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  LiberaliPerIsraele “la libertà dell’Occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme”
 
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30 novembre 2010

Fondo d'Emergenza Ebenezer internazionale, un ministero cristiano chiamato da Dio per aiutare gli ebrei

che cosa è Ebenezer!

 

 
Il fondo d'Emergenza Ebenezer internazionale è un ministero cristiano chiamato da Dio per aiutare gli ebrei, soprattutto quelli che vivono nell'ex Unione Sovietica, a ritornare in Israele, portando così a compimento la profezia biblica. Ha uffici in Inghilterra, negli USA, in Svizzera e in diverse altre nazioni, (fra poco anche in Italia) con coordinatori nazionali in 23 paesi e molte basi nella CSI. Il nome "Ebenezer" proviene da un passaggio in 1 Samuele 7:12, e significa "pietra d'aiuto" o "fino qui il Signore ci ha soccorsi."

L'INIZIO
Nel 1982 Gustav Scheller, un uomo d'affari svizzero che viveva a Bournemouth con sua moglie Elsa, ricevette da Dio la rivelazione che il Suo piano era di riportare in Israele il popolo ebraico, e che per fare questa cosa, Lui avrebbe usato anche Gustav. Nel 1991, a Gerusalemme il Signore parlò a Gustav: "E' giunta l'ora per cominciare ad aiutare la mia gente a ritornare dalla terra del nord." Quello stesso anno fu aperto a Bournemouth l'ufficio principale di Ebenezer. Gustav capì che la "terra biblica del nord" si riferiva principalmente alla Russia, ma che comprendeva anche le nazioni dell'ex Unione Sovietica.

 

PERCHE'

Tanti passaggi delle Sacre Scritture esprimono la promessa di Dio che un giorno Lui riporterà il Suo popolo nella terra che gli ha dato. Uno di questi è molto forte: "Io ricondurrò la tua discendenza dall'oriente, e ti raccoglierò dall'occidente. Dirò al settentrione: 'Dà!' E al mezzogiorno: 'Non trattenere! Fà venire i miei figli da lontano e le mie figlie dalle estremità della terra!'" (Isaia 43:5-6) Il fatto che la nazione ebraica sia risorta nella terra d'Israele mostra inequivocabilmente a tutti che Dio è fedele alle Sue promesse. La restaurazione d'Israele ha un profondo significato per la Chiesa ed è un chiaro segno che viviamo negli ultimi giorni.

 

"Aliyah" e "Olim"

Quando degli ebrei ritornano in Israele, si dice che "fanno aliyah", un termine ebraico che si può tradurre con "salire". Il compito di Ebenezer è trovare le persone ebree e parlar loro della promessa di Dio di restaurarli nella loro terra, e aiutarli a ritornare a casa. Ebenezer può soltanto aiutarli - è Dio che permette che ciò infine avvenga. Quelli che rispondono e ritornano vengono chiamati in ebraico "olim".

 

 

 

 

ebenezer-operazione-esodo




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30 novembre 2010

Autorità Palestinese: “Il Muro del Pianto è proprietà islamica”

Il Muro Occidentale (noto anche come “muro del pianto”), nella Città Vecchia di Gerusalemme, non ha alcun significato religioso per l’ebraismo ed è di fatto proprietà santa islamica.
È quanto afferma un rapporto ufficiale pubblicato dallo scrittore e poeta Al-Mutawakil Taha, attuale vice ministro per l’informazione dell’Autorità Palestinese presieduta da Mahmoud Abbas (Abu Mazen).
Decenni di ricerche e studi archeologici hanno dimostrato che il Muro Occidentale (in ebraico, HaKotel HaMa'aravi), considerato uno dei luoghi più sacri al mondo per l’ebraismo dove convergono a pregare ebrei da tutto il mondo, costituisce parte delle mura di supporto erette a sostegno del complesso monumentale sulla sommità del monte, dove vennero edificati sia il primo che il secondo Tempio ebraico, quest’ultimo distrutto poco meno di duemila anni fa. Il complesso costituito dalla Moschea Al-Aqsa e dal Duomo della Roccia venne costruito più di seicento anni dopo, sopra le rovine del Tempio ebraico.
La presa di posizione dell’Autorità Palestinese circa il Tempio ebraico, che riecheggia analoghe pretese già sostenute in passato da vari leader palestinesi (in particolare da Yasser Arafat, che su questo ebbe un celebre scontro verbale col presidente Usa Bill Clinton), mette nuovamente in luce la distanza fra la posizione palestinese e il minimo necessario per poter arrivare a un accordo di pace fra israeliani e palestinesi. “Questo non è l'unico caso in cui i palestinesi cercano di distorcere i fatti storici per negare il profondo legame tra il popolo ebraico e la sua terra” ha detto giovedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ed ha aggiunto: “Quando l’Autorità Palestinese nega il legame fra popolo ebraico e Muro Occidentale, suscita seri interrogativi circa la sua reale volontà di arrivare a un accordo di pace, le cui fondamenta non possono che essere la convivenza e il riconoscimento reciproco”.
Al-Mutawakil Taha ha dichiarato mercoledì alla Associated Press che il suo saggio di cinque pagine, pubblicato su un sito web governativo dell’Autorità Palestinese, riflette la posizione ufficiale palestinese.
Il rapporto contesta che il Muro Occidentale facesse parte dei contrafforti del complesso del Tempio ebraico, liquidando con poche parole secoli di documentazione e di evidenze archeologiche. “L’occupante sionista – vi si legge – pretende falsamente e ingiustamente di essere titolare di questo muro, che chiama Muro Occidnetale”. Sostenendo che si tratterebbe invece della parete ovest della Moschea di Al-Aqsa, Taha afferma (contro ogni fonte storica, anche musulmana) che gli ebrei avrebbero iniziato a venerare il Muro Occidentale solo dopo la Dichiarazione Balfour del 1917. E continua: “Quel muro non ha mai fatto parte di ciò che viene chiamato Tempio ebraico. Fu piuttosto la tolleranza islamica che permise agli ebrei di stazionarvi davanti a piangerne la perdita”. La conclusione del rapporto è che, siccome gli ebrei non hanno alcun diritto da rivendicare sul sito, esso è parte del territorio sacro islamico e deve far parte della Gerusalemme palestinese.
La parte est di Gerusalemme, occupata dalla Legione Araba di Giordania nel 1948, è stata riconquistata da Israele durante la guerra dei sei giorni del 1967 e riunificata alla parte occidentale in un’unica municipalità sotto sovranità israeliana. I palestinesi sostengono che tutta Gerusalemme est, compresa la Città Vecchia, debba diventare la capitale del futuro stato palestinese. “È chiaro che si tratta di una posizione politica” ha affermato Taha, spiegando d’aver scritto il suo rapporto dopo che, domenica scorsa, le autorità israeliane avevano approvato un progetto per la ristrutturazione dell’area di accesso e quella di fronte al Muro Occidentale.
Mark Regev, portavoce del governo israeliano, definisce il rapporto dell’Autorità Palestinese una forma di incitamento all’odio costruita sulla negazione dei legami storici fra ebrei e Gerusalemme. Einat Wilf, parlamentare laburista, definisce “stupido” il continuo tentativo dei palestinesi di creare in qualche modo una fittizia realtà alternativa in cui il popolo ebraico risulti straniero in questa terra e a Gerusalemme.
Quando Israele assunse il controllo della parte orientale di Gerusalemme, demolì i tuguri e le baracche che erano state costruite davanti al Muro Occidentale, e trasformò in un ampio piazzale quello che era ridotto a uno stretto vicolo a fondo chiuso. Al contrario, l’amministrazione sulla sommità del complesso, vale a dire sulla spianata delle moschee, venne lasciata al Consiglio Supremo Islamico o Waqf (la Custodia del patrimonio islamico), mentre Israele si riservava unicamente il controllo globale sulla sicurezza.
Domenica scorsa il governo israeliano ha approvato uno stanziamento di 85 milioni di shekel (ca. 17,4 milioni di euro) per un progetto di restauro dell’area del Muro Occidentale che prevede migliorie dell’accesso al piazzale e del prospiciente quartiere ebraico della Città Vecchia, da realizzare nel periodo 2011-2015 a beneficio dei milioni di turisti e fedeli che vi si recano ogni anno. Il progetto, ha specificato Regev, non interessa aree considerate sacre sia da ebrei che da musulmani. Nondimeno l’Autorità Palestinese ha immediatamente condannato il progetto definendolo “illegale” perché, ha dichiarato all'Afp Ghassan Khatib, portavoce dell'Autorità Palestinese, “gli israeliani non hanno alcun diritto di costruire nei territori occupati e a Gerusalemme”.

(Da: Ha’aretz, israele.net, 24.11.10)

Nelle immagini in alto: Ebrei in preghiera al Muro Occidentale in una incisione del 1860 e in una foto dei primi del ‘900.

 




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30 novembre 2010

Iran, il messaggio di Israele agli Usa Banche italiane timide sulle sanzioni

 

Le preoccupazioni per gli affari che legano le banche italiane e tedesche all'Iran e la mancata applicazione delle sanzioni, hanno spinto Israele a sollecitare il sottosegretario al Tesoro Usa ad esercitare pressioni anche sul governo italiano, come si apprende dai documenti pubblicati da Wikileaks. L'argomento viene discusso durante la visita in Israele del Sottosegretario Usa, responsabile per il terrorismo e l'intelligence finanziaria, Stuart A. Levey, il 16 e 17 novembre 2008. Ne parla un cablogramma diplomatico del 10 dicembre, preparato dall'ambasciata americana a Tel Aviv, e inviato anche alla sede diplomatica di via Veneto, a Roma. Levey incontra il ministro degli Esteri israeliano, Tzipi Livni, il direttore del Mossad, Meir Dagan, e altri rappresentanti del governo.

Al centro della discussione ci sono le sanzioni verso le banche iraniane e la lotta ai finanziamenti ai terroristi. Anche in questo caso, le rivelazioni di Wikileaks sembrano spiegare il "sollievo" espresso oggi dal primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu. "I documenti mostrano diverse fonti che sostengono le valutazioni israeliane, specie sull'Iran", ha detto Netanyahu. Nel documento, gli americani sembrano sostanzialmente condividere le preoccupazioni di Israele, e sono d'accordo nell'esporre alla comunità internazionale le attività illecite condotte dalla Central Bank of Iran. E' di questa che si parla nell'incontro di novembre, quando gli israeliani sollecitano l'America a denunciare le sue attività illecite, visto che queste "rappresentano una minaccia al sistema finanziario internazionale".

La banca, secondo gli israeliani, starebbe aiutando settori commerciali e bancari iraniani a "raggirare le sanzioni" imposte al Paese. Dell'Italia si parla in un altro incontro al quale prendono parte anche Yossi Gal, direttore generale del Ministero degli Esteri israeliano, e Alon Bar, vice direttore Generale per gli Affari Strategici. L'oggetto della discussione sono i progressi fatti dalle banche europee nell'ambito degli sforzi per la non-proliferazione. E' Gal a lamentarsi della situazione in Italia e Germania, visto che questi Paesi "starebbero venendo meno all'impegno di far rispettare le sanzioni nei loro settori bancari".

Gal si rivolge direttamente a Levey, anticipandogli che il ministero degli Affari esteri di Israele "stava progettando una visita in Italia, nel mese di dicembre", pur tra molte incertezze, visto che non sapeva se i suoi tentativi di persuadere i politici sarebbero riusciti a tradursi in azioni concrete. Dubbi analoghi vengono avanzati sul sistema bancario tedesco, dove "le resistenze da parte della burocrazia e del settore privato spesso compromettevano i tentativi da parte di alcune figure politiche di migliorare la normativa tedesca".

Al termine dell'incontro, gli israeliani sollecitano il sottosegretario Usa ad esercitare pressione, insieme ad Israele, sui governi e sui settori bancari tedeschi e italiani, "affinché si impegnino ancora di più". Levey, da parte sua, evidenzia anche gli sforzi del ministero del Tesoro Usa di estendere le sanzioni all'Iran ai settori delle spedizioni e delle assicurazioni: "In questo senso  -  dice, per rassicurare gli israeliani  -  abbiamo trovato validi partner in Europa e nel Regno Unito per proseguire con questi sforzi".

Un anno dopo, il presidente russo Dmitri Medvedev confessa le difficoltà che sta incontrando nei rapporti con l'Iran. A rivelarlo è il personale dell'ambasciata italiana a Mosca, che riferisce di una confidenza fatta dal presidente a Silvio Berlusconi. "Avere a che fare con l'Iran è frustrante", avrebbe detto Medvedev, secondo il rapporto datato 14 dicembre, stilato dall'ambasciata americana a Mosca, e avente per oggetto i problemi tra la Russia e Teheran. E questo nonostante "i rapporti ufficiali del governo russo e dei media definiscano le relazioni tra Russia e Iran in piena salute". "Privatamente  -  nota il cablogramma  -  ci sono serie tensioni, su argomenti come la fornitura degli S-300 a Teheran e la possibilità che la Russia possa sostenere le sanzioni". I nostri diplomatici, riferendo le confidenze di Medvedev, fanno sapere che il presidente russo "era infastidito dal fatto che l'Iran avesse rifiutato la proposta relativa al Reattore di Ricerca a Teheran (il TRR)". "Una reazione  -  nota il cablogramma  -  che dimostrava una carenza di fiducia nei confronti della Russia". Sul fronte delle sanzioni, la Russia non è del tutto convinta della loro efficacia, ma fa notare che queste potrebbero far capire all'Iran che "è ora di cambiare direzione". Sempre citando le confidenze di Medvedev, questi avrebbe ammesso di "non sapere chi prende le decisioni a Teheran".

http://www.repubblica.it/esteri/2010/11/29/news/isreaele_e_le_banche_italiane-9656107/




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30 novembre 2010

...antisemitismo, 'barzellette' (?) e 'amicizia' con Israele

Yerushalaym. Città Vecchia. Quartiere ebraico

Foto: Piero P.

"In ogni democrazia occidentale il senatore del «Popolo della libertà» Giuseppe Ciarrapico si sarebbe già dimesso dopo le parole pronunciate nell’aula del Senato il 30 settembre. Per definire «rinnegati» i finiani, Ciarrapico si è servito della metafora della kippah, ha attinto cioè al vecchio, ma non logoro, stereotipo antisemita secondo cui l’ebreo è Giuda il traditore. Stereotipo gravissimo dopo Auschwitz e dopo il Concilio Vaticano II.

Questo dovrebbe costituire un problema per chi gli siede accanto, nello stesso partito, e difende Israele. Come si può sorvolare sull’odio antiebraico, convinto ed esplicito, assumendo che questo odio sia bilanciato da una millantata amicizia per Israele?

L'altro risvolto del doppiopetto della destra italiana è venuto fuori nella posizione del premier che, per ovviare all'«incidente» di Ciarrapico, si è affrettato a riaffermare la sua «amicizia» per Israele. Ma qualche ora prima si era lasciato andare raccontando in privato una barzelletta sulla Shoah - un’offesa inaudita per la memoria di milioni di vittime - che termina con queste parole: «pensi che glielo dobbiamo dire che Hitler è morto e che la guerra è finita?».

C’è chi avanza due giustificazioni, entrambi insostenibili e inaccettabili: la prima è la tesi della separazione tra morale privata e morale pubblica (l’ebraismo è il modello opposto); la seconda è che le barzellette non vanno prese sul serio e che le parole vanno e vengono, si relativizzano a seconda del contesto, e si possono in certo modo ritirare quando fa comodo.

Non è così. Le parole hanno uno spessore e un effetto; perciò non sono seconde ai fatti. Lo dice il mondo della comunicazione in cui viviamo. In nessuna democrazia occidentale un Primo ministro si permetterebbe nel 2010 barzellette come quella sugli ebrei e la Shoah.

Non è facile credere che chi parla in questo modo possa essere un paladino di Israele. Potrebbe invece esserlo per convenienza. E sarebbe allora una beffa rischiosa. Perché un lasciapassare farebbe comodo a una destra antisemita, xenofoba, sguaiata e violenta. E potrebbero cadere nell’oblio tutte le colpe che il fascismo ha avuto nel passato dell’Italia e dell’Europa.

C’è nella destra italiana chi, come Fini e il gruppo di «Futuro e libertà» ha scelto un altro cammino, un ripensamento critico - che deve essere riconosciuto. Ma altri fanno emergere una inquietante continuità con il fascismo, quello che ha proclamato le leggi razziste del 1938. E il fascismo italiano - bisogna ricordarlo - deve ancora rispondere dei suoi crimini davanti al tribunale della Storia".

Donatella Di Cesare, filosofa

Fonte: "l'Unione informa" - 04.10.2010




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30 novembre 2010

Autunno con "La Giuntina": novità e non solo

A rallegrare il grigiore di queste giornate autunnali torna, fortunatamente, la Giuntina con i suoi volumi come sempre stupendi.

Per l'occasione pare doveroso segnalare l'autobiografia di Yoel De Malach, un uomo che non può non essere continuamente ricordato da chi visiti Israele e si ritrovi... a fare i conti con le migliaia di tubicini colorati del sistema di irrigazione goccia a goccia del quale, anche se umilmente lo nega, è stato davvero un 'padre'.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Yaniv Iczkovits

"Batticuore"

Pagine 285, € 17

La Giuntina 2010

Tel Aviv, città inquieta, eccessiva, frenetica, dove le certezze che fino a ieri sembravano salde e sicure vengono messe a dura prova, si rivela scenario perfetto per il doloroso viaggio alla ricerca di se stessi. È dal confronto con i volti ignoti di questa città – la trasgressività sessuale per Yonatan, l’umanità ferita dei diseredati per Yudit – che verrà un raggio di luce. E dal coraggio di affrontare fino in fondo questo inesorabile percorso potrà sorgere una tenue speranza p er il futuro di questa dolente umanità.   

Yaniv Iczkovits è nato a Rishon Lezion nel 1975. Laureato in filosofia, insegna all’Università di Tel Aviv. Nel 2002 è stato il primo firmatario della lettera dei soldati israeliani che si sono rifiutati di combattere nei territori occupati. Con Batticuore si è aggiudicato il premio Ha’aretz per la migliore opera prima.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Yehoshua Kenaz

"Momento musicale"

Pagine 151, € 13

La Giuntina 2010

Il giovane protagonista di questi due magistrali racconti si addentrain un mondo di adulti carico di incubi e affronta esperienze decisive per lasua crescita. I disagi che incontra saranno determinanti per scoprire,attraverso una sorta di rito di iniziazione, il fascino del male e dellacrudeltà, la tentazione di cedervi, il carattere ineluttabile del passare deltempo e il potere redentore dell’amicizia e dell’amore.

Yehoshua Kenaz è considerato uno dei più grandi scrittori israeliani. Nato a Petach Tikva nel 1937, ha studiato filosofia all'Università Ebraica di Gerusalemme e letteratura francese alla Sorbona. Già traduttore di classici francesi e redattore dell'autorevole Ha'aretz, è autore di romanzi e racconti tradotti in tutto il mondo. Per la Giuntina ha già pubblicato La grande donna dei sogni, Voci di muto amore, Ripristinando antichi amori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Yoel De Malach

"Dal campanile di Giotto ai pozzi di Abramo"

Prefazione di Amos Luzzatto

Pagine 327, € 20

La Giuntina 2010

Il libro è la narrazione autobiografica di un percorso di vita che attraversa grandi avvenimenti e grandi conquiste, conservando toni di semplicità e ironia.
Quindicenne, di famiglia borghese, Yoel De Malach (Giulio De Angelis), nato a Firenze nel 1924, emigra nel 1939 in Palestina, senza la famiglia, per sottrarsi alle leggi razziali fasciste, e accetta la dura vita di operaio agricolo, in condizioni di particolare disagio.
Con pochi compagni dà inizio al tentativo di portare l’agricoltura nel deserto del Neghev, fondando il kibbutz Revivim. La lotta per la ricerca e la raccolta delle acque è solo un aspetto degli ostacoli che troverà sul suo cammino.
Nella guerra d’indipendenza del 1948 i giovani di Revivim si trovano a dover difendere questo avamposto meridionale di Israele dalle incursioni di bande arabe e dai bombardamenti dell’esercito egiziano attestato nelle vicinanze, subendo gravissime perdite.
La fondazione dello Stato dà impulso al proseguimento delle sperimentazioni agricole con tecniche innovative che vanno dall’impiego di acque con elevata salinità al tentativo di riportare in vita le antiche coltivazioni di epoca bizantina.
Divenuto in questo settore un esperto di fama mondiale, De Malach ricorda la sua collaborazione con governi e istituzioni di diverse parti del mondo; particolarmente suggestivo è il suo racconto della missione compiuta negli Stati Uniti per aiutare la popolazione indiana dell’Arizona a incrementar e l’agricoltura in territori aridi.
Nel 1969 fu inviato a Roma dal governo israeliano come primo consigliere di ambasciata, con l’importante incarico diplomatico di sensibilizzare la stampa e il mondo politico italiano alla situazione degli ebrei dell’Unione Sovietica allo scopo di favorirne l’emigrazione.
Nella parte finale del libro l’autore fa un bilancio dei risultati ottenuti dal sistema kibbutzista e del suo ruolo nella società israeliana. Esprime anche importanti considerazioni sul problema dei rapporti con la popolazione palestinese, una questione cruciale per il futuro di Israele.
Nel 1986 De Malach ottenne il prestigioso premio Israel come riconoscimento per le sue ricerche e innovazioni e nel 1999 la laurea ad honorem in agricoltura da parte dell’Università di Beer Sheva. Si è spento in Israele nel 2006.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Shmuel Trigano

"Il tempo dell'esilio"

Pagine 95, € 10

La nuova condizione umana nel mondo globalizzato appare sempre più quella dell’esilio. La tesi originale, sostenuta da Trigano, è che l’esilio non sia una mera fatalità subita e non possa più essere visto nei termini negativi di un semplice sradicamento. L’uomo crede di avere radici, così come è convinto di appartenersi, di far corpo con il proprio mondo. L’esilio rompe questa relazione di identità dell’individuo con il suo ambiente: è la frattura che determina la perdita della terra, la scomparsa dei riferime nti quotidiani, la rovina delle abitudini. Ma è anche la possibilità di vedere la condizione umana in modo nuovo, come una libertà creatrice che affranca dal determinismo della terra e apre la via del ritorno. Attraverso una sorta di percorso autobiografico Trigano ripercorre le tappe dell’esilio che, come insegnano le fonti ebraiche alle quali attinge, è un cammino non verso il passato dell’origine, ma verso una nuova modalità di convivere nel futuro.

Shmuel Trigano (Blida, Algeria 1948) è uno dei nomi più prestigiosi dell'ebraismo francesce contemporaneo. Professore all'Università Paris X-Nanterre, è fondatore del "Collegio di studi ebraici" dell'Alliance Israélite Universelle. Ha scritto numerose opere di sociologia, filosofia, religione, psicoanalisi. In italiano sono stati pubblicati: Alle radici della modernità. Genesi religiosa del politico (Ecig 1999), La memoria del popolo scomparso (Belforte 2003), Il terremoto di Israele (2007).

 

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(9,5 € anziché 19)

LA LETTERA PREZIOSA
di Eliyyah Hayyim ben Binyamin da Genazzano

 

 

 

Pagine 315

La Giuntina 2002

Da quando mi hai fatto sapere in una tua lettera che sei desideroso di entrare nel Paradiso cabalistico mi sono compiaciuto di rivelarti di persona, senza nasconderti niente, quel pochissimo di cui Dio mi ha gratificato, per quanto non si tratti che di una piccola parte di una goccia nel grande mare. È questa infatti una dottrina di dimensioni più ampie della terra, più vasta del mare, ma a causa dei nostri peccati la sapienza dei nostri maestri si è dissolta e non c'è nessuno che se ne dia pena.... Con queste parole ha inizio la Lettera preziosa, un piccolo capolavoro della letteratura cabalistica ebraica italiana di età rinascimentale. Nell'intento dell'autore, Eliyyah Hayyim ben Binyamin da Genazzano, il trattato, redatto in forma epistolare, si prefigge il fine di informare un caro amico, un vecchio compagno di studi, il banchiere toscano Dawid ben Binyamin da Montalcino, sull'essenza della vera tradizione cabalistica. Eliyyah Hayyim prende le mosse da lontano e con circospezione, consapevole di doversi addentrare in un terreno irto di pericoli. A tal fine si avvale della competenza delle massime auctoritates del pensiero ebraico. "Provando e riprovando", come ogni acuto intellettuale della sua epoca, Genazzano descrive, in uno stile piano e letterario, mai prolisso e involuto, alcuni dei temi salienti della tradizione cabalistica, risolvendo i dubbi che possono manifestarsi nella mente di uno studente brillante, ma inesperto, e le contraddizioni, effettive o solo apparenti, presenti nell'opera dei suoi predecessori e dei suoi contemporanei. Curatore dell'edizione e della traduzione italiana del testo ebraico, nonché autore del saggio introduttivo, è Fabrizio Lelli, docente di lingua e letteratura ebraica all'Università di Lecce, la cui attività di ricerca si incentra sulla cultura ebraica italiana del XV e del XVI secolo e sui rapporti intellettuali tra ebrei e cristiani nell'Italia umanistica e rinascimentale.

Fonte: Newsletter Giuntina




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30 novembre 2010

Il Sinodo dei Vescovi del Medio Oriente: una 'pace' basata sulla negazione di Israele?

 

"Il mondo ebraico e in particolare l'ebraismo italiano deve fare molta attenzione a quel che è accaduto nel sinodo dei vescovi del Medio Oriente . Nel corso dei lavori è riemerso spesso un linguaggio violentemente antiebraico.

Si è parlato dell'insediamento ebraico in Eretz Israel come di un "corpo estraneo" "non assimilabile" che "corrode", un'"ingiustizia", cioè un "peccato", della "resistenza" (armata, si capisce dal contesto e dunque del terrorismo) come di un "dovere".

C'è chi ha negato ogni rapporto del popolo ebraico con la regione "prima di settant'anni fa" ("cosa fanno qui?"). Si è usata talvolta una terminologia che non può non evocare a orecchie sensibili l'antisemitismo nazista (anche Hitler e Mussolini, oltre ad Ahmadinejad hanno parlato degli ebrei come un "corpo estraneo"), a tratti i suoi precedenti cristiani e in particolari cattolici (il "peccato" originale della nascita di uno stato ebraico).

Un documento presentato al sinodo ha addirittura spiegato, con la tipica contorsione del ragionamento inquisitoriale, che la "resistenza" contro Israele è per il bene degli ebrei, dato che solo con la forza essi si possono distogliere dall'"ingiustizia". I due soli interventi (dei vescovi di Cipro occupata dai Turchi e del Libano ormai dominato dagli sciiti) che hanno indicato nell'islamismo il nemico che si propone di eliminare il cristianesimo dal Medio Oriente, non sono stati ascoltati e anzi hanno suscitato subito smentite e scuse al mondo islamico ingiustamente diffamato.

I documenti ufficiali hanno naturalmente dato maggiore compostezza alla posizione del Vaticano rispetto alle punte estreme dei discorsi dei delegati, richiamando il valore del dialogo religioso e aggiungendo molte buone intenzioni. Ma in sostanza hanno ufficializzato la scelta della Chiesa di schierarsi contro Israele, che del resto era già emersa in diverse altre occasioni, come per esempio la conferenza Durban 2 a Ginevra, l'anno scorso, aggiungendo un estremismo propagandistico inconsueto per la felpata diplomazia vatcana.

Nel documento finale, per esempio, non si chiede più a Israele di ritirarsi dai "territori occupati", ma si chiede perentoriamente che sia l'Onu a far tornare Israele nei confini del '49, il che implicherebbe, se non un'azione militare, almeno una durissima pressione diplomatica e l'isolamento internazionale dello Stato ebraico. Non si parla più di spartizione di Gerusalemme ma, rilanciando una vecchia utopia vaticana, di una sua internazionalizzazione, cioè sottrazione integrale alla sovranità israeliana e "gestione paritetica" da parte delle tre religioni (non degli stati dell'area), che concretamente vorrebbe dire una specie di Onu delle religioni a facile predominio cattolico.

Bisogna notare che quella del sinodo è una presa di posizione ufficiale al massimo livello, approvata sotto la diretta responsabilità del Papa in un'occasione attentamente costruita e sapientemente propagandata. Non bisogna sottovalutare il senso di questa ostentata campagna propagandistica antisraeliana. Il Vaticano sembra aver deciso di proporsi ufficialmente al mondo islamico come un possibile alleato contro Israele, marcando anche un forte distacco dall'Occidente (quella in Iraq è stata definita nel documento finale "guerra assassina").

A noi l'alleanza con i nemici storici del cristianesimo e gli attuali oppressori e assassini di cristiani sembra una chiarissima sciocchezza, ma la Santa Sede ha le sue logiche, ragiona sul suo interesse a lungo termine. Forse crede di alleviare la posizione dei cristiani ostaggi degli islamisti (ma può illudersi così grossolanamente?). Oppure dà per scontata la vittoria dell'islamismo in Europa e si prepara per tempo a una posizione di assedio, come quella del patriarcato di Costantinopoli, tentando di ingraziarsi il nuovo padrone.

In ogni caso bisogna far credito al Vaticano di determinazione e capacità di perseguire politiche a lungo raggio, non certo di infallibilità e neppure di moralità. La scelta di questi giorni può essere accostata a quella di non opporsi frontalmente al nazismo, come invece la Chiesa fece col comunismo.

Bisogna dunque che l'ebraismo e in particolare quello italiano si riabitui all'idea di un Vaticano schierato strategicamente contro Israele, sia pur sotto lo schermo ipocrita del dialogo interreligioso. In fondo non è una novità, la Santa Sede è stata buona ultima nel riconoscere Israele, l'ha fatto a pieno titolo solo nel 1994, quarantasei anni dopo la fondazione dello Stato. Ma quanti di noi avevano sperato che avesse senso tenere aperto il dialogo per favorire una posizione più equilibrata della Chiesa nei confronti del mondo ebraico, dovranno rivedere ora le loro illusioni. Si tratta di un problema molto più grave di quello già pesantissimo della santificazione di Pio XII, perché riguarda il futuro e non il giudizio sulle persecuzioni subite in passato e sulle loro complicità.

 Hanno senso, bisognerà chiedersi, le "giornate di amicizia", i dialoghi teologici, gli inviti a visite nelle sinagoghe, le collaborazioni istituzionali e anche quelle di singoli intellettuali? Naturalmente la pace è una buona cosa e nessuno ha interesse ad aprire guerre di religione.

Ma, a parte la dubbia soddisfazione di essere chiamati "fratelli maggiori" (ruolo che nella Bibbia è sempre dei malvagi), abbiamo qualcosa di sostanziale da condividere con un'organizzazione religiosa che lascia senza commenti i suoi alti prelati definire come "peccato", di "ingiustizia", di "corpo estraneo corrosivo" quello che per noi è il "germoglio della nostra redenzione", come diciamo nelle funzioni?

Possiamo scambiarci solidarietà o rispetto o anche solo condividere con una Chiesa dove hanno spazio colo che legittimano chi organizza attentati nei centri commerciali, nei ristoranti e sugli autobus dove si trovano i nostri fratelli, che ci vedono all'origine dei mali di mezzo mondo?

Ha senso un dialogo teologico con chi dice che la Scrittura non può legittimare l'ingiustizia, intendendo con questo Israele? Non sarebbe il caso di dichiarare chiuso un dialogo che ha dato risultati così fragili?

Queste sono le domande cui tutti saremo chiamati a rispondere presto; se non ora, quando le politiche decise nel sinodo si caleranno nella realtà".

Ugo Volli




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30 novembre 2010

'Dibattito politico' (?) tra Kippòt e ambigue affermazioni 'di amicizia' per Israele

Yerushalaym. Yemin Moshe

Foto: Piero P. 

"La ricorrente quanto mai abusata ostentazione di amicizia nei confronti dello Stato di Israele, soprattutto da parte di alcuni esponenti di una certa area politica, richiama alla mente quell’immagine talmudica di colui che cerca, in modo surrettizio, di purificarsi nel Miqwè, bagno rituale, tenendo tra le mani un verme impuro.

E’ un po’ la stessa logica di chi dopo averci sferrato colpi bassi e proditori tenta di giustificarsi rinfacciandoci di aver salvato tanti ebrei durante la Shoà. Se prendessimo sul serio le tante e millantate storie di salvezza di questi sedicenti mitomani alla bisogna il popolo ebraico avrebbe dovuto contare nel 1945 sei milioni di persone in più anziché in meno! 

Sono molto pochi però, fra questi “mitici salvatori”,  che per dovere di verità menzionano dei denari versati dai  disperati  fuggiaschi ebrei costretti molte volte a togliersi dalle tasche gli ultimi spiccioli rimasti per poter dare un pezzo di pane e pochi centimetri di pavimento dove far trascorrere una nottata ai loro piccoli.

E questa sì che non è una barzelletta...! Storia vera dalla quale non fanno eccezione neppure i caritatevoli conventi ed enti ecclesiastici, che pure hanno aperto le loro porte. Con un singolare paradosso negli anni ’70 e in quelli immediatamente successivi siamo stati testimoni di una  logica asimmetrica ma figlia di una stessa e identica filosofia. 

Quanti compagni di liceo abbiamo ascoltato nella varie assemblee accanirsi velenosamente contro lo Stato di Israele e magari a soli pochi giorni di distanza erano quegli stessi compagni che portavano corone di fiori alle Fosse Ardeatine e sulle lapidi dei nostri morti nella Shoà! Talvolta anche indossando le kippòt sulla testa!

Quali dei due meno peggio? Non saprei dire. Entrambi forme di alibi e rifugi di coscienze che mal sopportano gli ebrei vivi, testimoni attivi di una cultura di minoranza che vive e che lotta affinché ci siano sempre culture di minoranza.

Quanto suona  attuale, in un’epoca che vede la nostra Comunità sempre più corteggiata e pressata dalle varie forze politiche contrapposte,  quella espressione del Profeta Geremia riportata nel verso 6 del capitolo 5 del Libro di Ekhà, le Lamentazioni: “ …l’ Assiria (Babilonia)  avrebbe dovuto darci una mano e l'Egitto (l'altra potenza politica dell'epoca ) avrebbe dovuto sfamarci...!”

Il Profeta, cosciente del grave disorientamento in cui versa il popolo ebraico abbandonato e deluso da coloro che sarebbero dovuti essere i suoi “amici”,  non fa che ribadire  quella tanto amara quanto realistica constatazione della Torah (Numeri, 23; 9): “… il popolo ebraico se ne sta da solo…”… costretto a prendere coscienza che vi sono situazioni in cui deve cavarsela da solo e basarsi essenzialmente sulle proprie forze".

Roberto Della Rocca, Rabbino

"Senatore Ciarrapico, testina fascista: Il plurale di Kippàh (femminile singolare) fa Kippòt. Presidente Berlusconi: La scuola dirimpettaia non era Israeliana, era Israelitica. In inglese si dice: "Worst possible scenario". In ciociaro: "Peggio de così se more"".

Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme

 "l'Unione informa"




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30 novembre 2010

Il Tempio ebraico non è mai esistito e Israele non fa che “inventare” legami storici tra ebrei e Gerusalemme

“Il Tempio di Gerusalemme? Mai esistito”
 
Il Tempio ebraico non è mai esistito e Israele non fa che “inventare” legami storici tra ebrei e Gerusalemme. È quanto ha dichiarato mercoledì scorso il capo dei negoziatori dell’Autorità Palestinese Ahmed Qorei (Abu Ala) durante un incontro ristretto con il reporter di WorldNetDaily, quello del quotidiano palestinese Al-Ayam e il corrispondente per gli affari arabi di un importante quotidiano israeliano. Il giornale israeliano, tuttavia, ha preferito non riportare la frase di Ahmed Qorei, cosa che invece ha fatto con evidenza il giornale palestinese.
“Le autorità d’occupazione israeliane – ha detto Ahmed Qorei – cercano di trovare un presunto legame storico ebraico” tra Gerusalemme e il Monte del Tempio, “ma tutti questi tentativi sono destinati a fallire. L’Haram Al-Sharif [Monte del Tempio] è musulmano al cento per cento. Il mondo deve mobilitarsi contro tutti questi tentativi israeliani di cambiare i simboli e i segni di Gerusalemme – ha continuato il rappresentante di Abu Mazen ai negoziati – Non c’è nulla di ebraico circa la moschea di Al Aqsa, e il presunto Tempio ebraico non è mai esistito: è una fantasia. Gerusalemme è musulmana al cento per cento. Il mondo arabo è chiamato a intervenire per fermare i piani israeliani a Gerusalemme, per fermare i tentativi israeliani di attribuire un carattere ebraico a Gerusalemme e alla moschea Al Aqsa. E anche alla Città Vecchia, che è il primo passo nella guerra per difendere Gerusalemme e Al Aqsa. Stanno correndo contro il tempo allo scopo di creare fatti sul terreno nei dintorni del Tempio immaginario”.
Ahmed Qorei (Abu Ala) reagiva alla riapertura, il mese scorso, di una sinagoga chiusa da tempo a circa 100 metri del Monte del Tempio. La struttura, che si trova nella parte della Città Vecchia nota come quartiere musulmano, venne abbandonata nel 1938 in seguito a un’ondata di violenze arabe contro gli ebrei che, a quell’epoca, vivevano a migliaia nel quartiere. La sinagoga riaperta è la struttura religiosa ebraica più vicina al Monte del Tempio, a parte il Muro Occidentale (detto “del pianto”).
Ahmed Qorei, considerato un moderato da politici sia israeliani che americani, guida i colloqui di pace con Israele avviati con il summit di Annapolis del novembre scorso con l’obiettivo di creare uno stato palestinese, per lo meno sulla carta, prima della fine del mandato del presidente George W. Bush.
Il Monte del Tempio è considerato il luogo più sacro dell’ebraismo. Secondo la tradizione biblica, il Primo Tempio vi venne eretto da re Salomone nel X sec. a.e.v. e venne distrutto dai babilonesi del 586 a.e.v. Il Secondo Tempio, eretto nel 515 a.e.v. dopo la liberazione dalla cattività babilonese, venne ampliato da Erode il Grande nel I sec. a.e.v. e distrutto dai romani nell’anno 70 e.v.: è il Tempio dove pregò anche Gesù di Nazareth, secondo i Vangeli.
Il Tempio era il centro della culto ebraico, ospitava il Santo dei Santi che conteneva l’Arca dell’Alleanza ed era considerato il luogo della “shekhina” o “presenza di Dio”. Tutte le feste ebraiche erano incentrate sul culto del Tempio, che era anche il luogo principale dei sacrifici e delle riunioni del popolo ebraico. Secondo il Talmud, la pietra di fondazione del Tempio era venerata come il luogo da cui venne creato il mondo e coinciderebbe con il Monte Moriah, il luogo del sacrificio di Isacco. Secondo la tradizione ebraica, il Mashiach (Messia) tornerà e ricostruirà il terzo ed ultimo Tempio sul Monte di Gerusalemme.
Il Kotel (Muro) occidentale costituisce ciò che rimane dei contrafforti del Monte del Tempio sopravvissuti alla distruzione romana. La documentazione di tutte le comunità ebraiche conosciute in Diaspora testimonia che gli ebrei non dimenticarono mai il legame con Gerusalemme e la speranza del ritorno. Ancora oggi gli ebrei in tutto il mondo pregano rivolti verso il Monte del Tempio, mentre i musulmani pregano rivolti verso La Mecca (all’occorrenza volgendo le spalle al Monte del Tempio).
La moschea di Al Aqsa venne costruita intorno al 709 e.v. vicino alla precedente Cupola della Roccia, eretta pochi anni prima dopo la conquista araba della città avvenuta nel 637 e.v. Circa cento anni fa la Cupola della Roccia venne associata al luogo venerato dai musulmani come quello da cui il Profeta Muhammad (Maometto) ascese al cielo. Gerusalemme come tale, tuttavia, non è mai menzionata nel Corano. Secondo la tradizione islamica, Maometto fece in una notte un viaggio dalla “moschea sacra” (che si ritiene fosse alla Mecca, in Arabia) alla “moschea più lontana” e qui, da una roccia, ascese al cielo per ricevere rivelazioni da Allah destinate a diventare parte del Corano.
Oggi i palestinesi rivendicano la sovranità esclusiva sul Monte del Tempio e i leader palestinesi negano sistematicamente qualunque legame storico degli ebrei con il luogo. Storicamente, tuttavia, si sa che fino a tempo relativamente recenti i musulmani non reclamavano la moschea Al Aqsa some loro terzo luogo santo ed anzi riconoscevano l’esistenza nell’antichità del Tempio ebraico. Solo verso la fine del XIX secolo, in coincidenza con l’inizio dell’immigrazione ebraica moderna in Terra d’Israele/Palestina, alcuni studiosi musulmani iniziarono a sostenere che Maometto aveva legato la sua cavalcatura al Muro Occidentale associando il suo mistico viaggio notturno con il Monte del Tempio. Ma ancora nel 1925 una guida (“Guide Book to Al-Haram Al-Sharif”) pubblicata dal Supremo Consiglio Islamico di Gerusalemme catalogava il Monte come il sito del Tempio di Salomone. Diceva, a pagina 4: “La sua identificazione con il Tempio di Salomone è al di sopra di ogni dubbio. Questo è anche il luogo, secondo la credenza universale, in cui Davide costruì un altare per il Signore”.

(Da: WorldNetDaily.com, 9.11.08)

Nella foto in alto: Ahmed Qorei (Abu Ala)

 




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29 novembre 2010

Iran: orgogliosi della lapidazione

 

La pena per lapidazione e' "solo una piccola parte delle nostre tante leggi salzionatorie ... Siamo orgogliosi di avere un tale sistema". Lo ha dichiarato la settimana scorsa Javad Larijani, capo del Consiglio iraniano per i Diritti Umani nel corso di un biaggio a New York.

In un'intervista al Wall Street Journal, egli ha dichiarato che una moratoria aveva sospeso la pratica, ma che una condanna alla lapidazione ancora agisce da deterrente. Con la lapidazione, egli ha spiegato, "Più del 50% (dei giustiziati) potrebbe non morire" poiche', ha detto, "Lapidazione significa che si devono fare un certo numero di atti, gettando pietre in numero limitato, in modo particolare ... . Agli occhi di alcune persone, la lapidazione e' una esecuzione minore, perche' c'e' una possibilita' che si possa sopravvivere ".

Il caso di Mohammadi Ashtiani - venuto alla luce dopo oltre tre anni trascorsi dalla donna nel braccio della morte, e divenuto di fama internazionale a causa degli appelli dei figli e alla denuncia del metodo prescelto per giustiziarla - e' solo uno dei tanti casi di lapidazione in Iran da quando la pratica e' stata reintrodotta dopo la rivoluzione iraniana del 1979.

Dal 1980, almeno 150 uomini e donne sono stati lapidati a morte in Iran, ha detto Farshad Hosseini, leader del Comitato internazionale contro le esecuzioni (un comitato per la verita' soltanto di arabi iraniani), che ha stilato una relazione sulla pratica tratta da notizie di stampa e di organizzazioni dei diritti umani. La relazione avverte che "ottenere una lista vera e completa delle vittime e' estremamente difficile, se non del tutto impossibile, a causa della censura sistematica di tali notizie da parte del regime".

Mohammadi Ashtiani, la cui lingua madre e' azera (il linguaggio di una minoranza), parla solo limitatamente il persiano, la lingua dei pubblici ministeri e dei giudici. Lei non capiva che 'rajm', una parola presa in prestito dall'arabo, significa lapidazione, ed e' svenuta quando glielo hanno detto.

Il caso e' stato commentato anche da Mahmoud Ahmadinejad, presidente iraniano, che lo ha usato come esempio per attaccare l'Occidente. Alla domanda sugli appelli internazionali per la commutazione della condanna, Ahmadinejad ha detto: "Voglio fare anche il mio appello. Negli Stati Uniti ci sono 53 donne condannate a morte. Perche' il mondo intero non chiede loro di perdonare queste donne? Abbiamo consegnato loro una lista di queste donne, ma i media sono nelle loro mani e questo e' il motivo per cui non rendono nota questa domanda".

Secondo Ann Harrison, ricercatore londinese di Amnesty International, l'imbarazzo sembra poter modificare la tendenza dell'Iran alle lapidazioni, portando ad una svolta. "La nostra sensazione - ha detto - e' che le autorita' stiano cercando di trovare il modo per porre fine lapidazione ed una delle proposte e' stata quella ci communtare le condanne alla lapidazione in esecuzioni per impiccagione".

Gabriella Mira Marq si ringrazia Claudio Giusti Osservatorio sulla legalità

 




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29 novembre 2010

Il commento di Giulio Meotti

Questa settimana, segnata dal boicottaggio turco del Nobel Vidia Naipaul e dall’annuncio dell’hate festival Durban III sotto l’egida dell’Onu, va ricordata soprattutto per l’impressionante documentario della Bbc sulle...

 


Giulio Meotti

Questa settimana, segnata dal boicottaggio turco del Nobel Vidia Naipaul e dall’annuncio dell’hate festival Durban III sotto l’egida dell’Onu, va ricordata soprattutto per l’impressionante documentario della Bbc sulle scuole islamiche nel Regno Unito. Un documento decisivo non soltanto perché proviene da un’emittente tradizionalmente poco incline alla denuncia dell’islamizzazione (all’epoca della guerra irachena era chiamata “Baghdad Broadcasting Channel”). Il documentario è un caso da manuale perché consente di comprendere appieno il livello di odio ideologico e religioso che regna e ristagna oggi nella più importante comunità islamica europea. Sotto l’ombrello di “Club e scuole degli studenti sauditi” si raccolgono oltre quaranta istituti sparsi per la Gran Bretagna. La Bbc ha stanato l’antisemitismo e la bigotteria di questa rete scolastica che plasma i musulmani del Regno Unito.
I brani sull’omosessualità sottopongono a dilemma lo studente musulmano: è preferibile la lapidazione, il rogo o il lancio da una rupe? Nei libri scolastici si illustrano le punizioni i corporali per gli omosessuali e gli ebrei: taglio delle mani e dei piedi per i ladri, punizioni fisiche per i gay ed una serie di illustrazioni sulle qualità riprovevoli del popolo ebraico. “Si ricordi che gli ebrei – dice un altro passaggio – hanno un fenotipo che li avvicina alle fattezze delle scimmie e dei maiali”. E i passaggi a ebrei e cristiani sono particolarmente significativi. “Non salutare per primo un cristiano o un ebreo”, recita il libro di testo saudita. “Non diventare amico dell’infedele a meno che l’obiettivo sia la sua conversione”. Perché, come sta scritto, “gli ebrei sono scimmie, il popolo del Sabato; i cristiani sono maiali, gli infedeli della comunione di Gesù”. Il bambino deve imparare a non mostrare gratitudine, amicizia, lealtà e rispetto per i non musulmani. “Non augurare mai all’infedele buone feste”. Gli studenti devono odiare i “politeisti infedeli”, perché “i non credenti fra il Popolo del Libro bruceranno per sempre all’inferno, sono le creature più vili”. Ai bambini si insegna che “è permesso distruggere, bruciare e demolire i castelli degli infedeli”. Quanto al matrimonio: “E’ proibito per una donna musulmana sposare un infedele, è proibito per un uomo islamico sposare una donna politeista e del Popolo del libro, ebree e cristiane”.
Il documento della Bbc è essenziale per capire come si è arrivati a far sì che l’antisemitismo e la bigotteria più sfacciati si impadronissero dell’anima della vecchia gloriosa Inghilterra di Churchill. Un paese in cui gli accademici firmano manifesti di boicottaggio delle università israeliane, dove i sindacati invitano a non comprare merci dello stato ebraico e i politici olandesi sono banditi alla frontiera, in cui gli apologeti della sharia sono assunti come consulenti a Downing Street e la chiesa anglicana apre alla legge islamica e boicotta lo stato ebraico. A scorrere il documentario della Bbc tornano in mente parole del poeta russo Aleksandr Blok: “Il mongolo con i suoi occhi sottili guarda la bella Europa agonizzante”.


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90




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29 novembre 2010

Corea del Nord e Iran sono stretti alleati e da decenni collaborano in fatto di tecnologia nucleare

L’esempio nordcoreano
Di Yaakov Katz e Herb Keinon
Molti israeliani, sentendo martedì la notizia della fiammata di guerra fra Corea del Nord e Corea del Sud, si sono legittimamente domandati cosa avesse a che fare tutto questo con lo stato ebraico. A migliaia di chilometri di distanza da Israele, che ha già di per sé abbastanza problemi vicino a casa, la nuova tensione nel Mar Giallo non dovrebbe essere motivo di preoccupazione immediata. E invece lo è.
Dal punto di vista israeliano, questi eventi costituiscono un chiaro esempio di ciò che Israele paventa che possa accadere se all’Iran verrà permesso di continuare a sviluppare capacità nucleari: in quanto potenza atomica, sarà più spavaldo nei suoi atti d’aggressione.
Corea del Nord e Iran sono stretti alleati e da decenni collaborano in fatto di tecnologia militare e nucleare. La Corea del Nord è un noto esportatore di tecnologia missilistica verso la Siria e l’Iran, due paesi che hanno sviluppato formidabili capacità balistiche, dalle diverse versioni dei missili Scud fino ai vari missili Shihab e Sajil. Alcuni di questi missili sono modellati su progetti nordcoreani.
In termini nucleari, la collaborazione è stata documentata dalla scoperta, nel 2007, che la Siria stava costruendo un reattore nucleare modellato su quello nordcoreano costruito a Yongbyon. Foto successivamente trapelate sulla stampa mostrano Chon Chibu, un alto funzionario del programma nucleare nordcoreano, in posa assieme a Ibrahim Othman, direttore della commissione siriana per l’energia atomica, davanti al reattore siriano poi distrutto da Israele.
Più che altro, comunque, la Corea del Nord rappresenta agli occhi di altri stati delinquenti come l’Iran un esemplare modello di come un paese possa violare i trattati e gli accordi internazionali, sviluppare armamenti nucleari, e farla franca. Che è esattamente ciò che gli iraniani sembrano voler fare.
È un punto su cui ha attirato l’attenzione il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman, martedì scorso durante la conferenza stampa a Gerusalemme col suo omologo italiano Franco Frattini. “Penso – ha detto Lieberman – che la Corea del Nord, come ben si vede, costituisca una seria minaccia non solo per la parte del mondo dove si trova, ma anche per il Medio Oriente e per il mondo intero”. E si è chiesto: se la comunità internazionale “non è in grado di fermare, di domare questo demenziale regime”, come potrà allora affrontare l’Iran?
Ora che è dotata di comprovata capacità nucleare – Pyongyang ha già effettuato test con una bomba atomica – la Corea del Nord può permettersi di essere aggressiva, e i suoi bersagli – ad esempio, la Corea del Sud – sono costretti ad essere assai misurati nella loro reazione per non ritrovarsi anche sotto attacco nucleare.
Questa è appunto una delle minacce con cui Israele deve fare i conti, quando si pensa a un Iran nucleare. Anche se Israele e Iran non hanno confini in comune, gli scagnozzi dell’Iran come Hezbollah in Libano e Hamas nella striscia di Gaza potrebbero permettersi di osare molto di più nei loro atti di aggressione contro Israele, dal momento che sarebbero spalleggiati da un paese nucleare.
Pur premettendo che è ancora “troppo presto” per commentare l’incidente nella penisola coreana, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che gli eventi laggiù mostrano effettivamente come “il mondo stia finendo sotto la minaccia di paesi irresponsabili, che si stanno dotando di armamenti d’avanguardia, gli armamenti in assoluto più terrificanti. E dal momento che questi regimi sono nella loro essenza molto aggressivi, è solo questione di tempo prima che tale aggressione si manifesti in questo o quell’incidente”. Netanyahu, che parlava durante una visita alle Industrie Militari israeliane, ha aggiunto che Israele conosce molto bene questo fenomeno per via del comportamento dell’Iran e della sua collaborazione con la Corea del Nord, la Siria e altri paesi. La sfida di fronte alla comunità internazionale, ha concluso il primo ministro israeliano, è “come fare a fermare questa aggressione, e a fermarla in tempo”.

(Da: Jerusalem Post, 24.11.10)

 




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29 novembre 2010

Una notizia prevedibile. Egitto se Fratellanza Mussulmana vincera' prossime elezioni, tagliera' ogni rapporto con Israele ........Lieberman, pensaci tu!!!!

CAIRO: Egypt's key opposition party, the Muslim Brotherhood, is threatening to cut off all relations with Israel if it emerges victorious from an upcoming vote for parliament."We are totally unhappy with the illicit marriage between Cairo and Tel Aviv," said Mohammed Badie, the leader of the group,http://gulftoday.ae/portal/9329fdc3-6797-41df-9289-9748d5f0994d.aspx

 




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29 novembre 2010

Chanukkà la festa delle luci e del miracolo 2 dicembre 2010 la sera fra 24 e 25 Kislev

Chanukkà o Hanukkah (in ebraico ?????anukkah) è una festività ebraica, conosciuta anche con il nome di Festa delle Luci. In ebraico la parola chanukkah significa "dedica" ed infatti la festa commemora la consacrazione di un nuovo altare nel Tempio di Gerusalemme dopo la regalata libertà, loro data dai Greci. Al regno dei quali apparteneva Eretz Israel nel II secolo a.C. Il dominatore greco riteneva di far scomparire la specificità giudaica proibendo la pratica della Torah, ma una rivolta armata guidata da Mattatia, un anziano sacerdote della famiglia degli Asmonei, di Modin, cittadina a nord-ovest di Gerusalemme, permise - secondo Zc 4,6 - la vittoria dello spirito sulla forza brutale che minaccia Israele nella sua vita religiosa e spirituale. La festività dura 8 giorni e la prima sera, chiamata Erev Chanukah, inizia al tramonto del 24 del mese di Kislev.

Il miracolo di Chanukkà è narrato nel Talmud. La festa celebra la sconfitta, per mano di Giuda Maccabeo, dei Seleucidi e la successiva riconsacrazione del Tempio. La festività, durante gli otto giorni, è caratterizzata dall'accensione dei lumi di un particolare candelabro ad otto braccia chiamato chanukiah.

L'olio acceso per riconsacrare il Tempio che sarebbe bastato per 1 giorno ne durò 8

Preghiamo Hashem per  un altro miracolo:

La Liberazione di Ghilad Shalit ! B.H.

 

 

 

Il miracolo della sopravvivenza




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29 novembre 2010

L'Iran vieta 12 scienze sociali, perché anti-islamiche

 da Stefano Magni

La sociologia e la psicologia sono contro la religione. E la Repubblica Islamica dell’Iran è pronta a vietarle in tutte le università. E’ l’ultimo passo di una “rivoluzione culturale” avviata dal governo di Ahmadinejad e ispirata dall’ayatollah Alì Khamenei. Se, finora, si erano “limitati” a purghe di professori e studenti, per impedire che le università si trasformassero in “centri di sovversione”, come nel caso della Rivoluzione Verde, ora le autorità islamiche pensano di andare alla radice del loro problema. Impedendo, addirittura, che certi campi della conoscenza possono essere appresi dai giovani. Si parla di abolire corsi di studio specifici, come quelli che riguardano i diritti umani e i diritti delle donne. Ma anche interi curriculum di studi, in sociologia, in filosofia, in psicologia, in scienze politiche. Sono in tutto 12 le scienze sociali e umane che dovranno essere messe al bando entro il 2011. L’ayatollah Khamenei, nell’agosto del 2009, aveva già attaccato discipline “anti-islamiche” che, dal suo punto di vista, costituiscono un pericolo per la religione, perché la mettono in dubbio invitando al ragionamento critico. Mesbah Yazdi, consigliere di Ahmadinejad, aveva accusato di corruzione morale i professori di giurisprudenza e scienze politiche, puntando il dito contro il loro ruolo nella Rivoluzione Verde del 2009. Il suo attacco a testa bassa contro le materie “blasfeme” era stato ribadito anche dal leader delle milizie Basiji, Mohammad Reza Naghdi e dal capo della magistratura, Javad Larijani. Quest’ultimo aveva dichiarato “incompatibili con la religione” l’intera sociologia e l’intera psicologia. Naghdi, invece, aveva parlato di una “guerra segreta” contro le autorità islamiche, condotta coi mezzi delle scienze sociali. Ma solo quest’anno si passa dalle parole ai fatti. “Un numero significativo di studenti lascerà l’Iran” - commenta, ai microfoni di Radio Free Europe, un membro dell’Advar Takim Vadat, uno dei principali comitati universitari riformisti - “E tutti coloro che, pur essendo interessati allo studio delle scienze sociali, non potranno uscire dal Paese, cresceranno frustrati”. Sono questi gli effetti prevedibili, inevitabili, di una censura di massa che fa apparire liberale persino la Santa Inquisizione dei tempi che furono. Queste misure ricordano, piuttosto, il divieto di intere branche di studio nei regimi totalitari comunisti europei. Cosa che non ha impedito (anzi: ha accelerato) il loro completo collasso nel 1989. Lo constata Mir Hossein Moussavi, leader dell’opposizione politica riformista, aggiungendo che “I regimi che imitano questi metodi faranno la loro stessa fine”.

L'Opinione




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28 novembre 2010

Il mondo civile si deve battere contro la prigione del burqa

Commento di Fiamma Nirenstein

Testata: Il Giornale
Data: 28 novembre 2010
Pagina: 17
Autore: Fiamma Nirenstein
Titolo: «Il mondo civile si batte contro il burqa, noi ci vestiamo la Barbie»

Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 28/11/2010, a pag. 17, l'articolo di Fiamma Nirenstein dal titolo " Il mondo civile si batte contro il burqa, noi ci vestiamo la Barbie ".


Fiamma Nirenstein

Io lo so come si sente la Barbie «con colori e abiti unici» realizzata da Eliana Lorena cui, sfortunata, in mostra alla libreria etnica Azalai di Milano con altre Barbie in abiti moderni, kimono, chador, sari.. è invece capitato il burqa. Lo so perché è stato descritto molte volte come si sente una donna che indossa un burqa, e forse sarebbe l’ora di smettere di farci sopra gli spiritosi. Per esempio Khaled Hosseini autore di L’aquilone e di Mille splendidi soli racconta: «Mariam non aveva mai indossato il burqa, Rashid dovette aiutarla.. il pesante copricato imbottito le stringeva la testa. Era strano vedere il mondo attraverso una grata... la innervosiva non poter vedere di lato e si sentiva soffocare dal tessuto che le copriva la bocca...». Molte altre persone esperte, fra cui da noi la deputata Suad Sbai, hanno spiegato molte volte che in quella prigione si entra in una depressione clinica e in una patologica confusione mentale, si diviene facile preda di molte malattie della vista, dell’udito, dell’equilibrio e che quindi è necessario vietare il burqa per legge.
Il burqa non ammette leziosaggini, ma solo una decisa battaglia per eliminarlo dalla società in cui la donna ha combattuto per secoli per essere libera, la nostra: già l’anno scorso, in occasione dei cinquant’anni della bambola Barbie da festeggiarsi in modo politically correct, la pupa internazionale dalle lunghissime, instabili gambette, è stata infagottata variamente in modo multietnico, e messa in mostra; l’artista, Loredana Castelli ha spiegato che questo avvolgere la donna-Barbie in panni e colori diversi non fa che denunciarne la identica mercificazione corporea. Sotto il nero morte del burqa come sotto la minigonna rosa originaria di Barbie. Così è anche per il sari e il costume da geisha.
Mi dispiace, non è vero. Il sari e il costume ci riportano a parecchi guai femminili, e noi abbiamo i nostri, ma ci piace graduarli a seconda della nostra libertà di sceglierceli. Il burqa è invece la proibizione, più o meno interiorizzata non importa, del diritto della donna ad avere un corpo, ad avere la sua libertà.
Fu proprio questo lo scandalo originario di Barbie, quello di abbandonare la mimesi infantile della porcellane, il legno, la plastica pesante, i materiali delle bambole di un tempo. Erano più belle? Forse, ma Barbie fu come un fuoco. Fu scandalo, fu rivoluzione, fu anche un’idea massificata dell’emancipazione, buona per le principesse e le contadine, per le ragazze bene e le impiegate. Proprio come Mac Donald: doveva la plebe della periferia romana sciamare in Piazza di Spagna occupandola per quel cibo da poche lire, gustoso magari, ma così volgare? Barbie fu il segnale della libertà per le bambine di immaginarsi slanciate, bellissime, fidanzate con Ken, in sintonia con la tv che da poco occupava l’etere e la fantasia. Non posso dimenticare la faccia di un amico quando regalai un Barbie a sua figlia: era schifato; ma la ragazzina, felice. Era la felicità della modernità e della libertà con la sua confusione, magari.
Ma il burqa non c’entra. Perché se vai a cercare il burqa, là troppo spesso troverai violenza abituale contro le donne, delitto d’onore, poligamia, antisemitismo, odio per i cristiani, per gli indu, per gli americani e parecchi altri infedeli. Nei burqa sono state alle volte trovate armi che i terroristi travestiti speravano che le guardie non avrebbero avuto il coraggio di cercare. Non amo discutere le prese di posizione del Papa perché non sono cattolica, ma rispettosamente non credo, come ha affermato, che se una donna sceglie di indossare il burqa allora le sia lecito farlo. La paura, la minaccia, il conformismo, il bisogno e anche il fanatismo troppo spesso ci trasportano sulle loro ali di pipistrello. Una donna può diventare il manifesto estremista della sua famiglia, di suo padre di suo fratello, del suo clan.
Moltissimi musulmani sono contro il burqa e persino il niqab (il velo sul viso), e approvano la scelta della Francia e del Belgio di bandirli per legge. Del resto persino il gran maestro islamico sunnita, lo sceicco dell’università di Al Azhar Muhammad Sayyd Tantawi, a ottobre proibì alle studentesse di portare sia l’uno che l’altro, permettendo semmai un fazzoletto in testa, il hijab. Donne afghane, iraniane, egiziane, irachene, di Gaza, della Turchia, del Marocco, hanno chiesto alle loro compatriote con pubblici appelli di respingere l’umiliazione e la violenza che il burqa e il niqab portano con sé.
E noi che facciamo? Giuochiamo con le bambole?
www.fiammanirenstein.com

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28 novembre 2010

Squadra Israeliana acquista giocatore arabo

 

Accade ad Ariel, una colonia israeliana in Cisgiordania: l'attaccante Jad Sarsur passa al Betar, club la cui tifoseria è notevolmente spostata a destra: "Per me non c'è nessun problema, il calcio serve ad avvicinare le persone" dice Sarsur


 

Squadra di coloni ebraici acquista giocatore arabo

L'insediamento ebraico di Ariel, in Cisgiordania

GERUSALEMME - "Il calcio avvicina le persone in tutto il mondo": con queste parole il giovane attaccante Jad Sarsur spiega oggi la decisione di indossare la maglia del 'Betar Ariel', la squadra di una città-colonia israeliana in Cisgiordania di 20 mila abitanti. Jad Sarsur, precisa il quotidiano Yediot Ahronot, è un arabo israeliano che adesso farà la spola fra la sua città, Kfar Kassem, e l'insediamento nei Territori occupati.

Sarsur - che ha già giocato in diverse squadre arabe israeliane - assicura di essere stato accolto a braccia aperte ad Ariel e di aver indossato con orgoglio la nuova maglia sui spicca il simbolo del movimento nazionalista ebraico 'Betar': un candelabro a sette bracci. A Gerusalemme i tifosi della squadra locale del Betar sono noti per le loro tendenze di destra e si oppongono all'ingaggio nella loro squadra di giocatori arabi: ma ad Ariel, assicura Sarsur, l'atmosfera è rilassata e nei suoi confronti non è stata mostrata alcuna animosità.

Il calciatore ha anche criticato quegli attori teatrali israeliani che si sono rifiutati di esibirsi nel nuovo Palazzo della cultura di Ariel, in quanto si trova in zone occupate militarmente. "I boicottaggi - replica Sarsur - sono sbagliati e negativi". Il 'Betar Ariel' partecipa a un campionato di 'Serie C' e, secondo Yediot Ahronot, mantiene stretti rapporti di collaborazione con altre squadre arabe, fra cui quelle Kfar Kassem e di Tira, in territorio israeliano. Sarsur, da parte sua, continua ad allenare

la squadra giovanile di Kfar Kassem e sogna di diventare un giorno un allenatore importante.

I dirigenti del 'Betar Ariel' affermano che Sarsur "è già parte della nostra famiglia" e assicurano che il giocatore parteciperà non solo agli allenamenti e alle partite "ma sarà anche invitato alle feste private".

 




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28 novembre 2010

voti ONU contro Israele

 

Ecco i paesi che hanno votato si all'onu per dare i luoghi santi del Popolo ebraico alla "palestina occupata":
 
 

1.    Ecco la lista che ha votato la risoluzione ONU

Paesi Arabi
Egitto,Giordania,Siria,Iraq,Arabia Saudita,Libano.Marocco,Algeria,Tunisia,Libia

Paesi Asiatici
Giappone,Cina,India,Pakistan,Vietnam,Mongolia

Europa
Italia,Francia,Gran Bretagna,Spagna,Grecia.Turkia,Svezia,Finlandia,Russia,Danimarca,Olanda,Germania,Svizzera,Belgio,Lussemburgo,Portogallo,Austria

America del Nord
Usa,Canada.

America centrale e del Sud
Messico,Argentina,Brsile,Uruguay,Panama,Venezuela,Colombia.

Ocenia
Australia, Nuova Zelanda.

Africa
SudAfrica,Monzambico,Nigeria,Sierra Leone.Niger,Lesotho,Etiopia,Somalia,Liberia,Madagascar.

 

__._,_.___




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28 novembre 2010

Ebraismo poco conosciuto. I 'marrani'. Note su una identità negata e sofferta


 

 

Ebrei spagnoli del Sec. XIV

Fonte::www.spazioforum.net/.../index.php?t12706.html

<<Nell’antica Sefarad si calcola che in un quarto di secolo, dal 1391 al 1415, la comunità ebraica perse almeno centomila membri. Nacque la figura ibrida e complessa dei “marrani”. Il battesimo forzato si rivelò una barriera insuperabile che segnò il destino dei marrani, li separò dalla comunità, senza offrirgliene una nuova, li bandì in una terra di nessuno, chiusi nel mezzo tra ebraismo e cristianesimo, li destinò ad una tensione irrisolvibile, ad una scissione che li lacerò prima ancora di ogni tortura.
Così i marrani furono improvvisamente l’“altro” rispetto ai cristiani, ma anche rispetto agli ebrei. Sensi di colpa, rimorso e privazione, inadeguatezza, non-appartenenza, estraneità, impossibilità di essere sé, li accompagnarono nella loro storia secolare. Furono condannati ad una identità negata e incompleta, ad un sé scisso e frammentato.
Soffrirono per un triplo esilio: come ebrei erano esiliati da Sion; come conversos erano esclusi dalla vita ebraica; come giudaizzanti sopravvivevano in un ambiente sempre più ostile, circondati da spagnoli in cerca di “identità” autentica e purezza del sangue. Esiliati nell’esilio, si considerarono ebrei potenziali per aspirazione, per il loro persistere in un ebraismo sempre più privato di contenuti, un ebraismo per sottrazione. Scherniti dai cristiani, perché non riconoscevano che il messia era già venuto, non abbandonarono mai la “esperanza” nel loro Messia, una speranza che cedeva spesso a una nostalgia verso un passato immemoriale, ma che non si spense mai e restò, ancora nel Novecento, una delle poche indelebili tracce del marranesimo.
Un nuovo capitolo dell’ebraismo italiano potrà essere scritto quando ai marrani del sud verrà concesso il riscatto e il ritorno che hanno atteso>>.

Donatella Di Cesare, filosofa

Fonte: "lUnione informa" - 03.05.2010

Dona Grazia Mendes, la signora dei marrani

 

 

 

 

Breve Bibliografia
 
Opere generali
C. Roth, Storia dei Marrani, ristampato da Marietti edizioni, Milano 2003

B. Netanyahu, The Marranos of Spain, New York 1966
 
R. Bonfil, Gli Ebrei in Italia nell’epoca del Rinascimento, Sansoni Editori, Firenze 1991
 
A. Leoni, La Nazione ebraica spagnola e portoghese negli Stati Estensi, Luisé editore, Rimini 1992
 
Gli Ebrei in Italia, a cura di C.Vivanti, 2 vol., Einaudi,Torino 1996-97
 
L’Inquisizione e gli ebrei in Italia, a cura di M.Luzzati, Roma- Bari 1992

Y.H. Yerushalmi, Dalla Corte al Ghetto. La vita, le opere, le peregrinazioni del marrano Cardoso nell’Europa del 600, Milano 1991
 
Opere specifiche sui conversos
 
Ebrei e cristiani nell’Italia medievale e moderna. Conversioni, scambi e contrasti,
A cura di M. Luzzati, M. Olivari e A.Veronese, Roma 1988

L’identità dissimulata: Giudaizzanti iberici nell’Europa cristiana dell’età moderna,
a cura di P.C. Yoli Zorattini, Firenze 2000

Ebrei: identità e confronti
, “Zachor, V (2001-2002)

I. Yovel, Spinosa and other Eretics, 2 vol. Princeton 1989
 
Opere specifiche su Donna Grazia Mendes
 
C. Roth, Danna Grazia Ha Nasì ed il Duca di Nasso (non più reperibile)
 
M.G. Muzzarelli, Beatrice de Luna, vedova Mendes, alias Donna Grazia Nasi: un’ebrea influente. In Rinascimento al femminile, pp. 83-116, Editori laterza 1991
 
M. Racanelli, Grazia Mendes, L’identità marrana al femminile, Ancona 2004

Fonte: Comunità Ebraica di Bologna

 

di Ines Miriam Marach

Riadattamento di una lezione tenuta, presso la Comunità ebraica di Bologna all’interno del ciclo “Donne ed ebraismo” nell’aprile 2007.
 
Le movimentate e a volte rocambolesche vicende di Donna Gracia Mendes, la Seniora, figura femminile emblematica del XVI secolo, sono state fonte d’ispirazione per tanti scrittori di romanzi di avventura; la sua vita è sicuramente stata un romanzo ed il suo essere marrana, cioè appartenente a due identità così differenti e differenziate l’ha consegnata alla storia come modello attivo di donna, forse precursore dell’emancipazione femminile e vivace protagonista all’interno della società del suo tempo.

Al di là dei contributi romanzati, che solo talvolta si avvalgono di fonti storiche, non mancano, nella storiografia specifica sulla cultura ebraica rinascimentale, e su quella sefardita, gli apporti di studiosi come Roth, Bonfil, Leoni, Yoli Zorattini, per citarne solo alcuni, che hanno sicuramente ricostruita e ben documentata l’interessante ed intrigante figura di Grazia Mendes.Roth ne ha anche pubblicato una biografia, ormai introvabile, ripresa da una studiosa dell’Università di Urbino, uscita nel 2004.

Chi è allora questa donna che ha cercato di cambiare il destino del popolo ebraico nel XVI secolo?

Grazia Ha-Nasì nasce nel 1510 (o forse nel 1511 secondo alcune fonti) in Portogallo, da una famiglia di probabile provenienza spagnola in seguito all’Editto di espulsione del 1492; il percorso di vita del suo gruppo familiare, come di tanti altri, rientrò in quel evento che Cecil Roth definisce il più romanzesco episodio della storia umana: il marranesimo (il fenomeno del cripto giudaismo) che per quanto ancora abbastanza enigmatico, costituisce infatti un capitolo fondamentale e allo stesso tempo tragico, della storia degli ebrei della diaspora in molti paesi dell’Europa occidentale, soprattutto fra XVI e XVII secolo.
 
La complessa identità dei marrani (gli anussim,” i costretti “) era caratterizzata da forme ben determinate di esercizio della vita religiosa, basate sulla dissimulazione di un'appartenenza proibita, quella ebraica e sulla simulazione di una falsa appartenenza, quella cristiana.
Il termine marrano che lo storico spagnolo Carobaroja intende riferito ad un gruppo di persone non del tutto omogeneo nel tempo e nello spazio è un antico termine spagnolo dispregiativo dalla radice araba, con cui s’indicava il maiale giovane, attribuito prima ai mussulmani, poi agli ebrei, alludendo alla prescrizione sia per gli uni che per gli altri di considerarlo animale impuro, associandoli quindi a questo.
L’uso del termine partì dalla regione di Castiglia in epoca medievale, luogo in cui si verificarono le prime conversioni forzate. 
In Italia si affermò nel secolo XVI con l’arrivo dei profughi portoghesi dove prese accezione comune dell’ebreo che dopo essere stato battezzato tornava ad essere ebreo apertamente.
Roth fa coincidere l’origine del marranesimo portoghese col fenomeno dei nuovi cristiani, nato in Spagna verso la fine del 1300.
In seguito la Riconquista da parte degli stati cristiani, che dominarono poi tutta la penisola iberica, la condizione degli ebrei andò gradualmente peggiorando fino ad arrivare al momento in cui le intense predicazioni domenicane portarono ondate di violenza che travolsero le juderias, i quartieri ebraici di Castiglia e di Aragona; le fonti riportano come più cruenta la strage di Siviglia perpetrata il mercoledì delle ceneri del 1391.
 
Fu così compromessa in modo irrimediabile la vita delle comunità ebraiche spagnole e poste le basi per una serie di limitazioni all’autonomia degli ebrei, che nel volgere di un secolo sarebbero sfociate nell’espulsione del 1492, decretata da Isabella e Ferdinando dopo la riunificazione dei regni di Castiglia ed Aragona.
In questo contesto nasceva il problema dei converso, i nuovi cristiani, convertiti a forza o spontaneamente per salvarsi la vita, che costituirono per le autorità cristiane un elemento di disagio ideologico.
Gli esuli ebrei cacciati dalla Spagna nel 1492 si sparsero in ogni angolo del bacino del Mediterraneo, in gran numero si recarono oltremare, soprattutto nei paesi mussulmani, ma anche in alcuni stati italiani, seppure in piccola percentuale; è quanto sostiene Roberto Bonfil che scrive che la loro consistenza numerica fu piuttosto trascurabile tranne forse all’inizio quando gruppi abbastanza elevati numericamente stazionarono in Italia in transito per l’oriente.
 
Ma la maggior parte varcò il confine e si fermò in Portogallo in cui gli ebrei erano ancora abbastanza tollerati, fino al 1497, quando fu imposto il battesimo forzato;
pena pagata per non adempiere a tale ordine era l’espulsione.
Se per alcuni storici (Roth per primo) il termine marrano è sinonimo di converso secondo altri, il vero fenomeno del marranesimo, inteso proprio come cripto giudaismo, dilagò in Portogallo quando quasi tutti, per salvare anche le proprie attività, presero il battesimo continuando però segretamente, nel proprio interno, ad essere ebrei.      
 
Con l’introduzione nel 1536 dell’Inquisizione anche in Portogallo ed il conseguente rischio di essere scoperti e processati, la maggior parte dei marrani partirono alla volta dei Paesi Bassi (Amsterdam e Anversa furono i centri più importanti) e dell’Italia.
Roma, ed Ancona (nello Stato pontificio), Venezia, Ferrara e più tardi Livorno, furono i luoghi in cui maggiormente si concentrarono le comunità marrane.
 
Anche alla famiglia di Gracia, gli ha Nasì (i principi), come a tutti gli ebrei rifugiati in Portogallo, toccò la sorte del battesimo forzato imposto il 4 marzo 1497; Gracia nacque quindi col nome cristiano di Beatriz de Luna.
Nel 1528 sposò in Portogallo Franzisco Benveniste Mendes, ricco mercante marrano ma forse anche rabbino, con cerimonia pubblica di rito cattolico, preceduta da quello ebraico celebrato privatamente in tutta segretezza, quindi con regolare ketubbà che ne fissava anche la dote.
Ciò provocò parecchie complicazioni di carattere giuridico di cui accennerò soltanto ai fini della narrazione degli eventi riguardanti la sua vita e la sua storia.
Seguì poco dopo la nascita di una figlia, Reyna.
 
Nel 1536, anno dell’Inquisizione Gracia rimase vedova in giovane età.
Il marito, in una dichiarazione testamentaria prima della morte, affidò le sorti della moglie nonché la gestione della metà del proprio patrimonio al fratello Diogo, uomo abile negli affari, con interessi nei Paesi Bassi, che alla morte di Francisco gestì e controllò anche tutte le sue finanze.
A seguito l’istituzione dell’Inquisizione, Gracia lasciò il Portogallo con la figlia Reyna, il nipote Joao Miguez (alias Yosef ha-nasì), la sorella Brianda e qualche altro membro della famiglia, diretta ad Anversa, dove la comunità marrana portoghese
(in prevalenza mercanti di spezie ) trovò in parte rifugio.
 
Ad Anversa Gracia ebbe contatti col medico Amato Lusitano (alias Giovanni Rodrigo Amato) che troverà in seguito anche a Venezia e a Ferrara.
Dopo questo primo passaggio già maturava in lei il desiderio ed il progetto di ritornare apertamente all’ebraismo.
Poco dopo il trasferimento dei beni ad Anversa, Gracia affiancò il cognato dimostrando una grande capacità imprenditoriale e stabilendo alleanze con le più facoltose famiglie dei Paesi Bassi tanto che le fu proposto dalle alte sfere, un matrimonio combinato fra la figlia Reyna e un rampollo cristiano, richiesta che ella rifiutò categoricamente, ma che dovette scontare fuggendo da Anversa. 
I legami di Grazia con la famiglia del marito divennero sempre più stretti quando nel 1540 Diogo Mendes sposò la sorella Brianda con la quale ebbe una figlia.
Diogo emise un documento in cui Grazia e la figlia erano ugualmente beneficiate dal patrimonio di Francisco. Alla morte di Diogo nel 1542 Gracia divenne amministratrice del patrimonio dei Mendes, cosa che indispettì non poco la sorella.  
 
Nel 1546, Grazia lasciò Anversa e passando da Lione approdò a Venezia, crogiuolo di genti e di culture dove l’ondata migratoria sefardita era prevalentemente marrana; nel 1541 venne infatti creato il ghetto vecio per gli ebrei levantini residenti temporaneamente in città, in realtà ex marrani tornati all’ebraismo nell’Impero turco. Qui scoppiò la disputa fra Gracia e la sorella per il patrimonio dei Mendes che finì con la denuncia da parte di Brianda alle autorità veneziane con l’accusa di essere giudaizzante.
 
Dopo essere stata imprigionata Gracia o Beatriz come la si vuol chiamare, nel 1549   raggiunse Ferrara, importante polo di riferimento per tutti gli esuli, chiedendo garanzie per la sua permanenza ai reggenti e dove iniziò il cammino di ritorno all’ebraismo.
A Ferrara la clemenza degli Estensi nei confronti degli ebrei era ormai risaputa; infatti avevano trasformato, nel corso di pochi anni i loro territori in luoghi di rifugio in cui attirare mercanti portoghesi provenienti da Anversa e dalla Turchia, tendenza già concretizzata con l’arrivo degli esuli dalla Spagna prima e quelli provenienti dalla Boemia nel 1532, a cui furono accordati gli stessi privilegi (riguardanti soprattutto lo svolgimento delle proprie attività) del già stabile gruppo italiano.
 
Difficile capire quando giunsero i primi marrani portoghesi (mercanti per lo più, ma anche medici, rabbini, artigiani) probabilmente fra il 1531 e il 1536 quando in Portogallo fu stabilita in modo definitivo l’Inquisizione.
Nel 1538 Ercole II, che confermò i decreti già emessi dai suoi predecessori in favore degli ebrei spagnoli, delegò al marchese Moreto “ampia facoltà e piena autorità di poter convenire circa li datii et franchigie … con tutti li singuli spagnoli et parimenti Con tutti i singuli che haverano la lingua spagnola e con tutti i singuli che haverano la lingua portugallese…”
Questo fu il clima che Gracia trovò al suo arrivo a Ferrara; nel breve periodo della sua permanenza, si è già accennato, abbandonò l’identità cristiana e tornò all’ebraismo studiando i testi tradizionali sotto la guida del rabbino Soncino.
Importante per la sua formazione ebraica fu l’amicizia con Benvenida Abravanel, grazie la quale si avvicinò allo studio della mistica ebraica.
Ma sia per Gracia che per tutti gli altri marrani approdati a Ferrara e nelle altre città italiane la condizione di doppia identità religiosa aveva sicuramente creato non pochi problemi, disagi psicologici e spirituali che sconvolgevano la vita di ogni singolo individuo.
“Il marrano giudaizzante (cito lo storico Yovel) visse in alienazione non solo nell’ambiente cristiano ma anche nella propria intima essenza, che non poteva esprimersi nella sua vita attuale; e così, in effetti la sua vita e la sua natura rimasero in reciproca opposizione”.  
 
Gracia quindi percepì questi disagi provandoli lei stessa e si adoperò per alleviare le sofferenze dei suoi corregionali ad aiutarli ad uscire dalla clandestinità e recuperare la religione d’origine; divenne benefattrice della comunità, cooperando per affermare la cultura sefardita, che aveva già grandi esponenti come l’umanista Abraham Farissol e la famiglia Abravanel, Isacco e Yeudà Abravanel, filosofo ed esegeta noto anche come Leone ebreo, giunti a Ferrara dal regno di Napoli dopo il 1542.
In particolare fu proficua la collaborazione che Gracia ebbe col tipografo Avraham Usque a cui offrì la sua disponibilità finanziaria per pubblicare opere tradotte dall’ebraico in giudaico - spagnolo, al fine di renderle accessibili alla popolazione sefardita, in particolare ai marrani che stavano per tornare all’ebraismo.
In particolare una traduzione della Bibbla in lengua espagnola (conosciuta poi come la Bibbia di Ferrara, di cui ne esistono ancora due esemplari dedicati, uno a Gracia e l’altro ad Ercole II), a cui fece seguito un Lybro de Oracyones de todo l’anno che sempre Avraham Usque pubblicò con Yom Tov Attias.
Avraham Usque insieme a Shemuel Usque (di cui non è accertata la parentela) furono due personaggi rappresentativi della cultura sefardita ferrarese dell’epoca.
Anch’essi godettero dei privilegi accordati dai reggenti di casa d’Este che permise loro non solo di essere i promotori dell’attività tipografica ferrarese ma anche di essere intermediari fra gli Estensi e la nazione portoghese; non per niente Shemuel Usque definì Ferrara come il porto più sicuro e identificò nella protezione di Ercole II “la via che conduce alla consolazione finale di Israele”.
 
Sempre Shemuel pubblicò un testo in lingua portoghese “consolacao as tribolacaoens de Israel” (Consolazione delle tribolazioni d’Israele), narrazione in chiave metaforica della travagliata storia del popolo ebraico.  
Anche Ercole II fu un personaggio chiave nella vita di Gracia e di tutti i marrani ferraresi, lo fu anche riguardo gli eventi di Ancona di cui si parlerà più avanti.
 
Il 23aprile 1555 mentre ad Ancona infuriavano le persecuzioni Ercole II, su richiesta specifica di Gracia, emise un decreto sottoforma di salvacondotto ad alcuni profughi portoghesi e spagnoli ai quali accordò le stesse concessioni che i papi avevano concesso ai portoghesi di quel luogo.
A questo decreto di Ercole II ne seguì un secondo che invitava i mercanti levantini di Ancona di abbandonare la città promettendo loro accoglienza, motivata dal desiderio di “ empir questa nostra cittade di mercanti spetialmente di quella natione”.
Non sembra comunque che l’afflusso di portoghesi da Ancona a Ferrara sia stato ragguardevole.
Gli storici sono comunque concordi nell’affermare che i due decreti di Ercole II vanno interpretati come un aperto e coraggioso rifiuto alla politica repressiva di Paolo IV che sembrò assommare in sé i più fanatici aspetti della controriforma essendo anche il promotore, con l’emissione della Bolla Cum Nimis Absurdum, dell’istituzione dei ghetti e fautore della revoca dei privilegi accordati dai suoi predecessori ai marrani portoghesi di Ancona che furono i primi a soffrire del suo zelo religioso.
 
Il 30 aprile 1556 ritirò le lettere di protezione che aveva concesso sperando di fare di Ancona il centro di smistamento dei traffici col levante e ordinò immediati provvedimenti contro di loro.
I marrani pertanto predisposero la raccolta di denaro per ottenere una tregua ma tutto fu vano. Fra tutti i processati, con l’accusa di essere cristiani e di giudaizzare in privato, 25 di loro, 24 uomini ed una donna (Donna Mayora), furono mandati sul rogo.
Fu inutile per loro negare di non avere mai ricevuto il battesimo.
Tutti sapevano che negli ultimi 60 anni nessun ebreo dichiarato aveva potuto vivere in Portogallo. Altri 26 si finsero pentiti e furono deportati a Malta, il rimanente trovò rifugio fuori dello Stato pontificio.
 
All’epoca degli avvenimenti di Ancona, Gracia e sua figlia, che nel frattempo aveva sposato il cugino Joao Miguez (Yosef ha Nasì) avevano abbandonato Ferrara e si erano già trasferite a Costantinopoli; inserite all’interno sia della corte del Sultano Selim II, che della comunità ebraica si prodigarono a rinnovarla e rinvigorirla con l’istituzione di sinagoghe e accademie di insegnamento e altre attività sociali.
Questo suo importante ruolo favorì l’intervento del Sultano che in data 9 marzo 1556 indirizzò al Paolo IV una lettera arrogante in cui protestava contro il disumano trattamento nei confronti dei marrani, alcuni dei quali erano suoi sudditi e ne chiedeva la liberazione.
 
I fatti che seguirono sembrano essere unici nella storia. Grazia Mendes si rese conto che l’unica arma che possedevano gli ebrei per opporsi all’odio del papa era quella economica; con l’aiuto del sultano organizzò un completo boicottaggio del porto di Ancona, dirottando su Pesaro tutti i traffici mercantili e commerciali con l’Oriente.
Secondo Roth il tentativo fallì soprattutto perché gli ebrei di Ancona si appellarono per revocare la decisione che avrebbe scatenato l’odio del Papa contro di loro. E ancor peggio, il Duca di Urbino che vide svanire un suo sogno, decretò l’espulsione dei marrani dal suoi territori.
 
Riguardo l’intervento di Gracia su Ancona, Ioshua Soncino, nota autorità rabbinica dell’epoca e suo tutor a Ferrara scrisse:
“La signora incoronata, il glorioso diadema delle genti d’Israele, vita signorile, gloria incoronata, bella ghirlanda, la più saggia delle donne d’Israele, con la sua forza e ricchezza tese una mano ai poveri per salvarli e renderli felici in questo mondo e nel prossimo”.
 
Per concludere non mi sembra azzardato mettere in relazione la figura di Grazia con Ester. Entrambe cambiano le sorti del loro popolo; Ester lo salva dallo sterminio decretato dal perfido Amman, Grazia, il cui nome ebraico dopo il ritorno definitivo all’ebraismo fu Hanna (nome composto dalle iniziale delle tre mizwot importanti della donna, challà, nerot e niddà, con cui sembra voler affermare la propria ebraicità) lotta per la salvezza dei marrani portoghesi, aggiudicandosi il primato di essere la donna più benefica e amata del mondo ebraico di quel tempo.
Nel già citato testo di Shemuel Usque l’autore stesso afferma che se Grazia non avesse lasciato il Portogallo e non avesse svolto la sua missione in favore dei marrani, la storia del popolo ebraico di quel periodo sarebbe stata diversa.




Piero P.

 



 




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28 novembre 2010

Epidemia di assassinii razzisti in Sud Africa (e Zimbawe), sta diventando pulizia etnica incoraggiata dai governi


Sudafrica, genocidio boero: uccisa Amelia Henning (24 nov. 2010) 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 

 

 

 
i questo genocidio non parla mai nessuno, forse perchè la pelle troppo chiara non riesce a far pena quanto quella più scura; ma muoiono assassinati uomini e donne esattamente come noi...http://www.volkstaat.it/index.php?option=com_content&view=article&id=619%3Asudafrica-genocidio-boero-uccisa-amelia-henning-24-nov-2010&catid=1%3Aultime&Itemid=50
www.volkstaat.it
Amelia Henning, 36 anni, è stata assassinata. E' stata probabilmente violentata prima di morire e varie coltellate le sono state inferte sul petto e sul viso.

Cordiali saluti a tutti i liberi e laici      Marcus  Prometheus.

    Penso che tutte le grandi religioni del mondo:  ...   ...  islamismo  e  comunismo,   siano, a un tempo false e dannose.     Bertrand Russell 


 




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27 novembre 2010

Israele punta sul turismo gay: anche nel sesso è l’unico Paese libero del Medioriente

Commento di Angelo Pezzana

Testata: Libero
Data: 27 novembre 2010
Pagina: 22
Autore: Angelo Pezzana
Titolo: «Israele punta sul turismo gay: anche nel sesso è l’unico Paese libero del Medioriente»

Riportiamo da LIBERO di oggi, 27/11/2010, a pag. 22, l'articolo di Angelo Pezzana dal titolo " Israele punta sul turismo gay: anche nel sesso è l’unico Paese libero del Medioriente ".


Tel Aviv, Gay Pride Parade, 2010

Il turismo è una delle entrate più importanti nei bilanci di ogni paese. Israele non fa eccezione. E’ la meta dei cristiani da tutto il mondo, alla ricerca della terra sulla quale visse e predicò l’ebreo Gesù, un luogo dove la Bibbia può essere letta anche come una guida storica e archeologica per scoprire le origine della civiltà moderna, un paese dove il contrasto fra antico e moderno è una delle caratteristiche più affascinanati. Uno stato dove la modernità, non a caso, si segnala per la sua estrema vitalità e spregiudicatezza. Un esempio che aiuta a capire sino a quale limite la promozione del turismo può arrivare, ci viene proprio da alcune iniziative che da qualche anno il ministero competente ha messo in atto, dopo aver verificato l’enorme richiamo che la città di Tel Aviv esercita sugli omosessuali di tutto il mondo.In un paese circondato da vicini nei quali la sessualità, non solo omosessuale, sembra essersi fermata ai secoli bui, dove il delitto d'onore è legge e l'esecuzione dei gay avviene in piazza. In Israele è la stessa voce dello stato che se ne è fatta interprete, attraverso una serie di iniziative mirate a raggiungere le comunità gay. Nei paesi occidentali, ovviamente. Nei quali l’uguaglianza dei diritti/doveri ha fatto passi da gigante, non in tutti veramente, alcuni, fra i quali il nostro, sono ancora ai fanalini di coda, ma nella maggioranza il tabù della diversità è praticamente caduto, e i gay sono considerati alla stregua di normali categorie di persone, e quindi potenziali clienti di un turismo gay-friendly, come si dice con una definizione molto esplicita. Poteva Israele non essere in prima fila, trattandosi oltre a tutto di un argomento nel quale sono in gioco il rispetto dei diritti umani degli individui ? Il fatto che l’argomento fosse l’omosessulità non ha creato imbarazzo. Tel Aviv, chiamata ormai la San Francisco del mediterraneo, è oggi una delle città con l’offerta più ricca per soddisfare la clientela gay. Spiagge, bar, locali notturni, ristoranti, il tutto all’insegna di una parola magica, rispetto, che ha attratto un numero tale di turisti da diventare il luogo di maggior richiamo fra i paesi che si affacciano sul mediterraneo. Non è soltanto una questione di bilanci municipali in crescita, è l’aria che si respira che suggerisce la migliore delle pubblicità. E’stato in base a queste valutazioni che il Ministero del Turismo ha deciso di investire nel turismo gay, con una iniziativa rivolta inizialmente al pubblico americano, inviando uno dei cantanti più amati dai giovani israeliani, Ivrì Lider, a fare un tour nei campus universitari per dei concerti nei quali si mischiano abitualmente musica, interviste, politica. Israele sa bene quanto sia difficile combattere contro quei  pregiudizi che attecchiscono con più facilità fra i giovani, ebbene, cosa può esserci di meglio di un cantante pop, con schiere di fans anche in America, che fra un concerto e l’altro racconta com’è la vita nel suo paese, dove i gay godono di diritti/doveri come chiunque altro ?  Ho scritto quasi, perchè anche in Israele sussistono ancora forme di ostilità, particolamente negli ambienti ortodossi, che però rappresentano una parte minoritaria nel paese. Due anni fa, proprio a Tel Aviv, un uomo mascherato e armato, fece irruzione in un centro gay, sparò all’impazzata, uccidento due giovani e ferendone una dozzina, Il fatto, per la sua gravità, destò enorme scalpore, tanto da portare il premier Bibi Netanyahu al circolo gay il giorno successivo, per dimostrare con la sua presenza quanto quel crimine avesse colpito il paese. Dopo Bibi, il sabato sera successivo, ci fu una grande manifestazione nella piazza Rabin di Tel Aviv, nella quale, tra musica e politica, ci fu l’intervento di apertura del presidente dello stato Shimon Peres, che riconfermò, senza giri di parole, quanto Israele fosse un paese democratico, dove la legge era uguale per tutti, senza nessuna distinzione. In quale altro paese, Primo Ministro e Presidente dello Stato si sarebbero esposti in quel modo ? Ho voluto raccontare questo episodio, che non è rimasto rubricato fra i tanti fatti di cronaca nera che accadono nel mondo solo per l’interpretazione che le istituzioni israeliane ne hanno dato, per dire che la promozione del turismo gay non è nata per l’intuizione di qualche mente brillante un mattino durante una riunione in qualche ufficio alla ricerca di una buona idea. Nasce da una lunga tradizione che ha sempre avuto una grande attenzione per il progresso, per la modernità. Il fatto poi che siano stati declinati anche in accordo con la tradizione, è quello che fa di Israele un paese unico, certamente con molte contraddizioni, ma con tali aperture che soltanto chi non vuole non sa riconoscere.

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