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30 settembre 2009

Israele si prepara. L'Iran potrebbe colpire da un momento all'altro

 

Teheran andrà avanti con il suo programma nucleare. Americani ed europei si preparano a inasprire le sanzioni economiche. Israele, invece, si prepara a difendersi da un possibile attacco: un'eventualità che sembra meno lontana, da quando Teheran ha annunciato due giorni fa di essere in possesso di missili a lunga gittata, ma per la quale Gerusalemme si sta preparando già da diversi mesi. Le ragioni di preoccuparsi ci sono. Proprio il giorno dopo avere testato il missile a lunga gittata, e tre giorni dopo avere annunciato l'esistenza di un sito per l'arricchimento dell'uranio vicino alla città di Qom, l'Iran ha ribadito la propria intenzione a perseguire l'energia atomica: «Non discuteremo nulla che abbia a che vedere con i nostri diritti nucleari, ma possiamo discutere di altre questioni generali«, ha detto ieri Ali Akbar Salehi, capo dell'Organizzazione atomica iraniana.[...]
Anna Momigliano




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30 settembre 2009

Netanyahu all’Onu: “Non avete vergogna?”

 

Il discorso di Bibi Netanyahu all’Onu in italiano


 

Discorso del Primo Ministro d’Israele, sig. Benjamin Netanyahu, alla 64a sessione dell’Assemblea Generale dell’ ONU.

New York, 24 settembre 2009 - Signor Presidente, Signore e Signori, circa 62 anni fa le Nazioni Unite riconobbero il diritto degli Ebrei - popolo antico di 3500 anni - ad un proprio stato nella patria dei propri antenati.Oggi sono qui come Primo Ministro di Israele, lo stato ebraico, e vi parlo a nome del mio paese e del mio popolo. Le Nazioni Unite furono fondate dopo la carneficina della seconda guerra mondiale e gli orrori dell’Olocausto. Avevano il compito di prevenire la possibilità del ricorrere di tali orrendi eventi. Nulla minaccia alla base quel compito essenziale più dell’attacco sistematico alla verità.

Ieri il Presidente dell’Iran era su questo stesso podio a sputare le sue ultime tiritere antisemite. Soltanto pochi giorni prima aveva ripetuto che l’Olocausto è una bugia. Il mese scorso sono stato in una villa in un sobborgo di Berlino chiamato Wannsee. Là il 20 gennaio 1942 dirigenti nazisti di alto grado si ritrovarono dopo un buon pasto a decidere come sterminare il popolo ebraico. Gli appunti dettagliati di quell’incontro sono stati conservati dai successivi governi tedeschi. Ecco qui una copia di quegli appunti, in cui i Nazisti davano istruzioni precise su come portare a compimento lo sterminio degli Ebrei. Si tratta di una bugia?

Il giorno prima di andare a Wannsee, a Berlino mi hanno consegnato i disegni originali per la costruzione del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, dove furono assassinati un milione di Ebrei. Anche questa è una bugia?

Lo scorso giugno il Presidente Obama ha reso visita al campo di concentramento di Buchenwald. Il Presidente Obama ha reso tributo a una bugia?

E che dire dei sopravvissuti di Auschwitz che sulle braccia ancora portano tatuato il numero impresso loro dai Nazisti? Anche quei tatuaggi sono bugie? Un terzo del popolo ebraico morì in quell’inferno.

Quasi tutte le famiglie ebree furono colpite, inclusa la mia. I nonni di mia moglie, le due sorelle ed i tre fratelli di suo padre, e tutte le zie gli zii e i cugini furono assassinati dai Nazisti. Anche questa è una bugia?

Ieri su questo podio ha parlato l’uomo che dice che l’Olocausto è una bugia. A voi che avete rifiutato di venire qui ad ascoltarlo, e a voi che siete usciti in segno di protesta: sia lode a voi. Avete mostrato dirittura morale e onorato i vostri paesi.

Ma a voi che avete dato ascolto a questo negatore dell’Olocausto io dico a nome del mio popolo, il popolo ebraico, e di tutte le persone per bene in ogni parte del mondo: non vi vergognate? Non avete pudore? Appena sei decenni dopo l’Olocausto voi legittimate un uomo che nega che sei milioni di Ebrei siano stati assassinati e giura di eliminare lo stato ebraico.

Che vergogna! Che presa in giro della Carta dell’ONU!

Forse qualcuno di voi crede che quest’uomo e il suo odioso regime minaccino soltanto gli Ebrei. Sbagliate. La storia ha provato più volte che quando si inizia con l’attaccare gli Ebrei si finisce col travolgere anche gli altri.

Questo regine in Iran si alimenta di un fondamentalismo estremista che ha fatto irruzione sulla scena mondiale tre decenni fa, dopo essere rimasto latente per secoli.

Negli ultimi trenta anni questo fanatismo ha attraversato il globo con violenza omicida e con imparziale sangue freddo nella scelta delle sue vittime. Ha spietatamente macellato Musulmani e Cristiani, Ebrei e Induisti, e molti altri ancora.

Benchè abbiano diverse origini, gli aderenti a questa fede spietata vogliono riportare l’umanità al Medio Evo. Ovunque possono, costoro impongono una società irreggimentata e arretrata in cui le donne, le minoranze, i gay e chiunque non paia seguace della vera fede è brutalmente sottomesso.

La lotta contro questo fanatismo non è uno scontro di religioni nè uno scontro di civiltà. E’ uno scontro fra la civiltà e la barbarie, fra il 21° e il 9° secolo, fra coloro che glorificano la vita e coloro che glorificano la morte. L’arretratezza del 9° secolo non può tener testa al progresso del 21° secolo.

Il richiamo della libertà, il potere della tecnologia, l’ampiezza della comunicazione vinceranno sicuramente. Il passato non può davvero trionfare sul futuro. E il futuro offre a tutti i popoli magnifiche riserve di speranza. Il progresso avanza a velocità esponenziale.

Sono passati secoli fra la macchina da stampa e il telefono, decenni fra il telefono e il personal computer, soltanto pochi anni fra il personal computer e internet. Quello che pochi anni fa sembrava irraggiungibile oggi è già obsoleto, e a malapena possiamo immaginare le evoluzioni future. Troveremo la chiave del codice genetico. Cureremo l’incurabile. Allungheremo la vita. Troveremo una alternativa economica ai combustibili fossili e ripuliremo il pianeta.

Sono orgoglioso che il mio paese, Israele, sia all’avanguardia in questo progresso e traini l’innovazione nelle scienze e nella tecnologia, in medicina, biologia, agricoltura e acqua, energia e ambiente. Ovunque si sviluppino, queste innovazioni offrono all’umanità un futuro illuminato da promesse mai immaginate prima
. Ma se il fanatismo più primitivo ottiene le armi più micidiali, la direzione della storia può invertirsi per un periodo di tempo. E come avvenne con la tardiva vittoria sul Nazismo, le forze del progresso e della libertà vinceranno soltanto dopo che l’umanità avrà pagato un terribile prezzo in sangue e in beni.

E’ per questo che il maggiore pericolo oggi per il mondo è il coniugarsi del fanatismo religioso con le armi di sterminio di massa.

Il compito più urgente per questo consesso è impedire che i tiranni di Teheran si impossessino di armi nucleari. Gli stati membri dell’ONU saranno all’altezza della sfida? La comunità internazionale saprà tener testa a un dispotismo che terrorizza il proprio popolo che coraggiosamente chiede libertà? Agirà contro i dittatori che hanno frodato apertamente le elezioni e sparato agli Iraniani che protestavano, soffocandoli nel loro sangue?

Si opporrà ai più pericolosi sostenitori e perpetratori di terrorismo al mondo? Soprattutto saprà la comunità internazionale impedire che il regime terrorista dell’Iran sviluppi armi nucleari, mettendo in pericolo la pace nel mondo intero? Gli Iraniani si stanno coraggiosamente opponendo a questo regime. Le persone di buona volontà in tutto il mondo sono dalla loro parte, come le migliaia di persone che stanno protestando qui fuori. Sarà l’ONU dalla loro parte?

Signore e signori, il giudizio sull’ ONU non è ancora emesso, ma gli indizi recenti non sono incoraggianti. Invece di condannare i terroristi e i loro protettori in Iran, qui alcuni hanno condannato le loro vittime.

E’ esattamente quello che ha fatto un recente rapporto ONU su Gaza, che ha messo sullo stesso piano i terroristi e le loro vittime. Per otto lunghi anni Hamas ha lanciato da Gaza migliaia di missili, mortai e razzi sulle città israeliane vicine. Anno dopo anno questi missili sono stati deliberatamente sparati sui nostri civili: l’ONU non ha votato neppure una condanna di questi attacchi criminali. Non abbiamo sentito una parola - neppure una - da parte del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU (istituzione dal nome quanto mai fuorviante).

Nel 2005 Israele, nella speranza di favorire la pace, si ritirò unilateralmente fin dall’ultimo centimetro di Gaza. Smantellò 21 insediamenti e trasferì più di 8000 Israeliani. Non abbiamo avuto pace. Abbiamo avuto invece una base terrorista sostenuta dall’Iran a 50 miglia da Tel Aviv. La vita nelle città e nei paesi vicini a Gaza divenne un incubo. Gli attacchi dei razzi di Hamas, vedete, non soltanto continuarono, ma si moltiplicarono per dieci.

Anche allora l’ONU tacque. Dopo otto anni di attacchi senza interruzione, Israele fu obbligata a rispondere. Come avremmo dovuto rispondere?

Beh, c’è un solo esempio nella storia in cui migliaia di razzi vennero sparati su una popolazione civile. Fu quando i Nazisti lanciarono razzi sulle città inglesi durante la Seconda Guerra Mondiale. In quella guerra gli Alleati rasero al suolo le città tedesche, facendo centinaia di migliaia di morti.

Israele decise di comportarsi diversamente. Di fronte a un nemico che commetteva un doppio crimine di guerra perchè sparava su una popolazione civile riparandosi dietro a una popolazione civile, Israele tentò di condurre attacchi mirati contro i lanciarazzi.

Non era un compito facile, perchè i terroristi sparavano dalle case e dalle scuole, usavano le moschee come depositi di armi e trasportavano gli esplosivi sulle ambulanze. Israele, invece, cercò di ridurre al minimo i morti avvisando i civili palestinesi di lasciare le zone di attacco. Abbiamo lanciato innumerevoli volantini sulle loro case, mandato migliaia di SMS, chiamato migliaia di cellulari per chiedere alla popolazione di andarsene.

Nessun altro paese si è mai data tanta pena per allontanare dalla zona di pericolo la popolazione civile nemica. Eppure di fronte a un caso tanto chiaro di aggressione, chi ha scelto di condannare il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU? Israele. Una democrazia che si difende legittimamente dal terrorismo è moralmente impiccata e squartata, e per di più dopo un processo ingiusto.

In base a questi principi distorti, il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU avrebbe mandato alla sbarra Roosevelt e Churchill come criminali. Che perversione della verità. Che perversione della giustizia. Signori delegati all’ONU, intendete accettare questa farsa? Se lo fate, l’ONU tornerà ai suoi giorni più bui, quando i peggiori violatori dei diritti umani sedevano a giudicare le democrazie rette dalla legge, quando il Sionismo fu considerato razzismo, quando una maggioranza automatica poteva dichiarare che la terra è piatta.

Se questa Assemblea non respinge la relazione del Consiglio, manda ai terroristi in tutto il mondo il messaggio che il terrore paga, che se lanci attacchi contro zone densamente popolate la fai franca.

E condannando Israele questa Assemblea sferrerebbe un colpo mortale alla pace. Ecco perchè. Quando Israele lasciò Gaza, molti sperarono che gli attacchi missilistici sarebbero cessati. Altri pensarono che, se non altro, Israele sarebbe stata legittimata all’auto-difesa. Quale legittimazione? Quale auto-difesa?

La stessa ONU che si rallegrò per l’uscita di Israele da Gaza e promise di sostenere il nostro diritto all’autodifesa ora ci accusa - accusa il mio popolo, il mio paese - di crimini di guerra ? E per che cosa? Per esserci difesi con senso di responsabilità. Che presa in giro! Israele si è giustamente difesa dal terrorismo.
Questa relazione squilibrata e ingiusta è un banco di prova per i governi. Vi schierate con i terroristi o con Israele? Dovete rispondere ora. Ora, non più tardi. Perchè se chiederete ad Israele di assumersi altri rischi per la pace, dobbiamo sapere -oggi- che domani sarete al nostro fianco. Soltanto se sappiamo di aver diritto a difenderci possiamo ancora correre altri rischi per avere la pace. Signore e Signori, Tutta Israele vuole la pace.

Ogni volta che un leader arabo cercò davvero la pace, noi abbiamo fatto pace. Abbiamo fatto pace con l’Egitto di Anwar Sadat. Abbiamo fatto pace con la Giordania di Re Hussein. E se i Palestinesi vogliono davvero la pace, io e il mio governo e il popolo di Israele faremo pace. Ma vogliamo una pace vera, difendibile, definitiva.

Nel 1947 questa Assemblea stabilì due stati per due popoli - uno stato ebraico e uno stato arabo. Gli Ebbrei accettarono la decisione. Gli Arabi la rifutarono. Chiediamo ai Palestinesi di fare finalmente quello che hanno rifutato per 62 anni: dire sì allo stato ebraico. Proprio come a noi si chiede di riconoscere uno stato nazionale palestinese, ai Palestinesi si deve chiedere di riconoscere lo stato nazionale degli Ebrei.

Gli Ebrei non sono conquistatori stranieri in Israele. Questa è la terra dei nostri padri. Sul muro di questo grande edificio è incisa la grande visione biblica della pace: ‘Le nazioni non alzeranno la spada sulle nazioni. Non conosceranno più guerra’. Queste parole furono dette dal profeta ebreo Isaia 2800 anni fa nel mio paese, nella mia città, sulle colline della Giudea e per le strade di Gerusalemme. Non siamo stranieri in questa terra. E’ la nostra patria.

Benchè così strettamente legati a questa terra, noi riconosciamo che ci vivono anche i Palestinesi, che vogliono una casa propria. Vogliamo vivere fianco a fianco con loro, due popoli liberi che vivono in pace, dignità e prosperità. Ma dobbiamo avere sicurezza.

I Palestinesi avranno tutti i poteri necessari per il pieno autogoverno, eccetto quei pochi poteri che possono essere un pericolo per Israele. Per questo uno stato palestinese deve essere de-militarizzato in modo reale. Non vogliamo un’altra Gaza, un’altra base terroristica iraniana sopra Gerusalemme e sulle colline a pochi chilometri da Tel Aviv.

Vogliamo la pace. Credo che la pace si possa raggiungere. Ma soltanto se respingiamo le forze del terrore, guidate dall’Iran, che vogliono distruggere la pace, eliminare Israele e scardinare l’ordine mondiale. La scelta per la comunità internazionale è se vuole tener testa a quelle forze, o vuole lasciar loro spazio. Più di 70 anni fa Winston Churchill denunciò la ‘riconfermata incapacità dell’umanità ad imparare’, la maluagurata abitudine delle società civili a dormire finchè il pericolo quasi le soffoca.

Churchill deprecò quella che definì ‘mancanza di previsione, indisponibilità ad agire quando è semplice e facile farlo, poca chiarezza di idee, confusione nelle valutazioni, finchè si arriva all’emergenza, finchè l’istinto di auto conservazione non alza la sua voce dissonante’.

Parlo qui oggi con la speranza che il giudizio di Churchill sulla ‘indisponibilità ad imparare dell’umanità’ si riveli questa volta errato. Parlo qui oggi con la speranza che impariamo dalla storia - che questa volta riusciamo a prevenire il pericolo.

Nello spirito delle parole eterne pronunciate da Giosuè oltre 3000 anni fa, siamo forti e d’animo coraggioso. Affrontiamo il pericolo, assicuriamo il nostro futuro e, col volere di Dio, costruiamo una pace che duri nelle generazioni future. . (traduzione di Laura Camis de Fonseca)

Thanks to Informazione Corretta & Camillo




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30 settembre 2009

Inerzia dell’Onu e intransigenza iraniana

 

Jeremy Issacharoff

Il rapporto Goldstone sulla condotta di Israele durante l’operazione anti-Hamas nella striscia di Gaza e le critiche che ha suscitato hanno dimostrato ancora una volta la totale incapacità del sistema Onu di dare un contributo costruttivo alla risoluzione del conflitto in Medio Oriente. Sarebbe ora che si varasse un’indagine su come mai il sistema Onu nel suo complesso è stato del tutto insignificante innanzitutto nel prevenire la crisi di Gaza, e poi nell’ soccorrere Israele, uno stato membro, quando questi cercava di contenere l’ininterrotta e prolungata aggressione contro i suoi civili.
Il giudice Richard Goldstone non ha realmente affrontato l’elemento chiave costituito dall’aggressione di Hamas e dal suo persistente tentativo di far saltare il cessate il fuoco avviato nell’estate 2008, né quello della responsabilità primaria di Hamas nel determinare la natura del conflitto: Hamas ha mirato i suoi attacchi sempre ed esclusivamente contro i civili israeliani, facendosi scudo dei civili palestinesi dopo aver profondamente incistato le proprie forze paramilitari nell’intero tessuto civile palestinese. La responsabilità fondamentale per la militarizzazione del tessuto civile di Gaza ricade sulle spalle di Hamas. Anche quando avevano la possibilità di affrontare i soldati israeliani sul campo di battaglia, gli operativi di Hamas hanno preferito continuare a nascondersi nei loro bunker per venir fuori a lanciare razzi solo durante le pause umanitarie rispettate dalle Forze di Difesa israeliane per permettere ai rifornimenti di raggiungere la popolazione civile.
Queste lacune e omissioni del rapporto Goldstone sono sostanziali e ne determinano la totale irrilevanza ai fini di un’efficace e significativa analisi del conflitto.
Non avendo fatto letterale mete nulla per evitare la crisi e non avendo adottato nessuno strumento di analisi obiettivo e imparziale, il sistema Onu dovrebbe avere almeno l’onestà di respingere il rapporto Goldstone nella sua interezza: non si può pretendere di avere la soluzione di un problema che non si è nemmeno in grado di capire.
Un fatto resta chiaro, e non dovrebbe essere offuscato dalla controversia sul rapporto Goldstone. Nei mesi scorsi i lanci di razzi palestinesi sono enormemente diminuiti. Sebbene Israele debba stare sempre attento alla sua immagine presso la comunità internazionale, questa tuttavia non può diventare l’unica misura di come debba difendersi e garantire la propria sicurezza. Se i lanci di razzi sono drammaticamente diminuiti, ciò si deve soltanto all’insieme di misure che Israele ha intrapreso sul terreno dopo aver tentato invano ogni altra alternativa.
In questo senso gli eventi di Gaza devono essere considerati nel più ampio contesto regionale. Israele non ha cercato la guerra nella striscia di Gaza esattamente come non aveva cercato la guerra in Libano nel 2006. I due conflitti sono simili per il fatto che sia Hezbollah che Hamas hanno messo a punto un modello di scontro e di attacco a Israele a partire dall’interno delle rispettive società civili. Entrambe le organizzazioni sono finanziate, armate e addestrate dall’Iran, che si trova in una fase critica del suo programma nucleare militare. Inoltre sia Hamas che Hezbollah promuovono un’agenda estremista non solo contro Israele, ma anche contro i moderati palestinesi e del mondo arabo. Dietro al tentativo di minacciare interessi chiave in Medio Oriente e la stessa stabilità regionale c’era in gioco molto più di due conflitti, duri ma pur sempre locali.
Date queste circostanze, la natura della reazione di Israele in Libano e a Gaza a fronte di tali aperte provocazioni è stata cruciale per la sua deterrenza. In entrambi i casi, l’Iran aveva un chiaro interesse a coinvolgere Israele in ostilità che avrebbero deviato l’attenzione di Israele stesso e della comunità internazionale dai progressi del programma atomico di Teheran.
Le drammatiche rivelazioni dei giorni scorsi circa un nuovo impianto segreto iraniano per l’arricchimento dell’uranio presso Qom mettono in evidenza diversi elementi critici. I decisi sforzi dell’Iran per sviluppare una capacità nucleare militare continuano a ritmo serrato. L’Iran continua ad occultare significative attività in campo nucleare che concorrono al suo potenziale militare. L’Iran ignora sfrontatamente diverse risoluzioni obbligatorie del Consiglio di Sicurezza per la sospensione delle attività legate all’arricchimento e riciclaggio, e per il controllo su ricerca e sviluppo da parte dell’International Atomic Energy Agency. Questi ed altri elementi dimostrano che il programma nucleare iraniano costituisce la principale minaccia alla sicurezza nazionale di questi anni, in Medio Oriente e oltre. Rispetto a questa minaccia e a come essa impatta su Israele come ha fatto a Gaza e in Libano, Gerusalemme non può permettersi di abbracciare l’inerzia adottata dal sistema Onu prima della crisi di Gaza, né i prevenuti strumenti di analisi di Goldstone.
Va notato che, in questo momento, sia Hamas che Hezbollah si stanno comportando con maggiore cautela e non si precipitano più come prima a intraprendere azioni che possano provocare una risposta israeliana. Non che si debba confidare che le cose restino così a lungo, ma il fenomeno potrebbe assumere ancora più importanza nel caso Israele dovesse fronteggiare nel futuro imminente l’evolversi della minaccia iraniana.
In fondo Gaza e Libano, per quanto significative, non sono questioni strategiche di prima grandezza per Israele. Lo è, invece, fare fronte alla minaccia nucleare iraniana. È qui che Israele deve continuare a focalizzare la propria attenzione. Ed è in questo contesto che vanno valutati i risultati della seconda guerra in Libano contro Hezbollah e dell’operazione anti-Hamas a Gaza.

(Da: Jerusalem Post, 28.09.09)




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30 settembre 2009

Ahmadinejad è riuscito a fondare una coalizione internazionale che spregia i valori della coalizione antinazista su cui si basa la Carta dell'Onu

“Quello dell’Onu, non è un Consiglio di Sicurezza, ma il Consiglio del terrore e delle sanzioni”, questa sentenza di Gheddafi, ben più del mieloso intervento di Barack Obama, sintetizza la grande svolta che si è operata nell’assemblea generale dell’Onu. Parole non nuove, ripetute a New York ormai da quattro anni da Ahmed Ahmadinejad per negare legittimità ad una legalità internazionale delle Nazioni Unite basata sulla egemonia delle nazioni del patto antinazista. La vocazione dell’Onu, disegnare una legalità internazionale sulla base del patto antinazista, quale valore irrinunciabile è oggi rifiutata da un fronte ampio che lega il populismo sanguinario dell’Iran khomeinista, al caudillismo autoritario del venezuelano Chavez, dell’ex cocalero boliviano Evo Morales e di tanti paesi del blocco dei Non Allineati che, con la benedizione della Cuba di Fidel Castro, hanno stretto negli ultimi anni un raccordo diplomatico forte con l’Iran. I poteri decisionali tutti concentrati nel Consiglio di Sicurezza, il seggio permanente e il diritto di veto patrimonio esclusivo dei paesi leader della coalizione antinazista (Usa, Inghilterra, Francia, Urss e Cina), sono connaturati alla funzione dell’Onu quale continuità –sul terreno dei valori- allo straordinario impegno che queste nazioni dispiegarono sul campo per sconfiggere il nazifascismo in Europa e in Asia. Questi, sono i valori oggi contestati da chi nega legittimità alla struttura stessa del Consiglio di Sicurezza e non è un caso, che questa negazione sia un tutt’uno con la riproposizione di un antisemitismo su scala planetaria, che porta Ahmadinejad, come Gheddafi (ma non in sede Onu) a denunciare Israele come punta di diamante del “complotto ebraico mondiale”. Qui sta il successo che indubitabilmente Ahmadinejad ha conseguito sulla scena internazionale: ha reso ormai usuale la riproposizione nella sede Onu delle paranoie del più becero antisemitismo, lo ha sdoganato, ha infranto il tabù che per sessanta anni lo ha espulso dal dibattito internazionale. Ahmadinejad, lega la volontà di distruggere Israele al ruolo “nefasto che gli ebrei ebbero nella storia”, come scrisse Khomeini, la collega al ruolo nefasto della “lobby ebraica” e nega la legittimità stessa dell’Onu a causa del “crimine” compiuto nel 1947 con decisione di creare lo Stato di Israele. Dalla tribuna dell’Onu parlano ormai liberamente leader che dell’essenza più profonda del nazifascismo, l’odio antisemita, si fanno portatori. Per questo è stata vergognosa la decisione della Svezia, presidente dell’Ue, di non abbandonare assieme a Usa, Italia, Francia e tanti altri paesi, la sala, quando ha preso la parola Ahmadinejad. Ancor più vergognosa perché i diplomatici svedesi hanno avuto modo da anni di prendere atto della complessità e pericolosità della posizione di Ahmadinejad, che va ben oltre la negazione dell’Olocausto. Per questo, Nethanyau ha urlato al mondo : “Non permetteremo a quel leader pericoloso di minacciarci con una seconda Shoà”. Per questo, il dialogante Obama appare votato al fallimento: non ha compreso la piattaforma politica degli avversari, come avvenne già una volta, in Europa, settanta anni fa. Per questo, la decisione degli Usa di Obama di accettare tutto, anche gli sgarbi diplomatici più insolenti dell’Iran, la scelta di lasciare isolata l’opposizione dell’Onda Verde iraniana, in nome di una volontaristica riproposizione del valore salvifico del “dialogo”, appare ingenua ed opportunistica. L’Iran, e il blocco di paesi che è riuscito a costruire, non punta a un riconoscimento del suo legittimo peso geopolitico, come Obama crede. L’Iran e i suoi alleati si muovono su una piattaforma politica articolata su scala planetaria, che ha come passaggio obbligato l’abolizione del valore fondante del contrasto intransigente al nazifascismo che la nascita dell’Onu incarna. L’Iran di Ahmadinejad, del nazifascismo ripropone oggi, attualizzata, l’essenza antisemita. Quando Obama se ne renderà conto, potrà essere troppo tardi.


libero




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30 settembre 2009

Gli stranieri preferiscono la pensione a casa loro o la cittadinanza in Italia?

 

Si faccia un sondaggio, un’inchiesta seria tra gli immigrati. Lo si faccia in tempo di crisi e in tempo di vacche grasse, e gli si chieda: preferisci la cittadinanza automatica per chi nasce in Italia, il diritto a chiederla dopo 5 anni e non 10; oppure preferisci la garanzia che se sei disoccupato, ti si paghi la disoccupazione nella banca o all’ufficio accanto a casa tua nel paesino da cui vieni e così per la pensione? Insomma, la tua ambizione è quella di diventare cittadino italiano, oppure di vivere in Italia per quanto ti serve a lavorare e poi tornare a goderti la vecchiaia e la pensione a casa tua, dove hai le radici?

Lo si faccia. Si avranno delle sorprese e si uscirà dalla incredibile cappa ideologica, sentimentale (e strumentale) che ha il dibattito sulla cittadinanza –come tutto quanto attiene all’immigrazione- nel nostro paese. Lo si faccia, e ci si accorgerà che gli immigrati sanno benissimo cos’è un volo low-cost, che hanno tutti il cellulare, che in proporzioni incredibili si spostano rapidamente da un paese d’Europa all’altro. Si scoprirà, insomma, che sanno perfettamente far uso della globalizzazione, che tra loro e i nostri minatori di Marcinelle (a loro è ferma l’analisi della sinistra italiana e purtroppo anche di certa destra), c’è la stessa differenza che passa tra una macchinetta fotografica a fuoco fisso e pellicola Kodak e le nostre di oggi con mega giga di memoria e straquintalioni di pixel.

D’altronde, basterebbe lasciare l’atteggiamento pietistico, o ideologico, o moralistico (o strumentale, com’è la legge presentata oggi) che caratterizza l’approccio ai temi dell’immigrazione della sinistra (e purtroppo, ora, anche di parte della destra) e ci si accorgerà che per centinaia di migliaia di immigrati in Italia, il tema vero, urgente, è di essere aiutati nella rotazione del loro lavoro e quindi della loro collocazione, non certo ottenere la cittadinanza. Si scoprirà che ben 300.000 immigrati sono tornati in patria dalla Spagna a seguito della crisi e che una cifra simile di immigrati ha lasciato l’Italia. Non disponiamo di cifre, ovviamente –così si può astrologare sul tema- ma sappiamo che le rimesse degli immigrati dall’Italia sono diminuite del 10%. 4 milioni sono gli immigrati, diamo pure spazio ad un restringimento delle singole rimesse, ma il resto della diminuzione deve essere dovuto al fenomeno del ritorno (o dello spostamento in altro paese). La domanda è facile: cosa sarebbe servito a loro avere la cittadinanza?  Solo a stare da disoccupati in Italia. Ma è meglio ricevere l’assegno di disoccupazione in Italia –con i costi del nostro paese- o in patria (dove vale tra le 5 e le 10 volte di più in potere d’acquisto?).

Dunque, l’urgenza assoluta è quella di interventi forti (in larga parte puramente amministrativi –che mancano- non normativi), per aiutare gli immigrati nella rotazione e nella mobilità, con la certezza che questa è la prima, assolutamente la prima necessità.

E’ da dilettanti, è sbagliato, non è cristiano, sostenere che il dovere nostro è di integrare definitivamente gli immigrati nella nostra società e non invece, fare di tutto, per garantire loro che dopo una dignitosa vita di lavoro in Italia –protetti dal nostro welfare- possano ritornare in vecchiaia là dove sono le loro radici e magari costruire lì, con i soldi accumulati in Italia, quel tessuto di piccole attività artigiane (e quelle abitazioni) che a milioni hanno costruito i nostri emigrati in Germania, Belgio e Svizzera che poi sono tornati a casa loro.

Ma non basta guardare al mercato del lavoro, ai flussi reali dell’immigrazione per rifiutare un’impostazione tutta centrata sulla cittadinanza.

L’autorevolissimo Cinanni, membro del Comitato Centrale del Pci e autore del migliore saggio sull’emigrazione italiana, spiegava che le nazioni hanno scelto lo ius sanguinis o lo ius soli non tanto in base a astratte tradizioni giuridiche, ma –semplicemente- a seconda che fossero in debito o in eccesso demografico. Tutto qui. Inghilterra (sì, anche l’Inghilterra), Usa, Australia e tante altre nazioni avevano bisogno di popolare il loro territorio e così sceglievano di regalare la cittadinanza a chiunque fosse nato sul loro suolo. I paesi di immigrazione, invece, come l’Italia e la Germania, hanno fatto la scelta opposta.

Ora, dunque, l’Italia è in pieno eccesso demografico, è satura, non ha territori da popolare, ma ha un problema drammatico: i cittadini italiani hanno un saldo demografico negativo: muoiono più italiani di quanti non ne nascano. Il saldo diventa attivo solo grazie all’apporto degli immigrati.

E’ dunque chiaro che concedere la cittadinanza a chi nasce in Italia, significa semplicemente avviare un processo che porterà di qui a qualche decina di anni a modificare il volto del nostro paese. L’Istat giudica che da qui al 2030 il rapporto tra immigrati e italiani sarà –senza modifiche della cittadinanza- di 1 a 5, 1 a 6. Se però tutti i figli degli immigrati saranno naturalizzati, gli italiani di origine italiana, nell’arco di un lungo periodo di tempo, non superiore al secolo, però, si avvieranno a diventare minoranza.

La maggioranza degli abitanti l’Italia sarà di figli di immigrati o di immigrati.

E’ un obiettivo auspicabile?

Non credo.

E’ un meccanismo che farebbe salire al calor rosso l’allarme che già oggi coinvolge strati crescenti di italiani, e non solo al Nord? E non solo elettori della Lega?  Sì, di sicuro, con riflessi ben maggiori e ben più gravi del consenso che sicuramente il Pdl perderebbe se approvasse questa legge alle prossime elezioni regionali. 

E’ più auspicabile di una politica che porti gli immigrati e i loro figli a poter trovare un lavoro dignitoso nel loro paese?

No, di sicuro.

Infine, ma non per ultimo, è lecito chiedere a Gianfranco Fini, e a chi nel Pdl oggi si fa promotore o sponsor di questa legge, come mai, non più tardi di 18 mesi fa, ha alzato le barricate alla Camera e al Senato quando la sinistra di Sandro Gozi e Livia Turco, tentava di far approvare lo stesso cambiamento dello ius sanguinis con lo ius soli.

La contraddizione è il sale della vita, spiegava Leonardo Sciascia, ma in questo caso, spiace, ma il dubbio della strumentalità rispetto a scopi che hanno a che fare più col riequilibrio dei poteri dentro il Pdl che col tema su cui si interviene normativamente, è molto, molto grande.

 




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30 settembre 2009

La nuova frontiera di Al Qaeda è la bomba nascosta nel retto

 

Al Qaeda ha sviluppato una nuovo metodo di attacco che si beffa dei controlli di sicurezza più sofisticati. Nascondere l’esplosivo nello sfintere del kamikaze.
La prova generale è stata fatta tramite Abdullah Asieri, uno dei membri di al Qaeda più ricercato in Arabia Saudita. Ha ferito in modo lieve il capo dell’antiterrorismo azionando una bomba che aveva nascosto nel proprio corpo. Per dimostrare l’efficacia della nuova “tecnologia”, al Qaeda ha messo sul web la registrazione di una telefonata fatta durante l’attentato.
Abdullah Asieri, era riuscito ad arrivare al principe Mohammed Bin Nayef, dicendo di voler uscire dalla rete terroristica e di poter convincere altri componenti a seguirlo.
Per trenta ore è rimasto insieme al principe e ad altri agenti del servizio segreto senza che nessuno sospettasse che aveva una bomba, e senza che metal detector dell’aeroporto o quello del palazzo reale ne rivelassero la presenza. Ma prima di partire per la missione, il terrorista si era infilato nel retto mezzo chilo di esplosivo ad altro potenziale collegato a un detonatore.
La carica è stata attivata da un messaggio sms arrivato al momento convenuto. L’attentato è stato un flop.
Il principe è stato ferito lievemente, ma secondo esperti consultati dalla Cbs, la deflagrazione di un ordigno di questo tipo avrebbe effetti devastanti su un aereo in quota e non ci sarebbe modo di scoprirlo se non facendo spogliare i passeggeri.

reset staff




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30 settembre 2009

Se le potenze si allarmano davvero per l’atomica iraniana

Ronen Bergman

 

Nella foto il sito per l'impianto per l'arricchimento dell'uranio a Qom che l'Iran ha cercato di tenere segreto

Al di là dei dettagli di ciò che si sta facendo nel sito nucleare che l’Iran teneva segreto, al di là della risposta iraniana alla rivelazione del sito stesso e al di là della reazione del presidente americano, vi è un altro aspetto intrigante che preoccupa in questo momento Europa e Stati Uniti: il primo ministro Benjamin Netanyahu darà ordine alle forze aeree israeliane di distruggere il progetto nucleare iraniano, o almeno le sue parti che sono note a Israele?
La risposta a questo interrogativo non è netta. L’effetto delle recenti rivelazioni, qui, non ha tanto a fare con la mera esposizione dell’impianto nucleare in se stesso quanto piuttosto con l’influenza che tale rivelazione eserciterà sull’opinione pubblica globale e soprattutto sulla condotta delle potenze mondiali rispetto all’Iran.
Per come si sono messe le cose perlomeno nei primi giorni dopo la rivelazione del sito segreto, sembra esservi spazio per la speranza che la scoperta, finita sulle prime pagine in tutto il mondo, possa in effetti ridurre, anziché aumentare, le probabilità che Israele proceda con quell’operazione militare che è così restio ad intraprendere.
Le novità sul sito clandestino, sebbene non costituiscano la prova schiacciante a sostegno dei sospetti sullo sviluppo da parte dell’Iran di armi nucleari, dimostrano tuttavia che Teheran ha mentito spudoratamente all’agenzia atomica internazionale AIEA nascondendo informazioni cruciali sul proprio progetto atomico. È chiaro a tutti che, se l’Iran fosse interessato a un progetto atomico esclusivamente votato alla produzione pacifica di energia elettrica, come sostiene (e come fanno senza problemi diversi altri paesi mediorientali), non avrebbe avuto nessun motivo per tenere nascosto un gigantesco impianto di centrifughe. Inoltre non avrebbe costruito questo impianto sottoterra, protetto da batterie di missili anti-aerei. Le rivelazioni dimostrano dunque che gli allarmi lanciati da Israele negli anni scorsi erano fondati: gli iraniani aspirano davvero a produrre armi di sterminio.
Secondo le stime israeliane, queste recenti rivelazioni spingeranno la maggiori potenze a reagire. Il primo segnale in questo senso si è già avuto con la inconsueta conferenza stampa tenuta dai leader di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Se le potenze dovessero reagire, come ci si aspetta, dando un giro di vite alle sanzioni economiche contro Teheran, sarebbe ancora possibile frenare il progetto nucleare militare iraniano, rendendo di conseguenza superfluo il raid israeliano.
L’Iran vede la prospettiva di trasformarsi in potenza nucleare come una sorta di garanzia politica per la sopravvivenza del suo regime. Se le grandi potenze metteranno in chiaro che in realtà proprio la continuazione del progetto comporterà per Teheran un prezzo tale da far vacillare il regime (ad esempio rafforzando le sanzioni economiche), allora gli ayatollah potrebbero riconsiderare le loro opzioni. Il regime iraniano sostiene alla grande il terrorismo suicida, ma non è suicida esso stesso. In fin dei conti, il primo e forse unico interesse che guida i suoi capi è la loro propria sopravvivenza.

(Da: YnetNews, 27.09.09)



 




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29 settembre 2009

Terrorismo Breve vita da kamikaze

 

 

Si pensavano poveri, incolti, folli di disperazione. Dalle indagini risultano insospettabili, istruiti, invisibili: ecco come sono nati dal Medio Oriente in fiamme e come oggi sono cambiati gli attentatori suicidi in nome della jihad globale


 

 

A quest'ora dovrei essere in Paradiso, con 72 belle vergini ai miei piedi". Comincia così la confessione di Jihad Jarar, un palestinese di 17 anni che due mesi fa ha cercato di farsi saltare in aria nel centro di una città israeliana: ma il congegno della bomba che aveva nello zainetto non ha funzionato, due poliziotti in borghese lo hanno arrestato, e qualche ora dopo il giovanissimo attentatore si è ritrovato, anziché nel Paradiso di Allah, nella stanza per gli interrogatori dello Shin Beth, il servizio segreto dello Stato ebraico. La sua è una testimonianza preziosa per capire il mondo dei kamikaze. Raramente un terrorista determinato a compiere un attacco suicida sopravvive all'azione: se per caso vede che non riesce nel suo intento e si sente scoperto, preferisce togliersi la vita piuttosto che tentare la fuga e rischiare di venire catturato. Jihad Jarar è un kamikaze fallito, ovvero vivo; lo Shin Beth, in un modo o nell'altro, lo ha convinto a parlare. Il ritratto che ne è uscito smentisce il profilo tradizionale del kamikaze arabo. La prassi lo dipinge come un fanatico dell'Islam, proveniente da una famiglia povera, con basso grado di istruzione, introverso, scapolo, un po' frustrato. Invece Jarar si è avvicinato alla religione solo pochi mesi prima del suo gesto, proviene dalla classe medio-alta, è un liceale con la media dell'otto, ha carattere estroverso e nessuna frustrazione apparente. Si è arruolato nelle file dei kamikaze con una trafila quasi casuale: uno zio che amava molto è stato ucciso dall'Esercito israeliano, un amico gli ha insegnato a fabbricare piccoli ordigni, un altro gli ha presentato un dirigente della Jihad islamica, e quando è stato ammesso anche lui nell'organizzazione ha cominciato a chiedere di venire usato per una missione suicida, con l'insistenza di un neofita che vuole scendere in campo con la squadra di titolari. Una volta uno come Jarar era considerato l'eccezione. Oggi sta diventando la regola. Un rapporto del Centro Studi Strategici di Herzliya, il più autorevole istituto israeliano specializzato nell'analisi del terrorismo, indica che il 47 per cento dei kamikaze palestinesi ha una laurea, il 29 per cento un diploma di scuola superiore, la maggioranza non proviene più dai miserabili campi profughi di Gaza bensì dai più evoluti centri urbani della Cisgiordania. Il grado di devozione ad Allah varia, così come varia il tipo di stimolo religioso. Qualcuno è attirato dal fatto che i familiari di uno "Shahid", un santo, un martire, come vengono chiamati i terroristi suicidi, hanno automaticamente diritto a entrare in Paradiso. Altri sono affascinati dall'idea di sedersi alla stessa tavola con Maometto e il Saladino. Altri ancora, e a quanto pare Jarar era tra questi, non vedono l'ora di giacere con le "72 vergini" promesse dal Corano a ciascun martire islamico. La nuova generazione di kamikaze palestinesi somiglia dunque al gruppo di kamikaze che l'11 settembre ha attaccato l'America dirottando quattro aerei di linea per sfracellarli contro il World Trade Center e il Pentagono. La differenza è che gli "shahid" di Osama bin Laden sembrano meglio preparati e più sofisticati. Mentre la Cia e l'Fbi cercavano potenziali terroristi tra il popolo delle moschee, tra seguaci di Allah vestiti all'araba e con la barba lunga, Mohammed Atta e i suoi compagni della cellula di al-Qaeda vivevano tranquillamente l'American way of life, andando a pranzo nei McDonald's, vestiti all'occidentale, capaci di mescolarsi perfettamente alla popolazione e di diventare così irriconoscibili agli occhi del servizio segreto. I terroristi di bin Laden hanno vissuto in Germania, sono venuti in Italia, si sono stabiliti in Florida o sulla West Coast, senza destare mai il minimo sospetto, neppure quando prendevano lezioni private per la patente da pilota. E questa loro apparente "normalità" fa paura. Non sono dei pazzi fanatici, non sono poveri, sono bene istruiti, viaggiano per il mondo e hanno potuto conoscere direttamente i molti benefici della vita in Occidente: eppure vogliono ugualmente distruggerci. Come è possibile? Per rispondere a questa domanda, Boaz Ganor, direttore del Centro antiterrorismo di Herzliya, suggerisce di fare un passo indietro, partendo dall'inizio della storia. Il moderno inventore dei kamikaze fu l'Ayatollah Khomeini, che dopo la rivoluzione islamica del '79 in Iran affermò che il sacrificio della vita in nome di Allah era non soltanto giustificato e desiderabile, ma il cammino che ogni devoto musulmano doveva seguire. Come frutto dei suoi insegnamenti, migliaia di soldati iraniani marciarono nei campi minati iracheni, durante la guerra Iran-Iraq, gridando "Allah akbar", Allah è grande, correndo incontro alla morte col sorriso sulle labbra. Ma i primi ad adottare con successo la strategia degli attacchi suicidi contro l'Occidente sono stati i guerriglieri libanesi di Hezbollah, con una serie di azioni micidiali: nel 1983 contro l'ambasciata americana a Beirut (60 morti), nel 1984 contro il quartier generale dei Marines Usa e dei parà francesi (240 morti), sempre in Libano. Il risultato fu immediato: le truppe americane e francesi si ritirarono dal "paese dei cedri". Per le masse arabe, non soltanto per le élite del fondamentalismo islamico, il messaggio era chiaro: il terrorismo suicida funzionava. Da allora, gli "shahid" hanno costantemente guadagnato terreno. Nell'Intifada scoppiata il 28 settembre 2000, ci sono stati circa un centinaio di attacchi di kamikaze palestinesi: il fenomeno non aveva mai raggiunto simili dimensioni. "Noi abbiamo lanciato soltanto dieci attacchi suicidi nei vent'anni di occupazione israeliana del Libano", ha detto ammirato lo sceicco Nasarallah, capo degli Hezbollah. "Quello che stanno facendo i martiri palestinesi è semplicemente strabiliante. Di questo passo, non ci vorrà molto a conquistare Gerusalemme". La conquista di al Quds, la Santa, il nome in arabo di Gerusalemme, è un potente richiamo per gli aspiranti suicidi, religiosi o meno, ricchi o poveri, palestinesi o sauditi o egiziani. Come afferma perfino Arafat, è evidente che bin Laden strumentalizza la lotta per l'indipendenza del popolo palestinese, quando dice nei suoi farneticanti sermoni televisivi che la ragione dell'attacco all'America dell'11 settembre è il sostegno degli Usa a Israele; ma è vero che il conflitto tra israeliani e palestinesi tocca un nervo scoperto nell'opinione pubblica di tutto il mondo arabo. Per questo l'America sta moltiplicando gli sforzi diplomatici: "Senza un accordo di pace tra Israele e palestinesi", osserva William Pfaff, columnist del Los Angeles Times, "è possibile, o addirittura probabile, che non vinceremo mai la guerra contro il terrorismo internazionale". Ma tra le masse arabe il lugubre richiamo del terrorismo suicida ha anche un'altra ragione, tutta interna al sistema: la feroce, costante propaganda anti-americana, anti-occidentale, oltre che naturalmente anti-israeliana, orchestrata dalla stampa araba anche nei paesi più moderati. Un esempio per tutti: iI maggior quotidiano d'Egitto ha accusato recentemente l'America di lanciare cibo geneticamente modificato in Afghanistan, per avvelenare la popolazione. Con menzogne del genere impartite al popolo, non c'è da meravigliarsi se gli arabi odiano l'Occidente. E se alla menzogna si aggiunge la promessa di 72 vergini in Paradiso, non ci vuole molto a diventare un kamikaze: come ha candidamente ammesso il 17enne "kamikaze fallito" Jihad Jarar.

di E. Franceschini




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29 settembre 2009

Ridente villaggio di terroristi tedeschi

 

 

 

 

 

Il 27 settembre il Telegraph scrive della scoperta in Pakistan, nel  Waziristan - vicino alla frontiera con l'Afghanistan, di un villaggio di terroristi islamici, tutti tedeschi.  

Il villaggio è gestito dal Movimento Islamico dell'Uzbekistan, affiliato ad al Qaeda, specializzato in attacchi in Afghanistan contro le forze della NATO.

 

In un bel video di propaganda on-line il presentatore mostra - in tedesco - un bel villaggio pulito e ordinato, con scuole, ospedale, farmacie, case ridenti, e invita i tedeschi ad arruolarsi ed addestrarsi a 'una morte gloriosa'. Nel villaggio vivono e si addestrano per lo più tedeschi islamici di seconda generazione, nati in Germania da padri in maggioranza arabi. 

La autorità pakistane, allertate, ne hanno arrestati alcuni per immigrazione illegale, e sono in corso trattative per l'estradizione in Germania. 

Fra gli arrestati c'è un certo Adrian M. di famiglia tedesca ma convertito all'islam, con moglie eritrea e figlioletta di quattro anni.

 

Il capo del villaggio è un certo Abu Adam, alias Mounir Chouka, un tedesco di 24 anni di famiglia  islamica, nato in un elegante quartiere di Bonn, congedato dall’esercito tedesco, ex dipendente dell’Ufficio Federale di Statistica.

 

Secondo Khalid Khawaja, un ex agente segreto pachistano, fra i terroristi di al Qaeda alleati con i Talebani i più fanatici sono proprio gli Europei - e fra gli Europei i contingenti più significativi  sono quello tedesco e quello svedese.  

 

Per visualizzare l’originale cliccare qui.

 




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29 settembre 2009

Olmert: “Offrii ai palestinesi il migliore accordo possibile. Invano”

 

Gil Hoffman

In un’intervista registrata mercoledì scorso l’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert ha sollecitato gli inviati americani a sostenere la generosa offerta che egli fece al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) come quadro fondamentale per arrivare alla pace. Parlando al programma Hard Talk della BBC, che va in onda lunedì, Olmert ha ribadito d’aver offerto, invano, ai palestinesi il miglior accordo che essi potrebbero mai ottenere.
Nell’intervista Olmert su duole del fatto che i palestinesi rifiutarono quella proposta che, a suo dire, in caso di accordo, sarebbe stata attuata nonostante le inchieste pendenti che lo costrinsero a lasciare l’incarico anzitempo.
“Non vi sarà mai un piano di pace fra noi e i palestinesi migliore e più avanzato di quello che io proposi nei due anni scorsi – dice Olmert – Magari avessi potuto completare il lavoro che avevo iniziato. Ero e sono tuttora convinto che avremmo potuto completarlo finché ero primo ministro, se avessi potuto portare a termine il mio mandato. Ritengo che sia necessario arrivare a un accordo di pace fra noi e i palestinesi e che non vi possa essere altro accordo che quello che proposi ad Abu Mazen. Vi poteva essere anche un accordo con la Siria, e non sarà possibile un altro accordo migliore di quello che proposi al presidente Assad. Lo si poteva fare – continua Olmert – e sapevo come farlo. Mi ero spinto molto avanti, più di quanto qualunque governo israeliano avrebbe mai fatto”.
Nell’intervista Olmert conferma d’aver offerto ai palestinesi la creazione di uno stato palestinese su un territorio pari al 100% dell’estensione della Cisgiordania pre-’67, composto da un 93-94% della Cisgiordania (oltre alla già sgomberata striscia di Gaza) più terre equivalenti alla percentuale rimanente sottratte al territorio di Israele pre-’67; l’insediamento di più di mille profughi palestinesi all’interno dei confini definitivi di Israele; un’amministrazione internazionale su Gerusalemme sotto israeliani, palestinesi, americani, giordani e sauditi.
Secondo Olmert, se i palestinesi avessero accettato l’offerta, la comunità internazionale l’avrebbe immediatamente appoggiata e Binyamin Netanyahu non sarebbe stato eletto alle successive elezioni in Israele. “Se ci fosse stato quel piano, il risultato delle elezioni (in Israele) sarebbe stato completamente diverso – sostiene Olmert – Il piano avrebbe avuto la possibilità di essere realizzato se solo fosse stato accettato dai palestinesi. Fecero un tragico errore non rispondendomi, in un momento in cui c’era ancora abbastanza tempo per farlo progredire, per accrescere il consenso internazionale e per promuoverlo presso l’opinione pubblica israeliana ed anche presso quella palestinese, oltre che di fronte alla comunità internazionale”.
Nel momento in cui il presidente degli Stati Uniti Barack Obama si impegna all’Onu ad intensificare gli sforzi per trovare una cornice atta ad arrivare alla pace in Medio Oriente, Olmert nell’intervista lo invita ad adottare la proposta che egli avanzò ai palestinesi e farne la base per il rilancio dei colloqui. “Sono in politica da trentacinque anni e non sono mai riuscito a capire perché ogni nuova amministrazione Usa pensa di dover ripartire da zero col processo di pace – dice l’ex primo ministro israeliano – Prendete il mio piano di pace. Gli americani ne conoscono ogni singolo dettaglio perché li ho personalmente tenuti informati. Ho detto a George Mitchell, a Hillary Clinton, e lo dirò anche al presidente Obama alla prima occasione che avrò di incontralo: perché tornare indietro e ripartire sempre dalla prima casella, anziché prendere la proposta che venne presentata ufficialmente dal primo ministro d’Israele e dire ai palestinesi: rispondete a questo e completiamo il processo. Ho detto a George Mitchell – e spero che non si arrabbi con me per il fatto che condivido con voi questo concetto – gli ho detto: George, non ricominciare tutto da capo, vai avanti da dove ci siamo fermati e competa l’opera. Altrimenti un giorno, fra quattro anni, mi capiterà di incontrarti all’aeroporto di Heathrow, a Londra, e ti chiederò: George, che fai di bello? E tu mi risponderai: Sto partendo per la mia sessantesima missione in Medio Oriente. E questo che si vuole?”.

(Da: Jerusalem Post, 25.09.09)




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29 settembre 2009

Sinagoga dell’epoca del Secondo Tempio scoperta a Magdala, sul Lago di Tiberiade

Una sinagoga del periodo del Secondo Tempio (50 a.e.v-100 e.v) è stata rinvenuta in uno scavo archeologico che la Israel Antiquities Authority sta conducendo in un sito destinato alla costruzione di un albergo sulla spiaggia Migdal, sul Lago di Tiberiade. In mezzo alla sinagoga si trova una pietra incisa con una menorah (candelabro) a sette braccia, unica nel suo genere.
La sala principale della sinagoga misura circa 120 metri quadrati e le sue panche di pietra, che servivano da sedili per i fedeli, sono addossaste ai muri della sala. Il pavimento era fatto a mosaico e i muri trattati con intonaco colorato (affreschi). Nella sala è stata scoperta una pietra quadrata, con la cima e quattro angoli ornati di rilievi. La pietra è incisa con una menorah a sette braccia posta su un piedestallo a base triangolare, fiancheggiato ai due lati da un’anfora.
Secondo il direttore degli scavi, Dina Avshalom-Gorni, “si tratta di un ritrovamento interessantissimo e unico nel suo genere. È la prima volta che viene scoperta una decorazione a menorah risalente all’epoca in cui il Secondo Tempio era ancora in piedi. Questa è la prima menorah scoperta in un contesto ebraico e che risale al periodo del Secondo Tempio/inizio del primo periodo romano. Possiamo supporre che l’incisione che appare sulla pietra scoperta dalla Israel Antiquities Authority sia stata fatta da un artista che vide con i propri occhi la menorah a sette braccia dentro il Tempio, a Gerusalemme. La sinagoga che è stata scoperta va ad aggiungersi alle altre sei sinagoghe al mondo finora scoperte risalenti al periodo del Secondo Tempio”.
La società che sta sviluppando il sito intende istituire un centro dedicato al dialogo e al rispetto tra diverse religioni e culture, e spera di attirare turisti e visitatori da Israele e da tutto il mondo a visitare il centro e vedere il reperto.
La sinagoga è situata a Migdal (‘Magdala’ in aramaico), località menzionata nelle fonti ebraiche. Migdal ha avuto un ruolo importante durante la rivolta anti-romana del I secolo e.v., facendo di fatto da base principale per Yosef Ben Matityahu (Giuseppe Flavio), all’epoca comandante dei rivoltosi in Galilea. Migdal continuò a resistere ai romani anche dopo che la Galilea e Tiberiade si erano arrese.
‘Magdala’ è menzionata nelle fonti cristiane come il luogo da cui proveniva Maria Maddalena, una delle donne che accompagnavano Gesù e gli apostoli e che la tradizione cristiana ha santificato.
Dopo che fu conquistata dai romani, la città venne distrutta e molti dei suoi abitanti uccisi. Alla fine del periodo del Secondo Tempio, Migdal era un centro amministrativo del bacino occidentale del Lago di Tiberiade. Fino alla fondazione di Tiberiade nell’anno 19 e.v, Migdal fu l’unico insediamento importante lungo le rive del lago di Tiberiade.

(Da: MFA, portavoce del Ministero israeliano del Turismo, 14.09.09)

Una breve mostra di fotografie che testimonia il rapporto tra le principali festività ebraiche e le scoperte archeologiche in Terra d’Israele (tra cui diverse rappresentazioni della menorah) è stata pubblicata on-line dall’Autorità israeliana per le Antichità. Si veda:
http://www.antiquities.org.il/rosh_eng/html_eng.html




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29 settembre 2009

In skate nella festa di Gerusalemme

Un ragazzo israeliano cammina con il suo skate nel bel mezzo di una strada vuota durante la festività ebraica dello Yom Kippur a Gerusalemme. Il giorno dello Yom Kippur, o 'di Espiazione', è il più sacro tra le festività ebraiche, quando gli ebrei osservanti espiano i peccati dell'anno passato e la nazione va quasi in arresto completo.
(AP Photo / Bernat Armangue)
Photostream - In skate nella festa di Gerusalemme




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29 settembre 2009

Un assistente sociale da Chicago

Ari Shavit
L’assistente sociale Barack Obama ha convocato al Waldorf-Astoria Hotel i due teppisti del quartiere per dargli una lavata di capo. Sto perdendo la pazienza, ha detto il presidente americano al primo ministro israeliano e al presidente dell’Autorità Palestinese. Ne ho abbastanza delle vostre buffonate, provocazioni e dei vostri imbrogli infantili. Ne ho abbastanza della vostra bega che dura da cento anni, delle vetrine infrante, dei negozi devastati e della vita resa impossibile in tutto l’isolato. Anche se io non sono un poliziotto di quartiere come Rudy Giuliani, sappiate che non sono neanche il vostro zimbello. Se voi due non vi fate finalmente una chiacchierata a quattr’occhi che metta fine a questa vostra dannata guerra per bande, me la vedrò io direttamente con ciascuno di voi. Badate, non sono una femminuccia di Boston o di Stoccolma: io vengo da Chicago, e a Chicago sappiamo come trattare i capibanda come voi. Se non vi mettete in riga, e alla svelta, ci penserò io a farlo.
Obama ha ragione. Il fatto è che può prendersela solo con se stesso. Per riconciliare una comunità bisogna innanzitutto capirne i problemi. Fino ad oggi Obama non ha dato segno di capire davvero il Medio Oriente. Benjamin Netanyahu e Abu Mazen sono esasperanti? Certo che lo sono. Ma i due non sono la causa del problema: loro sono solo il sintomo. Se l’assistente sociale non coglie qual è il nocciolo del problema, non ha nessuna chance di riuscire ad affrontarlo: potrà anche sgridare i teppisti mille volte, o fargli sbattere le teste una contra l’altra, ma sarà destinato a fare fiasco, in Medio Oriente.
E allora, vediamo qual è il vero problema.
1) Lo status quo fra israeliani e palestinesi è intollerabile. La continua occupazione della Cisgiordania nega ai palestinesi i loro diritti, come individui e come popolo; mette in pericolo la natura di Israele come stato ebraico e democratico, e lede gli interessi dell’occidente.
2) Tuttavia, il tentativo di porre fine all’occupazione unilateralmente è condannato al fallimento. La lezione del disimpegno dalla striscia di Gaza è stata che il ritiro senza un accordo politico non fa che infiammare i palestinesi estremisti, allontana ulteriormente la pace e forse addirittura avvicina la guerra. Un altro siffatto ritiro potrebbe causare un disastro umanitario palestinese, un fatale indebolimento strategico di Israele e l’affossamento proprio di quella stabilità ragionale che gli Stati Uniti sono interessati a realizzare.
3) D’altra parte, il tentativo di porre fine all’occupazione attraverso una pace concordata è già ripetutamente fallito. La lezione di Oslo, Camp David e Annapolis è chiarissima: anche il più moderato dei leader palestinesi non è pronto ad accettare le più avanzate e generose offerte israeliane. In sedici anni di estenuante e cavilloso processo di pace, i palestinesi non hanno mai accordato una sola concessione sui temi di fondo. Il loro netto rifiuto di riconoscere Israele come stato nazionale del popolo ebraico, di accettare uno stato palestinese smilitarizzato e di abbandonare la pretesa del ritorno dei profughi dentro Israele ha bloccato la pace negli anni scorsi, la blocca oggi e continuerà a bloccarla nel prevedibile futuro.
Allo stato attuale, non esiste un valido interlocutore palestinese per concordare la spartizione del paese in due stati, uno arabo e uno ebraico. Il nodo palestinese Obama non potrà spazzarlo sotto un tappeto di parole. È una cruda realtà. Ma l’occupazione è intollerabile e insostenibile, e il ritiro unilaterale è un pericoloso azzardo. Queste sono le tre facce della trappola, questo è il quartiere in cui viviamo, questa la situazione della comunità con cui dobbiamo fare i conti.
I due predecessori di Obama alla Casa Bianca hanno battuto la testa contro il muro del Medio Oriente. Bill Clinton tentò di spronare una rivoluzione di pace, e fallì. George W. Bush tentò di aizzare una rivoluzione democratica, ma generò più caos di prima. La lezione che il titolare attuale dovrebbe apprendere da questi sonori insuccessi è che non vi è spazio per le rivoluzioni, in Medio Oriente. Questa regione deve essere sottoposta a una cura di evoluzione, non di rivoluzione. La parola chiave è: processo. Non un sol colpo da KO, ma un lungo e meticoloso lavoro di cesello che gradualmente modifichi la società palestinese e allo stesso tempo conduca alla fine dell’occupazione. Nessuno più di Obama è adatto a questo compito. Ma il talentuoso assistente sociale dovrà guardare a questo quartiere degradato e violento per quello che è. Anziché perdere tempo in sforzi fallimentari per spingere Netanyahu e Abu Mazen sull’illusoria strada di una soluzione “pace adesso”, Obama dovrebbe piuttosto avviare un graduale, profondo ed oculato processo, un processo che porti inesorabilmente alla spartizione del paese.

(Da: Ha’aretz, 24.09.09)


 




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29 settembre 2009

Netanyahu è andato dritto al cuore del problema

 

 

Marco Paganoni

Il Medio Oriente è prodigo di date storiche presto dimenticate, piani che prendono polvere nei cassetti, pronunciamenti diplomatici che lasciano il tempo che trovano. Tuttavia può darsi che i due discorsi dello scorso giugno – quello del presidente Usa Barack Obama di giovedì 4 all’Università del Cairo e quello del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di domenica 14 all’Università Bar Ilan – non finiscano solo in una nota a pie’ pagina dei libri di storia. E la loro rilevanza non sarà misurata solo sui contenuti, ma anche sulle reazioni che hanno suscitato. Il discorso di Obama, in particolare, per quelle che non ha suscitato. “Settimane dopo la performance oratoria di Obama – ha fatto notare Yoel Marcus (Haaretz, 23.06.09) – gli arabi non hanno ancora battuto ciglio, perché sostanzialmente interpretano il discorso del presidente come rivolto tutto e soltanto a Israele”. Viceversa, Netanyahu ha sudato sette camice, ma “almeno ci ha provato” e ha risposto con un discorso, continua Marcus, “attentamente ponderato e ben formulato, con cui è andato dritto al cuore del problema: dicendosi disposto a riconoscere uno stato palestinese, purché smilitarizzato, in cambio del riconoscimento di Israele come stato nazionale del popolo ebraico, ha essenzialmente riconosciuto il principio due popoli-due stati”.
Prima di farlo, tuttavia, ha colto l’occasione per rintuzzare l’alleato là dove il discorso di Obama era risultato tutt’altro che ben ponderato. La Shoà, ha ricordato Netanyahu, non è la ragione per cui è stato creato lo stato ebraico. È vero il contrario: se Israele fosse già esistito, come da tempo era stato preconizzato e promesso, è la Shoà che sarebbe stata ben diversa. “Ciò che la Shoà ha dimostrato – aveva commentato il Jerusalem Post (8.06.09) – è che il mondo è un posto troppo pericoloso perché gli ebrei possano viverci senza un loro stato indipendente e senza la possibilità di difendere se stessi. Ma questo noi sionisti lo sostenevamo già molto tempo prima che Hitler salisse al potere. La legittimità di Israele è radicata innanzitutto nel legame storico fra popolo ebraico e terra d’Israele. Quando Obama suggerisce che i diritti degli ebrei dipendano essenzialmente dalla Shoà senza ricordare che quei diritti in realtà sono molto più profondi e antichi, di fatto condanna al fallimento le prospettive di pace: infatti, perché mai gli arabi dovrebbero rassegnarsi alla presenza di uno stato ebraico in questa regione se lo stesso presidente americano insinua che Israele è stato istituito per espiare i crimini dell’Europa?”
Detto questo, Netanyahu la sua offerta l’ha fatta. “Come allievo di Zeev Jabotinsky ha innescato una rivoluzione concettuale”, nota Ari Shavit (Ha’aretz, 18.06.09), l’editorialista di sinistra che col suo pezzo “Sette parole per aprire la strada alla pace” (Ha’aretz, 11.06.09) aveva anticipato di alcuni giorni lo slogan di Netanyahu: “una Palestina smilitarizzata accanto allo stato ebraico d’Israele”. “Chiunque accetti queste parole – aveva scritto Shavit – afferma con ciò stesso che desidera porre fine al conflitto israelo-palestinese in modo realistico e responsabile. Chiunque le respinga, rivela d’essere in realtà ostile a Israele, e di non volerne garantire né la sicurezza né la stessa esistenza”. L’errore diplomatico dei predecessori di Netanyahu, argomentava Shavit, fu quello di accettare la prospettiva di uno stato palestinese “dando per scontato che sarebbe stato smilitarizzato e che Israele sarebbe stato ebraico, ma negli affari di stato nulla deve mai essere dato per scontato”. E concludeva: “Se i nostri vicini rifiuteranno la proposta di istituire in questi termini due stati nazionali, allora tutti sapranno qual è il motivo per cui veniamo uccisi e siamo costretti a uccidere”.
E qual è stata, appunto, la reazione dei vicini? Il giornalista arabo israeliano Khaled Abu Toameh l’ha definita “isterica, precipitosa ed avventata”, un vero e proprio boomerang che “mostra i palestinesi nella parte di coloro che respingono la pace” (Jerusalem Post, 16.06.09). “Ancor prima che il discorso fosse terminato – ricorda Abu Toameh – esponenti e portavoce dell’Autorità Palestinese si sono precipitati a dichiarare in ogni sede possibile il loro totale rifiuto delle idee di Netanyahu. Alcuni si sono spinti fino agli insulti personali, dando a Netanyahu del bugiardo, impostore e mascalzone. Altri hanno lasciato intendere che, a causa della sua posizione, i palestinesi potrebbero far ricorso a una nuova intifada”. Insomma una reazione ben sintetizzata da Saeb Erekat quando ha dichiarato: “Neanche fra mille anni riconosceremo uno stato ebraico”. Secco il commento di Yoel Marcus: “Un mulo resta sempre un mulo”.
Continua Abu Toameh: “Respingendo del tutto l’offerta di uno stato smilitarizzato e la richiesta di riconoscere Israele come stato ebraico, la dirigenza palestinese si è arrampicata su un albero dal quale farà molta fatica a scendere. Ma che importanza ha se il futuro stato palestinese non avrà un esercito e un’aviazione militare? Perché mai la Palestina dovrebbe aver bisogno di carri armati e cacciabombardieri? Forse che i palestinesi non hanno già abbastanza forze di sicurezza, milizie armate e arsenali pieni di razzi e munizioni?” Non è nemmeno chiaro perché arabi e palestinesi si siano tanto stupiti di sentir parlare di stato smilitarizzato e di natura ebraica di Israele. Già il presidente Bill Clinton aveva menzionato l’idea di uno stato smilitarizzato, e la definizione di Israele come stato nazionale del popolo ebraico non è certo muova: la risoluzione Onu 181 del 1947 per la spartizione del Mandato Britannico parlava espressamente di un “Arab State” e di un “Jewish State”. Vale la pena ricordare che l’art. 1 della Carta Nazionale dell’Olp recita: “La Palestina è la patria del popolo arabo palestinese, è parte indivisibile della grande patria araba e il popolo palestinese è parte integrante della nazione araba”. Ad Algeri nel novembre 1988 il Consiglio Nazionale Palestinese riconosceva la 181 e proclamava l’indipendenza (virtuale) dello “stato arabo” di Palestina. Se hanno da esservi due stati per due popoli, e lo stato per il popolo arabo palestinese è riconosciuto da tutti, anche dal Likud, logica vuole che ora i palestinesi riconoscano uno stato per il popolo ebraico. Altrimenti di che cosa stiamo parlando?
Ma il rifiuto di riconoscere Israele come stato ebraico si spiegherebbe col rifiuto di “abbandonare in una condizione di ufficiale inferiorità” gli arabi israeliani. Come dire che il riconoscimento della Repubblica Italiana significa abbandonare in condizione di ufficiale inferiorità i tedeschi del Sudtirolo. Quella degli arabi israeliani, osserva Abu Toameh “è una questione che va risolta nel dialogo fra l’establishment israeliano e le sue minoranze interne. In fondo i palestinesi si battono per separarsi da Israele, mentre gli arabi israeliani si battono per la piena integrazione nella società israeliana”.
Concorda Evelyn Gordon (Jerusalem Post, 24.06.09): “Israele è già uno stato ebraico; il riconoscimento palestinese di questa realtà non può in alcun modo intaccare la situazione attuale degli arabi israeliani, né impedirebbe loro di fare uso di tutti gli strumenti democratici. In verità, l’unico effetto che potrebbe avere il riconoscimento palestinese del carattere ebraico di Israele sarebbe di costringerli ad abbandonare l’illusione di poterlo un giorno eliminare mediante una immigrazione di massa di palestinesi”: il cosiddetto diritto al ritorno. Insistendo con questa rivendicazione, osserva Gordon, “sono i palestinesi, e non Israele, che hanno gettato sul tavolo negoziale il tema del carattere ebraico di Israele”.
E non solo i palestinesi. “Gli stati arabi – scrive Guy Bechor (YnetNews, 22.06.09) – non rinunceranno mai alla pretesa di spedire i profughi in Palestina. L’establishment arabo vuole realizzare il diritto al ritorno non già per il bene dei palestinesi, che sono anzi odiati in gran parte dei paesi arabi, quanto per indebolire Israele, distruggerlo dall’interno, soffocarlo sotto un mare di palestinesi ‘ritornati’. Non hanno tenuto vivo il problema dei profughi per sessant’anni per dovervi rinunciare adesso. La nozione di ‘ritorno’ è diventata un articolo di fede in base al quale ci si aspetta che i profughi tornino, non in Israele, quanto piuttosto al 1948”. Questa è la “pace giusta” del lessico arabo: cancellare l’umiliazione, riavvolgere il nastro della storia.
La “precipitosa e drastica reazione al discorso di Netanyahu – scrive R. A. Segre (Giornale, 21.06.09) – ha dimostrato quello che si era sempre saputo, ma mai detto: che lo scopo dello stato palestinese non è la restituzione del territorio occupato da Israele nel 1967, ma la scomparsa dello stato israeliano”. Conclude Shavit (Haaretz, 18.06.09): “Netanyahu ha lanciato una sfida senza precedenti alla nazione palestinese e alla comunità internazionale. Dopo il discorso alla Bar Ilan la questione sul tappeto non è quando e dove gli israeliani si ritireranno; la questione è: cosa faranno palestinesi, arabi, europei e americani per garantire che il grande ritiro israeliano non finisca in tragedia?”

Nell'immagine in alto: Tutte le mappe della pubblicistica nazionalista palestinese relativa al cosiddetto diritto al ritorno (simbolicamente rappresentato dalla chiave) illustrano senza reticenze l’obiettivo di occupare totalmente Israele




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29 settembre 2009

Israele/ Scienziati Tel Aviv mappano inconscio,confermato Freud?

 

 A circa 70 anni dalla morte del padre della psicanalisi, Sigmund Freud, scienziati dell'università di Tel Aviv sostengono di aver individuato oggettivamente la presenza di pensieri inconsci nella mente e di poterne distinguere la peculiare attività cerebrale. La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica "Journal of Cognitive Neuroscience", è stata divulgata dal quotidiano israeliano "Haaretz". Le tracce dell'inconscio sono state registrate dall'encefalogramma di alcune persone che si sono sottoposte a una serie di test sperimentali. Lo studio, condotto dai ricercatori del dipartimento di psicologia dell'università di Tel Aviv Moti Salti, Dominique Lamy e Yair Bar-Haim si è concentrato su "percezioni" inconsce piuttosto che sull'inconscio della dottrina freudiana composto, in estrema sintesi, da desideri e ricordi "rimossi" nonché da "pulsioni" e molte altre dinamiche. Così Salti ha circoscritto il campo di ricerca: "Le persone sono bersagliate da una serie di stimoli da tutte le direzioni, ma soltanto sono coscienti di alcuni". I partecipanti all'esperimento sono stati sottoposti a stimolazioni visive. Di queste, non tutte sono state percepite consapevolmente, ma gli scienziati hanno dimostrato che era rimasta un traccia inconscia di ciò che non era stato registrato dalla coscienza. In particolare, alle persone sono state mostrate sullo schermo di un computer alcune forme geometriche, le quali non sempre sono state registrate coscientemente dai partecipanti al test. Quando gli scienziati hanno chiesto di indovinare in quale punto del monitor avrebbe potuto trovarsi una certa forma geometrica in molti hanno indicato il punto dove era effettivamente apparsa. "Questo dimostra che l'informazione è stata elaborata ma non dalla parte cosciente", ha spiegato Salti.




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28 settembre 2009

Caro Mondo

 

Caro Mondo,

sembra che tu sia difficile da accontentare. Capisco che sei turbato per noi qui in Israele. Sembri abbastanza sconvolto, perfino arrabbiato e scandalizzato. Effettivamente sembra tu venga sconvolto da noi. Oggi c'è la brutale repressione dei Palestinesi, ieri è stato il Libano; precedentemente c'è stato il bombardamento del reattore nucleare a Bagdad e la guerra dello Yom Kippur. Sembra che gli ebrei che riportino una vittoria, e perciò vivono, ti sconvolga in modo straordinario.

Naturalmente, Caro Mondo, prima dell'esistenza di Israele eravamo noi, gli ebrei, che ti sconvolgevamo.

Abbiamo sconvolto i tedeschi, che elessero Hitler quindi sconvolgemmo gli austriaci che acclamarono il suo ingresso a Vienna e sconvolgemmo un gran numero di nazioni slave: Polacchi, sloveni, lituani, ucraini, russi, ungheresi, rumeni.

E tornando indietro nella storia dello sconvolto mondo. Abbiamo sconvolto i cosacchi di Chmielnicki, che massacrarono decine di migliaia di ebrei nel 1648-49; sconvolgemmo i crociati, che con la scusa di liberare la Terra Santa furono così turbati con gli ebrei che massacrarono un incalcolabile numero di ebrei.

Abbiamo sconvolto, per secoli, la chiesa romana che s'impegnò a DEFINE le nostre relazioni attraverso l'Inquisizione. E sconvolgemmo il grande avversario della chiesa romana, Martin Lutero, che nel suo appello a bruciare le sinagoghe e gli ebrei all'interno, mostrò un encomiabile spirito ecumenico cristiano.

Poiché noi fummo così sconvolti dall'averti sconvolto, Caro Mondo, che decidemmo di lasciarti – per così dire – e fondare uno stato ebraico.

Il ragionamento è stato che vivendo a tuo contatto, come degli stranieri residenti nei vari Paesi che ti compongono ti abbiamo sconvolto, irritato e disturbato. Quale migliore idea di lasciarti e quindi amarti ed avere il tuo amore?

Così decidemmo di tornare a casa la medesima terra natia dalla quale venimmo sbattuti fuori 1.900 anni fa da un mondo romano che a quanto pare turbammo anche.

Ahimè, Caro Mondo, sembri veramente difficile da accontentare. Aver lasciato te ed i tuoi pogrom, i crociati e gli olocausti, essersi accomiatati da te per vivere soli nel nostro piccolo stato continua a sconvolgerti.

Sei sconvolto che abbiamo represso i palestinesi.

Sei profondamente arrabbiato che non abbiamo restituito i territori conquistati nel 1967, che erano chiaramente l'ostacolo alla pace in Medio Oriente.

Mosca è sconvolta, Washington è sconvolta. Gli arabi sono sconvolti, i moderati Egiziani sono sconvolti.

Dunque, Caro Mondo, esamina la reazione degli ebrei normali proveniente da Israele. Nel 1920, 1921 e 1929, non c'erano i territori conquistati nel 1967 ad impedire la pace tra gli ebrei e gli arabi. In realtà non esisteva uno stato ebraico che sconvolgesse nessuno.

Tuttavia gli stessi “tiranneggiati” e “repressi” palestinesi sterminarono centinaia di ebrei a Gerusalemme, Giaffa, Safed ed Hebron. Effettivamente 67 ebrei vennero massacrati in un sol giorno ad Hebron.

Caro Mondo, perché gli Arabi, i palestinesi, massacrano 67 ebrei in un solo giorno nel 1929?

Erano forse arrabbiati per l'aggressione israeliana del 1967?

E per quale ragione 510 uomini, donne e bambini ebrei furono massacrati durante le rivolte arabe del 1936-39?

È accaduto perché gli arabi erano arrabbiati per la guerra del 1967?

E quando tu. Mondo, hai proposto, tramite l'ONU, il piano di ripartizione del 1947 con la creazione di uno stato palestinese di fianco ad una piccola Israele, gli arabi si lamentarono scatenando la guerra ed uccidendo 6.000 ebrei, fu uno scombussolata mento dello stomaco causato dall'aggressione del 1967?

a proposito, Caro Mondo, perché non sentimmo i tuoi lamenti allora?

I palestinesi che oggi uccidono con esplosivi, bombe incendiarie e pietre sono parte dello stesso popolo che, quando avevano la terra che ora ci chiedono per il loro stato, tentarono di buttare lo stato ebraico a mare.

Le stesse facce alterate, lo stesso odio, lo stesso grido “Idbah-al-yahud” (Massacriamo gli ebrei!) che sentiamo e vediamo oggi lo vedevamo e lo sentivamo allora. Lo stesso popolo, lo stesso sogno: distruggere Israele.

Quello che non riuscirono a fare ieri, sognano di farlo oggi, ma noi non li dovremmo “reprimere”.

Caro Mondo, hai assistito all'olocausto ed alla guerra scatenata da sette Paesi arabi nel 1948, una guerra che la Lega Araba paragonò orgogliosamente ai massacri mongoli.

Hai assistito nel 1967 quando Nasser, selvaggiamente acclamato da folle delle capitali arabe del mondo, prometteva solennemente di buttare gli ebrei a mare.

E tu assisterai se domani Israele dovesse trovarsi di fronte all'estinzione.

Poiché sappiamo che gli arabo-palestinesi sognano ogni giorno quella estinzione, faremo tutto il possibile per rimanere vivi nella nostra terra. Se questo ti infastidisce, Caro Mondo, beh, pensa a quante volte sei stato tu ad infastidire noi.

In ogni caso, Caro Mondo, se sei infastidito da noi, qui, in Israele, c'è un ebreo a cui non potrebbe fregar di meno.


 




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28 settembre 2009

Come si costruisce una menzogna, Lo insegna l'Ansa. Ecco come

 

Leggete il titolo di questo lancio ANSA del 26/09/2009, " I soldati di Tel Aviv avrebbero sparato da torrette di guardia" a parte il solito richiamo a Tel Aviv come se fosse la capitale (Raccah e Baquis, perchè non protestate ?), leggendo il testo anche un tontolone capirebbe che i "manifestanti" sparavano contro gli israeliani al confine tra Gaza e Israele. Se poi i soldati israeliani hanno risposto al fuoco, si lamentano pure. Beh, certo, forse sanno che ANSA è lì pronta ai loro desiderata...

» 2009-09-26 17:50

Gaza: 17 manifestanti feriti

I soldati di Tel Aviv avrebbero sparato da torrette di guardia

 (ANSA) - GERUSALEMME, 26 SET - Diciassette palestinesi sono stati feriti a Gaza dal fuoco di soldati israeliani mentre manifestavano. Lo riferisce l'agenzia Maan. La protesta era contro l'uccisione di tre miliziani della Jihad Islamica, avvenuta ieri in un raid aereo.Dalla folla che partecipava ai funerali dei tre uomini al confine con Israele, sono partiti colpi d'arma da fuoco in aria e invocazioni contro Israele. I soldati sulle torrette di guardia hanno reagito sparando sulla gente. Nessun ferito grave.

Per inviare a Ansa la propria opinione, cliccare sulla e-mail sottostante.


redazione.internet@ansa.it
 




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28 settembre 2009

Che lezione di sublime cinismo, c'è sempre da imparare

Aboul Gheit, ministro degli esteri egiziano

Lo sapete certamente, noi ebrei abbiamo fama di essere commercianti dotati; non è sempre vero e io sarei un ottimo esempio del contrario, ma resta l'esperienza secolare del solo mestiere che ci è stato concesso in tanti posti. Ma c'è sempre la possibilità, anzi l'obbligo di progredire, di imparare da maestri migliori, soprattutto se illuminati da un'alta spiritualità e da un'etica superiore. La lezione c'è stata l'altro ieri a New York, i giornali israeliani ne hanno parlato abbondantemente, quelli italiani no, forse perché troppo interessati a quella straordinaria esperienza culturale e artistica che è la trasmissione di Santoro, vilipesa secondo i nostri migliori giornali dai cultori di amori mercenari. Non avendo la penna di Orazio o di Platone o di Tucidide che sole potrebbero permettermi di descrivere la battaglia per la libertà della stampa italiana, mi accontento di raccontarvi la grande lezione sul commercio che gli israeliani hanno ricevuto a New York. Il maestro è una persona importante, addirittura il ministro degli esteri della Repubblica Araba d'Egitto, Aboul Gheit, che assomma nella sua cultura la millenaria tradizione dei Faraoni e l'ispirazione che gli deriva dalla sottomissione al giogo del profeta. Ha detto così, in una conferenza stampa a margine dell'Assemblea delle nazioni unite (le citazioni vengono da Haaretz):
"Se volete un soldato, se avete bisogno di una certa merce e siete disposti a pagare per quella merce, allora pagate per il soldato, date ai palestinesi quello che vogliono... penso che il loro prezzo per Shalit sia di 1000 prigionieri... Io mi sento di incoraggiare la gente a darglieli... perché no? che c'è di male? dategli i 1000 e prendetevi il vostro soldato e datelo indietro alla famiglia e agli amici che se lo godano."
["If you want a soldier, if you need a certain commodity and you are ready to pay in that commodity then pay for the sake of the soldier - give the Palestinians what they are after... I think what they are after (is) 1,000 prisoners that would be exchanged for the sake of the soldier Shalit...I would encourage people to do ... Why not? What is wrong? Give them the thousand and take your soldiers and give him back to his family and his people and let the family enjoy having him back."
Sublime, no? Un essere umano rapito da tre anni e privato di ogni diritto in fondo non è altro che una "commodity", che per il dizionario significa una merce comune e non preziosa (in fondo di soldati ce ne sono tanti, no?); i rapitori non sono banditi o terroristi o semplicemente Hamas; sono "i Palestinesi"; i terroristi condannati sono "prigionieri", nobile ruolo che Shalit, essendo solo una merce qualsiasi, non può aspirare a ricoprire; lo stato di Israele è nominato come "people", quella gente lì che non chiamiamo per nome per non sporcarci la bocca. E poi fare commercio, anche di carne umana viva e rubata, non è mai "sbagliato"; poco sensato invece è avere una tale affezione per un "soldato", che, si sa, è una commodity usa e getta; ma se siete così scemi da volere un soldato senza valore, pagate il prezzo richiesto, per cortesia, non protestate che è troppo, uscite in fretta dal negozio e godetevi la merce. Soprattutto smettete di rompere:
"Il problema è che gli Israeliani insistono che non ci sia un'apertura permanente dei confini [con Gaza] finché Shalit non sarà rilasciato... Ciò che noi vogliamo dire agli Israeliani, ha detto Aboul Gheit è di fare lo scambio e risolvere le cose per voi e i palestinesi"
["The problem is the Israelis are insisting there will not be a permanent opening of the crossings unless Shalit is released... What we are telling the Israelis," Aboul Gheit said, "[is] make the exchange and facilitate for yourself and for the Palestinians."]
Sono un problema questi israeliani, questa "gente", che proprio dà fastidio a tutti, ai poveri commercianti palestinesi e anche agli onesti sensali egiziani: La volete capire che dovete pagare e non cercare di avere lo sconto chiudendo i confini di Gaza e dando la caccia ai criminali rapitori? Non sono pratiche commerciali oneste. le merci si pagano con merci, in particolare i soldati con "prigionieri" voi pagate; e se a voi paiono terroristi liberati, che ricominceranno a cercare di catturare nuova "merce" da scambiare, o proveranno a farla fuori, be' cavoli vostri, volete la bicicletta e pedalate. Dopo che avrete pagato e smesso di dar fastidio a Gaza, divertitevi a fare festa al vostro Shalit e non ci rompete più le scatole. In questa maniera, non occorre dirlo, avremo anche noi la nostra convenienza: per il bene di tutti, eh
Che lezione, che sublime cinismo; ci voleva il ricordo di Ramsete per produrre uno spirito commerciale (o un commercio spirituale?) così elevato. My compliments, mister Aboul Gheit, prendiamo nota della lezione. Dov'è la cassa?

Ugo Volli

PS: Volevo anche dirvi, sempre dai giornali israeliani, che sempre alle nazioni unite a un certo punto non ha parlato nessuno ed era Abu Mazen. Del suo non discorso non sappiamo nulla; tutti erano troppo distratti a fare aeroplanini e parole crociate per badargli.

PPS: Domani è Kippur, la cartolina non esce. Hatimà tovà, buona iscrizione nel libro della vita, a tutti i lettori


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90




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28 settembre 2009

Il doppio gioco di Teheran e chi ci casca

Commenti di Fiamma Nirenstein, Angelo Pezzana

Testata:Il Giornale-Libero
Autore: Fiamma Nirenstein-Angelo Pezzana
Titolo: «E se il regime iraniano avesse altre strutture nascoste ?-La Casa Bianca non ha ancora capito il pericolo di Teheran»

Pubblichiamo oggi,27/09/2009, una pagina con i commenti sulla vicenda iraniana di Fiamma Nirenstein, IL GIORNALE a pag.15, con il titolo "E se il regime iraniano avesse altre strutture nascoste ? " e di Angelo Pezzana, LIBERO, a pag.17, con il titolo " La Casa Bianca non ha ancora capito il pericolo di Teheran ". In altra pagina tutte le cronache.

IL GIORNALE- Fiamma Nirenstein: " E se il regime iraniano avesse altre strutture nascoste ? "

 

L’Iran è determinato oltre la nostra povera immaginazione occidentale a ottenere la bomba atomica, e il suo bisogno esistenziale di potere legato all’idea di un compito egemonico irrinunciabile, ha dato una enorme, inevitabile evidenza di sé nei giorni scorsi: la scoperta della nuova struttura di arricchimento nucleare, che Obama voglia o no ammetterlo, lo ha portato almeno un cambiamento verbale di linea; la Russia, che è pesante, si è spostata; la Cina, mentre Sarkozy e Brown denunciavano le violazioni di Teheran, non ha potuto mantenere la sua orientale indifferenza.
«La nuova struttura, con l’aiuto di Dio, comincerà a funzionare molto presto»: se non avevamo capito bene, la cocciuta determinazione iraniana dopo che Obama, Sarkozy e Brown avvertivano Teheran che adesso «è l’Iran che deve dare risposte» come ha detto il presidente degli Usa, ce l’ha di nuovo spiegata ieri Muhammad Muhammadi Golpayegani il consigliere del leader spirituale dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei. Sarà un impianto, e ce lo avevano dapprima detto i Mujaidin al Qalk, un importante gruppo di opposizione e poi il regime l’aveva dovuto confermare all’Aiea, situato nella santa città di Qom, a sudest di Teheran.
Anche se i servizi occidentali ne avevano forse individuato le tracce, le cautele dell’Aiea che hanno sempre coperto di veli tutta la storia del nucleare iraniano, ancora una volta non sono state d’aiuto. Anche la prima indagine sul nucleare iraniano cominciò con la scoperta di due impianti a Natanz e a Arak, e anche allora era stato un gruppo di dissidenti fuoriusciti a mettere in allarme il mondo.
L’Iran ha inventato vari nascondigli del suo programma per 18 anni. Adesso una domanda prima di ogni altra non deve darci tregua: l’Iran può muovere avanti il programma anche più rapidamente dell’anno che i servizi di tutto il mondo e anche l’Aiea gli assegna prima della bomba? Ovvero ha altre strutture di arricchimento attive nascosto altrove? Perché questo significherebbe che si può incrementare l’arricchimento di uranio già arricchito nelle strutture palesi portandolo in segreto vicino al 90 per cento richiesto per la bomba.
Dopo la nuova scoperta e alla nuova concordia internazionale, il primo ottobre, alla trattativa che si apre con l’Occidente, l’Iran potrebbe cedere? La nostra risposta è che non sembra realistico. Quali che siano le mosse tattiche di Ahmadinejad, egli considera non un rischio morale e fisico ma un onore essere contrapposto all’intero Occidente nel perseguire un fine che considera indispensabile alle sorti del mondo, la dominazione islamica.
Il regime iraniano ha continuato sotto gli occhi del mondo a finanziare guerre terroriste come quelle di Hamas e degli Hezbollah, ad ammassare missili e a fornirne ai suoi amici, a sbandierare la distruzione di Israele e la negazione dell’Olocausto mentre il mondo gli chiedeva di smetterla; e intanto, costruiva la bomba atomica. Per questo vive l’Iran degli ayatollah, e non cederà. Tuttavia, è ormai un regime indebolito, che perseguita il suo stesso popolo in rivolta. Su questo, e anche considerando la vulnerabilità del frazionamento etnico, è possibile agire.
Inoltre, anche se l’élite considera il sacrificio un necessario complemento della gloria dell’Islam sul mondo, il regime teme la propria riduzione all’impotenza, e sa che un’area di grande vulnerabilità è la sfera economica. L’Iran guadagna soprattutto dalla vendita di petrolio grezzo e gas naturale e manca di tutti i prodotti raffinati derivanti dal petrolio, come la benzina. Inoltre manca di servizi finanziari per cui può risentire molto del blocco dell’attività finanziaria esterna. La gente desidera ormai la fine del regime, è molto difficile al momento che dopo le torture e le persecuzioni politiche del dopo elezione il «popolo farsi» di antica memoria si aggreghi tutto intorno al regime contro il nemico, come hanno spesso minacciato gli analisti. Infine, mentre l’Iran fa continue parate e si pavoneggia moltissimo delle sue armi, di fatto un arsenale impressionante per un Paese in via di sviluppo, pure il loro ammodernamento è in gran parte legato alla benevolenza della Russia, che in questo periodo potrebbe svolgere un ruolo molto importante stabilendo, finalmente, che l’Iran è pericolosa anche per lei.
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LIBERO-Angelo Pezzana: " La Casa Bianca non ha ancora capito il pericolo di Teheran "

Mentre la scoperta di un secondo sito nucleare in Iran  riempiva ieri le pagine di giornali e Tg in tutto il mondo, lo stesso non avveniva in Israele, dove i media si sono limitati a un generico  ve l’avevamo detto, ma voi avete sempre sotto stimato il pericolo iraniano, e ve ne accorgete solo ora, quando è diventato impossibile chiudere gli occhi di fronte alle menzogne che Ahmadinejad ha sempre raccontato ai funzionari dell’Aiea, guidati da El Baradei, grazie al quale anche le democrazie occidentali si sentivano tranquille, convinte che la situazione fosse sotto controllo. Quanto fosse valido quel controllo era anche sostenuto dalla convinzione che la patata bollente dovesse rimanere in mani israeliane, essendo tutti sicuri che pure il cerino acceso avrebbe fatto la stessa fine. Sarà per questo che ieri la notizia è stata data accanto, se non dopo, altre giudicate egualmente importanti per l’opinione pubblica israeliana. Come la decisione del ministro degli esteri egiziano Ahmed Aboul Gheit, che ha detto di condividere la richiesta di Hamas, che libererà Gilad Shalit solo in cambio di mille prigionieri dalle carceri israeliane. Questo allineamento di posizioni contraddice l’impegno chel’Egitto si era assunto quando ha accettato di fare da mediatore, mentre di fatto ha dimostrato di sostenere solo la richiesta della parte palestinese. Ha preoccupato  ieri gli israeliani anche il lancio da Gaza di un altro missile kassam che ha colpito il Negev occidentale, per fortuna senza vittime. C’è stata poi l’emozione per la partecipazione alla Maratona di Berlino di 1,183 israeliani il 20 settembre scorso, in quel numero preciso per ricordare i giorni di prigionia di Gilad, un numero che tutti portavano scritto addosso con caratteri molto visibili. Oppure, per non allontanarsi troppo dal palcoscenico americano, un po’ di spazio veniva anche dato alla dichiarazione di Abu Mazen, che i settlements non congelati avrebbero ritardato la ripresa del dialogo, ma, in compenso, che Bibi Netnayahu aveva fatto all’Onu un intervento di alto profilo, come ha scritto Nahum Barnea, uno dei commentatori di punta di Yediot Aharonot, il quotidiano più diffuso.  Obama si faceva riprendere fra Brown e Sarkozy mentre rivolgeva l’ormai abituale monito ad Ahmadinejad, questa volta spostando il limite della pazienza da fine settembre a fine dicembre, rendendo così credibile la successiva affermazione del dittatore iraniano che con tono strafottente affermava di non avere alcun obbligo di riferire a Obama le proprie intenzioni, aggiungendo che l’Occidente la doveva smettere di interferire negli affari interni iraniani. Seguito da quel sant’uomo di Khamenei, il quale, inneggiando al secondo sito nucleare, dichiarava che “avrebbe accecato i nostri nemici “. Affermazione che ha risvegliato dall’abituale tranquillità persino El Baradei, che ha manifestato, al solito con discrezione, l’intenzione di ispezionare il nuovo sito scoperto presso la città di Qom. E’ comprensibile che il presidente di Israele, l’equilibrato Shimon Peres, abbia gratificato Ahmadinejad con la definizione di “ leader oscuro e tetro, che si concilierebbe con il Medio Evo, uno che vorrebbe uccidere come all’epoca dell’Inquisizione, predica l’omicidio e l’odio, il terrorismo, il ricorso alle armi nucleari per un genocidio “.  Qualcuno ha volto interpretare l’assenza degli abituali sorrisi su volto di Barack Obama come il segnale della svolta, l’indicatore che finalmnte ha capito in quale mare sta nuotando. Ci permettiamo di dubitarne, anche se altri segnali si stanno affacciando, che lascierebbero pensare il contrario. Ma nove mesi, nei quali non ne ha imbroccata una, lisciando il pelo ai nemici e trattando male gli alleati, non si cancellano solo perchè di colpo ha scoperto che Ahmadinejad gli ha sempre mentito. Provi a cambiare qualche consigliere, alla prossima delusione si troverà meno impreparato.

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28 settembre 2009

Diritto di cittadinanza

Sono passati solo dieci giorni e di tutto il gran dibattito per la presunta rissa tra Berlusconi e Fini nessuno ne parla più: mi chiedo a volte se la politica non sia come le lampadine che si accendono o spengono con il “click”. Mi interessa però accennare a un altro tema che divide l’opinione pubblica: la possibilità di richiedere ed ottenere la cittadinanza italiana, con relative polemiche. Ai lunghi discorsi preferisco una proposta concreta visto che secondo me non è il fattore “tempo” (di soggiorno in Italia) ad essere l’aspetto qualificante ma il “come” si viva o meno questo  periodo. Ricordando che da quando sono sindaco di Verbania ho attuato la “Festa della cittadinanza” proprio per dare importanza a questo evento riunendo in un'unica occasione  diversi neo-cittadini per il giuramento e facendo diventare l’appuntamento un’occasione di socialità e di incontro, ecco alcune proposte: 1) Resti di 10 anni il termine normale per chiedere la cittadinanza a chi soggiorna nel nostro paese. 2) Per ottenerla deve essere comunque necessario superare un esame serio di lingua e di conoscenza storica e sociale (a chi non ce l’ha si imponga di seguire un corso di approfondimento: vale di più la cittadinanza o la patente di guida?). 3) Il periodo sia più breve per chi è residente nell’UE e ne sia già cittadino, estendendo tale possibilità anche per altri paesi dell’Europa Occidentale (Svizzera, Norvegia, Islanda) non facenti parte della UE. 4) Sia possibile richiederla dopo un periodo minimo (ad esempio 5-7 anni) facendone istanza motivata. Il punto 4) è importante perché vi sono  spesso situazioni chiare, obbiettive e logiche per non dover aspettare 10 anni. Gente che è perfettamente integrata, che parla l’italiano benissimo  per vicende famigliari, che ha titoli di studio e magari è di origine italiana.  Non sia quindi più tanto il decennio trascorso la condizione per ottenere la cittadinanza ma un esame obbiettivo, serio, documentato e verificato del singolo caso l’elemento determinate per la concessione. Chissà se su questo tema sarà possibile un dibattito parlamentare serio, meditato, soprattutto che tenga conto delle realtà umane e dei bisogni di tanta gente, ma anche delle condizioni spesso del tutto insufficienti della nostra realtà consolare all’estero anche perché chi ne ha il diritto non è giusto attenda poi altri anni solo per ritardi burocratici di cui non ha colpa.

Marco Zacchera sindaco di Verbania.


 




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