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31 agosto 2009

Il 48% degli studenti israeliani iscritti quest'anno è arabo o haredim

 

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Il 48% degli studenti israeliani iscritti quest'anno è arabo o haredim

Cari amici, non voglio parlare oggi di politica o di religione, ma di istruzione. Roba seria, per cui questa sarà una cartolina poco divertente, ma importante.  L'istruzione un problema essenziale per tutti i paesi oggi, dato che la società contemporanea è basata sulla conoscenza; ma è particolarmente importante per Israele, un piccolo Stato senza quasi materie prime o risorse energetiche, che ha poco territorio per vivere solo di agricoltura ed è circondato da nemici che rendono difficile e costoso il commercio. Israele, in effetti, vive di intelligenza, ha uno dei sistemi educativi migliori del mondo, e per esempio è secondo solo agli Stati Uniti nei brevetti di alta tecnologia. Anche la sua sopravvivenza militare è legata all'innovazione tecnologica, non potendo basarsi né sulla quantità di truppe, né sulla potenza economica.
Bene, tutto questo è a rischio. Una ricerca sui dati del ministero dell'Istruzione condotta dal Taub Center for Social Policy Research, un centro studi indipendente con base a Gerusalemme, mostra che le scuole Haredi e arabe insieme quest'anno iscriveranno il 48 per cento degli scolari israeliani. Dieci anni fa erano il 39 per cento, gli scolari arabi nel frattempo sono cresciuti del 10 per cento, gli haredim del 51 per cento, le scuole religiose di stato dell'otto per cento, le scuole "normali" sono diminuite.
Voi direte che non c'è niente di male, che gli arabi hanno diritto a studiare nella loro scuola nella loro lingua (giusto) e che gli haredim hanno ragione a continuare a educare i loro figli come hanno sempre fatto, sulla Torah nei primi anni e poi sul Talmud. Anche questo sarebbe giusto, se fosse una parte del curriculum. Invece questi bambini studiano solo questo, non sanno nulla non dico di storia dell'arte (tutte quelle immagini...) o di musica strumentale (che, si sa, per i fondamentalisti di tutte le religioni è immorale)  ma anche del teorema di Pitagora, di fisica, di geografia o di storia (esclusa quella sacra, naturalmente).
Il risultato di questa situazione è che quasi metà dei ragazzi nati in Israele sono sottratti a un'educazione moderna. Gli arabi lo sono perché il loro sistema educativo è antiquato e inefficiente: il risultato medio ai test psicotecnici all'uscita della scuola media è di 14 punti percentuali inferiori a quelli degli studenti ebrei e dato che l'intelligenza non c'entra con l'appartenenza etnica questo significa che le loro scuole autogestite sono disastrosamente inefficienti. Gli haredim semplicemente non partecipano al test, perché il loro sistema non impartisce le nozioni di base (il core curriculum) che è verificato dalle prove. Inutile dire che il livello di disoccupazione e di assistenzialismo in questi gruppi di popolazione è assai più alto che nel resto, e continua a crescere.
Se proiettiamo questi dati fra vent'anni, si profila un disastro economico e sociale: una popolazione in maggioranza ignorante, incapace di vivere in una moderna società occidentale e fra l'altro fanatizzata in senso antisionista o quanto meno sleale allo stato alle cui spalle vive. Un problema non inferiore a quello del terrorismo e dell'ostilità internazionale organizzata, che queste cartoline non si stancano di denunciare.
Il patto che il gruppo dirigente di Ben Gurion strinse con gli ambienti ultraortodossi alla fondazione dello Stato mostra oggi tutti i suoi prezzi non solo in materia di diritti civili (per fare solo un esempio, l'assenza di un diritto familiare civile in Israele è un problema molto grave) ma anche in termini economici e sociali. La sola speranza è che prima o poi emerga un governo abbastanza forte da non dipendere dai partiti religiosi e abbastanza determinato da imporre a tutti gli istituti di istruzione di tutti gli orientamenti un curriculum di base (matematica, scienze, storia, geografia ecc.) e standard minimi di qualità. Purtroppo niente del genere si vede all'orizzonte.

Ugo Volli




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31 agosto 2009

Israele. Eilat: là dove nuotano i delfini...

CIMG1850 da te.

Eilat. Vista verso costa Giordana e dell'Arabia Saudita.

Foto: Piero P.

Ci sono luoghi, in Israele, di una bellezza unica e con un fascino struggente uno di essi, anche per chi non è innamorato del mare come chi scrive, è indubbiamente costituito da Eilat. Quell'estrema propaggine d'Israele che "sbuca" nel Mar Rosso, stretta -quasi soffocata- tra Giordania (che accoglie il visitatore mostrando una enorme bandiera nazionale) ed Egitto.

Quell'Egitto che si presenta con un deserto desolato e le costruzioni, sulla riva tormentata da stupende baie, iniziate in vista di un auspicato boom turistico molto spesso ancora in costruzione.

Proprio ad Eilat ci sono i delfini, qualche cosa di meravioglioso di cui parla oggi Rossella Tercatin:  

"Eilat, punta dell’estremo sud di Israele sullo Yam Suf, il “Mare finale”, nel resto del mondo noto come Mar Rosso. Proseguendo dal centro città in direzione del confine con l’Egitto, si incontra un cartello triangolare sbiadito giallo e blu, dove un subacqueo e un delfino si sorridono. È il Dolphin Reef, una spiaggia con un braccio di mare recintato in cui nuota un branco di delfini, in un ambiente del tutto naturale, un progetto a oggi unico al mondo.
“Quando nel 1990 ci venne l’idea di creare questo posto – spiega Nir Avni, fondatore del Dolphin Reef insieme a Roni e Maya Zilber – avevamo la possibilità di seguire diverse strade. Potevamo cercare un gruppo di delfini qui nel Mar Rosso, cosa che sarebbe stata piuttosto facile ed economica. Avevamo anche sentito parlare di un’agenzia governativa dell’ex-Unione Sovietica, che possedeva dei delfini tursiopi e che, non ricevendo più finanziamenti dal Governo, li stava vendendo a delfinari in giro per il mondo. Potevamo fare una scelta razionale, e optare per i delfini nostrani, oppure una scelta dettata dall’emozione e salvare quel gruppo di delfini russi. Comprammo quei delfini e li portammo qui.”
Per tre anni i delfini, tre femmine e due maschi, vissero nel braccio di mare con la rete chiusa, perché si abituassero e imparassero a conoscere la loro nuova casa. Si trovarono talmente bene che dopo un paio d’anni cominciarono a nascere i primi cuccioli. Fino a oggi ne sono nati oltre quindici, e molti delfini sono già nonni.
Nel 1993 furono aperte le reti, consentendo ai delfini di scegliere se rimanere oppure prendere il largo e seguire la loro strada. Alcuni delfini uscirono. Ma tornarono presto.
“Era un momento fondamentale per noi – prosegue Nir – eravamo sul punto di capire se tutto quello che avevamo fatto fino a quel momento aveva funzionato. Il nostro intento era quello di ricreare un ambiente in cui i delfini potessero svolgere la loro vita naturale senza alcuna costrizione, ma allo stesso tempo avevamo cercato di fare in modo che, una volta consentito loro di scegliere, decidessero di restare. Il nostro obiettivo fu raggiunto.”
Mantenere il corso naturale della vita dei delfini è un carattere fondamentale del Dolphin Reef, che lo distingue da quello di tutti gli altri delfinari. Qui i delfini non sono istruiti a saltare o esibirsi in cambio di cibo. L’amicizia con gli esseri umani qui è basata solo sulla loro volontà e piacere di giocare e farsi coccolare. Non viene distribuito ai delfini tutto il cibo di cui hanno bisogno per nutrirsi, in modo che mantengano l’abitudine di cacciare, e che le madri lo insegnino ai cuccioli. Questo è indispensabile, perché per molti il Dolphin Reef di Eilat rappresenta solo un luogo di passaggio prima di tornare reinseriti altrove in mare aperto.
“I nostri delfini appartengono a una specie protetta e l’unico posto al mondo in cui il loro numero è in aumento è questo” - spiega ancora Nir Avni - “Alcuni anni dopo aver aperto le reti, siamo stati costretti a richiuderle, a causa del comportamento degli uomini, che quando incontravano i nostri delfini così socievoli in mare li disturbavano, cercavano di salire loro in groppa, a volte facevano loro del male. Uno è stato trovato morto tra le reti di un peschereccio ed è stato un grandissimo dolore per tutti. Per questo motivo, quando ci accorgiamo che qualche delfino qui da noi è triste, perché non riesce a integrarsi col branco, lo ritrasferiamo nel Mar Nero. In questo modo contribuiamo ad aumentare la popolazione dei delfini lassù ed evitiamo il sovraffollamento qui da noi.”
Questa è stata esattamente la storia di Dicky, portato dal Mar Nero nel 1990 e reinserito nel 1997. Era stato messo in disparte da Cindy, il maschio dominante, padre di tutti i cuccioli nati al Dolphin Reef, ed era isolato e depresso. Molti sono i delfini riportati nel Mar Nero. Oggi nel mare del Dolphin Reef sguazzano otto delfini. Cindy è morto due anni fa e tutti aspettano di vedere chi dei due maschi, ancora cuccioli, Neo e Raja, prenderà il suo posto come capobranco.
Al Dolphin Reef sono orgogliosi di offrire un friendly environment, un ambiente ideale, non solo per i delfini, ma anche per tutte le altre creature che vi trascorrono del tempo. Non si fa certo fatica a crederci, se si guardano i gatti pasciuti e i pavoni colorati che scorrazzano in giro. O anche il piccolo Joker, un cagnolino che, alcuni anni fa, ha cominciato a fare l’autostop dalla città per arrivare al Dolphin Reef a nuotare con i delfini tutti i giorni, fino a che non fu ufficialmente adottato come mascotte alcuni mesi dopo.
Ovviamente gli altri frequentatori del Dolphin Reef che vengono curati amorevolmente sono gli esseri umani, ovvero i turisti. D’altra parte questo posto si regge completamente sul prezzo dei biglietti, non riceve alcun finanziamento.
Nel caldo di Eilat la spiaggia circondata da alberi offre una piacevole frescura, e una baia per fare il bagno, costeggiata dalla rete dei delfini, che si rincorrono saltano e spruzzano.
Nel Dolphin Reef si trova un Diving Center che organizza immersioni insieme ai delfini, ma anche in tutti gli altri siti subacquei di Eilat, per esperti e principianti senza alcuna esperienza precedente, compresi i bambini dagli otto anni.
Vedere i delfini sott’acqua nuotare a pancia in su, scambiarsi gesti affettuosi, ridere di gusto al solletico degli istruttori, rappresenta un’esperienza magica, arricchita anche dalla scoperta degli altri abitanti della rete, coralli e pesci colorati di ogni tipo, ma anche un paio di tartarughe marine che sono arrivate al Dolphin Reef di recente, rarissime da vedere in immersione nel Mar Rosso.
Oltre alle immersioni, e al relax in spiaggia, è possibile fare snorkeling, passeggiare sul pontile nell’area dove abitano i delfini, assistere al loro pasto e alle spiegazioni dei trainers. Infine, nascosta in una struttura di legno, si trova una zona relax con tre piscine riscaldate di acqua salata, salatissima e dolce, cuscini e divani con bevande e snack a disposizione, e una vista particolarmente mozzafiato al tramonto.
“Oggi tutti parlano di tutela dell’ambiente e di turismo sostenibile – conclude Nir Avni – ma è facile notare come nella maggior parte dei casi se si sviluppa il turismo ne risente la natura, e tutelando la natura è più difficile far crescere il turismo. Qui siamo riusciti a creare una condizione tale per cui le due cose vanno di pari passo, dove chiunque può sentirsi a suo agio e stare bene, uomini, delfini e tutti gli altri animali.”

Fonte: "l'Unione informa" - 28.08.09CIMG1771 da te.

Eilat.

Foto: Piero P.




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31 agosto 2009

Arabia Saudita, nasce NaqaTube alternativa islamica a YouTube

Dopo IslamicTube, ArabTube, VideoArab e gli altri siti di video sharing musulmani una nuova alternativa ''moralmente pura'' al popolare canale americano di condivisione file
 

 

ROMA - Un pericolo chiamato YouTube, un flusso non governato e non governabile di file da arginare. Non oscurandolo, ma combattendolo sullo stesso terreno: stringhe di bit epurate da allusioni sessuali, musiche e messaggi "profani".

Dopo IslamicTube, ArabTube, VideoArab e gli altri siti di video sharing musulmani in Arabia Saudita nasce"Naqatube", in ordine di tempo l'ultima alternativa ''moralmente pura'' al popolare sito americano di condivisione di file, il più grande contenitore al mondo, ora proprietà di Google.

Secondo Arab News, NaqaTube (Naqa in arabo significa puro) non sarebbe altro che una semplice raccolta di video privi di elementi considerati impuri dalla morale islamica. Molti dei prescelti circolavano già su YouTube, anzi diversi sono stati scaricati dal "concorrente" e nuovamente postati. Una selezione rigidissima che accanto a innocui cartoni animati e documentari sulla natura, affianca video dal contenuto prevalentemente religioso: nei suoi dieci canali moltissimi sono i materiali relativi a studiosi, imam e predicatori.

Uno dei moderatori del sito, intervistato dal quotidiano con uno pseudonimo, ha spiegato che nessun contenuto offende il sentimento religioso: rigorosamente bandite immagini di donne e video musicali non musulmani. Censurato anche il materiale "ostile" al governo saudita e al suo establishment politico e culturale. "Il sogno è quello di far diminuire il numero di visitatori di YouTube. Il nostro sito ha ricevuto dalle cinquemila alle seimila visite dal suo lancio avvenuto due mesi fa", ha sottolineato il moderatore accodandosi ai desideri di quanti, nel mondo islamico, hanno creato gli altri siti di video sharing "religiosamente corretti". Ha poi aggiunto: "Stiamo promuovendo un Islam moderato, niente di estremo".
 

Un modo, anche se non dichiarato esplicitamente, per marcare la differenza con i cloni che, in passato, generarono polemiche. Il più illustre è Aqsatube, dei palestinesi di Hamas. Il centro studi israeliano, dopo avere analizzato il sito, lo aveva tacciato di essere un mero strumento di propaganda terroristica, denunciando la messa online d'immagini che esaltavano il martirio, anche di bambini e della Jihad.
repubblica web

 




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31 agosto 2009

“Gerusalemme è sempre stata araba e islamica”

 

 

Il capo magistrato islamico dell’Autorità Palestinese, lo sceicco Tayseer Rajab Tamimi, ha ribadito mercoledì che - a suo dire - non esiste nessuna prova a sostegno della tesi secondo cui gli ebrei sarebbero vissuti in passato a Gerusalemme, né che vi sia mai esistito un Tempio ebraico (lo stesso, per inciso, di cui parlano i Vangeli).
Tamimi sostiene che anche gli archeologi israeliani avrebbero “ammesso” che Gerusalemme non è mai stata abitata da ebrei.
Tamimi, che ricopre la più alta carica religiosa dell’Autorità Palestinese, ha fatto queste affermazioni - ampiamente riprese dalla stampa araba - in risposta alle dichiarazioni rilasciate all’inizio della settimana dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu secondo il quale Gerusalemme non può essere considerata “un insediamento” giacché sono gli ebrei che “l’hanno edificata tremila anni fa”.
“Le affermazioni di Netanyahu sono senza fondamento – dice Tamimi – Gerusalemme è ed sempre stata una città araba e islamica”. Tamimi sostiene che tutti gli scavi archeologici condotti da Israele dopo il 1967 “non sono riusciti a dimostrare una storia o una presenza degli ebrei a Gerusalemme né che il loro presunto tempio sia mai esistito”.
Il leader religioso palestinese denuncia come bugiardi Netanyahu e “tutti i rabbini e le organizzazioni estremiste ebraiche” per la loro affermazione che Gerusalemme in passato fosse una città ebraica, e accusa Israele di distorcere i fatti e di falsificare la storia “con l’intento di cancellare il carattere arabo e islamico di Gerusalemme”.
Tamimi accusa inoltre Israele di aver lanciato una campagna di “pulizia etnica” per cacciare gli arabi dalla città. “Profanando i suoi luoghi sacri, espellendo i suoi abitanti arabi e demolendo le loro case e confiscando le loro terre e i loro edifici a Gerusalemme – ha detto – Israele cerca, con l’uso delle armi, di trasformarla in una città ebraica, e questa è una flagrante violazione di tutti i valori religiosi, legali, morali e umani”.
[Per la cronaca, nei quarant’anni successivi alla riunificazione del 1967 la percentuale della popolazione ebraica in tutta la città di Gerusalemme è scesa dal 74 al 66% mentre, nello stesso periodo, la percentuale della popolazione araba è cresciuta dal 28 al 34%.]

(Da: Jerusalem Post, israele.net, 27.08.09)




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31 agosto 2009

La sinistra liberal per Israele

 

Jerusalem Post

La morte del senatore Edward Kennedy, vera quintessenza del liberal di sinistra, ci ricorda che vi fu un tempo in cui essere liberal di sinistra coincideva con essere a favore di Israele. Il liberalismo di sinistra alla Kennedy aveva le sue radici nell’ottimismo verso il genere umano, nella fiducia nel bene che il governo può fare e nella forza dei negoziati per risolvere problemi apparentemente insolubili.
Kennedy fece il suo primo viaggio in Israele nel 1962 come preludio della sua campagna da senatore. Benché ufficialmente in “visita privata”, Kennedy tenne un “fervente discorso sionista” davanti a duemila studenti dell’Università di Gerusalemme. Solo un gruppetto di comunisti inscenò una dimostrazione contro la sua presenza. A quei tempi, liberal di sinistra e comunisti erano acerrimi nemici.
Senatore di fresca nomina, Kennedy divenne presidente della sottocommissione sui profughi internazionali. Quando gli venne il sospetto che i soldi dell’agenzia Onu per i profughi palestinesi UNRWA – in gran parte elargiti dal contribuente americano – venissero dirottati ad Ahmed Shukeiry, il predecessore di Yasser Arafat, e ai suoi miliziani, protestò con determinazione. Dopo aver visitato i campi profughi arabi in Libano e nella Cisgiordania allora occupata dalla Giordania, Kennedy si fece promotore di programmi di riabilitazione e formazione, per aiutare gli sfollati della guerra del 1948 a iniziare una nuova vita. I leader israeliani appoggiarono i suoi sforzi. Ma gli arabi insistevano che l’unica soluzione per i profughi fosse il loro ritorno alle case originarie con la demolizione di Israele.
Kennedy non era affatto un sostenitore acritico di Israele. Si opponeva ai raid di ritorsione contro i feddayin arabi, e invocava la mediazione di una parte terza. Nel 1966 avanzò un suo piano per la pace in Medio Oriente che propugnava il rispetto dell’integrità territoriale di tutti gli stati della regione. Gli arabi non ne vollero sapere.
Dopo la guerra dei sei giorni del 1967 Kennedy restò saldamente amico di Israele e disse che, a livello personale, non aveva obiezioni a che Gerusalemme rimanesse unita sotto sovranità israeliana. Durante l’amministrazione Nixon caldeggiò la vendita a Israele di caccia tipo Phantom, scontrandosi con J.W. Fulbright, il potente presidente della commissione del Senato per le relazioni con l’estero.
Nei primi anni ‘70 era già uno dei principali sostenitori del movimento per gli ebrei sovietici. Nel 1974 fece irritare il Cremlino incontrando i refusenik ebrei a Mosca.
Per tutti gli anni delle presidenze (repubblicane) Nixon e Ford, Kennedy sostenne con forza l’aiuto militare a Israele. Quando il presidente (democratico) Jimmy Carter fece pressione a favore di un’importante fornitura di armi all’Arabia Saudita, Kennedy gli votò contro, pur accogliendo la richiesta della Casa Bianca di non capeggiare l’opposizione all’accordo. Ma si oppose costantemente agli occasionali corteggiamenti di Carter verso l’Olp, allora isolata (in quanto apertamente terrorista). E quando l’amministrazione Carter appoggiò una risoluzione del Consiglio di Sicurezza ispirata dagli arabi che chiedeva la rimozione di tutti gli insediamenti ebraici oltre la linea armistiziale del 1949, Kennedy definì “vergognoso” il voto degli Stati Uniti: voleva che le parti negoziassero tutte le questioni, compresa quella dei confini e degli insediamenti.
Nel 1980 sfidò senza successo Carter alle primarie del partito democratico, pur avendo ricevuto un forte appoggio dal rabbino Alexander Schindler del movimento riformato e da altre personalità dell’ebraismo liberal americano. Carter finì poi col perdere la sua corsa per il secondo mandato presidenziale, battuto alle elezioni dal repubblicano Ronald Reagan.
Anche Reagan, quando nel 1981 cercò di vendere caccia F-15 all’Arabia Saudita, si imbatté nell’opposizione di Kennedy. E quello stesso anno, di fronte della reazione smodatamente scandalizzata dell’amministrazione Reagan per l’attacco israeliano all’impianto nucleare iracheno, Kennedy biasimò quella reazione come “profondamente sbagliata”.
Oggi il liberalismo di sinistra pro-israeliano impersonato da Kennedy, Hubert Humphrey, Henry Jackson, Daniel Patrick Moynihan e Jacob Javits sembra una cosa arcaica. Quella era la generazione che aveva visto di prima mano che il rifiuto arabo dell’esistenza di Israele era alla radice del conflitto. Oggi l’invocazione di gettare gli ebrei a mare è stata rimpiazzata da iniziative arabe per una soluzione “a due stati” che suonano assai più ragionevoli. Solo tra le righe – là dove si parla di riconoscimento, confini, militarizzazione e profughi – emerge qualcosa di diverso. Un tempo non c’erano insediamenti, eppure gli arabi perseguivano la distruzione di Israele. Ieri, invece, un compendio della CNN indicava gli insediamenti come l’ostacolo per eccellenza alla pace.
Forse i vecchi liberal alla Kennedy erano i veri centristi e i progressisti di oggi sarebbero quelli davvero di sinistra. O forse, sessant’anni dopo, i liberal sono semplicemente diventati impazienti e insofferenti, dopo le guerre in Libano, i posti di blocco, l’isolamento di Gaza. Oggi il catechismo del liberal di sinistra recita: 1) tutti i conflitti sono risolvibili 2) Israele è la parte più forte 3) dunque è Israele che deve assumersi i maggiori rischi per la pace. I liberal di sinistra si innervosiscono perché Israele non abbraccia questi principi “senza se e senza ma”. Ma se noi riusciamo a sopravvivere in questa regione, è proprio perché non lo facciamo.
Edward Kennedy lo capiva, e capiva molto di più. Israele ne sentirà acutamente la mancanza.

(Da: Jerusalem Post, 28.08.09)

Nella foto in alto: il senatore Edward Kennedy (1932-2009).

Si veda anche:
Quel Kennedy amico d’Israele. Esattamente vent’anni prima d’essere assassinato, Bob Kennedy aveva visitato la Palestina Mandataria
http://www.israele.net/sezione,,2232.htm




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30 agosto 2009

Perchè Berlusconi sbaglia ad andare da Gheddafi

 
segreteria@libero-news.eu

Riportiamo da LIBERO di oggi, 30/08/2009, a pag. 14, l'articolo di Magdi Cristiano Allam dal titolo " Da frecce tricolori a frecce beduine per onorare il raìs ".

 Magdi Cristiano Allam

Il 20 agosto 2009 è stato il “giorno della vergogna” per questa Europa. Quasi nelle stesse ore Gran Bretagna, Svizzera ed Italia hanno incurvato la schiena per prostrarsi di fronte al dittatore libico Gheddafi, incarnazione del dio del petrolio, del gas e del denaro, confermando che siamo a tal punto moralmente degradati da non avere più alcuna remora nello svendere i nostri valori e rinunciare alla nostra dignità.

Nello stesso giorno la Gran Bretagna ha rilasciato il terrorista libico Abdel Baset al-Megrahi, condannato per la strage dell’aereo della Pan Am il 21 dicembre 1988 costata la vita a 270 persone, in cambio di nuove agevolazioni petrolifere alla Bp; il presidente svizzero Hans-Rudolf Merz si è recato a Tripoli e si è scusato per l’arresto e la detenzione del figlio del dittatore libico, Hannibal, condannato per aver picchiato a sangue due domestici circa un anno fa; il governo italiano ha confermato che Berlusconi si sarebbe recato in Libia nella ricorrenza del primo anniversario del del Trattato italo-libico di amicizia, che avviene proprio oggi, a dispetto dell’ennesima strage di clandestini costata la vita a 73 etiopi partiti dalle coste libiche, che getta ombra sul rispetto del trattato stesso.

Per l’Europa è arrivato il momento di fare la scelta strategica di liberarci dalla schiavitù del petrolio, del gas e del denaro sporco. Perché se domani, primo settembre, l’Italia sarà costretta a omaggiare il dittatore libico Gheddafi con l’esibizione delle frecce tricolori per condividere la sua festa per il quarantesimo anniversario del colpo di stato al seguito del quale cacciò 20 mila italiani confiscando tutte le loro proprietà, stimate dall’Airl in 3 miliardi di euro e che a tutt’oggi si rifiuta di indennizzare, significa che abbiamo abdicato alla nostra dignità nazionale. Ed il fatto che sia Gheddafi a pagare il costo dell’esibizione delle nostre frecce tricolori è ancor più grave, dal momento che rappresentando un simbolo della nazione, significa che ormai siamo disponibili a barattarlo in cambio di denaro. È del tutto evidente che il problema si pone dal momento che si tratta di un regime dittatoriale e reo-confesso di terrorismo internazionale, che a tutt’oggi non esita a impiegare le armi del ricatto per sottomettere ai propri diktat un’Europa edonista e pavida, che è pronta a tutto pur di poter perpetuare una concezione della felicità appiattita su parametri materialistici e consumistici.

Dovrebbe farci riflettere il fatto che oggi i nostri tre principali alleati internazionali sono Putin, Gheddafi ed Erdogan, a capo di tre regimi autoritari che detengono i giacimenti o controllano le rotte del petrolio e del gas, costituendo al tempo stesso dei mercati allettanti per le nostre esportazioni. E non a caso questa strategia è patrocinata dall’Eni che, dall’indomani della seconda guerra mondiale, ha determinato le scelte sia energetiche sia politiche dell’Italia in Medio Oriente, nel Golfo e ovunque coltivi degli interessi. Sia chiaro che a queste scelte hanno aderito sia i governi democristiani, sia i successivi governi di sinistra e di destra. È quindi una scelta che accomuna l’insieme della classe politica italiana, in cui si ritiene che la garanzia delle riforniture di petrolio e di gas debba prevalere su qualsiasi altra considerazione, compresa la legittimazione di regimi dittatoriali che violano i diritti dell’uomo e sponsorizzano il terrorismo internazionale. Non mi sorprende affatto che la Procura di Perugia, come si legge in un’inchiesta pubblicata da L’Espresso, dopo tre anni di indagini ha emesso delle condanne e rinviato a giudizio alcuni italiani coinvolti in una rete che riforniva la Libia di armi russe.

Probabilmente in Italia stiamo sottovalutando l’impatto e le conseguenze dell’accordo italo-russo-turco del 6 agosto scorso per la costruzione del gasdotto “South Stream”, frutto di un’intesa tra l’Eni e la russa Gazprom, che porterà 63 miliardi di metri cubi di gas annui dai giacimenti del Mar Caspio all’Europa attraversando il Mar Nero e i Balcani, che sostanzialmente determinerà la morte del gasdotto Nabucco, voluto dall’Ue e dagli Stati Uniti, per affrancare l’Europa dal monopolio delle forniture di gas russo. Di fatto l’Italia partecipa con la Russia e la Turchia ad una strategia energetica che favorisce la crescita della dipendenza dell’Europa sia dalla Russia che dalla Turchia che, tra l’altro, ha ottenuto in cambio dell’autorizzazione al transito del gasdotto sul proprio territorio, la costruzione da parte dei russi della sua prima centrale nucleare.

È tutto l’insieme che non torna. Dall’accoglienza trionfale in patria da parte dello stesso Gheddafi alla stregua di un eroe nazionale al terrorista reo-confesso al-Meghrahi; alla volontà di riarmarsi sia tramite gli accordi diretti con il governo italiano sia con l’accordo miliardario con la Finmeccanica sia infine operando clandestinamente sul mercato nero; fino alla persistente strumentalizzazione dei clandestini come arma di ricatto per condizionare la nostra politica: tutto sta ad indicare che il regime libico è tutt’altro che cambiato e che tuttavia noi ci siamo sottomessi al suo arbitrio.

Ha ragione il ministro dell’Interno Roberto Maroni quando rileva che dall’entrata in vigore del trattato con la Libia, lo scorso maggio, il numero dei clandestini arrivati in Italia a partire dalle coste libiche è calato del 92%, passando da 10.116 nel periodo dal primo maggio al 31 luglio 2008, a 1.116 nello stesso periodo del 2009. Tuttavia se si considera che dalla firma del trattato con la Libia il 30 agosto 2008 il totale dei clandestini partiti dalle coste libiche è di circa 10mila, che sono oltre un migliaio i clandestini che continuano a partire dalle coste libiche a dispetto dell’entrata in vigore del trattato e che comunque ci sono stati decine di morti le cui vite sono inestimabili, è evidente che Gheddafi continua a tenere in piedi la minaccia degli sbarchi per mantenere in tensione permanente i rapporti con l’Italia. Il quadro d’insieme di questa Europa è desolante. Ormai abbiamo superato ogni limite di decenza nello svendere i valori e siamo pronti a prostituirci pur di possedere a tutti i costi beni materiali da cui facciamo dipendere la nostra concezione di sviluppo e felicità. Quando lo scorso anno Gheddafi minacciò il ritiro dei fondi libici dalle banche svizzere come ritorsione per la sanzione inflitta dalla magistratura elvetica a suo figlio Hannibal, il nostro governo intervenne per ottenere che quei fondi fossero versati alle banche italiane. Qual è il messaggio che diamo a Gheddafi, ad arabi e islamici che detengono petrolio, gas, fondi sovrani e mercati allettanti? Che siamo pronti a tutto pur di avere il denaro, anche se si tratta di pugnalare alle spalle governi europei alleati e con cui dovremmo condividere i valori non negoziabili alla base della civiltà d’Europa.

Ecco perché dobbiamo dire basta a questa scelleratezza che ci sta degradando moralmente. Riappropriamoci dei nostri valori, stringiamoci attorno alla nostra identità, riscattiamo la nostra civiltà affrancandoci dalla schiavitù del petrolio. È ora di fare delle scelte coraggiose e lungimiranti nell’ambito vitale delle fonti energetiche, al fine di poter salvaguardare la nostra dignità come persone e come nazione.

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30 agosto 2009

Gilad Shalit , rapito da 1161 giorni

 Gilad Shalit

" Perdonaci per non averti saputo proteggere, per non essere riusciti ancora a salvarti dalle immense sofferenze che stai provando ", sono le parole pronunciate da Aviva Shalit, madre di Gilad, nel giorno del terzo compleanno, vissuto da prigioniero di Hamas, trascorso in chissà quale luogo, da 1161 giorni lontano dai suoi cari, da quando fu rapito il 25 giugno 2006 al confine con Gaza. C´è un solo nome per definire tanta crudeltà, barbarie, sono barbari e non soltanto nemici i terroristi che oltre ad uccidere, arrivano a torturare lentamente, giorno dopo giorno, un essere umano. " Malgrado tutti i nostri sforzi, non siamo ancora riusciti a riportarti a casa ", ha continuato Aviva, mentre lo scorso giovedì migliaia di persone si recavano al Muro Occidentale per una preghera collettiva nel nome di Gilad. Anni di paura, di speranza, di annunci, conclusi finora in un niente di fatto, coscienti che la richiesta di Hamas di liberare, in cambio di Gilad, un migliaio di criminali dalle prigioni israeliane era un prezzo insostenibile da sopportare, in una altalena di incontri, prima tramite la mediazione egiziana, e ora, dopo il suo fallimento, quella tedesca. Un rapimento che non ha pesato nel conflitto più di tanto, un atto crudele quanto inutile per infliggere dolore e niente altro. Uno stato democratico non può accettare di venire a patti con una entità terrorista, qui non c´entrano le posizioni di forza da difendere a qualunque costo, in Israele, anche la vita di un solo cittadino, pur di essere salvata, impegna il governo fino allo spasimo. La gente spera che il miracolo avvenga, perchè gli israeliani amano la vita, non è la morte o il martirio che invocano. In poche parole sono un popolo civile, a differenza dei barbari, per i quali l´onore più grande è potersi fare esplodere in mezzo agli ebrei per ammazzarne il più possibile. Netanyahu dovrebbe averne discusso durante l´incontro a Berlino con Angela Merkel, ma non se ne conoscono i risultati. Aviva, ne sono certo, tratterebbe anche con il diavolo, pur di riavere a casa Gilad. Il diavolo, in questo caso, è Hamas, che non deve rispondere a nessuna legge internazionale, nessuna regola civile, perchè tutto gli viene concesso, non deve rendere conto a nessuno, perchè nessuno chiede ai barbari di giustificare il loro comportamento. Un tempo, però, i barbari li si combatteva. Oggi non più, è la democrazia ad essere sotto accusa, sarei curioso di sapere come reagirebbe l´opinione pubblica internazionale se Israele applicasse gli stessi metodi di Hamas. La domanda è ovviamente retorica, la risposta la conosciamo già.

Angelo Pezzana

 

 


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90

 




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30 agosto 2009

Le vittime israeliane del terrorismo dal 2000 ad oggi

                 

 Shiraz Nehmad, 7, and her sister Liran, 3, of Rishon Lezion were two of 11 people killed in a suicide bombing on Saturday evening near a yeshiva in the ultra-Orthodox Beit Yisrael neighborhood in the center of Jerusalem.


 


In questo sito sono elencate tutte le vittime israeliane provocate dagli assasini palestinesi dal 2000 al 9 maggio 2009.
Ci sono le storie e le foto di donne, bambini, giovani e anziani trucidati con bombe, cinture esplosive, fucili, kalashnikov, coltelli e bulldozer.
Sono le vittime della nuova Shoà del popolo ebraico, sono le persone che sono state trucidate in quanto appartenenti al popolo ebraico, in un devastante ripetersi di orrori che non sembrano avere fine.

http://www.mfa.gov.il/MFA/Terrorism-+Obstacle+to+Peace/Memorial/2000/In+Memory+of+the+Victims+of+Palestinian+Violence+a.htm
 

 


 




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29 agosto 2009

I palestinesi in Libano non hanno diritto nemmeno alla ricostruzione dello stesso campo profughi (distrutto dall'esercito libanese)

Annunciata più volte e poi rimandata, la ricostruzione del campo profughi palestinese di Nahr el-Bared, devastato durante il conflitto del 2007 tra esercito libanese e militanti islamici di Fatah al-Islam, dovrebbe avere finalmente inizio.


Secondo fonti dell’Agenzia Onu per i profughi palestinesi (Unrwa), il 90 per cento delle macerie del cosiddetto “Vecchio campo” sono state rimosse, e sono stati superati i diversi vincoli di natura legale e politica che finora hanno impedito l’avvio dei lavori.


Il campo di Nahr el-Bared - che sorge non lontano dalla città di Tripoli, nel nord del Paese – fu distrutto durante le 15 settimane di battaglia del 2007, in cui morirono oltre 400 persone e 30 mila furono sfollate.

L’inizio della sua ricostruzione fu annunciato già sei mesi fa, il 9 marzo, quando fu anche posta una “prima pietra” che doveva celebrare l’evento. La scoperta dei resti di un villaggio di epoca romana, tuttavia, ha spinto le autorità libanesi a rivedere i propri progetti.


A sucitare timori adesso è la mancanza dei fondi necessari per completare l’opera. Due successivi appelli rivolti dall’Unrwa alla comunità internazionale non sono bastati per raggiungere la cifra necessaria, stimata in 328 milioni di euro.

Da
Euronews

esperimento




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29 agosto 2009

Censurata la mostra sul capo islamico assassino di ebrei

 

Riportiamo da LIBERO di oggi, 29/08/2009, a pag. 34, l'articolo di Andrea Morigi dal titolo " Censurata la mostra sul capo islamico assassino di ebrei ".

 

 Il Gran Muftì e Hitler in colloquio a Berlino

 

Fu uno dei principali consulenti di Adolf Hitler nell’organizzazione della Shoah. Ma Hajj Muhammad Amin al-Husseini era musulmano. E il Centro multiculturale di Berlino, imbarazzato, decide di cancellarne la presenza dalla mostra “Il Terzo Mondo durante la Seconda Guerra Mondiale”.

Tutto l’effetto ottenuto è l’esaltazione del ruolo svolto nello sterminio degli ebrei da al-Husseini, ai tempi Gran Mufti di Gerusalemme. Ma la direttrice del Centro, Philippa Ebéné, pur negando che la decisione sia originata dal timore delle reazioni della comunità islamica, bolla le critiche come “eurocentriche”.

A protestare, tuttavia, è la comunità ebraica locale, oltre al curatore della mostra, Karl Rössler, secondo il quale non si può tacere che «al-Husseini, funzionario delle Ss, prese parte attivamente all’Olocausto».

Per evitare interventi censori, comunque, la versione integrale - 99 pannelli, compresi i tre che raffigurano i crimini di al-Husseini - è stata ora collocata nella galleria UferHallen. Senza però evitare il conflitto fra le istituzioni. Il commissario per l’integrazione e la migrazione della capitale tedesca, Günter Piening, difende la censura. Contro di lui, si schiera Heinz Buschkowsky, sindaco del quartiere di Neukölln, che ritiene l’accaduto un episodio di «repressione dei fatti che trattano di anti-semitismo».




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29 agosto 2009

Ma com'è simpatica e amena la premessa dello Stato palestinese

 

 

Due televisioni israeliane, Channel 10 and Channel 2 TV, hanno diffuso oggi un video in cui si vedono soldati di intenti a alcuni di , ritenuti essere parte di un gruppo di estremisti con cui si erano precedentemente scontrati nel mese di luglio.

Il video documenta immagini del 15 agosto; almeno ventiquattro persone rimasero uccise durante quella giornata. Si suppone che gli estremisti fossero un gruppo avente come ispirazione i dogmi di Al-Qaeda.

Nel video si vedono i corpi delle vittime cadere in terra in seguito agli spari dei giustizieri. In una scena un gruppo di prigionieri di Jund Ansar Allah è immobile di fronte ad un muro distante pochi metri. Per il momento da non è arrivato alcun commento ufficiale sulla vicenda.

Da Blitzquotidiano


Con la riapertura delle scuole, le ragazze di Gaza hanno scoperto che non saranno ammesse in classe se abbigliate in stile occidentale. Chi si presentasse in jeans, verrebbe invitata a tornare a casa e ad indossare un 'jilbab' (tunica) di colore azzurro e un 'hijab' (velo) bianco oppure azzurro. Il provvedimento non e' stato deciso dall'esecutivo di Hamas ma e' stato preso su iniziativa dei presidi di alcuni licei. Ieri una ragazza cristiana che non indossava il 'hijab' e' stata respinta.

Da Ansa

E poi è veramente buffo (se non fosse drammatica una situazione simile!) perfino Infopal (organo di Hamas o vicino ad esso) smentisca il Manifesto e tutta la propaganda (compresa quella di Infopal stessa) che vorrebbe tutti morti di fame a Gaza...

 




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29 agosto 2009

LA SFIDA ISLAMISTA ALL'EUROPA nelle intenzioni degli islamisti stessi.

 

*E' un pro memoria che e' quasi un nuovo Mein Kampf nazi - islamista.
*

*Credete a loro, non a me.




*LA "RECONQUISTA" ISLAMICA DELL' EUROPA*

"*Un giorno milioni di uomini andranno dall'emisfero sud a quello nord e
non
ci andranno come amici ma per conquistarlo e lo conquisteranno con i loro
figli.
Il ventre delle nostre donne ci darà la vittoria."*
* *Houari Boumedienne présidente algérino in un discorso all'ONU-1974.*

"*Tutto il mondo deve diventare musulmano*. Oggi, qui a Timbuctu, noi
ridefiniamo la storia. Noi abbiamo 50 milioni di musulmani in Europa. Vi
sono segni che attestano che Allah ci accorderà una grande vittoria in
Europa: senza spade, senza fucili,.... .
.....*I 50 milioni di musulmani dì Europa ne faranno un continente islamico*
.
Allah mobilita la Turchia, nazione musulmana, e permetterà il suo ingresso
nell´Unione Europea. Vi saranno allora 100 milioni di musulmani in Europa.
*L' Europa è oggetto del nostro proselitismo come l´America.
Essa ha la scelta tra il diventare musulmana e
dichiarare la guerra ai musulmani"_*
** Dal n .216 1/15 maggio 2006 della rivista Faits et Documents che
pubblicava
un estratto del discorso pronunciato il 10 Aprile a Timbuctu dal presidente
libico Muammar Gheddafi **
(nota di Marcus Prometheus Gheddafi si sbaglia, i Turchi sono 80 milioni,
non 50
Se la Turchia entra in Europa, i mussulmani saranno 130 milioni e non 100)

Chiediamo ad Allah...che la nazione islamica risorga al suo onore e
prestigio
ed innalzi di nuovo l'unica bandiera di Allah su tutte le terre rubate agli
islamici,
dalla Palestina ad El Andalous ( = Spagna e Portogallo, nota del
traduttore).
** Osama bin Laden 29/9/94.*

L'obbligo Islamico di portare la guerrra santa (Jihad) per recuperare
territorio perduto dall'Islam si applica ad El Andalous
(= Penisola Iberica = SPAGNA E PORTOGALLO) .
*Abdullah Azzam, ideologo mentore di Ossama Bin Laden.*

*Oh nostra nazione del Magreb (*= occidente rispetto all'Arabia ed
all'Egitto = Nord Africa ma anche Spagna in questo caso*), terra di
Jihad *(Guerra Santa)*!
Il Ritorno di El Andalus (*Spagna e Portogallo*) in mani islamiche e' un
obbligo per la nazione islamica in generale e per voi in particolare.
Voi non sarete capaci di ottenere questo se non purificando [*prima]* il
Magreb
*(Nord Africa)* islamico dai Francesi e dagli Spagnoli che vi sono tornati
di nuovo dopo che i nostri padri e nonni li avevano espulsi inesorabilmente.
* *Ayman al-Zawahiri, vice di Osama bin Laden nella direzione di al-Qaeda
in un nastro pubblicizzato il 20 Settembre 2007*

*L'islam e' stato espulso due volte dall'Europa, da El Andalous
e dalla Grecia, ma adesso vi sta ritornando.*
* *Sceicco Yussuf Qaradawi, ideologo e capo spirituale dei Fratelli
Mussulmani, (Yusuf Q. e' lo zio di Tarik Ramadan).*

Riportate la sovranita' del governo islamico a Siviglia e nel resto della
Spagna islamica di un tempo.
** Da rivista giovanile di Hamas (ramo palestinese dei Fratelli Mussulmani)*

--
Cordiali saluti a tutti i liberi e laici
Marcus Prometheus.
Accogliere solo i profughi laici dall'Islamismo Espellere tutti gli
islamisti.
Combattere il masochismo antioccidentale, antiliberta', antidemocrazia.

*da sito NOGOD* 12/10/07




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29 agosto 2009

Arctic Sea in Russia spunta la pista Mossad

 




Che sulla sparizione nel canale della Manica e la ricomparsa al largo delle isole di Capo Verde del cargo Arctic Sea, la nave che tanto ha fatto parlare di sé nei giorni scorsi, ci potesse essere una situazione da 007 è stato chiaro fin dal primo momento. A conferma lo spiegamento di forze, cinque navi e un sottomarino, che la Russia ha messo in campo per la sua ricerca; troppo per un semplice cargo. Mentre la "Arctic Sea" riempiva le prime pagine dei giornali, per distrarre il pubblico, che si era appassionato alla vicenda, le autorità russe hanno fatto credere che il dirottamento fosse stata opera di pirati in cerca di un riscatto. L'ultima cosa che si è saputa prima che si spegnessero i riflettori sulla faccenda, é che i "pirati" erano stati arrestati. Non è trapelato nessun particolare sulla loro identità e nazionalità, l'unica indiscrezione sarebbe la presenza fra loro di uno spagnolo e un lituano; sempre che sia vero che i russi abbiano arrestato qualcuno. La Spagna e la Lituania, fino ad ora, non hanno confermato il coinvolgimento di loro cittadini nella faccenda. Il sito del canale 2 della televisione israeliana, riprendendo fonti di un'agenzia giornalistica moscovita, dà dei fatti una versione completamente diversa: dietro al dirottamento potrebbe esserci la lunga mano del Mossad, i servizi segreti israeliani. Fra le varie ipotesi quella che riteniamo la più credibile è che la Arctic Sea oltre al legname, caricato sul ponte e destinato in Algeria, potrebbe aver trasportato, nelle stive, armi estremamente sofisticate, si pensa ai sistemi missilistici del tipo X-55 che dovevano essere scaricati, nella massima segretezza, in Iran. Anche se il rappresentante russo alla Nato, Dimitri Rogozin, ha bollato queste notizie come fantasie dichiarando che la Russia non fornisce tecnologia militare di questo tipo all’Iran i dubbi su questo punto crescono, anche perché la versione di Dimitri Rogozin contrasta con la politica dello stesso Putin che non ha mai fatto mistero di voler mettere gli iraniani in condizione di difendere i loro siti nucleari. Conferme di un coinvolgimento in questa storia da parte delle autorità israeliane è impossibile averne, anche se sono in molti a pensare che uno scenario di questo tipo non sia solo possibile… ma molto probabile. Ci sono inoltre diversi segnali che confermano attriti, a livello di intelligence, fra Russia ed Israele…attriti al limite dello scontro. L'installazione di missili antiaerei russi nei pressi delle centrali nucleari iraniane, renderebbe l'opzione militare per fermare la rincorsa al nucleare iraniana più complicata se non impossibile, e se Israele vuole mantenere aperta questa possibilità deve fare di tutto pur di non permettere l'arrivo di questo tipo di contraerea in Iran. Il dirottamento della "Arctic Sea" potrebbe essere stata, allora, una scelta obbligata e rischiosa. Israele ha i mezzi per mettere in piedi azioni di questo tipo come ad esempio il raid di Entebbe e il bombardamento della centrale nucleare irachena di Osirak che sono entrati nella storia moderna. Nel 2002 la nave "Karine A", carica di armi illegali iraniane destinate ai palestinesi fu dirottata nel porto di Haifa dal famoso "Shayetet 13" il gruppo d'assalto della marina israeliana e trattandosi di una missione in alto mare, è presumibile, anche se il condizionale è assolutamente obbligatorio, che proprio lo "Shayetet 13" potrebbe essere stato la mano militare che ha condotto l'azione. Al contrario della "Karine A", che era stata portata in Israele, la "Arctic Sea", battente bandiera maltese con equipaggio russo, è stata ritrovata alla deriva in pieno oceano Atlantico con le stive probabilmente vuote. L'ultimo particolare, squisitamente politico, riguarda la visita del presidente israeliano Shimon Peres in Russia dove ha incontrato il suo omologo Medvedev. Peres ha esplicitamente chiesto il fermo delle forniture di armamenti verso l'Iran. Una richiesta di questo tipo proprio a distanza di pochi giorni dal ritrovamento del cargo maltese lascia diversi punti interrogativi senza risposta. Considerando che nei mesi scorsi c'era stata a Mosca una visita del ministro degli esteri Libermann, queste due visite, molto vicine fra loro, confermano i dubbi che ancora accompagnano la vicenda.
 

 

Liberal

di Michael Sfaradi




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29 agosto 2009

Tre esempi di 'narrativa' palestinese

 
http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici, non so se l'avate notato, ma fra le parole di moda nel gergo politico di quest'ultimo periodo oltre all'onnipotente to engage di Obama - che significa "impegnare in una trattativa" (ma anche "ingaggiare", "affittare" e perfino "fidanzarsi"), è venuta fuori un'altra parola magica. Si tratta di "narrative", in italiano la "narrativa", che non si riferisce a Biancaneve o a Madame Bovary, non in genere alle storie, ma alla Storia con la maiuscola, quella che conta. Ci sarebbe per esempio in Israele una "narrativa sionista" secondo cui nel 1948 fu finalmente fondato uno Stato degli ebrei su mandato dell'Onu, nonostante una guerra d'aggressione araba, e una "narrativa palestinese" che racconta come in quell'anno ci fu "la disgrazia" (Nabka) della cacciata degli arabi. Entrambe naturalmente sullo stesso piano, salvo il fatto che la narrativa degli sconfitti per l'ideologia corrente è sempre più interessante di quella dei vincitori.
Ecco dunque tre esempi di "narrativa" palestinese o filo. La prima viene dal sito ufficiale "Paltoday", "a Palestinian local news network, based in Gaza city, Palestine. Goal:  to introduce Palestine to Arab & Islamic nation and to the world and provide information, knowledge and focus on the Israeli terrorism against Palestinian people ", ["un network palestinese di notizie locali, con base a Gaza, Palestina, il cui scopo è presentare la Palestina alla nazione araba e islamica e al mondo, dando informazioni, conoscenza e attenzione al terrorismo israeliano contro ilo popolo palestinese"]

Bene, Paltoday riporta oggi che "the Palestinian Authority's chief Islamic judge, Sheikh Tayseer Rajab Tamimi, said on Wednesday that there was no evidence to back up claims that Jews had ever lived in Jerusalem or that the Temple ever existed. Tamimi said that Israeli archeologists had "admitted" that Jerusalem was never inhabited by Jews [and] failed to prove that Jews had a history or presence in Jerusalem or that their ostensible temple had ever existed.". [Il giudice islamico capo dell'autorità palestinese Sheikh Tayseer Rajab Tamimi ha affermato mercoledì che non vi è nessuna evidenza per sostenere la pretesa che gli ebrei abbiano mai vissuto a Gerusalemme o che il Tempio sia mai esistito. Tamimi ha detto che gli archeologi israeliani hanno "ammesso" che Gerusalemme non è mai stata abitata da ebrei e non sono riusciti a dimostrare  che gli ebrei abbiano avuto una storia o una presenza a Gerusalemme o che il loro preteso tempio sia mai esistito.]
Con tanti saluti a tutta la "narrativa" ebraica, ma anche a quella cristiana, romana e a un bel po' di pezzi di pietra e di metallo evidentemente insignificanti che gli archeologi hanno trovato da quelle parti. Ma una narrativa, per Diana, è una narrativa.

Secondo esempio. Se frequentate questo sito avete letto dello scandalo Aftenbladet. Non so se lo sapete, ma l'altro ieri sono emerse le prove che il "giornalista" svedese autore dello "scoop" sul furto di organi dell'esercito israeliano non aveva neppure intervistato i parenti della pretesa vittima, che sarebbero la sua fonte: "Famigliari e parenti di Bilal Ahmed Ghanem, il palestinese al centro dell’articolo del tabloid svedese Aftonbladet sull’immaginario furto di organi da parte delle Forze di Difesa israeliane, affermano di non sapere affatto se le accuse siano vere o false e smentiscono d’aver mai detto nulla del genere ai giornalisti svedesi. Lunedì scorso il fratello Jalal ha dichiarato di non poter confermare le accuse mosse dal giornale svedese secondo cui gli organi di Ghanem sarebbero stati rubati dagli israeliani. “Non so se sia vero – ha detto – Noi non abbiamo nessuna prova che lo dimostri”. Jalal dice che il corpo di suo fratello venne portato via da un elicottero israeliano e restituito alla famiglia alcuni giorni più tardi. La madre, Sadeeka, nega d’aver mai detto a un giornalista straniero che gli organi di suo figlio siano stati rubati, ma aggiunge di “non poter escludere” che gli israeliani trafugassero organi di palestinesi. Jalal e due cugini che affermano d’aver visto il corpo sostengono d’aver solo constatato che gli mancavano dei denti. Dicono anche d’aver visto suture lunghe dal torace fino al ventre. “Evidentemente praticarono sul corpo qualcosa come un’autopsia – dice il fratello – Quando l’esercito ci consegnò la salma, ci ordinarono di seppellirla in fretta e di notte”. All’epoca, i funerali dei morti durante l’intifada divenivano spesso occasione di manifestazioni e ulteriori scontri violenti. Jalal dice che lui e alcuni suoi compaesani ricordano d’aver visto nel villaggio, durante il funerale, un fotografo svedese che riuscì a scattare un certo numero di foto del corpo, prima della sepoltura. “Quella è stata l’unica volta che è visto quel fotografo”, aggiunge. (Da: Jerusalem Post, 26.08.09 - traduzione
www.israele.net)
Be' per Paltoday le cose sono diverse: Former Palestinian detainee, researcher Abdul-Nasser Farwana, stated that all facts on the ground, since decades, prove that the Israeli occupation executed Palestinian detainees after they surrendered and refused to hand their bodies to their families. Hundreds of bodies were transferred to the families days, months or even years after the fact, and when the bodies were sent back, they were missing vital internal organs. [L'ex prigioniero e ricercatore Abdul-Nasser Farwana ha affermato che tutti i fatti sul terreno da decenni provano che l'occupazione israeliana ha ucciso detenuti palestinesi che si erano arresi e ha rifiutato di di consegnare i corpi alle famiglie. Centinaia di corpi sono stati resi alle famiglie giorni, mesi e anche anni dopo, privi di vitali organi interni] Come titola Paltoday,"All facts on the ground prove Swedish report correct" "tutti i fatti sul terreno mostrano che il rapporto svedese è corretto."
Be', anche questa, come quella dei parenti, è una narrativa. Così potente da aver trasformato un discutibile "articolo" in un ufficiale "rapporto".

La terza "narrativa" è ancora più interessante, perché riguarda Eurabia. A Utrecht in Olanda c'è un "Geldmuseum", museo della moneta, che ha in corso una mostra interessante in cui una cinquantina di sagome di cartone di diversa provenienza geografica, che raccontano com'è la loro moneta e cosa significa per loro. Be', fra i primi si trova "a kaffiyeh-wearing Sami Issa from Israel, or Palestine, standing near a mock Arabic shop [... who] describes old paper notes, which he calls "real Palestinian money," which "prove that Palestine existed." He then argues the money was replaced with notes with Hebrew text, constituting "the theft of Palestinian identity."  (Haaretz)  [un Sami Issa con la keffiah in testa, proveniente da Israele o dalla Palestina che descrive vecchie banconote che egli chiama "veri soldi palestinesi" i quali "provano che la Palestina è esistita" sennonché esse sono state sostituite con banconote scritte in ebraico, che costituiscono "il furto dell'identità palestinese"].
Voi credete di sapere che non c'è mai stato nessuno stato Palestinese, che il territorio fra il fiume e il mare è stato ebraico, persiano, babilonese, romano, appartenente all'impero arabo di Bagdad, mammelucco, turco, inglese, ma mai è stato un territorio autonomo e mai uno stato palestinese? Be', è questione di narrative, loro la vedono così, voi colà, una narrativa vale l'altra, anzi la loro è migliore perché voi siete occidentali ex colonialisti, amici del Grande Satana eccetera eccetera. Il Geldmuseum ha capito che doveva emendarsi da questa colpa e ha dato voce agli oppressi, com'è giusto e profondamente eurarabo. I dettagli non contano.
Anche credere nell'esistenza della verità storica è infatti un'ideologia oppressiva, uno strumento della congiura sionistica internazionale. Svegliatevi, cari amici, diventati bravi eurarabi anche voi. Imparate che se per caso i palestinesi hanno torto, come diceva Sartre del partito comunista, "hanno ragione di aver torto". E se voi (o Israele, non ne parliamo) per caso avete ragione, "avete torto ad aver ragione".

Ugo Volli

 




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28 agosto 2009

Così si cancella chi critica l’islam

Ai lettori italiani il nome di Sylvain Gouguenheim non dovrebbe suonare del tutto ignoto, anche se l’opera di questo storico francese non ha goduto di grande pubblicità nel nostro Paese. Libero fu tra i pochi, qualche mese fa, a raccontarne la surreale vicenda, emblematica di che cosa voglia dire, in Europa, parlare di religione e cultura islamica senza uniformarsi completamente alla vulgata politicamente corretta.

Ora il povero Gouguenheim torna, suo malgrado, sotto i riflettori. Il prossimo 9 settembre, infatti, uscirà Oltralpe un saggio intitolato Les Grecs, les Arabes et nous (pp. 400, euro 24), stampato dalla prestigiosa Fayard e curato da Philippe Büttgen, Alain de Libera, Marwan Rashed e Irène Rosier-Catach.

Stando al titolo, sembrerebbe essere il solito studio dedicato alle influenze culturali che hanno segnato il destino dell’Europa. Invece si tratta di un attacco - dai toni non esattamente bonari - verso Gouguenheim e le sue tesi.

La storia surrealedello studioso

Ma andiamo con ordine, prima la storia. Nel 2008, Gouguenheim - professore dell’Ecole Normale Supérieure di Lione - ha pubblicato in Francia un saggio intitolato Aristote au Mont Saint-Michel. Les racines grecques de l’Europe chrétienne, inserito nella prestigiosa collana L’Univers historique dell’editore Seuil. Per quanto lo stile sia semplice e chiaro, il volume si occupa di un argomento da specialisti. Spiega, in sostanza, che a tradurre in latino le opere di Aristotele fra il 1125 e il 1150 sarebbe stato un monaco sconosciuto ai più, ovvero Giacomo Veneto. Il quale, dopo aver trascorso molti anni a Costantinopoli, terminò la sua esistenza nell’abbazia di Mont Saint-Michel.

Ripercorrendo questa vicenda, Gouguenheim giunge a una conclusione: l’importanza degli eruditi arabi per la trasmissione della cultura greca va per lo meno ridiscussa e ridimensionata. Insomma, l’apporto dei pensatori islamici è stato importante. Ma probabilmente conosceremmo la filosofia greca anche senza di loro. La versione che si studia a scuola, però, anche in Italia, è diversa: se oggi l’Occidente ha una cultura, si dice, lo deve alla mediazione islamica.

Si tratta, evidentemente, di una versione che non si può modificare e nemmeno discutere.

Proteste e appelli dai colleghi

Quando il libro di Gouguenheim fu pubblicato, fioccarono subito proteste e appelli. Cinquantasei studiosi francesi firmarono una petizione (pubblicata da Libération) contro la “nuova intolleranza”. Nell’università dove insegnava Gouguenheim circolò un appello a studenti e docenti, perché reagissero alle tesi “discriminatorie” dello storico. Lo stesso ateneo prese le distanze dalle sue tesi. E pensare che doveva trattarsi di una faccenda per studiosi, da trattarsi semmai in un’aula o in un convegno.

Il caso, però, non fu soltanto francese, a dimostrazione che toccare l’islam provoca la scossa anche in Italia. Qualche mese fa il libro di Gouguenheim è stato tradotto da Rizzoli, ma l’editore pensò bene di modificarne radicalmente il titolo. Una traduzione letterale dell’originale potrebbe infatti essere: Aristotele a Mont Saint-Michel. Le radici greche dell’Europa cristiana. Nell’edizione italiana, invece, il saggio suona così: Aristotele contro Averroè. Come cristianesimo e islam salvarono il pensiero greco. Insomma, il senso del libro è completamente stravolto. Gouguenheim, infatti, non sostiene che cristiani e islamici salvarono il pensiero greco. Semmai il contrario, cioè che il ruolo dell’islam va ridimensionato. Eppure l’editore italiano, nella quarta di copertina, definisce il lavoro di Sylvain «la controversa rivalutazione del ruolo dell’islam nell’incontro tra medioevo e cultura classica. Un libro sull’incontro tra due civiltà che ha fatto discutere l’Europa intera». La politica di Rizzoli è chiara: evitiamo di toccare temi “islamicamente scorretti”.

Accusa infamante degli intellettuali

Tra i più accaniti censori del volume al momento dell’uscita ci fu proprio Alain de Libera, uno degli autori di Les Grecs, les Arabes et nous, il quale accusò Gouguenheim di islamofobia, sostenendo che l’idea di Europa in cui crede lo storico va lasciata «al ministro dell’Immigrazione e dell’Identità nazionale e agli scantinati del Vaticano».

Eccola, la parola chiave: islamofobia. Quando qualcuno si permette di dire la sua sulla cultura musulmana, scatta l’accusa infamante (attribuita, tra gli altri, ad Oriana Fallaci). Tutti i contributi di Les Grecs, les Arabes et nous, come spiega il nuovo numero della rivista letteraria francese “Lire” (disponibile anche nelle edicole italiane) che ha anticipato il testo, prendono di petto «l’islamofobia intellettuale».

«L’insieme dei saggi, nella versione manoscritta iniziale», riporta il mensile, «è di una violenza inusuale per il mondo accademico. “I nuovi islamofobi” sono tacciati di “una disonestà intellettuale incredibile”, il loro pensiero è “oscuro, equivoco quando non apertamente manipolatorio”, le loro “motivazioni ideologiche sono alquanto disgustose”».

Il livore dei contributi che compongono questa lista di proscrizione ha costretto «gli avvocati di Fayard a saltare le vacanze per mondare il testo dalle ingiurie e dalle diffamazioni che vi comparivano».

Tra i bersagli principali c’è ovviamente Gouguenheim. Il quale ha spiegato, sempre a “Lire”, quali conseguenze porta l’introduzione del concetto di “islamofobia”. «L’islamofobo è uno squilibrato, passa per un malato mentale e un individuo infrequentabile. A partire da questo assunto nessuna discussione è possibile. L’accusa scredita il bersaglio contro cui è lanciata e permette di schivare il dibattito sul contenuto delle tesi incriminate. Ma suggerisce anche che questo tipo di critiche nascondono un retropensiero razzista. Non si è lontani dal delitto di blasfemia».

I nuovi censori alla carica

Ma per i nuovi censori gli islamofobi sono ormai ovunque. Non esitano ad attaccare i più insigni studiosi, come Rémi Brague (del quale Libero ha pubblicato ieri un intervento), e addirittura Fernand Braudel, uno dei padri della storiografia francese che certo non può dirsi un uomo di destra.

La sua colpa sta nell’aver diffuso tra gli storici categorie come “civiltà” e “identità”. «Questi critici mostrano scarso talento», spiega Gouguenheim, «nell’attaccare il pensiero di Braudel. Sono presuntuosi e incompetenti perché pensano di disinnescare lo “scontro di civiltà”, soltanto evitando l’uso di una parola, quando invece proprio l’idea di “civiltà” è indispensabile per comprendere l’evoluzione dell’umanità.

Simone Paliaga




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28 agosto 2009

" Turisti, venite nei Territori. Vini, rovine e niente Intifada "


Yarden, i vini del Golan, sono in vendita anche in Italia, distribuiti da Gaja

 La guida di Daniel Rogov ai vini d'Israele

Volete provare il nostro Chardonnay?» Siamo in un elegante centro per visitatori della colonia di Psagot, a due passi da Ramallah (Cisgiordania), in una zona dove in passato è infuriata la intifada. Dalle finestre si ammira il deserto di Giudea. Il caldo è opprimente, e la proposta dell’energico padrone di casa molto allettante. Mentre taglia per gli ospiti una fetta di pane casereccio, Yaakov Berg, spiega che i suoi vigneti sono nelle immediate vicinanze. E’ da poco entrato nel mercato, produce 15 mila bottiglie all’anno, il suo «Porto» è stato lodato dalla critica. «I nostri vini - precisa - sono richiesti anche in ristoranti di lusso a Tel Aviv».
Passa anche dal suo Centro per visitatori la nuova politica del movimento dei coloni, concepita per mostrare all’israeliano della strada «l’altro volto della Cisgiordania». Negli ultimi anni la viticoltura ha qui compiuto passi da gigante, come pure la produzione casearia. Per invogliare le famiglie medie israeliane a trascorrere giornate di svago nella natura in diversi insediamenti della Giudea-Samaria (Cisgiordania) vengono offerte amene «Zimmer», stanze.
«Ancora pochi anni fa l’idea di compiere escursioni familiari qui sarebbe parsa rischiosa», conviene Yaron Toren, uno degli ideatori della campagna pubblicitaria: «Giudea-Samaria. La storia di ogni ebreo». Ma aggiunge che «nel frattempo la situazione con la sicurezza è molto migliorata». Come anche la rete stradale. Da Tel Aviv bastano 40 minuti per raggiungere Ariel, la principale città-colonia della Samaria (20 mila abitanti, più 11 mila studenti universitari). Ci si immette così nella Route 60 che taglia la Cisgiordania da Nord a Sud. Ai suoi margini si ergono lapidi in memoria delle vittime degli attentati. Yishai Hollander, un esponente del movimento dei coloni, assicura che ora «guidare qua è come a Tel Aviv». Ma mentre parla pare aver ingranato una marcia in più, a fini prudenziali. In caso di sassaiole palestinesi, occorre telefonare al 1208 per essere assistiti dalla più vicina pattuglia militare.
Esauritisi i fondi, la campagna pubblicitaria lanciata da Toren un anno fa nelle strade e nei mass media israeliani volge al termine. Tempo di bilanci. L’iniziativa, spiega, era nata in seguito al ritiro da Gaza voluto da Ariel Sharon del 2005. Occorreva chiarire agli israeliani che la Cisgiordania non potrebbe essere «sacrificata» egualmente di fronte a contingenze politiche. Il suo controllo da parte di Israele resta necessario non solo per ragioni strategiche ma innanzi tutto perché, afferma, «proprio lì si trovano le località di importanza critica per la coscienza storica israeliana». «Non siamo affatto come i Conquistadores spagnoli che distrussero la cultura Inca - esclama. - Al contrario, siamo qua per riportare alla luce le nostre radici».
Agli israeliani interessati a fare un viaggio a ritroso nel tempo propone escursioni archeologiche. «Innanzi tutto è obbligatorio visitare Shilo (Silo), per oltre tre secoli la capitale religiosa degli israeliti all’epoca dei Giudici, tre millenni fa. Proprio là fu custodita l’Arca dell’Alleanza». Si tratta di parole altamente evocative per gli israeliani che dai libri di testo hanno appreso di quella portentosa Arca da cui, secondo le leggende, scaturivano folgori capaci di incenerire i nemici. Tel Shilo, la zona archeologica, dista un’ora di macchina da Tel Aviv: ma i turisti non sono molto numerosi.
Altre mete consigliate da Toren sono l’Herodion (il fastoso palazzo scavato in una collina da re Erode, nei pressi di Betlemme); o alle porte di Nablus, il Monte Eibal (dove è stato scoperto un altare dell’epoca di Giosuè) e il Monte Gerizim, dove resta una piccola comunità di Samaritani.
Le attese masse di israeliani in gita, ammette, non sono finora arrivate. In particolare lo delude la assenza di scolaresche. «Ma è stato importante gettare le basi, - conclude - creare una piattaforma. Il nostro obiettivo di lungo termine è conquistare i cuori degli israeliani. Poi ciascuno decida liberamente la sorte delle colonie, in base alle proprie convinzioni politiche».

Aldo Baquis

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28 agosto 2009

La nave Arctic Sea e il suo carico di missili per l'Iran

CORRIERE della SERA di oggi, 27/08/2009, a pag. 15, l'articolo di Guido Olimpio dal titolo " I  missili per Teheran e il Mossad. L’ultimo mistero della Arctic Sea ".

 Arctic Sea

Arctic Sea è come la balena delle fa­vole: nella sua pancia puoi trovare di tutto. Le autorità russe, dopo tante smentite, hanno affermato che il cari­co della nave «dirottata» in agosto poteva essere costituito «non solo dal legno finlandese» destinato all’Al­geria. E dunque, ha aggiunto il capo della Commissione d’inchiesta Alexander Bastrykin, andremo fino in fondo per capire cosa sia realmen­te accaduto sulla nave sparita in At­lantico e ritrovata a metà d’agosto al­le isole Capo Verde. «Entro dieci gior­ni avremo una risposta», assicurano gli inquirenti. Un tempo necessario per torchiare gli improbabili pirati e l’equipaggio. Quindi per esaminare a fondo la nave, una volta che sarà arri­vata a Novorossiisk, sul Mar Nero. In­fine per confezionare una verità ac­cettabile. L’impressione è che non so­lo il cargo ma anche il Cremlino ab­bia qualcosa da nascondere. E, anche alla luce delle dichiarazioni di Ba­strykin, l’ipotesi del «carico segreto» non è più una semplice speculazio­ne.
L’ultimo scenario nella saga del Baltico chiama in causa il Mossad. Fonti giornalistiche russe hanno so­stenuto che i servizi segreti israeliani avrebbero abbordato la nave in ac­que svedesi (24 luglio) per bloccare una fornitura di missili da crociera X-55 e anti-aerei S300 all’Iran. Un bli­tz camuffato da atto di pirateria per stroncare un contrabbando che anda­va avanti da tempo. Un’azione alla Ja­mes Bond seguita da una visita del presidente israeliano Peres a Mosca: l’incontro ufficiale sarebbe però ser­vito per chiedere spiegazioni al Crem­lino. La
Arctic Sea avrebbe imbarca­to le armi a Kaliningrad in giugno, un mese dopo ha raggiunto uno sca­lo finlandese per caricare una partita di legno, poi è salpata il 23 verso l’Al­geria.
Un’altra versione comparsa sulla
Pravda indica, invece, come respon­sabile dell’operazione «una potenza occidentale» che avrebbe deciso di far emergere la storia per mettere in imbarazzo i russi. Mosca, a questo punto, avrebbe reagito «in modo iste­rico » — insistono le fonti locali — mobilitando la flotta per arrivare alla Arctic Sea prima di altri. Una mossa protetta da un fitto sbarramento di notizie false o confuse — Mosca ha ammesso di aver mentito — per mi­schiare le carte. Comportamento giu­stificato fino al recupero dell’equi­paggio, meno dopo l’arresto dei pre­sunti corsari.
Con la «liberazione» della nave e la cattura, senza sparare un colpo, di «otto pirati» si pensava infatti che il giallo avrebbe conosciuto l’epilogo. E invece si è arricchito di nuovi epi­sodi. I russi, per prima cosa, hanno preso a rimorchio la
Arctic Sea facen­do rotta per il porto del Mar Nero do­ve arriveranno tra qualche giorno. L’equipaggio è rimasto sotto il con­trollo delle autorità: strano tratta­mento per delle vittime di un gesto di pirateria. Altre sorprese sono arri­vate dai «corsari», trasferiti a Mosca. Quando le loro foto sono apparse, i familiari di Andrei Lunev, uno dei pi­rati, hanno avuto uno choc: «È incre­dibile. Pensavamo che fosse morto tre anni fa in un naufragio e invece è vivo». Non meno bizzarra la compo­sizione della banda. Questa la prima lista fornita dagli investigatori: un li­tuano, un russo, uno spagnolo, tre apolidi e due con la nazionalità da ac­certare. Il «redivivo» Lunev si è pro­fessato «ecologista» ma quando gli hanno chiesto il nome della sua asso­ciazione ha replicato con un «non lo so». Un altro ha detto di essere un pirata.
metalmeccanico, un terzo di aver fat­to il pescatore. Diversi sfoggiavano tatuaggi sulle braccia e qualcuno ha pensato di poter decifrare tra i dise­gni i simboli di qualche gang mafio­sa. Ma un esperto lo ha escluso: «È roba da marinai». Da Tallin hanno suggerito che almeno sei dei crimina­li fossero estoni, alcuni dei quali con gravi precedenti penali.Secondo fonti giornalistiche russe, la nave, sparita a luglio, sarebbe stata fermata dal Mossad perché portava un carico di armi destinate all’Iran

Quanti fiutano aria di imbroglio hanno avanzato dubbi su chi sia il re­ale proprietario del mercantile bat­tente bandiera maltese ma registrato da una compagnia russo-finlandese. «Sono loro i veri titolari o dietro c’è la Corea del Nord?», si è domandato un osservatore americano sottoline­ando indiscrezioni, poi smentite, tra­pelate
da Mosca. A questo punto non resta che at­tendere le conclusioni dell’inchiesta, ma con la convinzione che sentire­mo parlare ancora molto della Arctic Sea.

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28 agosto 2009

Il villaggio di Deir Abu Meshal ha fatto della produzione di kippah un simbolo del proprio riscatto economico

 Riportiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 28/08/2009, a pag. 49, l'articolo di Fabio Scuto dal titolo " Il copricapo degli ebrei made in Palestina ".

" Le donne di Deir Abu Meshal non provano nessun imbarazzo a produrre dei copricapo destinati a coloro che occupano la Cisgiordania o ai settler estremisti delle vicine colonie. «Gli affari sono affari, Mister», dice secca la signora Barghouti. «Senza questo business, la gente qui sarebbe davvero povera» ". Il buon senso delle sarte arabe supera per intelligenza la stupidità della domanda dell'intervistatore.
Ecco l'articolo:

Il capo d´abbigliamento più diffuso tra gli ebrei in tutto il mondo è la kippah. Un copricapo a forma di papalina che gli uomini ebrei indossano nelle occasioni pubbliche e rituali e obbligatoriamente nella sinagoga: è il modo con cui si indica il proprio rispetto e il timore nei confronti di Dio. E´ solitamente di stoffa a tinta unita, ma può essere anche ricamata a mano, ai ferri o all´uncinetto, con inserti di disegni o parole. Intere vetrine nei negozi di Gerusalemme sono dedicate alle kippah. Ciò che è molto singolare è che a creare migliaia di questi colorati copricapo sono centinaia di donne palestinesi nel villaggio di Deir Abu Meshal, che hanno fatto di questa produzione un simbolo del riscatto economico di questa comunità.
Praticamente in ogni casa di questo borgo di tremila anime flagellato da un sole impietoso a metà strada fra Gerusalemme e Ramallah, si producono kippah. Le donne si siedono sulla porta di casa e mentre fanno due chiacchiere tirano fuori i gomitoli di lana o di cotone. «Facciamo a maglia i qors (il nome arabo della kippah, che tradotto vuol dire letteralmente disco) e allo stesso tempo chiacchieriamo, come fanno le donne in tutti i paesi del mondo sull´uscio di casa» dice Umm Ali. «Ci vediamo, stiamo insieme e facciamo qualche soldo», conferma senza nessuna animosità questa madre di tre figli con il marito che è parte integrante di quel cinquanta per cento di palestinesi disoccupati in Cisgiordania.
Per gli uomini c´è poco lavoro e l´economia di Deir Abu Meshal è tutta sulle spalle delle donne. «Le donne palestinesi non sanno stare con le mani in mano, se si siedono prendono in mano o i ferri o l´uncinetto, e allora abbiamo deciso di usare queste nostre abitudini per fare un po´ di denaro», scherza Ruqaya Barghouti. Ma l´idea si è fatta strada rapidamente. E´ stato raggiunto un accordo - non semplice e certamente non rapido - con sei commerciati all´ingrosso israeliani che distribuiscono la lana, il cotone e i modelli delle kippah, non solo a Deir Abu Meshal, ma anche in altri dieci piccoli villaggi qui intorno. Le donne del villaggio tessono una media di cinque kippah al giorno, che gli vengono pagate circa 12 shekel, cioè 3 dollari Usa ciascuna. Finemente confezionate e di rara bellezza per l´accoppiamento dei colori, queste kippah sono destinate ai negozi di lusso della Città Santa ma buona parte traversano l´Oceano per essere indossate dagli ebrei americani nelle sinagoghe di New York o Chicago.
«Quest´affare delle kippah fa sì che nel mio negozio c´è sempre un gran via vai», dice soddisfatta Riyad Ata sulla porta della sua drogheria. Il suo negozio funziona anche da punto di raccolta per i manufatti intessuti da più di cento donne della zona e la raccolta conseguente del denaro. Dal suo punto di vista non è male. Con il denaro incassato le donne - il vero motore della famiglia palestinese - fanno direttamente la spesa da lei. Gli shekel guadagnati con le kippah si trasformano in uova, farina, latte, formaggio, scarpe, zainetti, quaderni per la scuola.
Le donne di Deir Abu Meshal non provano nessun imbarazzo a produrre dei copricapo destinati a coloro che occupano la Cisgiordania o ai settler estremisti delle vicine colonie. «Gli affari sono affari, Mister», dice secca la signora Barghouti». «Senza questo business, la gente qui sarebbe davvero povera», conferma Nema Khamis - cinquant´anni - mentre con i ferri va avanti a una velocità impressionante inseguita nel ritmo dalle quattro figlie e dalla nuora.
Un tempo anche le kefieh - che dall´inizio del Novecento sono state il simbolo dell´orgoglio arabo sugli occupanti Ottomani che portavano il fez rosso - si tessevano sui telai di legno e corda nei villaggi palestinesi, manifatture importanti ai tempi degli inglesi erano a Hebron e Jenin. Negli anni Settanta poi Yasser Arafat fece diventare il copricapo bianco a quadretti neri il simbolo nazionale palestinese. Oggi le kefieh non si lavorano più in Palestina, arrivano già confezionate dalla Cina, con materiali di dubbia qualità e a bassissimo costo. Mentre le kippah ebraiche le tessono gli arabi. Il mondo cambia rapidamente, la globalizzazione ha divorato tutto e annullato le differenze tra oppressi e oppressori; chi riesce a guardare oltre affrontando la realtà, sopravvive e, chissà, dimostra al resto dell´umanità che un´altra strada è possibile, o almeno percorribile, come quella intrapresa dalle donne di Deir Abu Meshal.

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28 agosto 2009

Caro Frattini, dato che lei appare come incapace di pudore, mi vergogno io per lei


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

 

Cari amici, sapete che cos'hanno in comune l'Italia e la Gran Bretagna? Indovinate. Non il gusto del cibo, naturalmente, non il clima, non la costituzione repubblicana e neppure lo schieramento politico al governo. Naturalmente sono entrambi paesi membri onorati di Eurabia, con tutti i problemi che sappiamo. Ma non voglio parlarvi proprio di questo, oggi, anche se c'entra.
C'è qualcosa di più attuale che mette insieme i paesi governati da Gordon Brown e Berlusconi: l'irresistibile tendenza a leccare gli stivali (o i sandali o i piedi nudi o altro ancora che non voglio nominare, quel che sia) del colonnello Gheddafi. La Gran Bretagna gli ha appena consegnato Abdel Basset Ali Mohmet al-Megrahi, un terrorista assassino, autore dell'attentato che ha ucciso qualche centinaio di persone in un aereo sui cieli scozzesi una ventina d'anni fa. Gheddafi ha ammesso a suo tempo il proprio coinvolgimento nella faccenda pagando ai parenti delle vittime un risarcimento miliardario (in dollari).
Ora per "ragioni umanitarie" a quanto pare contrattate all'ultimo G8 dell'Aquila, e naturalmente connesse al petrolio, che oggi è certamente la misura di tutte le cose, anche dell'umanità, la Gran Bretagna ha restituito alla Libia libero l'esecutore materiale del suo attentato di Stato. Naturalmente per ragioni umanitarie, il poverino era malatissimo secondo gli scozzesi che lo custodivano (dato che l'attentato è avvenuto nel loro cielo, non ai danni dei loro cittadini - e anche questo c'entra). Com'era prevedibile, Gheddafi non ha affatto tenuto il basso profilo promesso, ringraziando umilmente per il piacere, ma ha presentato al mondo la liberazione del sicario come un trionfo personale e l'assoluzione del suo regime, organizzando grandi manifestazioni per onorare se stesso e l'assassino, o piuttosto se stesso come assassino impunito. Prevedibile e previsto. Ora Gordon Brown si proclama "disgustato" per queste manifestazioni, ma nel frattempo viene fuori dalle avanzatissime cliniche oncologiche libiche che il criminale liberato non era affatto un malato terminale di cancro, forse non è affatto destinato a morire entro tre mesi (come la legge britannica richiede per le liberazioni umanitarie) ma fra sei mesi o più. Del resto gli uomini sono mortali e anche per Basset Ali Mohmet al-Megrahi verrà il suo turno, perché fare fretta alla sorte? Anche questo si poteva prevedere. E' dai tempi delle verifiche a scuola che un certificato medico un po' gonfiato è il miglior modo di evadere gratis.
Di fronte allo scomposto trionfo libico sui cadaveri dei passeggeri del volo Pan Am, si è scatenata anche una polemica contro la partecipazione di Berlusconi al compleanno della rivoluzione islamica di Gheddafi, prevista nei prossimi giorni: la prima visita di un leader occidentale dopo lo spernacchio gheddafiano. Una partecipazione che è stata difesa come "importantissima" dal ministro degli esteri Frattini. Importantissima. Sarà. Noi non siamo affatto sicuri che sia opportuno celebrare (addirittura con le Frecce tricolori), l'instaurazione di un regime totalitario puro e duro, tendenzialmente anti-italiano e deliberatamente antisemita. Ma sarà importantissima.
Ammettiamo dunque che la real politik abbia le sue esigenze. Ma allora non vale almeno la pena di chiedere che ci sia consegnato un altro terrorista, Al Zomar, quello che trent'anni fa fece un attentato al tempio ebraico di Roma, ferendo molte persone e ammazzando un bambino di due anni? Fu condannato in contumacia dai tribunali italiani, scovato in Grecia e consegnato dal governo greco non all'Italia ma guarda un po' alla Libia (lo stesso piacere che fece Craxi ai palestinesi a Sigonella: si sa che uccidere ebrei non è un reato che meriti un'attività internazionale; del resto fu lo stesso Craxi a mandare a monte l'attacco americano contro Gheddafi, avvertendolo appena in tempo).
E' quel che ha chiesto in maniera peraltro molto gentile ed educata Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma: "Non vogliamo entrare nel merito né nel giudizio se sia utile o meno questo viaggio a Tripoli - dice Pacifici - ma per noi rimane aperto questo problema. Siamo fiduciosi che il premier, amico di Israele e soprattutto della comunità ebraica, non dimenticherà di porlo sul tavolo degli incontri con Gheddafi". Pacifici ha ricordato che nell'attacco alla sinagoga, oltre a numerosi feriti, morì Stefano Gay Taché "un ragazzino di due anni. Un ebreo italiano colpevole di essere soltanto ebreo. Il palestinese Al Zomar è stato condannato in contumacia dai tribunali italiani nel 1988 ed è stato estradato dalla Grecia in Libia".
Ora leggete la risposta di Frattini in questo lancio Ansa di oggi. E' un testo agghiacciante per la sua fredda presunzione e maleducazione: "La Libia è uno stato indipendente e le regole della giustizia libica non hanno previsto finora l'estradizione" di Osama Abdel Al Zomar. Così il ministro degli Esteri Franco Frattini commenta le parole del presidente della Comunità ebraica Riccardo Pacifici che oggi ha chiesto, in vista del viaggio a Tripoli del premier Silvio Berlusconi, che il terrorista Al Zomar, autore dell'attentato della sinagoga di Roma del 1982, sia estradato dalla Libia e sconti l'ergastolo in Italia. "Se noi immaginiamo che la Libia sia uno stato indipendente - prosegue Frattini - e che abbia i suoi organi giudiziari, dobbiamo chiedere a quegli organi giudiziari se l'estradizione sia consentita e sia possibile. Ma se pensiamo ancora che la Libia sia una colonia italiana allora ci prendiamo questa persona e ce la processiamo in Italia". Il ministro degli Esteri, evidenziando che l'Italia "non è certo sospetta di non essere amica degli ebrei", ha spiegato di volere "una giustizia seria, che punisca con grande severità questa persona, se responsabile", ribadendo però che "ci sono delle regole da rispettare" e che "la Libia ci ha fatto sapere, finora, che questa persona non sarà estradata".
Vi ricorda qualcosa? A me sembra proprio lo stile di D'Alema. Quel tono didattico e sfottente, quell'idea che gli altri siano tutti cretini... L'idea che la politica debba seguire la sua strada e che non si possa neanche far frenare un po' dall'etica... Chissà se i due ministri degli esteri si siano scambiati in segreto le maschere. Oltre a essere entrambi derogatori nei confronti del mondo ebraico (non è un capolavoro quella frase sull' l'Italia "non è certo sospetta di non essere amica degli ebrei"), pensano di essere furbi a leccare gli stivali (be', gli stivali...) al bullo di turno, se ha appena un po' di potere – o di petrolio... Ma non si rendono conto che le conseguenze di un atteggiamento del genere sono più terrorismo, più ricatti, perfino più barconi di emigranti (è questa la minaccia di Gheddafi, no?). Non capiscono che restituire terroristi a Gheddafi, o neppure chiederli col rischio di sentirsi dire di no, sia un errore. Per dirla con Taillerand la posizione di Frattini è peggio che criminale, è stupida. Caro Frattini, (be' caro: caro di prezzo, forse, non certo caro d'affetto) a un presuntuoso maleducato come lei non importa nulla, ma sappia che dato che lei appare come incapace di pudore, mi vergogno io per lei

Ugo Volli

 




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28 agosto 2009

Non è solo Hamas a bloccare la liberazione di Gilad Shalit

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

 

 Mushir al-Masri, portavoce di Hamas

Una piccola notizia fra le molte che i giornali italiani non riportano, perché non si accordano al loro grande schema ideologico dei palestinesi buoni che vogliono la pace, contro i cattivi di Hamas (forse) e gli ancor più cattivi e imperialisti israeliani. Anche quando non sono tanto divertenti, ve le scrivo, per permettervi di pensare più liberamente fuori dagli schemi poilitically correct.
Dice dunque un autorevole portavoce di Hamas, il deputato Mushir al-Masri, che a giugno scorso "we were very close to striking a deal that would have resulted in the release of Israeli soldier Gilad Schalit", eravamo [evidentemente Hamas e Israele] molto vicini a un accordo che avrebbe portato alla liberazione di Shalit, "But Abbas personally intervened to prevent the prisoner exchange because he was opposed to the release of Hamas legislators and officials from Israeli prison." ma il presidente palestinese Abbas intervenne personalmente per impedire lo scambio dei prigionieri, opponendosi al rilascio di funzionari e parlamentari di Hamas dalle prigioni israeliane" perché "was afraid that the release of the Hamas figures would undermine his authority and revive the debate about his legitimacy as president of the PA, particularly since his term in office expired at the beginning of this year," aveva cioè paura che il rilascio delle personalità di Hamas avrebbe minato la sua autorità e rilanciato il dibattito sulla legittimità della sua presidenza dell'autorità palestinese, decaduta dall'inizio di quest'anno." All'opposizione di Abbas, secondo Mushir al-Masri si sarebbero uniti anche gli americani.
Nessuno di noi può sapere, naturalmente, se le parole di Hamas siano veritiere o solo un tentativo di spargere zizzania. In entrambi i casi, però, si vede che le cose nel conflitto fra israeliani e palestinesi sono più confuse di quel che sembrano e che le due fazioni palestinesi non sono poi così diverse fra loro. Quell'opposizione fra moderati e terroristi che alcuni si ostinano a vedere è al massimo una divergenza tattica. Resta il fatto che al povero Shalit, rapito tre anni e mezzo fa,non rimane altro che fare la posta in un gioco assai più grande e complicato, senza che nessuno, a parte Israele, abbia interesse a liberarlo. In particolare quelli che si sciacquano la bocca un giorno sì e l'altro pure con i diritti umani e le convenzioni di Ginevra.

Ugo Volli


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90




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