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30 novembre 2008

Israele e dintorni per i nostri media

 

Dopo la tempesta di sangue su Mumbai la cronaca lascia spazio nel week end al tempo della riflessione e del commento. La coda polemica non manca. E la riporta Francesca Paci su La Stampa “L'India – scrive - non ha gradito le critiche israeliane al blitz di Chabad House, durante il quale sono morti il rabbino Holtzberg, la moglie e altre sei persone. Nessuna protesta ufficiale. Ma una fila di editoriali e interventi tv che accusano Israele di «sollevare dubbi sull'efficienza dei nostri valorosi commandos»”. “Gli indiani – prosegue non accettano obiezioni. Specie da chi, ad eccezione di Entebbe, «ha un saldo negativo nel salvataggio degli ostaggi».
Su tutt’altro piano, sul
Corriere della sera , l’editoriale di Angelo Panebianco dal titolo choc “Perché non indigna la caccia agli ebrei”. Panebianco pone alcune questioni di centrale importanza sull’atteggiamento degli europei rispetto il terrorismo. A partire da un quesito fondamentale. “Cosa c'entrano gli ebrei con il conflitto indo-pakistano? – scrive - Assolutamente nulla. Ma c'entrano moltissimo con l'ideologia jihadista e con il fanatismo antisemita che la caratterizza. Il richiamo più immediato è al caso di Daniel Pearl, il giornalista ebreo-americano rapito e sgozzato in Pakistan nel 2002. Il fatto che egli fosse ebreo ebbe una parte decisiva nel suo assassinio”.
 “Per quanto riguarda noi europei – prosegue Panebianco - di singolare nei nostri atteggiamenti verso il terrorismo islamico c'è l'indifferenza che spesso mostriamo per un aspetto che all'interno della sua ideologia dovrebbe, a rigore, apparirci ripugnante: l'antisemitismo. (…) La stessa Europa che ricorda l'olocausto e si commuove davanti al film Schindler's List non prova particolare sdegno per l'antisemitismo diffuso nel mondo arabo, e musulmano in genere, di cui la ‘caccia all'ebreo’ da parte dei jihadisti (anche a Mumbai) è una diretta conseguenza. (…) C'è l'idea che solo se neghiamo l'evidenza, ossia i veri caratteri dell'ideologia jihadista, solo se spieghiamo le sue manifestazioni violente come il frutto esclusivo di circostanze specifiche in luoghi lontani da noi, possiamo sperare di essere lasciati in pace”.
Il tema dell’antisemitismo torna nell’intervento di Bernard Henri Levy, sempre sul
Corriere della sera, dedicato al ruolo delle leggi contro il negazionismo e nello specifico alla legge contro la negazione del genocidio armeno che ha suscitato le resistenze di alcuni storici. Henri Levy delinea la specificità del caso armeno, che vede in campo addirittura uno Stato. “Non si tratta di un negazionismo di setta –scrive - ma di Stato, che dispone dei mezzi di pressione, intimidazione, ricatto di un grande Stato. Gli armeni, in altri termini, si trovano nella situazione in cui si troverebbero gli ebrei se la Germania, dopo Hitler, non avesse fatto quel lavoro di memoria e di lutto al quale si è virtuosamente sottoposta”.
In tema di cronaca italiana valgono invece una menzione gli slogan contro Israele e il sionismo scanditi ieri a Roma nel corso di un corteo in occasione del sessantesimo anniversario della Giornata internazionale della Palestina, sancita dall'Onu, di cui dà notizia tra gli altri il
Messaggero. Ampia, come sempre la domenica, la pagina culturale. Si segnalano in particolare sulla Stampa l’intervista di Alain Elkann a Claudio Magris, in Israele nei giorni scorsi per l’iniziativa dei dialoghi letterari con gli scrittori israeliani promossi dall’Istituto italiano di cultura in occasione della visita di Napolitano e l’intervento di Giulio Busi sul Sole 24 ore
dedicato al gusto italiano per la qabbalah.

Daniela Gross U.C.E.I


30 novembre 2008

Se non indigna la caccia agli ebrei

 

Dall'odierno Corriere della sera un editoriale di Angelo Panebianco di considerazioni sull'attacco terroristico a Mumbai, in India.
Particolarmente interessante è la parte finale dell'articolo in cui parla chiaramente dello strano atteggiamento del mondo occidentale che si commuove vedendo un film sulla Shoah ma rimane indifferenti verso questo moderno antisemitismo diffuso specie nel mondo arabo e musulmano.

Se non indigna la caccia agli ebrei di Angelo Panebianco

Mentre sono ancora frammentarie e confuse le notizie sui protagonisti, così come gli indizi sui mandanti, dell'attacco jihadista a Mumbai, gli analisti già ricominciano a dividersi, seguendo un canovaccio che è sempre lo stesso quando si tratta di terrorismo islamico. La divisione è fra chi ritiene che ogni singolo episodio terroristico, quale che sia la sua gravità, sia interamente spiegato dall'esistenza di conflitti locali (si tratti, di volta in volta, del Kashmir, della Palestina, del conflitto fra casa regnante ed estremisti in Arabia Saudita, dell'Afghanistan, dell'Iraq, eccetera) senza bisogno di prendere troppo sul serio le rivendicazioni dei jihadisti sul carattere «globale » della loro guerra contro apostati e infedeli, e chi invece ritiene che i conflitti locali siano fonti di alimentazione del jihad globale.

Non è una disputa accademica. Perché l'interpretazione che si adotta suggerisce linee di azione differenti. Se vale la prima interpretazione si tratterà, per l'Occidente, di agire pragmaticamente caso per caso, accettando il fatto di trovarsi per lo più di fronte a forme di irredentismo (Kashmir, Palestina), che usano strumentalmente la coperta dell'estremismo islamico, o di guerre civili che hanno per posta il potere all'interno di questo o quello Stato musulmano. Se vale la seconda interpretazione si tratterà di non perdere di vista il quadro di insieme e, per esso, il fatto che nel mondo islamico è da tempo in corso una lotta nella quale tanti gruppi estremisti (collegati tramite il web e le reti di solidarietà e finanziamento presenti in tutte le comunità islamiche, anche quelle europee) cercano di spostare a vantaggio delle proprie idee gli equilibri di potere all'interno della umma, della comunità musulmana nel suo insieme. In uno scontro di civiltà che usa la religione per distinguere musulmani buoni e cattivi e per identificare i nemici: i cristiani, gli ebrei, gli indù, eccetera.

Se si evitano le scelte ideologiche preconcette occorre riconoscere che tutte e due le interpretazioni contengono elementi di verità. Lo dimostra il caso di Mumbai. Hanno ragione quegli analisti che inquadrano la vicenda all'interno del conflitto indo-pakistano e delle sue connessioni con la guerra in Afghanistan. È plausibile che i burattinai stiano all'interno delle forze armate pakistane e che vogliano impedire la normalizzazione, sponsorizzata dagli Stati Uniti, dei rapporti fra Pakistan e India, sperando in una reazione indù antimusulmana: più sale la tensione, più essi possono segnare punti a proprio vantaggio all'interno del Pakistan nonché a favore dei propri alleati-clienti nella galassia talebana in Afghanistan. Ma ciò non spiega tutto. Fra gli ospiti degli hotel aggrediti erano gli americani e gli inglesi i più presi di mira. È dipeso solo dal ruolo degli angloamericani in Afghanistan? O non era anche un modo per lanciare agli islamisti sparsi per il mondo il messaggio secondo cui l'azione in corso era comunque parte di una più ampia lotta in cui il Grande Satana resta il nemico più importante? E, soprattutto, come si spiega l'attacco (anch'esso pianificato) al Centro ebraico, l'assassinio di un rabbino e di altri otto ebrei?

Cosa c'entrano gli ebrei con il conflitto indo-pakistano? Assolutamente nulla. Ma c'entrano moltissimo con l'ideologia jihadista e con il fanatismo antisemita che la caratterizza. Il richiamo più immediato è al caso di Daniel Pearl, il giornalista ebreo-americano rapito e sgozzato in Pakistan nel 2002. Il fatto che egli fosse ebreo ebbe una parte decisiva nel suo assassinio. L'attacco al Centro ebraico è la dimostrazione del fatto che il terrorismo islamico ha due facce, trae alimento da due radici: i conflitti regionali ma anche un'ideologia jihadista che ha per posta la riorganizzazione della umma, la comunità dei credenti, in chiave antioccidentale e della quale è un tassello essenziale la «guerra ai sionisti».

Per questa ragione, pur dovendo modulare le risposte a seconda delle condizioni locali, non conviene perdere di vista il quadro di insieme. Le battaglie «locali» (soprattutto quando si colpiscono anche ebrei e americani) ottengono una eco immediata in tutti i luoghi del mondo ove l'estremismo islamico alligna e favoriscono un proselitismo i cui effetti si manifesteranno in seguito, con altre azioni terroristiche, in altre parti del globo.

Per quanto riguarda noi europei di singolare nei nostri atteggiamenti verso il terrorismo islamico c'è l'indifferenza che spesso mostriamo per un aspetto della sua ideologia che dovrebbe, a rigore, apparirci ripugnante: l'antisemitismo. È una vecchia storia. La stessa Europa che ricorda l'Olocausto e si commuove davanti al film Schindler's List non prova particolare sdegno per l'antisemitismo diffuso nel mondo arabo, e musulmano in genere, di cui la «caccia all'ebreo» da parte dei jihadisti (anche a Mumbai) è una diretta conseguenza. Non casualmente, qui da noi trovò fertile terreno, dopo l'11 settembre, la favola secondo cui il jihadismo sarebbe colpa di Israele, un frutto delle persecuzioni israeliane nei confronti dei palestinesi. E vanno anche ricordati i sondaggi che registrano l'ostilità di tanti europei per Israele. Al fondo, sembra esserci una strategia inconsapevole e politicamente suicida. C'è l'idea che solo se neghiamo l'evidenza, ossia i veri caratteri dell'ideologia jihadista, solo se spieghiamo le sue manifestazioni violente come il frutto esclusivo di circostanze specifiche in luoghi lontani da noi, possiamo sperare di essere lasciati in pace.


30 novembre 2008

Islam: sentenza giudice di Cremona crea pericoloso precedente. Nessuna deroga al rispetto della legge

 
                              


 "La sentenza del giudice di Cremona che assolve la donna tunisina che si è recata in tribunale con il volto coperto dal velo, legittima, di fatto, comportamenti che in Italia sono vietati dalla legge. Non ci possono essere deroghe al rispetto della legge, tanto più in casi in cui la norma serve a garantire la sicurezza dei cittadini. Il fatto che la donna abbia mostrato il volto su richiesta dell’autorità non la assolve dall’obbligo di rendere sempre visibile il volto". Lo ha dichiarato l'Onorevole Isabella Bertolini componente del direttivo del Pdl alla Camera: "La legge che  impone l’obbligo di rendere riconoscibile nei luoghi pubblici il volto non può essere rispettata solo a gentile richiesta. Ancora una volta, purtroppo, ci troviamo invece di fronte ad una interpretazione della norma che apre pericoloso precedente. Tutti coloro che vorranno circolare coprendosi il volto per non farsi riconoscere saranno d’ora in poi spinti a farlo, sapendo di potere contare comunque su un giudice che anziché punire assolve". Il giudice del Tribunale di Cremona ha assolto una donna tunisina di 37 anni, perchè il fatto non sussiste. La vicenda risale al 21 settembre 2005, quando la donna residente a Cremona, si presentò in tribunale con il volto coperto dal velo islamico, per assistere all’udienza del processo per terrorismo in corte d’assise contro il marito, imam componente di una cellula islamica.



30 novembre 2008

PRIGIONIERE NEL DESERTO

 




Candice, è stata costretta a rasarsi per questioni d'igiene. Le è stato sottratto tutto. E' riuscita a nascondere soltanto un cellulare, con il quale comunica con l'esterno e ha ogni tanto possibilità di collegarsi a Internet.

Candice Ahnine e sua figlia Aya, di quasi sette anni, nata da una unione con un principe saudita, sono prigioniere a Riad in un palazzo della famiglia reale. Resoconto di una storia incredibile e drammatica.
Le relazioni diplomatiche tra la Francia e l' Arabia Saudita potrebbero nei i prossimi giorni farsi molto tese. La ragione? Un doppio sequestro. Quello di Candice Ahnine, giovane donna di Hyéres (Francia) di 31 anni, e di sua figlia Aya, che soffierà molto presto le sue 7 candeline, in una prigione dorata.
La vicenda, passata stranamente inosservata, è stata tuttavia rivelata a fine ottobre su Internet.Più precisamente sul canale Facebook. Candice, su una fotografia con sua figlia, ha lanciato un SOS in cui scrive: "Mia figlia è sequestrata ed io rinchiusa a Riad, in un palazzo. (...) Pietà. Aiutateci".
Precisione importante: il palazzo in questione apparterrebbe alla famiglia del principe Sattam Al Saoud, il padre della piccola Aya… . (Fonte: "Scettico")

Da questo drammatico appello, la situazione di queste due "prigioniere nel deserto", non è ovviamente migliorata. Da quanto dice la madre di Candice - Muriel Mallier, ex moglie di Gèrars Ahnine - "mia figlia e mia nipote sono separate. Possono appena vedersi. La piccola, che non vive con il suo papà, ma con la madre di quest'ultimo, è completamente terrorizzata".
Tutto era cominciato come una favola. Undici anni fa, all'età di 20 anni, la giovane Candice Ahnine conosce Sattam Al Saoud, uno dei 4.000 principi sauditi, durante un soggiorno in Inghilterra. Nonostante la differenza di religione - Candice è ebrea, Sattam è musulmano - i due giovani si amano. Da questo amore, nasce la piccola Aya il 27 novembre 2001.
Questa nascita non rimette nulla in questione. Almeno inizialmente. Il principe saudita continua a fare andata e ritorno tra il regno wahhabita e la Francia.
Nel corso dei suoi soggiorni ripetuti a Hyères, "il principe ha anche fatto shabbat con noi varie volte", afferma Muriel Mallier. Una rivelazione dal profumo di scandalo!
Ma un giorno Sattam Al Saoud esprime il desiderio - tutto sommato legittimo - di vedere sua figlia allevata secondo le leggi del Corano. Nel settembre 2005, Candice ed Aya partono dunque per stabilirsi a Beirut. Nell'estate 2006, in Libano scoppia per l'ennesima volta la guerra e Candice si trasferisce in Arabia Saudita. Contro il parere della madre che ha brutti presentimenti.
Per Candice ed Aya, rapidamente separate l' un dall'altra, l'incubo comincia. Il principe saudita non ha più nulla di affascinante. Secondo un verbale registrato 6 novembre 2007 dalla polizia di Cannes, Candice, che ha potuto fuggire e rientrare in Francia, afferma: "Laggiù sono stata separata da mia figlia e maltrattata, cioè drogata, battuta, e violentata…".
Inspiegabilmente tuttavia Candice e Aya ripartono per l'Arabia Saudita. Un ritorno verso l'inferno se si tiene conto di un'ultima e-mail datata 12 novembre 2008. "Aya ed io siamo francesi e vogliamo rientrare in Francia. Siamo trattenute contro il nostro volere ed ogni giorno è un inferno!".
Disperata, Muriel Mallier non sà più a chi rivolgersi. Dopo aver chiesto aiuto al grande Rabbino di Francia che l'ha ricevuta martedì 4 novembre. E la visita fatta a Sébastien Mariani, mediatore di giustizia. "La mia azione è molto limitata. Sono intervenuta presso il ministero degli esteri per assicurarmi che si occupano del mio dossier".
Il ministero d' Orsay è stato effettivamente avvertito. "Il fatto ci è stato segnalato. Siamo in contatto con la famiglia in Francia e la nostra ambasciata in Arabia Saudita è in contatto con Candice Ahnine", conferma Nicolas de Lacoste, incaricato al Ministero francese, ma lo stesso ammette: "la situazione è complicato", visibilmente poco interessato a parlare "di una questione privata", Nicolas de Lacoste lascia lo stesso intendere che, "nonostante il suo nome, Sattam Al Saoud non è legato alla famiglia regnante".
Al Consolato d' Arabia Saudita a Parigi, si mostrano ancora meno eloquenti. "Non abbiamo mai sentito parlare di questa storia. Ad ogni modo, qualsiasi domanda d' informazione deve essere presentata per iscritto e attraverso un avvocato", dichiara un collaboratore del sig. Barri, il responsabile dei cittadini sauditi.
milleeunadonna




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30 novembre 2008

Ebrei sempre nel mirino



Fra i 26 stranieri innocenti trucidati a Mumbai, otto, anche se i numeri sono ancora tutti da verificare, sono ebrei. Se fossero israeliani o meno non importava niente ai terroristi che avevano messo la casa dei Chabad «Nariman House» fra gli obiettivi. I macellai avevano due scopi generici: uccidere gli occidentali, specialmente americani e inglesi, i nemici imperialisti dell’islam; uccidere i cittadini dell’India, Paese traditore asservito all’imperialismo. E poi, un obiettivo specifico, uno solo: uccidere gli ebrei. Fra dieci obiettivi di massa come la stazione, due ospedali, svariati centri cittadini, i grandi hotel Oberoi e Taj ce n’era uno, invece, apparentemente insignificante, la casa ebraica dei Chabad, un centro guidato da un rabbino ventisettenne con una moglie di 26 anni e un bambino di 2. Una casa dei Chabad è un punto di raccolta per pecorelle smarrite, diremmo noi, un luogo in cui persone molto religiose, in questo caso appunto i Chabad, cercano di raccogliere ragazzi in viaggio, che spesso sono israeliani, che si perdono dentro il fascino troppo profumato dell’India; là si dorme, si mangia kosher, si canta insieme, si viene richiesti di stare tranquilli (niente musica rock, niente sesso) e di unirsi a qualche preghiera. A Pasqua e a Kippur, per le grandi feste, questo è un rifugio per ebrei di ogni età e provenienza.
La scena della baby sitter che fugge con un bambino in braccio mentre i genitori ebrei vengono trucidati, è talmente iconografica, talmente classica che ognuno di noi ha in mente troppi film e libri in cui si compie un simile pogrom, in molte epoche diverse. Oggi, dopo il 1945, nonostante tanto scrivere e chiacchierare su questo, gli ebrei si sono abituati tuttavia di nuovo ad essere cacciati in tutto il mondo, ad essere presi di sorpresa: quando pregano (a Roma nel 1982, chi può dimenticare il bambino Stefano Tachè ucciso dai terroristi palestinesi); a Monaco, quando nel 1972 gli alteti israeliani furono sequestrati e poi trucidati uno a uno durante le Olimpiadi; a Entebbe, nel 1976, quando la selezione degli ebrei avvenne in base ai nomi sui passaporti; in decine di altri sequestri aerei; sulla nave Achille Lauro, 1985, quando un ebreo sulla sedia a rotelle, Leon Kinghoffer, fu gettato in mare dai terroristi palestinesi, selezionato fra tutti gli altri passeggeri; a Mombasa, nel 2002, in un albergo meta di turismo israeliano, quando tutti gli ospiti furono uccisi da una bomba nella hall; nelle città israeliane a tiro di katiusha e qassam di Hezbollah o di Hamas, dove sei un obiettivo anche se bambino, soltanto perché sei ebreo e ti insegue la citazione coranica: «Se l’ebreo si nasconderà dietro un cespuglio o una pietra - dice più o meno, senza che troviamo la voglia di andarlo a ricercare sulla carta fondativa di Hamas -, essi lo indicheranno al buon musulmano e gli diranno: “Uccidilo”». La minaccia insegue gli ebrei quasi ovunque viaggino, gli toglie la libertà di movimento, crea in Israele lunghe liste di Paesi non visitabili e carica il paese di una responsabilità inaffrontabile che riguarda ogni sinagoga e ogni scuola ebraica, rende impossibile far fronte a quella che è la più repellente minaccia globale poiché è la più efficacemente sperimentata dalla storia. Intendiamo dire con questo che finora vi è una responsabilità generica nella lotta al terrorismo, che invece va preso finalmente sul serio. E poi c’è la responsabilità specifica, quella del mondo attaccato dal terrorismo, di combattere coralmente in difesa del popolo ebraico condannato a morte dalla Jihad a ogni latitudine. Come nella Seconda guerra mondiale gli alleati salvando parte degli ebrei alla fine salvarono la democrazia, così oggi porsi il problema di come affrontare questo terribile e delicato capitolo può salvare la vita dell’intero Occidente.

fiammanirenstein


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30 novembre 2008

Triangoli nei campi di concentramento

 

Per essere identificati in base alla loro "colpa", i prigionieri dei campi dovevano portare cuciti sugli abiti dei triangoli colorati. Talvolta i colori usati differivano da campo a campo, ma i più comunemente usati erano:

ebrei - due triangoli sovrapposti a formare la stella di David con la parola "Jude" scritta sopra
dissidenti politici
criminali comuni
Testimoni di Geova
immigrati
"zingari"
soggetti "antisociali" e lesbiche
omosessuali (maschi)
le vittime
   
ebrei 5,6 - 6,1 milioni
civili slavi 3,5 - 6 milioni
prigionieri di guerra 2,5 - 4 milioni
dissidenti politici 1 - 1,5 milioni
Rom e Sinti 200.000 - 800.000
handicappati 200.000 - 300.000
omosessuali  10.000 - 250.000
Testimoni di Geova   2.000
ancora oggi non è stato possibile determinare il numero esatto delle vittime dell'Olocausto e le stime indicano dai 13 ai 19 milioni

clicca qui per la mappa dei lager






30 novembre 2008

Ma a certi nostri politici non viene un pò da pensare?.....

  

Direttore centro islamico Milano respinto dall'Egitto

Fonte: ARABIYYAIT




Abdel Hamid Shaari, direttore del centro islamico di Milano, è stato respinto alla frontiera egiziana perché ritenuto persona non gradita.
In base a quanto una fonte accreditata al Cairo ha riferito ad Apcom, Shaari, che è cittadino italo-libico, si è visto negare l'ingresso in Egitto all'aeroporto internazionale della capitale egiziana. Shaari sarebbe infatti inserito in una lista di persone non gradite dal Paese di Mubarak.

KRITIKON


30 novembre 2008

Sergio Romano, un ritratto

 

Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, lettera e risposta di Sergio Romano. Il nostro commento è di danielle Sussmann. Al quale nulla aggiungiamo.

Vorrei saperne di più sull'argomento storico toccato dal Papa: la carestia e l'eccidio in Ucraina provocati da Stalin; e stamattina ho aperto ansioso il Corriere. Mi è parso strano non trovare neppure la notizia del discorso. Non si vuole infierire sulla nostra sinistra?
Vittorio Vida
Pordenone


Caro Vida,
Pr i lettori che non hanno letto l'Osservatore Romano le parole del papa sull'Ucraina, pronunciate in occasione dell'Angelus di domenica 23 novembre, sono queste: «Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini ucraini, cari fratelli e sorelle, in questi giorni ricorre il 75° anniversario dell'Holodomor la "grande carestia" - che negli anni 1932-1933 ha causato milioni di morti in Ucraina e in altre regioni dell'Unione Sovietica durante il regime comunista. Nell'auspicare vivamente che nessun ordinamento politico possa più, in nome di una ideologia, negare i diritti della persona umana e la sua libertà e dignità, assicuro la mia preghiera per tutte le vittime innocenti di quella immane tragedia, e invoco la santa Madre di Dio perché aiuti le Nazioni a procedere sulle vie della riconciliazione e costruire il presente e il futuro nel rispetto reciproco e nella ricerca sincera della pace. Sia lodato Gesù Cristo!».
A lei e ad altri lettori che mi hanno scritto sullo stesso argomento ricordo anzitutto che la grande carestia ucraina è una delle tragedie più note del periodo sovietico. Se vorrà approfondire l'argomento, caro Vida, scoprirà che la vicenda è stata lungamente descritta in molte storie del-l'Urss e del terrore staliniano, da quella di Nicholas Riasanovsky (Bompiani), a «Raccolto di dolore» di Robert Conquest (Edizioni Liberal) sino a «L'Urss di Lenin e Stalin» di Andrea Graziosi, apparso l'anno scorso presso il Mulino. Fra i primi ad accorgersi della vastità del dramma che si stava consumando in Ucraina e in Bielorussa furono i diplomatici italiani a Mosca e il console Sergio Gradenigo, capo dell'ufficio consolare di Charkhov. Durante una lunga ricerca negli archivi della Farnesina, Andrea Graziosi trovò, insieme ai rapporti diplomatici e consolari, alcuni campioni di pane giunti a Roma che dimostravano meglio di qualsiasi documento quali fossero le condizioni della popolazione negli ultimi mesi del 1932. Erano un impasto di cortecce di betulla, crusca e licheni, il solo cibo, insieme alla carne dei defunti (i casi di cannibalismo furono numerosi) con cui i contadini ucraini cercarono di sopravvivere alla drammatica carestia di quell'inverno. Graziosi pubblicò il risultato delle sue ricerche nel 1991 in un libro dell'editore Einaudi intitolato «Lettere da Charkov. La carestia in Ucraina e nel Caucaso del nord nei rapporti diplomatici 1932-1933».
Il dramma era cominciato nel 1929 quando Stalin decise la collettivizzazione della terra e dichiarò guerra ai piccoli proprietari terrieri. Dieci milioni di persone vennero cacciate dalla loro case, imprigionate, fucilate o costrette a camminare per decine di chilometri sino ai treni che le avrebbero trasportate al di là degli Urali. Eliminati i kulaki, il regime passò alla creazione di nuove aziende agricole — i kolchozi e i sovchozi —, ma si scontrò con una tenace resistenza che durò sino al 1933. Vinse soprattutto grazie alla carestia del 1932-1933. I contadini vagavano per il Paese alla ricerca di un pezzo di pane, le città si riempivano di mendicanti, i militanti del partito raccoglievano i morti nelle strade durante la notte e facevano razzie d'immigranti durante il giorno per ricacciarli nelle campagne. Riapparvero, come negli anni della guerra civile, i besprizornye, i bambini senza genitori e senza casa che assaltavano treni, saccheggiavano negozi e rapinavano la gente per la strada. Riapparvero i banditi del Caucaso. Riapparvero il cannibalismo del comunismo di guerra, le epidemie, le intossicazioni collettive per cibo guasto, le feroci vendette anti-bolsceviche dei contadini affamati, le repressioni poliziesche.
Questa tragica vicenda è ormai nota agli storici. Più recente invece è l'insistenza con cui l'Ucraina e soprattutto il suo presidente, Viktor Jushenko, hanno fatto della grande carestia la pietra di fondazione dello Stato nato dalla disintegrazione del-l'Urss. Sta accadendo in Ucraina, per molti aspetti, ciò che accadde quando la memoria della Shoa divenne il titolo di legittimità dello Stato d'Israele. La realtà è quella che ho cercato di descrivere, ma lo scopo della frequenza con cui il tema viene oggi evocato è quello di creare un nuovo nazionalismo ucraino, fare della Russia un nemico e costringerla a chiedere perdono per le sue colpe: una richiesta che non contribuisce al miglioramento dei rapporti fra i due Paesi.


Danielle Sussmann- "Sergio Romano, un ritratto"

Per la serie dell’ “errare humanum est, perseverare diabolicum est”, Sergio Romano insiste a fare riferimenti ad Israele, in questo caso alla sua legittimità ad esistere (replica del 29.11.2008 a lettera sulla grande carestia ucraina), anche quando nulla c’entrano con i temi che affronta. Ci si rende conto che per Sergio Romano - Shoah, Holomodor (la grande carestia ucraina) e le tragedie umane in genere - non rappresentino che episodi storici fini a sè stessi, seccanti, da dimenticare. La malignità dell’approccio di Romano a questi drammatici eventi, sfruttati solo per far quadrare i suoi teoremi, dimostra l’assenza di onestà intellettuale e diverse lacune storiche. Continuare a sostenere che la memoria della Shoah sia diventata il titolo di legittimità dello Stato di Israele, costringe la scrivente ad invitare l’ex ambasciatore a studiare la storia, anziché riferirsi solo ai virtuosismi intellettuali di pochi e di politiche distorte, rispetto ai documenti e alla maggioranza degli storici. Storici affermati, non dilettanti come Sergio Romano. Israele ha una legittimità già nella Dichiarazione Balfour del 1917 e nella Società delle Nazioni del 1922. Basti guardare alle Nazioni votanti all’ONU nel novembre del 1947, per rendersi conto che la sua terza legittimazione, Israele non l’ha avuta “grazie” alla Shoah. Lenin e Goebbels hanno dimostrato che bugie ripetute più volte diventano verità. Ma la verità emerge sempre e, grazie al cielo, da istituzioni ben più solide ed etiche di Sergio Romano e di quelle politiche che sostengono il falso, a lui tanto care. Come per gli ebrei è impossibile dimenticare persecuzioni secolari e la più recente Shoah, è altrettanto giusto per l’Ucraina pretendere il conto della storia sull’orribile periodo della carestia che ha subito a causa di Stalin. Inoltre, con la Russia, la questione è ben più ampia di questa giusta rivendicazione. Romano persevera a trattare “storicamente” temi che dimostra di non conoscere, salvo che superficialmente e nella loro distorta politicizzazione, con cinismo arrogante.

Per inviare il proprio parere al Corriere della Sera, cliccare sulla e,mail sottostante.


lettere@corriere.it


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30 novembre 2008

Nuovo metodo di lotta delle comunità musulmane in Francia: occupazione del comune per ottenere una moschea

 

O la moschea o l’occupazione

Lo facessero i cristiani copti in Egitto verrebbero bastonati

Tratto da: novopress
Tradotto da Kritikon



Scena surreale nel pomeriggio di venerdì scorso, 21 novembre 2008, presso il municipio di Torcy (Seine-et-Marne): un centinaio di musulmani hanno preso d’assalto il municipio al fine di costringere il sindaco (socialista), a vendere i terreni comunali per la costruzione di una moschea.
Alcuni dei musulmani di Torcy coinvolti nel “blitz” non sono nuovi in questo genere di imprese. Il loro primo colpo risale a pochi mesi fa, quando invasero i marciapiedi della cittadina il fine di ostacolare la circolazione e creare disagio.

Una volta conquistato il municipio (che ha dovuto chiudere le porte al pubblico per un paio d'ore), i musulmani hanno inscenato la provocazione per eccellenza: la preghiera collettiva.
La presenza dei reparti di polizia ha fortunatamente evitato incidenti.
Il sindaco di Torcy, Christian Chapron, ha promesso di riconoscere nel prossimo Consiglio comunale il diritto della comunità musulmana ad avere in città un centro di culto.
Senza però entrare nel dettaglio sul come e quando.


30 novembre 2008

NOI E IL TERRORE L’Europa degli indecisi

 ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

La facciata del Taj Mahal (Ap)

Cosa si prefiggono il terrorismo islamista e le forze ad esso collegate? Quale obiettivo hanno gli attentati che dall'11 settembre insanguinano la scena mondiale? Non sono proprio domande dappoco, eppure sono domande che noi, opinione pubblica europea, sostanzialmente non ci poniamo o alle quali, se proprio dobbiamo, diamo risposte vaghe e sfuggenti. Ogni volta registriamo i fatti, li deploriamo doverosamente, ribadiamo la necessità di «tenere alta la guardia» (una delle espressioni più stupide e inconcludenti del nostro gergo politico, e proprio per questo adoperatissima), e guardiamo da un’altra parte. Non c'è dubbio che anche dopo i fatti di Mumbai sarà così. Cioè anche dopo la dimostrazione che il terrorismo islamista è ormai in grado di passare dagli attentati, sia pure in grande o in grandissimo stile tipo quello alle Torri gemelle, a vere e proprie operazioni di sbarco con conseguente attacco a interi distretti urbani. Non ci poniamo le domande perché abbiamo paura delle risposte. Di una risposta soprattutto: e cioè che il terrorismo islamista e i diversi gruppi che esso ispira mirano essenzialmente a terrorizzare «noi»; sì, noi che con tutta evidenza costituiamo il suo vero obiettivo strategico.

Va benissimo, infatti, versare il sangue di indiani, filippini, turchi, iracheni o marocchini; ma quello di cui i terroristi vanno ogni volta ansiosamente in cerca, dovunque colpiscono, è soprattutto il sangue di americani, inglesi, francesi e tedeschi; anche di italiani se capita. E di sangue ebraico naturalmente: quello sempre. Le vittime che soprattutto essi vogliono sono vittime occidentali: «crociati» e «sionisti». Non perché i terroristi siano belve accecate dal fanatismo (lo sono, ma in un senso più complicato di ciò che si pensa di solito). Ma perché si prefiggono lucidamente un obiettivo, e pensano che ammazzarci possa aiutarli a conseguirlo: l'obiettivo di ridurre via via fino a cancellarla l'area di rapporti e d'influenza politica, nonché l'insieme di legami economici, culturali e religiosi, che una storia millenaria ha stabilito tra Europa e America da un lato e il mondo afro-asiatico dall'altro. Dimostrando ai governi di Asia e Africa che basta il rifiuto di essere nemici dell'Occidente e degli Stati Uniti in particolare, ovvero basta avversare a qualunque titolo i disegni del radicalismo islamico, per attirarsi la sua spietata furia omicida. Di fronte a questo piano del terrorismo islamista noi—intendo noi europei dell'Unione, fatti salvi come al solito gli inglesi— non ne abbiamo tragicamente nessuno. Gli Usa, infatti, con Bush una via, la si giudichi come si vuole, l'hanno scelta da tempo, e vedremo adesso come la cambierà Obama. Ma è certo che gli Usa continueranno comunque a fare qualcosa. Siamo noi Europei dell’Unione, invece, che non sappiamo cosa fare. Abbiamo degli uomini sul campo ma non vediamo l'ora di ritirarli; critichiamo di continuo gli americani ma non vogliamo né sappiamo essere alternativi in alcun modo ad essi; siamo decisi a parole ma poi indecisi e divisissimi tra noi in ogni azione: sballottati qua e là dalle tempeste di una storia nella quale pensiamo sempre meno di dover avere una parte, e di poterla avere.


30 novembre 2008

Viaggiatori internazionali, fingetevi italiani e avrete salva la vita!

 

Questa lettera è stata inviata al Wall Street Journal da Giuditta Prister. segue il testo originale in inglese.

Viaggiatori internazionali, fingetevi italiani e avrete salva la vita!

Alla luce degli ultimi avvenimenti terroristici a Mumbai in India il possesso della cittadinanza italiana e'un sicuro lasciapassare!

Grazie al Lodo Moro gli Italiani beneficiano dell'immunita' e godono di un trattamento privilegiato da parte dei piu' spietati terroristi. Il senatore Francesco Cossiga in un'intervista al Corriere della Sera dell'8 luglio 2008, ci rivela l'esistenza del Lodo Moro tra l'allora primo ministro Aldo Moro e i terroristi palestinesi di Al Fatah secondo cui era permesso loro di trasportare armi, bombe e missili attraverso l'Italia a patto che non colpissero obiettivi italiani in Italia e nel mondo, anzi sostiene in un'altra intervista al Yediot Aharonot che il Lodo Moro non e' stato mai rescisso. Questa immunita'pero'esclude i cittadini italiani ebrei e gli israeliani. Bassam Abu Sharif capo dell'OLP conferma l'esistenza di questo accordo nell'intervista al Corriere della Sera rilasciata il 14 agosto del 2008.

Uno si chiede quale altri organizzazioni terroristiche abbiano fatto accordi simili con il governo italiano.

Secondo SKY NEWS un testimone ha riportato alla stampa che i terroristi chiedevano quale fosse la cittadinanza degli ostaggi, e che uno e' stato subito rilasciato perche' italiano. Ma c'e' di piu', pare che un ostaggio indiano che aveva assistito al sequestro degli ostaggi, abbia consigliato ad un suo amico inglese di mentire sulla sua nazionalita' e di fingersi italiano. E cosi' l'ha fatta franca.

Quel signore indiano ha ragione: Viaggiatori internazionali, fingete d'essere italiani e avrete salva la vita!

Giuditta Prister

From: Judith Prister
Subject: Re: International travelers, please save your life, pretend to be Italian
To: wsjcontact@dowjones.com
Date: Friday, November 28, 2008, 3:50 AM

Dear Sir,

In light of the recent news from Mumbai India, this is the contribution from Italy to the world: international travelers, please save your life, pretend to be Italian. Senator Francesco Cossiga, former President of Italy, in an interview on July 8 2008 with the Corriere della Sera, an Italian newspaper, states that an accord exists between the government of Italy and terrorist organizations since the mid-seventies. This agreement is commonly known as “lodo Moro”. According to the terms of this agreement, terrorists are allowed to transport weapons on Italian soil in exchange for sparing the country from terrorist attacks. Such immunity expressly excludes Jewish citizens of Italy and Israelis on Italian soil. Further, Senator Francesco Cossiga reveals that in fact former Prime Minister Aldo Moro made this accord to protect Italian interests in Italy and around the world from terrorist threats. Confirmation of the existence of such accord has come from Moro’s counterpart in a terrorist organization, Bassam Abu Sharif of the Palestinian Liberation Organization, also known as Fatah, in an interview with the Corriere della Sera published on August 14, 2008. One wonders which other terrorist organizations have entered such an agreement with the government of Italy. According to Sky News, a witness account from Mumbai states that a hostage was released because, when asked, he said that he was Italian. An Indian national advised his British friend to lie about his nationality after overhearing the exchange. This gentleman is right: International travelers, please save your life, pretend to be Italian.

Sincerely,

Judith Prister

Dallas, TX


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90


30 novembre 2008

Tornano i sabati dei bruciabandiere

 

"Tornano i sabati dei bruciabandiere", è il titolo dell'articolo di Dimitri Buffa su L'OPINIONE di oggi, 29/11/2008, a pag.2.  Dello stesso Buffa, il commento "Essere ebreo oggi ", scritto per i nostri lettori.
Ci si noterà di più se le bruciamo o se non le bruciamo le bandiere di Israele nella nostra marcia dell¹ennesimo sabato  pro Palestina?
Mentre il mondo tiene il fiato sospeso per questa nuova ondata di terrorismo islamico in India e nel continente asiatico, incuranti delle parole di condanna venute da Gerusalemme dove si trovava in visita ufficiale da parte del Capo dello stato Giorgio Napolitano contro chi nega a Israele il diritto di esistere, oggi i militanti del Forum Palestina preparano per la capitale l¹ennesimo sabato di disagio.
Sprezzanti del ridicolo in un comunicato fanno capire di non sapere ancora bene se bruciare o meno le bandiere con la Stella di Davide perché ³se lo
facciamo i giornali scrivono per dire che siamo dei criminali anti semiti ma se non lo facciamo allora non scrivono niente².
E allora? Il dilemma amletico sarà sciolto solo dopo che il corteo avrà attraversato Roma che, dopo i disordini di venerdì per gli studenti, oggi si dovrà sorbire questi pseudo amici del futuro stato palestinese.
In queste ore gli sciamannati stanno prenotando i pullman e i treni da Milano, Bologna, Firenze, Pisa, Napoli, tutti ovviamente pagati da Pantalone. Mentre altri verranno dalla Puglia e dalla Sardegna , non avendo niente da fare nella vita,  per partecipare alla manifestazione nazionale per i diritti del popolo palestinese che si terrà  sabato 29 novembre in
occasione della Giornata internazionale di solidarietà con la Palestina decretata dalle Nazioni Unite.
La manifestazione concluderà la Campagna ³2008 anno della Palestina² con l¹obiettivo di "impedire la liquidazione della questione palestinese in occasione dei sessanta anni dalla Nakba" ed ha visto ­ tra le altre iniziative ­ il fallito boicottaggio della Fiera del Libro di Torino ³dedicata a Israele ma negata alla memoria storica dei palestinesi².
La manifestazione intende denunciare anche ²La sistematica omissione della questione palestinese, che rivela la complicità politica, militare, diplomatica dei governi italiani con l¹occupazione israeliana e l¹apartheid contro i palestinesi² resa più grave - secondo i promotori - anche "dalla visita di Napolitano e di 300 imprenditori italiani in Israele mentre si aggrava l'assedio dei palestinesi rinchiusi a Gaza". Questa omissione - dicono gli organizzatori - "sembra riguardare anche le manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese che vengono completamente ignorate se pacifiche ma amplificate e criminalizzate se bruciano bandiere".
Per la cronaca il  corteo partirà alle ore 15.00 da Piazza della Repubblica e si concluderà a Piazza Venezia due ore dopo  con gli interventi di vari
esponenti  della Campagna "2008 anno della Palestina". Tra i promotori anche Baha Hussein giovane palestinese proveniente da Gaza e Kassem Ayna coordinatore delle ong palestinesi nei campi profughi in Libano. Posti deputati al reclutamento dei futuri kamikaze islamici.
Non mancherà la festa il prete dinamitardo Hylarion Capucci  che parlerà, chissà perché lui che è melchita, a nome delle comunità palestinesi in Italia.
In testa al corteo ci sarà anche uno striscione particolare dedicato allo scomparso giornalista del Manifesto Stefano Chiarini: ³Ciao Stefano, siamo
qui. Per la Palestina, come sempre².
Insomma la solita accozzaglia di reduci del rivoluzionarismo militante che non si sono accorti che nel frattempo il futuro stato palestinese si è scisso in due, con Gaza sotto il controllo militare dei terroristi islamici di Hamas. E dell¹Iran.
 Per l¹occasione è stata approntata una gigantesca chiave tesa a indicare il diritto al ritorno per i profughi palestinesi. Se aspettano questa banda di sfigati per far valere i propri diritti, viene solo da dire loro ³poveri palestinesi².

ESSERE EBREI OGGI
 
Oggi come negli anni ¹30 essere ebrei è molto pericoloso. Per carità a Mumbay ne sono morti oltre 200 di ogni credo, razza e religione. Però quello
che più mi ha colpito è stata la spietatezza con cui hanno ucciso il rabbino, la moglie e gli altri quattro ebrei dell¹albergo in cui erano asserragliati. E come questa cosa sia qccettata per normale: erano ebrei non avevano scampo in partenza.
Diciamocela tutta, l¹islam del fanatismo oggi è il nuovo nazismo. Se ne è accorto anche Alfonso Gianni di Rifondazione che si domanda se mai qualcuno scenderà in piazza per questi morti. Per adesso dovremo accontentarci dell¹odierno corteo pro Palestina di Roma dove si bruceranno probabilmente le bandiere israeliane, cioè dello stato cui appartenevano i sei trucidati a Mumbay.
 
Dimitri Buffa, per i lettori di Infromazione Corretta.
Per inviare all'Opinione il proprio parere, cliccare sulla e-mail sottostante.


diaconale@opinione.it

http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=21&sez=120&id=26783


29 novembre 2008

La lezione: I pericoli del buonismo con l' islamismo

 

Giuseppe Cecere

Taj Mahal è il nome di una delle meraviglie del mondo: il mausoleo che il principe moghul Shah Jahan, sovrano musulmanodell'India settentrionale (vissuto tra il 1628 e il 1658), fece costruire in onore della moglie Mumtaz Mahal ad eterna testimonianza del loro amore e dello straordinario rilievo avuto dalla sovrana nella vita del marito, esponente di una delle più raffinate e «tolleranti» dinastie nella storia dell'islam. Taj Mahal è anche il nome di uno dei due alberghi di Mumbai assaliti dai terroristi "islamisti", fanatici assertori di una ideologia "religiosa" radicale e violenta. Ironia della storia, la complessità della presenza musulmana in India è come racchiusa in questa surreale omonimia, tra il monumento-simbolo di una civiltà di splendori e l'ennesimo luogo della topografia di sangue che il terrorismo islamista sta disegnando nel mondo. Nel Paese i musulmani sono circa 140 milioni, il 14% della popolazione (seconda comunità religiosa dopo l'induismo). Oggi appaiono in crisi di identità: non solo per le tante differenze «interne», ma per la difficoltà a trovare una collocazione stabile nella visione laica della società affermata dalla Costituzione indiana.
Da un lato, infatti, i musulmani indiani sono ancora divisi nei due principali gruppi: gli Ashraf, discendenti dalle varie genti islamiche straniere penetrate nel Continente, e i «convertiti» locali; questi ultimi, passando dall'induismo all'islam, hanno mantenuto molte caratteristiche della cultura originaria, come la sostanziale conservazione del sistema delle caste.
D'altra parte, i musulmani rivendicano la loro specificità di «minoranza culturale» anche nella sfera politica e giuridica, difendendo il presunto «diritto» ad una legislazione separata, basata sulla sharia, in materie come il diritto matrimoniale, garantito loro da una legge del 1937, mai abrogata. Rimase celebre il caso, nel 1985, di una donna musulmana che, chiesta al giudice l'assegnazione degli "alimenti" dopo essere stata ripudiata, scatenò le proteste degli islamisti, che riuscirono ad ottenere addirittura una legge per impedire alle donne indiane di religione musulmana di accedere ad un istituto (il mantenimento dopo il divorzio) previsto dalla legge indiana ma non ammesso dal «diritto islamico». Ancora una volta, la rivendicazione della specificità culturale si risolve nel rifiuto del principio di laicità, e nella ricerca di soluzioni "multi-giuridiche" che distinguono (e discriminano) i cittadini in base alla loro appartenenza religiosa e alle loro condizioni personali. Ma l'atteggiamento «islamicamente corretto» dello Stato indiano, finora, non ha prodotto risultati esaltanti: anzi, le tensioni tra musulmani e indù sono andate crescendo, nel quadro di una escalation globale dell'islamismo radicale. Al di là della riflessione su metodi e forme del terrorismo internazionale di matrice «islamista», la situazione indiana è l'ulteriore dimostrazione che, quanto più si cede - per una malintesa idea di "tolleranza" - sul terreno dell'uguaglianza giuridica dei cittadini e della laicità dello Stato, tanto più si rischia di dare forza alle ideologie dell'odio e dell'intolleranza. L'Europa - a cominciare dalla Gran Bretagna, tentata dalla "apertura" del sistema giuridico alla sharia - dovrebbe fare tesoro del terribile insegnamento che viene oggi dal Taj Mahal.


29 novembre 2008

Mumbai: sono nove gli israeliani uccisi negli attacchi

 Nella sinagoga di  Aizwal, nello Stato indiano nord-orientale del Mizoram, si piange per la morte del rabbino Holtzberg e della moglie al centro ebraico di Mumbai (Diptendu Dutta/Afp)

Nella sinagoga di Aizwal, nello Stato indiano nord-orientale del Mizoram, si piange per la morte del rabbino Holtzberg e della moglie al centro ebraico di Mumbai



Sono ora nove gli israeliani uccisi negli attacchi terroristici a Mumbai. Il portavoce del ministero degli Esteri a Gerusalemme, Yigal Palmor, ha detto che e' stato trovato il cadavere di un'israeliana di sessant'anni. Quest'ultima vittima non e' stata trovata assieme alle altre otto uccise nel centro religioso ebraico, ma in altra localita' nella citta', anche se non e' ancora chiaro quale.


29 novembre 2008

Nel centro ebraico non c'erano ostaggi, erano stati uccisi subito

 

ecco i fatti come sono andati veramente

Testata:Il Foglio - Il Giornale - La Repubblica
Autore: direzione-Gian Micalessin-redazione-Michael Sfaradi
Titolo: «Strage nel centro ebraico»

Sulla strage di Mumbai, riprendiamo tre servizi, l'editoriale del FOGLIO, la cronaca dal GIORNALE, una breve da REPUBBLICA sulle reazioni in Israele e un servizio di Michael Sfaradi. Da parte nostra una riflessione. Gli ebrei non sono mai stati "ostaggi", perchè sono stati uccisi subito. Chiamarli ostaggi è sbagliato, significa che avrebbero anche potuto salvarsi, come può accadere a degli ostaggi. L'antisemitismo e l'odio contro Israele non prevedono ostaggi.

Sul FOGLIO di oggi, 29/11/2008, a pag.3, il primo editoriale è dedicato al massacro degli ebrei nel Centro Chabad:

 " Gli ebrei trucidati perchè ebrei "

Soltanto dopo avere consumato l’indignazione per la caccia agli occidentali negli hotel di lusso di Mumbai, simboli del turismo internazionale; soltanto dopo aver dedicato articoli preoccupati ai flussi turistici verso l’India; soltanto dopo tutto questo, il mondo occidentale si è accorto dell’orrore vero e principale della strage, che pure era noto sin dal primo momento. Tra i principali obiettivi dei terroristi islamici c’era infatti quello di trucidare ebrei, proprio e soltanto perché ebrei, di infangare e distruggere un centro ebraico, soltanto perché di ebrei. Unico, terribile, obiettivo pregno di valori religiosi tra tutti i simboli che i jihadisti hanno deciso di riempire di odio e sangue. Penetrate con la forza e con feroci combattimenti nel centro ebraico Chabad alla Nariman House di Mumbai, dopo una battaglia durata 48 ore, le forze di sicurezza indiane hanno scoperto che il rabbino Gavriel Holtzberg, preso in ostaggio tra i primi mercoledì sera, sua moglie e altri tre ebrei erano stati trucidati con ferocia dagli islamisti. La Nariman House è stata attaccata e semidistrutta dai terroristi proprio perché ospita un centro chassidico, una sinagoga e svolge attività di assistenza. Non ha nulla, assolutamente nulla a che farecon Israele (alcune correnti chassidiche sono addirittura contrarie al sionismo e giudicano illegittimo Israele), nulla a che fare con la questione palestinese, ma ha tutto a che fare con una delle più preziose componenti dell’ebraismo, simbolo, tra i tanti, della tolleranza e del cosmopolitismo prezioso della vecchia Bombay. Per questo è stata distrutta, per questo il suo rabbino è stato trucidato: perché l’antisemitismo più feroce è il segno distintivo del fondamentalismo e del terrorismo islamico, perché trucidare ebrei, massacrare un rabbino, sua moglie e i suoi correligionari è una delle massime aspirazioni di questa parte dell’islam. Certo, quello che produce i ragazzini che seminano morte a Mumbai è un islam ultraminoritario, non rappresenta che una piccola parte del grande mondo musulmano. Ma sino a quando non avremo notizia che da tutte le capitali arabe e islamiche, da tutte le grandi università coraniche, sono arrivate forti parole di sdegno e di condanna per la morte del rabbino Holtzberg, per sua moglie e le altre vittime ebree di Mumbai – e temiamo di non avere mai queste notizie – rivendichiamo il diritto di sentire un profondo senso di angoscia nei nostri cuori.

Il Giornale- Gian Micalessin: "Strage di ostaggi nel centro ebraico, liberi gli italiani"

Sono riemersi dall’inferno. Erano 7 italiani e 141 cittadini del mondo. Erano i prigionieri dell’orrore, gli ultimi ostaggi dell’Oberoi, la macelleria a cinque stelle. Si son lasciati dietro l’odore di cordite e la paura, iniziano l’ultimo orripilante slalom tra corpi straziati, laghi di sangue, resti umani. Se li lasciano dietro tra i saloni, la lobby, le scale. Poi sono fuori, tutti liberi, tutti salvi anche la minuscola Clarice di due mesi, la mamma ed Emanuele Lattanzi il papà e cuoco coraggioso che per assisterle ha sfidato i terroristi. Ma non è finita. Quei 24 cadaveri abbandonati nelle sale dell’Oberoi, quei 148 volti pallidi, stralunati, sono solo un fotogramma, una felice, ma breve sequenza in un film dell’orrore senza requiem. Quel film non concede il lieto fine al rabbino Rabbi Gavriel Noach Holtzberg, a sua moglie Rivka e altri quattro ostaggi della Chabad House il centro ebraico teatro di un disordinato assalto delle teste di cuoio indiane. L’impreparazione delle forze di sicurezza, lo scarso coordinamento, l’avventatezza degli assalti al Taj Mahal all’Oberoi e alla Chabad House sono probabilmente fra le cause, oltre alla crudele determinazione dei terroristi, di un bilancio che ormai supera i 160 morti e i 325 feriti.
A far capire che nell’operazione, battezzata Tornado Nero, qualcosa non funziona basta la rocambolesca vicenda del Taj Mahal. L’imponente albergo vittoriano è stato dichiarato completamente bonificato già giovedì sera. Eppure ieri, a 24 ore dall’avventato annuncio, nei suoi corridoi si riprende a sparare finché non si sa che altri due terroristi sono ancora dentro. Non si capisce molto, ma un terrorista o forse più tiene sotto scacco le forze di sicurezza, salta da un piano all’altro, sfugge ai cecchini, s’apre la strada a colpi di granate, facendosi scudo con una decina di ostaggi dimenticati. È l’ultimo smacco, l’ultima umiliazione dopo il tragico e grottesco assalto alla Chabad House condotto in mezzo a una folla esultante e conclusosi con un massacro. Anche lì tutto inizia come su un set di Hollywood. Un elicottero lento come un piccione gravido svolazza tra le casette del quartiere ebraico, volteggia incerto intorno al tetto della Chabad House, sputa una selva di corde e uomini armati. I commandos si calano in fretta, ma non sfuggono alle telecamere, ai giornalisti in prima fila e alla folla urlante. Un attimo dopo la notizia del blitz lampeggia sui telefonini, dilaga alla radio, riecheggia nel tifo da stadio, arriva alle orecchie degli stessi terroristi. Intanto il blitz si trasforma in un’odissea. Mentre uno o più terroristi tentano la fuga e ingaggiano una sparatoria tra la folla i commandos iniziano una tormentata discesa dal tetto alla sala, due piani più sotto, dove sono gli ostaggi. Forse sono già morti da 24 ore, ma nel caso non lo fossero i militanti hanno il tempo di provvedere. In quella specie di tragica scatola oscura della Chabad House le teste di cuoio hanno davanti solo tre militanti, ma nonostante la copertura dei cecchini dall’esterno non riescono a schiodarsi dal tetto. Ci provano per tre volte mentre tra le mura della Chabad rimbombano esplosioni e raffiche. Poi un altro gruppo fa saltare un muro della casa ed entra da lì. Ma a quel punto c’è poco da fare. A terra ci sono i cadaveri del rabbino di sua moglie, di altre due donne e di un quinto ostaggio. Accanto i cadaveri di tre terroristi. Il valzer dell’imperizia e dell’approssimazione continua al Taj Mahal dove i Marcos, gli incursori della marina indiana non riescono ad aver la meglio del misterioso terrorista sopravvissuto a tutti i loro assalti. Secondo i servizi di sicurezza in ognuno degli hotel ha operato una cellula di non più di cinque militanti armati di kalashnikov ed equipaggiati con zaini colmi di granate e caricatori. In uno degli zaini sono stati ritrovati anche documenti d’identità mauritani e circa 1200 dollari. Almeno due militanti potrebbero essere cittadini inglesi originari del Kashmir. Due basisti con armi e munizioni avrebbe preso alloggio negli alberghi già martedì e preparato il grande assalto.
La Repubblica- " La rabbia della Livni: Israele nel mirino"
 
GERUSALEMME - Nariman House, il centro ebraico ultraortodosso Chabad di Mumbai, «è stato colpito intenzionalmente in quanto obiettivo ebraico-israeliano». È la convinzione di Tzipi Livni, ministro degli Esteri di Israele. All´inizio in Israele ci si chiedeva se il Centro fosse stato attaccato per caso, data la vicinanza all´Hotel Taj Mahal, uno degli obiettivi principali dei terroristi. Ieri però la Livni ha confermato che l´attacco è stato deliberato. Finora la nazionalità delle vittime non è stata chiarita. «Non abbiamo alcun ottimismo» ha ammesso la Livni. La sensazione diffusa è che i terroristi abbiano ucciso i coniugi Holzberg e due loro ospiti, ebrei religiosi.
Nello Stato ebraico il dramma dell´assalto e del sequestro di ostaggi è stato seguito minuto per minuto. Il ministro della Difesa Ehud Barak aveva offerto all´India di inviare a Mumbai l´unità anti-terrorismo di Israele, ma la proposta è stata respinta. La stampa israeliana si interroga sulla sorpresa dei servizi segreti di fronte al mega attentato di Mumbai. L´intelligence di Israele aveva fiutato la possibilità di un attentato contro un centro Chabad in Thailandia, ma la possibilità che Mumbai potesse essere teatro di dieci attentati islamici simultanei non era stata prevista.
 
 
Michael Sfaradi -" Ebrei, bersagli mobili nel mondo"

Sigle strane e sconosciute, sono quelle che hanno rivendicato gli attentati che hanno sconvolto Mumbai in India. La dinamica usata negli attacchi, cioè colpire contemporaneamente più obiettivi, in modo da seminare morte e creare confusione nelle reazioni della polizia e nel portare i soccorsi è però quella che caratterizza Al Qaeda. Gli attentati di New York, Londra e Madrid, hanno avuto in comune questo stesso filo conduttore e con una probabilità che si avvicina al 100% dietro queste fantomatiche sigle c’è la lunga mano dello sceicco del terrore. Già da tempo era nell’aria la possibilità che Al Qaeda allungasse la sua scia di sangue, e negli ultimi mesi diversi rapporti dei servizi segreti inglesi e della Cia avevano allertato alcuni governi sulla possibilità di nuovi attacchi subito le elezioni presidenziali americane. Il governo indiano era fra i primi della lista. In Israele si segue costantemente l’evolversi della situazione e si sta soltanto aspettando una risposta ufficiale prima di inviare a Mumbai una spedizione di cui faranno parte medici,20paramedici e specialisti nel riconoscimento dei cadaveri. L’India è una delle mete preferite dai turisti israeliani che la visitano in tutti i periodi dell’anno e negli ultimi mesi il ministero del turismo israeliano aveva fatto stampare un vademecum informativo sul comportamento da tenere in caso di necessità con indicazioni di massima e numeri di telefono in caso di bisogno.

Il governo israeliano sa che i suoi cittadini in viaggio all’estero per turismo o per lavoro sono dei veri bersagli mobili ed è per questo che da sempre si raccomanda prudenza soprattutto quando si è in gruppo e più facilmente riconoscibili. Questo perché anche nel caso di attentati terroristici non rivolti direttamente ad istituzioni ebraiche o israeliane, come nel caso di Mumbai, gli attentatori prestano una particolare attenzione alla loro eventuale presenza. Le agenzie di stampa israeliane e Y.net riportano che la Nariman House, un’organizzazione religiosa ebraica di assistenza ai bisognosi con annessa sinagoga è stata occupata da un gruppo nutrito di attentatori. Sono stati presi 10 ostaggi. Fra di loro ci sono, probabilmente, anche il direttore dell’organizzazione con la moglie e la loro figlia di pochi mesi di età. Tutti gli ostaggi sono stati liberati in serata, anche se, nel momento in cui scriviamo, il ministero degli Esteri israeliano non ha ancora confermato la notizia. Dall’esterno si sono uditi colpi di arma da fuoco e delle esplosioni, probabilmente granate, e non si sa se ci siano morti o feriti. Il ministro Barak, parlando con funzionari del ministero degli esteri indiano, ha offerto la piena collaborazione all’India per la lotta al terrorismo, ed anche se l’Fbi ha escluso un collegamento fra gli attentati di ieri sera e l’allarme lanciato nei giorni scorsi per eventuali attentati nella metropolitana di New York, il livello d’allarme e repentinamente salito e c’è da immaginare che le prossime vacanze di Natale, sia in Israele e nel resto del mondo saranno blindate.
 
 
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29 novembre 2008

Crisi, le banche islamiche protette dalla Sharia

 

Se la crisi finanziaria globale ha messo in ginocchio le grandi banche occidentali, portando addirittura al fallimento un istituto storico come Lehman Brothers, le banche islamiche, che basano le loro attività finanziarie sulla Sharia, stanno conoscendo un inaspettato boom.
Nata negli anni Settanta del secolo scorso in Medio Oriente, la finanza islamica segue la Sharia, la legge islamica, che fissa in materia di finanza tre principi capitali: la proscrizione degli interessi (riba), considerati una forma di usura; la condivisione dei rischi e dei profitti tra creditore e debitore e, infine, l'obbligo di appoggiare tutte le transazioni finanziarie su di un attivo reale, e ciò in teoria esclude il ricorso a prodotti derivati come quelli che hanno provocato la crisi in Occidente.
Secondo i precetti del Corano, il denaro non può quindi stare fermo e generare altro denaro. Per crescere deve essere investito in attività concrete e produttive.
"Nella finanza islamica non si possono fare soldi dal nulla", spiega al Washington Post Amr al-Faisal, membro del board del Dar al-Mal al-Islami, una holding proprietaria di diverse banche islamiche e istituzioni finanziarie. "I nostri affari devono essere legati alle attività economiche reali, come un bene o un servizio. Non si possono fare soldi dai soldi".
Le banche islamiche si distinguono così in modo sostanziale dalle banche occidentali. Ad esempio, piuttosto che concedere un mutuo a una persona che vuole comprare una casa, riscuotendo in cambio un interesse sul prestito, la banca acquista direttamente la casa e poi la concede in affitto al cliente, che si impegnerà a versare la cifra corrispondente in più rate mensili, pagando una commissione sul servizio ottenuto. Quando avrà pagato tutte le rate, il cliente diventerà il proprietario della casa.
Da quando sono nate, le banche islamiche sono cresciute a un tasso annuo del 15 per cento, e il loro giro d'affari attuale è pari all'1 per cento del mercato finanziario globale. Le stime disponibili parlano di risorse pari a circa 750 miliardi di dollari, ma secondo le previsioni alla fine del 2015 queste potranno arrivare fino a 2.800 miliardi. Anche i Sukuk, le obbligazioni islamiche, hanno conosciuto un grande sviluppo.
Basti pensare che solo nel 2007 le emissioni di titoli conformi alle leggi coraniche hanno superato i 30 miliardi di dollari


29 novembre 2008

Iran: Il chador più odiato dai mullah

 

 

Maryam Rajavi

Maryam Rajavi, la donna che guida la resistenza contro il regime islamista di Khomeini e Ahmadinejad con il velo islamico in testa
Tempi.it. Maryam Rajavi da 15 anni è la guida del Consiglio nazionale della resistenza iraniana (Cnri), la coalizione di forze democratiche che mira a rovesciare il regime di Teheran. Quante volte hanno attentato alla sua vita nemmeno lei lo ricorda più. Se glielo chiedi si mette a ridere. «Nel 1996 – racconta a Tempi – la polizia belga scoprì un cannone mortaio da 320 millimetri nascosto in un cargo iraniano. Era destinato a un’azione terroristica contro la mia residenza a Auvers-sur-Oise». La lady di ferro col velo, la cui popolarità fa tremare la dittatura i-slamista iraniana, vive nei pressi di Parigi. Da 26 anni non vede la sua patria. Ma ogni giorno dall’Iran le arrivano notizie che raccontano di «bambine mandate nel Golfo a prostituirsi, studenti torturati in prigione, minorenni impiccati in piazza. La nostra lotta è fatta di dolori profondi, ma anche di grandi gioie. Come quella di vedere una nuova generazione di uomini che praticano l’uguaglianza tra i sessi».

«La signora Rajavi – interviene un attivista del Cnri presente all’intervista – ha realizzato un’autentica rivoluzione culturale: se il regime propaganda la misoginia, per sconfiggerlo dobbiamo fare l’opposto: dare potere alle donne». «Senza l’appoggio dei nostri uomini – ironizza la guida della resistenza – ci saremmo trasformate semplicemente in un movimento femminista».

Maryam si “arruola” contro la monarchia negli anni Settanta. Diventa rapidamente una dirigente del movimento degli studenti e inizia a militare tra i Mujaheddin del popolo iraniano (Pmoi). Una delle due sorelle, Nargues, viene uccisa dalla polizia segreta dello scià. Durante il regno del terrore khomeinista, l’altra sorella, Massumè, viene arrestata e uccisa sotto tortura; era incinta di otto mesi. Anche il marito, Mahmud Izadkhak, subisce la stessa fine. I pasdaran prendono d’assalto più volte la casa di Maryam, che decide di fuggire a Parigi. Qui inizia la carriera nell’ala politica del movimento. Nel 1989 teorizza la necessità di far emergere la componente femminile come determinante per il cambiamento della società iraniana. Nel 1993 il Cnri la elegge presidente della Repubblica per il periodo di transizione dopo il rovesciamento dei mullah.

Ingegnere, 55 anni, Maryam Rajavi non trova nulla di strano nel combattere il fondamentalismo con il velo in testa: «È democrazia. Chi crede nel vero islam si impegna a rispettare il diritto alla libertà religiosa. Indosso il velo, ma darei la vita per garantire la libertà alle donne. Quando la rivoluzione khomeinista ha imposto il chador, noi dei Mujaheddin, che già portavamo il velo, siamo scese in piazza a protestare». Il Pmoi rappresenta la componente maggiore all’interno del Cnri, che è una sorta di Parlamento in esilio; si propone come governo di tran-sizione dopo il regime, con il compito di organizzare elezioni libere entro sei mesi dalla caduta dei mullah. Alla volontà di sterminio manifestata da Khomeini, negli anni Ottanta, l’organizzazione risponde con le armi, dicendosi disposta ad abbandonarle in cambio di libertà di parola e attività. Costretti all’esilio, i Mujaheddin del popolo fanno della città di Ashraf, in Iraq, la loro base. Su pressione di Teheran, nel 1997, gli Stati Uniti iscrivono il Pmoi tra le organizzazioni terroristiche straniere, una specie di “gesto di buona volontà” verso il governo iraniano. Poi, per tutti gli anni Novanta, il regime islamico ha richiesto, ossessivamente, a ogni incontro diplomatico con i partner europei di “bloccare” i Mujaheddin del popolo. Finché nel 2002 anche l’Unione Europea segue la scelta di Washington. Dal 2001, però, il Pmoi ha rinunciato alla lotta armata. Ora è impegnato in una campagna mondiale per la propria riabilitazione. E qualche vittoria l’ha ottenuta. A fine ottobre la Corte europea ha deciso per la sua rimozione dalla black list. Francia, Belgio e Italia stanno facendo lo stesso.

Da sette anni i Mujaheddin del popolo danno battaglia solo nelle piazze con volantini, siti internet, canali satellitari. Sfidando la censura e il carcere. L’obiettivo è la “terza via”: «No alla guerra, no al dialogo con i mullah, sì al riconoscimento internazionale della resistenza iraniana, unica alternativa alla teocrazia». Nel Parlamento italiano la causa ha trovato sostegno bipartisan. E la Rajavi apprezza la maggiore fermezza verso Teheran del governo Berlusconi, rispetto al precedente. «Nella comunità internazionale l’Italia potrebbe farsi pioniere di una nuova politica, che abbandoni l’accondiscendenza verso i mullah». Anni di dialogo e incentivi alla dittatura religiosa sul dossier nucleare non hanno avuto risultati significativi e il regime corre velocemente verso la possibilità di realizzare ordigni atomici. Perfino l’Agenzia internazionale per l’energia atomica nella sua ultima relazione ammette di non poter garantire che Teheran non persegua, in segreto, programmi nucleari militari.

L’illusione dei “moderati”
La Rajavi ha visitato l’Italia l’ultima volta il 22 ottobre, su invito di Alleanza nazionale. L’occasione è stata la consegna dell’appello firmato da 164 senatori di destra e di sinistra per rimuovere il nome dell’organizzazione dei Mujaheddin del popolo iraniano dalla lista europea del terrorismo internazionale.
Nell’Iran libero che sogna Maryam c’è un sistema multipartitico ed elezioni trasparenti. Non c’è pena di morte. Vige la separazione tra Stato e religione. E non c’è posto per armi nucleari. La donna denuncia «l’abbaglio» dell’Occidente, che crede esistano moderati in seno al regime. Per spiegarlo usa un proverbio iraniano: «“Il cane giallo è fratello dello sciacallo”. Si trattava solo di miraggi, un’altra faccia della stessa medaglia. Il frutto naturale dei cosiddetti governi moderati di Rafsanjani e Khatami è stata, infatti, l’ascesa di Ahmadinejad e dei pasdaran a ogni livello del potere». Questa sorta di esercito parallelo ideologico controlla la politica e l’economia, il Parlamento, le tv, la radio. Anche il capo delle forze armate tradizionali è un pasdaran. Fu per ordine del “moderato” Khatami – ricorda Maryam – che nell’estate del 1999 vennero insanguinate le pacifiche manifestazioni degli studenti a Teheran.
Oggi in Iran, nonostante l’abbondanza di petrolio, c’è solo miseria. L’80 per cento della popolazione vive sulla soglia della povertà e l’inflazione del paese è la quinta al mondo. «Il malcontento e le proteste aumentano». L’ultimo sciopero dei commercianti dei bazar contro la nuova Iva a ottobre «è il segnale di una volontà di cambiamento. Il regime è sempre più isolato anche sul piano interno e per tenersi in vita aumenta la repressione, esporta il terrorismo in Iraq, Libano, Palestina, spinge verso l’atomica e invoca la distruzione di Israele». La presidente del Cnri è convinta: «Se la situazione va avanti così e non si adotta una politica ferma e un embargo totale verso la dittatura religiosa, tutto è possibile e la guerra potrebbe essere alle porte».

Marta Allevato


29 novembre 2008

La deportazione dei Carabinieri romani nei Lager nazisti

 

 

 

Anna Maria Casavola

 

 

 7 OTTOBRE 1943
La deportazione dei Carabinieri romani nei

Lager nazisti

 

Prefazione di Antonio Parisella

 

 

 

pp.3200 - € 16,00
ISBN 978-88-382-4042-3


Il libro getta luce su un evento completamente e inspiegabilmente dimenticato la deportazione ad opera dei nazisti di duemila, duemilacinquecento Carabinieri , prologo alla più nota deportazione degli oltre mille ebrei. 7 ottobre - 16 ottobre 1943: due date strettamente collegate.

Kalppler evidentemente odiava i Carabinieri almeno quanto gli ebrei. Ma era solo lui ad odiarli?

Grazie all'accesso a documenti non più secretati di archivi militari italiani, tedeschi ed alleati, un episodio sconosciuto dopo molti anni è stato ricostruito. «Questa appassionata e accurata ricerca - scrive Antonio Parisella nella Prefazione - si inserisce a pieno titolo nell'evoluziofe degli studi sulla Resistenza italiana all'occupazione nazista e alla Repubblica sociale Italiana».

L'autrice. che collabora da anni con il Museo storico della Liberazione di via Tasso in Roma e con l'Associazione nazionale ex internati nei Lager nazisti, ha potuto esplorare in presa diretta materiale in gran parte inedito di straordinario interesse storico e umano, ricavandone informazioni preziose e ulteriori testimonianze alle ragioni del "NO" a Hitler e a  Mussolini degli intentati italiani. E un libro che dà voce a tante voci. Una storia dal basso contro l' arroganza della forza in nome della coscienza e della dignità, dalla parte di militari anonimi, i senza nome; un patrimonio morale e civile tutto da scoprire.


29 novembre 2008

Nel cuore del Ghetto di Roma nasce il "Kosher Bistrot caffè"

  “Prima per mucca pazza, poi per l´aviaria, anche gli italiani non ebrei hanno cominciato a preferire i prodotti kosher perché maggiormente controllati”…

Foto di Umberto Pizzi da Zagarolo


 Riccardo Pacifici - Copyright Pizzi

Riccardo Pacifici - Copyright Pizzi


Nel cuore del Ghetto di Roma nasce il "Kosher Bistrot caffè", nuovo locale rigorosamente legato alla tradizione della cucina ebraica aperto da Angelo Terracina, in via Santa Maria del Pianto, con l´ambizione di diventare un luogo accogliente per uno spuntino veloce a pranzo a base di carne secca, un aperitivo con salame di manzo o per un piatto di cous cous a cena

Una cucina che ha radici nella Bibbia e che vuole ancora le foglie di insalata lavate ad una ad una. E la carne rigorosamente certificata dal rabbinato. I prodotti del "kosher bristrot" saranno supercontrollati, e preparati seguendo le ferree regole alimentari ebraiche.

«Prima per mucca pazza, poi per l´aviaria - spiega Angelo Terracina ad Alessandra Paolini dell'"Espresso" - anche gli italiani non ebrei hanno cominciato a preferire i prodotti kosher perché maggiormente controllati. E poi, attraverso il cibo si possono conoscere culture diverse. Con questa attività vogliamo aprire il nostro mondo alla collettività. Quindi organizzeremo pure corsi e degustazioni».

La sera del 20 novembre al party inaugurale. Ad approfittare di cibo e bevande gratis, si potevano incontrare il presidente della Provincia Nicola Zingaretti, la "Iena" Enrico Lucci giunto con la sua inseparabile bicicletta, il Rabbino capo Riccardo Di Segni, e il presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici.

Pizzicati anche Fabio Massimo Pallottini, Orlando Corsetti, Ester Mieli, Leone Paserman, Sandro Di Castro e signora, il colonnello dei carabinieri Alessandro Casarsa, Maria Tona, Domenico Nicosia, Cesare Panbianchi.

 


29 novembre 2008

Un altro tassello contro la libertà individuale

 

 



FINO A TRE ANNI DI CARCERE PER XENOFOBIA, VARATA LEGGE UE - BRUXELLES - I ministri della Giustizia dell'Ue hanno dato oggi il via libera finale alla decisione quadro sul razzismo e la xenofobia, con la quale si introducono sanzioni fino a tre anni di carcere per chi incita pubblicamente alla violenza o all'odio. "Il razzismo e la xenofobia non hanno posto in Europa", ha commentato il commissario Ue alla giustizia, sicurezza e libertà Jacques Barrot, che ha accolto molto positivamente l'introduzione di "sanzioni severe ed efficaci contro il razzismo e la xenofobia, che sono una violazione diretta dei principi di libertà, democrazia e rispetto dei diritti umani e libertà fondamentali sui quali è fondata l'Ue". I ventisette avranno ora due anni di tempo per recepire nella loro legislazione questa norma europea che prevede, si legge in una nota della Commissione Ue, il carcere da uno a tre anni per chi incita pubblicamente all'odio razziale e alla xenofobia anche attraverso la diffusione di testi scritti, foto o altro materiale diretto contro un gruppo o una persona individuata per la sua razza, colore, religione, origine nazionale o etnica. Analoghe sanzioni saranno applicate a coloro che pubblicamente tollerano, negano e minimizzano in maniera grossolana crimini di genocidio, contro l'umanità e di guerra. Con la decisione di oggi si chiude un iter cominciato nel novembre 2001, quando la Commissione Ue presentò la sua proposta."
Cosa significaincitare pubblicamente alla violenza o all’odio” ?
Cosa vuol direincitare pubblicamente all’odio razziale e alla xenofobia anche attraverso la diffusione di testi scritti,foto o altro materiale diretto contro un gruppo o una persona individuata per la sua razza, colore, religione, origine nazionale o etnica” ?
Si potranno ancora raccontare le barzellette sui negri o pubblicare le vignette sui musulmani ?
E se no, saranno vietate anche quelle sui Carabinieri e sul Papa ?
Oppure queste saranno concesse e, per un contorto ragionamento, quelle vietate ?
Ma, soprattutto,
come potremo essere sicuri che i magistrati non “interpreteranno” le norme in base alle proprie convinzioni ideologiche e politiche, perseguitando chi non la pensa come loro ?

Ecco un esempio di sentenza allucinante

BIMBO ZINGARO COSTRETTO A MENDICARE: NON E' SCHIAVITU' - La Cassazione assolve i genitori: "E' una tradizione dei Rom"
Secondo la la Cassazione, non sempre si può definire ’"schiavitu" la condizione dei bambini rom sorpresi a mendicare. Il confine tra riduzione in schiavitù o esigenze dettate dalla povertà è molto labile quando si tratta di popolazioni rom dove i genitori "anche per tradizione culturale" mendicano per le strade assieme ai figli. Un bambino ...

E’ proprio necessario imporre questi continui limiti alla libertà di esprimere le proprie idee ?
O forse sono le idee di chi impone questi limiti ad essere così deboli da aver bisogno di sanzioni penali per affermarsi ?
In ogni caso nessuno potrà mai sindacare ciò che ognuno di noi potrà pensare.
Almeno nel pensiero siamo tutti liberissimi e tali resteremo.


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