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30 giugno 2008

Una decisione molto israeliana

 

Herb Keinon

Molto verrà detto e scritto nei prossimi giorni sulla decisine presa domenica scorsa dal governo israeliano di approvare il rilascio di Samir Kuntar, quattro miliziani Hezbollah, un non precisato numero di detenuti palestinesi, decine di corpi di Hezbollah e palestinesi e informazioni sulla scomparsa di quattro diplomatici iraniani (in Libano nel 1982) in cambio degli ostaggi Ehud Goldwasser e Eldad Regev, entrambi ritenuti già morti, e di un rapporto di Hezbollah sulla sorte dell’aviatore Ron Arad (caduto nelle mani di terroristi sciiti libanesi nel 1986). Ma un cosa è chiara: questa decisione rispecchia alcune profonde caratteristiche della società israeliana. Anzi, si può affermare che si tratta di una decisione tipicamente israeliana, nel bene e nel male.
Chi viene in vista dall’estero in questo paese generalmente resta colpito da alcune caratteristiche tipicamente israeliane. Israele è un paese palpitante di vita, è un paese straordinario nel trovare soluzione ai problemi immediati; ed è un paese dove si percepisce più che altrove una grande solidarietà reciproca, dove le persone si sentono sinceramente responsabili le une per le altre.
Per capire Israele è necessario capire com’è fatto un paese dove ogni evento tocca tutti da vicino, dove le ultime dei notiziari sono qualcosa di reale e immediato che ha un impatto concreto sulla vita di tutti coloro che vivono qui. La famosa solidarietà israeliana nasce non solo dalla altruistica preoccupazione di tutti per i propri compagni, ma anche da una perenne sensazione del tipo "poteva capitare a me”, per cui faccio meglio a preoccuparmi del mio prossimo giacché in qualunque momento potrei essere io ad avere bisogno che il mio prossimo si preoccupi per me. Non c’è praticamente nessuno, in questo paese, che non conosca personalmente qualche vittima uccisa o ferita nelle stragi della seconda intifada. Questo paese ha sostenuto la decisione di andare in guerra in Libano nel luglio 2006 perché dopo il sequestro di Gilad Schalit e Regev e Goldwasser sentiva che la prossima volta poteva toccare al figlio di chiunque di noi. Questo paese è tanto infervorato per la minaccia iraniana perché qui lo spettro di un Iran con la bomba atomica non è una questione teorica: è qualcosa di molto reale e spaventoso.
Israele è un paese piccolo, e si sente vulnerabile. Se i mass-media la scorsa settimana sono stati dominati dalla voce di chi chiedeva al governo di accettare l’accordo con Hezbollah, in qualche misura è dovuto al fatto che la gente con un’opinione diversa era restia ad esprimerla: e non solo per la reazione negativa dell’opinione pubblica che è toccata all’ex capo di stato maggiore Moshe Ya'alon per le sue dichiarazioni sugli scambi di prigionieri, ma anche per una forma di autocensura, per il timore che prendeva alle viscere i contrari che un giorno la stessa sorte possa toccare a un loro figlio, situazione in cui chiunque farebbe di tutto e ribalterebbe il mondo, e chiederebbe il rilascio di qualunque prigioniero pur di riavere il proprio figlio o figlia. Questo è Israele. Tutti sono vicini alla prima linea, ed essere vicini alla prima linea non può non influenzare il proprio punto di vista.
La seconda caratteristica nazionale che si riflette nella decisione del governo è l’attitudine di questo paese a trovare soluzioni immediate ai problemi incombenti. Israele è grande in questo. È una delle cose belle di questa società. Quando si trova davanti a un grave problema, Israele non si limita a scuotere il capo dicendo “non c’è soluzione”. Israele ne cerca una. Il modo in cui questo paese ha saputo abbattere il numero di vittime subite dal terrorismo – dai 435 israeliani uccisi nel 2002 ai 13 uccisi l’anno scorso – dimostra la capacità della nazione di trovare soluzione ai problemi incombenti. Non si dimentichi che c’era chi andava ripetendo che “non esiste soluzione militare al terrorismo”. Israele l’ha trovata. Il fatto che gran parte del mondo guardi a Israele per risolvere la questione del nucleare iraniano riflette il (tacito) apprezzamento per la capacità di questo paese di trovare soluzione ai problemi incombenti. Allo stesso modo Israele troverà una soluzione tecnologica per i missili Qassam. Ci vorranno magari un paio d’anni, ma una soluzione verrà trovata.
Qual è dunque il problema? Il problema è che, quando troviamo una soluzione, il nemico cerca un modo per aggirarla, e si continua così all’infinito. I problemi incombenti di Israele sono così sconfortanti che ci restano poche energie e poca pazienza per cercare risposte di lungo respiro. La decisione di domenica è una soluzione di breve respiro. Serve a chiudere un capitolo doloroso nella storia del paese, offre qualche conforto alle famiglie colpite. Ma che dire dei pericoli futuri, del fatto che lo scambio incoraggerà ulteriori sequestri di ostaggi, del fatto che in futuro i sequestratori non avranno un buon motivo per tenere in vita gli ostaggi (sapendo che possono ottenere lo stesso risultato con le loro spoglie)? Sono problemi che affronteremo quando si presenteranno, e allora troveremo di nuovo una soluzione. Per adesso, ha detto il governo, affrontiamo il problema incombente, e il problema incombente sono Goldwasser e Regev.
L’ultima caratteristica d’Israele che si rispecchia forte e chiara nella decisione è che questa è una società che vive l’attimo, che vive qui e ora. È la caratteristica che rende questa società così viva e vibrante. C’è una tremenda energia, qui, in ogni possibile sfera, principalmente perché è una società che si è abituata da generazioni a vivere l’oggi, a vivere il presente, non sapendo mai che cosa il futuro potrà mai riservarci. La decisione di domenica è stata una decisione per l’oggi. Ci fa sentire che stiamo facendo il nostro dovere verso le famiglie di Regev e Goldwasser, che hanno già sofferto così a lungo. Ci fa sentire a posto con noi stessi, e che noi – a differenza dei nostri nemici – santifichiamo la vita e siamo disposti a cedere tantissimo anche solo per la remota possibilità che i due soldati siano ancora vivi. Una decisione presa davvero con lo sguardo puntato tutto sul presente.
Per il domani, e per l’effetto che questa decisione avrà sul domani? Beh, domani ci occuperemo del domani: proprio questa, in fondo, è la quintessenza della israelianità.

 Jerusalem Post



30 giugno 2008

Teheran punta i missili sul reattore israeliano

 



Occhio per occhio, dente per dente. In caso di attacco israeliano contro le installazioni nulceari nucleari Teheran colpira' il reattore di Dimona, nel deserto del Negev, culla del programma atomico dello Stato ebraico. E' quanto scrive il Sunday Times citando fonti delle difesa iraniana. Teheran ha gia' spostato alcuni missili balistici 'Shahab-3B', dotati di una gittata di 2.000 chilometri, e li ha puntati contro la centrale nucleare israeliana. Ieri era stato il comandante dei Guardiani della Rivoluzione, i pasdaran, il generale Mohammed Jafari a ricordare che "tutto il Paese (Israele) e' nel raggio dei missili della Repubblica islamica". Il 'rumor di sciabole' di Teheran coincide peraltro con la visita in israele del capo di stato maggiore della difesa statunitense, l'ammiraglio Michael Mullen, che ha visto l'omologo israeliano, il generale Gabi Ashkenazi.

L'incontro ha alimentato ulteriormente le voci sull'imminente attacco di Israele contro le installazioni nucleari iraniane ma solo dopo aver convinto gli Usa dell'inevitabilita' dell'attacco. Sempre oggi l'ex capo del Mossad, Shabtai Shavid, alla testa dello spionaggio israeliano dal 1989 al 1996, ha detto al Sunday Telegraph che lo Stato ebraico ha solo 12 mesi per distruggere gli impianti iraniani prima di essere colpiti da una boma atomica di Teheran. Intanto a conferma dei timori di una rappresaglia iraniana il presidente George W. Bush ha autorizzato l'accesso di Israele al sistema di rilevazione satellitare all'infrarosso Usa che consentira' all'esercito israeliano di intercettare i missili di Teheran subito dopo il lancio. L'apparato Usa dara' agli israeliani anche un preavviso di 15 minuti per ordinare ai civili di correre nei rifugi.


30 giugno 2008

Israele, perché i corpi sono sacri

 


Per comprendere l’importanza, la passione, i dubbi, il conflitto di sentimenti e interessi politici che accompagnano il voto del governo israeliano in favore dello scambio di prigionieri elaborato nel corso di oltre un anno dal mediatore tedesco fra Israele e Hezbollah, occorre tener presente i molteplici contrastanti elementi che quest’intesa comporta: 1) Politici. L’accettazione da parte d’Israele rappresenta un successo di Hezbollah. Si tratta per Israele di dare in cambio di due soldati israeliani probabilmente morti - Ehud Goldwasser e Eldad Regev - e di notizie precise sul pilota Ron Arad, abbattuto in Libano nel 1986, uno dei capi dell’organizzazione sciita, Samir Kuntar, responsabile d’eccidio terrorista nel 1979, alcuni corpi di miliziani libanesi e un numero ancora imprecisato di palestinesi. La liberazione di questi ultimi conferma l’influenza di Hezbollah, legato all’Iran sulla Palestina. 2) Sicurezza. La strenua opposizione dell’intelligence allo scambio nasce dal fatto che rappresenta un duplice invito ai nemici d’Israele. Il primo a continuare a catturare israeliani sapendo il prezzo che possono trarne. Il secondo è a non curare eventuali soldati catturati feriti, sapendo che il valore di un cadavere per Israele è uguale a quello di un militare vivo. 3) Ideologici. Un sacrosanto principio delle forze armate è sempre stato: «Mai abbandonare un compagno d’armi» al nemico. 

Regev and Goldwasser


Onorato in tutte le guerre d’Israele, ha perduto un po’ del suo «fascino» in una società sempre più individualista, borghese e socialmente ineguale. Le pressioni delle famiglie dei prigionieri unite al potere dell’informazione globale sono diventate sempre più forti sul governo anche a causa di precedenti considerati da molti disonorevoli, come la decisione di Ariel Sharon nel 2003 di rilasciare 400 terroristi palestinesi per i resti di tre soldati catturati in Libano e un ex colonnello «fellone», Elhanan Tennembaum, rapito da Hezbollah e di cui non sono ancora chiari i ruoli avuti come uomo d’affari nei Paesi arabi. Se si mettono assieme tutti questi elementi, la sofferenza delle famiglie, le incertezze del governo impegnato a non mettere in pericolo la liberazione del caporale Gilad Shalit nelle mani di Hamas e l’enorme rispetto religioso che l’ebraismo ha per il morto, si comprende perché Olmert abbia richiesto il placet del governo prima di dare il via all’accordo, confermando, contro ogni tipo di modello politico corrente, che Israele non è né uno Stato, né una nazione, ma - come le sue origini bibliche affermano - una grande, spesso divisa e rissosa «famiglia allargata». L’unico modello che spiega dove risiede la sua forza, la sua unità e la sua complessa identità.
R.A.Segre


30 giugno 2008

Pillole di Israele

 

30/06/2008 Siria: un tribunale ha condannato a sei mesi di carcere duro un attivista dei diritti umani per aver criticato il regime siriano in un articolo.

30/06/2008 Nell'entourage del primo ministro israeliano si ritiene che il processo di scambio di prigionieri tra Israele e Hezbollah prenderà da 10 a 15 giorni. Il mediatore tedesco deve innanzitutto ricevere da Hezbollah un rapporto su Ron Arad. Quindi avverrà lo scambio. La terza tappa, che prevede la scarcerazione di detenuti palestinesi, sarà realizzata successivamente.

30/06/2008 "Se fossi stato convinto che il rifiuto di scarcerare Samir Kuntar potresse spingere Hezbollah a darci informazioni concrete su Ron Arad, non avrei mai consigliato di accettare questo accordo". Lo ha dichiarato domenica il capo di stato maggiore delle Forze di Difesa israeliane Gaby Ashkenazy. Hezbollah non ha mai mantenuto l'impegno che aveva preso in uno scambio precedente di fornire informazioni concrete sulla sorte dell'aviatore israeliano caduto in mani terroriste nel 1986.

30/06/2008 "Tutti sanno ora che Israele capisce soltanto il linguaggio della forza". Lo ha dichiarato domenica un funzionario dell'Autorità Palestinese, in relazione alla decisione di Gerusalemme di approvare l'accordo di scambio con Hezbollah.

30/06/2008 Hamas ha arrestato nella notte tra sabato a domenica a Rafah Mohamed Abu Iramena (Abu Kussai), un terrorista delle Brigate Al-Aqsa (Fatah) sospettato d'essere responsabile di recenti lanci di missili Qassam dalla striscia di Gaza su Israele.

30/06/2008 Hezbollah celebra la decisione di Gerusalemme di accettare lo scambio e prepara grandiosi festeggiamenti per l'imminente "liberazione" del pluri-assassino e infanticida Samir Kuntar. "E' la prova che la parola della nostra lotta armata è la più affidabile, la più forte e quella suprema" ha dichiarato il capo del consiglio esecutivo di Hezbollah Hashem Safieddine.

30/06/2008 Il ministro delle finanze Roni Bar, il ministro della giustizia Daniel Friedman e il ministro dell'edilizia popolare Ze'ev Boim sono i tre ministri che si sono opposti all'accordo con Hezbollah per la restituzione dei due soldati rapiti Ehud Goldwasser ed Eldad Regev. L'accordo prevede la restituzione da parte di Hezbollah dei due soldati in ostaggio, molto probabilmente morti, di decine di resti di soldati israeliani uccisi durante la seconda guerra in Libano e di un rapporto dettagliato sulla scomparsa dell'aviatore Ron Arad. In cambio, Israele libererà detenuti libanesi, il terrorista Samir Kuntar e restituirà i resti di terroristi Hezbollah.

30/06/2008 Il governo israeliano ha approvato domenica pomeriggio l'accordo con Hezbollah per la restituzione di Ehud Golwasser ed Eldad Regev. Ventidue ministri hanno votato a favore, 3 ministri contro.

30/06/2008 Il ministro della sicurezza interna Avi Dichter si è pronunciato a favore dello scambio di prigionieri con Hezbollah sostenendo che il terrorista detenuto Samir Kuntar non può più servire per avere informazioni su Ron Arad.

30/06/2008 I capi del Mossad e dei servizi di sicurezza interna si sono detti contrari allo scambio di prigionieri con Hezbollah. In occasione del Consiglio dei Ministri, Meir Dagan e Yuval Diskin hanno affermato che tale patteggiamento incoraggerebbe ulteriori sequestri di ostaggi.

30/06/2008 "Abbiamo il diritto e il dovere di esitare (a proposito dello scambio di prigionieri con Hezbollah) poiché ciò influirà sulla nostra vita nei prossimi anni". Lo ha detto il primo ministro israeliano Ehud Olmert domenica all'apertura del Consiglio dei Ministri.

30/06/2008 Aperto domenica il valico di Sufa tra Israele e striscia di Gaza al transito di merci e prodotti alimentari, come da accordo di tregua, nonostante molte granate di mortaio palestinesi siano state lanciate la notte precedente dalla striscia di Gaza contro il sud di Israele.

29/06/2008 Israele e Italia hanno firmato un accordo "cieli aperti" per la liberalizzazione del traffico aereo tra i due paesi. In base all'accordo, una compagnia regolare supplementare, oltre a El Al e Alitalia, entrerà in concorrenza sulle tratte Milano-Tel Aviv e Roma-Tel Aviv.


30 giugno 2008

Hezbollah canta vittoria per lo scambio di prigionieri

 La decisione annunciata anche dal governo israeliano malgrado il voto contrario di te ministri. Motivo del contendere l’inclusione, tra coloro che dovrebbero uscire dalle prigioni israeliane, di “un terrorista che si è macchiato di sangue”.
(vedi 
http://liberaliperisraele.ilcannocchiale.it/post/1956354.htm  l)


 (AsiaNews)  Hezbollah canta vittoria, per aver “dettato i suoi termini” ad Israele per lo scambio dei prigionieri: “ciò che è accaduto per la questione dei prigionieri è la prova che la voce della resistenza è la più fedele, forte e alta”, ha detto Hashem Safieddine, capo del Consiglio esecutivo del Partito di Dio.
 
Mentre nel sud del Libano sono apparsi manifesti con il volto di Samir Kuntar, il più noto dei prigionieri dei quali Hezbollah vuole il rilascio, in Israele l’accordo annunciato ieri, anche se non definitivo, sta suscitato alcune reazioni negative proprio in relazione al nome di Kuntar. L’uomo è infatti condannato a quattro ergastoli per la strage di una famiglia israeliana.
 
La decisione di accettare di liberare Kuntar è stata presa dal governo israeliano con il voto contrario di tre ministri. Il responsabile della giustizia, Daniel Friedmann, ha parlato di “prezzo troppo alto”, sostenendo che il rilascio di Kuntar “sarebbe una enorme vittoria” di Hezbollah. Lo scambio, per il ministro delle finanze, Roni Bar-On, “costituisce un grave precedente”, in quanto consente la liberazione di “un terrorista che si è macchiato di sangue”, cosa fin qui mai concessa. Secondo il ministro, ciò apre la strada ad una futura richiesta di liberazione di Marwan Barghouti, il leader di Fatah condannato all’ergastolo, e rischia di far alzare il prezzo che Hamas chiederà per la liberazione del soldato Gilad Shalit, rapito due anni or sono. (PD)


30 giugno 2008

COSI' HANNO UCCISO IL TIBET

 

Il 7 ottobre 1950 il generale cinese Zhang Guohua al comando di 40.000 soldati invade il Tibet e dà così inizio all’occupazione ed all’annientamento culturale del popolo tibetano.
Gli USA stanno fronteggiando l’avanzata comunista in Corea e così nessuno può aiutare i tibetani che si difendono disperatamente.

L’invasione del Tibet provocò anche tensioni con l’India. Nel 1955 truppe cinesi sconfinarono nel distretto indiano di Garhwal, nell’Uttar Pradesh, ma vennero ritirate senza arrivare ad uno scontro. Le mire cinesi non erano però finite e nel 1957 i cinesi iniziarono la costruzione di una strada che univa la provincia dello Xinjiang al Tibet. Questa strada passava attraverso il territorio dell’Aksai Chin, regione amministrata dall’India. Nel 1959 ci furono scontri non risolutivi che ripresero con più forza nel 1962 quando, dopo inutili trattative, i cinesi si rifiutarono di sgomberare la regione.
Le truppe indiane non solo non riuscirono a riprendersi l’Aksai Chin, ma non erano in grado di arginare quelle cinesi, che avanzarono ancora. Solo la richiesta di soccorso lanciata dall’India agli USA e l’arrivo di una portaerei nel Golfo del Bengala convinse i cinesi a fermare le proprie truppe e dichiarare un cessate il fuoco unilaterale.
Da allora anche questo pezzo di Himalaya è sotto la sovranità di Pechino.

Nel frattempo il Tibet veniva schiacciato dall’oppressione. Le rivolte nel corso degli anni sono state numerose, ma ogni volta la violenta repressione dell’esercito cinese ha avuto la meglio. Uccisioni, deportazioni e la migrazione incoraggiata di migliaia di cinesi hanno ridotto i tibetani ad essere minoranza nel proprio territorio. Non si è trattato solo di eliminazione fisica, ma anche di cancellazione culturale: i templi buddisti sono stati abbattuti oppure saccheggiati e destinati ad altri usi, i testi sacri sono stati bruciati, le immagini sacre distrutte o fuse, se di materiale prezioso. Il regime di Pechino ha ostacolato l’uso della lingua e persino dell’abbigliamento tradizionale tibetano.

Quella di oggi è la rivolta della disperazione, la Cina rispetto agli anni ’50 e ’60 è una potenza vera e nessuno aiuterà gli abitanti del Tetto del Mondo, come del resto nessuno ha aiutato i BIRMANI.
La Cina non può essere abbattuta ma i gerarchi che la governano hanno paura di una cosa: della verità, infatti cercano di censurare tutto il possibile, su questo terreno è necessario muovergli guerra, per far conoscere a milioni di cinesi la verità sul regime che cerca di controllarli.

Negli anni ‘70 in Italia c’era chi sfilava scandendo il nome di Mao, chiedendo le munizioni al Grande Timoniere per fare la guerra civile; molti hanno cambiato idea (del resto Mao è passato di moda anche in Cina e di comunista oggi sono rimasti solo il nome ed i metodi), il dubbio che resta è questo: per cambiare opinione i maoisti italiani ci hanno messo anni, per cambiare atteggiamento e smetterla di stare in cattedra a fare la predica su come funziona il mondo e dare le pagelle di moralità quanto ci vorrà? 
upl


30 giugno 2008

“Quell’infame assassino non è mio prigioniero personale”

 “E’ molto difficile, per me, essere qui oggi. Ma sono qui, nonostante la difficoltà. I rapimenti di ostaggi causano dolore e tormento continui per tutti coloro che ne sono coinvolti”.
Ha esordito così Smadar Haran in una conferenza stampa tenuta domenica, mentre il governo israeliano votava sulla proposta di scarcerare Samir Kuntar, il terrorista che nel 1979 assassinò suo marito e le sue due bambine, in cambio della restituzione dei due soldati israeliani sequestrati su territorio israeliano 718 giorni fa e da allora tenuti in ostaggio in Libano da terroristi Hezbollah.
“La cinica tattica del segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah – ha continuato Haran – è quella di usare le sue vittime per provocare divisione, per lacerare l’opinione pubblica e usare i mass-media israeliani come megafono per le sue manipolazioni. Per questo motivo ho deciso di non rispondere. Non intendo farmi usare da loro. Ciò non fa che alzare il prezzo che l’altra parte pretende”.
La signora Haran ha poi continuato: “Io non ho il monopolio del dolore, della sofferenza o della giustizia. Questa per me è una prova orribile e cerco di raccogliere tutte le mie forze per reggerla. Venendo qui, mi sono fermata sulle tombe dei miei famigliari. Il mio cuore si spezza al pensiero che il loro assassino sta per essere scarcerato. Questo per me è un giorno veramente triste e doloroso”.

Durante la riunione del governo di domenica, il ministro della sicurezza interna Avi Dichter ha mostrato una lettera scritta da Smadar Haran nella quale la donna dice che non intende opporsi al rilascio di Kuntar.
“Il vile, infame omicida Samir Kuntar – scrive la Haran – non è e non è mai stato un mio prigioniero privato. Kuntar è detenuto dallo Stato di Israele, che lo ha condannato a cinque ergastoli per i suoi spregevoli crimini. Ora la sua sorte deve essere decisa in funzione delle necessità di sicurezza di Israele e del rispetto dei valori morali, secondo gli interessi del popolo d’Israele, oggi e in futuro. Vi chiedo di non tener conto del mio dolore personale nel momento in cui dovete deliberare, nonostante il suo significato e le sue implicazioni. Io non posso ignorare il dolore e la sofferenza delle famiglie Goldwasser e Regev – conclude la Haran – né il debito morale che ho con tutti coloro che si sono adoperati per la mia sicurezza. Ho riflettuto a lungo su questo tema e, per quanto possa essere dura, non mi opporrò a qualunque decisione verrà presa dal governo. Indipendentemente da quanto potrà essere dura, la mia coscienza è in pace”.

(Da: YnetNews, 29.06.08)

Nella foto in alto: Smadar Haran


30 giugno 2008

Pillole di Israele

 



 

 

30/06/2008 Siria: un tribunale ha condannato a sei mesi di carcere duro un attivista dei diritti umani per aver criticato il regime siriano in un articolo.

30/06/2008 Nell'entourage del primo ministro israeliano si ritiene che il processo di scambio di prigionieri tra Israele e Hezbollah prenderà da 10 a 15 giorni. Il mediatore tedesco deve innanzitutto ricevere da Hezbollah un rapporto su Ron Arad. Quindi avverrà lo scambio. La terza tappa, che prevede la scarcerazione di detenuti palestinesi, sarà realizzata successivamente.

30/06/2008 "Se fossi stato convinto che il rifiuto di scarcerare Samir Kuntar potresse spingere Hezbollah a darci informazioni concrete su Ron Arad, non avrei mai consigliato di accettare questo accordo". Lo ha dichiarato domenica il capo di stato maggiore delle Forze di Difesa israeliane Gaby Ashkenazy. Hezbollah non ha mai mantenuto l'impegno che aveva preso in uno scambio precedente di fornire informazioni concrete sulla sorte dell'aviatore israeliano caduto in mani terroriste nel 1986.

30/06/2008 "Tutti sanno ora che Israele capisce soltanto il linguaggio della forza". Lo ha dichiarato domenica un funzionario dell'Autorità Palestinese, in relazione alla decisione di Gerusalemme di approvare l'accordo di scambio con Hezbollah.

30/06/2008 Hamas ha arrestato nella notte tra sabato a domenica a Rafah Mohamed Abu Iramena (Abu Kussai), un terrorista delle Brigate Al-Aqsa (Fatah) sospettato d'essere responsabile di recenti lanci di missili Qassam dalla striscia di Gaza su Israele.

30/06/2008 Hezbollah celebra la decisione di Gerusalemme di accettare lo scambio e prepara grandiosi festeggiamenti per l'imminente "liberazione" del pluri-assassino e infanticida Samir Kuntar. "E' la prova che la parola della nostra lotta armata è la più affidabile, la più forte e quella suprema" ha dichiarato il capo del consiglio esecutivo di Hezbollah Hashem Safieddine.

30/06/2008 Il ministro delle finanze Roni Bar, il ministro della giustizia Daniel Friedman e il ministro dell'edilizia popolare Ze'ev Boim sono i tre ministri che si sono opposti all'accordo con Hezbollah per la restituzione dei due soldati rapiti Ehud Goldwasser ed Eldad Regev. L'accordo prevede la restituzione da parte di Hezbollah dei due soldati in ostaggio, molto probabilmente morti, di decine di resti di soldati israeliani uccisi durante la seconda guerra in Libano e di un rapporto dettagliato sulla scomparsa dell'aviatore Ron Arad. In cambio, Israele libererà detenuti libanesi, il terrorista Samir Kuntar e restituirà i resti di terroristi Hezbollah.

30/06/2008 Il governo israeliano ha approvato domenica pomeriggio l'accordo con Hezbollah per la restituzione di Ehud Golwasser ed Eldad Regev. Ventidue ministri hanno votato a favore, 3 ministri contro.

30/06/2008 Il ministro della sicurezza interna Avi Dichter si è pronunciato a favore dello scambio di prigionieri con Hezbollah sostenendo che il terrorista detenuto Samir Kuntar non può più servire per avere informazioni su Ron Arad.

30/06/2008 I capi del Mossad e dei servizi di sicurezza interna si sono detti contrari allo scambio di prigionieri con Hezbollah. In occasione del Consiglio dei Ministri, Meir Dagan e Yuval Diskin hanno affermato che tale patteggiamento incoraggerebbe ulteriori sequestri di ostaggi.

30/06/2008 "Abbiamo il diritto e il dovere di esitare (a proposito dello scambio di prigionieri con Hezbollah) poiché ciò influirà sulla nostra vita nei prossimi anni". Lo ha detto il primo ministro israeliano Ehud Olmert domenica all'apertura del Consiglio dei Ministri.

30/06/2008 Aperto domenica il valico di Sufa tra Israele e striscia di Gaza al transito di merci e prodotti alimentari, come da accordo di tregua, nonostante molte granate di mortaio palestinesi siano state lanciate la notte precedente dalla striscia di Gaza contro il sud di Israele.

29/06/2008 Israele e Italia hanno firmato un accordo "cieli aperti" per la liberalizzazione del traffico aereo tra i due paesi. In base all'accordo, una compagnia regolare supplementare, oltre a El Al e Alitalia, entrerà in concorrenza sulle tratte Milano-Tel Aviv e Roma-Tel Aviv.


30 giugno 2008

Rapporti Russia-Europa: cambia la forma, ma la sostanza?

 



I suoi toni saranno più soft, il linguaggio meno diretto. Ma nella sostanza, poco cambierà. Quasi nulla. Il vertice di Khanti-Mansisk con l’ Unione Europea, il debutto internazionale del nuovo presidente russo Dmitri Medvedev, potrebbe rivelarsi un successo per l’uomo che ha preso il posto di Vladimir Putin. Soprattutto d’immagine. Il Giovane Delfino apparirà più aperto e malleabile del suo predecessore. Più disponibile e convinto delle relazioni con i 27. Ma
la barra della politica estera del Cremlino non cambierà.

Certo. Ci sarà un impulso al negoziato con l’Europa. La data d’inizio dei colloqui è stata fissata per il 4 luglio prossimo. Russi e europei discuteranno di scambi commerciali (molto), di energia (tanto) e di sicurezza (tra cui l’annosa questione dello scudo spaziale). L’obiettivo sarà quello di firmare una nuova intesa che sostituisca quella decennale, scaduta nel 2007. Medvedev si spenderà per questo accordo. L’ha già fatto capire, nelle prime battute del summit che si tiene oggi nella capitale siberiana del petrolio. “Sicuramente si mostrerà meno rigido rispetto a Putin, ma non uscirà dalla strada segnata dall’ex colonnello del Kgb” dice Anatol Lieven, politologo del prestigioso King’s College di Londra, esperto della New American Foundation. Terzo partner commerciale dell’Unione Europa, la Russia dispone di un’arma fondamentale da mettere sul tavolo del negoziato con Bruxelles: l’energia. Le sue riserve di petrolio e gas sono indispensabili per gli Europei. “I rapporti tra Ue e Russia sono buoni e (anche in futuro) saranno positivi ” afferma Lieven. “Sui punti più importanti, come gli scambi commerciali, le due parti cercheranno un accordo pieno. E probabilmente lo troveranno. Glisseranno sugli ostacoli.Sui temi più scottanti, al massimo firmeranno dei documenti vuoti di contenuto”. Diverso invece il discorso per quanto riguarda i rapporti bilaterali. “Con la Gran Bretagna e alcuni paese ex satelliti sovietici, i rapporti rimarranno molto freddi”. Londra non ha ancora dimenticato il caso di Aleksander Litvinenko, l’ex ufficiale del Kgb, avvelenato nella capitale inglese , secondo il governo britannico, per ordine di Putin.

Già, Vladimir. Lui, ora primo ministro dopo aver mandato al Cremlino il suo delfino, non è presente al summit con l’Unione Europea. C’è solo la sua ingombrante ombra. Da cui Medvedev si farà abbracciare.”I due fanno parte dell’oligarchia che ha conquistato il potere nella nuova Russia. Vanno d’amore e d’accordo. Viaggiano in coppia. Se mai l’attuale presidente dovesse cercare una maggiore autonomia dal suo predecessore, questo processo non inizierà certo adesso, ma, prevedo, tra diverso tempo.”

Per l’esperto di politica internazionale, comunque Putin non è l’Uomo (ombra) Solo al comando. “No, ripeto è una nuova nomenklatura. E lui è il prodotto migliore, la personalità più in vista, di un gruppo di potere proveniente dai settori dei servizi di sicurezza e delle forze armate che, adesso, domina la Russia”.Un gruppo che si è dato una missione. Far rinascere la potenza di Mosca.” Ma non al livello dell’Unione Sovietica. Ciò è impossibile” afferma Lieven. “Il modello è la Russia zarista dell’800, con le sue conquiste caucasiche e l’espansione a ovest”.

Proprio questo rischia di essere il motivo di possibile crisi tra il Cremlino e l’Occidente. Perché Washington vorrebbe invece ingabbiare l’Orso russo. Gli Usa vogliono l’entrata nella Nato di Ucraina e Georgia. Due paesi di frontiera con la Russia, due possibili stati-cuscinetto, due guardiani ai confini. Mosca è assolutamente contraria a questa prospettiva. “Per questo i rapporti con gli Stati Uniti rimarranno freddi. Oppure incandescenti Il futuro, in questo senso, è carico di incognite. Con possibili forti tensioni Molto dipenderà da come andrà a finire il negoziato di adesione all’Alleanza Atlantica di Kiev e Tblisi; da quali saranno le reazioni moscovite. Prevedo nero - incalza Lieven -. E questo a prescindere da chi sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca. Sia Barack Obama, sia John Maccain seguiranno una politica di contenimento della Russia. Con qualche differenza di approccio. Il candidato repubblicano è più “emotivamente” anti russo. Quello democratico è sicuramente più freddo (e quindi calcolatore) nel rapporto con Mosca”.

Michele Zurleni
 



30 giugno 2008

Insorgono gli islamici in Cina



 Dopo i tibetani l'altra minoranza etnica più importante e più combattiva
scende in piazza per protestare contro il regime cinese.



Xinjiang, un mercato

Sono gli uiguri, popolo turcomanno di religione islamica che abita nella
vasta regione dello Xinjiang. Il governo di Pechino è riuscito a celare la
notizia per dieci giorni, per non diffondere la sensazione che l'avvicinarsi
dei Giochi olimpici stia incoraggiando tutte le minoranze oppresse a
ribellarsi. Ieri però le autorità locali dello Xinjiang hanno ammesso che ci
sono stati degli scontri nella zona islamica il 23 e 24 marzo. Un dirigente
del partito comunista dello Xinjiang, Fu Chao, ha dichiarato: "Un gruppetto
delle tre forze ha tentato di aizzare le masse e di provocare incidenti".

Nel gergo del regime di Pechino le "tre forze" nemiche dell'ordine sociale
sono i separatisti, i terroristi e gli estremisti. "I colpevoli - ha detto
Fu Chao - sono dei secessionisti che hanno cercato di importare anche qui le
violenze del Tibet. La polizia li ha catturati tutti e sono in stato di
arresto". I segnali di turbolenza nello Xinjiang in realtà sono antecedenti
alla recente rivolta Tibetana.

48 ore prima della sommossa di Lhasa, il ministero della pubblica sicurezza
a Pechino aveva annunciato di avere sventato un attentato terroristico su un
aereo; i dettagli rimangono misteriosi, l'unico elemento fornito dalla
polizia riguardava l'arresto di una donna uigura accusata di avere
introdotto del liquido esplosivo nella cabina di un aereo.

Maggiori dettagli sugli scontri del 23 e 24 marzo nello Xinjiang sono stati
forniti dai dissidenti uiguri in esilio che hanno raccolto testimonianze al
telefono. L'epicentro della sommossa si è avuto nella città di Khotan e
nella prefettura di Qaraqash, a quasi duemila chilometri dalla capitale
regionale, Urumqi. A scatenare la rabbia dei musulmani sembra essere stata
la morte in carcere di un loro leader, Mutallip Hajim, 38enne ricco mercante
di giada, notabile rispettato per le sue attività filantropiche nella
comunità islamica. Arrestato in base ad accuse ignote, Hajim è stato in
prigione per due mesi.

La polizia ha chiamato la famiglia perché venissero a riprendersi il corpo,
sostenendo che era morto in ospedale per arresto cardiaco. Il sospetto sulla
morte ha fatto esplodere una rabbia contro il dominio cinese che nello
Xinjiang. I manifestanti hanno rilanciato antiche rivendicazioni:
scarcerazione di tutti i prigionieri politici, libertà religiosa, facoltà
per le donne di portare il velo. Il grosso dei cortei di protesta all'inizio
sono stati formati proprio da donne, diverse centinaia di loro si sono messe
in marcia verso la stazione degli autobus di Lop.

Quando gruppi di uomini si sono uniti alla protesta la polizia li ha
circondati arrestando più di 400 persone. Dieci giorni dopo gli incidenti,
le testimonianze che giungono da Khotan parlano di una città tuttora sotto
assedio, con i ristoranti vuoti e il coprifuoco.

Più numerosi dei tibetani, gli uiguri sono circa 16 milioni e la differenza
etnica rispetto ai cinesi Han è ancora più netta: questa popolazione
turcomanna ha caratteri somatici tipici del Medio Oriente. Parlano una
lingua di origine turca e si sentono affini alle popolazioni islamiche dell'
Asia centrale. Negli anni 30 e 40 diedero vita a una Repubblica autonoma del
Turkestan orientale.

Pechino ne prese il controllo subito dopo la rivoluzione comunista, nel
1949. Per la Repubblica popolare lo Xinjiang è prezioso: pur essendo una
regione arida, montagnosa e in gran parte desertica, è ricco di petrolio nel
bacino di Tarim. Inoltre ha una posizione geostrategica importante sia per
gli approvvigionamenti energetici (oleodotti e gasdotti dall'Asia centrale)
sia per la difesa militare: il suo larghissimo confine esterno lambisce
Russia, Afghanistan, Pakistan, Tajikistan, Kyrgyzstan, Kazakhstan e
Mongolia. Alcuni di questi paesi sono attualmente alleati e partner della
Cina, altri sono stati suoi avversari, in Afghanistan inoltre è presente la
Nato.

A differenza dei tibetani che nel Dalai Lama hanno un leader indiscusso che
predica la non violenza, il separatismo uiguro ha alcuni esponenti
democratici rifugiati negli Stati Uniti, ma oltre frontiera gode di appoggi
anche nel fondamentalismo islamico. Pechino da anni lascia filtrare
pochissime notizie sugli attentati terroristici nello Xinjiang. Dopo l'11
settembre 2001 la Cina ha teorizzato l'esistenza di un patto tra i
separatisti uiguri e Al Qaeda. Su tutto lo Xinjiang le autorità cinesi
mantengono un severo controllo su ogni manifestazione religiosa. Le moschee
sono piene di telecamere della polizia. Il governo locale in mano ai cinesi
controlla le madrasse, sottopone il clero islamico all'indottrinamento
politico, e sceglie le versioni del Corano. Come i tibetani, anche gli
uiguri possono vedere nelle Olimpiadi l'opportunità per dare risonanza alla
propria causa.

Da Rampini



30 giugno 2008

Controproducenti le minacce verbali all’Iran

 

Nell’establishment della difesa israeliano cresce il timore che dichiarazioni da parte di alti esponenti circa imminenti azioni militari contro l’Iran possano spronare la Russia a completare le controverse vendite di sistemi missilistici anti-aerei alla repubblica islamica. C’è anche il timore che tali dichiarazioni inducano l’Iran ad adottare nuove misure volte a difendere i suoi impianti nucleari, iniziando anche a trasferirne e disseminarne alcuni in tutto il paese.
All’inizio di giugno il ministro dei trasporti (ed ex capo di stato maggiore) Shaul Mofaz ha dichiarato che, se l’Iran continua col programma nucleare, “noi lo attaccheremo”. La settimana prima, il ministro degli esteri Tzipi Livni aveva affermato che l’opzione militare israeliana è sempre attuale. Domenica scorsa l’ex ministro della difesa Ephraim Sneh si è detto convinto che Israele, alla fine, sarà costretto ad attaccare l’Iran.
Dopo le dichiarazioni di Mofaz, vari funzionari della difesa avevano detto che questo genere di commenti sono dannosi per Israele il quale, come posizione politica, preferisce non porsi sulla prima linea degli sforzi internazionali volti a fermare il programma atomico iraniano.
Le preoccupazioni nell’establishment della difesa si fondano sui contatti che l’Iran intrattiene da alcuni anni con la Russia per l’acquisto di sistemi missilistici di difesa anti-aerea tipo S-300. Israele è convinto che, benché Teheran non abbia ancora ottenuto tali sistemi, i soldati iraniani li stiano già studiando e si stiano addestrando in Russia al loro utilizzo. Israele è impegnato sul piano diplomatico per cercare di prevenire la vendita e la consegna di questi sistemi d’arma.
L’S-300 è uno dei migliori sistemi missilistici anti-aerei multi-target oggi al mondo: sarebbe in grado di puntare fino a 100 bersagli contemporaneamente, attaccandone fino a dodici nello stesso tempo. Di recente l’Iran ha ricevuto dalla Russia sistemi di difesa anti-aerea tipo SA-15, che pare possa identificare fino a 40 bersagli e fare fuoco su due di essi contemporaneamente fino ad un’altitudine di 6.000 metri. Il sistema è in grado di ingaggiare aerei, elicotteri, velivoli senza pilota, armi cosiddette intelligenti e vari tipi di missili.

(Da: Jerusalem Post)

Nella foto in alto: Immagine d'archivio di un S-300 russo


30 giugno 2008

Ero un terrorista, dovevamo uccidere i missionari

 

conversione di un terrorista


30 giugno 2008

La Coop sei tu, ma devi pagare di più ...

 

Comparando i prezzi dei prodotti venduti dalle Coop liguri con quelli di altri supermarket si scopre un dato imbarazzante: in media sono superiori del 15%.



In Liguria poi, ancor più che in Emilia Romagna e in Toscana, il marchio Coop la fa da padrone. E, senza concorrenti diretti, ha definitivamente instaurato la “dittatura della spesa”. Se sei genovese e vuoi i tortellini Rana o gli spinaci Findus non hai scampo: devi passare da quei banchi. E devi pagare quei prezzi. Inchinandoti al monopolio di fatto della grande distribuzione cooperativa. Provate a fare la spesa alla Coop Negro di Genova, supermercato ligure modello. Là martedì scorso gli spinaci “Findus 4 salti in padella” costavano ben 3, 69 euro contro i 2, 15 della vicina Esselunga di La Spezia. Dove gli “Sfogliavelo Rana” costano 3, 09 contro 2, 19. E per 400 grammi di “Leerdammer” ci vogliono 4, 25 euro anziché 2, 95. Persino la Coca-Cola è costosa alla Coop genovese: 1, 24 euro per 150 cl contro 0, 84.

La briga di fare questo controllo se l’è presa l’associazione liberale ligure We The People che sabato 28 luglio diffonderà tutti i dati in un convegno in programma a Genova, presso lo storico Palazzo Tursi di via Garibaldi, moderato dal senatore Enrico Musso (Pdl) e che avrà come titolo: “Carrelli d’Italia – Passeggiata conoscitiva nella grande distribuzione”. Per chi avesse la tentazione di considerare questo studio una delle solite puntate dell’infinita commedia italiana di Don Camillo e Peppone è bene ricordare che il trend denunciato dall’associazione ligure è identico a quello rilevato dall’istituto di ricerche di mercato Panel International, secondo il quale i prezzi Coop in Liguria sono superiori di un 15 per cento in media. La colpa ovviamente non è solo della Coop. L’azienda si comporta secondo le regole di mercato di un operatore economico in posizione dominante: tende a fare più profitto possibile. Il vero scandalo è quello denunciato dal patron di Esselunga Bernardo Caprotti nel suo libro “Falce e Carrello”. Che racconta dell’ostruzionismo che il Comune di Genova e molti altri comuni delle regioni rosse hanno applicato con puntiglio e costanza per anni impedendo ai concorrenti delle Coop di entrare nel mercato. Negando licenze e permessi che poi venivano regolarmente concessi al gruppo Coop che, libero da concorrenti, ormai tiene in pugno il mercato.

Un controsenso imbarazzante rispetto alla ragione sociale e allo scopo dichiarato delle aziende cooperative. Il motivo stesso della loro invenzione era quello di offrire ai loro soci beni e prezzi migliori. Per questa funzione sociale che dovrebbero svolgere, le Coop sono favorite dal fisco. A parità di utile lordo l’incidenza dell’Ires risulta del 17 per cento per le cooperative mentre ammonta al 43 per cento quella delle società commerciali. E questo senza considerare i giochi sui sostituti d’imposta. Ma se alla fine i prezzi al consumo delle Coop sono più alti di quelli delle altre grandi catene di distribuzione, allora crolla tutto. Ci ritroviamo in una situazione di rendita, quasi sovietica. Si sussidiano le imprese che fanno prezzi più alti coi soldi di chi li fa più bassi. Un Bengodi, quello del sistema cooperativo, che potrebbe essere a termine. Sono in arrivo le nuove misure del governo che prevedono la tassazione degli utili delle coop e il rialzo dell’aliquota sul cosiddetto prestito sociale, dal 12, 50 al 20 per cento. Mentre il 5 per cento dei profitti finirà nel fondo degli indigenti per finanziare parte della social card. Le coop saranno perciò inserite tra i colossi dell’alta finanza e della grande distribuzione, i privilegi decadranno, verranno considerate al pari di banche, assicurazioni e compagnie petrolifere. Solo le cooperative sociali non verranno toccate. D’altronde è stata la stessa Commissione Europea a chiedere all’Italia di cancellare questa anomalia e parificare il mondo cooperativo a quello dell’impresa privata. In modo che anche le cooperative debbano confrontarsi, come tutti, con le regole della concorrenza e del libero mercato.

Cristina Missiroli



30 giugno 2008

Al musulmano è consentito sposarsi ... la bimba di un anno?!

 
"E io vi dichiaro: nonno e nipote ... scusate: marito e moglie ..."

Progresso, evoluzione, capacità di crescere nei costumi e di superare antichi pregiudizi: tutto questo non appartiene all’Islam e ai suoi sacerdoti. Non che avessimo bisogno di riprove che il calendario del tempo in quei Paesi sembra voler andare indietro. E infatti sembra che le cose siano andate così. Un religioso saudita apparso in un programma di una televisione libanese, ha dato la seguente risposta sulla liceità dei matrimoni combinati quando la sposa è ancora una bambina. Secondo la miglior tradizione integralista ha detto che il contratto si può fare anche con una bambina sposa di un anno, ma la consumazione dell’atto sessuale può avvenire solo più in là. Quando? Sull’opportunità del momento sono chiamati a vigilare il padre, la madre e la zia.

Naturalmente la povera bambina non ha diritto alcuno. È un contratto, e lei è merce in vendita al maschio. In caso di dubbi il religioso sostiene rassicurante che vale come regola eterna l’applicazione rigida del Corano e della vita di Maometto. Naturalmente la spiegazione dotta viene fornita senza tenere minimamente in conto che quel che il profeta dell’Islam ha sentenziato risale a quasi 1500 anni fa. Da allora la cultura, il costume, la condizione femminile non hanno conosciuto alcun cambiamento. Tutto è rimasto fermo, anzi i severi custodi del tradizionalismo, i muftì, gli ayatollah, gli imam del mondo, anche nel nostro mondo, cercano di riportare il popolo, e le donne per prime, indietro, sempre più sottomesse e schiacciate.

Impossibile non pensare al fatto di cronaca tutto italiano di qualche giorno fa. Una ragazza di 16 anni, figlia di marocchini, cittadina italiana, fugge dalla sua città, Piacenza, e dalla casa del padre, con il suo ragazzo italiano, perché il padre l’ha promessa, meglio sarebbe dire che l’ha venduta, a un concittadino che vive a Parigi e che ha più di 60 anni. La ragazza riesce a sopravvivere di espedienti, finge persino un rapimento per ottenere qualche soldo dalla famiglia per riuscire a campare. Quando la polizia l’ha trovata, non era certo in buone condizioni, ma ha raccontato che piuttosto che cedere a quel ricatto sarebbe morta di inedia. Adesso è affidata ai servizi sociali. Ma questo non ci rassicura su come andrà a finire. Non vorremmo che la vicenda finisse in mano a qualche funzionario o magistrato che viva nel sacro rispetto del multiculturalismo, che ritenga giusto rispettare tutte le religioni e le culture, e che per questo restituisca la figlia minorenne al padre padrone di Piacenza.

Sono molte le cose che non vorremmo, e che speriamo che non succedano più nei prossimi mesi nel nostro Paese. Quante ragazze ci sono segregate nelle città italiane come se non avessero mai lasciato l’Islam? Non vorremmo che dopo la fuga col malloppo dell’imam che si occupava dell’infelice costruzione di una moschea a Colle di Val d’Elsa, fosse vero che un rappresentante dell’Ucoii, i più integralisti tra i musulmani che ospitiamo, ottenga, come ha dichiarato proprio ieri, altri soldi per ultimare la costruzione entro il 2008. Da dove vengono questi soldi?

Maometto, al quale il religioso saudita ha fatto riferimento come esempio da seguire per gli islamici, è morto nel 633 dopo Cristo. Vale la pena di ricordarlo, si era scelto una moglie di 6 anni e l’ha posseduta quando ne aveva 9, secondo la tradizione dell’epoca che riteneva una donna maggiorenne e adulta al primo ciclo mestruale. È possibile che violentare una bambina non fosse grave nella sensibilità ridotta dei millenni passati. Oggi lo è, oggi il mondo conosce, è sensibile, rispetta i diritti dei bambini e quelli delle donne. A violarli si va in galera qui in Occidente.

Qui noi ci stiamo a lamentare perché il Papa ribadisce legittimamente e senza obbligo di nessuno la contrarietà della Chiesa cattolica all’aborto e al matrimonio fra omosessuali. Ci lamentiamo, protestiamo, addirittura parliamo di Medioevo. Beati noi.
 
Maria Giovanna Maglie


30 giugno 2008

Decine di ex deportati aspettano gli indennizzi

 

GERMANIA/ITALIA Un trattato del 1961 ignorato dal ministro Frattini
 


Il ministro Franco Frattini è mal consigliato a rinunciare agli indennizzi per gli italiani costretti a lavorare per il Reich nazista, o per i loro eredi: quel risarcimento spetterebbe loro secondo una legge tedesca del 2000, ed è già stato versato per 4,37 miliardi di euro a 1,6 milioni di ex deportati soprattutto dell'Europa orientale, ma negato alla grande maggioranza dei 120mila italiani, civili e militari, che lo richiesero nel 2001.
Per Frattini queste persone «hanno sofferto, ma dargli ora 3000 euro non è quello di cui hanno bisogno», come ha dichiarato il 20 giugno alla Süddeutsche Zeitung (la legge tedesca prevedeva un rimborso minimo di circa 2500 euro). Il ministro si accontenterebbe di un gesto morale, magari la costruzione di «un monumento». Nell'intervista Frattini definiva «pericolosa» l'ordinanza della corte di cassazione italiana, che il 6 maggio ha confermato la competenza dei tribunali italiani a discutere le cause intentate da decine di ex deportati (stabilendo un principio che potrebbe portare altre vittime di quella e altre guerre a chiedere rivalsa: forse per questo è «pericolosa»).
Come mai il governo italiano assume questa posizione rinunciataria, alle spalle dei cittadini danneggiati? Evidentemente alla Farnesina qualcuno ha fatto propria la tesi tedesca, per cui l'Italia non potrebbe pretendere nulla. La pensa per esempio così Antonio Puri Purini, ambasciatore d'Italia a Berlino, che già nel 2005 rispondeva con un seccato «la questione è chiusa» a chi gli ricordava gli indennizzi.
I «rinunciatari» si appellano - a sproposito - all'accordo bilaterale del 1961, con cui la Germania versò all'Italia 40 milioni di marchi a favore di ex deportati per «ragioni di razza, fede e ideologia». La somma venne ripartita tra 14.500 persone, deportati politici e ebrei reduci dai campi di concentramento delle SS.
All'articolo 3 si dice che, con questo pagamento, «vengono regolate in modo definitivo tutte le questioni tra la Repubblica italiana e la Repubblica federale di Germania formanti oggetto del presente accordo, senza pregiudizio delle eventuali pretese di cittadini italiani in base alla legislazione tedesca sui risarcimenti». Questa clausola, da noi riportata in corsivo, non viene mai citata nei pareri giuridici tedeschi. Anche alla Farnesina sembrano essersene dimenticati.
Il punto è che «la legislazione tedesca sugli indennizzi», che il trattato del '61 estendeva agli italiani, si è sviluppata approdando nel 2000 al «lavoro coatto». Non è più la sola detenzione in un lager (Kz) a essere indennizzata, ma anche il lavoro estorto ai prigionieri e non retribuito, grazie a un fondo finanziato per metà dalle industrie tedesche.
La Germania distingue tra «danni di guerra» e quelli riconducibili a «specifici crimini nazisti». I primi si è rifiutata di pagarli: il trattato di Londra del '53 rinviava le riparazioni di guerra a un trattato di pace, cui le quattro potenze vincitrici però rinunciarono al momento della riunificazione. Quanto ai «crimini nazisti», già la prima legge sugli indennizzi, la Bundesentschädigungsgesetzt del '53, prevedeva piccole pensioni per gli ex internati nei lager che risiedessero in Germania o vi avessero risieduto prima della guerra.
Accordi bilaterali prima con Israele, poi negli anni '60 con l'Italia e altri 11 paesi dell'Europa occidentale, estesero gli indennizzi, con pagamenti una tantum. Durante la guerra fredda restarono però esclusi russi, polacchi e gli altri europei dell'est.
Dopo l'unificazione tedesca non si potè fare a meno di indennizzare, per la prima volta, anche gli Ostarbeiter. E poiché la storiografia aveva portato in luce il coinvolgimento delle imprese private nello sfruttamento del lavoro coatto, e negli Usa pendevano cause di risarcimento intentate da ex internati ebrei contro i Konzern tedeschi, si dovette riaprire la partita per tutti, anche per chi fosse già stato indennizzato, per il «nuovo» capitolo del lavoro coatto.
A riprova che l'accordo del '61 non avesse chiuso la questione degli indennizzi per il nostro paese, anche 2.354 italiani, reduci dai peggiori lager, sono stati (nuovamente) indennizzati. Ma non la massa dei deportati civili e degli internati militari.
Guido Ambrosino


30 giugno 2008

Kuntar giura che continuerà col terrorismo e Israele lo libera ugualmente

 


 

Samir Kuntar è il terrorista libanese (della comunità drusa) che sta scontando l’ergastolo in Israele per aver ucciso Eynat Haran, una bambina israeliana di quattro anni, rompendole la testa con il calcio del suo fucile, dopo averle ucciso il padre Dany davanti agli occhi, oltre a due agenti della polizia israeliana. Anche Yael, la sorella di due anni di Eynat, morì nell’attacco terroristico, che ebbe luogo a Nahariya il 22 aprile 1979.

Hassan Nasrallah, il leader dei jihadisti sciiti libanesi Hezbollah, chiede a Israele la scarcerazione di Kuntar in cambio della liberazione dei due riservisti israeliani Ehud Goldwasser e Eldad Regev (o dei loro corpi, giacché nulla è dato sapere sulle loro condizioni di vita o di salute) che vennero presi in ostaggio da Hezbollah in territorio israeliano il 12 luglio 2006.

Tre mesi fa, all’indomani dell’uccisione del terrorista internazionale Imad Mughniyeh in un attentato con auto-bomba a Damasco, Kuntar ha scritto una lettera a Nasrallah nella quale celebra il martirio e le gesta dei terroristi, e promette solennemente di continuare sulla via del terrorismo “fino alla completa vittoria”.

Quello che segue è il testo della lettera di Kuntar (pubblicato su Al-Hayat Al-Jadida il 19 febbraio 2008, e diffuso in inglese da Palestinian Media Watch):

Mio caro e venerabile comandate e leader, Segretario Generale Hassan Nasrallah, la pace sia su di te e sui nostri shahid [martiri], e possa la clemenza e la benedizione di Allah essere su di voi.
La pace sia sugli uomini nelle schiere dei giusti. La pace sia su colui che ha dato senza prendere null’altro che il martirio, il più alto titolo d’onore al cospetto di Allah.
La pace sia sulle schiere splendide e illustri che marciano verso l’eternità, verso gli uomini di gloria, dignità e orgoglio, verso coloro che hanno segnato la nostra via per centinaia di anni.
La pace sia sull’ultimo che ci ha lasciati, sull’Hajji [pellegrino alla Mecca] e leader Imad Mughniyeh.
La pace sia su di lui mentre tramanda il messaggio a coloro che aspettano il suo arrivo, mentre porta loro storie di gloria e vittoria, notizie di risolutezza e lealtà degli uomini che hanno adempiuto la promessa [l’operazione di sequestro dei due soldati israeliani venne chiamata Adempimento della Promessa], notizie di coloro che “ancora attendono il martirio, ma non hanno cambiato determinazione” [citazione dal Corano, Sura 33:23].
La pace sia su di lui mentre annuncia ai più venerabili fra i credenti che le schiere che attendono hanno scelto di sfoderare le spade, e le loro spade gridano “siamo ben lungi dall’essere logorate” [citazione di una frase di Nasrallah].
Possa la pace essere su di te, Hajji Imad.
Il mio giuramento e la mia promessa è che il mio posto sarà sul fronte di battaglia, intriso del sudore del tuo dono e del sangue dei martiri più amati, e che continuerò lungo la via fino alla completa vittoria.
Porgo a te, signore Abu Hadi [appellativo di Hassan Nasrallah] e a tutti i combattenti della jihad [guerra santa] le mie congratulazioni e la mia rinnovata lealtà.

pmw.org
Nell’immagine in alto: La homepage di un sito Hezbollah (a destra, la foto di Nasrallah) che invoca la scarcerazione dell'"eroe" Samir Kuntar (nella foto a sinistra). Il titolo è “Al-wa'ad al-sadeq” (la promessa adempiuta), in riferimento al nome dato al sequestro dei due soldati israeliani nel luglio 2006.


30 giugno 2008

Perchè nel nome del multiculturalismo non accettiamo anche questo???

  

Perchè nel nome del multiculturalismo non accettiamo anche questo???


29 giugno 2008

Mo, prigionieri: Kuntar, 'il male'

 

Testimone, 'spacco' la testa a mio marito a 17 anni'



Mo, prigionieri: Kuntar, 'il male' Il libanese Samir Kuntar, la cui liberazione e' stata approvata da Israele, viene ricordato da una donna che subi' un attentato.'Era il '79, eravamo a Naharya con mio marito e le bimbe (4 e 2 anni): un commando fece irruzione,presero mio marito e mia figlia. Uno di loro, Kuntar, spacco' la testa a mio marito, poi uccisero mia figlia.Io e l'altra figlia ci nascondemmo,con la mano le chiusi la bocca. Quando potei,vidi che l'avevo soffocata con le mie mani.Kuntar allora aveva 17 anni'.


29 giugno 2008

E le molotov divennero sassi miracoli della disinformazione

 

Un lancio ANSA nel quale quello che per l'esercito israeliano è un attacco con bottiglie molotov diventa una sassaiola:


MO: ISRAELE RIAPRE VALICHI GAZA

GERUSALEMME - Dopo alcuni giorni di chiusura totale, Israele ha riaperto oggi i valichi con Gaza di Sufa (commerciale) e di Nahal Oz (combustibili). In forma ridotta, vi é attività anche nei valichi di Karni (grano e mangime) e di Erez (transito di casi umanitari). Lo confermano fonti palestinesi a Gaza dopo una nuova mattinata di informazioni contraddittorie dovute al lancio in nottata di almeno un colpo di mortaio da Gaza verso il territorio israeliano, in una nuova infrazione della tregua fra Israele e Hamas.

In mattinata dovrebbero entrare a Gaza una novantina di camion, hanno previsto le fonti palestinesi. Ieri Hamas ha annunciato che non tollererà ulteriori infrazioni della tregua (mediata dall'Egitto) da parte degli svariati gruppi armati palestinesi attivi a Gaza. Secondo la radio militare israeliana Hamas sta effettivamente cercando di calmare la situazione. Israele, da parte sua, si è prefisso l'obiettivo prioritario di raggiungere con Hamas un accordo per lo scambio di prigionieri che consenta il ritorno in patria del caporale Ghilad Shalit, da due anni prigioniero a Gaza.

ADOLESCENTE UCCISO IN INCIDENTI IN CISGIORDANIA

Un adolescente palestinese è stato ucciso oggi dal fuoco di militari israeliani nel villaggio cisgiordano di Tubas, secondo quanto riferiscono fonti locali. L'episodio non è stato ancora commentato dal portavoce militare israeliano. Secondo le prime informazioni durante una perlustrazione israeliana nel villaggio si sono verificati disordini e i soldati sono stati attaccati con sassaiole. Durante gli incidenti un giovane è stato ferito da un proiettile sparato dai militari ed è deceduto poco dopo.

Per la versione israeliana dell'accaduto

http://www.jpost.com/servlet/Satellite?cid=1214492529204&pagename=JPost%2FJPArticle%2FShowFull


Per inviare una e-mail alla redazione di Ansa cliccare sul link sottostante

redazione.internet@ansa.it


29 giugno 2008

Israele approva lo scambio con Hezbollah ma gli ostaggi sono morti

 Io renderei i prigionieri esattamente nelle condizioni in cui restituiranno i rapiti


Ehud Olmert
Ehud Olmert

Il governo israeliano ha dato il 'via libera' allo scambio di prigionieri con Hezbollah, anche se nelle mani del Partito di Dio ci sono solo le spoglie di due soldati morti. Lo hanno reso noto fonti di governo.

Nel luglio del 2006 furono gravemente feriti e catturati due militari dello Stato ebraico: Ehud Goldwasser ed Eldad Regev. Fu proprio la loro cattura a portare due anni fa a 34 giorni di guerra in Libano.

In cambio della loro liberazione, Israele ha offerto il rilascio di cinque miliziani libanesi, Samir Kantar, un membro del Fronte per la Liberazione della Palestina che sta scontando 542 anni nelle carceri israeliane per l'uccisione di due uomini e una bimbetta di 4 anni, in un attentato nel 1979.

Ma nel corso della riunione di governo, il premier Ehud Olmert ha confermato oggi quello che molti temevano: Goldwasser e Regev sono gia' morti e dunque in patria tornerano solo le loro spoglie.

Secondo la radio dell'esercito, Olmert lo ha detto chiaramente durante la riunione: "Nonostante tutte le esitazioni e dopo aver valutato i pro e i contro, io sono favorevole all'accordo".

L'ipotesi di uno scambio con Hezbollah ha suscitato
un'accesa polemica in Israele anche perche' il timore, ormai quasi una certezza, e' che i due soldati siano gia' morti.

"Sappiamo che cosa e' accaduto a Eldad e Ehud", ha continuato ancora Olmert. I due vennero catturati dal Partito di Dio durante un raid oltre-frontiera, il 12 luglio 2006 e probabilmente in quell'occasione rimasero gravemente feriti.

Hezbollah di fatto non ha mai fornito alcuna prova che siano ancora vivi. Olmert, che finora era sembrato in dubbio, ha chiesto al Consiglio dei Ministri di votare a favore dello scambio "nonostante il suo alto prezzo". 

Nel governo, a fronteggiare la contrarieta' degli uomini dei servizi di intelligence (tanto il Mossad che lo Shin Bet), c'e' anche il ministro della difesa Ehud Barack: "Come soldato, come ufficiale come ministro della difesa penso che abbia la suprema responsabilita' di riportare a casa i nostri figlio, vivi o morti", ha detto stamane, in un comunicato prima del meeting.


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