.
Annunci online

  LiberaliPerIsraele “la libertà dell’Occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme”
 
Diario
 








  







Liberali per Israele 






     
  A Shuny 
                     

    
  




 Contatori visite gratuiti


31 luglio 2009

ORA IL 'BUON TALEBANO' HA IL SUO MANUALE

 

 

LONDRA - E' un vero e propro manuale, un 'codice di condotta' in 13 punti da seguire per essere un 'buon talebano'. Si tratta di un volumetto, a firma del mullah Omar, trovato dalle forze Nato in raid in Afghanistan nelle scorse settimane, che detta le regole base su come trattare i prigionieri o condurre gli attacchi assicurandosi che non siano malvisti dai civili.

Dal manuale si evince infatti una particolare attenzione a come l'azione dei talebani viene percepita dai civili in Afghanistan, comprese le varie comunità appartenenti a diverse tribù e minoranze linguistiche nel Paese. In sostanza la guida spirituale dei mujaheddin sembra voler riorganizzare le forze in campo, per dare all'esterno l'immagine di una forza che agisce sulla base di integri principi islamici e non guidata da motivazioni personali. Così, per iniziare, la regola per i talebani è di non colpire afghani che lavorano per il governo e di evitare di colpire civili e mostrare rettitudine: "I mujaheddin devono comportarsi bene e mostrare di tenere in giusta considerazione la nazione - recita la guida stando a quanto riporta il Daily Telegraph - per conquistare i cuori dei civili musulmani".

E senza discriminazione: "I mujaheddin devono evitare le discriminazioni, su basi tribali, linguistiche o di provenienza geografica". Si dettano inoltre le regole per gli attacchi suicidi, da effettuare con attenzione: "Un coraggioso figlio dell'Islam non dovrebbe essere utilizzato per obiettivi di poca importanza. Bisogna sforzarsi di evitare perdite civili". E viene anche approntata quella che sembra una riorganizzazione militare sottolineando che i gruppi talebani "irregolari" devono operare sotto un comando ufficiale strutturato o altrimenti essere smantellati. Viene per esempio specificato che solo i comandanti provinciali hanno l'autorità per decidere sullo scambio di prigionieri e che "la liberazione di prigionieri sotto pagamento è proibita". Vengono poi fissate regole precise sui 'prigionieri di valore': "Quando un ufficiale, un soldato o un contractor del governo schiavo vengono catturati, questi prigionieri non possono essere attaccati o feriti - si legge -. Se il prigioniero è un direttore, un comandante o ha un alto grado, la decisione su ferirlo, ucciderlo o perdonarlo spetta esclusivamente all'Imam".

Secondo i comandanti della Nato questo 'codice di condotta' rappresenta una mossa propagandistica per i civili afghani. "Sembra una forma di propaganda nel tentativo di mostrare che esiste un controllo centrale per l'insurrezione", commenta il generale Nato Eric Tremblay affermando che è un "raggiro" e che queste presunte regole sono false: lo dimostrano i 90 attacchi kamikaze effettuati quest'anno, con il 40% delle vittime provocate tra civili.


31 luglio 2009

Tel Aviv 1972, a sparare sono tre giapponesi. Da allora Israele non si affida più al 'profilo'

 

I controlli anti terrorismo negli aeroporti

 Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 31/07/2009, a pag. 11, l'articolo di Davide Frattini dal titolo " Tel Aviv 1972, a sparare sono tre giapponesi. Da allora Israele non si affida più al 'profilo' ". 

 L'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv

GERUSALEMME — I terroristi indossano abiti grigi, tengono strette le custodie per i violini. Le guardie all’aereoporto israeliano di Lod sono state addestrate a prevenire un attacco palestinese, la mi­naccia arriva dal Fronte di liberazione o dagli uomi­ni di Yasser Arafat. Le occhiate degli agenti scanda­gliano i passeggeri arabi.
Il 30 maggio 1972 la minaccia arriva da tre giap­ponesi, atterrati da Parigi e addestrati a Balbek, in Libano. Kozo Okamoto, Tsuyoshi Okudaira e Yasuyuki Yasuda entrano nella sala d’aspetto senza che nessuno li fermi per un controllo, dagli astucci tirano fuori tre fucili mitragliatori Vz 58 (fabbrica­zione cecoslovacca) e iniziano a sparare: ventiquat­tro morti, settantotto feriti.
La lezione del massacro di Lod (e la facilità con cui si è mosso il commando dell’Armata Rossa Giapponese) è stata studiata dai servizi segreti isra­eliani. E applicata quattordici anni dopo, quando una giovane irlandese, incinta, sta per prendere il volo da Londra a Tel Aviv. Anche lei (come i tre «violinisti») non dovrebbe richiamare l’attenzione, non fa parte dei gruppi etnici considerati «pericolo­si ». Eppure porta nella valigia una bomba al plasti­co con timer: non lo sa, l’esplosivo è stato nascosto dal fidanzato palestinese. Il viaggio (sta andando a trovare i parenti di lui) e le risposte all’interrogato­rio creano sospetti. La borsa viene ricontrollata, aveva già superato la macchina a raggi X. Da allora, la frase «chi ha preparato i bagagli?» viene ripetuta migliaia di volte ogni giorno a migliaia di passegge­ri che si preparano a imbarcarsi sui voli dell’El Al, la compagnia di bandiera dello Stato ebraico.
Gli israeliani ripetono che il loro obiettivo è indi­viduare
«prima il bombarolo e poi la bomba». Ana­lisi dei comportamenti, studio delle intenzioni, un manuale che gli uomini e le donne della sicurezza seguono passo per passo, domanda dopo doman­da. «Quali sono le ragioni del viaggio?», «Chi cono­sce in Israele?», «Ha amici nei Paesi arabi?». Anche se lo Shin Bet, il servizio segreto interno, nega di applicare i profili razziali negli aereoporti, un vec­chio visto per la Siria o un timbro di frontiera egi­ziano possono trasformare il colloquio di dieci mi­nuti in un lungo interrogatorio. Un anno fa, Mena­chem Mazuz, il procuratore generale dello Stato, è dovuto intervenire per ridurre le discriminazioni al­l’aereoporto Ben Gurion, soprattutto verso gli ara­bi israeliani. Le etichette per i controlli avevano co­lori diversi che servivano a identificare e dividere i passeggeri per gruppi etnici. «Sarebbe stupido e po­co efficace concentrarsi solo sugli arabi — com­menta Rafi Ron, che ha diretto la sicurezza a Ben Gurion fino al 2001 —. Rischiamo di trascurare quello che i terroristi hanno già capito: l’uso di at­tentatori non mediorientali». Prima di riuscire a sa­lire sul Parigi-Miami del 22 dicembre 2001 — nien­te bagagli, l’esplosivo nascosto nelle scarpe —, Ri­chard Reid (nato a Londra, madre inglese e padre giamaicano) aveva viaggiato con El Al l’estate pri­ma. Il suo comportamento aveva insospettito gli israeliani che lo avevano imbarcato con una guar­dia personale, uno «sceriffo dei cieli», seduto nel posto a fianco.
Dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, gli esperti israeliani — passati al business privato — sono diventati tra i consulenti più richiesti. Alcune delle tecniche non supererebbero il test dei diritti costituzionali americani e sarebbero difficili da in­trodurre in Europa. «Non siamo contrari all’idea del
profiling — ha scritto l’ Economist — quello che ci preoccupa sono le sue applicazioni. È giusto individuare i passeggeri che si comportano in mo­do strano o che presentano una situazione molto diversa dalla norma. Ma non può diventare una scusa per interrogare persone di specifici gruppi et­nici ».

Per inviare la propria opinione al Corriere della Sera, cliccare sull'e-mail sottostante


lettere@corriere.it


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. tel aviv 1972

permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 31/7/2009 alle 21:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


31 luglio 2009

Il burqa va combattuto anche se è una minoranza a portarlo

  

Riportiamo dall'UNITA' " Sarkozy contro il velo, ma in Francia lo indossano in 367 ".

Il titolo è scorretto. La battaglia di Sarkozy è contro il burqa.
Saremmo curiosi, poi, di sapere in che modo hanno fatto gli agenti dell'intelligence francese a contare, in mezzo a tutte le donne della comunità islamica, quelle che portano il burqa e a sostenere che lo portano per libera scelta, compresa la bambina di 5 anni della quale si parla nella breve.
Il commento finale ha dell'incredibile: sostenere che le donne che portano il burqa lo fanno per sfidare famiglia e società non rispecchia la realtà.
Il burqa non è un capo di vestiario estroso, ma un simbolo di sottomissione e degradazione. Sminuire l'importanza della battaglia di Sarkozy contro il burqa solo perchè sono una minoranza a portarlo è assurdo. Ecco la breve:

PARIGI Il burqa? Non è il benvenuto in Francia, aveva detto a giugno Nicolas Sarkozy dichiarando guerra aperta al velo integrale portato dalle donne islamiche. Ma l'acceso dibattito, che da allora si è scatenato, riguarderebbe solo 367 donne della copiosa comunità musulmana francese, cinque milioni di persone, la più grande d'Europa. A ridimensionare il problema sono due note ufficiali dell'intelligence francese i cui dati sono pubblicati ierioggi in prima pagina di Le Monde. Gli agenti segreti hanno setacciato il territorio nazionale e sono arrivati alla conclusione che il burqa è un fenomeno del tutto «marginale» in Francia, persino «ultraminoritario». Hanno contato infatti solo 367 donne, per lo più giovani di meno di 30 anni (tra le quali anche una bimba di 5), che hanno scelto da sole di portare il velo integrale e che vivono nelle grandi città, a Parigi, Marsiglia, Lione. Il 26% sono francesi convertite all'islam. Molte sono quelle che nascondono il proprio corpo dietro un burqa non per estremismo religioso quanto per sfidare famiglia e società.

Per inviare la propria opinione all'Unità, cliccare sull'e-mail sottostante


lettere@unita.it




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 31/7/2009 alle 17:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


31 luglio 2009

Uno scrittore israeliano scrive un libro antisionista e vince il premio più importante ma il presidente dela giuria, Yossi Sarid, è suo zio

  

 CORRIERE della SERA  Davide Frattini  Alon Hilu

Contrariamente a quanto sostiene Alon Hilu, Tel Aviv è stata fondata nel 1909 e non nel 1895.
Definirsi un buon sionista e parlare di nabka sono due cose inconciliabili. Nabka (catastrofe) è il termine usato dagli arabi per riferirsi alla nascita dello Stato di Israele.
Hilu dichiara : "
I sionisti hanno vinto, sono stati i conquistatori, non li accuso
". Gli ebrei non hanno conquistato nulla, hanno comprato la terra pezzo per pezzo, spesso a prezzi maggiorati, per fondare il loro Stato. Ma il vero scandalo è l'attribuzione a Hilu del Premio Sapir (il più importante in Israele) da una giuria il cui presidente è Yossi Sarid, uno dei fondatori di Shalom Achshav, firma autorevole di Haaretz, nume della sinistra che fustiga da sempre i governi dei quali non fa parte, che ha dovuto dimettersi dal premio del quale era presidente, in quanto... zio del premiato. per un fustigatore di professione, non male. Che poi lo Stato d'Israele decida di non finanziare i viaggi all'estero del signor Hilu, ci pare veramente scandaloso. Ma come, se ne andrebbe in giro a delegittimare Israele e lo Stato non paga le spese ? vergogna ! in quanto alle copie stampate con la fascetta in copertina " Premio Sapir" non sono state date alle fiamme (rogo dei libri ? israeliani come i nazisti, ci par di sentire in lontananza..) ma più semplicemente mandate al macero, come capita anche da noi quando un libro viene stampato con qualche errore. capiterà anche al libro di Hilu, che uscirà senza fascetta perchè il premio gli è stato ritirato, non per via del contenuto, ma per  lo zio presidente del premio. Yossi, Yossi, non si fa ....
Ecco l'articolo:

HERZLIYA — L’idea per il romanzo è venuta ad Alon Hilu seduto in un caffè su piazza Masarik, quando ha cominciato — macchina del tempo e occhi a raggi X — a spogliare la Tel Aviv che aveva davanti, a scavare sotto l’asfalto e i marciapiedi. «Non ho trovato la sabbia, come ancora ci insegnano a scuola. Ma aranceti, con cammelli e muli che avanzano su strade di pietra ». La città dissotterrata, più che immaginata, è disegnata sull’ultima pagina di «La maison Dajani». 1895, la rocca di Jaffa e i campi tutt’intorno, il cimitero musulmano sulla collina dove oggi sorge l’hotel Hilton, i fiumi con i loro appellativi arabi: Wadi Musrara per l’Ayalon (lo stesso nome del­l’autostrada che corre adesso lungo il tor­rente), Nahal al-Uja per lo Yarkon.
E’ la terra che trova Haim Margaliot Kal­varisky, agronomo e sionista, incaricato di comprarla dai contadini locali. E’ la terra dov’è nato e abita Salah, un ragazzino ara­bo con il dono e il danno di poter presagi­re il futuro, come la metropoli a venire e le sue tre torri («una tonda, una quadrata, una triangolare»), che sono i grattacieli Azrieli, costruiti di fronte al Pentagono israeliano. «E’ il tipico incontro tra i colo­nialisti e i nativi. I primi immigrati dall’Eu­ropa avevano una certa predisposizione e pregiudizi, non si può negarlo». I pregiudi­zi che Hilu, 37 anni, ebreo di origini siria­ne, ha sentito su di sé e gli altri mizrahim (le comunità arrivate dai Paesi arabi), an­che se lui è cresciuto nei sobborghi elegan­ti di nord Tel Aviv e oggi vive in un appar­tamento della periferia ricca, ad Herzliya, la città dedicata a Theodor Herzl, il fonda­tore del sionismo.
Kalvarisky è tra i membri di Brit Sha­lom, un gruppo che aveva cercato fin dal­l’inizio di trovare soluzioni alla conviven­za con gli arabi. Altri padri della patria subi­scono nel libro un trattamento meno bene­volo:
personaggi che ricordano David Ben-Gurion e Moshe Dayan vengono de­scritti, attraverso lo sguardo visionario di Salah, come «guerrafondai che danzano sul sangue».
«La maison Dajani» (verrà pubblicato in Italia da Einaudi) è in testa alle classifi­che dei libri più venduti e ha vinto — e perso nel giro di qualche giorno — uno dei premi letterari più ricchi del Paese. Il
Forum legale per la terra d’Israele, un gruppo ultranazionalista nato per opporsi al ritiro da Gaza, ha accusato Yossi Sarid, presidente della giuria, di conflitto di inte­ressi perché la editor di Hilu è sua nipote. Mifal Hapayis, il lotto nazionale e sponsor del concorso, ha deciso di fermare la vinci­ta, il caso è diventato politico (o forse lo è sempre stato), è finito su tutti i giornali e ieri pure in parlamento. «I critici hanno so­stenuto — spiega lo scrittore — che il con­tenuto non c’entra. Eppure sono sicuro che la guerra è stata aperta dal mio discor­so di accettazione, quando ho detto: 'Que­sto libro parla della nakba ,
una parola che sembra vietato pronunciare'». Il premier Benyamin Netanyahu considera il termine «catastrofe», usato dai palestinesi per defi­nire la nascita dello Stato ebraico, propa­ganda contro Israele e il suo governo ha deciso di cancellarlo dai testi scolastici, do­v’era stato inserito due anni fa da Yuli Ta­mir, ministro dell’Educazione laburista.
Il ministero degli Esteri ha comunicato a Hilu — in via non uffi­ciale — di non esser più disposto a pagare, come succede con gli al­tri scrittori, i suoi viag­gi all’estero per rappre­sentare il Paese. Il quoti­diano
Maariv ha con­dotto una campagna contro il romanzo. «L’autocritica è ammes­sa — dice l’editorialista Ben-Dror Yemini al Washington Post —
ma esistono linee ros­se da non superare. Quando gli ebrei o i sio­nisti vengono ritratti in quel modo, diven­ta delegittimazione e demonizzazione del­l’intera idea di Stato ebraico».
Il quotidiano ha esortato la casa editrice a mandare al macero le prime cinquemila copie, quelle che in copertina riportano il marchio «Vincitore del premio Sapir 2009». «Se qualcuno chiede di bruciare i li­bri, la democrazia è a rischio», reagisce Hi­lu. Che spiega di considerarsi «un buon sionista»: «Ho scritto questo romanzo pro­prio perché voglio che lo Stato israeliano continui a esistere. I sionisti hanno vinto, sono stati i conquistatori, non li accuso. Ma la società israeliana deve conoscere il passato per salvare se stessa».

Per inviare la propria opinione al Corriere della Sera, cliccare sull'e-mail sottostante


lettere@corriere.it




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 31/7/2009 alle 15:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


31 luglio 2009

Un episodio che testimonia l'isolamento e la stupidità in cui si è confinata la sinistra israeliana

  

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Un episodio che testimonia l'isolamento e la stupidità in cui si è confinata la sinistra israeliana

Cari amici, immaginate che un locale di Milano o di Roma proibisca l'ingresso ai soldati in libera uscita perché "implicati nella violenza o nel genocidio". La cosa non sarebbe certo presa bene. E però è quel che accade a Tel Aviv in un bar che si chiama Rogatka, che significa in russo fionda:il nome che si dava a quelle usate dai palestinesi durante la cosiddetta prima intifada. Se si presenta un soldato in divisa, come è comunissimo vederne dappertutto in  Israele, dato che il servizio militare dure tre anni, quelli del Rogatka lo cacciano a male parole. Dopo che si è diffusa la voce, un soldato si è presentato con un registratore in tasca e ha tentato di discutere. La conversazione è stata diffusa dalla radio e riprodotta sui giornali ma ve la risparmio per evitarvi l'accesso di rabbia che è venuto a me. Vi espongo solo due considerazioni. La prima è che il bar continua a fare quel che gli pare, dato che Israele è un paese libero e ciascuno si regola come vuole, salvo che sia in gioco davvero la sicurezza collettiva. La seconda è che questo episodio testimonia dell'isolamento e della stupidità in cui si è confinata la sinistra israeliana: sempre più ristretta numericamente, sempre più convinta di essere la sola a possedere la verità e la giustizia in un paese immorale e incapace di comprendere, sempre più distaccata dal sentimento collettivo. In  un paese in cui tutti fanno il servizio militare a lungo (salvo gli ultraortodossi, ma questo è un altro discorso), rifiutare i ragazzi in divisa vuol dire mettersi contro tutti. Tutti, naturalmente salvo Eurabia. I giornali israeliani hanno appena pubblicato la notizia che Martin Day, portavoce dell'ambasciata britannica in Israele, ha rivendicato in un'intervista alla televisione Al-Arabya che il suo paese sta finanziando molti progetti per bloccare lo sviluppo degli insediamenti e ha destinato 450.000 sterline in tre anni all'assistenza degli arabi che sono in lite con l'amministrazione israeliana per questioni di case. Chissà che non dia qualche elemosina anche al bar Rogatka, che si vanta di non usare prodotti provenienti dagli insediamenti.

Ugo Volli

PS: Sono in viaggio per qualche giorno, ricomincerò domenica a mandarvi le mie cartoline


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 31/7/2009 alle 13:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


31 luglio 2009

25 anni di libertà civili in Israele

 

Da un articolo di Karin Kloosterman

Il sogno di Martin Luther King era che gli afroamericani e le altre minoranze in America godessero degli stessi diritti civili di tutti gli altri cittadini degli Stati Uniti. Questo sogno lo pagò con la vita, ma alla fine si è avverato.
Quando il prof. Herman Schwartz, un avvocato americano dei diritti civili, arrivò per la prima volta in Israele 26 anni fa, constatò una profonda differenza tra l’era post Martin Luther King negli Stati Uniti e il movimento per i diritti civili in Israele, che era ancora molto indietro.
Per cambiare tutto ciò, nel 1983 fondò il US/Israel Civil Liberties Law Program, volto a creare un tribunale per i diritti civili in Israele.
Con l’aiuto di due legali israeliani scelti appositamente e finanziati dal programma ogni anno, negli ultimi due decenni e mezzo il programma ha profondamente influito sul movimento israeliano per i diritti civili, sia nella sfera legale che nelle comunità in tutto il paese, dove il programma ha avuto un impatto positivo sui diritti degli arabi e dei nuovi immigrati ebrei dall’ Etiopia, oltre che sulle leggi che aiutano a proteggere l’ambiente e gli anziani.
Quest’anno, ospiti prestigiosi da Israele e dagli Stati Untii si sono riuniti a Tel Aviv per celebrare i 25 anni da quando Schwartz, che attualmente amministra il programma, cominciò ad inseguire il suo sogno, con l’aiuto del New Israel Fund e dell’American University Washington College of Law.
Le celebrazioni dell’anniversario hanno contemplato seminari con il prof. Aharon Barak , ex giudice capo della Corte Suprema d’Israele, il prof. Claudio Grossman, decano dell’American University Washington College of Law, e la prof. Naomi Chazan, presidente del New Israel Fund. Tra i presenti, anche l’ambasciatore americano James B. Cunningham.
Schwartz, un dirigente del Washington College of Law Center for Human Rights and Humanitarian Law, oltre che membro dei consigli d’amministrazione della Foundation for a Civil Society, dello Helsinki Watch e di altre organizzazioni nazionali ed estere di pubblico interesse, dice che di essere diventato maggiorenne col movimento americano per le libertà civili. “Non ho visto la stessa cosa qui in Israele e mi è sembrato che sia la nostra esperienza che la nostra pratica della legge americana sarebbero state molto utili qui – spiega – Sono sempre stato fortemente sionista nella mia convinzione che Israele sia il posto giusto per il popolo ebraico; e che dovrebbe essere un posto improntato a quelle che io considero le principali linee di condotta nella cultura ebraica: giustizia, compassione e così via”.
Come parte della loro borsa di studio, i borsisti prescelti trascorrono un anno negli Stati Uniti. Mentre ottengono un Master in Diritti Civili, fanno anche un internato con gruppi di studio americani come American Civil Liberties Union, Human Rights' Watch e Council on American Islamic Relations.
Secondo il New Israel Fund, co-sponsor dello US/Israel Civil Liberties Law Program, i borsisti hanno disputato decine di cause che hanno fatto epoca, che hanno influenzato la legislazione e formato le politiche pubbliche in Israele. Gli effetti durevoli si possono vedere nel diritto ambientale e dei disabili, oltre che nella libertà religiosa e nel pluralismo in Israele.
Essendo Israele l’unica vera democrazia in Medio Oriente, non c’è dubbio che gli effetti di questo programma abbiano avuto risonanza in tutta la regione. “La gente nella mia scuola e studenti di altri paesi hanno interagito con i borsisti nel corso degli anni” racconta Schwartz, osservando come essi siano stati parte integrante della grande comunità internazionale delle libertà civili. “Uno dei maggiori scopi del programma era che gli avvocati arabi della comunità araba d’Israele sviluppassero proprie competenze senza dipendere dalla comunità ebraica”, dice Schwartz. Il gruppo Adalah per i diritti arabo-israeliani è stato “uno degli esempi più fulgidi di successo del nostro progetto, con reputazione e supporto mondiale”, aggiunge con orgoglio.
Un ex borsista del programma è Bana Shoughry-Badarne, una avvocatessa dei diritti umani arabo-israeliana che ora sta nel comitato che aiuta a scegliere i futuri borsisti. Ha lavorato per conto della comunità beduina israeliana e di altri gruppi israeliani vulnerabili, e all’interno della comunità palestinese. Oggi Shoughry-Badarne lavora nel campo dei diritti dei detenuti per assicurare che non vengano maltrattati. La borsa le ha permesso di ottenere una laurea avanzata negli Stati Uniti e di aiutare le comunità a cui tiene. Assicurare diritti uguali per le donne palestinesi che vivono in Israele è una delle sue priorità.
A partire dal suo successo in Israele, il programma si è andato ampliando ed ora accetta domande dall’Europa centrale e orientale. È stato anche riproposto alla Columbia University Law School, con l’aiuto di Schwartz che ha lavorato per i diritti umani sia negli Stati Uniti che all’estero per oltre quanrant’anni. Attualmente è consulente di parecchi paesi dell’ex blocco sovietico sulla riforma dei diritti umani e costituzionali, ed ha rappresentato gli Stati Uniti parecchie volte ai congressi dell’ONU.

(Da: Israel 21c, 22.07.09)

Nella foto in alto: il prof. Herman Schwartz


31 luglio 2009

Perchè gli israeliani sono stati espulsi dalla federazione internazionale dei giornalisti ?

  

Riportiamo dall'OPINIONE di oggi, 30/07/2009, l'articolo di Dimitri Buffa dal titolo "Sui giornalisti israeliani espulsi dalla IFJ la FNSI non la racconta giusta".

Altro che quote non pagate. Sui veri motivi alla base dell’espulsione della Federazione dei giornalisti israeliani da parte dell’organismo internazionale che rappresenta, o almeno così dovrebbe fare, tutti i sindacati mondiali del settore, cioè la Ifj, la Fnsi non la racconta giusta. E non a caso il gruppo su facebook che si chiama “non in mio nome”, e che chiede dallo scorso 14 luglio al segretario della Fnsi Franco Siddi di modificare il voto italiano, da favorevole a contrario, a questo provvedimento di espulsione è salito a quota 2 mila persone, quasi tutti giornalisti che lavorano in Italia. Molti anche i nomi importanti del sindacato, o storici, come Silvana Mazzocchi, Pierluigi Franz e Cinzia Romano. Da alcuni articoli di stampa pubblicati in quotidiani israeliani è infatti venuto fuori che “l’agenda di Bruxelles viene dettata, tra gli altri, anche dai deliri anti-israeliani della stampa giordana.” A Bruxelles come è noto c’è la sede della Federazione internazionale dei giornalisti che ha preso lo scorso 7 giugno il provvedimento di espulsione contro il sindacato dei cronisti israeliani e con il voto favorevole dell’Italia nella persona dell’ex segretario della Fnsi Paolo Serventi Longhi, attualmente promosso a rappresentante italiano nella Ifj. E’ così venuto fuori che proprio un paio di mesi orsono la Federazione della Stampa Giordana (JPA) aveva acconsentito alla richiesta, proveniente direttamente dalla IFJ, di ospitare una serie di conferenze internazionali che si svolgeranno nel mese di ottobre, ma solo dopo aver ricevuto ampie assicurazioni in merito all’esclusione di Israele. Il vice presidente della JPA, tal Hikmat Momani, ha infatti candidamente ammesso al Jordan Times che “Noi siamo contro qualsiasi forma di normalizzazione con Israele, che ancora occupa i territori arabi e viola i diritti dei palestinesi e degli arabi stessi”. Ma non è tutto. In merito alle recenti polemiche, Momani ci ha tenuto a sottolineare che l’adesione di Israele alla IFJ era già stata sospesa per 12 anni, prima della definitiva espulsione decretata il mese scorso. Insomma gli siraeliani in seno alla Ifj sono visti come dei “pregiudicati” oltre che come dei “morosi”. E inoltre appare chiaro che in seno a questa assurda organizzazione sindacale internazionale di giornalisti il parere degli stati arabi su Israele è pressochè vincolante sulle decisioni del direttivo. Forse vale anche la pena ricordare che la vicenda in realtà nasce da un’ostilità preconcetta di Aidan White, da oltre vent’anni segretario generale dell’Ifj, e del suo presidente Jim Boumelha, contro la politica israeliana. Mai una condanna verso le tv palestinesi che seminano l’odio contro Israele, l’antisemitismo e la propaganda a favore del terrorismo e del martirio suicida. Negli ultimi anni soltanto prese di posizione, come quelle adottate dal sindacato dei giornalisti britannici, la Nfij, contro i bombardamenti dell’emittente di Hezbollah, Al-Manar Tv, e di Al-Aqsa Tv, organo ufficiale di Hamas. Nonostante le spiegazioni dell’Ifj, che enumera tutti i propri inutili sforzi per arrivare a un accordo con la Nfij, molte proposte del sindacato israeliano, tra le quali l’istituzione di un “circolo della stampa” in cui giornalisti palestinesi e israeliani potessero lavorare insieme, non sono state mai accettate. Giustamente, come commenta la componente sindacale di minoranza Punto e a Capo, di cui fanno parte Pierluigi Franz, Silvana Mazzocchi e Cinzia Romano, gli unici in Italia che hanno avuto il coraggio di chiedere ad alta voce di annullare l’espulsione e di revocare il rappresentante italiano presso la Ifj, “è evidente e lampante che nel sindacato internazionale la democrazia e la libertà dell’informazione sono evidentemente considerate battaglie non universali e valide a tutte le latitudini, ma da invocare solo a corrente alterna. Questa vicenda, che getta una grave ombra sulla Federazione internazionale e sulla Fnsi, dimostra quanto sia grave la crisi degli organismi di rappresentanza e come essi siamo espressione di posizioni ideologiche stereotipate e irrispettose del concetto stesso di democrazia”. D’altronde basta vedere a cosa si sono ridotti, economicamente e moralmente, i giornalisti italiani dopo gli ultimi quindici anni di governo bolscevico della Fnsi per constatare l’inutilità stessa del sindacato unitario così come oggi lo conosciamo. Forse ha proprio ragione Andrea Morigi di “libero” a dichiarare di volere dimettersi dall’assemblea generale Fnsi, farebbe veramente la cosa giusta per non sporcarsi le mani.

Per inviare il proprio parere all'Opinione, cliccare sull'e-mail sottostante


diaconale@opinione.it




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 31/7/2009 alle 10:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


31 luglio 2009

“Fatah deve riattivare la lotta armata”

A pochi giorni dall’inizio del congresso di Fatah, riportiamo di seguito alcuni brani da un’intervista concessa il 13 luglio scorso alla tv Al-Quds da Hatem Abd Al-Qader, ex ministro dell’Autorità Palestinese per gli affari di Gerusalemme.
Hatem Abd Al-Qader: “Dobbiamo generare una ben congeniata separazione tra il movimento Fatah e l’Autorità Palestinese . Il movimento Fatah, in quanto organizzazione, in quanto impresa nazionale e movimento di liberazione, deve essere separato dall’Autorità Palestinese e deve avere la sua propria piattaforma, la sua agenda e strategia, basata sui principi di Fatah”.
Intervistatore: “Deve comprendere anche la resistenza [lotta armata]…”
Hatem Abd Al-Qader: “Sì, anche sua propria resistenza”.
Intervistatore: “Dentro Fatah, chi prende le decisioni riguardo alle Brigate Martiri di al-Aqsa?”
Hatem Abd Al-Qader: “Le Brigate Martiri di al-Aqsa sono ancora le Brigate Martiri di al-Aqsa. Forse, a causa di circostanze politiche locali, le operazioni delle Brigate sono state interrotte. Ma lasciate che vi dica: le Brigate Martiri di al-Aqsa ci sono ancora, e sono pronte a rispondere all’appello del movimento Fatah in qualunque scontro futuro con Israele. […] Il movimento Fatah si rifiuta di essere trasformato in un partito politico. Noi ci opporremo lealmente staunchly a qualunque tentativo di trasformare Fatah da movimento di liberazione nazionale in partito politico. […] Fatah non ha ancora completato il suo percorso e non ha ancora conseguito i suoi obiettivi. È ancora un movimento di liberazione nazionale che fa affidamento sulla resistenza oltre che sulla politica. Quindi, nel prevedibile futuro, Fatah deve restare un movimento di liberazione nazionale finché il popolo palestinese avrà realizzato tutti i suoi obiettivi: libertà, indipendenza creazione di uno stato con Gerusalemme capitale e ritorno dei profughi [in Israele]. Senza questo, il movimento Fatah non può diventare un partito politico: resterà un movimento di liberazione la cui strategia fa affidamento sulla resistenza. […] Chiunque pensi che sia possibile arrivare alla pace con gli israeliani alla luce delle attuali circostanze e della costellazione [politica] in Israele non fa che illudersi. Noi non siamo ancora qualificati a firmare un accordo di pace con Israele perché, innanzitutto, non abbiamo alcun potere. In secondo luogo, la spaccatura fra palestinesi ha intensificato la furia di Israele riguardo alla questione palestinese. […] Sono convinto che non vi sia alternativa se non ripristinare l’unità e la coesione palestinese, e riattivare l’opzione della resistenza contro l’occupazione”.

(Da: Memri, 29.07.09)

Per vedere il filmato dell’intervista (con sottotitoli in inglese): http://www.memritv.org/clip/en/2184.htm


30 luglio 2009

A Beirut 'taxi rosa' per sole donne

 

 

 

 


rubrica.lettere@repubblica.it

 REPUBBLICA Francesca Caferri  Taxi rosa a Beirut

Nelle strade di Beirut dopo qualche settimana hanno smesso di creare sensazione: le Peugeot rosa shocking si sono mischiate agli Hummer gialli, alle Lamborghini bianche e alle Ferrari rosse che, da settimane ormai, segnalano il ritorno dei ricchi nella capitale del divertimento del mondo arabo. Ma sui blog e sulla stampa la polemica, fra alti e bassi, non è mai finita: le macchine rosa che da marzo sfrecciano nelle vie di Beirut infatti non sono l´ultima stranezza di un´estate che - complice la stabilità politica - ha riportato in Libano migliaia di turisti, ma un servizio di taxi per sole donne che, nella più liberale delle città del Medio Oriente, ha creato non poche discussioni.
Da quando, nel marzo scorso, Nawal Yaghi Fakhry ha creato Banettaxi (letteralmente, il taxi delle ragazze), i giornali non hanno smesso di interrogarsi sull´iniziativa: idea brillante per consentire a donne e ragazze di rientrare a casa tardi in tutta tranquillità o piuttosto un pericoloso passo verso la separazione fra i sessi che parte della società libanese respinge con orrore ma non dispiace ai settori più conservatori? Sono o non sono i taxi rosa un attentato alla tanto decantata "eccezione libanese", quella libertà di costumi e di pensiero che rende il Libano così unico nella regione?
«Io tutta questa polemica non la vedo: anzi, personalmente non ho raccolto nessuna reazione negativa - risponde dal suo ufficio di Beirut Fakhry - questo servizio è stato creato per dare tranquillità alle donne. Una donna può capire meglio di un uomo cosa vuole un´altra donna. E una madre affida i propri figli, bambini o teenager, più volentieri a una donna che non a un uomo». La signora Fakhry - cristiana, come la zona dove ha voluto aprire il suo quartier generale, e amante del rosa, di cui si circonda spesso - sul suo sito internet dice di ispirarsi apertamente ai Pink Taxi di Londra, creati per garantire un rientro sicuro alle donne e da allora copiati in tutto il mondo. E racconta che l´idea di affiancare al suo primo business - un centro di bellezza - una compagnia di taxi al femminile le è venuta in Thailandia, durante un viaggio alla ricerca di prodotti di bellezza per i suoi saloni. «La persona che mi portava in giro era una donna - spiega - e ogni volta che le chiedevo di qualche posto speciale lei chiamava amiche o parenti. Ho capito quanto potesse essere speciale un servizio solo per donne e ho cominciato a pensare a Banettaxi».
Che di qualcosa come un "Taxi per le ragazze" ci fosse bisogno a Beirut lo avevano pensato già in parecchie: tre anni fa la drammaturga Lina Khoury aveva raccontato con tono ironico gli approcci pesanti che i tassisti riservano alle donne che camminano in strada. Nadine Labaki nel suo pluripremiato film Caramel dedicava un cammeo a un tassista impiccione e inopportuno. E non sono poche le donne che preferiscono chiamare un autista di fiducia, anche a costo di pagare di più e aspettare, piuttosto che affidarsi a un guidatore qualunque, seppur provvisto di licenza.
Eppure la scelta di Fakhry è stata accolta da più critiche che plausi, almeno in rete: «Andiamo verso la segregazione dei sessi sul modello di quel che succede nei paesi del Golfo da dove arrivano i turisti che invadono le nostre strade», scriveva qualche settimana fa su un blog una ragazza di Beirut. Un´accusa respinta al mittente dalla titolare di Banettaxi: «Non dimentichiamoci che dietro a questo business c´è una donna che ha scelto di rischiare e di lasciare un posto sicuro in banca per mettersi in proprio e le mie clienti mi stanno dando ragione». Di certo c´è che la flotta di tre macchine e 12 autiste non basta più a rispondere a tutte le richieste e che Fakhry pensa già a comprare nuove macchine (25) e a espandersi nei Paesi vicini, come Siria e Giordania. Qui, c´è da giurarci, le macchine rosa shocking non passeranno inosservate come a Beirut.

Per inviare la propria opinione alla Repubblica, cliccare sull'e-mail sottostante

 

 


30 luglio 2009

Hamas impone il velo islamico in aula per le donne avvocato

Mo: Hamas, velo per avvocatesse

Velo obbligatorio per gli avvocati-donne in aula, campagne di pressione in favore del rigorismo islamico e della morale del buon tempo andato nelle strade e nei negozi. Sembra stringersi, nella Striscia di Gaza, la morsa ideologica di Hamas, il movimento integralista al potere da oltre due anni in questa porzione di territorio palestinese. L’ultima denuncia arriva dalla Pchar-Gaza, un’organizzazione palestinese attiva sul terreno dei diritti civili, che segnala la questione del velo nei tribunali come l’ennesimo anello di una catena di attacchi «alla libertà personale». Timori e polemiche si legano questa volta a una disposizione stabilita dal giudice della Corte Suprema Abdel Rauf al-Halabi, sotto l’autorità dell’autoproclamato governo di Hamas, per imporre «abiti modesti» in udienza. Espressione con la quale s’intende indicare un qualsiasi vestito scuro per gli avvocati uomini, ma anche e soprattutto il velo (hijab) per le donne: simbolo di purezza religiosa e di pudore femminile nella tradizione musulmana della penisola arabica che non ha finora tuttavia mai attecchito fino in fondo nella più laica società palestinese. Per Pchar, si tratta di un’evidente «discriminazione contro le donne e di un attacco alla libertà personale».
 
In gioco non c’è solo l’abbigliamento degli avvocati in tribunale, sottolineano gli attivisti dei diritti civili, ricordando come sia di pochi giorni fa la notizia secondo cui la polizia di Hamas sarebbe intervenuta persino sulla spiaggia per censurare come «immodesto» il comportamento di una donna - giornalista - che, per quanto coperta fino ai piedi, non aveva rinunciato a fare il bagno con amici. Pchar ha del resto annunciato di aver messo «sotto osservazione» anche la campagna `Si´ alla virtù’ affidata dal `ministero degli Affari Religiosi´ a ronde di militanti incaricati di riportare la gente dell’impoverita Gaza, ancora alle prese con le conseguenze del blocco e dell’offensiva militare israeliana dei mesi scorsi, «ai sani principi della morale e della vera fede». Con la predicazione e la persuasione, sostiene Hamas. Anche con l’intimidazione, secondo alcune testimonianze.
Ci sono negozianti che deplorano l’invadenza dei giovani e barbuti moralizzatori impiegati nell’iniziativa: le loro irruzioni nelle botteghe - in genere in nuclei di quattro - le prediche accese, le intimazioni, i poster con le immagini in cui donne velate - ma abbigliate con pantaloni e t-shirt elasticizzate - vengono additate come prede della «moda del diavolo» che pretendono di attaccare ai muri di qualche boutique. Sami Ajour, proprietaria di una piccola merceria a Gaza, ha riferito di un blitz vero e proprio compiuto nei giorni scorsi nel suo negozio per rimuovere con la forza alcuni manichini «troppo simili al corpo umano», lamentando di non poter vendere biancheria intima senza mostrarla alle clienti. Un problema che non scuote i moralizzatori. Preoccupati piuttosto di ammonire la loro gente anche a non salutare con l’inglese `bye´. Le cui iniziali celebrebbero subdolamente il messaggio cristiano `il Papa ti benedica´.
domenico riccio
il secolo XIX




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 30/7/2009 alle 20:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


30 luglio 2009

Scritte antisemite sulle agenzie turistiche. Aveva promosso viaggi in Israele

 

 

 

Manifesti e scritte antisemite sono comparsi, la notte scorsa, sulle saracinesche e sui muri adiacenti ad alcune agenzie di viaggi affiliate al Centro turistico studentesco (Cts) nelle zone della Cecchignola, Centocelle, Quadraro e Monteverde.

Le frasi scritte invitano a «boicottare Israele»
e in particolare il turismo. Su un manifesto c'era scritto: «boicotta Israele, rifiuta l'apartheid. Solidarietà attiva al popolo palestinese» a firma «Gruppo antirazzisti e antirazziste». A Monteverde una scritta esplicita che invita a boicottare «il turismo sionista» mentre in via Livilla, al Quadraro, sono stati affissi alcuni manifesti riportanti la carta geografica di Israele e Palestina e i luoghi del conflitto. Sull'episodio indagano i carabinieri.

La protesta dopo la campagna del Cts per promuovere i viaggi in Israele. L'iniziativa, che si chiama «Il bello di Israele» è stata intrapresa in collaborazione con l'Ufficio del Turismo di Israele e la compagnia aerea El Al e invita a recarsi in quei luoghi «affascinanti e multiformi, non lontani, e perfettamente adatte ai giovani». Intanto, questo pomeriggio, un gruppo chiamato «Antirrazzisti e antirazziste», lo stesso che ha firmato i manifesti affissi la scorsa notte, ha organizzata una protesta davanti al Cts di via Appia.

Dura condanna del gesto da parte del sindaco Gianni Alemanno, del presidente della provincia Nicola Zingaretti e del presidente della regione Lazio Piero Marrazzo.

L'ufficio del decoro urbano del Comune di Roma lavorerà stanotte per rimuovere i manifesti e cancellare le scritte apparse nei quartieri del Quadraro, Centocelle, Monteverde e Cecchignola.
 

 

__._,_.___


30 luglio 2009

A gennaio furono 200.000 le telefonate fatte ai civili di Gaza per scongiurare perdite innocenti

La Difesa israeliana ha deciso che, nelle prossime occasioni che dovessero presentarsi, cercherà di includere dettagli ancora più precisi negli avvertimenti che usa inviare alla popolazione civile palestinese prima di effettuare incursioni armate, soprattutto aeree, contro obiettivi terroristici. La misura è tesa a migliorare le possibilità degli abitanti innocenti della zona presa di mira di mettersi al sicuro per tempo.
YnetNews ha appreso che, durante recenti riunioni dedicate alla controffensiva anti-Hamas nella striscia di Gaza del gennaio scorso, varie fonti militari, compresi alcuni rappresentanti dell’ufficio Diritto internazionale del dipartimento legale delle Forze di Difesa, hanno convenuto che, in futuro, si dovranno fornire informazioni ancora più specifiche, come ad esempio orari esatti e indicazioni dettagliate sulle vie di fuga, nonostante le conseguenze che ciò potrà comportare in termini di perdita dell’effetto sorpresa sul nemico e, di conseguenza, di minor efficacia dell’azione ed anche maggiori rischi per i soldati israeliani impegnati nelle operazioni. Secondo queste direttive, inoltre, d’ora in avanti gli avvertimenti fatti pervenire per telefono o con volantini dovranno essere ancora più espliciti nel chiarire ai civili che la loro vita è in pericolo dando loro una possibilità di fuga. Tali raccomandazioni – è stato detto nelle riunioni militari – non intendono disconoscere i grossi sforzi fatti finora dalle forze israeliane per evitare perdite civili fra i palestinesi, ma solo migliorarli ulteriormente.
Nel corso della controffensiva anti-Hamas del gennaio scorso le Forze di Difesa israeliane fecero non meno di 200.000 telefonate di avvertimento a case palestinesi e lanciarono parecchie migliaia di volantini allo scopo di preavvertire i civili di imminenti attacchi contro obiettivi Hamas nelle zone di residenza: misure nate dalla necessità di bersagliare centri di comando e postazioni di Hamas piazzati nel cuore di zone densamente abitate da civili che le Forze di Difesa israeliane non avevano né interesse né la volontà di coinvolgere negli scontri.
Per quanto problematica dal punto di vista tattico, la pratica del preavvertimenti ai civili viene considerata dalla Difesa israeliana anche un modo per vanificare la pratica di Hamas di proteggersi rintanandosi fra la propria stessa gente. È con l’obiettivo di mantenere e migliorare ulteriormente questa politica che è stata approvata dalle alte sfere dell’esercito la decisione di fornire ai civili “nemici” avvertimenti sempre più circostanziati.

(Da: YnetNews, 29.07.09)

Nella foto in alto: Un volantino lanciato dalle Forze di Difesa israeliane durante la guerra contro Hamas a Gaza: “...A causa delle attività dei terroristi compiute da questa zona contro Israele, le Forze di Difesa israeliane sono costrette a reagire operando in questa zona. Vi sollecitiamo, per la vostra sicurezza, a sgomberare quest’area al più presto”.
 


30 luglio 2009

Fatah Hamas, fratelli coltelli

Gaza: divieto di uscita per i delegati di al Fatah

 

 

 

Come riferito dall'Ansa, le autorità palestinesi della striscia di Gaza non consentiranno ai circa 400 delegati di al Fatah, residenti nella striscia, di raggiungere Ramallah, nella Cisgiordania occupata, dove il 4 agosto prossimo si apre il congresso di al Fatah.

Lo ha detto il dirigente di Hamas Mahmoud al Zahar, il quale ha tuttavia aggiunto che il provvedimento sarà revocato se l'Autorità nazionale palestinese targata al Fatah, con sede appunto a Ramallah, cesserà di perseguitare i sostenitori di Hamas nella West Bank e rilascerà quelli già arrestati. 

 


30 luglio 2009

Russia: arriva la chiesa sui binari

 

Per consentire di pregare ai fedeli di Sakhalin nell'estremo est

 

(ANSA) -  Una chiesa ortodossa su ferrovia per consentire di pregare anche ai fedeli di localita' senza chiese nella remota isola russa di Sakhalin. Nell'estremo est russo primo viaggio dunque per il vagone-chiesa che dopo un'opportuna benedizione e' partito per sostare 2-3 giorni in ogni localita' che abbia bisogno di battesimi, matrimoni e preghiere. A bordo cucina, camere da letto, la sacrestia per i popi e l'altare. Giorni fa a Mosca e' entrata in servizio anche una sinagoga mobile.


30 luglio 2009

Hamas ruba i soldi della ricostruzione e ricatta i palestinesi

Europa e America finanziano la ricostruzione della Striscia di Gaza Ma gli aiuti finiscono ai fondamentalisti. Che così si comprano il consenso. In ballo centinaia di milioni di dollari
Hamas ha messo le mani sui soldi della ricostruzione per la disastrata Striscia di Gaza. Miliardi che arrivano da tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti, l’Unione europea e l’Italia. Il filtro dovrebbero essere l’Autorità nazionale palestinese del presidente Abu Mazen e le agenzie delle Nazioni Unite, ma non bastano a fermare Hamas. Il ministero della Difesa israeliano ha preparato un dettagliato rapporto che denuncia il controllo degli estremisti islamici sui fondi per la ricostruzione. Il rapporto è segreto, ma è stato inviato ai governi occidentali. Cartelli di società e categorie professionali, coinvolte nella ricostruzione, rispondono ad Hamas. I suoi rappresentanti sono riusciti a mettere in piedi comitati congiunti con le agenzie dell’Onu a Gaza, che si occupano degli aiuti.
Secondo il Jerusalem post l’intelligence israeliana ha rivelato che «il 12 luglio si è tenuto un incontro fra l’Unrwa, (l’agenzia delle Nazioni Unite per il popolo palestinese), l’Undp (un’altra costola dell’Onu) e funzionari di Hamas che rappresentano i sindacati degli ingegneri e delle società a contratto nella striscia di Gaza». L’obiettivo è stabilire un meccanismo che gestisca i miliardi di dollari che stanno arrivando dopo la pesante offensiva israeliana dello scorso dicembre e gennaio. Si tratta di cifre enormi.
Alla conferenza internazionale di Sharm el Sheikh i palestinesi avevano chiesto quasi tre miliardi di dollari. Di questi almeno 1,33 miliardi serviranno per ricostruire la Striscia di Gaza. I Paesi arabi hanno promesso 1,65 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti 900 milioni, dei quali 300 per Gaza. L’Unione europea si è impegnata per 436 milioni di euro, che serviranno anche per la riforma dell’Autorità nazionale palestinese. L’Italia ha fatto pure la sua parte. Il fiume di denaro arriva nelle casse del governo palestinese in Cisgiordania del primo ministro Salaam Fayad. La parte per Gaza viene trasferita all’Undp, l’agenzia delle Nazioni Unite che supervisiona la ricostruzione.
Gli israeliani denunciano che «Hamas ha preso il controllo di questi soldi». Il sistema è semplice: lavorano alla ricostruzione le società e i tecnici vicini ad Hamas. Il sistema dei “comitati congiunti” con i rappresentanti delle Nazioni Unite, mascherati come una normale forma di collaborazione, serve ad Hamas per controllare l’utilizzo del denaro e degli aiuti. Chi cerca di opporsi o protestare viene minacciato. Hamas ha addirittura pubblicato su un quotidiano palestinese il seguente monito: «Chiunque non rispetti gli ordini sarà obbligato a lasciare Gaza». Chris Gunnes, portavoce dell’agenzia dell’Onu per i palestinesi, ha risposto a muso duro sostenendo che «l’Unrwa distribuisce gli aiuti in base alle necessità e null’altro». Una fonte della Difesa israeliana ribatte con il Jerusalem Post che «non ci risulta esista un effettivo meccanismo per aggirare Hamas e far arrivare i soldi direttamente alla popolazione palestinese». Con il fiume di denaro degli arabi e dell’Occidente gli estremisti islamici si comprano il consenso perduto dopo il devastante attacco israeliano. Anche le organizzazioni umanitarie non in linea e fedeli a Fatah, il movimento del presidente Abbas, subiscono ritorsioni e ricatti. «Vogliono imporci i loro uomini per controllare la distribuzione degli aiuti» aveva raccontato dopo la guerra uno dei responsabili di una Ong palestinese a Gaza. «Conosco decine di famiglie che hanno subito l’aggressione israeliana, ma sono discriminate negli aiuti perché non appoggiano Hamas».


 
Da
Il Giornale
esperimento




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 30/7/2009 alle 9:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


30 luglio 2009

Clamoroso caso di pogrom sindacale. A chi non van giù i giornalisti israeliani?

"Il Domenicale" (n. 30/2009).
Clamoroso caso di
pogrom sindacale.
A chi non van giù
i giornalisti israeliani?

….….Ma se ormai la Ifj è ridotta al rango di una copia occidentale, sul piano dei rapporti interni, nello stile burocratico di lavoro, e nella visione del mondo di quella che fu la vecchia organizzazione filosovietica dei giornalisti, che aveva sede a Praga, tanto vale abbandonarla al proprio destino.

(IN CODA: Il gruppo "Non in mio nome", a cui aderiscono più di duemila tra giornalisti e lettori, aperto lo scorso 14 luglio su Facebook per contestare il provvedimento, ufficialmente adottato (all'unanimità) per il mancato pagamento delle quote di adesione, si rivolge a Franco Siddi e Roberto Natale, chiedendo "di prendere pubblicamente le distanze da una decisione vergognosa e inaccettabile dalla società civile").

di ANDREA MORIGI


Non sono soltanto gli 800 giornalisti israeliani, espulsi il 7 giugno 2009 dalla Federazione internazionale dei giornalisti (Ifj), a non ritenersi più parte dell’organismo che pretende di rappresentare 600.000 giornalisti in 123 Stati. Lo sono tutti coloro che giudicano la decisione una sconfitta per la ragione e per la vocazione stessa del sindacato. E una penosa ipocrisia la giustificazione fornita a posteriori dall’Ifj, che cita soltanto ragioni di natura economica, quali il mancato pagamento delle quote associative, sin dal 2004, da parte della National Federation of Israel Journalists.


 

È chiaro a tutti che il casus belli è un altro. Lo ha sottolineato il presidente dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti, Giovanni Negri, facendo venire alla luce che si tratta invece «del disagio e del dissenso dei giornalisti israeliani sulla “linea politica” dell’Ifj». Da qui l’utilizzo di un «escamotage per uscire da un’organizzazione della quale non condividono le idee».


 

Poiché la questione ha avuto scarsa eco sulla stampa – con l’eccezione di Giulio Meotti che l’ha resa nota sul Foglio, di Pierluigi Battista che ha commentato sul Corriere della Sera, e di Dimitri Buffa sull’Opinione – vale la pena ricordare che la vicenda trae le proprie origini da un’ostilità di Aidan White, da oltre vent’anni segretario generale dell’Ifj, e del suo presidente Jim Boumelha, verso la politica israeliana. Da loro, non è mai giunta una condanna verso le tv palestinesi che seminano l’odio contro Israele, l’antisemitismo e la propaganda a favore del terrorismo e del martirio suicida. Negli ultimi anni si è assistito soltanto a prese di posizione, sulla stessa linea di quelle adottate dal sindacato dei giornalisti britannici, la Nfij, contro i bombardamenti dell’emittente di Hezbollah, Al-Manar Tv, e di Al-Aqsa Tv, organo ufficiale di Hamas. Nonostante le spiegazioni dell’Ifj, che enumera tutti i propri inutili sforzi per arrivare a un accordo con la Nfij, molte proposte del sindacato israeliano, tra le quali l’istituzione di un “circolo della stampa” in cui giornalisti palestinesi e israeliani potessero lavorare insieme, non sono state accettate.


 

Rimane comunque senza risposta la richiesta di chiarimenti al presidente del Consiglio nazionale della Federazione nazionale della stampa italiana, Roberto Natale, al quale mi sono rivolto domenica 12 luglio per sapere se si tratti di una deriva antisemita oppure  di un'adesione alle posizioni politiche di Hamas, movimento inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche dall'Unione Europea e dagli Stati Uniti. In entrambi i casi, gli scrivevo, «sarei costretto a dimettermi immediatamente dal Consiglio Nazionale della Fnsi», di cui faccio parte dal novembre 2007. Come terza ipotesi, dato il contributo, con il suo voto favorevole, del rappresentante della Fnsi presso l’Ifj, Paolo Serventi Longhi, l’adesione italiana potrebbe esprimere soltanto una posizione personale.


 

Serventi Longhi replica a Battista che «non vi è quindi alcuna motivazione politica né tanto meno una persecuzione “antisemita”» e «non c’è nessuna discriminazione da parte della Ifj, dunque, anche perché in caso contrario il sottoscritto e, credo di poter dire, la stessa Fnsi non avrebbero ragioni per farne parte». Nemmeno i circoli antagonisti che promuovono il boicottaggio nei confronti dei prodotti israeliani amano essere definiti antisemiti. Nemmeno monsignor Richard Williamson, il vescovo lefebvriano che nega l’esistenza delle camere a gas, si dice «interessato alla parola “antisemitismo”». Eppure non è meno persecutorio mascherarsi dietro il pretesto amministrativo. Anzi, commenta la componente sindacale di minoranza Punto e a Capo, di cui fanno parte Pierluigi Franz, Silvana Mazzocchi e Cinzia Romano, chiedendo di annullare l’espulsione e di revocare il rappresentante italiano presso la Ifj, «è evidente e lampante che nel sindacato internazionale la democrazia e la libertà dell’informazione sono evidentemente considerate battaglie non universali e valide a tutte le latitudini, ma da invocare solo a corrente alterna! Questa vicenda, che getta una grave ombra sulla Federazione internazionale e sulla Fnsi, dimostra quanto sia grave la crisi degli organismi di rappresentanza e come essi siamo espressione di posizioni ideologiche stereotipate e irrispettose del concetto stesso di democrazia».


 

Senza perciò poter escludere che i primi due quesiti posti a Natale possano avere fondamento, poiché questa è la tesi più accreditata anche presso il mondo ebraico, sembra chiarirsi meglio che almeno il segretario della Fnsi, Franco Siddi, contesta il pogrom sindacale. Non è certo una dichiarazione coraggiosa, quella in cui rende pubblico l’impegno della Federazione «a creare le condizioni per la revoca di questo provvedimento, per il superamento delle incomprensioni e per affermare le ragioni del dialogo e della piena partecipazione della rappresentanza israeliana». Afferma che «tra di noi non ci sono ragioni antiisraeliane e nessun sentimento di questo tipo può essere imputato a dirigenti passati e presenti della Fnsi». Ma ritiene che, se «legittimamente, i dirigenti del Sindacato dei giornalisti israeliani Nfij hanno ritenuto di contestare prese di posizione della Ifj, trasformando questi atti nel ritiro dell’adesione», altrettanto «legittimamente la Ifj, dopo tre anni di mancata sottoscrizione delle iscrizioni, applicando le sue disposizioni statutarie, ha preso atto di un’auto cancellazione di fatto». Un colpo al cerchio e uno alla botte, insomma, anche se rivendica l’adesione della Fnsi alla Federazione internazionale dei giornalisti «con una sua linea di sostegno all’impegno dei giornalisti liberi, all’affermazione di legislazioni nazionali rispettose della libera stampa (condizione sempre riconosciuta in Israele), alla lotta contro le sopraffazioni e contro le violenze nei confronti del giornalismo», come se queste ultime non fossero a suo giudizio sufficientemente riconosciute in Israele. Poi, l’appello al volemose bbene, con cui Siddi conclude che «la democrazia di Israele, la libertà del popolo palestinese e i suoi diritti nazionali sono beni grandi e delicati, per i quali ci sono ancora troppe sofferenze e non vogliamo alimentarne altre per nessuna ragione. Il nostro lavoro sui terreni della comprensione, del dialogo, dell’amicizia è e resta permanente». Certo non gli sfugge che o si sta da una parte, quella delle democrazie, oppure dall’altra, a fare da cinghia di trasmissione con il fondamentalismo islamico. Del resto, il segretario della Fnsi quando la polemica è scoppiata, si trovava nell’ex campo di sterminio nazional-socialista di Dachau, dove ha reso omaggio alle vittime della Shoah, e ha in programma una giornata di lavoro e di studio con i colleghi degli organi di stampa delle comunità ebraiche.


 

Ma, siccome Siddi cita anche, di passaggio, le parole pronunciate recentemente in Israele dal Santo Padre e il suo invito ad alleggerire la tensione in Terrasanta e in Medio Oriente, gli va chiesto uno sforzo aggiuntivo di meditazione. Nella sua ultima enciclica Caritas in Veritate, Benedetto XVI, richiama le organizzazioni sindacali «all'urgenza di instaurare nuove sinergie a livello internazionale, oltre che locale», ma non ad aderire alle organizzazioni che fomentano l’odio. E da questo pericolo si scampa, spiega il Papa, fondandosi sul «tradizionale insegnamento della Chiesa, che propone la distinzione di ruoli e funzioni tra sindacato e politica».


 

Altrimenti, occorrerebbe risalire alla storia del sindacato dei giornalisti ricordando, insieme al presidente emerito dell’Ordine dei Giornalisti lombardo, Franco Abruzzo, che «la Fnsi è quel sindacato che, nell’ottobre 1978, era indeciso se aderire all'organizzazione dei giornalisti liberi d'Occidente o se aderire alla analoga organizzazione con sede a Praga occupata e violentata dalle truppe sovietiche. Un precedente da non dimenticare». Fu Walter Tobagi, al Congresso della Stampa di Pescara, a difendere «le nostre libertà» e quelle «dell’Occidente democratico», nota Abruzzo. Poi Tobagi fu ucciso dalle Brigate Rosse. Ma se ormai la Ifj è ridotta al rango di una copia occidentale, sul piano dei rapporti interni, nello stile burocratico di lavoro, e nella visione del mondo di quella che fu la vecchia organizzazione filosovietica, che aveva sede a Praga, tanto vale abbandonarla al proprio destino.


 

 


 

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°


 

Giornalisti israeliani


 

espulsi dalla Ifj,


 

cresce la protesta.


 

 


 

Il gruppo "Non in mio nome", a cui aderiscono quasi duemila tra giornalisti e lettori, aperto lo scorso 14 luglio su Facebook per contestare il provvedimento, ufficialmente adottato (all'unanimità) per il mancato pagamento delle quote di adesione, si rivolge a Franco Siddi e Roberto Natale, rispettivamente segretario e presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (Fnsi) chiedendo "di prendere pubblicamente le distanze da una decisione vergognosa e inaccettabile dalla società civile".


 

 


 

Roma, 24 luglio 2009. Non si placano le proteste per l'espulsione dei giornalisti israeliani dalla Ifj (International federation of journalists). Il gruppo "Non in mio nome", a cui aderiscono quasi duemila tra giornalisti e lettori, aperto lo scorso 14 luglio su Facebook per contestare il provvedimento, ufficialmente adottato (all'unanimità) per il mancato pagamento delle quote di adesione, si rivolge oggi a Franco Siddi e Roberto Natale, rispettivamente segretario e presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (Fnsi) chiedendo "di prendere pubblicamente le distanze da una decisione vergognosa e inaccettabile dalla società civile". Nei giorni scorsi gli utenti di "Non in mio nome", fondato dall'inviato del Corriere della Sera Sergio Stimolo e che ha tra i suoi amministratori il vicedirettore del quotidiano di via Solferino, Pierluigi Battista, avevano principalmente preso di mira l'ex segretario della Fnsi, Paolo Serventi Longhi, rappresentante italiano nel comitato esecutivo della Ifj, per aver votato a favore dell'espulsione dei giornalisti israeliani, motivando il suo consenso col fatto che "il mancato versamento dei contributi rappresenta un sostanziale ritiro dell'adesione". Sono sei le domande che "Non in mio nome" rivolge a Siddi e Natale, "dopo lo scandaloso e vergognoso voto - si legge su Facebook - con il quale i membri dell'esecutivo della Federazione internazionale dei giornalisti hanno espulso i colleghi israeliani, senza ascoltarne le ragioni". Il voto di Serventi Longhi "è stato concordato con la segreteria e/o con la giunta della Fnsi?". In merito alle vicenda dei contributi non versati, "pensate anche voi, come Serventi Longhi - chiedono gli utenti di 'Non in mio nome' ai dirigenti della Fnsi -, che l'unica soluzione fosse quella burocratica, invece che avviare finalmente un chiarimento politico al vertice della Fig?". E ancora: "È utile per noi italiani far parte di questo organismo non democratico che costa alla Fnsi - quindi alla tasche di tutti gli iscritti - circa 100 mila euro l'anno?". Quindi, facendo riferimento a quanto accaduto nelle ultime settimane, viene chiesto se siano stati "mai esaminati dalla Fig e dai suoi vertici gli omicidi di colleghi in Iran, in Cecenia, e in altre parti del mondo" e se sia mai "stata presa una posizione ufficiale su questi tragici avvenimenti". E come ultima domanda: "La Federazione internazionale è mai intervenuta sui giornalisti di quelle tv arabe che reclamano 'la morte di tutti gli ebrei'?".


 

Oltre 1.500 aderenti a "Non in mio nome" chiedono quindi a Siddi e Natale "di promuovere, contemporaneamente, un'indagine sull'intera attività della Federazione internazionale, con una commissione di cui faccia parte qualcuno degli amministratori di questo gruppo, sospendendo , nel frattempo, la partecipazione della Fnsi alle attività della Federazione Internazionale". Soprattutto perché, sottolineano, la Fnsi "funziona anche con i nostri soldi". Questi i primi firmatari del gruppo: Sergio Stimolo, Onofrio Pirrotta, Pierluigi Battista, Silvana Mazzocchi, Cinzia Romano, Mariagrazia Molinari, Gianni de Felice, Paola D'Amico, Nicola Vaglia, Enzo Biassoni, Paola Bottero, Luigi Monfredi , Antonio Satta, Maria Laura Rodotà, Stefania Podda, Marida Lombardo Pijola, Daniele Repetto, Dimitri Buffa, Emanuele Fiorilli, Antonella Donati, Paola Tavella, Anna Maria Guadagno, Monica Ricci Sargentini, Maria Teresa Meli, Giovanni Fasanella, Mirella Serri, Stefano Menichini, Marina Valensise, Gloria Tomassini, Franca Fossati, Mariella Regoli, Claudio Pagliara , Daniele Renzoni, Daniele Moro. (Velino)


 

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°


 

GIORNALISTI. DEL BOCA:


 

ISRAELIANI PRONTI


 

A TORNARE NELLA IFJ


 

Roma, 23 luglio 2009.  I giornalisti israeliani «sono disponibili a tornare nella Federazione internazionale dei giornalisti (Ifj) con gli stessi pieni diritti di tutti gli altri membri». In caso contrario «non escludono l'ipotesi di istituire una nuova Federazione internazionale che diventi il punto di riferimento per un dibattito che promuova l'etica e la professionalità». È quanto è emerso oggi dall'incontro tra il presidente dell'Ordine nazionale, Lorenzo Del Boca, e una delegazione di giornalisti israeliani. L'incontro, spiega una nota dell'Ordine, è avvenuto in seguito all'espulsione dell'Unione dei giornalisti israeliani dalla Ifj, «iniziativa che congiuntamente è stata condannata». «Durante la riunione - spiega ancora la nota - è stata espressa la reciproca volontà di migliorare i rapporti fra i colleghi al di qua e al di là del Mediterraneo. I problemi della categoria sono gli stessi in Italia e a Tel Aviv: è indispensabile uno sforzo comune per capirli, affrontarli, risolverli». La delegazione israeliana ha invitato Del Boca a partecipare al Congresso annuale dei colleghi che si terrà a novembre nella città di Eilat; il presidente dell'Ordine ha a sua volta invitato gli israeliani a partecipare al convegno che si svolgerà in primavera in Valle d'Aosta, sulla sfida che la professione deve affrontare nell'immediato futuro. Oltre a Del Boca, hanno partecipato all'incontro Ezio Ercole, vicepresidente dell'Ordine del Piemonte; Roberto Zalambani, componente del comitato esecutivo; Franco Po, responsabile dei rapporti internazionali con i giornalisti residenti all'estero; Arik Bachar, segretario generale dell'Israel Press Council; Avi Paz, presidente della Tel Aviv Journalists Association; Yossi Bar-Moha, direttore generale della Tel Aviv Journalists Association; Ahiya Genossar, presidente della Jerusalem Journalists Association Advocate; Haim Shibi della Jerusalem Journalists Association. (ANSA).


 

 


29 luglio 2009

Mondiali di nuoto: iraniano si rifiuta di gareggiare perché in vasca c’è un israeliano

Il nuotatore si è consultato con la sua delegazione prima del rifiuto

Roma, Mondiali di Nuoto: iraniano si rifiuta di gareggiare perché in vasca c’è un atleta israeliano

Il forfait nella batteria dei 100 rana . La stessa scena è avvenuta alle Olimpiadi di Pechino

mondiali-nuoto-2009-antisemitismo-iranROMA- In vasca con il collega israeliano proprio non ci vuole stare. Lo aveva già fatto capire alle Olimpiadi di Pechino e ora Mohammed Alirezaei, atleta iraniano, ha boicottato anche i mondiali di Roma. Alirezaei si è rifiutato di gareggiare nella batteria dei 100 rana pur di non trovarsi a competere con l’israeliano Mickey Malul, inserito nella stessa lista di partenza. Lo riferisce l’edizione online del giornale di Tel Aviv Yediot Ahronot.

LA SCELTA- L’atleta iraniano, dopo essersi consultato con la sua delegazione, non si è presentato a bordo vasca. Una scelta che il giornale evidenzia come «un replay di quanto accaduto già alle Olimpiadi di Pechino». In quel caso in occasione delle qualificazioni dei 100 rana, quando lo stesso atleta iraniano non aveva accettato di gareggiare al fianco di un altro rivale israeliano, Tom Beeri. Scelta diversa, invece, per l’iracheno Saif Alaslam al-Saadi, si è presentato regolarmente ai blocchi avendo tra i vicini di corsia l’israeliano Itai Chammah.

Corriere.it

 Emanuel Baroz


29 luglio 2009

Israele e International federation of journalists: "Non in mio nome" oltre le duemila adesioni su Facebook

A una settimana di distanza dal suo primo intervento, nella sua rubrica settimanale "Le particelle elementari" il vicedirettore del Corriere della Sera Pierluigi Battista torna a occuparsi dell'espulsione dei giornalisti israeliani dalla Ifj (International federation of journalists). A offrire il destro a un nuovo duro attacco contro la federazione internazionale - e al suo rappresentante italiano nel comitato esecutivo, l'ex segretario della Fnsi Paolo Serventi Longhi - e' il successo riscosso dal gruppo "Non in mio nome", aperto su Facebook per protestare contro il provvedimento, ufficialmente adottato (all'unanimita') per il mancato pagamento delle quote di adesione. Il gruppo - che vede Battista nel ruolo di amministratore assieme a una decina di colleghi - e' stato fondato il 14 luglio dall'inviato del Corsera Sergio Stimolo e ha raccolto finora 1.224 adesioni, non solo dal mondo dell'informazione. Il vero obiettivo delle critiche, la figura attorno al quale ruotano gli inveleniti post degli utenti e' proprio Paolo Serventi Longhi, che ha votato a favore dell'espulsione, motivando il suo consenso col fatto che "il mancato versamento dei contributi rappresenta un

sostanziale ritiro dell'adesione

  Emblematico, per comprendere il clima arroventato delle discussioni in rete, il primo commento, postato dal giornalista Onofrio Pirrotta (ex Tg 2 e Tg3) pochi minuti dopo la nascita del gruppo: "Serpenti Longhi (sic) rivendica con orgoglio di essere stato per ben 12 anni segretario della Fnsi. Anche questa e' una vergogna, una vergogna per la maggioranza cattocomunista che l'ha eletto e rieletto. Se fossi un giornalista simpatizzante del PD - ed avessi sulla coscienza questa elezione – mi interrogherei: come e' potuto accadere? Altro che lo stupratore Bianchini! Perche' delle due l'una. O ha davvero creduto alla fola della cacciata degli israeliani perche' non avevano pagato le quote, e allora e' un minus habens, e non si capisce come un minus habens sia stato per 12 anni al vertice del sindacato dei giornalisti italiani. Oppure sapeva che il vero motivo e' l'antisemitismo, e allora abbiamo avuto per 12 anni un segretario antisemita!". Lo stesso Battista e'  stato caustico nei confronti di Serventi Longhi sia in privato che in pubblico, visto che alle critiche sul Corriere venerdi' scorso ha aggiunto: "Boicottaggio continuo. Adesso hanno revocato a Ramallah i concerti di Barenboim a Leonard Cohen. E perche'? Perche' avevano fatto un concerto a Tel Aviv. La mania boicottista anti-israeliana. Condivisa dal rappresentante italiano nella Federazione internazionale. Chi

rappresenta chi?".

 A dare notizia della cacciata della federazione di Tel Aviv dalla Ifj era stato, sabato 11 luglio, Giulio Meotti sul Foglio, che aveva ricordato come le critiche alla stampa israeliana non siano mai state accompagnate da censure per le posizioni spesso antiebraiche della stampa nei Paesi islamici. Come nel caso dell'emittente tv di Hezbollah, al Manar, della quale fu contestato il bombardamento durante la guerra dell'estate 2006 ma mai gli appelli e i programmi antisemiti. Interpellato dal VELINO, anche Yossi Bar, corrispondente in Italia per la Radio nazionale israeliana e per il quotidiano di area progressista Ma'ariv, aveva espresso parole molto dure contro l'ex segretario della Fnsi: "Cio' che Longhi sostiene e' inaccettabile. Le persone a lui vicine spiegano che l'ex segretario Fnsi e' contrario all'espulsione e che lavora per il dialogo, intanto pero' vota contro di noi. Noi abbiamo la stampa piu' battagliera, siamo molto indipendenti dal governo e nel Paese c'e' tanta liberta'. E ospitiamo un corrispondente di al-Jazeera e un giornalista della tv iraniana". (Il Velino).


29 luglio 2009

Questa non è Teheran

 

Jerusalem Post

Raed Salah, leader del Movimento Islamico Israeliano Branca Settentrionale, la scorsa settimana ha esortato gli studenti arabi a sacrificare la loro vita come shahid (martiri) nella guerra contro Israele. Ha accusato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di “mirare a realizzare i complotti orditi durante il suo precedente mandato e completare l’espugnazione” del Monte del Tempio (a Gerusalemme). Come sarà resa possibile tale espugnazione? Secondo Salah, “il piano di Netanyahu è quello di scavare dei tunnel sotto la moschea di al-Aqsa e sostituirla con un Tempio Ebraico”. Ed ha aggiunto: “Noi non scenderemo a compromessi sui nostri principi e sui luoghi santi. Preferiamo piuttosto morire come shahid, e accoglieremo con gioia questa morte”. I circa cento ascoltatori di Salah ha risposto con entusiasmo intonando “Allahu Akbar”, Dio è grande.
Ma chi è Salah? È un arabo israeliano, già sindaco della città arabo-israeliana di Umm el-Fahm. Nel 2003 venne processato e condannato a due ani per aver raccolto milioni a favore dei terroristi di Hamas. Quello stesso anno aveva pubblicato sul periodico del Movimento Islamico il seguente componimento poetico: “Voi ebrei siete criminali bombardieri di moschee/Massacratori di neonati e donne incinte/ Predoni e germi in ogni epoca/Il Creatore ha decretato che siate scimmie perdenti/La vittoria appartiene ai musulmani, dal Nilo all’Eufrate”.
Nel 2007 Salah ha orchestrato tumulti violenti contro uno scavo archeologico e la costruzione di una nuova passerella pedonale nelle vicinanze del Monte del Tempio. Ha accusato gli ebrei di “mangiare pane inzuppato nel sangue di bambini”. Ha celebrato ed elogiato stragi terroristiche. Ha minacciato chiunque ammettesse un qualche collegamento fra gli ebrei e “anche una sola pietra” del Muro Occidentale (“del Pianto”).
Ma dov’è che parlava Salah, la scorsa settimana, e chi erano quelli venuti ad ascoltarlo? Ebbene, l’incendiaria retorica di Salah non è stata diffusa dall’Università Islamica di Gaza bensì dal’Università di Haifa, dove era stato invitato dagli studenti musulmani del campus israeliano.
Le autorità accademiche hanno cercato a più riprese di trovare mezzi legali per tener fuori dall’università un demagogo così aggressivo, basandosi sul fatto che la sua bellicosa presenza poteva causare scontri violenti. Ma gli studenti arabi hanno impugnato l’interdizione e i legali dell’università hanno riconosciuto che non c’era strumento legale per tenere Salah fuori dal campus. Il diritto di Salah di parlare all’università è protetto sotto la voce libertà civili.
Per ridurre al minimo possibile il rischio di tafferugli, gli inviti all’evento sono stati diffusi solo in arabo. La notizia della “lezione” è arrivata all’Unione Studenti dell’Università di Haifa solo all’ultimo momento. Per prevenire scontri, l’Università ha inoltre impedito agli studenti ebrei l’accesso all’auditorium, facendo anche affluire un maggior numero di addetti alla sicurezza. Tuttavia circa centocinquanta studenti ebrei si sono radunati all’esterno dell’auditorium per protestare contro la loro esclusione da un evento del campus, gridando: “Questa non è Teheran”.
Non lo è davvero. E non è nemmeno, a ben vedere, la Concordia University di Montreal, dove un gruppo di attivisti anti-israeliani nel 2002 impedirono a Netanyahu di tenere un discorso; né l’Università di California a Berkeley, dove nel 2004 un intervento dello studioso filo-israeliano Daniel Pipes venne interrotto da studenti arabi e di estrema sinistra; e nemmeno l’ l’Università di California a Irvine, dove Pipes venne interrotto nel 2007.
In un recente editoriale intitolato “La vera agenda degli attivisti filo-palestinesi nei campus universitari”, l’arabo israeliano Khaled Abu Toameh, corrispondente del Jerusalem Post per gli affari palestinesi, ha raccontato l’intolleranza e le intimidazioni che ha incontrato in quattordici campus americani per il solo fatto di non aderire supinamente alla linea araba standard su Israele: “Non avevo mai immaginato che avrei avuto bisogno della protezione della polizia per parlare in una università negli Stati Uniti”.
Oggi fin troppe università in America ed Europa sono diventate bastioni dell’intolleranza politicamente corretta, con un numero non piccolo di autorità accademiche tutt’altro che entusiaste di dover proteggere il diritto di parola di conferenzieri sgraditi.
Tuttavia, anche quando viene garantito il diritto di esprimersi in un campus a estremisti come Pat Buchanan o Nick Griffin, i costi concreti ed immediati per la società restano minimi. Viceversa, l’eventualità che qualcuno tra gli ascoltatori di Salah, a Haifa, possa essere spinto a compiere un attentato terroristico è tutt’altro che remota ed anzi molto realistica.
Ciò nonostante, se crediamo sinceramente alla libertà di parola, sappiamo che la società israeliana deve proteggere il diritto di sproloquiare anche degli agitatori come Salah.
Israele è l’unico paese in Medio Oriente che protegge un oratore ostile non solo a questa o quella politica del governo, ma alla legittimità stessa dello stato e delle sue istituzioni. Salah ha tenuto il suo discorso a Haifa sotto l’ombrello protettivo della polizia e dei tribunali d’Israele, custodi delle sue libertà civili. Ecco cosa intendiamo quando diciamo che Israele è uno stato ebraico e l’unica vera democrazia in Medio Oriente.

(Da: Jerusalem Post, 21.06.09)

Nella foto in alto: Raed Salah





permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 29/7/2009 alle 19:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


29 luglio 2009

Così dunque va Eurabia, un colpo al cerchio e uno alla botte

 

Ugo Volli

Ci sono cittadinanze e cittadinanze. Il consiglio comunale di Roma, con la colpevole astensione dei PD (non sono più i tempi di Veltroni) ha concesso l'altro giorno la cittadinanza onoraria a Gilad Shalit, il soldato israeliano rapito tre anni fa da Hamas. Il comune di Vitry-sur-Seine (Val-de-Marne), diretto da un sindaco del partito comunista francese, ha fatto lo stesso con Marwan Barghouthi. Per chi non lo sapesse, Barghouti, ancora oggi molto popolare in Cisgiordania, è stato il capo della principale struttura armata di Al Fatah, i "Tanzim", durante l'ondata terroristica del 2000-2004 (la cosiddetta "seconda intifada") e in quanto tale ha organizzato e autorizzato decine di attentati suicidi, rendendosi responsabile dell'omicidio di qualche centinaia di israeliani scelti a caso fra gli avventori di ristoranti, i passeggeri di pullman, i clienti di supermercati. Catturato dall'esercito israeliano, è stato condannato a una dozzina di ergastoli.
Così dunque va Eurabia, un colpo al cerchio e uno alla botte. Ma non si tratta dello stesso cerchio e della stessa botte. C'è qualche differenza fra Roma e Vitry-sur Seine, naturalmente. E fra i sindaci delle due località, Gianni Alemanno e Alain Audoubert. Ma anche fra Ghilad Shalit e Marwan Marghouti. Il primo è stato catturato a caso da una banda terrorista, mentre stava di guardia a un'istallazione ben dentro il territorio israeliano internazionalmente riconosciuto, senza che gli fosse imputata nessuna responsabilità personale ed è tenuto prigioniero in una località sconosciuta: nessuno l'ha mai visto in questi tre anni, a parte i suoi aguzzini, né avvocati, né familiari, né diplomatici, né la croce Rossa. Di lui non si sa niente, neanche se sia vivo. Il secondo ha avuto un regolare processo, sta in una prigione che rispetta minuziosamente i suoi diritti legali, e infatti riceve regolarmente visite da parenti e legali, se si ammala è curato, e ha perfino usato spesso i suoi privilegi per rilasciare interviste e partecipare alla lotta politica palestinese. Soprattutto Shalit non ha la responsabilità di nessuna vita umana su di sé, mentre Barghouti è un pluriomicida non pentito, che sarebbe pericoloso liberare. Che lo scelga come esempio (questo è un cittadino onorario) un partito che ancora oggi si chiama comunista e quindi rivendica la responsabilità storica di regimi assassini come quelli dell'ex Urss o della Cambogia, non fa meraviglia. Che un altro partito che a parole si dice democratico, per spirito di fazione e magari per compiacere i possibili propri elettori islamici o estremisti si rifiuti di partecipare alla difesa di un ragazzo di ventitré anni rapito da una banda di mafiosi clericali terroristi, meraviglia un po' di più, almeno chi non conosce il genuino spirito eurarabo di gente come Massimo d'Alema e tanti suoi compagni.

Ugo Volli


sfoglia     giugno   <<  1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 | 9 | 10  >>   agosto
 

 rubriche

Diario
La cucina ebraica
Filmati e humour
Documenti
Israele
Archivio
Ebraismo
Viale dei giusti e degli eroi
Made in Israel
Il meglio in libreria
Kibbutz

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

Komunistelli
il reazionario
animaliediritti
Facebook
yahoo gruppi
informazione
israele
ucei
hurricane
CERCO CASA
Esperimento
Antikom
societapertalivorno
iljester
lehaim
milleeunadonna
lideale
bendetto
focusonisrael
asianews
viva israele
giuliafresca
stefanorissetto
ilberrettoasonagli
pensieroliberale
jewishnewssite
ControCorrente
Fort
Centro Pannunzio
bosco100acri
essere liberi
Fiamma
Maralai
Nomi in Ebraico
Barbara
Raccoon
Salon-Voltaire
Frine
Serafico
Enzo Cumpostu
Israele-Dossier.info
Dilwica
300705
Deborah Fait
Nuvole di parole
calendario laico
gabbianourlante
imitidicthulhu
Fosca
Geppy Nitto
Topgonzo

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom