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28 febbraio 2009

GAZA: ALTRI 5 RAZZI LANCIATI SU ISRAELE, 100 DALLA TREGUA

 

Altri cinque razzi sono stati scagliati dalla Striscia di Gaza contro Israele da parte di estremisti palestinesi nelle prime ore di oggi, mettendo ancor più a repentaglio il già fragile cessate-il-fuoco, proclamato unilateralmente meno di un mese e mezzo fa dallo Stato ebraico e da Hamas: lo hanno reso noto fonti militari israeliane, secondo cui non ci sono stati feriti né si sono registrati danni materiali degni di nota. Due degli ordigni si sono tuttavia abbattuti al suolo nei pressi della cittadina costiera di Ashkelon, quindi a circa 21 chilometri dalla frontiera con l'enclave palestinese, vale a dire a una distanza superiore alla gittata media dei 'Qassam II', i più comunemente utilizzati dalle fazioni radicali. Dall'inizio della tregua ammontano ormai a oltre un centinaio gli attacchi da Gaza con razzi o colpi di mortaio, cui Israele ha reagito a sua volta lanciando incursioni aeree sul piccolo territorio, durante le quali sono stati bombardati arsenali, tunnel sotterranei al confine con l'Egitto attraverso cui passa il contrabbando di armi oppure, direttamente, gli stessi miliziani.
(la Repubblica, 28 febbraio 2009, da “Notizie su Israele)

A parte la grave imprecisione sul cessate il fuoco “
proclamato unilateralmente dallo Stato ebraico e da Hamas” che in realtà è stato proclamato solo da Israele (se no che razza di unilateralità sarebbe?) mentre Hamas, proprio per questo, ha proclamato la propria vittoria, a parte l’antico vizio di chiamare “estremisti”, “radicali”, “miliziani” i terroristi, rendiamo comunque grazie a Repubblica che per una volta tanto segnala una violazione della tregua da parte dei terroristi, mentre normalmente si parla di violazione della tregua solo quando Israele, dopo aver preso in testa decine o centinaia di missili, dopo aver subito attentati e incursioni armate, dopo aver tollerato per un tempo infinito l’intollerabile, si decide finalmente a rispondere.


 ilblogdibarbara


28 febbraio 2009

"Lasciate morire Sharon" Polemiche in Israele

  Ariel Sharon, l’ex Primo ministro e generale israeliano, è ormai in coma da tre anni: il 4 gennaio 2006 venne colpito da una grave emorragia celebrale che lo relegato al letto di un ospedale, nonostante due operazioni. Pochi giorni dopo è uscito dal coma farmacologico, ma non si è mai ripreso. E così, a tre anni di distanza, l’associazione di consumatori Ometz ha attaccato i figli dell’ex premier perché si oppongono al trasferimento del padre a casa, ripetendo che vogliono che Sharon rimanda all’ospedale Sheba di Tel Aviv. 
Da tempo Ometz cerca di spingere amministratori e medici perché chiedano alla famiglia di riportare a casa Sharon, sostenendo che può essere tranquillamente assistito da personale specializzato, riducendo i costi per la sanità pubblica. “Con tutto il rispetto dovuto a un uomo che ha dato tanto al Paese – si domandando quelli dell’organizzazione -, perché non portarlo nel suo ranch del Negev, dov’è sufficiente un’infermiera? Perché l’ospedale deve sopportare i disagi dovuti alla presenza di tanti poliziotti? Perché quella stanza non può essere data a chi ne ha più bisogno?”.
I medici dell’ospedale non sono del tutto contrari a questa opportunità e in Israele circolano già voci per le quali si tratterebbe di un invito a lasciar morire l’ex condottiere israeliano. I figli non ne vogliono proprio sapere e Ariel, per il momento, rimarrà dov’è.


28 febbraio 2009

Appello per ISRAELE

 

Pubblichiamo la lettera recapitata oggi da responsabile regionale del Partito Repubblicano, Nicola Di Federico (in foto), al Segretario Nazionale dell'Edera, Onorevole Francesco Nucara.

Caro Segretario,
da notizie di stampa apprendo che Israele verrà sicuramente esclusa dai Giochi del Mediterraneo che si svolgeranno a Pescara nel Giugno 2009.
Tale notizia, se vera,sarebbe una scelta gravissima che certamente non porta onore alla nostra città e alla nostra nazione.Pescara 2009 deve essere una vera festa di fratellanza e sport e nessuno ha il diritto di mettere veti sulla partecipazione di una nazione di tradizione democratica certa.
Se poi tale scelta,come sembra di capire,è dettata dalla paura di ritorsioni terroristiche...forse è il caso di annullare l'intero evento.
Certo della tua sensibilità in merito ti prego di fare i passi necessari verso il Governo affinchè Israele venga regolarmente invitata alla manifestazione.

Nicola Di Federico

tratto da
http://www.abruzzoliberale.it/index.php?option=com_content&task=view&id=6341&Itemid=1


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28 febbraio 2009

Iran: bilancio di 30anni di regime ...

 

Maryam Rajavi: Trent'anni dopo che Khomeini ha monopolizzato la rivoluzione iraniana anti-monarchica, occorre urgentemente porre fine al dispotismo e stabilire la democrazia



La signora Maryam Rajavi, presidente eletto della Resistenza Iraniana, nel discorso in occasione dell'anniversario della rivoluzione anti-monarchica in Iran, ha affermato che trent'anni dopo che la rivoluzione iraniana è stata monopolizzata da Khomeini, emerge chiaramente il  segnale della volontà di sostituire il dispotismo al potere, assetato di sangue, con la democrazia. Il regime ha soppresso  la popolazione barbaramente, ha protratto la guerra Iran-Irak per otto anni ed ha speso le risorse del paese per diffondere il fondamentalismo ed esportare il terrorismo. Secondo i sondaggi condotti dal regime dei mullah, più del 95 per cento della popolazione è, comunque, scettica o apertamente ostile al governo. Solo nel 2008 in varie città iraniane hanno avuto luogo 3.000 manifestazioni e proteste popolari.

Il regime della dittatura religiosa negli ultimi trent'anni
- ha perpetrato l'esecuzione di 120.000 oppositori politici, compreso il massacro di 30.000 prigionieri politici nel 1988;
- ha protratto per otto anni una guerra impopolare;
- ha organizzato 450 azioni terroristiche al di fuori del territorio iraniano;
- ha lanciato una campagna per diffondere terrore e panico in Irak, Palestina e Libano negli ultimi anni;
- ha rafforzato la discriminazione sessuale;
- ha avuto il maggior numero di esecuzioni pro capite nel mondo;
- ha registrato nove milioni di disoccupati, soprattutto tra i giovani;
- ha condotto otto milioni di persone ad abitare nelle periferie degradate delle grandi città;
- ha registrato dieci milioni di tossicodipendenti (il maggior numero al mondo)
- ha condotto il 50 per cento della popolazione a vivere al di sotto della soglia di povertà
 
La signora Rajavi ha dichiarato che la politica di accondiscendenza perseguita dall'Occidente negli ultimi vent'anni ha incoraggiato il regime dei mullah a proseguire con forza la sua politica repressiva all'interno del paese, a diffondere il fondamentalismo religioso, ad esportare il terrorismo all'estero ed a portare avanti il suo programma di produzione di armi nucleari. L'aspetto più devastante di questa politica è stata la proscrizione dell'Organizzazione dei Mojahedin del popolo iraniano (OMPI), che ha impedito il cambiamento democratico in Iran.
 
Dopo sette anni di battaglie politiche e legali, sette sentenze del tribunale in favore della eliminazione della proscrizione di OMPI da parte dei tribunali del Regno Unito e della Corte di Giustizia Europea del Lussemburgo, con l'appoggio di 2.000 parlamentari di tutta Europa il Consiglio dei Ministri dell'UE il 26 gennaio 2009 ha cancellato l'accusa di terrorismo.

E' giunto il momento per l'Occidente di sostituire la politica di accondiscendenza con una politica risoluta nei confronti del regime iraniano, condannato  per 55 volte dagli organi delle Nazioni Unite per la violazione  sistematica dei diritti umani.
 
Maryam Rajavi ha rilevato che il fanatismo religioso al governo non ha solo limitato e represso il popolo iraniano, ma ha anche rappresentato un'enorme minaccia alla pace mondiale, esportando il terrorismo in altre zone, fomentando i contrasti in Medio Oriente e proseguendo il programma di costruzione di armi nucleari.
 
La Comunità internazionale ha il dovere di imporre sanzioni globali al regime iraniano e di trasferire il fascicolo sulle violazioni dei diritti umani al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, affinchè vengano adottate le misure necessarie.
 
Segretariato del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana


28 febbraio 2009

Spagna: ci facciamo una Hitler o una Che Guevara?

 

 

Non avevamo dubbi che Hitler e Che Guevara abbiano fatto perdere la testa a molta gente, ma che si potesse arrivare ad ubriacarsi con Adolf o Ernesto ... ebbene in Spagna questo è possibile: sugli scaffali di un supermercato spagnolo è possibile acquistare la birra del Führer o quella del rivoluzionario cubano.

Non è la prima volta che sul mercato finiscono queste bottiglie "controverse". E' infatti possibile reperire anche il vino di Hitler e di Benito Mussolini ... Alla salute!

Tratto da Affaritaliani


28 febbraio 2009

Ma guarda cosa si trova...

 

L'esercito libanese hanno rinvenuto quattro razzi nel sud del Paese, vicino alla frontiera con Israele. Lo hanno annunciato fonti di sicurezza di Beirut.

I razzo sono stati scoperti a Ein al Jawz, nel sudest del Paese: si tratta di una regione che confina con le Alture del Golan.

La scoperta segue di cinque giorni il lancio di due razzi nel nord di Israele dal sud del Libano, un attacco che ha scatenato la rappresaglia dell'artiglieria israeliana. Si tratta del terzo attacco consecutivo di oltre confine quest'anno. Nessuno ha rivendicato i precedenti; l'organizzazione militante Hezbollah, coinvolta in una guerra con Israele nell'estate 2006, ha negato ogni coinvolgimento.

Da
Virgilio (e l'Unità)

E a proposito di organizzazioni terroristiche, leggi questo


28 febbraio 2009

Quando si decideranno a fermarlo prima che sia troppo tardi (ammesso che non lo sia già)?

 


I test per l'entrata in funzione della prima centrale nucleare iraniana, costruita dalla Russia, sono cominciati  mentre Teheran ha annunciato che non rallenterà il suo programma atomico, e in particolare l'arricchimento dell'uranio. "Una cattiva notizia" per il mondo intero, l'ha subito definita Israele, che accusa l'Iran di nascondere un programma atomico militare dietro a quello civile per la produzione di energia. Alla cerimonia odierna ha presenziato Serghei Kirienko, capo dell'ente atomico russo Rosatom, che ha annunciato "il completamento dei principali lavori" nella centrale, ma non ha reso nota la data in cui si prevede di renderla operativa. Da parte sua, il capo dell'Organizzazione iraniana per l'energia atomica, Gholamreza Aqazadeh, ha detto che i test dovrebbero durare ancora fra i quattro e i sette mesi.

L'avvio dell'impianto, con un reattore da 1.000 Megawatt che i tecnici russi hanno realizzato in base ad un contratto stipulato nel 1995, è stato più volte rinviato negli ultimi anni. Mosca ha giustificato i ritardi con problemi tecnici o di pagamenti da parte iraniana, ma secondo molti osservatori sui rinvii ha pesato la tensione per il braccio di ferro fra Teheran e la comunità internazionale, in particolare l'Occidente, sul programma nucleare iraniano. La Repubblica islamica rifiuta tra l'altro di sospendere l'arricchimento dell'uranio, come chiestole dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu. "Abbiamo ancora delle installazioni da fare e alcune attività da finire per portare a compimento questo progetto", ha detto Kirienko. Il responsabile russo ha aggiunto che attualmente il reattore viene testato con l'iniezione di "combustibile fittizio". Quindi non ancora l'uranio arricchito, per una quantità complessiva di 87 tonnellate, fornito da Mosca fra il 2007 e il 2008. Per quanto riguarda l'arricchimento dell'uranio nell'impianto iraniano di Natanz, Aqazadeh ha sottolineato che questa attività continua senza variazioni, nonostante nel suo ultimo rapporto l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) abbia rilevato un rallentamento nel numero delle centrifughe supersoniche aggiunte negli ultimi mesi.
Attualmente, ha affermato Aqazadeh, a Natanz sono in funzione 6.000 centrifughe, che Teheran intende aumentare a 50.000 entro i prossimi cinque anni per alimentare una serie di altre centrali che prevede di costruire.

Dall'
Ansa


28 febbraio 2009

Cosa si fa contro questo razzismo?

 

Un buco grigio nella cartina del Mediterraneo, una bandiera che manca dal medagliere e non per demerito degli atleti. Persino su Wikipedia, leggendo la voce dei «Jeux méditerranéens», si può scoprire, che «per ragioni politiche e per la minaccia del boicottaggio dei Paesi musulmani, Israele non può partecipare a questa manifestazione sportiva».

La prossima edizione dei giochi - 23 Paesi, quelli che si affacciano sul mare, dalla Francia alla Libia, dalla Siria alla Spagna - si svolgerà a Pescara dal 26 giugno: una specie di Olimpiade formato mediterraneo. Esclusi gli israeliani, e con loro i palestinesi, perché pur di non dare accesso ai primi, i Paesi arabi hanno escluso anche i secondi.

«Una discriminazione inaccettabile», protestano le associazioni pro-Israele, una «situazione assurda» per l’ ambasciatore a Roma Gideon Meir. E anche il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto contesta: «Non si può accettare di mischiare lo sport con la politica e questo veto in particolare è sbagliato per quel che sottintende».

Nel 2005, il ministro degli Esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos si impegnò formalmente con il governo israeliano per far entrare la bandiera bianco-azzurra nei Giochi, che quell’ anno si svolgevano ad Almeria. Ma non se ne fece nulla. Racconta l’ ambasciatore Meir che «la Spagna propose di far entrare nel comitato sia Israele che i palestinesi, ma i Paesi arabi bocciarono, tutti, la proposta».


Un episodio che, secondo Meir, «dimostra l’ assurdità della situazione, perché persino nello sport gli estremisti del mondo arabo rifiutano la coesistenza e la collaborazione, anche a costo di escludere i loro fratelli palestinesi».

Il comitato organizzatore di Pescara 2009, presieduto da Sabatino Aracu, deputato del Pdl, si è posto brevemente il problema: «Avevamo pensato a una partita amichevole tra Israele e palestinesi, ma la proposta è stata accolta nel gelo e accantonata», racconta Aracu, che siede insieme a Mario Pescante e ai rappresentanti di tutte le istituzioni, dal governo agli enti locali.

L’ esclusione dai Giochi di Pescara ha fatto reagire l’ associazione amici di Israele dell’ Abruzzo: «Ormai è dato per scontato che Israele non ci può essere - spiega Giovanni Sciarrillo - nessuno lo considera un torto».

L’ associazione Appuntamento a Gerusalemme addirittura lo considera «un atto vergognoso e inaccettabile di discriminazione che oltretutto dura da anni nell’ acquiescenza generale» e si aspetta - spiega Anna Borioni - che «il comitato organizzatore, che fa capo direttamente a un Governo che si dice amico d’ Israele, al Parlamento italiano e alle istituzioni locali abruzzesi, invece di continuare a dare fiato alle trombe della retorica sullo sport come momento di fratellanza tra i popoli, svolga concretamente il suo ruolo e inviti senza indugio gli atleti israeliani a prendere parte ai Giochi».

L’ ammissione ai Giochi di Pescara non è più possibile, come spiega Raffaele Pagnozzi, vicepresidente del comitato internazionale dei Giochi del Mediterraneo. «La situazione di Israele è complessa - spiega e non a torto, visto che per celebrare i Giochi a luglio scorso è arrivata a Pescara anche la cantante israeliana Noa -. Anche gli israeliani sanno che non bisogna porre la questione in termini ultimativi, altrimenti non si otterrebbe nulla: lavoriamo per arrivare a un compromesso e quando la situazione sarà matura si potrà intervenire, altrimenti si rischia soltanto di interrompere il dialogo sportivo tra le due rive del Mediterraneo».

Gianna Fregonara sul Corriere della Sera di ieri, grazie alla segnalazione di Alessandro (e di Focusonisrael)


28 febbraio 2009

Quanto l'Italia ha dato ai palestinesi?

 

La conferenza (sulla ricostruzione di Gaza in programma per il 2 marzo a Sharm el-Sheikh) prevede anche “un ruolo forte dell’Italia quale cosponsor”, secondo quanto affermato dal capo del servizio stampa della Farnesina, Maurizio Massari, durante un incontro con i giornalisti. Il diplomatico ha sottolineato il contributo già versato dall’Italia in questi anni, ammontante complessivamente a 25 milioni di euro, di cui 12,3 versati nella fase immediatamente successiva al recente conflitto tra Hamas e Israele. Un contributo, come già detto, destinato ad aumentare di ulteriori dieci milioni, che il nostro Paese dovrebbe presentare alle assise in Egitto. Alla conferenza, che sarà presieduta congiuntamente da Egitto e Norvegia (quest’ultima in veste di coordinatore della conferenza permanente dei donatori per i palestinesi), parteciperanno i rappresentanti di una settantina di paesi e di numerose organizzazioni internazionali. Tra i cosponsor, oltre all’Italia, ci saranno Arabia Saudita, Francia, Unione europea, Nazioni Unite e forse anche la Russia, che ha offerto la candidatura di Mosca per un’altra conferenza per la sistemazione del Medio Oriente.

Da
Il Velino (v. anche aggiornamento di oggi qui, a proposito di soldi)

E questo è solo la cifra ufficiale, data dal governo. A questa bisognerà aggiungere i contributi dei piccoli enti (regioni, province, comuni, ecc.), delle ong, dei singoli, ecc. ecc.


28 febbraio 2009

"VIETATO L'INGRESSO AGLI EBREI ED AI CANI".

 

ISTAMBUL 2009: A QUANDO LA STELLA GIALLA?



Sulla vetrina di un negozio è stato affisso un cartello con la scritta: "VIETATO L'INGRESSO AGLI EBREI ED AI CANI". Dove mai è successa una cosa che ha il sapore della scena di un film?
Succede a Istanbul nel 2009: sono le parole comparse sulla vetrina di un negozio: a quando la stella gialla?
Non è Berlino 1938, succede a Istanbul nel 2009: sono le parole che sono comparse su un negozio di Istanbul. E' il segnale di una campagna di cui abbiamo avuto la triste evidenza anche a Roma. Due giorni fa a Caracas è stata devastata la sinagoga ebraica, e ciò dovrebbe ricordarci che l'ex consigliere politico di Chavez, Norberto Ceresole, era stato consigliere dell'ammiraglio Massena, della giunta militare argentina.
Ceresole era un fascista antisemita, e fu autore di libri che teorizzavano l'alleanza tra Venezuela e l'Iran komeinista. A Reykjavik, in un negozio di biciclette, non si servono clienti "ebrei", e il governo islandese non riesce a opporsi. Nella Francia del caso Dreyfus gli ebrei hanno paura, e anche Carla Bruni, la scorsa settimana a Che tempo che fa, ricordando le origini multiculturali del marito Nicolas Sarkozy, ha omesso però la parte ebraica. Sono segnali preoccupanti contro i quali valgono le nobili parole pronunciate in Italia dal presidente della Repubblica. La crisi assume contorni drammatici in Turchia, una nazione che fino a pochi mesi fa era alleata di Israele, tanto che la pipeline BTC, da Baku al porto turco di Ceyhan, prevede una diramazione sottomarina verso Israele. Ad Ankara si gioca una partita decisiva, il cui esito potrebbe significare la sconfitta dei militari, sotto scacco per gli arresti dei membri dell'organizzazione Ergenekon (una sorta di nostra Gladio), e la vittoria totale degli islamici.
La Turchia è un terminale del gas iraniano e ciò potrebbe spiegare il duro scontro di Davos tra Peres e il premier turco Erdogan. Ma un riallineamento di Ankara sarebbe un grave scacco per Europa e Stati Uniti: la Turchia può entrare in Europa, come sostiene il ministro Frattini, il che però non significa chiudere gli occhi sui suoi rapporti con armeni, curdi ed ebrei. Ieri Milliyet, primo quotidiano turco, riportava un'intervista a Silvyo Ovadya, presidente delle comunità ebree di Turchia. Il titolo era chiaro: "Non vogliamo tolleranza, ma uguaglianza". I segnali negativi continuano: scritte sui negozi, i poliziotti di servizio presso la sinagoga Veveh Shalom di Istanbul che si rifiutano di mangiare "cibo ebreo" comprato nella zona, boicottaggi. Ma ciò non si spiega soltanto col merchandising e la cronaca bellica.
Proprio in questi giorni l'editrice Lindau ha pubblicato il saggio "La mezzaluna e la svastica", di David Dalin e John Rothmann, un'ampia raccolta di fotografie e documenti sulla nascita dell'integralismo musulmano e sulla sua alleanza col nazifascismo. La figura chiave sul moderno antisemitismo arabo è il Muftì di Gerusalemme, Amin al-Husayni. Politico, più che religioso, fu alleato di Hitler e Mussolini e ideatore della divisione di SS musulmane Handschar, che operò in Bosnia "eliminando" il 90% degli ebrei di Bosnia. Visitò i lager, raccomandando una "maggiore efficienza". Dopo aver organizzato una rivolta a Gerusalemme, riparò a Baghdad dove tentò un golpe con lo zio di Saddam Hussein. Diede impulso ai Fratelli Musulmani, organizzazione madre di Hamas e del terrorismo moderno. Fuggito in Italia attraverso la Turchia, fu accolto da Mussolini con queste parole: "Se gli ebrei vogliono un loro Stato, dovranno spostare Tel Aviv in America", e "Qui in Italia abbiamo 45.000 ebrei, ma non ne rimarrà nessuno". Arrivato a Berlino, al-Husayni diventò assiduo frequentatore di Himmler e scrisse sul diario che Eichmann era "un diamante rarissimo, il vero salvatore degli arabi". Il panarabismo integralista nasce da lui, e solo recidendo questo nefasto lascito politico (non religioso) ci sarà pace a Gerusalemme e altrove.

LA PULCE DI VOLTAIRE
 


27 febbraio 2009

INFORMAZIONE SUL MEDIO ORIENTE, ISTRUZIONI PER L’USO

 

Cari amici,

mi permetto di usare questa cartolina per trasmettervi i primi articoli di un "manuale di stile o codice etico per la redazione di notizie sul conflitto del Medio Oriente sui grandi mezzi di comunicazione politically correct", proposto dall'argentino Patricio A. Brodski. Non che noi ne abbiamo bisogno, dato che la nostra stampa eurabiana è sempre informazione (politicamente corretta), ma magari a voi può far comodo. Ecco:

1. In Medio Oriente è sempre Israele che attacca per primo e sono sempre gli arabi a cercare di difendersi. Questa difesa va chiamata "resistenza all'occupazione"
2. Israele non ha diritto di uccidere terroristi irregolari e senza uniforme. Essi vanno chiamati "civili, in maggioranza donne e bambini."
3. Gli arabi hanno diritto ad ammazzare i civili nella loro "ricerca del paradiso". Ciò andrà descritto come "legittima difesa contro l'occupazione".
4. Quando gli arabi ammazzano civili in massa, l'opinione pubblica internazionale resta in silenzio, mentre l'Onu condanna immediatamente la reazione israeliana. Questo va chiamato "reazione della comunità internazionale”.
5. Palestinesi e libanesi hanno il diritto di sequestrare quando e dove gli pare quanti soldati israeliani vogliono e possono trattenerli indefinitamente. Questo si chiama "cattura di prigionieri"
6. Israele non ha diritto di arrestare, giudicare o incarcerare pericolosi assassini anche se arrestati quando cercano o riescono ad ammazzare donne e bambini israeliani. Se lo fa, bisogna definirlo "sequestro di civili indifesi”.
7. Quando si menziona la parola Israele, è obbligatorio specificare che è appoggiato e finanziato dagli Stati Uniti.
8. Quando si cita Hezbollah o Hamas è proibito aggiungere che sono finanziati, appoggiati e armati dalla Siria e dall'Iran.
9. Quando si parla di territori palestinesi, devono sempre apparire i seguenti concetti: "occupazione", "risoluzioni dell'Onu", "violazione dei diritti umani" e possibilmente "olocausto palestinese".
10. Bisogna assolutamente evitare di insinuare che i terroristi libanesi o palestinesi si nascondono in mezzo a una popolazione civile che non li vuole. Israele non ha diritto di combattere i terroristi con bombe e missili quando si nascondono così. Questo va descritto come "azione criminale di uno stato terrorista".
11. I palestinesi, essendo poveri e oppressi, meritano di far sentire la loro voce molto più degli israeliani. Questo atteggiamento di aiuto ai diseredati è la vera oggettività giornalistica.
12. Quando si pubblicano foto o filmati, bisogna evitare di mostrare attentati compiuti in Israele o contro gli israeliani. Morti e feriti potrebbero trasmettere l'idea erronea che anche gli israeliani siano vittime.
13. Bisogna sempre mostrare immagini che illustrino la sofferenza del popolo palestinese, anche quando sono evidentemente falsificate o costruite apposta. Se non sono proprio vere, è giusto il loro significato.
14. Quando si parla di morti in territorio libanese o palestinese, ricordarsi che sono tutti civili. Specificare donne e bambini. I morti israeliani vanno invece descritti come "coloni"; se non si può, limitarsi al numero.
15. Se vi trovate a enumerare gli attentati terroristi nel mondo, evitate di citare quelli in Israele o contro obiettivi ebraici, come la strage al centro sociale ebraico in Argentina, gli attentati a Djerba o a Istambul.
16. Usate come sinonimi ebreo, israeliano, sionista. Ma contestate come un'aberrazione razzista il carattere ebraico dello Stato di Israele.
17. Non accennate mai alla presenza ebraica nella regione, prima del XX secolo.
18. Per parlare dei territori fra Giordano [e Mediterraneo], usate sempre la parola Palestina (magari aggiungendo "occupata"), o Palestina storica. Che non sia mai esistito uno stato palestinese, che il nome sia stato inventato dai romani per de-ebraicizzare Israele, che il Filistei fossero indoeuropei senza alcun rapporto con i palestinesi attuali, non importa.
19. Eventualmente insinuate che i discendenti dei residenti del tempo di Gesù siano i palestinesi attuali, e gli ebrei solo colonialisti europei.
20. Mai parlare di Gerusalemme come capitale di Israele. Anche se ha sede da quarant'anni a Gerusalemme, il governo israeliano è "il governo di Tel Aviv".
21. Se c'è almeno un morto, ogni azione militare israeliana non è solo un "atto criminale", "omicidio", "strage", ma "genocidio".
22. Meravigliatevi e rattristatevi sempre che le vittime di un tempo siano diventati i carnefici di oggi.
23. Ogni volta che parlate dei problemi dei palestinesi, fate riferimento a Auschwitz, all'Olocausto, ai campi di concentramento o almeno all'apartheid.
24. Tutti quelli che si discostano da queste idee sono razzisti, fascisti, complici del colonialismo. Non esitate a dirlo.


Tanti auguri: se applicherete scrupolosamente queste regole, sarete pronti a fare i corrispondenti di Repubblica o del TG3. (fonte)

Ugo Volli

Niente da aggiungere: è perfetto così.


Infame sionista giustiziata nel corso della legittima lotta di liberazione

barbara
ilblogdibarbara


27 febbraio 2009

Giochi a Pescara «Anche l’ Italia esclude Israele»

 


 Un buco grigio nella cartina del Mediterraneo, una bandiera che manca dal medagliere e non per demerito degli atleti. Persino su Wikipedia, leggendo la voce dei «Jeux méditerranéens», si può scoprire, che «per ragioni politiche e per la minaccia del boicottaggio dei Paesi musulmani, Israele non può partecipare a questa manifestazione sportiva».

La prossima edizione dei giochi - 23 Paesi, quelli che si affacciano sul mare, dalla Francia alla Libia, dalla Siria alla Spagna - si svolgerà a Pescara dal 26 giugno: una specie di Olimpiade formato mediterraneo. Esclusi gli israeliani, e con loro i palestinesi, perché pur di non dare accesso ai primi, i Paesi arabi hanno escluso anche i secondi.

«Una discriminazione inaccettabile», protestano le associazioni pro-Israele, una «situazione assurda» per l’ ambasciatore a Roma Gideon Meir. E anche il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto contesta: «Non si può accettare di mischiare lo sport con la politica e questo veto in particolare è sbagliato per quel che sottintende».

Nel 2005, il ministro degli Esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos si impegnò formalmente con il governo israeliano per far entrare la bandiera bianco-azzurra nei Giochi, che quell’ anno si svolgevano ad Almeria. Ma non se ne fece nulla. Racconta l’ ambasciatore Meir che «la Spagna propose di far entrare nel comitato sia Israele che i palestinesi, ma i Paesi arabi bocciarono, tutti, la proposta».


Un episodio che, secondo Meir, «dimostra l’ assurdità della situazione, perché persino nello sport gli estremisti del mondo arabo rifiutano la coesistenza e la collaborazione, anche a costo di escludere i loro fratelli palestinesi».

Il comitato organizzatore di Pescara 2009, presieduto da Sabatino Aracu, deputato del Pdl, si è posto brevemente il problema: «Avevamo pensato a una partita amichevole tra Israele e palestinesi, ma la proposta è stata accolta nel gelo e accantonata», racconta Aracu, che siede insieme a Mario Pescante e ai rappresentanti di tutte le istituzioni, dal governo agli enti locali.

L’ esclusione dai Giochi di Pescara ha fatto reagire l’ associazione amici di Israele dell’ Abruzzo: «Ormai è dato per scontato che Israele non ci può essere - spiega Giovanni Sciarrillo - nessuno lo considera un torto».

L’ associazione Appuntamento a Gerusalemme addirittura lo considera «un atto vergognoso e inaccettabile di discriminazione che oltretutto dura da anni nell’ acquiescenza generale» e si aspetta - spiega Anna Borioni - che «il comitato organizzatore, che fa capo direttamente a un Governo che si dice amico d’ Israele, al Parlamento italiano e alle istituzioni locali abruzzesi, invece di continuare a dare fiato alle trombe della retorica sullo sport come momento di fratellanza tra i popoli, svolga concretamente il suo ruolo e inviti senza indugio gli atleti israeliani a prendere parte ai Giochi».

L’ ammissione ai Giochi di Pescara non è più possibile, come spiega Raffaele Pagnozzi, vicepresidente del comitato internazionale dei Giochi del Mediterraneo. «La situazione di Israele è complessa - spiega e non a torto, visto che per celebrare i Giochi a luglio scorso è arrivata a Pescara anche la cantante israeliana Noa -. Anche gli israeliani sanno che non bisogna porre la questione in termini ultimativi, altrimenti non si otterrebbe nulla: lavoriamo per arrivare a un compromesso e quando la situazione sarà matura si potrà intervenire, altrimenti si rischia soltanto di interrompere il dialogo sportivo tra le due rive del Mediterraneo».

Gianna Fregonara

 Corriere della Sera


27 febbraio 2009

Con la truffa dell'acqua Hezbollah beffa l'Unifil

 

Nel Libano instabile e martoriato può accadere di tutto. Compreso che le truppe di Unifil, il contingente Onu inviato a fare da cuscinetto tra israeliani e gli estremisti arabi di Hezbollah, finiscano banalmente truffate sulle forniture d'acqua. Ad opera, si dice, degli stessi miliziani che dovrebbero vigilare.
La storia della «cresta» sugli approvvigionamenti idrici al contingente internazionale - del quale, sotto il nome in codice di «Operazione Leonte», fanno parte oltre 2.500 militari italiani - circolava da tempo negli ambienti occidentali in Libano. Tanto che, ad un certo punto, si è deciso di fare una operazione semplice: mettere a confronto l’acqua fatturata al contingente e l’acqua scaricata. Il risultato - secondo notizie non ufficiali ma attendibili - ha lasciato di stucco anche i più pessimisti. Tra i due valori è risultata una differenza abissale. Un rapporto di cinque a uno. Il contingente paga cinque volte più dell’acqua che scarica. Considerando che una parte può andare dispersa, resta innegabile la sensazione di trovarsi di fronte ad un imbroglio in grande stile. Aggravato dal sospetto che da tempo circola all’interno della nostra intelligence: che il business delle forniture al contingente sia in qualche modo infiltrato da Hezbollah. La «cresta» sull’acqua finirebbe dunque ad arricchire le casse dei miliziani filo-iraniani.
Ma la singolare vicenda dell’acqua gonfiata non è l’unica - né decisamente la più grave - che agita in questi giorni la comunità degli 007 occidentali attivi in Libano accanto al contingente Unifil. L’esito delle elezioni in Israele e i segnali di tregua - anche se malfermi e contradditori - tra Gerusalemme e Hamas stanno spingendo Hezbollah ad intensificare il suo attivismo su tutti i fronti. Politico, militare (questa è una novità) su quello dell’intelligence, con la creazione di una struttura di controspionaggio attiva ed efficiente.
Rilevanti carichi di armi avrebbero attraversato il Paese di recente, quasi sotto il naso delle truppe Unifil. Obiettivo di Nasrallah, farli arrivare in Palestina per rinfocolare la componente di Hamas meno sensibile alle lusinghe del dialogo con Israele. Si tratta di movimenti di una certa rilevanza, che in passato venivano monitorati e a volte intercettati grazie alle segnalazioni degli 007 delle diverse nazionalità occidentali attive nella zona. Proprio per questo Hezbollah ha attivato - anche qua, verosimilmente, utilizzando il know-how di Teheran - la sua rete di controspionaggio. Obiettivo: individuare gli agenti avversari, tracciare i loro spostamenti e individuare le fonti che cercano di attivare sul territorio.
Da questo punto di vista, purtroppo Hezbollah ha raggiunto recentemente una serie di successi. Il lavoro di reclutamento delle fonti - un lavoro oscuro, faticoso e dispendioso - anche delle nostre «barbe finte» è stato neutralizzato a più riprese, nel senso che spie locali appena messe a libro paga sono state scoperte e bruscamente disattivate. Anche nostri 007 - prevalentemente Dim, ovvero agenti Aise aggregati ai contingenti militari - sarebbero stati individuati.
E, anche se per ora mancano riscontri definitivi, alla nostra intelligence è arrivata di recente una segnalazione allarmante: Hezbollah avrebbe a disposizione una «macchina della verità» simile a quella utilizzata abitualmente dalla Cia nei suoi interrogatori, e la utilizzerebbe per «torchiare» gli uomini sospettati di collaborazionismo con il contingente Onu.


27 febbraio 2009

Tanti freni, ma senza motore

 

Amnon Rubinstein

Mentre le trattative per la formazione del nuovo governo entrano nella consueta fase disperante e l’elettorato si rende conto sempre più che non è praticamente concepibile un governo israeliano che sia efficiente e stabile, è tempo di soffermarsi di nuovo sul nostro obsoleto sistema elettorale.
In pratica, il risultato delle ultime elezioni ha confermato i timori dell’attesa: Israele ha perduto la capacità di produrre parlamenti durevoli e governi funzionanti. Ecco allora alcuni punti su cui riflettere.
1) Durante gli anni (1996-2001) in cui il primo ministro veniva eletto a suffragio diretto, quel metodo venne accusato d’aver causato la frammentazione della Knesset e d’aver ridotto drasticamente le dimensioni dei due maggiori partiti. Ora, dopo essere tornati completamente al vecchio sistema puramente parlamentare, vediamo che il declino di entrambi i partiti è un processo che prosegue, e che ha radici profonde nella società israeliana.
2) Israele non ha un vero ramo esecutivo: ha tutte le trappole di una democrazia parlamentare, ma non ha un vero governo. Molti leader, opinionisti e giuristi hanno dimenticato la regola elementare che primo compito del governo è quello di governare, e che senza governo non c’è governo della legge (stato di diritto). Sì, abbiamo un sistema di “checks and balances”, di controlli e contrappesi – consulenti legali a fiumi, commissioni d’inchiesta, controllori di stato, ricorsi alla Corte Suprema, controllo da parte della stampa – ma non abbiamo un vero governo da controllare e controbilanciare. Abbiamo un sacco i freni senza avere il motore. Il test è semplice: può un qualunque concepibile governo israeliano attuare veramente le sue decisioni? Può un qualunque governo adempiere l’impegno di sgomberare gli insediamenti illegali? Può un qualunque governo israeliano attuare un grande progetto nazionale come quello del canale che fa affluire acqua dal Kinneret al Negev? La risposta è un chiaro no.
3) Se il sistema non viene cambiato, non possiamo che aspettarci in futuro sempre la stessa storia: i veri governanti della Knesset non saranno i partiti rappresentanti la maggioranza, ma i piccoli partiti fluttuanti, senza i quali non c’è coalizione possibile.
Infine, un’altra considerazione. Viviamo in due mondi completamente diversi: quello dei mass-media e dell’accademia e quello delle urne. Il primo è un mondo quasi esclusivamente di sinistra nel quale la voce della destra è udibile a malapena. È il mondo dove il regna il Meretz, il mondo delle facoltà di scienze sociali dove il sionismo è diventato qualcosa di semiclandestino. L’altro, quello che esce dalle urne, è un mondo tutto all’opposto. Esiste nei fatti una relazione inversa fra questi due mondi: più forti e acute risuonano le voci dei mass-media e dell’accademia, più diventa forte la destra alle elezioni.
Il Meretz, il partito di cui ho fatto parte per anni, paga il prezzo dell’illusione che tutto andasse bene finché era così popolare nel suo mondo. È lo specchietto per allodole i cui cadono tanti politici israeliani: confondono l’illusione ottica della forza che ha la sinistra nell’accademia e fra gli opinionisti dei mass-media, con il sostegno popolare.
Che fare, dunque? L’unico cosa concreta è che tutti i partiti medio-grandi – Likud, Kadima, Israel Beitenu, laburisti – lavorino insieme per concordare una riforma elettorale che salvi Israele da una serie di governi senza sbocchi che ricordano la Terza Repubblica francese alla vigilia della seconda guerra mondiale. I leader di questi partiti dovrebbero capire che ogni democrazia deve trovare un compromesso fra rappresentanza ed efficienza, e che il peculiare sistema israeliano puramente parlamentare non garantisce né l’una né l’altra.
La mia proposta di riforma prevede:
1) elevare la soglia d’ingresso al parlamento dal 2 al 4%, il quorum minimo in vigore nella maggior parte delle democrazie parlamentari;
2) il leader del partito con più voti venga automaticamente nominato primo ministro, naturalmente con la possibilità che venga sostituito ad opera della maggioranza della Knesset;
3) introdurre collegi elettorali a più membri, in cui venga eletta una certa percentuale dei deputati (ad esempio, un terzo dei membri della Knesset in circoscrizioni a quattro eletti), che in questo modo risponderebbero al loro elettorato, incoraggiando anche i piccoli partirti a unirsi fra loro o confluire in quelli maggiori per poter essere eletti nei collegi;
4) evitare il sistema delle primarie che conferisce troppo potere agli attivisti radicali di partito, sostituendolo con il sistema olandese che permette all’elettore di depennare i nomi dei candidati dandogli la possibilità di esprimersi direttamente sulla composizione della lista del suo partito.
Non si tratta di cambiamenti drammatici, ma secondo me imprimerebbero un netto cambiamento al futuro della politica israeliana. D’altra parte, se non mettiamo fine a questo sistema attuale, questo sistema rischia di mettere fine alla nostra democrazia.

(Da: Jerusalem Post, 18.02.09)


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27 febbraio 2009

NON SONO LORO RAZZISTI ( E NOI COMPLICI), SIETE VOI INFERIORI

 

Vedete, cari: non sono gli arabi (e un po´ per contagio noi eurarabi) che sono razzisti. Siete voi a essere una razza inferiore, con cui è meglio non aver contatto. L´avversione razzista si distingue da quella politica perché riguarda tutte le sfere della vita, l´amore, lo sport, lo spettacolo. Bene, un attore come Di Caprio si fidanza con una "puttanella ebrea", cioè Bar Rafaeli (così definita sul blog della tv Al Arabya, riferito dal Corriere): lo si boicotta! Chi va a letto con un´israeliana non si merita i sogni delle adolescenti egiziane. Una tennista israeliana conquista il diritto di giocare al torneo di Dubai: non le si dà il visto! Come si permette di sporcare la terra araba? Si celebrano i giochi del Mediterraneo a Pescara (attenzione, in Italia, provincia di Eurabia) e Israele si affaccia ovviamente sul Mediterraneo: non lo si invita, per "non interrompere il dialogo sportivo fra le due rive del Mediterraneo", (così dichiara il saggio Raffaele Pignozzi, vicepresidente del comitato dei giochi), cioè in sostanza per evitare che i paesi arabi boicottino. Pur di non invitare Israele, si escludono anche i palestinesi. L´importrante è mantenera l´apartheid! Che ci volete fare: non sono loro razzisti (e noi complici), siete voi inferiori. Perché dovrebbero sporcarsi? Come si dice "Juden raus" in arabo?

Ugo Volli


27 febbraio 2009

Peres riceve Saviano,"Vieni a vivere da noi"

 

La camorra come Hamas


Lo scrittore a colloquio con il presidente di Israele
*Peres riceve Saviano
"Vieni a vivere da noi"*

 *Da avido lettore quale è, e certamente anche di autori
italiani, Shimon Peres s'è letto tutte e 400 le pagine di "Gomorra". E
ieri mattina il presidente israeliano ha voluto conoscere personalmente
Roberto Saviano, in questi giorni in Israele ospite dell'Istituto
italiano di Cultura. Peres s'è talmente compenetrato nella difficile
esistenza di Saviano, sottoposto ad una ferrea protezione per sfuggire
alle minacce della camorra al punto da aver accarezzato l'idea di
andarsene via dall'Italia, da invitarlo in Israele: "Se non te la senti
di vivere nel tuo paese, il mio è un invito. Sei benvenuto in Israele",
ha detto.

Nei 40 minuti dell'incontro a Beit Hadassah, la residenza dei Capi dello
stato ebraico, Peres non ha esitato a confrontare la sua esperienza di
uomo politico di primissima linea, da 50 anni sotto scorta, perennemente
nel mirino di terroristi e integralisti d'ogni tipo, con quella del
giovane scrittore. Rispondendo al comando dell'età e al suo personale
patrimonio d'esperienza, Peres ha indicato a Saviano una priorità
assoluta. "L'unica cosa che devi sconfiggere è la paura, perché ho visto
morire tante persone che vivevano con la paura e sopravvivere altre che
non temevano di vivere in condizioni estremamente difficili", ha detto
il presidente, premio Nobel per la pace.

Fra i momenti più difficili nella vita di Peres c'è la sera del 5
Novembre 1995, quando Yigal Amir spara contro Rabin. Peres qualche metro
più in là. "Quell'uomo voleva ammazzare anche me - dice il presidente -.
Ma io non sentii paura. Solo il cuore a pezzi, Yitzhak colpito a morte.
Non si può tremare in quei momenti. Mai. Anche tu puoi scegliere,
Saviano: vivere piccolo come il tuo ego o grande come la tua idea". E
questa, si può ben dire, è la filosofia che ha accompagnato Peres per
tutta la vita e ispirato la sua visione della politica: questo fare
sempre riferimento a grandi progetti e grandi ideali, in parole povere,
quel pensare in grande che gli ha procurato grandi riconoscimenti e
qualche critica da chi l'ha accusato di allontanarsi troppo dalla realtà
del conflitto.

Poi il tema della Camorra. L'impressione è che Peres abbia letto tutto
il libro. Ma la sua è una visione molto israeliana del problema. "Anche
noi abbiamo la nostra camorra, caro Saviano. Si chiama Hamas. Non ha un
obbiettivo razionale. E' brutale. Ammazza anche le sue donne e i suoi
bambini. E' la nostra mafia incivile. Due settimane fa è morto
Huntington, lo scrittore che teorizzava lo scontro di civiltà. Io non
sono mai stato d'accordo, ne ho parlato anche con Benedetto XVI: questo
è uno scontro, ma fra civiltà e inciviltà. La religione è solo un
pretesto per ammazzare, non il contrario. E allora serve essere
coraggiosi. E combattere queste mafie". /(a. s.)/



27 febbraio 2009

In Israele i disabili entrano nell'esercito

 

Via a un progetto pilota per 50 posti. Shimon Peres: «Ognuno di loro vive con speranza»

 

Shimrit Kroiteru è una ragazza down: ha già indossato la divisa dei riservisti

«Sono contenta. Contentissima. Oh, come sono contenta…». La simpatia irresistibile di certi ragazzi, quando ridono senza contegno. Shimrit sale sul piccolo podio, arrossisce, le dicono di parlare più vicino al

Soldati dell'esercito israeliano (Ap)
Soldati dell'esercito israeliano (Ap)

microfono, lei fa una risata: «Sono contenta. Ho realizzato il sogno della mia vita. Volevo fare la soldatessa. Mi trattano come una soldatessa vera. Mi hanno dato anche delle cose da fare. Il primo giorno, non sapevo bene i miei compiti. Ma adesso ho imparato ed è tutto più facile».

DIVISA DEI RISERVISTI - Shimrit Kroiteru è davvero come gli altri ragazzi israeliani, adesso: ha la divisa dei riservisti, sta facendo anche lei il servizio militare obbligatorio, poi si congederà e tornerà alla sua vita normale. Normale e con qualche difficoltà: Shimrit è una ragazza down. Non s’era mai visto. Una naja che arruola i disabili. Quelli che una volta erano i riformati per antonomasia, che non dovevano nemmeno sottoporsi alla visita militare perché tanto li scartavano subito, adesso avranno un posto in uno degli eserciti più forti, più armati, meglio addestrati e motivati del mondo: Tsahal. Per quasi sessant’anni, anche le forze armate israeliane hanno di regola evitato d’arruolare persone con problemi mentali. Da qualche tempo però, un’associazione che si batte per i diritti di chi soffre d’handicap gravi, Akim, ha intrapreso una battaglia per ottenere piena cittadinanza, anche nei doveri.

PROGETTO PILOTA PER 50 DISABILI - C’è voluto in po’, ma alla fine l’idea è passata: quest’anno, il ministero per gli Affari sociali e l’esercito partono con un progetto-pilota e tentano l’inserimento di 50 giovani disabili nelle forze armate. Shimrit e un suo commilitone, Gilad Rozdial, i primi due, sono stati seguiti con particolare attenzione. Un documentario sui loro primi giorni in divisa è stato presentato anche a Shimon Peres, il presidente, che li ha ricevuti privatamente nella sua residenza: «Ognuno di loro vive con speranza – ha detto il presidente israeliano – e noi non sappiamo quali scoperte mediche, in futuro, li aiuteranno a sopravvivere alle loro difficoltà. Però sappiamo che oggi, per aiutarli, non c’è migliore medicina della nostra disponibilità». Shimrit e Gilad prestano servizio nella Sar-El, un’unità speciale di volontari, e naturalmente non partecipano a operazioni militari in senso stretto: fanno pulizie, custodiscono gli equipaggiamenti, aiutano nella logistica. «Non c’è ragione di escludere le persone disabili dalle attività dell’esercito – spiega il generale Ami Zamir, che ha preso in carico il progetto -. Tutti quanti in Israele condividiamo lo stesso destino». L’iniziativa, molto propagandata dal governo israeliano, è già finita sui blog arabi, con qualche ironia: «Non sanno più cosa inventarsi per farci la guerra. Arruolano anche gli handicappati» (Herzum76); “suggerisco a Netanyahu di dare più soldi per i poveri di questo Paese, invece di metterli in uniforme” (YoffaMan). Se ne devono fare una ragione: se il progetto funziona, nel 2010 ne metteranno in divisa altri cento.

Francesco Battistini


27 febbraio 2009

IN SPAGNA NASCE IL PARTITO ISLAMICO...

 

Nella laica Spagna di José Luis Zapatero, dove non esiste un solo partito che porti nel nome o nel simbolo un riferimento cristiano, sta nascendo il primo partito nazionale di orientamento islamico. Si chiamerà Rinascimento e unione e punta al voto degli oltre 1,1 milioni di musulmani presenti in Spagna. Il numero dei seguaci di Allah nel paese è aumentato in misura considerevole negli ultimi anni. Ne erano censiti 525 mila nel 2003 e il loro numero è cresciuto a 801 mila nel 2004, a 1 milione 65 mila nel 2005, a 1 milione 80 mila nel 2006, fino ad arrivare al 2007, ultimo anno per il quale è disponibile il dato, a 1 milione 145 mila. (Gian Antonio Orighi)


27 febbraio 2009

Professore iracheno chiede a Gerusalemme di inviargli testi di ebraico e su Israele

 Il ministero degli esteri israeliano ha comunicato mercoledì che un professore iracheno ha richiesto un invio di libri ebraici.
Ofir Gendelman, della sezione stampa araba del ministero degli esteri, ha raccontato che il professore ha inviato una e-mail tre settimane fa attraverso il sito in arabo del ministero israeliano. Il professore diceva che intendeva insegnare l’ebraico e richiesto libri di letteratura ebraica e libri su Israele.
Gendelman dice che il ministero sarà felice di accontentarlo e che sta solo aspettando di conoscere l’indirizzo postale. Naturalmente preferisce non divulgare l’identità del professore iracheno e quella del suo istituto, per ragioni di sicurezza.
"C’è un’ignoranza terribile nel mondo arabo riguardo a quello che Israele è, e c’è il desiderio di saperne di più”, spiega Gendelman. Sadiq Abdul-Matalib, vice decano della facoltà di lingue dell’università di Bagdad, conferma che la sua università ha un fiorente dipartimento di ebraico con circa 150 studenti.
L’Irak è un paese che, nella sua storia, ha partecipato con sue truppe a ben tre guerre arabe contro Israele, e ha lanciato missili Scud su Israele durante la guerra del Golfo del 1991 (nella quale Israele non era coinvolto). Oggi l’Iraq rimane tecnicamente in stato di guerra con Israele, e i due paesi non hanno rapporti diplomatici.
La comunità ebraica in Irak, molto antica e un tempo fiorente, si è ridotta a poche persone quando la maggior parte degli ebrei ha lasciato il paese, dopo la fondazione di Israele nel 1948.
L’anno scorso, un parlamentare iracheno che aveva partecipato in Israele a un convegno sull’antiterrorismo viaggiando con passaporto tedesco, è stato accusato dai colleghi in patria di aver umiliato la nazione irachena con un viaggio nel paese nemico.
A livello diplomatico, in Irak si è discussa la possibilità di un miglioramento dei rapporti con Israele, dopo la cacciata di Saddam con la guerra del 2003 guidata dagli Stati Uniti, ma nel 2004 il primo ministro iracheno Ayad Allawi stabilì che l’Irak non avrebbe rotto i ranghi arabi firmando un accordo di pace separata con Israele. Finora solo due paesi arabi, Egitto e Giordania, hanno firmato trattati di pace con Israele.

(Da: Ha’aretz, 25.02.09)

Nella foto in alto: il timbro del presidente della comunità ebraica irachena nel 1933


27 febbraio 2009

Le guerre al terrorismo non sono tutte uguali

 

Michael Freund

Qual è la differenza fra lo Sri Lanka e Israele? La domanda può sembrare bizzarra, e invece è assai pertinente, e molto più significativa di quanto non si possa pensare. Giacché infatti, a parte tutte le altre risposte più ovvie come le rispettive dimensioni dei due paesi, la loro posizione geografica, la loro struttura sociale, la topografia e il clima, c’è in particolare una differenza che è emersa in modo evidente nei mesi scorsi.
Si consideri la seguente notizia. Lo scorso dicembre truppe governative hanno lanciato una campagna militare coordinata, con migliaia di soldati pesantemente armati all’attacco di roccheforti terroristiche nello sforzo di infliggere un duro colpo decisivo a nemici estremisti. Dopo aver sopportato per anni attacchi suicidi e dopo parecchi cessate il fuoco falliti, le autorità hanno deciso che non avevano altra scelta che quella di ricorrere a una forza schiacciante per ribaltare l’equazione strategica sul terreno: si sono convinte che andasse fatto qualcosa di decisivo per mettere finalmente in ginocchio i terroristi.
Sebbene questa descrizione di eventi possa suonare familiare, non si cada nell’errore di pensare che riguardi soltanto il nostro piccolo angolo di Medio Oriente. Infatti, mentre le Forze di Difesa israeliane entravano nella striscia di Gaza per colpire Hamas, un’analoga serie di eventi aveva luogo circa 5.400 km più a est, nello Sri Lanka, dove l’esercito veniva lanciato alle calcagna delle Tigri Tamil.
Eventi analoghi, sì, ma con una cruciale differenza: mentre Israele veniva universalmente condannato per aver osato difendersi, non si sentiva levarsi neanche un pigolio sulla versione data dallo Sri Lanka della sua guerra al terrorismo.
Per anni le Tigri Tamil, che l'FBI ha definito “la più spietata ed efficiente organizzazione terroristica del mondo”, si sono battute per ritagliarsi una regione autonoma nella parte settentrionale dell’isola. Scalpitanti sotto il dominio della maggioranza cingalese, le Tigri hanno terrorizzato il resto del paese per quasi tre decenni montando temerari attentati terroristici contro obiettivi civili e militari nella speranza di riuscire a staccarsi, formando uno stato etnico Tamil indipendente. E sono risusciti a creare una enclave in stile striscia di Gaza, dove hanno imposto un pesante regime di brutalità e ferocia. Esattamente come Hamas, le Tigri, note anche con l’acronimo LTTE (Liberation Tigers of Tamil Eelam), hanno usato i civili come scudi umani contro l’esercito dello Sri Lanka e hanno sottomesso i loro oppositori interni con l’intimidazione e l’assassinio.
Nel 2005 i cittadini dello Sri Lamka eleggevano alla presidenza Mahinda Rajapaksa, che escludeva ogni autonomia Tamil ripromettendosi di riconsiderare il processo di pace alla luce dell’intransigenza delle Tigri. Quando i terroristi violarono un cessate il fuoco mediato dai norvegesi (qualche eco del fallito processo di Oslo?), l’anno scorso il governo decideva di tentare la strada di una vittoria sul campo anziché continuare a perseguire una pace instabile.
“Abbiamo dato chiare istruzioni – dichiarava domenica scorsa il ministro della difesa sri-lankese Gotabhaya Rajapaksa al Washington Post – niente cessate il fuoco e niente negoziati finché non avremo completamente sconfitto le LTTE. Le LTTE userebbero cessate il fuoco e colloqui di pace per riorganizzarsi e rifornirsi di armi. Ci sono già state decine di negoziati e più di dieci cessate il fuoco, tutti falliti. Dopo ogni periodo di negoziati, tornano alla carica più forti di prima. Abbiamo deciso che quando è troppo è troppo”.
Dopo aver approntato la risposta militare e aver raccolto dietro ad essa il sostegno del grosso della popolazione, il governo è passato all’offensiva prendendo il controllo della penisola di Jaffna, nel nord, per poi procedere alla conquista di diversi altri avamposti delle Tigri. Allo stato attuale sembra che una sconfitta definitiva dei ribelli sia prossima.
Eppure il conflitto nello Sri Lanka, che è già costato il doppio di vite umane della controffensiva israeliana a Gaza, viene a mala pena registrato dal radar dell’opinione internazionale. Evidentemente le guerre al terrorismo non sono tutte uguali.
Certo, i gruppi per i diritti umani hanno severamente criticato sia il governo dello Sri Lanka che le Tigri Tamil per il trattamento dei civili. Ma la crisi non si può certo dire che figuri nella lista delle priorità internazionali: non si è visto nessun appello nelle università occidentali per il boicottaggio dello Sri Lanka; non si è letto quasi nessun editoriale sui maggiori organi di stampa che denunciasse con parole vibranti l’operazione anti-terrorismo nell’isola; le televisioni non aprono tutte le sere i loro notiziari con le immagini di quel conflitto né con l’aggiornamento in tempo reale della conta dei morti; nessun leader europeo è accorso nella regione a fare pressione sul governo affinché richiami le sue truppe cessando i combattimenti senza condizioni.
Si tratta di pura e semplice ipocrisia senza vergogna. Giacché, oltretutto, lo Sri Lanka si batte per impedire un’insurrezione secessionista e non – come Israele – contro un movimento terrorista votato alla sua distruzione (dopo il completo ritiro israeliano dall’enclave di Gaza). Eppure lo Sri Lanka può procedere praticamente indisturbato, mentre Israele deve subire una costante e martellante condanna internazionale.
Il conflitto nello Sri Lanka, naturalmente, non è che uno dei tanti conflitti che attirano molta meno attenzione di Israele. Quando è stata l’ultima volta che avete visto un diplomatico o un dimostrante scatenarsi furibondo in televisione per crisi come quelle in Somalia, in Birmania o nella Repubblica Democratica del Congo? Dal momento che i mass-media ignorano queste crisi, la maggior parte della gente non ricorda nemmeno che esistono: molti probabilmente non saprebbero nemmeno indicare questi luoghi sulla carta geografica. Chi invece può dire di non aver sentito praticamente ogni giorno della crisi israelo-palestinese?
Ecco dov’è la tragedia dell’atteggiamento ipocrita della comunità internazionale: prendendosela costantemente e solamente con Israele non solo si comporta in modo ingiusto verso lo stato ebraico, ma per di più ignora una serie innumerevole di altre crisi in giro per il mondo, lasciandole marcire praticamente all’infinito.
Qual è dunque la vera differenza fra lo Sri Lanka e Israele? Per quanto concerne la comunità internazionale, è tutta qui: c’è la (cattiva) notizia quando ci sono di mezzo gli ebrei; non c’è nessuna notizia quando si tratta di Tamil e di cingalesi.

(Da: Jerusalem Post, 25.02.09)

Nelle foto in alto: a sinistra, bambini Tamil arruolati dalle Tigri LTTE; a destra, bambine palestinesi arruolate da Hamas


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