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29 febbraio 2008

Yael Naim e San Remo

 

http://pl.youtube.com/watch?v=6R2y_2zQ4_w

Yael Naim - Paris


Yael Naim, la bella cantante franco-israeliana che si è esibita ieri sera sul palco dell'Ariston in qualità di super ospite, ha percepito un cachet incredibilmente modesto (che dovrebbe far riflettere certi divi e divismi nostrani): duemila euro.


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permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 29/2/2008 alle 23:50 | Versione per la stampa


29 febbraio 2008

Russia: giornalisti "invitati" al silenzio prima delle elezioni – Le Figaro – Traduzione Alberto/Hurricane

 

Sono state impartite consegne rigorose ai giornali locali affinché evitino gli
"argomenti sensibili" prima delle presidenziali di domenica, che dovrebbero consacrare Dimitri Medvedev, delfino di Vladimir Putin.


Medevev e Putin

Via Puchkin, in fondo ad un lungo corridoio di una nudità spartana, nell'ufficio del redattore capo del giornale locale, il Corriere di Voronej spicca una macchia di colore. Una bandiera arancione della rivoluzione democratica ucraina decora la parete, dove si può scorgere anche un’immagine del petroliere Mikhaïl Khodorkovski, imprigionato in un carcere siberiano. "Ufficialmente, siamo il giornale dell'amministrazione regionale, ma questo non ci ha mai impedito di conservare il nostro orientamento democratico", nota il redattore capo, Dimitri Diakov, una grande barba dagli occhi chiari che da vita al giornale da diciotto anni. Il Corriere di Voronej esce tre volte la settimana in 4.000 copie. Egli si rivolge ai numerosi intellettuali di questa città universitaria che conta 960.000 abitanti.

"Insopportabili pressioni dal Cremlino"
Dimitri Diakov dice avere avuto precedentemente conflitti molto acuti con il sindaco, di cui il suo giornale era l'organo ufficiale. Gli tagliavano l'elettricità, lo si minacciava di cacciarlo dai propri locali, si lanciavano processi contro lui ed i suoi giornalisti. "ma teniamo duro", afferma. Tuttavia nel 2002, il Corriere di Voronej deve cercare rifugio a fianco dell’amministrazione regionale. "E là andava meglio, fino al 2007, non avevamo argomenti vietati, criticavamo i difettucci della politica di Putin ed anche il governatore", assicura Diakov. Da un anno "la censura" è cambiata bruscamente "dietro ordine di Mosca", con l’avvicinarsi delle legislative del dicembre 2007 e delle presidenziali di questa domenica. I due scrutini devono permettere di orchestrare lo scenario per la successione del presidente Vladimir Putin, destinato a diventare primo ministro del suo delfino, Dimitri Medvedev.

I giornalisti locali vengono convocati dall'amministrazione regionale per essere messi al corrente sugli "argomenti ormai vietati". "Parlando di pressioni insopportabili dal Cremlino, i burocrati locali ci hanno imposto il divieto totale di criticare la politica al potere, spiega Diakov. "Ci hanno detto: se violate questo tabù, tagliano i viveri e la regione (il cui bilancio è in deficit, nota) non si avranno più sovvenzioni”. È come il 29 maggio 2007, quando l'ex campione di scacchi Garry Kasparov arriva a Voronej per una marcia di oppositori di Putin, il potere locale domandò semplicemente ai giornalisti di "ignorarla".

Dimitri Diakov è costretto a barcamenarsi, pubblicando un'intervista del governatore sulla suddetta marcia, che finalmente non avrà luogo, visti i numerosi ostacoli amministrativi imposti e lo spiegamento - a scopo dissuasivo - di colonne di uomini delle forze speciali e di veicoli blindati. "Fu una situazione molto triste", dice Diakov facendo passare sul suo Pc le foto di Kasparov circondato da militari con l’elmetto, che non ha mai potuto pubblicare. Per le stesse ragioni di censura, il suo giornale non ha mai dato conto delle "massicce" frodi che, secondo lui, sono state compiute in occasione delle legislative di dicembre, a vantaggio del partito del presidente, la Russia unita.

"Un nuovo eroe"
Alla facoltà di giornalismo dell'università di Voronej, gli studenti dicono esattamente la stessa cosa. Vassili, 21 anni, figlio del rettore della facoltà e di una insegnante di scuola, dice di divertirsi ad osservare questo che lui chiama la "buffonata" elettorale. "All’inizio, Putin soddisfaceva. "Era giovane, si faceva rispettare all’estero. Ma se guardiamo a fondo, non è cambiato nulla, non ha fatto nulla fa per la gente, soltanto per quelli che stanno in alto. Mi basta osservare il salario della mia madre, che è professoressa, ed i prezzi che sono roventi per capire. È stato l'aumento del prezzo del petrolio che ha portato una certa stabilità, non Putin. Ed ora salta fuori Medvedev, come un nuovo eroe amato dal popolo ...”

La maggior parte delle persone sostiene di aver votato comunista in occasione delle ultime legislative, "in segno di protesta". Solo Lidia, una giovane brunetta, prende la parola per difendere la stabilità che c’è con Putin. "Sotto Eltsin, i miei genitori non venivano pagati per dei mesi, dice, oggi gli stipendi arrivano e votano per l’attuale potere. L'iniziativa di Medvedev consiste di dare 250.000 rubli alle coppie per il secondo figlio è molto positiva".

I professori presenti si dicono fieri dei loro allievi. Pensano che molti di loro abbiano le carte in regola per diventare dei bravi giornalisti. Ma sono preoccupati per il loro futuro. "Da quando escono dall’universo di libertà che offriamo loro, poi devono adeguarsi, e diventare servi dei burocrati", osserva Tamara Diakova, insegnante di Storia della cultura. È in grado di misurare la pressione che viene esercitata in quanto è la compagna del redattore capo del Corriere, che oggi è circondato da ogni parte.

Lev Kroitchik, che dirige la sezione di Storia del giornalismo, spiega "che non c’è alcuna interazione tra potere e soldi, da una parte, e il popolo, dall’altra. Era così anche prima della rivoluzione. La stampa pubblicava ma il potere zarista non ascoltava".

Laure Mandeville – Le Figaro – Traduzione Alberto/Hurricane


29 febbraio 2008

Immigrazione clandestina: nonostante le promesse, Gheddafi continua a prendere gli italiani per il c….

 


Promesse da marinaio ...

Diecimila persone attendono in alcuni porti libici di attraversare il canale di Sicilia, destinazione Lampedusa. Molte altre sperano che arrivi il loro turno, assegnato dai capoclan libici che si dividono i tratti di costa e forniscono le navi, quasi sempre fatiscenti. Nelle ultime 48 ore il flusso di migranti non ha conosciuto soste, ne sono sbarcati quasi mille, grazie tempo buono. Queste informazioni che dalle coste libiche arrivano al ministero dell'Interno, ma non servono perché non c'è nessun intervento dall'altra parte del Mediterraneo.

Il progetto Frontex, sui pattugliamenti misti, tanto propagandato da Giuliano Amato e Massimo D'Alema, non è mai partito sul serio perché il colonnello Gheddafi nonostante le promesse fatte a Romano Prodi, e 15 mesi fa ai due ministri italiani, favorisce i traffici degli scafisti. Il pattugliamento misto italo-libico rimane sulla carta, nonostante il nostro paese se ne sia assunto l’onere finanziario, ma qui la colpa non è di Gheddafi, ma della sinistra radicale e dei Verdi europei che si oppongono ai “respingimenti di massa” alle frontiere, soprattutto a quelle nel sud dell’Europa.

In realtà nella trappola buonista casca solo l'Italia, visto che Malta non fa attraccare gli scafisti, e la Spagna di Zapatero nel 2007 ha dimezzato con azioni di polizia molto decise l’arrivo di nord africani. Dimezzato, capito quant'è cattivo il socialista spagnolo?

Maria Giovanna Maglie



29 febbraio 2008

La marina americana prende posizione vicino al Libano - Le Figaro - Traduzione Alberto/Hurricane

  

Monito nei confronti della Siria o manovra in vista di un eventuale conflitto regionale, lo spiegamento del destroyer USS Cole mette in ansia il Medio Oriente.


L'USS Cole

Libano? Lo spiegamento della sesta flotta, di stanza a Napoli, in Italia, sorveglierà in effetti il Mediterraneo orientale insieme a due navi di supporto. L'USS Nassau, specializzata negli sbarchi anfibi, si troverà non lontano da là.

Ufficialmente, si tratta solo di un “segnale che siamo pronti, che resteremo nella vicinanza, e che è una parte del mondo molto importante per noi". Non un segnale di avvertimento verso una potenza in particolare, se dobbiamo credere alla marina statunitense.

Ma la stampa libanese fornisce altre ragioni per questa manovre. Per la stampa vicina alla maggioranza parlamentare sostenuta dagli Stati Uniti, "l'invio della USS Cole mostra che gli Stati Uniti hanno perso la pazienza con la Siria" (Al Moustaqbal), e si tratterebbe quindi di un "messaggio alla Siria affinché cessi il suo intervento in Libano" (Al-Liwa). Ed in particolare d'un avvertimento nel caso in cui Damasco fosse tentata di bloccare in seguito l’elezione del presidente in Libano, già rinviata quindici volte.

Per altri preannuncerebbe una tempesta nella regione. Il giornale liberale di grande tiratura An-Nahar sottolinea che "questa decisione si inserisce in un contesto regionale più ampio del Libano". "c’è da temere il peggio", aggiunge il quotidiano pan arabo Asharq Al Awsat. Tra le pieghe, l'ombra di un nuovo conflitto che vedrebbe coinvolti Hezbollah e Israele, dopo l'assassinio, non rivendicato, del capo militare di Hezbollah, Imad Moughnieh.

L..S. (lefigaro.fr) avec AFP et AP – Traduzione Alberto/Hurricane



29 febbraio 2008

Un poeta di fronte al genocidio


poeta_genicidio_mannoaia.jpg
Domenica pomeriggio, 24 febbraio 2008, a Roma, presso l'Auditorium Parco della Musica, nello Spazio Risonanze, si è svolto un interessantissimo e commovente evento intitolato "Diamo voce al Darfur", con la direzione artistica di Fulvio Loru e condotto da Mario Tozzi. L'evento è stato promosso dalle associazioni: Italians for Darfur e Articolo 21, con il patrocinio della Provincia e del Comune di Roma e le adesioni di: Save Darfur Coalition, Amnesty International, Comunità Ebraica di Roma, Unione Giovani Ebrei Italiani, Bene' Berith Giovani, Campagna italiana per il Sudan, Nessuno Tocchi Caino, Tavola della Pace, Coordinamento Enti locali per la Pace e i Diritti. 
La serata si poneva l'obiettivo di sollecitare l'interesse dell'opinione pubblica italiana sul genocidio in atto da anni nella regione sudanese del Darfur, di sollecitare un intervento umanitario da parte del nostro prossimo governo e infine di raccogliere le firme dei presenti per inviare una petizione all'ambasciata cinese. Petizione mediante a quale richiedere un intervento del loro governo in favore della pace in un paese, il Sudan, dal quale la Cina importa dal 65 all'80 % dei barili di petrolio prodotti ogni giorno (quota pari all'8% delle importazioni totali di petrolio in Cina), tramite la China National Petroleum Company ( CNPC) di Pechino, compagnia petrolifera a controllo pubblico.
Il Darfur e il Sudan, più in generale, sono una delle zone col più basso reddito pro-capite dell'Africa e, nel contempo, una fra le più ricche di materie prime. Situata nel deserto del Sahara, nella parte ovest del Sudan, il Darfur copre una superficie di circa 490000 km² (quasi il doppio di quella dell'Italia) e conta una popolazione di circa 6 milioni di abitanti, tutti di religione musulmana, tranne una piccola minoranza animista che vive nel Sud.
Dal 2003 il Darfur è teatro di un feroce conflitto ( da molti considerato in relazione con la questione degli approvvigionamenti petroliferi) che vede contrapposti la maggioranza nera alla minoranza araba (maggioranza nel resto del Sudan), appoggiata dal governo centrale di Khartoum,  accusato di organizzare le feroci scorribande della tribù nomade-guerriera degli Janjaweed,(uomini a cavallo), anch'essa di origine araba, che ha messo a ferro e a fuoco i  villaggi neri e ha  costretto alla fuga più di metà della popolazione contadina, non toccando però i villaggi arabi che continuano la loro vita di sempre anche quando sorgono a poche centinaia di metri da quelli neri devastati e incendiati.
Secondo i dati delle Ong e dell'Unicef, dal febbraio 2003 ad oggi, le vittime supererebbero il numero di 400.000, mentre i profughi raggiungerebbero i 4.200.000. Metà degli sfollati sopravvivono in oltre 700 campi di accoglienza, mentre altri due milioni risiedono in comunità locali che prestano loro soccorso.
Moltissime altre persone (tra cui 1,2 milioni di bambini) risultano invece tagliate fuori da ogni assistenza, isolate in aree rurali controllate dal Governo o dai ribelli, ma egualmente inaccessibili alle agenzie umanitarie. Inoltre l'Unicef stima che, a parte gli uccisi, ogni giorno muoiano 75 bambini sotto i 5 anni, in massima parte per infezioni e malattie facilmente prevenibili. Né va meglio in Ciad, dove centinaia di migliaia di profughi sudanesi contendono di fatto le scarse risorse naturali e gli ambiti aiuti umanitari alla poverissima popolazione locale.
Riccardo Pacifici ha coinvolto tutti i presenti con un lungo e toccante intervento nel quale sottolineando l'importanza della "memoria" ha ricordato che il genocidio perpetrato dai nazisti, durante la seconda guerra mondiale, non ha riguardato esclusivamente gli ebrei ma anche zingari, omosessuali, oppositori politici, e centinaia di migliaia di cittadini tedeschi, handicappati o malati di mente, sui quali per primi vennero sperimentate le camere a gas.
Pacifici ha riportato la sua esperienza di ebreo italiano che non ha mai conosciuto i propri nonni paterni uccisi ad Auschwitz prima della sua nascita, il nonno arrestato dai nazisti, la nonna dai fascisti repubblichini, che violarono il convento di suore di clausura dove era rifugiata insieme a decine di altre donne. Nella seconda parte della sua riflessione, ha ricordato come accanto al dovere di non dimenticare il genocidio di ieri sussiste quello, altrettanto imprescindibile, di occuparsi dei genocidi di oggi, di impedire che vengano ignorati e di lottare perché vengano fermati, spiegando l'impegno particolare di tutti gli ebrei in questo campo.
Sono stati infine diffusi dati aggiornati  forniti dalla Save Darfur Coalition: Dal 18 febbraio scorso il Governo sudanese ha ripreso i bombardamenti aerei concentrando gli attacchi nei dintorni di Abu Sarraw. Ufficialmente si è trattata di un'azione mirata contro i ribelli del Movimento di Giustizia ed Uguaglianza, uno dei gruppi che si contrappongono al regime di Khartoum, ma i rappresentanti di Ocha, il coordinamento delle Nazioni Unite per gli aiuti umanitari, hanno rilevato che le vittime dell'attacco erano tutti civili. Negli ultimi 10 giorni le persone uccise sono state circa seicento, per lo più donne e bambini.
In chiusura sono intervenuti i rappresentanti delle associazioni Nessuno tocchi caino e Medici senza frontiere, per raccontare la drammaticità della situazione nei campi, dove 13.000 operatori umanitari devono fronteggiare il compito immane di prestare aiuto a  più di 4.000.000 di profughi, dei quali circa la metà ancora bambini.
Mancano l' acqua, il cibo, i medicinali. Manca ogni sicurezza per i civili, perché i campi sono aperti e privi di  difesa. Complice il sovraffollamento e la scarsa tutela delle forze dell'ordine locali, è sempre più diffuso l'uso della violenza sessuale di gruppo come arma di ricatto e umiliazione ai danni di donne e bambini.
Secondo le testimonianze la condizione delle donne nere, come, a volte, accade nelle comunità musulmane è quella di creature calpestate anche nei diritti umani più elementari. Vengono violentate dai miliziani arabi appena se ne presenti l'occasione, quando questo accade, condannate all'ostracismo dalle famiglie e dal clan, vengono abbandonate a morire di fame e di sete, nella savana o lungo le piste desertiche. E così sono morte a centinaia.  
L'organizzazione Refugees International ha recentemente rilasciato un dossier "Laws Without Justice", sull'accesso ai servizi legali delle vittime di stupro in Sudan: ne emerge un quadro sconfortante. La donna che denunciasse le violenze ma che non riuscisse a provarle, rischierebbe di essere accusata di "zina", adulterio: la pena è la morte per lapidazione per le donne sposate o centinaia di frustate per chi non lo sia. Anche il ricorso alle cure mediche fornite dalle ONG presenti risulterebbe rischioso. Le ONG per continuare a operare nel territorio debbono sottostare alle rigide regole del Governo, e perdono così molta della fiducia delle vittime, costrette spesso a compilare un modulo di denuncia che le espone ai rischi della giustizia sudanese.
Mentre tornavo a casa, a fine serata, profondamente colpita da tutto ciò che avevo visto e ascoltato, ripensavo all'altro genocidio e all'altra guerra.
Ricordavo e riflettevo sull'operato di un uomo, considerato un eroe dalla sua gente e amato e rispettato da tutti. Quell'uomo si chiamava Yitzhak Sadeh ed era un ebreo di origine russa che, emigrato in Israele nel 1920, aveva dedicato la sua vita ad organizzare la difesa  della comunità ebraica dalle continue aggressioni degli arabi.
Sadeh, soprannominato affettuosamente HaZaken, il Vecchio, dal 1945 impegnò tutto le sue energie ad aiutare gli ebrei europei sopravvissuti al nazismo a raggiungere clandestinamente Israele, nonostante l'opposizione feroce della Gran Bretagna che non lesinava mezzi, nemmeno i più abietti, pur di impedire agli ebrei di lasciare i paesi nei quali era stata attuata la Shoà.
In quei primissimi anni del dopoguerra gli ebrei israeliani avevano un atteggiamento interiore profondamente ambiguo nei confronti dei loro correligionari europei  assassinati o sopravvissuti al nazismo. Da una parte un sentimento di straziante pietà e di saldissima solidarietà umana, dall'altra, e contemporaneamente, una sorta di amaro risentimento. " Perché quegli ebrei si erano rifiutati di condividere l'ideale sionista?   Perché non erano immigrati in Israele quando sarebbe stato ancora possibile? Perché avevano preferito rimanere fedeli alla patria europea, continuando a considerarla la vera patria in mezzo a genti infide e crudeli?  E perché non si erano organizzati e difesi quando il razzismo aveva iniziato a manifestarsi in tutta la sua virulenza? Perché non si erano battuti ovunque da eroi come era accaduto nel ghetto di Varsavia o come le innumerevoli bande partigiane avevano saputo fare? ".
E' inutile sottolineare, oggi, quanto questi pensieri fossero ingiusti e persino assurdi. E' un fatto che, a quei tempi, in Israele, molti la pensavano così e che esprimevano i propri sentimenti con la schiettezza consueta, quasi, quasi si sentivano gli unici autentici ebrei, cioè valorosi sabra* capaci di difendere la dignità e la vita.
Sadeh, nei rari momenti di riposo, amava scrivere articoli, novelle e opere teatrali e durante quei mesi durissimi, compose un giorno una poesia**che al mio ritorno a casa sono andata a ricercare, con il desiderio di farla conoscere e di sottoporla alla riflessione (più che al giudizio estetico) dei lettori di Agenzia radicale. In essa si racconta l' incontro  sconvolgente con una giovane donna europea sopravvissuta alla Shoà, il simbolo vivente dell'umiliazione e dell'annientamento di tutti gli ebrei europei.
E' buio. Mia sorella è in piedi di fronte a me sulla sabbia bagnata, è sporca, con i vestiti laceri e i capelli arruffati. I suoi piedi sono nudi e la sua testa piegata. In piedi, singhiozza.
Quella giovane donna sopravvissuta,  portava tatuata sulla carne la scritta in tedesco " Riservata agli ufficiali" poiché,  nell'adolescenza, era stata  deportata dai nazisti, sterilizzata e destinata ad un bordello per l'esercito.  
Yitzhak con i suoi versi tentava di esprimere le emozioni e i pensieri suscitati in lui, fiero sabra, da quella vista, da quella immagine di immane devastazione.
Ho abbracciato mia sorella, ho circondato le sue spalle con le mie braccia e le ho detto" C'è un posto per te in questo mondo, sorella,......Ti daremo tutto il nostro amore ......  sei più bella di tutto ciò che è bello, più sacra di tutto ciò che è sacro."
So che i mostri l'hanno torturata e resa sterile. Singhiozzando mi dice "Amico, perché sono qui?Perché mi hanno portata in questo luogo?...... Non c'è posto per me su questa terra. Io non voglio vivere".
"......Ti vogliamo bene, sorella. Su di te è tutta la gloria della maternità, tutta la bellezza della donna. Il nostro amore è per te, sarai nostra sorella, nostra compagna, nostra madre......"
Mi inginocchio davanti a queste nostre sorelle, mi inchino sulla polvere dei loro piedi. Quando mi rialzo drizzo la schiena e sollevo la testa e so:
che per amore di queste sorelle sarò forte
che per amore di queste sorelle sarò coraggioso
che per amore di queste sorelle sarò persino crudele
che per tutte voi  io farò qualsiasi cosa.
Questa poesia  ebbe una enorme risonanza e fu letta da tutti gli israeliani dell'epoca e, per quanto possibile, li aiutò a meglio comprendere e a riconciliarsi con i fratelli sventurati.
Per quanto riguarda i giovani, ché tutti, allora, erano arruolati nell' Haganà ( La Difesa) e che ammiravano il Vecchio di un'ammirazione sconfinata, forse nulla  più di questi versi può raccontarne i sentimenti e le emozioni: il loro desiderio profondo di essere solidali e fraterni e nello stesso tempo fieri e forti e indipendenti e capaci, in terra d'Israele, di proteggere il proprio popolo e le proprie donne.
Poi arrivò il 1948, e la fine del Mandato britannico e lo scoppio della guerra d'Indipendenza. Sadeh che durante la seconda guerra mondiale era diventato comandante in capo delle truppe scelte delle Palmach ( Truppe d'assalto),  tornò a combattere con i suoi uomini e giocò un ruolo decisivo nella salvezza del paese, invaso da cinque eserciti arabi e a rischio di una seconda Shoà.
Morì, pochi anni dopo, nel 1952, circondato da una  fama leggendaria.
Sto pensando, ora, a come sarebbe bello se nei prossimi giorni giungesse ad Agenzia Radicale una lettera di protesta da parte dei profughi del Darfur, in Italia, una lettera che dicesse " Non si tratta che di volgari menzogne e di calunnie. Noi uomini del Darfur non abbandoniamo le nostre donne, non le condanniamo a morire. Non ci macchieremmo mai di una tale bassezza! Noi le difendiamo e le amiamo ancora di più se e quando hanno sofferto e subito violenza!".
E a come ci sembrerebbe meno orribile il mondo se, domani, all'autenticità e alla sincerità di una protesta siffatta, si potesse, addirittura, credere.
 
ANNA ROLLI 
Aenzia radicale
____________________________________________
* Letteralmente "fico d'india". Così vengono chiamati gli ebrei nati e cresciuti in terra d'Israele, per il loro carattere apparentemente rude ( spinoso) che nasconde e racchiude grandi qualità umane.
** Mia sorella sulla spiaggia, di Yitzhak Sadeh  (trad. di Anna Rolli).


29 febbraio 2008

Chi e' che stava giocando?????




Secondo fonti palestinesi, una di queste incursioni avrebbe causato la morte di tre adolescenti palestinesi nella zona di Beit Hanun. Le Forze di Difesa israeliane hanno dichiarato d’aver mirato a una squadra che si apprestava a lanciare altri Qassam. Una fonte militare ha affermato che appare strano che dei ragazzini stessero giocando vicino a postazioni di lancio di missili in piena attività aggiungendo tuttavia che è dimostrato che spesso gruppi terroristici utilizzano ragazzi e bambini per recuperare i lancia-missili dopo l’uso.

Un giornalista alla TV israeliana ha detto che i 4 bambini arabi morti erano stati mandati a raccogliere le rampe di lancio dei missili, e non stavano affatto "giocando". 

Citiamo da Deborah Fait, israele.net, Haaretz e Ynet news


29 febbraio 2008

Mons. Saldanha: una nuova ondata di estremismo contro i cristiani

 L’arcivescovo di Lahore e presidente della Conferenza episcopale pakistana parla di nuove forme di violenza contro la minoranza cristiana del Pakistan: conversioni forzate, violenza e discriminazione. Un appello al governo, perché protegga i cristiani “cittadini come tutti gli altri”.

Lahore (AsiaNews) – Il presidente della Conferenza episcopale pakistana, mons. Lawrence John Saldanha, chiede al governo di proteggere i cristiani dall’ondata di nuova violenza islamica che si sta abbattendo su di loro. Il presule sottolinea che la libertà religiosa è garantita dalla Costituzione e chiede ad Islamabad di intervenire per fermare le minacce ed i tentativi di conversione operati dagli estremisti islamici nei confronti delle minoranze nazionali.

Nel corso di un’intervista rilasciata ad Aiuto alla Chiesa che soffre, mons. Saldanha dice: “L’odio e l’intolleranza di gruppi musulmani composti da integralisti crescono di giorno in giorno. I ripetuti tentativi di convertire i cristiani all’islam non rappresentano soltanto una violenza, ma anche una violazione dei principi di libertà religiosa garantiti nella nostra Costituzione”.

L’arcivescovo di Lahore descrive il caso di un giovane cattolico, padre di 4 figli, rapito nei mesi scorsi da militanti della Jamaat-ul-Dawah, formazione terroristica di stampo fondamentalista: “Prima di riuscire a fuggire dai suoi rapitori, il giovane è stato torturato per costringerlo a divenire musulmano. Il suo è un caso esemplare, che spiega le nostre difficoltà”.

In Pakistan, aggiunge, “l’estremismo cresce di giorno in giorno, mentre sparisce la tolleranza nei confronti dei non musulmani. La situazione dei cristiani che vivono in aree remote è particolarmente difficile, perché lontano dalle città cresce l’odio e la discriminazione”.

Un fattore che “desta ancora più preoccupazione” è la pratica di rapire giovani donne cristiane, che vengono convertite all’islam con la forza e poi sposate dai loro rapitori: “Cose come questa non sono mai successe prima. Esse dimostrano cosa può succedere a chi vive in Paesi intolleranti. Noi cristiani siamo cittadini come tutti gli altri: vogliamo che i nostri diritti siano difesi come quelli del resto della popolazione”.


29 febbraio 2008

“I fondi destinati ai Patronati utilizzati per la campagna elettorale del Partito Democratico”

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La scadenza per il rinnovo del Parlamento Italiano è alle porte e anche questa volta, cosi` come accadde alle precedenti elezioni del 2006, si ripropone il ruolo politico dei Patronati all`estero, impegnati, anche in questa tornata elettorale, a “raccogliere” voti per la sinistra.

Stavolta tocca a Veltroni, trasformista per eccellenza, avvalersi dell`enorme serbatoio di consensi provenienti dalle cellule neo-politiche, impiantatesi rapidamente in tutto il mondo, i Patronati.

Il sistema di egemonia territoriale della sinistra, che trova nei patronati un elemento di raccordo, evoca certi regimi totalitari che in cambio di un pezzo di pane, di un servizio o di assistenza chiedevano la tessera, la militanza, il voto. Non sembra esser tanto diverso l`atteggiamento degli Enti Assistenziali di sinistra operanti all`estero che in cambio dei loro servizi, peraltro pagati profumatamente con soldi pubblici`, chiedono il voto politico per i loro candidati.

La similitudine puo` apparire impropria, eccessiva, emotivamente strumentale ma, in tutta la sua crudezza, è realistica. Sono tante le voci che si alzano quotidianamente per denunciare le “chiamate” a raccolta dei pensionati nelle sedi dei patronati per ottenere i voti in nome di un paventato pericolo di taglio di pensioni nel caso di vittoria del centro destra.

L`integrita` e l`intelligenza dei pensionati non è messa in discussione. Hanno solo la colpa, se cosi` si puo`dire, di essere stati tenuti lontani dal processo democratico elettorale per oltre 50 anni e di conoscere, solo marginalmente, l`evolversi delle vicende politiche dell`Italia, delegando bonariamente, a coloro che si occupano della loro previdenza e assistenza, una scelta di voto che ha un significato di tutt`altro profilo morale e civile.

Oggi, paradossalmente a chiedere il voto sono gli stessi o gli eredi, cresciuti politicamente, nella maggior parte dei casi, nelle stanze di certi patronati e che per anni si sono opposti al voto degli italiani all`estero assumendosi la responsabilita` storica di rallentare quel processo d’integrazione alla vita politica italiana di intere generazioni.

L`utilizzo improprio dei Patronati condizionera` pesantemente la campagna elettorale, in vista del voto politico di Aprile, anche sotto l`aspetto prettamente finanziario. La sinistra, avvalendosi di strutture logistiche e di risorse umane messe a disposizione dai loro patronati, finanziati con denaro pubblico, avra` il doppio vantaggio, rispetto il centro-destra, di un notevole risparmio sulle spese per le attivita` elettorali e, contemporaneamente, non dovra` contabilizzare, ai fini dei limiti di spesa previsti dalla legge elettorale, il costo reale del supporto tecnico-logistico. Occorera` vigilare costantemente e denunciare ogni utilizzo improprio delle organizzazioni o enti d’assistenza finanziati con fondi pubblici per evitare abusi, gia` segnalati in passato, che potrebbero condizionare il libero e democratico esercizio di voto.

La scadenza per il rinnovo del Parlamento Italiano è alle porte e anche questa volta, cosi` come accadde alle precedenti elezioni del 2006, si ripropone il ruolo politico dei Patronati all`estero, impegnati, anche in questa tornata elettorale, a “raccogliere” voti per la sinistra.

Stavolta tocca a Veltroni, trasformista per eccellenza, avvalersi dell`enorme serbatoio di consensi provenienti dalle cellule neo-politiche, impiantatesi rapidamente in tutto il mondo, i Patronati.

Il sistema di egemonia territoriale della sinistra, che trova nei patronati un elemento di raccordo, evoca certi regimi totalitari che in cambio di un pezzo di pane, di un servizio o di assistenza chiedevano la tessera, la militanza, il voto. Non sembra esser tanto diverso l`atteggiamento degli Enti Assistenziali di sinistra operanti all`estero che in cambio dei loro servizi, peraltro pagati profumatamente con soldi pubblici`, chiedono il voto politico per i loro candidati.

La similitudine puo` apparire impropria, eccessiva, emotivamente strumentale ma, in tutta la sua crudezza, è realistica. Sono tante le voci che si alzano quotidianamente per denunciare le “chiamate” a raccolta dei pensionati nelle sedi dei patronati per ottenere i voti in nome di un paventato pericolo di taglio di pensioni nel caso di vittoria del centro destra.

L`integrita` e l`intelligenza dei pensionati non è messa in discussione. Hanno solo la colpa, se cosi` si puo`dire, di essere stati tenuti lontani dal processo democratico elettorale per oltre 50 anni e di conoscere, solo marginalmente, l`evolversi delle vicende politiche dell`Italia, delegando bonariamente, a coloro che si occupano della loro previdenza e assistenza, una scelta di voto che ha un significato di tutt`altro profilo morale e civile.

Oggi, paradossalmente a chiedere il voto sono gli stessi o gli eredi, cresciuti politicamente, nella maggior parte dei casi, nelle stanze di certi patronati e che per anni si sono opposti al voto degli italiani all`estero assumendosi la responsabilita` storica di rallentare quel processo d’integrazione alla vita politica italiana di intere generazioni.

L`utilizzo improprio dei Patronati condizionera` pesantemente la campagna elettorale, in vista del voto politico di Aprile, anche sotto l`aspetto prettamente finanziario. La sinistra, avvalendosi di strutture logistiche e di risorse umane messe a disposizione dai loro patronati, finanziati con denaro pubblico, avra` il doppio vantaggio, rispetto il centro-destra, di un notevole risparmio sulle spese per le attivita` elettorali e, contemporaneamente, non dovra` contabilizzare, ai fini dei limiti di spesa previsti dalla legge elettorale, il costo reale del supporto tecnico-logistico. Occorera` vigilare costantemente e denunciare ogni utilizzo improprio delle organizzazioni o enti d’assistenza finanziati con fondi pubblici per evitare abusi, gia` segnalati in passato, che potrebbero condizionare il libero e democratico esercizio di voto.
Luigi Casagrande
politicamentecorretto.com


29 febbraio 2008

Haharetz: La guerra si avvicina...

 


Questa volta,a dirlo,  non e' un Blogher depresso, bensi il quotidiano serio e austero di Israele,
Haharetz (la terra/la patria): "L'Esercito: il cannoneggiamento di Askelon avvicina la guerra....!!"
questo il titolo centrale in prima pagina" la foto vicino mostra il tetto sfondato di un'appartamento.

Ci sono alcuni elementi sui quali riflettere.

Invece di smettere il cannoneggiamento di Sderot (7 anni) Hamas ha deciso di sparare su Askelon, cittadina di 110mila abitanti, piu' a Nord. Una scelta militare che si propone di continuare i combattimenti, mentre a parole Hamas offre una tregua temporanea.
 L'Esercito Israeliano e' in grado di radere al suolo Gaza, dal punto delle capacita' militari potenziali,  sceglie di colpire in modo mirato: uffici, magazzini, polveriere, terroristi in movimento!
Cio'  dimostra anche una notevole padronanza di movimento e di informazioni. 
E' stato fatto un attentato dimostrativo vicino all'Ufficio Hanyie per mandare il messaggio che     anche il "livello politico e' nel mirino".    Dopo le minacce si dovra' passare ai fatti.
E' in preparazione una offensiva di grande portata, da mesi. Ieri il ministro Barak ha affermato che la"campagna" e' pronta e si attende il momento opportuno.
Alcuni giorni fa e' stato ferito un bambino, colpito da un frammento di missile Hassam. Ieri e' morto uno studente in un college ( era un'uomo di 43 anni, che aveva da poco si era ristabilito dal
trapianto del rene, e studiava per poter cambiare lavoro, lascia moglie e 4 figli)

L'arrivo dei missili ad Akelon ci fa capire alcune cose nuove

Quando e' stato sfondato il confine tra Gaza e l'Egitto, poche settimane fa, la polizia Egiziana ha perso il controllo della situazione per alcuni giorni e i servizi di sicurezza israeliani hanno riportato  che avveniva un massiccio trasporto di armi.
Quel passaggio era prima controllato da Israele, che poteva difendersi dalle massicce forniture Iraniane al Hamas.
L'Egitto non ha interesse ad un'armamento di Gaza, specie di formazioni islamiche, infatti anche al suo interno il regime egiziano e' minacciato dai Fratelli Mussulmani, la formazione islamica Egiziana.
Ma il governo egiziano non ha un'esercito motivato a morire per impedire il riarmo di Gaza,
alcuni egiziani hanno famigliari a Gaza, e simpatia per la lotta palestinese, altri non pensano certo di morire per qualche missile....
Si puo' dire che il cedimento o la generosita' israeliana non ha avuto una risposta parallela e adeguata dalle altre parti del conflitto.
I Palestinesi considerano 'debolezza' quella che gli Israeliani intendono per "mano tesa"
Il blogher depresso ritiene ormai impossibile fermare la logica militare.
Per essere sinceri con me stesso e con  il pubblico che legge, devo dire che la Maggioranza in Israelee' per una manovra militare pesante e decisa,
Va notato che in margine a tutti i discorsi governativi viene inserito il seguente punto chiave:
"Rovesciare il governo sanguinario di Hamas" (sottinteso rimettere Abu Mazen al suo posto)

Volevo aggiungere che esistono alcune voci, tra le quali Beilin, ma anche persone nel partito Liburista e/o personaggi indipendenti che invitano a parlare col Hamas.

Prima o poi si dovra' parlare col Hamas. Gia' si parla col Hamas per la liberazione del Soldato Rapito. Si parla sempre con tutti ....

Ieri era una bella giornata, oggi e' tornato il nuvoloso, umido grigio cielo che si adatta al nostro amaro ragionamento.

israelediversa


29 febbraio 2008

“Primo festival di cortometraggio Ebraico”

 

 
image

          
L’assessore ai giovani 
Hamos Guetta 
 
 
CortoEbraico
L’assessorato ai Giovani della Comunità Ebraica Di Roma, in collaborazione con l’associazione Bnei Sheva
è lieta di annunciare il suo
“Primo festival di cortometraggio Ebraico”

Bando di concorso
 L’assessorato ai giovani CER, e l’Associazione Bnei Sheva,organizzano il 1° Festival del Cortometraggio . che si svolgerà A Roma /  2008. Il Festival è aperto a tutti. Sono ammessi cortometraggi in video su tema:
“ebraismo, tradizione ebraica, religione e diaspora”

Il Comitato d’Onore sara’ presieduto da professionisti  del cinema  e rappresentanti delle istituzioni ebraiche .
La Giuria  sarà  presieduta da 4 artisti del cinema  ed un rappresentante delle istituzioni ebraiche.

La Direzione Artistica è affidata a   a persona illustre dello spettacolo.

Il Comitato Organizzatore è  formato da :  Claudia Tedeschi,Vincenzo Meli ,Claudia Fellus,Smadar Keshet, Livia Ottolenghi ,Daniela Manasse.Massimo Lo Monaco,Hamos Guetta , e 2 professionisti del cinema.

 OBIETTIVI E NATURA DELLA MANIFESTAZIONE

L’iniziativa è volta a raccogliere un insieme di opere cinematografiche di  tema ebraico libero, con l’intento di spiegare e indagare l’universo ebraico; attraverso questi lavori sarà possibile far riflettere sulla cultura e sulle tradizioni dell’ebraismo di oggi.

 IL CONCORSO

-   I cortometraggi, pena l’esclusione, devono avere una durata non superiore a 15 minuti e dovranno essere consegnati in due copie su formato DVD.
-  Lingua italiana , o altra lingua  in tal caso il corto và consegnato  gia’ sottotitolato.( per tale lavoro verrà in parte finanziato)

SELEZIONE

a.       La selezione dei cortometraggi da inserire nella rassegna è a cura ed a giudizio insindacabile della Direzione del Concorso.
b.      I cortometraggi saranno visionati da una giuria che sceglierà i cortometraggi da inserire nel concorso e stabilirà i criteri per assegnare i premi di cui sotto.

PROIEZIONI

a.       E’ prevista la proiezione in pubblico dei cortometraggi selezionati nel concorso,  presso una sala   di Roma,.(la data potrà variare in funzione della disponibilità degli spazi)
b.      La premiazione avrà luogo subito dopo le proiezioni


REGOLE DI PARTECIPAZIONE

 Per partecipare al Concorso si devono inviare:

•       1--Domanda   d’iscrizione al Concorso, compilata e firmata, contenente generalità complete dell’autore, titolo
•        Inclusiva    del- Curriculum vitae dell’autore ed eventualmente degli attori e di chi ha realizzato il cortometraggio
•       2--Sinossi del cortometraggio
•       3-- Due copie DVD del cortometraggio  (  se in lingua straniera già sottotitolati  )
•       4-- Eventuali foto di scena(non obbligatorio).


DATA LIMITE
E’  gradita una preiscrizione entro  il 30 apriel   2008, con segnalazione delle generalità dell’autore , tema e   titolo provvisorio.
La domanda di iscrizione e il DVD devono essere consegnati  a mano o inviati a Associazione Bnei Sheva, Via  Galla Placidia 83 00159 Roma (  entro il 30 aprile  2008) con R.R. La direzione si riserva il diritto di ammettere corti  arrivati dopo tale data.

 NORME GENERALI
a.       La partecipazione al Concorso è gratuita.
b.      Sono a carico dei partecipanti: le spese per le copie dei cortometraggi; le spese di invio e (ove previsto) di ritiro dei cortometraggi.
c.       Le copie in DVD, sia quelle selezionate che quelle non selezionate, non saranno restituite e faranno parte dell’archivio del Concorso. Potranno essere usate solo per scopi di studio o didattici; un eventuale loro utilizzo di diverso tipo potrà avvenire solo con autorizzazione scritta dell’autore o di coloro che ne detengono legalmente i diritti.
d.      La richiesta di ammissione al Festival implica l’accettazione incondizionata del  presente regolamento.

PREMI
Tre i premi
Uno monetario.
Stage con professionisti.
Un viaggio.

Per informazioni :
inviare mail a 
hamosguetta@hotmail.com
 


28 febbraio 2008

FIERA LIBRO/ POLEMICHE SU PRESENZA ISRAELE ARRIVANO NEGLI USA

 Condirettore "Dissent": a guadagnarci da invito è processo pace


 Le polemiche nate in Italia, e presto sbarcate in Europa, sull'invito a Israele come paese-ospite alla Fiera del Libro di Torino sono approdate anche sulla stampa statunitense: a farsene eco è il sito on-line Dissent, che pubblica una lunga intervista con il condirettore della rivista schierata su posizioni liberal, Mitchell Cohen.

Cohen ha difeso la scelta degli organizzatori, del resto imitata anche dalla Fiera del Libro di Parigi: "I legami di Israele con l'Europa sono profondi e importanti, è stato creato come risposta a secoli di persecuzione e merita solidarietà: il che non è la stessa cosa dell'appoggiare ogni politica dello Stato ebraico, così come simpatizzare con il dramma dei palestinesi non dovrebbe esser confuso con il giustificare qualsiasi atto compiuto da un palestinese".

"Non è solo Israele o l'Europa a guadagnarci se lo Stato ebraico verrà invitato come ospite d'onore a queste Fiere, ma anche il processo di pace in Medio Oriente: molti degli autori israeliani invitati sono pacifisti dichiarati e sostenitori di una riconciliazione con i palestinesi", continua Mitchell, che ricorda come per lo stesso motivo sia assurdo il boicottaggio di alcune università israeliane proposto in passato, proprio perché l'ambiente studentesco è il più sensibile al pacifismo.


28 febbraio 2008

In che modo l'Iran nasconde i suoi segreti nucleari all'AIEA - Le Figaro

  

Il direttore dell'agenzia dell’ONU, Mohammed ElBaradei, pubblica  la sua relazione, che è già contestata dai paesi occidentali.



Vienna
La sera cade su Teheran. Al termine di un nuovo giorno di ispezione durante l'inverno 2004-2005, il belga Chris Charlier, comodamente seduto su una poltrona del Grand Hotel, riferisce, divertito, un aneddoto sui sue schermaglie con le autorità. Un anno prima, il suo gruppo di ispettori dell'Agenzia internazionale dell'energia atomica (AIEA) faceva "forcing" per accedere alla località di Lavizan-Shian, un centro di ricerca situato nel vicino sobborgo sud orientale della capitale iraniana.

Invano. La località resta con le porte chiuse per due mesi. Quando viene dato loro il segnale verde, gli uomini di Charlier hanno la sorpresa della loro vita: "tutti gli edifici erano stati smontati, e la terra era stata rimessa (per 4 m di profondità)". Ma i segugi dell’ONU se ne intendono. I prelievi operati stesso al suolo scavato di fresco rivelano tracce di uranio molto arricchito (UHE), oltre il 20 %. Per l'AIEA è la prova che l’attività sia stata intensa, anche se il risultato della lavorazione delle centrifughe molto perfezionate, non si trova. Queste centrifughe che Teheran negò sempre di possedere fino a quando nel 2006 il presidente Mahmoud Ahmadinejad parlò della loro esistenza.

La disavventura di Lavizan-Shian non è l’unico caso. Nella primavera 2004, gli uomini di Charlier si interessano anche ad una località di stoccaggio situata nel sobborgo di Teheran, proprietà della Kalaye Electric Company. Davanti a questa vecchia fabbrica di orologi, batteranno il selciato per diversi mesi. Quando le porte del magazzino finiscono per aprirsi, anche là la sorpresa. "Tutto era stato rifatto a nuovo, confida Chris Charlier." Si sentiva anche la vernice fresca. È ovvio che avessero qualcosa da nascondere”.

Un programma parallelo
Le analisi effettuate dell'AIEA nel suo laboratorio protetto, il "clean lab" di Seibersdorf rivelano parzialmente i segreti di Lavizan e Kalaye: tracce di uranio molto arricchito fra il 36 e il 54%. Quando un tasso del 5% in gran parte basta ad alimentare come combustibile un reattore civile.

E’ passato molto tempo da queste scoperte, le relazioni parziali dell'AIEA si sono moltiplicate, alcune portando il suo gruppo di nuove scoperte intriganti e di frustrazioni, sempre in mancanza della prova inconfutabile di un programma nucleare militare.

E tuttavia, nel corso degli anni, tutti gli esperti e i diplomatici vicini all’inchiesta hanno acquisito "l'intima convinzione", secondo le parole di un alto rappresentante occidentale che ha sede a Teheran, che l'Iran vuole l'arma nucleare, e lavora in tal senso.

Un inizio di prova? Nel complesso del potere iraniano, la località famosa di Lavizan era la sede del centro di ricerca di fisica applicata, denominato PHRC. Ma questa PHRC dipendeva dal ministero della difesa, e non dall’Organizzazione iraniana dell’energia atomica (OIEA), come era logico immaginare. Come diavolo i soldati iraniani avrebbero potuto sottostare agli ordini della loro autorità nucleare?

È possibile che la comparsa degli ispettori dell'AIEA sulla scena, nel 2003, abbia per un certo periodo scompaginato le attività di questo programma nucleare parallelo. Ciò avrebbe permesso all'AIEA di mettere le mani, per combinazione, su piani compromettenti, relativi all'esistenza di un progetto misterioso: "Green Salt", condotto dalla PHRC e che raccolgono le diverse esperienze iniziate per produrre un'arma nucleare, dalla produzione del combustibile fino ai dispositivi di accensione, passando per la concezione delle semisfere di uranio metallico, che coprono l'ogiva propriamente detta. Era li il segreto di Kalaye e Lavizan? Il loro contenuto sfuggito ai nasi ed ai radar. Il loro destinazione, in barba agli ispettori dell'AIEA è scomparsa dagli schermi e finora resta sconosciuta.

Maurin Picard - Le Figaro - Traduzione Alberto/Hurricane

 


28 febbraio 2008

Italiani all’estero: terra senza legge?

 

Voto falsato: patronati che “indirizzano” il voto, quando non materialmente votano “a nome e per conto” del legittimo elettore. Schede per corrispondenza che spariscono, che non arrivano ai elettori mentre appaiono per magia nelle urne elettorali.

Scene da rabbrividire vengono filmate persino da telecamere.

Candidati che appartengono allá fascia “anni 20 a 40” nel senso dell’eta’ . Attenzione pero’: non stiamo parlando di persone tra 20 e 40 anni ma persone nate tra il 1920 e 1940, con l’impressionante eta’ media di 75 anni. Roba vecchia quasi di um secolo.

Fondi per corsi fantasma di formazione che o non vengono per niente svolti, o vengono svolti in maniera completamente differente da quanto previsto originariamente, con spese folli, ingiustificate , non rendicontate, senza regole. Regioni, province, comuni che spendono e spandono e nessuno sa dove finiscono i soldi.

Leggi ridicole che si richiamano a apostille e altri bizantinismi medievali per descrivere la burocrazia cui si devono assogettare i cittadini italiani all’estero per vedersi riconosciuti i diritti che in patria sono riconosciuti com uma semplice autocertificazione.

Consolati com file da incubo di migliaia di oriundi in cerca della sognata cittadinanza che, se tutto va bene, arriva (quando arriva) dopo 10 anni in media. Fondi per i consolati selvaggiamente tagliati quasi fosse uno sprecho curarsi degli italiani fuori la própria pátria.

Italiani che se per qualsiasi ragione finiscono in uma prigione estera sono abbandonati in luoghi da incubo dove il caldo, il sovraffollamento, lo schiavismo a cui si e’ sottoposti fa assomigliare il cárcere all’inferno.

Emigrati in condizioni di estrema indigenza costretti a camminare sotto lê piogge torrenziali sudamericane per non spendere i soldi per l’autobus e che non ricevono nemmeno um centésimo dall’Italia: illusi e presi in giro com proposte ridicole e mai realizzate di presunte pensioni a loro vantaggio.

Siamo nel Far West? No siamo nell’area degli italiani all’estero (specie in Sudamerica), terra senza legge dove i potenti fanno cio’ che vogliono e i deboli sono abbandonati a se stessi nelle favelas sudamericane.

E’ questa l’eredita’ che il passato governo há lasciato, e’ bene ricordarlo. Per onesta’ bisogna dire che non tutto cio’ e’ colpa di esso, molto e’ stato ereditato daí precedenti governi.

Tuttavia presentarsi come il nuovo, affermare che lê cose sono migliorate e che cambieranno e’ veramente voler prendere in giro questo itálico popolo all’estero, che assomiglia sempre piu’ a quel popolo del Far West dei film americani.

Ed infine al danno la beffa: tutti gli ex saranno ricandidati perche’ “o popolo o vvo’” come si dice a Napoli. Ma, diciamocelo francamente, chi li vuole questi, responsabili di tante delle disgrazie elencate?

Ma veramente pensano che siamo terra senza legge?

maxbono


28 febbraio 2008

Amman potrebbe unirsi al boicottaggio contro il vertice di Damasco

 L’ipotesi emersa dopo un incontro del re di Giordania con quello saudita. La minaccia mira a spingere la Siria a rendere possibile l’elezione del presidente libanese.

Beirut (AsiaNews) – La Giordania potrebbe unirsi al gruppo dei Paesi arabi che minaccia di boicottare il vertice della Lega araba in programma a Damasco per la fine di marzo, per premere sulla Siria, perché consenta l’elezione del presidente libanese.
 
Fonti ufficiali di Amman hanno infatti reso noto che re Abdullah II di Giordania ha avuto un colloqui con il re saudita Abdullah evente ad oggetto proprio la situazione del Paese dei cedri. Incontrandosi a Riyadh (nella foto), i due monarchi hanno dichiarato di essere d’accordo “sull’importanza che il popolo libanese elegga un presidente consensuale e che abbia successo il piano della Lega araba per rislvere la crisi”.
 
Al di là del linguaggio diplomatico, l’incontro appare legato all’iniziativa saudita per fare pressioni su Damasco, in vista del vertice del 29 e 30 marzo. In quella sede, a quanto si pensa, la Siria cercherà di ottenere che i Paesi arabi pongano la restituzine delle Alture del Golan, conquistate da Israele nella guerra del 1967, tra le condizioni per una pace con lo Stato ebraico. La minaccia di boicottaggio ha quindi un obiettivo al quale la Siria è molto sensibile, oltre a rappresentare un grave smacco sul piano internazionale ed approfondire l’isolamente del regine di Bashar al Assad. Dal quale si vuole che dica ai suoi alleati libanesi – in primo luogo Hezbollah – di accettare senza riserve il piano della Lega araba e permettere quindi l’elezione del presidente.
 
La minaccia saudita – che in un’ipotesi “conciliatoria” potrebbe concretizzarsi nell’invio di delegazioni di basso livello – ha visto l’adesione di alcuni Paesi del Golfo e probabilmente dell’Egitto, ossia dei principali esponenti della Lega araba. (PD)


28 febbraio 2008

La Knesset approva un disegno di legge per aiutare la popolazione di Sderot -Con dettagli per i contatti

 


La Knesset ha adottato in lettura preliminare una proposta di legge del deputato del Likud Silvan Shalom, per incentivare gli aiuti dello Stato d'Israele agli abitanti di Sderot e delle località limitrofe della Striscia di Gaza.

 

Cosa ne pensate? Che cosa dovrebbe fare il governo d'Israele per gli abitanti di Sderot e del Negev? Che cosa ha fatto fino adesso?

 

I riferimenti per poter esprimere la vostra opinione sono i seguenti:

Per contattare Israelinfos.net(si prega di scrivere in francese o in ebraico):

jb@israelinfos.net

 

Per contattare direttamente Silvan Shalom (le lingue in cui può essere contattato sono le seguenti: inglese,francese,ebraico ed arabo) si può inviare un'email all'indirizzo: sshalom@knesset.gov.il (nelle lingue indicate)

 

Per ovvie ragioni al telefono(anche l'email ed il fax viene ricevuto e letto da un'assistente, soltanto che successivamente lo consegna al parlamentare in questione) risponde una segretaria/assistente, per cui le lingue sopraindicate non sono valide, per telefonare ad un membro della Knesset occorre conoscere l'inglese o l'ebraico(che sono le lingue che parlano tutti gli assistenti dei parlamentari alla Knesset).

Per vedere la pagina della Knesset dedicata a Silvan Shalom: http://www.knesset.gov.il/mk/eng/mk_eng.asp?mk_individual_id_t=122

Ricevo da Israelinfos ( http://www.israelinfos.net )

Traduzione dal francese di Davide Santoro –Redattore di Ebraismo e Dintorni ( http://www.ebraismoedintorni.it )e membro dell'associazione romana Amici d'Israele


28 febbraio 2008

I terrorizzati bambini di Sderot di cui non importa a nessuno

 

 

28/02/2008 Quattro granate di mortaio palestinesi lanciate mercoledì sera dalla striscia di Gaza su Israele si sono abbattute presso il kibbutz Nahal Oz.

28/02/2008 Una cinquantina i missili Qassam palestinesi lanciati mercoledì dalla striscia di Gaza su Israele: un israeliano ucciso, diversi feriti, ingenti danni. Rivendicazione delle Brigate Ezzedin-el-Kassam, braccio armato di Hamas.

28/02/2008 Roni Yihia, 47 anni, padre di 4 bambini, originario di Bitkha vicino a Ofakim, è morto in seguito alle gravissime ferite riportate per un Qassam palestinese che si è abbattuto mercoledì sul college accademico Sapir.

28/02/2008 Per la prima volta dopo la guerra dei sei giorni del 1967 Gerico (Cisgiordania) è collegata da lunedì alla rete elettrica giordana. Il ministro giordano dell'informazione Nasser Jouda ha precisato che la misura non ha valenza politica e serve solo "ad aiutare i palestinesi a fare fronte ai loro consumi elettrici".

28/02/2008 La Corte d'Appello di Parigi ha analizzato a lungo mercoledì il servizio tv realizzato nel 2000 dal giornalista di France 2 Charles Enderlin sulla morte del piccolo Mohammad Al-Dura, per determinare se fosse in qualche modo truccato come accusa Philippe Karsenty, direttore dell'agenzia Media-Rating.

28/02/2008 Il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha detto che l'Egitto non viola il Trattato di pace firmato con Israele rafforzando le sue truppe lungo l'asse Philadelfia (al confine con la striscia di Gaza). Olmert ha precisato che l'obiettivo è "chiudere ermeticamente la frontiera al traffico di armi".

28/02/2008 Incursione aerea israeliana mercoledì pomeriggio contro un gruppo di terroristi che lanciavano Qassam dalla città di Bet Hanoun, nel nord della striscia di Gaza.

28/02/2008 Omri Sharon, figlio dell'ex primo ministro israeliano, si è puntualmente presentato mercoledì alle 10.00 al tribunale di zona di Tel Aviv per scontare la pena a 7 mesi di reclusione in quanto riconosciuto colpevole di finanziamento illegale del partito Likud. Prima di presentarsi, ha accompagnato le figlie a scuola e ha reso visita un'ultima volta al padre in coma. Omri divide una cella con cinque altri detenuti.

28/02/2008 I cinque terroristi Hamas uccisi mercoledì mattina in un'incursione aerea israeliana sulla striscia di Gaza stavano preparando un attentato di grande portata. I cinque, colpiti mentre si spostavano armati su una vettura per il trasporto scolastico, erano stati recentemente fuori dalla striscia di Gaza ed erano anche attivamente implicati nei lanci di missili Qassam su Israele.

28/02/2008 Il presidente sudanese, Omar El-Beshir, invita tutti i musulmani del mondo a boicottare la Danimarca a causa della pubblicazione di una caricatura del profeta Maometto sulla stampa danese.
28/02/2008 Nuovo calo del tasso di disoccupazione in Israele: nel quarto trimestre del 2007 risultava disoccupato il 6,7% della popolazione attiva, contro il 7,2% del trimestre precedente. Il dato avvicina Israele al concetto di piena occupazione.

28/02/2008 Eurovision: la canzone "Keilu Kan" di Boaz Mauda rappresenterà Israele al festival internazionale. Le parole sono state scritte da Dana International e Shai Keren.

28/02/2008 Due terroristi delle Brigate Al Aqsa (Fatah) sono stati seriamente feriti in uno scontro a fuoco mercoledì con una unità speciale delle Forze di Difesa israeliane a Nablus (Cisgiordania): i due farebbero parte dell'elenco dei palestinesi amnistiati da Israele. Arrestati altri tre terroristi che preparavano un attentato suicida nel centro di Israele.

28/02/2008 In un'intervista al giornale Al Hayyat, il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha accusato Hamas d'avere introdotto Al-Qaeda nella striscia di Gaza. Secondo Abu Mazen, Hamas e Al-Qaeda hanno stretto un'alleanza.

28/02/2008 Senza una massiccia presenza delle Forze di Difesa israeliane in Cisgiordania, Hamas prenderebbe il controllo della regione in pochi giorni. Lo ha detto il generale Gadi Shamni, comandante israeliano della regione militare centrale.

28/02/2008 L'Egitto ha rilasciato un secondo gruppo di 25 terroristi Hamas fermati il mese scorso dopo che avevano superato la frontiera a Rafah. Una parte di loro era stata sorpresa con ordigni esplosivi con cui intendevano realizzare attentati in Egitto e in Israele.

28/02/2008 Un giudice iraniano si è rifiutato di arbitrare una gara di judo ad Amburgo perché uno dei suoi colleghi nella giuria era israeliano. Dopo essere stato minacciato d'espulsione dal campionato, ha ripreso il suo posto.

28/02/2008 Fu causato da una grave défaillance tecnica estremamente rara nel sistema di puntamento dell'artiglieria il colpo che causò la morte di 21 palestinesi nel novembre 2006 a Beit Hanoun. Lo ha stabilito il procuratore militare generale Avihai Mandelblitt dopo accurate indagini.

28/02/2008 Ancora grave il bambino di 10 anni ferito da un Qassam lunedì a Sderot: dovrà subire un nuovo intervento chirurgico alla spalla.


28 febbraio 2008

Non è blasfemo e offensivo per l'Islam paragonare Hanyieh a Maometto

 



 ''Non ho la minima intenzione di chiedere scusa. Quelli non avevano alcun diritto di processarmi''. Dopo il vignettista danese accusato di oltraggio al profetta Maometto, tocca ad un caricaturista palestinese finire nel mirino di Hamas con l'accusa di offesa all'islam. Baha Boukhari, 64 anni di Ramallah, è stato condannato a sei mesi di carcere da un tribunale di Gaza (legato al movimento integralista islamico) per aver pubblicato un disegno ironico nei confronti dell'ex premier Ismail Haniyeh.

''Non ho la minima intenzione di chiedere scusa. Quelli non avevano alcun diritto di processarmi''. Dopo il vignettista danese accusato di oltraggio al profetta Maometto, tocca ad un caricaturista palestinese finire nel mirino di Hamas con l'accusa di offesa all'islam. Baha Boukhari, 64 anni di Ramallah, è stato condannato a sei mesi di carcere da un tribunale di Gaza (legato al movimento integralista islamico) per aver pubblicato un disegno ironico nei confronti dell'ex premier Ismail Haniyeh.

Raggiunto telefonicamente dall'ANSA nella sua abitazione in Cisgiordania passa anzi al contrattacco e accusa a sua volta i dirigenti di Hamas di ''tenere in ostaggio'' Gaza, e anche la causa nazionale palestinese. Si tratta di una vicenda dagli aspetti grotteschi che potrebbe anche essere giudicata con sufficienza se nelle ultime settimane gli 'agit-prop' di Hamas a Gaza non avessero alzato anche loro i toni contro il vignettista danese autore di una caricatura di Maometto giudicata nel mondo arabo lesiva dell'Islam.

Nelle ultime settimane Hamas ha organizzato manifestazioni di protesta e bandiere danesi sono state date alle fiamme.

In questo clima arroventato una corte di Gaza ha esaminato anche una vignetta di Boukhari, apparsa a novembre sul quotidiano palestinese ''al-Ayam'' (che si pubblica a Ramallah, spesso espressione dell'Anp), che mostrava Haniyeh di fronte a un parlamento dove tutti i deputati avevano il suo medesimo volto.

La vignetta era titolata: 'Gli illegittimi'. Da Gaza Boukhari è stato informato, sia pure non ufficialmente, che la corte ha ravvisato nel disegno elementi anti-islamici: perché i deputati avevano la barba e perché forse avevano sembianze scimmiesche. La sentenza ha voluto essere esemplare: sei mesi di carcere per Boukhari e per il direttore del suo giornale Akram Haniyeh (che risiedono a Ramallah e non sono dunque alla portata immediata della 'Forza esecutiva' di Hamas); nonché una multa pecuniaria per entrambi, nonché il divieto della distribuzione di ''al-Ayam'' a Gaza. Tutto ciò finché il giornale non si scuserà, con un testo graficamente analogo a quello della caricatura incriminata.

''La situazione che si è creata a Gaza - dice Boukhari - è di totale illegalità, quella corte non aveva alcun diritto di processarmi. Il loro comportamento è estraneo a quello del popolo palestinese. Noi siamo un popolo tollerante verso le altre religioni, cristiani, ebrei. Il nostro obiettivo è la fine della occupazione israeliana e la costituzione di uno Stato palestinese. Hamas punta invece ad uno Stato islamico''.

Da dieci anni Boukhari pubblica una caricatura quotidiana sul suo giornale: ha preso di mira non solo la occupazione militare israeliana, ma anche le mancanze dimostrate dai responsabili palestinesi. Nella sua penna al vetriolo sono finiti pure il premier Salam Fayad e (ma solo quando ancora era ancora influente), il controverso capo della polizia palaestinese a Gaza, generale Ghazi Jebali. In risposta ad una domanda, afferma di non temere per la propria incolumià. A Ramallah, nota, le simpatie verso Hamas sono peraltro molto calate dopo il putsch del giugno scorso a Gaza. In città comunque lo sdegno per la sua condanna è tangibile: domani giornalisti e scrittori palestinesi scenderanno in piazza per dimostrare solidarietà ad ''al-Ayam'' e al suo vignettista satirico.


Da Agenzia Radicale esperimento


28 febbraio 2008

Fatah non fece nulla per fermare il golpe di Hamas

 

Il Presidente palestinese Abu Mazen e i responsabili per la sicurezza sapevano del progetto di Hamas di assumere il controllo della Striscia di Gaza, ma non mobilitarono le forze armate per far fallire il piano. E' questa la conclusione di un'indagine ordinata dalla stesso Presidente palestinese, che però non mette sotto accusa Abu Mazen, il suo consigliere per la sicurezza Mohammed Dahlan nè altri leader politici, ma raccomanda di portare davanti alla giustizia militare 74 ufficiali, perlopiù di medio livello, e di degradarne altri 23.

Le conclusioni del rapporto sono state anticipate da alcuni funzionari palestonesi. Il presidente del comitato di inchiesta, Tayeb Abdel Rahim, stretto collaboratore di Abu Mazen, non ha voluto commentare.

Hamas ha conquistato il controllo di Gaza nel giugno 2007, dopo mesi di scontri con i fedelissimi di Abu Mazen del partito Fatah. In quel periodo, si legge nel rapporto, "i leader di Gaza avevano indicazioni e prove del fatto che Hamas stesse orchestrando la presa del potere. Il Presidente aveva informazioni dettagliate a riguardo". L'indagine evidenzia quindi la scarsa preparazione delle forze di sicurezza di Fatah a Gaza e l'assenza di una leadership, sottolineando che solo 2.000 dei 50.000 uomini armati del Presidente si confrontarono con i 20.000 miliziani di Hamas nelle ultime fasi dello scontro.

Nel rapporto si evidenzia inoltre che nel febbraio 2007 Dahlan, l'uomo forte di Fatah a Gaza, aveva ricevuto 25 milioni di dollari per rafforzare le truppe fedeli ad Abu Mazen. Dahlan ha speso almeno 20 milioni e di alcune spese dovrebbe essere chiamato a rispondere, si legge nelle conclusioni dell'inchiesta. Lo stesso Dahlan non era a Gaza durante le ultime fasi degli scontri tra Fatah e Hamas, perchè ricoverato all'estero per cure mediche. Venerdì scorso, il responsabile della sicurezza ha difeso le truppe di Fatah, ricordando che non venivano pagate da mesi e che uscivano da anni di combattimento con Israele. "Hamas ha combattuto con violenza per prendere il controllo di Gaza, mentre noi non eravamo pronti a questo", ha sottolineato. Inoltre, le truppe di Fatah avevano ricevuto solo l'ordine di difendere le loro postazione e non di lanciare attacchi.

Da
Ap


28 febbraio 2008

L’Arcivescovo di Algeri: Stiamo lottando per sopravvivere

 

Una manifestazione anticristiana a El Cairo

Un prete condannato a un anno di carcere per proselitismo. Decine e decine di visti rifiutati ad alti responsabili religiosi. E l’invito, formulato nel maggio 2007, a lasciare il paese a causa delle minacce di Al Qaeda. Dall’Algeria giungono pessime notizie per la Chiesa cattolica. A tenere banco in queste ultime ore è la condanna formulata dal tribunale di Maghnia (al confine con il Marocco) contro Pierre Wallez, prete cattolico francese accusato di aver presieduto una messa in una bidonville della città algerina per dei migranti subsahariani. Una legge approvata il 28 febbraio 2006, e giustificata con non meglio precisate “ragioni di sicurezza”, vieta infatti le riunioni religiose non musulmune in luoghi di culto non ufficiali.

Questa volta, però, la pazienza di Monsignor Teissier ha superato il limite. Profondamente rattristato, l’Arcivescovo di Algeri sostiene che “il nostro prete non ha mai ufficiato una messa, si è trattato di una visita di un cristiano ad altri cristiani”. In Algeria da ormai sessant’anni, Monsignor Tessier, figura storica della Chiesa cattolica nel Maghreb, è convinto che “questo episodio di condanna segna un passo ulteriore della minaccia che incombe sulla piccola comunità cattolica presente in Algeria”.

Perché tanta paura dei cristiani?
Noi cattolici stiamo subendo le conseguenze della lotta che le autorità algerine hanno deciso di ingaggiare contro
i gruppi evangelisti, che sono finanziati dagli americani e composti da fedeli di origine musulmana che provengono dalla Kabilia, una regione tradizionalmente critica nei confronti del regime algerino. È un fenomeno assolutamente inedito che mette a rischio il rapporto di fiducia che noi cattolici abbiamo costruito con i musulmani negli ultimi decenni.

Eppure non tutti in Algeria distinguono tra varie confessioni cristiane. Non vede il rischio di una guerra di religione tra cristianità e Islam?
La legge del febbraio 2006 è stata adottata per combattere questi evangelisti, ma, è vero, ormai molti algerini non fanno più la differenza tra noi e loro. Al contrario dei cristiani evangelici, noi cattolici non ci presentiamo mai in una logica di scontro, ma di confronto. È quindi mio dovere riaffermare la nostra convinzione di voler perseguire con i musulmani un rapporto di dialogo e rispetto reciproco

C’è il rischio che la comunità cattolica scompaia dall’Algeria?
Spero di no, ma i segnali sono negativi. Subiamo pressioni che non hanno riscontro nella storia di questo Paese. Vede, dall’indipendenza dell’Algeria nel 1962, i cristiani hanno sempre rappresentato una comunità numericamente insignificante. Siamo rimasti qualche migliaio. La guerra civile degli anni ‘90 è stata poi molto pesante –
basti ricordare la tragedia di Tibhirine – ma siamo sempre riusciti a dimostrare la nostra vicinanza al popolo algerino. Oggi invece ci si invita a lasciare il territorio con il pretesto che la nostra sicurezza non è più garantita. A questo si aggiungono i visti negati ai superiori delle varie congregazioni cattoliche e molti cattolici vivono sparsi tra le città, le campagne e addirittura le oasi. Siamo esposti a un isolamento che giudico molto pericoloso.

joshua.massarenti


28 febbraio 2008

Pakistan: il rebus dei militari

 



Le elezioni pachistane hanno messo in ombra le decisioni del nuovo capo di stato maggiore, generale Kayani. Nominato da Musharaff in dicembre, ha subito ordinato ai militari di lasciare le cariche di governo che occupavano. Ha dato vietato loro di accettare richieste d’intervenire nel processo elettorale e ha fatto sapere che le forze armate si libereranno presto di alcune attività economiche da loro controllate. In un paese governato dai militari per oltre metà della sua storia, in un momento politico difficile per motivi interni e internazionali, questi segnali annunciano un nuovo ruolo delle forze armate del Pakistan?.

I militari sono stati una forza decisiva dal 1947, anno della partizione dell’impero britannico nel subcontinente indiano. Il Pakistan ha combattuto con l’India tre guerre, perdendo gran parte del territorio nel 1971 quando nacque il Bangladesh. Non esiste ancora un trattato di pace lungo la linea che divide e insanguina il Kashmir, e dai primi Anni 80 il governo di Islamabad è direttamente coinvolto in una scontro politico e militare nel teatro afghano. Nel sud ovest del paese la minoranza dei baluci non ha mai accettato la posizione dominante delle etnie punjabi e sindi. In questo contesto il ruolo dei militari non era certo secondario. Pochi paesi hanno dovuto essere costruiti dalle fondamenta come il Pakistan. Per capire il posto dei militari nella gerarchia del potere, è importante non dimenticare che negli Anni 90 con i primi ministri civili Benazir Bhutto e Nawaz Sharif il Pakistan s’impegnò nell’avventura dei taleban e di Al Qaeda. Sempre in quegli anni sviluppò il potenziale atomico fino alla costruzione della bomba. Sono stati i militari a gestire programmi e scelte politiche. L’idea dell’India come nemico continua a essere presente anche sul fronte afghano. I taleban sono probabilmente nati anche con l’appoggio dei servizi segreti pachistani, ma è altrettanto vero che hanno una precisa funzione anti-indiana in Afghanistan, dove l’influenza di New Delhi si esercita da lunga data. Questo spiega perché molti hanno spesso criticato la politica di Musharaff verso gli studenti islamici e perché tale politica non potesse essere diversa. Spiega anche perché Islamabad voglia recuperare una parte dei taleban per risolvere la crisi a Kabul.

In un paese che di fatto ha dovuto essere difeso militarmente ancora prima di esistere, e dove l’idea del nemico indiano è sempre viva nell’immaginazione popolare, il ruolo delle forze armate ha messo radici assai profonde. Il nuovo governo che verrà creato dopo le elezioni del 18 febbraio deve risolvere, tra gli altri compiti urgenti, il problema della sicurezza nazionale decidendo assieme ai militari, non in competizione con loro. Questa gestione comune fu di fatto impossibile negli Anni 90, quando il mondo intero si era quasi scordato del Pakistan e del suo legame con l’avventura dei taleban, ma non è meno complicata oggi quando una buona parte del mondo ritiene che anche la propria sicurezza sia legata agli avvenimenti in Waziristan e alle scelte di Islamabad sul fronte del terrorismo.

Il Pakistan s’avvia ad avere un governo di coalizione tra due partiti scelti dal popolo nelle elezioni. Il futuro del presidente Musharaff non è ancora chiaro. Ma non si può immaginare che per questi due fatti le forze armate pachistane perderanno il loro peso tradizionale nella gestione del Paese. Certo lo stile del nuovo capo di stato maggiore potrà continuare a essere diverso da quello del suo predecessore, e più in generale di tutti i suoi predecessori. Mi chiedo se la costruzione di un’architettura di sicurezza nel subcontinente indiano e nell’Asia meridionale non sia un problema da affrontare assieme ai paesi occidentali, dopo aver raggiunto un’intesa comune, nuova, tra politici e militari a Islamabad.

Giandomenico Picco


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