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31 maggio 2008

Una storia, per consolarci della realtà (e dare un aiuto concreto)

 

Una storia, per consolarci della realtà (e dare un aiuto concreto)

Uno dei libri presentati alla Fiera del Libro di Torino ha un valore particolare perché ci permette di aiutare concretamente una causa, quella dei tre soldati israelianirapiti, Ghilad Shalit, Eldad Regev e Ehud Goldwasser, nelle mani di Hamas il primo e di Hezbollah gli ultimi, da ormai quasi due anni.

I genitori di Gilad Shalit hanno riscoperto un racconto che loro figlio scrisse all'età11 anni: Quando il pesciolino e lo squalo s’incontrarono per la prima volta. È una storia piena di speranza che racconta di uno squalo e di un pesciolino che hanno imparato a giocare insieme. È scritta con la saggezza di un uomo adulto e con l’ingenuità di un bambino che esprime il desiderio di giocare, fare amicizia, vivere in pace. Nella speranza che Gilad possa essere liberato presto e possa tornare a casa, che le sue parole di pace siano d’ispirazione per tanti bambini, e adulti. Tutti i profitti ricavati dalla vendita del libro vengono devoluti all’Associazione
Keren Maor, che coordina la campagna internazionale volta ad ottenere la liberazione dei tre ragazzi e ad evitare che questa battaglia cada nel dimenticatoio. Il libro è acquistabile sul sito della Giuntina.

All’alba del 25 giugno 2006 Gilad Shalit, militare israeliano di 22 anni originario della Galilea occidentale, fu catturato da guerriglieri palestinesi che avevano condotto un attacco contro un avamposto militare in territorio israeliano, dopo aver attraversato il confine meridionale della Striscia di Gaza passando attraverso un tunnel sotterraneo scavato fra i sobborghi di Rafah e la zona di Kerem Shalom.
Durante l’assalto furono uccisi due soldati ed altri quattro rimasero feriti.
Da allora sono trascorsi venti mesi durante i quali i sequestratori hanno chiesto il rilascio di prigionieri palestinesi e, nell’intento di rintracciare e liberare Shalit, le Forze Armate israeliane sono intervenute nella Striscia di Gaza nel giugno del 2006.
Purtroppo anche tutti i tentativi di mediazioni hanno dato esito negativo e alla Croce rossa internazionale non è stato consentito di visitare il soldato.
Del resto se il governo israeliano non può piegarsi al ricatto delle organizzazioni integraliste, rimane per i genitori il dolore immenso di non conoscere la sorte del loro figlio e per noi il dovere imprescindibile di non dimenticare.
La Casa editrice Giuntina pubblica il 28 aprile il libro di Gilad Shalit intitolato “Quando il pesciolino e lo squalo s’incontrarono per la prima volta”.
Questa dolce e delicata favola è stata scritta quando Shalit era in quinta elementare: è un racconto pieno di speranza che narra la vicenda di uno squalo e di un pesciolino che hanno imparato a giocare assieme.
Scritta con la saggezza di un adulto e con l’ingenuità di un bimbo, esprime il desiderio condiviso da tutti i bambini di vivere in pace, giocare e fare amicizia.
I profitti della vendita di questo libro saranno devoluti all’Associazione Keren Maor, un’organizzazione fondata per dare supporto alle famiglie di soldati rapiti e assisterli nella lotta per la liberazione dei loro figli.

Con parole intense e accorate i genitori di Gilad Shalit si rivolgono ai lettori:

“Mentre questo libro viene pubblicato Gilad è ancora prigioniero nella striscia di Gaza, e Udi ed Eldad sono prigionieri in Libano. Noi, insieme a molte altre persone in Israele e nel resto del mondo, siamo preoccupati, abbiamo nostalgia e attendiamo con impazienza il ritorno a casa di Gilad, Uri ed Eldad, e ci auguriamo che giunga presto il giorno in cui un pesciolino e uno squalo potranno giocare insieme, come ha scritto Gilad anni fa, prima di essere rapito”.

Leggere questo libro e farlo conoscere è il modo migliore per mantenere viva la speranza che Gilad possa tornare presto a casa dalla sua famiglia e che il messaggio di pace contenuto nella favola scritta da un bimbo di undici anni possa ispirare le decisioni degli uomini politici che hanno la responsabilità della vita di tanti giovani soldati israeliani.

Giorgia Greco


31 maggio 2008

Minacce nucleari, si avvicina l’ora dell’attacco a Teheran

 

L'ex ambasciata americana

Sui giornali israeliani il tam tam è sempre più forte: gli Usa bombarderanno l’Iran per evitare che Teheran possa sviluppare la bomba atomica. Una delle tesi più accreditate è quella lanciata pochi giorni fa dal quotidiano Jerusalem Post secondo cui George W. Bush darà l’ordine di attaccare Teheran prima di terminare il suo mandato. Da tempo anche importanti analisti arabi scommettono sul blitz tra luglio e settembre. Il presidente americano, in un’intervista rilasciata settimana scorsa, al termine del suo secondo recente viaggio in Medioriente, ha ribadito la volontà di perseguire la strada diplomatica, ma ha anche specificato che con gli ayatollah l’opzione militare è ancora sul tavolo. Una scelta, questa, che avrebbe l’appoggio anche del candidato repubblicano John Mccain, che alcuni mesi fa, in un comizio elettorale, diede luce verde al bombardamento su Teheran.

Il comizio di McCain

La parola all’esperto. “Io sono abbastanza sorpreso del fatto che non ci sia ancora stato”, spiega a Panorama.it John Pike, uno dei più quotati esperti militari statunitensi, già direttore di GlobalSecurity.org, fondata nel 2000 e nota come uno dei più autorevoli think tank indipendenti sulle questione geo-strategiche e di intelligence. Dal suo osservatorio di Alexsandria, Virginia, Pike sembra scommettere non sul se, ma solo su quando verrà lanciato l’attacco. “Mi chiede quali politiche si possono adottare con Teheran? Si può far finta che gli iraniani non vogliano costruire la bomba atomica. Oppure accettare il fatto che tra poco l’avranno”. Traduzione: si può prevedere qualche altro sforzo diplomatico, ma il blitz è qualcosa di più di un’ipotesi. I piani militari del resto sono già pronti. Tra Iraq e Golfo Persico, gli Usa dispongono già delle forze sufficienti per colpire. L’elenco degli obiettivi è stato stilato da tempo. Nel mirino ci sono la centrale nucleare da 1000 mega-watt di Bushehr, le strutture di Nataz e Arak. Ma, come è trapelato nei mesi scorsi, i missili e gli aerei che partiranno dalle portaerei e dalle basi del Golfo potrebbe essere diretti anche contro alcuni bersagli militari convenzionali, come le caserme delle Guardia Rivoluzionaria Islamica, i Pasdaran.

Strike di poche ore. “Non ci saranno segnali che ci indicheranno che l’attacco è vicino” dice ancora John Pike. “Semplicemente, un giorno ci alzeremo e sapremo che sarà stato fatto”. Secondo il direttore di GlobalSecurity.org, non sarà una campagna aerea di giorni, ma uno strike di poche ore. Un’operazione chirurgica e limitata accompagnata da un chiaro messaggio alle autorità di Teheran: nessuna ritorsione oppure colpiremo altri obiettivi. E cioè: la Casa Bianca non punta certo ad un’escalation, ma è disposta ad affrontarla. Anche perché questa minaccia potrebbe evitare possibili ripercussioni politiche e militari nel vicino Iraq, a maggioranza sciita. “Non possiamo farci molte illusioni. Gli Usa e Israele sono convinti che gli Ayathollah vogliano la bomba atomica. Se non saranno gli Stati Uniti a colpire, lo faranno gli israeliani. Nessuno crede in una soluzione diplomatica”. Di questo avrebbe parlato George W. Bush nelle sue recenti visite in Israele e in Arabia Saudita. Ottenendo luce verde anche da parte araba. L’ascesa dell’Iran come potenza nucleare fa molta paura anche ai governi sunniti della regione.

Ahmadinejad sulla tv iraniana

michele zurleni


31 maggio 2008

Basta finanziare i maestri dell’odio islamico

 


Apparentemente quella che arriva dal Pakistan è una storia di ordinaria follia. Un bambino di sette anni, Mohammed Atif, che non era riuscito a memorizzare il Corano come chiedeva l'insegnante di una madrassa, è stato appeso dallo zelante maestro a testa in giù a un ventilatore da soffitto, e bastonato con ferocia finché non è morto.
Si dirà che i pazzi ci sono dovunque e che l'ultrafondamentalismo islamico stavolta non c'entra. E invece no. Nell'Afghanistan dei talebani bambini anche di quattro o cinque anni erano sottoposti a un'istruzione che consisteva quasi solo nel mandare a memoria il Corano e nell'imparare a usare il kalashnikov. Se non erano rapidi nell'una o l'altra materia piovevano le bastonate. Ma i maestri talebani avevano imparato l'arte in Pakistan. Qui funziona un sistema di oltre diecimila madrasse - non esistono registri, ispezioni, controlli e il numero esatto nessuno lo conosce - fra cui gli specialisti possono distinguere sfumature teologiche, ma il cui schema è sempre lo stesso. Pochissima istruzione in materie non religiose, Corano a memoria, incitamento all'odio per l'Occidente e botte.
I vari governi che si sono succeduti in Pakistan hanno promesso e qualche volta anche fatto qualcosa contro la presenza di Al Qaida, ma non hanno mai osato toccare le madrasse. E c'è di peggio: una parte sostanziale degli aiuti umanitari che vanno al Pakistan - come ha rivelato di recente un'inchiesta del più noto giornalista pakistano, Ahmed Rashid - finisce direttamente o indirettamente alle madrasse. Forse anche la scuola dove è stato picchiato a morte il piccolo Mohammed funzionava grazie agli aiuti delle Nazioni Unite o dell'Unicef.
Questo sistema deve finire. Le madrasse non sono scuole come le altre. Anche quando gli allievi non finiscono massacrati come Mohammed sono indottrinati all'odio per l'Occidente, spesso direttamente al terrorismo. Nella maggior parte dei casi, non ricevono l'istruzione essenziale per svolgere nella società lavori che non siano il predicatore, il militante a tempo pieno di movimenti estremisti o il terrorista. Uno dei modi essenziali per sradicare il terrorismo è chiudere le madrasse e sostituirle non con scuole di ateismo (come sognava Kemal Atatürk, il quale dovette rendersi conto ben presto che si trattava di utopie irrealizzabili in terra d'islam) ma con istituti di formazione certo rispettosi dei valori e delle tradizioni islamiche, ma nello stesso tempo capaci di insegnare agli allievi le principali materie che si apprendono nelle scuole di tutto il mondo. E di prepararli a una vita normale, sotto il controllo di autorità scolastiche indipendenti e competenti.
I talebani afghani hanno capito che il loro vero nemico è il maestro di scuola. Infatti in un anno hanno fatto saltare duecento scuole, uccidendo oltre centocinquanta bambini frequentatori di scuole elementari. Ma è solo sostituendo le madrasse con vere scuole che si prepara un futuro senza terroristi.
giornale


31 maggio 2008

Quanti immigrati può sostenere l’Italia che arranca?

 

Secondo molti esperti l’immigrazione è una necessità per Paesi la cui popolazione tende ad invecchiare come l’Italia. Vero: se non si mantiene una piramide demografica, in cui le persone in attività sono molto più numerose di quelle in pensione, il sistema economico e sociale crolla. Ben vengando dunque giovani immigrati.

 Il problema però va affrontato con buon senso e proporzione. Incrociando le notizie degli ultimi giorni emerge che:

-secondo l’Istat l’Italia è un Paese in sofferenza economica, nel quale una famiglia su tre è in difficoltà, mentre complessivamente il potere d’acquisto è crollato del 13% in sei anni.

- il capo della polizia Manganelli ha diffuso ieri le cifre ufficiali sulla criminalità. I reati commessi dagli immigrati irregolari (clandestini o comunitari senza reddito regolare), sono pari al 30%, con punte del 60-70% in certe zone del nord.

Da qui due considerazioni: quando la criminalità causata da stranieri irregolari è così diffusa, l’immigrazione anziché un beneficio si trasforma in un  costo sociale, con il peggioramento delle condizioni di sicurezza della popolazione civile, l’aumento delle spese delle forze dell’oirdine, il sovrafollamento dei tribunali e delle carceri, peraltro già ingolfati. Il che rischia di generare tendenze razziste, a danno innanzitutto i tanti immigrati che invece vogliono integrarsi. Insomma, si trasforma un Paese, l’Italia, tradizionalmente aperto, tollerante e non sciovinista, in una polveriera.

Inoltre, bisogna chiedersi realisticamente quanti immigrati possano essere assorbiti da un’economia in declino (o perlomeno stagnante) e con un tasso di disoccupazione ancora elevato, soprattutto tra i giovani. E’ giusto, per gli italiani e per chi arriva, alimentare aspettative che molto spesso non potranno essere soddisfatte?

E allora chiedo: vista la situazione attuale, che mi rattrista profondamente,  l’immigrazione massiccia degli ultimi anni (e mesi) è sostenibile dall’Italia?
marcello foa
il giornale


31 maggio 2008

PAKISTAN: BAMBINO CIECO PICCHIATO A MORTE PERCHE' NON SA IL CORANO

 

 Ucciso per non aver studiato il Corano. E' successo ad un bambino non vedente di sette anni in una madrassa a Vihari, nel Pakistan orientale.

Il bambino, Muhammed Atif, e' stato appeso sottosopra da un ventilatore a soffitto e ripetutamente preso a bastonate dal suo maestro, Qari Ziauddin.

''Il Primo ministro (Yousuf Raza Gilani) e' profondamente rammaricato per la tragica fine di Muhammad Atif, la cui morte e' sopraggiunta per le punizioni corporali inflitte dal suo insegnante'', si legge in una nota diffusa dall'ufficio del premier facendo sapere di aver ordinato un'inchiesta giudiziaria sull'accaduto.

''Qari Ziauddin insegna i principi del Corano ai ragazzi della scuola islamica Qari Latif'', ha precisato all'Afp la polizia locale che ha provveduto all'immediato arresto dell'uomo.

Il bambino, dopo essere stato a lungo bastonato, e' stato slacciato dall'insegnante e lasciato cadere svenendo subito dopo. L'uomo, che dovra' rispondere delle accuse di tortura e omicidio volontario, avrebbe poi portato il bambino nel suo studio, finche' non e' deceduto.




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31 maggio 2008

“Ecco come Pechino ha creato il business dei trapianti”

 

Esecuzioni capitali in Cina

L’affare di Stato, Harry Wu Hungda, lo scoprì nel 1985, quando un amico gli portò una copia di un documento riservato del Partito Comunista Cinese. Il titolo era: Regolamento Provvisorio per l’Utilizzo dei cadaveri o degli organi prelevati dei condannati a morte.

Una prigionia durata 19 anni. Dietro il linguaggio burocratico, Wu vide subito la realtà di un’industria basata sulla sistematica violazione dei diritti dell’uomo. Fu allora, qualche mese prima di espatriare negli Usa, che Wu, arrestato nel 1960 con l’accusa di essere un controrivoluzionario e incarcerato per i successivi 19 lunghissimi anni in un Laogai (un campo di concentramento cinese), comprese che anche lui avrebbe finito per alimentare il grande businness statale del traffico di organi se la pallina della roulette della sua vita si fosse fermata sul nero dell’esecuzione capitale anziché sul rosso della inaspettata liberazione avvenuta nel 1979. Se lo avessero fucilato, senza chiedere consenso neppure ai suoi familiari, gli avrebbero preso reni e polmoni, per poi trapiantarli nel corpo di qualche ricco thailandese o indonesiano che si sarebbe recato in Cina per la delicata operazione. “Dagli anni’80, quella che prima era una sporadica pratica è stata trasformata in un sistema industriale – ci racconta Wu, ora in Italia per presentare il volume “Cina, traffici di morte” edito dalla Guerini e Associati.

Il miracolo cinese. “In questa catena di montaggio lavorano i vari funzionari statali, dal poliziotto che arresta al giudice che condanna, dall’esercito che esegue la condanna a morte al medico militare che preleva l’organo”, dice. Con pacatezza Wu elenca i risultati ottenuti nel campo dal suo Paese, diventato nel giro di pochi anni, il secondo paese al mondo, dopo gli Usa, per numero e qualità dei trapianti. Nel 2006 sono stati 15.000 negli Stati Uniti e 13.000 a Pechino. Secondo il dissidente cinese, più della metà delle operazioni sono state effettuate grazie a organi prelevati dai cadaveri dei circa 10.000 (dati non ufficiali) condannati a morte, uccisi nelle pubbliche esecuzioni di massa.

Le testimonianze. Sono decine le testimonianze raccolte dalla Laogai Research Foundation, a suffragare ciò che oggi, grazie al coraggio di uomini come Wu, trova nuove agghiaccianti conferme. Come la testimonianza di una donna che nel 1999, nella città di Xinyang, nella provincia di Henan, non ebbe restituito il corpo di suo figlio, condannato alla pena capitale per omicidio. Insospettita dall’insolita decisione di cremare il cadavere, assoldò un investigatore privato. Il quale qualche settimana dopo seguì il furgone bianco che portava i cadaveri di altri prigionieri dal luogo dell’esecuzione al crematorio per scoprire che, durante il tragitto, dei medici a bordo del veicolo asportavano le reni, li mettevano nella soluzione salina per conservarli fino alla tappa nel più vicino ospedale. O come il racconto di un ufficiale medico dello Heilongjiang che confessò di aver assistito all’uccisione di un condannato addirittura all’interno di una struttura ospedaliera. “Lo fecero stendere sul pavimento dell’obitorio, – ha raccontato l’uomo a Wu – gli spararono alla nuca, gli fecero un’iniezione di una sostanza che garantissero l’integrità dell’attività cardiaca e poi gli presero il cuore per portarlo nella vicina sala operatoria dove un paziente era in attesa del trapianto”.

Harry Wu Hungda
Harry Wu Hungda, dissidente cinese, durante la sua prigionia

Il suo viaggio inchiesta in madrepatria. Figlio di una ricca famiglia di banchieri di Shangai, dove è nato nel 1937, cattolico praticante, Harry Wu è tornato, per qualche mese, nel 1991 in Cina per trovare le prove del traffico. “Sono 6 i centri specializzati. Già alla fine degli anni’90, le cifre per accedere a un trapianto in un ospedale cinese erano notevoli. Tra i 12.000 e i 15.000 dollari, dicono alcune testimonianze”. Il governo di Pechino, in passato, ha parzialmente ammesso la provenienza degli organi utilizzati. Le associazioni per i diritti umani come Amnesty International o Human Rights Watch speravano che questo portasse a una mobilitazione globale ma sulla vicenda è calato il silenzio. “Solo il Congresso Usa ha approvato una legge che impedisce ai medici cinesi specializzati in trapianti di operare negli Stati Uniti”, dichiara ora mister Wu. Tutto qui? “Tutto qui”, risponde laconico dissidente. Il quale non è certo sorpreso della timidezza delle reazioni internazionali. “È lo stesso basso profilo tenuto sulla questione tibetana“, commenta Wu. Il quale però non è pessimista. “La Cina sta cambiando, ma con i tempi cinesi, appunto, che sono più lunghi rispetto a quelli della storia dell’Occidente. Magari, tra 100 anni riusciremo a diventare una democrazia, ma se ciò accadrà, sarà solo dopo un lungo cammino fatto di tanti piccoli passi”.
michele zurleni
panorama


31 maggio 2008

Iraq, arrivano i Balilla kamikaze

 

Baghdad

La Hitlerjugend in salsa islamica sbiadisce persino il ricordo dei ragazzi della gioventù nazista che nel 1945 si immolarono a migliaia cercando di fermare con i lanciarazzi Panzerfaust i carri sovietici alle porte di Berlino. A differenza dei ragazzini tedeschi cresciuti a pane e Mein Kampf i giovanissimi iracheni “educati” con Corano e kalashnikov dalle milizie di Al Qaeda in Mesopotamia
non combattono e non colpiscono solo obiettivi militari ma si fanno esplodere in mezzo ai civili sunniti per uccidere i capi tribù che hanno deciso di
affiancare americani e governativi contro gli jihadisti.

Dopo l’arresto a Mosul di sei adolescenti che si preparavano a compiere azioni kamikaze sono state raccolte le prove dell’esistenza del gruppo chiamato
Ragazzi del Paradiso,
composto da “volontari” di età compresa tra 11 e 16 anni. Said Aziz Salman, capo del Comitato del Risveglio (i gruppi sunniti che combattono Al Qaeda) a nord di Baghdad, ha spiegato che la nuova organizzazione avrebbe base nelle zone di Taji e Tarmiyeh della capitale dove le indagini hanno svelato che, con la complicità di alcuni agricoltori, i “balilla-kamikaze” di Al Qaeda vengono addestrati da terroristi veterani in buona parte stranieri.

I teen ager della jihad. I “pionieri-jihadisti” vengono divisi in gruppi di cinque, ognuno guidato da un adolescente, che ha il compito di infiltrarli attraverso le strette maglie delle misure di sicurezza adottate per proteggere sceicchi e leader che combattono le milizie di Al Qaeda. Fino a pochi giorni or sono nessuno pensava di perquisire un bambino né sospettava potesse essere imbottito di esplosivo, poi “un membro di questa
nuova cellula si è fatto esplodere dentro uno dei nostri Comitati a Tarimiya”, ha spiegato Salman.
“Era a bordo di una moto e si è fatto saltare in aria uccidendo sei persone e ferendone 18. Ormai la maggior parte degli attentati suicidi che colpiscono nostre sedi sono compiuti da Al Qaeda tramite questi ragazzini da poco reclutati”. Per continuare a mantenere alta la media degli attentati suicidi nonostante le forti perdite subite, Al Qaeda sta raschiando il fondo del barile utilizzando donne, persino disabili e ora anche bambini arruolati e indottrinati per una guerra che ha come obiettivo soprattutto i civili.

Nonostante la crescente efferatezza degli jihadisti, le violenze in Iraq sono calate del 70 per cento nell’ultimo anno in seguito alla “surge strategy” applicata dal generale David Petraeus
gianandrea gaiani
panorama


31 maggio 2008

Diritti umani: se l’Europa predica bene e razzola male

 

Immigrati clandestini a Lampedusa

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo compie 60 anni, ma se li porta piuttosto male secondo Amnesty International, che nel suo rapporto annuale 2008 snocciola i fallimenti accumulati dai governi nel garantire il rispetto di quanto sancito in quel documento e invita i leader mondiali a chiedere scusa. Per le torture, i maltrattamenti, la repressione del dissenso, le limitazioni alla libertà di espressione. Tra le crisi più gravi Amnesty identifica, il conflitto in corso nel Darfur, la situazione nella striscia di Gaza, le violenze nello Zimbabwe, gli scontri in Iraq e le atrocità commesse dalla giunta in Myanmar (ex Birmania). Punta il dito contro la Cina, la Russia, gli Stati Uniti, ma non risparmia il vecchio continente che pure ha dato vita nell’immediato dopo guerra al primo organismo per la protezione dei diritti umani, il Consiglio d’Europa, e che ancora oggi mostra preoccupanti lacune nella tutela dei più deboli. In particolare di quelli che scappano dai paesi a rischio e premono alle porte dell’Ue. “L’Europa continua a rappresentare una calamita per quanti tentano di fuggire da persecuzioni, violenze o povertà” dice il rapporto “ma il continente continua a deluderli adottando approcci repressivi verso l’immigrazione irregolare. Uomini, donne e bambini si sono visti negare l’accesso alle procedure per la richiesta di asilo; alcuni sono stati detenuti illegalmente, mentre ad altri sono state negate le informazioni e l’assistenza legale necessarie. Molti sono stati espulsi illegalmente prima che le loro domande fossero adeguatamente esaminate, mentre altri sono stati mandati in paesi dove erano a rischio di violazioni dei diritti umani”.

Diritto d’asilo e immigrazione. Nuove leggi in Belgio, Francia e Svizzera hanno limitato ulteriormente i diritti di richiedenti asilo e migranti. Amnesty International è molto dura anche nei confronti delle restrizioni al soggiorno degli stranieri imposte dal governo Prodi nel novembre dell’anno scorso, e soprattutto punta il dito contro l’inasprimento annunciato dall’attuale esecutivo che vuole introdurre il reato di immigrazione clandestina e prolungare fino a 18 mesi la detenzione degli immigrati nei centri di prima accoglienza.

Rom senza diritti. In Europa sono ancora diffuse le discriminazioni nei confronti della minoranza rom, esclusa dalla vita pubblica e anche dal pieno accesso ad alcuni diritti fondamentali come l’abitazione, il lavoro e i servizi sanitari. Ma è per l’Italia che Amnesty lancia l’allarme xenofobia: gli attacchi ai campi nomadi da Appignano (Ascoli Piceno) nel 2007 fino ai recenti roghi di Ponticelli (Napoli), gli assalti agli immigrati, come il recentissimo caso del Pigneto a Roma, e in particolare alcune dichiarazioni di intolleranza da parte di politici locali e nazionali rischia di alimentare un clima d’odio e caccia alle streghe. Preoccupazione raccolta da molti altri organismi: l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati , l’Assemblea parlamentare del consiglio d’Europa, l’Ufficio per i diritti umani dell’Osce

Emergenzialismo anti-terrorismo. Il capitolo più nero secondo Amnesty, resta quello della lotta al terrorismo in nome della quale molti stati hanno abdicato alla salvaguardia dei diritti che si erano volontariamente impegnati a difendere sottoscrivendo accordi multilaterali. “Uno dei casi più eclatanti è stato quello delle rendition” denuncia il rapporto. “Le prove emerse nel corso del 2007 hanno cancellato ogni dubbio sulla complicità degli stati europei nel programma di detenzioni segrete e illegali messo in atto dagli Stati Uniti. È stata anche accertata la connivenza dei governi nei casi di trasferimenti illegali di persone verso paesi stranieri, di sparizioni forzate e di tortura e altre forme di maltrattamenti”. Spesso lacune nelle leggi nazionali hanno reso più facili per i servizi di intelligence compiere azioni illegali alle quali molti paesi europei hanno risposto con il silenzio o con l’inerzia. Il rapporto cita ancora l’Italia, e la Gran Bretagna per alcuni casi di espulsioni di soggetti, ritenuti pericolosi per la sicurezza nazionale, verso stati dove i diritti umani sono calpestati. Provvedimenti bocciati dalle corti nazionali, e dalla corte europea dei diritti umani, come nel caso del tunisino Nassim Saadi che il nostro Paese voleva rimpatriare, nonostante in base alle relazioni di Amnesty e Human Rights Watch vi fosse il rischio che venisse sottoposto a tortura.

La violenza contro le donne è un flagello mondiale

Violenze sulle donne. Fa meno clamore, ma non per questo è meno grave, un altro aspetto dell’emergenza sottolineata nel rapporto: la violenza sulle donne, in particolare quella che avviene tra le mura di casa. Che si è manifestata “attraverso abusi verbali, psicologici, sessuali e di altro tipo, dipendenza economica e omicidi” afferma Amnesty. “Soltanto un’esigua percentuale di donne hanno avuto il coraggio di denunciare i loro aguzzini, dissuase dalla paura del proprio partner, dal timore di recare vergogna alla famiglia, dall’insicurezza economica; dalla mancanza di case protette o altre misure concrete come ordinanze di restrizione finalizzate a garantire l’incolumità a loro e ai loro figli”. La principale ragione del silenzio delle vittime, rimane, però, la diffusa impunità goduta dai responsabili delle violenze. E se Amnesty sottolinea con favore l’introduzione di nuove norme contro la violenza domestica, ancora molto rimane da fare, soprattutto per le immigrate, costrette troppo spesso a subire due volte: come straniere, dallo status incerto, e come donne.
panorama


31 maggio 2008

Ecco come Iraniani in Italia accolgono Ahmadinejad

 


 

COMUNICATO STAMPA CONGIUNTO DI TRE ASSOCIAZIONI IRANIANE SUL PROSSIMO VIAGGIO DEL PRESIDENTE IRANIANO AHMADINEJAD A ROMA

Associazione Donne Democratiche, Associazione rifugiati politici, insieme all'Associazione Giovani iraniani desiderano esprimere la loro gratitudine e ringraziamento a tutti coloro che in previsione del viaggio del Passdar terrorista e "uomo di mille colpi di grazia" in Italia si sono mobilitati e hanno espresso la loro insoddisfazione per il suo ingresso in Italia.

In particolar modo vogliamo ringraziare il governo del presidente Silvio Berlusconi che attraverso il suo ministro degli Esteri, Franco Frattini ha espresso chiaramente che la visita di Ahmadinejad non è assolutamente gradita e che non verrà ricevuto dai rappresentanti del governo italiano.

Il popolo iraniano è molto grato al governo italiano e a tutti coloro che rappresentano in questo delicato momento la loro rabbia e la loro grida di disperazione contro un regime tirannico e terroristico quale quello rappresentato del presidente Passdar Ahmadinejad.

Chiediamo alle forze politiche e umanitarie di unire al grido di aiuto lanciato dal popolo iraniano, dai coraggiosi studenti che costantemente sono in scioperi di protesta, dai lavoratori, dagli insegnanti e dalle coraggiose donne che lottano quotidianamente contro il regime tirannico dei mullah gridando "morte al dittatore" chiedendo la libertà e la democrazia.

Ahmadinejad rappresenta un regime fondamentalista e terroristica che lancia costantemente messaggi di eliminazione e di morte contro gli israeliani, i palestinesi, gli americani e gli occidentali.

Associazione Donne Democratiche Iraniane in Italia
Associazione Giovani iraniani in Italia
Associazione Rifugiati Politici Iraniani In Italia


31 maggio 2008

Esponente Olp rilancia la conquista, per fasi, di tutta la terra



 “L’Olp è l’unico legittimo rappresentante del popolo palestinese e non ha mai cambiato di una virgola il suo programma politico”. Lo ha dichiarato l’ambasciatore dell’Autorità Palestinese in Libano Abbas Zaki, in un’intervista trasmessa mercoledì scorso dalla tv libanese NBN, ora tradotta in inglese dal Middle East Media Research Institute (MEMRI).
“Alla luce della debolezza della nazione araba e della mancanza di valori – ha spiegato il rappresentante palestinese – e alla luce del controllo Americano su tutto il mondo, l’Olp ha deciso di procedere per fasi, senza cambiare i propri obiettivi strategici. Lasciatemi dire che, quando l’ideologia d’Israele inizierà a crollare e noi prenderemo perlomeno Gerusalemme, l’ideologia d’Israele crollerà del tutto e noi, a Dio piacendo, inizieremo a realizzare il nostro programma ideologico e li cacceremo fuori da tutta la Palestina”.
Il video dell’intervista di Abbas Zaki è disponibile (con sottotitoli in inglese) al link:
http://www.memritv.org/clip/en/1738.htm

UN PREDICATORE DI HAMAS ESORTA ALLA CONQUISTA DI ROMA E DEL MONDO INTERO

In un sermone mandato in onda venerdì scorso dalla tv di Hamas Al-Aksa (ora tradotto in inglese da MEMRI), il parlamentare e chierico di Hamas Yunis al-Astal ha detto ai fedeli che l’islam presto conquisterà Roma, “la capitale dei cattolici, la capitale crociata che ha dichiarato guerra all’islam e che ha insediato in Palestina i fratelli delle scimmie e dei maiali [gli ebrei] per impedire il risveglio dell’islam”, come fu per Costantinopoli. Roma, ha affermato al-Astal, diventerà “un avamposto della conquista islamica che si estenderà su tutta l’Europa e poi si volgerà alle due Americhe ed anche all’Europa orientale”. “Allah ha scelto voi per sé e per la sua religione – ha continuato il predicatore palestinese – affinché serviate da motore che traini questa nazione verso la fase della successione, della sicurezza e del consolidamento del potere, e verso la conquista delle capitali di tutto il mondo per mezzo della predicazione e delle conquiste militare. Credo che i nostri figli e i nostri nipoti erediteranno la nostra jihad [guerra santa] e i nostri sacrifici e, a Dio piacendo, i comandanti delle conquista si leveranno fra loro. Oggi noi instilliamo queste buone nozioni nelle loro anime e, mediante le moschee, i libri coranici e le storie del nostro Profeta, dei suoi compagni e dei grandi condottieri, li prepariamo per la missione di salvare l’umanità dal fuoco dell’inferno sul cui orlo oggi si trova”.
Il video del sermone di Yunis al-Astal è disponibile (con sottotitoli in inglese) al link:
http://www.memritv.org/clip/en/1739.htm

(Da: Jerusalem Post, 14.04.08)

Nella foto in alto: L’ambasciatore dell’Autorità Palestinese in Libano Abbas Zaki durante l'intervista alla tv libanese NBN


Per il testo del “Piano a fasi” dell’Olp (1974) e un suo inquadramento, si veda:
IL PIANO A FASI PER LA DISTRUZIONE DI ISRAELE, in:

Documento dei detenuti palestinesi


30 maggio 2008

Islamizzazione strisciante della Turchia ?

 

Sulla Turchia che aspira ad entrare in Europa ma che nel contempo procede al suo interno ad una islamizzazione a tappe "forzate".
 

Dal CORRIERE della SERA del 30 maggio 2008:

Ormai lo chiamano «panico da cocktail». Le vittime sono i gestori dei locali turchi che, da due settimane, vivono con la spada di Damocle di multe salatissime se osano vendere ai loro clienti alcolici «sfusi», cioè al bicchiere o preparati dal barman mischiando diversi ingredienti. Per ora si tira avanti facendo finta di niente. A Istanbul, nel quartiere di Beyoglu, la vita notturna non conosce requie. I bar e i caffé sulla Istiklal sono pieni di gente che sorseggia Margarita e Gin tonic. Bere, però, sta diventando sempre più difficile (e costoso), soprattutto per i turchi. L'altro giorno, nel Golden Horn Hotel a Sultanahmet, una deputata della Spd a Berlino, Delik Kolat, si è vista negare il vino che veniva invece versato tranquillamente agli altri parlamentari tedeschi. A poco sono valse le sue proteste: «Lei non è una turista, è nata qui — si è giustificato il manager dell'hotel —. L'Akp non ci concede le licenze per gli alcolici, noi facciamo un'eccezione per gli stranieri ma, se vengono a sapere che abbiamo venduto a un turco, ci chiudono subito». Un incidente isolato, rassicura il ministro della Cultura Ertugrul Günay. «Ci sono molti alberghi e ristoranti dove si può bere».
Ma per i «laicisti», quelli che gridano all'islamizzazione strisciante della società turca, è l'ennesimo segno che il limite è stato varcato e che Istanbul rischia di diventare come Teheran. Ieri, per esempio, un tribunale ha ordinato la chiusura dell'unica associazione per i diritti degli omosessuali esistente nel Paese. E, ancora più inquietante, la Diyanet, la direzione degli Affari religiosi, l'organismo che esercita il controllo sull'Islam sunnita, ha definito il corteggiamento un peccato alla stregua di adulterio e prostituzione. E ha invitato la donna a «coprirsi molto bene prima di uscire di casa». Un chiaro riferimento al velo che ora le studentesse possono indossare nelle università.
«In strada ci sono più donne con il capo coperto — dice preoccupata Duygu Güvenç, una giornalista del quotidiano
Sabah —. Voglio avere il diritto di bere un bicchiere di vino senza finire in prigione». Fatma lavora in un negozio di tappeti a Istanbul. È talmente timida che quando parla sussurra: «La cosa più impressionante è che ora portano il velo le donne delle classi alte. Prima succedeva il contrario». Sono queste le paure che danno fiato al ricorso contro l'Akp su cui dovrà decidere nei prossimi mesi la Corte Costituzionale. Il partito al governo rischia di essere chiuso e 70 suoi dirigenti, tra cui il premier Erdogan e il presidente Gül, potrebbero essere interdetti dalla vita politica per cinque anni. Un terremoto temuto fortemente dalla Ue e, ovviamente, dall'Akp. «

 


30 maggio 2008

Uno studio: dal 75% al 94% dei bambini di Sderot di età compresa tra i 4 e i 18 anni manifesta sintomi da stress post-traumatico

 

Secondo uno studio del Natal, il Centro Israeliano per le Vittime del Terrore e della Guerra, dal 75% al 94% dei bambini di Sderot di età compresa tra i 4 e i 18 anni manifesta sintomi da stress post-traumatico.La ricerca del Natal, che verrà pubblicata a giorni, si basa su un campione rappresentativo. Lo studio ha evidenziato che il 28% degli adulti e il 30% dei bambini di Sderot soffre di disturbi da stress post-traumatico (PTSD). Lo studio è stato coordinato dalla dr. Rony Berger, direttore del Dipartimento dei Servizi Comunitari del Natal e dal dr. Marc Gelkopf, con l’assistenza della dr. Mina Tzemach, che ha condotto il sondaggio.La città di Sderot e il Negev occidentale nel suo complesso sono stati sottoposti al fuoco di fila dei razzi lanciati dai militanti palestinesi nella striscia di Gaza per più di sette anni.Berger sottolinea la differenza tra sintomi da stress post-traumatico, come difficoltà a dormire e problemi di concentrazione, e il PTSD vero e proprio, che può interferire seriamente con la vita di ogni giorno. Berger dice che lo studio ha evidenziato che i bambini di età scolare hanno gravi sintomi di ansia e ha richiamato l’attenzione su una correlazione tra l’ansia del genitore e quella del figlio.Secondo il prof. Muli Lahad, direttore del Centro Comunitario per la prevenzione dello Stress Mashabim presso il college accademico Tel Hai, evacuare i bambini di età inferiore agli 11-12 anni senza i loro genitori non farebbe altro che accentuare i sintomi da stress post-traumatico.Dalia Yosef, direttore del centro per il trauma Hosen di Sderot, afferma che il numero dei bambini di 1-6 anni che soffrono di ansia e che hanno bisogno di cure di lungo termine è in aumento. La dottoressa sostiene che fino allo scorso maggio dei 305 bambini in questo gruppo di età che soffrivano di ansia, solo il 30% aveva bisogno di cure psicologiche di lungo termine. Gli altri hanno ricevuto solo cure immediate. Negli ultimi mesi, invece, sempre più bambini hanno avuto bisogno di cure ad ampio raggio per prevenire lo sviluppo del PTSD. Da maggio altri 105 bambini, il 70% dei quali ha ora bisogno di lunghe ed estese cure psicologiche, sono stati diagnosticati come sofferenti da trauma. Yaron Ben Shimol, la cui figlia Lior di 5 anni è stata ferita venerdì quando un razzo qassam ha colpito la casa dei vicini mentre lei stava giocando con i loro figli, ricorda che la bambina era stata curata da uno psicologo prima dell’incidente. Lior non è sola: 120 bambini di Sderot stanno ora seguendo una terapia di lungo termine per curare l’ansia. Yosef fa notare che alcune delle cure per l’ansia che vengono sviluppate a Sderot e in altre comunità vicino al confine con Gaza si concentrano sulla cura di stress costanti, senza poter prevedere una conclusione della terapia. Continua la dottoressa Yosef: “È un problema serio curare e prevenire lo stress post-traumatico quando non è post”. Noi prendiamo modelli esistenti per la cura dello stress e li adattiamo a una situazione in cui la minaccia non passa mai. Lavoriamo con i genitori per creare una dimensione in cui i loro bambini possano continuare a sorridere, a ricevere amore e a giocare, così che vengano creati per tutti ambienti positivi e sicuri”. Yosef racconta che al centro Hosen genitori e figli ricevono vari strumenti per gestire l’ansia, tra cui lezioni di respirazione e di tecniche di rilassamento. Va notato che a questo proposito il consiglio regionale dello Sha'ar Hanegev ha modificato il gioco del Monopoli per permettere ai giocatori di “lanciare” razzi Qassam come un modo per ridurre lo stress. È tutto finalizzato alla gestione di una situazione di lungo termine senza soluzione in vista.L’esperto: non portate via i bambini da soli Secondo il prof. Muli Lahad, direttore del Centro Comunitario per la prevenzione dello Stress Mashabim presso il college accademico Tel Hai, evacuare i bambini di età inferiore agli 11-12 anni senza i loro genitori non farebbe altro che accentuare i sintomi da stress post-traumatico. Quando i bambini vengono lasciati soli, lontani dalla loro comunità, immaginano che accadano cose orribili alla loro famiglia che è rimasta a casa. I bambini si convincono che tutto sia stato distrutto e ciò che vedono e sentono dai media non fa che rafforzare questa convinzione. “Quando è l’intera famiglia a venire evacuata, i problemi diminuiscono di molto, ma solo se si tratta di un’evacuazione di breve durata, per riposarsi e recuperare le forze”. Secondo una ricerca condotta dal centro Mashabim nelle comunità dell’Alta Galilea dopo la seconda guerra del Libano, l’evacuazione di una zona sotto bombardamento non è – come si crede di solito – la prima priorità per i residenti. La maggior parte delle persone intervistate ritiene che la preparazione dei rifugi pubblici sia la principale priorità per le autorità locali, quella che loro considerano la più importante. Di seguito nella lista delle priorità vengono la cura degli anziani e delle persone disabili e quindi i servizi sanitari.Quando è stato chiesto loro se erano disposti a rimanere nelle rispettive comunità senza i figli, la maggior parte dei residenti della Galilea ha risposto di no. “Chi pensa all’evacuazione senza considerarne le conseguenze, lavora sconsideratamente e non capisce qual è il prezzo da pagare”, dice Lahad, che in quanto residente di Kiryat Shmona, ha vissuto il problema sulla sua pelle.
L'Agenzia Ebraica per Israele sta offrendo assistenza finanziaria immediata alle vittime dei bombardamenti di razzi kassam a Sderot, grazie alla recente decisione di usare i fondi del Fondo per le Vittime del Terrorismo per assistere subito questi cittadini.Questa assistenza d'emergenza viene offerta dal fondo per le Vittime del Terrorismo dell'Agenzia Ebraica, che è sottoscritto dall'Unione delle Comunità Ebraiche e dal Keren Hayesod.La decisione del mese scorso ha fatto sì che venissero stanziati 300.000 dolari per gli abitanti di Sderot, per offrire un primo soccorso alle vittime dei bombardamenti di razzi kassam, in attesa dell'aiuto che riceveranno dal governo.


30 maggio 2008

I diritti in Cina come le case spianate dal terremoto




 Il terremoto che recentemente ha colpito la Cina causando tra morti e dispersi circa 80.000 vittime, è tra le altre cose una metafora di ciò che ha colpito la Cina per quanto riguarda i diritti fondamentali ed ogni considerazione che abbia come riferimento il valore della vita umana.Questi diritti umani, di cui si fa un gran parlare, sono stati schiacciati e sono finiti sotto le macerie di un terremoto meno appariscente, durato cinquanta anni, più nascosto, che si svolge in ambiti meno visibili, ma che è altrettanto devastante.

La stampa di denuncia dei diritti umani non riscuote altrettanto successo di un terremoto di scala 7,9 richter, forse perché non ci sono immagini che possano competere con il terremoto “reale” che ha spianato migliaia di case, scuole, edifici costruiti con criteri di “risparmio” invece di essere edificati seguendo criteri di costruzione antisismici, e perciò fatti di cartapesta o meglio di tofu come gridavano migliaia di manifestanti raccolti ai funerali delle vittime.

Le tragiche immagini provenienti dal distretto di Sichuan illustrano chiaramente più di ogni frase o commento quello che è accaduto: il capo villaggio si è prostrato in ginocchio, mortificato e supplicante davanti ai parenti, alle madri dei bambini morti nel crollo di una delle migliaia di scuole distrutte in cui sono morti diecimila bambini.

Le case dei leaders politici hanno resistito alle scosse e le comunità inferocite che hanno visto crollare le proprie case e perdere i propri cari, domandano a gran voce giustizia. Ma una giustizia non sembra esserci, almeno non ora, e non potrà esserci fino a quando la nomenclatura comunista per mantenere il monopolio del potere e impedire la nascita di opposizioni, non ammetterà nessun tipo di autonomia della società civile.


funzionedonda


30 maggio 2008

Una bufala dell'agenzia stampa (ansa) ?

 



Testata: ANSA
Data: 30 maggio 2008
Pagina: 1
Autore: la redazione
Titolo: «Mo: Gaza, arrestati 60 palestinesi»

Ieri, 29 maggio 2008, leggendo questa notizia di ANSA, l'abbiamo cercata sui quotidiani israeliani on-line. Non l'abbiamo trovata. Abbiamo aspettato 24 ore.
Il 30 maggio 2008, la notizia continua a essere assente, sia dai quotidiani italiani che da quelli israeliani on-line.
A questo punto ci viene un dubbio. Che si  tratti di  una bufala di ANSA ?


Mo: Gaza, arrestati 60 palestinesi

Sospettati di fiancheggiare gruppi armati
(ANSA) - TEL AVIV, 29 MAG - Sessanta palestinesi, sospettati di fiancheggiare gruppi armati, sono stati arrestati la scorsa notte da soldati israeliani a Gaza. Lo riferiscono fonti militari israeliane. All'operazione, conclusasi all'alba di oggi, hanno preso parte unita' della Brigata di fanteria Ghivati e mezzi blindati. Non si sono verificati incidenti, hanno aggiunto le fonti. Da Gaza si e' appreso intanto del decesso in ospedale di un palestinese di 29 anni rimasto ferito in scontri a fuoco verificatisi ieri.


Per inviare una e-mail alla redazione di Ansa cliccare sul link sottostante
redazione.internet@ansa.it


30 maggio 2008

Il campo profughi di Trani

 

La rara immagine è stata gentilmente concessa dal Prof. Vito Antonio Leuzzi dell'Istituto per la Storia dell'Antifascismo e dell'Italia contemporanea e ritrae il Campo profughi degli Ebrei scampati al genocidio durante la Seconda Guerra Mondiale e in procinto di imbarcarsi per Israele, Campo insediato a Trani presso la caserma di via Corato. Lo striscione in alto saluta l'Italia e il suo popolo sia in italiano che in ebraico. Presumibilmente, gli stessi addetti alla sicurezza ritratti nella foto erano anch'essi ebrei come nella maggior parte dei Campi di raccolta che si aprirono in tutta l'Europa al termine del conflitto mondiale.

 
Trani, come e più di altri centri pugliesi, accolse molto benevolmente la popolazione ebraica italiana, fiumano-dalmata e dai centri europei più colpiti dalla Shoah. Ogni ebreo d'Europa e del mondo conosce e conserva Trani nel proprio patrimonio sotrico, culturale e religioso perchè in questa città visse e operò una delle più grandi comunità ebraiche della Diaspora e in tutte le scuole ebraiche intere generazioni di studenti e rabbini si formano da secoli sui testi di Isaia da Trani e Moshe da trani detto il Mabit. La Trani ebraica era persino nel ricordo di numerose famiglie di ebrei romani che, già durante il regime fascista vennero clandestinamente qui a Trani e furono accolte da diverse famiglie tranesi che conservavano nel loro ambito familiare usi e costumi ebraici.
Alessandra Chiappano, responsabile del settore didattico dell'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia e della Fondazione Memoria della Deportazione di Milano ha curato numerosi volumi dedicati all'approfondimento e allo studio della Shoah e della fenomenologia delle deportazioni durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il libro della Chiappano,  assieme ai saggi di Raoul Hilberg e Leon Poliakov, costituisce uno dei più considerevoli contributi alla conoscenza del cosiddetto universo concentrazionario del periodo bellico 1939-45.

fuoridalghetto


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30 maggio 2008

Ebreo (solo per chi ha il senso dell'umorismo)

 Tratto da Nonciclopedia.wikia.com....

 


van diesel

Da Nonciclopedis

“Camerati! Il mondo è dominato dai comunisti! Ed è tutta colpa degli ebrei!!”

- Un tizio di destra su ebrei

“Compagni! Il mondo è dominato dai fascisti! Ed è tutta colpa degli ebrei!!”

“È impensabile che gli ebrei siano diventati il capro espiatorio di tutto. Qualcuno deve averlo fatto apposta. Un ebreo, senza dubbio.”

- Pierpaolo Pasolini su ebrei

“Il mondo è sempre stato in guerra! Tutta colpa degli ebrei!”

- Mel Gibson su ebrei

“L'umanità si è sempre odiata! Tutta colpa degli ebrei!”

- Mel Gibson su ebrei

“Che giornata di merda! Tutta colpa degli ebrei!”

- Mel Gibson su ebrei

“Ops, mi scusi. Colpa mia.”

- Un ebreo su sé stesso
Van Diesel, capo spirituale ebreo
Van Diesel, capo spirituale ebreo

Un ebreo è un'entità astratta teorizzata dalla "teoria del capro espiatorio" secondo cui per ogni cosa che succede ci deve essere qualcuno che c'ha colpa. Quando proprio non si riesce a dare la colpa a nessuno, allora si dà la colpa agli ebrei.

Tale teoria, dopo più di 2000 anni di fruttuosa applicazione, ha ormai dimostrato la sua veridicità ed è adottata con successo in tutti i paesi del mondo.

Un'altra teoria, quella del "portatore sano di colpa" mette in atto la seguente questione: "un ebreo è un portatore di colpa o un portatore di colpa è un ebreo?". Secondo quest'ultima teoria, tutti quelli che hanno colpa di qualcosa devono essere per forza ebrei. A dimostrazione di questo è che tutti i più grandi criminali della storia, compreso Hitler, hanno avuto degli antenati ebrei.


Storia

Gli ebrei sono stati il primo popolo al mondo a sviluppare una religione monoteista. Abbiamo infatti tracce del culto ebraico di Chuck Norris fin dal IV secolo a.C..

Tale religione monoteista fu poi rubata dalle più disparate religioni come il cristianesimo e l'islam, senza nemmeno rilasciare una fattura o riconoscere il copyright.

Quello ebraico fu sempre un popolo errante e fu perseguitato dai seguenti popoli/nazioni:

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli ebrei sfollati furono spediti tutti dagli Stati Uniti nella terra promessa, Israele, tra le grida di gioia e di accoglienza dei popoli circostanti. Ci sono state un po' di scaramucce iniziali ma in seguito sono andati d'amore e d'accordo come tutti noi sappiamo.

Corollari alla legge del portatore sano di colpa

  • Se un ebreo provoca un danno ad un non-ebreo, la colpa è dell'ebreo.
  • Se un non-ebreo provoca un danno ad un ebreo, la colpa è dell'ebreo stesso che ha istigato il non-ebreo a procurargli tale danno.
  • Se un non-ebreo provoca un danno ad un non-ebreo, la colpa è dell'ebreo più vicino in ordine di distanza. Se non si riesce a trovare tale ebreo, la colpa va a tutti gli ebrei indistintamente.
  • Se un ebreo fa danno ad un altro ebreo la colpa è del più ebreo dei due, secondo complicate formule per il calcolo del "grado di sionismo". Comunque in quest'ultimo caso la gente tende a fregarsene poiché se gli ebrei si fanno del male da soli è sempre un bene.


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30 maggio 2008

Ahmadinejad voleva parlare alla Sapienza

 

Il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad
L’Ateneo romano:
«L’incontro non si farà»
E. ST.

La Farnesina non aveva ancora confermato il viaggio in Italia del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad in occasione del vertice Fao dal 3 al 5 giugno, che Teheran presentava già le sue prime richieste in vista dell’appuntamento. Si è parlato così di una lezione alla Sapienza di Roma e di un’udienza con il Papa, entrambe sollecitate dallo stesso presidente della Repubblica islamica. «Vi è stata una richiesta», si limitano a confermare fonti dell’ateneo romano, aggiungendo però che la visita «non si concretizzerà» per vari motivi. Ieri, in aereo mentre si recava a Stoccolma per una riunione internazionale sull’Iraq, il ministro degli Esteri Franco Frattini non ha escluso inoltre un incontro con il collega iraniano Manoucher Mottaki per capire come l’Iran intenda muoversi a Bagdad: «Non so se ci sarà il tempo per un bilaterale con Mottaki, ma certamente il ruolo degli iraniani in Iraq è un tema che merita, e di cui ho fatto cenno all’ambasciatore iraniano in prospettiva della conferenza internazionale sull’Iraq».

Il titolare della Farnesina ha annunciato che sempre domani a Stoccolma, in un colloquio con il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice, ribadirà che l’Italia vuole entrare a far parte del gruppo dei «5+1», i cinque paesi del Consiglio di Sicurezza più la Germania che decidono la politica mondiale sul nucleare iraniano. Frattini si aspetta che Washington «spinga» in questa direzione. Durante la visita di Ahmadinejad a Roma, non si esclude d’altro lato un possibile incontro tra lo stesso presidente ed una rappresentanza di imprenditori italiani. È l’ipotesi alla quale si sta lavorando in queste ore tra le due parti. Di sicuro c’è che la visita di Ahmadinejad è quella che, nell’ambito del summit Fao, attirerà su di sè tutti gli sguardi. Per ora poco riesce a sapersi sui dettagli della permanenza romana del presidente della Repubblica islamica.

La visita avrà un grande impatto mediatico, sia in Italia sia a livello internazionale. Solo la Tv statale iraniana manderà a Roma uno staff di almeno 17 persone. Quello dell’udienza in Vaticano è un capitolo a parte. All’ambasciata di Teheran presso la Santa Sede la notizia della richiesta dell’incontro con Benedetto XVI «al momento non viene né confermata né smentita», anche se la richiesta viene data per certa da altre fonti. E d’altronde nel gruppo della cinquantina di capi di Stato che saranno a Roma per il vertice Fao sull’emergenza alimentare ci sarebbero sette-otto presidenti, tra i quali appunto Ahmadinejad, che avrebbero chiesto d’incontrare privatamente il Pontefice.

La cosa non ha mancato di creare qualche imbarazzo in Vaticano perchè il Papa ha un calendario di incontri molto serrato ed è difficile inserire sette-otto udienze nel giro di appena due giorni, il periodo di di tempo nel quale i capi di Stato si tratterranno a Roma. La Comunità ebraica romana ha indetto oggi un incontro per valutare la fattibilità di «una maratona oratoria davanti alla Fao», nel momento in cui il presidente iraniano prenderà la parola durante i lavori.


30 maggio 2008

Nazismo a Gerusalemme

 

Non solo la gente comune, ma moltissimi studiosi non sanno che il Gran Mufti Amin al Husseini - capo spirituale dei musulmani palestinesi durante la Seconda guerra mondiale - fu un fervente sostenitore del nazionalsocialismo, un seguace delle politiche di sterminio tedesche e un fedele "carnefice di Hitler".

Dopo aver appoggiato la guerra dei nazionalsocialisti in Bosnia, fino al 1941, Amin al Husseini programmò accuratamente, insieme ai nazisti (e cattolici) Andrija Artukovic e Mile Budak, il genocidio dei serbi. Il Gran Mufti organizzò il corpo delle SS musulmane, sostenute da truppe islamiche bosniache. L'Islam, già impegnato a combattere la nascita dello Stato di Israele, accolse dunque con favore l'ideologia antisemita nazista e il progetto della Soluzione Finale.

Lo sterminio dei Serbi e la rapina dei loro beni fu attuato, con truppe croate e bosniache, grazie a una sanguinaria coalizione fra Islam, Vaticano e nazismo. La strage colpì cinquecentomila serbi - bambini, donne e uomini - sterminati a Jasenovac, nell'indifferenza generale e senza processi postumi, visto che il Gran Mufti - complice dei nazisti anche nell'Olocasuto degli ebrei - fu tutelato dagli Alleati dopo il conflitto e la sua ideologia violenta, razzista e antisemita ebbe ancora una notevole influenza nell'area islamica. A.B.

Nelle foto, il Gran Mufti a colloquio con Hitler e Himmler.
annesdoor


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30 maggio 2008

Anne's Door recupera due foto inedite del 1942, raffiguranti ebrei del ghetto di Lublino

 

Anne's Door ha recuperato presso la bottega di un anziano antiquario due fotografie inedite, originali del 1942, raffiguranti due ebrei del ghetto di Lublino. Si tratta di due immagini di straordinario valore storico recuperate dall'oblio, due scatti effettuati da un militare tedesco nel ghetto che si trovava nella città della Polonia centrale. Le fotografie sono state donate a un importante museo dell'Olocausto, che le esporrà al pubblico: preziosi e commoventi reperti di un mondo annientato.

Lublino era una città di grande tradizione ebraica. Nel 1939 su 122.000 abitanti, ben 40.000 erano ebrei. La persecuzione iniziò subito dopo l'invasione tedesca. Gli ebrei furono obbligati a indossare la stella gialla, i loro beni furono confiscati e i maschi in età lavorativa vennero inviati progressivamente - retata dopo retata - ai lavori forzati. Oltre sessantamila ebrei provenienti da altre località polacche furono deportati a Lublino. Il piano originale dei nazisti era quello di concentrare lì tutti gli ebrei polacchi, sottovalutandone il numero, superiore ai due milioni e mezzo. Così quel progetto fu presto abbandonato e molti ebrei furono trasferiti dalla città ad altre destinazioni.

Nel 1941 fu creato a Lublino il ghetto ebraico, che conteneva 34.000 persone. Il tifo, le deportazioni nei campi di sterminio , soprattutto Belzec e le fucilazioni nei boschi ap R.M.pena fuori dall'abitato falcidiarono la popolazione ebraica. Il 31 marzo 1942 rimasero in vita solo 4.000 internati, presto inviati nei luoghi di morte o ai lavori coatti. L'Armata Rossa entrò a Lublino il 24 luglio 1944: in città non rimanevano più ebrei vivi. R.M.


30 maggio 2008

Simpatico filmato dell' "Ebreo che resiste di più!"

 http://it.youtube.com/watch?v=S73lXQec7Vo



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