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31 dicembre 2008

Ignorare gli attacchi per attaccare chi cerca di difendersi

  (grazie alla segnalazione di Marsspirit)

Media Bias : Dry Bones cartoon.
(Nella prima: "E' ridicolo, entriamo nei carri armati e rispondiamo al fuoco!" "Non abbiamo il permesso di entrare nei carri, possiamo solo guardarli"

Nella seconda: "E Israele risponde a Gaza" "Risponde?" "Le reti non prestano mai attenzione ai premiliminari di queste battaglie" "E' noioso, non vale la pena metterlo tra le notizie" "Sono soltanto tanti israeliani che vengono bombardati, ammazzati, terrorizzati" "oh")




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31 dicembre 2008

Peres: “Nessuna guerra più illogica di questa scatenata da Hamas”

 Domenica mattina il presidente d’Israele Shimon Peres ha parlato ai mass-media della controffensiva anti-Hamas israeliana in corso nella striscia di Gaza e dei continui lanci di missili e razzi palestinesi sulla popolazione civile israeliana nel sud del paese.
“In tutta la storia d’Israele – ha detto Peres – non ricordo una guerra così stupida e illogica come questa scatenata da Hamas. È una guerra folle, scatenata da gente che non è nemmeno in grado di spiegare il motivo o lo scopo per cui ci spara addosso. Siamo di fronte alla guerra più irrazionale di tutte, scatenata dai combattenti più irrazionali.
La vicenda è semplice. Israele se n’è andato completamente dalla striscia di Gaza [nel 2005], per propria libera volontà e a caro prezzo. A Gaza non c’è più un singolo civile né un singolo militare israeliano, tutti i nostri insediamenti sono stati sgomberati, il che ha comportato un costo molto alto: fu necessario mobilitare 45.000 agenti di sicurezza per portar via da là i nostri concittadini, e spendemmo 2,5 miliardi di dollari. I valichi di frontiera vennero aperti, e a Gaza vennero fatto affluire fiumi di denaro. Proponemmo aiuti di ogni tipo: economici, medici eccetera. Fummo molto attenti a non mettere in difficoltà la vita della gente di Gaza.
A tutt’oggi non ho ancora sentito una sola persona in grado di spiegarci in modo ragionevole perché mai da Gaza continuano a sparare missili contro Israele. Cosa vogliono ottenere? Cosa si aspettano, che noi non rispondiamo?
Devo dire che il fatto veramente eccezionale, riguardo a Israele, è l’autocontrollo del suo esercito e l’unità della sua popolazione. Le forze armate hanno pazientato e pazientato ancora. I palestinesi chiesero un cessate-il-fuoco e noi accettammo. Poi loro stessi lo hanno infranto, e di nuovo nessuno ha potuto capire perché. Finché si è arrivati a un punto in cui non avevamo più altra scelta se non reagire per cercare di porre fine a tutto questo.
L’operazione è stata attentamente studiata e le forze armate si sono fedelmente attenute ai loro principi, vale a dire: essere precise nel mirare agli obiettivi militari e attente a non colpire i civili. Ma si trovano di fronte a un dilemma, perché molti arsenali di Hamas sono stoccati dentro case private. Abbiamo persino contattato i proprietari di quelle case, la gente che vi abita, per dire loro di disfarsi di quelle armi, di allontanarsi in tempo.
Non è possibile vivere sotto i missili e le bombe: è nostro dovere preciso agire contro l’origine e la fonte di quei bombardamenti.
Israele non ha mire su Gaza. Ce ne siamo andati per nostra libera scelta e non ci è mai venuto in mente di tornarci dentro: è storia passata. Ma non possiamo permettere che Gaza diventi una base di minaccia permanente per l’uccisione di bambini e di gente innocente in Israele, e per chissà quale motivo.
Noi non proviamo alcun odio per la gente di Gaza. La loro sofferenza non ci dà nessuna soddisfazione. Al contrario, sappiamo che quanto migliore sarà la loro situazione, tanto migliori saranno i rapporti coi nostri vicini.
Hamas invoca l’aiuto del mondo arabo, ma la verità è che il mondo arabo deve chiedere conto a Hamas: se Hamas la smetterà, non vi sarà alcun bisogno di aiuto. Tutto può tornare alla normalità: valichi aperti, libertà economica, nessuna interferenza israeliana nelle vicissitudini di Gaza.
Come nazione, siamo uniti e diamo pieno sostegno alle nostre forze armate, al modo in cui stanno agendo, alla loro moderazione, al loro discernimento e senso di responsabilità.
Il vero vincitore deve essere la ragionevolezza,e la ragionevolezza conduce alla pace. Siamo estremamente determinati. Molti nostri bambini sono di nuovo nei rifugi. Noi vogliamo che loro e i bambini di Gaza possano vivere di nuovo liberamente all’aria aperta. Nessuno di noi desidera la guerra, ma in cima alle nostre priorità c'è la sicurezza per i nostri figli.
Così stanno le cose – ha concluso Peres – e tutti cloro che ci chiedono di smettere di sparare devono rivolgersi altrove. Che si rivolgano a Hamas e chiedano a Hamas di cessare il fuoco: solo così non vi saranno più scontri”.

(Da: imra.org.il)

Nella foto in alto: pazienti israeliani e loro famigliari nel rifugio di un ospedale di Ashkelon durante i lanci di missili palestinesi dalla striscia di Gaza.


31 dicembre 2008

Gli israeliani sfoderano l’ultima arma: un colpo di telefono prima delle bombe

 

Squilla il telefono e dall’altra parte della cornetta parte una voce registrata. Non si tratta di un messaggio promozionale per la vendita di un set di pentole o di un corso accelerato sui computer. La voce, in arabo perfetto, manda un avvertimento: «Se nascondi armi o terroristi diventerai un obiettivo dell’aviazione israeliana». In qualche caso però l’avviso è ancora più inquietante: «Lascia subito il tuo appartamento perché presto verrà bombardato».

In qualsiasi parte del mondo sarebbe uno scherzo di cattivo gusto, ma nella Striscia di Gaza è diventata l’ultima arma della propaganda psicologica degli israeliani. I portavoce militari dello Stato ebraico si trincerano dietro un secco «no comment», ma i palestinesi della Striscia stanno ricevendo una valanga di telefonate di questo tenore. A rivelarlo è il Times di Londra, che racconta della chiamata arrivata a Mohammed, un ingegnere informatico di 26 anni. Il giovane palestinese vive barricato in casa assieme alla famiglia. Ad un certo punto squilla il telefono ed una voce lo informa che se nasconde armi queste devono «venir rimosse al più presto» altrimenti diventerà «un obiettivo dell’aviazione israeliana». Stesso discorso, spiega il messaggio, se concederà rifugio ai miliziani di Hamas.

Lo stesso Times rivela la storia di una famiglia palestinese che in questi giorni di attacchi aerei ha ricevuto per telefono l’invito a lasciare la sua casa: «State per essere bombardati, abbandonate subito l’appartamento», ripete la solita voce registrata. I componenti della famiglia in questione, temendo di venir scambiati per collaboratori degli israeliani sono scappati senza avvisare i vicini. Il quartiere è stato effettivamente bombardato e la storia della telefonata è trapelata. Ora i vicini sono inferociti per non essere stati avvisati del pericolo.

«Questa è guerra psicologica. Non sappiamo mai con certezza se le telefonate sono sincere, se ci bombarderanno oppure no. Siamo terrorizzati», ha spiegato al quotidiano britannico Linda al Ghais, una biologa e madre di tre figli che vive a Gaza.

La psicosi delle chiamate è ormai tale, che la compagnia telefonica palestinese sta passando alla controffensiva. Altrettanti messaggi registrati invitano gli utenti «a non dare ascolto alla propaganda sionista». Altri abitanti della Striscia assediata hanno raccontato di aver ricevuto telefonate in cui si offriva un premio in denaro per informazioni su Ghilad Shalit, il soldato israeliano ostaggio di Hamas. Secondo il quotidiano palestinese al Quds al Arabi la solita voce metallica promette «un milione di Sheqel (circa 200mila euro, nda) a chiunque fornisca notizie utili sul nascondiglio di Shalit». L’intelligence israeliana è riuscita anche ad interferire nelle trasmissioni della stazione radio al Quds. Un’emittente pro Hamas molto seguita nella Striscia di Gaza. Gli israeliani, del resto sfruttano al meglio una delle armi della guerra moderna, la propaganda psicologica per via tecnologica. Combattuta da vagoni volanti, come il “Commando Solo” (EC130E), un aereo americano imbottito di computer che si inserisce su qualsiasi canale di comunicazione, compresi i telefoni, le radio e le televisioni dei regimi ostili. Nel 1994 ad Haiti i generali locali, asserragliati nei bunker, si arresero dopo aver ricevuto sui loro computer messaggi di posta elettronica dagli esperti americani di guerra psicologica. In Bosnia gli specialisti del Commando Solo hanno «colpito» con spot radiofonici e televisivi il pubblico serbo. In Irak, fino all’invasione del 2003, i comandanti della Guardia repubblicana ricevevano finte telefonate di Saddam Hussein.

Fausto Biloslavo


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31 dicembre 2008

Iran: partito conservatore arruola volontari contro Israele

 



Khamenei: "martire" chi muore difendendo
i palestinesi di Gaza

La Società del Clero Combattente, partito conservatore iraniano, ha annunciato di voler arruolare dei volontari per combattere contro Israele, dopo l'offensiva scatenata dallo Stato ebraico contro Hamas e che in tre giorni ha provocato oltre 300 morti nella Striscia di Gaza.

Sul suo sito internet il partito offre ai volontari tre possibilità: dare il proprio contributo militarmente, finanziariamente o semplicemente con la propaganda.

La decisione di dare il via alla campagna di arruolamenti è venuta dopo il decreto religioso della guida spirituale dell'Iran, l'ayatollah Ali Khamenei, che ha dichiarato "martire" chiunque perda la vita nella difesa dei palestinesi di Gaza.

Apcom





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31 dicembre 2008

Sconcertanti lezioni di sensibilità ...

 



L'uomo, che ha la targhetta con scritto: Betlemme - Unione per le libertà civili, dice a Maria: "Scusatemi, ma credo che stiate tenendo un simbolo religioso in un'immagine pubblica"

Vorrei che l’anno vecchio si portasse via notizie come questa: una centralinista della Florida licenziata perché rispondeva al telefono «buon Natale». Secondo l’abbecedario perbenista dei suoi padroni, avrebbe dovuto dire «buone vacanze» per non offendere i credenti non cristiani, i cristiani non credenti (la maggioranza) e gli atei di ogni ordine e grado.

Quel che mi ha sempre colpito nel «politicamente corretto» è il suo strabismo. Un datore di lavoro può essere così sensibile da preoccuparsi delle conseguenze che un «buon Natale» avrà sulle orecchie di un musulmano o di un ebreo. Ma lo stesso datore di lavoro sa essere abbastanza insensibile da cacciare sui due piedi un’impiegata alla vigilia di Natale (pardon, delle vacanze).

Ieri è stata una giornata tremenda. Dopo la storia della centralinista, mi hanno raccontato che le scuole inglesi hanno bandito le correzioni a matita rossa perché quel colore è «aggressivo» e «demotivante» per gli allievi. Ora, sono le stesse scuole che non fanno una piega se gli allievi, aggrediti e demotivati dalle matite rosse, utilizzano coltelli di qualsiasi colore per farsi rispettare dai bulli della baby gang avversa.

Nutro la pia speranza che il 2009, come tutti gli anni difficili, porti con sé un barlume di serietà. Che si torni a dare peso al contenuto e non al contenitore, alla sciabola e non al fodero, a ciò che sta in fondo al cuore e non sulla punta biforcuta della lingua.

Massimo Gramellini





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31 dicembre 2008

Medio Oriente: pensare male è peccato, ma ...

 

  

Sono anni che l'Iran di Ahmadinejad coltiva un sogno: conquistare la leadership nella regione, oggi mi sembra che ci siano tutte le condizioni per tentare di concretizzarlo, cosa c'è di meglio se non innescare e promuovere una "guerra santa" dei fratelli islamici contro l'odiata Israele?

E' un caso che Hamas - sostenuta militarmente ed economicamente dall'Iran di Ahmadinejad - abbia aspettato la fine della tregua con Israele per scatenare su Israele una pioggia di Qassam e granate, sapendo quale reazione avrebbe innescato?

E' un caso che l'Iran di Ahmadinejad si sia subito affrettato a mandare ad Hamas non solo aerei, ma combinazione una nave di aiuti umanitari, sapendo che per raggiungere i palestinesi essa dovrà necessariamente forzare il blocco israeliano?

E' un caso l'improvvisa chiusura di ogni trattativa tra Siria (amica di Ahmadinejad) ed Israele?

E' un caso la fatwa di Khamenei - leader supremo iraniano - alla guerra santa contro Israele?

E' un caso che Nasrallah (fantoccio di Ahmadinejad) abbia esortato Hezbollah a prepararsi alla guerra contro Israele?

E' un caso che ciò sia avvenuto proprio nel momento in cui gli Stati Uniti - unici  fschierati apertamente  a favore di Israele - stanno cambiando la presidenza e che l'uomo che deve sostituire Bush è un democratico che non sembra così favorevole alle azioni militari?

Le coincidenze sono tante, però molti dei fatti avvenuti sembrano studiati a tavolino dall'Iran per poter intervenire e scatenare una guerra nella regione Medio Orientale, una guerra da cui l'Iran di Ahmadinejad - se uscisse vittorioso - potrebbe ottenere quella leadership cui aspira da tempo.

Se così fosse, e vorrei tanto sbagliarmi - anche la guerra tra il Libano di Hezbollah (guarda caso anche allora c'era dietro la mano del regime di Teheran e della Siria) e Israele di un paio d'anni fa avrebbe un senso: rappresentava la prova generale del tragico spettacolo che ora il lucido e folle leader iraniano  ha messo in scena ora. Ma deve sbrigarsi, perchè ogni ora che passa Hamas perde armi e uomini ...

Hurricane 53




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31 dicembre 2008

Problema immigrazione: non si può continuare a navigare a vista ...

 



Le crisi mettono a nudo le debolezze strutturali di un sistema, le inefficienze e le contraddizioni delle strategie politiche adottate in tempi di relativa quiete, il carattere spesso poco meditato delle ricette ad hoc. Il trattamento dell’immigrazione non fa eccezione.

In Italia il decreto flussi per il 2009, pescando sulle domande dell’anno precedente, quindi su uno stock di lavoratori in gran parte già presenti, ha confermato il fatto che da noi si entra di straforo e poi, in qualche modo, si viene regolarizzati. Lo stesso decreto ha assegnato più del 70% dei permessi di soggiorno al lavoro domestico e di cura, evidenziando ancora una volta un carattere chiave del nostro modello di Welfare. Una serie di funzioni, in particolare la cura degli anziani e della prima infanzia, sono lasciate alle famiglie e a loro si preferisce dare un sostegno in denaro piuttosto che in servizi. È una scelta che può piacere sul piano dello stile di vita collettivo, ma che pone problemi specialmente oggi, quando i redditi delle famiglie si assottigliano e i trasferimenti certo non crescono. Ne risulta comunque che in Italia si utilizza molto più lavoro domestico che in altri Paesi europei. È una caratteristica che condividiamo con la Spagna. E non è la sola. Abbiamo in comune anche una realtà di flussi migratori molto consistenti, concentrati in tempi relativamente brevi. Questo fenomeno sta producendo in entrambi i Paesi, un tempo tolleranti, preoccupanti reazioni di rigetto. Oggi la crisi economica potrebbe acuire le tensioni interetniche già esistenti e fare emergere quelle latenti.

In Spagna la disoccupazione ha già ricondotto un’offerta di lavoro nazionale nell’agricoltura, causando competizioni e attriti con i lavoratori immigrati. Questi conflitti e la situazione di generale esubero di forza lavoro hanno indotto il governo spagnolo ad adottare una vecchia ricetta, che era già stata sperimentata in Germania e in Francia dopo lo choc dell’aumento del prezzo del petrolio e la successiva recessione del 1974: dare incentivi perché i lavoratori stranieri rientrino nella patria di origine. Si tratta di una misura poco sostenuta dall’esperienza, perché già in passato la strategia del rimpatrio remunerato si era dimostrata inefficace, e tale si sta rivelando anche oggi in Spagna. Questo tipo di intervento evidenzia una delle contraddizioni che hanno caratterizzato a partire dagli Anni 90 le politiche migratorie di molti Paesi europei, e che si sono riflesse nelle linee adottate dall’Unione Europea. Si sono accentuate le richieste di assimilazione culturale: il requisito di conoscere la lingua del Paese di immigrazione riguarda non solo chi vuole la cittadinanza o la carta di soggiorno, ma in certi casi anche il rinnovo del permesso o i coniugi che si ricongiungono. Agli immigrati si chiede di apprendere in tempi brevi la storia e la cultura del Paese di residenza, di abbandonare atteggiamenti di preminente lealtà nei confronti della patria di origine; in un test di integrazione si è arrivati perfino a pretendere che gli immigrati tifassero per le squadre di calcio locali.

Le richieste rivolte agli immigrati di rispettare i valori civili fondamentali dello Stato dove risiedono, di conoscere con il tempo la lingua del Paese di cui vogliono diventare cittadini sono più che sensate. Ma l’assimilazione all’istante, l’abbandono della cultura d’origine, l’espianto delle radici sono in contraddizione con la volontà di utilizzare la forza lavoro immigrata come esercito di riserva, un contingente che si può rispedire al mittente quando non serve. È una pretesa che precede la crisi attuale e che si è tradotta in misure tese a favorire un’immigrazione temporanea e a rotazione. Nel caso italiano, la richiesta di rapida assimilazione e di abbandono della cultura di origine stride poi notevolmente con l’intenzione e la convinzione che i discendenti degli italiani immigrati all’estero mantengano forti legami con la madre patria. Una presunzione che ha giustificato la trasmissione della nostra cittadinanza da parte di una singola persona di nazionalità italiana immigrata all’estero a nipoti e pronipoti. Questi italiani per diritto ereditario possono non conoscere la nostra lingua (come di fatto molto spesso accade) e non essere mai venuti in Italia. Ma gli stessi individui godono - come è noto - di una specifica rappresentanza parlamentare. Una rappresentanza che, in caso di maggioranze risicate, come nell’ultimo governo Prodi, può risultare determinante.

In una situazione di questo genere continuano a suscitare proteste le proposte, avanzate anche da sensati politici del centrodestra, come l’attuale presidente della Camera, di concedere il voto locale agli immigrati lungo-residenti e di facilitare l’acquisizione della cittadinanza da parte di bambini che hanno studiato in Italia. Purtroppo anche da noi sono presenti personaggi politici ai quali si potrebbe applicare la considerazione fatta dallo scrittore scozzese O’Hagan sulla New York Review of Books a proposito di politici nazionalisti suoi conterranei: «Non parlano in modo veritiero del passato, non hanno una visione del futuro, sono bloccati in un presente ignorante, alla ricerca di vantaggi immediati». Della disinvolta corsa al profitto politico, come di quella al profitto economico, entrambe condotte a opera di pochi, a pagare i conti sono e saranno in molti.

Gioanna Zincone




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31 dicembre 2008

Hamas ha voluto questa guerra per imporre la legge del jihad

 
Uomini di Hamas

Con Gaza insanguinata, quante possibilità vi sono di un accordo tra Siria e Gerusalemme sul Golan? E quante che Abu Mazen possa credibilmente prolungare il proprio mandato presidenziale che scade il 9 gennaio, in quanto leader de facto di tutti i palestinesi? Infine, quante possibilità ha ora Barack Obama di giocare carte nuove, di imporre una logica di svolta in Medio Oriente?

Le ovvie risposte negative a queste domande, spiegano perché Hamas abbia voluto imporre a Israele, quasi con pignoleria, l’obbligo di questa risposta ai suoi attacchi iniziati 45 giorni fa. Dal 6 novembre sorso a oggi, sono infatti più di 500 i razzi delle Brigate Ezzedin al Kassem tirati da Gaza contro le città israeliane di Ashkelon e Sderot.

Pioggia di morte iniziata dopo che il 5 novembre scorso, un’azione dell’esercito israeliano aveva bloccato la costruzione di un tunnel che doveva servire a replicare l’azione in cui nel 2006 era stato rapito il caporale Shalit (5 i miliziani di Hamas uccisi). Da allora, Hamas non si è limitata a sparare razzi: innanzitutto ha fatto saltare l’accordo di pacificazione con al Fatah di Abu Mazen – mediato dall’Egitto - che doveva porre fine alla guerra civile palestinese. Poi, ha vanificato tutti i tentativi di Israele di evitare una risposta armata, prolungando la tregua siglata il 19 giugno scorso.

Nonostante l’annuncio di Khaleed Meshal della fine definitiva della tregua, Israele ha atteso ancora, ma i 200 razzi caduti dal 19 dicembre a ieri sulle due città non hanno lasciato altro spazio se non ad una risposta inflessibile. Risposta che tutto il mondo sapeva inevitabile e che nessuno – per prima l’imbelle comunità europea guidata da Sarkozy - ha fatto nulla per evitare, offrendo a Israele una alternativa all’essere bersaglio della violenza di Hamas. Risposta condivisa invece dalla Casa Bianca, che si è limitata a chiedere che “si evitino vittime civili”, non criticando quella “sproporzione” nell’uso della forza che viene rimproverata a Israele da governi europei senza vergogna per la propria cinica impotenza.

Vittime civili, peraltro, scientificamente volute proprio da Hamas che –anche dopo il preavviso del raid da parte di Israele- ha usato come sempre donne e bambini come scudi umani a vile protezione dei propri leader, come Ahmed Jaabari, capo delle Brigate al Kassem, ucciso nel raid, assieme al capo della polizia di Gaza. Nel complesso, è facile vedere come quanto succede oggi a Gaza, sia perfettamente inserito nel disegno strategico delineato nei suoi deliranti auguri di Natale da Ahmed Ahmadinejad che Channel Four ha voluto far giungere al pubblico inglese.

Hamas, come Hezbollah, come l’Iran degli ayatollah (incluso il riformista Khatami, caldo sponsor di Hamas), come la Siria, rivendicano la “missione” di “eliminare Israele dalla faccia della terra”. Per farlo, devono convincere la umma musulmana che le armi sono l’unico mezzo e che i governi arabi che propugnano i vari “piani Fahad” sono imbelli traditori. Oggi a Gaza, domani in Libano.

Carlo Panella


31 dicembre 2008

Israele rischia a nome di tutto l'occidente

 

 Gaza non è un problema del solo Israele, Hamas padrona di Gaza è un pericolo per tutto il mondo, ma Israele è lasciato solo a contrastare il virus jihadista di Hamas. Non è la prima volta, non sarà l'ultima che gli ebrei sono lasciati solo a contrastare un insorgenza nazista. E' già successo a Varsavia; già nel 1948 e nel 1956 e nel 1967. Pure, basta leggere la stampa araba, per capire che Hamas a Gaza è una minaccia jihadista mortale per tutti i paesi arabi. Basta guardare la ferocia con cui la guardia di frontiera egiziana tiene alla larga il palestinesi che vorrebbero lasciare Gaza, per capire che Hosni Mubarak –e con lui re Abdullah dell'Arabia Saudita- sono ben contenti che Israele –al solito- faccia quel "lavoro sporco" che loro per imbelle ignavia non sanno fare: contrastare e combattere l'Internazionale del jihad sta che ha nell'Iran il suo caposaldo e in Hamas a Gaza la sua testa di ponte sul Mediterraneo. Solo la congenita viltà dell'Europa unita, può fingere che Gaza sia problema degli ebrei di Israele e non della sua stessa sicurezza, può far fingere di non vedere che Hamas è parte della strategia dell'atomica iraniana. Solo una diplomazia mondiale ormai indefinibile, alla pari con l'intellighenzjia progressista più sterile della storia, può pensare che sia ancora possibile, a Gaza, lo schema "pace in cambio di territori". Hamas incarna la negazione assoluta di quella prospettiva, e l'ha dimostrato ad un mondo che non vuole prenderne atto, perché allora dovrebbe agire e reagire. Hamas ha avuto il territorio di Gaza e l'ha usato non per implementare una trattativa che l'avrebbe vista trionfante nel 2006, ma per spiegare a tutto il mondo che la sua strategia è il jihad, versione Ahmadinejiad e il suo fine ultimo è la distruzione di Israele, nel nome di un "Uomo nuovo islamico", che mette i brividi, lo stesso che condanna a morte le bimbe che vanno a scuola a Kabul. Hamas ha sempre rifiutato di riconoscere il diritto a esistere di Israele e ha estirpato da Gaza tutti i palestinesi che intendevano perseguire la politica di "pace contro territori". Dal giugno del 2007. dalle stragi di palestinesi compiute da palestinesi, dal "golpe di Hamas" denunciato da Abu Mazen, tutto il mondo arabo sa, tutta l'Europa sa, che Gaza è in mano ad un partito che predica l'odio jihadista, che vuole distruggere Israele e abbattere tutti i regimi arabi, in piena sintonia con i deliri della rivoluzione iraniana diretta dall'ayatollah Khamenei. Ma, a fronte dell'evidenza del pericolo universale costituito dai deliri di Hamas, i paesi arabi hanno solo saputo erigere una frontiera di ferro attorno a Gaza (ricordate i palestinesi morti per mano dei mitra egiziani ?) e proporre inutili trattative di pace tra Abu Mazen e Hamas. Trattative che Hamas ha sabotato proprio quando ha iniziato a lanciare razzi su Israele. L'Europa ha fatto di peggio, ha mandato un Tony Blair nella veste del costoso e inutilissimo mediatore a fare finta che si possa ancora parlare di "Pace contro territori", ipocritamente e falsamente sostenendo che un accordo tra Abu Mazen e Israele risolverebbe il "problema Hamas". Ma Hamas ha come obbiettivo prioritario quello di impedire l'accordo tra Gerusalemme e Ramallah, in una continuità di ormai 80 anni con quell'Ezzedin al Kassem che combattè negli anni venti agli ordini del filonazista Gran Muft', contro i palestinesi Nashashibi che invece cercavano l'accordo con i sionisti. Il mondo intero –Usa esclusi- ha fatto finta che dei nazisti islamici di Hamas si dovesse occupare solo Israele. E Israele se ne occupa. Come può. Come deve.
Carlo Panella
Il Foglio


30 dicembre 2008

INAF IS INAF







 
Ecco, tutti svegli all'improvviso.
Prima il mondo sonnecchiava, 80 missili su Sderot, 100 missili su Sderot, altre decine su Ashdod, Netivot, Ashkelon, kibbuzim , citta' e villaggi sotto il fuoco ininterrotto  sparato da Hamastan.
Bambini terrorizzati, piegati in due mentre correvano verso i genitori vomitando di paura.
Eppure , nonostante queste notizie drammatiche, fuori da Israele erano tutti molto distratti, dei missili sparati nel sud del Neghev dove vivono 250.000 persone, non gliene fregava niente a nessuno.
Natale, i regali, la neve, le vacanze! La pancia piena  e si sa che la digestione porta sonno.
Poi hanno sentito improvvisamente la voce di Zipi Livni dire in inglese "enough is enough" e nel dormiveglia hanno provato un certo pizzicorino alla nuca...cosa sta succedendo? si saranno chiesti politici, giornalisti, gente comune...perche' il Ministro degli Esteri di Israele dice inaf is inaf ? e  infine, diiiiing, svegli di colpo, Israele aveva incominciato a bombardare Gaza, quel nido di vespe che da 8 anni non permetteva ai cittadini del sud  del Neghev di vivere.
Inaf is inaf, due ondate dell'aviazione di Israele, due sganci di bombe, 170 obiettivi colpiti in meno di 10 minuti,  Gaza che brucia e il mondo si e' svegliato di colpo!
Ma comeeee, non ci eravamo accorti di nienteeee, si, hamas bombardava Sderot ma era tutto normaleeee.....
E adesso? Adesso quella Livni dice  inaf is inaf e Israele si mette a bombardare i poveri paletinesi senza dirci niente???
Da quel momento un caffe' forte e  tutti svegli a rilasciare dichiarazioni " pace pace, umanita ' umanita'" dice il Papa che  si era dimenticato di invocarla prima.
I ministri degli esteri di tutti i paesi balbettano che bisogna tornare al dialogo ma sono molto evasivi perche' sanno perfettamnente che con hamas il dialogo e' impossibile e perche', sotto sotto, la maggior parte dei paesi europei e arabi spera che Israele riesca a far cadere hamas tra le macerie di Gaza, la citta' che avevano preso con un colpo di stato forti del plebiscito che li aveva eletti come primo partito palestinese.
E' interessante vedere come reagiscono i capi del mondo: Sarkozi si e' messo ad abbaiare che Israele usa una forza sproporzionata e sarebbe interessante sapere quale sarebbe  la forza proporzionata. Probabilmente Carla' , la rossa, tra una cantatina e l'altra, lo ha completamente confuso.
In inghilterra  sono tutti contro Israele ma questa non e' una novita', grandi manifestazioni a Londra.
La Germania ci appoggia totalmente.
L'Italia? Mah, l'Italia sta un po' di qua e un po' di la', come sempre. Frattini vuole mandare aiuti a Gaza ma nessuno gli ha detto che sara' difficile. Ho notizia di manifestazioni anche a Roma, naturalmente contro Israele ma niente di esagerato. Sono tutti molto tiepidi.
Bush e' in vacanza e non ha mai fatto segreto del suo appoggio a Israele.
Obama e' in vacanza anche lui e ha detto "Se cadesse un missile nel giardino di casa mia farei quello che fa Israele".
Ma la sorpresa e' stato Ban Ki Moon, segretario dell'ONU, che ha incominciato il suo discorso criticando per buoni dieci minuti hamas e il suo rifiuto di riconoscere Israele e di bombardare da anni Sderot  e solo dopo ha invitato anche Israele al cessate il fuoco. praticamente un miracolo se si ricordano i segretari precedenti.
Il mondo arabo e' in subbuglio, milioni di esagitati per le strade a urlare Morte a Israele, Morte agli ebrei. Anche questo era previsto.







Bisogna pero' tenere gli occhi puntati sull'Egitto perche' Mubarak che aveva praticamente dato la sua benedizione al contrattacco di Israele e' pressato da tutto il mondo arabo e dobbiamo solo sperare che sia tanto forte da restare sulle sue posizioni.
Lunga vita a Mubarak, alleato di Israele.
Intanto cosa fanno gli eroi di Gaza:? Il macellaio  Haniye' e il suo staff di delinquenti? Prima dell'attacco erano tutti sui palchi a urlare "Noi moriremo da martiri...sara' un onore per noi morire per Allah e la palestina....noi non abbiamo paura.... Il martirio il martirio..."
Dove sono dunque i nostri eroi?
Dove sono questi martiri per la patria?
Ma sottoterra!
Sono dentro i bunker costruiti all'uopo, esattamente come aveva fatto il loro cuginetto Nasrallah che tra l'altro vive ancora  nel suo bunker a Beirut.
Altro che martirio, altro che siamofelicidimorire!
Fifa nera.
La pellaccia e' la pellaccia alla faccia delle vergini del paradiso di Allah.
Questi sono gli eroi che hanno portato Gaza a diventare un inferno e Israele a dover combattere un' ennesima guerra non voluta per difendere la sua popolazione.
A momenti entrera' l'esercito da terra e la nostra speranza e' che i nostri ragazzi possano restare tutti vivi e che possano  liberare Gilad Shalit.
Mi si annebbia la vista per  la rabbia se penso a quanto dobbiamo soffrire perche' i nostri nemici, che potrebbero vivere bene e in pace come noi e con noi, non si rassegnano a lasciarci vivere nell'unico paese che abbiamo.
Vado a finire di preparare con tutti gli altri  il rifugio del nostro condominio sperando che i nostri ragazzi accampati alle porte di Gaza non abbiano troppo freddo questa notte.  
 
 Deborah fait -www.informazionecorretta.com


30 dicembre 2008

Hamas nel mirino

 Pochi giorni dopo che il governo israeliano aveva approvato in via definitiva il contrattacco ai continui lanci di missili palestinesi contro i centri abitati israeliani, le Forze di Difesa israeliane hanno lanciato sabato una massiccia operazione colpendo le postazioni di Hamas in tutta la striscia di Gaza.
Secondo alcune fonti, sarebbero circa 200 i morti nella controffensiva israeliana di sabato, per la maggior parte terroristi di Hamas.
Sabato sera non era ancora chiaro se l’attacco aereo sarebbe stato affiancato da un’offensiva di terra.
Alla domanda se i capi di Hamas potessero essere il prossimo obiettivo, la portavoce militare israeliana Avital Leibovich ha risposto: “Qualunque obiettivo di Hamas è nel mirino”.
Il ministro della difesa Ehud Barak ha dichiarato in conferenza stampa che le forze aeree sono riuscite ad eliminare alcuni alti comandanti di Hamas. Secondo testimoni, fra i morti figurerebbe il capo della polizia di Hamas, Tawfik Jaber, e il capo della sicurezza, Ismail al Jaabary.
Sabato Hamas ha continuato a giurare vendetta, facendo appello a tutte le altre fazioni palestinesi perché si uniscano ai combattimenti. “Oggi siamo più forti che mai – ha dichiarato un portavoce dell’organizzazione jihadista palestinese, che ha scatenato la nuova escalation con i suoi attacchi sin dai primi di novembre e col rifiuto di rinnovare la tregua lo scorso 19 dicembre – Non cederemo su nulla, non ripiegheremo. Chiediamo a tutti gli stati arabi della regione di prendere posizione e di non limitarsi alle semplici condanne”.
Alle 11.30 di sabato mattina più di 50 aerei ed elicotteri da combattimento israeliani sono penetrati nello spazio aereo della striscia di Gaza sganciando più di cento bombe su una cinquantina di obiettivi. I velivoli hanno riferito “colpi alfa”, che nel gergo delle forze aeree israeliane significa che le bombe hanno centrato direttamente gli obiettivi preposti: basi di Hamas, campi di addestramento, uffici e comandi.
Trenta minuti più tardi, dopo che i velivoli avevano lasciato il cielo di Gaza, è partita la seconda ondata di aerei ed elicotteri che ha colpito una sessantina di obiettivi: rampe lancia-Qassam interrate nei bunker e magazzini di razzi.
Il ministero degli interni di Hamas ha dichiarato che praticamente tutti i complessi difesivi di Gaza sono stati colpiti.
Gli attacchi delle forze aeree israeliane sono proseguiti fino a sera.

(Da: Jerusalem Post)


30 dicembre 2008

Diario di guerra da Israele

 

 

80 missili palestinesi lunedì su Israele: un arabo israeliano ucciso ad Ashkelon, una 39enne uccisa a Ashdod


Almeno 80 missili Qassam e Grad e decine di proiettili di mortaio palestinesi lanciati nella giornata di lunedì dalla striscia di Gaza sulle località israeliane di Ashdod, Ashkelon, Netivot e sul Negev occidentale. Ucciso lunedì mattina ad Ashkelon da un missile Grad, Hani al-Mahdi, 27enne israeliano della comunità arabo-beduina. Uccisa ad Ashdod Iris Shetrit, 39 anni, colpita a una fermata di autobus. In serata un’altra persona è rimasta uccisa a Nahal Oz da una granata di mortaio. Molti i civili feriti. Ingenti danni agli edifici, centrato il cortile di una scuola elementare ad Ashkelon.

Le Forze di Difesa israeliane hanno seccamente smentito la notizia di fonte Hamas, definita “falsa e manipolatoria”, secondo cui l’esercito si appresterebbe a bombardare l’ospedale Shifa a Gaza.

''A meno che non cessino immediatamente i criminali attacchi contro i civili israeliani, Israele userà tutti i mezzi legittimi a sua disposizione (contro Hamas)”. Lo ha dichiarato lunedì il ministro israeliano della difesa Ehud Barak.

Secondo fonti palestinesi, 14 persone sarebbero state uccise lunedì in raid aerei israeliani contro le abitazioni di leader di Hamas, i quali sarebbero tuttavia protetti in bunker sotterranei.

Aerei israeliani hanno bombardato lunedì un autocarro carico di missili Grad nella striscia di Gaza, producendo un’enorme esplosione.

Hamas ha smentito lunedì l’intenzione di accettare un cessate-il-fuoco.

Secondo dati forniti lunedì dalle Nazioni Unite, tra i 320 morti palestinesi contati a partire dall’inizio della controffensiva israeliana anti-Hamas, vi sarebbero 57 civili.

Secondo fonti mediche palestinesi, sarebbe morto lunedì in un raid aereo israeliano Ziyad Abu Teir, uno dei principali leader del braccio armato della Jihad Islamica nella parte meridionale di Gaza.

L’Egitto ha autorizzato lunedì l’ingresso nella striscia di Gaza di camion di aiuti umanitari attraverso il valico di Rafah. In mattinata anche Israele aveva aperto il valico di Kerem Shalom al passaggio di veicoli adibiti al trasporto di aiuti umanitari.

Knesset convocata in sessione speciale per discutere la controffensiva anti-Hamas a Gaza. Tzipi Livni, leader di Kadima, ha affermato che l’offensiva israeliana è anche “un banco di prova per la dirigenza della comunità araba israeliana: Hamas non fa distinzione tra ebrei e arabi” ha spiegato la Livni, facendo riferimento all’arabo israeliano ucciso lunedì mattina da un missile Grad palestinese su Ashkelon.

Le Forze di Difesa israeliane ritengono che Hamas farà di tutto per mantenere in vita di Gilad Shalit. I militari hanno avvertito in questi ultimi giorni la famiglia dell’ostaggio israeliano trattenuto da Hamas a Gaza da due anni e mezzo, che le organizzazioni terroristiche avrebbero tentato ogni manipolazione per esercitare pressioni su Israele affinché fermi la sua controffensiva. Hamas e tv egiziana hanno annunciato che Gilad Shalit sarebbe rimasto ferito in un raid israeliano. In serata, tuttavia, secondo Radio Cairo, Hamas si rifiutava di confermare o smentire le voci sul ferimento di Shalit.




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30 dicembre 2008

Peres: “Nessuna guerra più illogica di questa scatenata da Hamas”

 Domenica mattina il presidente d’Israele Shimon Peres ha parlato ai mass-media della controffensiva anti-Hamas israeliana in corso nella striscia di Gaza e dei continui lanci di missili e razzi palestinesi sulla popolazione civile israeliana nel sud del paese.
“In tutta la storia d’Israele – ha detto Peres – non ricordo una guerra così stupida e illogica come questa scatenata da Hamas. È una guerra folle, scatenata da gente che non è nemmeno in grado di spiegare il motivo o lo scopo per cui ci spara addosso. Siamo di fronte alla guerra più irrazionale di tutte, scatenata dai combattenti più irrazionali.
La vicenda è semplice. Israele se n’è andato completamente dalla striscia di Gaza [nel 2005], per propria libera volontà e a caro prezzo. A Gaza non c’è più un singolo civile né un singolo militare israeliano, tutti i nostri insediamenti sono stati sgomberati, il che ha comportato un costo molto alto: fu necessario mobilitare 45.000 agenti di sicurezza per portar via da là i nostri concittadini, e spendemmo 2,5 miliardi di dollari. I valichi di frontiera vennero aperti, e a Gaza vennero fatto affluire fiumi di denaro. Proponemmo aiuti di ogni tipo: economici, medici eccetera. Fummo molto attenti a non mettere in difficoltà la vita della gente di Gaza.
A tutt’oggi non ho ancora sentito una sola persona in grado di spiegarci in modo ragionevole perché mai da Gaza continuano a sparare missili contro Israele. Cosa vogliono ottenere? Cosa si aspettano, che noi non rispondiamo?
Devo dire che il fatto veramente eccezionale, riguardo a Israele, è l’autocontrollo del suo esercito e l’unità della sua popolazione. Le forze armate hanno pazientato e pazientato ancora. I palestinesi chiesero un cessate-il-fuoco e noi accettammo. Poi loro stessi lo hanno infranto, e di nuovo nessuno ha potuto capire perché. Finché si è arrivati a un punto in cui non avevamo più altra scelta se non reagire per cercare di porre fine a tutto questo.
L’operazione è stata attentamente studiata e le forze armate si sono fedelmente attenute ai loro principi, vale a dire: essere precise nel mirare agli obiettivi militari e attente a non colpire i civili. Ma si trovano di fronte a un dilemma, perché molti arsenali di Hamas sono stoccati dentro case private. Abbiamo persino contattato i proprietari di quelle case, la gente che vi abita, per dire loro di disfarsi di quelle armi, di allontanarsi in tempo.
Non è possibile vivere sotto i missili e le bombe: è nostro dovere preciso agire contro l’origine e la fonte di quei bombardamenti.
Israele non ha mire su Gaza. Ce ne siamo andati per nostra libera scelta e non ci è mai venuto in mente di tornarci dentro: è storia passata. Ma non possiamo permettere che Gaza diventi una base di minaccia permanente per l’uccisione di bambini e di gente innocente in Israele, e per chissà quale motivo.
Noi non proviamo alcun odio per la gente di Gaza. La loro sofferenza non ci dà nessuna soddisfazione. Al contrario, sappiamo che quanto migliore sarà la loro situazione, tanto migliori saranno i rapporti coi nostri vicini.
Hamas invoca l’aiuto del mondo arabo, ma la verità è che il mondo arabo deve chiedere conto a Hamas: se Hamas la smetterà, non vi sarà alcun bisogno di aiuto. Tutto può tornare alla normalità: valichi aperti, libertà economica, nessuna interferenza israeliana nelle vicissitudini di Gaza.
Come nazione, siamo uniti e diamo pieno sostegno alle nostre forze armate, al modo in cui stanno agendo, alla loro moderazione, al loro discernimento e senso di responsabilità.
Il vero vincitore deve essere la ragionevolezza,e la ragionevolezza conduce alla pace. Siamo estremamente determinati. Molti nostri bambini sono di nuovo nei rifugi. Noi vogliamo che loro e i bambini di Gaza possano vivere di nuovo liberamente all’aria aperta. Nessuno di noi desidera la guerra, ma in cima alle nostre priorità c'è la sicurezza per i nostri figli.
Così stanno le cose – ha concluso Peres – e tutti cloro che ci chiedono di smettere di sparare devono rivolgersi altrove. Che si rivolgano a Hamas e chiedano a Hamas di cessare il fuoco: solo così non vi saranno più scontri”.

(Da: imra.org.il)

Nella foto in alto: pazienti israeliani e loro famigliari nel rifugio di un ospedale di Ashkelon durante i lanci di missili palestinesi dalla striscia di Gaza.




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30 dicembre 2008

“Combattiamo Hamas, non i civili palestinesi”

 

 

“Da ormai sette anni dei civili israeliani vengono attaccati con i missili. La vita nel sud del paese è diventata impossibile. Ci vorrà tempo e ci vorranno pazienza e tenacia per completare questa missione”. Lo ha detto sabato il primo ministro israeliano Ehud Olmert, presentandosi alla stampa affiancato dal ministro degli esteri Tzipi Livni e dal ministro della difesa Ehud Barak.
Olmert ha sottolineato che Israele ha fatto di tutto per permettere alla tregua di continuare. “Alla calma che abbiamo offerto – ha detto – hanno risposto con le distruzioni, al nostro desiderio di mantenere la quiete hanno risposto col terrorismo. Nessun paese accetterebbe un simile stato di cose. Nei giorni scorsi si è capito che Hamas voleva arrivare allo scontro. In tali circostanze, non avevamo altra scelta che reagire. Non siamo affatto contenti di andare in battaglia, ma non ci facciamo nemmeno intimorire. L’operazione ha lo scopo di migliorare la condizioni di sicurezza per gli abitanti del sud del paese in modo che possano vivere una vita normale”.
Esprimendo le condoglianze ai famigliari delle vittime dei lanci palestinesi di sabato e augurando pronta guarigione ai feriti, Olmert ha ricordato che nell’immediato futuro il numero di lanci su Israele potrebbe anche aumentare e colpire luoghi finora non raggiunti. Ha poi continuato: “Abbiamo investito molto nei preparativi per questo genere di scontro. Chiedo ai nostri cittadini di seguire attentamente le istruzioni del Comando per la difesa interna: istruzioni che salveranno vite umane”.
Olmert ha chiarito che Israele si occuperà anche della popolazione civile di Gaza, alla quale continuerà ad assicurare il proseguimento degli aiuti umanitari: “Il nemico è Hamas, non la popolazione palestinese – ha detto Olmert – Noi combattiamo le organizzazioni terroristiche, che sono una sciagura per entrambi i popoli: gli obiettivi che abbiamo attaccato oggi sono stati scelti col preciso intento di evitare al massimo vittime civili”.
Il primo ministro israeliano ha anche ricordato Gilad Shalit, il soldato israeliano sequestrato due anni e mezzo fa in territorio israeliano e da allora trattenuto in ostaggio da Hamas a Gaza in violazione di ogni norma e convenzione internazionale.

In una conferenza stampa a Tel Aviv il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha dichiarato sabato che le Forze di Difesa israeliane amplieranno e intensificheranno nella misura necessaria l’offensiva contro le strutture di Hamas nella striscia di Gaza.
Alti ufficiali della difesa spiegano che l’obiettivo dell’operazione è porre fine ai lanci di missili da parte di Hamas e al traffico di armi ed esplosivi verso la striscia di Gaza, colpendo duramente le potenzialità offensive dell’organizzazione jihadista che ha il controllo della striscia di Gaza. Secondo gli ufficiali, la capacità stimata di Hamas all’inizio degli scontri è di 150-200 lanci di missili al giorno.
“C’è un tempo per il cessate-il-fuoco e un tempo per combattere – ha detto Barak – Ora è il tempo di combattere. Per mesi le nostre forze armate hanno preparato l’operazione iniziata oggi”.
Barak ha affermato che Israele non ha mai avuto intenzione di permettere a Hamas di continuare impunemente a lanciare razzi e missili sulla popolazione israeliana senza reagire. “Non voglio illudere nessuno – ha continuato – Non sarà facile e non sarà veloce. Dobbiamo essere risoluti. Ci aspettiamo che i lanci di missili Hamas si intensifichino durante l’operazione. Per settimane – ha spiegato il ministro della difesa israeliano – Hamas e i suoi gruppuscoli satelliti hanno bersagliato Israele coi loro razzi e mortai. Non abbiamo mai pensato di lasciar continuare indefinitamente questa situazione”.
“La vita degli israeliani non è in ostaggio – ha detto il primo ministro Olmert – e Israele non esiterà a reagire ad ogni atto di aggressione”.

(Da: YnetNews, Jerusalem Post, )


30 dicembre 2008

“Il sangue è sangue”. Così i medici israeliani curano i feriti di Gaza

 

Hospital staff by delayed gratification.

Parla il dottor Lobel di Ashkelon: “Ebrei o arabi, non facciamo distinzione. Nel bunker sono tutti uguali”

“Le nostre sale operatorie non sono protette, possiamo essere colpiti in ogni istante”. Il dottor Ron Lobel era al lavoro al suo ospedale di Ashkelon, il Barzilai, quando ieri un altro israeliano è stato ucciso dai razzi di Hamas, caduti sugli operai arabi che affollano i cantieri edili d’Israele. Ashkelon è una delle città dove la sirena dell’allarme “Zeva Adom” (colore rosso) dà quindici secondi per trovare riparo dal missile in arrivo. E’ una città industriale di mare dentro ai confini riconosciuti di Israele, centoventimila abitanti con scuole, uffici e fabbriche. Ma è anche la città dei miracoli, dove l’ospedale Barzilai lavora notte e giorno per soccorrere i palestinesi feriti nelle incursioni israeliane. Dove le donne di Gaza vanno spesso a partorire e i medici israeliani si prendono cura di tutti, come nel reparto oncologia dello Schneider di Petah Tikva, dove il trenta per cento dei bambini è arabo. Come al Tel Hashomer di Tel Aviv, dove due mesi fa è arrivato un bambino iraniano per essere operato.
L’ospedale Barzilai è a una ventina di chilometri dal confine con la Striscia di Gaza. Con i suoi 490 posti letto, 250 medici e 700 infermiere, la struttura cura le vittime israeliane dei razzi, i militari con la stella di David feriti nelle operazioni e le vittime palestinesi della guerra tra bande e i nuovi nati delle madri palestinesi. E’ un’isola di vita in un lago di morte. Se nel 2006 Israele ha concesso 4.932 permessi medici ai palestinesi di Gaza, nel 2007 il numero è salito a 7.176. Molti pazienti dell’ospedale di Ashkelon sono stati portati nel sottosuolo, per timore che l’ospedale venisse colpito come in passato. E sotto terra i pazienti del Barzilai sono tutti uguali, arabi ed ebrei, israeliani e palestinesi. I medici israeliani non chiedono la carta d’identità, si prendono cura di tutti.
“Israeliani e palestinesi sono distesi l’uno accanto all’altro” ci racconta Lobel, che a lungo è stato il responsabile sanitario dell’amministrazione israeliana a Gaza e oggi è il vice direttore del Barzilai. “Degli undici bambini presenti, due sono palestinesi. Il sangue è sangue. Per noi è il privilegio di essere medico. Ogni paziente che bussa per ricevere aiuto, lo riceve”. Haula Fadlallah, palestinese della Striscia di Gaza, è stata ricoverata al Barzilai per una gravidanza plurima: ha dato alla luce due maschi e due femmine, assistita da sette medici israeliani. Vania Suleiman di Jabaliya, località nella Striscia, a causa di un ictus aveva perso conoscenza quando era incinta. Al Barzilai ha partorito il suo terzo figlio. Ma lei non ce l’ha fatta. Poche ore dopo un missile si abbatteva presso l’ospedale, facendo tremare pareti e vetri. Se un Qassam dovesse centrarlo, a Gaza ci sarebbe festa nelle strade, senza pensare per un attimo ai palestinesi che vi vengono curati. Qui arrivano dopo che l’ospedale ha coordinato il trasferimento con i servizi sanitari di Gaza. Il dialogo non si interrompe mai, anche quando, come ieri, sono piovuti decine di missili su scuole e ospedali e i bambini devono ripararsi sotto i banchi. L’unico criterio è la lotta per salvare vite umane, anche e soprattutto quando fuori infuria la guerra. A marzo una coppia di gemelli palestinesi era appena venuta al mondo quando è caduto a soli cinquanta metri dal reparto. I gemelli sono stati portati nel bunker. “Avevo una forte paura che colpissero i miei bambini”, ha detto la madre, Iman Shefi di Beit Lahiya, a nord della Striscia. La cartella medica che le hanno consegnato era in ebraico, ma i medici le hanno parlato in arabo.

“E’ il privilegio di essere medici”

Il dottor Lobel ci spiega che “il nostro ospedale è di media grandezza, ma siamo i più vicini a Gaza. Riceviamo così la maggior parte dei feriti di questa zona, siano israeliani o palestinesi. E’ da anni che ci prendiamo cura di centinaia di feriti arabi. Il Barzilai è sempre stato l’ospedale di riferimento per gli istituti palestinesi, io stesso ho lavorato per tanti anni a Gaza. E c’era fin da allora un’ottima relazione professionale. Abbiamo avviato alla professione medica numerosi dottori e infermieri palestinesi. Gaza è stata aiutata prima che il mostro Hamas crescesse a dismisura. A Khan Yunis abbiamo da poco costruito un’unità di cure intensive. E anche dopo che Hamas ha preso il potere, ogni giorno arrivano dieci quindici palestinesi da Gaza”. Eppure la storia del Barzilai non affiora mai sui grandi media occidentali. “I giornali non sono interessati a queste storie, sono il sangue e l’odio che fanno vendere, l’amore e la riconciliazione restano in penultima pagina. Sabato, quando sono cominciati i bombardamenti, il mio ospedale ha ricevuto l’ordine di evacuare metà dei malati, che sono stati rispediti a casa o mandati in altri ospedali per far posto ai feriti. Ieri mattina è caduto un missile dall’altra parte della strada. Abbiamo predisposto anche un’unità nel sottosuolo come struttura d’emergenza. C’erano una trentina di feriti gravi, molti erano arabi israeliani che lavorano qui da noi”.
Il dottor Lobel sa che cosa significa vivere sotto la minaccia dei missili. “E’ difficile lavorare così, ma quando arrivano i feriti, si pensa soltanto all’emergenza. Poi alla famiglia, ai figli, alla casa. Io vivo in una comunità agricola, Netiv Ha’asarah. E’ accanto al passaggio di Eretz: la distanza fra la mia casa e il confine palestinese è di appena trecento metri. L’esercito israeliano mi ripete che sono fortunato perché i missili mi passano sopra la testa”.

Giulio Meotti
il foglio


30 dicembre 2008

Israele ridimensiona Hamas e adesso spera nell'Egitto

 

Intervista a Fiamma Nirenstein

Gerusalemme ha ridotto Hamas a più miti consigli. L’Egitto trema ma il fronte dei Paesi arabi moderati sembra reggere. Tutti si augurano che l'asse tra Hamas e l'Iran crolli. Ne parliamo con l'onorevole Fiamma Nirenstein di ritorno da Israele.

Tre giorni fa Israele ha dato il via alla più massiccia operazione militare contro Gaza degli ultimi anni. Ci sono stati centinaia di morti e feriti. Ma l'infrastruttura terroristica di Hamas è stata pesantemente colpita e la maggioranza schiacciante degli israliani è d'accordo con l'intervento. Ne parliamo con l'onorevole del Pdl Fiamma Nirenstein, vicepresidente della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati.

Centinaia di palestinesi stanno sconfinando in Egitto. Hamas ha definito l’attacco un complotto israelo-egiziano. La crisi di Gaza rischia di destabilizzare il Cairo?

E’ in corso da tempo un tentativo di spodestare l’Egitto nel suo ruolo di mediatore ed è la ragione per cui Mubarak ha tentato di smascherare Hamas come nient’altro che un emissario di Teheran e Damasco. Hamas è diventata il portabandiera sunnita della pretesa sciita iraniana di egemonizzare il mondo arabo, un tentativo a cui ovviamente l’Egitto si oppone. Hamas è una forza che è stata addestrata dagli ufficiali iraniani e che ha i suoi uffici di rappresentanza in Siria.

Lo scorso novembre l’Egitto aveva cercato di favorire un accordo tra Fatah e Hamas per promuovere l’unità del popolo palestinese – il Cairo lo faceva anche per difendere i propri interessi, certo, perché vuole bloccare la bomba a tempo di Gaza – ma Hamas fece saltare all’ultimo momento l’incontro addossando la responsabilità del fallimento sulle spalle di Abu Mazen.

Ieri mi ha colpito soprattutto la terribile manifestazione con le bandiere verdi di Hamas che è avvenuta sotto l’ambasciata egiziana di Beirut (secondo al Jazeera nel corso della manifestazione ci sarebbero stati dei feriti tra i militanti pro-Gaza e le forze dell'ordine libanesi intervenute per disperderli, ndr), che fa il paio con le parole piene di odio lanciate dal leader di Hezbollah, Nasrallah, che definisce Israele “un mostro che vuole ingoiare tutto il Medio Oriente”.

Dopo l’attacco israeliano, fonti dei servizi sanitari di Gaza hanno parlato di 300 morti e 800 feriti. Che riscontri ci sono su queste cifre?

Nessuno mette in dubbio che i morti ci sono stati. Israele ha colpito i centri del potere di Hamas, ci sono state numerose vittime durante una cerimonia delle forze di sicurezza locali, sono stati presi di mira gli uffici e le infrastrutture dei terroristi, i luoghi da dove i miliziani sparano i missili su Israele. Come al solito, Hamas aveva insediato questi agglomerati militari tra la popolazione civile. I morti dunque ci sono stati ma quanti civili? Forse non ci sono tutte questi vittime tra i civili.

Piuttosto andrebbe evidenziato che Israele ha compiuto una sofisticata operazione di intelligence prima di colpire i suoi obiettivi e un risultato, almeno fino adesso, l'ha ottenuto: ridurre Hamas a più miti consigli. Un obiettivo condiviso dai paesi arabi moderati che vogliono eliminare il potere statuale di Hamas a Gaza.

Israele potrebbe restare isolato dal punto di vista internazionale?

In realtà la risoluzione che si sta votando alle Nazioni Unite e le posizioni assunte dai membri del consiglio di sicurezza non vanno oltre una legittima preoccupazione per la sofferenza della popolazione civile e un rapido cessate il fuoco, senza esplicite condanne di Israele ma lanciando un appello alle parti affinché interrompano le attività militari. Quindi non credo che Israele resterà isolato.

Un caso a parte è quello di Sarkozy. Un atteggiamento, quello del presidente francese, che considero improprio. Sarkozy ha parlato di una “reazione sproporzionata” di Israele ma è una formula inappropriata. Il presidente si è mai domandato cosa vuol dire, per Sderot e le pacifiche città israeliane nella “linea verde”, essere bombardati per 6 o 7 anni di fila? Che significa non poter mandare a scuola i propri bambini? Dov’è, in che cosa consiste la “sproporzione” di cui parla Sarkozy? E' sensato che Hamas abbia diritto a bombardare le città israeliane? O Sarkozy crede che per ottenere la pace un popolo spartano come quello israeliano subisca senza reagire qualunque offesa?

Nel 2002 il presidente Sharon decise di reagire all’ondata di kamikaze palestinesi che aveva fatto un migliaio di morti nei bar e nei caffè israeliani e il mondo si ribellò. Quando Sharon iniziò la costruzione del cosiddetto “muro”, che muro non è, se mai è un recinto, e che in ogni caso è servito a diminuire gli attacchi, il tribunale penale internazionale condannò Israele. Questa pazzia ha cominciato a mitigarsi quando il mondo ha capito cos’è Hamas. Non riescono a togliermi davanti agli occhi l’immagine di quel cameriere di un ufficiale di Fatah che i miliziani di Hamas buttarono giù dal tredicesimo piano di un palazzo. Non ci sono parole per Hamas. Gaza doveva essere la “Piccola Singapore” del Mediterraneo e invece è diventata una rampa di lancio per i missili Qassam.

Un sondaggio israeliano rileva che oltre l'80 per cento della popolazione appoggia l’intervento a Gaza, ma la sinistra pacifista sostiene che Israele si sta rinchiudendo in se stesso e diventa aggressivo verso l’esterno. Come giudica queste voci minoritarie?

Gli israeliani sono stanchi di Hamas. Pensiamo alle dichiarazioni dello scrittore Amos Oz o alle posizioni assunte da alcuni partiti della sinistra israeliana. Ecco perché le idee dei pacifisti col tempo si sono rivelate sbagliate. L’errore fondamentale dei pacifisti sta nella formula “Land for Peace”, terra in cambio di pace. Questa idea è stata un fallimento. Non si scambia “terra in cambio di pace” se mai “pace in cambio di pace”. Quando non c’è reciprocità c'è qualcosa che non va.

Le formule pacifiste sono servite solo a deresponsabilizzare la popolazione palestinese, spingendola verso la pratica del terrorismo, alimentando l’antisemitismo, avvicinando i palestinesi all’integralismo islamico e generando l’attuale egemonia iraniana su Gaza. Tutto questo è passato come se niente fosse ed è anche colpa di slogan come “terra in cambio di pace”. Quello pacifista è stato un messaggio del tutto moralistico e insufficiente.

Quali saranno i riflessi dell’attacco a Gaza sulle prossime elezioni israeliane?

Non saranno fondamentali. Netanyahu è già avanti nei sondaggi. Kadima probabilmente è destinata a pagare alcuni errori che non sono tutti colpa sua, come nel caso dello sfortunato scontro con Hezbollah in Libano. E’ vero che tutto è in gioco. La roulette sta girando. Barak sta crescendo a spese di Kadima anche per le posizioni che ha assunto in merito all'operazione di Gaza. Netanyahu come primo ministro e Barak come primo ministro. Ci spero. 
Roberto Santoro
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30 dicembre 2008

“SULLE COSTE DELLE ISOLE MINORI DELLA SICILIA CONTINUANO GLI

 Il centro di accoglienza è al collasso.
La Russa: "No alla linea dura" e Maroni: "Io penso all'emergenza, lui sta ai tropici"

Immigrazione, scontro Maroni-La Russa
Il Viminale: "Adesso partono i reimpatri"

Da gennaio al via anche ai pattugliamenti delle coste libiche


 Gli sbarchi a Lampedusa infiammano il clima politico. Un secco botta e risposta tra il ministro degli Interni Roberto Maroni, favorevole a una linea dura contro gli immigrati e la Libia, e quello della Difesa Ignazio La Russa, che invita ad aspettare.

La linea dura con la Libia "non serve a niente", aveva detto il ministro di An invitando il collega leghista ad "avere pazienza" con Tripoli, perchè "Gheddafi rispetterà gli accordi: solo che i suoi sono tempi libici, un pò levantini".

Secca la replica di Maroni: "Non sono tanto d'accordo che bisogna mettersi nella mentalità di qualcun'altro". "Lui è più fortunato di me - ha aggiunto riferendosi a La Russa -. Io non sono in qualche spiaggia nei mari tropicali, ma sono in Padania. Ho voluto rimanere qui proprio per affrontare le eventuali emergenze e quella di Lampedusa è una emergenza".

Intanto il capo del Viminale ha annunciato che gli immigrati saranno rimpatriati il prima possibile. "Si deve sapere che chi sbarca a Lampedusa sarà rimpatriato entro pochi giorni direttamente da Lampedusa", ha detto Maroni in un'intervista a radio Padania. Quella di Lampedusa è una vera e propria "emergenza" e "all'emergenza si risponde con l'emergenza", ha aggiunto. Dunque, chi arriva sull'isola non sarà poi trasferito in altri centri d'Italia ma resterà lì per essere rimandato a casa nel giro di pochi giorni. "Domani o al massimo dopodomani ci saranno i primi voli di rimpatrio".

Ma non è tutto. Entro gennaio partiranno anche i pattugliamenti delle coste libiche decisi con l'accordo dell'anno scorso fra il ministero dell'Interno di Tripoli e quello di Roma. "In queste ore - ha detto il ministro - una delegazione del governo italiano sta discutendo con i libici". Il problema dello sbarco dei clandestini non riguarda solo l'Italia ma anche altri Paesi come Cipro, Malta e la Grecia, con i quali è stato fissato un incontro per il 13 gennaio "per trovare una strategia comune". E anche "per portare le nostre rivendicazioni a livello europeo il 15 gennaio - ha aggiunto - al Consiglio europeo che si terrà a Praga"

Il Ministro della Difesa La Russa, come il presidente della Camera Fini, se potessero ne farebbero arrivare a migliaia di immigrati, specie i musulmani, i loro prediletti. Per nostra fortuna abbiamo un presidente dell’Interno, Roberto Maroni, che non si lascia prevaricare da politici che vorrebbero comandare a loro piacimento.

E’ una vergogna che si lascino entrare degli immigrati quando non vi è neppure più posto per gli italiani. Le case popolari sono state consegnate agli immigrati, quando gli italiani le attendevano da anni. Forse i sindaci cedono al ricatto per timore di ritorsioni da parte degli stranieri che fanno persino i cortei e pretendono una casa perché se le hanno gli italiani debbono averle anche loro. Non è un bel vedere gli immigrati alla televisione che paiono belve pronte ad assalirti se non li accontenti nei loro desideri.

Auguriamoci che il progetto del Ministro Maroni possa essere attuato e che gli invasori siano respinti a casa loro.

ERCOLINA MILANESI




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30 dicembre 2008

"Qui curiamo i palestinesi sotto i colpi dei loro razzi"

 

Il medico di Ashkelon
FRANCESCA PACI

L'ufficio di Ron Lober si trova nel padiglione settentrionale del Barzilai Hospital di Ashkelon, il lato più esposto ai razzi che piovono da Gaza e ieri hanno ucciso due persone tra cui un operaio di 27 anni, Hani al-Mahdi, un beduino arabo-israeliano impiegato in un cantiere edile poco distante dall’ospedale. E’ stato il dottor Lober, cinquantottenne vicedirettore della struttura e responsabile dell’emergenza, ad accompagnare l’uomo in sala operatoria: «E’ arrivato ancora vivo, ma non c’è stato niente da fare».

Professore, dopo mesi di relativa calma torna a farsi sentire la sirena, l’allarme rosso che turba i sonno degli abitanti di Ashekelon e Sderot.
Com’è la situazione in questo momento?
«Il numero dei feriti aumenta. Nove il primo giorno, diciannove domenica, oggi (ieri per chi legge) ne abbiamo avuti trentatré. Alcuni sono gravi, la maggior parte è sotto choc, piange, urla, accusa attacchi cardiaci. Ce l’aspettavamo. Sabato abbiamo evacuato la parte meno protetta dell’ospedale e abbiamo rimandato a casa la metà dei malati, circa 250 persone, tutti quelli che potevano andar via. Gli altri, soprattutto palestinesi di Gaza, sono stati trasportati nell’edificio più riparato, una palazzina su cinque livelli che dà l’impressione d’essere solida, almeno ai piani bassi».

Ha detto proprio così, palestinesi di Gaza? Ci sono palestinesi di Gaza in cura al Barzilai?
«Ne abbiamo diversi, almeno undici. Non sono arrivati in questi giorni, ovviamente. Erano qui da settimane, mesi. Ci sono anche due bambini, sono ricoverati insieme ad altri dieci nel reparto pediatrico che, temporaneamente, abbiamo spostato in un ex archivio sotterraneo adibito a rifugio antiaereo. Hanno una gran paura, la stessa degli israeliani vicini di letto, forse di più, sanno che a sparare sono i loro fratelli, cugini, amici».

I carri armati a ridosso della Striscia di Gaza annunciano venti di guerra. Siete preparati?
«Come medico sì, posso dire che non ci manca niente. Il personale è quasi al completo, 1700 tra medici e infermieri di cui cinquecento dedicati interamente al trattamento di feriti e traumatizzati dai razzi Quassam. Come uomo è diverso, mi manca l’amore dei palestinesi. Ho trascorso una vita insieme a loro. Sono stato vicedirettore del sistema sanitario di Gaza dal 1988 al 1984 e mi sono occupato in prima persona della costruzione del reparto cure intensive. Ho lasciato quando la gestione è passata all’Autorità Nazionale Palestinese ma siamo rimasti costantemente in contatto telefonico, consigli professionali, scambi d’opinioni: ho molti amici a Gaza. Mi si spezza il cuore a vedere l’ospedale Shifa in quelle condizioni, i feriti, i morti. Purtroppo non ci hanno dato scelta, da anni siamo bersaglio quotidiano dei missili lanciati dal confine».

Eppure la tregua sembrava funzionare.
«D’accordo, gli ultimi sei mesi sono stati più tranquilli, due o tre razzi al giorno, niente a che vedere con gli ottanta di queste ore. La pace però è un'altra cosa. Creda a me che vivo nella comunità agricola di Netiv Asra, a meno di trecento metri dal confine di Gaza. Dalla finestra del soggiorno posso vedere i ragazzi che lanciano gli ordigni. Non sono mai voluto andar via, il mio posto è qui. Ma i miei due figli di 32 e 26 anni non vengono più a trovarmi. Troppo pericoloso. Se voglio vedere i nipotini devo andare a Tel Aviv».

Pensa che alla fine l’esercito israeliano entrerà nella Striscia di Gaza, che ci sarà un’invasione su larga scala?
«Preferirei parlare di medicina, ma mi rendo conto che la situazione è critica. Sono quasi sicuro che i carri armati entreranno. E’ terribile, so che non è una soluzione. A lungo andare ci troveremo allo stesso punto: se pure dovessimo rioccupare Gaza, una volta che mollassimo la postazione loro ricomincerebbero di nuovo a colpirci. All’infinito. L’unica chance è tornare ai negoziati ma per questo abbiamo bisogno di un partner che voglia parlare di pace».
la stampa


30 dicembre 2008

Israele e il terrorismo: dopo 25 anni ex Testa di cuoio racconta...

 

di ANNA ROLLI
 
"In quegli anni, in tanti kibbutz, i bambini non vivevano con i genitori, vivevano nel centro dell'abitato, nella bet ayeladim: la casette dei bambini e a Misgav Am, quella notte, nella casetta stavano dormendo 15 bambini e bambine, i più grandicelli di 4 o 5 anni gli altri piccoli, piccoli. Quando i terroristi sono entrati li hanno chiusi tutti  in una stanza, poi hanno rotto la lampadina sulla porta d'ingresso....
 
Il mio gruppo, quel sabato, era di turno e verso l'una di notte è scattato l'allarme. Ci hanno ordinato di prendere le armi e di andare fuori ad aspettare gli elicotteri che stavano arrivando. Dopo un'oretta è arrivato il contrordine e ci hanno rimandati a dormire, però senza spogliarci. Dopo un'altra ora e mezza ci hanno richiamati e questa volta gli elicotteri erano già atterrati e ci stavano aspettando...".
 
Yehuda abita in un kibbutz, in una piccola casa in Galilea, oggi il suo lavoro è quello di educatore dei giovani ma nell'esercito, per anni, ha fatto parte delle teste di cuoio, il corpo più prestigioso, quello addestrato per i compiti più difficili. Mi ha ripetuto più volte che del suo lavoro non può raccontarmi proprio niente e mentre io lo guardo con malcelato disappunto mi coinvolge in una risata.
 
"Se vuoi ti racconto tutto, però dopo dovrò ammazzarti. Sei d'accordo?"
 
"Certamente" gli rispondo "Perché no! Mi sembra un vero gentlemen's agreement! Vai pure avanti.
 
"Uno dei nostri compiti consisteva nel combattere il terrorismo, quello conosciuto a quello ancora sconosciuto. Dovevamo essere preparati per qualsiasi evenienza e in qualsiasi momento. Per esempio, poco prima del mio arruolamento tre o quattro terroristi hanno sequestrato un autobus lungo la strada principale del paese tra Haifa e Tel Aviv. C'erano 50 persone e lo hanno fatto saltare.
 
E' stato un momento molto difficile. Abbiamo avuto moltissimi morti e moltissimi feriti. Una delle cause è stata il fatto che i soldati dell'esercito non erano addestrati per fronteggiare un attacco del genere. Si trattava della prima volta e non sapevano che cosa fare.
 
Un'altra volta hanno rapito e preso in ostaggio dei ragazzini che dormivano nella scuola di Maalot. Erano ragazzini di Safed, la città santa dove è nata la cabalà, erano in gita scolastica qui in Galilea e allora si usava molto che gli scolari, per una notte, dormissero nelle classi delle scuole con i sacchi a pelo per poi, la mattina dopo, continuare la gita.
 
Non so se i terroristi lo sapessero, forse hanno visto le luci nella scuola e sono entrati. Li hanno presi come ostaggi e siccome non era mai accaduto prima nessuno sapeva cosa fare...ognuno tentava di inventare qualcosa...cercavano di salvare i ragazzini però alla fine ci sono stati tanti morti e tanti feriti. Sono stati uccisi anche i terroristi però è costato tanto, davvero tanto.
Così, in seguito, quando hanno formato le squadre antiterrorismo ci hanno insegnato tutto ciò che si era imparato dall'esperienza passata. Prima seguivamo i corsi e poi ci allenavamo".
 
Io ho già saputo dagli altri del kibbutz quello che Yehuda ha fatto tanti anni fa, quando era una giovane testa di cuoio. Di Misgav Am si può  parlare, dopo 25 anni non è più un segreto militare, per questo lo incalzo con le mie domande.
 
Il Kibbutz di Misgav Am si trova all'estremo Nord e la sua recinzione corre lungo il confine con il Libano, i terroristi avevano scavato sotto e l'allarme non ha funzionato e così sono entrati all'interno. Era un sabato sera e si teneva l'assemblea del kibbutz. Verso mezzanotte finita l'assemblea, il segretario ha visto da lontano che c'era buio sulla porta della casetta ed è andato per cambiare la lampadina. Appena arrivato lo hanno ucciso a coltellate, probabilmente non volevano far sentire rumore. La moglie che lo aspettava, dopo un po', ha chiamato il fratello e gli ha chiesto se lo aveva visto e lui è andato a cercarlo e per fortuna non lo hanno ammazzato, lo hanno legato e messo in un angolo come ostaggio.
 
La moglie visto che anche lui non tornava ha chiamato il responsabile della sicurezza che è andato verso la casetta chiamando ad alta voce e i terroristi gli hanno risposto un po' in arabo e un po' in inglese. Hanno dichiarato di aver preso i bambini in ostaggio, di non avvicinarsi e di chiamare l'ambasciatore spagnolo. Il responsabile ha immediatamente informato l'esercito. Quando siamo atterrati, c'erano tantissime persone e tantissimi soldati e tutti cercavano una soluzione.
 
Un'altra squadra arrivata prima di noi non era stata in grado di risolvere il problema. Avevano cercato di entrare ma i terroristi avevano ucciso un soldato costringendoli a ripiegare. Non sapevamo ancora quanti fossero i terroristi perché avevano coperto tutte le finestre. Abbiamo discusso su come agire e ci siamo preparati molto velocemente.
 
In mezz'ora, 40 minuti, eravamo pronti e abbiamo circondato la casa, mentre delle persone specializzate nelle trattative cercavano di parlamentare con i terroristi per capire che cosa volessero e per mandare un po' di latte e di cibo ai bambini. I terroristi hanno accettato di prendere il latte e intanto noi cercavamo di guardare dentro perché ogni  tanto qualcuno si avvicinava alle finestre per osservare fuori. Ci eravamo divisi in tre o quattro gruppi per poter entrare contemporaneamente attraverso tutte aperture dell'edificio, sapevamo di dover entrare molto velocemente altrimenti avrebbero avuto il tempo per  ammazzarci oppure per far saltare in aria la casetta, con dentro noi, loro e i bambini, una cosa del genere richiede solo un attimo ed è un rischio grandissimo.
 
Ma cosa volevano?
 
Volevano che venissero liberati 150 terroristi in prigione in Israele, poi un pullman che li portasse tutti insieme all'aeroporto per fuggire all'estero. Volevano anche l'ambasciatore spagnolo come copertura politica. Questa era la loro richiesta e ci hanno consegnato la lista. Siccome era sabato i mediatori hanno iniziato una discussione lunghissima sostenendo che l'ambasciatore non si trovava da nessuna parte
 
Era vero?
 
No, non credo, probabilmente non lo avevano neppure contattato. Israele aveva già capito una cosa molto importante: se si cede ai terroristi non ci sarà più modo di fermarli. Oggi lo ha capito tutto il mondo, cedere a una loro richiesta significherebbe incentivarli, il terrorismo aumenterebbe sempre di più perché diventerebbe una buona strada per ottenere ciò che vogliono.
 
Durante la trattativa cercavano di capire in quanti erano e poi di convincerli a venire fuori con la promessa di non colpirli. Noi eravamo pronti dalla mattina alle sei e carichi di peso. Il solo giubbotto antiproiettile, all'epoca, era di ceramica speciale e pesava 25 chili, era come l'armatura dei cavalieri antichi, noi eravamo pronti ad indossarlo perché un terrorista può colpirti anche da vicino quindi mettevamo volentieri qualsiasi cosa potesse proteggerci ma non eravamo robot, la tensione era così alta e la paura così grande che ci tremavano le gambe e le mani.
 
Siamo rimasti quattro ore senza muoverci, tremando e aspettando. Pensavamo soltanto che se la decisione fosse stata quella di entrare, sarebbe stato meglio farlo il prima possibile. All'improvviso i terroristi hanno iniziato ad urlare, "Mandate via tutti. Sappiamo che ci sono i soldati, mandateli via, altrimenti facciamo esplodere tutto".
 
I soldati non si vedevano, eravamo nascosti, e quindi ci siamo molto spaventati e preoccupati che qualcuno da fuori li informasse con una ricetrasmittente e la nostra tensione è aumentata a dismisura. Verso le 10 del mattino si sono visti, di nuovo,  alcuni terroristi alle finestre, oramai sapevamo che erano 5 o 6 e quindi abbiamo deciso di tentare di entrare con la forza pensando che fosse l'alternativa meno rischiosa. Il comandante del mio gruppo si è lanciato per aprire la porta ma ha preso un colpo nella mano e non è riuscito, ha tentato il secondo e dietro la porta c'era un terrorista davanti ad una grande mitragliatrice.
 
Per fortuna avevamo dei cani addestrati a saltare addosso a chi spara, uno di loro si è slanciato ed è morto con 150 proiettili in corpo salvando il mio amico che è stato il primo ad entrare e che è riuscito appena in tempo ad uccidere il terrorista. Poi è andato subito nella stanza dove erano i bambini e ha iniziato a portarli fuori perché la nostra paura più grande era che tutto saltasse per aria.
 
Non sapevamo quanto tempo avessimo. Io ero forse il quinto nella fila e mentre passavamo sotto le finestre, prima di aprire la porta, ci hanno buttato una bomba a mano con delle schegge piccole ma di una energia micidiale e l'amico che mi precedeva è stato ferito abbastanza gravemente, era pieno di schegge nelle gambe, nel viso, nella schiena, è caduto e noi di corsa lo abbiamo sollevato e passato dietro in modo che lo portassero dal medico poi abbiamo iniziato ad entrare cercando di salvare i bambini.
 
Ancora mi ricordo che arrivato alla porta mi hanno passato un bambino piccolo piccolo e sono andato di corsa a darlo a qualcuno, poi sono tornato indietro e mi hanno dato un altro bambino e poi quando sono tornato indietro di nuovo il comandante urlava "Uscite, uscite, uscite" perché aveva paura che tutto potesse esplodere. Questo è accaduto nell'angolo dov'ero io con il mio gruppetto.
 
Ho visto tutto con i miei occhi e ricordo anche che quando hanno buttato la bomba a mano e il mio amico che stava proprio davanti a me è caduto ferito, io istintivamente stavo per sparare per difendermi, per paura che mi lanciassero un'altra bomba e in un attimo ho realizzato che c'erano dei bambini e che era meglio non sparare.
 
Si corrono rischi grandissimi quando si combatte contro terroristi che hanno ostaggi, si rischia di provocare un danno tremendo! Dall'altro lato della casa, dalla porta sul retro era entrato un altro gruppo e anche lì il comandante mentre cercava di aprire la porta ha sentito all'improvviso un colpo nella pancia e si è reso conto che il suo fucile non funzionava più e allora si è spostato ed è entrato il secondo. Aveva ricevuto un colpo sul caricatore del fucile e per fortuna non gli era successo niente di peggio.
 
I soldati del terzo gruppo passando dal tetto erano penetrati velocemente da una finestra per ritrovarsi in una  stanza vuota dove c'era il signore preso in ostaggio, legato in un angolo. Erano i soldati arrivati prima di noi che, durante la notte, avevano subito un colpo terribile per la morte del loro compagno e, per fortuna, non hanno dovuto fronteggiare una situazione troppo difficile.
 
Tutto è avvenuto in un minuto, al massimo in un minuto e mezzo, alla fine i bambini erano fuori, soltanto uno era morto e non sappiamo di preciso come sia successo, se lo avessero ucciso durante la notte perché piangeva oppure al momento dell'attacco. Anche i terroristi erano morti, quattro erano stati colpiti alle finestre e il quinto, quello con la mitragliatrice, sulla porta principale.
 
Subito dopo sono entrati gli artificieri per controllare la casa e si sono assicurati che non ci fossero esplosivi. Poi nel kibbutz ci hanno invitati per passare una serata insieme e per conoscerci perché per loro era stata una esperienza davvero scioccante.
 
Erano morti un uomo e un bambino, però tutti gli altri erano sani e salvi e questo sembrava un miracolo. Una cosa incredibile! Poi non se ne è più parlato, non ne hanno parlato né i politici, né la stampa ed è stato dimenticato. 
 
Due anni fa è caduto il 25º anniversario di quell'attentato e per l'occasione al kibbutz hanno invitato tutte le persone coinvolte. Io purtroppo non ho potuto partecipare perché ero all'estero ma mi hanno detto che l'incontro è stato molto, molto commovente. C'erano tante persone che hanno raccontato tutta la storia come la ricordavano e c'erano anche i bambini, oramai uomini e donne, ma da quello che mi hanno detto non ricordavano nulla perché al tempo dei fatti erano tutti molto piccoli. Probabilmente per loro era stato un trauma tremendo e lo avevano cancellato dalla memoria. 
 
Erano terroristi vicini al movimento di Arafat?
 
Certo, erano terroristi di Al Fatah e chiedevano la liberazione di altri terroristi di Al Fatah in prigione da noi. 
 
I cinque terroristi sono stati tutti ammazzati?
 
Erano tutti armati quindi non c'era scelta, dovevamo ucciderli altrimenti avrebbero ucciso qualcuno di noi. I mediatori, durante i negoziati, avevano cercato di convincerli ad arrendersi ma non c'era stato nulla da fare. Non volevano neppure sentirne parlare anzi si arrabbiavano di più. Si capiva che erano pronti a veder soddisfatte le proprie richieste oppure  ad uccidere. Non c'era una via di mezzo. 
 
Perché non puoi raccontare della vostra attività nelle teste di cuoio?
 
I fatti, anche se sono passati tanti anni, rimangono segreti militari. Del corpo di cui facevo parte non si può raccontare assolutamente nulla. Né il dove, né il come, né il quando, né la motivazione.
Sarebbe sbagliato parlare del nostro lavoro, potrebbe avere conseguenze negative sulla sicurezza d'Israele perché è molto difficile inventare nuovi metodi  per combattere.
 
Per esempio, prima di Misgav Am nessuno sapeva della possibilità di utilizzare cani addestrati contro chi spara, dopo è stato riportato dalla stampa e quindi oggi i terroristi ne sono informati. Ci sono dei fatti che è meglio non raccontare perché se il nemico ne viene a conoscenza può organizzarsi meglio contro di noi.
 
Noi speriamo che nel futuro non ci siano  più terroristi però oggi, purtroppo, ancora ci sono e agiscono contro Israele e contro i civili. Non si tratta di una guerra normale, di forze armate contro forze armate, qui tutto il paese è frontiera e tutte le persone sono in pericolo, sempre.
 
Prima della barriera di sicurezza c'erano attentati tutti i giorni, nei luoghi più impensabili: nei centri commerciali, nei pullman, nelle scuole, nei cinema, in qualsiasi posto dove ci fosse gente.
 
Voi lo chiamate il Muro perché ci sono 8 km di muro di cemento costruito nelle località dove si sparava. Vicino a Gerusalemme, per esempio, ci sono due colline una di fronte all'altra e da lì si sparava. Quando  alcune famiglie hanno ricevuto dei colpi dentro casa gli israeliani hanno costruito il muro lungo la strada per bloccare i proiettili.
 
I terroristi non sparavano mai da casa propria, entravano in case dove vivevano famiglie arabe e sparavano pur sapendo che l'esercito avrebbe colpito i civili innocenti e le loro case perché ovviamente noi rispondevamo verso la direzione dalla quale provenivano i colpi e invece magari i terroristi erano già andati via. Hanno fatto così moltissime volte.
 
Nelle località da dove non si sparava, invece, abbiamo messo una recinzione metallica, con le pattuglie e le telecamere per dare l'allarme. Quando una persona esce chiude a chiave la porta di casa perché non vuole che qualcuno entri senza permesso. E' normale! Oggi, in Israele non si permette più a nessuno di entrare senza permesso. E come se avessimo chiuso a chiave la porta d'Israele. E' un atto di difesa ed era proprio necessario!  
 
L'Alta Corte di Giustizia, per venire incontro alle legittime esigenze degli arabi, in alcuni posti, ha ordinato all'esercito di spostare la barriera. Per esempio a Ma'aleh Adumim, lo scorso agosto.   
 
Sì, ovviamente, quando lo decide la magistratura non c'è alcun problema a fare spostamenti . In Europa fanno il paragone con il muro di Berlino, il che è una assurdità, il muro di Berlino era stato costruito dal governo fascista della Germania dell'Est per impedire alla gente di fuggire, un governo che si definiva comunista ma era più fascista che comunista perché era una dittatura. In Israele non serve per impedire alla gente di passare ma per impedire gli attentati e non c'era altra soluzione.
 
Perché ha diciotto anni hai scelto di entrare nelle teste di cuoio?
 
Prima dell'arruolamento vieni chiamato per essere sottoposto a tutti i controlli. C'è anche un'intervista e gli psicologi ti domandano che cosa pensi del servizio militare, cosa vorresti fare e perché vuoi entrare nell'esercito. Io risposi che non "volevo" entrare nell'esercito, che anzi mi avrebbe fatto molto piacere non doverci entrare, mi avrebbe fatto molto piacere viaggiare per il mondo, andare all'università, o restare nel mio kibbutz! Io non ero per niente contento di entrare nell'esercito! Però, siccome è un obbligo civile per tutti quelli che vivono in Israele, siccome nella sicurezza  la situazione è sempre molto difficile, poiché era il mio turno, anch'io ero disposto ad andare a difendere la mia famiglia e i miei amici.
 
In quel momento toccava a me fare per gli altri ciò che gli altri, fino ad allora, avevano fatto per me. E dato che ero obbligato ad entrare nell'esercito volevo farlo nel modo migliore possibile per cui ho scelto un corpo speciale dove avrei potuto dare il meglio di me stesso.
 
L'addestramento ti è piaciuto?
 
L'addestramento è stato molto lungo e difficile, però molto interessante perché mi piace studiare e ho imparato tante cose che mi sono servite per tutta la vita. Per esempio, devi imparare ad orientarti di notte in posti che non conosci, dove non c'è niente: né strade, né sentieri, né illuminazione. E' una cosa molto difficile però in seguito ti rimane una sensazione molto forte di sicurezza personale.
 
Ho imparato molto bene a scalare le rocce con le corde e questo può essere utile per salvare la vita di qualcuno e ho anche seguito un corso di pronto soccorso. Altre cose mi sono servite moltissimo, in seguito, per organizzare le gite e i campeggi con i ragazzi, in tutto il mio lavoro di educatore che consiste tra l'altro nel saper creare un gruppo unito, capace di "fare insieme".
 
Si tratta di una formazione personale molto importante per chiunque. Se decidi qualcosa sai come raggiungere il tuo obiettivo. In ogni campo, nello studio, nel commercio, nell'amicizia ... Quando decidi sai come arrivare. Cercano di addestrare persone che siano capaci di sopravvivere ma anche di portare a termine una missione nonostante le tante difficoltà da fronteggiare, capaci di trovare una soluzione anche nei momenti più difficili.  
 
Nella formazione del soldato come viene affrontata la dimensione etica?
 
Durante l'addestramento si parla moltissimo di quello che può succedere e di come bisogna comportarsi. Per esempio, in Libano durante la prima guerra, cioè nell'82, molte volte è accaduto che avanzava una donna incinta oppure un uomo con una bandiera bianca allora abbassavamo le armi e invece dietro di loro si nascondeva qualcuno  armato che li stava usando come scudo e che ci colpiva. Come comportarsi in questi casi?
 
Per esempio, da riservisti nella striscia di Gaza si facevano dei controlli, si andava sui tetti delle case e si stava lì a guardare se succedeva qualcosa. I giovani arabi lo sapevano e quando uscivano da scuola, nel primo pomeriggio, iniziavano a tirare sassi molto grandi con delle piccole balestre, erano molto pericolosi perché potevano ucciderti o rompersi una gamba o un braccio, usavano anche delle fionde per lanciare bilie di acciaio che se ti colpiscono sono quasi come un colpo di fucile.
 
Con la mia pattuglia una volta ci siamo ritrovati sotto una valanga di sassi e di mattoni ed eravamo molto nervosi per il pericolo, se ci fossero stati ragazzi più giovani, con meno esperienza e meno pazienza, sicuramente avrebbero iniziato a sparare e avrebbero ucciso qualcuno.
 
E' stato un momento di grande pericolo e non un gioco da bambini. In certi casi ci vuole moltissima forza interiore per non reagire. Altre volte, quando arrestavamo dei palestinesi e li portavamo alla base, con le mani legate, succedeva che dei giovani soldati di unità non combattenti iniziassero a molestarli, non è che li colpissero o li maltrattassero, cercavano di infastidirli con le parole ma noi li allontanavamo e l'abbiamo sempre impedito.
 
Nel corso dell'addestramento si parla moltissimo di casi come questi, di come bisogna comportarsi e di cosa sia giusto fare, sia tra i soldati che tra i comandanti è un argomento molto vivo, il discorso è sempre aperto e molto discusso. Non dico che ogni tanto qualcuno non si comporti male ma c'è sempre qualcun'altro che glielo impedisce e lo rimprovera, non passa mai inosservato.
 
In Italia la stampa, specialmente quella dell'estrema sinistra, spesso non è tenera con Israele e il suo modo di fare lotta al terrorismo. I soldati di Tsahal vengono descritti come cinici militari che uccidono freddamente donne e bambini.
 
Sono cose assurde, se un soldato fa qualcosa contro la legge lo arrestano e lo mettono sotto processo. Niente passa sotto silenzio, qualsiasi infrazione viene trattata molto severamente e molto seriamente..
 
L'anno passato qui in Israele è scoppiata una polemica quando alla facoltà di Storia dell'Università di Gerusalemme è stata premiata una studentessa per una ricerca sul comportamento di Tsahal. Per spiegare il perché i soldati israeliani non abbiano mai stuprato le donne arabe si avanzava l'ipotesi  che fosse per una attitudine razzista.
 
Ho sentito parlare di quello studio. E' proprio un'assurdità! Qualsiasi cosa facciano i soldati non va bene! In tutta la mia vita non ho mai sentito che sia stata stuprata una sola donna araba. Non c'è una sola testimonianza neppure da parte degli arabi che sono stati mandati via e che sono nostri nemici.  Nell'esercito israeliano è molto chiaro che ci sono delle cose che non si fanno. Non si fanno in nessun caso. Non si fanno e basta!
 
Sin da quando è nato lo Stato e anche da prima, quando c'era l'Haganà, l'esercito israeliano è stato fondato come esercito del popolo, non da professionisti che fanno la carriera militare, ma dal popolo stesso che voleva difendere il popolo. Per questo il primo discorso che si fa alle reclute è quello etico e morale. Ci rendiamo perfettamente conto di quanto sia difficile essere un soldato attento alla dimensione etica, si pone quasi una contraddizione in termini, ma nonostante sia molto difficile non si è mai rinunciato. E' importantissimo e tutti ne parlano. Dal primo sottufficiale fino al capo dell'esercito è un argomento di cui si discute continuamente.
 
Posso chiederti  che rapporti umani si stabilivano tra voi Teste di Cuoio?
 
Questa è una domanda molto interessante perché si attraversano talmente tante difficoltà insieme che dopo non hai più nulla da nascondere, si stabilisce una tale vicinanza, una tale apertura fisica e mentale...Sai tutto dei tuoi compagni e loro sanno tutto di te.
 
Durante le azioni ci difendiamo l'uno con l'altro, quindi tutto il tempo sai che puoi contare sugli altri e questo fa nascere un'amicizia molto profonda che dura per tutta la vita. Io posso chiamare uno qualsiasi della mia squadra, in qualsiasi momento e so che tutti farebbero il massimo possibile per aiutarmi come il viceversa.
 
Anche se sono passati già 25 o 30 anni da quando ci siamo conosciuti. Nella mia squadra siamo in 14, alcuni sono sposati e hanno figli e altri no. Ci incontriamo tre o quattro volte l'anno per fare delle gite nei fine settimana insieme alle mogli e ai figli, cerchiamo un posto per dormire all'aperto con le tende  o in un piccolo ostello, nel deserto, in Galilea, per tutta Israele. Una volta all'anno invece facciamo un incontro di soli uomini.
 
Quando si rischia la vita insieme nasce un rapporto molto, molto profondo e vedo che anche i miei figli nell'esercito hanno stabilito amicizie molto profonde. Certamente ci sono anche gli amici che incontri all'università o nel lavoro ma quelli dell'esercito rimangono speciali.
 
Ora per esempio, capisco una cosa che non avrei creduto. Qui in kibbutz sono cresciuto insieme agli altri ragazzi e ragazze, abitavamo insieme, giocavamo insieme, mangiavamo insieme, stavamo sempre insieme, dalla nascita fino a 18 anni, eravamo molto vicini e avevamo una grande amicizia, comunque quello che ho vissuto in tre anni con gli amici dell'esercito è stato ancora più profondo. E' una cosa difficile da spiegare e che non ti aspetteresti, anche in kibbutz  eravamo molto vicini però con gli altri ho rischiato la vita insieme e quindi abbiamo raggiunto una profondità dell'anima e un'apertura totali.
 
Cosa si prova quando si uccide?
 
È una cosa molto difficile, io non credo che esista una persona che possa uccidere a sangue freddo. Certo ci sono gli psicopatici ma i soldati israeliani non sono psicopatici quindi provano dolore, paura, tristezza, tante sensazioni. Se uccidi qualcuno che è armato e che ucciderebbe te oppure dei civili non hai nessuna possibilità di scelta, si tratta di un momento tragico nel quale da una parte c'è la sua vita e dall'altra la vita tua e quella degli altri.
E' la tragicità di chi deve difendere il popolo, le persone.  A volte non hai un altro mezzo per fermare un terrorista che ucciderlo. Che cosa fai?
 
Come in Italia per i partigiani che combattevano i  nazifascisti. Avrei voluto chiedere a mio padre se durante la guerra avesse ucciso qualcuno, avrei voluto ma non ne sono mai stata capace. Sentivo che si trattava di una domanda terribile.
 
È proprio una sensazione tragica. Che poi ti peserà per tutta la vita. Ci sono studi sui soldati che presentano la sindrome  post- traumatica da combattimento. Israele è il posto al mondo dove si studia di più quello che la gente prova dopo la guerra, quando non si riesce più a lavorare, a dormire... sicuramente si tratta di uno shock tremendo.
 
Forse la prima volta è la peggiore.
 
Non penso che la seconda volta sia meno grave dalla prima. L'unica differenza, forse, è che sai già cosa stai vedendo. La prima, la seconda, la terza, la quarta.....è sempre una cosa tremenda, tremenda.
 
Molte volte ho ascoltato il racconto dei partigiani e ho sempre considerato una grande fortuna il non essere stata costretta nella mia vita ad uccidere qualcuno.
 
Certamente. Certamente.
 
Ho visto una tale disperazione sul viso di alcuni soldati al ritorno da una missione.
 
L'esperienza dell'esercito non è facile e ti matura moltissimo, ti fa vedere il mondo da un altro punto di vista che certo non è bello. I giovani in Italia non vivono neppure la metà delle esperienze dei giovani israeliani. Rispetto a un ragazzo italiano di 22 anni, un ragazzo israeliano della stessa età è come se avesse vissuto 10 o 15 anni in più di esperienze personali.
Le responsabilità che i nostri ragazzi prendono sulle spalle sono responsabilità che altrove tanti uomini adulti non hanno mai portato. Responsabilità enormi. Una cosa molto difficile. 
 

agenzia radicale


29 dicembre 2008

Breve storia di Israele ad usum ignorantis

 

Premetto che non sono né Israeliano né Ebreo (e mi spiace quasi). Scrivo questi appunti non esaustivi per fornire un po’ di chiarezza a coloro che sparlano di argomenti vitali senza nemmeno prendersi la briga di informarsi. Ho sentito negli anni affermare che Israele sarebbe uno Stato grande come l’Italia, e che gli Ebrei hanno cacciato via dalla Palestina popolazioni indigene per stabilirvisi negli anni ’40.

Dunque, partiamo dall’inizio.

Israele ha una superficie di 20.770 kmq, inferiore a quella della Sicilia (25.710 kmq), con una popolazione di 6.700.000 di abitanti (la Sicilia ne ha 5.087.000, e la sola area urbana di Milano ne ha 7.400.000). È circondata dai seguenti stati islamici confinanti:

Siria kmq 5.087.000 abitanti 17.585.540

Libano kmq 10.452 abitanti 3.826.018

Egitto kmq 1.001.450 abitanti 77.505.756

Giordania kmq 92.300 abitanti 5.153.378

A cui bisogna aggiungere altri 3.702.212 di Palestinesi su un territorio di 6.220 kmq che porta un totale di 107.772.904 di musulmani confinanti. Alle spalle di queste popolazioni vi sono altre centinaia di milioni di musulmani.

[fonte Wikipedia]

RISALENDO ALLE ORIGINI DELLA STORIA.

Gli Ebrei, chiamati anche Israeliti e Giudei o Cananei, verso il 2000 a.C. assieme ad altre tribù Semite scendono dalla Mesopotamia per approdare nelle terre disabitate della costa, chiamata in seguito Palestina, dove si stabiliscono. È il periodo dei patriarchi, Abramo, Isacco, Giacobbe, ecc.

Qui prosperano e si movimentano verso le regioni circostanti, specie l’Egitto. Dopo il XVII sec. a.C. le tribù ebree che abitavano in Egitto (dove vivevano in pace coi locali) fanno ritorno in Palestina perché invise ai nuovi conquistatori dell’Egitto, gli Hyksos (stirpi mesopotamiche) e si riuniscono alle tribù ebraiche qui rimaste. È l’epoca di Mosè.

In Palestina le varie tribù ebree continuano a vivere fino alla fine dell’VIII sec., quando il loro regno viene invaso dagli Assiri (che per capirci vivevano in un territorio identificabile con l’attuale Irak). Dopo un assedio di tre anni, la capitale giudaica Samaria è conquistata e la popolazione ebrea deportata a Babilonia (la prima diaspora). Tutta la terra dei Giudei viene colonizzata da Babilonesi e Siriani (ricorda qualcosa…).

Bisogna aspettare che l’impero babilonese venga attaccato e distrutto dai Persiani (odierni Iraniani) per vedere la fine della cattività degli Ebrei in terra straniera (anche questo ricorda qualcosa). Nel VI sec. gli Ebrei ricominciano a tornare in Palestina perché il re persiano Ciro li libera dalla schiavitù trattandoli con amicizia (oggi verrebbe da ridere).

In Palestina gli Ebrei vivono in pace (relativa, per quei tempi) fino alla conquista di Alessandro Magno. Un alternarsi di conquiste egiziane ha termine con la conquista della Palestina da parte dei Romani. Siamo nel 64 a.C.

La repressione romana fu terribile. Sul fatto che Gesù fosse ebreo e fosse nato in Palestina direi, almeno su questo, che non c’è chi possa dubitarne.

Un fenomeno completamente nuovo si ebbe tre secoli dopo, quando politicamente il cristianesimo fu forte abbastanza da prevalere sull’ebraismo, tanto da far nascere un antisemitismo religioso (vedasi Editto di Milano, 313, e, per chi volesse, il mio libro sul Concilio di Nicea).

Arriviamo al 624 d.C.

Maometto con le tribù beduine inizia le sue conquiste e disperde le comunità israelite dell’Arabia settentrionale. La dominazione musulmana della Palestina durò fino al 1918, tranne i brevi periodi costituiti dai regni dei crociati.

Gli Arabi si insediano in Palestina.

Nel 1517 la Palestina diventa parte dell’impero ottomano (Turco).

Dal 1880 nasce in Europa un movimento ebreo tendente a far tornare in Palestina gli ebrei esiliati (sionismo).

Nella Prima guerra mondiale la Turchia era alleata della Prussia.

Alla fine della guerra Gerusalemme è liberata dalle truppe inglesi che proclamano il ritorno di un insediamento statale ebraico nella terra originaria di Palestina (discorso del ministro inglese lord Balfour), ma in realtà la promessa non è mantenuta e la Gran Bretagna si assume il mandato della Palestina.

Nel 1929 il ritorno delle famiglie ebree in Palestina produce scontento nelle popolazioni musulmane tanto da far scoppiare scontri violentissimi.

Nel maggio 1942 il Programma Baltimore a New York rivendica la ri-costituzione di uno Stato ebraico sul territorio originario di Palestina. Nel frattempo le famiglie ebree nel mondo continuano a comperare terreni in Palestina che gli Arabi sono ben contenti di vendere a peso d’oro: si tratta perlopiù di terre abbandonate, inabitate e non coltivate.

Tuttavia negli anni succede esattamente questo: le famiglie immigrate di Ebrei iniziano a coltivare le terre acquistate e a costruire paesi fiorenti. In una parte degli Arabi abitanti in Palestina sorge un sentimento di invidia e gelosia per l’operosità degli Ebrei, abilmente pilotato da capipopolo che alimentano ostilità nei confronti degli Ebrei per proprie mire politiche. La Grande rivolta araba (1935-1939) è un’esplosione di violenza e terrore tesa sia a rivendicare l’indipendenza dal mandato britannico e la creazione di uno Stato indipendente palestinese, sia la fine dell’immigrazione ebraica e l’espulsione dei nuovi arrivati.

Dopo la Seconda guerra mondiale i paesi palestinesi abitati dai coloni ebrei, scampati al genocidio di sei milioni di loro durante una delle pagine più buie della storia umana, diventano sempre più città fiorenti, dove prima secoli di dominazione araba non avevano prodotto nulla e la popolazione musulmana seguitava a vivere poveramente. Gli scontri armati diventano di intensità sempre maggiore fra fazioni arabe ed Ebrei.

La situazione peggiora fino al punto che la Gran Bretagna nel 1947 decide di abbandonare il mandato della Palestina. Gli Ebrei riescono a difendersi e a mantenere i loro territori.

Nel novembre del 1947 l’Assemblea Plenaria dell’Onu, dopo sei mesi di lavoro da parte dell’UNSCOP (United Nations Special Committee on Palestine), delibera la Risoluzione n. 181, ossia la spartizione della Palestina in due Stati, uno ebraico («con molte zone desertiche» fonte Wikipedia) e uno arabo, con Gerusalemme città internazionale.

Il 15 maggio 1948, il mandato britannico scade ufficialmente e finalmente viene proclamato lo Stato sovrano indipendente di Israele ponendo termine al sionismo. Le truppe britanniche si ritirarono.

Il giorno dopo, 16 maggio, «gli eserciti di Egitto, Siria, Libano, Iraq e Transgiordania attaccarono il neonato Stato di Israele. L’offensiva venne bloccata dal neonato esercito israeliano le forze arabe vennero costrette ad arretrare. La guerra terminò con la sconfitta araba nel maggio del 1949 e produsse circa 700 mila profughi arabi. In seguito all’armistizio e al ritiro delle truppe ebraiche l’Egitto occupò la Striscia di Gaza mentre la Transgiordania occupò la Cisgiordania, assumendo il nome di Giordania. Israele si annetté la Galilea e altri territori a maggioranza araba conquistati nella guerra» (fonte Wikipedia).

Nel 1967, per propri calcoli politici all’interno del mondo arabo, il presidente egiziano Nasser si mette alla testa di una minaccia contro Israele alleandosi con Siria e Giordania, ammassando truppe corazzate ai confini. Con un attacco lampo di sei giorni l’esercito israeliano sbaraglia gli eserciti nemici e conquista la Penisola del Sinai, le Alture del Golan, e la Striscia di Gaza che le permettevano di controllare meglio i terreni da cui erano provenuti gli attacchi.

«Nel 1973 Egitto e Siria attaccarono a sorpresa Israele nel giorno della festività ebraica dello Yom Kippur. Nei primi giorni di conflitto i due paesi arabi ebbero la meglio ma, dopo una fase di stallo, le truppe israeliane riuscirono a riprendere il controllo della situazione e a rovesciare le sorti del conflitto, ricacciando Egiziani e Siriani al di là delle posizioni iniziali. In seguito, nel 1978, con gli accordi di Camp David, Israele si impegnava a restituire la Penisola del Sinai mentre l’Egitto si impegnava al riconoscimento dello Stato di Israele» (fonte Wikipedia).

Gli anni recenti sono stati caratterizzati da continui conflitti armati fra l’Olp e gli Israeliani, fino a quando nel 1982 l’esercito israeliano costrinse l’Olp a fuggire trasferendosi in Tunisia.

«Per lungo tempo l’Olp rifiutò di assumere come base per il dialogo la risoluzione 242 dell’Onu (che prevedeva il ritorno ai confini di prima della “guerra dei sei giorni”, legittimando così le conquiste territoriali israeliane del 1948-1949), finché nel 1988 la sua linea si ammorbidì consentendo l’avvio di un cauto e non sempre coerente avvicinamento fra le opposte posizioni» (fonte Wikipedia). Quando tutto sembrava iniziare a svolgersi verso una soluzione, Arafat proclamò la Prima Intifada (lotta armata) pensando (erroneamente) di poter ottenere molto di più, o, probabilmente, ritenendo che il proprio ruolo di capo militare non potesse trasformarsi in quello di politico. È molto più facile comandare un esercito terroristico che una nazione, e nessuno dell’Olp aveva intenzione di creare uno Stato palestinese che avrebbe decretato la fine del senso di esistere della lotta armata. Chi ci rimise fu il popolo palestinese che rimane tuttora in miseria nonostante miliardi di dollari stanziati dall’Occidente e finiti nelle casse dell’Olp.

Nel 1993 si attua un vertice di pace a Washington che prevede un accordo sul ritiro da Gaza. Mediazione di Clinton. Israele accetta ma gli attacchi palestinesi ai civili non smettono: continuano stragi di Israeliani.

Un nuovo vertice per la pace a Washington non riuscì a convincere con le sue proposte Arafat sui termini della pace e le trattative conobbero così un cocente fallimento. Nell’ultimo periodo, la nuova strategia di Hamas di ricorrere ad attentati suicidi contro i civili ebrei ha ulteriormente acuito la tensione, facendo irrigidire le posizioni degli Israeliani.

La morte del leader dell’Olp Arafat (primavera 2004) ha finalmente sbloccato la situazione e l’elezione del suo successore Abu Mazen ha portato, tra innumerevoli azioni di guerriglia e di contro-guerriglia, di attentati terroristici palestinesi e di “uccisioni mirate” e dure ritorsioni israeliane contro civili palestinesi, allo sgombero (unilateralmente disposto nel 2005 dal premier israeliano Ariel Sharon) della Striscia di Gaza, consegnata in novembre all’Anp, sui cui valichi è stata chiamata a vigilare una forza di polizia della Comunità Europea, comandata da un generale dei Carabinieri dell’esercito italiano.

In questo delicato momento, in cui al-Fatah è disposta a riconoscere Israele e a lavorare per uno Stato palestinese, Hamas séguita a proclamare la distruzione di Israele, in ciò fomentata da Hezbollah filo iraniano.

Il resto è cronaca quotidiana.

fonti:

Limes – Rivista di geopolitica

Karl Ploetz – Enciclopedia della Storia – Mondadori

Michel Mourre – Dizionario di Storia Universale – Mondadori

Benedetto Conforti – Le Nazioni Unite – Cedam

Bendetto Conforti – Lezioni di diritto internazionale – Editoriale Scientifica

Carlo Jean – Geopolitica – Laterza

Henry Kissinger – Gli anni della Casa Bianca – Mondadori

Grazie per l’attenzione

Andrea



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