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30 settembre 2008

Compra una macchina fotografica e ci trova dati segreti su Al Qaeda

 
Il quartier generale dei servizi segreti britannici a Londra

Un agente dei servizi se ci trova dati segreti su Al Qaedaegreti britannici ha venduto il suo apparecchio ma non ha cancellato le notizie sensibili
Dopo che una spia del servizio segreto di Sua Maestà britannica aveva lasciato su un treno di pendolari un fascicolo con valutazioni sulla minaccia rappresentata da al Qaeda e sulle forze di sicurezza in Iraq la fuga di notizie sensibili in Gran Bretagna si arricchisce di un nuovo capitolo: un agente segreto dell’MI6, l’agenzia di spionaggio all’estero di Sua Maestà, ha venduto sul noto sito d’aste eBay una macchina fotografica digitale di seconda mano in cui si trovavano memorizzati nomi, impronte digitali, scatti e altri dati segreti utilizzati nella caccia ai terroristi legati ad al-Qaida in Iraq.

Tra le informazioni, scrive il tabloid The Sun, nomi di membri di al Qaeda, impronte digitali, informazioni varie su sospettati, oltre a foto di armamenti e ai dettagli sulla rete informatica dell’Mi6. Nello specifico, riporta sempre The Sun, c'erano anche foto di missili, che si ritiene siano stati venduti dall’Iran ai seguaci di Osama Bin Laden, e dati riguardanti Abdul al-Hadi al Iraqi, il terrorista 46enne arrestato nel 2007 dalla Cia e detenuto nel carcere di massima sicurezza di Guantanamo.

La preziosa Nikon Coolpix è stata acquistata su eBay da un «innocente», scrive The Sun, fattorino di 28 anni che vive ancora con la madre, per appena 17 sterline. La scoperta del materiale top-secret è avvenuta un mese fa mentre il ragazzo stava scaricando le foto di un suo recente viaggio negli Stati Uniti. Sconvolto, ha portato il materiale alla polizia che ha subito sequestrato macchina fotografica e pc impedendo al ragazzo e alla madre di rivelare la notizia ai media per evitare l’ennesimo scandalo sulla fuga di notizie. Al momento, ha fatto sapere un poliziotto dell’Hertfordshire, gli agenti segreti stanno indagando sul caso.

L'episodio, però, è solo l’ultimo di una serie di imbarazzanti incidenti che hanno coinvolto di recente vari altri funzionari e agenti segreti britannici. L’anno scorso un impiegato del fisco perse i cd contenenti le coordinate bancarie e gli indirizzi di 25 milioni di persone, mentre a gennaio un dipendendente del ministero della Difesa smarrì un pc nel quale erano custoditi dati personali di 600mila reclute. Ad agosto un consulente del ministero dell’Interno perse file con i dettagli su tutti i detenuti nelle prigioni di Inghilterra e Galles
la stampa


30 settembre 2008

La tribù dispersa del Signore

 

Gli Abayudaya sono una piccola comunità ebraica fondata cento anni fa nel cuore dell’Africa equatoriale da un capo militare orgoglioso, cocciuto e visionario. I suoi seguaci, rimasti isolati per decenni e poi perseguitati dal regime di Idi Amin Dada, ora sono riusciti a tessere nuovi legami con il resto del mondo ebraico.
     

     

La terra promessa assomiglia al seno di una donna. «Prosperoso e fertile», ha precisato l’uomo che ci ha indicato la strada. Una profezia azzeccata. Il colle verdeggiante a forma di mammella troneggia sulla savana a pochi chilometri dalla città di Mbale. Sulle mappe viene segnalato col nome di Nabugoye Hill, ma per la gente del posto è semplicemente "la collina degli ebrei". «Le Sacre Scritture non ne fanno menzione», ha ammesso la nostra guida. «Ma le vie del Signore sono infinite... Specie quando penetrano nel ventre molle dell’Africa», ha aggiunto con una risata.

Un insegnante legge brani della Torah a un gruppo di bambini.
Un insegnante legge brani della Torah a un gruppo di bambini.

Su questa piccola altura ugandese – collegata al resto del mondo da una fragile pista piena di buche – ha trovato rifugio una sperduta tribù ebraica composta da uomini e donne dalla pelle nera come l’ebano. Si chiamano Abayudaya. Non hanno legami di sangue con Abramo e Giacobbe, né rivendicano alcuna lontana ascendenza giudaica risalente al re Davide. A differenza dei loro fratelli etiopi, i celebri Falashà, non cullano il sogno di vivere in Israele. Professano l’ebraismo in solitudine, a modo loro. Portando avanti usi e costumi che non è frequente rintracciare a queste latitudini. Pregano in sinagoghe tirate su con il fango e salutano i visitatori con un cordiale shalom. Celebrano lo Sabbath e le altre festività del calendario ebraico. Sottopongono i neonati al rito della circoncisione, otto giorni dopo la nascita, come prescritto dalla tradizione giudaica. Preparano pasti a base di manioca secondo le rigide regole della cucina kashèr. Nelle loro case custodiscono le mezuzzah, gli astucci per le pergamene con le invocazioni fondamentali dell’ebraismo, che recitano ogni giorno al mattino e alla sera.

Danze di benvenuto per i visitatori stranieri.
Danze di benvenuto per i visitatori stranieri.

Seguono con cura prescrizioni religiose millenarie, ma la comunità a cui appartengono non ha neppure un secolo di vita. La loro storia è cominciata all’inizio del Novecento, quando l’Uganda era un protettorato britannico. All’epoca i soldati di Sua Maestà controllavano il territorio con l’aiuto di alcuni sovrani africani reclutati con la forza. Uno dei principali alleati degli inglesi si chiamava Semei Kakungulu. Era un valoroso comandante muganda, cresciuto alla corte di un re locale, che aveva sottomesso col suo esercito le popolazioni ribelli delle regioni orientali: un’impresa militare prestigiosa per la quale reclamava una giusta ricompensa. «Le autorità coloniali gli avevano promesso la sovranità su quella parte di territorio, in cambio del suo appoggio militare e politico. Ma Kakungulu venne vergognosamente ingannato e il suo regno venne scippato da Londra», assicurano oggi i libri che circolano nelle scuole ugandesi.

Gli storici europei sono più cauti nel ricostruire la vicenda: sorvolano sull’esistenza del presunto accordo tra il generale africano e l’amministrazione britannica, limitandosi a citare i dispacci dei funzionari coloniali che dipingevano il condottiero muganda come un «capopopolo riottoso e inaffidabile». Quel che è certo è che nel 1913 Kakungulu – che pure si era fatto convincere dai missionari inglesi a convertirsi al cristianesimo per ingraziarsi Dio e la regina – venne estromesso dal suo ruolo politico e fu destituito di ogni potere. Colpito nell’orgoglio, disgustato dall’avidità dei nuovi governanti, il fiero comandante rinunciò alle sue aspirazioni. E iniziò una nuova vita dedicata interamente alla preghiera e alla predicazione religiosa. «Deluso dall’uomo bianco, si rifugiò in un rapporto intenso con Dio», osserva lo studioso americano Michael Twaddle, autore di Kakungulu and the Creation of Uganda (Eastern African Studies, 1993). «Era come un leone ferito... Ma era ancora capace di far male».

La preghiera di Sabbath in una delle sinagoghe della comunità Abayudaya.
La preghiera di Sabbath in una delle sinagoghe della comunità Abayudaya.

In effetti, nelle nuove vesti di guida spirituale, Kakungulu escogitò una micidiale vendetta personale contro i suoi ex alleati. «Non usò i fucili poiché aveva rinnegato l’uso della violenza», spiega Twaddle. «Preferì impugnare un’arma non convenzionale, in apparenza innocua ma con un potenziale distruttivo devastante». Ripudiò pubblicamente il cristianesimo – «la religione ingannevole inventata dai bianchi» – e accusò di blasfemia i conquistatori britannici: il massimo atto di spregio contro chi si fregiava di aver portato il messaggio salvifico tra i selvaggi africani. Fu un gesto inaspettato, clamoroso, di grande risonanza. Destinato a scuotere il cuore della colonia.

In breve tempo i seguaci di Kakungulu decisero di seguire le orme del capo apostata. Cominciarono a disertare le Messe domenicali, spopolarono le missioni, abbandonarono le lezioni di catechismo. Bruciarono i libri di preghiera distribuiti dai religiosi anglicani e cattolici. A migliaia si convertirono alla dottrina di una nuova setta fondata da un pastore locale, Malaki Musaiakawa, che traeva ispirazione da una lettura grossolana della Bibbia e rifiutava gran parte di ciò che era stato scritto sulla vita di Gesù di Nazaret. Il culto malakita era un originale miscuglio di precetti ebraici e di credenze africane. Proibiva il consumo della carne di maiale, permetteva i matrimoni poligamici, contemplava gli esorcismi dei guaritori tradizionali. Rifiutava l’uso di qualsiasi medicina (nel 1926 i Bamalaki si rivoltarono contro le autorità coloniali che volevano imporre una campagna di vaccinazione). Infine vietava ogni tipo di mutilazione corporale: i fedeli non potevano sottoporsi a incisioni ornamentali della pelle, né a circoncisioni rituali.

Anziani in preghiera in una sinagoga intitolata a Mosè.
Anziani in preghiera in una sinagoga intitolata a Mosè.

Quest’ultimo divieto – a dire il vero – era piuttosto controverso. «Il patto della circoncisione è stato comandato da Dio ad Abramo», obiettò a un certo punto Kakungulu, rimproverando ai dignitari di ignorare il libro della Genesi. «Chi siamo noi per infrangere un ordine divino?». Era una domanda che non prevedeva risposte: nel 1919 il carismatico capo spirituale sottopose se stesso e i suoi figli alla circoncisione e invitò i suoi discepoli a fare lo stesso. Fu un gesto di rottura insanabile con la Chiesa malakita.

Kakungulu diede vita a una nuova dottrina fondata sulle prescrizioni dell’Antico Testamento. Salì sul monte Elgon, un vulcano inattivo della regione, «ansioso di avvicinarsi al cielo e di allontanarsi dalle miserie terrene», per poi ripiegare sulla vicina collina di Nabugoye, che ai suoi occhi ricordava il monte Sion, dove posò le fondamenta della sua congregazione. La battezzò «Kibina Kya Bayudaya Absesiga Katonda», cioè la Comunità degli ebrei che confidano nel Signore. I suoi seguaci furono chiamati semplicemente Abayudaya, che in lingua luganda significa «Ebrei» (da «Ba-Judea», «Gente della Giudea»). 

Donne in preghiera.
Donne in preghiera.

«In verità l’ebraismo originario in Uganda era un confuso minestrone di costumi giudaici e cristiani», spiega il sudafricano Philip Briggs nel suo volume Uganda (Bradt Guide, 2007). «I fedeli, per esempio, enfatizzavano il battesimo e consideravano i loro templi "chiese ebraiche" e non "sinagoghe"». L’isolamento culturale e la mancanza di studi teologici determinavano una certa improvvisazione nella predicazione e nella liturgia. Le cose migliorano nel 1926 quando Kakungulu fece conoscenza di un mercante ebreo residente in Uganda, che accettò di insegnargli i precetti fondamentali della religione ebraica e gli procurò i primi testi sacri. Due anni dopo, il 24 novembre 1928, Kakungulu morì per una polmonite.

La storia dell’ebraismo ugandese poteva finire lì, con la scomparsa dell’illustre patriarca. Ma gli Abayudaya mantennero salda la loro identità e per decenni riuscirono ad alimentare la loro fede in solitudine. Nel 1962, all’indomani dell’indipendenza dell’Uganda, erano circa 3 mila e disponevano di trenta sinagoghe. Il loro dinamismo insidiava l’egemonia dei missionari cristiani, irritava le autorità islamiche e preoccupava persino i politici locali.

Una bambina della piccola comunità ebraica ugandese.
Una bambina della piccola comunità ebraica ugandese.

Ben presto sulle colline attorno alla città di Mbale cominciò a soffiare il vento dell’antisemitismo e gli Abayudaya diventarono bersagli di invettive e soprusi. Sui muri delle case comparvero scritte contro i «perfidi giudei» e gli «assassini di Cristo». L’intolleranza esplose in tutta la sua ferocia dieci anni dopo, con l’avvento di un nuovo regime politico guidato dal generale Idi Amin Dada. Appena giunto al potere con un colpo di Stato, Amin fece sterminare migliaia di dissidenti politici, intellettuali, ufficiali dell’esercito e persone comuni ritenute pericolose. Nel 1972, cacciò dal Paese 50 mila asiatici, e lo stesso anno troncò le relazioni diplomatiche con lo Stato di Israele.

Il terrificante clima politico colpì anche la piccola comunità degli Abayudaya. Amin ordinò di radere al suolo le loro sinagoghe e fece distruggere qualsiasi cosa avesse a che fare con l’ebraismo. Migliaia di discepoli di Kakungulu furono costretti a convertirsi al cristianesimo o all’islam. Solo pochi fedeli riuscirono a fuggire o a nascondersi nella boscaglia, ma i loro familiari furono massacrati per rappresaglia. «Le persecuzioni terminarono con il crollo del regime, alla fine degli anni Settanta», ricorda Israel Siriri, attuale portavoce degli Abayudaya, un uomo dallo sguardo furbo e severo che ci accoglie sulla collina di Nabugoye. «Il mondo conosce giustamente le atrocità commesse dai nazisti contro gli ebrei europei durante la Seconda guerra mondiale, ma anche noi africani abbiamo patito una brutale campagna di violenza, passata sotto silenzio... E alcune dolorose ferite del passato devono ancora cicatrizzarsi».

Donne della comunità Abayudaya portano l'acqua al villaggio.
Donne della comunità Abayudaya portano l’acqua al villaggio.

Sono circa seicento gli ebrei ugandesi sopravvissuti alla stagione dell’odio. Nella loro minuscola enclave religiosa coltivano con orgoglio gesti e tradizioni tenuti segreti per lunghi anni. «Abbiamo una fede tenace», assicura Siriri. «Durante il periodo dell’oppressione sbirciavamo di nascosto le pagine consunte di vecchi testi di preghiera. Solo pochi anni fa siamo riusciti a procurarci la Torah, la pergamena dei nostri cinque libri sacri».

Oggi gli Abayudaya stanno cercando di rompere la condizione di solitudine che fin dalle origini ha temprato – e minacciato di estinzione – la loro comunità. «Siamo riusciti ad allacciare i primi timidi rapporti coi rappresentanti diplomatici d’Israele e attendiamo fiduciosi un riconoscimento ufficiale da parte dei rabbini ortodossi», spiega Aaron Kintu Moses, "ambasciatore" della comunità, che sfoggia sul capo una coloratissima kippah. Finora Tel Aviv – generalmente disponibile ad accogliere i discendenti delle tribù perdute per sostenere la bilancia demografica dello Stato ebraico – non ha mostrato un particolare interesse nei confronti di questa piccola comunità. In compenso, organizzazioni ebraiche americane hanno inviato in Uganda soldi e volontari. Adam Baldachin, 27 anni, attivista dell’Institute for Jewish and Community Research, proviene dal New Jersey: «Ho deciso di trascorrere qui un anno per insegnare l’ebraico ai leader della comunità. Gli Abayudaya professano una fede genuina ma un po’ rudimentale. Devono imparare la lingua dei testi sacri, un compito tutt’altro che facile».

Mucchi di scarpe lasciati all'esterno di una sinagoga.
Mucchi di scarpe lasciati all’esterno di una sinagoga.

Ruth Moss, insegnante in pensione, capelli bianchi come la neve, militante dell’organizzazione Kulanu, è arrivata da Boston un paio di mesi fa: «Mi sono innamorata di questo posto, vorrei fermarmi a lungo per aiutare i nostri fratelli ugandesi. La gente qui è ospitale, aperta al dialogo. E il rapporto con la religione è semplice e spontaneo. Meritano di essere sostenuti». Anche Diane Tobin, direttrice del Be’chol Lashon, movimento ebraico di San Francisco, non nasconde il suo entusiasmo: «Abbiamo avviato un vasto programma di aiuti per promuovere la salute e l’istruzione di centinaia di persone».

Grazie agli aiuti dei fratelli americani, ora gli Abayudaya dispongono di nuove scuole in muratura, sulle cui pareti campeggia in bella evidenza la Stella di Davide. Inoltre nei villaggi si stanno costruendo pozzi, cisterne d’acqua, internet-point, dispensari, negozi kashèr e persino una guest-house. «Facciamo solidarietà, non proselitismo: non promettiamo aiuti per conquistare nuovi fedeli», puntualizzano gli sponsor statunitensi, ma è naturale che la loro vivace attività filantropica attragga molta gente attorno alle sinagoghe. «La nostra grande famiglia si sta allargando», conferma compiaciuto Gershom Sizomu, il rabbino capo degli Abayudaya, reduce da cinque anni di studio in un collegio di New York. «Lo scorso luglio abbiamo celebrato la conversione collettiva di duecentocinquanta persone che si sono immerse nel bagno rituale ebraico», ricorda con commozione.

La Torah viene portata in processione durante la liturgia di Sabbath nella sinagoga di Pallissa.
La Torah viene portata in processione durante la liturgia di Sabbath
nella sinagoga di Pallissa.

I fedeli vivono sparpagliati in una manciata di villaggi circondati da coltivazioni di miglio e di patate. «Ma in occasione dello Shabbat ci ritroviamo per pregare assieme e condividere un momento di comunione gioiosa», spiega Seth Jonadav, un giovane Abayudaya impegnato a spolverare la Menorah, il candelabro a sette braccia che viene acceso ogni venerdì sera. Nel giorno sacro dell’ebraismo la sinagoga si gonfia di persone di ogni età abbigliate a festa. Ad allietare le celebrazioni religiose ci pensa un gruppo di infervorati musicisti che canta inni al Signore e strimpella un paio di chitarre malmesse. «Nel 2005 siamo stati nominati per un Grammy Award», ricordano con orgoglio i giovani della band. Shalom everybody everywhere è il ritornello-tormentone della canzone che li ha portati al successo. «Un messaggio di amore fraterno che cerchiamo di vivere ogni giorno, a cominciare dal lavoro», chiarisce Joab Jonadabu Keki, responsabile di un originale kibbutz interreligioso. «Siamo una cooperativa di ottocento contadini. Ebrei, musulmani e cristiani. Lavoriamo gomito a gomito. Nel rispetto delle reciproche differenze, senza prevaricazioni».

Due bambini alla prese con lo studio dell'ebraico.
Due bambini alla prese con lo studio dell’ebraico.

Il caffè che producono si chiama Mirembe Kawomera, cioè «Pace deliziosa». È un auspicio, un segno di speranza. Ma in questa solitaria terra promessa, incuneata nel cuore martoriato dell’Africa, suona come un messaggio profetico.

Marco Trovato
foto di Richard Sobol/Sipa Press/Olympia


30 settembre 2008

«Sono una vera musulmana e odio tutti gli occidentali miscredenti»

 

Il mio blog, l’ho scoperto ieri, sponsorizza una "famosa" agenzia matrimoniale online per musulmani. Curiosando tra gli utenti registrati, ho trovato una trentatreenne iraniana «molto attraente», di Macerata, che si presenta in questo modo: «Sono una vera musulmana, amo essere sottomessa alla forza del mio uomo. Allah è la mia guida e odio tutti gli occidentali miscredenti. (…) Non vado in giro mezza nuda come le occidentali o le prostitute cristiane e indosso il burqa per nascondere la mia bellezza».


30 settembre 2008

Separati alla nascita? quanto si assomigliano Ariel Toaff e Tariq Ramadan

 

lo fa notare Elena Loewenthal

Testata: La Stampa
Data: 30 settembre 2008
Pagina: 35
Autore: Elena Loewenthal
Titolo: «Toaff-Ramadan smettetela di fare le vittime»

Da La STAMPA del 30 settembre 2008, un articolo di Elena Loewenthal:
 

(a sinistra, Ariel Toaff;  a destra Tariq Ramadan)

Separati alla nascita? Chissà. Non è da escludersi, malgrado le distanze, anagrafiche e non: Tariq Ramadan e Ariel Toaff sembrano fatti con la stessa fetta di DNA - intellettuale, s’intende. Quanto si assomigliano, le loro recenti avventure culturali: sarà pure una coincidenza, ma certo sembra fatta apposta per i sofisticati meccanismi mediatici di questi tempi.
Entrambi hanno infatti bucato lo schermo - intellettuale, s’intende sempre - con posizioni discutibili. Ma a ben guardare, la loro vocazione polemica si fonda più sulla forma che sui contenuti. L’ambiguità lessicale è cifra comune a entrambi. Per lo storico Toaff si è esercitata in un elegante gioco delle parti fra verbi indicativi e condizionali, che tramutava la congettura in verità, l’ipotesi in evidenza. Per l’accademico Ramadan è sempre tutta questione di sfumature: dire la stessa cosa, in arabo o in francese, significa dirne un’altra. La doppiezza è una necessità, praticamente una virtù.
Levato il polverone, entrambi si sono imposti una pausa di circostanza. Ma mica per niente. Anzi. Per pensarci su. E ora, curiosa ironia della sorte (o scherzi del DNA? chissà) tornano entrambi sui banchi delle librerie. Con due saggi. Due pamphlet. Due distillati delle loro verità: Islam e verità (Ramadan, per Einaudi), Ebraismo virtuale (Toaff, Rizzoli). Le verità in questione sono, ancora una volta in mirabile simmetria, così profonde da risultare quasi banali: l’islam è compatibile con la modernità e l’Occidente (l’uno), gli ebrei non sono né meglio né peggio degli altri (l’altro).
Come nasce l’ispirazione? Semplice. Cioè, spesso è una faccenda complicata, ma non qui: entrambi i libri hanno infatti per movente la denuncia dell’incomprensione. Sono stati scritti con l’intento di spazzare via l’equivoco (proprio quello grazie al quale si erano sollevati i polveroni mediatici - intellettuali, s’intende ancora). Ramadan e Toaff lamentano di non essere stati capiti. «Questa è un’opera di chiarificazione. Illustro in maniera volutamente accessibile le idee fondamentali...» attacca Ramadan. «Volutamente accessibile»? Ma come? Altrove era stato forse «volutamente inaccessibile» o «involontariamente accessibile»? «Questo saggio parte proprio da qui, da una considerazione pessimistica e gravida di pesanti implicazioni», mette subito in chiaro Toaff.
Quando ci si deve spiegare dopo che non si è stati capiti, ci vogliono le virgolette. Ramadan ne mette a bizzeffe. Toaff un po’ meno, ma dissemina il suo pamphlet di verità sull’ebraismo passivo, autoreferenziale. Buono e/o cattivo. Però in fondo il discorso è sempre quello: tanto l’uno quanto l’altro si chiamano fuori. Denunciano per distinguersi. Lamentano per distanziarsi. Come? Usando il vittimismo: ora vi racconto come stanno le cose. Datemi retta, io lo so. Io so, per il semplice fatto che gli altri non mi hanno capito. Qui sta l’ispirazione: in quel sussiego tutto particolare che nasce dal sentirsi a un tempo maltrattati (mediaticamente parlando, s’intende) e illuminati. Una forma evoluta di complesso di persecuzione. Perché come ben sanno tanto Ramadan quanto Toaff, il troppo stroppia, il vittimismo quand’è esagerato diventa spacconeria e si fa in fretta a cascare nel ridicolo. Per fortuna che una virgoletta (o due) li salveranno.

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permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 30/9/2008 alle 19:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


30 settembre 2008

Immigrazione. Evitare gli abusi nei ricongiungimenti familiari

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Secondo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio per i migranti, il governo Berlusconi, con gli ultimi provvedimenti presi in materia di immigrazione, restrittivi sui ricongiungimenti familiari e sui richiedenti asilo, «si allontana sempre di più, e non solo nel tempo, dallo spirito della lettera di quei diritti umani che trovarono possibilità di essere espressi perché si proveniva forse dagli orrori di una guerra mondiale. Eppure l'uomo e la donna sono gli stessi, hanno bisogno di protezione,  specialmente nei casi in questione». Marchetto aveva già criticato a più riprese la politica verso gli immigrati dell'attuale governo e dell'Unione europea. E qualche giorno fa, parlando ai microfoni della Radio Vaticana, il presule ha affermato che: «E' in corso in Europa una riflessione al fine di conseguire una politica comune in relazione ai richiedenti asilo e ai rifugiati. Purtroppo la tendenza è al ribasso rispetto agli impegni internazionali a suo tempo assunti in favore della protezione di persone perseguitate, e i cui diritti umani non sono stati rispettati».

Marchetto prende di mira i due decreti legislativi approvati dall'ultimo Consiglio dei ministri su proposta di Roberto Maroni e Andrea Ronchi in materia di riconoscimento e revoca della qualifica di rifugiato (teso ad evitare strumentalizzazioni nella presentazione della domanda di asilo attraverso l'introduzione della categoria della manifesta infondatezza per eliminare domande chiaramente strumentali) e diritto al ricongiungimento familiare (prevede che il coniuge non debba essere separato e debba avere più di diciotto anni, nonché requisiti più stringenti). Tali decreti modificano la disciplina di recepimento di direttive comunitarie (rispettivamente il decreto legislativo n. 25 del 2008 e n. 5 del 2007).

Il governo vuole ridurre i tempi per l'acquisizione dello status di rifugiato, sfoltendo le domande pervenute e cassando le richieste palesemente strumentali, e rendere più stringenti i requisiti per il ricongiungimento familiare, onde evitare che l'abuso di questo strumento diventi un modo per aggirare la legge sull'immigrazione. E allora dove è questa tendenza al ribasso cui fa riferimento monsignor Marchetto? L'unica tendenza palese, anche per quanto riguarda gli ultimi interventi comunitari in materia di immigrazione (vedi ad esempio, da ultimo, il Patto europeo per l'immigrazione e l'asilo, che dovrebbe essere approvato definitivamente al vertice dei capi di Stato e di governo dell'Ue che si terrà a Bruxelles il prossimo 15 ottobre), è quella di evitare abusi e cercare di mettere delle regole chiare in materia. Il buonismo delle porte aperte per tutti porterebbe solo danni, in primis agli immigrati che vengono nel nostro paese (o comunque in Europa). Come giustamente segnalato dal vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi: «Sbaglia chi pensa che garantire la sicurezza e combattere l'immigrazione clandestina significhi violare i diritti. E' invece proprio quando non esistono più regole e tutto diventa possibile che si finisce per  compromettere  la libertà e la dignità di ciascuno di noi».

Da sottolineare che il provvedimento prevede che coniugi, figli maggiorenni e genitori di immigrati dovranno essere sottoposti al test del Dna per ottenere il ricongiungimento (nel caso i consolati non siano in grado di accertare l'effettiva parentela); che le spese saranno a carico del richiedente; che il ricongiungimento non verrà più concesso automaticamente per decorrenza dei termini. Il test è già in uso in Inghilterra, Francia, Danimarca e Belgio e rappresenta un ottimo strumento nell'ottica del miglioramento delle politiche di sicurezza connesse alla gestione del fenomeno dell'immigrazione di massa. 

Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it


30 settembre 2008

In Germania crescono i rischi di attentati di matrice islamica

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L'areoporto Konrad Adenauer di Bonn-Colonia oggi è stato nuovamente al centro dell'opinione pubblica tedesca. Dopo la controversa vicenda dei 500 simpatizzanti del movimento «pro Köln» bloccati un giorno all'aeroporto dalla polizia per evitare che si unisessero alla conferenza antislam di Colonia, contro la costruzione della moschea, la polizia ha arrestato a bordo dell'aereo KLM diretto ad Amsterdam due terroristi islamici. I due volevano raggiungere l'Uganda dall'Olanda per unirsi ad una cellula terroristica. Si tratta di Abdizarak B., un somalo dell'età di 24 anni e di Omar D. un somalo-tedesco di 23 anni, convertito all'Islam e nato a Mogadiscio.

Alcuni minuti prima del decollo la polizia, salita a bordo dell'aereo, ha tratto in arresto i due terroristi. I due, sorvegliati già da alcuni mesi dalle forze di polizia tedesca, facevano parte dell'organizzazione Unione Jihad Islamica, la stessa alla quale appartenevano gli islamici arrestati a settembre in Germania, facente capo al tedesco convertito all'Islam Fritz Gelowicz.

Venerdì uno dei due arrestati  era di passaggio in Germania al termine di un soggiorno all'interno di un campo di addestramento per terroristi in Pakistan, l'altro invece arrivava da un campo addestramento in Afghanistan. Durante l'interrogatorio i due, che hanno più volte espresso il desiderio di morire nella guerra santa, uccidendo gli infedeli, non hanno però ammesso di aver contatti con le cellule islamiche di Bonn, le stesse in contatto con il ricercato tedesco di soli 21 anni, Eric Breininger ed Houssain Al Malla.

Eric Breininger ed Houssain Al Malla, in contatto con cellule saudite, sono invece protagonisti di un video visibile in internet dove dichiarano più volte il loro desiderio di farsi saltare in aria. Secondo le informazioni rilasciate dai servizi segreti, oggi Eric Breininger ed Houssain Al Malla vorrebbero far ritorno in Germania dal campo addestramento in Afghanistan per preparare un attentato sul suolo tedesco. Nonostante le rivelazioni emerse in seguito agli arresti, il ministro degli interni Schauble nega il rischio di attentati imminenti in Germania «Certo, la Germania è un bersaglio per i terroristi della mezza luna ma grazie ai controlli della Polizia, siamo in grado di rassicurare i cittadini tedeschi che non vi è alcun rischio di attentato imminente».

Già i primi di settembre, la polizia aveva smantellato diverse cellule terroristiche nei pressi di Bonn. Come reazione agli arresti, nei pressi di Colonia, la settimana scorsa tre adolescenti di soli 15, 16 e 17 anni avevano sparato contro due poliziotti. Secondo la stampa locale i tre avrebbero poi confessato di voler uccidere i due poliziotti per compiere un attentato di terrorismo islamico.

traldi@ragionpolitica.it


30 settembre 2008

Il rischio di una nuova intifada

 

Guy Bechor

Finché il mondo palestinese è rimasto diviso in due entità separate fra loro solo sul piano fisico, le cose potevano andare avanti. Ma a gennaio quel mondo verrà diviso in due anche sul piano legale, uno sviluppo che potrebbe segnare il definitivo collasso della politica palestinese.
Ciò che accadde ai palestinesi nel 1936 e nel 1948 potrebbe verificarsi di nuovo: fra circa quattro mesi, il 14 gennaio 2009, scadrà il mandato presidenziale del 73enne Mahmoud Abbas (Abu Mazen). E sarà bufera.
Hamas non permetterà che si tengano elezioni nella striscia di Gaza, specie se il candidato alla presidenza sarà Abu Mazen o un'altra figura di Fatah. Di conseguenza sarà impossibile tenere regolari elezioni presidenziali. Hamas sta aspettando appunto che si concretizzi questo scenario per sostenere che, in base alla costituzione e alla legge elettorale palestinese, un presidente decaduto deve essere sostituito dallo speaker del parlamento. L’attuale speaker del parlamento palestinese, da quando Hamas ha assunto il controllo del parlamento che di fatto non funziona, è Aziz Dweik, un uomo di Hamas. Ma Dweik è agli arresti in Israele, per cui Hamas sostiene che il prossimo presidente dovrebbe essere il suo vice, Ahmed Bahar, che naturalmente è un altro uomo di Hamas. È questa la strada attraverso cui Hamas conta di assumere il controllo su tutti i territori dell’Autorità Palestinese.
Cosa emerge da questo scenario?
- La striscia di Gaza costituisce di fatto lo stato palestinese. Ha completa sovranità, anche se isolata e non riconosciuta. Non solo non ha più rapporti con il regno di Giudea e Samaria (Cisgiordania), ma le due entità sono in questo momento ostili fra loro.
- Il desiderio del governo israeliano di arrivare a una soluzione diplomatica con Abu Mazen entro la fine dell’anno non è realistico. Nei prossimi mesi Abu Mazen si farà più estremista a gesti e a parole. Non è un caso che sia andato in Libano a incontrare (il terrorista infanticida) Samir Kuntar e che continui a dichiarare che i profughi dovranno avere il diritto di stabilirsi in Israele. Abu Mazen radicalizzerà le sue dichiarazioni e i suoi obiettivi per non essere accusato di capitolare davanti a Israele.
- Tutte le istituzioni dell’Autorità Palestinese non stanno funzionando, cosa che ne fa un’entità del tutto artificiale che continua ad esistere solo grazie al cattivo nemico, Israele, sia a Gaza che in Cisgiordania. Israele, e solo Israele, sta risparmiando ai palestinesi un completo collasso politico, economico e sociale.
- Siamo arrivati alla assurda situazione per cui, in questo momento, tutto ruota attorno ad Abu Mazen. Il forzato sostegno di Condoleezza Rice ad Abu Mazen lo ha trasformato in un uno degli attori principali: se rimane, si può forse arrivare a una soluzione diplomatica; se invece se ne va, tutto crolla con lui. Un’assurdità.
- Questo stato di cose, che conferisce ad Abu Mazen peso e importanza, riflette anche un fondamentale elemento di debolezza. Come si potrà raggiungere un accordo con lui se la sua futura presidenza sarà antidemocratica? In pratica ha dissolto il parlamento, ha istituito un governo illegittimo senza l’approvazione del parlamento (dove Hamas detiene la maggioranza assoluta), e ora potrebbe prolungare il suo mandato oltre i termini di legge. Cosa accadrà se, contemporaneamente, vedremo un altro palestinese, un uomo di Hamas, assumere la carica di presidente?
- Infine, una volta fatta fallire la prospettiva elettorale, Hamas porrà termine al sogno di unità palestinese rendendo evidente che abbiamo a che fare con due gruppi di popolazione con due destini. In questo senso, la visione palestinese si estenderà a quel punto su ben quattro paesi distinti: striscia di Gaza, Cisgiordania, Giordania e Israele. Niente male per della gente che non ha neanche uno stato.
Ma attenzione: l’unica via d’uscita da questo vicolo cieco, per i palestinesi, potrebbe essere una nuova intifada, una qualche forma di attività armata contro Israele tale da riunificare le disperse forze palestinesi. L’incarico a Tzipi Livni, se sarà lei il primo ministro, potrebbe incoraggiare ulteriormente questo sbocco giacché ai palestinesi Israele parrà sempre più vulnerabile. Siamo pronti per tutto questo? Nel vuoto di leadership che affligge Israele, c’è qualcuno che si sta attrezzando per l’eventuale collasso palestinese e le conseguenze che coinvolgerebbero tutti noi?

(Da: YnetNews)


30 settembre 2008

Barak, fai il tuo dovere

 

Michael Mankin

Egregio ministro della difesa Ehud Barak,
sono rimasto sorpreso nell’udire la sua reazione all’ordigno fatto esplodere all’ingresso dell’abitazione del professor Ze'ev Sternhell: ha detto che non permetterà a nessuno, all’interno della società israeliana, di attaccare chi esprime le proprie opinioni. Una posizione netta che presumo condivisa dalla stragrande maggioranza della società israeliana, sia a destra che a sinistra.
Tuttavia lei, nella sua qualità di ministro della difesa in carica già da due anni, non può esprimersi come un qualunque cittadino. Questo incidente ricade sotto la sua competenza, e certamente che non si tratta di un gesto né unico né nuovo. Come ministro della difesa, lei non dovrebbe essere colto alla sprovvista. L’organizzazione in cui milito, Breaking the Silence (“rompere il silenzio”) da anni organizza visite guidate a Hebron e da tempo viene attaccata dai coloni.
Hebron, come lei sa, è il laboratorio dove l’estrema destra saggia i limiti della tolleranza delle autorità israeliane. Il terrorismo ebraico trova origine in quella città, un terrorismo diretto principalmente contro i palestinesi, come sanno tutti. Anche noi, in quanto israeliani che chiedono che la legge venga fatta rispettare, abbiamo subito maltrattamenti da parte di questa gente: lanci di sassi e uova, urla, minacce, insulti, persino aggressioni fisiche sono diventate parte della routine dei nostri tour. La polizia non arresta i facinorosi: per loro è più facile rimuovere noi dalla città. Di recente la polizia ha cancellato ancora un altro tour. Motivo: i funzionari di polizia dicono d’essere preoccupati per la nostra sicurezza e temono che coloni estremisti vengano in città da tutti i territori. La polizia teme questi coloni perché non ha gli strumenti per affrontarli. Lei, signor Barak, non fornisce alle forze di sicurezza quegli strumenti.
Hebron non è l’unico punto caldo, come lei sa. In passato abbiamo assistito a molti incidenti nella regione a sud del Monte Hebron, nella regione di Yitzhar e altrove. La violenza non è più diretta solo contro i palestinesi, né solo contro gli israeliani di sinistra, ma anche contro i soldati e gli agenti di polizia. Nelle ultime settimane abbiamo visto aggredire soldati a un avamposto militare. Soldati e agenti di polizia sono hanno paura di avvicinarsi ad alcune comunità ebraiche (in Cisgiordania). Tutte i discorsi sul deteriorasi dello stato di diritto nei territori sono diventati banali.
“Non permetteremo che nessuno attacchi altri all’interno della società israeliana”: lo ha dichiarato lei con grande risolutezza. Ma è lei che ha lasciato che queste cose avvenissero sin dal primo giorno in cui è entrato in carica. Anziché fare dichiarazioni, lei dovrebbe andare di fronte all’opinione pubblica e dire: “Su questo versante ho fallito”.
E, cosa ancora più importante, dovrebbe agire. Dopo tutto, qualunque israeliana che abbia seguito gli eventi degli ultimi anni sa che il deterioramento è solo all’inizio. Signor ministro, l’ordigno esplosivo diretto contro il professor Sternhell non è un nuovo incidente: è solo l’incidente avvenuto più vicino a casa sua. Non faccia quello che cade dalle nuvole, faccia piuttosto il suo dovere.

(Da: YnetNews, 22.09.08)

Nella foto in alto: il professor Ze'ev Sternhell dimesso dall’ospedale dopo l’attentato di mercoledì scorso


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30 settembre 2008

“PERCHE’ I POLITICI SONO SEMPRE INCOERENTI?”

 

''Proprio per non far la fine de La Margherita, una cinquantina di dirigenti nazionali, regionali e provinciali de 'La Destra' si stanno dimettendo in queste ore da tutti gli incarichi di partito.”
Parole di Daniela Santanchè, che aggiunge:
''Anch'io, in accordo con loro,
mi dimetto da portavoce nazionale e ritiro la mia mozione che, come è noto, propone di aprire il partito a collaborazioni con il Pdl, proprio come abbiamo fatto a Trento, per le prossime elezioni, con Marco Zenati, uno dei firmatari della mia mozione. Sono infatti convinta, e con me lo sono sempre più iscritti ma soprattutto gli elettori - continua - che per non rimanere confinato in un'area di estremismo extraparlamentare e di vago nostalgismo, un partito di destra moderno non abbia altra alternativa che stringere alleanza e collaborare responsabilmente con la coalizione di centrodestra oggi al governo del Paese e delle grandi realtà locali con Roma in testa''.

Ma brava la Santanchè, anche lei ha voluto allungare la lista delle persone voltagabbana, indecise, incoerenti, opportuniste.
Evidentemente sentiva troppo la mancanza di uno scranno e non voleva finire la sua carriera politica ghettizzata, ovvero fuori dall’arco costituzionale.

Ma è certa di essersi comportata da persona retta, coerente dopo tutta la pubblicità che si è fatta quando ha voluto entrare nel partito di Storace e pareva una vera fascista di antica memoria con le sue parole, i suoi atteggiamenti?

Questa bella donna, non più giovane, ma sempre attiva ha un grande difetto: non si capisce bene dove voglia mirare. Amica dei musulmani, più esatto delle musulmane che difende a spada tratta, da loro ogni aiuto possibile per avere la libertà dai mariti gelosi e possessivi, cerca in tutti i modi di farsi notare per la sua bontà, per i sacrifici che fa per il prossimo.

Potrebbe farne a meno perché non creda di trovare chi le è riconoscente.

Ha lasciato La casa delle Libertà, ha litigato furiosamente con Fini, i complimenti non si sono sprecati da ambo le parti ed ora? Come il figliol prodigo è ritornata alla casa paterna e il vitello grasso è stato immolato.

Ma non si vergogna, signora Santanchè, del suo comportamento molto, molto anomalo? Come fa a cambiare idea in così poco tempo?

Nei miei articoli ho sempre preso le sue difese e solo, ora, mi accorgo che ho fatto la figura da bamba con chi mi aveva avvisato che la Santanchè non meritava tutti quei pregi che io le avevo dedicato.

Ora è nuovamente con i suoi ex amici-nemici ma, se non le daranno un posto di prestigio, sono certa che troverà un’altra via per raggiungere il successo da lei tanto agognato, al punto di tradire nuovamente chi aveva fiducia in lei.

Che non si fa per uno scranno e un titolo da onorevole…….

ERCOLINA MILANESI




30 settembre 2008

I servizi segreti inglesi

 


I servizi segreti britannici hanno deciso di ricorrere al sito Facebook per cercare nuovi 007. Da alcune settimane l’MI6 ha iniziato a pubblicare annunci sulla più importante rete di socializzazione sul web.

«Continua la nuova campagna d’assunzione dei servizi segreti per creare una lista di potenziali agenti scelti nella società britannica di oggi», ha spiegato un portavoce del ministero degli Esteri di Londra. «Per cercare nuovo personale stiamo utilizzando i più svariati canali dove spieghiamo gli sviluppi professionali all’interno dell’organizzazione. Facebook è solo uno degli ultimi esempi», ha proseguito.

Nell’aprile del 2006 l’MI6 ha cambiato il modo di selezionare il personale pubblicando veri e propri annunci sui giornali. Si può inviare anche la domanda d’assunzione attraverso il sito web, dove on line si compila un formulario per la candidatura. È di qualche settimana fa la notizia che l’MI5 (responsabile della sicurezza interna del paese mentre l’MI6 si occupa delle operazioni all’estero) ha unito le forze con una notissima associazione per i diritti omosessuali, la Stonewall, che sta facendo campagna presso la comunità gay per pubblicizzare la carriera nei servizi di Sua Maestà.


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30 settembre 2008

Israele - Dispiegamento di radar a lungo raggio Usa nel deserto del Negev

 

Gli Stati Uniti hanno dispiegato un radar a lungo raggio in Israele per dare un allarme immediato in caso di attacco missilistico da parte dell'Iran. Il radar è stato posizionato in una base del deserto del Negev, nel sud di Israele, che regolarmente ospita esercitazioni tra Israele e Usa, e sarà gestito da 120 militari Usa. L'Iran ha minacciato di attaccare Tel Aviv nel caso continui a minacciare il programma nucleare iraniano. I corrispondenti hanno commentato il dispiegamento in Israele del radar come un segnale del legame e della capacità operativa e militare tra i due paesi. Inoltre la dipendenza tecnica di Israele verso il suo alleato incrementa il potere di Washington di porre un veto unilaterale all'azione di Israele, che vuole impedire all'Iran di avere armi nucleari. Gli Stati Uniti, Israele e molti altri alleati credono che l'attività nucleare dell'Iran sia mirata a sviluppare le armi nucleari capaci di colpire Israele in pochi minuti. Israele sente una minaccia da parte dell'Iran, che invece sostiene che il loro progetto nucleare è pacifico e soprattutto legittimo per accertare le disponibilità di energia.


30 settembre 2008

Il musulmano che sfida la Tesco "Non posso spostare gli alcolici"

 
Tesco è il più grosso gruppo di distribuzione britannico

 
Un magazzinere trascina in tribunale
il colosso dei supermercati britannici
LONDRA
Mohammed Ahmed, 32enne di origine saudita, ha trascinato in tribunale il colosso dei supermercati britannico Tesco perchè parte delle sue mansioni di magazziniere prevedono lo spostamento di casse piene di alcolici. Una pratica, sostiene, assolutamente vietata dalla sua religione.

Il verdetto, secondo quanto riporta oggi il tabloid "
Daily Mail", è atteso per la prossima settimana. Ahmed, infatti, ha deciso di far causa dopo aver lavorato per otto mesi presso il magazzino di Lichfield. All’origine della contesa ci sono le casse di birra, vino e liquori. Ahmed ha dichiarato di aver sempre ignorato il fatto che Tesco vende alcolici. E quando si è reso conto che tra i suoi doveri c’era anche lo spostamento di quelle casse ha chiesto di essere esentato.

«Lavora o vai a casa», gli avrebbero detto i suoi superiori. Che, invece che mostrarsi solidali, da quel momento in poi lo avrebbero messo in mezzo ad ogni piè sospinto. E a novembre e dicembre, con il tipico incremento di lavoro che precede il Natale, le cose sarebbero peggiorate ulteriormente. Ahmed si è quindi licenziato in segno di protesta e ha deciso di passare per vie legali.

Il consulente legale di Tesco, Laura Canham, considera però «irrealistica» l’affermazione di Ahmed quando dice di non sapere che da Tesco si vendono alcolici. Non solo. «Al momento dell’assunzione - ha detto la Canham - a Mohammed Ahmed sono state spiegate le sue mansioni, e non è mai emerso il fatto che non potesse maneggiare alcolici».


30 settembre 2008

L'Iran agli sgoccioli.

 

No, aspettate a sbalordire. Non parliamo di petrolio, anche se la notizia è comunque sconfortante.

L'Iran sta finendo le risorse di acqua. Lo racconta il National Geographic

L'insaziabile domanda d'acqua iraniana, estratta dalle falde acquifere più velocemente di quanto non si riempiano, sta causando l'abbassamento di vaste aree coltivate e crepe negli edifici, secondo un recente studio.

Non una novità, anche da noi ed in USA c'è un problema di impoverimento delle falde acquifere. Ma quando si parla di Iran, le implicazioni si estendono anche in altri ambiti. Ad esempio, la carenza d'acqua dolce è un più che valido motivo per costruire impianti nucleari sulle coste, che forniscano energia ai dissalatori.

Oppure, potremmo sempre accordarci su un nuovo parametro di scambio water for oil. Quanto vale un barile di acqua? E quanto varrà in futuro?
petrolio


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30 settembre 2008

Dopo Hamas, arrivano le bombe mafiose

 Nuova minaccia alla sicurezza di Israele: regolamenti di conti fra clan della malavita



Non bastavano gli “shaheed” palestinesi e i terroristi islamici. Adesso Israele si ritrova a fronteggiare una nuova emergenza terroristica che in Italia abbiamo conosciuto molto bene nei primi anni ’90: quella delle stragi di mafia. Proprio ieri polizia e servizi di intelligence hanno infatti lanciato due distinti allarmi a tutta la popolazione: evitate di andare a fare le vacanze sul Sinai, perché Hezbollah progetta di rapire cittadini israeliani, ma evitate anche di andare a mangiare nella catena di ristoranti, che fa capo al magnate arabo israeliano, “un po’ in odore di mafia” (come si direbbe in Italia) François Abutbul, perché potrebbero essere oggetto di attentati da parte di clan rivali. Proprio ieri la polizia israeliana ha fatto irruzione in due distinti ritrovi alla moda di Netanya, cioè il Beit Haikar e il Gehalim, e dopo avere identificato tutti i presenti li ha avvertiti del rischio che stavano correndo a mangiare lì. C’è da dire che il presunto boss Abutbul, domenica, aveva ottenuto dalla corte di Kfar Saba l’annullamento di un provvedimento di polizia che gli aveva ingiunto di chiudere cinque dei suoi ristoranti che fanno parte di una catena di slow food molto amata a Netanya e in mezza Israele. Adesso Abutbul aspetta un pronunciamento nel merito delle richieste da parte dei pm di sospendere la sua attività per sospetti di collusione con la criminalità organizzata locale.

Abutbul, per la cronaca, è il figlio di un boss, stavolta non presunto ma accertato, che si chiamava Felix Abutbul, che morì ucciso da una gragnuola di proiettili nel 2002 in un regolamento di conti fuori dal Casinò di Praga. Sempre domenica c’era stato un confronto tra Abutbul figlio e il sindaco di Netanya Miriam Feierberg, l’autorità che aveva chiesto alla polizia di chiudere le attività del figlio del boss. Un confronto drammatico in cui Abutbul ha rinfacciato al primo cittadino di Netanya di averlo “pugnalato alle spalle”, frase a cui il sindaco ha risposto così: “sei tu ad avere pugnalato alle spalle la città di Netanya”. Sia come sia, dopo che il Mossad e lo Shin Bet, nelle stesse ore, erano stati costretti a chiedere ai cittadini israeliani di non sognarsi di andare a fare in questi mesi le vacanze nel Sinai, perché a rischio di attentato e di rapimento da parte degli Hezbollah e di Hamas, adesso è nato un nuovo e inatteso fronte interno: quello della criminalità organizzata locale. E questa “nascita” preoccupa non poco la polizia di Netanya, ma anche quelle di Tel Aviv e di Gerusalemme, altre città in cui il gruppo di ristorazione, che fa capo al figlio del boss ucciso a Praga, possiede locali o cura interessi vari.
di Dimitri Buffa
l'opinione


30 settembre 2008

l'Ansa ha fretta di condannare Israele

 

Un lancio ANSA del 28 settembre 2008:

Coloni uccidono pastore palestinese
Sarebbe accaduto a Nablus, esercito Israele sta verificando
(ANSA) - NABLUS (CISGIORDANIA), 28 SET - Un giovane pastore palestinese e' stato ucciso ieri sera da coloni israeliani nella regione di Nablus. Coloni israeliani a bordo di un'auto bianca - secondo fonti della sicurezza palestinesi - hanno aperto il fuoco contro alcuni pastori palestinesi vicino all'insediamento di Itamar. Il corpo di Yehya Ata, 18 anni, e' stato ritrovato stamani. Una portavoce militare israeliana ha indicato che l'esercito sta verificando l'informazione.

ANSA, mentre ancora la versione palestinese veniva verificata, l'ha data per certa. La fretta di condannare Israele ha condotto l'agenzia a dare una notizia che oggi viene smentita dai risultati dell'inchiesta israeliana. Secondo la polizia il pastore (beduino, non palestinese) è morto per lo scoppio di un proiettlie di artiglieria inesploso.

http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3603685,00.html

La smentita troverà posto sul sito dell'agenzia, così solerte a pubblicare le notizie che servono a processare Israele ?

Per inviare una e-mail alla redazione di Ansa cliccare sul link sottostante


redazione.internet@ansa.it


29 settembre 2008

Contro la crisi si scommette anche sui bond islamici

 

Mentre i mercati crollano, cresce l'interesse degli investitori per la finanza islamica. La Dubai Bank pianifica di vendere quest'anno circa 500 milioni di dollari in bond islamici come parte di un programma di emissioni per cinque miliardi di dollari per finanziare una crescita che può vederla diventare una fonte globale di prestiti islamici entro il 2013.

La banca, non quotata, sezione del Dubai Banking Group (Dbg), potrebbe vendere la sua prima tranche nel prossimo «paio di mesi», in base alle condizioni di mercato, ha detto nei giorni scorsi l'amministratore delegato Salaam Al-Shaksy, citato dall'Arabian Business online. Il Dubai Banking Group, che fa capo alla Dubai Holding, di proprietà del sovrano di Dubai, detiene una partecipazione del 40% nella Bank Islam, la più antica e più grande banca islamica della Malesia (proprio la Malesia e gli Emirati Arabi Uniti, rispettivamente con il 60% e il 25% delle emissioni globali, sono i Paesi cardine del mercato dei bond islamici).

I bond islamici, o 'sukuk', sono strumenti di raccolta di capitali che hanno caratteristiche simili a quelle di una obbligazione convenzionale, con la differenza che, per rispondere alla legge coranica si basano solo su attività patrimoniali. La sharia, infatti, vieta l'interesse sui prestiti (il "riba") e la speculazione, oltre agli investimenti in settori non socialmente responsabili.  Conformandosi al divieto dell'Islam riguardante gli interessi sui prestiti, i "sukuk" remunerano i titolari attraverso i frutti di investimenti paralleli, come gli affitti di proprietà immobiliari.

La finanza islamica, tra l'altro, continua a crescere a ritmi vertiginosi (in media del +15% l'anno), con uno sviluppo dovuto sia alla grande disponibilità di denaro liquido nei Paesi produttori di petrolio sia all'allargamento della base economica nel mondo musulmano. Di qui l'esigenza di nuovi prodotti finanziari rispettosi del Corano, ma guardati con forte interesse anche dalle banche occidentali.

Nella sua nuova emissione, l'islamica Dubai Bank ha scelto la svizzera Ubs e la britannica Standard Chartered come banche pilota per la collocazione e ha già ricevuto dai potenziali investitori una buona risposta per la vendita dei "sukuk", ha detto Al-Shaksy. I bond saranno quotati alla Borsa di Londra e a quella di Dubai.

La decisione della Dubai Bank di vendere 'sukuk' giunge nel momento in cui il forte malessere che ha colpito i mercati convenzionali può favorire l'ulteriore diffusione della finanza islamica, che fino ad ora è stata relativamente al riparo dagli effetti della frenata dell'economia globale.


29 settembre 2008

Islam/ Tra sciiti e sunniti, in rete è guerra di hacker -focus

 

 La Jihad era già sbarcata in Internet dove i forum islamico-radicali da tempo ospitano messaggi e minacce del mondo fondamentalista. Ma ora sta nascendo un fenomeno nuovo, la guerra virtuale. Sciiti e sunniti, che da 1.300 anni si scontrano a colpi di dottrina e di spada, ora lo fanno anche in a colpi di click: è esploso un vero e proprio conflitto tra hacker di diversa appartenenza settaria.

I siti-vittime si contano ormai a centinaia ed eminenti imam e predicatori di una parte e dell'altra forniscono le armi ideologiche ai pirati informatici, puntando su una possibile vittoria dei propri internauti, che sarebbe il segno d'una supremazia tecnologica d'una confessione sull'altra. Non mancano "campo d'addestramento" virtuali per gli "shahid". Su alcuni siti sciiti c'è un bando per iscriversi a corsi di formazione per hacker combattenti volontari nella guerra del mouse.

Scorrendo i siti web e alcuni giornali arabi, ci si accorge che non si tratta di semplice schermaglie tra smanettoni. La cronaca parla, per esempio, di "un attacco coordinato" degli hacker sunniti, che avrebbe distrutto oltre 300 siti web della fazione opposta. Mutuando la definizione dal Grande Satana americano, gli sciiti avrebbero risposto con una "vendetta chirurgica", che avrebbe "messo completamente fuori uso" 77 importanti siti sunniti, tra cui il diffusissimo Islam.net gestito da un noto predicatore saudita.

E come tutte le guerre che si rispettino, la propaganda la fa da padrona. A seconda di quale sponda del Golfo sia la fonte dell'informazione, la guerra ha avuto inizio per "una provocazione del nemico". Per l'agenzia stampa iraniana Fars News, "il tutto ha avuto inizio a maggio scorso, quando un gruppo di hacker sunniti" ha fatto irruzione nel sito web del grande ayatollah sciita Ali al Sistani. In quell'occasione è stata fatta un'operazione di "defacement" del sito: al posto del'homepage appariva un collegamento a una "registrazione audio" nella quale si prendevano in giro le "fatwa sessuali" della massima guida spirituale dell'Islam sciita.

Non è andata allo stesso modo per il foglio elettronico saudita Elaph, che considera l'irruzione nella versione on-line del quotidiano degli Emirati al Khaleej, avvenuta nello stesso mese di maggio, come la "prima provocazione" che ha dato il via alle ostilità. Alcuni hacker si sarebbero introdotti nel sito, con un banner in cui era raffigurato il Golfo con la scritta: "Il nome vero è 'Golfo Persico': era e rimarrà sempre così". Grande affronto per gli arabi (in stragrande maggioranza sunniti) che danno il nome 'arabo' allo stesso Golfo.

Ma, a prescindere da chi abbia ragione, sta di fatto che i dotti delle due confessioni non hanno fatto niente per calmare le acque. Anzi, almeno due tra i più autorevoli tra loro hanno assunto posizioni che hanno ulteriormente acceso gli animi. "Gli estremisti (sunniti) non vogliono far arrivare la voce dei sciiti al mondo", è stato il commento dell'ayatollah di Qom Nasir Mekram Shirazi, parlando dell'attacco informatico al sito internet di al Sistani. E ha rincarato la dose aggiungendo: "I pirati nemici devono sapere che i giovani sunniti affluiranno sempre in maggior numero verso lo sciismo".

Considerazione che è stata respinta al mittente dall'eminente predicatore egiziano Sheikh Youssif al Qaradawi il quale, dalla tv satellitare araba al Jazeera, ha invitato i sunniti "a stare in guardia e fare fronte contro la marea sciita". E, facendo riferimento anche alla guerra informatica in corso, ha aggiunto: "Con piccole cellule infiltrate nella società, gli ayatollah dell'Iran cercano di provocare sedizione e scontro con la maggioranza sunnita".

Intanto, le battaglie informatiche continuano. Il volto diuna ragazza dipinto con la bandiera dell'Iran blocca la prima pagina di molti siti sunniti con un verso del Corano che spiega la ragione della rappresaglia sciita: "Aggredite colui che vi ha aggredito". Ovviamente, nell'attacco ai tradizionali rivali wahabiti non manca un accenno all'eterno nemico: accanto al volto della ragazza iraniana, c'è la stella di David spezzata in due, come a rappresentare una primazia sciita nella lotta a Israele.


29 settembre 2008

Palestina: È tempo di una terza Intifada?

 



Stallo nei colloqui di pace, crescita esponenziale degli insediamenti ebraici in Cisgiordania, e aumento delle aggressioni dei coloni israeliani ai danni dei palestinesi. Tutti elementi questi che potrebbero costituire la base per una nuova rivolta palestinese, a più di venti anni dallo scoppio della prima Intifada e a otto dall’inizio della seconda.

A sostenerlo è il quotidiano israeliano Ha’aretz, che in un
articolo pubblicato oggi cita “politicanti scontenti di Fatah”.

Mentre ufficialmente gli apparati della sicurezza del presidente Mahmoud Abbas stanno collaborando con le autorità israeliane e mantengono le distanze da Hamas - affermano gli analisti del quotidiano – un’ala importante del movimento sarebbe intenzionata a “riconciliarsi” con il Movimento della resistenza islamica e a “indirizzare la rabbia verso Israele”.

“Otto anni dopo lo scoppio della seconda Intifada (28 settembre del 2000, ndr), le controversie all’interno dell’Autorità palestinese potrebbero condurre a un nuovo conflitto in Cisgiordania tra israeliani e palestinesi”, si legge nell’articolo, secondo cui “gli ultimi incidenti tra coloni estremisti e palestinesi potrebbero contribuire alla deflagrazione”.

A sostegno della sua tesi, Ha’aretz cita Kadoura Fares, il leader della peace coalition palestinese ed esponente di spicco della nuova generazione di Fatah, che la scorsa settimana ha chiesto pubblicamente al presidente Abbas di porre immediatamente fine ai colloqui con Tel Aviv, in quanto l’attività di colonizzazione portata avanti dagli israeliani in Cisgiordania rende ogni trattativa “inconcepibile”.

Un malcontento condiviso da molti dei membri più giovani di Fatah, come Hussam Khader del campo profughi di Balata, o gli ex militanti delle Brigate Al-Aqsa, detenuti dalle autorità palestinesi in attesa dell’amnistia di Israele.

L’ipotesi di una nuova Intifada viene giudicata, invece, poco credibile dai servizi israeliani, secondo cui l’opinione pubblica palestinese sarebbe ancora esausta per le sofferenze causate dall’ultima rivolta, considerata chiusa il 14 giugno 2007, con la presa del potere a Gaza da parte di Hamas e la definitiva spaccatura all’interno della società palestinese.

Carlo M. Miele
Osservatorio Iraq


29 settembre 2008

Viaggio nel Vicino Oriente cristiano, spettacolo di martirio e santità

 

 

Il Sangue dell’agnello è la documentazione delle violenze islamiste contro i cristiani iracheni e dei puntuali delitti islamo-nazionalisti contro i cristiani di Turchia, attraverso due anni di reportages nei paesi del Vicino Oriente per conto del settimanale Tempi. Ho dato la parola alle vittime: padri cui è stata stuprata e uccisa la figlia, mogli che non hanno più notizie del marito scomparso, sacerdoti e persone comuni rapiti e rilasciati dopo molte tribolazioni, famiglie che hanno abbandonato casa e lavoro dopo ripetute minacce, aggressioni e rapimenti motivati dalla loro identità cristiana.

Il libro nasce da un’urgenza etica e da un’urgenza estetica. L’urgenza etica coincide con un senso di scandalo di fronte al silenzio e all’indifferenza che circondano la tragedia delle violenze contro i cristiani in Iraq e in Turchia. È scandaloso che nelle trattative per l’accesso della Turchia all’Unione Europea le condizioni di una reale libertà per le minoranze religiose in quel paese non rappresentino una materia di negoziato; è scandaloso che l’Unione Europea rifiuti di riservare un trattamento preferenziale alle domande d’asilo dei profughi cristiani iracheni, quando è evidente che sono vittime mirate della violenza nel loro paese: i profughi e sfollati cristiani sono “solo” 400 mila sul totale di 4 milioni e 400 mila profughi e sfollati iracheni; ma i cristiani in Iraq prima della guerra erano 800 mila, il che significa che ben un cristiano iracheno su due è profugo, quando la media nazionale è di un iracheno su sette. Sono scandalizzato, infine, della tiepidezza di tante comunità cristiane e di tante riunioni ecclesiali che danno pochissimo spazio o addirittura ignorano la realtà del martirio dei cristiani d’Oriente.

Ma più importante di questa urgenza etica – che come tutte le urgenze etiche è ambigua, perché la frustrazione e il senso di impotenza che genera possono condurre facilmente alla dimissione e alla rinuncia - è l’urgenza estetica. Vale a dire la commozione per lo spettacolo del martirio e della santità. Lo spettacolo dei cristiani che non abiurano la fede nemmeno davanti alle minacce e ai patimenti inflitti; lo spettacolo dell’arcivescovo di Mosul (la cui ultima intervista io ho raccolto sul posto prima del rapimento da cui non sarebbe uscito vivo) che – minacciato più volte di morte, sfuggito a rapimenti e attentati - sacrifica consapevolmente la vita per il proprio gregge; lo spettacolo delle vedove dei protestanti massacrati in Turchia che al funerale dei loro mariti (cui io ero presente, unico giornalista straniero) perdonano gli assassini “perché nel Vangelo c’è scritto che chi segue Cristo avrà il centuplo quaggiù ma anche persecuzioni per amore del Suo nome: quello che è successo era previsto”. Lo spettacolo del giornalista armeno di Turchia Hrant Dink, ucciso davanti alla sede del suo giornale da un giovanissimo killer dopo centinaia di minacce di morte e un penoso calvario giudiziario. Nell’intervista che gli feci meno di due mesi prima della morte, mi spiegava che era contrario alla legge francese che puniva i negazionisti del genocidio armeno: “È una legge stupida come quella in base a cui processano me. Io ho bisogno di dialogare coi turchi per spiegargli che il genocidio è avvenuto, se c’è una legge che gli chiude la bocca se mi contraddicono, non posso discutere con loro”. La ragione più profonda che mi ha fatto scrivere il libro è il desiderio di condividere con altri la Grazia immeritata di questi incontri. Ho cercato di sdebitarmi per i doni ricevuti.

 

(Rodolfo Casadei)


29 settembre 2008

Una lezione da Israele. Se ha senso la vita vale di più

 

Sembra un paradosso: Israele è la nazione più felice della terra. Un popolo minacciato nella sua stessa esistenza, costretto a vivere in una condizione di guerra permanente, riesce a mantenere un invidiabile grado di serenità. Lo dicono una serie di parametri statistici riportati da Spengler editorialista di punta di Asia Times. Confrontando il tasso di fertilità e quello dei suicidi Israele è in cima alla classifica dei paesi amanti della vita davanti a ben 35 nazioni industrializzate. È uno degli stati più ricchi, liberi e istruiti del mondo: con molte ore dedicate alla religione e primeggiando nelle discipline scientifiche. E la durata media della vita è più alta che in Germania e Olanda. Un quadro sorprendente se si considera che gli israeliani sono circondati da vicini pronti a uccidersi pur di distruggerli.

Una condizione che non può essere attribuita alle esperienze storiche. Nessun popolo ha sofferto più degli ebrei e avrebbe giustificazione migliore per lamentarsi. Chi crede nell’elezione divina di Israele vede in tutto ciò una speciale grazia di Dio. Secondo Spengler gli ebrei incarnano “l’idea di una vita fondata su un Patto che procede ininterrotta attraverso le generazioni”. Certamente il caso di Israele ci interroga. Rappresenta qualcosa di unico davanti a società europee invecchiate, e non solo in senso demografico. Società dove sono stati “resi eretici l’amore e il buonumore”, come disse nel 1974 l’allora professor Joseph Ratzinger. Nella stessa occasione il futuro Benedetto XVI si chiedeva “se la vita sia un dono sensato che si può fiduciosamente continuare a dare, anche se non richiesti, o se essa non sia veramente un peso insopportabile tanto che sarebbe meglio non essere nati”. E concludeva che “il primo compito che è importante oggi per l’uomo consapevole della propria responsabilità deve essere quello di risvegliare la ragione assopita”.

 


Interpretare la felicità di Israele come un dato sociologico sarebbe assai limitativo. In realtà è una provocazione che riguarda tutti. Ha a che fare col senso e la prospettiva che diamo alle nostre azioni e passioni. A patto di non aver già liquidato il problema della felicità come una questione da illusi sognatori. Non è un caso che i padri della costituzione americana, più di due secoli fa, abbiano inserito fra i principi fondamentali della nazione che stava sorgendo il diritto alla ricerca della felicità. Evidentemente si tratta di un punto che fa la differenza non solo per la vita dei singoli, ma per l’intera società. Tale ricerca deve partire da una positività riconosciuta, o almeno intuita, nella realtà in cui si vive. Questo richiede la capacità di saper guardare al di là delle apparenze, cosa che nell'immediato può anche comportare un sacrificio dentro però una prospettiva in cui si costruisce e si realizza la persona. E oggi, soprattutto ai giovani, non fa tanto paura il sacrificio, ma piuttosto il fatto che questo possa non avere un senso. Tutto ciò non è né automatico né scontato, ma frutto di un'educazione in grado di appassionare alla conoscenza della realtà partendo da fatti che muovano interesse e affettività. Fatti, non opinioni. Quindi occorre solo una grande lealtà. L'uomo per sua natura cerca qualcosa o qualcuno a cui appigliarsi e che prenda sul serio la sua esigenza costitutiva di felicità. Non c'è alcuna marcia inarrestabile verso il progresso a cui affidare le nostre speranze come, con una buona dose di dogmatismo ideologico, qualcuno ogni tanto vorrebbe farci credere. In questo senso la recente bufera finanziaria ancor prima che per il tracollo economico è motivo di smarrimento perché ormai concepiamo la ricchezza come unica certezza possibile mentre essa da sola oggettivamente non può dare senso e sostanza all’esistenza. Oggi è il momento di un amaro risveglio, ma può essere anche l'occasione per un ritorno a un sano realismo.

Graziano Tarantini L'Arena


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