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30 giugno 2009

Cosa ci fanno i tagliagole di Hamas a Teheran? E perchè gli islamo-comunisti tacciono?

La manovalanza criminale palestinese si sdebita con i propri pigmalioni



Tratto da: drzz.info
Tradotto da: Kritikon

L'informazione non ha ancora fatto il giro nei mass media, sebbene denunci la pericolosità intrinseca del movimento paramilitare palestinese Hamas.
Membri di Hamas sarebbero stati reclutati, a rinforzo della repressione attualmente organizzata in Iran, nel quadro della “normalizzazione” progettata dalla Mullahcrazia in risposta alle contestazioni del presidente Mahmoud Ahmadinejad.

Membri di Hamas (accuratamente addestrati in Iran) collaborano dunque con i Bassidjis, nella repressione dei sostenitori del candidato Hossein Moussavi.
Molte le denunce fatte dai manifestanti contro la presenza di membri di Hamas, particolarmente attivi nel servizio di sicurezza del presidente Ahmadinejad.
Mentre la gioventù iraniana prosegue coraggiosamente, da 6 giorni, le manifestazioni per "reclamare il rispetto dei propri diritti", dopo la memorabile frode perpetrata dai chierici al servizio di Ahmadinejad, gli agenti del ministero delle informazioni e della sicurezza e le forze antisommossa operano avvalendosi anche della forza spicciola dei manovali militari palestinesi.
Perché dunque tanto servilismo?
Beh, motivazioni non mancano di certo.

1- L' Iran fornisce armi, comporta e finanze Hamas. I “Guardiani della Rivoluzione” si occupano della formazione dei terroristi islamisti di Hamas negli appositi campi militari gestiti da Teheran.
Consiglieri militari, fondi ed armi forniti adHamas hanno dietro il generoso sponsor sciita. Oltre 900 i terroristi che ogni anno l’Iran riesce a formare per Hamas. Tra i 20 ed i 30 milioni di dollari il contributo finanziario di Teheran. Non è un mistero che l’Iran abbia dato 50 milioni di dollari USA a “fondo perduto”, dopo la vittoria del Hamas alle elezioni palestinesi del 2006.

2- La partecipazione dei commando del movimento Hamas, nella repressione delle manifestazioni organizzate in Iran, si spiega in particolare con il fatto che Hamas è aramai “altamente specializzata” in materia di violenza urbana.
D’altronde, Hamas che ha creato a Gaza una vera e propria teocrazia, che scimmiotta il modello iraniano, è indiscutibilmente un’autorità nel campo dei colpi di stato e nella repressione delle popolazioni.
Hamas stesso ha preso il potere con la forza, uccidendo i suoi avversari del Fatah e strappando il potere delle mani dei rappresentanti del potere legittimo che sono Mahmoud Abbas e Salam Fayyad, eletti dal suffragio universale.
Gli agenti del Bassidjis hanno dunque trovato in Hamas, una preziosa esperienza per il controllo delle manifestazioni urbane, al fine di far rapidamente cessare le proteste inscenate per le vie di Teheran.
Sono membri di Hamas quelli che avrebbero sparata sulla folla ad Azadi, causando morti e feriti.

3 – Con la stessa ferocia con la quale l' OLP di Arafat si inventò i cecchini che soffocarono nel sangue le proteste del 1979, in modo da causare il maggior numero di morti possibile, così oggi Hamas interviene (30 anni sopo!!!), contro dimostranti pacifisti di Mir Hossein Moussavi per intimidirli ed indurli ad accettare supinamente la frode elettorale.
Si sappia (e la storia non la puoi nascondere a lungo), che nel settembre 1979, circa 250 terroristi dell’OLP, spediti in rinforzo del Mullah, fecero un perfetto lavoro di snipers, accoppando una bella vagonata di iraniani.
Oggi lo stesso scenario si ripete ma sotto con le mani dei terroristi del Hamas (1).

4 - Segnaliamo, infine, come il movimento islamista palestinese ha apertamente salutato la vittoria di Ahmadinejad, il cui regime ha regolarmente sostenuto la satrapia di Gaza con armi e denaro. Hamas è stato il primo a rallegrarsi, il 13 giugno scorso, del risultato dell'elezione presidenziale in Iran.
Secondo Fawzi Barhoum, portavoce del movimento islamista palestinese: "Questi risultati sarebbero una indiscussa prova del successo del programma ufficiale iraniano, al servizio degli interessi del popolo e del suo metodo vincente nell’affrontare tutte le sfide". 
Sempre per l'ineffabile Fawzi Barhoum, quest'elezione "dovrebbe costituire un monito a tutte le controparti filosioniste per cambiare la loro politica riguardo a l'Iran". Chiara allusione ai paesi arabi, fieri oppositori del regime della repubblica islamica sciita.

 

(1) Hamas è iscritto nell'elenco nero dei gruppi terroristici degli Stati Uniti, del Canada e, dal 2003, dell'Unione europea.


30 giugno 2009

Iran, ultima frontiera

 

Di fronte a quanto sta succedendo in queste settimane in Iran, nessuno può dubitare che ci troviamo di fronte a un evento fondamentale non solo per il popolo iraniano in lotta contro una dittatura fondamentalista e sanguinaria, ma anche per il resto del mondo e il suo futuro. E siamo dilaniati da sentimenti contrastanti: da una parte, lo sconforto di fronte a quello che ieri Bidussa definiva "l'ebbrezza del silenzio" e che oggi, sul Corriere, Pierluigi Battista proietta in uno scenario sconfortante, "Quando tutti scorderanno Teheran": la viltà dell'Occidente, la sua prudenza di fronte alla repressione di Teheran, che ci ricorda passate prudenze, passate viltà. Dall'altra, la speranza che ci viene dallo scorgere aspetti di novità e di cambiamento in quella rivoluzione: la maggiore delle quali è, credo, il ruolo che vi hanno le donne, un ruolo che entra nel cuore del problema islamico, quello dell'uguaglianza fra generi, che scavalca di colpo il problema dell'importazione dall'Occidente dei diritti, e che fa delle donne iraniane, ce lo ricorda oggi Cecilia Zecchinelli sul Corriere, un modello per le donne dell'intero mondo islamico. Aggrappiamoci a questa speranza e ai volti puliti e coraggiosi delle ragazze di Teheran. 

anna foa




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30 giugno 2009

Non vogliono due stati

 

Israel Harel

Dal rifiuto dei palestinesi di sedersi al tavolo negoziale con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu anche dopo che questi ha riconosciuto il loro diritto a uno stato – un fatto storico, visto che si tratta del leader del Likud – appare (ancora una volta) chiaro che il loro obiettivo di fondo non è mai stato, e a quanto pare non sarà mai, uno stato palestinese a fianco dello stato ebraico. Vogliono, sì, uno stato palestinese, ma molto di più vogliono che non esista nessuno stato ebraico. Ecco perché, sin dal1937, anno in cui venne avanzato il primo progetto di spartizione del paese, hanno rifiutarono una dopo l’altra tutte le proposte per una soluzione a due stati avanzate da britannici, ebrei, Nazioni Unite, americani. E non hanno mai avanzato una loro proposta.
Siccome, in Israele come all’estero, esiste un ampio sostegno per uno stato palestinese a fianco di Israele, allora i palestinesi, traendo in inganno i loro sostenitori circa le loro vere intenzioni, possono presentarsi al mondo come i “pacifisti”, appoggiati dai più eminenti mass-media, israeliani e stranieri, e diffamare Israele anche quando conducono sanguinose stragi suicide fra i cittadini israeliani.
Il riconoscimento, sul quale Netanyahu si è tanto tormentato, ha colpito i palestinesi come un fulmine a ciel sereno. D’ora in avanti, temono, dovranno svelare le loro reali intenzioni. Dopo tutto, se fosse sincero il loro sostegno alla formula “due popoli-due stati”, ora che il loro stato sarà “lo stato del popolo palestinese” con l’approvazione anche del Likud, la logica inevitabile della formula impone che loro riconoscano l’altro stato, Israele, come “lo stato del popolo ebraico”.
Appena pochi minuti dopo il discorso di Netanyahu, sono nati in onda i sentimenti più viscerali. Ii rappresentanti della nazione araba, spinti da incontrollabile urgenza, hanno tolto il velo che copre le loro vere intenzioni. Da Umm al-Fahm a Ramallah, da Damascus al Cairo, hanno respinto con totale ostilità la richiesta di Netanyahu di riconoscere Israele come sede nazionale del popolo ebraico. Il primo ministro israeliano ha accordato il riconoscimento a uno stato del popolo palestinese senza subordinare tale riconoscimento ad una mossa analoga da parte degli arabi di riconoscimento di Israele come stato del popolo ebraico. Il presidente egiziano Hosni Mubarak, senza dubbio lo statista arabo più autorevole, ha dichiarato che gli arabi non avrebbero mai riconosciuto Israele come lo stato del popolo ebraico. Il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat gli ha fatto eco dichiarando che gli arabi non accorderanno un tale riconoscimento a Israele neanche fra mille anni. Ecco come viene ripagato il riconoscimento unilaterale da parte di Israele.
Se i palestinesi avessero voluto uno stato, avrebbero potuto agire in modo assai diverso (e ben più proficuo): avrebbero potuto dichiarare che il riconoscimento da parte di Netanyahu di uno stato palestinese non è abbastanza, ma è una base per negoziare. Dopo tutto, sanno bene che gli Stati Uniti, l’Europa e anche i loro sostenitori all’interno di Israele faranno enormi pressioni sul governo israeliano, il quale alla fine farà concessioni praticamente su tutti i dossier, compresa qualche concessione anche sulla richiesta che gli arabi riconoscano Israele come stato nazionale del popolo ebraico. Dopo tutto, non poche influenti istituzioni e non pochi ebrei sostengono il rifiuto dei palestinesi su questo tema.
E invece, anche con alla gola la spada della verità dei fatti, non mancano ebrei e israeliani che si rifiutano di abbandonare le loro illusioni. E anche loro si sono affrettati ad addossare a Netanyahu la colpa per il rifiuto arabo, anche questa volta, di stringere mano tesa da Israele.

(Ha’aretz, 18.06.09)

Nelle immagini in alto: Tutte le mappe della pubblicistica nazionalista palestinese illustrano senza reticenze l’obiettivo di cancellare Israele dalla carta geografica




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30 giugno 2009

Qui Milano – Il pensiero corre a Teheran

 

Nel 2005 Mahmud Ahmadinejad è stato eletto per la prima volta alla presidenza della Repubblica islamica, e da allora il negazionismo e le continue minacce verso lo Stato d’Israele del Presidente iraniano hanno occupato costantemente i media.
È quindi del tutto comprensibile che se tutti coloro che credono nei valori di libertà e democrazia stanno seguendo con indignazione la brutale repressione delle manifestazioni contro i brogli elettorali che hanno consentito la rielezione di Ahmadinejad, il mondo ebraico osserva gli eventi con un’attenzione ancora maggiore, e c’è qualcuno che si sente più coinvolto degli altri, le folte comunità di ebrei persiani che vivono a New York, in Israele e a Milano.
La signora Mary Hasan è nata a Milano, ma ha trascorso in Iran due mesi tutte le estati fino ai dodici anni. Il padre è arrivato in Italia dall’allora Persia all’inizio degli anni ’60, dopo un breve intermezzo in Israele. Erano gli anni del boom economico. A Milano i primi ebrei persiani erano finiti un po’ per caso, ma trovarono un ambiente ideale per le loro attività economiche, soprattutto il commercio di tappeti e, come nel caso del signor Hasan, di preziosi.
Gli affari andavano talmente bene che cominciò a spargersi la notizia del benessere e delle possibilità che la città aveva loro offerto, e altri li raggiunsero. La comunità persiana di Milano si infoltì. Ma i legami con la Persia dello Scià rimanevano fortissimi, perché molti erano gli amici e i familiari che ancora vivevano laggiù.
“Sentivo dire che lo Scià era un dittatore, ma io ricordo le estati che trascorrevo dai miei parenti come qualcosa di meraviglioso.” racconta la signora Hasan “I miei nonni vivevano in una bellissima casa, e bellissima era anche Teheran. Tutto si stava evolvendo velocemente, ricordo le strade, i caffè, la gente… era un paese che stava andando avanti, il progresso coinvolgeva ogni cosa. Poi con la rivoluzione e l’avvento di Khomeini nel 1978, tutto cambiò. Mia nonna e tutti i miei parenti furono costretti ad abbandonare da un giorno all’altro il paese in cui le loro famiglie avevano sempre vissuto. Scapparono per salvarsi e persero tutto. I beni della mia famiglia sono stati requisiti dallo Stato e anche oggi non ci viene riconosciuto alcun diritto.
Come è stato per la sua famiglia ambientarsi in Italia?
È stata davvero dura, soprattutto per mia nonna, che aveva già una certa età… Vivere in una città nuova, senza conoscere la lingua, in una società completamente diversa…In realtà è stato difficile per molti. La comunità persiana ha fama di essere piuttosto chiusa ed è senz’altro vero. Molti ebrei persiani sentono il bisogno di stare con gente che condivide le loro stesse origini, gli stessi modi di pensare, gli usi, il cibo, anche se naturalmente col passare del tempo le cose stanno cambiando. Da ragazzina facevo fatica a capire e ad accettare tutto questo. Crescendo ho realizzato che si trattava di un modo per difendersi e per reagire allo sradicamento che siamo stati costretti a subire.”
Cosa pensa vedendo le immagini degli scontri di questi giorni?
Provo una gran rabbia. Penso che, se tanti giovani arrivano ad essere disposti a rischiare l’arresto, quando non la vita, per protestare contro questo regime, la situazione deve essere ancora peggiore di quella che immaginavamo. Quanti anni di sopraffazione, di soprusi, di privazione dei diritti devono essere stati necessari per esasperare gli animi a questo punto. Anche mia madre negli Stati Uniti passa il tempo a guardare telegiornali e i siti internet in lingua per capire ciò che sta succedendo, e anche lei si indigna. Speriamo davvero che la situazione possa risolversi presto.
Avete mantenuto dei contatti con gli ebrei rimasti laggiù?
Per fortuna nessuno dei nostri parenti vive ancora a Teheran, ma so di persone che hanno ancora amici o familiari in Iran. I contatti che si possono avere sono pochi, e la situazione per loro è molto dura, ma purtroppo col tempo anche scappare è diventato sempre più difficile, se non impossibile. 
Vorrebbe tornare in Iran?
Per quella che è la situazione oggi, non vorrei andarci a trascorrere nemmeno qualche giorno per vacanza. Non riesco a concepire l’idea di stare in un posto in cui non hai nemmeno la libertà di scegliere come vestirti. Per le donne poi la situazione è ancora peggiore, perché sono completamente prive di diritti. Solo a pensarci mi sento soffocare.
Quali sono quindi i suoi sentimenti verso l’Iran oggi?
Io non sono mai vissuta in Iran, perciò i miei sentimenti sono forse diversi da quelli per esempio dei miei genitori, che laggiù hanno trascorso l’infanzia..  Ma questo paese rappresenta comunque una parte di me e della mia vita. È un legame che non si può spezzare. Continuerò sempre a mantenere il ricordo delle mie estati di bambina, trascorse in un posto stupendo.


Rossella Tercatin
ucei




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30 giugno 2009

In cella solo cibo Islam: proteste

Olanda, detenuto vuole carne di maiale

 

Vorrebbe gustare carne di maiale, ma è costretto a un menù a base di carne halal, ovvero preparata secondo i dettami alimentari della religione islamica. Per questo un detenuto olandese del carcere di Sittard, in Olanda, ha chiesto una compensazione dallo Stato di 25 euro al giorno. "Il mio cliente - ha spiegato il legale - non vuole che una religione gli sia imposta, vuole solo poter mangiare polpette di maiale".

Per tagliare sulle spese il ministero della Giustizia ha sottoscritto un accordo coi fornitori perché consegnino solo alimenti halal, racconta il quotidiano Telegraaf. Negli istituti di reclusione, infatti, degli oltre 14mila detenuti, oltre uno su due sono di origine straniera (55%) e i gruppi etnici più rappresentati sono quelli delle persone che provengono dal Marocco e dai territori della ex Jugoslavia.

Fornire un doppio menù, per i musulmani e i non è troppo costoso. E allora via il maiale, animale più che rappresentato nella cucina tradizionale olandese, e sulla tavola solo manzo e pecora.

"La libertà di religione è una gran cosa - ha commentato l'avvocato del detenuto - ma il mio cliente non vuole che una religione gli sia imposta".


30 giugno 2009

OBAMA DICE AGLI EBREI DOVE POSSONO VIVERE

Joseph Farah

Barack Obama sta portando avanti ciò che la sua amministrazione chiama “un approccio più equilibrato alla politica mediorientale”.
Lascatemi spiegare che cosa questo, alla lettera, significhi in termini reali.
Significa che il governo USA sta usando il suo peso con Israele per insistere che agli ebrei, non agli israeliani, badate bene, ma agli ebrei sia negato il permesso di vivere a Gerusalemme est e nelle terre storicamente ebraiche di Giudea e Samaria, usualmente chiamate West Bank.
Provate a immaginare l’indignazione, l’orrore, le proteste, il clamore, lo stridore di denti che esploderebbero se agli arabi o ai musulmani venisse detto che non possono più vivere in certe parti di Israele – per non parlare del loro proprio paese.
Questo, naturalmente, non accadrebbe mai con “un approccio più equilibrato al Medio Oriente”.
Siamo tornati agli anni Trenta. Questa volta sono le illuminate voci liberali di
Hillary Clinton e di Barack Obama a dire agli ebrei dove possono vivere, come possono vivere e quanto si devono piegare se vogliono, semplicemente, continuare a vivere.
So che non l’avete mai sentita mettere in questi termini prima d’ora. E io veramente non so perché. Semplicemente non c’è un altro modo preciso per spiegare le macchinazioni che stanno dietro le ultime richieste dell’Occidente e del resto del mondo a Israele.
Si sta riducendo Israele ai “confini di Auschwitz”. Agli ebrei è già stato detto che non possono più vivere nella striscia di Gaza. Ora gli si dice che non possono più scegliere di vivere in nessuna delle zone che le elite internazionali hanno selezionato per un futuro stato di Palestina.
Di nuovo, domando: “Perché gli internazionalisti cercano di creare uno stato che sarà, per definizione, razzista, antiebraico, che non tollera neppure la mera presenza di ebrei?
Qualcuno mi sa rispondere?

Obama e Clinton – e dunque, per definizione, voi e io, contribuenti degli Stati Uniti – hanno deciso di cedere alla razzista, fanatica, antisemita pretesa dell’Autorità Palestinese che a nessun ebreo sia consentito di vivere nel loro nuovo stato.
Credo che in qualunque altra parte del mondo un simile tentativo di pulizia etnica di una regione sarebbe fermamente condannato da tutta la gente civile. E tuttavia, poiché la maggior parte della gente semplicemente non capisce il chiaro e ufficiale piano dei leader arabi di espellere tutti gli ebrei dal nuovo stato di Palestina, le politiche di capitolazione conservano un certo grado di simpatia, addirittura di sostegno politico, da buona parte del mondo.
Fate attenzione a ciò che sto dicendo: la politica ufficiale dell’Autorità Palestinese è che tutti gli ebrei siano espulsi dalla regione! Perché gli Stati Uniti sostengono la creazione di un nuovo stato razzista, antisemita, contrassegnato dall’odio? Perché il mondo civile considera ciò come una ricetta per la pace nella regione?
Perché questa è considerata un’idea accettabile?
Esiste un’altra parte del mondo in cui questo tipo di politica ufficiale di razzismo e pulizia etnica sia tollerato – o addirittura scusato?
Perché in Medio Oriente le regole sono diverse? Perché per gli arabi le regole sono diverse? Perché per i musulmani le regole sono diverse?
Perché i dollari delle tasse americane mantengono la razzista, antisemita entità conosciuta come Autorità Palestinese?
È questo che facciamo quando vietiamo “costruzione di insediamenti”, riparazioni, crescita naturale, aggiunte alle comunità esistenti.
È “equilibrio” questo? C’è qualche proposta di imporre agli arabi e ai musulmani che non possano più trasferirsi in Israele? No. C’è qualche proposta di imporre agli arabi e ai musulmani che non possano comperare case in Israele? No. C’è qualche proposta di imporre agli arabi e ai musulmani che non possano riparare le case che già hanno in Israele? No. C’è qualche proposta di imporre agli arabi e ai musulmani che non possano costruire insediamenti dovunque vogliano? No.
Ora, tenete presente, ci sono già un bel po’ di stati arabi e musulmani in Medio Oriente. Molti di questi già vietano agli ebrei di vivere in essi. Alcuni lo vietano anche ai cristiani. Ma ora, all’unico stato ebraico al mondo, e i cui diritti su quella terra risalgono ai tempi di Abramo Isacco e Giacobbe, viene detto che gli ebrei devono restare fuori da territori che sono attualmente sotto il loro controllo ma che sono destinati ad essere trasferiti a gente che li odia, che li disprezza, che vuole vederli morti e non è neppure disposta ad accettare di vivere in pace con loro come vicini.
Nel frattempo Israele continua a tendere la sua ingenua mano di amicizia agli arabi e ai musulmani – accogliendoli nella propria minuscola nazione circondata da vicini pieni di odio. Ad arabi e musulmani sono offerti pieni diritti civili – e prestano anche servizio in cariche elettive. Pubblicano giornali e trasmettono liberamente alla radio e alla televisione.
Gli ebrei, per contro, sono a un passo dall’essere sfrattati da case che a volte hanno occupato per generazioni. Ciò che è accaduto a Gaza, sta per ripetersi ovunque.
Spero che i miei amici ebrei si ricordino di questo. Molti di loro hanno votato per Barack Obama. Molti di loro hanno votato per Hillary Clinton. Questi non sono vostri amici. Questi sono della stessa specie di coloro che hanno respinto le navi di ebrei in fuga dalla Germania negli anni Quaranta. Questi sono della stessa specie di coloro che si sono accordati con Adolf Hitler a Monaco. Questi sono della stessa specie di coloro che hanno reso così difficile la rinascita del moderno stato di Israele.
Io dico:
“Basta con la pulizia etnica. Basta con l’antisemitismo ufficiale. Basta colpire gli ebrei. Si smetta di dire agli ebrei dove possono vivere, come possono vivere – e se possono vivere”.
(traduz. di Barbara Mella)
 
Joseph Farah, a Lebanese Christian, is a journalist and the Director of WorldNetDaily.


30 giugno 2009

Ebbene sì, i talebani mi hanno violentata, ma mi hanno anche rispettata - non sono mostri

Uno dei motivi per i quali la sinistra perde tutti i confronti: l'ideologia dell'idiozia

 




 


Ebbene sì, i talebani mi hanno violentata, ma mi hanno anche rispettata - non sono mostri .

Il Brussels Journal riporta la storia allucinante di Joanie de Rijke, una giornalista olandese di sinistra che si è recata in Afghanistan per fare un'intervista simpatica con i talebani jihadisti che avevano appena ucciso dieci soldati francesi.
Naturalmente, è stata sequestrata e violentata a ripetizione per sei giorni. Ed ora è arrabbiata… ma non con i orribili talebani che "l' hanno rispettata" anche se, purtroppo, "non potevano controllare la loro testosterone". No, è arrabbiata con i governi belgi ed olandesi che hanno rifiutato di pagare il riscatto di 2 milioni di dollari imposto dagli jihadisti. E certamente, nei Paesi Bassi, i mass media ed il governo sono furiosi che Geert Wilders abbia sottolineato l' evidenza:
"Questa storia è un'illustrazione perfetta del declino morale delle nostre elite. Sono così tanto accecate dalla loro ideologia che chiudono gli occhi sulla verità. Uno stupro? Ebbene, tengo a mettere le cose in prospettiva, dice la giornalista di sinistra: i talebani non sono mostri. Le nostre elite preferiscono negare la realtà che farci fronte. Si sarebbe potuto aspettare questo: una donna è stata violentata e trova ciò insopportabile. Ma questa giornalista non è arrabbiata, poiché i musulmani che hanno preso parte allo stupro le hanno anche mostrato rispetto. Le nostre elite, che si tratti di politici, di giornalisti, di giudici, di mangioni di sovvenzioni o di funzionari, sono completamente persi. Non è soltanto questa giornalista violentata che soffre della sindrome di Stoccolma, ma l' insieme delle elite olandesi. Il loro solo riferimento morale è di evitare di irritare i musulmani - è la sola cosa che condanneranno."

Mille e una donna
KRITIKON


30 giugno 2009

La rivoluzione iraniana fallisce, con il consenso tacito di Europa, paesi arabi e Stati Uniti

Khamenei prepara il ''cappotto'' a Rafsanjani: la fronda di Palazzo è cinica e impotente


Continua la rivoluzione contro la rivoluzione
Il Consiglio dei Guardiani ha formalmente dichiarato che il risultato del voto è quello preannunciato. Senza vergogna ha aggiunto che ''le ultime elezioni sono le più corrette svolte nella Repubblica Islamica''.
Nessuna sorpresa, anche perché il Consiglio è presieduto dall'ayatollah Jannati che di Ahamadinejad è suocero, ma interessantissima conferma del peso nullo che Rafsanjani ha in questo organismo chiave nel sistema istituzionale iraniano (cassa le legge e ha potere dittatoriale in tema di candidati e partiti ammessi al voto).
Un verdetto così indecente non poteva passare se non con l'unanimità totale dei suoi 12 membri. Il significato di questa vergogna è nullo sul piano politico internazionale, quanto decisivo, fondamentale, su quello delle tensioni interne al regime.
Questo verdetto infatti certifica che Khamenei si è comportato perfettamente nei confronti del voto, in tutte le sue fasi, che ha svolto in pieno il suo ruolo di Guida.
Ergo, il Consiglio degli Esperti non ha il minimo appiglio formale per prendere quei provvedimenti contro di lui che Rafsanjani per giorni ha tentato di proporre.
Va anche detto che le logiche interne alla gerarchia sciita iraniana non sono comunque lineari, che è attraversata non solo da cordate, come è ovvio, ma anche da ''massonerie'' secolari, opache, complottarde, addirittura assassine.
La più importante -e feroce- è proprio Hojatieh, presieduta da quel Mazbah Yazdi che di Ahmadinejad è il mentore e che di Rafsanjani è il più fiero avversario (anche se minoritario), dentro il Consiglio degli Esperti.
La partita dunque non si può ancora dire chiusa e lo sarà solo nel momento in cui Rafsanjani uscirà allo scoperto.
Per il momento, però, Khameni e Ahmadinejad stanno dimostrando di avere un pieno controllo della situazione nel Palazzo e di essere spietati -e quindi anche efficaci- nella repressione più capillare del movimento di contestazione.
Il movimento di piazza ne prenderà presto atto e si inabisserà carsicamente per riapparire alla luce da qui a poco, secondo le logiche misteriose delle grandi rivolte dei popoli contro i tiranni, ancora più complesse in un paese contro l'Iran in cui si sta tentando un impresa mai vista: una rivoluzione contro una rivoluzione.

 carlo panella
 KRITIKON




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29 giugno 2009

Iran: Twitter, la vera arma politica contro gli Ayatollah


 

 

I messaggi si susseguono, uno dopo l’altro, ogni due-tre minuti, a volte ogni 30 secondi, a seconda del fuso orario di Teheran. A postarli, nelle bacheche  di Twitter sulla crisi iraniana, sono gli oppositori del regime di Ahmadinejad, a migliaia, in patria e all’estero, che stanno cercando in queste ore di organizzare la resistenza.

Sono uomini e donne con un alto livello di preparazione politica e tecnologica,  che scrivono  in    inglese  (anziché  in farsi) per rendere più difficili i controlli della famigerata polizia postale iraniana e che, in generale,  sembrano tutti convinti che bisogna vincere  la battaglia della comunicazione, della capacità di auto-organizzarsi spiazzando il potere delle milizie senza prendere le armi.

Twitter, in Iran, è tutto questo: l’unica piattaforma   accessibile ai dissidenti, l’unica fonte di informazione non ufficiale cui abbia accesso chiunque simpatizzi per i rivoltosi. Una bacheca virtuale - con migliaia di messaggi spot -  che irrompe nella politica iraniana con la forza di uragano: i medici vicini al movimento - per esempio - possono avvertire i loro fratelli di non portare i feriti in quell’ospedale X di Teheran perché vengono fatti sparire (mettendo anche a disposizione    una  guida per il primo soccorso al di fuori del circuito sanitario nazionale).

Gli oppositori possono  condividere qui manuali di sopravvivenza in caso di arresto o fornire   indicazioni puntuali e molto importanti, scritte da un ex miliziano pentito, su come sopravvivere agli scontri di piazza, agli abusi delle squadracce.


Oltre che una straordinaria leva di organizzazione politica, però, Twitter è diventata anche - dopo le elezioni farsa - il punto di osservazione migliore per chi voglia capire  la natura e gli obiettivi dell’élite più colta dela variegato movimento che sta scuotendo le fondamenta della Repubblica islamica.

Pochi puntano in realtà a una una nuova rivoluzione antikhomenista. Ne hanno abbastanza, di sangue versato, sia gli esuli che gli iraniani di opposizione. L’impressione è che siano proprio quello che dicono, dei riformisti che vogliono solo ripristinare le regole della decenza istituzionale dopo il golpe elettorale e vivere la vita di ogni giorno senza dover temere le squadracce religiose di Khamenei e Ahmadinejad. A dimostrazione di questa moderazione del movimento, una iscritta, Oxfordgirl, suggerisce per esempio che l’unica speranza  è Rafsanjani, l’eminenza grigia del potere rivoluzionario, l’ex braccio destro di Khomeini  che alle ultime elezioni ha sostenuto i riformisti e si è sentito  accusare di corruzione da un giovane fanatico che non ha nemmeno fatto la Rivoluzione, come Ahmadinejad.

Un altro utente paragona Ahmadinejad allo Shah e invita gli altri  a ribellarsi senza però mettere in discussione le fondamenta  del regime. Per tutti la parola d’ordine rimane comunque quella della nonviolenza. Del non accettare le provocazioni. Del bannare chiunque su Twitter sia sospettabile di essere una spia. Del non dare al governo un pretesto per vendicarsi su tutti coloro che sono sospettati di simpatizzare per i manifestanti. C’è insomma grande prudenza tattica, ma anche   determinazione per sventare il golpe.

Per ora la maggior parte degli oppositori su Twitter non litiga  sulle strategie politiche del futuro, si limita a dare suggerimenti pratici, a fornire informazioni su quanto avvenuto ieri, per esempio, in quell’angolo preciso di Teheran, dove un ragazzo è stato portato via dopo essere stato malmenato. O a organizzare improvvise manifestazioni che spiazzino la polizia. Il momento di dividersi sulle strategie   non è insomma ancora arrivato: Donne, non ascoltate chi vi dice che ci si deve togliere il velo in piazza giovedì. Teniamo ferma la parola d’ordine delle rielezioni. Dobbiamo avere una voce soltanto!

C’è poi chi chiede su Twitter  di partecipare alla campagna di boicottaggio della Nokia e della Siemens, che avrebbero messo a disposizione del governo un centro di monitoraggio per spiare e intercettare i messaggi dell’opposizione. E l’attenzione alla comunicazione digitale e ai rischi di censura è vitale. Sono   molti quelli che segnalano i punti deboli nel sistema informatico  di censura messo in piedi dal governo. Il traffico che passa attraverso i protocolli usati da giochi come WoW e Xbox non è filtrato. Usiamo quello! Attenti a SSH, ai torrents e a Flash! Suggerimenti per comunicare, molto sofisticati dal punto di vista tecnologico: per scambiarsi email che non facciano risultare l’indirizzo IP della macchina da cui vengono inviate, scrive un iraniano, bisogna scambiarsi messaggi attraverso l’anonymous remailer, un sistema originariamente usato dai primi movimenti cyberpunk.


I messaggi, su Internet, vengono comunque fatti sparire con grande rapidità. La polizia iraniana è solerte quando si tratta i informazioni che possano danneggiare il governo:  
questo articolo per esempio, postato ieri da un blogger,   segnalava una choccante intervista, tradotta attraverso il Google translator, a un presunto miliziano, che confessava di ricevere dal governo 200 euro al giorno per picchiare i manifestanti. Lo faccio perché sono disoccupato e devo pagarmi la casa. Ora quel link è invisibile.

La questione della lingua da utilizzare diventa poi  strategica per i rivoltosi online: postate messaggi in farsi con informazioni false e aggiustate il vostro Pc sul  fuso orario iraniano, per ingannare i poliziotti -  scrivono in tanti. E cioé: inondate il centro della censura tecnologica di messaggi per mandare in tilt il sistema di controllo.  Altri inviano manuali di resistenza urbana: dividetevi in piccoli gruppi, evitate assembramenti troppo numerosi, non diamo un vantaggio al dittatore. O ancora viene fornita  l’ultima news sulle manifestazioni: Karoubi (un altro candidato di opposizione) sarà oggi in sei piazze, Bahareset, Vanak, Tajrish, Sadehgieh. Venite numerosi. E intanto avanza la delazione contro le spie informatiche:  non scrivete su questa pagina di Twitter. Lo gestisce un provocatore!Hakim Rasmullah. Parvez Afsenay. Pardesh Marvasi Ibrahimzadeh! Segnatevi questi nomi: sono studenti dell’Università di Teheran iscritti a Twitter che in realtà lavorano per i Basji!

Infine, due avvertimenti, che dimostrano il livello di sofisticazione politica, e non solo tecnologica, raggiunta dai dissidenti: Non ritirate il vostro denaro dalle banche! E’ il modo migliore per farvi identificare come nemici! E un altro: Non attaccate i siti del governo iraniano. La tv di Stato darebbe  un’immagine negativa del nostro movimento! Sanno, questi ragazzi, che la battaglia, anche informatica, si vince sul piano della comunicazione, non su quello delle armi. Anche perché nessuno mette in dubbio il concetto di Repubblica islamica. Sono appunto tutti giovani democratici e gradualisti, che il golpe sta   trasformando in nemici del popolo e servi della Cia.

Il silenzio di Obama  appare poi a molti come un insopportabile tradimento. Ma nessuno (ancora) gli butta la croce addosso. Gode ancora, Obama,  di grande stima, si manifestano i primi segnali di insofferenza per la prudenza americana.  Bisogna cavarcela da soli e continuare a informare. Il mondo ci guarda!  

Paolo Papi


29 giugno 2009

Quando si tratta di ebrei, Stato o individui che siano, c'è sempre qualcuno che li considera meno uguali degli altri

 

"Netanyahu dovrà aspettare mille anni prima di trovare qualcuno che accetti questa condizione per la pace" Così ha detto Erkat, negoziatore dei palestinesi. E in maniera non molto diversa si sono espressi l'Egitto ("Netanyahu sta facendo abortire le trattative di pace" Mubarak) gli altri paesi arabi e naturalmente il coro di Eurabia. Ma qual è la condizione così "razzista" (altra e non nuova definizione di Erkat) proposta dal premier israeliano? Che i palestinesi riconoscano Israele come lo stato del popolo ebraico. Aveva già risposto il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas il 27 aprile a Ramallah, quando si era (ri)aperta la questione: "A Jewish state, what is that supposed to mean? You can call yourselves as you like, but I don't accept it and I say so publicly."
Per oggi non voglio discutere nel merito di questo problema. Vi sottopongo solo una lista di nomi. Sapete come si chiama ufficialmente l'Egitto, che ha protestato fra i primi? Cito dal sito dell'Organizzazione della conferenza Islamica, l'Onu dei musulmani (o piuttosto, come dice la bravissima Bat Yeor, il nuovo califfato che cerca il dominio del mondo). Be' il nome ufficiale dell'Egitto è "Arab" Republic of Egipt. Sono ufficialmente arabi anche la Syrian "Arab" Republic, lo State of the United "Arab" Emirates,  e naturalmente la Great Socialist People’s Libyan "Arab" Jamahiriy di Gheddafi, grande e popolare, naturalmente. La Mauritania è "islamica", Islamic Republic of Mauritania, e così l'"Islamic" Republic of Pakistan e l'"Islamic" Republic of Afghanistan. La Giordania invece è Hashemita e l'Arabia è Saudita, cioè portano nomi dinastici di tribù arabe. Perfino il negletto stato nato dall'occupazione turca di Cipro si chiama "Turkish" Cypriot State. Mi scuso se ho dimenticato qualcuno. Insomma più o meno tutti gli stati, in quell'area geografica, vantano un'appartenenza etnica o religiosa. Israele invece non può essere lo stato degli ebrei, perché sarebbe razzista e ingiusto per le sue minoranze (come se la Siria o l'Egitto non ne avessero...). Quando si tratta di ebrei, Stato o individui che siano c'è sempre qualcuno che li considera meno uguali degli altri.
Ugo Volli  Informazione corretta




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29 giugno 2009

Israele annuncia progetto pilota per il Canale Mar Rosso-Mar Morto

 Il vice primo ministro israeliano Silvan Shalom ha annunciato sabato scorso la creazione di un progetto pilota per testare la praticabilità del progetto Red-Dead Canal (Canale Mar Rosso-Mar Morto), volto a fornire acqua potabile e nello stesso tempo a salvare il Mar Morto.
Secondo il progetto, verrebbero prelevati 200 milioni di metri cubi d’acqua dal Mar Rosso: la metà verrebbe desalinizzata per ottenere acqua potabile, i rimanenti 100 milioni di acqua salata verrebbero immessi nel Mar Morto.
Shalom ha detto che il progetto verrebbe condotto insieme alla Giordania e alla Banca Mondiale, con un programma iniziato dal capo della Water Authority, Uri Shani.
Secondo un portavoce della Banca Mondiale, si tratta della continuazione di un più ampio studio sulla praticabilità che sta andando avanti dall’anno scorso.
Shalom ha annunciato il progetto dopo essersi incontrato nel fine settimana, a Washington, con il capo della Banca Mondiale, Robert B. Zoellick. “Stiamo parlando di un passo di grande portata e grande importanza, che farà avanzare il progetto Red-Dead Canal”, ha spiegato Shalom.
Il suo annuncio arriva quando la Banca Mondiale è nel mezzo di uno studio di praticabilità per esaminare il progetto, che richiede che siano costruiti un acquedotto o un canale che corra dal Mar Rosso fino al Mar Morto.
Complessivamente il progetto permetterebbe di purificare 800 milioni di metri cubi d’acqua all’anno, da rendere potabile e distribuire principalmente alla Giordania, ma ne beneficerebbero anche Israele e l’Autorità Palestinese. Un altro miliardo di metri cubi di acqua marina all’anno verrebbe pompato nel Mar Morto, per rialzare il suo livello idrico e prevenirne il prosciugamento.
Lo studio di praticabilità è iniziato nel 2008 e dovrebbe essere completato nel 2010. Lo studio mira, tra l’altro, a valutare l’impatto ambientale del progetto.

(Da: Jerusalem Post, 28.06.09)

SI veda anche (in inglese):
The Red Sea and the Mediterranean Dead Sea canals project
http://www.mfa.gov.il/MFA/MFAArchive/2000_2009/2002/8/The%20Red%20Sea%20and%20the%20Mediterranean%20Dead%20Sea%20canals




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29 giugno 2009

Se è Obama che blocca i negoziati

 
Herb Keinon
Mentre il ministro della difesa israeliano Ehud Barak torna a Washington, lunedì, per un altro round di colloqui centrati sul tema delle attività edilizie negli insediamenti, è istruttivo chiedersi, a questo punto, che cosa esattamente il presidente Usa Barack Obama sui proponga di ottenere quando cerca di mettere il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alle corde su questa materia.
Se, come alcuni sostengono, si tratta di un modo con cui Obama cerca di accrescere le sue credenziali agli occhi del mondo arabo, allora okay, è una politica comprensibile. I diplomatici americani ed europei dicono sempre che, ovunque vadano nel mondo arabo, le attività edilizie negli insediamenti sono l’unico argomento che si sentono ripetere continuamente: che le attività edilizie negli insediamenti avvelenano l’atmosfera, e che la serietà di Obama nel tracciare la sua nuova politica verso il mondo arabo verrà giudicata in non piccola misura da come affronterà Israele su questa questione.
E Obama, come è stato ripetuto fino alla nausea, vuole il mondo arabo dalla sua: vuole che il mondo arabo lo aiuti a uscire dall’Iraq e dalla sempre peggiore palude dell’Afghanistan, ed anche a trattare con l’Iran (sebbene la politica della comunità internazionale verso l’Iran sia verosimilmente destinata a subire un drastico riesame alla luce delle lacerazioni interne alla società iraniana che ora sono sotto gli occhi di tutti).
Si potrebbe sostenere che suona un po’ bizzarro collegare le attività edilizie negli insediamenti israeliani in Cisgiordania con la chiusura dei confini tra la Siria e l’Iraq o con il fatto che gli Emirati Arabi Uniti riducano i loro fiorenti scambi commerciali con Teheran. Ma è il collegamento che viene fatto continuamente, e Obama vuole rimuovere questo particolare ostacolo dal suo cammino.
Se invece Obama è così energico sugli insediamenti nella convinzione che ciò possa spingere avanti il processo negoziale, allora si sbaglia.
Che fosse o meno nelle intenzioni di Obama, è un fatto che la sua linea dura sugli insediamenti fa dipendere i negoziati israelo-palestinesi dal congelamento completo degli insediamenti, una cosa che il governo Netanyahu – per la sua composizione politica e per il suo desiderio di durare politicamente – semplicemente non farà.
Ecco dunque come stanno le cose, fin qui, per la politica di Obama sugli insediamenti: gli Stati Uniti chiedono con forza il completo congelamento degli insediamenti; Netanyahu ha chiarito che non acconsentirà; i palestinesi dicono che non inizieranno a negoziare finché il congelamento non sarà in vigore. Risultato finale: i negoziati non partono.
Paradossalmente questa situazione di non-negoziato è positiva e confortevole per il presidente dell’Autorità Palestinese. Mahmoud Abbas (Abu Mazen) non ha interesse a negoziare con Netanyahu giacché immagina – probabilmente a ragione – che dal primo ministro del Likud non otterrebbe nulla di più di quanto aveva già ottenuto dal suo predecessore Ehud Olmert, che era disposto a cedere più del 93% della Cisgiordania, compensando il resto con scambi territoriali, e ad abbandonare la rivendicazione israeliana sul cosiddetto “bacino santo” in Gerusalemme vecchia. Abu Mazen respinse l’offerta di Olmert spiegando al Washington Post che il gap era troppo ampio. Oggi ha probabilmente ragione di credere che quel gap non è destinato a stringersi, con Netanyahu, e dunque perché negoziare? Oltretutto proprio ora che Obama gli offre una bella scusa per non farlo.
La situazione di non-negoziato potrebbe tornare utile anche a Netanyahu, per lo meno se si dà credito ai suoi critici secondo i quali il primo ministro israeliano in realtà non crederebbe possibile arrivare a un accordo con i palestinesi. Netanyahu ha detto chiaramente che non accetterà un congelamento completo: ha detto che non costruirà nessun nuovo insediamento e che non aggiungerà altre terre a quelli che già esistono, ma ha anche detto che non congelerà le attività edilizie dovute a crescita naturale. Tanto per cominciare, non è nemmeno chiaro se abbia il potere legale di farlo. Come si fa a bloccare la costruzione di un appartamento già completato al 75%? Che ne sarebbe degli obblighi contrattuali? E dei soldi investiti? In secondo luogo, se anche Netanyahu potesse fermare magicamente tutto con un semplice gesto della mano, non potrebbe farlo politicamente. Con Israel Beiteinu di Avigdor Lieberman che gli respira sul collo, il primo ministro non farà scelte che la maggior parte degli israeliani, secondo recenti sondaggi, non ritiene che debba fare: fermare le costruzioni dovute a crescita naturale anche nei grandi blocchi di insediamenti a ridosso della ex Linea Verde.
Se Obama pensa che, pressando duramente Israele su questo tema, l’opinione pubblica israeliana si rivolterà contro Netanyahu o che Netanyahu se ne uscirà tranquillamente di scena, allora si sbaglia sia sul pubblico israeliano che su Netanyahu. Netanyahu, che in questo momento sta già corteggiando Shaul Mofaz di Kadima, non si farà abbattere tanto facilmente.
È interessante notare come, la scorsa settimana, due ex esperti ben introdotti a Washington profondamente coinvolti negli anni scorsi sulla questione mediorientale – Aaron David Miller, negli anni ’90 negoziatore mediorientale per la sinistra, e Elliott Abrams, già vice consigliere della sicurezza nazionale per la destra –parlando a Washington hanno entrambi affermato che l’amministrazione Obama sbaglia a concentrarsi in questo modo sugli insediamenti.
Abrams ha detto di non capire quella che sembra essere la decisione di Obama di “sposare la posizione secondo cui è Israele il problema”. E in effetti, fare degli insediamenti la questione principale significa assolvere la parte palestinese da ogni responsabilità. Miller, dal canto suo, ha detto che “per quanto gli insediamenti costituiscano un problema effettivo riguardo all’erosione dell’atmosfera favorevole al negoziato”, essi sono tuttavia una “distrazione”, visti tutti gli altri problemi che bisogna affrontare. “Alla luce della posta in gioco e della realtà di fatto – ha detto Miller, certamente non un tifoso degli insediamenti – avremo bisogno di un rapporto di un rapporto stretto con Israele per affrontare tutti quei problemi. Dobbiamo pensare molto attentamente a come ci muoviamo, a quale sia la strategia e quale l’obiettivo”.
E davvero, se l’obiettivo degli Stati Uniti è di far partire i negoziati, allora la politica dell’amministrazione Obama di fare degli insediamenti la questione principale si sta dimostrando del tutto controproducente.

(Da Jerusalem Post


29 giugno 2009

"So che cosa si prova la vita appesa a un filo"

 
L'ex ostaggio all'ambasciata americana nel 1979: "Stanno giocando la carta della cospirazione"

Stanno giocando la carta della cospirazione». Bruce Laingen, 87 anni, segue di fronte alla tv le notizie che arrivano da Teheran e torna con la memoria a quanto accadde il 4 novembre 1979, quando fu uno dei diplomatici americani sequestrati dai pasdaran, nelle cui mani rimase per 14 lunghi mesi. «La cattura di otto dipendenti civili iraniani dell’ambasciata britannica serve al regime non tanto per ricattare la Gran Bretagna quanto per giustificare la repressione» dice l’ex incaricato d’affari nell’ambasciata Usa a Teheran, secondo il quale «le prese di ostaggi da parte degli ayatollah hanno molto spesso fini interni».

Nel 1979 il sequestro per 444 giorni di 52 diplomatici americani servì «per consolidare la legittimità del nuovo regime rivoluzionario, identificando in noi il nemico più pericoloso» mentre adesso «puntano ad avvalorare il sospetto odioso che la Gran Bretagna abbia creato una rete di spie grazie alle quali il movimento pro-Mousavi si è rafforzato». Laingen torna a più riprese sulle «teorie della cospirazione», perché «in Iran sono molto diffuse e da decenni riguardano assai più i britannici che non gli americani». «Nella mente di molti iraniani sin dall’inizio del ’900 è stata la Gran Bretagna a interferire nelle vicende nazionali nuocendo alla nazione, noi americani non siamo che la brutta copia dei malvagi britannici» e dunque «ora Ahmadinejad e Khamenei» tentano di «fare leva su questi sentimenti popolari per indebolire il vasto sostegno popolare che Mousavi sta dimostrando di avere».

Passano pochi minuti e arriva da Londra una telefonata per l’ex ostaggio. Non ci vuole dire chi c’è dall’altra parte ma la domanda deve avere a che fare con la psicologia dell’ostaggio, perché lui risponde così: «In questi momenti gli otto civili iraniani arrestati si sentono soli, minacciati, sono impauriti, non hanno idea di che cosa succederà, provano la sensazione che la loro vita è appesa a un filo, nelle mani di persone violente mosse da lontano». Sulla sorte dei sequestrati Laingen ha pochi dubbi: «Avverrà a loro quello che è avvenuto a noi, li terranno fino a quando serviranno» e «il fatto che sono iraniani e non stranieri li espone certamente a maggiori pericoli fisici». Insomma, potrebbero essere uccisi. La tecnica dei rapimenti «è un metodo che la rivoluzione islamica adopera per avere delle fiches da giocare» spiega l’ex ostaggio, rifacendosi a più precedenti: «Tempo fa Ahmadinejad sequestrò un gruppo di soldati britannici nelle acque del Golfo Persico per poi rilasciarli puntando a guadagnare punti di fronte al resto del mondo, proprio come ha fatto per la giornalista americana Roxanna Saberi, ex Miss North Dakota, alla quale forse non ha giovato essere tanto bella».

In questo caso gli otto rapiti «hanno più usi possibili» perché «se da un lato fomentare le teorie della cospirazione indebolisce Mousavi, dall’altro è evidente che i diplomatici stranieri a Teheran da oggi hanno più paura», mettendo le rispettive capitali sulla difensiva. «Ahmadinejad e Khamenei sfruttano con abilità il fantasma della nostra cattura nel 1979, sanno che è una moneta che paga sempre, quando viene giocata con gli occidentali».

Ma se queste sono le mosse che gli ayatollah stanno facendo, qual è la risposta che la Casa Bianca dovrebbe dare? Il pensionato Bruce Laingen resta un fedele servitore dello Stato e nella risposta che dà, parlando dalla sua casa di Bethesta, in Maryland, premette che «non dispongo delle informazioni che ha il Presidente degli Stati Uniti». Ma subito dopo aggiunge: «Ho sempre creduto nella necessità di dialogare con l’Iran, perché il popolo iraniano è amico dell’Occidente e dell’America e non bisogna dunque consentire al regime di impedirci di avere rapporti con loro» ma «poiché nella strade di Teheran c’è ancora violenza, in questo momento sarebbe bene aspettare e vedere che cosa succede».

L’ultima riflessione è per «gli studenti pro-Mousavi». «Sono giovani coraggiosi, amano la libertà, sono pronti a morire per l’Iran - dice l’autore di "Yellow Ribbon", il libro nel quale racconta la sua avventura -. Il loro sacrificio e la loro forza confermano il ricordo che serbo di una nazione forte, vivace, amante delle libertà e della democrazia che forse presto potrebbe tornare sul palcoscenico». Parola di ex ostaggio dei Guardiani della Rivoluzione.
Maurizio Molinari
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29 giugno 2009

Il Basiji che doveva bastonare suo fratello

 
Eshan, studente di ingegneria e sostenitore di Mousavi,
e Sadjad, Basiji e studente di diritto islamico

Sadjad è un militante islamico,
Ehsan un sostenitore di Mousavi
SERGE MICHEL
I Basiji, i combattenti islamici volontari, godono di molti privilegi, ma per Sadjad Ramezan-Ali, le cose sono molto più complicate. Non è un Basiji particolarmente felice. Non che abbia dubbi sulle buone ragioni della loro missione - sono stati i protagonisti della repressione dell’onda verde - o che gli ripugni attraversare ogni sera Teheran, seduto sul sellino di una moto, manganellando i sostenitori di Mousavi. Anzi. «Non ingannatevi - dice nell’atrio di un albergo nel centro di Teheran, dove accetta di rispondere alle nostre domande -. Tutti rientreranno nei ranghi. Abbiamo già dato prova di ciò che sappiamo fare e per il nostro eroe Ahmadinejad siamo pronti a superare noi stessi». In verità, le ragioni della tristezza di Sadjad sono più sottili e più numerose. Innanzitutto, questa rivolta elettorale cade male - in pieno periodo di esami. Sadjad, 22 anni, è entrato tra i Basiji a otto anni e questo gli ha facilitato l’accesso all’università, dove studia diritto islamico.

I Basiji sono una milizia creata subito dopo la rivoluzione del 1979 per mandare al fronte contro l’Iraq decine di migliaia di bambini e adolescenti, quasi tutti innalzati al rango di martiri. Dopo la guerra la milizia è stata riconvertita in muscolosa guardia dell’ordine islamico, che risponde solo alla Guida suprema, Ali Khamenei. Organizzata un po’ come i boy scout, offre attività all’aria aperta ma anche addestramento militare e un solido indottrinamento, in modo da poter utilizzare i suoi membri per reprimere le contestazioni al regime. Sul morale di Sadjad pesa poi la morte del suo compagno Hussein-Gholam Kabiri. La sera del 14 giugno, secondo giorno di rivolta, il suo gruppo partecipava all’attacco ai dormitori dell’università di Teheran. Gli studenti diranno di aver trovato cinque cadaveri, due ragazze e tre ragazzi. Ma mentre i Basiji risalivano sulle loro moto, fieri del dovere compiuto, Hussein-Gholam è stato travolto intenzionalmente da un’automobile che poi è fuggita. Il ragazzo, che aveva 23 anni, è morto l’indomani all’ospedale. «E’ questa la libertà di espressione che chiedevano? Uccidere dei Basiji?» si chiede Sadjad.

Un’altra ragione di amarezza sono gli insulti dei giovani richiamati all’ordine. «La gente, appena vede una faccia come la mia, si sfoga. Se rispondiamo, siamo dei bruti. E sì che si proclamano intellettuali e difensori della libertà di parola!». Forse però la vera ragione dello spleen di Sadjad - anche se la rifiuta con grande energia - è il fratello maggiore, Ehsan, musicista, cinefilo e ... attivo sostenitore di Mousavi, più volte in strada per le marce verdi di quella folle settimana di libertà, dal 14 al 18 giugno. Sadjad ci ha voluto mostrare come all’interno delle famiglie iraniane ci sia una grande diversità di opinioni e ci ha invitati per l’indomani in un ristorate tradizionale. C’è anche Ehsan, studente di ingegneria. Squilla il suo telefono: la suoneria è un pezzo di Shajarian, il grande musicista iraniano. La suoneria di Sadjad, invece, è un appello alla preghiera. Ehsan ama il calcio europeo e il cinema americano, Sadjad guarda solo film di guerra iraniani. «A casa dividiamo lo stesso computer - dice Ehsan - ma non consultiamo gli stessi siti. Sadjad scrive il suo blog di Basiji, io collaboro con blog di cinema e musica».

A otto anni Ehsan comincia i suoi corsi di musica, mentre Sadjad, alla stessa età, entra nei Basiji. La riunione settimanale della milizia si tiene il giovedì sera: si prega e si ascolta il mullah, che spiega l’attualità iraniana e internazionale. La stessa sera Ehsan va a trovare la sua amica, in modo discreto perché i rapporto extra matrimoniali in Iran sono illegali. Quando parla dei Basiji, lo sguardo di Sadjad si illumina, mentre Ehsan lo guarda con un sorriso triste. «Siamo sempre stati diversi - dice sospirando -. Io sono curioso di tutto, eccitato dalle novità. Vorrei viaggiare e accumulare esperienze. Sadjad, invece, cerca la calma e la trova nell’ideologia dei Basiji». Il padre, anche lui al ristorante, non ricorda il momento in cui i suoi due figli hanno preso direzioni opposte. Restauratore di tappeti, compagno di Ali Khamenei durante la rivoluzione, mostra un’ammirazione sconfinata per i grandi intellettuali rivoluzionari. «Non sopporto Ahmadinejad - mormora, approfittando di un momento in cui Sadjad si è allontanato -. Ci ha riportati indietro di anni, ha sostituito il pensiero con la superstizione, ha umiliato l’intelligenza del popolo iraniano». Poi, con un tono ancora più confidenziale: «Faccio il possibile per rispettare Sadjad, per non turbare la sua condizione mentale. E’ molto sensibile. Mi dica, però: quando l’avete incontrato per strada, non aveva il bastone, vero?».
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29 giugno 2009

Non fidarti, Neda!

 

Chi non ha mai partecipato a una manifestazione in Israele ha perso una delle esperienze piu' emozionanti della vita, soprattutto venendo dall'Europa dove si ha paura persino ad uscire di casa e i negozi calano le saracinesche all'annuncio di un corteo.
In Israele  manifestano le famiglie , con i bambini sulle spalle, i piu' grandicelli per mano e i piu' piccoli in carrozzella, non c'e' violenza, non c'e pericolo, non esistono  giovinastri che provocano.
Cosi' eravamo giovedi scorso a Kikar Rabin a Tel Aviv a manifestare per Gilad Shalit, prigioniero da tre anni senza contatti, senza una sola visita della Croce Rossa, senza sapere dove lo tengono o se e' in salute, senza sapere se e' vivo o morto
Eravamo tutti la', insieme ai suoi genitori,  a pregare per lui, a cantare e piangere  per lui, rapito nel 2006 in territorio israeliano da esseri immondi ai quali non era bastata l'evacuazione degli ebrei da Gaza avvenuta un anno prima. Niente basta mai a quei mostri, niente se non il sangue degli ebrei da bere a garganella.
1100 giorni prigioniero di assassini, i suoi genitori da 1100 giorni vivono nel terrore pensando al destino di Ron Arad, catturato nel 1986 e di cui non si e' mai piu' saputo niente, oppure di Zakharia Baumel il cui padre e' morto pochi giorni fa dopo aver passato la vita ad aspettare il suo ragazzo catturato dalle belve palestinesi  nel 1982 insieme a Yehuda Katz e a Zvi Feldman, figli di sopravvissuti della Shoa' e catturati da altri nazisti, non tedeschi , arabi.
Nessuno parla in Europa di Gilad, nessuno manifesta, a nessuno importa. E' un ragazzo ebreo, un ragazzo israeliano, nessuna pieta' e disinteresse totale.
In compenso i vigliacchi italiani hanno aperto i Giochi del Mediterraneo senza Israele,
"che fare-dicono- gli arabi non vogliono Israele, che fare - ripetono- abbiamo le mani legate poi non ci danno piu' benzina, magari vengono a fare attentati a Roma o a Firenze. Che fare. Stia fuori Israele tanto dagli ebrei non abbiamo niente da temere."
Molti anni fa avevo scritto a Mario Pescante il quale mi aveva risposto che avrebbe fatto del suo meglio. Quanti anni sono passati, Pescante? 15? 20? e dove sarebbe il suo meglio? nella tremarella che la prende al solo pensare di assumersi  una responsabilita'?
Non si vergogna, Pescante? Paura degli arabi vero? mamma mia che paura, quelli mica vanno per il sottile vero Pescante? Molto meglio offendere Israele, molto meglio umiliare gli ebrei, quelli sono esseri civili che mai si vendicheranno, non protestano nemmeno, tanto sono  convinti che voi europei vi mettete a tremare come budini al solo pensare a un qualsiasi paese arabo o islamico.
E cosi'  Pescara  sara' piena di atleti di feroci dittature arabe e manchera' l'unica democrazia del Medio oriente bagnata dal Mediterraneo.
Auguri e buon divertimento.
Intanto che altro di disgustoso succede in Europa? succede che in Francia, a Vitry sur Seine, hanno deciso di fare cittadino onorario Marwan Barghouti, l'assassino terrorista palestinese condannato a 5 ergastoli per gli attentati da lui decisi e portati a buon fine dai suoi Tanzim, i barbari  assassini di civili ebrei . Bene, il sindaco di Vitry vuole premiare questo mostro dandogli la cittadinanza onoraria della citta' e, a parte la comunita' ebraica locale , nessuno si oppone: e' un palestinese quindi deve essere santo per forza. 
Per troppi anni l'opinione pubblica e' stata bombardata da propaganda  infame che trasformava i palestinesi da assassini e terroristi in eroi e Israele da democrazia aggredita dal terrorismo  in un Paese-mostro.
Se penso a tutto quello che e' stato fatto in Europa contro Israele, se penso a cosa hanno fatto europei e occidentali mentre Israele sopportava la piu' grande e feroce aggressione terrorista di tutti i tempi, mi vengono ancora  i brividi per la rabbia che provo.
Il mondo e' stato per mezzo secolo schiavo dei palestinesi, senza chiedersi perche', senza sapere chi fossero quei quattro disgraziati che terrorizzavano tutto l'occidente agli ordini di uno psicopatico di nome Arafat.
Il mondo non si e' mai chiesto per quale motivo volessero solo distruggere e farsi mantenere, ai sepolcri imbiancati bastava sapere che questi volevano una sola cosa :ammazzare gli ebrei.
Il sogno, mai raggiunto,  di tutta Europa.    
Barghouti che per la  sinistra europea e' un eroe, in  realta' e' un omuncolo di infima categoria, degno solo di fare il sergente di una banda di assassini.
Come ho scritto in altre occasioni, in Italia , in Francia, in tutta Europa e adesso anche in USA, hanno perso il senso delle proporzioni e del linguaggio civile. Si onorano gli assassini,  si piega la testa e la schiena di fronte alle dittature arabe, si accusano  di fascismo le democrazie, presidenti americani osano dire dove devono vivere gli ebrei.
Senza vergogna!
Si esclude Israele dai Giochi del Mediterraneo.
Senza vergogna!
Si onora un assassino in Francia.
Senza vergogna!
Barak Obama dice "voi ebrei dovete vivere qua e non la'".
Senza vergogna!
Si lanciano in aria tanti palloncini verdi per la povera Neda e io vorrei dirle due parole, ne ho il diritto perche' io ho pianto per lei lacrime sincere non di coccodrillo. Vorrei poter parlare a Neda e a tutti gli altri giovani ammazzati in Iran dalle guardie aizzate dai pretacci maledetti, gli stessi che Jimmi Carter, l'antisemita, aveva appoggiato nel 1979 perche' prendessero il potere al posto dello Scia'.
Vorrei che Neda mi ascoltasse, vorrei dirle di  non farsi commuovere dalle lacrime di tanta gente  e dai palloncini verdi che i sindacati  hanno lanciato in aria nel cielo di Milano. Sono degli ipocriti, sono da sempre dalla parte dei Ahmadinejad e anche di Mussavi, fascista e assassino di tanti bambini iraniani.
Neda, sei morta per niente e oggi gli stessi che fanno bella figura prendendoti a icona della liberta' sono quelli che non hanno mai detto una parola per un ragazzo ebreo di 19 anni, catturato tre anni fa  e di cui nessuno sa piu' niente.
Sono gli stessi che non hanno detto mezza parola quando gli assassini palestinesi hanno linciato e smembrato i corpi  due bambini ebrei di 12 e 13 anni, Kobi e Yossi. Non facevano niente,  Neda, giocavano, ma  li hanno ammazzati e fatti a pezzi a sassate. 
Non fidarti  di quelli che piangono per te Neda, sono gli stessi che hanno assistito freddi e impassibili allo spettacolo di decine di autobus esplosi e fumanti pieni di cadaveri di ebrei israeliani.
Non fidarti di loro Neda, sono gli stessi che  andavano a prostarsi ai piedi di Arafat, fratello di quelli che ti hanno ammazzato e lo baciavano e , al suo fianco, maledivano Israele.
Lascia che facciano le loro sceneggiate e che parlino di democrazia , loro non sanno cosa sia la democrazia, loro non hanno mai detto una sola parola sulle donne penzolanti dalle forche del tuo paese. Non hanno mai protestato contro Ahmadinejad, anzi, lo ammirano e quando noi israeliani avvisiamo l'Europa della criminalita' del tuo presidente,  ridono di noi.
Quando lui, ogni giorno giura che Israele sara' spazzato via loro, quelli che piagnucolano per te, Neda, dicono "Ehhh quante storie, sti ebrei!"
Questi giorni gli ipocriti raccolgono firme, gonfiano palloncini verdi, si sentono tanti Robin Hood, la' sicuri a Milano o in altre citta' di quella povera tremebonda, vigliacca Europa.
Non fidarti, Neda. Hai visto per caso una sola bandiera arcobaleno sventolare contro gli ayatollah? 
Li hai sentiti urlare contro Ahmadinejad? Contro Kamenei? Contro Rafsanjani?
Non fidarti.
Chi non piange per un tredicenne ammazzato solo perche' ebreo non ha cuore.
Non fidarti.
Chi non si strappa i capelli per due fratellini di due e quattro anni trudicati insieme alla loro madre solo perche' ebrei non ha un'anima.
Non fidarti.
Chi non ha mai protestato contro il terrorismo palestinese non ha coscienza.
Non fidarti.
 
Tu sei stata uccisa a 16 anni, Neda.
Gilad a 19 anni e' stato preso e gettato da qualche parte, sparito, scomparso, il silenzio lo ha inghiottito e nessuno si interessa a lui, nessuno degli ipocriti che piange per te ha speso mezza parola per Gilad, nessuno delle organizzazioni mondiali che si fanno venire gli svenimenti se Israele dice che gli ebrei vivranno dove vorranno , si e' mai interessata della sua sorte.
Una vergogna, uno schifo.
Il mondo e' malato, Neda.
I tuoi assassini avranno la meglio perche' quelli che piangono ipocritamente per te non avranno mai le palle per  ribellarsi.
Il mondo e' malato, ama le dittature, odia le democrazie.
Il mondo e' malato, un gruppo di  nazisti di Roma, criminali di Militia, ha scritto "«Al fianco del popolo iraniano contro il porco sionista»
Il mondo e' malato, forse e' meglio morire che assistere allo scempio.
Non credere Neda, non fidarti e, la' dove sei, vai a cercare i 100.000 bambini ammazzati da Moussavi e da Khomeini, prendili per mano e non perdonate, non perdonate mai.
 
Deborah Fait
informazionecorretta


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permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 29/6/2009 alle 11:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


29 giugno 2009

Netanyahu: Il mondo riconosca la necessità della smilitarizzazione palestinese

Herb Keinon
Le garanzie internazionali che Israele chiede per assicurarsi che il futuro stato palestinese rimanga smilitarizzato non significano l’introduzione di truppe straniere. Lo ha chiarito il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nella riunione di governo di domenica scorsa.
Sviluppando il suo discorso del 14 giugno 2009 all’Università Bar-Ilan nel quale aveva detto che saranno necessarie garanzie internazionali per assicurare che un futuro stato palestinese sia realmente smilitarizzato, Netanyahu ha specificato che ciò che Gerusalemme vuole è l’approvazione internazionale del principio per cui Israele avrà il diritto di agire come ritiene necessario per garantire il carattere realmente smilitarizzato del futuro stato vicino. “Abbiamo bisogno di misure concrete ed efficaci per garantire la smilitarizzazione – ha spiegato Netanyahu – Quelle attualmente in atto in Libano e nella striscia di Gaza non sono concretamente efficaci”.
Il primo ministro ha affermato che Israele desidera il riconoscimento internazionale del concetto di uno stato palestinese smilitarizzato allo scopo di evitare una situazione che vedesse Israele ritirarsi da territori con l’intesa che rimangano smilitarizzati e i palestinesi violare ben presto l’accordo, per poi condannare tutti Israele quando questi fosse costretto a tornare nei territori palestinesi per distruggere quelle armi.
Netanyahu ha sottolineato che la sicurezza di Israele non può essere salvaguardata senza il principio della smilitarizzazione, e che d’altra parte la smilitarizzazione non sminuisce per nulla l’autodeterminazione dei palestinesi. “Non capisco perché, per esercitare la loro autodeterminazione, i palestinesi abbiano bisogno di razzi Grad e Qassam – si è chiesto Netanyahu – Capisco che hanno bisogno di una polizia e di un forte apparato di sicurezza, cosa che già ora noi incentiviamo; ma che bisogno hanno di carri armati, artiglieria e missili?”
Facendo chiaramente riferimento alla situazione nella striscia di Gaza, Netanyahu ha detto che Israele, sulla base dell’esperienza fatta, ha tutto il diritto di esigere che il futuro stato palestinese sia smilitarizzato.
Nella stessa riunione di governo, il ministro delle finanze Yuval Steinitz ha dichiarato che qualunque progresso con l’Autorità Palestinese nei negoziati sulla Cisgiordania deve prevedere anche la reversibilità della situazione nella striscia di Gaza, con il disarmo e la smilitarizzazione pure di quel territorio. Secondo Steinitz, si stabilirebbe un pericoloso precedente se i negoziati facessero passi avanti con l’Autorità Palestinese sulla Cisgiordania senza alcuna smilitarizzazione della striscia di Gaza. Uno stato palestinese smilitarizzato, ha specificato il ministro, significa anche una striscia di Gaza smilitarizzata.
Circa la richiesta che i palestinesi riconoscano Israele come stato nazionale del popolo ebraico, Netanyahu ha detto che si tratta di una misura necessaria per garantire che qualunque accordo raggiunto ponga definitivamente termine ad ogni ulteriore rivendicazione palestinese nei confronti di Israele.
Netanyahu ha tuttavia aggiunto che né il carattere smilitarizzato dello stato palestinese né il riconoscimento di Israele come stato ebraico costituiscono delle precondizioni per l’avvio di colloqui immediati con i palestinesi. Israele, ha detto, non pone precondizioni e si aspetta che lo stesso valga per i palestinesi.
Intervenendo alla stessa riunione di governo dedicata al discorso di Netanyahu del 14 giugno, il vice primo ministro Moshe Ya'alon ha detto che, negli ultimi sedici anni, i vari governi israeliani hanno creato di fatto “una pericolosa asimmetria” lasciando che si parlasse di “diritti” palestinesi su questa terra, mentre Israele parlava solo della sua “sicurezza”. Secondo Ya'alon, Israele deve parlare anche del diritto degli ebrei sulla terra. Gli arabi, ha detto, hanno il diritto di vivere in qualunque parte di questo paese, dalla Galilea al Negev, mentre nelle discussioni politiche si dà per scontato che alla fine vi saranno intere regioni, come è già il caso della striscia di Gaza, nelle quali agli ebrei sarà proibito vivere: veri e propri territori “judenrein”. Ya'alon ha concluso affermando che occorre rimuovere la convinzione che, in era di pace, gli ebrei saranno costretti a lasciare tutti le regioni di Giudea e Samaria (Cisgiordania) e che, per esempio, degli ebre non possano vivere a Beit El sotto sovranità palestinese.

(Da: Jerusalem Post,


28 giugno 2009

Si teme per la vita di Saeed Valadbaygi. Appello ai giornali nazionali

Saeed Valadbaygi (nella foto) è un blogger iraniano, probabilmente il più attivo in Iran ed è colui che gestisce due profili su facebook, uno su twitter e un altro su blog. In questi giorni è stato lui a fornirci le informazioni, i video e tutte le vibrazioni riguardanti gli accadimenti in Iran, in tempo reale.
Qualche giorno fa, Saeed ci informava che i miliziani paramilitari stavano rastrellando anche nei pressi della sua abitazione, che si sentiva in pericolo e che sarebbe dovuto uscire di casa per salvarsi. Tuttavia, sulla sua pagina di facebook continuavano ad esserci informazioni e video (ma con uno stile diverso e, via via, sempre meno 'fresche').
Alcune fonti, tra le quali quelle del noto reporter Pino Scaccia, informano che il vero Saeed potrebbe essere stato preso e che adesso a gestire i suoi profili sia un'altra persona, probabilmente un collaboratore del governo e dei miliziani.
E in effetti anche a noi di ITALIANI IMBECILLI è successo qualcosa che ci ha fatto venire seri dubbi circa l'identità di questo misterioso Saeed. Considerato che circolava già voce di questa impostura, abbiamo voluto scrivere un commento su uno dei post di questo 'nuovo Saeed', dicendogli che noi eravamo a conoscenza della verità, che sapevamo che il vero Saeed non era più a casa sua. Subito dopo, quel nostro commento, insieme a tutto il post, venne cancellato, per poi riapparire dopo la nostra rimostranza scritta in un altro suo post.
Ma, al di là di questo episodio, vi sono altre prove più concrete che dimostrano che Saeed Valadbaygi non è più seduto davanti al suo pc. Pino Scaccia fornisce dati che troverete QUI.
E' importante il fatto che la notizia della scomparsa di Saeed venga fuori dalla rete, poiché soltanto uscendo da internet e andando sui giornali, la notizia potrà avere la forza necessaria a salvare Saeed. Ricordiamo che il governo iraniano ha già 'fatto sparire' molti bloggers. Saeed è sicuramente il più ricercato.
Pertanto invitiamo le redazioni dei giornali a darne tempestiva comunicazione (sui TG non ci contiamo più).
AGGIORNAMENTO (ore 10,30 del 28 giugno) Saeed è scappato, quindi è riuscito a sfuggire ai raid. Lo comunica Lara Cardella (l'autrice del libro 'Volevo i pantaloni') dalla sua pagina di facebook. Questa informazione ci fa sperare e anche credere che egli continui (in qualche maniera, con qualche mezzo) a postare i suoi articoli, come questo di oggi.
L'AGI (Agenzia Giornalistica Italia) accoglie l'appello e riporta la notizia [QUI]
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28 giugno 2009

Hamas continua a minacciare (e a dimostrare di essere la stessa cosa di Hezbollah, Ayatollah iraniani, ecc. ecc.)

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha "una sola opzione" per ottenere il rilascio del caporale Gilad Shalit, preso in ostaggio nella Striscia di Gaza nel 2006, e cioe' "consentire uno scambio serio di prigionieri". Lo ha dichiarato il capo dell'ufficio politico di Hamas, Khaled Meshaal, in un discorso pronunciato a Damasco, dove vive in esilio, e trasmesso in diretta dalla tv satellitare 'al-Jazeera'.

Se questa condizione non sara' soddisfatta, Shalit "avra' lo stesso destino dei suoi predecessori", ha precisato Meshaal, riferendosi probabilmente ad altri militari israeliani scomparsi, tra cui Ron Arad, di cui non si hanno notizie da quando il suo aereo precipito' in Libano nel 1986 e fu preso in ostaggio da militanti sciiti. Le parole di Meshaal giungono nel terzo anniversario del sequestro del soldato israeliano.

(AdnKronos)

E intanto nel sud del Libano sono stati trovati 20 lancia missili

E poi ci sono episodi come questi, dove un diplomatico, non uno qualunque, non un povero ignorante, ma uno che dovrebbe rappresentare il proprio popolo, commette un atto simile. Come ci si potrebbe fidare?

 


esperimento


28 giugno 2009

Gaza: materiali per esplosivi tra gli aiuti umanitari!

Certo stupisce il fatto che nessuno ne abbia parlato…nonostante non sia la prima volta che accade un fatto del genere

Gaza: materiali per esplosivi tra gli aiuti umanitari!

 

 Fermati alla frontiera con Gaza camion che ufficialmente trasportavano aiuti umanitari per la popolazione palestinese, ma che in raltà contenevano un fertilizzante usato nella fabbricazione di esplosivi e missili

HNN

Emanuel Baroz


28 giugno 2009

Shalit, prigioniero di Hamas e dell’indifferenza del mondo

 

 

Alziamo la voce

È ora di dire basta all’atteggiamento vergognoso dell’Italia,dell’Europa, degli Stati Uniti, della Croce Rossa e delle Nazioni Unite sul caso di Gilad Shalit, il soldato israeliano, che è anche cittadino francese, rapito tre anni fa in territorio israeliano dai terroristi di Hamas quando non aveva ancora vent’anni. A fronte di un gesto efferato ispirato dalla negazione del diritto alla vita del popolo ebraico, assistiamo proprio in queste ore allo svolgimento dei Giochi del Mediterraneo a Pescara con la partecipazione di tutti i paesi arabi ed islamici che predicano l’annientamento di Israele e che pertanto non vogliono averci nulla a che fare. E noi italiani, europei e occidentali, noi patria dei diritti fondamentali dell’uomo che ci facciamo in quattro per accogliere e difendere tutte le vittime vere o presunte delle dittature, delle guerre e della disperazione, che facciamo? Ci prostriamo agli ordini dei terroristi e dei tiranni islamici escludendo la presenza di Israele. Abbiamo confermato per l’ennesima volta questa sudditanza ideologica con la dichiarazione del vertice dei ministri degli Esteri del G8 conclusosi a Trieste il 26 giugno in cui, da un lato, non si è condannato il regime nazi-islamico iraniano per la sanguinosa repressione della rivolta popolare esplosa all’indomani delle elezioni presidenziali e, dall’altro, si è sostenuto la volontà di continuare a dialogare con Ahmadinejad, come se non sapessimo che da anni il nuovo Hitler viola sfacciatamente le risoluzioni dell’Aiea, l’Agenzia Internazione per l’Energia Atomica, mirando alla costruzione della bomba nucleare ed affermando pubblicamente l’intenzione di eliminare Israele dalla carta geografica. Eppure noi più di altri, noi che abbiamo sì partorito la democrazia ma anche prodotto l’Olocausto, dovremmo sapere che a furia di dialogare con chi disconosce i valori non negoziabili che sostanziano l’essenza della nostra umanità e della nostra civiltà, finiamo inesorabilmente per soccombere di fronte all’arbitrio di chi ha una concezione formalistica e strumentale del dialogo e della convivenza, perseguendo l’obiettivo di imporre la propria visione ideologica del mondo e della vita costi quel che costi.

Gaza evacuata

È importante ricordare che quando nel 2006 fu rapito Gilad, Gaza era già stata totalmente evacuata sia dall’esercito israeliano sia dai coloni ebraici. Era quindi un territorio palestinese libero, sottomesso per libera scelta dei palestinesi alla dittatura dei terroristi di Hamas che, se avessero avuto veramente a cuore le sorti del proprio popolo, avrebbero potuto e dovuto utilizzare i generosi aiuti internazionali, tra cui primeggiano quelli dell’Unione Europea, per emanciparlo dalla miseria favorendo la costituzione di un sistema economico produttivo che valorizzi la piccola e media impresa e diffonda l’occupazione. Invece i terroristi di Hamas, accecati dall’odio ideologico nei confronti di Israele e degli ebrei, che trae ispirazione dal Corano e dalla lettura distorta della storia recente, si sono preoccupati essenzialmente di dotarsi di migliaia di razzi Kassam con cui hanno bombardato le città israeliane e di costruire dei tunnel sotterranei lungo la frontiera con l’Egitto per contrabbandare le armi e gli esplosivi.

L’operazione

Fu così che il 25 giugno 2006 Gilad, che compirà 23 anni il prossimo 28 agosto, venne rapito a Kerem Shalom, in territorio israeliano, da terroristi di Hamas che partendo da Gaza, fecero irruzione sbucando da un tunnel sotterraneo, uccidendo due soldati israeliani e ferendone altri quattro. Diciasette giorni dopo dal Libano meridionale, anche in questo caso territorio libero e sovrano interamente evacuato dall’esercito israeliano, un commando di terroristi libanesi sciiti dell’Hezbollah si spinsero in territorio israeliano e rapirono i soldati Eldad Reghev e Ehud Goldwasser. I loro corpi sono stati restituiti il 16 luglio 2008 in cambio di terroristi detenuti nelle carceri israeliane.

Nelle tanto deprecate carceri israeliane la Croce Rossa internazionale accede regolarmente e stila dei rapporti infuocati che hanno convinto l’Unione Europea che Israele sarebbe lo Stato che più di altri al mondo violerebbe i diritti fondamentali dell’uomo, affiancato - guarda caso - dallo Stato del Vaticano! Eppure l’Unione Europea tace sul fatto che da tre anni i terroristi di Hamas non abbiano consentito alla Croce Rossa internazionale di visitare Gilad. E tace anche la Croce Rossa assumendo un comportamento quantomeno sbilanciato, in cui ciò che si richiede e si ottiene da Israele non vale per i suoi nemici. Una disparità di trattamento che accredita il presupposto che da una nazione civile si può pretendere tutto e si può al tempo stesso denunciarla anche se infondatamente dei peggiori crimini contro l’umanità, mentre da gente incivile che disconosce aprioristicamente la sacralità della vita, la dignità della persona e la libertà di scelta, ci si deve limitare ad assecondarla. Siamo arrivati al punto in cui collochiamo Israele sul banco degli imputati accusandolo delle peggiori nefandezze mentre siamo dialoganti e disponibili con i terroristi e i tiranni islamici.

Osserviamo con disincanto il fatto che Israele accetta e favorisce lo scambio dei corpi senza vita dei propri connazionali assassinati dai terroristi, pur di garantire loro una degna sepoltura e consentire ai propri cari di ricongiungersi seppur in un abbraccio spirituale, con la scarcerazione di migliaia terroristi che hanno le mani sporche del sangue di innocenti. È accaduto ripetutamente in passato e sembra che anche per il rilascio di Gilad si stia trattando in questa direzione con la mediazione dell’Egitto. Mi domando come facciamo noi, che coltiviamo il valore dell’inalienabilità del bene della vita come il pilastro della nostra umanità e della nostra civiltà, a non identificarci totalmente nella posizione di Israele e a schierarci dalla parte di chi oltraggia la sacralità della vita? Che orrore leggere ieri sulle pagine di Libero che nei siti dei terroristi islamici si è legittimato il cannibalismo se si tratta di mangiare la carne dei soldati americani catturati, a condizione che prima vengano sgozzati e dissanguati come si fa con l’animale da macello, ispirandosi a quanto disse il condottiero islamico Khalid bin Al Walid durante la battaglia di Yarmuk: «Siamo un popolo che beve sangue e sappiamo che non c’è sangue più prezioso di quello bizantino».

Mostri disumani

Basta! Diciamo basta alla connivenza con questi mostri di disumanità! Affranchiamoci dalla schiavitù ideologica che ci ha fin qui portato a consegnarci in pasto alla ferocia di persone trasformate in robot della morte. Plaudo all’iniziativa del sindaco di Roma Gianni Alemanno che mercoledì prossimo in Campidoglio conferirà la cittadinanza onoraria a Gilad, sostenendo «Roma ha un cittadino in più, un cittadino prigioniero». Gilad è un cittadino prigioniero di tutte le nostre città, la sua causa ci appartiene profondamente. Lancio un appello al Parlamento Europeo affinché consideri Gilad, che ha il passaporto francese, cittadino onorario dell’Europa, affinché adotti la sua causa come emblema del diritto inalienabile alla vita e alla libertà. Salviamo il soldato Gilad per salvare noi stessi dal baratro del nichilismo in cui siamo sprofondati, facciamo dell’impegno a salvare la vita a Gilad l’occasione per recuperare il valore della sacralità della vita, salvando la nostra umanità e la nostra civiltà.

Magdi Allam

*Deputato Udc al Parlamento Europeo


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