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31 luglio 2008

Quando l'alluce fa notizia.

 

L'immagine del soldato israeliano che sparava un proiettile di gomma ai piedi di un palestinese, colpendolo all'alluce, ha fatto il giro del mondo. Ovviamente suscitando lo sdegno e la condanna di tutti, specie se "pacifinti".  Per fortuna il prezioso alluce palestinese è stato colpito solo di striscio, tanto è vero che non è stato necessario nemmeno ricorrere a cure particolari. Ma tant'è, la foto è rimasta per tre giorni sulle prime pagine dei quotidiani on line.

Nessuno, ovviamente, si è degnato di notare, nemmeno per sbaglio, che quel soldato in servizio presso la linea di confine, insieme ai suoi colleghi è oggetto di pressioni, minacce, insulti e di attacchi da parte di palestinesi, assistiti incoraggiati e sostenuti da decine di pacifinti internazionali, dei quali buona parte italiani, che contro di loro e contro gli operai che lavorano lungo quel confine alla costruzione delle barriere anti terrorismo, lanciano di tutto, sassi, molotov e tutto quello che si può lanciare; talvolta parte anche qualche sparo. Così come succede a tutti i soldati in servizio presso il confine o i valichi di Gaza, sempre in stato di massima allerta e sotto una pesantissima tensione psicologica, perché non puoi mai sapere cosa ti aspetta, cosa può nascondersi dentro un camion o sotto i vestiti. Verosimilmente, allora, può darsi che questi soldati , spesso poco più che ragazzi, possano essere un tantino stressati e che talvolta possano compiere gesti avventati. Ma a loro è vietato sbagliare. Quindi per la nostra stampa non c'è alcuna giustificazione.

Poi succede, proprio due giorni fa, che due di quei soldati, della polizia di frontiera, durante la solita e quotidiana manifestazione degli estremisti di sinistra e pacifinti vari a Niilin, restino feriti. E debbano ricorre alle cure mediche in ospedale. E che succede? Niente, tutto regolare. Forse non si sono coperti bene, non si sono scansati in tempo per evitare una molotov, forse...insomma, hanno sbagliato ancora una volta. Comunque, è sempre colpa loro. Infatti la notizia non compare nemmeno sui quotidiani. Non è importante. Un alluce palestinese sfiorato da un proiettile di gomma è un fatto gravissimo, due feriti israeliani è normale. Sì, quando si trattano questioni palestinesi è sempre bene tener presente questo piccolo dettaglio. Tutto ciò che fanno gli israeliani è gravissimo, il terrorismo palestinese è...normale. Chiaro?

Perfino l'attentato di venerdì a Gaza, costato 5 morti e decine di feriti, è "quasi normale". La notizia è passata, ma fra le brevi di cronaca. Perché? E' più grave l'alluce sfiorato di 5 morti? No, no, è che ancora una volta se i palestinesi si ammazzano fra loro è bene non dare troppo spazio. Certo se fossero morti per un raid israeliano, allora sì che avrebbe occupato le prime pagine.

Così succede che, per vendicare quelle morti, Hamas arresti circa 200 persone, della fazione avversa di Fatah. E tanto per non restare indietro Fatah arresta una sessantina di militanti di Hamas a Nablus,in Cisgiordania. E non finisce qui. Ma non cercate queste notizie sui quotidiani. O non ci sono oppure occupano giusto tre righe nelle pagine interne. L'onore della prima pagina è riservata al prossimo alluce palestinese colpito di striscio.

E' la stampa, bellezza!



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31 luglio 2008

Piccola riflessione olimpica prima delle ferie

 

Ho sempre seguito le Olimpiadi con enorme passione. Probabilmente, in parte, per i miei trascorsi giovanili (ero un discreto centometrista) ed in parte perché sono un inguaribile romantico, per cui i sogni alla de Coubertin continuano inevitabilmente a commuovermi. Insomma, io sono uno di quegli spettatori onnivori che, potendo, si guarderebbero le competizioni olimpiche dalla prima all'ultima gara: dal baseball alla lotta greco-romana, per dire. Ma stavolta è diverso. Stavolta, per la prima volta nella vita, ho la fortissima tentazione di lasciar spento il televisore o, perlomeno, di guardare altrove. Alla faccia degli sponsor, dei mercati e della comunità internazionale pusillanime e ipocrita. Ciò che si pensa del regime cinese e dei suoi rapporti con il nostro stato di tartufi, in questo blog, lo si è scritto a chiare lettere più volte, perciò eviterò di ripetermi. Preferisco lasciare la parola a Filippo Facci il quale, in un articolo che merita di essere riportato integralmente, non fa che ribadire tutto il senso di nausea e gli innumerevoli dubbi che questa storia sta provocando fin dall'inizio.
Buona estate: ci si risente dopo le ferie.

Noi, spettatori pavidi da Berlino 1936 a Pechino 2008
di Filippo Facci

Davvero: bello schifo di Olimpiadi che ci aspetta. Internet, in Cina, rimane censurata anche per i giornalisti occidentali: non puoi neppure accedere al sito di Amnesty international, per dire, o fare una chiave di ricerca digitando «Tienanmen» senza che arrivi la Netpolice a chiederti spiegazioni. I cronisti sono precettati. Il Tibet rimane blindato. Il Dalai Lama pure. C’è uno smog tipo Londra di fine ’800 (anche se lunedì le autorità hanno comicamente annunciato che era andato tutto a posto, le polveri erano scese di sette volte in una notte: avranno arrestato anche quelle) e per gli atleti si prepara il contrappasso delle Olimpiadi di Messico ’68, quando sugli altopiani l’aria rarefatta favorì record su record: a Pechino c’è chi ha proposto di gareggiare con le bombole, o col berretto dei minatori per vedere almeno il traguardo. Gli unici che si battono il petto sono coloro che per risolvere un problema semplicemente lo negano: i cinesi, pronti a fare incetta di medaglie o perlomeno, gli andasse male, a copiarle.
Morale: abbiamo i danni sportivi e le beffe umanitarie, ed è un’occasione persa per tutti. Spiace dirlo: è persa anche per un governo, il nostro, che sulla questione tibetana e sui diritti civili ha mostrato un profilo neppure pilatesco, neppure ascrivibile alla nenia della santissima realpolitik: siamo tornati una repubblica marinara di modesto cabotaggio mercantile, come se ministero degli Esteri e ministero del Commercio estero fossero la stessa cosa, come se in epoca di celeberrima globalizzazione (anche della politica estera, anche della realpolitik) tutto non dipendesse da tutto, e di diritti umani, di sanzioni, di boicottaggi, si potesse ufficialmente parlare solo in certe zone del mondo. Esportare la democrazia? In Cina, per intanto, hanno importato noi: ma hanno lasciato fuori dalla porta i nostri stupidi bagagli occidentali, ciarpame rimediato dopo un paio di rivoluzioni in Francia e in America.
L’avevamo previsto, e non è che ci volesse una palla di vetro: per il Tibet, in concreto, non si è fatto nulla o ci si è limitati a spiegare ciò che non andava fatto: boicottare le Olimpiadi, per esempio. Il sommovimento pro-Tibet per una volta era mondiale, e certo, c’era la stridente pretesa che maratoneti e nuotatori affrontassero moralmente ciò che un organismo come l’Onu ha sempre disertato politicamente: ma era qualcosa, anzi era molto. Per la prima volta nella Storia, forse, l’idea di boicottare una manifestazione sportiva sarebbe apparsa ecumenica, normale, per niente estremista, uno strumento formidabile per propagandare la democrazia e i diritti umani (non vendibili separatamente) come forche caudine non solo di un presunto progresso umano, ma anche di ogni futuribile import-export. Non era e non sarebbe stata una campagna mirante in particolare a dividere, come piace dalle nostre parti: solo a ridurre il danno, unendo laici e cattolici, destra e sinistra, idealisti e importatori tessili.
Invece? Invece lo schifo che ci aspetta. Hanno vinto i cinesi e probabilmente non hanno mai avuto dubbi su questo: la Cina del resto se ne fotte. Sempre. Ha firmato la dichiarazione universale dei diritti umani, il Patto per i diritti civili e politici, la Convenzione contro la tortura del 1988, la Convenzione sui diritti dell’infanzia del 1992, e se ne fotte della proprietà industriale, dell’inquinamento, dei diritti sindacali, dei diritti umani anche basici, della libertà religiosa, della democrazia, del Parlamento Europeo, di tutto. I cinesi sanno che gli Usa non possono rinunciare ai prodotti cinesi a basso costo e sanno che gli investitori cinesi se sparissero farebbero tracollare il Paese; mentre l’Europa, manco a dirlo, ha nella Cina il principale partner commerciale. È proprio per questo che il boicottaggio delle Olimpiadi era perfetto con tutti i suoi limiti: era un fronte simbolico, apolitico, l’ultima illusione che la politica potesse primeggiare su quello che Giulio Tremonti chiamerebbe mercatismo, e noi pure. Boicottare le Olimpiadi non era il minimo che si potesse fare: era il massimo.
Grandi personalità politiche mondiali perlomeno si sono espresse, qualcuna ha disertato o ha mandato un messaggio forte. Noi? Franco Frattini prima ha detto che non avrebbe incontrato il Dalai Lama per non provocare «gli amici cinesi»: questo nonostante gli Usa avessero decorato il Dalai Lama con la medaglia d’oro del Congresso, già imitati da Canada, Austria e persino da quella Germania che è il primo Paese europeo per interscambio con la Cina. Frattini, poi, resistendo a qualche pressione interna (in An e nei Riformatori liberali) ha detto che «boicottare le Olimpiadi è inaccettabile», sicché ha spedito in Cina un sottosegretario salvo apprendere che alle Olimpiadi, controvoglia, forse dovrà andarci lui. Controvoglia: anzitutto perché aveva in programma le ferie, in secondo luogo perché le sue attenzioni sono proiettate sul rinsaldare l’asse dell’Atlantismo: anche se intanto eravamo membri non permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, di fatto, e non permanenti restiamo; anche se intanto l’impegno di aumentare il nostro impegno militare in Afghanistan è davvero tutto da verificare; anche se Barack Obama, di passaggio in Europa, è andato in Francia e Germania e Inghilterra ma non da noi. Ora: dire che gli Usa ci trattino con sufficienza forse è troppo, ma che i cinesi cerchino regolarmente di dettarci l’agenda diplomatica e che minaccino regolarmente ritorsioni commerciali (vedi Dalai Lama) è semplicemente la verità. Noi abbassiamo la testa e accettiamo. Per consolarci, nei convegni, ci raccontiamo la balla (balla storica e politica) che l’evoluzione del mercato cinese possa portare alla democrazia, ossia che alle libertà economiche possano equivalere quelle politiche. A Pechino, viceversa, vedono la democrazia giusto come un rischio per la crescita economica. Hanno bisogno di altro. Di noi, per esempio: spettatori pavidi, dopo Berlino 1936, di Pechino 2008.

  maRcaBru



31 luglio 2008

Olympic games logo. Reloaded.

 
gianfalco


31 luglio 2008

ISRAELE: IL FIGLIO DI UNO DEI LEADER DI HAMAS SI E' CONVERTITO AL CRISTIANESIMO

 
  Il quotidiano israeliano Ha'aretz annuncia che Masab, figlio di Sheikh Hassan Yousef, leader di Hamas a Ramallah, diventa cristiano e afferma: «Ho detto addio a una cultura palestinese in cui un terrorista suicida diventa un eroe, un martire».

Una conversione dall'Islam al Cristianesimo per dire addio a una «cultura palestinese in cui un terrorista suicida diventa un eroe, un martire». Un nome che cambia da Masab a Joseph. È la storia del figlio del leader di Hamas a Ramallah, Sheikh Hassan Yousef, anticipata oggi dal quotidiano israeliano Ha'aretz" e che uscirà integralmente nel magazine del giornale distribuito nel fine settimana. Dopo essere stato per anni al fianco di suo padre, il giovane Masab ha deciso di «cambiare vita» ed è consapevole che sta «mettendo a rischio la sua vita».

«Ma spero che mio padre capirà e che Dio dia a lui e alla mia famiglia la pazienza e la volontà di aprire gli occhi a Gesù e al Cristianesimo - afferma il giovane durante un colloquio con un giornalista di "Ha'aretz" - Forse un giorno potrò tornare in Palestina e a Ramallah con Gesù, nel regno di Dio».

E il figlio del leader di Hamas a Ramallah non tenta neanche di nascondere il suo "legame" con Israele. «Mandate i miei saluti a Israele, mi manca. Rispetto Israele e lo ammiro come Paese - ha detto - Voi ebrei dovete essere consapevoli: non avrete mai e poi mai la pace con Hamas. L'Islam, come ideologia che li guida, non consentirà loro di arrivare a un accordo di pace con gli ebrei. Credono che la tradizione dica che il Profeta Maometto ha combattuto contro gli ebrei e che pertanto devono continuare a combattere contro gli ebrei fino alla morte».

«Un'intera società santifica la morte e i terroristi suicidi. Nella cultura palestinese un terrorista kamikaze diventa un eroe, un martire. I leader religiosi parlano ai loro studenti dell'"eroismo dei martiri" - ha proseguito il giovane che ora vive in California - Mi manca Ramallah. Mi mancano soprattutto mia madre, i miei fratelli e le mie sorelle, ma so che sarà molto difficile per me tornare presto a Ramallah».


31 luglio 2008

Le olimpiadi si stanno trasformando in un incubo

 

Risse fra la folla esasperata in coda per i biglietti e le forze dell’ordine, poliziotti che picchiano i giornalisti che cercano di riprendere la scena. A dispetto dei proclami governativi la situazione si fa sempre più caotica e si acuisce la repressione verso i media. 



Ressa per i biglietti, colluttazioni fra giornalisti e forze dell’ordine, giro di vite sulla libertà di stampa e, come se non bastasse, una quotidiano di Pechino che pubblica “per errore” una foto delle violenze in piazza Tiananmen, scattata la tragica notte del 4 giugno 1989. Continua “l’incubo Olimpiade” per gli organizzatori dei giochi di Pechino e il governo cinese che, a dispetto delle dichiarazioni di facciata, devono affrontare ogni giorno nuovi problemi e denunce.

Ieri quasi 50mila persone hanno atteso in coda per ore, sotto il sole e l’afa dell’estate pechinese, nel tentativo di accaparrarsi uno dei 250mila biglietti ancora utili per assistere alle competizioni olimpiche, tra cui le gare di atletica, i tuffi – specialità nella quale eccellono gli atleti locali – e la ginnastica. La ressa e il nervosismo hanno causato manifestazioni di protesta e scontri. I più “furbi” hanno cercato di scavalcare la coda, causando violente reazioni della folla sedate con la forza dagli agenti di polizia.

Le forze dell’ordine hanno attaccato anche le troupe giornalistiche presenti sul posto: presi di mira in particolare i reporter di Hong Kong, che a fine giornata hanno denunciato arresti e violenze. Secondo il South China Morning Post, quotidiano con sede a Hong Kong, un gruppo di giornalisti sono stati allontanati con la forza dall’area predisposta per i media nei pressi della principale biglietteria olimpica. Felix Wang, fotografo del SCMP, è stato arrestato e trattenuto per diverse ore con l’accusa di aver picchiato un poliziotto mentre cercava di documentare gli scontri fra la folla e gli agenti. Egli è stato rilasciato nelle prime ore del pomeriggio di ieri; i vertici del giornale parlano di “episodio sfortunato” e manifestano  “solidarietà al poliziotto ferito”. Law Fai-cheung, reporter della tv di Hong Kong Cable Tv, riferisce di essere stato “afferrato per il collo e malmenato” dagli agenti, che gli hanno anche “distrutto le telecamere”. Altri giornalisti denunciano “violenze e soprusi” da parte delle autorità.

A dispetto delle sbandierate libertà in vista dei giochi, continua la repressione da parte del governo a cui si è aggiunta la preoccupazione verso il fenomeno del “bagarinaggio e della falsificazione dei tagliandi” per accedere alle competizioni. Secondo fonti ufficiali negli ultimi due mesi sono state arrestate più di 60 persone che vendevano biglietti al mercato nero, con profitti da capogiro. Per le competizioni in programma sono stati predisposti oltre 6,8 milioni di tagliandi, di cui il 75% destinato alla vendita interna, mentre il restante 25% distribuito fra i vari comitati olimpici di ciascun Paese partecipante.

Censura e probabili sanzioni, infine, colpiranno un quotidiano di Pechino – il Beijing News – che giovedì 24 luglio ha pubblicato “per errore o per ignoranza” una foto relativa ai massacri in piazza Tiananmen del giugno ’89, un argomento ancora tabù in Cina. Lo scatto, intitolato “i feriti”, accompagnava un pezzo all’interno del giornale nel quale non si faceva alcun riferimento alla manifestazione studentesca. L’ipotesi più probabile è che la foto sia stata pubblicata “per ignoranza” da un giovane redattore, che non sa nulla dei fatti avvenuti 20 anni fa perché nelle università e sui media è proibito parlare della vicenda. Non si escludono provvedimenti contro il direttore responsabile della testata – che ha guadagnato nel tempo fama di “relativa indipendenza” rispetto alle fonti ufficiali – sebbene questa fosse regolarmente in edicola ieri nonostante “l’incidente”. Del resto la censura cinese aveva calato subito la scure: sequestrate già nella giornata di giovedì tutte le copie disponibili del quotidiano e rimossa dal sito internet l’immagine incriminata, che però aveva già cominciato a circolare fra blog e siti internet del Paese.

Sulle Olimpiadi pende infine la minaccia di violenze da parte dei separatisi musulmani: attraverso un video diffuso sul web, militanti fondamentalisti hanno rivendicato una serie di attentati compiuti negli ultimi mesi nel Paese, e minacciano di tornare a colpire con “tattiche mai impiegate prima” durante i giochi. Il leader del Partito islamico del Turkestan – gruppo uiguro e musulmano che lotta per l’indipendenza dello Xinjiang, nell’ovest del Paese – annuncia che verranno colpiti “obiettivi sensibili legati alle Olimpiadi”.

AsiaNews



31 luglio 2008

Smog, sporcizia, aria fetida: perchè andare a Pechino?

 

Ma quanto è salubre l'aria di Pechino ...


Fino a due giorni fa il governo cinese ha tentato di negare l´evidenza. Manipolando le rilevazioni atmosferiche annunciava un «netto e costante miglioramento» della qualità dell´aria nella capitale.

Ieri, sotto l´oppressione di una cappa irrespirabile e davanti ai primi rischi concreti di clamorose defezioni di atleti per motivi di salute, si è aperta una crepa nella muraglia della propaganda. Il quotidiano governativo China Daily ha rivelato che sono allo studio «misure più drastiche» per affrontare l´emergenza-inquinamento, come la proibizione di circolazione per il 90% delle automobili.

La situazione a Pechino in effetti è drammatica. A soli dieci giorni dai Giochi la città è una cloaca infernale, l´aria è fetida, la visibilità è scesa ai minimi storici. Con l´alta pressione, l´afa estiva, e la mancanza di venti, ristagna in permanenza su questa metropoli di 18 milioni di abitanti una nuvola tossica micidiale, che mette a dura prova i nostri polmoni, fa bruciare gli occhi, e la cui nocività è rilevata molto empiricamente dalle nostre narici. 

Solo il controllo assoluto sui mezzi d´informazione ha consentito al regime cinese la farsa dei comunicati trionfali che descrivevano «cieli azzurri» a ripetizione: menzogne che ogni abitante di Pechino avrebbe potuto smentire guardando fuori dalla finestra. Ma il patriottismo obbligatorio impedisce ai cinesi di denunciare la messinscena. In questo caso tocca agli stranieri il compito di proclamare che «il re è nudo».

Ieri una falla nell´ottimismo di facciata si è creata con il clamoroso annuncio del comitato olimpico australiano che ha dato ai propri atleti «la libertà di non gareggiare qualora lo considerino pericoloso per la propria salute». E una rilevazione commissionata dalla Bbc ad esperti indipendenti ha scoperto che le polveri tossiche nell´area del Villaggio olimpico sono il triplo della soglia consentita dall´Organizzazione mondiale della sanità. E´ un dato che i cinesi non conosceranno mai, perché in totale contraddizione con le informazioni fornite dall´ufficio meteorologico locale.

Le rilevazioni cinesi sono truccate: le centraline sono state spostate sempre più lontano dal centro, anche in zone collinari o in mezzo ai parchi pubblici. Le bugie del regime però rischiano di provocare un effetto-boomerang: se l´8 agosto la cerimonia inaugurale sarà avvolta dalla spessa nebbia di polveri tossiche che c´è oggi, la ridotta visibilità potrà rovinare gli effetti speciali del grande spettacolo, trasformandolo in una figuraccia in mondovisione. Il pericolo mette in allerta gli sponsor che hanno investito centinaia di milioni di euro.

Contro l´emergenza-smog è stato insufficiente il traffico a targhe alterne, in vigore ormai dal 20 luglio, che ha tolto di mezzo oltre un milione di auto al giorno. China Daily ha evocato una restrizione molto più severa: se scatta il piano-choc le auto potranno circolare solo quando l´ultimo numero della targa coincide con l´ultima cifra della data: in pratica, sarà in giro solo un decimo del parco-vetture al giorno. China Daily evoca anche la «chiusura totale dei cantieri edili, e di molte fabbriche». Ma quest´ultimo è un provvedimento già promesso più volte. Le costruzioni - che per le loro gigantesche dimensioni sono una fonte importante di polveri tossiche - avrebbero dovuto essere bloccate al più tardi dal primo luglio. 

Ora c´è l´ammissione implicita che questo non è avvenuto: come peraltro può constatare chiunque giri per la capitale a contare le dozzine di gru ancora attive. Traspare un conflitto interno fra le priorità del governo. Da una parte è chiaro l´interesse al successo dei Giochi, sui quali lo smog ora fa pesare una minaccia molto grave. D´altra parte la lobby dei costruttori è potente, e legata da robusti intrecci d´interessi col potere politico. Lo stesso vale per l´industria e le centrali termoelettriche.

Colpire alla radice le cause dello smog significa imporre tagli pesanti all´attività economica, non solo a Pechino ma in vaste regioni circostanti che sono fra le più sviluppate (e inquinate) del paese. In una fase in cui l´economia mondiale rallenta, e l´export made in China ha cominciato a perdere colpi sui mercati occidentali, il regime è combattuto. Presentando un bilancio ambientale della preparazione dei Giochi, ieri Greenpeace ha concluso che «dei progressi ci sono stati, ma per ottenere un reale miglioramento nella qualità dell´aria Pechino avrebbe dovuto adottare dei provvedimenti contro l´inquinamento industriale più estesi e sistematici»

Federico Rampini


31 luglio 2008

Olimpiadi, Pechino conferma la censura, e cosa vi aspettavate?

 Il CIo: «DELUSIONE MA NON POSSIAMO INTERVENIRE»
Olimpiadi, Pechino conferma la censura
Oscurati anche i siti Bbc e Amnesty

Le autorità: per i media stranieri è «sufficiente» il centro stampa allestito nella capitale
Prove tecniche all'Olympic Broadcast Center di Pechino in vista delle Olimpiadi (Reuters)
Prove tecniche all'Olympic Broadcast Center di Pechino in vista delle Olimpiadi (Reuters)
PECHINO(Cina) - Gli organizzatori delle Olimpiadi di Pechino 2008 hanno difeso la loro decisione di rendere impraticabile l'accesso ad alcuni siti internet ed hanno confermato che non torneranno indietro. Secondo i responsabili cinesi l'accesso ad Internet al centro stampa principale di Pechino è «sufficiente» per i media stranieri.
CENSURA - Sole Weide, portavoce del comitato organizzativo, ha smentito che era stato promesso di lasciare piena libertà ai media durante i Giochi. «La copertura dei Giochi non è stata colpita in nessun modo, i giornalisti hanno un accesso complessivo ad Internet», ha aggiunto Weide. I siti critici verso il governo cinese saranno però bloccati e come questi anche quelli che si occupano dei diritti umani, le organizzazioni tibetane in esilio e molti media stranieri. Tra quelli vietati dovrebbero esserci il sito di Amnesty International, la Bbc, Deutsche Welle (una radio tedesca), dei giornali Apple Daily (Hong-Kong) e Liberty Times (Taiwan).

DELUSIONE - «Sono deluso, ma non posso dire ai cinesi cosa dovrebbero fare». Kevan Gosper, responsabile della Comunicazione del Comitato olimpico internazionale (Cio), al quotidiano South China Morning Post commenta così la posizione assunta dagli organizzatori delle Olimpiadi di Pechino 2008. Durante i Giochi, la navigazione nel web sarà sottoposta a censura. «È chiaro, io avrei preferito un accesso più ampio. Non sono qui per difendere la posizione delle autorità cinesi, sono qui per consentire ai giornalisti di raccontare le Olimpiadi».


31 luglio 2008

Quando un popolo è di indole pacifica: Hamas minaccia l'intifada contro ... Al Fatah

 


Quando i bambini crescono alimentati dall'odio ...

Hamas, il movimento islamico al potere nella Striscia di Gaza, ha minacciato oggi Al Fatah, l'organizzazione rivale del presidente palestinese Abu Mazen di scatenare un'intifada in Cisgiordania contro le forze dell'Autorità palestinese,  accusata inoltre di essere in collusione con Israele contro attivisti di Hamas.

La minaccia è in reazione agli arresti di circa 150 sostenitori del movimento islamico in Cisgiordania da parte dei servizi di sicurezza dell'Autorità nazionale palestinese (Anp). L'ondata di arresti è a sua volta in risposta a quella di sostenitori del Fatah a Gaza, attuata dai servizi di sicurezza di Hamas, dopo l'attentato dinamitardo in cui lo scorso venerdì a Gaza City sono stati uccisi cinque miliziani di Hamas e una bambina palestinese. Sami Abu Zuhri, portavoce di Hamas a Gaza, ha ammonito l'Anp che il giro di vite in Cisgiordania «potrà solo portare a una nuova rivolta contro Israele e i suoi agenti della sicurezza» con un riferimento alle forze palestinesi fedeli ad Abu Mazen. «Dovete ben sapere - ha aggiunto - che una volta cessata la protezione che vi danno i sionisti, il popolo irromperà nei vostri uffici e vi caccerà». Una fonte della sicurezza palestinese a Ramallah ha detto che si tratta di minacce fatte «da persone irresponsabili», e ha negato che siano in corso arresti indiscriminati di persone legate a Hamas.

L'Anp chiede un prestito alla Banca Mondiale. Intanto, fonti palestinesi e occidentali hanno riferito oggi che le casse dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) sono vuote e il premier Salam Fayyad è stato costretto a chiedere un aiuto di emergenza alla Banca Mondiale per non rischiare la bancarotta e per coprire il divario tra le entrate e le uscite, derivante dai minori aiuti ricevuti dai paesi donatori. Secondo le stesse fonti, è possibile che l'Anp non sia nemmeno in grado di pagare gli stipendi di luglio ai circa 150 mila dipendenti pubblici.

Secondo una fonte palestinese, citata dal Jerusalem Post, il deficit nel bilancio dell'Anp è salito negli scorsi sei mesi da 1,6 a due miliardi di dollari. «Ci troviamo - ha detto - davanti a una crisi reale e siamo sulla soglia della bancarotta». Secondo il Consiglio Economico Palestinese per lo Sviluppo e la Ricostruzione (Pedcar), nelle casse dell'Anp sono entrati finora solo 900 milioni dei 7,7 miliardi di dollari promessi nell'arco di tre anni lo scorso dicembre a Parigi nella Conferenza dei paesi donatori.
 
Particolare amarezza è stata espressa dalla fonte nei confronti della maggioranza dei paesi arabi per non aver onorato i loro impegni finanziari nei confronti dell' Autorità palestinese. La crisi finanziaria, affermano diverse fonti palestinesi, rischia di indebolire l'Anp agli occhi dell'opinione pubblica palestinese in un momento in cui il movimento islamico Hamas al potere a Gaza continua a ricevere grandi aiuti finanziari dall'Iran.

Il Messaggero


31 luglio 2008

I due favoriti per la successione di Ehud Olmert

 

Sono due i candidati favoriti alla successione di Ehud Olmert alla guida del partito Kadima e di conseguenza anche del governo, sebbene non si possa anche escludere l'ipotesi di elezioni anticipate, che rilancerebbero personaggi del calibro di Benjamin Netanyahu, portabandiera della destra, e di Ehud Barak, leader del Partito laburista. Secondo un sondaggio pubblicato in serata Netanyahu con il Likud batterebbe largamente qualunque esponente di Kadima. Quello che segue è un breve profilo del ministro degli esteri e di quello dei trasporti, i più accreditati candidati alla futura leadership di Kadima. 



TZIPI LIVNI. Laureata in giurisprudenza, 49 anni, è entrata alla Knesset (Parlamento) nel 1999; ha poi ricoperto vari incarichi ministeriali, via via più impegnativi: sviluppo, agricoltura, edilizia, assorbimento dell'immigrazione, giustizia e infine esteri. Livni è cresciuta in una nota famiglia della destra sionista. Negli anni '80 ha servito nel Mossad (il servizio di intelligence israeliano). Si e' schierata a favore del dialogo coi palestinesi e del disimpegno da Gaza. Nel 2005 aderì senza esitare al nuovo partito fondato da Ariel Sharon, Kadima. Da ministro degli esteri ha condotto personalmente i negoziati di pace coi palestinesi. E' considerata la donna più potente della storia di Israele dopo Golda Meir, che fu capo del governo negli anni '60 e '70. Negli ultimi tempi non ha mancato di prendere le distanze da Olmert, del quale aveva già chiesto le dimissioni dopo la pubblicazione di un rapporto ufficiale in cui si criticava la sua conduzione della guerra in Libano nel 2006. 



SHAUL MOFAZ. E' nato in Iran nel 1948 e nel 1957 è emigrato in Israele. Ha servito nelle forze armate nei paracadutisti e come comandante dei paracadutisti partecipò nel 1982 alle operazioni militari in Libano (Pace in Galilea). E' particolarmente stimato all'interno del partito per il suo passato incarico di comandante delle forze armate (1998-2002). Quando nel 2000 scoppiò la seconda intifada (rivolta palestinese), si distinse per la sua scelta di usare il pugno di ferro durante i disordini. Nel 2002 venne nominato ministro della difesa ed è poi passato ai trasporti, Negli ultimi tempi ha apertamente dichiarato la sua candidatura alla successione di Olmert.


30 luglio 2008

Samir Kuntar, dolci e musica per il terrorista di Hezbollah

 

Samir Kuntar, dolci e musica per il terrorista di Hezbollah

Già nel febbraio scorso, all’indomani dell’uccisione del terrorista internazionale Imad Mughniyeh in un attentato con auto-bomba a Damasco, Samir Kuntar, in quel momento ancora detenuto in Israele, aveva scritto una lettera al capo di Hezbollah, Nasrallah, nella quale celebrava il martirio e le gesta dei terroristi, e prometteva solennemente di continuare sulla via del terrorismo “fino alla completa vittoria”. “Il mio giuramento e la mia promessa è che il mio posto sarà sul fronte di battaglia, intriso del sudore del tuo dono e del sangue dei martiri più amati, e che continuerò lungo la via fino alla completa vittoria”. Vittoria che per Kuntar ha sempre significato “uccidere quanti più israeliani possibile”. Il terrorista che uccise un padre e sua figlia su una spiaggia israeliana e che è stato al centro della dolorosa trattativa di Israele per riavere le due salme di Regev e Goldwasser, è stato accolto con tutti gli onori possibili in Libano. Sono stati giorni di festa per Kuntar. Sul versante libanese della frontiera, Hezbollah ha installato una sorta di arco di trionfo per accogliere Kuntar. Sull’arco si legge: “Israele versa lacrime di dolore, noi versiamo lacrime di gioia”. Il governo libanese ha decretato una giornata di festa nazionale per celebrare “la liberazione di prigionieri dalle prigioni del nemico israeliano e il ritorno delle spoglie dei martiri”. Wafik Safa, coordinatore di Hezbollah presente il giorno 16 al valico di Rosh Hanikra fra Libano e Israele, si è espressamente rallegrato per il fatto che la sua organizzazione è riuscita con successo fino all’ultimo minuto a tormentare le famiglie degli ostaggi e tutti gli israeliani lasciandoli nel dubbio circa la sorte dei due soldati.


Orchestra e guardia d’onore dell’esercito libanese sono state schierate all’aeroporto di Beirut dove l’elicottero del presidente libanese Michel Sleiman ha portato i cinque detenuti (fra i quali l’infanticida Samir Kuntar) scarcerati da Israele in cambio delle spoglie dei due ostaggi uccisi. Poi Samir Kuntar ha dato un’intervista alla tv Al-Manar: “La cultura della lotta armata è diventata la cultura delle generazioni che realizzeranno il sogno di annientare quella entità predatoria (leggi Israele, ndr)”. Nella striscia di Gaza e in varie città della Cisgiordania i palestinesi hanno festeggiato la scarcerazione dell’infanticida Kuntar distribuendo dolci per le strade. Il primo ministro di Hamas Ismail Haniyeh si è congratulato con Kuntar, “questo grande eroe che ha sacrificato 30 anni nelle prigioni israeliane per la causa della Palestina, è una vera leggenda”. Ziad abu al-Enain, direttore generale del ministero dei Prigionieri del governo dell’Autorità palestinese guidato da Salam Fayyad, nonché importante esponente di Fatah nei territori, ha dichiarato che “i palestinesi si congratulano con Hezbollah e con i suoi leader e inviano i loro migliori auguri a tutto il popolo libanese e tutti i palestinesi per il rilascio di un gruppo di eroi, guidati dal leader dei prigionieri Samir Kuntar”. Fahmi Za’arir, portavoce in Cisgiordania di Fatah, il movimento di Abu Mazen, ha dichiarato che la sua organizzazione è fiera di tutti coloro che hanno sacrificato la loro vita “per la rivoluzione e per il popolo palestinese”, definendo “eroiche e leggendarie” le gesta di Samir Kuntar, ovvero dei tre israeliani uccisi, tra i quali una bambina di quattro anni con il padre, e di Dalal Mughrabi, ovvero 36 passeggeri israeliani uccisi su un autobus della linea costiera.

Ahmed Abdel Rahman, alto esponente di Fatah e consigliere di Abu Mazen, ha definito Kuntar “un grande combattente” e Mughrabi “una martire che ha guidato una delle più grandi operazioni dei combattenti per la libertà nella storia del conflitto”. Durante i festeggiamenti in suo onore, Samir Kuntar ha dichiarato di essere tornato dalla Palestina (Israele) solo per rientrarci, un domani, da vincitore con i suoi compagni di lotta. Kuntar ha anche presenziato a una cerimonia militare a Beirut davanti alla tomba di Imad Moughnieh, il super-terrorista Hezbollah responsabile di atti terroristici che hanno provocato la morte di centinaia di innocenti, e ha giurato di “proseguire la guerra a oltranza” contro Israele. Il padre di Moughnieh si è congratulato con lui per la scarcerazione, e Kuntar ha risposto: “Dobbiamo questa vittoria a te e a Imad. Giuro su Allah e sul nome del suo sangue puro che continueremo lungo questa strada e non cederemo mai fino a quando raggiungeremo lo stesso status (di martire) che Allah gli ha elargito”. Anche il ministro degli esteri iraniano Manouchehr Mottaki si è congratulato per “la bella notizia della liberazione” di Kuntar. Da ultimo, il terrorista ha parlato anche alla tv Al-Jadid: “C’è un morbo, in questa regione, chiamato stato di Israele, che noi chiamiamo ‘entità predatoria’. Se non poniamo fine a questo morbo, ci perseguirà sino in capo al mondo. Per questo è meglio sbarazzarsene”. Sono stati giorni di festa per Samir Kuntar.
 
(Giulio Meotti)


30 luglio 2008

OLMERT ANNUNCIA L'ADDIO, DIMISSIONI DOPO PRIMARIE KADIMA

Forse è meglio



"Ho deciso che non correro' per le
primarie con Kadima" e che "mi dimettero' tra due mesi".
Cosi' il premier israeliano, Ehud Olmert, 62 anni e alla guida del
governo israeliano dal gennaio 2006, in una conferenza stampa a
sorpresa tenuta in serata ha fatto sapere che il 17 settembre non
partecipera' alle elezioni e che si dimettera' entro due mesi
lasciando aperta la strada per la formazione di un nuovo governo.
Olmert lascera' non appena Kadima scegliera' un nuovo
leader: "Quando sara' scelto un nuovo leader - ha aggiunto il
premier israeliano - mi dimettero' da primo ministro per permettere
la formazione di un nuovo governo". Olmert e' attualmente sotto
inchiesta per aver ricevuto fondi illegali dal magnate americano
Morris Talansky ma si e' sempre detto innocente affermando anche che
non si sarebbe dimesso prima che le accuse non fossero formalizzate.
Designato dall'uscente Ariel Sharon ha portato il partito Kadima
alla vittoria nel marzo 2006 grazie anche al programma di
smantellamento de ritiro di truppe da Gaza.


30 luglio 2008

"Human Right Watch" accusa: Hamas e Fatah violano i diritti umani, Amnesy fa finta di niente

 

hrw.jpg Nella striscia di Gaza sotto Hamas e in Cisgiordania sotto il governo del Fatah, i servizi di sicurezza di ambedue le autorità, tra loro rivali, si sono resi colpevoli nel 2007 di gravi violazioni dei diritti umani di cui è vittima la popolazione palestinese locale. La denucia arriva, in un rapporto, dall'organizzazione per la tutela dei diritti umani Human Rights Watch (Hrw).
Secondo Hrw, da giugno del 2007, Hamas dopo aver preso il potere con la forza in tutta la Striscia, ha condotto ''arresti arbitrari di avversari politici, ha torturato detenuti, ha soffocato la libertà di espressione e di raduno e ha violato diritti processuali sanciti dalle leggi palestinesi''. ''Le vittime sono spesso state leader, attivisti e sostenitori del Fatah''.
 
Stessa situazione, afferma Hrw, cìè in Cisgiordania, dove le vittime della repressione, degli abusi e delle violenze dei servizi di sicurezza dell'Autorità palestinese, presieduta dal leader del Fatah, Abu Mazen (Mahmud Abbas), sono persone e istituti che simpatizzano con Hamas.
 
''Vittime, legali e attivisti per i diritti umani in Cisgiordania hanno riferito a Human Rights Watch di un'apparente cooperazione tra le forze del Fatah e i servizi di sicurezza israeliani che hanno in comune l'obiettivo di emarginare o eliminare Hamas''.
 
Hrw ricorda che i servizi di sicurezza e la polizia palestinesi sono addestrati ed equipaggiati dagli Stati Uniti e dall'Unione Europea; quelli di Hamas sono aiutati dalla Siria e dall'Iran. Hrw afferma che i governi che sostengono l'Autorità palestinese ''normalmente e correttamente condannano il comportamento abusivo di Hamas ma restano silenziosi davanti agli abusi non meno gravi commessi dalle forze sotto il controllo del loro alleato in Cisgiordania''.
 
A Gaza il ministero dell'interno diretto da Hamas non ha voluto commentare il rapporto di Hwr. Quello dell'autorità palestinese in Cisgiordania ha detto che gli arresti sono stati effettuati nel rispetto delle leggi palestinesi e che abusi commessi da singoli inquirenti durante gli interrogatori non sono tollerati. (fonte Ansa)


30 luglio 2008

Dagli Usa arriva il nuovo Borat

 


Adam Sandler protagonista di "Zohan"

Se nel 2006 era stato Sacha Baron Cohen a portare a Hollywood con Borat le ipocrisie e i pregiudizi della società statunitense e occidentale, adesso ci prova Adam Sandler con la commedia "Zohan", una specie di "Borat alla israeliana". Il film ha come punto di partenza il conflitto israelo-palestinese e si trasforma in una parodia sui problemi dell'intolleranza e dell'integrazione nell'America di oggi.

Il film, uscito negli Stati Uniti il 6 giugno scorso ha incassato finora 97 milioni di dollari e arriverà sugli schermi italiani dal 3 ottobre. Sandler, anche sceneggiatore e produttore della pellicola, interpreta Zohan Dvir, un agente israeliano del Mossad, carismatico e amato dalle donne, che però è stanco della vita che conduce. Decide allora di fingersi morto per fuggire dal suo Paese e trasferirsi a New York, dove ha intenzione di ricostruirsi una vita e realizzare il suo sogno: diventare un parrucchiere.

Un personaggio al quale Sandler ha iniziato a pensare otto anni fa: ''Dopo gli attacchi terroristici dell'11 settembre è saltata fuori l'idea - racconta - Ed è stato il mio parrucchiere a ispirare tutto: è israeliano, ha combattuto nell'esercito e poi è scappato in America per fare quello che più desiderava''. Nonostante sia un professionista infallibile che conosce le migliori tecniche di difesa personale, Zohan si ritrova però solo e disorientato nella Grande Mela. Un po' quello che accadeva a Borat, con tutte le tragicomiche conseguenze del caso.

Sandler, dopo la parentesi drammatica nel film del 2007, "Reign over me", torna quindi alla commedia, il suo genere favorito. In Zohan è affiancato da John Turturro, che in pellicole dei fratelli Coen come "Il Grande Lebowsky" e "Fratello, dove sei?" ha già dimostrato una straordinaria verve comica, e da Rob Schneider, che ha esordito proprio insieme a Sandler all'inizio degli anni Novanta ai tempi del Saturday Night Live. Il film è diretto da Dennis Dugan che ha dichiarato che la pellicola non vuole mettere in ridicolo il conflitto in Medio Oriente, ma ''si propone soltanto di trattare con ironia e leggerezza un tema attuale, senza alcun intento politico o vena polemica''.


30 luglio 2008

La storia - un tanto al chilo - secondo Oscar Luigi Scalfaro di M. Zacchera

 
 
Il 22 luglio 1944, ben 50 persone innocenti morirono nella chiesa di San Miniato (Firenze) per una granata americana che esplose tra la folla, lì radunata dai tedeschi in ritirata. Si parlò a lungo di eccidio nazista, ma la ricostruzione storica non lascia da tempo più dubbi. Nella chiesa, però, c’è tuttora una lapide a ricordo del “gelido eccidio perpetrato dai tedeschi …” che non ha più ragion d’essere e si trattava quindi di venirne fuori in qualche modo.

Perfetta la trovata di S.E. l’On. Sen. (a vita) Oscar Luigi Scalfaro, presidente Emerito della Repubblica Italiana che – nella Sua alta veste di “Presidente dell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia” (carica meritatissima, infatti nel 1944 Scalfaro Oscar Luigi era giudice a Novara ed emetteva sentenze per la Repubblica Sociale Italiana …) ha sentenziato che
“Avendo avuto i tedeschi la responsabilità della guerra, gli stessi devono essere considerati comunque i responsabili ultimi anche della strage di San Miniato”.
 
Così – come informava ironicamente il Corriere della Sera mercoledì scorso - la lapide è rimasta tranquillamente al suo posto. Nuovo, supremo esempio di coraggio e coerenza scalfariana, nonché fulgido episodio di serietà di lettura della storia patria.

On. Marco Zacchera


30 luglio 2008

Germania: il passato è una terra straniera

 

A 19 anni dalla caduta del muro la Ddr è già stata dimenticata dagli studenti 


Chi ricorda più il muro?

Willy Brandt?  «Un famoso politico della Ddr».  Forse collega di Erich Hoenecker, già capo di stato (e di partito) nell'ex repubblica democratica tedesca, eletto insieme a lui nelle «libere e democratiche elezioni» grazie alle quali nella Ddr si sceglievano gli amministratori della cosa pubblica.

Sì, la Germania è stata riunificata. E fin troppo bene a dar retta al sondaggio della Libera Università di Berlino.  A 19 anni dalla caduta del Muro di Berlino, gli studenti tedeschi non hanno la minima idea della storia recente del loro Paese che fu doppio e diviso sui due fronti che proseguirono la  Seconda guerra mondiale nella Guerra fredda. 

Alle domande formulate dai docenti i  5.200 giovani interpellati per il sondaggio in Baviera, Brandeburgo, Nordreno-Vestfalia e Berlino hanno risposto in modo a dir poco confuso. L’ex cancelliere e ex leader socialdemocratico Brandt (Spd) è stato appunto attribuito alla Ddr mentre la costruzione del Muro, nel 1961, sarebbe addirittura avvenuta per iniziativa degli Alleati, o della stessa Repubblica federale.  Che La Ddr fosse una dittatura nessuno lo ricorda. Anzi, per essere precisi, secondo il sondaggio la maggior parte dei giovani tedeschi non sa neppure dire quale sia la differenza tra dittatura e democrazia.

Si sa, i sondaggi sono merce scivolosa e ambigua.  Può darsi che non voglia dire nulla. Ma che una generazione di tedeschi cresca senza distinguere fra dittatura e democrazia è un po' inquietante. Dati i precedenti. Frose a loro ignoti.

Carla Reschia



30 luglio 2008

Per il musulmano morire decapitati è una ... benedizione

 

Gli attentatori non mostrano alcun rimorso per la morte di oltre 200 turisti occidentali in vacanza sull'isola e chiedono di essere uccisi secondo i dettami della Sharia, che prevede la decapitazione. La sentenza sarà eseguita nelle prossime settimane in un’isola dello Java centrale.


Benedetto ...


Secondo la legge islamica è meglio “morire decapitati che fucilati”, e non bisogna mostrare “pentimenti o rimpianti” per le violenze che sono state commesse “in nome della guerra santa”. È il “testamento spirituale” di Imam Samudra, uno dei tre responsabili della strage di Bali del 2002 nella quale morirono oltre 200 persone, in attesa di essere giustiziato dalle autorità indonesiane.
“Fino a che morirò, non mostrerò mai segni di pentimento per le mie azioni”, avrebbe dichiarato il terrorista al fratello Lulu Jamaluddin, nel corso di un recente colloquio nel carcere di massima sicurezza dell’isola di Nusakambangan, nello Java centrale. Egli ha inoltre aggiunto che la guerra santa, condotta mediante “l’uso di bombe” e attacchi kamikaze, è “benedetta da Dio”, per questo non ci saranno mai “appelli alla clemenza” per evitare la pena di morte.
Secondo un avvocato della difesa, essi avrebbero chiesto di procedere alla condanna seguendo “i dettami della Sharia” che prevedono la morte per decapitazione: esso sarebbe un ulteriore segnale del loro sforzo di “promuovere i valori della legge islamica fino all’ultimo, anche in punto di morte: morire decapitati è una benedizione”. Il legale ha inoltre aggiunto che è stata scelta l’isola di Bali per l’attentato perché presa d’assalto da centinaia di “infedeli”, ovvero i cittadini americani e gli alleati più stretti fra cui inglesi e australiani, che ogni anno ne affollano le spiagge e i locali.
Da Jakarta un altro legale del trio ha chiesto il rigetto della sentenza di condanna perché “la corte suprema del Paese non ha seguito le corrette procedure per applicare la pena capitale”. Una presa di posizione subito respinta da Andul Hakim Ritonga, vice-procuratore distrettuale, secondo il quale “tutto è stato fatto a norma di legge” e vanno solo espletate “le ultime formalità burocratiche”. Egli sottolinea che è già stato scelto il luogo – la reggenza di Cilacap, nello Java centrale – ed è stata inoltrata una “richiesta ufficiale alle forze dell’ordine dell’isola e al quartier generale della polizia a Bali, al fine di nominare i tiratori scelti che eseguiranno la sentenza”.
La fucilazione dovrebbe avvenire entro la fine del mese prossimo, prima dell’inizio del mese sacro del Ramadan.

Mathias Hariyadi


30 luglio 2008

Su Ron Arad continua l’omertà

 Nonostante le promesse hezbollah non dà informazioni sul pilota disperso dal 1986

 

 

E’ dal 1986 che Ron Arad, navigatore dell’aeronautica militare israeliana, è “Missing in action”, disperso. Da allora tutti i governi israeliani hanno cercato la sua liberazione, in un primo momento tentando uno scambio di prigionieri, poi, con il passare degli anni, scarcerando terroristi in cambio di informazioni. Tutto questo senza ottenere alcun risultato. Erano in due gli uomini dell’equipaggio del “Kfir” che fu abbattuto sui cieli libanesi, ed ambedue si lanciarono con il paracadute ed arrivarono vivi a terra. Ron Arad, per sua sfortuna, non fu recuperato dalle unità di soccorso solo perché il suo rilevatore elettronico si ruppe durante il lancio. L’unica cosa che si sa per certa è che finì prigioniero e fu poi usato come merce di scambio fra le varie frange della guerriglia palestinese. Passò di mano in mano fino a che si persero le sue tracce, il resto sono solo voci che non hanno, almeno ufficialmente, dei riscontri oggettivi. Queste voci dicono che Ron Arad è finito in mano ad Hezbollah e da lì direttamente a Teheran. Stando ad indiscrezioni di oppositori politici al regime degli Ayatollah, il prigioniero sarebbe stato sottoposto ad un intervento chirurgico per renderlo paraplegico e impossibilitargli la fuga.

Israele qualche volta è volta riuscita, pagandole con la rimessa in libertà di terroristi assassini, a riavere le salme dei suoi caduti, ma per quello che riguarda il destino di Ron Arad non si è mai riusciti a squarciare il velo di silenzio ed omertà, al punto che non è mai stato possibile avere informazioni sufficienti nemmeno per emettere una dichiarazione di morte presunta. Lo scambio dei prigionieri, che recentemente il governo israeliano ha concordato con Hezbollah, prevede da parte israeliana la restituzione di diverse salme di terroristi più un numero consistente di prigionieri con le mani sporche di sangue, fra i quali spicca il nome di Samir Kuntar, colui che uccise una bimba di quattro anni spaccandole la testa su di uno scoglio e finendola con i colpi del calcio del suo fucile mitragliatore. Di contro Hezbollah deve restituire Ehud Goldwasser ed Eldad Reghev, o quello che resta di loro, e dare informazioni precise su Ron Arad. Due giorni fa il mediatore tedesco ha consegnato al governo israeliano un fascicolo parziale sulle informazioni che Hezbollah dice di essere riuscita ad ottenere e, da quel momento, c’è stato un notevole irrigidimento da parte israeliana. Le informazioni contenute sono vecchie e risapute, ed anche se si tratta di stralci si intuisce che Hezbollah non dice tutto quello che sa. Questo per mantenere dei segreti che potrebbero tornare buoni sul tavolo di future trattative.

Nasrallah continua a prendere in giro, ma anche la pazienza israeliana ha un limite, e lui forse l’ha superato. I Ministri dell’Interno e della Difesa, hanno chiesto la riunione urgente del Consiglio dei Ministri per riconsiderare l’accettazione dello scambio dei prigionieri ed effettuare una nuova votazione alla luce delle informazioni ricevute. Il Dossier Ron Arad è così tornato prepotentemente alla ribalta e potrebbe mandare a monte la trattativa. C’è ancora la speranza, pur minima, che Ron Arad sia ancora vivo, ed è per questo che Israele non lascerà nulla di intentato pur di ottenere il suo rilascio o la sua salma. Pochi giorni fa Nasrallah cantava vittoria, ma la grazia a Samir Kuntar non è ancora stata firmata e, se non impara a stare ai patti e a dire tutto quello che sa su Ron Arad, rischia di dover rimandare i festeggiamenti che aveva preparato per il ritorno del massacratore di bambini.

Michael Sfaradi


30 luglio 2008

A Damasco il futuro di Hamas

 

Gerusalemme. Nessuno può dimostrare che gli scontri armati interarabi che hanno insanguinato nelle stesse ore del fine settimana Gaza e Tripoli (in Libano) siano inter-connessi, ma è certo che segnalano sui due quadranti - e in contemporanea - una destabilizzazione crescente interna al regime siriano e al blocco Baath-Hamas-Hezbollah.

Una novità non da poco. Particolarmente interessanti sono gli incidenti di Gaza, perché confermano una duplice crisi: quella interna al blocco che fa capo al regime di Damasco e quella interna a Hamas. A partire dal momento dell'attentato sul lungomare di Gaza che ha eliminato Iyha al Hayeh, dirigente militare delle Brigate Ezzedin al Qassem e nipote di un parlamentare di Hamas (nove morti, tra cui una bimba di nove anni), il movimento islamista ha iniziato ad accusare Fatah. Ma a molti osservatori è parsa evidente la strumentalità di queste critiche: chiunque conosca Gaza sa che l'attentato si colloca perfettamente in una faida interna a Hamas e che è stato organizzato da un comparto del gruppo stesso, contro un altro comparto fratello.

Decine sono stati gli arresti ieri di militanti di Hamas in Cisgiordania ordinati dal governo di Abu Mazen, mentre a Gaza si è inasprito il giro di vite contro i superstiti uomini di Abu Mazen: centinaia di militanti di al Fatali sono stati arrestati; è stata vietata la diffusione di quotidianistampati in Cisgiordania, perquisite le abitazioni di Zakariya al Agha e Ibrahim al Naja, due dirigenti del partito di Abu Mazen, le cui auto sono state confiscate. Le milizie di Hamas hanno fatto irruzione nelle sedi di quaranta tra uffici commerciali, fondazioni benefiche e circoli sportivi, tutti a vario titolo collegati agli avversari: sequestrati computer, dischetti, documenti e altro materiale, come denunciato dal Centro palestinese per i Diritti Umani, un'organizzazione indipendente.

La dinamica della crisi di Gaza è, in apparenza, diversa da quella degli incidenti di Tripoli in Libano tra alawiti filosiriani e sunniti anti siriani, ma c'è un forte punto in comune. L'azione provocatoria e armata degli alawiti contro i sunniti segnala una volontà di ripresa delle azioni destabilizzatici in Libano da parte di una componente del governo di Damasco. Hezbollah libanese invece - assieme a un'altra componente del governo siriano - preferirebbe giocare oggi la carta di una forma di stabilizzazione.

La bomba sul lungomare di Gaza, invece, è la conseguenza del duro scontro interno al braccio militare di Ha-mas, le brigate Ezzedin al Qassem, comandate in loco da Ahmed al Jabari, cui si oppone - per conto di Ismail Haniyeh, premier deposto di Hamas - il prestigioso leader militare Mohammed Deif. Non si tratta di una consuetudinaria divergenza etnico-tribale o di controllo dei traffici illegali sul territorio (come spesso è accaduto), bensì di un allargamento al teatro palestinese dello scontro che si sta svolgendo dentro i reparti militari siro-iraniani di Damasco, che ha già provocato a febbraio la morte del capo di tutte le operazioni militari iraniane all'estero, Imad Mughnyieh, e che ha anche prodotto una golpe di palazzo a Damasco in cui Bashar el Assad ha arrestato suo cognato, il capo dei servizi segreti Shawqat.

Alcune fonti palestinesi hanno rivelato al Foglio che la valutazione più attendibile accreditata dal governo di Ramallah (che ben conosce la realtà siriana) è che Mughniyeh sia stato ucciso addirittura su ordine dello stesso rais. L'obiettivo non è una rottura con Teheran (cosa che potrebbe portare all'immediato collasso del suo regime), bensì l'invio di un segnale forte per marcare all'alleato iraniano - di cui Damasco non discute la partnership - la volontà di allentare la presa dei pasdaran sul reseau militare di cui la Siria costituisce il comparto avanzato.

In questo contesto, i fatti di sangue di Gaza e di Tripoli sarebbero oggi conseguenza di una spaccatura non tra "trattativisti" e oltranzisti, ma tra oltranzisti che calibrano la propria azione sulle indicazioni di Teheran e altri che rivendicano invece alcuni spazi di autonomia.
Il foglio


30 luglio 2008

Quando Fatah è più "sensata" dei politici israeliani

 Israele, Abbas: se liberate uomini Hamas io smantello l’Anp

 
Israele, Abbas: se liberate uomini Hamas io smantello l’Anp

 Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Mahmoud Abbas si frappone nelle trattative tra Israele e Hamas per la liberazione del caporale Gilad Shalit. “Se Israele scarcererà alcuni parlamentari di Hamas in cambio di Shalit io ‘smantellerò’ l’Anp”. Un messaggio pesantissimo che Abbas ha affidato al generale Gadi Shamni, responsabile del coordinamento degli affari civili dell’Anp con le autorità israeliane. Dopo il rapimento del giovane caporale nel giugno del 2006, Israele arrestò molte decine di esponenti di Hamas, inclusi ministri e parlamentari. In seguito, poi, a una serie di ordini delle corti militari israeliani, molti di questi sono stati rilasciati. Ma 40 uomini di Hamas restano ancora nelle carceri israeliane. Il messaggio di Abbas colpisce perché è la prima volta che il capo dell’Autorità nazionale palestinese - riconosciuto dallo stesso Movimento per la resistenza islamica che controlla Hamas quale “presidente di tutti i palestinesi” - si oppone alla possibilità che Israele scarceri dei suoi confratelli.

La mossa mette in luce l’insanabilità della spaccatura che separa il movimento laico Fatah, al potere in Cisgiordania, da quello islamico di Hamas, alla guida della Striscia di Gaza dal giugno del 2007 dopo il “golpe” contro Fatah. Più volte negli ultimi mesi la diplomazia araba, specialmente quella yemenita, ha cercato di ricomporre la frattura intrapalestinese. Ma negli ultimi giorni gli arresti di circa 50 esponenti di Hamas nella West Bank e di 200 uomini di Fatah a Gaza hanno rivelato l’aperta ostilità che separa i due movimenti. E l’ulteriore difficoltà per Israele per riportare Shalit a casa dopo due anni di prigionia nella mani di Hamas e soprattutto di concludere un accordo di pace con un’Anp che sembra essere ogni giorno che passa più fragile. Anche perché, sottolinea il quotidiano israeliano Haaretz, Hamas avrà buon gioco nel cercare di discreditare Abbas per la sua sortita contro la liberazione di numerosi detenuti palestinesi.
 
(Daniel Mosseri)


30 luglio 2008

Gb, va in onda "Casa Saddam"La fiction sulla vita del rais

 Protagonista della serie televisiva è Yigal Naor, israeliano di origine ebreo-irachena
Sullo schermo, la vita del dittatore dall'ascesa al potere alla cattura per mano degli Usa

Gb, va in onda "Casa Saddam" La fiction sulla vita del rais

L'attore Yigal Naor nei panni di Saddam Hussein

LONDRA - E' stato uno dei dittatori più tristemente famosi, e odiati, del secolo scorso. Ancora oggi si percepisce il riflesso delle sue azioni, che hanno portato all'invasione americana dell'Iraq nel 2003. E ora Saddam Hussein diventa anche personaggio televisivo: da domani in Gran Bretagna va in onda una fiction su di lui in quattro puntate, una coproduzione della rete inglese Bbc2 e del canale americano Hbo. Casa Saddam (House of Saddam) è un dramma che, a detta degli sceneggiatori Stephen Butchard e Alex Holmes, mescola gli ingredienti della tragedia shakespeariana e dei filmoni statunitensi sulla mafia con la storia contemporanea del Medio Oriente e, in definitiva, del mondo.

La storia descrive i ventiquattro anni in cui il rais fu al potere, dalla sua ascesa nel 1979 fino al giorno in cui le forze Usa lo catturarono nel suo nascondiglio sotterraneo. Rimane fuori la parte più vicina e più controversa della sua vita: quella del processo e della condanna a morte.

A vestire i panni del dittatore è Yigal Naor, un israeliano discendente di una famiglia di ebrei iracheni. Grande è la somiglianza fisica tra i due (lineamenti orientali e stessi baffi), ma c'è qualcosa di più che li unisce: l'attore ha vissuto in prima persona le conseguenze della politica di Saddam. In piena guerra del Golfo, nel 1991, un missile iracheno sfiorò la casa in cui Naor viveva con la sua famiglia, a Tel Aviv, lasciando fortunatamente illesi gli occupanti. E' lo stesso attore, interprete di pellicole come Munich e Rendition, a raccontarlo: "In quanto israeliano, lui era un nemico per me, ma io non lo odiavo". 
Naor è cresciuto come un arabo in un quartiere di Tel Aviv, che lui stesso descrive come "una piccola Bagdad". I suoi genitori erano ebrei iracheni trasferitisi in Israele dopo la fondazione dello Stato ebraico. Tuttavia, il suo background familiare non è bastato a rendere immune da critiche il fatto che a interpretare Saddam sia un israeliano. Eppure, secondo Naor è proprio la sua origine a fare la differenza: "Rispetto a un attore inglese o americano ho potuto capire meglio meglio quest'uomo, l'ambiente in cui viveva, quel bisogno speciale di ricevere onori. Il Medio Oriente, l'Iraq, sono il mio territorio". Inoltre l'attore si è preparato studiando un'ampia documentazione che comprende persino le biografie di Mussolini e di Stalin (di cui Saddam era grande "ammiratore"). Non sono mancati i contatti diretti con chi aveva conosciuto il giovane Saddam, ma anche persone costrette all'esilio dalle sue feroci repressioni.

Una full immersion nell'universo del rais per rendere la complessità di un uomo che racchiudeva in sé diverse identità: tiranno sanguinario e machiavellico cospiratore, amorevole padre di famiglia e leader che voleva il meglio per il suo Paese, ma anche sovrano paranoico che faticava a fidarsi di chiunque, persino all'interno del suo entourage. Come lo definisce Naor: "Un mostro crudele, ma anche una sorta di eroe tragico".


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