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  LiberaliPerIsraele “la libertà dell’Occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme”
 
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30 novembre 2009

Europa apri gli occhi

 
Durante un incontro tra i rappresentati europei ed il presidente della repubblica israeliano Simon Peres quest’ultimo ha affermato:
È ora che l’Europa apra gli occhi in relazione ai combattimenti a Gaza, nessuna delle nazioni europee potrebbe tollerare il lancio di missili sui propri cittadini, e devono capire che Hamas è un’organizzazione terroristica della peggior specie che usa la propria popolazione di donne e bambini come scudi umani.
Parole dure ma sacrosante.
Peres ha riassunto in poche parole quello che succede da anni: l’Europa si distrae quando i missili da Gaza cadono sulle città israeliane ma si risveglia improvvisamente quando Israele decide di reagire.
Una vecchia storia, vecchi comportamenti.
Su una cosa però Peres ha torto, quando afferma che “ … nessuna delle nazioni europee potrebbe tollerare il lancio di missili sui propri cittadini …”.
Come italiani ne sappiamo qualcosa.
Quanti pescherecci italiani sono stati sequestrati da Tunisia e Libia in acque internazionali?
Qual'è stata la nostra reazione?
Abbiamo trattato!
Di fronte alla più becera delle violazioni dei codici di diritto internazionale non abbiamo trovato meglio da fare che trattare. Per cui importiamo scadentissimo olio di oliva dalla Tunisia mettendo in ginocchio i nostri produttori, ed abbiamo aperto la borsa con Gheddafi concedendogli di tutto e di più.
Ogni volta che gli accordi si avvicinano alla data di scadenza i nostri interlocutori ci richiamano all’ordine sequestrando qualche altro peschereccio obbligandoci ad accettare i loro ricatti.
Questi siamo noi italiani, e gli altri paesi europei non sono differenti, un popolo oramai incapace di lottare per i propri diritti che invece preferisce ritrarsi, spostarsi lasciando sempre più spazio alla prepotenza di piccoli stati che pretendono, spesso riuscendoci, di dettare le loro leggi.
Pretendiamo che anche Israele si comporti nello stesso modo.
Porgere l’altra guancia.
Gli ebrei hanno porto l’altra guancia per secoli e qual è stato il risultato?
Sono stati cacciati, sballottati da una parte all’altra del mondo fino alla soluzione finale.
Cosa si pretende?
Che Israele si sacrifichi per non rovinare i buoni rapporti dell’Europa con il mondo arabo?
Europa apri gli occhi!
Israele è un pezzo di occidente in Medio Oriente, è l'unica democrazia di quell'area e sta combattendo, da anni, una lunga guerra contro il terrorismo islamico (io lo definirei semplicemente terrorismo evitando di dargli una sorta di dignità con l'aggettivo islamico), questa guerra la sta pagando in termini di vite umane e di sviluppo economico del Paese.
Comodo avere qualcuno che fa tutto il lavoro per noi, vero?

 

Cobra Pliskin




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30 novembre 2009

Macchè grillo

 http://zamparzigogola.ilcannocchiale.it/2009/11/27/macche_grillo_e_uno_scarafaggi.html

E

http://www.loccidentale.it/autore/dimitri+buffa/il+blog+di+grillo+pieno+di+odio+anti-israele.007226




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30 novembre 2009

Caso Shalit: gli interessi in gioco

 

di Yaakov Katz

Lo scorso ottobre, quando Israele scarcerò una ventina di detenute palestinesi in cambio di un video con Gilad Shalit, i funzionari della difesa dicevano che Hamas non era interessata a un accordo in quel momento perché preferiva aspettare una data più vicina alle elezioni dell’Autorità Palestinese per approfittare del proprio prevedibile aumento di popolarità. L’interesse d’Israele è da sempre esattamente opposto: ottenere il rilascio di Shalit a distanza dalle elezioni palestinesi – che da allora sono state rinviate a data imprecisata – per evitare che le scarcerazioni in massa di detenuti palestinesi, che verrebbero naturalmente accreditate a Hamas, erodano in modo decisivo la posizione del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), il leader che Israele ha cercato di sostenere negli ultimi anni e col quale Israele spera alla fine di riuscire a fare la pace.
Il rilascio di Shalit viene comunemente considerato sotto l’aspetto del pesante prezzo che Israele sarà costretto a pagare, ma in realtà condiziona tutta una serie di svariati interessi di parecchi soggetti in gioco tra cui Israele, Hamas, Fatah e gli Stati Uniti. Un peso davvero eccessivo per le povero spalle di un soldato semplice tenuto in ostaggio da Hamas da quasi tre anni e mezzo.
L’interesse di Israele è duplice e quanto pare contraddittorio. Da una parte, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, come Ehud Olmert prima di lui, vuole portare in salvo Shalit; allo stesso tempo, però, non vuole rafforzare Hamas.
Se è vero che Hamas risulterebbe rafforzata nell’immediato dalla scarcerazione di più di mille detenuti, è anche vero d’altra parte che il rinvio delle elezioni palestinesi – la commissione elettorale dovrebbe riunirsi a dicembre per fissare la nuova data – potrebbe ridurre questo effetto.
Inoltre, se risulteranno fondati i resoconti secondo cui nello scambio, insieme ai detenuti di Hamas, verrebbe rimesso in libertà anche il leader dei Tanzim Marwan Barghouti, si ritiene che questi goda del sostegno popolare necessario per rafforzare Abu Mazen e contrastare l’ascesa di Hamas.
Per Abu Mazen, Barghouti potrebbe essere l’asso nella manica. Finora il presidente palestinese, che è in giro per il Sud America, non si è pronunciato sull’incombente accordo. Dall’Argentina, lunedì, ha parlato della necessità di rilanciare i negoziati e di un congelamento delle costruzioni israeliane negli insediamenti, senza fare nessun accenno a Shalit.
Per Netanyahu, lo scambio potrebbe significare due cose. Da un lato, egli verrebbe riconosciuto dalla maggior parte degli israeliani (quelli a favore dell’accordo di scambio) come colui che, dopo meno di un anno in carica, ha preso la coraggiosa decisione ed è risuscito là dove altri prima di lui avevano fallito. Dall’altro lato, c’è il fatto che Netanyahu si presenta come un duro che ha sempre predicato di non arrendersi al terrorismo. Il cedimento al ricatto di Hamas potrebbe essere visto esattamente come una resa al terrorismo. Certo, con la sua squadra di PR cercherà di presentare diversamente la vicenda, in particolare sostenendo che è stato Olmert a fissare i parametri del negoziato e che pertanto lui non ha avuto altra scelta che accettare quello schema. Netanyahu sosterrà molto probabilmente che, però, da Shalit in avanti Israele non pagherà mai più tali prezzi. Cosa che naturalmente resta tutta da vedere.
La più grossa battaglia, comunque, avrà inizio nel momento in cui i detenuti verranno scarcerati da Israele, e sarà la battaglia fra Hamas e Fatah per la conquista dell’opinione pubblica palestinese.
Come negli scambi precedenti, i detenuti scarcerati in Cisgiordania verosimilmente verranno innanzitutto portati alla Muqata, a Ramallah, per un abbraccio e una foto con Abu Mazen, anche se questi non può attribuirsi direttamente il merito del loro rilascio. E verosimilmente gli esponenti di Hamas sosterranno di essere loro i veri leader del popolo palestinese, gli unici in grado di strappare il rilascio dei detenuti.
Israele dovrà ponderare attentamente la scarcerazione di alcuni pericolosi detenuti presenti nella lista di Hamas che è stata pubblicata sulla stampa araba. Barghouti, ad esempio, sta scontando cinque ergastoli. Sempre stando alla stampa araba, sembra che sia nella lista anche Ahmad Sa’adat, il capo dell’Fplp arretrato da Israele con un audace raid a Gerico alcuni anni fa, responsabile dell’assassinio del ministro israeliano Rehavam Ze’evi. Ma nelle liste pubblicate dai giornali arabi compaiano anche altri nomi grossi, sebbene meno noti al grande pubblico, come Ibrahim Hamed, ex capo dell’ala militare di Hamas, responsabile della morte di decine di cittadini israeliani, o Abed Said, il mandante dell’attentato suicida della sera di Pasqua di sette anni fa al Park Hotel di Natanya (30 morti, 160 feriti).
E poi c’è la questione della scarcerazione di cittadini arabi di Gerusalemme est, che pure figurano nella lista di Hamas riportata dai giornali arabi. La loro scarcerazione costituirebbe una sorta di precedente per Israele, che in questo modo accetterebbe di collegare la scarcerazione di propri cittadini, ancorché terroristi, nel quadro di un accordo con un gruppo terroristico palestinese. Che ne sarebbe di questi arabi israeliani, dopo la loro scarcerazione? Tornerebbero alle loro case in Israele, continuerebbero a giovarsi del sistema assistenziale israeliano e a votare alle elezioni israeliane?

(Da: Jerusalem Post, 25.11.09)

Nella foto in alto: Marwan Barghouti ad una manifestazione il 30 novembre 2001 a Ramallah. Sulla bandiera alle sue spalle, la consueta rappresentazione delle rivendicazioni palestinesi: Israele è cancellata dalla mappa geografica.




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30 novembre 2009

Israele: laici in piazza contro gli ultraortodossi

Diverse centinaia di laici israeliani sono scesi in piazza a Gerusalemme per protestare contro gli ebrei ultraortodossi che pretendono che il sabato, giorno di Sabbath, ogni attività lavorativa venga vietata in città. Il corteo è stato organizzato dal "Forum per una Gerusalemme libera".
"Sono venuta qui - dice questa donna - per manifestare per la libertà di Gerusalemme. Perché Gerusalemme è di tutti, non è solo degli ultraortodossi, dei religiosi o dei laici, è di tutti. E nessuno deve imporci il modo di governare la città".
Qualche ora prima decine di ebrei ultraortodossi, che in Israele rappresentano la minoranza, avevano manifestato contro l'apertura di un parcheggio comunale e contro una fabbrica di microprocessori che il sabato fa lavorare il proprio personale.
Non sono mancati momenti di tensione con la polizia. Secondo la religione ebraica lo Sabbath, che inizia il venerdì al tramonto e termina il sabato sera, è dedicato al completo riposo.
 




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29 novembre 2009

Haifa, l'araba più bella del mondo che ama Nasrallah e odia gli integralisti

L'hanno definita la donna più bella di tutto il Medio Oriente. Le basta uno sguardo per toglierti il fiato. Haifa Wehbe, è libanese, ha trentacinque anni, la quinta di reggiseno e una gran voglia di dare scandalo. L'ultima volta le hanno dato persino della razzista. Tutto per colpa di una riga della sua ultima canzone che definisce gli egiziani neri, che vivono tra il sud dell'Egitto e il nord del Sudan, «scimmie nubiane». Le hanno fatto causa spiegando che quelle parole hanno alimentato la discriminazione contro di loro, costringendo alcuni bambini nubiani a non andare più a scuola per paura di essere presi di mira dai compagni che li chiamano scimmie. Lei si è subito scusata, spiegando però che l'autore, egiziano, della canzone le aveva detto che «Scimmia nubiana» è solo un popolare gioco per bambini. Per ora non è servito.
Ma agli scandali Haifa è abituata. Nonostante le minacce dell'ortodossia islamica non c'è censura che le abbia impedito di vendere migliaia di dischi. Che, vergogna delle vergogne, parlano d'amore. È stata fotomodella, è la copertina preferita dei settimanali di gossip, i suoi concerti in jeans e camicette scollatissime fanno ovunque il tutto esaurito, i ragazzi l'adorano, le ragazzine la imitano, per i libanesi è il massimo del sexy. Lei invece, almeno così dice, trova erotico il leader Hezbollah Hassan Nasrallah che in teoria dovrebbe essere il suo peggior nemico. Non si è fermata qui. Ha fatto da testimonial al defilé dello stilista libanese Abed Mahfouz quando ha lanciato un provocatorio abito da sposa rosso sangue «per ricordare la mancanza di pace in un Medio Oriente ancora prigioniero della guerra». Le piacerà Nasrallah, sarà anche musulmana. Ma quell'abito le stava proprio da dio.




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29 novembre 2009

Israele, sventato attentato a Eilat

eilat egypt focus on israelTEL AVIV – Un’improvvisa recrudescenza della violenza viene segnalata in Israele e nei Territori palestinesi mentre ancora si attende di sapere se andrà in porto l’accordo con Hamas per uno scambio di prigionieri.

L’episodio potenzialmente più grave è avvenuto a nord della città turistica israeliana di Eilat, dove la scorsa notte una pattuglia israeliana di confine ha intercettato un uomo mentre si accingeva ad attraversare il confine fra Egitto e Israele. L’uomo è riuscito a dileguarsi, ma nella zona i militari hanno trovato un ordigno di 15 chilogrammi di esplosivo, pronto per l’uso. Se fosse esploso a Eilat in una zona affollata, ha stimato la radio militare, avrebbe provocato decine di morti.

Tensione anche al confine fra Gaza e Israele. Ieri miliziani palestinesi hanno sparato diversi colpi di mortaio contro una zona del Neghev israeliano. Oggi la aviazione israeliana ha condotto una incursione sul campo profughi di Jabalya dove ha colpito, a quanto pare, una cellula di miliziani. Quattro i feriti, uno dei quali è grave.

Un altro incidente è avvenuto ieri in Cisgiordania. Un palestinese armato di un pugnale ha ferito due coloni nei pressi della località ebraica di Kiryat Arba ed è stato ferito a sua volta da un guardiano. Il palestinese è stato ricoverato in ospedale a Gerusalemme, in condizioni gravi.

(TicinoOnline, 27 novembre 2009)

Nella foto: la zona al confine tra Israele ed Egitto dove è stato intercettato il terrorista





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29 novembre 2009

Il nazista Demjanjuk uccise un ebreo anche nel 1947

 

John Demjanjuk, l'ottantanovenne «boia nazista di Sobibor», uccise anche dopo la fine della guerra: nel 1947 investì deliberatamente un ebreo con un camion a Ulm, in Germania. La nuova accusa è stata pubblicata dal quotidiano «Stuttgarter Nachrichten», a poche ore dall'apertura lunedì a Monaco di Baviera del processo all'ex militare del Terzo Reich estradato dagli Usa a maggio.
Il quotidiano tedesco ha avuto conferma dal portavoce della procura di Ulm, Michael Bischofsberger, che in relazione a quell'episodio Demjanjuk è indagato per omicidio volontario.
Gli atti riguardanti la nuova accusa verranno trasmessi «al momento opportuno» al tribunale di Monaco di Baviera, che ne ha già fatto richiesta.
Secondo le informazioni ottenute dal quotidiano di Stoccarda, l'investimento avvenne con il camion di servizio di Demjanjuk, che all'epoca faceva l'autista per le truppe americane. Il presunto boia di Sobibor, nella Polonia occidentale, si era fatto registrare dopo la guerra come sfollato ed era riuscito a ottenere un posto di autista presso una base americana in Germania, prima di emigrare nel 1952 negli Stati Uniti. Il processo di Monaco di Baviera si protrarrà almeno fino a maggio, perchè a causa delle precarie condizioni di salute di Demjanjuk le udienze non potranno durare più di 3 ore al giorno. L'accusa nei suoi confronti è di concorso nell'omicidio di 27.900 ebrei, sterminati nel lager di Sobibor, in cui l'ucraino prestava servizio come guardiano ausiliario delle SS.

di Roberto Fabbri il giornale




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29 novembre 2009

Gilad Shalit: non a tutti i costi

L'analisi di Mordechai Kedar

Testata: Informazione Corretta
Data: 29 novembre 2009
Pagina: 1
Autore: Mordechai Kedar
Titolo: «Gilad Shalit: non a tutti i costi»

GILAD SHALIT: NON A TUTTI COSTI
di Mordechai Kedar
( traduzione e adattamento di Antonella Donzelli e Avi Kretzo)

Gilad Shalit è prigioniero di Hamas da più di tre anni e ogni giorno che passa in quest’inferno è un’eternità. I suoi carcerieri hanno un solo scopo: usarlo come merce di scambio e ricattare Israele per ottenere la liberazione di terroristi condannati legalmente, agli occhi dei quali l’uccisione di Ebrei non è un reato ma una buon’azione. Se Israele si fosse sempre rifiutata di trattare con i terroristi, forse oggi Shalit sarebbe un uomo libero, perché una posizione ferma, decisa, rigida nel rifiuto di liberare terroristi non avrebbe incoraggiato questo tipo di sequestri. Purtroppo lo Stato ebraico negozia con i terroristi e finisce per piegarsi alle loro richieste, anche se non a tutte. Ciò diventa per i terroristi un incentivo a reiterare sequestri di civili e militari per un business fruttuoso. I terroristi liberati non diventano certo “Giusti fra le Nazioni”: un monitoraggio e un’analisi dettagliati della situazione dimostrano che la stragrande maggioranza di loro, una volta in libertà, ritorna all’attività terroristica. Questa considerazione dovrebbe bastare da sola a far desistere Israele da questa politica di scambio. Prendiamo come esempio gli Stati Uniti: essi non vengono a patti con il terrorismo e questo ha reso del tutto sconveniente il rapimento di loro cittadini. Per questo, nonostante che in giro per il mondo si trovino moltissimi Americani, molti più degli Israeliani, oggi è piuttosto raro sentire che un americano è stato sequestrato da terroristi. Da 25 anni Israele rilascia terroristi in cambio di militari rapiti e ogni volta si riaccende il dilemma se è lecito negoziare per la liberazione di un uomo, di fronte all’elevata possibilità di una strage futura. È giusto che il governo metta in libertà oggi quelli che saranno gli assassini di domani? Dall’altra parte, per ogni nostro soldato rapito c’è una famiglia che vuole riaverlo e si chiede perché la guerra d’Israele contro i suoi nemici venga fatta sulla pelle del loro caro. Che cosa diremo dunque ai ragazzi che si arruolano: che in caso di sequestro faremo di tutto per liberarli, anche se il prezzo sarà altissimo? Fino a che punto scalfiremo la loro motivazione, se sin dall’inizio sapranno che, in caso di rapimento, saranno destinati a rimanere in mano nemica? C’è anche da considerare la questione della popolarità dei Primi Ministri, coloro che devono assumere queste decisioni. Sappiamo bene che l‘indice di gradimento di un uomo politico è la sua preoccupazione principale: egli farà di tutto per preservarlo e incrementarlo perché al momento del voto gli elettori gli tributeranno riconoscenza o ingratitudine per le azioni che avrà compiute. È degli ultimi anni la tendenza popolare a manifestare e promuovere iniziative a sostegno della liberazione di ostaggi: cartelli pubblicitari, articoli e annunci su giornali, appelli radiofonici e televisivi, dimostrazioni davanti alla casa del Primo Ministro, volantini nelle cassette della posta, adesivi sulle automobili e nastri legati a ogni palo. Chi partecipa a queste attività sicuramente lo fa in buona fede e mosso da un sincero desiderio di portare a una rapida liberazione dei rapiti. Tuttavia, queste azioni apparentemente positive danneggiano gravemente l’esito delle trattative, perché il nostro Governo, sotto queste pressioni da parte del pubblico e dei mass media, non può fare altro che cedere ai ricatti dei nostri nemici. E più la pressione aumenta, più cresce la possibilità di piegarsi alle richieste esose della controparte. Ogni volta che si cede s’incoraggia un prossimo rapimento, perché l’appetito del nemico aumenta sempre di più, e con esso le pretese. L’elemento nuovo e determinante entrato con forza in questo scenario sono i mass media. Più precisamente, quella parte della comunicazione che preme sul Governo per imporre la propria agenda politica in nome di quella che viene definita “libertà di stampa”, remando contro l’interesse pubblico e nazionale. Chi conosce le tecniche del commercio in Medio Oriente sa bene che, quando una delle due parti mostra segni di ansia e impazienza, il prezzo sale. In questo caso, il panico e le attese che noi stessi abbiamo creato fanno impennare i costi a un livello che non possiamo permetterci. Che cosa saremo disposti a pagare al prossimo rapimento? Un quartiere intero di Gerusalemme per un soldato e mezzo quartiere per un civile? “Allah è con chi è paziente”, credono i Mussulmani. Invece noi occidentali siamo impazienti, vogliamo tutto e adesso. Il nostro comportamento nei confronti di Hamas, Hesbollah e la Siria dimostra la nostra incapacità di comprendere le regole della negoziazione in Medio Oriente e i nostri nemici, che se ne rendono conto, non ci pensano due volte ad alzare la posta. Anche la nostra concezione del tempo e il nostro “orologio politico” sono completamente diversi da quelli dei nostri vicini. Da noi la durata media di una legislatura è di circa tre anni, perciò, se il Governo in carica vuole realizzare qualcosa di concreto, deve lavorare sotto pressione, in una corsa contro il tempo che i nostri nemici percepiscono al volo. Invece, coloro che credono che Allah aiuti chi non ha premura, sanno soffrire e attendere con pazienza l’agognata vittoria. Questo loro atteggiamento li rende ai nostri occhi degli esseri irriducibili, non ricattabili e quindi invincibili. Soltanto un popolo convinto di percorrere un giusto cammino, di far parte di un disegno storico e di avere una missione; un popolo capace di resistere al dolore e pagarne il prezzo, solo un popolo così può sopravvivere in Medio Oriente.


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
 




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28 novembre 2009

Ahmadinejad in visita a Caracas. Come benvenuto gli suonano l'inno dello Scià

Ma i rapporti con Chavez restano idilliaci. La Colombia, invece, guarda agli Usa

Testata:La Stampa - Il Foglio
Autore: La redazione della Stampa - La redazione del Foglio
Titolo: «A Caracas per Ahmadinejad suonato inno sbagliato - Il nuovo fronte contro talebani e pasdaran taglia il Sudamerica»

Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 27/11/2009, a pag. 21, la breve dal titolo "A Caracas per Ahmadinejad suonato inno sbagliato   ". Dal FOGLIO, a pag. 3, l'articolo dal titolo " Il nuovo fronte contro talebani e pasdaran taglia il Sudamerica ". Ecco gli articoli:

La STAMPA - " A Caracas per Ahmadinejad suonato inno sbagliato "

Come da cerimoniale, quando il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è arrivato all’aerporto di Caracas, in Venezuela, è stato accolto dall’inno nazionale (foto). Ma per un errore imbarazzante, non quello della Repubblica islamica dell’Iran, bensì il «Sorood e Shahanshahe» dell’era Pahlavi, in uso dal 1933 al 1979, quando la rivoluzione cacciò lo scià.

Il FOGLIO - " Il nuovo fronte contro talebani e pasdaran taglia il Sudamerica "

  
Hugo Chavez e Alvaro Uribe

Roma. Tremilacinquecento specialisti colombiani di controguerriglia in alta montagna pronti a partire per l’Afghanistan e una minaccia aerea diretta alle installazioni nucleari “di riserva” che l’Iran vorrebbe stabilire in Venezuela. Indiscrezioni raccolte dal Foglio in ambienti colombiani a contatto con alte sfere di Bogotá permettono di inserire in un quadro mondiale la tensione tra il colonnello venezuelano, Hugo Chávez, e il presidente colombiano, Alvaro Uribe. Da tempo la Colombia sta formando poliziotti afghani e iracheni alla lotta antinarcotici. Ma Chávez ha precipitato le cose, quando ha spinto il suo sodale Rafael Correa, presidente dell’Ecuador, a sfrattare la base statunitense di vigilanza antinarcos che era situata nel porto ecuadoriano di Manta. A quel punto, gli Stati Uniti hanno chiesto alla Colombia di prendere il posto dell’Ecuador. Con il Plan Colombia contro le Farc, Bogotá è già oggi il secondo destinatario di aiuti statunitensi, dopo Israele. Da tempo è in discussione un Trattato di libero commercio che George W. Bush aveva a lungo cercato di far ratificare: scontrandosi però con la resistenza del Congresso, e in particolare dei democratici. A quel punto Chávez ha risposto alla “minaccia” con un’offensiva non soltanto mediatica e politica (dall’appello agli altri paesi latinoamericani alle invettive tv), non soltanto militare (dall’interruzione di ponti all’arrivo di 300 carri armati appena comprati dalla Russia), ma soprattutto economiche. Poiché da sempre il Venezuela è il secondo partner commerciale, la Colombia ha visto per effetto del blocco di Chávez il proprio intercambio ridursi dei due terzi, e si prevede che già all’inizio dell’anno prossimo il boicottaggio sarà totale. In questo modo Chávez ha ulteriormente rafforzato i legami tra Washington e Bogotá, che ormai ha un bisogno disperato del Trattato di libero commercio. L’accordo sulla messa a disposizione di sette basi è stato dunque siglato. Oltre a fare da sponda navale alla ricostituita Quarta Flotta, permetterà agli Stati Uniti, dal punto di vista aereo, di tener d’occhio il Sudamerica fino alla Patagonia. In cambio, il presidente americano Barack Obama ha garantito il suo appoggio alla sospirata ratifica del Trattato di libero commercio, vincendo le residue resistenze del suo partito. Nel pacchetto complessivo, sarebbe compreso anche l’invio di 3.500 elementi delle unità di controguerriglia di alta montagna, temprati da anni di lotta contro le Farc, e che andrebbero anch’essi nel fondo truppe che Obama sta cercando di creare per sostenere lo sforzo afghano. Secondo quanto riferito al Foglio, per evitare polemiche interne o esterne questi militari non rientrerebbero in nessuna quota ufficiale, ma sarebbero impiegati e remunerati come “contractors”. Che sarebbe anche una congrua buonuscita, per veterani che in Colombia continuerebbero a rischiare la vita, ma certo non pagati oltre certi livelli. Quest’alleanza naturalmente rafforza l’ostilità di Chávez. Oltre all’opportunità che la tensione gli offrirebbe per militarizzare gli stati di confine di Zulia e Táchira esautorando così gli oppositori che sono stati lì eletti governatori, ci sono le relazioni speciali con l’Iran: soprattutto in materia nucleare. Che non consistono soltanto nell’appoggio politico al nucleare iraniano, ribadito nella visita in corso di Mahmoud Ahmadinejad a Caracas. Dall’asse Caracas-Teheran da tempo filtrano informazioni sulla possibilità che Chávez abbia messo a disposizione della Repubblica islamica le ingenti riserve di uranio ancora da valorizzare nel Venezuela orientale. Adesso fonti di intelligence aggiungono che il programma nucleare di Ahmadinejad punterebbe a realizzare in Venezuela installazioni nucleari di riserva: come controassicurazione, nel caso quelle in Iran fossero all’improvviso colpite da un blitz. Ma con le sette basi americane in Colombia, anche le installazioni di riserva sarebbero agevolmente alla portata di un secondo blitz. Oltretutto, in questo momento la Colombia è un crocevia di servizi, non soltanto statunitensi e israeliani. A quanto affermano le fonti di queste notizie, benché molto meno pubblicizzata, la presenza inglese sarebbe nei fatti anche più importante. Sarebbero stati i servizi inglesi, in particolare, i veri mallevadori del colpo in territorio ecuadoriano ai danni del numero due delle Farc, Raúl Reyes. E sarebbero stati anche i servizi inglesi all’origine dell’altro colpo che ha portato alla liberazione di Ingrid Betancourt: sia pure all’interno di un coordinamento cui hanno partecipato anche americani, israeliani e, sembrerebbe, anche un colonnello dei nostri carabinieri. Nella lotta a Uribe, Chávez potrebbe schierare anche ciò che resta delle Farc, che ormai in gran parte è già oltre il confine venezuelano. Ma soprattutto si parla di un impiego massiccio di risorse per orientare le prossime campagne elettorali in Colombia. La sinistra colombiana, per la verità, si mostra abbastanza allergica alle direttive cháviste, ma in Venezuela c’è una massa critica di tre milioni e mezzo di emigrati colombiani che potrebbe essere ammansita con la semplice minaccia di espulsione o altre rappresaglie. In compenso, dal fronte anticolombiano si è sfilato l’Ecuador di Rafael Correa, che dopo la lunga tensione seguita all’uccisione di Reyes nel suo territorio ha ora deciso di normalizzare le relazioni. Ufficialmente, il premio è stata un’importante fornitura di elettricità colombiana, visto che anche l’Ecuador si trova in questo momento con un problema di black-out simile a quello del Venezuela. Ma sembra che sotto banco abbiano operato gli Stati Uniti, minacciando conseguenze negative per l’export ecuadoriano di banane.

Per inviare la propria opinione a Stampa e Foglio, cliccare sulle e-mail sottostanti


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28 novembre 2009

Dire la verità può costare la vita nella società palestinese

Francesco Battistini racconta Sari Nusseibeh

Testata: Corriere della Sera
Data: 28 novembre 2009
Pagina: 15
Autore: Francesco Battistini
Titolo: «L'intellettuale palestinese rompe il tabù. La Spianata ? Sacra prima agli ebrei»

Un idillio amoroso sul CORRIERE della SERA di oggi, 28/11/2009, a pag.15, con il titolo " L'intellettuale palestinese rompe il tabù. La Spianata ? Sacra prima agli ebrei " tra il corrispondente Francesco Battistini e Sari Nusseibeh. Arrivando al punto di chiamarlo " l'Amos Oz arabo", anche se di Nusseibeh di romanzi non risulta ne abbia mai scritti. Cosa ha fatto Nusseibeh per meritare un peana simile ? Ha detto una ovvietà, che il Monte del Tempio- che gli arabi chiamano spianata delle moschee, è stato il luogo più sacro agli ebrei. Da sempre, e molto prima che gli arabi lo conquistassero. Che sia un arabo a dirlo, è certo cosa non comune, come è indubbio che Sari Nusseibeh sia quell'intellettuale che Franceschini descrive. Ma anche lui tiene famiglia, sa bene che nella sua società dire la verità può costare la vita, per cui adesso tace. Un consiglio a Battistini, santifichi pure Nusseibeh, ma apra un po' di più gli occhi su quanto avviene sotto il dominio dell'Anp, sulla spianata delle moschee, per esempio, come viene utilizzata per la propaganda palestinese, descriva lo scempio archeologico realizzato per cancellare le tracce del passato ebraico, veda con lo stesso occhio, severo ed esigente con Israele, quello che non va nella società arabo-palestinese. Ce o racconti, oppure c'è qualche valutazione che glielo impedisce ?
Ecco l'articolo:


da sin: Sari Nusseibeh,la spianata delle moschee,il muro occidentale

GERUSALEMME — L’invito alla prima era una mail inviata con largo anticipo. E a largo rag­gio: «In occasione della presentazione della raccol­ta di ricerche storiche 'Dove Cielo e Terra s'incon­trano', presso L'École Biblique di Gerusalemme, in­terverranno gli autori...». Un'occasione: non sem­pre capita che vicino alla Porta di Damasco si trovi­no a discutere studiosi israeliani e palestinesi. Un’occasione unica: fra quegli autori, era annuncia­to anche Sari Nusseibeh. L'Amos Oz arabo. La co­scienza di Gerusalemme est che mai tace. O quasi mai: rispettoso del pubblico accorso, Nusseibeh non ha declinato l'invito. S'è presentato puntuale nel giardino dell'École. S'è accomodato in platea. Ma quand'è venuto il suo turno, chiamato a spiega­re il capitolo che aveva scritto, dove sostiene quel che nessun arabo sosterrebbe e cioè che gli ebrei hanno più d'una ragione per celebrare la lo­ro memoria nel cuore di Gerusa­lemme, lì Nusseibeh ha esercita­to il diritto al silenzio. Riluttan­te. Forse spaventato. Ha sorriso, s'è protetto con una mano, se l'è cavata con quattro parole — «mi spiace, non posso» — e se n'è an­dato.

Ha detto l'indicibile, il professor Nusseibeh. Il suo studio s'intitola «Al-Haram Al-Sharif», come i musulmani chiamano la Spianata delle Moschee e il luogo dell'assunzione in cielo del Profeta, lo stesso che per gli ebrei è il Monte del Tempio, l'angolo di mondo più conteso fra le grandi religioni. Nusseibeh — presidente dell'Al Quds University, «il palestinese più pericoloso della Terra» secondo la definizione (e l'omaggio) d'un destrorso israeliano come Reuvlen Rivlin — in poche decine di pagine ar­gomenta una tesi rivoluzionaria e senza preceden­ti, per la bocca che l'esprime: c'è un legame storico e documentato fra gli ebrei e la Spianata, dice, la tradizione biblica va riconosciuta, così com'è inne­gabile l'esistenza del Tempio in quel punto. E i mu­sulmani? Per Nusseibeh, Maometto giunse dov'è ora l'Al Aqsa proprio perché era già una città sacra agli ebrei e ai cristiani, «il suo viaggio aveva lo sco­po di fondere Ebraismo e Islam, unire tutti i veri fedeli dell'Unico Dio». Naturalmente, nel saggio si dice pure che tutto questo non giustifica l'atteggia­mento degli ebrei ultraortodossi quando respingo­no il culto della Spianata. E non può passare nem­meno «il reciproco rifiuto dell'archeologia dell'al­tro » che quotidianamente si consuma sulle pietre di Gerusalemme.

Ma per qualcuno, su quel libro c'è già scritto troppo. Ci sono state minacce di morte di fonda­mentalisti islamici, dicono i colleghi, soprattutto per la collaborazione accademica con un istituto israeliano, Yad Ben Zvi: ecco spiegata la ragione del silenzio all’École, il rifiuto d'interviste, nono­stante una delle collaboratrici dello studioso, Hoda Rajani, s'af­fanni a spiegare che «il professo­re non ha voluto parlare solo per­ché era un po' stanco». A 60 an­ni, questo sì, Nusseibeh è stan­co.

Siriano di nascita, di ricca fa­miglia terriera, studi a Oxford e Harvard, moglie inglese, ha im­pegnato il suo rispettato nome nelle battaglie più scomode: rap­presentante dell'Anp a Gerusa­lemme, quand'era da raccoglie­re l'eredità di Faisal Husseini, e contemporaneamente vicino ai laburisti di Ami Ayalon; docen­te alla Hebrew University e in­tanto anima della Bir Zeit, l'uni­versità delle intifade; avverso ad Arafat e, insieme, primo a dialogare con la destra Likud; accusato dagl'israeliani, e per questo incarcerato, e aperta­mente contrario alla strategia dei kamikaze; vicino a Peace Now e intanto malmenato nei vicoli bui della casbah... Osa spesso verità scorrettissime: «Gerusalemme è persa — disse l'anno scorso, facendo imbestia­lire Abu Mazen —. Gaza è per­sa. C'è rimasta solo Ramallah. In un panorama di corruzione e d'inefficienza». Rompere il tabù dei tabù, ora, gli costa in tran­quillità. Ma è una catarsi: «Mi sento prigioniero di Gerusa­lemme — è la sua idea — e pia­no piano me ne voglio liberare. L'enfasi dei simboli e delle pie­tre ha ridotto al minimo le persone». Il Monte del Tempio, ma anche il Santo Sepolcro: da secoli, su mandato ottomano, è alla famiglia Nusseibeh che spetta aprire e chiudere il portone di legno della Basilica, ogni giorno. Una volta, la chiave del luo­go santo l'ha maneggiata anche lui. Ma per poco. Il professore, lo ritrae il giornale
Ma'ariv , ha solo un modo per sopravvivere dove Cielo e Terra s'in­contrano: scrivere e poi svanire, perché un bel ta­cer non fu mai scritto.

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28 novembre 2009

Calcio Algeria-Egitto, fratelli coltelli

La cronaca di Martino Pillitteri

Testata: Il Sole 24 Ore
Data: 28 novembre 2009
Pagina: 1
Autore: Martino Pillitteri
Titolo: «No Jiad nel fantacalcio»

 
Dal SOLE24 ORE del 27/11/2009, riprendiamo l'articolo " No Jihad nel fantacalcio, di Martino Pillitteri
 
Nel mondo arabo lo sport vince dove la diplomazia fallisce? Si, ma solo negli stati dal Golfo.
Nel resto dell'area, dal Marocco al Libano, nonostante le affinità storiche, la padronanza comune della lingua araba, un'identità religiosa islamica omogenea predominante, a giudicare dalla violenza pre e post partita Algeria-Egitto valida per la qualificazione ai mondiali in Africa 2010, sembra che i rapporti fra " fratelli" siano quelli dell'antico adagio " fratelli coltelli". E' bastato un goal di un giocatore algerino per aprire un'emorragia di rivalità, di tensioni, di disagi intra-arabi da Casablanca al Cairo.

Però, mentre da una parte le reazioni esasperate e le ricadute politiche e diplomatiche dopo una partita di calcio avvalorano la tesi di chi sostiene che la fratellanza tra alcuni pesi arabi esiste solo a parole e nel linguaggio dei media, della politica e delle moschee, dall'altra invece, tra paesi contrapposti che sulla carta neppure si riconoscono a vicenda come Israele e Qatar (non ci sono le rispettive ambasciate tra i loro confini nazionali), la jihad e la guerra fredda mediatica ed economica in corso tra queste due nazioni possono aspettare. E' c'è anche una data: fino al 2022, anno dei mondiali di calcio che il Qatar spera di aggiudicarsi. Anche se non sarà amore vero, non è detto che un matrimonio di interesse sia meno stabile di quelli basati sull'emotività e sulle emozioni sincere o strumentalizzate dalla geo politica del momento.

Il Qatar, in base alle dichiarazioni fatte la scorsa settimana davanti alla stampa mondiale da parte Hassan Abdulla Al Thawadi, chief excecutive di Qatar 2022, permetterà alla squadra di calcio israeliana di giocare i mondiali sul suo territorio nel caso in cui Doha si aggiudichi l'organizzazione della coppa del mondo prevista per quell'anno. Ma non è finita qui. Per rendere più attrattiva l'assegnazione della World Cup, Il Qatar ha messo in campo anche il fattore alcolico e tecnologico. Nono solo durante i mondiali sarà ammesso il consumo di prodotti alcolici (ci saranno delle special drinking zones, cioè delle zone franche dove i tifosi possono farsi una bella bevuta) ma grazie a degli speciali ed enormi sistemi di refrigerazione si giocherà a una temperatura ambiente che non spezzi le gambe dei giocatori già nella fase di riscaldamento pre partita. Nessun accenno al topless in spiaggia per le turiste occidentali. Più probabile la presenza delle majorette a bordo campo che fanno la danza del ventre. Salsa e merengue per le squadre latine.

Chiamatelo fantacalcio, chiamatelo marketing politico (il Qatar è il più grande esportatore di gas naturali liquefatti, è un alleato americano, ma non ha rapporti politici con Israele), chiamatelo opportunismo economico, extravaganza arabesca, contropiede diplomatico, ma per una volta la tattica propositiva di un paese arabo nei confronti delle sue relazioni con lo stato ebraico ha incassato un certo consenso mediatico popolare. La potenziale presenza della squadra inaspettata, degna da fanta -film arabo del tipo "indovina chi viene a giocare"(Risposta: la squadra nazionale di calcio dello stato ebraico) è vista favorevolmente dalla maggioranza dei votanti di un fanta-sondaggio promosso dal popolare ( 80 milioni di utenti)sito di informazione araba Maktoob.com. Il 63% dei votanti ha riposto si, il Qatar fa bene a permettere agli israeliani di partecipare ai mondiali precisando come lo sport sia al di sopra di tutte le differenze ed è una celebrazione dell'umanità. Il 24% ha risposto negativamente in quanto ne risentirebbe l'unità araba, mentre un altro 8% ha detto si perché così la squadra palestinese ha un occasione per battere gli israeliani.

Molto lineare e assai fondato sui possibili benefici economici, politici e d'immagine in occidente, il punto di vista degli organizzatori di Doha: "Questa è una sfida storica" ha sottolineato il numero uno del calcio del Qatar Hassan Abdulla Al Thawadi alla conferenza stampa nella quale ha annunciato la candidatura del Qatar all'organizzazione dei mondiali 2022. "Ci permetterà di aprire le porte tra l'oriente e l'occidente, di comunicare di più e di conoscerci a vicenda".
Mentre il Qatar pensa a come aggiudicarsi e organizzare un campionato mondiale ed è proiettato verso un futuro prospero e innovativo, gli altri paesi arabi, che si conoscono a vicenda molto bene, non riescono neppure a iniziare e a finire in santa pace una partita di calcio all'insegna dello sport e della fratellanza pan araba. Anzi, invece di fare network e sinergia, piuttosto che approfittare delle partite tra le nazionali per organizzare eventi culturali, incontri economici bilaterali e meeting politici liberi dal linguaggio nazionalista panarabista che regna alle riunioni collettive della Lega Araba, i tifosi si picchiano a vicenda, i governi richiamano e convocano i rispettivi ambasciatori, i figli dei presidenti fanno proclami di guerra (Alaa Mubarak, uno dei due figli del rais egiziano, dopo la partita persa dalla sua nazionale contro l'Algeria ha chiamato in diretta Tv un talk show egiziano dicendo che quelli che umiliano l'Egitto saranno presi a sberle in faccia); gli esaltati bruciano le bandiere, i delusi distruggono i negozi, qualcuno prende a sassate le sedi di Egypt Orascom Telecom ( con conseguente rimpatrio di 25 dipendenti egiziani) e dell'Egypt Air. In Algeria in risposta al lancio di pietre che aveva accolto il pullman che trasportava la squadra algerina in un albergo del Cairo, gli hacker riescono a pubblicare la foto della bandiera di Israele sul sito della federazione nazionale di calcio algerina, e dei burocrati algerini sospendono le pratiche amministrative riguardanti il prossimo matrimonio di una ragazza locale con il fidanzato egiziano. No jihad contro Israele e tanto alcol in Qatar; si a jihad e no love tra fratelli e sorelle nel resto nel mondo arabo.
 
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28 novembre 2009

Musulmani poligami in Italia. Sono più di quel che si crede.

In Germania nasce un telefono amico contro l'islam radicale. A telefonare sono soprattutto donne vittime di abusi famigliari

Testata:La Repubblica - Libero
Autore: Maurizio Crosetti - Enzo Piergianni
Titolo: «Il poligamo della porta accanto - Telefono amico per islamici che non si integrano»

Riportiamo da REPUBBLICA di oggi, 27/11/2009, a pag. 49, l'articolo di Maurizio Crosetti dal titolo " Il poligamo della porta accanto  ". Da LIBERO, a pag. 23, l'articolo di Enzo Piergianni dal titolo " Telefono amico per islamici che non si integrano ". Ecco gli articoli:

La REPUBBLICA - Maurizio Crosetti : " Il poligamo della porta accanto "

«Sono arrivata qui con nostro figlio Kalid, e ho dovuto subire la situazione. Altrimenti sarei stata ripudiata, non avrei avuto un soldo né un posto dove andare. Ma con Fatima, più bella e più giovane di me, sono liti continue. E Kalid, che ha quindici anni, ormai non parla più con nessuno, sta crescendo isolato e violento, è sempre triste e non capisce questa nostra assurda famiglia».
Per un musulmano, diventare poligamo è ormai più facile in Italia che al suo paese. In Tunisia, la costituzione ha vietato la poligamia addirittura nel 1957, dal 2003 è scomparsa in Marocco e anche nella Turchia "europea" è stata proibita. Qui, invece, il trucco è facile, e il matrimonio plurimo (proibito dall´articolo 556 del codice penale con una pena fino a cinque anni di carcere) può essere celebrato addirittura in tre modi diversi.
Si può diventare poligami se si è regolarmente sposata la prima moglie nel paese d´origine (nell´Islam, il matrimonio non è un rito religioso ma un contratto civile) e se si sposa la seconda all´estero, nella propria ambasciata, senza denunciare la prima; oppure se ci si fa raggiungere dalla seconda moglie, sposata in patria, con il meccanismo del ricongiungimento famigliare; infine, se il secondo matrimonio si celebra nella moschea italiana dove, volendo, il rito Orfi permette persino le unioni a tempo: un´ora, trent´anni oppure per sempre. Dunque, si può essere poligami anche per sessanta minuti con buona pace di Allah e della legge italiana.
«Io non ho commesso nessun crimine, rispetto il Corano e garantisco lo stesso trattamento e l´identico affetto a entrambe le mie mogli», si difende Mohammed.
«Semmai, gli ipocriti siete voi europei che magari avete l´amante e diventate dei poligami clandestini, mentre per noi è tutto regolare: ci assumiamo un doppio impegno, paghiamo molti soldi e non facciamo torto a nessuno. Io dormo due notti con Naima e due con Fatima, se compro un vestito all´una lo compro anche all´altra. E le mie mogli stanno bene, non devono sopportare la fatica della casa da sole e si dividono i compiti. Qui lavoriamo tutti».
Sarà, ma il sultano di Porta Palazzo sembra raccontare una verità parziale. L´altra faccia della medaglia la rivela Hayam, sessant´anni, una donna senegalese che vive in provincia di Bergamo e che cinque anni fa ha avuto il coraggio di lasciare il marito poligamo. «Non potevo più sopportare la violenza e le umiliazioni. Mio marito diceva che ero diventata vecchia e stanca, e che lui voleva giocare una nuova carta del mazzo, sono le sue precise parole. Così ha sposato un´altra donna al consolato, lei è più giovane e più bella e gli ha dato pure una figlia. Ma con me, lui ne aveva già fatti quattro. Anch´io sono stata giovane, e anche lei invecchierà e capirà l´errore che ha commesso. Però, poche di noi si ribellano: perché siamo sole, spesso povere e analfabete, senza parenti, non sappiamo neanche a chi chiedere aiuto. Non alla legge italiana, perché è come se non esistessimo».
Il vuoto legislativo è un modo per chiudere gli occhi, anche se così soffrono migliaia di donne, bambini e ragazzi. E non è solo un problema nostro. Nelle periferie francesi sono nascosti almeno 100 mila casi di matrimoni poligami, e 60 mila sono stati segnalati in Germania. È una conseguenza, mal gestita, del pluralismo religioso e culturale di cui gli immigrati sono portatori, e l´aumento dei flussi migratori non farà che rendere più vasto il problema. In Italia vivono oltre un milione e duecentomila musulmani, e sono ormai 50 mila gli italiani convertiti all´Islam; si calcola che quasi il 2 per cento di loro sia di fatto poligamo, anche se in totale clandestinità.
Nel segreto di questi nuclei famigliari dai confini incerti, si consumano violenze fisiche e psicologiche. E se il poligamo muore, quasi sempre si scatenano risse per l´eredità e la successione. È il momento in cui la prima moglie "legale" di solito si vendica sulla seconda, cacciandola di casa senza un soldo. E il problema s´ingarbuglia quando una di loro decide di separarsi, anche se accade di rado: di nuovo, il tribunale italiano non può sciogliere legami che per lo Stato non sono mai esistiti. Dunque, chi pagherà gli alimenti?
Proprio la mancanza di qualsiasi tutela in caso di separazione è la prima causa di scoraggiamento per le donne-schiave: per mangiare, e per continuare ad avere un tetto sulla testa, devono sopportare. «Ma almeno finiamola col mito delle donne islamiche che accettano la poligamia perché fa parte della loro cultura: è pura violenza, invece, è una cosa disumana che provoca solo dolore», ripete Hayam. La quale, però, è una donna che ha studiato e ha saputo cavarsela. Molte tra quelle come lei, in Italia non sanno neppure comporre un numero di telefono oppure chiedere aiuto nella nostra lingua, o soltanto domandare dov´è la fermata del tram più vicina.
Per reggere il peso e il piacere di un doppio matrimonio, c´è chi ha scelto una doppia vita però alla luce del sole. Lui è Hassan Moustapha e vive a Brescia, dove ha comprato una villetta bifamiliare che, appunto, divide con le sue due famiglie: la prima moglie al primo piano, la seconda al secondo, in rigoroso ordine. «Così loro non litigano e io non commetto nessuna colpa. Perché per il Corano l´adulterio è uno dei peccati più gravi, mentre mantenere due o più mogli è un grande onore e non è una cosa alla portata di tutti. Bisogna avere generosità, denaro e molto amore. Ho amici italiani che fanno collezione di donne, e nessuna di loro sa dell´esistenza delle altre: questi uomini sono forse migliori di me?».

LIBERO - Enzo Piergianni : "Telefono amico per islamici che non si integrano"

«Ho il terrore di tornarci perché l’anno scorso mi hanno violentata». È la telefonata di una ragazza musulmana che vive in Germania e chiede aiuto perché non vuole andare di nuovo in vacanza nel paese dei genitori, in Marocco. Ha l’incubo che tutto possa ripetersi. Per un anno intero, non aveva avuto il coraggio di confidarsi con nessuno. «Continuavo a soffrire perché non riuscivo a parlarne con gli altri». Ma quando è giunto il momento di fare la valigia e prendere l’aereo per rivedere il padre e la madre, «ho trovato finalmente la forza di fare il vostro numero e di parlare». Il numero è quello di un’utenza telefonica nella capitale tedesca (030-443509821) dove tutti i giorni, dalle ore 16 fino a mezzanotte, una ventina di volontari con padronanza della lingua araba e del turco si alternano alla cornetta nel tentativo di sbrogliare i problemi di un pubblico senza volto ma esclusivamente musulmano.

Una sorta di telefono amico per credenti e non credenti di Allah, un anonimo e gratuito confessionale laico, unico nel suo genere. La paura della vacanza in patria della ragazza violentata è stata raccontata ieri sulla Süddeutsche Zeitung dal 36enne Imran Sagir, l’ideatore della hot line consolatoria. «In tutto il mondo non esiste un’altra iniziativa come la nostra», tiene a sottolineare Imran Sagir, barbuto immigrato dal Pakistan. La sua filantropica “invenzione” si chiama Mutes, acronimo di Muslime Telefon Seelsorge. Funziona da pochi mesi e ha crescente successo. Nel mese scorso, le telefonate sono state più di 800. Il 10-15 per cento di quanti chiamano, non aprono bocca e riattaccano quasi subito, evidentemente timorosi di compiere l’ultimo passo per svelare la propria sofferenza. Chiamano da tutta la Germania, ma si può farlo anche dall’estero aggiungendo il prefisso 0049 (togliendo poi lo zero del prefisso). La tariffa è quella ordinaria di una qualsiasi conversazione.

Circa tre quarti delle telefonate sono di donne. «Sfogano con noi la sofferenza per problemi matrimoniali, si sentono trattate male dal marito – spiega il volenteroso telefonista pakistano - Quando sentiamo che vengono picchiate, le invitiamo a rivolgersi alla polizia». In molti casi, il numero del Mutes diventa una via di fuga dalle implacabili regole dell’Islam. «Una donna sposata ha chiamato perchè non riusciva più a tenersi dentro il segreto di essersi innamorata di un altro uomo molto giovane». Non sono cose che si possono raccontare facilmente in famiglia o in moschea. La stessa difficoltà si nota “per i problemi dell’educazione religiosa, della scuola, della droga”. Ma c’è anche chi telefona semplicemente per lamentarsi di vicini di casa musulmani scorbutici o chiassosi. Imran Sagir si dichiara soddisfatto “perchè la gente ha compreso che non siamo una hot line dell’Islam”.

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28 novembre 2009

La Spagna di Zapatero come la Germania di Hitler. Fuori gli ebrei dall’Università

La notizia sembra un ripasso di storia degli anni ’30: gli ebrei sono stati cacciati via da una Università spagnola.
I fatti sono semplicemente questi: gli studenti israeliani dell'Ariel University Center (AUC) sono stati espulsi dal "2010 Solar Decathlon" in svolgimento in Spagna. Si tratta di una competizione tra Università straniere per la costruzione di una casa solare autosufficiente.
L'espulsione è avvenuta perché, appunto, trattasi di ebrei e, soprattutto, israeliani. In particolare, il team dell'AUC era uno dei 20 finalisti selezionati ed aveva già ricevuto dei fondi dalla Spagna per il loro progetto. Ora, però, gli israeliani devono fare le valigie e tornare a casa.

 

Quando sui libri di storia si legge delle prime discriminazioni antisemite nell’Europa pre-bellica, poi sfociate nello sterminio di massa di 6 milioni di persone, un aspetto poco toccato dagli storici è l’ignavia degli individui non coinvolti. Questi nutrita massa di indifferenti spettatori sarà, però, destinata a comporre parte degli oltre 55.000.000 di morti alla fine del secondo conflitto mondiale.
Ora assistiamo ad una nuova violenta ondata di antisemitismo in Europa oltre alla minaccia nucleare iraniana che sembra minacciare, palesemente, il solo Israele. La matrice dei due fenomeni è, comunque, identica.

La storia, però, è maestra di vita: si comincia con gli ebrei, si finisce come gli ebrei. Tutti.

abruzzoliberale




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27 novembre 2009

Anche senza sistemi russi S-300, per Israele l’Iran sarebbe un osso duro da spezzare


 

 

F 14 iraniano

L'Iran ha dato il via alle esercitazioni di cinque giorni Modafean (Protezione) per assicurare la protezione agli obiettivi nucleari del paese da un possibile attacco da Israele o dagli U.S.A.

Ahmad Migani, capo della difesa aerea iraniana ha affermato che è stato dato il via alle esercitazioni per rafforzare la difesa aerea delle città chiave dell'Iran e della centrale nucleare di Bushehr. Quindi le esercitazioni interesseranno riguarderanno quasi un terzo del territorio iraniano. L'esercito iraniano addestrerà la propria capacità di respingere un possibile bombardamento dei siti nucleari del paese.

 

“Siate certi che, in caso di qualsiasi forma di aggressione, i velivoli F15 e F16 dei Sionisti saranno fermati e distrutti dalla nostra difesa aerea”, ha affermato il Comandante dell'IRGC Forza Aerospaziale, il Generale di Brigata Amir Ali Hajizadeh.

 

“E se uno dei loro velivoli riuscisse a sfuggire alla difesa aerea dell'Iran - prima che possa atterrare - le basi da cui questi velivoli sono decollati, saranno colpite dai nostri missili distruttori terra-terra”, ha affermato il comandante, rispondendo come reazione alla crescente ipotesi israeliana di una guerra contro il pacifico programma nucleare iraniano.

 

“I Sionisti possono dare inizio ad una guerra, ma non vi è dubbio che la sua fine dipenderà dalla nostra volontà”, ha sottolineato Hajizadeh.

 

Tuttavia, molti esperti militari sostengono che sarebbe un vero “miracolo” se le armi iraniane potessero colpire in qualche modo i paesi arabi vicini, un caso del tutto fortuito.

 

L'Iran, secondo quanto riferito, progetta anche dei lanci di prova dei missili a lungo raggio Sejil e Shihab. I missili possono colpire obiettivi all'interno di un raggio di 2 chilometri, quanto basta per colpire il territorio di Israele.

 

Gli esperti israeliani hanno dichiarato di non essere rimasti impressionati dalle sortite del programma aereo difensivo iraniano, in quanto, al momento, l'Iran non ha ricevuto i sistemi missilistici avanzati S-300, che la Russia ha rifiutato di inviare in Iran. Fino a quando lo Stato canaglia non avrà questi sistemi, il suo sistema di difesa missilistico non sarà in grado di causare alcun serio danno all'aeronautica israeliana.

 

I sistemi russi Tor-M1 sono i più attuali armamenti di difesa aerea dell'Iran. Nel 2007 la Russia ha fornito all'Iran 29 di questi sistemi.

 

L'esperto militare Konstantin Sivkov ha detto nel corso di un'intervista sulla Pravda.Ru che se Israele decide di colpire l'Iran dovrà affrontare considerevoli difficoltà.

 

“In primo luogo, la distanza: per coprire la distanza, i jet dovranno essere riforniti di carburante in volo due volte. Israele non ha il numero necessario di aerocisterne per farlo e la nazione dovrà chiedere aiuto agli Stati Uniti.

 

“In secondo luogo Israele dovrà tenere conto dei sistemi iraniani Tor-M1. Inoltre l'Iran possiede i jet statunitensi F-14 - in tutto circa 70 - anche se solo 30 di essi sono operativi. Tuttavia questo numero di aerei è sufficiente per fornire una difesa efficiente. I jet F-14 sono molto ben equipaggiati e possono rilevare gli obiettivi fino ad una distanza di 300 chilometri. Il raggio d'azione degli F-15 e degli F-16 è inferiore - 200-250 chilometri - ciò significa che gli aerei iraniani sono molto superiori rispetto a quelli di Israele.

 

“Infine: Israele dovrà attaccare contemporaneamente in Iran otto obiettivi nucleari e, naturalmente, ciò è difficile. Dovranno impiegare circa 60 jet per fare ciò, allo stesso modo i velivoli per il rifornimento di carburante, gli aerei da ricognizione, le stazioni di radar, ecc. Anche se Israele facesse il massimo degli sforzi, potrebbe distruggere soltanto tre obiettivi nucleari. Se l'Iran finalmente ricevesse i sistemi S-300 - tutti i suoi obiettivi nucleari rimarrebbero illesi, ma Israele perderebbe fino al 40% dei suoi jet. 

 

Sergey Balmasov  Vadim Trukhachev Pravda.Ru Traduzione Hurricane 53

 


 




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27 novembre 2009

Un rapito vale 1000 criminali?

 

 

 

Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 26/11/2009, a pag. 14, l'articolo di Fiamma Nirenstein dal titolo " Un rapito vale 1000 criminali? ".

 

 

 

Per assistere alla più espressiva parabola della condizione di Israele nel Medio Oriente, si può guardare in questi giorni al peggiore fra tutti gli affari possibili: lo scambio di un ragazzo innocente, un caporale dell’esercito israeliano che doveva aver sparato ben pochi colpi se non nel corso delle esercitazioni, tenuto in crudele segregazione dal giorno del rapimento nel giugno 2006, contro un branco gigantesco di delinquenti, 1400 prigionieri palestinesi condannati nei più rigorosi processi che sistema giudiziario possa garantire. Fra loro, almeno un centinaio di ergastolani, assassini seriali, killer volontari di donne e bambini.
Queste sono le ore in cui si decidono gli ultimi nomi, e Israele cerca di evitare che escano liberi i più fanatici assassini, quelli che probabilmente torneranno a uccidere. Ma Israele è soggetta a due forze straordinarie: la totale devozione alla vita che nasce dal dovere di sopravvivere e di salvare i ragazzi per i loro genitori; e dall’altra parte, il cinismo di un mondo che da sempre lo spinge a considerare naturale rinunciare, abbandonare, come se dovesse farsi perdonare.
Sembra un vortice di senso di colpa quello per cui Netanyahu, proprio in mezzo a una trattativa così controversa, ha annunciato ieri la sua decisione di cessare da qualsiasi costruzione negli insediamenti per i prossimi dieci mesi. Hamas intanto rimanda la decisione su Shalit, mentre si incrociano ordini e contrordini da Damasco e dal Cairo, il mediatore tedesco si mette le mani nei capelli, i genitori di Shalit usano ogni minuto e la loro eroica fede senza fine nel bussare alle porte dei politici e dei rabbini perché si pronuncino per lo scambio. Sono anche le ore in cui Roni Karman, Yossi Mendelevich, Yossi Tzur, i genitori di tre ragazzi uccisi nel marzo 2003 sull’autobus numero 37 di Haifa chiedono all’Alta Corte di opporsi alla liberazione degli assassini.
È giusto o sbagliato che la vita di un soldato di leva valga quanto il disperdere per il mondo tanta ingiusta ferocia? Giusto liberare Ibrahim Hammed, leader militare di Hamas in Cisgiordania, che ha ucciso negli attacchi da lui organizzati 76 persone? O Abdullah Barghouti “l’ingegnere”, che ha confezionato quasi tutti gli ordigni che hanno seminato stragi a Gerusalemme fra il 2001 e il 2003? O Abbas Sayed, che organizzò l’attacco suicida di Natanya nel 2002, in cui furono uccisi 30 israeliani?
Nella lista il più famoso è Marwan Barghouti, di cui si dice che, una volta uscito, sostituirà Abu Mazen, un presidente consumato. Se ciò accadesse, anche Hamas potrebbe sostenerne una candidatura unitaria dato che, una volta liberato per i suoi buoni uffici, l’antico capo dei Tanzim di Fatah gli sarà debitore. Le sue più recenti foto in carcere lo mostrano sorridente in mezzo a carcerati di vari gruppi politici. Ma Barghouti ha collezionato ben cinque ergastoli, è il vero organizzatore, da noi intervistato più volte a Ramallah, della seconda Intifada, un uomo di Arafat che inventò e controllò per lui la logistica dei terroristi suicidi e delle loro cinture. Barghouti, se liberato, può sostituire Abu Mazen, certamente, ma non è detto affatto che porti la pace. Il nodo non è politico, è morale. Cos’è giusto? Israele compirà lo scambio impossibile, ogni soldato deve essere certo di essere salvato se cade in prigionia. È giusto che un mondo così piccolo e abbandonato a se stesso si stringa intorno al valore della propria vita. Peccato che intorno milioni di persone prendano questa scelta come un invito a rapire e uccidere ancora.
www.fiammanirenstein.com  

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27 novembre 2009

Caso Shalit: gli interessi in gioco

 

Yaakov Katz

Lo scorso ottobre, quando Israele scarcerò una ventina di detenute palestinesi in cambio di un video con Gilad Shalit, i funzionari della difesa dicevano che Hamas non era interessata a un accordo in quel momento perché preferiva aspettare una data più vicina alle elezioni dell’Autorità Palestinese per approfittare del proprio prevedibile aumento di popolarità. L’interesse d’Israele è da sempre esattamente opposto: ottenere il rilascio di Shalit a distanza dalle elezioni palestinesi – che da allora sono state rinviate a data imprecisata – per evitare che le scarcerazioni in massa di detenuti palestinesi, che verrebbero naturalmente accreditate a Hamas, erodano in modo decisivo la posizione del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), il leader che Israele ha cercato di sostenere negli ultimi anni e col quale Israele spera alla fine di riuscire a fare la pace.
Il rilascio di Shalit viene comunemente considerato sotto l’aspetto del pesante prezzo che Israele sarà costretto a pagare, ma in realtà condiziona tutta una serie di svariati interessi di parecchi soggetti in gioco tra cui Israele, Hamas, Fatah e gli Stati Uniti. Un peso davvero eccessivo per le povero spalle di un soldato semplice tenuto in ostaggio da Hamas da quasi tre anni e mezzo.
L’interesse di Israele è duplice e quanto pare contraddittorio. Da una parte, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, come Ehud Olmert prima di lui, vuole portare in salvo Shalit; allo stesso tempo, però, non vuole rafforzare Hamas.
Se è vero che Hamas risulterebbe rafforzata nell’immediato dalla scarcerazione di più di mille detenuti, è anche vero d’altra parte che il rinvio delle elezioni palestinesi – la commissione elettorale dovrebbe riunirsi a dicembre per fissare la nuova data – potrebbe ridurre questo effetto.
Inoltre, se risulteranno fondati i resoconti secondo cui nello scambio, insieme ai detenuti di Hamas, verrebbe rimesso in libertà anche il leader dei Tanzim Marwan Barghouti, si ritiene che questi goda del sostegno popolare necessario per rafforzare Abu Mazen e contrastare l’ascesa di Hamas.
Per Abu Mazen, Barghouti potrebbe essere l’asso nella manica. Finora il presidente palestinese, che è in giro per il Sud America, non si è pronunciato sull’incombente accordo. Dall’Argentina, lunedì, ha parlato della necessità di rilanciare i negoziati e di un congelamento delle costruzioni israeliane negli insediamenti, senza fare nessun accenno a Shalit.
Per Netanyahu, lo scambio potrebbe significare due cose. Da un lato, egli verrebbe riconosciuto dalla maggior parte degli israeliani (quelli a favore dell’accordo di scambio) come colui che, dopo meno di un anno in carica, ha preso la coraggiosa decisione ed è risuscito là dove altri prima di lui avevano fallito. Dall’altro lato, c’è il fatto che Netanyahu si presenta come un duro che ha sempre predicato di non arrendersi al terrorismo. Il cedimento al ricatto di Hamas potrebbe essere visto esattamente come una resa al terrorismo. Certo, con la sua squadra di PR cercherà di presentare diversamente la vicenda, in particolare sostenendo che è stato Olmert a fissare i parametri del negoziato e che pertanto lui non ha avuto altra scelta che accettare quello schema. Netanyahu sosterrà molto probabilmente che, però, da Shalit in avanti Israele non pagherà mai più tali prezzi. Cosa che naturalmente resta tutta da vedere.
La più grossa battaglia, comunque, avrà inizio nel momento in cui i detenuti verranno scarcerati da Israele, e sarà la battaglia fra Hamas e Fatah per la conquista dell’opinione pubblica palestinese.
Come negli scambi precedenti, i detenuti scarcerati in Cisgiordania verosimilmente verranno innanzitutto portati alla Muqata, a Ramallah, per un abbraccio e una foto con Abu Mazen, anche se questi non può attribuirsi direttamente il merito del loro rilascio. E verosimilmente gli esponenti di Hamas sosterranno di essere loro i veri leader del popolo palestinese, gli unici in grado di strappare il rilascio dei detenuti.
Israele dovrà ponderare attentamente la scarcerazione di alcuni pericolosi detenuti presenti nella lista di Hamas che è stata pubblicata sulla stampa araba. Barghouti, ad esempio, sta scontando cinque ergastoli. Sempre stando alla stampa araba, sembra che sia nella lista anche Ahmad Sa’adat, il capo dell’Fplp arretrato da Israele con un audace raid a Gerico alcuni anni fa, responsabile dell’assassinio del ministro israeliano Rehavam Ze’evi. Ma nelle liste pubblicate dai giornali arabi compaiano anche altri nomi grossi, sebbene meno noti al grande pubblico, come Ibrahim Hamed, ex capo dell’ala militare di Hamas, responsabile della morte di decine di cittadini israeliani, o Abed Said, il mandante dell’attentato suicida della sera di Pasqua di sette anni fa al Park Hotel di Natanya (30 morti, 160 feriti).
E poi c’è la questione della scarcerazione di cittadini arabi di Gerusalemme est, che pure figurano nella lista di Hamas riportata dai giornali arabi. La loro scarcerazione costituirebbe una sorta di precedente per Israele, che in questo modo accetterebbe di collegare la scarcerazione di propri cittadini, ancorché terroristi, nel quadro di un accordo con un gruppo terroristico palestinese. Che ne sarebbe di questi arabi israeliani, dopo la loro scarcerazione? Tornerebbero alle loro case in Israele, continuerebbero a giovarsi del sistema assistenziale israeliano e a votare alle elezioni israeliane?

(Da: Jerusalem Post, 25.11.09)

Nella foto in alto: Marwan Barghouti ad una manifestazione il 30 novembre 2001 a Ramallah. Sulla bandiera alle sue spalle, la consueta rappresentazione delle rivendicazioni palestinesi: Israele è cancellata dalla mappa geografica.




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27 novembre 2009

Il blog di Grillo pieno di odio anti-Israele

 

Almeno su una cosa, l’antisemitismo e l’odio verso lo stato di Israele, il blog Beppegrillo.it non si distingue davvero da molti altri per il conformismo razzista imperante. Così adesso, dopo le denunce dei giorni scorsi da parte della comunità ebraica romana e un breve articolo pubblicato su “Il Tempo” a firma di Fabio Perugia, il problema sembra essere esploso tra gli stessi aficionados di Grillo. Che già nell’agosto del 2006 rimproveravano al loro comico prediletto accenti non esattamente ortodossi su Israele e la guerra in Libano.

Grillo infatti aveva detto in uno dei suoi spettacoli dell’epoca e poi scritto sul proprio blog frasi molto ambigue a proposito delle proteste degli ebrei di mezzo mondo per le affermazioni antisemite pronunciate dall’attore Mel Gibson il giorno che fu arrestato in America in stato di ubriachezza al volante (frasi per le quali poi chiese scusa). Grillo aveva sostenuto che  "Se avesse detto (Mel Gibson): Israele è responsabile della guerra in Libano, oppure: Israele con il suo comportamento può fare scoppiare la terza guerra mondiale, forse avrebbero riaperto Alcatraz solo per lui e buttato via le chiavi?". Nel resto dell’intervento Grillo ridicolizzava l’eccessiva suscettibilità del popolo americano per l’Olocausto e l’insensibilità per i morti nei bombardamenti in Iraq.

Quello che però si è letto nei giorni di fine settembre del 2007 sul suo blog a proposito di Israele, ebrei e dintorni, senza neanche il pretesto emotivo di un conflitto in atto, va molto oltre quell’ambiguità di un anno fa e ha fatto dire a molti che in realtà è lo stesso pensiero del comico che incita i visitatori del suo blog a evocare i peggiori fantasmi del passato.

Commenti come  questo - ...se il mondo avesse la palle, Israele sarebbe già scomparsa da due decenni, e poi trasferiteli in qualche atollo nel Pacifico, dove non possono rompere le palle a nessuno… - infatti non lasciano spazio a nessuna discussione e a nessun arrampicamento sugli specchi, e gli stessi frequentatori del blog si sono mostrati dispiaciuti e meravigliati che il moderatore del forum di discussione li abbia accettati e abbia tardato svariate settimane, e le proteste di alcuni membri della comunità ebraica romana, prima di toglierli.

Eccone un campione scelto ma non esaustivo: “Secondo voi,gli ebrei del terzo millennio sono poi così tanto differenti dalle SS?;  Gerusalemme rasa al suolo Israele la deve pagare e CARA, CARISSIMA, UNA VOLTA PER TUTTE. Nessuna pietà per gli israeliani; Aveva ragione Tacito: razza odiosa del genere umano, dal genere umano odiata; Israele è una succursale degli Stati Uniti in terra araba ed ha un obiettivo molto ambizioso del tipo da sola contro tutti, e fanno ridere tutti gli ebrei che ancora non se ne sono accorti e che si fanno lusingare e incitare  dall'unico nazista di origine afroamericana in circolazione: Condoleezza Rice (solo gli americani potevano creare un mostro simile); Fosse per me prenderei a cannonate Israele da mattina a sera e gli farei rimpiangere i metodi usati dallo zio Adolf; Stai a vedere che dopo 60 anni mi tocca dare ragione a Baffino; the shoah must go on...”.

 

A giudicare dalla reazione stizzita di Grillo e dei caporioni grillini all’articolo de “Il Tempo” e alle ovvie proteste degli ebrei romani si potrebbe arguire che il capo e i suoi scherani hanno paura a prendere una posizione netta contro questi razzisti criminaloidi che infestano il suo blog. Grillo infatti non ha chiesto neanche scusa e anzi dice che utilizzano questo argomento “quelli della casta” per attaccare le sue iniziative. Non è un buon segno quello che si ricava dai commenti del blog e mostra come a solleticare gli umori peggiori e violenti della gente non si raccolgono solo più o meno liberatori "vaffanculo" ma anche molto peggio.

http://www.loccidentale.it/trackback/7226

Dimitri Buffa




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27 novembre 2009

Gerusalemme non è una colonia

 

Non era mai successo che la Casa Bianca attaccasse così duramente Israele per la costruzione di abitazioni a Gerusalemme. Obama ha definito “molto pericoloso” il piano di Netanyahu, che pure ha annunciato “restraint” nella edificazione di nuove case per i coloni della West Bank. Il quartiere ebraico in discussione, Ghilo, non è una “colonia”, come viene definito sulla stampa europea al fine di delegittimarlo. Così come non è un insediamento French Hill, la collina più volte colpita dai kamikaze islamici. Sono due popolosi quartieri di Gerusalemme, che gli israeliani hanno riconquistato ai giordani nel 1967 dopo duemila anni di esilio. Si può discutere se sia o meno opportuno per Israele costruire ancora nei Territori contesi dopo la Guerra dei sei giorni. In quei territori dove non c’è una leadership moderata capace di far nascere uno stato palestinese che non sia votato alla distruzione degli ebrei. Si può discutere se costruire o meno all’interno degli insediamenti già esistenti, e questa è l’idea di Netanyahu. Non si può chiedere però a Israele di non costruire nella capitale. Israele tutta è una "colonia" per Hamas e il jihad internazionale. Obama dovrebbe ricordarsi poi che a Ghilo, durante la seconda Intifada, i terroristi palestinesi non hanno mai smesso di sparare su donne, vecchi e bambini. Per questo il quartiere, dove si vive con i sacchi di sabbia alle finestre, è anche noto come il “fortino d’Israele”.

In Non smetteremo di danzare c'è un capitolo dedicato a un grande guaritore che viveva a Ghilo ed è saltato in aria con un kamikaze. Qui il capitolo.

FOGLIO Giulio meotti




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27 novembre 2009

“Un passo difficile e generoso per la pace. Che i palestinesi facciano altrettanto”

 

di Benjamin Netanyahu

Oggi (25.11.09) il mio governo ha autorizzato una politica di limitazione circa gli insediamenti che contempla una sospensione delle nuove licenze e delle nuove costruzioni in Giudea e Samaria (Cisgiordania) per un periodo di dieci mesi. Il mio governo ha autorizzato questo passo di vasta portata in nome del nostro profondo desiderio di pace.
Noi confidiamo che questa decisione contribuisca ad avviare consistenti negoziati di pace allo scopo di arrivare ad uno storico accordo di pace che finalmente ponga termine al conflitto fra palestinesi e Israele.
Siamo impegnati a operare strettamente con gli Stati Uniti per far progredire il processo per la pace e la sicurezza in Medio Oriente. Ci è stato detto da molti amici che, una volta che Israele avesse fatto il primo passo verso la pace, i palestinesi e il mondo arabo avrebbero a loro volta risposto positivamente con loro misure, così da creare un circolo virtuoso della buona volontà. Ebbene, oggi il governo israeliano fa questo passo, davvero grande e difficile, in nome della pace. Mi auguro che i palestinesi e il mondo arabo sappiano cogliere questa opportunità e lavorare insieme a noi per dare vita a un nuovo inizio e un nuovo futuro per i nostri figli e per i loro figli.
Sin dal giorno in cui si è insediato, otto mesi fa, il nostro governo ha invocato negoziati diretti con i palestinesi. Nel frattempo abbiamo adottato molte misure concrete volte a migliorare la vita quotidiana dei palestinesi e creare un’atmosfera capace di offrire le migliori chance di successo ai negoziati politici. Abbiamo smantellato centinaia di posti blocco e di controllo, abbiamo esteso gli orari di apertura del Ponte di Allenby (fra Cisgiordania e Giordania), abbiamo rimosso ostacoli burocratici allo sviluppo economico palestinese. Questi interventi hanno contribuito a stimolare un’impennata, un boom dell’economia palestinese. Nello stesso tempo migliorava il clima di sicurezza grazie sia all’ opera incessante delle Forze di Difesa israeliane, sia all’impegno di forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese meglio addestrate. Ora vogliamo aggiungere a questo miglioramento economico e della sicurezza dei negoziati politici di sostanza.
Abbiamo già detto che non verranno creati nuovi insediamenti e che non verranno espropriati altri terreni per gli insediamenti già esistenti. Ho detto anche che avremmo limitato le attività negli insediamenti esistenti ed è proprio questo ciò che oggi abbiamo deciso di fare. Mi sono tuttavia impegnato a permettere la continuazione di una vita normale per i trecentomila nostri concittadini israeliani, uomini e donne, che vivono in Giudea e Samaria (Cisgiordania). Questo è il motivo per cui la sospensione non riguarderà costruzioni già oggi in corso, e non includerà scuole, asili, sinagoghe ed edifici pubblici necessari perché la vita possa continuare normalmente durante il periodo della sospensione. Ovviamente, durante questo periodo saranno anche garantite la strutture che possano rendersi necessarie per proteggere la sicurezza nazionale e salvaguardare la vita dei nostri cittadini.
Circa Gerusalemme, capitale sovrana d’Israele, la nostra posizione è nota. Non poniamo restrizioni alle attività edilizie nella nostra capitale sovrana. E come sempre, restiamo impegnati a tutelare la libertà di culto per tutte le fedi e a garantire trattamento eguale e corretto a tutti i cittadini della città, ebrei e arabi allo stesso modo.
Quando terminerà il periodo di sospensione, il mio governo tornerà alle politiche dei governi precedenti riguardo alle costruzioni.
Voglio dire con chiarezza ai palestinesi: è ora di avviare negoziati. Ora è il momento di far progredire il processo di pace. Non c’è più tempo da perdere. Israele ha fatto un passo generoso in nome della pace. È tempo che i palestinesi facciano altrettanto.

(Da: MFA Newsletter, 25.22.09)

 




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26 novembre 2009

L'ebraismo non piace? Basta inventarne uno personale a proprio uso e consumo. La sottile inconfessata apostasia di Gad Lerner

 

 

Sarebbe troppo facile dire che le nuove "Scintille" di Gad Lerner, titolo di un libro ben scritto uscito per Feltrinelli (221 pagine, 15 euro), siano il parto dell'ebraico odio di sé. Il nazismo parlava in modo derisorio di Luftmenschen, dell'ebreo come di una "creatura dell'aria" che non ha casa. E' giusto e naturale avvicinarsi quindi con pudore alla genealogia diasporica di Lerner. Ma la sua operazione memorialistica ha esiti politici e culturali più che discutibili. In "Tu sei un bastardo", il suo precedente libro, Lerner aveva fatto sfoggio del meticciato e del rigetto di ogni posizione identitaria. In questo nuovo saggio, dove si definisce "levantino d'Europa", Lerner non rinnega l'ebraismo, lo celebra piuttosto come qualcosa che ha a che fare esclusivamente con la tolleranza, con la mescolanza delle etnie e delle religioni (leggi islam), con l'ibridazione delle culture, con l'idea d'esilio, di diaspora e di meticciato appunto.

Lerner offre la propria saga familiare come un'esortazione al cosmopolitismo, che pure è uno dei tratti che hanno reso grande la cultura ebraica del Novecento, e nei secoli. Ma così facendo, guardando in dispitto l'esito sionista dopo la Shoah, Lerner si pone sotto la costellazione di quella stessa catastrofe che ha sostituito al ghetto le camere a gas. Nulla dalle sue pagine lascia trapelare amore e orgoglio per come la costruzione esclusiva del monoteismo giudaico abbia partorito democrazia e diritti umani in occidente. Non c'è alcun allarme sulla volontà iraniana di incenerire Israele né sull'odio nuovo e antichissimo che investe anche gli ebrei della diaspora (leggi la strage di Mumbai). Non c'è compiacenza per il grado di felice integrazione di etnie lingue ed esperienze diverse in Israele, per la forza delle sue istituzioni e della cultura laica e religiosa. Non c'è traccia di generosità verso l'esperimento sionista, un paese che respira fra la vita e la morte da sessant'anni e che fin dai propri albori ha combattuto duramente restando una grandissima democrazia. Non c'è compassione né comprensione verso l'esercito israeliano, l'unico al mondo che consenta per statuto di disubbidire a un ordine disumano.

È in un esotico altrove che Lerner colloca la propria biografia. umana e familiare. Il titolo del libro deriva da "gilgul", che secondo la Qabbalah ebraica è il frenetico movimento delle anime vagabonde. Con queste "scintille" che ripercorrono la propria storia dalla Polonia al Libano, Lerner accusa Israele di "inadeguatezza" e compie una sottile inconfessata apostasia rispetto a questo paese e al suo destino, secondo lui vittima della "nozione soffocante di nemico".

Nel libro Lerner se la prende anche con chi, come le famiglie israeliane vittime degli attentati, ha voluto mostrare le immagini di morte dopo che sono passati i kamikaze. "La morbosità con cui si celebra il dolore è insinuante fino a obnubilare i sensi", scrive Lerner, che vorrebbe dissacrare la sofferenza delle migliaia di civili assassinati dai terroristi suicidi. "I servizi fumati trasmessi alla televisione dopo gli attentati indugiano sulle membra violate dei cadaveri, sulle pozze di sangue, sui feriti che urlano". L'avventura sionista, una benedizione per gli ebrei e l'occidente, non ha registrato una vocazione unanime all'interno dell'ebraismo. Ma i modelli che Lerner offre al lettore, per quanto tutti dignitosi, servono solo a esaltare "la crisi del sionismo". Come il marxista messianico Ernst Bloch, che d'Israele diceva, forse allarmato dalla sua trasformazione in stato-guarnigione: Che senso ha rivoluzionare l'ebraismo per partorire una Serbia o un Montenegro in più?". "Chi nel Novecento si è rifiutato di assumere come finalità determinante dell'ebraismo la rinascita dello stato ebraico ne è stato ricambiato con una vera e propria estromissione", lamenta Lerner.

E allora personaggi da emulare, nella loro tragica grandiosità, sonò il colonnello Eli Geva, che chiese di essere rimosso dal comando militare israeliano perché rifiutava la presa di Beirut. Oppure Shlomo Schmalzman, che fece uno sciopero della fame allo Yad Vashem per protestare contro "l'uso strumentale" che il primo ministro Menachem Begin faceva dell'Olocausto per giustificare l'intervento militare in Libano. O l'insorto Marek Edelman, uno dei comandanti dell'insurrezione nel ghetto di Varsavia, un uomo meraviglioso, un'icona del Novecento, ma anche l'unico dei comandanti di quell'insurrezione a non emigrare in Israele (Yitzhak Zuckerman, Zivia Lubetkin, Simha Rotem e Israel Gutman sono andati tutti a edificare lo stato ebraico). Lerner "dimentica" che in quel ghetto furono uccisi anche decine di combattenti ebrei revisionisti e borghesi, sloggiati dalla storia perché considerati "di destra".

I santini di Lerner sono radicalmente altro rispetto a Israele, sono gli eretici e gli eterodossi, figure che a Gerusalemme oggi suscitano un certo sarcasmo, se non rabbia. Come Avraham Burg, l'ex speaker del Parlamento israeliano divenuto saggista di successo, per il quale "Israele è già morto", "lo stato ebraico è un'idea che non può funzionare" e "la fine del sionismo è prossima".

È la demografia, non le chiacchiere, a sconfessare Lerner. Lo studioso Sergio Della Pergola ha spiegato che entro poco più di mezzo secolo, l'80 per cento dei bambini ebrei sotto i quattordici anni vivrà in Israele. Se la diaspora sta per essere mangiata dall'assimilazione, Israele, nonostante l'atomica iraniana e la sollevazione islamista che ne lambisce i confini, contiene un elemento di grande speranza. Sarà pure una fenice risorta dalle ceneri con artigli d'acciaio, ma dopo Auschwitz, Sion è stata ricostruita. Gli ebrei ci sono. Ci sono anche le scintille rarefatte di Gad Lerner.
Giulio Meotti
 




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