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31 ottobre 2010

E' al Awlaki il mittente dei pacchi bomba contro le sinagoghe di Chicago

Cronache e commenti di Piera Prister, Carlo Panella, Guido Olimpio, Massimo Gaggi, Francesco Semprini

Testata:Informazione Corretta - Libero - Corriere della Sera - La Stampa
Autore: Piera Prister - Carlo Panella - Guido Olimpio - Massimo Gaggi - Francesco Semprini
Titolo: «Al Awlaki e’ il mittente dei pacchi-bomba spediti a due sinagoghe di Chicago - Gli 007 fanno miracoli, ma i kamikaze colpiranno presto - Arrestata una ragazza yemenita: Ha spedito lei i pacchi bomba - Barack nella sua Chicago ora bersaglio di Al Qaeda»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 31/10/2010, a pag. 16, l'articolo di Guido Olimpio dal titolo " Arrestata una ragazza yemenita: Ha spedito lei i pacchi bomba ", a pag. 17, l'articolo di Massimo Gaggi dal titolo " Barack nella sua Chicago ora bersaglio di Al Qaeda ". Da LIBERO, a pag. 19, l'articolo di Carlo Panella dal titolo " Gli 007 fanno miracoli, ma i kamikaze colpiranno presto ". Dalla STAMPA, a pag. 15, l'articolo di Francesco Semprini dal titolo "  Al-Awlaki, l’imam del terrore che recluta jihadisti su Facebook ". Pubblichiamo il commento di Piera Prister dal titolo " Al Awlaki e’ il mittente dei pacchi-bomba spediti a due sinagoghe di Chicago ".
Ecco i pezzi:

INFORMAZIONE CORRETTA - Piera Prister : " Al Awlaki e’ il mittente dei pacchi-bomba spediti a due sinagoghe di Chicago "


Piera Prister

Per tutta la giornata del 29 ottobre, anche se era una giornata lavorativa, gli Americani non si sono allontanati  dalle  televisioni e dalle radio che trasmettevano per ore ed ore, in diretta,  la storia dei pacchi postali sospetti, lasciati li’ sulle piste degli aeroporti nazionali e internazionali. Erano diversi pacchi, ma solo due, contenevano esplosivo che, partiti dallo Yemen, avevano come destinatarie, due sinagoghe di Chicago. Piccoli pacchi che sembravano innocenti ma che hanno allertato gli operatori  di Homeland Security Department, poliziotti e artificieri,  giornalisti ed esperti di terrorismo. Si parlava solo di esplosivo ma si intuiva la possibilita’ che quei pacchetti contenessero armi batteriologiche o chimiche quando  abbiamo visto gli esperti, avvolti in tuta di amianto con sensori  in mano che  li esaminavano attentamente.  Non tutti gli spettatori erano pero’convinti della gravita’ degli eventi,  pensavano piuttosto ad una montatura dovuta alla propaganda elettorale.  Poi, alla fine della giornata, abbiamo ascoltato il discorso alla nazione del presidente Barack Obama, che ha confermato che quei pacchi contenevano bombe ed erano diretti a due sinagoghe di Chicago.

Strano che i terroristi yemeniti abbiano scelto questa data, la vigilia delle elezioni di mid-term per il rinnovo del Congresso Americano. Perche’? Dietro c’e’ la master-mind  di Anwar al-Awlaki, un terrorista ricercato dall'amministrazione americana e incluso nella lista nera di persone da eliminare.  Era un imam di una moschea, a San Diego in  California, nato negli Stati Uniti nel 1971 da genitori yemeniti, colti e benestanti, suo padre e’ stato ministro dell’Agricoltura in Yemen e ha lavorato qui, negli Stati Uniti negli anni settanta. Lo stesso Awlaki e’ stato alfabetizzato bene al computer dal padre, ha due cittadinanze, parla perfettamente Arabo e Inglese, e’ ben istruito, ed e’ un abile e pericoloso reclutatore di aspiranti terroristi persino su Internet, fra quanti nutrono odio verso l’America e Israele.

 Non solo, ma e’ egli stesso che mesi fa ha emesso su Internet una fatwa, ossia l’ordine di assassinare  la vignettista Molly Norris del Seattle Magazine perche’ aveva avuto l’idea di mettere su Facebook , “Everybody draw Mohammed”, un appello a disegnare il profeta. Molly nel frattempo su consiglio dell’FBI, si e’ dileguata come un fantasma –she went ghost- la sua vita e’ stata sconvolta, solo perche’ pensava che la solidarieta’ del “disegnamolo tutti, cosi’ non potranno colpirci” fosse un’arma vincente.  Ma la cosa non e’ andata cosi’.

  Anwar al-Malaki era stato arrestato subito dopo l’11 settembre e rilasciato inspiegabilmente, anche se avesse avuto pendenti, diversi capi di imputazione, ma una volta a piede libero, era ritornato in Yemen e da li’ s’era messo in contatto con tre terroristi: il maggiore Nidal Hasan, lo psichiatra “folle” che   sparo’ all’impazzata e uccise 13 commilitoni a Fort Hood in Texas;  il bombarolo dalle mutande fumanti bloccato dal personale di volo, sull’aereo di Natale diretto a Detroit; e il terrorista che aveva imbottito di tritolo un’auto parcheggiata in Time Square a New York. In tutti e tre i casi gli attentatori erano in collegamento con il terrorista americano di origini yemenite.

Anwar al-Hawlaki e’ una grande minaccia come lo e’ stato Bin-Laden, anzi a tutti gli effetti si presenta come il suo erede, tanto che su ordine del governo americano pende sulla sua testa una taglia, una condanna a morte, chiamiamola una fatwa come l’ha definita Daniel Pipes che e’ stato tra i giornalisti americani famosi, l’unico che ha scritto  un brillante articolo su Molly, pubblicato il 4 ottobre sul Washington Times e intitolato, “Dueling  Fatwas”, mentre la vignettista e’ stata ignorata da tutti e da nessuno difesa. In 250 anni questa e’ la prima volta che gli Stati Uniti hanno emesso una condanna a morte contro un cittadino senza regolare processo.

 Ne e’ sorto un contenzioso legale in atto in cui sono coinvolti studiosi di diritto, giudici e scholars in quanto il padre di Malaki si’ e’ costituito parte civile in un processo contro il governo americano che a norma della legge Miranda –Miranda Law- a difesa dell’imputato, non puo’condannare a morte un cittadino  prima di un regolare iter giudiziario. Ma e’ venuto fuori che il governo americano vuole modificare tale legge, come si legge su Washington Post, 10 maggio 2010 in un articolo di Anne E. Komblut, “Obama administration looks into modifying Miranda Law in the age of terrorism”.

Ma Obama non ha mai pronunciato  la parola “terrorismo”.

LIBERO - Carlo Panella : " Gli 007 fanno miracoli, ma i kamikaze colpiranno presto "


Carlo Panella

Ancora un attentato, anzi, molti attentati, sventati all’ultimo momento. Ancora lo stesso esplosivo sintetico - la pentrite - che nascosto nelle mutande di Farouk Abdulmutallab (figlio di un miliardario nigeriano) doveva fare esplodere il Natale scorso l’aereo della linea Amsterdam- Chicago. Ancora una nuova, insidiosa, tecnica d’attacco: decine di bombe di fattura più che sofisticata, spedite per posta via cargo, il trasporto aereo di merci mai ancora sottoposto e controlli e peraltro difficilissimo da controllare per via del contenuto metallico ed elettrico di infinite merci contenute nelle migliaia di tonnellate che ogni giorno viaggiano nei container (un comunicato della polizia di Dubai chiarisce che il dispositivo esplosivo intercettato “era preparato in modo professionale, con un circuito elettrico collegato alla Sim di un cellulare nascosta nella stampante”). Ancora per obbiettivo gli ebrei - non gli israeliani, gli ebrei - perché due dei pacchi esplosivi intercettati a Londra e negli Usa erano stati spediti a due sinagoghe di Chicago (la città di Obama) e sarebbero esplosi con effetti disastrosi non appena aperti. Infine, ancora Anwar al Awlaki, nato negli Usa, capo delle cellule di “al Qaida della penisola arabica”. La serie degli attentati evitati all’ultimo momento negli ultimi mesi è impressionante e - si badi bene - non risparmia nessuno, perché uno dei più gravi, fallito solo per caso, ha colpito Milano, col tentativo di Mohammed Game (frequentatore della moschea di viale Jenner) di fare saltare in aria la caserma Santa Barbara. L’unica notizia buona della frenetica notte tra venerdì e sabato è che gli attentati sono stati sventati grazie ad una soffiata arrivata ai servizi segreti con ogni probabilità grazie ad un infiltrato in al Qaida. Ieri Obama ha telefonato a Cameron per complimentarsi per l’azione perfetta dei servizi inglesi nello sventare il complotto terroristico che è stato smantellato ieri a partire dall’aeroporto East Midlands di Dubai (dove pare siano stati intercettati ben 26 plichi esplosivi spediti attraverso la compagnia FedEx). Eccellente conferma che il network internazionale messo in campo contro il terrorismo questa volta ha funzionato e soprattutto che anche i paesi arabi (pare che l’allarme originale sia venuto dal Mukabarat, il servizio segreto saudita) sono allertati e efficienti. Ma così non era stato nelle altre occasioni recenti, in cui il disastro è stato evitato solo grazie al puro caso, incluso l’attacco devastante a Times Square. Ieri anche la Francia, dopo gli Usa e la Gran Bretagna, ha completamente sospeso il traffico merci con lo Yemen, ma è solo una misura temporanea. Il New York Times ieri rilevava come il 100% dei controlli sia unicamente riservato al traffico aereo passeggeri, per contrastare l’arma dei kamikaze. Ma è chiaro che ora si deve voltare pagina e anche che al Qaida ha trovato il modo di creare un immenso danno. Approntare un servizio capillare di controllo sul trasporto aereo di merci è impresa ciclopica, lenta e costosissima. Ai limiti dell’impossibile se di dovesse - e si dovrà - estendere il controllo al traffico di container per nave. Infine - ma non per ultimo - va rilevata purtroppo la eccellente intelligenza politica dei terroristi islamici. Fare strage in due sinagoghe ebraiche della città natale di Obama i giorni precedenti le elezioni di Mid Term, avrebbe significato portare a segno un colpo più che umiliante per il presidente degli Stati Uniti. Per ora il piano è fallito. Ma solo per ora.

CORRIERE della SERA - Guido Olimpio : " Arrestata una ragazza yemenita: Ha spedito lei i pacchi bomba "

Pacchi bomba, una donna arrestataLondra: 'L'ordigno poteva esplodere'
Uno degli ordigni camuffato da cartuccia per stampanti

WASHINGTON — Più veloci della luce, gli yemeniti hanno annunciato una svolta nell’inchiesta sui pacchi bomba. La polizia ha arrestato una donna che avrebbe spedito le cartucce di toner che nascondevano gli ordigni. È stata tradita dal numero di telefono lasciato su una ricevuta. Sequestrati, in una distinta operazione, 26 colli sospetti — notizia poi smentita — e sotto torchio alcune persone. Gli Usa sono alla caccia di 13 pacchi che forse nascondono bombe simili a quelle già intercettate in Gran Bretagna e negli Emirati.

Con l’arresto lo Yemen ha voluto dimostrare di non aver bisogno dell’aiuto Usa e ha risposto a un’offerta americana con un «non vogliamo interferenze». Il fermo della presunta terrorista — 20 anni, studentessa di medicina, viveva in un quartiere popolare ed è stata portata in caserma insieme alla madre — è stato accompagnato da uno show di forza. Bisognerà capire la fondatezza delle accuse, anche se i qaedisti yemeniti sono noti per usare le donne anche sul piano operativo. Wafa Al Shihri, moglie di uno dei capi, ha partecipato all’organizzazione dell’attentato contro il principe saudita Nayef. Inoltre è diventata una testimonial sul web. Hayla Al Qasir, catturata dalla polizia, ha invece svolto un ruolo nella raccolta di denaro.

Gli investigatori negli Emirati e quelli britannici hanno confermato che i pacchi inviati tramite Ups e FedEx potevano creare danni seri. «Riteniamo che dovessero esplodere sull’aereo — ha confermato il premier inglese Cameron — Ma non sappiamo dove e quando». Un’indicazione che sembra superare la teoria che le cartucce fossero solo una prova. Gli ordigni — definiti «sofisticati» — erano composti da Petn (pentrite), circuiti elettrici e un orologio a fare da timer. Interessanti anche i percorsi dei pacchi. Il primo: Sanaa (Yemen), Doha (Qatar) su un jet della compagnia locale, Dubai. Il secondo: Sana’a, Colonia, East Midlands (Gran Bretagna) su un jet Ups. Il transito a Colonia ha attirato l’attenzione degli inquirenti. Era diretto nella città tedesca anche il jumbo Ups precipitato a Dubai il 3 settembre. Un incidente causato, in apparenza, da un incendio a bordo. I primi accertamenti hanno ipotizzato che il fuoco sia scoppiato nelle stive in una partita di batterie al litio. Ora si esplora anche la pista terroristica.

C’è preoccupazione per la sicurezza degli aerei cargo perché non sono abbastanza protetti. Esistono delle regole che tuttavia non sono adottate in modo stringente. Le verifiche variano a seconda dei Paesi. Senza dimenticare le dimensioni del traffico: solo Ups e FedEx muovono ogni giorno qualcosa come 20 milioni di «pezzi». Aggi ungere ulterior i misure può significare altri costi. Nell’emergenza ci si arrangia. Francia e Gran Bretagna hanno bloccato il traffico di merci per via aerea in provenienza dallo Yemen. L’Italia sta per farlo. Washington intensifica le consultazioni per rispondere a quella che ritiene una minaccia su vasta scala progettata da Al Qaeda. Per questo Obama ha ringraziato i sauditi che hanno fornito le informazioni per individuare gli ordigni. Vigilanza attorno alle sinagoghe di Chicago dove erano indirizzati i pacchi. Una delle responsabili ha raccontato di aver avuto qualche sospetto dopo che il sito del tempio è stato «visitato» 83 volte dall’Egitto.

CORRIERE della SERA - Massimo Gaggi : " Barack nella sua Chicago ora bersaglio di Al Qaeda "


Chicago, l'interno della sinagoga Anshe Emet

CHICAGO (Illinois) — Soffia un vento teso sulla sinagoga Anshe Emet (obiettivo di una delle bombe confezionate in Yemen), sui ragazzi mascherati che invadono la città per festeggiare con un giorno d’anticipo la «notte dei morti viventi» e anche su Barack Obama, tornato a parlare in pubblico nella sua città per la prima volta dopo due anni. Lo accoglie una folla affettuosa ma più ridotta e meno entusiasta rispetto alle attese. Quella tiepida sera del novembre 2008 nel Millennium Park — la festa della vittoria del primo presidente nero della storia americana celebrata in uno strano clima primaverile — è, ormai, un ricordo lontano. Anche sulle rive del lago Michigan la «grande recessione» ha spazzato via l’entusiasmo. Al suo posto si respira rassegnazione, più che i sentimenti antiobamiani ormai diffusi in altre parti d’America. Spariti i venditori di «memorabilia» di Barack, che un tempo riempivano le strade, sfiancata da una campagna elettorale durissima col candidato repubblicano Mark Kirk che, stando ai sondaggi, ha ottime possibilità di soffiare al democratico Alexi Giannoulias il seggio senatoriale che fu di Obama, «Windy City» ha cercato di esorcizzare i suoi problemi: nonostante gli sforzi di «Moving America Forward» e dei nuclei democratici della University of Chicago per portare al comizio di Obama (con annesso concerto del rapper Common) qualche decina di migliaia di giovani, i ragazzi della metropoli hanno preferito in grande maggioranza allungare la volata di Halloween. Una serata trascorsa sciamando nelle strade in costume, cavalcando in carovana le loro bici, spesso con agganciati dietro piccoli rimorchi per i barilotti di birra.

Un’allegria che serve ad esorcizzare, oltre alla recessione, i brividi di paura per gli attentati sventati: in America la cultura «liberal» domina lungo il Pacifico e nel Nord Est affacciato sull’Atlantico, ma è merce rara nell’interno. L’unica, grande eccezione è proprio Chicago: metropoli progressista, cosmopolita, città della cultura, delle architetture più ardite, della trasgressione. Che ora si ritrova improvvisamente nel mirino di Al Qaeda, decisa a colpire le sue sinagoghe e che ha preso di mira soprattutto quella «riformata» che ospita gruppi ebraici di varie tendenze, compresa Or Chadash, una piccola comunità alla quale aderiscono un centinaio di gay, lesbiche, bisex e transessuali, tutti accomunati dalla fede ebraica.

«È triste pensare di essere dei bersagli e che questo possa diventare la nostra normalità», diceva ieri mattina il rabbino Michael Zedek parlando coi giornalisti, tra una lezione di Torah e una cerimonia religiosa. Con la porta dei locali di Or Chadash sprangata (non si è fatto vedere nessuno del gruppo, nonostante il giorno di «shabbat»), Zedek, gentilissimo e paziente, ci ha fatto girare ovunque in questo centro della Emanuel Congregation del North Side di Chicago, dieci miglia dal centro, affacciato sul lago: una costruzione bassa e molto vasta, circondata da un prato con la sinagoga, le sale per intrattenere i bambini, il refettorio, varie aule, la biblioteca, un grande spazio per i ricevimenti. Tutto riempito, in questa giornata di sole, dalla luce accecante che rimbalza dal lago attraverso le grandi vetrate che foderano tutto l'edificio. Attorno al quale non c'è alcun recinto: un luogo totalmente indifendibile.

Gli ebrei di questa piccola comunità di Chicago non si erano mai sentiti minacciati ma tre settimane fa era successo un fatto che aveva suscitato qualche allarme. Racconta Ricky Jacobs — una donna di mezza età vestita di nero che assiste il rabbino e gestisce il sito web della congregazione — che in poche ore il sistema aveva registrato ben 83 contatti, tutti provenienti da uno stesso indirizzo. Ricky aveva chiesto alla polizia se era possibile individuarne la provenienza. «Mi hanno detto che venivano dal Cairo, ma che non c’era da preoccuparsi perché quello, probabilmente, era solo uno snodo di transito. Adesso prendono la cosa un po' più sul serio».

Così, mentre nella sinagoga del North Side e nell’altra di Lakewood, seconda possibile destinataria dei pacchi-bomba, si comincia a discutere di come regolarsi in futuro per quanto riguarda la sicurezza, Obama è sbarcato nella sua Chicago con in tasca un discorso parzialmente diverso da quello originariamente preparato.

Un vero «ritorno a casa», quello del presidente, che ha scelto per il suo comizio un prato di Hyde Park, a due passi dalla sua abitazione al 5046 di South Greenwood Avenue. Proprio davanti alla sua dimora, tra l’altro, sorge un altro grosso centro ebraico, la KAM Isaiah Israel Congregation. Che, tiene a sottolineare l'Fbi, non figura tra i potenziali obiettivi dei terroristi che sono stati scoperti.

Obama aveva scelto questo parco del suo quartiere per chiudere idealmente la sua campagna elettorale e cercare di sostenere i candidati democratici. Venuto per scuotere una città ripiegata su sé stessa per effetto di una crisi occupazionale che sembra non avere fine, si è, insomma, trovato all’improvviso a dover anche rassicurare gente spaventata dalla nuova minaccia.

Paradossalmente, comunque, i pacchi-bomba possono essere d'aiuto alla sua campagna. Fin qui la strategia dei repubblicani è stata quella di focalizzare tutte le discussioni sullo stato dell’economia — il tema sul quale la Casa Bianca è più vulnerabile — ignorando totalmente i temi etici, quelli della sicurezza e la guerra in Afghanistan: argomenti di fatto spariti dal radar dei dibattiti elettorali e sui quali, del resto, i conservatori non hanno troppi argomenti per criticare Obama.

Con gli attentati sventati, ora il presidente rimette la sicurezza sotto i riflettori e può dimostrare che sotto la sua gestione i servizi segreti hanno ricominciato a funzionare come si deve dopo gli sbandamenti dell’era Bush-Cheney: quella dell’impreparazione davanti agli attacchi dell’11 settembre e delle informazioni fasulle sulle armi di distruzione di massa di Saddam, costate all’America una guerra, quella contro l'Iraq, sbagliata e disastrosa. Ossigeno anche per Giannoulias, fin qui schiacciato dalla pubblicità martellante dei repubblicani e delle organizzazioni fiancheggiatrici come la Crossroads di Karl Rove, lo stratega delle vittorie elettorali di Bush, che hanno bombardato l'Illinois con le loro pubblicità televisive: centinaia di «spot» nei quali si mette in dubbio l’integrità dell’ex tesoriere dell’Illinois al quale viene contrapposta la carriera di impeccabile «servitore dello Stato» di Kirk. Ma lui era alla Casa Bianca nei giorni «caldi» in cui montava il caso dell'arsenale-fantasma di Saddam. Fin qui ha sempre minimizzato, accantonando l’ argomento: «Abbiamo subito i comportamenti fuorvianti della Cia; c'è chi, come l'ex vicecapo McLaughlin, siè comportato in modo scorretto». Adesso minimizzare diventa molto più difficile.

La STAMPA - Francesco Semprini : " Al-Awlaki, l’imam del terrore che recluta jihadisti su Facebook "

Undici settembre, Fort Hood, Northwest 253, Times Square e spedizionieri esplosivi. C’è un filo conduttore che lega questi e altri episodi del terrorismo islamico, il suo nome è Anwar al-Awlaki, il cittadino yemenita-americano considerato punto di riferimento per le nuove leve dei jihadisti, la mente della nuova strategia qaedista di attacco all’America. Nato il 22 aprile 1971 a Las Cruces, in New Mexico, da genitori di origine yemenita, al-Awlaki vive i suoi primi sei anni negli Usa e nel 1978 si trasferisce a Sana’a, la capitale dello Yemen, dove il padre, brillante economista con dottorato negli States, ricopre l’incarico di ministro dell’Agricoltura e rettore della principale università pubblica. Terminato il liceo, nel 1991 Anwar torna negli Usa per frequentare la facoltà di ingegneria alla Colorado State University prima, e specializzarsi in insegnamento ed educazione nell’Ateneo di San Diego dopo.
E’ in questi anni che si avvicina al fondamentalismo islamico iniziando l’opera di proselitismo nell’ambito della Muslim Student Association. Secondo l’Fbi era proprio in questi circoli che si vantava di aver frequentato per un mese i campi di addestramento dei mujaheddin afghani diretti al fronte contro i sovietici. La formazione dottrinale di al-Awlaki, considerato un fondamentalista wahabita, si basa tuttavia su una frequentazione discontinua di circoli e ambienti religiosi, dove sviluppa sin da giovane una capacità comunicativa molto penetrante. Sono in molti a descrivere le inconfutabili qualità di leader dal piglio carismatico, con una particolare abilità nell’uso dei mezzi moderni come i social network. Grazie ai suoi forum su Facebook e ai messaggi su YouTube guadagnerà l’appellativo di Osama bin Laden del pianeta Internet.
La sua permanenza negli Usa dura sino al 2002, perché dopo un anno di indagini il suo nome viene ricollegato agli attentati dell’11 settembre 2001. Divenuto imam, al-Awlaki organizza lezioni e circoli dottrinali e alcuni dei suoi discepoli costituiranno poi il commando di dirottatori. Con due di questi, Nawaf al-Hazmi e Khalid al-Mihdar, stringe un legame particolare, è la loro guida spirituale. Alla fine del 2002 lascia gli Usa a causa del clima di «paura e intimidazione», e si trasferisce a Londra dove, di fronte a platee di almeno 200 giovani, invita a «non credere mai in chi non è musulmano perché capace di cospirare contro la religione islamica giorno e notte».
E’ costretto due anni più tardi a lasciare anche il Regno Unito e si trasferisce in Yemen dove vive nel villaggio di Shabwa con sua moglie e cinque bambini. E’ lì che inizia la sua più intensa attività di proselitismo, tanto da diventare nel giro di pochi anni un punto di riferimento importante per la galassia jihadista. Diviene un «operational recruiter», si occupa del reclutamento e della formazione spirituale e materiale di militanti. E’ talmente abile e pericoloso che Obama ad aprile di quest’anno firma il suo mandato di cattura e di eliminazione facendolo diventare il primo cittadino americano sulla lista speciale stilata dalla Cia.
A lui sono legati tutti i fatti di terrorismo che hanno riguardato gli Usa negli ultimi due anni. Nidal Malik Hasan, il militare di Fort Hood in Texas che il 5 novembre 2009 ha aperto il fuoco uccidendo 13 persone, aveva avuto un fitto scambio di email con l’imam americano-yemenita. Umar Farouk Abdulmutallab, il giovane nigeriano che nel giorno di Natale voleva far saltare in aria il volo Amsterdam-Detroit, era stato addestrato da al-Awlaki. Anche Faisal Shahzad, il terrorista del fallito attentato di Times Square, ha rivelato di essere stato ispirato da al-Awlaki, con il quale avrebbe avuto qualche sporadico contatto su Internet. Il suo nome infine è stato tra i primi a spuntare fuori dopo il ritrovamento dei pacchi esplosivi: entrambi provenienti dallo Yemen e spediti dalla stessa persona.

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31 ottobre 2010

Le amazzoni anti-terroristi del presidente

 
Sono quasi tutte donne gli agenti del secret service che proteggono Barack Obama nell’ultimo tour prima del voto di Midterm e l’accresciuta minaccia di Al Qaeda si vede da procedure di sicurezza insolite, più rigide. Sebbene Obama scelga di non parlare nei comizi del pericolo dei pacchi-bomba, l’ombra del terrorismo si proietta sull’ultimo miglio della campagna, come avvenne prima delle presidenziali del 2004 e del voto di Midterm del 2006, quando alla Casa Bianca c’era George W. Bush.

Oggi come allora si teme che Al Qaeda voglia colpire l’America nel momento in cui l’affluenza ai seggi ne celebra il sistema democratico. A descrivere l’allerta in questa occasione è l’agenda degli spostamenti del presidente - modificata all’ultim’ora per consentirgli di parlare al telefono col premier britannico e il re giordano - come anche dall’assetto del travel team perché alcuni dei più stretti collaboratori sull’Intelligence hanno seguito Obama sull’Air Force One. Anche l’imminente partenza per l’Asia ne risente: il secret service ha imposto al presidente di portarsi sei limousine blindate.

maurizio molinari la stampa




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31 ottobre 2010

"La memoria di milioni di vittime dell’Olocausto si perderanno nell'oblio quando coloro che li ricordano ancora ci lasceranno"

Il museo Yad Vashem (Ebraico: ?? ???) è il memoriale ufficiale di Israele delle vittime ebree dela Shoà fondato nel 1953 grazie alla Legge del memoriale approvata dalla Knesset, il parlamento Israeliano.

Il nome del museo, che significa "un memoriale e un nome", viene dal libro di Isaia 56:5, dove D-o dice, "concederò nella mia casa e dentro le mie mura un memoriale e un nome ... darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato".

Questa immane iniziativa nasce proprio perche non avendo una tomba dove portare un sasso o dire un Kaddish,lo Yad Vashem è tutto questo...Soprattutto.per"Non Dimenticare"

 

La costruzione dell’archivio, durata cinquant’anni, ha consentito finora l’individuazione di 3 milioni di nomi. Queste informazioni sono state raccolte attraverso tre tipi di fonti. Il nucleo fondamentale della classificazione è costituito da due milioni circa di testimonianze scritte da parenti delle vittime sui formulari predisposti dallo Yad Vashem. Ottocentomila di questi vennero raccolti già negli anni cinquanta. Allegate ai formulari, sono state raccolte anche decine di migliaia di immagini fotografiche delle persone uccise. Un ulteriore campo di ricerca è stato lo studio di numerose e svariate altre fonti archivistiche e documentarie: registri dei nazisti e dei collaborazionisti, come le liste di beni confiscati e delle deportazioni; documentazioni personali, come diari, lettere, passaporti; documenti delle istituzioni ebraiche; atti giudiziari contro i nazisti. Un’altra fonte infine sono gli elenchi costruiti per i numerosi progetti commemorativi locali, regionali o nazionali. Va ricordato, come cospicuo esempio per l’Italia di un’iniziativa di questo tipo, Il libro della Memoria di Liliana Picciotto Fargion.Tuttavia mancano dalle liste milioni di nomi ancora. Allo Yad Vashem sono coscienti della impossbilità di poterli ricostruire tutti, confidano comunque di salvarne dall’oblio almeno il numero di sei milioni, complessivamente. Purtoroppo per molti altri la totale distruzione delle loro famiglie, delle loro case, dei loro villaggi ed il tempo ne ha cancellato ineluttabilmente la memoria.

Ho Taggato solo alcuni che hanno avuto genitori e nonni vittime della Shoà

 

 

 

 

 

 

 


 

 




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31 ottobre 2010

Al-Awlaki, l’imam del terrore che recluta jihadisti su Facebook

 
 

L'americano-yemenita è ritenuto la mente di tutti gli ultimi attacchi agli Usa
FRANCESCO SEMPRINI
Undici settembre, Fort Hood, Northwest 253, Times Square e spedizionieri esplosivi. C’è un filo conduttore che lega questi e altri episodi del terrorismo islamico, il suo nome è Anwar al-Awlaki, il cittadino yemenita-americano considerato punto di riferimento per le nuove leve dei jihadisti, la mente della nuova strategia qaedista di attacco all’America. Nato il 22 aprile 1971 a Las Cruces, in New Mexico, da genitori di origine yemenita, al-Awlaki vive i suoi primi sei anni negli Usa e nel 1978 si trasferisce a Sana’a, la capitale dello Yemen, dove il padre, brillante economista con dottorato negli States, ricopre l’incarico di ministro dell’Agricoltura e rettore della principale università pubblica. Terminato il liceo, nel 1991 Anwar torna negli Usa per frequentare la facoltà di ingegneria alla Colorado State University prima, e specializzarsi in insegnamento ed educazione nell’Ateneo di San Diego dopo.

E’ in questi anni che si avvicina al fondamentalismo islamico iniziando l’opera di proselitismo nell’ambito della Muslim Student Association. Secondo l’Fbi era proprio in questi circoli che si vantava di aver frequentato per un mese i campi di addestramento dei mujaheddin afghani diretti al fronte contro i sovietici. La formazione dottrinale di al-Awlaki, considerato un fondamentalista wahabita, si basa tuttavia su una frequentazione discontinua di circoli e ambienti religiosi, dove sviluppa sin da giovane una capacità comunicativa molto penetrante. Sono in molti a descrivere le inconfutabili qualità di leader dal piglio carismatico, con una particolare abilità nell’uso dei mezzi moderni come i social network. Grazie ai suoi forum su Facebook e ai messaggi su YouTube guadagnerà l’appellativo di Osama bin Laden del pianeta Internet.

La sua permanenza negli Usa dura sino al 2002, perché dopo un anno di indagini il suo nome viene ricollegato agli attentati dell’11 settembre 2001. Divenuto imam, al-Awlaki organizza lezioni e circoli dottrinali e alcuni dei suoi discepoli costituiranno poi il commando di dirottatori. Con due di questi, Nawaf al-Hazmi e Khalid al-Mihdar, stringe un legame particolare, è la loro guida spirituale. Alla fine del 2002 lascia gli Usa a causa del clima di «paura e intimidazione», e si trasferisce a Londra dove, di fronte a platee di almeno 200 giovani, invita a «non credere mai in chi non è musulmano perché capace di cospirare contro la religione islamica giorno e notte».

E’ costretto due anni più tardi a lasciare anche il Regno Unito e si trasferisce in Yemen dove vive nel villaggio di Shabwa con sua moglie e cinque bambini. E’ lì che inizia la sua più intensa attività di proselitismo, tanto da diventare nel giro di pochi anni un punto di riferimento importante per la galassia jihadista. Diviene un «operational recruiter», si occupa del reclutamento e della formazione spirituale e materiale di militanti. E’ talmente abile e pericoloso che Obama ad aprile di quest’anno firma il suo mandato di cattura e di eliminazione facendolo diventare il primo cittadino americano sulla lista speciale stilata dalla Cia. A lui sono legati tutti i fatti di terrorismo che hanno riguardato gli Usa negli ultimi due anni. Nidal Malik Hasan, il militare di Fort Hood in Texas che il 5 novembre 2009 ha aperto il fuoco uccidendo 13 persone, aveva avuto un fitto scambio di email con l’imam americano-yemenita. Umar Farouk Abdulmutallab, il giovane nigeriano che nel giorno di Natale voleva far saltare in aria il volo Amsterdam-Detroit, era stato addestrato da al-Awlaki. Anche Faisal Shahzad, il terrorista del fallito attentato di Times Square, ha rivelato di essere stato ispirato da al-Awlaki, con il quale avrebbe avuto qualche sporadico contatto su Internet. Il suo nome infine è stato tra i primi a spuntare fuori dopo il ritrovamento dei pacchi esplosivi: entrambi provenienti dallo Yemen e spediti dalla stessa persona.
La Stampa




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31 ottobre 2010

Oltre cinque milioni gli immigrati in Italia

Negli ultimi 20 anni, gli immigrati regolari in Italia sono aumentati di 20 volte: erano mezzo milione nel 1990, sfiorano i 5 milioni nel 2010 (7% dei residenti). Insieme al numero degli immigrati, anche a causa della crisi, "sono aumentate le reazioni negative, la chiusura, la paura", nei loro confronti da parte degli italiani. Lo afferma l'annuale rapporto sull' immigrazione della Caritas Italiana e della Fondazione Migrantes, giunto alla ventesima edizione, presentato questa mattina. Oltre un ottavo degli immigrati, quasi 600 mila, sono di seconda generazione. Un immigrato su quattro vive in Lombardia (982.225; 23,2%). Roma (405.657) perde il primato di provincia col più alto numero di immigrati a scapito di Milano (407.191).

I numeri dei nuovi italiani - Il dossier stima, al primo gennaio 2010, in 4.919.000 (uno ogni 12 residenti), il 51,3% donne, la presenza degli immigrati regolari, circa 700 mila in meno di quanti ne ha registrati l'Istat (4.235.000). Il dossier infatti, a differenza dell'Istituto centrale di statistica, include anche tutte le persone regolarmente soggiornanti ma non ancora iscritte all'anagrafe. Solo negli ultimi dieci anni l'aumento  degli immigrati residenti è stato di circa 3 milioni mentre nell'ultimo biennio di quasi un milione. La comunità più numerosa si conferma quella romena (21%), segue l'albanese (11%), la marocchina (10,2%). In Lombardia vive il 23,2% degli immigrati  (982.225); poco più di un decimo nel Lazio (497.940; 11,8%). Segue il Veneto (480.616; 11,3%) e l'Emilia Romagna (461.321;  10,9%).
A fronte di una media del 7% di stranieri sui residenti, in Emilia Romagna, Lombardia e Umbria si supera il 10% e in alcune  province il 12% (Brescia, Mantova, Piacenza, Reggio Emilia). Nel 2009 sono nati da entrambi genitori stranieri 77.148 bambini  (21 mila in Lombardia, 10 mila nel Veneto, 7 mila in Emilia Romagna e Lazio); queste nascite incidono per il 13% su tutte le nascite e per più del 20% in Emilia Romagna e Veneto.  I minori sono quasi un milione (932.675), il 22%; sono il 24,5% in Lombardia e il  24,3% in Veneto; il valore più basso si ha nel Lazio e in Campania (17,4%) e in Sardegna (17%). Altro dato significativo del  rapporto: 572.720 (il 13%) dei residenti stranieri sono di
seconda generazione. Si tratta per lo più di bambini e ragazzi nati in Italia, nei confronti dei quali l'aggettivo 'straniero' è "del tutto inappropriato", osserva il dossier. Gli iscritti a scuola sono 673.592 (7,5% degli studenti). Nel 2009, sono stati censiti 6.587 minori non accompagnati dei quali 533 richiedenti asilo, per lo più maschi (90%)  con età fra i 15 e 17 anni (88%); per questi, "non sempre, al raggiungimento dei 18 anni, le condizioni attuali (3 anni di permanenza e 2 di inserimento in un percorso formativo) consentono di garantire loro un permesso di soggiorno".

Benedetto XVI - "Gli Stati hanno il diritto di regolare i flussi migratori e di difendere le proprie frontiere, sempre assicurando il rispetto dovuto alla dignità di ciascuna persona". È quanto scrive il Papa nel messaggio sul tema 'Una sola famiglia umana, per la 97esima Giornate mondiale del Migrante e del Rifugiato, prevista a gennaio. Benedetto XVI ha sottolineato che gli immigrati "hanno il dovere di integrarsi nel Paese di accoglienza, rispettandone leggi e identità nazionale".

E continuano ad arrivare sempre più! Bel primato detiene la Lombardia e Milano è divenuta una città irriconoscibile.

 

ERCOLINA MILANESI

 




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30 ottobre 2010

Le prossime sfide che Israele deve affrontare

Commento di A. B. Yehoshua

Testata: La Stampa
Data: 30 ottobre 2010
Pagina: 1
Autore: A. B. Yehoshua
Titolo: «La fragile democrazia di Israele»

Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 30/10/2010, a pag. 1-35, l'articolo di A. B. Yehoshua dal titolo " La fragile democrazia di Israele ".

Il titolo non è del tutto corretto. Scrivere di 'fragilità della democrazia israeliana' significa che essa è in pericolo, che rischia di non esistere più. Ma Yehoshua, nel suo articolo, non scrive nulla di simile, anzi : " Lungi dal voler suscitare timori eccessivi circa i pericoli in agguato per la democrazia israeliana".
Ecco l'articolo:


A. B. Yehoshua

È passato qualche tempo da che ho scritto il mio ultimo articolo per «La Stampa» e questo non solo perché negli ultimi mesi sono stato occupato a ultimare il mio nuovo romanzo che uscirà nelle librerie israeliane alla fine di dicembre ma anche per un senso di stanchezza e di distacco dalla politica israeliana. Forse perché il romanzo verte sul tema della creatività artistica (mediante una retrospettiva sui primi film di un vecchio regista) anziché sulla realtà israeliana e, benché questa sia presente, l’accento è più sulle tensioni e sulle lotte tra sceneggiatori, addetti alla fotografia e attori che non su quelle tra palestinesi e israeliani o intestine ebree. Lo sforzo di terminare il romanzo mi ha quindi distratto dai soliti problemi. Ma il nuovo libro non è il motivo principale del mio disinteresse dalla politica israeliana, soggetta, come altre realtà, a sviluppi interni anche quando appare statica e immutabile.
Il mio temporaneo disinteresse è dovuto alla sensazione, forse errata, che il mondo politico israeliano sia in attesa che il Presidente degli Stati Uniti imprima una vera spinta al processo di pace.

E siccome non ho la pretesa di capire o di analizzare cosa possa spronare l’amministrazione Obama a un’azione più energica, e non solo verbale, mi astengo da suggerire ipotesi prive di fondamento. Come è scritto nella Bibbia: «In tempi come questi, il saggio tace». Nel frattempo però, indipendentemente dal fatto che la pace con i palestinesi sia vicina o meno, prosegue un’irritante erosione del tessuto democratico israeliano. Lungi dal voler suscitare timori eccessivi circa i pericoli in agguato per la democrazia israeliana - come fanno certi giornalisti e intellettuali di sinistra miei colleghi -, mi limiterò a dire che occorre stare all’erta per frenare la recente accelerazione di questa erosione. È vero, viviamo in un’epoca di tendenze politiche conservatrici, sia negli Stati Uniti che in molti Stati europei. I timori per le identità nazionali (vuoi per l’arrivo di immigrati e di lavoratori stranieri, vuoi per il processo di globalizzazione), si fanno più forti e la ovvia reazione è una svolta verso principi conservatori e nazionalisti.
Per questo il cambiamento degli ultimi anni nel modo di celebrare l’anniversario dell’assassinio di Yitzhak Rabin, avvenuto il 4 novembre 1995, è benvenuto. Da giornata dedicata al ricordo della personalità dello scomparso e a una forte condanna dell’assassinio e del suo fautore (accompagnata dalla pretesa della sinistra a un esame di coscienza da parte della destra religiosa e nazionalista per la campagna denigratoria nei confronti di Rabin antecedente l’assassinio) si è trasformata in una giornata di studio mirata a rafforzare la coscienza democratica di tutto il Paese. E questo è uno sviluppo giusto e salutare. Ora che persino il leader del Likud, Benyamin Netanyahu, e il capo dell’opposizione Tzipi Livni - strenui oppositori di Rabin negli Anni 90 - proclamano alla Knesset di essere i prosecutori del pensiero politico dello statista che fece il primo passo verso il riconoscimento del popolo palestinese, non ha senso rinfocolare le passate divergenze ed è preferibile dedicare questo anniversario a consolidare la coscienza democratica in Israele, cosa di cui si ha davvero bisogno.
La scorsa settimana alcune unità dell’esercito israeliano hanno organizzato simposi dedicati al tema della democrazia. Io sono stato invitato a tenere una conferenza davanti ad alti ufficiali e al generale responsabile del comando settentrionale. Può forse apparire strano ai lettori italiani che ufficiali di alto grado dell’esercito, impegnati ad affrontare minacce quotidiane dalla Siria o dal Libano, invitino uno scrittore politicamente moderato e di sinistra a tenere una dissertazione sul significato della democrazia e sui pericoli che la minacciano.
Proprio perché in anni recenti il numero di alti esponenti dell’esercito osservanti è aumentato era importante per me comparire davanti a uomini che, direttamente o indirettamente, contribuiscono a forgiare la coscienza di migliaia di soldati loro sottoposti. Sono infatti soprattutto i religiosi-nazionalisti, presenti in gran numero negli insediamenti in Cisgiordania e nelle file dell’esercito, e gli ultraortodossi conservatori (con le loro accademie talmudiche e le diverse comunità) a rappresentare una minaccia per la democrazia israeliana. A loro giudizio il governo dello Stato dovrebbe sottostare alle regole della Halachà (complesso delle norme della legge ebraica) e alle direttive dei rabbini piuttosto che alle decisioni del parlamento o della Corte Suprema.
Ovviamente non si possono muovere critiche indiscriminate. La maggior parte della popolazione religiosa di Israele, nazionalista e ultraortodossa, è fedele allo Stato e alle sue leggi. Tuttavia, in linea di principio, l’accettazione della democrazia come sistema decisionale è problematica per gli ebrei religiosi. Per duemila anni, nella diaspora, gli ebrei non sono stati soggetti al potere dei loro confratelli ma a quello dei gentili, né avevano un’autorità religiosa suprema, come per esempio il Papa per i cattolici.
Fatti un maestro e allontanati dal dubbio, è scritto nella Mishnah. Ovvero, gli ebrei sparsi in tutto il mondo erano soliti scegliere l’autorità religiosa alla quale prestare ascolto. Il sistema politico israeliano basato sulle regole della democrazia nato nel ventesimo secolo è quindi un’innovazione radicale per gli ebrei, e la possibilità che leggi parlamentari votate da una maggioranza (composta anche da arabi israeliani) possano imporsi su quelle della Torah o sulle direttive dei rabbini è ancora vista dagli osservanti come una cosa rivoluzionaria.
Mentre per molti popoli transitati da un regime di dittatura a uno di democrazia può risvegliarsi la tendenza a un ritorno al totalitarismo in momenti di crisi, per gli ebrei di Israele la minaccia alla democrazia è rappresentata da un ritorno all’anarchia. La trasformazione dell’anniversario della morte del primo ministro Rabin in una giornata dedicata allo studio e al rafforzamento della giovane democrazia israeliana è perciò un modo per aiutarla a prepararsi alle crisi e alle difficili prove che l’attendono.

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30 ottobre 2010

Il vero obiettivo del mondo arabo non è uno Stato palestinese ma la cancellazione di Israele

Commento di Angelo Pezzana

Testata: Libero
Data: 30 ottobre 2010
Pagina: 19
Autore: Angelo Pezzana
Titolo: «La verità è che la convivenza è di fatto impossibile»

Riportiamo da LIBERO di oggi, 30/10/2010, a pag. 19, l'articolo di Angelo Pezzana dal titolo "La verità è che la convivenza è di fatto impossibile".


Angelo Pezzana

Che il problema della pace in Medio Oriente sia in una fase di stallo e che all'orizzonte non ci sia nessuna prospettiva credibile, l'ha dichiarato persino Silvio Berlusconi, ieri a Bruxelles durante i lavori del Consiglio europeo. Sul suo abituale ottimismo ha dunque prevalso un cauto realismo. E non poteva esprimersi diversamente, a giudicare, insieme ad altre valutazioni, il fallimento, anche lì, della mediazione Obama. Che adesso, secondo un giornale arabo, si sarebbe inventato un progetto che sa di bufala,  di quelle colossali, di una proposta di affitto per 99 anni dei territori palestinesi da parte di Israele. Cosa che potrebbe essere più che accettabile dai palestinesi, che con la cittadinanza israeliana si sono trovati sempre bene, tanto da rifiutare di diventare cittadini del nuovo stato, nel caso venisse proclamato. A Israele questo leasing non interessa per niente, perchè non  risolve quella separazione indispensabile perchè lo Stato ebraico continui ad essere tale, cioè a maggioranza ebraica e democratica. Se, in qualunque maniera, la separazione fra ebrei e arabi non risultasse possibile, gli unici ad trarne profitto sarebbero, non sembri paradossale, proprio i palestinesi. Perchè, per capire la politica di Abu Mazen, identica a quella che fu di Yasser Arafat, è fondamentale mettere in chiaro il vero obiettivo che non solo i palestinesi, ma l'intero mondo arabo, ha sempre perseguito, ma che non è mai stato giudicato prudente affermare a voce alta, nel timore di perdere il consenso del mondo occidentale, sensibile e schierato finchè i palestinesi continuano a rivestire i panni del popolo occupato e oppresso, una condizione che finirebbe drasticamente se avessero uno stato loro. Un consenso che sarebbe, quindi,  scemato di fronte all'ipotesi di uno Stato binazionale, perchè anche un cieco si sarebbe accorto che quello è il nome sostitutivo di Israele, decretandone, se proclamato, la scomparsa. Non essendo mai riusciti a sconfiggerlo, nè con le guerre scatenate dal 1948 in poi, nè con il terrorismo, l'ultima chance sta nel superamento demografico. Che però è possibile solo se la famosa parola magica 'due stati per due popoli'” rimane nel libro dei sogni, anche se tanto Abu Mazen quanto Salam Fayyad la sbandierano in tutte le interviste, accusando Israele di sabotare i colloqui di pace. Una bella faccia tosta, che però i nostri media tendono a ignorare, omettendo un particolare che, da solo, aiuterebbe i lettori a capire i bizantinismi della polica palestinese. Abu Mazen chiese, e ottenne dal governo Netanyahu, il congelamento delle costruzioni dal dicembre 2009 al settembre 2010, un periodo di dieci mesi che sarebbe stato più che sufficiente per iniziare un percorso di dialogo per arrivare ad un trattato di pace. Ma Abu Mazen l'ha tirata per le lunghe, fino ad arrivare alla scadenza del 26 sttemebre scorso, in tempo per dichiarare, nuovamente, che se non veniva riconfermato il congelamento i colloqui non li avrebbe neppure iniziati.  Stando così i fatti, come non dubitare della buona fede della parte palestinese ? Ogni pretesto è buono per rinviare alle calende greche una opzione che ormai ha una sola interpretazione: andiamo avanti così, e qui si spiega la bufala dei 99 anni, dopodichè la regione avrà un solo stato, e a maggioranza araba. La politica del chiagna e fotti funziona anche da quelle parti, i buoni contro i cattivi, i poveri contro i ricchi, peccato che la realtà mediorientale sia ben diversa da come ci viene raccontata. Che a molti riesca intollerabile che gli ebrei abbiano uno Stato, non è una novità. La maggior parte degli stati arabi non ha mai riconosciuto Israele, anche il Vaticano ha impiegato 58 anni prima di prenderne atto. Ma Israele non è solo nella sua lotta contro la delegittimazione, gran parte del mondo cristiano ne condivide le ragioni, anche se l'antigiudaismo di marca religiosa è tutt'altro che scomparso. Israele, paese mediterraneo, affronta oggi problemi che saranno i nostri fra non molto tempo,in una Europa che ancora non si rende conto che fra qualche decennio, entro i suoi confini, il nome più diffuso sarà Mohammed.

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30 ottobre 2010

Al Qaeda pronta a colpire di nuovo, trovati pacchi bomba su voli diretti in Usa

L'obiettivo erano alcune sinagoghe americane. Cronache e commenti di Francesco Semprini, Maurizio Molinari, Francesca Caferri

Testata:La Stampa - La Repubblica
Autore: Francesco Semprini - Maurizio Molinari - Francesca Caferri
Titolo: «Bombe volanti, allarme negli Usa - I mini ordigni che portano in Afghanistan - Yemen, l´ultima frontiera del terrore»

Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 30/10/2010, a pag. 6, l'articolo di Francesco Semprini dal titolo " Bombe volanti, allarme negli Usa ", a pag. 7, l'articolo di Maurizio Molinari dal titolo "  I mini ordigni che portano in Afghanistan  ". Da REPUBBLICA, a pag. 19, l'articolo di Francesca Caferri dal titolo " Yemen, l´ultima frontiera del terrore ".
Ecco i pezzi:

La STAMPA - Francesco Semprini : " Bombe volanti, allarme negli Usa "

L’America di nuovo a rischio attentato terroristico. L’allarme giunge dalle stesse autorità Usa dopo il ritrovamento di due pacchi sospetti partiti dallo Yemen e diretti negli Stati Uniti, per mezzo di spedizionieri internazionali come Ups e FedEx. Sono stati intercettati nella notte tra giovedì e venerdì (la sera negli Usa) all’aeroporto di East Midlands, nell’Inghilterra centrale, e in quello di Dubai, nel corso di una procedura di controllo nei rispettivi centri di smistamento. Barack Obama è stato avvertito alle 22.35 di giovedì da John Brennan, assistente per la Sicurezza nazionale, e immediatamente è scattato lo stato di allerta.
FedEx ha spiegato che un pacco sospetto è stato individuato dalle autorità aeroportuali nel suo centro di smistamento a Dubai e subito ha bloccato tutte le spedizioni dallo Yemen. I test hanno rivelato che il pacco diretto a un centro ebraico di Chicago conteneva un congegno esplosivo. La vicenda «rappresenta una credibile minaccia terroristica», ha detto Obama spiegando che «i pacchi contenevano apparentemente materiale esplosivo». Il presidente ha spiegato che Al Qaeda continua a «programmare nello Yemen attacchi contro gli Usa e che il nostro obiettivo è distruggere questa affiliazione» con la rete terroristica.
«Ci è stato comunicato questa mattina che le sinagoghe dovrebbero essere in stato di massima allerta - ha detto Linda Haase, vice presidente della Federazione ebraica di Chicago -. Stiamo prendendo misure appropriate e stiamo anche avvisando le altre sinagoghe locali a fare altrettanto». E dallo Yemen proveniva anche il pacco intercettato a East Midlands nel quale gli investigatori hanno trovato materiale sospetto assieme a una cartuccia di inchiostro manomessa. Secondo quanto riferito più tardi dalla Casa Bianca, anche questo pacco conteneva tracce di esplosivo. L’aereo con il pacco sospetto a bordo è arrivato nell’aeroporto, a circa 260 chilometri a nord di Londra, dallo Yemen. L’aereo aveva come destinazione finale Chicago, con un ulteriore scalo a Philadelphia.
Lo Yemen è considerato un Paese a rischio per il fatto che vi si nascondono cellule jihadiste legate ad Al Qaeda e ritenute responsabili di attentati, come quello fallito lo scorso Natale sul volo Amsterdam-Detroit. Il ritrovamento ha quindi fatto scattare l’allarme negli Usa dove sono stati bloccati e ispezionati alcuni aerei negli scali di Newark, in New Jersey, e Philadelphia, oltre a un camioncino per la consegna dei pacchi nei pressi di New York. Mike Mangeot, portavoce della Ups, ha spiegato che due jet della flotta provenienti da Colonia, in Germania, e Parigi, sono stati controllati a Philadelphia: «Isolati e perquisiti a scopo precauzionale». Il terzo aereo atterrato nella mattinata a Newark arrivava invece proprio da East Midlands e dopo essere stato controllato da cima a fondo ha ottenuto il via libera per ripartire alla volta di Louisville in Kentucky. «La scorsa notte le agenzie di intelligence hanno scoperto pacchi potenzialmente sospetti su aerei diretti verso gli Stati Uniti grazie a un lavoro di informazioni reso possibile dalla cooperazione tra gli apparati di diversi Paesi - si legge in un comunicato della Casa Bianca - Il presidente ha disposto tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza degli americani e per capire se quanto accaduto faccia parte di un più vasto complotto terroristico».
E proprio mentre rientrava l’allarme negli aeroporti americani, caccia militari si sono alzati in volo per scortare un aereo di linea decollato dallo Yemen che aveva fatto scalo negli Emirati arabi nella fase di atterraggio verso l’aeroporto JFK di New York. L’aereo è stato scortato nella prima fase da caccia canadesi che hanno poi ricevuto il cambio da due F-15 dell’Air Force Usa. Anche in questo caso le autorità hanno fatto sapere di avere preso questa decisione «come misura precauzionale»: il volo Emirates 201 trasportava carichi potenzialmente sospetti provenienti ancora una volta dallo Yemen.

La STAMPA - Maurizio Molinari : " I mini ordigni che portano in Afghanistan "


Maurizio Molinari

Al Qaeda voleva insanguinare Chicago alla vigilia dell’Election Day di Midterm e l’arma per l’attacco dovevano essere delle potenti mine volanti, recapitate al destinatario come innocui pacchi postali.
Arma, vettore e obiettivo prescelti portano a indicare il mandante nell’imam americano-yemenita Anwar al-Awlaki, leader di Al Qaeda nella Penisola Arabica, nascosto in una remota regione dello Yemen da dove è impegnato a gareggiare con le centrali dell’organizzazione terroristica in Pakistan e Afghanistan nel dimostrare maggiore abilità nel colpire gli Stati Uniti.
L’arma è una bomba in miniatura, confezionata con una combinazione minima e letale di componenti chimiche ed elettriche, che ricorda l’ordigno che aveva indosso lo studente nigeriano Umar Farouk Abdulmutallab quando, alla vigilia dello scorso Natale, tentò di farsi saltare in aria assieme a un aereo di linea sul cielo di Chicago, proveniente da Amsterdam.
Al Awlaki crede nei miniordigni, scomposti in maniera da sfuggire ai controlli fino al limite di essere nascosti dentro il corpo umano, come quello inserito nell’ano del kamikaze saudita che ha tentato di eliminare il capo dell’intelligence di Riad. La novità in questo caso è che il vettore prescelto non è un essere umano ma un pacco affidato a un aereo cargo, come le migliaia di velivoli postali che si muovono ogni giorno sui cieli del Pianeta. Ciò è stato possibile perché la miniaturizzazione dell’esplosivo è stata perfezionata rispetto a quanto avvenuto lo scorso Natale, consentendo alle diverse componenti di combinarsi ed esplodere al momento in cui il pacco viene aperto.
La differenza con i pacchi bomba degli Anni 70 e 80 sta nell’alta potenzialità dell’ordigno «made in Yemen», che richiama da vicino la fattura di alcune delle più sofisticate bombe «ied» depositate lungo le strade dell’Iraq e dell’Afghanistan per colpire le truppe delle coalizioni alleate. L’intenzione di Al Awlaki, nato a Las Cruces in New Mexico nel 1971, era dunque di sorprendere l’America con delle potenti mine volanti inviate come semplici spedizioni postali e questo metodo appare la somma di due conoscenze: del dibattito pubblico sull’antiterrorismo in corso in America, che vede da tempo personaggi come il senatore John Kerry impegnati a denunciare la carenza di controlli sulle spedizioni cargo, e della teoria terroristica di Khalid Sheik Mohammed, l’ideatore dell’attacco dell’11 settembre 2001, oggi detenuto a Guantanamo, secondo cui restano gli aerei il mezzo migliore per infrangere la sicurezza degli Stati Uniti.
L’ultimo tassello del piano di Awlaki era l’obiettivo: due centri ebraici a Chicago, la città di Barack Obama, alla vigilia delle elezioni di Midterm, un giorno prima dell’arrivo dello stesso presidente. La sovrapposizione di geografia e politica lascia intendere che l’imam jihadista con il passaporto americano sia ben al corrente di quanto avviene a Washington e stia tentando non solo di colpire l’America ma soprattutto di umiliare Obama nella sua stessa terra, che non a caso era già l’obiettivo del giovane kamikaze nigeriano.
Il presidente americano è consapevole della sfida e da almeno sette mesi ha personalmente ordinato l’eliminazione di Al Awlaki, inviando i droni della Cia a perlustrare lo Yemen 24 ore su 24 nel tentativo di trovare il suo nascondiglio. E Al Awlaki, proprio come Osama bin Laden nelle aree tribali del Pakistan al confine con l’Afghanistan, sta dimostrando di essere capace di ordire piani terroristici dai suoi nascondigli. Per dimostrarlo, a metà ottobre ha affidato ad un video le nuove minacce all’America, invitando i musulmani che vivono negli Usa a «catturare o uccidere soldati in divisa» sul modello di quanto riuscito in passato a terroristi palestinesi in Israele. «La responsabilità che pesa sulle spalle della nazione musulmana è grande e tocca ai singoli fedeli fare ciò che è giusto» afferma nel video l’imam che si nasconderebbe, secondo alcune fonti yemenite, nelle montagne dello Shabwa.
Il ricorso ai musulmani americani per colpire gli Stati Uniti dall’interno è l’altra arma che Al Awlaki preferisce, come ha dimostrato lo scorso 5 novembre, quando convinse via email il maggiore dell’Us Army Nidal Malik Hassan a fare fuoco sui commilitoni nella base texana di Fort Hood causando 13 vittime. Quanto avvenuto ieri dimostra che la sfida a Obama continua.

La REPUBBLICA - Francesca Caferri : " Yemen, l´ultima frontiera del terrore "


Yemen

Uno dei suoi ultimi viaggi prima di essere nominato comandante delle truppe internazionali in Afghanistan, il generale americano David Petraeus lo aveva fatto a Sana´a. Fra le torri merlate della medina più intatta dell´intera penisola arabica, il militare a cui Barack Obama ha affidato la più difficile delle missioni, aveva portato un messaggio chiaro al presidente Abdullah Saleh, l´uomo che dal 1978 governa con il doppiopetto e il pugno di ferro prima lo Yemen del Nord, poi l´intero Paese: gli Stati Uniti sono al vostro fianco, ma lo Yemen deve fare la sua parte nella lotta al terrorismo. La risposta di Saleh deve essere stata soddisfacente: gli aiuti militari americani a Sana´a sono più che raddoppiati in pochi mesi.
Petraeus, e con lui Obama, avevano visto bene. Per gli analisti lo Yemen è, insieme all´instabile Pakistan, la minaccia più grave alla sicurezza nazionale americana: più dello stesso Afghanistan, dove pure sono concentrate le telecamere di mezzo mondo.
Quanto l´analisi questa analisi sia corretta lo ha dimostrato un anno fa un militare americano: quel maggiore Malik Hasan, che lo scorso novembre uccise 13 persone nella base di Fort Hood in Texas. Come due degli attentatori dell´11 settembre, Hasan si era formato ascoltando i sermoni di quello che colui che in pochi mesi è salito in testa alla classifica degli incubi degli esperti anti-terrorismo americani. Anwar al-Awlaki, 39 anni, nato a Las Cruces, New Mexico, cittadino americano e yemenita. Grazie alla sua perfetta conoscenza dell´arabo ma soprattutto dell´inglese, Awlaki è diventato in pochi anni il predicatore jihadista più popolare della rete: i suoi video sono stati scaricati migliaia di volte in tutto il mondo e sono ricomparsi ogni volta che le autorità americane hanno cercato di farli sparire.
Ad Awlaki si è richiamato anche l´uomo che dieci mesi fa ha tentato ancora una volta di portare il terrore non soltanto sul suolo americano. Abdul Farouk Abdulmutallab, 23 anni, nigeriano, figlio della borghesia bene e educato nelle scuole occidentali, aveva ricevuto in Yemen l´esplosivo con cui, il giorno di Natale del 2009, tentò invano di far saltare in aria il volo delta Amsterdam-Detroit. Abdulmutallab fu catturato: difficilmente tornerà a vedere la luce al di fuori di un carcere americano. Ma l´ombra che ha fatto apparire alle sue spalle è ben più minacciosa: da mesi i droni americani danno la caccia ad Awlaki fra le montagne dello Yemen, senza riuscire ad ucciderlo. Lo sheik è considerato tanto pericolo che, per la prima volta, Obama ha ufficialmente diramato su di lui un ordine di assassinio mirato.
Awlaki da mesi sembra scomparso nel nulla: niente più video, niente più messaggi. Ma i segnali di allarme da Sana´a si moltiplicano invece che diminuire: l´assassinio mirato di alcuni importanti funzionari di polizia impegnati nella caccia ad Al Qaeda, eliminati uno a uno. Un crescendo di attacchi contro l´esercito. E infine, qualche settimana fa, il doppio attentato contro il compound di una ditta austriaca nella capitale e contro l´auto dell´ambasciatore britannico, già finito nel mirino lo scorso anno. Nell´attacco morì un francese: avrebbe potuto essere una strage di proporzioni ben maggiori.
È stato in seguito a questi episodi che Saleh si è deciso a lanciare la grande operazione militare contro Al Qaeda che da mesi gli americani chiedevano. Da qualche giorno i suoi uomini stanno attaccando senza tregua presunte basi di estremisti nella zona di Shabwa, dove si nasconderebbe Awlaki. Poche ore prima degli ultimi allarmi era arrivato il primo, importante risultato. Uno degli sheik alla testa dei guerriglieri si era consegnato ai militari: i vertici yemeniti hanno immediatamente cantato vittoria. Troppo presto: il pericolo, senza che loro potessero saperlo, era nascosto nei pacchi Ups che da lì a poche ore avrebbero lasciato Sana´a per portare, ancora una volta, il terrore firmato Yemen in Occidente.

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30 ottobre 2010

Obama e il futuro stato palestinese

 

Da un articolo apparso su The Wall Street Journal il 20 ottobre 2010.

I negoziati diretti fra Israeliani e Palestinesi, priorità dell’amministrazione Obama, sono giunti a un punto morto, e sono destinati a fallire. L’Autorità Palestinese sa bene che i colloqui – che vertono sulla ‘soluzione di due stati per due popoli’ –  non hanno possibilità di successo. Serve allora un piano B: per questo sta circolando l’idea di dichiarare immediatamente lo stato palestinese saltando ‘inutili’negoziati.

Due sono gli scenari possibili.

1)    L’Autorità Palestinese vorrebbe che gli USA riconoscessero lo stato palestinese all’interno delle linee del cessate il fuoco del 1967 (erroneamente chiamate ‘confini’);

2)    l’altra opzione prevede che siano i membri delle Nazioni Unite a riconoscere la ‘Palestina’ all’interno di quelle linee. Perché si realizzi un piano simile gli USA dovrebbero appoggiare l’iniziativa – o almeno non porre il veto.

Questo secondo stratagemma può essere paragonato alla campagna per il riconoscimento dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) come rappresentanza nazionale all’ONU, campagna che nel 1988 fu appoggiata da numerosi membri dell’ONU anche in Europa.  Allora l’OLP voleva sfruttare il riconoscimento per entrare nelle agenzie dell’ONU (dove per entrare occorre essere ‘stati’) e ottenere per vie traverse quello che non riusciva ad ottenere con la forza. Il tentativo dell’OLP fallì perché gli Stati Uniti vi si opposero con decisione.

Ora la situazione è diversa. Presto Obama prenderà atto del fallimento dei colloqui diretti, ma dovrà anche trovare un rimedio per salvare la faccia – potrebbe ad esempio voler infliggere qualche punizione a Israele?

Obama non può certo riconoscere la Palestina tout court, perché scatenerebbe un terremoto politico anche all’interno. È invece probabile che Washington si astenga in una votazione al Consiglio di Sicurezza, anziché opporre il veto. Se così fosse, la risoluzione passerebbe quasi certamente.

Sarebbe un cambiamento incredibile per Israele, che dovrebbe confrontarsi con il nuovo stato palestinese dall’oggi al domani. La legge internazionale prevede che uno stato abbia confini chiari, ma un’eventuale risoluzione non potrebbe che riferirsi alla Palestina come a ‘uno stato all’interno dei confini del ‘67’. Al momento – proprio come nel 1988 – la Palestina non ha confini – a parte quelli della Striscia di Gaza, dove governa Hamas. Inoltre Israele ha sempre dichiarato di non voler ritornare nella situazione pre-1967 insistendo sulla necessità di avere confini sicuri e difendibili – gli insediamenti e la barriera protettiva confermano questa politica.

Equiparare le linee del cessate il fuoco del 1967 a dei confini di stato negherebbe a Israele il diritto di discuterli e concordarli, azzerando le sue pretese a confini sicuri e difendibili. E includere all’interno della Palestina quelle terre che Israele considera proprie minerebbe l’autorità dello stato ebraico e la sicurezza di tutti gli insediamenti al di là della linea del 1967. Metterebbe a rischio anche la possibilità di mantenere Gerusalemme come capitale unica e indivisibile dello stato ebraico.

John Bolton fondazionecdf

J. Bolton è un membro dell’American Enterprise Institute, autore di "Surrender Is Not an Option: Defending America at the United Nations and Abroad" (Simon &Schuster, 2007).


30 ottobre 2010

Ambizioni persiane contro interessi siriani - Yalibnan Traduzione Hurricane 53


 

 

Ci sono state diverse speculazioni dietro la visita in Libano del presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad. La teoria più accreditata vuole che sia il desiderio dell’egocentrico leader iraniano di rosolarsi al sole libanese, accreditato come “protettore” contro Israele. Con la milizia armata di Hezbollah che agisce sul territorio a mo’ dei pretoriani, Ahmadinejad si è esibito in apparizioni pubbliche come se fosse in un ufficio periferico. Le folle, sotto la guida di  Hezbollah hanno avuto bisogno di qualche piccolo incoraggiamento per tributare un’accoglienza eroica al piccolo persiano. Si sarebbe potuto credere che i festanti libanesi avessero perso il tradizionale amore per i secolari vantaggi a favore dell’austerità iraniana. Un disincantato giornalista locale ha evidenziato la reazione della folla, notando con cinismo: “non importa in che modo ci si metta in luce (politicamente), i miei libanesi amano le rock star”.
 
Di certo Ahmadinejad ha ricevuto un benvenuto degno di una rock star e la sua claque ha lavorato affinché la sua visita avesse una valenza internazionale. Ma i promotori ufficiali iraniani avevano trascurato che, mentre tutto ciò avveniva, in Cile era in atto il salvataggio dei minatori, che occupava a livello mondiale le TV. Alla fine, anche se in realtà ciò ha poca importanza, il boss non ha detto nulla degno di nota. Era a proprio agio mentre ghignava e gesticolava davanti alla folla, sferrando un pugno retorico contro Israele.
 
Tuttavia, dietro le quinte, c’è il fatto che la Siria è sempre meno soddisfatta degli sviluppi dell’influenza iraniana nella politica libanese. A Beirut la questione fra Hezbollah, l'Iran e gli altri gruppi politici musulmani, si ritiene,  è nelle mani di Damasco, che ha sempre esercitato un ruolo principale nella vita politica libanese. Recentemente l’intelligence siriana è stata indicata per essersi infiltrata in modo sostanziale tra Hezbollah, grazie ad un considerevole incremento delle forniture militari da Damasco. Si pensa che la presenza di Ahmadinejad in Libano avesse lo scopo di controbilanciare ciò, ricordando a certi leader di Hezbollah da dove provenivano il loro addestramento ed il supporto originari.
 
L’annunciata visita di Mahmoud Ahmadinejad, più che un atto di stampo regionale, era ad uso e consumo locale, più esattamente libanese. Gli iraniani stanno lavorando su tre fronti di attacco: allineare l’Irak alla religione scita, l’alleanza con Hamas a Gaza ed il desiderio di Hezbollah di governare in Libano. I siriani vedono ciò come i primi passi del tentativo di un piano, da parte della leadership clericale di Tehran, per arrivare ad una Grande Persia - e Damasco non gradisce ciò che vede.
 
Gli anni di concorrenza fra le ali siriane ed irachene del partito Baath sono stati modificati bruscamente con la cancellazione del controllo di Saddam Hussein sull'Irak. Gli sciti in quella nazione non hanno mai ottenuto un ruolo importante in seno al Baath. Erano i fratelli Sunniti di Saddam che dominavano e sostenevano in Irak il carattere pseudo-socialista Baathista. La Siria ha ospitato migliaia di Sunniti Baathisti durante l'invasione e l'occupazione statunitense.
 
La leadership Scito Alawita di Bashir Al-Assad non ha interesse nel permettere che si espanda il potere sciita iraniano sui confinanti vicini alla Siria: Irak e Libano. Bisogna ricordare che la Siria è un paese a maggioranza sunnita. Il clan della leadership di Al-Assad è molto più contrassegnato dalla setta regionale affiliata agli Alawiti che alla coscienza religiosa scita. E questo senza parlare dell’amichevole coesistenza che esiste da lungo tempo fra il clan libanese cristiano Maronitea di Franjieh e la numerosa famiglia di Assad, quando nei lontani giorni del 1957 Hafez Al-Assad era un funzionario dell'intelligence siriana, incaricato di proteggere la fuga dell'anziano Suleiman Franjieh.
 
Nulla di tutto ciò ha molto significato per Ahmadinejad, che intellettualmente e politicamente non appartiene alla leadership clericale di Tehran. Rimarrà al suo posto solamente sino a quando il leader supremo dell'Iran ed il suo centro di potere militare, il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, lo vorranno.
 
Le pantomime del presidente iraniano in Libano, involontariamente, confermano gli avvertimenti di Bibi Netanyahu circa le intenzioni iraniane contro Israele. Dai sostenitori di Obama agli oppositori di Sarkozy, si sono levate richieste urgenti verso gli israeliani affinché smorzassero il tradizionale timore nei confronti della bomba persiana. Forse qualcuno avrebbe suggerito ad Ahmadinejad che quanto più farnetica a favore dei suoi seguaci, tanto più perde Israele, nel senso che viene trattenuta dai governi occidentali.
 
Le sfilate a Beirut ed i discorsi in un villaggio che da sul confine israeliano servono agli scopi della leadership clericale iraniana in quanto le permette di mostrare i muscoli nella regione, che vuole mantenere l'allarme di Damasco circa le attività sul territorio e sullo status internazionale raggiunto da Tehran. Inoltre ricorda agli Stati Uniti ed in generale all'occidente, che c’è altro di cui doversi preoccupare, piuttosto che dello sviluppo nucleare persiano, mentre sono in atto pressioni attraverso le sanzioni. 
   
La Grande Persia può sembrare un sogno per chi vive fuori dell’Iran. Ma nell'Iran e nella regione che essa tenta di dominare, è piuttosto reale. Se invece chiedete a qualcuno che fa parte dell'entourage di Bashar Al-Assad, scoprirete che c’è ancora chi crede nella Grande Siria!
George H. Wittman yalibnan 22 ottobre 2010 Traduzione Hurricane 53

 


29 ottobre 2010

Lo scrittore Ameer Makhoul ha confessato essere una spia di Hezbollah

Che cosa ne pensano i pacifisti che accusavano Israele di averlo arrestato a torto ?

Testata: Corriere della Sera
Data: 29 ottobre 2010
Pagina: 19
Autore: Francesco Battistini
Titolo: «Lo scrittore arabo-israeliano confessa: Sì, ho fatto la spia per Hezbollah»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 29/10/2010, a pag. 19, l'articolo di Francesco Battistini dal titolo " Lo scrittore arabo-israeliano confessa: Sì, ho fatto la spia per Hezbollah ".


Ameer Makhoul

GERUSALEMME — Dicevano: è una spia. Ribattevano: è un pacifista. Rincaravano: ha confessato. Obbiettavano: l’hanno torturato. Per un anno e mezzo la strana storia di Ameer Makhoul, lo scrittore arabo israeliano incarcerato per aver passato informazioni agli Hezbollah durante la guerra del Libano 2006, è stata un’infinita questione che ha spaccato le coscienze: un amico del nemico o, semplicemente, un intellettuale scomodo incastrato per dare una lezione a tutti quelli come lui? La prova che «molti arabi d’Israele sono inaffidabili», come sostiene la destra? O l’evidenza che «qui la legge non è uguale per tutti», come dice la sinistra? Mercoledì, nel tribunale di Haifa, ha provveduto Makhoul a togliere qualche dubbio: ammettendo d’avere spiato, riconoscendo di non essere mai stato torturato, chiedendo di patteggiare una pena più lieve. E diventando un caso inevitabilmente politico, in un Paese che dibatte la proposta del governo Netanyahu d’imporre anche agli arabi, il 20% della popolazione, un giuramento di fedeltà alle radici ebraiche dello Stato.

La confessione di Makhoul è uno choc. Perché per questo intellettuale 52enne, animatore dell’associazione Ittijah che raggruppa le 64 Ong arabe d’Israele, consulente dell’Onu, membro del World Social Forum e amico di Noam Chomsky, per Makhoul s’erano mobilitati un po’ tutti: scrittori, universitari, compagnie teatrali, blog, sinistra. Tutti ad accusare i servizi israeliani d’avere oltrepassato il limite, arrestando il pacifista palestinese alle 3 di notte, lasciandolo per 12 giorni senza avvocato e per 21 in isolamento, privandolo di sonno e di cibo, estorcendogli dichiarazioni «sotto tortura» e non registrate, in una stanza dov’era stato per 36 ore legato a una sedia... «È detenuto solo per le sue idee», protestò Amnesty. Di colpo — schiacciato da imputazioni pesantissime come lo spionaggio aggravato, l’attentato alla sicurezza nazionale e la cospirazione col nemico —, mercoledì Makhoul ha ceduto. E davanti al giudice Yosef Elron, che gli chiedeva se fosse stato torturato, non ha fiatato: i suoi avvocati hanno chiesto uno sconto di pena (non farà meno di sette e più di dieci anni), riconoscendo che l’imputato s’incontrò almeno dieci volte con «uomini vicini a Hezbollah» durante i suoi viaggi in Europa e in Medio Oriente, per «fornire informazioni sensibili su strutture militari, sui movimenti d’autorità governative, sui luoghi in cui cadevano i missili», perfino sull’abitazione del capo dello Shin Bet, i servizi israeliani.

Si chiude il processo, non la polemica. Col gruppo «Ameer libero» su Facebook che continua a difendere lo scrittore: «Ma quale confessione! Lui ha ammesso i contatti con le Ong libanesi. Un’ovvietà: tutte le Ong libanesi hanno a che fare con Hezbollah! In Israele però basta pochissimo, per violare la legge sulla sicurezza. E per diventare un traditore». E le torture? «Non se n’è trovata traccia — dice l’editorialista di destra Dan Margalit —. Adesso, qualcuno deve delle scuse alla polizia: gli amici di Makhoul sono uguali agli estremisti ebrei che vanno a provocare gli arabi». «Visto che abbiamo ragione? — gongola David Roten, il parlamentare che ha proposto la legge sul giuramento d’ebraicità —. Ci sono arabi che lavorano per il nemico. Questa gente non ha diritto di cittadinanza: ha solo il dovere d’andarsene via». O di spiegare meglio: «Un giorno scriverò un libro — ha annunciato il condannato, rientrando in cella — e racconterò l’intera verità su ciò che è successo».

Per inviare la propria opinione al Corriere della Sera, cliccare sull'e-mail sottostante


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29 ottobre 2010

Usa: campi da marines per le future spose sovrappeso

L'ultima follia americana: marce forzate per arrivare in forma al matrimonio

VITA DA CASERMA
Sveglia all'alba, sei ore di superfatiche

Gli orari

Nei campi di dimagrimento forzato ci si alza poco dopo le cinque. Le future spose devono rifare il letto in una manciata di minuti, colazione leggera poi gli esercizi più pesanti per almeno sei ore.

Gli esercizi
Le future spose dimagriscono arrampicandosi sulla fune, trascinando tronchi, camminando nel fango al suono di musica rock metallica e fra gli insulti degli istruttori.

Elena Lisa
Se non fosse che hanno scelto spontaneamente di frequentare «i campi di dimagrimento forzato» e che per farlo pagano pure, le donne che vogliono buttare giù chili in previsione delle nozze avrebbero tutti i diritti di denunciare per violenza psicologica e maltrattamento allenatori e motivatori: «Sbrigati, palla di lardo, solleva quel tronco e pensa alle risate delle tue cognate quando attraverserai la navata con l'abito da sposa. Sembrerai una meringa».

Non è la parodia di Full Metal Jacket. Ci sono alzatacce a suon di fischi nei timpani, arrampicate con la fune, passo del giaguaro sotto il filo spinato, carri armati e pure gli insulti, ma niente di tutto questo serve per prepararsi alla guerra. Siamo in America dove i «bridal bootcamp» (campi nuziali di addestramento) oggi sono più famosi di palestre trendy e dietologi vip. E ora l'idea è sbarcata in Europa, in Inghilterra, dove hanno subito una piccola variazione che però non riscuote molto successo. Qui i campi, come quello di Trudy Dixon, a Wokingham, vicino a Londra, sono anche per uomini.

Le promesse sono allettanti: «Aspettati di dimagrire, di acquisire una perfetta postura, tonificare i pettorali se il tuo abito avrà un corpetto. Ti tireremo su il sedere se hai scelto un vestito attillato e renderemo più toniche braccia e schiena. L'allenamento per ottenere tutto questo sarà la cosa più dura e indimenticabile che avrai mai fatto in vita tua».

Una minaccia? Tutt'altro. Il messaggio attira le donne cicciotelle che per fare un figurone si mettono pure in lista d'attesa. I pacchetti di allenamento sono molteplici: c'è chi ha bisogno di corsi intensivi e allora per cinque, sei ore al giorno salta la corda, scavalca muri, si butta nel fango, suda, fatica e si sfoga con pianti disperati perché non regge le urla di incitamento degli allenatori che indossano mimetiche e anfibi. C'è chi vuole dare il meglio di sé e a una settimana dalle nozze si trasferisce direttamente negli stanzoni del campo: giù dalle brande alle 5.25, rifare il letto in una manciata di minuti, colazione leggera e poi pronte per trainare jeep e far rotolare tronchi. C'è chi, più cauta, si accontenta di tre, quattro ore a settimana.

I prezzi variano, dai 30 dollari a lezione fino ai 600 a settimana. Sostanzialmente le fatiche offerte sono simili. La differenza la fanno i «guru», i responsabili che qui non sono semplici insegnanti, ma capi plotone. Mark Vendramini, canadese, maestro di uno delle più frequentate strutture del nord America, dice di esserne l'inventore grazie alla richiesta di una cliente della palestra in cui lavorava. Spingere al massimo, distruggersi di fatica. Questa la filosofia dei campi militari che Vendramini ha voluto rivolgere a chi, secondo lui, l'avrebbe accolta con grande entusiasmo: le future spose che non si piacciono. Quelle spaventate dal giudizio e terrorizzate all'idea di essere al centro dell'attenzione per un giorno intero, lui le convince così: «Pensa che il giorno delle nozze è arrivato. Pensa che avrai decine e decine di occhi puntati addosso e tu dovrai poter dire a te stessa: sì, oggi sono splendida!».

La scena, solo a pensarci, farebbe scappare chiunque: perciò i campi militari brulicano. E così Vendramini si è spinto oltre inventando l’«heavy metal bootcamp», dove si eseguono esercizi pesantissimi al suono del rock più metallico: «Se il mio campo ha l'effetto di una bomba atomica - assicura - questo sarà l'apocalisse e voi tirerete fuori il lato oscuro della forza».

Nel bootcamp di Allan Fine, ad Alberta, vige una regola precisa: sveglia all'alba, nessun ritardo tollerato, pena flessioni e giri di corsa nel cortile: «Per far parte della nostra squadra - spiega - serve poco: una bottiglia d'acqua, scarpe da ginnastica e spirito d'avventura». Le partecipanti sono d'accordo con lui. Sono perfette donne soldato e si dicono entusiaste anche quando, a pochi giorni dal matrimonio, non hanno la forza di fare le prove dell'abito nuziale perché i muscoli sono indolenziti. Nessuna sposa un po' in carne intende rinunciare a un trattamento simile, anche chi non ha il portafoglio per permetterselo. Per loro sono corsi ai ripari i maghi del marketing che hanno inventato dei programmi, molto simili a quelli che si seguono nei campi, da spedire a casa.

 


 




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29 ottobre 2010

Israele? E l'amore diventa odio

 

 


 

Questa o quella

Da qualche tempo il Tizio della Sera si domandava chi fossero i veri amici di Israele e del popolo ebraico, se quelli di Destra o quelli di Sinistra: lui non sapeva, lui non trovava risposta. Lui ricapitolava e pensava: la Sinistra è sempre stata amica degli Ebrei scomparsi nella Shoah, tanto i morti non ci sono e con poco sforzo si fa una bella figura da antifascisti. In seguito, considerava un certo giorno il Tizio, la Sinistra è stata molto gelosa della Destra che era divenuta proprio amica di Israele. In effetti, per la Sinistra Israele è come la Kriptonite per Superman, un'entità insopportabile che depotenzia. Poi, quello che faceva imbufalire la Sinistra, era che la Destra fosse diventata amica degli ebrei in genere, invece di mettersi intelligentemente d'accordo con la Sinistra: noi ci prendiamo Israele e voi gli ebrei morti. Anche se, pensava il Tizio, il signor Berlusconi confonde continuamente Israele con gli ebrei, e quando dice di essere amico di Israele pensa a un suo amico ebreo delle elementari che si chiamava Israele, e tutte le volte che sentiva degli ebrei dire "Ascolta Israele", credeva che parlassero del suo amico che a scuola non stava mai attento. Certo, pensava tempo fa il Tizio, un tempo tra Destra ed ebrei le cose erano diverse. Prima loro, rifletteva il Tizio, non avevano piacere di parlare delle persecuzione ebraica di cui erano stati attivi protagonisti, vedi alla voce "Fascismo". Poi c'è stata la visita di Fini allo Yad Vashem - e prima ancora quella solitaria amicizia del Foglio per Israele e per gli ebrei. Insomma, dai, pensa il Tizio, le cose erano tanto cambiate. E così sembrava che tutto andasse bene, la sinistra odiava tutti gli ebrei e la destra li amava tutti. Almeno avevo le idee chiare. Quando tutto a un tratto, borbotta il Tizio della Sera, zacchete, dopo l'outing ebraico di Saviano lo scrittore ebreo della sinistra che la sinistra non sapeva fosse ebreo, va al convegno "Per la verità, per Israele" e dice apertamente di amare Israele. Anche lui però: poteva dirlo in un codice cifrato. Non so: "Mi piacciono le uova al tegamino", così chi proprio voleva capire, un giorno tra duecento anni avrebbe capito. Non lo ha fatto, ha detto proprio di amare Israele. A quel punto, patapumfete, è crollato tutto. Per la sinistra è come se Saviano fosse passato a destra - perchè come dice D'Alema, gli ebrei devono assolutamente criticare Israele e non sostenerlo con la scusa della sopravvivenza. A quel punto, boing, Saviano è caduto in un'equanime imboscata di parolacce di destra e di sinistra. E chi si è messo a odiarlo perché è un ebreo di sinistra, e chi ha iniziato a odiarlo perché è un ebreo di destra, e chi ha iniziato a odiarlo perché è un ebreo e ce l'ha con la camorra. Il Tizio della Sera adesso è veramente soddisfatto: grazie agli Ebrei, la Destra e la Sinistra, e forse anche la camorra, si sono unite.Il Tizio della Sera, http://www.moked.it/

 

 


 

Saviano difende Israele. Gli antisemiti de noantri: "Togliamogli la scorta"

 
Venerdì scorso durante il concerto romano degli U2, il cantante del gruppo Bono ha chiamato Roberto Saviano “beautiful spirit” ed ha elogiato il suo coraggio di fronte agli oltre settantamila fans. Infatti l’impegno civile dello scrittore e giornalista campano è ormai noto in gran parte del mondo. Gomorra, libro che gli è valso la condanna a morte da parte della criminalità organizzata, è stato il successo editoriale degli ultimi anni in Italia ed è tradotto in una cinquantina di lingue.
In poco tempo Saviano è diventato uno dei nuovi eroi della sinistra più legalitaria, accanto a Travaglio e Di Pietro. C’è voluto poco per trasformarlo in alfiere anti berlusconiano dopo la pubblicazione su “Repubblica” della sua lettera aperta al Presidente del Consiglio dove chiedeva il ritiro della “norma del privilegio”, ovvero la legge sul processo breve. Le sue apparizioni televisive in compagnia di Fabio Fazio, animatore del salotto di sinistra più visitato dagli spettatori, avevano ancora aumentato il suo carisma. Non per nulla, qualcuno lo vorrebbe governatore della Campania o addirittura prossimo leader del Partito Democratico, il “papa straniero” che potrebbe dare forma al caos in area progressista.Molti entusiasmi erano però cessati o si erano affievoliti nel dicembre del 2009 con l’apparizione su “Panorama” dell’intervista rilasciata a Pietrangelo Buttafuoco (testata ed intervistatore poco rassicuranti per un elettore medio di sinistra). In quel dialogo Saviano non solo dichiarava il suo debito culturale con scrittori e pensatori di destra come Jünger, Pound, Cèline ed Evola, ma riconosceva l’ottimo lavoro intrapreso dal Ministro degli Interni Maroni nel combattere i clan camorristici e mafiosi.
Un’altra doccia fredda era arrivata con la primavera scorsa dalle pagine del pamphlet di Alessandro Dal Lago, Eroi di carta. Il collaboratore de “il manifesto” aveva ammonito comunisti e postcomunisti: Saviano è l’altra faccia del berlusconismo, un fenomeno mediatico, con una forma mentis di destra poiché trasforma una questione sociale, l’illegalità meridionale, in questione morale. Il peggio, agli occhi di qualcuno, doveva ancora arrivare.Ed è arrivato, giovedì 7, in occasione della giornata celebrata a Roma “Per la verità, per Israele”. Come Pacifici, Aznar, Chicchitto, Veltroni, Bocchino, Caldarola, Della Vedova, Fassino, Ferrara, Pezzana, Battista, Sgarbi, Rosa Matteucci e molti altri, Saviano ha aderito all’iniziativa organizzata da Fiamma Nirenstein. Male hanno reagito alcuni (ex) estimatori, malissimo gli antisemiti travestiti da filopalestinesi che pubblicano i loro deliri in rete.Ancora all’acqua di rose il trattamento riservato dal Forum Palestina: Saviano, ormai stato cooptato dalla “lobby sionista”, va a braccetto con la “colona” Nirenstein. Ben di peggio troviamo su You tube, scorrendo i commenti al video caricato da Radio Radicale, intitolato “Le mie origini ebraiche”: Saviano è smascherato come “criminale camorrista al soldo di Israele”; la mafia, infatti, (almeno secondo il parere di un certo Marcello Gentile) è una “creazione sionista” ed ovviamente quella israeliana “controlla mezzo mondo”. Qualcun altro ci informa che il “sionismo è padre del nazismo”, che l’iniziativa romana ha radunato “il Mossad in pieno”. Segue invito: “schiacciamoli ‘sti piattoloni, con le idee … se necessario con altro”.Viene meno anche la solidarietà per le minacce di morte ricevute: “Io caro Saviano, ti toglierei la scorta”; oppure si salta a conclusioni complottistiche (“ecco perché non è ancora morto”). C’è invece chi la butta sul commerciale: “ha capito che appoggiando il terrorismo israeliano si vende di più”, “basta guardare per chi pubblica” (Mondadori, ovvero Berlusconi), “è un mostro mediatico creato dai potenti politici dittatori sionisti” che ha “preso per il culo” i lettori di sinistra. Un altro video gira su You Tube, messo non dai radicali ma da “antimafiamilitante”: il titolo è un programma: “Roberto Saviano sostiene il criminale stato d’Israele”. Anche su Facebook non mancano critiche né deliri. Esisteva già un gruppo chiamato “Roberto Saviano chieda scusa alla Palestina e ai palestinesi”, fondato dopo il viaggio in Israele dello scrittore nel febbraio 2009. Amministratore ne è Omar Suleiman, 350 sono gli iscritti; dopo l’ultima sortita del “sionista da strapazzo” gli si augura il Nobel per la pace con la motivazione che fu dato anche al degno “compare” Kissinger.Appena nata è invece la pagina, che forse si vorrebbe satirica, chiamata “Roberto Israeliano”. Per ora conta solo 48 iscritti, ma colleziona già qualche perla: Berardo Marco Caprini scrive: “non c’è da stupirsi … suo padre è ebreo”, Antonio Dangelo (un tizio che si presenta con un disegno raffigurante Lenin) augura a Saviano una “doccia quotidiana con saponette al fosforo”. Esiste anche un gruppo “Io odio Roberto Saviano”; al momento in cui scriviamo i membri sono solamente 4 (2 si dichiarano orgogliosamente comunisti, uno simpatizza per Forza Nuova,) ma può darsi che cresca nelle prossime ore.Certo non solo la presenza dell’autore di Gomorra ha deluso molti o confermato le idiozie nella testa di qualcun altro. Il movimento antagonista napoletano è sconvolto anche dalla medesima scelta di Raiz, ex voce degli Almamegretta, gruppo di culto in quell’area. Nessuna sorpresa è invece arrivata per Fassino: c’è chi dice che è sempre stato intrallazzato con gli ebrei torinesi (“lo hanno fatto studiare”). Per rimanere sulla teoria del complotto cara a tanti antisemiti, non manca chi afferma che i radicali sono “controllati” dai massoni “rosacroce”: basta guardare il loro simbolo.Non è il caso di allarmarsi, però. Gli sfoghi permessi dall’estrema democraticità della rete devono preoccupare meno del piombo promesso dalla camorra. Ma è bene non dimenticare che anche Hitler cominciò la sua carriera con un libro.http://www.loccidentale.it/ 12 Ottobre 2010

 




 




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29 ottobre 2010

Holywar, uno dei più beceri e visitati siti antisemiti

Con versioni in 7 lingue diverse
http://holywar.org

gestito dal norvegese Alfred Olsen, famigerato cattolico tradizionalista è di nuovo online con tutto il suo pattume.
Dello squallido personaggio fa cenno anche Luigi Vianelli nel suo saggio online sul negazionismo:
org/saggi/saggi/negaz-ita/negaz5.htm
http://www.olokaustos.

Il sito pare fosse stato chiuso dallo stesso Olsen e non, come pensavo e speravo, da qualche tribunale che, invece, aveva oscurato nel 2004 un sito italiano quasi omonimo "Holy war against Zionist Occupation Government", il cui gestore di Viterbo, è difeso dall' avvocato di Pordenone Edoardo Longo, legale abituale dei neonazisti italiani e gestore a sua volta di altri indecenti siti neonazisti e antisemiti.

E’ comunque un’indecenza che il sito Holywar continui, non solo ad esistere, ma ad essere indicizzato su tutti i motori di ricerca.




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29 ottobre 2010

A volte una immagine vale più di mille parole….


Focus on Israel




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29 ottobre 2010

Nuova realizzazione di soldato-robot da parte della difesa israeliana, guardium il terrore della prima linea

Porta 300 chili di carico senza discutere, fa turni di oltre 24 ore senza stancarsi, vede a 360 gradi e svolge i servizi più disparati grazie alla flessibilità del proprio software. Sa usare perfettamente le armi e lo può comandare anche un infante che sappia usare la PlayStation.

Difesa a Tel AvivCos'è? È
Guardium, il nuovo robot-soldato sviluppato da G-nius Unmanned Ground System per il Ministero della Difesa israeliano. Si muove su quattro ruote ma funziona esattamente come un soldato vero: può sostituire un milite reale in moltissime missioni, riducendo il rischio di perdita di vite umane.

Esattamente come molti
droni (velivoli privi di pilota), Guardium agisce sotto il controllo di una postazione remota, distante dalla linea del fronte operativo. Può montare telecamere aggiuntive, visori notturni ed altri sensori, nonché impiegare strumenti letali come armi automatiche.

Seguendo rotte preimpostate può girare da solo per le città: sa perfettamente come agire al cospetto di incroci, traffico e gomitoli di strade. Può sorvegliare confini, scandendoli a 360 gradi con le telecamere rotanti e avvertire l'operatore se rileva qualcosa di anomalo. Non meno importante, non ha mai sonno, non ha una famiglia che rischia di abbandonare e, in caso di perdita, "robot vuol dire non dover scrivere una lettera di condoglianze", dice John Pike, direttore della think tank Globalsecurity.org.

La console di comando è un perfetto arcade-game: due grandi schermi, un joystick e due pedali, uno per accelerare e uno per frenare. Il tutto a disposizione dell'operatore, qualora fosse opportuno prenderne il controllo manualmente.

Stavolta non si tratta di un concorso, come
accaduto a Singapore, o di insettoidi dall'aspetto sinistro. Pochi ed ermetici sono i commenti dei generali israeliani: hanno riferito solo che ancora non è operativo, null'altro. L'unico mezzo simile sinora attivo è quello impiegato per pattugliare la zona smilitarizzata che separa le due Coree. Ma rispetto ai primi esemplari simili, sviluppati da Samsung per la Corea, costa di più: ci vogliono 600 mila dollari (circa 385 mila euro) per averne uno e il prezzo varia a seconda del software in dotazione.

Marco Valerio Principato p.informatico


 




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29 ottobre 2010

"E’ doveroso ammettere che in Europa i media non scrivono che raramente sulla questione curda"

Ricevo con piacere da Ercolina e trasmetto


 

 

intervista

 

la giornalista e scrittrice Ercolina Milanesi

"E’ doveroso ammettere che in Europa i media non scrivono che raramente sulla questione curda"

a cura di Shorsh Surme

- Lei sia come scrittrice sia come giornalista ha conosciuto tutte le tematiche in del Medioriente, e conosce bene la situazione del popolo curdo: un popolo oppresso da secoli, e suddiviso arbitrariamente dalle potenze vincitrici della prima guerra mondiale. Sono una della più importanti ed antiche civiltà dell’Oriente, eppure questa verità elementare e fondamentale resta quasi sempre nell’ombra. Ora che una parte della Kurdistan per esattezza il Kurdistan dell’Iraq si è liberta dopo molti anni di massacri e di brutalità commesso del regime dittatoriale di Saddam nei loro confronti. Secondo lei l’Europa cosa può fare per aiutare quella piccola parte del grande Kurdistan.?

- E’ doveroso ammettere che in Europa i media non scrivono che raramente sulla questione curda e questo è un fattore molto grave. Siete un grande popolo, coraggioso, avete subito un genocidio, la vostra terra è suddivisa in modo indegno, dopo anni e anni non siete ancora riusciti ad ottenere il vostro diritto di avere una nazione. L’Europa potrebbe fare molto per voi, ma gli interessi economici e politici prevalgono e ne abbiamo una prova con la Turchia che entrerà, molto facilmente, nell’Unione Europea.

- Al terzo millennio e all’anno 2008 è possibile che un popolo di 40 milioni di persone che possiede una storia,cultura e una lingua debba lottare ancora per la sua sopravivenza o meglio per la sua esistenza. Lei come vede il futuro di questo popolo è possibile un Kurdistan indipendente che come ben sa è molto più grande del Kosovo?

- Domanda molto ostica a cui rispondere. Pur essendo vostro inalienabile diritto avere un Kurdistan indipendente prevedo che non sarà facilmente raggiungibile in tempi brevi. In questo periodo, sia in Europa che in America, vi è una forte disoccupazione, l’economia è in crisi, lotte intestine nei vari stati in politica. Indi le vostre giuste pretese passano in seconda linea, come d’altronde quei poveri paesi africani ove ogni giorno muoiono a centinaia per mancanza di aiuti o meglio disinteresse.

- La nazione del Kurdistan sicuramente non può vantare gli uomini più ricchi del pianeta, anche se la terra curda galleggia su petrolio che il popolo curdo non mai potuto usufruire per suo sviluppo e per il suo ben essere e genericamente viene indicata come una minoranza oppressa, quindi domandarsi chi sono i curdi, e cercare una risposta a tale interrogativo secondo Lei non è un segno di civiltà?

- Ecco un motivo valido per non darvi il Kurdistan indipendente. I giochi di potere prevalgono su onore e dignità. Il petrolio è oro e difficilmente se ne separa.

Non dovete porvi la domanda chi sono i curdi, perché è lapalissiano che tutto il mondo vi stima, riconosce in voi un popolo meraviglioso che ha subito per anni torture ed avete dovuto andare raminghi per il mondo, scacciati da casa vostra ed ancora alla ricerca della vostra vera identità. Non chinate mai il capo, combattete per i vostri diritti, per la vostra libertà, siate orgogliosi delle vostre radici millenarie, della vostra cultura. Un giorno arriverà, anche per voi, l’agognato Kurdistan indipendente, siatene certi. Non sarete più un popolo che vive parte in Turchia, in Iran, in Iraq e in Siria, ma nel grande Kurdistan perché questa sarà la vostra Nazione, come di diritto.


 




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28 ottobre 2010

Uno studio: dal 75% al 94% dei bambini di Sderot di età compresa tra i 4 e i 18 anni manifesta sintomi da stress post-traumatico


 

 

 

Secondo uno studio del Natal, il Centro Israeliano per le Vittime del Terrore e della Guerra, dal 75% al 94% dei bambini di Sderot di età compresa tra i 4 e i 18 anni manifesta sintomi da stress post-traumatico.La ricerca del Natal, che verrà pubblicata a giorni, si basa su un campione rappresentativo. Lo studio ha evidenziato che il 28% degli adulti e il 30% dei bambini di Sderot soffre di disturbi da stress post-traumatico (PTSD). Lo studio è stato coordinato dalla dr. Rony Berger, direttore del Dipartimento dei Servizi Comunitari del Natal e dal dr. Marc Gelkopf, con l’assistenza della dr. Mina Tzemach, che ha condotto il sondaggio.La città di Sderot e il Negev occidentale nel suo complesso sono stati sottoposti al fuoco di fila dei razzi lanciati dai militanti palestinesi nella striscia di Gaza per più di sette anni.Berger sottolinea la differenza tra sintomi da stress post-traumatico, come difficoltà a dormire e problemi di concentrazione, e il PTSD vero e proprio, che può interferire seriamente con la vita di ogni giorno. Berger dice che lo studio ha evidenziato che i bambini di età scolare hanno gravi sintomi di ansia e ha richiamato l’attenzione su una correlazione tra l’ansia del genitore e quella del figlio.Secondo il prof. Muli Lahad, direttore del Centro Comunitario per la prevenzione dello Stress Mashabim presso il college accademico Tel Hai, evacuare i bambini di età inferiore agli 11-12 anni senza i loro genitori non farebbe altro che accentuare i sintomi da stress post-traumatico.Dalia Yosef, direttore del centro per il trauma Hosen di Sderot, afferma che il numero dei bambini di 1-6 anni che soffrono di ansia e che hanno bisogno di cure di lungo termine è in aumento. La dottoressa sostiene che fino allo scorso maggio dei 305 bambini in questo gruppo di età che soffrivano di ansia, solo il 30% aveva bisogno di cure psicologiche di lungo termine. Gli altri hanno ricevuto solo cure immediate. Negli ultimi mesi, invece, sempre più bambini hanno avuto bisogno di cure ad ampio raggio per prevenire lo sviluppo del PTSD. Da maggio altri 105 bambini, il 70% dei quali ha ora bisogno di lunghe ed estese cure psicologiche, sono stati diagnosticati come sofferenti da trauma. Yaron Ben Shimol, la cui figlia Lior di 5 anni è stata ferita venerdì quando un razzo qassam ha colpito la casa dei vicini mentre lei stava giocando con i loro figli, ricorda che la bambina era stata curata da uno psicologo prima dell’incidente. Lior non è sola: 120 bambini di Sderot stanno ora seguendo una terapia di lungo termine per curare l’ansia. Yosef fa notare che alcune delle cure per l’ansia che vengono sviluppate a Sderot e in altre comunità vicino al confine con Gaza si concentrano sulla cura di stress costanti, senza poter prevedere una conclusione della terapia. Continua la dottoressa Yosef: “È un problema serio curare e prevenire lo stress post-traumatico quando non è post”. Noi prendiamo modelli esistenti per la cura dello stress e li adattiamo a una situazione in cui la minaccia non passa mai. Lavoriamo con i genitori per creare una dimensione in cui i loro bambini possano continuare a sorridere, a ricevere amore e a giocare, così che vengano creati per tutti ambienti positivi e sicuri”. Yosef racconta che al centro Hosen genitori e figli ricevono vari strumenti per gestire l’ansia, tra cui lezioni di respirazione e di tecniche di rilassamento. Va notato che a questo proposito il consiglio regionale dello Sha'ar Hanegev ha modificato il gioco del Monopoli per permettere ai giocatori di “lanciare” razzi Qassam come un modo per ridurre lo stress. È tutto finalizzato alla gestione di una situazione di lungo termine senza soluzione in vista.L’esperto: non portate via i bambini da soli Secondo il prof. Muli Lahad, direttore del Centro Comunitario per la prevenzione dello Stress Mashabim presso il college accademico Tel Hai, evacuare i bambini di età inferiore agli 11-12 anni senza i loro genitori non farebbe altro che accentuare i sintomi da stress post-traumatico. Quando i bambini vengono lasciati soli, lontani dalla loro comunità, immaginano che accadano cose orribili alla loro famiglia che è rimasta a casa. I bambini si convincono che tutto sia stato distrutto e ciò che vedono e sentono dai media non fa che rafforzare questa convinzione. “Quando è l’intera famiglia a venire evacuata, i problemi diminuiscono di molto, ma solo se si tratta di un’evacuazione di breve durata, per riposarsi e recuperare le forze”. Secondo una ricerca condotta dal centro Mashabim nelle comunità dell’Alta Galilea dopo la seconda guerra del Libano, l’evacuazione di una zona sotto bombardamento non è – come si crede di solito – la prima priorità per i residenti. La maggior parte delle persone intervistate ritiene che la preparazione dei rifugi pubblici sia la principale priorità per le autorità locali, quella che loro considerano la più importante. Di seguito nella lista delle priorità vengono la cura degli anziani e delle persone disabili e quindi i servizi sanitari.Quando è stato chiesto loro se erano disposti a rimanere nelle rispettive comunità senza i figli, la maggior parte dei residenti della Galilea ha risposto di no. “Chi pensa all’evacuazione senza considerarne le conseguenze, lavora sconsideratamente e non capisce qual è il prezzo da pagare”, dice Lahad, che in quanto residente di Kiryat Shmona, ha vissuto il problema sulla sua pelle.
L'Agenzia Ebraica per Israele sta offrendo assistenza finanziaria immediata alle vittime dei bombardamenti di razzi kassam a Sderot, grazie alla recente decisione di usare i fondi del Fondo per le Vittime del Terrorismo per assistere subito questi cittadini.Questa assistenza d'emergenza viene offerta dal fondo per le Vittime del Terrorismo dell'Agenzia Ebraica, che è sottoscritto dall'Unione delle Comunità Ebraiche e dal Keren Hayesod.La decisione del mese scorso ha fatto sì che venissero stanziati 300.000 dolari per gli abitanti di Sderot, per offrire un primo soccorso alle vittime dei bombardamenti di razzi kassam, in attesa dell'aiuto che riceveranno dal governo.

 


 




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28 ottobre 2010

Ma gli stati arabi vogliono la pace?

Mudar Zahran
Gli stati della Lega Araba hanno proclamato il loro sostegno alla richiesta del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) di una cessazione completa di tutte le attività negli insediamenti prima della ripresa dei negoziati. La decisione non è interamante a favore di Abu Mazen, visto che ultimamente il congelamento delle attività negli insediamenti è stata una richiesta più degli stati arabi che dei palestinesi. Di recente re Abdallah II di Giordania si è rivolto alle Nazioni Unite dicendo che gli insediamenti costituiscono una grave minaccia ai colloqui di pace e che potrebbero addirittura provocare una vera e propria guerra: un sentimento che è stato fortemente promosso dai mass-media arabi sotto controllo governativo.
Questa non è certo la prima volta che gli stati arabi si affrettano a creare ostacoli alla pace campati per aria: in effetti, vantano tutta una storia di ostruzionismo contro l’aspirazione dei loro fratelli palestinesi ad uno stato indipendente. Una storia che risale almeno al 1947, quando la Lega Araba respinse la risoluzione 181 dell’Assemblea Generale dell’Onu, quella che avrebbe dato vita sin da allora a uno “stato arabo” e a uno “stato ebraico”, l’uno accanto all’altro. Il predecessore di Abu Mazen Yasser Arafat, nonostante il suo dogmatismo, finì comunque sotto soverchie pressioni anti-pace ad opera persino dei paesi arabi considerati più favorevoli alla pace. Dopo la morte di Arafat, alcuni suoi consiglieri hanno affermato che l’interferenza araba aveva svolto un ruolo importante nella sua fatale mancanza di flessibilità su questioni come Gerusalemme e il “diritto al ritorno”.
Dunque le filippiche dei leader arabi sugli insediamenti israeliani non sono che l’ultima puntata di un vecchio vizio: mettere israeliani e palestinesi gli uni contro gli atri.
Una volta che i leader arabi hanno classificato una qualunque questione come una “linea invalicabile” o come un “sacro diritto arabo”, diventa molto difficile per l’Autorità Palestinese negoziare liberamente su quel tema. Alcuni paesi arabi giocano molto bene questa partita e fanno pressione sui capi palestinesi perché continuino ad avanzare eccessive rivendicazioni di concessioni israeliane, facendo ogni volta fallire le trattative di pace.
L’influenza degli stati arabi non si ferma ad Abu Mazen, dal momento che essi dispongono di un grado di influenza, in America, che complessivamente sopravanza quello della lobby filo-israeliana.
Alla luce di queste dinamiche, sembra di capire che molti stati arabi non sono poi così favorevoli a che i palestinesi raggiungano un accordo di pace. Il che solleva l’interrogativo su quali siano le loro motivazioni.
In effetti, diversi paesi arabi hanno guadagnato rilievo politico proprio grazie al conflitto israelo-palestinese. La situazione paradossale di non-pace-non-guerra è per parecchi di loro una insostituibile risorsa politica, per cui sarebbe irragionevole pensare che siano interessati a porre fine sul serio alla fonte della loro rilevanza anche solo momentaneamente, per non dire poi di una “pace risolutiva e duratura”. Il che spiega come mai Egitto, Arabia Saudita e Qatar sono piuttosto favorevoli al processo di pace, dal momento che questi paesi hanno una loro reale consistenza politica nella regione e dunque ottenere la pace non farebbe che aumentare il loro peso politico. Le cose non stanno così, invece, per molti altri paesi arabi, che per questo motivo hanno un approccio assai diverso al processo di pace.
Un’altra ragione per cui la pace può non incontrare l’interesse di alcuni paesi arabi è il fatto che praticamente tutti i paesi arabi ospitano dei palestinesi che essi continuano a definire “profughi” (anche quando sono i figli o i nipoti dei profughi), persino dove questi “profughi” rappresentano la maggioranza della popolazione. Sono paesi che continuano a ricevere consistenti aiuti internazionali per il fatto di “ospitare” questi loro “cittadini profughi”. I progressi nelle trattative per la pace comporteranno prima o poi una soluzione della questione dei palestinesi che vivono nei paesi arabi, ponendo fine ai privilegi economici di cui godono i paesi cosiddetti “ospitanti”. Non basta. I paesi arabi confinanti con Israele sanno bene che un futuro stato palestinese avrà dovrà naturalmente cercare uno sbocco demografico e geografico, il che pone una minaccia ai regimi politici di quei paesi, col timore in alcuni che la predominante influenza palestinese possa far saltare la conformazione della loro classe dirigente.
L’opera di lobbying degli stati arabi contro i colloqui di pace e le pressioni che esercitano sui palestinesi perché adottino posizioni estremiste mettono in pericolo la stabilità della regione e quindi del mondo. Gli stati arabi che si fanno vanto d’essere amichevoli verso Israele e Stati Uniti dovrebbero convenire ufficialmente che la pace richiede sacrifici e rinunce da parte di tutti, compresi gli stati arabi stessi, specialmente su questioni come i palestinesi che vivono nei paesi arabi, gli insediamenti e le idee su Gerusalemme. Se non sono disposti a farlo, allora potrebbero almeno smettere di rovinare gli sforzi per la pace con la loro strabocchevole propaganda. Dice un proverbio arabo: “Iddio mi salvi dai miei amici, e poi dai miei nemici”. Mentre vanno avanti con le loro trattative, sia Israele che l’Autorità Palestinese dovrebbero fare molta attenzione quando prestano ascolto a certi loro “amici” arabi.

(Da: Jerusalem Post, 17.10.10)

Dello stesso Mudar Zahran, cittadino giordano di origine palestinese, attualmente ricercatore presso l’Università di Bedfordshire




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28 ottobre 2010

Arte depredata, il catalogo è in rete

È stato pubblicato online il catalogo delle opere d’arte depredate dai nazisti agli ebrei nei paesi occupati. La lista di quadri, sculture, mobili, preziosi e libri, dispersi da molti decenni e mai riconsegnati ai legittimi proprietari, è ora a disposizione di tutti, consultabile in una banca dati virtuale.
Il sito (www.errpoject.com), consente di effettuare ricerche avanzate e molto dettagliate, anche associando il nome del collezionista o del privato ai titoli delle opere che gli appartennero.
Anche i curiosi possono divertirsi a scoprire quanti Degas erano appesi alle pareti dei Rothschild di Parigi, che i Bernstein di Bordeaux possedevano alcuni Pisarro, o che la galleria di David Weil di Neuilly sur Seine vantava diverse opere di Gericault, Ingres e Picasso. Gli studiosi invece potranno accedere direttamente ai dati sulla miriade di capolavori andati perduti.
L’archivio consultabile su internet rientra in un progetto lanciato dalla Claims Conference, l’organismo che si occupa da mezzo secolo di garantire i giusti risarcimenti alle vittime del nazismo, in collaborazione con l’Archivio nazionale degli Stati Uniti, l’Archivio diplomatico del Ministero degli Esteri francese, l’Archivio federale tedesco e il Museo-Memoriale dell’Olocausto statunitense.
L’obiettivo è quello di rinvenire le opere smarrite e renderle ai legittimi proprietari.
I dati d’archivio, provengono in gran parte dalla stessa documentazione nazista. Il gerarca nazista Alfred Rosenberg, nel 1940, alla guida di un’apposita squadra, la Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg, ideò e mise in atto un saccheggio culturale su larga scala in tutti i paesi occupati dalla Wehrmacht. Il ricco bottino fu radunato nei magazzini del Jeu de Paume, il grande spazio espositivo di Place de la Concorde a Parigi. Rosenberg predispose una catalogazione minuziosa che riporta la data di arrivo a Parigi di ogni opera, la famiglia ebraica o la collezione di provenienza, autore, soggetto, dimensioni. Il tutto arricchito da numerose fotografie, di grande interesse storico. I progetti nazisti prevedevano la costruzione di un “Museo del Führer” nella città di Linz, in cui le più prestigiose tra le opere confiscate avrebbero trovato “più degna collocazione”.
Dalla fine della guerra, quasi nessuna notizia dell’immenso patrimonio artistico confiscato dalla squadra di Rosenberg agli ebrei europei, belgi e francesi soprattutto.
Il database, pubblicato online solo recentemente, è un progetto che già dal 2004 impegna istituzioni e ricercatori. Mosso dall’esigenza di risarcire le vittime delle persecuzioni naziste, obiettivo fondante della Claims Conference, l’Errproject (che mutua il nome dall’equipe dei predoni, Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg) va anche incontro ai desideri di tanti musei, storici dell’arte, nonché amatori, che vedranno recuperata una importante parte della ricchezza artistica e culturale saccheggiata e distrutta dal flagello nazista.

Manuel Disegni




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