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31 agosto 2008

Obama e la questione irachena

 

Barack Obama ha pronunciato il suo «storico» discorso giovedì sera. E' il primo da candidato presidenziale democratico. Una folla in delirio si è spellata le mani su una serie di slogan ben congeniati e di facile presa, ma avrà ascoltato i contenuti del discorso? Si sarà accorta di quel che Obama stava loro dicendo? Concentrandoci su un unico aspetto della sua retorica - la politica estera - notiamo che Obama ha ribadito la sua linea di sempre: ritirarsi «in modo responsabile» dal fronte iracheno e concentrare gli sforzi contro «un network del terrore che opera in 80 paesi e che non si può sconfiggere occupando l'Iraq». Il candidato democratico si avvantaggia per un fatto oggettivo: l'amministrazione Bush non è riuscita a catturare o a uccidere Osama Bin Laden dopo sette anni di caccia. Ma la critica di Obama e le sue proposte nascondono più errori che soluzioni.

In primo luogo, egli dimentica che l'operazione Enduring Freedom iniziata nel 2001 per stroncare la rete di Al Qaeda si sta già combattendo in tutto il mondo. Enduring Freedom si combatte su 4 fronti: Afghanistan, Filippine, Corno d'Africa e Sahara. Anche se i media parlano solo dell'Afghanistan, sugli altri tre fronti si combatte ancora e Obama dovrebbe saperlo. Basti pensare all'uccisione mirata del leader qaedista Farah Ayro in Somalia, il primo maggio: è stato colpito in un raid aereo americano. Il presidente Bush e la sua amministrazione repubblicana hanno perfettamente compreso (molto prima dei democratici) che la sfida al terrorismo è globale e hanno agito di conseguenza. Sono stati i primi, contrariamente alle amministrazioni democratiche precedenti, ad aprire gli occhi sull'Africa, vera e propria retrovia della rete del terrore. Hanno costituito anche un nuovo comando militare, l'Africom, per coordinare le loro operazioni in quella regione dimenticata del mondo. L'Iraq, anche se non rientra in Enduring Freedom, è un quinto fronte della stessa guerra. Nel sottovalutare l'importanza del fronte iracheno, Obama non fa altro che ripetere l'errore perennemente ripetuto dai democratici e dagli analisti loro vicini: considerare l'Iraq come una guerra completamente slegata dal conflitto globale contro il terrorismo.

E' un errore storico, prima di tutto, credere che non vi fosse alcun legame tra Saddam Hussein e il terrorismo prima del 2003. Perché, se è vero che i documenti ufficiali iracheni sequestrati e analizzati negli Usa rivelano che non v'è stato alcun contatto ufficiale tra Saddam e Al Qaeda, è altrettanto vero che gli stessi documenti provano l'esistenza di numerosi contatti operativi tra i servizi segreti di Baghdad e tutti i gruppi jihadisti (compresi quelli legati ad Al Qaeda), nel nome della comune guerra contro gli Stati Uniti. Dalla documentazione ritrovata e analizzata risulta che il regime iracheno era uno sponsor del terrorismo islamico e dunque un intervento militare contro Saddam era pienamente giustificato.

L'altro errore, ancor più grave, è strategico: i democratici non hanno capito che Al Qaeda, ormai, considera l'Iraq il suo fronte principale, stando agli stessi messaggi di Ayman Al Zawahiri e di Osama Bin Laden. Ed è in quelle terre che la rete del terrore sta subendo le sue perdite più gravi, sia di miliziani che di capi. E anche di credibilità. Tutti gli 11 membri dello «Stato Islamico Iracheno» sono stati catturati o uccisi. Al Masri, il leader di Al Qaeda in Iraq, è fuggito in Afghanistan e nel paese affluiscono sempre meno militanti stranieri: in media 20 al mese, contro i 110 al giorno di un anno fa, un chiaro indice di calo della forza di attrazione ideologica di Al Qaeda sul suo fronte principale.

La guerra in Iraq, in particolare la campagna condotta dal generale Petraeus, sta ottenendo altri effetti molto importanti: divide Al Qaeda dalla popolazione sunnita, che ormai si ribella ovunque contro le milizie islamiste; divide gli sciiti radicali e filo-iraniani da quelli più moderati; contribuisce a creare un nuovo centro di gravità del mondo sciita alternativo a quello iraniano; cerca di creare un centro di aggregazione tra sciiti e sunniti che rigettano lo jihadismo; dà ai curdi una terra (unica in tutto il Medioriente) in cui possono amministrarsi in modo autonomo. Anche da un punto di vista istituzionale, la ricostruzione democratica dell'Iraq ha avuto più successo rispetto a agli altri interventi internazionali. Giusto per fare due esempi: la Bosnia-Erzegovina ha tuttora (a 13 anni dalla fine della guerra) istituzioni instabili e richiede la presenza di truppe internazionali per non dividersi nuovamente; il Kosovo ha impiegato 9 anni per avere una sua Costituzione e tuttora non è chiaro come possa risolvere la questione della minoranza serba senza la presenza di una forza di interposizione della Nato. L'Iraq, al contrario, in 5 anni, si è dotato di una Costituzione (redatta da un'assemblea democraticamente eletta e approvata con un referendum popolare) e ora è retto da un governo, da un parlamento e da governi locali democraticamente eletti. E questo in una regione del mondo in cui la democrazia non è mai esistita.

Ritirarsi dall'Iraq non renderebbe onore agli sforzi finora sostenuti dagli Stati Uniti e dalla coalizione e disconoscerebbe i successi ottenuti. Regalerebbe al terrorismo islamico una vittoria ormai insperata. Obama parla di ritiro «responsabile». Ma in tempi non sospetti (nel corso delle primarie) era il suo stesso attuale candidato vicepresidente Joseph Biden a smentirlo: «La mia impressione è che Obama pensi - dichiarava Biden il 13 settembre 2007 - che se ci ritirassimo gli iracheni inizierebbero a vivere in pace. Non ho alcuna prova che lo dimostri». Quanto a un ritiro calendarizzato, Biden diceva: «Ho paura che, se fissassimo una data, il nemico non farebbe altro che attendere la nostra uscita dal paese. Sarebbe comunque un errore». Ora Biden, per motivi elettorali, sostiene la politica del ritiro voluta dal suo superiore.

Obama giustifica la sua decisione di andar via dall'Iraq citando il suo incontro con il premier Al Maliki a Baghdad. Ma inverte le parti. Il capo del governo iracheno non gli ha chiesto di ritirare le truppe: nel corso della visita si è semplicemente adeguato alle richieste e alle esigenze di un candidato che potrebbe diventare il nuovo presidente degli Usa. Maliki ha capito da che parte tira il vento e ha messo sùbito le mani avanti. E se ha potuto fare dichiarazioni simili è solo per un motivo: può consentire che gli americani lo lascino da solo perché Bush ha già fatto il grosso del lavoro contro Al Qaeda.

Stefano Magni


31 agosto 2008

Giornalista palestinese rilasciato dalle prigioni dell'ANP: 'Non hanno idea di cosa sia la libertà di stampa'

 

Un giornalista palestinese, appena rilasciato dalla prigione di Hebron, ha accusato le forze di sicurezza dell'Autorità Nazionale palestinese (ANP) di averlo maltrattato e incarcerato in "condizioni difficili" per oltre un mese.

Venerdì, Awadh Rajoub ha raccontato ai colleghi che è stato messo in isolamento per oltre 15 giorni e che ha dovuto dormire in una cella putrida, usando le proprie scarpe come cuscino.

"A un certo momento, mi hanno coperto la testa con un sacco puzzolente, apparentemente per impedirmi di vedere persone che non volevano ch'io vedessi", ha spiegato il giornalista. "Tuttavia, ho sentito torturare persone e sapevo che molti sono stati ricoverati in ospedale o mandati a casa a causa delle torture subite".

Rajoub, che lavora per il canale arabo di al-Jazeera.net, è stato accusato di aver scritto report di fuoco e di "aver minacciato gli interessi vitali nazionali". "Mi hanno messo di fronte una pila di reportage che avevo scritto. Pensavano che questi servizi mi avrebbero incriminato. Semplicemente non hanno idea di come funzioni il giornalismo in una società libera".

Rajoub si è lamentato della libertà di informazione nei Territori Occupati: "Quando i giornalisti vengono arrestati dai servizi di sicurezza in pieno giorno e minacciati di essere processati da un tribunale militare, significa che qualcosa di storto sta avvenendo".

Rajoub, 30 anni, è un giornalista di Hebron. Ha descritto la sua incarcerazione come "illegale e immorale" e ha sottolineato che le agenzie di sicurezza non hanno il diritto di arrestare i giornalisti.

Rajoub ha aggiunto di essere stato interrogato per aver intervistato e citato leader politici e intellettuali le cui idee venivano considerate "lesive per gli interessi palestinesi e offensive per la dirigenza di Ramallah". "Ho detto loro che ciò faceva parte del mio lavoro di giornalista. Ho spiegato che come giornalista devo riferire tutte le notizie e punti di vista, al di là della mia opinione personale. Ma loro non vogliono capire questo discorso".

I dirigenti dell'ANP, in un primo tempo, avevano dichiarato che l'arresto di Rajoub non aveva nulla a che fare con il suo lavoro di giornalista, facendosi dare dei "bugiardi" dai suoi familiari.

La settimana scorsa, la famiglia di Rajoub si è rivolta all'Alta Corte di giustizia a Ramallah per costringere le autorità di sicurezza a rilasciarlo sulla base del fatto che le corti militari non hanno giurisdizione nei casi civili.

Quando gli è stato chiesto se, a seguito di questa esperienza, aveva intenzione di "auto-censurarsi" e se voleva stare dalla "parte sicura", Rajoub ha dichiarato di aver capito che "niente può essere preso per garantito" e che "la libertà di stampa sotto un regime autoritario è fantasia".

Khalid Amayreh


31 agosto 2008

il preside convoca l’imam per insegnare il Corano ai professori

 

L’integrazione multietnica non è più un concetto astratto. Lo sa bene Roberto Ferrari, dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo di Luzzara, provincia emiliana. Una scuola che brulica di settecentosettanta creature tra scuola d’infanzia, elementari e medie, di cui 280 extracomunitari. Pakistani, indiani, tunisini, marocchini, turchi, albanesi. Circa quattro studenti su dieci non parlano italiano, seguono il menù vegetariano e seguono una religione diversa da quella cattolica. Un problema non da poco che Ferrari ha affrontato in stile educativo. «Abbiamo molti arabi nella nostra scuola e così, durante le ore di attività di formazione del corpo docente, ho chiamato a scuola un imam. L’anno scorso l’invito era stato respinto, mentre quest’anno un giovane religioso ha acconsentito e si è presentato ai nostri insegnanti». Per fare che cosa? «Ha spiegato i concetti fondamentali della religione musulmana e poi i principi del Corano».

Insomma gli insegnanti italiani vanno a lezione di Corano? «Nessuno è stato costretto ad affrontare le spiegazioni dell’imam - precisa il preside - ma la maggior parte degli insegnanti era presente. Per un professore è importante masticare qualche concetto a sfondo religioso: questi studenti vivono in famiglie dove il Corano è legge». Imam a scuola, quindi, ma non solo per i professori. Prima di Pasqua, durante lo scorso anno scolastico, c’è stata una riunione di tutti gli studenti. Ma non è stata un’assemblea qualunque. «Per facilitare l’incontro tra le culture diverse e portare avanti il nostro progetto di educazione alla pace abbiamo promosso il dialogo interreligioso » racconta Ferrari. Così, davanti alla scolaresca si sono esibiti a turno, un parroco, un guru indiano e un imam. «Abbiamo pregato in tre lingue diverse ». Ha cominciato Don Mario con il «Padre Nostro», poi il guru con «Un unico Dio universale » e infine l’imam con la preghiera in arabo.

Il suo testo? Eccolo. «È un onore particolare essere con Dio, il signore dei mondi, compassionevole e misericordioso, padrino del giorno del giudizio. Tu solo noi adoriamo, e soltanto a te chiediamo aiuto. Guidaci sul retto sentiero, il sentiero di coloro che tu hai eletto, non coloro che sono incorsi nella tua ira né coloro che si sono perduti». La parola dell’imam viene rispettata così come quella indù. Ma nessuno deve interferire nella religione cattolica. «I crocefissi sono appesi nelle aule – aggiunge con foga Ferrari – e se qualcuno si permette di dire qualcosa io gli rispondo di tornarsene nel suo paese». Anche l’accoglienza ha i suoi limiti.

Enza Cusmai


31 agosto 2008

STAMPA ISRAELIANA. "In corso preparativi militari per fermare il programma nucleare dell'Iran"

 

 (IsraelNationalNews.com ) - La decisione è stata presa dalla leadership di Gerusalemme già tre mesi fa nel corso di riunioni strategiche ad alto livello: evitare a tutti i costi che l'Iran abbia le bombe nucleari.

E' quanto dichiara il quotidiano Maariv nei titoli di prima pagine nell'edizione di oggi. L'esperto di politica per il quotidiano israeliano, Ben Caspit, arriva molto vicino al punto di offrire dettagli della soluzione che Israele adotterà per porre fine alle ambizioni nucleari dell'Iran, quanto basta per capire che "sono in corso preparativi militari come opzione intesa a fermare il programma nucleare dell'Iran".

Secondo Caspit, "la disputa, tra coloro che credono che occorra fare qualsiasi cosa, anche un intervento militare, pur d'impedire che l'Iran abbia la bomba atomica e coloro che credono che si possa vivere con le testate nucleare iraniane, è stata risolta"


31 agosto 2008

Brevi da Israele.net . Hezbollah e Iraniani pronti a rapire imprenditori ebrei


Insieme per finanziare il terrorismo 

2008-08-29 GERUSALEMME -  Un commando speciale si sarebbe stabilito recentemente in Sud America per sequestrare uomini d\'affari ebrei. Un esperto in lotta al terrorismo intervistato dal Los Angeles Times ha avvertito che terroristi Hezbollah e Guardiani della Rivoluzione iraniani sarebbero riusciti ad arruolare agenti all'aeroporto di Caracas (Venezuela) per essere informati dell'arrivo di turisti ebrei e rapirli. A seguito del rafforzamento dei rapporti fra Caracas e Teheran, gli esperti temono che Hezbollah trasformi il Venezuela in una nuova base per finanziare attentati.

29/08/2008 Il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), in visita in Libano, ha dichiarato che i palestinesi che vivono nel paese (profughi e loro discendenti) non devono stabilirvisi ma piuttosto esercitare il "diritto di tornare alle loro case" (all'interno di Israele). Attualmente si contano in Libano circa 400mila palestinesi in una dozzina di campi.

29/08/2008 Secondo un giornale kuwaitiano, esperti iraniani avrebbero aiutato Hezbollah a schierare missili antiaerei lungo la catena montagnosa occidentale libanese, puntati verso Israele.

Foto: Titolo del Los Angeles Times,  "Si teme una presenza di Hezbollah in Venezuela"

 Per le altre brevi, http://israele.net


31 agosto 2008

IRAN HA FORNITO A HEZBOLLAH MISSILI AVANZATI CONTRO ISRAELE


 

L'Iran ha recentemente fornito al movimento sciita libanese Hezbollah alcuni missili avanzati in grado di colpire con precisione diversi obiettivi in territorio israeliano. E' quanto si legge oggi sul quotidiano arabo 'Al-Quds al-Arabi', edito a Londra. Citando fonti arabe, il giornale afferma che i missili sono pronti per essere usati in qualsiasi momento e saranno lanciati se "Israele dovesse agire in modo imprudente attaccando l'Iran" o se gli Stati Uniti dovessero lanciare una guerra contro Teheran.

Le fonti aggiungono che i missili hanno un raggio che "Israele non puo' neanche immaginare" e rientrano tra la "sorprese" che Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, ha promesso allo stato ebraico. Nel rapporto pubblicato da 'Al-Quds al-Arabi' si legge ancora che i missili sarebbero dotati di avanzati sistemi di navigazione, che li renderebbero infallibili nel centrare gli obiettivi prescelti. Le fonti parlano infine di piani iraniani sulla Jihad Islamica nella Striscia di Gaza, che Teheran starebbe cercendo di rafforzare per scongiurare l'ipotesi di un accordo tra Hamas e Israele.

Questi tentativi avrebbero prodotto tensioni tra Hamas e alcuni settori della Jihad Islamica.

(Rzz/Col/Adnkronos)


31 agosto 2008

Pakistan, 5 donne sepolte vive

Associazione diritti umani: coinvolto fratello ministro




Sepolte vive in cinque, tre giovanissime, per essersi opposte alla regola del matrimonio combinato. E' accaduto in un villaggio in Pakistan.

Il crimine sarebbe rimasto coperto per un mese perche' sarebbe coinvolto il fratello di un ministro della provincia.

La denuncia e' dell'Asian Human Rights Commission. Una condanna per 'il barbaro omicidio' e' giunta da Ejaz Ahmad, membro pachistano della Consulta per l'Islam italiano, che ha chiesto l'intervento dell'Onu contro chi non rispetta i diritti.

Ansa



30 agosto 2008

Islam/ Allam: Occidente malato di buonismo 'islamicamente corretto'

 

Oggi il mondo occidentale ha paura di guardare in faccia la realtà e preferisce occultare la verità per non scontentare i mussulmani e provocare in loro reazioni violente. Magdi Cristiano Allam, dal Meeting di Comunione e liberazione di Rimini, non risparmia critiche alla religione islamica, che lui stesso ha rinnegato "dopo un lungo percorso di conversione" e di "spiritualità interiore" che si è concluso il 22 marzo scorso, quando la notte pasquale il Papa Benedetto XVI gli ha somministrato il battesimo, la comunione e la cresima.

Uno degli episodi che ha portato Allam a pensare alla conversione è stato il trattamento ricevuto dal pontefice in occasione del suo criticato discorso all'Università di Ratisbona il 12 settembre 2006, durante il quale ha affermato che "l'Islam è una religione che si è diffusa tramite la spada". Il vicedirettore del Corriere della Sera prende le difese di papa Ratzinger. "E' una verità storica - spiega - un fatto attestato dagli stessi storici mussulmani. Fu per me un vero trauma constatare che il fatto che l'avesse pronunciata il papa" quella frase "provocò una generale e brutale condanna da parte del mondo mussulmano con la richiesta di scuse, la convocazione di ambasciatori, la condanna a morte da parte di Bin Laden e altri estremisti". Inoltre "l'isolamento dei giorni successivi fu ancora più marcato dalle tante critiche sollevate in Occidente dai mezzi di comunicazione e da esponenti di chiese cristiane e da alcuni alti prelati della chiesa cattolica che sostennero che quel discorso era inopportuno".

"Oggi - continua Magdi Cristiano Allam - l'Occidente ha paura di guardare in faccia la realtà, non vuole ritenere che c'è una verità e preferisce occultarla e nasconderla" nel caso in cui dovesse "scatenare reazioni violente" da parte dei mussulmani. Oggi l'Occidente ha la "malattia ideologica del relativismo che privandoci dell'uso della nostra ragione, non vuole entrare nel merito e ci priva di parametri valutativi critici". Un'altra malattia, per il giornalista convertito, è "la malattia ideologica del 'politicamente corretto' anzi del 'islamicamente corretto' che ci porta a ritenere che non si deve dire o fare alcunché che possa urtare la suscettibilità dei mussulmani. Un'altra malattia p il buonismo che è l'esatto contrario del 'bene comune' e della sintesi tra i diritti e i doveri".

Apcom


30 agosto 2008

La Fratellanza Musulmana alla conquista della Scozia via-Al-Jazeera

  

La Fondazione Islamica Scozzese, un nuovo gruppo che opera come veicolo dell'ideologia della Fratellanza Musulmana (quella che assassinò il presidente egiziano Anwar Sadat, per intenderci,ndt) sta facendo pressioni per l'apertura di una filiale di al-Jazeera in Scozia. Mercoledì il quotidiano The Herald ha riportato la notizia di un meeting organizzato dalla Fondazione tra Nicola Sturgeon, vice premier scozzese, e Wadah Khanfar, direttore generale di Al-Jazeera, a Glascow. "La Fondazione Islamica Scozzese ed Al-Jazeera in pratica hanno molto in comune", commentano al Centre for Social Cohesion. "A capo della Fondazione c'è Osama Saeed, ex-portavoce dell'Associazione Musulmana della Gran Bretagna, la versione britannica della Fratellanza Musulmana. Il gruppo ha regolarmente invitato leader della Fratellanza Musulmana a parlare in Scozia."

A conferma del connubio tra la Fondazione, la Fratellanza ed Al-Jazeera, "quest'ultima puntualmente opera come piattaforma per membri prominenti della Fratellanza Musulmana, in particolare per Yusuf al-Qaradawi (nel riquadro), ampiamente considerato guida spirituale della Fratellanza, che su Al-Jazeera conduce un programma settimanale intitolato "Al-Shariaa wa Al-Haya" (Sharia e Vita)".

Non si conosce l'epilogo del meeting tra il vice premier scozzese ed il direttore di Al-Jazeera. The Herald scrive che "forse Al-Jazeera aprirà una redazione in Scozia", mentre The Times dichiara che, senza ombra di dubbio, "Al-Jazeera creerà una filiale in Scozia".
Per i legami tra la Fondazione Islamica Scozzese e la Fratellanza Musulmana clicca qui:

http://www.socialcohesion.co.uk/pdf/ScottishIslamicFoundation.pdf


30 agosto 2008

Museo a Las Vegas sui mafiosi Ebrei che la crearono

 


Il «mobster museum» aprirà nel 2010 e costerà 50 milioni di dollari
Las Vegas, l'ultima scommessa
Un museo dedicato alla mafia
Celebrerà i gangster che inventarono la città. D'accordo l'Fbi 

L'allestimento del museo sulla mafia sarà curato da
Dennis Barrie, lo stesso autore dello Spy Museum di Washington. «Quel
ragazzo si chiamava Moe Green e la città che inventò era Las Vegas.
Un uomo visionario e coraggioso. Ma non c'è neppure una targa, una
strada o una statua dedicata a lui in quella città» . (Il Padrino
II). Non potrebbe più dirla la battuta, Lee Strasberg, davanti ad Al
Pacino. Nel ruolo ispirato alla figura del mafioso ebreo Meyer
Lansky, Strasberg (nel film Hyman Roth) cantava le gesta di Benjamin
Bugsy Siegel, il bandito megalomane che nel 1946, con i soldi di
Lansky, aprì il Flamingo, il primo hotel-casinò nell'ex avamposto nel
deserto del Nevada, dove si fermavano le truppe dirette sulla West
Coast. Fu l'atto di fondazione di Sin City, la città del peccato.
Sessant'anni dopo, Las Vegas prova a recuperare la memoria del suo
passato imbarazzante, riconoscendo senza ipocrisie il ruolo decisivo
che la malavita organizzata ha svolto nel farne la mecca americana e
mondiale del gioco d'azzardo e nel darle il glamour dissoluto che è
stato la sua fortuna.

E costruisce un museo, dedicato ai fondatori e a tutti i personaggi
che hanno contribuito alla sua leggenda, da Siegel a Lansky, da Tony
Spilotro detto the Ant, la formica, a Frank «Lefty» Rosenthal, quasi
a dire che anche loro fanno parte del sogno americano. Ancora senza
nome ufficiale, il mobster museum dovrebbe aprire nel 2010 e costerà
50 milioni di dollari, parte in fondi pubblici e parte in donazioni
private. «Siamo franchi — dice il sindaco, Oscar Goodman, ex avvocato
che difese anche Lansky e Spilotro — questa non è leggenda, sono
fatti. È la differenza tra Las Vegas e le altre città». Così vero,
che perfino l'Fbi ha deciso di appoggiare l'iniziativa, con la
motivazione che «non si può raccontare la storia di Bugsy e Rosenthal
senza raccontare anche quella degli agenti che diedero loro la
caccia». Così, a guidare la fondazione non-profit che realizza il
progetto e gestirà il museo, è un ex agente, la signora Ellen
Knowlton, fino al 2006 responsabile delle operazioni a Las Vegas. Il
contributo della polizia federale è tanto più importante, in quanto
ha accettato di aprire i suoi archivi, fornendo foto, verbali delle
intercettazioni e testimonianze filmate, ricche di aneddoti e
curiosità: «Il tema è spinoso — spiega Knowlton — ma la ricostruzione
sarà accurata, racconteremo la vera storia del crimine organizzato,
cercando di dare alle persone il senso di cosa significasse stare
nelle rispettive barricate ».

Il mobster museum sarà ospitato in un vecchio edificio in mattoni,
che nel 2000 la città aveva acquistato dal governo federale per la
simbolica cifra di 1 dollaro. Per una di quelle ironie di cui solo la
storia conosce il segreto, nel 1950 il palazzo fu sede delle
audizioni che la commissione speciale d'inchiesta del Senato
americano tenne a Las Vegas. Non sarà facile documentare il crimine
organizzato nella città del Nevada, avvolto com'è da un velo di
leggenda, alimentato dalla copiosa produzione cinematografica di
Hollywood. Il primo Pink Flamingo Hotel & Casino per esempio fu un
fallimento e appena un anno dopo, accusato di aver fatto la cresta
sul progetto, Bugsy Siegel si ritrovò con una pallottola in fronte
nella sua casa di Beverly Hills. Probabilmente fu Lansky a ordinare
l'omicidio. Nel Padrino II, l'episodio dà vita a una frase ormai
cult: «Non chiesi chi diede l'ordine, perché ciò non aveva nulla a
che vedere con gli affari». A curare l'allestimento sarà Dennis
Barrie, già autore dello Spy Museum di Washington e deciso anche lì a
coinvolgere i visitatori, chiedendo loro di entrarvi scegliendosi un
ruolo, mafioso, agente, giudice o avvocato: «Che siano i casinò, il
contrabbando di sigarette o la raccolta delle immondizie di una
città, la mala organizzata è parte della cultura americana, ognuno
dice di avere la storia di un mafioso o un brivido di vicinanza con
quel mondo da raccontare. Noi gli daremo la possibilità di farlo».

Paolo Valentino


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30 agosto 2008

Un'altra icona erotica araba nel mirino dei terroristi: troppo scostumata ...

 

 
Haifa Wahbi

L'"icona dell'erotismo arabo", la splendida cantante Haifa Wahbi (Wahabe), è ancora nel mirino dei fondamentalisti, nonostante il recente apprezzamento espresso per il leader sciita degli Hezbollah libanesi Nasrallah. Secondo il sito internet di al Arabiya, il gruppo sunnita Hamasna, mettendo da parte la storica inimicizia per gli sciiti, ha chiesto a Nasrallah in un comunicato di costringere la cantante a coprirsi.

L'avvenente Wahabe, di cui nel 2007 un "fan club italiano" ha inaugurato un sito, è al primo posto di una lista nera di Hamasna, che l'accusa di apostasia. L'ostilità è dunque storica ed ha avuto l'onore della cronaca anche sulla stampa occidentale. Ma a ravvivare la querelle è stata una recente dichiarazione fatta alla stampa. La cantante, che ha avuto un fratello ucciso dai soldati israeliani, in occasione del secondo anniversario della guerra nel sud del Libano, ha elogiato il "coraggio" di Hassan Nasrallah. "So che è difficile arrivare allo Shaid (Nasrallah) - ha detto - ma tenterò d'incontrarlo per dirgli personalmente che sono ai suoi ordini per qualunque cosa richieda il mio dovere patriottico".

Quale migliore occasione per farla smettere di esibirsi "quasi nuda"? hanno pensato quelli di Hamasna. Non ci hanno riflettuto su due volte e hanno preso carta e penna per scrivere a Nasrallah: "Tutto quello che chiediamo è farle compiere il primo dovere, che è quello di ripudiare l'erotismo e coprirsi con indumenti dignitosi per salvare le nuove generazioni".

Apcom





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30 agosto 2008

Hamas alza il prezzo per il rilascio di Shalit

  

Israele ha annunciato di voler "aumentare il numero dei detenuti palestinesi da liberare" nell’ambito delle trattative per il rilascio del soldato israeliano sequestrato nella Striscia di Gaza due anni fa, Gilad Shalit.

Fonti israeliane hanno informato che ieri il premier Ehud Olmert e i ministri degli Esteri, Tzipi Livni, e della Difesa, Ehud Barak, hanno deciso di semplificare le condizioni per liberare i detenuti palestinesi, anche quelli "con le mani sporche di sangue", nella speranza di riavviare le trattative con il movimento di Hamas attraverso la mediazione egiziana.

Il ministro Barak ha effettuato una visita in Egitto, durante la quale ha incontrato il presidente egiziano Hosni Mubarak e il capo dell’intelligence, Omar Sulaiman. Nell'incontro hanno discusso della liberazione di Shalit. In tale contesto è stata presa la decisione di agevolare le condizioni del rilascio dei prigionieri palestinesi.

La radio israeliana ha riferito che la commissione ministeriale, guidata dal vice-premier israeliano Haim Ramon, si riunirà domenica prossima per discutere le misure per liberare altri detenuti.

La radio ha anche riferito che il governo israeliano aveva accettato la scarcerazione di 80 detenuti su 450 - quelli di cui Hamas chiede la liberazione in cambio di Shalit. E ha confermato che la commissione ministeriale tenterà di modificare le procedure e aumentare il numero dei prigioneri da liberare.

Gilad Shalit è stato sequestrato due anni fa, il 25 giugno del 2006, dalle brigate militari di Hamas e di altre fazioni. L'obiettivo era di "scambiare il prigioniero" con 1000 detenuti palestinesi (di cui 450 con alte condanne) rinchiusi nelle carceri israeliane.

Infopal


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30 agosto 2008

La scarcerazione di 198 detenuti palestinesi da parte di israele è controproducente,

 


Quei prigionieri rimandati a casa potevano essere scambiati con Ghilad Shalit. Rimettendoli in libertà, Olmert ha sprecato un’occasione


di Michael Sfaradi

Come gesto di buona volontà per rinforzare la debole presidenza di Abu Mazen in attesa della visita del segretario di Stato americano Condoleezza Rice, Israele ha rilasciato 198 detenuti palestinesi fra i quali spicca il nome di Said Al-Atabeh che fu condannato all’ergastolo nel 1977 perché responsabile di un attentato terroristico che costò la vita ad una donna e il ferimento di decine di persone. All’arrivo dei detenuti a Ramallah è scattata una festa di vittoria simile a quella di Hezbollah a Beirut per la liberazione di Samir Kuntar. La liberazione di detenuti è sempre un gesto che va lodato, bisogna però prendere nota che gesti di questo tipo arrivano sempre e solamente da parte israeliana. Ogni volta che Israele vuole riavere un suo militare prigioniero in mani arabe deve sempre pagare cari riscatti, come ci insegna il caso di Goldwasser e Reghev, ultimo capitolo di una storia infinita. La moglie di Marwan Barghouti ha dichiarato che per lei la vera festa comincerà soltanto quando anche il marito, condannato a cinque ergastoli come mandante ed addestratore di terroristi suicidi, sarà liberato.

La signora Barghouti dimentica alcuni particolari che è il caso di sottolineare: Marwan Barghouti gode di tutte le garanzie che una democrazia come Israele offre ai suoi prigionieri, ha degli avvocati, pagati dallo Stato, che lo hanno difeso durante le varie fasi del processo, riceve le visite sia dei parenti, moglie compresa, sia dei rappresentanti della Croce Rossa Internazionale che verificano il suo stato di detenzione e le sue condizioni fisiche. Dorme in un letto, mangia in un piatto e rilascia interviste ai maggiori quotidiani israeliani e di tutto il mondo. Di Ghilad Shalit, da più di due anni in mano palestinese, invece non si ha più alcuna notizia. La Croce Rossa Internazionale non è mai riuscita a visitarlo, nessuno dei diritti come prigioniero di guerra, sanciti dalle Convenzioni di Ginevra, è rispettato dai suoi carcerieri e, secondo le poche voci che sono filtrate dalla striscia di Gaza, sembra che sia detenuto in un pozzo. Se ciò fosse vero sarebbe trattato, ormai da più di due anni, peggio di un animale.

Dopo questo rilascio in Israele c’è stata una levata di scudi da parte della gente comune che non riesce a capire il pressapochismo che si sta usando nei confronti di un nemico che non ha dimostrato mai la volontà di una pace vera e giusta. Perché non si deve cadere nell’errore di pensare che la Cisgiordania e Gaza non siano un unico soggetto politico, quindi un regalo fatto ad Abu Mazen è, alla fine dei conti, un regalo fatto anche ad Hamas, e allora perché non scambiare questi 198 terroristi per riavere indietro l’unico ostaggio in mani nemiche? Possiamo immaginare cosa passi per la testa dei genitori di Ghilad Shalit nel vedere le immagini festeggianti di prigionieri che il Governo di Israele rilascia senza chiedere alcuna contropartita mentre sul loro caro, solo pochi giorni fa, sono state fatte ulteriori minacce di morte.


30 agosto 2008

Libano: ristorante serve portate a "colpi di fucile". Fra le portate più prelibate il "lanciarazzi" e il "pane terrorista".

 

Servire portate a 'colpi di fucile': è stata questa l'idea di un ristoratore libanese che ha aperto un 'originale' fast food a Beirut, dove i clienti mangiano ascoltando il 'rombo' di sparatorie anziché la musica.

Yousef Ibrahim, proprietario del locale, ha ribattezzato alcune fra le più famose e prelibate pietanze libanesi, servendo ai tavoli piatti come il “lanciarazzi”, ovvero pollo allo spiedo, e “pane terrorista”. “Ci accusano di terrorismo e allora noi serviamo loro del pane terrorista, perché no?”, ha spiegato Ibrahim alla televisione di Hezbollah “al-Manar”.

Fra gli altri piatti tipici consigliati c'è il “Kalashnikov”, il “B52”, il “Viper” e il “Dragunov”, tutti consumati fra armi e munizioni che decorano i banchi e che sono rigorosamente giocattolo. “Focacce e fucili”, questo il nome del bizzarro locale, si trova in una zona dove è forte il sostegno agli Hezbollah. “Il mio obiettivo era quello di far ridere i clienti prima che mi chiedessero il perché degli scontri”.

Il motto del ristorante è “un panino può ucciderti”, anche se il ristoratore assicura che il cliente rischia di essere ucciso solo dalle enormi porzioni dei panini serviti dal fast-food.

affaritaliani


30 agosto 2008

Violenze senza fine. La testimonianza di un reporter georgiano

 

  Iniziato il ritiro

Quella che segue è la storia di un ordinario giorno di guerra sotto le bombe russe. A raccontarlo a Panorama .it è Tengo Gogotishvili, giornalista di punta della televisione di Tbilisi Rustavi 2. Nel primo mattino di ieri, 12 agosto, al quinto giorno di combattimenti, Tengo viene chiamato dal suo caporedattore che gli dice di andare a vedere cosa succede a Gori, la città a 90 chilometri a nord della capitale georgiana martoriata dai bombardamenti dell’esercito di Mosca. Il cronista parte in macchina con un cameraman. Tornerà in redazione dopo alcune ore, durante le quali avrà visto - di nuovo - tutto l’orrore della guerra: “Siamo entrati in città dopo che i russi avevano bombardato qualche ora prima”, spiega il cronista georgiano. “Ci avevano detto che era stato colpito l’ospedale e c’erano state delle vittime. Volevamo documentarlo. Eravamo ormai nel centro, quando abbiamo sentito un sibilo e poi una fortissima esplosione. Ci siamo fermati, ci siamo buttati fuori dalla vettura e scaraventati a terra. Ho visto da dove partivano i colpi. Dalle colline vicine, dove i russi hanno posizionato la loro artiglieria.”

Con un tono calmo, Gogotishvili prosegue a raccontare quello che ha vissuto.”Ci siamo alzati e poco lontano dal luogo in cui ci trovavamo, abbiamo visto un’automobile ferma, un taxi. I vetri erano distrutti. A bordo c’erano quattro persone leggermente ferite: un’anziana donna, sua figlia e due bambini. Ci hanno detto che se la sarebbero cavata, così siamo tornati sulla nostra macchina e abbiamo iniziato ad andare a gran velocità in direzione di Tbilisi. Mentre stavamo per uscire dalla città, il cameraman seduto nel portabagagli della station wagon mi dice di fermarmi. C’era un uomo che faceva degli ampi gesti con le mani. Ci siamo fermati . Lui ci ha detto di seguirlo in fretta. Dopo pochi metri abbiamo visto a terra un altro uomo. Era gravemente ferito alla testa e aveva anche uno squarcio alla gola. L’abbiamo caricato sulla macchina e trasportato a Tbilisi. Era un’autista, che lavorava per una radio televisione greca.”

Spari ai reporter. E’ in quel momento che Tengo Gogotishvili scopre che altri suo colleghi , inviati a Gori, non sono stati cosi fortunati come lui. In ospedale, gli raccontano che, in mattinata, un cronista olandese della rete televisione Rtl è rimasto ucciso sotto le bombe russe. Le notizie parlano anche di un cronista georgiano e del suo autista, morti, uccisi colpiti di una granata che ha colpito in pieno la vettura sulla quale viaggiavano. Più tardi verrà ferito anche un giornalista israeliano, anche lui colpito dai soldati di Mosca. Non saranno le sole vittime della giornata nella città natale di Joseph Stalin.

Città fantasma. Il volto di Rustavi 2 descrive una città fantasma, abbandonata dalla popolazione civile. “Sono rimasti soltanto pochi uomini, la maggior parte delle donne e dei bambini sono stati mandati a Tbilisi, migliaia di persone, migliaia. Chi ha deciso di non lasciare Gori lo ha fatto, probabilmente, perché non aveva altro luogo dove andare, o perché non voleva abbandonare la propria casa”. Più volte data come caduta nelle mani dell’esercito di Mosca da parte del governo georgiano, in realtà Gori, probabilmente, non ha mai visto una divisa russa negli ultimi giorni. Tengo Gogotishvili conferma di non aver incontrato soldati “nemici”, ma di aver individuato le postazioni dei loro cannoni a pochi di chilometri di distanza, nei villaggi che sorgono poco oltre il confine della repubblica ribelle dell’ Ossezia meridionale. E’ da lì, secondo il giornalista, che sono partiti i proiettili che lo hanno sfiorato mentre si trovava nel centro della città. “Mi è andata bene” - dice, al termine della conversazione. “Mi è andata bene”, sospira ancora una volta.

Panorama


30 agosto 2008

L'Islam turco e i movimenti islamici nel mondo arabo

 

Gli occidentali, che riguardo ai concetti religiosi si intendono più con i turchi che con gli arabi (poiché i primi hanno adottato il concetto della laicità a livello statale e popolare), ritengono che la Turchia esprima oggi, più di qualsiasi altro paese a maggioranza musulmana, un’immagine di Islam moderno che dovrebbe fare da modello a tutti i paesi arabo-islamici. E’ a tutti noto che gli Stati Uniti hanno più volte invitato i paesi arabi a seguire l’esempio della Turchia nell’edificazione di un sistema politico democratico, invece di seguire il fondamentalismo religioso estremista attualmente esistente nel mondo arabo. Tuttavia, questo appello è caduto nel vuoto, ed i popoli ed i governi arabi non gli hanno dedicato la dovuta attenzione. Ma perché i movimenti islamici arabi rifiutano l’esperienza turca, che ha portato al potere una formazione politica islamica come il partito “Giustizia e Sviluppo” a dispetto dell’establishment militare che si era ripromesso di proteggere lo stato laico fondato da Ataturk?

Innanzitutto è necessario distinguere fra l’esperienza araba e quella turca nella sfera riguardante l’Islam politico. Le due esperienze differiscono nei loro principi storici ed intellettuali. In Turchia l’obiettivo di Ataturk era quello di creare uno stato laico. Egli lo impose ai turchi, i quali lo accettarono a livello dell’organizzazione statale, cosicché la loro costituzione attualmente prescrive un ordinamento laico. Di conseguenza, i turchi svilupparono un Islam non fondamentalista fin dalla fondazione dello stato laico. In un ordinamento laico non vi era posto per i religiosi nella gestione della cosa pubblica, o nel sistema educativo. Ataturk si sbarazzò degli uomini di religione a livello dello stato, ed il sistema educativo venne modellato sul principio della laicità, contribuendo alla formazione di una personalità turca laica. Senza dubbio, Ataturk era un estremista ed un fanatico nell’espellere tutto ciò che era religioso dallo stato e da ogni altro aspetto della vita comune, tuttavia non vi era altro da fare visto che egli voleva creare uno stato moderno di impronta occidentale. Di conseguenza, i turchi crebbero fin dall’inizio basandosi sui concetti della laicità, che dunque non gli rimasero estranei – ed anzi, essi ne furono in una certa misura il prodotto. Con l’assenza di qualsiasi influenza religiosa nello stato, e con la tirannia della politica laica intesa come criterio da adottare nello stato e nella vita, i turchi sono riusciti ad armonizzare l’Islam, nella sua accezione di religione di culto, con la vita laica. Ciò avvenne anche grazie al fatto che i turchi rimasero lontani dagli arabi per un lungo periodo, e non si può negare che gli stessi arabi nutrirono a lungo rancori nei confronti dei turchi, per le ragioni storiche a tutti note (gli arabi furono assoggettati ai turchi per secoli, fino al crollo dell’impero ottomano (N.d.T.) ). E possiamo dire in tutta sincerità che questo rapporto è ancora oggi caratterizzato da una certa assenza di fiducia reciproca, testimoniata dal totale rifiuto turco dello stato religioso proposto dai movimenti islamici arabi di oggi. I turchi non vogliono uno stato religioso, né sunnita né sciita, né a livello della società né a livello del regime politico.

I movimenti islamici arabi, a loro volta, non vogliono imitare l’esperienza turca, in base alla loro falsa convinzione di rappresentare il nocciolo e l’essenza del vero Islam, poiché dagli arabi e grazie agli arabi questa religione è nata e si è propagata. Di conseguenza, essi ritengono di avere il monopolio della verità religiosa, una verità che differisce completamente dalla concezione turca. I movimenti islamici arabi di oggi vogliono il califfato e un Islam fondamentalista (di impronta salafita). Purtroppo i petrodollari hanno contribuito a rafforzare questa concezione. Tutto questo è invece rifiutato dai turchi. Dunque la concezione turca e quella araba del ruolo che l’Islam dovrebbe occupare nel sistema politico non si incontrano, e di conseguenza non vi è spazio per la visione turca dell’Islam politico in Medio Oriente.

Ahmad al-Baghdadi insegna pensiero politico islamico all’Università del Kuwait


30 agosto 2008

Hezbollah cerca vendetta per Mughniyeh, Israele in allarme

 

(Velino) - Il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth riporta quanto rivelato da un quotidiano del Kuwait al quale fonti vicine a Hezbollah avrebbero confermato l’intenzione del movimento sciita libanese di vendicarsi contro Israele per la morte di Imad Mughniyeh. Il capo dell’ala militare di Hezbollah rimase ucciso nell’esplosione della sua auto nel febbraio scorso a Damasco in un attentato che il suo movimento ha sempre attribuito a Israele. Il lancio di Yedioth giunge 24 ore dopo che l’intelligence israeliana ha lanciato un avviso a tutti i cittadini dello Stato ebraico affinché usino particolare prudenza nei loro spostamenti anche all’estero in vista di possibili azioni terroristiche. O di rapimenti. Azioni in quale Hezbollah è specializzata e che risultano essere particolarmente fruttuose visto che la liberazione dei sequestrati, civili o militari, vivi o morti, è un chiodo fisso della politica israeliana di sicurezza.

La fonte ha quindi confermato che “la vendetta per Mughniyeh arriverà” anche perché “troppa calma potrebbe rinvigorire l’appetito del nemico che vuole uccidere altri leader di Hezbollah”. La fonte ha poi ribadito che la milizia è pronta alla guerra, “che sarà distruttiva”, contro Israele e che l’organizzazione ha speso negli ultimi due anni 800 milioni di dollari per riarmarsi e dotarsi di una infrastruttura militare proprio in preparazione della guerra. Minaccioso anche lo scenario del conflitto: “La tempistica deve essere quella giusta per tutte le forze e i paesi alleati con Hezbollah. La risposta di Israele cadrà su tutti e questo obbliga noi e i nostri alleati a essere pronti per una guerra aperta”.
 
(dam)
 


29 agosto 2008

L'IRAQ VISTO DAI SOLDATI - LA PRIMA FICTION DOPO L'INSUCCESSO DEL MAGNIFICO "OVER THERE".

 GENERATION KILL - LA MINI-SERIE DAL BESTSELLER DI EVAN WRIGHT, "EMBEDDED"
CON LA COMPAGNIA BRAVO



A tutta velocità nelle stradine dei villaggi iracheni, abili con i mitra
come con l'alta tecnologia, parlano fra loro adoperando un linguaggio da
caserma, si lamentano con i comandi e come unico sogno comune hanno una
notte con Jennifer Lopez: sono i marines della compagnia Bravo protagonisti
di «Generation Kill», il primo serial tv totalmente ambientato dentro «Iraqi
Freedom», raccontando i primi giorni dell'invasione del 2003 attraverso
quanto avviene alla prima unità di ricognizione che entra dal Kuwait e si
lancia verso il nord, direzione Baghdad.

Ciò che distingue «Generation Kill» dagli altri film sulla guerra in Iraq è
che David Simon e Ed Burs lo hanno realizzato - partendo dall'omonimo libro
di Evan Wright, il corrispondente di «Rolling Stone» che seguì l'invasione
aggregato proprio alla compagnia Bravo - senza voler dare un giudizio morale
positivo o negativo sul conflitto ma solo puntando a raccontare sullo
schermo cosa dicono, pensano, maledicono e fanno i soldati della «Generation
Kill», la generazione che uccide.

La scelta di adoperare per i dialoghi le battute originali - oltre al fatto
che uno degli attori è il sergente Rudy Reyes che interpreta se stesso -
consente al telespettatore di immergersi in una realtà dove da subito i
marines si lamentano con i comandi per aver avuto radio vecchie e armamenti
a volta difettosi. Stephen Ferrando, detto «il Padrino» a causa della voce
rauca, è il più alto in comando, non difende gli errori dei comandi ma
chiede ai suoi di essere veloci grazie «alla violenza dell'azione»: «Non
siamo una compagnia di ricognizione ma d'assalto».



C'è chi esita a premere il grilletto e chi no, come nel caso del soldato
Harold James Trombley che dalle «humvee» in corsa spara perfino contro i
cammelli inermi e poi, ripreso dagli ufficiali, si difende: «Non l'ho fatto,
sono qui solo per sparare agli uomini». Il sergente Tony Espera è l'esatto
contrario: è l'unico che ha combattuto in Afghanistan, nella vita fa il
poliziotto e sa quanto conta il sostegno dei civili. Appena può si ferma,
cerca un contatto con la popolazione, regala cioccolate e spiega ai
commilitoni che «avendo del riso a disposizione tutto sarebbe stato più
facile».

Il vero leader del gruppo è il sergente Brad Colbert, un trentenne di ferro
intenzionato a «fare bene» il proprio lavoro per scalare in fretta i gradini
della carriera militare. È lui il perfezionista che guida gli uomini in
azione, conosce pregi e difetti di ogni armamento ma soprattutto sa
adoperare le apparecchiature hi-tech che consentono di usare i satelliti per
vedere dove si trova il nemico, e colpirlo prima ancora di incontrarlo. Sono
i suoi stessi uomini a rimanere di stucco: «Lei combatte nel XXI secolo ma
qui siamo circondati dall'età della pietra» gli dicono. Gli iracheni
combattono, cadono, vedono uccisi o feriti ma la telecamera non si sofferma
più di tanto perché il focus è tutto su ciò che avviene dentro la compagnia
Bravo.

Nel linguaggio da caserma prevalgono gli insulti razzisti ma il sergente
Espera reagisce: «Sono stati uomini bianchi come voi ad essere arrivati un
giorno sulla mia terra, sterminando la mia gente». Quando un iracheno
solleva con gioia una capra plaudendo all'America liberatrice, un marine
commenta: «Vota repubblicano». Se le evocazioni di Jennifer Lopez sono
ripetute e assai colorite, nel mezzo di un duro combattimento una sequenza
dei peggiori improperi viene interrotta da un sarcastico «alla Cnn
piacerebbe avere queste scene». Sono soldati, vogliono fare bene ciò che
devono ma non amano la guerra. «Se un giorno passa senza che debba usare il
mio fucile è stato un buon giorno», dice il cappellano, Ray Peterson,
parlando per tutti. La differenza con «Platoon» e «Il Soldato Ryan» sta
proprio nei dialoghi originali, quasi sempre accompagnati sullo sfondo dalle
musiche rock che consentono ai marines di sentirsi a casa in mezzo al
deserto.
Maurizio Molinari per "La Stampa"


29 agosto 2008

"ADOLF" PUTIN? COLPA DELL'OCCIDENTE

 - IL NO DEL G7 A GORBACIOV, IL SÌ USA A ELTSIN
PUTIN FA PAURA? BUSH PROPONE IL PEGGIO: L’INGRESSO DELLA GEORGIA NELLA NATO
LA PROSSIMA GUERRA? SI COMBATTERÀ IN UCRAINA TRA RUSSOFILI E OCCIDENTALISTI



 

1 - MEDVEDEV: "LA RUSSIA RICONOSCE OSSEZIA DEL SUD E ABKHAZIA" - RAPPORTI NATO-RUSSIA SUL FILO DEL RASOIO

Repubblica.it - Il presidente russo Dmitri Medvedev annuncia che Mosca riconosce ufficialmente l'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia e invita gli altri Paesi a fare altrettanto. E immediatamente si scatena la reazione della Georgia che parla di "annessione" e di "riconoscimento senza valore legale". Critiche anche dalla comunità internazionale: Londra, per prima, fa sapere che oppone un "rifiuto categorico"; Parigi parla di "scelta deplorevole"; Berlino e la Commissione Ue ribadiscono il sostegno all'integrità territoriale di Tbilisi. Intanto, nelle due Repubbliche separatiste esplode la festa. I due presidenti inviano i loro ringraziamenti a Mosca e parlano di "scelta storica".

Vladimir Putin e Dmitri Medvedev

La rabbia di Tbilisi. "Si tratta di una evidente annessione di quei territori, che sono parte della Georgia". La risposta di Tbilisi è giunta immediata per bocca del viceministro degli esteri Giga Bokeria. Per le strade dell'Ossezia del sud e dell'Abkhazia, invece, la notizia è stata accolta con spari in aria, fuochi d'artificio, bandiere "nazionali" e auguri con lo champagne. Una festa che era già iniziata ieri, dopo l'approvazione del riconoscimento da parte del Parlamento russo.

Il primo passo di Mosca. Dopo il discorso alla nazione trasmesso dalla televisione di Stato, Medvedev ha ordinato al ministero degli Esteri di avviare le trattative per stabilire rapporti diplomatici con Abkhazia e Ossezia del sud. Prime conseguenze anche a livello economico: dopo il riconoscimento delle due repubbliche "ribelli", la borsa russa ha registrato un crollo.

La reazione italiana. "Come temevo il riconoscimento c'è stato". Il ministro degli Esteri Franco Frattini, nell'audizione alla camera sulla crisi georgiana, ha espresso il suo rammarico per "un riconoscimento unilaterale che non ha quadro di legalità internazionale alle spalle". E ha paventato il rischio di una "balcanizzazione" della zona del Caucaso.

Mosca: potremmo chiudere il transito Nato. Continuano sul filo del rasoio i rapporti tra la Russia e l'Allenza. Prima della dichiarazione di Medvedev, il generale Anatoli Nogovitsin, vice capo dello Stato maggiore, aveva minacciato la chiusura del territorio russo al transito militare alla Nato verso l'Afghanistan. "Il nostro comandante supremo in capo (il presidente Dmitri Medvedev, ndr) non ci ha detto di chiuderlo, ha solo chiarito che tale cosa può accadere", ha detto Nogovitsin, secondo cui "le dichiarazioni Usa e di altri paesi ricordano la guerra fredda".

2 - “ADOLF” PUTIN? COLPA DELL’OCCIDENTE (UN ARTICOLO LUNGO MA IMPERDIBILE PER CAPIRE COME POSSA DOMANI SCOPPIARE UNA TERZA GUERRA MONDIALE)
Bernard Guetta per La Repubblica

Il disagio è profondo. Monaco e ancora Monaco, riferimenti continui a quel momento tragico in cui le democrazie temporeggiavano con Hitler quando la sua ascesa era ancora resistibile. Una reminescenza non priva di fondamento.

Franco Frattini
© Foto U.Pizzi

Malgrado il Tibet, i capi di Stato e di governo hanno fatto ressa ai Giochi Olimpici per pagare il loro tributo alla potenza cinese. Nonostante la riaffermazione della potenza militare russa a Tbilisi, gli Stati Uniti hanno alzato i toni solo dopo la sconfitta georgiana.

C´è nell´aria una sorta di rassegnazione alla forza di quei due imperi, tanto più allarmante in quanto l´uno e l´altro associano la peggior violenza del denaro e le disuguaglianze più stridenti alla brutalità dei loro apparati di potere monopolistici, direttamente ereditati dai tempi del comunismo.

Dunque Monaco? Un nuovo nazismo pronto alla guerra per asservire le nazioni e sterminare i popoli? No. La preoccupazione è fondata, ma il confronto rischia di essere pernicioso: a forza di rappresentarsi la guerra passata si finisce per non vedere i dati della nuova situazione internazionale e i motivi dell´arretramento della libertà in Russia.

Torniamo indietro nel tempo. Un viaggio in un passato prossimo al di fuori del quale non si può comprendere né questa crisi georgiana, né le tensioni che provoca. Nel 1991 Mikhail Gorbiaciov è travolto dalla libertà cui ha dato respiro. L´intellighentsia lo accusa di non fare abbastanza, i nazionalisti lo rimproverano per aver aperto le porte all´unificazione tedesca e al ribaltamento dell´Europa centrale. Le riforme, e soprattutto le difficoltà economiche alimentano i separatismi delle repubbliche sovietiche, in quei Paesi che gli zar, e non il comunismo, avevano aggregato alla Russia.

A Mosca tutto si sfascia, e qui gli occidentali commettono il primo degli errori che tanto hanno contribuito a plasmare la Russia di oggi. «Aiutatemi», aveva detto Gorbaciov al vertice del G7 nel luglio di quell´anno. Chiedeva che gli venissero concessi prestiti di entità sufficiente a dargli tempo per evitare l´esplosione e trasformare l´Urss – com´era sua intenzione – in un mercato comune dell´Est. Il costo sarebbe stato alto per gli occidentali: somme colossali da sborsare, ma in pegno avrebbero potuto chiedere le risorse naturali della Russia, e con una sola mossa assicurarsi gli approvvigionamenti energetici, aprire il Paese ai loro investimenti, modernizzare l´intera l´area sovietica e organizzare la sua transizione verso la democrazia e le indipendenze nazionali.

Mikhail Gorbaciov
© Foto La Presse

Avrebbero potuto stabilizzarla, così come dopo la liberazione l´America aveva stabilizzato l´Europa occidentale grazie al piano Marshall; e invece hanno dato il benservito al visionario che aveva compreso la necessità di salvare la Russia dal fallimento del comunismo, evitandole al tempo stesso, a qualunque costo, la violenza di una nuova rivoluzione. Un Gorbaciov prostrato li aveva avvertiti: «Non mi vedrete più al vostro prossimo Vertice. E sarà il caos».

Come aveva previsto, sei mesi dopo ogni speranza di riforme graduali e controllate era stata spazzata via. In agosto i più incapaci tra i dirigenti sovietici si erano autoproclamati salvatori dell´Urss per poi annaspare smarriti – alcuni giunsero anche al suicidio – quando Mikhail Gorbaciov rifiutò di firmare la lettera di dimissioni che gli avevano presentato.
Quel colpo di stato fallì in poche ore, spianando però la strada al presidente della Federazione russa Boris Eltsin, che si oppose al putsch nel momento in cui era già abortito. Di intelligenza limitata, alcolizzato al punto di rendersi regolarmente indisponibile, diventa un eroe della democrazia. Gli occidentali commettono il secondo errore eleggendolo a interlocutore privilegiato. In dicembre Eltsin, che freme dalla voglia di insediarsi al Cremlino, convince i presidenti della Bielorussia e dell´Ucraina a separarsi insieme a lui dall´Unione Sovietica – o in altri termini, di firmare la sentenza di morte dell´Urss.

Sconfitta finale del comunismo? Fine della "prigione dei popoli?" Tutto induceva a crederlo, ma era un po´ come se all´improvviso la Borgogna, Nizza, la Savoia, la Bretagna e Tolosa si separassero dalla Francia. Non era semplicemente l´indipendenza di Paesi colonizzati, dato che i secoli e la continuità territoriale avevano mescolato le popolazioni, interconnesso le economie, partorito un´identità comune. Fu un sisma, inevitabilmente seguito da una successione di ulteriori scosse. E nel decennio successivo gli occidentali commisero il loro terzo e più grave errore.

Non appena ai comandi, sotto la copertura delle privatizzazioni, i parenti, i consiglieri, i sodali di Eltsin – "la famiglia", come ben presto diranno i russi – vendono fabbriche, terreni e risorse naturali, tutto ciò che può avere un valore nell´economia del Paese. Nella Russia del 1992 non esistono capitali privati, ma "la famiglia" vende a uomini di sua fiducia, i quali attingono alle casse delle imprese non ancora pagate per corrispondere prezzi modestissimi, e soprattutto per versare le enormi tangenti devolute al Cremlino. È la più grossa rapina della storia, e gli occidentali vi si associano con i loro applausi, i loro crediti e persino con ingiunzioni, con le percentuale riscosse dalle loro banche e società di consulenza, tanto che sembrano aver organizzato questa rivoluzione d´Ottobre alla rovescia.

Boris Eltsin

In pochi mesi si costruiscono enormi patrimoni, ostentati con tanto di limousine blindate, dimore sontuose e oscene esibizioni. L´inflazione sprofonda i pensionati nella miseria più nera, e lo stile di vita regale dei "nuovi russi" contrasta in maniera rivoltante con la mendicità che dilaga. E cosa dicono gli economisti che hanno inventato tutto questo, ex comunisti passati al liberalismo? «È inevitabile passare per l´accumulazione primitiva – sentenziano nel loro linguaggio marxista – per costituire i patrimoni privati che un giorno imporranno lo stato di diritto, al fine di legalizzarne il possesso».

C´era un progetto razionale dietro quest´abominio, che però ha fatto sorgere un´economia mafiosa nell´area ex sovietica. La corruzione si è generalizzata. I regolamenti di conti sono diventati realtà quotidiana, e i russi hanno incominciato a detestare ciò che vedevano dell´economia di mercato, a confonderla con la rapina subita, a incolpare l´Occidente di avergli inflitto quella piaga per annientarli una volta per tutte.E c´è di peggio. Quando i deputati russi denunciano questa "terapia d´urto" e Eltsin ordina l´assalto al parlamento sorto dalle libere elezioni del 1989, gli occidentali non trovano nulla da ridire. Non contenti di aver convinto i russi che mercato è sinonimo di furto, accreditano un´idea della democrazia come potere dei ricchi, tanto da indurli ad aspirare ormai solo a un regime forte, con un capo capace di far risorgere lo Stato e costringere i saccheggiatori a restituire il maltolto. In una parola, promuovendo la giungla in Russia spianano la strada al potere di Vladimir Putin.

Il male ormai è fatto, si dirà. Comunque, e quali che siano i torti degli occidentali, dal momento che è questa Russia – diretta dai servizi segreti, cementata dal nazionalismo, con le casse ricolme grazie all´impennata delle quotazioni petrolifere – a esercitare il suo peso sulle ex repubbliche sovietiche, cos´altro fare? Lo si legge in molte analisi: che fare, se non ingrossare le fila della Nato estendendola, come una rete di sicurezza, intorno al Paese più vasto del mondo?

È una scelta – ma è quella sbagliata. Da scartare, per una ragione imprescindibile: difatti, se l´America ha lasciato che la Russia battesse l´esercito georgiano, è stato perché non poteva far altro. Non poteva minacciare di volare al soccorso delle truppe di Tbilisi, perché nel giro di un´ora la Russia avrebbe occupato l´intera Georgia. Non poteva bombardare le truppe russe, dato che Mosca rimane una potenza nucleare.

Immagini del conflitto in Georgia

E neppure poteva decretare sanzioni economiche, visto che l´approvvigionamento energetico dell´Europa dipende dalle forniture russe, e il costo del barile avrebbe allegramente sfiorato i 300 dollari, provocando il tracollo dell´economia americana. Ma soprattutto, gli occidentali hanno bisogno del sostegno della Russia per opporsi alle ambizioni nucleari dell´Iran, far ascoltare il Consiglio di Sicurezza, avviare le loro armi verso l´Afganistan e tentare di calmare le acque in Medio Oriente.

L´America post-Iraq non può fare a meno di un´intesa con la Russia, ma avrebbe potuto evitare di mettere a nudo questo suo relativo indebolimento se la "vecchia Europa" non le avesse impedito, la scorsa primavera, di aprire le porte della Nato all´Ucraina e alla Georgia? Anzi: sarebbe stato peggio. E comunque gli Stati Uniti non si sarebbero mossi. L´Alleanza atlantica non avrebbe offerto alla Georgia la protezione militare dovuta ai suoi membri, con grave danno della stessa credibilità della Nato. Fortunatamente quella follia era stata bloccata dalla Francia e dalla Germania. Ma allora, a questo punto si devono subire i diktat della Russia, consentendole di dominare nuovamente i mercati?

«Monaco!» «Monaco!» ripetono martellanti quelli che vorrebbero vedere un occidente unito in lotta contro questo ritorno della Russia. Ma qui si pone una questione fondamentale che non è stata sufficientemente dibattuta: in che senso Mosca rappresenta un pericolo? Come, da quale parte intenderebbe lanciarsi all´assalto dell´Occidente, o magari giocare alla politica del tanto peggio? Di fatto, in fin dei conti, cos´altro ha fatto in questa crisi, se non approfittare dell´offensiva della Georgia contro una sua regione secessionista per ricordare che dispone dei mezzi per impedire alla Nato di spingersi fino ai suoi confini?

L´aggressore – per quanto piccolo, per quanto provocato – era la Georgia. Come può allora l´Occidente rimproverare la Russia per la sua reazione, dopo aver bombardato Belgrado per intere giornate in appoggio alla secessione kosovara? Come si può difendere il diritto all´autodeterminazione nei Balcani, e poi invocare nel Caucaso il principio dell´integrità territoriale, dopo averlo ridotto a carta straccia riconoscendo l´indipendenza del Kosovo?

Ancora immagini dalla Georgia

«Questione obsoleta», dichiarano su Libération André Glucksmann e Bernard-Henri Lévy: a parer loro, il fatto principale è che la Russia vieti a un Paese sovrano di scegliere le proprie alleanze. È indiscutibilmente vero, ma come reagirebbero gli Stati Uniti se il Messico o il Canada decidessero sovranamente di entrare a far parte di un patto militare dominato da Mosca? Avrebbero ogni ragione di vedere in questo una minaccia, e non arretrerebbero davanti a nulla per contrastarla. Tanto basti per dire che sarebbe ora di smetterla di evocare fantasmi sulla Russia.

Rimane il fatto che vari popoli tenterebbero di sottrarsi al suo impero, se Mosca non li avesse dissuasi mettendo in ginocchio la Cecenia. Evidentemente è in atto in Russia una regressione autoritaria che ha soffocato l´opposizione, dando più spazio all´arbitrio. Questo Paese è tutto fuorché una democrazia, ma a parte il fatto che sarebbe irragionevole entrare in conflitto con tutti i regimi autoritari soltanto perché sono tali, proviamo per un attimo a calcarci in testa una chapka - il tempo di vedere l´Occidente con gli occhi dei russi.

Quando l´ultimo presidente sovietico lasciò che il Muro si aprisse, l´Occidente giurò di non voler estendere i limiti della Nato. Si sa come poi sono andate le cose. Durante il decennio Eltsin, quando Mosca ricalcava la sua diplomazia su quella degli Stati Uniti, Washington aveva in bocca una sola parola, "partenariato"; ma da quando la Russia ha ripreso forza e ha ricostituito uno Stato, è tornata ad essere un avversario da contenere.

È da allora che gli Usa hanno sentito la necessità di dispiegare nell´Europa centrale un sistema antimissile, teoricamente destinato a contrastare un´aggressione iraniana – ma la sua installazione in Polonia è stata accelerata dopo la disfatta della Georgia; e in quegli stessi anni, proprio quando la Russia manifestava a Washington la sua solidarietà dopo l´11 settembre, l´ingresso dell´Ucraina e della Georgia nella Nato è stato promosso al rango di imperativo categorico, per cui i russi hanno finito per concludere che l´America li amava solo a condizione che navigassero nel suo solco, sopra una zattera.
Allora, ecco che la Russia si afferma sulla scena internazionale, e in maniera spettacolare, quando l´occasione è offerta da un Mikhail Shakasvili; e qui si innesca un ingranaggio. Che è pericoloso.

Più si vuol contenere la Russia, e più le sue reazioni incitano a farlo. Ma se è vero che non ci troviamo alle prese con un nuovo Hitler, non assistiamo neppure a un risveglio della guerra fredda. Oltre tutto, dai Balcani al Caucaso le guerre stanno ridiventando calde in Europa, e una volta sotterrato il comunismo si tende a tornare a quella che era la Storia prima delle ideologie: le rivalità tra le grandi potenze, le loro aree di influenza, le schermaglie e talora gli scontri frontali, quando nelle capitali la Ragione veniva meno.

Volendo drammatizzare ad ogni costo, saremmo tornati non al 1938 o al ‘62, ma al 1914: ai prodromi della prima guerra mondiale, piuttosto che a Monaco o a Cuba. Il punto essenziale oggi è organizzare gli equilibri tra le vecchie e le nuove potenze; e trovarlo nei confronti della Russia non dovrebbe essere la cosa più difficile.

Il fatto che Vladimir Putin si sia astenuto dal modificare la Costituzione per ricandidarsi una terza volta non è privo di significato. Se ne desume da un lato che l´opinione pubblica russa avrebbe reagito male a una mossa del genere, finalizzata alla sua presidenza a vita; e dall´altro, che lo stesso Putin deve tener conto di un certo pluralismo della classe dirigente. Ancora più notevole è il fatto che non abbia scelto, in definitiva, un uomo a sua immagine per presiedere la Russia sotto la sua ombra, bensì un giovane giurista forbito e sorridente, giunto all´età matura nei primi anni del post-sovietismo.

La Russia, per quanto oligarchica, è un mondo in movimento. La libertà imprenditoriale ha fatto nascere un ceto medio in ascesa, e come prevedevano gli ideologi della terapia d´urto, oggi i predatori degli Anni 90 hanno sete di diritto per perpetuare la loro ricchezza.
Dimitri Medvedev è stato scelto da Vladimir Putin perché interpreta le speranze degli ambienti influenti, e quando parla del suo Paese come di uno dei «tre rami della civiltà europea», accanto all´America e all´Europa occidentale, esprime un´aspirazione russa che a Mosca si fa sentire. Ed è su questo che bisogna puntare.

L´Occidente commetterebbe un nuovo errore se non tentasse di farlo – uno di troppo, dato che quest´aspirazione affonda le sue radici nelle debolezze di fondo con cui si confronta la Russia, potenza convalescente ma demograficamente in declino, che non può fare a meno della tecnologia occidentale per modernizzare le sue trivellazioni. Che ha bisogno di vendere il suo gas e il suo petrolio non meno di quanto l´Europa abbia bisogno di acquistarli, ed è in contatto diretto con l´affermazione cinese e l´implosione islamica.

In ultima istanza, è la geopolitica a spingere la parte più lucida della Russia verso l´Occidente – il timore dell´islam e una reale paura della Cina, che col suo dinamismo economico e mercantile si impone nell´Asia centrale annettendosi, attraverso i commerci, una parte sempre maggiore della Siberia russa. Cultura, economia e geografia concorrono per creare le basi di un equilibrio tra russi e occidentali, e organizzare una stabilità del continente Europa tra la Federazione russa e l´Ue.

Ma tutto ciò non passa per l´abbandono dell´Ucraina e della Georgia alle nostalgie imperiali degli antichi padroni.
Servirebbe solo un minimo di buon senso per rinunciare a integrare questi due Paesi nella Nato, rafforzando invece i loro legami con l´Unione, trasformandoli in spazi di cooperazione e di scambi privilegiati con le due potenze continentali – il pegno, prospero e protetto, della loro intesa.

Se non sarà così, il seguito è già scritto. La prossima guerra europea non si combatterà nel Caucaso, ma esploderà ai confini della Polonia, alle frontiere stesse dell´Unione, in quell´Ucraina che da quasi dieci anni si sta dilaniando tra russofili e occidentalisti.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)


29 agosto 2008

La Guerra in Georgia mostra una Russia 'debole', dice un ufficiale degli Stati Uniti. (glenn Kessler, Washington Post)

 

'Il conflitto della Russia con la Georgia è il segno di una nazione russa "debole", non una recentemente assertiva, ed ora Mosca ha messo il suo posto nell'ordine del mondo al rischio, il diplomatico più importante degli Stati Uniti per i rapporti con La Russia ha detto ieri in un'intervista.

"C'è un narrativo russo esprimendo 'eravamo deboli nei anni 90, ma ora siamo tornati e non stiamo prendendolo più. Ma essere arrabbiato e vendicativo non sono segni di una nazione forte. Sono segni della debolezza," ha detto Daniel Fried, l'aiuto di segretaria dello Stato per gli affari europei ed eurasiatici.

"La Russia sta dovendo venire accordarsi con la realtà che può o integrare con il mondo o può essere un bullo auto-isolato. Ma non può essere entrambi. E quella è una scelta che la Russia deve assumere," Fried ha detto.

Dopo le forze georgiane ha entrato presto nella zona franca del separatista di Ossezia del sud questo mese, truppe russe ha attaccato le installazioni militari georgiane muovendo vicino al capitale della Georgia prima parzialmente di tirare indietro. Questa settimana, Mosca ha riconosciuto le regioni staccate di Ossezia del sud e di Abkhazia, un movimento che gli Stati Uniti e nazioni europee hanno condannate come insidiare la sovranità georgiana.

uomini politici degli Stati Uniti hanno dibattuto se e come la Russia dovrebbe essere punita per la sua incursione nella Georgia. Già, un affare nucleare civile fra la Russia ed gli S.U sembra guasti in Congresso e lo sforzo di 13 anni della Russia per unire l'organizzazione di commercio mondiale (World trade Organization) è in difficoltà. Primo Ministro Vladimir Putin questa settimana ha detto che non vede "vantaggi" ad essere parte della WTO - ma i funzionari degli Stati Uniti predicono che la Russia soffrirà se è isolata.

I funzionari degli S.U. ed i loro alleati hanno cominciato a suggerire che la Russia non può incolpare le azioni degli S.U. per alcuna reazione dall'attacco georgiano.

"Sono come presi di vertigini. Avranno bisogno di rendersi sobri," ha detto un funzionario maggiore degli S.U sull'anonimato perché le sue osservazioni erano diplomatico impoliti. "Quando sono sobri, vedranno che non è gli S.U che hanno fatto le cose a loro, è loro che hanno fatto le cose a se stesso."

Similmente, in un discorso ieri a Kiev, l'Ucraina, il ministro britannico degli esteri David Miliband ha detto: "Oggi la Russia è isolata, meno fidata e meno rispettata che due settimane fa. Ha fatto i guadagni militari a breve termine. Ma col tempo, riterrà perdite economiche e politiche."

Miliband ha notato che le riserve di divise estere della Russia sono caduto da $16 miliardo e premi di rischio per l'investimento in Russia è salito da quando la crisi ha cominciato. Invece, quando il Soviet-unione ha attaccato la Cecoslovacchia in 1968, "nessuno ha chiesto che effetto le sue azioni avevano avuto sul mercato azionario russo. Non c'era un mercato azionario russo."

Sen. John McCain, il candidato presidenziale Repubblicano presuntivo, ha sostenuto la rimozione della Russia dal gruppo di otto democrazie industrializzate. Miliband ha allontanato questa suggestione come troppo reazionaria benché alcune figure politiche russe abbiano anche cominciato a dubitare che la Russia dovesse rimanere nel G-8.

Il vice presidente Cheney, parlante ieri ad una convenzione della legione americana a Phoenix, ha condannato l'assalto "ingiustificabile" della Russia sulla Georgia. "l georgiani hanno vinto la loro libertà dopo gli anni della tirannia, e possono contare sull'amicizia degli Stati Uniti," ha detto.

"Tre presidenti americani -- Bush, Clinton e Bush -- hanno tutti e tre nel loro proprio modo cercato per incoraggiare la Russia all'integrazione più largo nel mondo. Ciò è una buona cosa. Era il giusto insieme di politiche," Fried ha detto. "Ora la Russia ha messo tutto quella al rischio, perché la Russia non può comportarsi simultaneamente come il Soviet-Unione verso i suoi vicini come se fosse l'anno 1968, ed atto come se sia 2008 quando viene al WTO."

Fried ha detto che l'amministrazione è determinata impedire la Russia nel reclamare della sfera nuova di influenza nel Caucaso. Ha aggiunto: "Ci sono zone dove abbiamo interesse comune con la Russia e desideriamo lavorare con loro. La domanda è se la Russia ha un'abilità a lavoro con noi."

Nell'intervista, Fried non ha scusato le azioni iniziali della Georgia, dicendo i funzionari degli S.U. hanno detto ai funzionari georgiani che non potrebbero vincere una guerra con la Russia. "La Georgia è una democrazia difettosa, una democrazia che sta costruendosi. Non li aiutate nascondendo i loro problemi o difendendo una decisione difettosa. Ma non la desiderate neanche schiacciata", ha detto.'

[
www.washingtonpost.com]


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