduto nulla sessantacinque anni fa in Europa, come se non avessimo sempre teso la mano in segno di pace sin da quando abbiamo creato il nostro Stato.
Siamo usciti vittoriosi dalle guerre che ci furono imposte dall’Egitto e, appena possibile, abbiamo firmato un accordo di pace con l’Egitto restituendogli tutti i suoi territori, pozzi di petrolio compresi. Abbiamo firmato un accordo di pace con la Giordania, cedendole tutti i territori che rivendicava e grandi quantità di acqua ogni anno. Ci siamo ritirati dal Libano (pur in assenza di un accordo) fino al confine internazionale (certificato dall’Onu) e in cambio abbiamo ricevuto i razzi katyusha degli Hezbollah sui nostri cittadini. Abbiamo lasciato la striscia di Gaza e in cambio abbiamo ricevuto fuoco massiccio sui nostri civili nel sud. Lo sa, signora Thomas, che molti bambini israeliani di Sderot e di tutta la zona circostante Gaza sono traumatizzati e inseguiti dagli incubi per la paura dei missili di Hamas?
Ed è noi che lei vuole cacciare da questo paese? Perché? Forse perché pensa che siamo deboli, o perché è seccante il fatto che non ci siamo lasciati sconfiggere? Sono uno che, per tutta la vita da adulto, ha militato nel campo della pace israeliano, a dispetto di quelli come lei e delle vostre opinioni stravaganti e insolenti. Io e i miei amici, e spero anche il mio governo, continueremo a tentare di tutto pur di arrivare alla pace. Una pace che ci permetta le condizioni minime per vivere la nostra vita, e ai nostri vicini, i palestinesi, di costruirsi un paese e di svilupparsi e prosperare. Per arrivare a questo siamo pronti a fare grandi concessioni, a cedere tutti i territori conquistati nel corso di guerre che i nostri vicini ci hanno imposto di combattere. C’è una cosa sola che vogliamo in cambio: la vita. Una vita tranquilla, senza terrorismo, senza missili, senza minacce alla nostra stessa esistenza; una vita come quella che lei vive nella sua Washington e che anch’io ho diritto di vivere: in Israele.

(Da: Jerusalem Post, 7.6.10)

Nella foto in alto: la giornalista americana Helen Thomas, decana dei corrispondenti accreditati alla Casa Bianca

 




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30 dicembre 2010

“O Allah, brucia gli ebrei e tutti i nemici dell’islam”

Khaled Abu Toameh
Spiace dover constatare che, a quanto pare, molti nel mondo arabo sembrano gioire per il tragico incendio che nei giorni scorsi ha devastato una vasta area del Carmelo, nel nord di Israele, provocando anche la morte di 41 agenti e soccorritori rimasti intrappolati nel loro autobus fra le fiamme mentre accorrevano per agevolare lo sgombero di penitenziario di Damon. Mentre la comunità internazionale (compresi Egitto, Giordania e Autorità Palestinese) si mobilitava inviando decine di squadre e mezzi anti-incendio, a giudicare dai commenti inviati dai lettori di numerosi importanti mass-media e siti web arabi, una gran parte di loro è convinta che Allah con questo incendio abbia voluto “punire” Israele per l’occupazione di terre arabe e in particolare per l’operazione anti-Hamas nella striscia di Gaza del gennaio 2009.
Molti lettori arabi, inoltre, condannano con forza Egitto e Giordania per aver accettato di mandare aiuti. Altri esortano i nemici d’Israele, in particolare Iran, Hamas e Hezbollah, a cogliere l’occasione per cancellare una volta per tutte Israele dalla faccia della terra. Solo pochi lettori e telespettatori arabi hanno espresso comprensione per la tragedia che ha colpito Israele, e per la perdita di vite umane.
Quelli che seguono sono alcuni esempi apparsi nei giorni scorsi sui mass-media arabi.

“Che Allah posa punire tutti gli arabi che aiutano a spegnere l’incendio. Noi preghiamo Allah perché l’incendio cresca e si diffonda fino ai pozzi di petrolio nel mondo arabo”.

“O Allah, bruciali [gli ebrei] prima del Giorno del Giudizio. O Allah, distruggi loro e tutti i nemici dell’islam”.

“Che Allah si vendichi contro di loro e li cacci insieme ai corrotti governi [arabi]”.

“Questo è il momento giusto per l’Iran. Se un incendio provoca tanto panico nell’entità sionista [Israele], dove sono Mahmoud Ahmadinejad e Hassan Nasrallah? Dov’è la Siria? Un razzo può appiccare migliaia di incendi”.

“Allah lascia passare il tempo, ma non dimentica mai. Gli israeliani vengono puniti per le loro azioni. Speriamo che la loro fine sia vicina”.

“Suona strano che degli arabi stiano mandando aiuti ai nostri nemici. Allah sta punendo gli ebrei con questo incendio. Nessuna forza militare e nessun veto americano possono fermare l’incendio”.

“Grazie ad Allah per questo nuovo Olocausto, e vergogna alle autorità egiziane che sono accorse a salvare i sionisti mentre continuano a stringere d’assedio i nostri fratelli nella striscia di Gaza”.

“Grazie ad Allah per aver bruciato gli ebrei nello stesso modo in cui loro hanno bruciato i nostri fratelli musulmani in Palestina”.

“A Hezbollah, Hamas e a tutti gli arabi: questa è un’occasione d’oro per sbarazzarsi di Israele. Gli ebrei sono stretti fra il mare e il fuoco davanti, e le armi alle loro spalle”.

“Questo incendio è il risultato delle preghiere dei nostri prigionieri tenuti nelle carceri dell’occupazione. Le fiamme dell’inferno saranno sempre più forti. Che possano bruciare all’inferno, insieme agli ebrei, gli arabi che li stanno aiutando”.

“Allahu Akbar (Allah è grande). Questa sì che è un’arma efficace. Chiediamo ai nostri fratelli palestinesi di appiccare il fuoco a tutte le foreste”.

Anche il “primo ministro” di Hamas nella striscia di Gaza, Ismail Haniyeh, commentando domenica l’incendio sul Carmelo, ha dichiarato ai giornalisti: “Quelle fiamme sono il castigo di Allah per ciò che Israele ha fatto”.

(Da: Jerusalem Post, Israele.net, 4.12.10)

Nelle foto in alto: L’autobus dove hanno trovato la morte gli agenti di custodia israeliani; il super-aereo anti-incendio Usa all’opera sul Carmelo; i vigili del fuoco dell’Autorità Palestinese in aiuto ai colleghi israeliani; funerali delle vittime dell’incendio.

 




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29 dicembre 2010

Terra di nessuno

 




Correva l'anno millenovecentosettantacinque e lo studente Tuvia Hacholev non sopportava il Latino, perche' non aveva mai capito a cosa potesse servire quella antichissima lingua, usata ormai da poche migliaia di persone al mondo.
Tuvia, cosi' lo chiameremo d'ora in poi, si dedicava nel suo tempo libero a organizzare un movimento giovanile per realizzare il sionismo socialista nei kibbutz in Israele. 
Cose dell'altro mondo, si direbbe.
Il movimento giovanile si chiamava "La Giovane Guardia", in ebraico "Hashomer Hatzair".
Poi il signor Tuvia  ando' a vivere in Israele.
Poi, di colpo, arrivo' l'anno millenovecentoottantadue e sulle alture del Golan era da un sacco di tempo che non c'erano incidenti di rilievo. Siccome Assad voleva tenere Damasco protetta, la guerra verso Israele andava fatta passando dal Libano, con o senza Hezbolla', con o senza OLP, con o senza i cristiano-maroniti, con o senza drusi, con o senza i finanziamenti iraniani.
Ma andava fatta.
Ebbene, sul Golan c'era il confine israeliano ed il confine siriano, e tra di loro c'era una striscia di spessore variabile da 0.7 a 10 chilometri, che separava le forze dai tempi dell'armistizio successivo alla guerra del Kippur. La striscia si chiamava in inglese "NO MAN LAND", la TERRA DI NESSUNO.
In Quella Terra vi erano quasi solo postazioni di ufficiali di controllo delle Nazioni Unite. Inoltre potevano accedervi gli ufficiali israeliani e siriani, che tenevano le Relazioni Pubbliche con i Caschi Blu, ma era tassativo ordine che tra di loro non si potevano incontrare.
Di qua' dai confini di Israele e di la' dai confini siriani, vi erano dei veri battaglioni di Caschi Blu dell'ONU.
Venivano da lontano: c'erano i polacchi, gli austriaci, i canadesi, i nepalesi ed i finlandesi.
Al Checkpoint di Kuneitra, ex-capitale del Golan, c'erano, dalla parte israeliana, i soldati israeliani, ed alcuni Caschi Blu. Uno di questi, il finlandese, a forza di sentire una certa canzone alla radio, aveva imparato a cantarla anche lui.
La canzone diceva, in ebraico:"yoshev al hagader, reghel po', reghel sham, yoshev al hagader, besseder im kullam".
Traduzzione:"seduto sul recinto (ma anche, in ebraico, "confine"), un piede di qua, e l'altro di la', seduto sul recinto, vado d'accordo con tutti"  
Il Casco Blu finlandese non aveva la minima idea di che cosa stesse cantando.
Dal checkpoint israeliano si poteva vedere il checkpoint syriano, che era ad oriente, circa 700 metri piu' in la'.
Una sottile striscia di strada congiungeva i due checkpoint. Era la strada che tagliava in due la Terra di Nessuno.
Ogni settimana arrivava dalla Syria in Israele un camion pieno di birra per le truppe austriache, e mentre il soldato israeliano di turno al checkpoint controllava che non ci fosse del dolce esplosivo nascosto da qualche parte, il signor Tuvia, ufficiale di collegamento tra l'esercito israeliano e le Nazioni Unite sul Golan, doveva intrattenere le relazioni pubbliche con gli ufficiali e sottufficiali dell'ONU.
Alla sera, si chiudeva il cancello del confine e si riapriva al mattino successivo. Tuvia prendeva la Jeep ed andava a dormire nella sua cameretta nel kibbutz dove abitava. Il kibbutz era a circa 45 minuti di macchina da quel confine.
Allora un giorno la mattina Tuvia rimane addormentato nel suo letto in kibbutz perche' la sua sveglia ¿ non ha suonato, e siccome aveva lui in tasca le chiavi dell'unico portone dell'unico confine esistente tra gli israeliani ed i siriani, ecco che quel giorno il confine rimase chiuso per piu' di tre ore, con la gente da una parte e dall'altra un po' inferocita.
Tuvia si sveglio' alle 9 del mattino e dopo 2 secondi aveva il cuore a milletrecentobattitialsecondo: "aveva tenuto fuori dal confine, su quel tratto che veniva dalla Syria e si trovava nella Terra di Nessuno, almeno venti esseri umani, che erano trepidamente in attesa che Sua Altezza Reale il Re dei Lattai si riprendesse dal torpore!!!"
Roba che succedeva d'altri temPli avrebbe potuto scatenare una feroce guerra tra Tutankamon e Kamon Tuta, guerra che nemmeno le UNITED NATIONS OF NIUIORQ avrebbero potuto evitare.
Una corsa in jeep per scendere a valle dove passa il fiume, attraversamento del Giordano sul ponte di ferro e legno delle Figlie di Giacobbe, poi su' di corsa a centoventiallora sulle strade sdrucciolevoli e bucherellate del Golan, ed eccoci arrivati al gran cancello. Tira fuori le chiavi, apre il lucchetto che chiudeva la catena, e la gente comincia ad attraversare il confine.
Per primo si presenta un ufficiale austriaco.
Tuvia sapeva solo lo spagnolo, l'ebraico, l'inglese, l'italiano e masticava puro 'o franscese elarabbo.
L'austriaco pero' sapeva solo tetesco e russoski.
INZOMMA, NUN C'ERA COMMUNIKATZIA TRA I DUE !
"Che si fa'?" , pensarono entrambi.
Ebbene, quel giorno Tuvia noto' sul colletto dell'austriaco una piccola fascetta bianca tipo camicie coreane.
Dai documenti dell'austriaco risultava che si trattava del cappellano militare del battaglione austriaco. L'austriaco era un po' scocciato dell'attesa.
Ed aveva ragione.
Tuvia penso':"devo salvare la situazione, forse questo parla Latino" e gli chiese, facendo uno sforzo sovrumano:
"De quo venis?".
L'austriaco spalanco' la bocca dalla sorpresa, perche' non sapeva che la lingua ufficiale parlata sulle alture del Golan fosse il Latino, e disse:  
"De Damascum".
E Tuvia:
"Ab quo vadis?"
L'austriaco:
"Ab Tiberiadem"
Infine Tuvia, con un enorme sforzo mnemonico, saluto' cosi':
"Pulcrae Iter!"
(voleva dire circa una cosa del tipo "buon viaggio").
E gli strinse la mano.
L'austriaco ringrazio' e se ne ando'.
Tuvia era contento, sia perche' era un pezzo che era uscito dall'inferno libanese, sia perche' aveva imparato un nuovo midrash (Una STORIELLA EBRAICA):
quando ti insegnano a scuola la cosa piu' inutile che esistA, sappi che un giorno ti servira'




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29 dicembre 2010

Che ne è del riconoscimento dello stato ebraico?

Benny Levy
Tutta l’agitazione attorno al prolungamento della moratoria delle attività edilizie ebraiche in Cisgiordania distoglie l’attenzione dal prezzo aggiuntivo che Israele, a quanto pare, è chiamato a pagare in cambio del pacchetto di benefici promesso a Netanyahu: rinunciare alla richiesta che i palestinesi riconoscano Israele come stato nazionale del popolo ebraico prima di avviare i negoziati. Il primo ministro israeliano, che pure solo poche settimane fa aveva ribadito tale richiesta, ultimamente non ne ha più parlato. Eppure, senza quel preventivo riconoscimento non si capisce quale sarebbe l’oggetto esatto delle trattative.
Iniziare i colloqui su confini e disposizioni di sicurezza, come vogliono palestinesi e americani, equivale a condurre dei negoziati dove le parti discutono il prezzo, l’entità delle rate e le loro scadenze senza aver prima stabilito se stanno parlando della vendita o dell’affitto di un immobile. Se si tratta di vendita, una volta firmato il contratto il venditore non potrà più accampare alcun diritto su di esso; se invece è un affitto, resta inteso che il contratto non cancella i diritti di proprietà. Ecco il motivo per cui i contratti si aprono con un preambolo introduttivo nel quale le parti chiariscono l’intendimento comune, che viene prima del negoziato sui dettagli. Ad esempio: la Parte A intende dare in affitto un appartamento e la Parte B intende prenderlo in affitto, per cui le parti concordano che… (seguono le clausole del contratto con i dettagli da stabilire nel corso della trattativa).
Dunque, il preambolo introduttivo dell’“accordo dei sogni” con i palestinesi deve affermare che le parti intendono porre fine al conflitto con lo stato d’Israele considerato come lo stato nazionale del popolo ebraico, e il costituendo stato palestinese come lo stato nazionale del popolo arabo palestinese. Detto questo, le parti concordano che… (confini, sicurezza, Gerusalemme, profughi ecc. ecc.).
Il problema è che i palestinesi proclamano apertamente che rifiutano tale preambolo. Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e Erekat hanno addirittura insolentito tale possibilità, e quando un esponente con molta meno autorità come Yasser Abed Rabbo è parso accennare a un posizione diversa, è stato subito zittito.
Questo significa che non vi è spazio per alcuna trattativa? Non necessariamente. Tuttavia, in mancanza di tale riconoscimento, non esiste alcuna garanzia che in futuro i palestinesi non avanzino ulteriori rivendicazioni su Israele, anche dopo la firma dell’accordo definitivo. Il conflitto potrebbe benissimo riaccendersi, e di questo si dovrà tener conto nella definizione dei dettagli dell’accordo.
Se il riconoscimento palestinese di Israele come stato ebraico fosse stato presentato apertamente al mondo – a Israele, al mondo arabo, al resto delle nazioni del mondo e alle istituzioni internazionali – ciò avrebbe permesso a Israele di esercitare maggiore flessibilità sulla questione dei confini, e di assumersi maggiori rischi sul fronte della sicurezza. Viceversa, se i palestinesi non riconoscono Israele come stato ebraico, ciò comporta di necessità l’elaborazione di accordi completamente diversi. Pertanto, mettere in chiaro le intenzioni palestinesi non è una precondizione, bensì un elemento essenziale per lo svolgimento dei negoziati.
Vengono spesso sollevate due obiezioni. La prima è: che bisogno ha Israele che la sua identità venga definita da un soggetto esterno? La risposta a questa domanda da “finto tonto” è che, naturalmente, non si tratta di questo: non è che l’identità di Israele debba essere determinata dai palestinesi, è che ai palestinesi viene chiesto di accettare la definizione che Israele dà di se stesso. In altri termini, si tratta di mettere in chiaro che i palestinesi, nel momento in cui intraprendono dei negoziati, accettano il principio che “due stati per due popoli” significa Israele per gli ebrei e stato palestinese per i palestinesi. Come si è detto, si tratta di un presupposto cruciale per l’elaborazione stessa delle clausole del contratto, che si ripercuote anche sulle questioni relative ai profughi (arabi ed ebrei), e che offre la speranza che l’accordo, una volta raggiunto, possa davvero porre fine al conflitto.
Anche la seconda obiezione – perché tale riconoscimento non venne chiesto in passato a Egitto e Giordania? – è un po’ da “finto tonto”. All’epoca della firma dei rispettivi trattati di pace con Israele, giordani ed egiziani non rivendicavano l’intero territorio d’Israele, e non indottrinavano intere generazioni di figli all’ethos del “ritorno nelle case di Jaffa e di Haifa”. La mancanza di un esplicito riconoscimento da parte di Giordania ed Egitto di Israele come stato ebraico non ne costituiva un implicito rifiuto, che è invece esplicito nelle posizioni palestinesi. Inoltre Egitto e Giordania non condussero negoziati tutti fatti di vaghezza, doppiezza e insincerità.
Intraprendere negoziati senza concordare innanzitutto le intenzioni delle parti significa ripetere l’esperienza degli Accordi di Oslo, il cui risultato fu – per dirla con le parole del compianto Yitzhak Rabin – “più buchi che formaggio”.

(Da: YnetNews, 16.11.10)

Nella vignetta in alto: Nel 1947 l’Onu chiese di dividere la Palestina Mandataria in uno stato arabo e uno stato ebraico, ma la risposta araba fu: “No a uno stato ebraico”. Nel 2010 Netanyahu ha chiesto ai palestinesi di accettare la soluzione a due stati. Ma… “No a uno stato ebraico”. (Dry Bones Blog, di Yaakov Kirschen, 27.1010: http://drybonesblog.blogspot.com/2010/10/jewish-state.html )

 




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29 dicembre 2010

CHI DI HEZBOLLAH FERISCE...DI HEZBOLLAH PERISCE




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29 dicembre 2010

La pace di Hamas? Baggianate della stampa italiana


 

 

Nella vignetta: “Gli attentati suicidi continueranno fino alla fine dell’occupazione israeliana….”; “Di Gaza e della West Bank?”; “… di Israele”.  (Fonte: The Louisville Courier-Journal December 9, 2001, autore: Nick Anderson)

“La svolta di Hamas”, oppure “Si di Hamas alla pace”, oppure ancora “Hamas accetta la pace”. Questi sono solo alcuni dei titoloni apparsi ieri sulla stampa occidentale a seguito delle dichiarazioni del leader di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh, il quale ha detto che Hamas sarebbe disposta ad accettare l’esito di un referendum su un negoziato di pace con Israele.

In pochi però hanno fatto notare l’assoluta assurdità delle richieste che Haniyeh ha affiancato a questa “buona novella”, tra le quali “Gerusalemme capitale del futuro Stato palestinese”, “ritorno dei profughi dove per profughi si intendono quelli calcolati dal UNRWA, cioè 5,5 milioni di persone e non quindi i 200.000 calcolati con i metodi tradizionali adottati dal UNHCR. E poi, “Israele entro i confini del 1967, “il rilascio dei prigionieri”, anche quelli accusati di attacchi terroristici, e ancora qualche altra cosuccia. Furbo Haniyeh, passa da pacifista ben sapendo che Israele non potrà accettare quelle condizioni, dettate per altro da chi non si può permettere il lusso di farlo. Il bello è che la stampa occidentale ci casca e grida al miracolo, alla svolta. Poveri illusi.

Peccato che all’attenta stampa occidentale sia sfuggito il discorso pronunciato pochi giorni fa, il 27 novembre, dal capo politico di Hamas, Khaled Mashaal, durante un convegno a Damasco. Il buon Mashaal, intervenendo durante un convegno intitolato significativamente “The national authority for adherence to Palestinian principles”, non ha affatto parlato di pace, anzi, ha attaccato duramente l’Autorità Nazionale Palestinese colpevole di trattare con il “nemico sionista” e ha tracciato le linee future di Hamas:

* Ogni centimetro dei territori occupati deve essere restituito (da notare che quando Hamas parla di “territori occupati” intende anche quelli dov’è lo Stato di Israele)

* L’occupazione (cioè lo Stato di Israele) non è legittima (si nega quindi l’esistenza di Israele)

* Gerusalemme è la capitale della Palestina (cioè delle terre che comprendono Israele, West Bank e Gaza). Chiunque si opporrà a questo verrà spazzato via

* Il futuro Stato palestinese sarà parte integrande della nazione islamica-araba. Da notare come la precisazione “islamica-araba” dissente dalla visione prettamente araba che vede solo la “nazione araba” ed è invece simile a quella iraniana che vede invece una “nazione islamica-araba”. La differenza non è da poco

* Hamas non riconosce e non riconoscerà mai i colloqui di pace e invita il popolo palestinese a sollevarsi contro Salam Fayyad (il Primo Ministro della ANP) e contro la ANP.

Capirete che è difficile credere a qualsiasi parola di distensione pronunciata da Ismail Haniyeh quando il suo capo, Khaled Mashaal, pochi giorni prima ha detto l’esatto contrario. In effetti siamo di fronte all’ennesima presa per i fondelli da parte di Hamas o, peggio ancora, di fronte al tentativo di prendere tempo e di ottenere un allentamento della sanzioni, allentamento per altro già avvenuto. Il problema è che, come sempre, la stampa occidentale ci cade e spara titoloni in prima pagina che non hanno senso. Ma tranquilli, è tutto normale.

Fonte: Secondo Protocollo




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29 dicembre 2010

Macellazione islamica troppo cruenta, i veterinari si rifiutano di assistere


 

 

Sono iniziate in questi giorni importanti festività religiose islamiche e segnatamente il Capodanno islamico e, per gli sciiti, la festività dell’Ashura.

Le feste comportano riti e sacrifici. È noto che, sia nella ritualità religiosa musulmana che in quella ebraica, il rito Halal e il cibo Casher prevedono, rifacendosi ai sacri testi delle rispettive religioni, che il taglio della gola avvenga con l’animale cosciente, addirittura, per quanto riguarda i seguaci del Corano, mentre la testa è girata in direzione de La Mecca.

La carne non deve essere contaminata dal sangue, il quale deve sgorgare in modo possente dalla gola tagliata per abbandonare il corpo il più velocemente possibile e lasciarlo «pulito» dai suoi indegni residui. Altrettanto note sono le polemiche che, da quando l’immigrazione è diventata intensa, accompagnano in tutto il mondo tali riti religiosi che contrastano con le leggi dei Paesi civili che vogliono gli animali storditi e privi di coscienza, prima della iugulazione (taglio delle giugulari). Diverse nazioni dell'Europa non hanno ceduto alle richieste di musulmani ed ebrei e hanno imposto, prima fra tutte, la loro legge a protezione del benessere animale anche durante l’ultimo viaggio.

L’Italia, regina del buonismo da discount, ha istituito mattatoi in cui islamici ed ebrei possono portare a termine le loro usanze sugli animali da macello. Anche se qualche imam, ha convinto i propri fedeli che la perdita di coscienza dell’animale non stride con il Corano («gli animali destinati al macello non devono soffrire») la stragrande maggioranza persegue nel rito dello sgozzamento degli animali vivi e coscienti.

A questo punto, dopo una giornata di studio che si è svolta a Torino, alcuni veterinari, capitanati dalla direttrice dell’Istituto Zooprofilattico piemontese, hanno chiesto di poter esercitare l’obiezione di coscienza. Non se la sentono più di sorvegliare le operazioni nei mattatoi dove animali grondanti di sangue e ancora cosciente urlano il loro dolore. Veterinari addetti ai macelli sì, ma questo non vuol dire essere privi di sensibilità.

Un altro problema molto importante uscito dal confronto dei veterinari è che le carni degli animali ammazzati in questo modo sono sempre più spesso consumate anche dai cittadini italiani, i quali, ignari di tutto, le comprano nei supermercati, perché non vi è alcuna etichetta che le contraddistingua. Io, pur non essendo vegetariano, mangio poca carne.

Bene, esigo di sapere se quel poco che mangio proviene da una macellazione eseguita secondo la nostra legislazione o da un rito religioso a me lontano mille miglia. Dunque, metteteci un’etichetta, che non vi costa niente, e informate le persone di quale carne acquistano, così come nei negozi di Kebab, oggi frequentati da molti studenti europei con pochi soldi in tasca, sarebbe bene che i giovani, forse più sensibili di noi a certi argomenti, fossero al corrente di che carne mangiano, se quella benedetta dall’imam o quella di un animale che è stato almeno stordito prima di essere dissanguato. E qui, il razzismo non c’entra nulla.

Oscar Grazioli Il Giornale

 


 




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29 dicembre 2010

La stampa di parte allontana la pace

Jerusalem Post
Il quinto Consiglio Rivoluzionario di Fatah, che si è tenuto a Ramallah alla fine di novembre, non è iniziato sotto i migliori auspici. I partecipanti hanno aperto i lavori celebrando in modo speciale il “martire” Amin al-Hindi, uno dei mandanti del massacro degli undici atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972, deceduto all’inizio di quest’anno. Ciò che è seguito è stato uno sfoggio di intransigenza da parte dei 120 membri del “congresso” che dovrebbe rappresentare l’opinione “moderata” palestinese, in quanto opposta all’estremismo di Hamas che invoca apertamente l’uso della violenza per determinare la fine di Israele. Dopo due giorni di convegno, Fatah, che costituisce la spina dorsale della dirigenza dell’Autorità Palestinese, ha proclamato un sonoro “no” al compromesso, smorzando ulteriormente le già tenui speranze in una pace negoziata con Israele.
Il Consiglio di Fatah ha respinto in modo sprezzante il riconoscimento del “cosiddetto stato ebraico” e di uno “stato razzista basato sulla religione”. Ha riaffermato il “diritto al ritorno” che, se attuato, porterebbe alla fine della maggioranza ebraica all’interno della Linea Verde pre-67 permettendo a circa quattro milioni di profughi palestinesi e loro discendenti di insediarsi all’interno di Israele. Scartati allo stesso modo anche eventuali scambi territoriali nel quadro di un accordo di pace. Stando a quanto deciso dal Consiglio di Fatah, i grandi blocchi di insediamenti in Giudea e Samaria (Cisgiordania) come Gush Etzion e Ma’aleh Adumim, posti appena al di là della Linea Verde su non più del 5% della Cisgiordania e dove vive l’80% degli ebrei di Cisgiordania, dovrebbero essere sradicati e tutti i loro abitanti espulsi. “Le bande di coloni illegali – proclama Fatah – non possono essere messi sullo stesso piano dei possessori di terre e diritti”.
In pratica sono state respinte tutte le intese fra Israele e Stati Uniti a partire dai “parametri di Clinton” del dicembre 2000, fino alla dichiarazione del presidente George Bush secondo cui qualunque accordo di pace permanente deve rispecchiare la realtà demografica della Cisgiordania. Con un comunicato che suona più come una chiamata alle armi, Fatah ha sostanzialmente enunciato la propria determinazione a insidiare l’esistenza dello stato ebraico in ogni modo possibile a parte rilanciare apertamente la lotta armata.
L’enunciazione da parte del Consiglio di Fatah di una posizione così estremista comporta implicazioni di vasta portata per i negoziati israelo-palestinesi. Ecco perché il servizio del corrispondente per gli affari palestinesi Khaled Abu Toameh sulle decisioni del Consiglio è stato pubblicato sulla prima pagina del Jerusalem Post, domenica scorsa. Curiosamente, invece, la maggior parte delle testate d’informazione sia locali che internazionali finora hanno accuratamente evitato di riportare i proclami intransigenti di Fatah. Quegli stessi mass-media che solitamente scattano con solerzia e grande spazio per qualunque passo intrapreso da Israele che venga percepito come un ostacolo al processo di pace, trovano del tutto normale passare sotto totale silenzio le decisioni di Fatah, abituati come sono a minimizzare o ignorare del tutto l’istigazione e l’intransigenza da parte palestinese.
Lo scorso 24 novembre, ad esempio, sempre il Jerusalem Post è ha riportato per primo la notizia dello stravagante “saggio” del vice ministro dell’informazione dell’Autorità Palestinese in cui si sosteneva che il Muro Occidentale (del pianto), chiamato dai musulmani Muro Al- Buraq, costituirebbe proprietà esclusiva del Waqf (la Custodia del patrimonio islamico inalienabile) e che “l’occupante sionista pretende falsamente e ingiustamente che tale muro gli appartenga”. Solo alcuni giorni più tardi pochi altri mass-media hanno ripreso la notizia. Molti non l’hanno riportata affatto.
Analogamente, un sondaggio commissionato da Israel Project che mostrava l’atteggiamento altamente ostili da parte dei palestinesi verso Israele è stato a mala pena notato dai mass-media quando è stato pubblicato, il mese scorso. Secondo quel sondaggio, due terzi dei palestinesi che vivono in Cisgiordania e nella striscia di Gaza concordano con l’affermazione: “Nel corso del tempo i palestinesi devono adoperarsi per riprendersi tutta la terra per lo stato palestinese”. Il 60% degli intervistati dice che “il vero obiettivo deve essere quello di iniziare con due stati, ma poi passare all’esistenza di unico stato palestinese”. Il 56% concorda con l’affermazione: “Dovremo di nuovo fare ricorso alla lotta armata”.
Quando giornalisti e direttori non danno il giusto peso e il giusto spazio alle notizie sull’estremismo e sull’intransigenza palestinesi contribuiscono a perpetuare i pregiudizi contro Israele. Il giornalismo distorto non è solo un tradimento della professione e di coloro che su di essa fanno affidamento: in questo caso costituisce anche un danno concreto al processo di pace, giacché dà una rappresentazione insostenibilmente deformata di una urgenza di compromesso da parte della dirigenza e della popolazione palestinese, condannando così al fallimento le speranze in autentici progressi negoziali.
I palestinesi devono ammettere la legittimità dei diritti degli ebrei ad una sovranità in questo lembo di terra se si vuole che abbraccino la necessità di un compromesso, e in questo modo si incamminino sulla strada verso la pace. Tale processo di riconoscimento richiede un discorso onesto da parte della dirigenza palestinese. Il che a sua volta richiede che la comunità internazionale, in primo luogo, comprenda con esattezza la natura dell’attuale ostilità palestinese verso la nozione stessa di un legittimo stato di Israele; e in secondo luogo che persuada la dirigenza palestinese della necessità di un cambiamento. Quanto sia importante questa impresa è emerso con perfetta chiarezza nel recente Consiglio Rivoluzionario di Fatah. Peccato che la maggior parte del mondo non ne abbia saputo nulla.

(Da: Jerusalem Post, 29.11.10)

Nella foto in alto: il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) al Consiglio Rivoluzionario di Fatah (Ramallah, Cisgiordania, 24 novembre 2010)

 




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