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31 ottobre 2008

Barack Obama è un candidato di sinistra, non un candidato "meticcio"

 

 

l'analisi di Fiamma Nirenstein

Testata: Il Giornale
Data: 31 ottobre 2008
Pagina: 15
Autore: Fiamma Nirenstein
Titolo: «Il meticciato non c'entra»

L'analisi di Fiamma Nirenstein sulla campagna elettorale di Barack Obama, pubblicata dal GIORNALE del 31 ottobre 2008

L'entusiasmo che ha accompagnato anche da noi la campagna elettorale di Barack Obama è quasi commovente, perché è l'unica "cosa di sinistra" su cui l'opinione pubblica appunto di sinistra abbia avuto ultimamente l'occasione di esercitare la sua fiducia nel futuro. E a ragione: Obama è di sinistra sui temi economici e sociali e in politica estera, dall'aumentare le tasse e ridistribuire, fino al giudizio sull'Irak e sul parlare con l'Iran e senza precondizioni. Barack Obama è comunitario e messianico nei toni e nella sua storia personale, sua moglie ha dichiarato che è la prima volta, da quando il marito è candidato, che ha fiducia negli States, le foto della sua cena con Edward Said, molto cordiale, potrebbero figurare in qualsiasi album di ricordi di un rappresentante della sinistra intellettuale americana, così come il suo gesto di togliersi la spilletta con la bandiera a stelle e strisce per protestare contro la guerra in Irak. E' legittimo e logico che la sinistra e l'Europa che crede nell'appeasement e che ha odiato Gorge Bush sbagliando in toto, secondo noi, il giudizio che ne darà la storia, ne faccia il suo campione: quello che non si può invece accettare è che si attribuisca alla figura di Obama un ruolo palingenetico, salvifico, legato soprattutto al colore della sua pelle, alla sua storia personale di "meticcio", una specie di messia che porta un soffio di cultura nuova al mondo. Così lo qualifica Gad Lerner nell'articolo che ieri appariva in prima pagina di Repubblica. Per due ragioni: Obama non è il primo afroamericano sulla strada del grande potere, né, per altro, è un meticcio culturale. Fra l'altro era questo il meticciato pericoloso cui si riferiva il senatore Marcello Pera, quello delle usanze e delle convinzioni politiche inaccettabili dalla nostra civiltà (condizione della donna, mutilazioni, poligamia, jihad islamica), non certo quello delle origini o del colore della pelle. Non arriva primo, ma viene dopo che ben due Segretari di Stato americani, e di quale importanza, ovvero Colin Powell e Condi Rice, sono stati chiamati all'altissima carica da Gorge Bush junior, senza che nella loro pelle scura e nella loro storia personale, di altissimo valore nella storia dell'emancipazione nera americana, senza che nella doppia identità di Condi, donna e nera, sia stato ravvisato niente di così rinfrescante, significativo per il mondo intero. Come mai? Forse perché era un governo conservatore ad aver rotto enormi barriere? La speranza suscitata da  Obama (che forse potrebbe "ottenere udienza diversa dal Medio Oriente all'Africa" dice Gad Lerner, grazie alla sua figura di afroamericano) è quella di un multilateralismo americano che renda gli USA sostanzialmente più inclini alla mansuetudine e alla sospensione della lotta contro il terrorismo. Potrebbe essere, ma non per motivi di intrecci culturali, e per altro ne dubitiamo. Semmai potremmo trovarci, come sospetta Sarkozy, a un unilateralismo mansueto, che spinga tutto il mondo nella direzione di un appeasement che porti l'Iran all'acquisizione del potere nucleare senza trovare effettive contrapposizioni, con tutte le conseguenze tragiche immaginabili. Questo, perché la politica estera di Obama verrà costruita in contrasto con quella di Bush almeno per un certo periodo, finché non venga costretta a riprendere lo scontro inevitabile col terrore: ma questo, non perché Obama è scuro di pelle o ha una storia in bilico fra sviluppo e sottosviluppo, fra una cultura e l'altra. Direi che nel caso di Powell e di Condi non è stato né motivo di simpatia da parte di Ahmadinejad o di Nasrallah, e neppure di Chavez, né motivo di maggiore propensione al compromesso da parte loro. Per altro gli stilemi di Obama (sincerità, franchezza, facondia, adorazione dell'immagine) sono più che americani, come i valori di cui si pregia (famiglia, la moglie personaggio dominante in famiglia, il sogno americano). Non c'è nessun meticciato in Obama. E' un americano di sinistra, come ne ho conosciuti tanti, e come piacciono ai cultori dell'"altra America", quella che bruciava le cartoline e cantava "The times they are a'changin'" (Obama era troppo piccolo, ma il pacifismo è rimasto e  quella musica ha una grande meravigliosa tradizione) e ha tutta Hollywood dalla sua parte. Già nei secoli Walter Veltroni, sia lode all'antico merito, è stato portabandiera della passione italiana per questo ben definito mondo. Farrakhan e Jesse Jackson si sono dichiarati per Obama, il suo mentore pastore e teologo Jeremiah Wrigth (più volte ormai ripudiato), che ha usato la sua chiesa come un pulpito anti-americano e l'ha avuto fra i suoi fino a ieri, illuminano, oltre alla sua tendenza o almeno la sua compatibilità ideologica, una dimensione comunitaria densa di gospel e di aspirazioni sociali, che, unita alla sua per altro legittima aspirazione socialista, prefigura un modo di essere chiaro e semplice: quello della sinistra. L'Iran, il mondo arabo, le organizzazioni arabe americane, persino Hamas desiderano il suo avvento per motivi politici; gli ebrei americani, in maggioranza per motivi ideologici… Il desiderio di una società "meticciata" non c'entra niente. Obama non propone valori provenienti dalle Hawaii o dalla Indonesia. Se è a un passo dalla presidenza lo deve tutto ai valori occidentali, non meticci, che promettono e mantengono l'eguaglianza. E lui lo sa bene. L'America non è come noi, dice il professor Bernard Lewis, che da britannico è divenuto americano qualche anno fa: "Per diventare francese o tedesco devi trasformare la tua identità etnica, per diventare americano devi cambiare la tua fedeltà politica". Barack Obama usa tutte le armi della sinistra, che sono tante: se domani dicesse che la guerra in Irak non è stata tanto male o che non si parla con l'Iran e che la guerra contro il terrorismo non avrà tregua, vorrei vedere se pesa ancora il suo valore "meticcio" presso la nostra sinistra.

Per inviare una e-mail alla redazione del Giornale cliccare sul link sottostante                           


lettori@ilgiornale.it



31 ottobre 2008

Israele, trovato testo in ebraico di 3.000 anni fa

 

Israele, trovato testo ebraico ... 

E' stato ritrovato in Israele un coccio su cui erano tracciate alcune righe in lingua 'proto-canaanea', da cui ha origine l'ebraico. Secondo gli esperti si tratta della piu' antica scritta del genere, risalente a 3.000 anni fa. Il reperto e' stato trovato all'interno della Fortezza di Elah, sud-ovest di Gerusalemme, dove - secondo la Bibbia - in quell'epoca si affrontarono David e Golia. Finora solo alcune parole sono state decifrate:'schiavo', 're','giudice' ed un termine di divieto.


31 ottobre 2008

Quando Zapatero accusava Roma di razzismo




 La Spagna, che oggi affronta l’emergenza rom, aveva criticato a maggio l’Italia alle prese con lo stesso problema. La vicepremier spagnola Maria Teresa Fernandez de la Vega aveva detto allora che «il governo spagnolo rifiuta la violenza, il razzismo e la xenofobia e, pertanto, non può essere d’accordo con quanto sta accadendo in Italia».

A chi le chiedeva un parere sulle misure contro l’immigrazione illegale adottate dal governo Berlusconi, la politica socialista aveva spiegato che «l’immigrazione è un fenomeno necessario, positivo sempre quando ordinata e legale» Sin da allora peraltro era sembrato emergere uno dei timori di Madrid: che un atteggiamento più severo delle Autorità italiane si traducesse in una maggiore pressione alle frontiere spagnole. Cosa che ora sembra puntualmente accadere.


Emergenza zingari in Spagna
A Madrid arrivano gli «italiani» Polizia in allarme: nella capitale i rom in uscita dalla Penisola E in Andalusia è rivolta contro i gitani: «Favoriscono la delinquenza»
di Davide Mattei

Madrid A Madrid e in Andalusia è emergenza zingari: gitani da secoli presenti nella penisola iberica o rom che arrivano da un Italia non più ospitale come un tempo. Mentre sembra che nei dintorni della capitale si stiano stabilendo gli zingari romeni usciti dai nostri confini, in un paesino dell’Andalusia una rivolta anti-gitana ha obbligato alla fuga quasi tutte le famiglie di zingari presenti nella cittadina e soltanto la polizia è riuscita per il momento a calmare la situazione.

Secondo il quotidiano conservatore Abc, nelle ultime settimane varie famiglie di zingari romeni provenienti dall’Italia sarebbero arrivate a Madrid in autobus, in una delle principali autostazioni di lunga percorrenza della capitale per poi dirigersi verso le località di Cañada Real (al Sud) e San Sebastián del los Reyes, situato nella propaggine Nord, dove si è creato un piccolo campo nomadi. Qui, gli zingari sopravvivono prendendo acqua da un pozzo e luce da un generatore, secondo il resoconto del Mundo. Anche altri comuni - Fuentecillas e San Fernando de Henares - si sono lamentati per l’aumento della presenza di questi presunti zingari romeni in campi nomadi già esistenti, e hanno chiesto al questore di intervenire.

A San Sebastián del los Reyes, dove l’ambasciata romena ha contato 48 gitani, per ora non ci sono stati problemi di convivenza, anche se il sindaco Jorge Calderón (Pp) ha chiesto di aumentare la sorveglianza per evitare piccoli furti e scippi che crede vadano irrimediabilmente legati alla presenza del campo. Francisco Santiago, coordinatore di Unión Rumaní, la più importante associazione di gitani spagnoli, dice al Giornale che «i piccoli furti li compiono spesso gitani minorenni» e per questo applaude le misure prese dalla Catalogna.

Un tribunale di Badalona ha infatti decretato la prigione preventiva per otto romeni di etnia gitana per un reato di «furto con violenza e intimidazioni attraverso i propri figli» e per abbandono di minori, che il governo regionale ha già tolto dalla custodia dei genitori. Ma la Procura catalana ha proposto anche di imputare piccoli crimini a minori di 14 anni per fare fronte alla «spettacolare crescita» di reati commessi da bambini sfruttati e obbligati a rubare. Fonti della questura hanno assicurato al Giornale che «per il momento non si è prodotto nessun allarme sociale», legato ai nuovi arrivi.

La situazione risulta essere molto più calda a Castellar, una località andalusa in provincia di Jaén, dove più di settanta dei 93 gitani spagnoli che vivono nel paese sono dovuti scappare per evitare la furia dei cittadini. Gli eventi sarebbero stati originati da una lite tra un gitano spagnolo e un payo (come i gitani chiamano chi non è della loro etnia), poi degenerata in attacchi contro le case degli zingari del paese. La scorsa domenica si è poi creato un corteo spontaneo per chiedere l’espulsione dei gitani, accusati dalla popolazione dell’aumento di delinquenza a Castellar. Anche se il sindaco ha preso le distanze dai fatti, i cittadini sembrano aver raggiunto lo scopo. Soltanto due famiglie sono rimaste in paese e la Guardia civile protegge giorno e notte le loro case.

Il giornale


31 ottobre 2008

Fallisce il boicottaggio occidentale del cotone uzbeko, che i bambini sono costretti a raccogliere

 Da metà settembre a novembre, come ogni anno, l’Uzbekistan chiude le scuole e costringe gli studenti a raccogliere il cotone, per salari minimi. Ora la ditte occidentali boicottano questo cotone, ma lo acquistano ditte del sud e dell’est dell’Asia, arricchendosi.

Tashkent (AsiaNews/Agenzie) – Molte catene commerciali Usa ed europee boicottano il cotone uzbeko, in protesta contro l’impiego coatto di bambini per raccoglierlo. Ma questo non ferma le autorità uzbeke, che trovano altri mercati.

Un rapporto del Forum internazionale per i diritti del lavoro e i difensori dei diritti umani in Uzbekistan ha denunciato che a ottobre, come ogni anno, intere scuole sono state chiuse e gli scolari, anche di 12 anni, sono stati inviati a raccogliere il cotone, sottoposti a rigido controllo, con scarso cibo e salari da fame. Eppure a marzo e ad aprile il Paese ha ratificato due trattati, sull’età minima per il lavoro minorile e per l’Immediata abolizione delle forme peggiori di lavoro minorile.

Ma già a maggio decine di migliaia di studenti sono stati portati sui campi per predisporli per la semina. Il cotone è uno dei principali prodotti nazionali, fonte di pregiata valuta estera, ma gli adulti preferiscono lavorare in Russia, Kazakistan e altri Paesi dove guadagnano molto di più, faticando di meno.

“Le lezioni sono fermate – dice il rapporto – e tutte le scuole chiuse, per forzare i bambini nei campi”, dove “lavorano in condizioni misere e soffrono di insolazioni, scottature e varie malattie infettive”. I genitori che si oppongono subiscono varie pressioni e sono screditati in pubblico, gli studenti sono minacciati di espulsione. Lavorano per 10-11 ore al giorno dalle 6 di mattina al tramonto, per 7 giorni la settimana. Sono pagati circa 2 centesimi di euro per chilogrammo di prodotto, molto meno di un adulto. Il rapporto è confermato dalle molte foto apparse sul sito web Ferghana.ru, di bambini nei campi che portano sulle spalle ceste colme di cotone.

Ora varie catene di vendita europee e “che rappresentano il 90% dei compratori Usa del cotone”, dice il dirigente Wal-Mart Rajan Kamalanathan, come Wal-Mart, Tesco, Mark & Spencer, Target, The Gap, Debhenams, Henne, Mauritz, hanno annunciato che boicottano i prodotti con cotone uzbeko.

Ma alla Quarta fiera annuale per il cotone, svolta a Tashkent il 14 e 15 ottobre, il Paese ha venduto circa 950mila tonnellate di cotone, per un valore di un miliardo di dollari, a Paesi tra cui Cina, India, Pakistan, Bangladesh, Corea del Sud e Emirati Arabi: che potranno lavorare il cotone e venderlo come proprio prodotto.



31 ottobre 2008

Se il mondo girasse con buon senso, la Gelmini preferirebbe McCain

 



Caro Direttore,
una sua chiamata mi coglie di sorpresa all’alba (“Il ministro Gelmini dice che la sua riforma si ispira a quella di Barack Obama…”) invitandomi a scrivere un articolo sul tema.

Come lei sa, da alcune settimane sono impegnata nella catalogazione dei miei libri perchè ad una certa età, improvvisamente, ci si rende conto che la biblioteca è diventata un giardino incolto che nasconde alla vista le proprie delizie. Dopo aver spento il telefono, stavo per tornare agli scaffali e gli occhi si sono posati su un volume intitolato “A Century to Celebrate: Radcliffe College, 1879-1979”, un libro ricco di illustrazioni sull’istituzione che aprì l’università di Harvard anche alle donne. E’ da allora che le università negli Stati Uniti hanno abbracciato l’innovazione ed è con quello spirito pionieristico che hanno superato quelle di Oxford e Cambridge. Come lei e i lettori dell’Occidentale potranno immaginare, non si tratta di una questione di parità tra i sessi – sono decisamente femmina, ma femminista non sono mai stata e nulla mi annoierebbe di più – ma di capacità di raccogliere le sfide che il mondo ci propone.

Lo stesso Barack Obama citato dal ministro dell’Istruzione è una sfida vinta dal sistema americano, un bel prodotto dell’università e degli studi legali made in USA. Obama ha studiato alla Columbia University ed è stato il primo direttore afro-americano della Harvard Law Review. Tutta la sua storia personale e familiare si svolge sul fondale dell’università: i genitori erano studenti universitari, il padre studiò ad Harvard prima di trovare la morte in Kenya, lui scoprì la sua passione politica tra i libri.

Il ministro Gelmini dice di condividere il piano di Obama per l’istruzione, ma non ne cita i contenuti. Se guardiamo con attenzione il programma per l’educazione del senatore dell’Illinois e lo compariamo a quello del candidato repubblicano John McCain, scopriremo che in questo campo i due parlano una lingua comune. Sono entrambi d’accordo sul livello piuttosto basso dell’istruzione primaria, pensano entrambi che servano sgravi fiscali e aiuti federali per le famiglie degli studenti, entrambi sostengono che bisogna migliorare il reclutamento, la preparazione e gli stipendi degli insegnanti (in base al merito). Se dovessimo cercare una differenza, la troveremmo nel fatto che McCain ha una visione più liberale dell’educazione, non si concentra solo sulla questione del censo e dell’accesso, il suo ragionamento è diamo una stampella a chi ne ha bisogno per camminare, ma non azzoppiamo anche i sani. McCain privilegia la molteplicità dell’offerta formativa e questo per un ministro con la storia e le radici culturali della Gelmini in realtà dovrebbe essere un punto per scegliere il programma del candidato repubblicano non quello del democratico.

Dopo questo giro d’orizzonte, mi viene il sospetto che il ministro Gelmini abbia cercato di fare quel che agli italiani riesce meglio da sempre: saltare sul carro del vincitore. Massima imprudenza, primo perché la corsa alla Casa Bianca è ancora apertissima e una sottile inquietudine si sta diffondendo in queste ore in casa democratica, ma soprattutto perché il ministro italiano tradisce l’impazienza di essere politicamente corretto nel momento in cui la minoranza degli studenti sfila nelle piazze. Non protegge lo studente diligente, non aiuta quello con il megafono in mano al posto della penna. Nessuno volta alto.

L’educazione per sua natura tende verso l’aristocrazia (che bella parola), parte dal basso ed eleva. Una casa nobile si riconosce dal profumo dei libri, dalla bellezza degli scaffali, dagli accessori per leggere e scrivere. Quando entro in un’abitazione, cerco sempre con la coda dell’occhio la biblioteca, se non la trovo divento più sospettosa del solito e mi rassicuro soltanto se sopra al camino vedo un whinchester.

L’alta istruzione negli Stati Uniti è competizione, speranza e opportunità. E’ su questi principi che Obama ha costruito la sua occasione storica. Per questo parare davanti alle proteste dei ragazzi la sua icona non serve a niente, solo a confondere il dibattito pubblico. Mettere sullo stesso piano i programmi sull’università e l’educazione di un candidato alla Casa Bianca con quelli di un paese come l’Italia mette a nudo l’insufficienza della propria conoscenza di quel che accade intorno al mondo. In questo caso, un mondo non piccolo e non marginale. La scuola elementare italiana, nonostante le difficoltà, le riforme e le controriforme, resta una delle migliori sulla faccia della terra. E gli Stati Uniti se la sognano. In Italia c’è un problema di bilancio e di moltiplicazione delle cattedre a tutti i livelli. Giusto tagliarle. Giusto tornare al maestro unico. Giusto il grembiule. Giusti i voti in pagella. Giusto un ritorno alla tradizione. Profondamente sbagliato invece è paragonare lo stato dell’università e della ricerca del nostro Paese con la discussione in corso negli Stati Uniti dove l’università è il meglio, mentre l’Italia appare sempre più, inesorabilmente, il peggio del peggio. Nella classifica globale di Newsweek sulle università stilata nel 2007, tra i primi cento atenei non ne figura neanche uno italiano e la maggioranza è costituita dalle istituzioni americane. Se usiamo come guida invece il Times Higher Education Supplement del 2008, la prima università italiana in classifica è quella di Bologna al 192° posto, mentre tra le prime dieci vi sono sei atenei americani e quattro inglesi.

La sola università di Harvard ha espresso quaranta premi nobel, l’Italia nel suo complesso ne ha prodotto venti, di cui alcuni piuttosto discutibili e perfino imbarazzanti.

In un mondo logico e di buon senso, gli studenti dovrebbero tornare in classe, i professori in cattedra, e il ministro Gelmini (non Giovanna Melandri che fa campagna giustamente per Obama) dovrebbe sperare in una vittoria del repubblicano McCain. Ma siccome accade il contrario, si salvi chi può mandare i propri figli nelle università americane.
Clara belloni Getz
l'occidentale


31 ottobre 2008

Voto americano in Israele: McCain batte Obama 3 a 1

 

Su un campione di 817 residenti, il repubblicano riscuote il 75% delle preferenze

Il campione è piccolo - 817 cittadini statunitensi - ma è straordinariamente compatto. Se Israele facesse parte degli Stati Uniti il candidato repubblicano John McCain potrebbe già iniziare a diramare gli inviti per i festeggiamenti. Haaretz riporta un sondaggio tra alcuni degli americani residenti o in viaggio in Terra Santa che hanno votato per posta. Bene, il senatore dell’Arizona vi risulta al 75% delle preferenze contro il 25% per il democratico Barack Obama. 
Si tratta, come si è detto, di una piccola rappresentanza sui circa 40mila americani residenti nello Stato ebraico, ma l’esperto Mitchell Barak considera i risultati significativi dato che la maggior parte della comunità americana è formata da ebrei osservanti, di tendenze conservatrici e schierati su posizioni intransigenti verso i palestinesi. www.haaretz.com/


31 ottobre 2008

Il caso Hegazi: proselitismo islamico e cristiano

 Samir Khalil Samir, sj
Mohammad Ahmad Hegazi, il giovane egiziano convertito al cristianesimo, che vuole essere riconosciuto tale anche dal punto di vista legale, rischia una condanna a morte per apostasia. Il mondo islamico si difende dalle conversioni anche con leggi che esaltano la propaganda musulmana e proibiscono quella delle altre religioni. Almeno 10 mila cristiani ogni anno divengono musulmani. Ma quasi nessuno per motivi religiosi. La malattia dell’Islam: la mancanza di spiritualità e la riduzione della religione a elemento etnico, sociologico, politico. La Seconda parte di un’analisi di p. Samir Khalil Samir, gesuita egiziano, esperto di Islam.

Beirut (AsiaNews) – L’Islam si difende dalle conversioni attraverso la condanna a morte o l’imprigionamento dell’apostata. Ma l’ossessione delle conversioni va di pari passo con una serie di privilegi dati all’Islam. In tanti paesi musulmani, anche quelli “laici”, il diritto di propagare l’Islam è un diritto naturale e non vi è bisogno di alcuna legge; il diritto di propagare un’altra religione è considerato di fatto o per legge inaccettabile.

La propaganda islamica è un dovere dello Stato: in Egitto ogni settimana vi sono canzoni, preghiere, film, rubriche tutti inneggianti all’Islam e deprecativi del cristianesimo. E questo senz’altro suscita conversioni all’Islam.

Invece la propaganda cristiana (tabshir) è proibita per legge. Di recente in Algeria è stata varata una nuova legge che condanna chi propaganda la fede cristiana e chi si converte. Certo, qualcuno dice: questa legge è solo contro il proselitismo protestante. È vero, ma i musulmani non fanno proselitismo? Se vi è una legge, non deve essere uguale per tutti?

Il Paese dove lo squilibrio dei due pesi e due misure è più evidente è l’Arabia Saudita. Perfino il sito della Saudi Arab Airlines porta scritto con chiarezza che sui suoi voli sono proibiti bibbie, crocifissi, ecc. Ogni segno religioso non islamico viene requisito. Nel Paese, perfino due pezzi di legni incrociati per terra sono considerati un segno religioso e chi vi è vicino è costretto dalla polizia a calpestarli.

La propaganda anticristiana si vede anche nell’uso delle parole. In arabo i cristiani si chiamano “massihi”. In Arabia si usano altri due termini: la prima è “salibi”, che significa “crociato”. Va notato che all’epoca dei crociati, gli storici musulmani non chiamavano “crociati” i cristiani, ma “farang”, franchi. Un’altra parola usata è “nasrami”, nazareno. La più frequente poi è “kuffar”, miscredenti, quelli che devono essere uccisi. Così tale linguaggio deprecativo e ostile si diffonde in tutto il mondo musulmano da circa 30 anni.

In Egitto si dice che negli ultimi decenni, le conversioni di cristiani all’islam sono state di circa 10.000 all’anno. Quasi sempre per motivi pratici: per divorziare o sposare una musulmana (o un musulmano), o per motivi di lavoro; raramente per motivi religiosi. Più recentemente, si è parlato molto di migliaia di convertiti dell’islam al cristianesimo. Si dice che vi sono delle “centrali” di missionari protestanti, formati in America (qualcuno parla dell’Istituto Zwemer, famoso missionario protestante[1]), che offrono soldi, appartamenti, passaporti, ecc in cambio dell’adesione alla fede cristiana. In questa faccenda di Hegazi, la stampa islamica ha ripetuto spesso queste accuse. La parola “tabshir”, che significa “evangelizzazione”, in arabo ha preso ormai un significato negativo, e l’atto è passibile di prigione o d’espulsione in Egitto come in altri Paesi musulmani. Invece la parola “da’wa”, che significa “chiamata” ad aderire all’islam, è considerata come positiva ed è un obbligo per ogni musulmano, al punto che molti Paesi musulmani hanno un “ministero della da’wa”, cioè della propaganda islamica (potremmo dire analogo al dicastero vaticano “De propaganda fide”).

Quando avremo un Islam spirituale?

La conversione dall’Islam è vista come uno scandalo religioso, sociale e politico. Dal punto di vista religioso si abbandona l’unica vera fede per una falsa. Il Corano afferma: “La vera religione presso Dio è l’Islam”(Corano 3,19) e anche: “Chi cerca un’altra religione avrà una conclusione tragica nell’aldilà” (Corano 3,85) .

Dal punto di vista sociale, se uno si converte al cristianesimo, incoraggia altri a seguirlo e allora diviene una piaga per la società.

L’aspetto politico, sempre messo in luce è che l’Islam è una comunità, la Ummah. Se uno lascia l’Islam, diviene come un traditore e una spia contro la propria nazione e perciò merita la morte.

Il governo egiziano, ad esempio, dice che chi si converte a un’altra religione, “attenta all’unità nazionale”. E’ probabile che il governo non ucciderà l’apostata. Di solito essi cercano di mettere a tacere la cosa o di far emigrare l’apostata. É avvenuto così per lo scrittore Nasr Hamed Abu Zaid, che ha ricevuto la fatwa per essere ucciso ed è stato fatto fuggire in Olanda.

Uno studioso musulmano francese, Abdennour Bidar, in un libro edito di recente[2], afferma: “L’Islam deve arrivare ad essere non più una religione, ma una corrente spirituale e una questione di scelte personali”. Il fatto grave dell’Islam è che l’adesione all’Islam oggi significa aderire ad un gruppo politico e sociologico: non significa aver fatto una scelta religiosa e spirituale. Questa è la grande malattia dell’Islam di oggi: se non si compie questa profonda conversione, l’Islam rimarrà sempre nemico del mondo moderno. Quest’ultimo è basato sulle libertà individuali, sulla persona più che sul gruppo, sulla libertà di coscienza, ecc. E i musulmani vogliono questo, ma non capiscono che tutto è collegato. Finché non si arriva a considerare che l’Islam è una scelta personale e non una questione di gruppo o di partito, si rimarrà indietro.

Fino ad oggi tutto l’insegnamento islamico è basato sulla “sottomissione” (Islam). Tale sottomissione è il contrario della libertà. Anch’io come cristiano riconosco la sottomissione a Dio, ma rimango figlio e libero! Anche Cristo è stato obbediente (Filippesi 2, 8); anche un religioso fa i voti di obbedienza, ma si aderisce e si rimane legati alla propria libertà di coscienza.

Invece nell’Islam l’insegnamento più classico che si diffonde nelle famiglie e nei media è che la sottomissione deve essere totale, annientando la personalità e ogni differenza.

E noi cristiani e gli occidentali, dobbiamo aiutare l’Islam a fare questo passo: capire che la libertà personale non è contro l’islam né contro Dio, ma al contrario per Dio che ha creato l’uomo dotato di discernimento e di libertà, a differenza di tutto il creato, perché senza libertà di scelta non c’è amore. Come dice Cristo ai discepoli: “Non vi chiamo servi, ma amici” (Giov 15,15).

[1]      Samuel Marinus Zwemer (12 aprile 1867 – 2 aprile 1952), soprannominato “l’apostolo dei musulmani” è stato missionario in Arabia dal 1891 al 1905, e in altri Paesi musulmani, ha diretto a lungo la rivista “The Moslem World” e ha formato centinai di missionari protestanti. Il suo metodo consisteva nel convincere il musulmano partendo dal Corano e confrontandolo col Vangelo. Più che convertire i musulmani, la sua grande opera è stata di spingere cristiani a annunziare il Vangelo ai musulmani.

[2]      Abdennour BIDAR, Self islam. Histoire d’un islam personnel, coll. « Non conforme » (Parigi : Seuil, 2006). Vedi l’ultimo capitolo, intitolato “Self islam” (p. 205-235).

 



30 ottobre 2008

To the Ayatollahs of Iran Obama is the godsent "promised warrior"

 

Obama and Ahmadinejad

The following article appears on the Forbes.com website:

Is Barack Obama the "promised warrior" coming to help the Hidden Imam of Shiite
Muslims conquer the world?

The question has made the rounds in Iran since last month, when a pro-government
Web site published a Hadith (or tradition) from a Shiite text of the 17th
century. The tradition comes from Bahar al-Anvar (meaning Oceans of Light) by
Mullah Majlisi, a magnum opus in 132 volumes and the basis of modern Shiite
Islam.

According to the tradition, Imam Ali Ibn Abi-Talib (the prophet's cousin and
son-in-law) prophesied that at the End of Times and just before the return of
the Mahdi, the Ultimate Saviour, a "tall black man will assume the reins of
government in the West." Commanding "the strongest army on earth,"
the new ruler in the West will carry "a clear sign" from the third imam,
whose name was Hussein Ibn Ali. The tradition concludes: "Shiites should
have no doubt that he is with us."
In a curious coincidence Obama's first and second names--Barack Hussein--mean
"the blessing of Hussein" in Arabic and Persian. His family name, Obama, written
in the Persian alphabet, reads O Ba Ma, which means "he is with us," the magic
formula in Majlisi's tradition.

Mystical reasons aside, the Khomeinist establishment sees Obama's rise as
another sign of the West's decline and the triumph of Islam. Obama's promise to
seek unconditional talks with the Islamic Republic is cited as a sign that the
U.S. is ready to admit defeat.
Obama's position could mean abandoning three
resolutions passed by the United Nations Security Council setting conditions
that Iran should meet to avoid sanctions. Seeking unconditional talks with the
Khomeinists also means an admission of moral equivalence between the U.S. and
the Islamic Republic.
It would imply an end to the description by the U.S. of
the regime as a "systematic violator of human rights."

Obama has abandoned claims by all U.S. administrations in the past 30 years that
Iran is "a state sponsor of terrorism." Instead, he uses the term "violent
groups" to describe Iran-financed outfits such as Hamas and Hezbollah.


Obama has also promised to attend a summit of the Organization of the Islamic
Conference within the first 100 days of his presidency. Such a move would please
the mullahs, who have always demanded that Islam be treated differently, and
that Muslim nations act as a bloc in dealings with Infidel nations.

Obama's election would boost President Mahmoud Ahmadinejad's chances of winning
a second term next June. Ahmadinejad's entourage claim that his "steadfastness
in resisting the American Great Satan" was a factor in helping Obama defeat
"hardliners" such as Hillary Clinton and, later, it hopes, John McCain.

"President Ahmadinejad has taught Americans a lesson," says Hassan Abbasi, a
"strategic adviser" to the Iranian president. "This is why they are now choosing
someone who understands Iran's power." The Iranian leader's entourage also point
out that Obama copied his campaign slogan "Yes, We Can" from Ahmadinejad's "We
Can," used four years ago.

A number of Khomeinist officials have indicated their preference for Obama over
McCain, who is regarded as an "enemy of Islam.
" A Foreign Ministry spokesman
says Iran does not wish to dictate the choice of the Americans but finds Obama
"a better choice for everyone." Ali Larijani, Speaker of the Islamic Majlis,
Iran's ersatz parliament, has gone further by saying the Islamic Republic
"prefers to see Barack Obama in the White House" next year.

Tehran's penchant for Obama, reflected in the official media, increased when the
Illinois senator chose Joseph Biden as his vice-presidential running mate
. Biden
was an early supporter of the Khomeinist revolution in 1978-1979 and, for the
past 30 years, has been a consistent advocate of recognizing the Islamic
Republic as a regional power. He has close ties with Khomeinist lobbyists in the
U.S. and has always voted against sanctions on Iran.


Ahmadinejad has described the U.S. as a "sunset" (ofuli) power as opposed to
Islam, which he says is a "sunrise" (toluee) power. Last summer, he inaugurated
an international conference called World Without America--attended by
anti-Americans from all over the world, including the U.S.

Seen from Tehran, Obama's election would demoralize the U.S. armed forces by
casting doubt on their victories in Iraq and Afghanistan, if not actually
transforming them into defeat. American retreat from the Middle East under Obama
would enable the Islamic Republic to pursue hegemony of the region. Tehran is
especially interested in dominating Iraq, thus consolidating a new position that
extends its power to the Mediterranean through Syria and Lebanon.

During the World Without America conference, several speakers speculated that
Obama would show "understanding of Muslim grievances" with regard to Palestine.
Ahmadinejad hopes to persuade a future President Obama to adopt the "Iranian
solution for Palestine," which aims at creating a single state in which Jews
would quickly become a minority.

Judging by anecdotal evidence and the buzz among Iranian bloggers, while the
ruling Khomeinists favor Obama, the mass of Iranians regard (and dislike) the
Democrat candidate as an appeaser of the mullahs. Iran, along with Israel, is
the only country in the Middle East where the United States remains popular. An
Obama presidency, perceived as friendly to the oppressive regime in Tehran, may
change that.

(LINK to Forbes.com Amir Taheri is the author of 10 books on Iran, the Middle
East and Islam. His new book The Persian Night: Iran Under the Khomeinist
Revolution will be published by Encounter Books in November.)



30 ottobre 2008

Il caso Hegazi: l’ossessione dell’Islam per le conversioni

 Samir Khalil Samir, sj
Il caso di Mohammad Hegazi, giovane egiziano convertito al cristianesimo, che vuole essere riconosciuto tale anche dal punto di vista legale, ha aperto nel mondo islamico un nuovo dibattito sulle conversioni, viste spesso come un’azione di apostasia che merita la morte. È emersa anche una vera e propria ossessione dell’Islam per le conversioni personali, essendo questa religione ridotta più a una sottomissione di tipo etnico e sociologico. Vi è chi parla perfino di un disegno per convertire all’Islam l’Europa e il mondo, al quale i governi europei danno una mano. La Prima parte di un’analisi di p. Samir Khalil Samir, gesuita egiziano, esperto di Islam.

Beirut (AsiaNews) - I fatti sono noti: un giovane egiziano di 25 anni, Mohammad Ahmad Hegazi, (nella foto) si è convertito al cristianesimo diversi anni fa (alcuni dicono 9, altri 6 anni fa, la versione islamica invece dice da pochi mesi!). Poi si è sposato con una donna che si chiama Zeinab, anch’essa divenuta cristiana, col nome di Cristina. In questi mesi egli ha chiesto che la sua conversione venga riconosciuta anche sui suoi documenti.

In Egitto, la carta d’identità riporta obbligatoriamente la religione e la sua finora è l’Islam. Ciò significa che egli apparirà come musulmano in varie questioni: diritto, successione, i figli, ecc.

La sua richiesta è stata rifiutata dall’amministrazione, che non ha dato seguito alla richiesta. Hegazi si è perciò rivolto direttamente al governo.

Come mai ha chiesto questo cambiamento solo ora, dopo anni dalla sua conversione? Forse perché la coppia aspetta un bambino. E se essi appaiono come musulmani, il bambino dovrà essere registrato obbligatoriamente come musulmano, indipendentemente dalla volontà dei genitori.

Al rifiuto dell’amministrazione, Hegazi ha cominciato una causa legale per esigere i suoi diritti, aiutato da un avvocato, membro di una ong.

Il fatto è importantissimo, più di quanto appaia, anche perché la cosa si è diffusa in molti media mondiali e ora anche tutta la stampa in Egitto discute il suo caso.

Dapprima vi sono state le reazioni degli ulema, poi quelle della gente comune. La stragrande maggioranza afferma che Mohammad Hegazi deve essere ucciso come apostata. Solo qualcuno osa citare il Corano - che afferma che “non c’è costrizione in materia di religione” – e si esprime a favore della sua libertà.

La carta d’identità

Da decenni il mondo liberale in Egitto chiede la soppressione di questa voce nei documenti ufficiali. Essa serve solo a discriminare la gente, i non musulmani.

Io stesso ho fatto esperienza di questa discriminazione tante volte e devo dire che, al di là delle promesse di tanti politici, non si riesce ancora a cancellare questa dicitura dalla carta d’identità. Vi sono per esempio seminaristi cattolici che sulla carta d’identità appaiono come “musulmani”. All’anagrafe egiziana, quasi per “default”, chiunque nasce è registrato come musulmano. Se poi uno vuol cambiare, gli si dice che “è complicato” e che “essere musulmano è un vantaggio”.

Tutto ciò non è solo un problema di burocrazia. C’è la volontà, da parte di alcuni uffici amministrativi, di approfittar della loro posizione per “islamizzare” i cristiani, o semplicemente una ripugnanza a fare questo cambiamento. Tale ripugnanza non è però dovuta alla lentezza della burocrazia egiziana. La prova è che, in senso contrario, non c’è mai difficoltà a cambiare la carta d’identità di un cristiano che si fa musulmano, e lo si fa subito! Vi è dunque una lobby e una tendenza dell’amministrazione pubblica a islamizzare la gente a partire dai documenti ufficiali.

Una cosa simile avviene addirittura in Turchia - nella Turchia laica! – in cui per cambiare il proprio nome in un nome cristiano, come mi ha attestato un mio confratello , si deve aspettare per anni.

Il fenomeno è generalizzato ed è volto ad islamizzare il più gran numero di cristiani (che in Egitto sono almeno 7 milioni). Una mia parente, cristiana da 3 generazioni, rimane con tutta la famiglia con la dizione “musulmana”. I figli, che vanno a messa tutte le domeniche, sono registrati come “musulmani”. Questo rende difficile il loro matrimonio con cristiani e spesso sono costretti a fuggire dal Paese per sposarsi con rito cristiano.

Il problema è che questa situazione è difesa dalla legge. La legge egiziana stabilisce che i figli “appartengono alla religione migliore” e cioè l’Islam. Affermare questo in un corpo di leggi spiega tutte le discriminazioni. Ad esempio, una musulmana non ha il diritto di sposare un cristiano: i figli infatti appartengono al padre, e perciò i figli di un cristiano sono “cristiani”. Tutta la legislazione è fatta per islamizzare.

Questo ha conseguenze anche in Italia. Lo scorso anno ha fatto scalpore il caso di una tunisina che voleva sposare un italiano, cattolico battezzato, ma non praticante. Per lo stato italiano la donna doveva presentare un documento di stato civile libero, richiesto all’ambasciata tunisina. Per tutta risposta il consolato tunisino ha chiesto un documento sul fidanzato per verificare che il futuro sposo fosse “musulmano”!

E pensare che la Tunisia è uno dei pochi Paesi musulmani “moderati” e assai laicizzante! Tuttora la coppia non è sposata per il rifiuto del consolato tunisino a consegnare il documento di stato libero. Ogni anno in Italia ci sono decine di casi simili. Ciò sta ad indicare la forte intromissione della religione islamica nelle scelte personali. Purtroppo l’Italia e l’Europa non si accorgono di essere presi in giro da questi Paesi.

Proprio in questi mesi in Egitto è in corso un grande dibattito giuridico, per il caso di 12 cristiani: essi si sono convertiti formalmente all’islam per poter divorziare, ottenendo subito una nuova carta d’identità con la menzione della nuova religione. Subito dopo si sono dichiarati di nuovo cristiani e chiedono il ritorno alla vecchia carta d’identità. La faccenda sembra prendere una piega positiva per loro e dovrebbe essere risolta favorevolmente nel settembre 2007.

Come si vede, la questione della “carta d’identità” ha un importanza politica assai grande, e ciò spiega la forza del dibattito in corso nel mondo islamico. Si tratta infatti di un passo che dovrebbe portare verso un certa neutralità dello Stato verso la religione.

L’ossessione dalle conversioni

Nel mondo islamico vi è una vera e propria ossessione verso le conversioni. Almeno 7 Paesi islamici applicano la pena di morte per i convertiti dall’Islam. In Sudan, Iran, Arabia Saudita, Nigeria, Pakistan, Mauritania ….. si uccide. Ma gli altri stati – come l’Egitto – condannano alla prigione, non in quanto apostata ma per aver compiuto un oltraggio all’islam, come lo spiega Hossam Bahgat, membro dell’Iniziativa egiziana per i diritti personali.

Secondo il quotidiano del governo Al-Massa’, tutti gli imam sono unanimi sulla necessità di uccidere l’apostata Hegazi.  Dicono che la sharia  (non il Corano) va applicata ed essa esige la pena di morte.

Chi è più moderato dice: se l’apostata nasconde la sua conversione, non diffonde la sua decisione, allora non è necessario ucciderlo, ma potrà vivere. Se invece lo fa sapere, allora produce scandalo (fitna) e deve morire.

Per caso ho aperto il sito del “Forum dell’aviazione araba”. Nella sezione “islamica” del sito, si parla di questo unico tema, la conversione di Hegazi. Tutte le 8 reazioni registrate affermano che egli deve essere ucciso. Alcuni dicono più velatamente: “Il governo deve prendere la decisione più dura per eliminare questo problema”, ma tutti gli altri citano il Corano: “La fitna è peggiore che l’uccisione” (Corano 2,191 e 2,217) ; altri citano che “L’Islam è la religione migliore”; altri ancora: “Uccideteli affinché non ci sia fitna”(8,39); altri: “Chi vuole una religione diversa dall'Islàm, il suo culto non sarà accettato, e nell'altra vita sarà tra i perdenti” (3,85). Nessuno cita la frase coranica che afferma la libertà di coscienza, quella citata dal papa a Ratisbonna il 12 settembre scorso: “non c’è costrizione in materia di religione” (2,186); neppure quell’altra che dice: “La verità viene dal tuo Signore. Chi vuole, creda ; e chi vuole, non creda” (18,29).

E così a decine e decine in molti siti islamici nella sola scorsa settimana.

In genere, su 10 che vogliono la sua uccisione, vi è solo uno che dice: “Credo che Hegazi dovrebbe essere libero di scegliere”.

Altri ancora dicono che sì, nel Corano esiste il versetto “non c’è costrizione…”, ma esso è stato cancellato (nusikha) dal famoso “versetto della spada” (âyat al-sayf) che avrebbe cancellato decine di versetti, ma che nessuno sa identificare: se il versetto 5 del capitolo 9 (detto della “penitenza”, al-tawbah), o il versetto 29, o il 36, oppure il 41: tutti questi parlano di uccidere l’altro, e sono spesso applicati agli apostati. [1]

Morte per l’apostata

Ad ogni modo contro Hegazi vi sono le opinioni di 3 famosi imam. Il primo è l’imam Yusuf al-Qaradawi, molto esperto nel suo campo, che cita decine di referenze dei primi secoli e conclude che Hegazi deve essere ucciso perché c’è pericolo per il gruppo e il gruppo ha priorità sull’individuo. L’idea è: se costui comincia a parlare e dice che egli è contento di essere cristiano, e anzi appare nelle foto sorridente e con in mano un vangelo, ciò è insopportabile ed è una propaganda non musulmana, che non è ammessa ufficialmente né in Egitto, né in altri Paesi islamici. E siccome Hegazi sta facendo propaganda cristiana, egli deve essere ucciso.

Suad Saleh, giudice musulmana e decano della Facoltà di scienze islamiche dell’università Al-Azhar, ha dichiarato: sì, in materia di fede non vi è costrizione, ma Hegazi sta facendo propaganda e quindi bisogna applicare la legge. La giudice consiglia di dare all’apostata 3 giorni di tempo perché si penta e si riconverta all’Islam (istitâbah), poi  di “applicare la legge” (e cioè l’uccisione).

Il Gran Mufti d’Egitto, Dr. Ali Gomaa, massima autorità religiosa egiziana, nel mese di giugno aveva dichiarato al Washington Post che l’apostasia “non dovrebbe” essere punita con la morte, sollevando tante reazioni da parte dell’Azhar. Dopo che molti si sono espressi a favore dell’uccisione, lui ha ritrattato in modo confuso e tuttora non si capisce la sua posizione. Visibilmente, egli voleva rassicurare l’occidente usando formule ambigue, come quella che ripete: “L’apostasia va punita quando rappresenta una fitna o quando minaccia le fondamenta della società”.

In realtà, come abbiamo detto, non c’è nel Corano nessun castigo previsto in questo mondo per l’apostata. Ma gli imam si appoggiano su un hadith del Profeta dell’islam trasmesso da Ibn ‘Abbas: « Chi cambia la sua religione, uccidetelo ». E s’appoggiano al fatto che Maometto ha applicato questo castigo contro Abdallah Ibn al-Ahzal, il quale per non essere ucciso, aveva cercato protezione nel santuario della Kaaba, ma Maometto ordinò ai suoi compagni di ucciderlo.

A tutto questo occorre aggiungere le reazioni dei genitori di Hegazi e della sua sposa. Interrogato dai giudici islamici, il padre di Hegazi ha negato che suo figlio si sia convertito al cristianesimo. La sua madre si è messa a gridare in modo isterico: “Mio figlio è morto, non ci sarà mai più relazione tra di noi fino al giorno del giudizio!”. Ali Kamel Suleiman, il padre di Zeinab, la ragazza, è stato più esplicito. Egli ha dichiarato al quotidiano indipendente al-Dustûr: “Portatemi mia figlia in qualunque modo, anche morta”. Nella nostra mentalità egiziana questo significa: uccidetela, oppure portatemela viva e la uccido io.

A causa dell’atteggiamento dei genitori, Mamduh Nakhla, copto, direttore del Centro «al-Kalima» per i Diritti Umani, che aveva depositato presso la giustizia amministrativa una richiesta di riconoscimento della conversione cristiana di Hegazi, l’ha poi ritirata per 2 motivi: “non voler rompere i legami di Hegazi con la sua famiglia”  e per la “mancanza di un certificato di conversione [di Hegazi] presso la Chiesa copta”. Ciò è stato confermato da padre Morcos, un vescovo vicino al patriarca Shenouda, che ha dichiarato “La Chiesa non fa proselitismo”.

In tutte queste faccende di conversioni, la Chiesa copta è di solito molto prudente, perché deve tener conto del “bene generale”, per non compromettere altre trattative che ha col governo. Rumani Gad el-Rabb, un altro responsabile del Centro al-Kalima, ha invece dichiarato all'Afp che il gruppo ha ritirato la richiesta dopo aver ricevuto delle minacce.

 (Domani: "Il caso Hegazi: proselitismo islamico e cristiano")

[1]      In realtà secondo gli studiosi questa lettura non è esatta. Va precisato: nell’esegesi coranica vi è un principio secondo cui un versetto può cancellare altri versetti (Cfr. Corano 2,106). Ma per sapere quali versetti sono cancellati, deve essere chiaro nel Corano, o deve esserci unanimità nella comunità delle origini. Ad ogni modo gli studiosi dicono che in questo caso non c’è per nulla unanimità. Secondo il più grande studioso medievale, Jalal al-Din al-Suyuti (m. 1505), solo 21 versetti coranici rispondono a questi criteri (cfr. il suo libro Mu‘tarak al-Aqrân, p. 118).


30 ottobre 2008

SHOAH: STAZIONE CENTRALE MILANO OSPITERA' MEMORIALE

 

 Il Memoriale, che comprende anche il Laboratorio della Memoria, sorgera' nel luogo da cui, durante l'occupazione nazista, gli ebrei detenuti nel carcere di San Vittore, vennero deportati nei campi di concentramento e sterminio. Si tratta di uno spazio di oltre 7.000 mq oggi dismesso, originariamente utilizzato per il carico e lo scarico dei vagoni postali, situato al di sotto del piazzale dei binari, compreso tra via Pergolesi e viale Brianza, con ingresso da via Ferrante Aporti. La caratteristica principale di questo luogo, spiega una nota, e' la sua sostanziale invisibilita', condizione peculiare per la quale fu scelto dai nazifascisti per effettuare le deportazioni. Introdotti con i camion provenienti dal carcere di San Vittore, i deportati venivano stipati su vagoni merci e carri bestiame che, in attesa all'interno della "stazione invisibile", erano sollevati al livello del sovrastante piano dei binari, agganciati ai convogli e inviati ai campi di sterminio, in particolare ad Auschwitz-Birkenau, a Bergen Belsen, a Fossoli di Carpi e a Bolzano-Gries. Il progetto del Memoriale, la cui realizzazione sara' conclusa nel 2010, e' stato preparato dal compianto Architetto Eugenio Gentili Tedeschi e da Guido Morpurgo. Il tristemente famoso binario sotterraneo, il 21, sara' quindi trasformato in un luogo affollato di ricordi per mantenere viva la coscienza e rendere omaggio a chi da quel viaggio non e' mai tornato. Uno spazio vivo, l'unico rimasto intatto in Europa, con una duplice valenza: da una parte vero e proprio Memoriale, dall'altra, luogo di ricerca e studio ma anche punto d'incontro dinamico tra diverse realta'. I nomi delle 605 persone che costituirono il carico umano del convoglio partito dalla Centrale il 30 gennaio 1944 con destinazione Auschwitz saranno iscritte sul "Muro dei Nomi". "Il Memoriale -ha concluso Formigoni- sara' dunque l'occasione per riaffermare l'importanza della presenza della cultura ebraica come portatrice di valori universali: dalla centralita' della persona alla laicita', dalla tutela dei diritti fondamentali alla consapevolezza che la liberta' e' socialmente costitutiva".
red dra


30 ottobre 2008

Grnet , il portale delle Forze Armate, paragona la Shoah ai problemi dei militari italiani

 

In un articolo pubblicato mercoledì 15 ottobre  su un sito delle FA (Grnet) Forze Armate (http://www.grnet.it/index.php?option=com_frontpage&Itemid=1) ” si prepara la Shoah”, a firma  Giuseppe Paradiso, l’estensore dell’articolo accosta una tragedia mondiale di proporzioni blibliche,  alle misure tecniche, economiche e operative contenute in un documento tracciato alcuni giorni fa dal Consiglio supremo di Difesa, presieduto dal Capo dello Stato,Giorgio Napolitano, alla presenza del premier e dei ministri della Difesa, dell’Interno, dell’Economia e dello Sviluppo Economico, e del capo di Stato maggiore della Difesa.
Pensiamo che Giuseppe Paradiso non sappia il significato di olocausto e cosa questo ha comportato nel mondo. Oltre 2 milioni di ebrei sterminati dalla furia nazista vengono posti sullo stesso piano alle rivendicazioni economiche.
Accostare la Shoah a quello che sta “capitando nelle forze Armate di questo Paese, non ha nulla di improvviso ed inaspettato, ma la catastrofe, quella, si sta materializzando in tutta la sua crudeltà”  , rafforzare l’idea della tragedia nel comparto difesa pubblicando anche una foto che ritrae deportati in un campo di concentramento non solo è disinformazione e cattivo gusto. E’ gravemente offensivo.
Non sappiamo chi sia il direttore di Grnet né se è una testata giornalistica perché non ci sono informazioni sul sito in tal senso(e questo è già un fatto anomalo), ma pensiamo che il signor Giuseppe Paradiso estensore dell’articolo e il direttore di Grnet debbano quantomeno scusarsi con lo stato di Israele, con gli ebrei e con il mondo per l’enormità che hanno pubblicato, e togliere ovviamente dal sito l’articolo incriminato.
osservatorio sicilia


30 ottobre 2008

Le nuove regole del gioco

 

Ephraim Halevy

Una combinazione unica di fattori senza precedenti nell’arena mediorientale e internazionale sta modificando rapidamente le regole, le potenzialità, le minacce e le sfide che abbiamo di fronte.
In primo luogo, acquista sempre più slancio la gara fra la nuclearizzazione militare del globo e una sua efficace prevenzione. Fu Henry Kissinger che definì incontrollabile un mondo nuclearizzato. Ecco perché questo sviluppo va impedito ad ogni costo. Ma cosa significa ad ogni costo? Tre recenti sfide su questo terreno sono state affrontare in tre modi diversi. Sulla Corea del Nord sono state esercitate aggressive pressioni economiche: per due volte ha fatto accordi con gli Stati Uniti e per due volte è stata colta a imbrogliare sulla loro applicazione. L’Iran è stato coinvolto e allettato con vani negoziati e minacciato di raid militare, finora senza alcun risultato. La Siria è stata sottoposta a un’azione militare chirurgica, il cui risultato non è ancora del tutto chiaro. La necessità di creare un sistema, di dare forma a un regime di reciproca coesistenza in un ambiente nucleare affollato o di escogitare un metodo efficace per prevenire la proliferazione sarà uno degli elementi più importanti di questo secolo: cosa tanto più urgente, giacché le capacità nucleari sono destinate a diventare meno costose, più accessibili e di dimensioni sempre più ridotte e trasportabili. Finora su questo terreno non si sono registrati veri progressi.
In secondo luogo, il sistema internazionale dovrà affrontare il crescente fenomeno dei protagonisti non-statali: movimenti terroristi di portata globale o gruppi regionali con forte impatto sugli interessi globali, compreso quello di ambire o persino ottenere armi non convenzionali. Hamas in Medio Oriente e i Talebani con i loro alleati in Pakistan, nel sub-continente indiano nuclearizzato, non sono che due esempi di questo tipo. Sarà necessario ideare una varietà di politiche e di strategie per affrontare questo fenomeno dei non-stati. L’impiego della forza bruta non sarà sempre l’approccio più efficace o più saggio.
Terzo, la natura delle minacce – che alcuni indicano con l’infelice termine di “esistenziali” – impone cambiamenti nella dottrina della sicurezza e della difesa. Tra l’altro, nessuno stato o non-stato sarà più in grado di dotarsi di uno scudo difensivo operando esclusivamente all’interno del propri confini. La natura dell’aggressione e il sistema con cui viene portata, sempre più balistico e a lungo raggio, detteranno risposte sempre più globali alle minacce, così come l’11 settembre sul continente americano ha innescato reazioni a lungo termine nel cuore dell’Asia e del Medio Oriente. Un numero sempre più alto di attori si faranno globali, e le influenze fra attori grandi e meno grandi si faranno sempre più reciproche. Al villaggio globale dell’economia, degli affari e del commercio si aggiungerà il villaggio globale della difesa e delle sicurezza.
Quarto, le regole e le norme del conflitto cambieranno rapidamente. Le leggi e convenzioni tradizionali del diritto internazionale stanno diventando sempre meno pertinenti e obsolete, totalmente slegate dalla realtà, e diventerà urgente riscrivere le regole del combattimento affinché siano coerenti con i nuovi strumenti di combattimento. Non si potranno più applicare diritti e torti del passato.
Quinto, il tradizionale stato-nazione, che è stato il fondamento delle relazioni fra stati, continuerà a subire profondi mutamenti nel corso di questo secolo. Così, ad esempio, verso la metà degli anni ’50, il 50% dei cittadini della Federazione Russa potrebbe essere di fede musulmana. Religione e identità etnica potrebbero trasformare il carattere stesso di stati ed entità politiche. L’ordine mondiale come lo conosciamo oggi potrebbe essere sull’orlo di un precipizio. E non abbiamo ancora menzionato questioni come lo scompiglio economico, il riscaldamento globale e le nuove epidemie.
Cosa si può fare? Che posto occupa la diplomazia in questa lotta per la sopravvivenza?
La prima sfida da affrontare è stabilire le priorità delle minacce e delle opportunità. Cosa è più importante? Il mondo non potrà affrontare tutte le crisi multiple contemporaneamente.
Non c’è dubbio che le crisi mediorientali saranno vicine al primo posto dell’agenda, giacché le tre maggiori minacce all’ordine internazionale – proliferazione non convenzionale, terrorismo islamista internazionale e crisi petrolifera – hanno profonde radici in questa regione. La sorte ha voluto che Israele si ritrovasse nel cuore di tutte e tre.
La seconda necessità sarà quella di distinguere e mettere in ordine di priorità gli avversari. Fu Albert Einstein che negli anni ’30 scrisse: “Per prevenire il male maggiore è necessario accettare per il momento il male minore”. E così dicendo, abbandonò il suo antico sostegno al pacifismo. Sorgeranno delle opportunità quando cesseremo di ammucchiare tutti i nemici sotto un unico titolo e li affronteremo in una maniera più sofisticata e per ordine di priorità. Un esempio può essere quello di congegnare una distinzione fra il modo con cui si affronta Hamas e quello con cui si affronta al-Qaeda. Hamas è considerata da al-Qaeda un nemico giurato, un traditore della causa. E Hamas si sente profondamente minacciata da quelli come Osama bin Laden e dalla sua banda. La capacità di identificare queste fratture nel muro dell’odio e dell’estremismo e di metterle a proprio vantaggio nella guerra al terrorismo sarà una delle principali sfide da vincere nei prossimi decenni.
Il terzo principio che permetterà di aprire delle opportunità sarà quello di abbandonare la ricerca di soluzioni definitive a vantaggio di accomodamenti provvisori a medio termine. Bisognerà accettare il fatto che i conflitti non possono sempre essere risolti in un arco di tempo stretto e che pertanto, anziché prolungare le ostilità, occorrono temporanee misure ad hoc che fungano da strategia-ponte fino a quando i tempi non sono maturi per una autentica riconciliazione.
Quarto: questi approcci sgombreranno il tavolo internazionale cosicché la comunità mondiale potrà, da una parte, concentrarsi sulla cooperazione costruttiva nei campi dell’economia, della sanità e del riscaldamento globale, e dall’altra creare condizioni per una guerra senza quartiere contro le minacce alla sicurezza internazionale poste in vetta all’agenda di priorità.
Quinto: in queste circostanze, si formeranno coalizioni ad hoc, sulla falsariga ma non identiche a quella del 1991 contro l’Iraq, per affrontare insieme la minacce e i pericoli maggiori. Tali coalizioni comporteranno concessioni reciproche fra partner su questioni secondarie, concessioni che potrebbero essere tali da durare un bel po’ di tempo.
Israele, un importante attore sulla scena mediorientale ma un attore minore sul piano internazionale, allo stato attuale deve assicurarsi di essere un partner indispensabile in ogni futura coalizione nata per affrontare sopraffare le minacce esistenziali internazionali, quali che siano i metodi scelti per affrontarle.
Un caso di questo tipo è quello dell’Iran, che costantemente e rumorosamente invoca la fine dell’esistenza di Israele come stato sovrano e indipendente. Se tutte le altre opzioni dovessero fallire, quella militare potrebbe emergere come l’unica rimasta sul tappeto. Non occorre spiegare oltre i pericoli che una tale situazione comporterebbe per tutte le parti coinvolte. Ma se l’opzione “diplomatica” resterà al centro della scena, è più che ovvio che i punti in discussione nei negoziati comprenderanno interessi fra i più vitali per Israele. Eufemismi come “sicurezza regionale” o “egemonia regionale” o “garantire gli interessi di sicurezza dell’Iran” sono inseparabilmente legati alle esigenze più critiche di Israele. Se l’Iran perseguirà quello che viene chiamato col termine allettante di “grande bargain”, non è pensabile che ciò possa essere negoziato senza che Israele sieda al tavolo della trattativa. Nessun alleato di Israele per quanto leale e sensibile, e gli Stati Uniti lo sono, può agire al suo posto nel definire i sacrifici che a Israele si possono chiedere, negoziando con l’Iran in assenza di Gerusalemme.
Questo è il genere di sfide che la diplomazia dovrà affrontare nei prossimi anni. E l’Iran non è che un esempio – anche se di gran lunga uno dei più importanti – degli intricati dossier che ci attendono.
Questa, dunque, la grande sfida diplomatica del XXI secolo. Israele ha tutti i numeri militari, scientifici, economiche e culturali per assicurarsi un posto attorno al tavolo, e per insistere su questo ogni volta e in ogni occasione che riguardi la sua sicurezza e benessere. È compito della diplomazia tradurre queste capacità uniche in una formula vincente.

(Da: Jerusalem Post)

Nella foto in alto: l’autore di questo articolo, Ephraim Halevy, ex capo del Mossad (1998-2002), poi consigliere per la sicurezza nazionale del primo ministro israeliano Ariel Sharon (2002-2003), oggi direttore dello Shasha Center for Strategic Studies presso l’Università di Gerusalemme.


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permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 30/10/2008 alle 10:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


30 ottobre 2008

Un sito per anime gemelle musulmane

 
Ha 784 mila iscritti, ideato da societa' australiana

  Siete musulmani e non avete ancora trovato l'anima gemella? Ad aiutarvi ci sono portali come Muslima.com. E' ideato da una societa' australiana che gestisce siti dedicati alla ricerca della dolce meta' e a chi aspira a una unione interrazziale, che in totale ha oltre cinque milioni di utenti sparsi nel globo.Il sito nato all'inizio di quest'anno, ha 784 mila iscritti. Bisogna precisare la fede (sciita o sunnita) nonche' l'origine etnica.


30 ottobre 2008

Mohammed al-Durra: il mito del martire bambino

 

Stephane Juffa, su Wall Street Journal

Una delle prime cose che si trova quando si lancia su Google il nome Mohammed al-Durra è una poesia scritta dallo sceicco Mohammed degli Emirati Arabi Uniti dedicata “All’anima del martire bambino”. Il che dà un’idea delle proporzioni mitiche che ha assunto in Medio Oriente la vicenda di questo ragazzino. Le immagini del piccolo al-Durra rannicchiato dietro il padre sotto il fuoco israeliano, nei primi giorni della “seconda intifada”, per poi essere colpito a morte dei proiettili nemici, hanno scioccato il mondo intero. Per moltissimi arabi e musulmani Mohammed al-Durra è assurto a simbolo delle sofferenze dei palestinesi sotto il giogo dell’occupazione israeliana.
Sulla televisione e sui libri di testo scolastici dell’Autorità Palestinese al-Durra viene costantemente proposto come modello, per spronare altri ragazzi a emulare il suo spirito di sacrificio. Anche in occidente quelle foto, insignite di molti premi giornalistici, sono diventate il simbolo più riconoscibile dell’aggressione israeliana.
Eppure sotto a tutta la vicenda c’è un imbroglio, anche se i nostri lettori troveranno difficile credere che quelle famose immagini possano essere frutto di una messa in scena.
Tornerò più avanti su come sia stato dimostrato che non possono essere stati i soldati israeliani a uccidere il ragazzino. Ma qualcuno potrebbe domandarsi perché la cosa abbia ancora importanza. In fondo, dopo quel giorno, sono morti tanti altri innocenti, da entrambe le parti, ed è tempo, ora, di guardare avanti. Invece importa, e proprio per questa stessa ragione. Mohammed al-Durra è diventato molto di più del ragazzino-poster della seconda intifada. Secondo il rapporto Mitchell, stilato nel maggio 2001 da una commissione congiunta euro-americana, la vicenda di al-Durra è stata uno dei fatti che hanno contribuito a infiammare l’intifada. Se vogliamo la pace abbiamo bisogno di riconciliazione, e se vogliamo la riconciliazione abbiamo bisogno della verità. Ma l’emittente televisiva statale francese France 2, che ha prodotto e diffuso la disgraziata sequenza, si rifiuta di rendere di pubblico dominio tutti i fatti ad essa relativi.
La vicenda inizia il 30 settembre 2000, due mesi dopo che Yasser Arafat se ne è andato dai colloqui di pace di Camp David. Il luogo è l’incrocio Netzarim, nella striscia di Gaza, dove soldati israeliani sono posizionati a difesa del vicino insediamento. Mentre una folla di rivoltosi palestinesi lancia sassi e bombe molotov, confusi fra di essi altri palestinesi fanno fuoco con armi da guerra verso gli israeliani. È durante questi scontri che sarebbe rimasto ucciso il ragazzino.
Sostenendo di non voler lucrare sulla morte di un piccolo innocente, France 2 distribuisce gratis ai media di tutto il mondo le drammatiche immagini del fatto. L’esercito israeliano si affretta a diffondere una dichiarazione nella quale dice che il ragazzino potrebbe essere stato ucciso involontariamente dai soldati durante l’intenso fuoco incrociato. Solo più tardi, forse troppo tardi, l’esercito autorizza un’indagine completa. Il compito viene affidato al fisico civile Nahum Shahaf, il quale dimostra scientificamente che – data l’angolatura della postazione israeliana rispetto a quella di Mohammed al-Durra – i soldati non potevano aver ucciso il ragazzo. Shahaf scopre poi un incredibile retroscena: dal momento che i colpi devono essere venuti perpendicolarmente da una posizione posta dietro o a fianco del cameraman, tutta la scena della presunta uccisione potrebbe essere frutto di una messa in scena. E il ragazzo che si vede nel filmato potrebbe non essere stato affatto ucciso in quella circostanza. Visionando il filmato alla moviola, l’esperto intravede persino il dito del cameraman che fa il tipico segnale “take two” (“seconda ripresa”) usato dai professioni del mestiere per indicare la ripetizione di una scena.
Tre anni fa ho intervistato Shahaf e, dopo aver preso visione di tutte le sue prove, ho capito che potremmo trovarci di fronte a una delle più grandi opere di manipolazione dei mass media che si sia mai vista. Abbiamo allora avviato una nostra inchiesta, scrivendo più di quindici articoli sull’argomento, e la nostra conclusione è che il reportage francese è, oltre ogni ragionevole dubbio, pura fiction.
Non è possibile, qui, citare tutte le prove che abbiamo potuto raccogliere a partire dai risultati di Shahaf. Ma, giusto per dare un’idea: abbiamo le testimonianze dei dottori Joumaa Saka e Muhamad El-Tawil, due medici palestinesi dell’ospedale Shifa di Gaza, i quali affermano che il corpo senza vita di Mohammed al-Durra venne portato loro prima delle 13.00. Il problema è che Charles Enderlin, il corrispondete da Gerusalemme di France 2, nel reportage in questione sosteneva che la sparatoria era iniziata alle 15.00. Come può una persona esser uccisa da proiettili che vengono sparati alcune ore dopo la sua morte? E questa non è che una delle tante domande a cui la tv di stato francese deve ancora rispondere.
Nella nostra battaglia con France 2 ci siamo concentrati sulle dichiarazioni dei due giornalisti che hanno girato il reportage. Per comprendere bene l’importanza di queste dichiarazioni bisogna premettere che le immagini del reportage, in se stesse, non forniscono alcuna prova delle accuse mosse a Israele: nel filmato non si vede nessun soldato israeliano, nessuna arma (israeliana o di altri), nessuna ferita, non una goccia di sangue. Ciò nonostante, fonti ufficiali palestinesi sostengono che Mohammed fu ucciso da tre proiettili ad alta velocità e che il padre, Jamal al-Durra, venne ferito da nove proiettili. Ciò che ha trasformato quelle immagini in una moderna versione della “calunnia del sangue” contro Israele è la voce fuoricampo di Enderlin. Sebbene Enderlin non fosse a Gaza quando avveniva il fatto, egli spiega agli spettatori con grande sicurezza che “i colpi vengono dalla postazione israeliana: ancora una raffica e il ragazzino sarà morto”.
Forse per supplire alla mancanza di vere prove nel filmato, i due autori del reportage, il cameraman palestinese Talal Abu Rahma (che lavora per France 2 e CNN) e lo stesso Enderlin, giornalista israelo-francese, hanno rilasciato delle dichiarazioni a supporto.
Abu Rahma l’ha fatto nell’ottobre 2000 con una dichiarazione scritta – sotto giuramento – nell’ufficio e alla presenza del legale Raji Surani, di Gaza (il testo è reperibile sul sito del Palestinian Center for Human Rights: www.pchrgaza.org/special/tv2.htm.). Abu Rahma descrive in dettaglio la presunta uccisione del ragazzo da parte dei soldati israeliani. Le parole che attirarono maggiormente la nostra attenzione sono le seguenti: “Ho passato circa 27 minuti a filmare l’incidente, che è durato per 45 minuti”. Questa affermazione è doppiamente importante. Primo: Abu Rahma diceva di avere un filmato di 27, minuti mentre fino ad allora France 2 aveva mostrato un filmato di 55 secondi e solo più tardi consegnò all’esercito israeliano materiale filmato per un totale di circa tre minuti e 26 secondi. Ciò è di enorme importanza, giacché il materiale mancante potrebbe gettare nuova luce su tutta la vicenda. Uno degli aspetti più strani di tutto l’affare è che tra le centinaia di persone presenti alla scena, comprese decine di altri fotoreporter, solo Talal Abu Rahma sostenne di essere stato direttamente testimone della presunta uccisione e di essere riuscito a filmarla. Secondo elemento: sostenendo che l’incidente era durato tre quarti d’ora, Abu Rahma rendeva molto più gravi le accuse rispetto al filmato. Prima della sua dichiarazione si poteva pensare che il ragazzo fosse rimasto disgraziatamente colpito nel fuoco incrociato. Ma se quindici militari israeliani individuano un innocuo ragazzino e gli sparano addosso per 45 interminabili minuti, allora si tratta di un crimine di guerra.
Enderlin aggiunse altri coloriti dettagli, affermando che la sequenza di 27 minuti contiene immagini dell’agonia del ragazzino troppo vivide per essere mostrate a tutti. “Ho tagliato l’agonia del ragazzo. Era troppo insopportabile: la vicenda era stata raccontata, la notizia era stata data. Quelle immagini non avrebbero aggiunto nulla”, dichiarò Enderlin al mensile francese Telerama nell’ottobre 2000.
Per anni abbiamo pregato France 2 di lasciarci visionare le immagini mancanti. Siamo vecchi giornalisti che operano da tempo in una zona assai difficile: certamente possiamo reggere la visione di quelle immagini “insopportabili”. Abbiamo spedito molte lettere raccomandate e fatto molte telefonate, suggerendo più volte di mettere a confronto le nostre risultanze con il reportage di France 2. Inutilmente. France 2 non ci ha mai permesso di vedere l’intero filmato.
L’ostruzionismo dell’emittente francese e i risultati della nostra inchiesta ci hanno portato alla convinzione che le immagini aggiuntive non esistono. Ne eravamo così sicuri che abbiamo pubblicato anche degli articoli in questo senso. Comunque, si è dovuto aspettare fino al 22 ottobre del 2004 prima che France 2 cedesse. In seguito a massicce pressioni politiche, l’emittente pubblica è stata costretta a invitare uno dei nostri collaboratori, Luc Rosenzweig, già caporedattore di Le Monde, a visionare gli inquietanti fotogrammi. Quel giorno Rosenzweig, insieme a Denis Jeambar, caporedattore de L'Express, e Daniel Leconte, ex reporter di France 2, vennero ricevuti nell’ufficio di Arlette Chabot, capo del News Department di France 2. Il nostro collaboratore esordì con la frase che avevamo attentamente preparato: “Sono venuto a vedere i 27 minuti dell’incidente, citati nella dichiarazione sotto giuramento di Abu Rahma”. A quel punto un rappresentante legale di France 2 disse a Rosenzweig e agli altri colleghi che sarebbero “rimasti delusi”. “Non sapevate – aggiunse Didier Epelbaum, consigliere del presidente di France Television (il dipartimento che presiede a tutte le emittenti pubbliche televisive francesi) – che Talal ha ritrattato la sua testimonianza?”. No, non lo sapevano. E come avrebbero potuto, dal momento che né la tv francese né il cameraman palestinese lo avevano mai detto pubblicamente? È incredibile con quale nonchalance France 2 abbia ammesso che il loro testimone chiave, anzi, il loro unico testimone oculare della presunta uccisione aveva ritrattato le sue accuse. Senza quella testimonianza crolla tutto il reportage, ma l’emittente si rifiuta di ammetterlo pubblicamente.
I 27 minuti di filmato che i tre giornalisti hanno potuto alla fine visionare non contenevano nessuna nuova immagine rilevante, ad eccezione di una che mostra il corpo senza vita del ragazzino in una posizione diversa da quella mostrata fino ad allora. Dunque il ragazzo si è mosso dopo la sua presunta uccisione? E che ne è stato delle immagini “insopportabili” dell’agonia di Mohammed al-Durra di cui Enderlin aveva speso liriche parole? Un miraggio, una totale invenzione.
Da allora ho continuato a porre a France 2 tre principali domande.
1) Come è possibile che, dopo essere stati colti a dare false testimonianze, i signori Abu Rahma and Enderlin non solo continuano a lavorare per quella emittente pubblica, ma continuano a coprire insieme proprio il conflitto arabo-israeliano?
2) Come è possibile che France 2 non abbia ancora informato il pubblico dei nuovi, significativi sviluppi nel caso di Mohammed al-Durra, come dovrebbe fare ogni seria agenzia d’informazione? Rifiutandosi di farlo, France 2 viola il suo stesso codice etico e deontologico.
3) E poi, ancora più importante: come è possibile che France 2 continui a sostenere il proprio reportage sebbene sia consapevole che è stato filmato da qualcuno che ha rilasciato falsa testimonianza e che, ritrattando tale testimonianza, ha di fatto cancellato l’intero impianto su cui si reggeva il reportage?
Per quattro anni France 2 ha tenuto nascosto il “filmato di 27 minuti” fingendo che contenesse immagini cruciali, mentre sapeva bene che entrambi i suoi giornalisti avevano semplicemente mentito. France 2 deve essere considerata responsabile di questa manipolazione: prima per aver diffuso un falso, e poi per non aver fatto ammenda.

(Stephane Juffa, direttore di Metula News Agency http://www.menapress.com, su: The Wall Street Journal Europe)

Nella foto in alto: la ricostruzione della scena.


29 ottobre 2008

Se non possiamo adottare aiutiamo altri a farlo

 

Per vedere le foto dei cani visitare la pagina: http://www.randagi.org/forum/index.php?topic=1311.0

iniziativa importante che ricomincia per il secondo anno è: "5€ meridionali".

L'anno scorso grazie a questa'ultima, sono riuscita a pagare le spese per sterilizzazioni e viaggi, questanno vorrei devolvere i soldi per saldare il debito il prima possibile e aiutare a trovare magari casa ad altri 24 cani com'è accaduto in questi 5 mesi.
In questo periodo di crisi, e in ogni momento comunque, solo l'unione può migliorare e in alcuni casi cambiare le cose.
Un piccolo contributo sommato per tante persone fa un vero contributo.

Chiedo pertanto alle persone che credono in me e nel mio progetto di partecipare, nuovamente, a questa iniziativa.
Più saremo a crederci e più animali potranno essere salvati.

Fin quando non ho saldato il mio debito i cani rimasti al rifugio continueranno a rimanere lì fino a quando la asl comincerà a smistarli e metterli nei canili lager campani.

Se non volete o potete donare niente, quanto meno aiutatemi nella divulgazione e nell'adozione di quei poveri tesori.

Grazie ancora a tutte le persone che mi hanno aiutato facendo pre-affidi, staffette, adozioni, donazioni e tutti quelli che sto dimenticando in questo momento.

ho bisogno di sostenitori che prendano in seria considerazione questo progetto e che lo sostengano nel lungo periodo.
Quello che chiedo è una somma ridicola presa da sola, ma sommata a tutte le persone che vorranno farne parte diventerebbe FONDAENTALE.
Quello che chiedo sono 5€ al mese, solo 5€ al mese se si trovano ALMENO 100 persone che vorranno sostenere il progetto Ca.Pu.Si.
Non potete immaginare quanto possano servire così pochi spiccioli se siamo in tanti.
Siamo volontari, amiamo con tutto il cuore gli esseri che non hanno parola e che possono contare solo sulla nostra sensibilità, ma molto spesso sento dire: "Fosse per me li aiuterei tutti, ma come faccio? Ne ho già tanti da mantenere!".
SE UNIAMO VERAMENTE LE NOSTRE FORZE POSSIAMO EFFETTIVAMENTE AIUTARE QUASI TUTTI I CASI DISPERATI!
Se ogni persona che legge questa email s'impegnasse SERIAMENTE a dare 5€ al mese potrebbe essere fiera di dire che sta aiutando i cani del meridione con solo 5€ al mese.
Cercherò di spiegare il più brevemente possibile l'utilizzo di queste donazioni:
Questa iniziativa che ho battezzato  con il nome (orribile): "5€ Meridionali" servirà prettamente per i cuccioli o comunque i casi più facilmente adottabili.
Dico ciò perchè se prendessimo una serie di cani che hanno difficoltà a trovare adozione, potremmo fare veramente ben poco per la situazione tragica che c'è in meridione.
Detto ciò i soldi saranno utilizzati per:
- stallo in pensione o nei rifugi
- acquisto di vermifughi e vaccini
- cure veterinarie
- sterilizzazioni OBBLIGATORIE per entrambi i sessi
- pagamento per viaggi in treno o staffette

Sarà perchè ho visto con i miei occhi la situazione in Campania, sarà perchè ho sentito con le mie orecchie le medesime digrazie in Sicilia (da Valentina Raffa), in Puglia (Emma Melica e altre volontarie), in Molise, in Sardegna (Olbia)  che non riesco proprio a non supplicaarvi chiedendovi di dare il vostro piccolo contributo.
Le cose cambieranno veramente se invece di scannarci per i diversi operati ci coalizzassimo tutti, per l'unico scopo che ci accomuna: GLI ANIMALI.
Io ho già 8 splendidi cani adulti che cercano ancora adozione e ogni mese spendo 300€ (sarebbe di più, ma alcuni angeli come Sabrina M. Sabrina S. e Valeria C. mi stanno aiutando con l'adozione a distanza) senza contare i cuccioli e analisi e cure varie, e finchè non avrò dato via loro, tutto si blocca sul fronte salvezza, ma la morte e la disperazione in quei luoghi non si ferma mai.
Questo è quanto.
Chi vuole far parte dell'iniziativa "5€ meridionali" può scrivere un'email con il suo nome e un contatto, chi ha dei conoscenti che vogliono far parte del gruppo, va bene anche lo stesso contatto.
Quelli che vedete in foto sono i cuccioli  prelevati finora,  quel cicciottone peloso ha già trovato casa!
Gli altri hanno circa 2 mesi e sono taglia media cerchiamo stallo al nord per semplificare l'adozione oppure appelli a manetta :-).
Pupo è il cuccioletto di Gioia, la lupetta della prov di Caserta, che ancora cerca casa.
Grazie a tutti.
Ilaria


DONAZIONE EFFETTUATA CON POSTEPAY:

Intestazione: Ilaria Tilli
Causale: Progetto Ca.Pu.Si.
N. Carta PostePay: 4023 6004 1527 9837

A tutti i coloro che effettueranno donazioni per il progetto Ca.Pu.Si. verranno periodicamente rilasciati idonei giustificativi su come verranno utilizzate le risorse.

Per qualsiasi informazione ulteriore scrivere ad ilaria@randagi.org

oppure telefonare al numero: 393 28 60 400

Grazie,

Ilaria


TUTTO CAMBIERA'



Ilaria

TUTTO CAMBIERA'

Per qualsiasi cosa il mio cell è: 393 28 60 400

Per contributi:
carta poste-pay: 4023 6004 1527 9837
Intestato a: Ilaria Tilli
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29 ottobre 2008

Israele, il 10 febbraio il voto anticipato

 

Elezioni in Israele il 10 febbraio 2009. La 17esima Knesset era stata eletta il 28 marzo 2006




Le elezioni anticipate in Israele si terranno il 10 febbario. Un accordo in questo senso è stato raggiunto dai gruppi parlamentari nel corso di un incontro con la presidente della Knesset, Dalia Itzhik. A riferirlo è stato Ahmed Tibi, capogruppo della Lista araba unita. 

Israele  è divenuto indipendente dal Regno Unito nel maggio 1948 ed è una repubblica democratica parlamentare. La divisione amministrativa consiste in 6 distretti. Per informazioni più dettagliate si veda l’articolo apposito su Israele.

Esecutivo:

Presidente: Shimon Peres (2007) Kadima, Moshe Katsav (2000-2007) Likud, Ezer Weizman (1993-2000) Laburisti

Primo ministro: Ehud Olmert (2006) Kadima, Ariel Sharon (2001-2006) Likud-Kadima, Ehud Barak (1999-2001) Laburisti, Benjamin Netanyahu (1996-1999) Likud (dal 1996 al 2001, in tre occasioni, il Primo Ministro è stato eletto direttamente dal popolo; prima e dopo è stato nominato dalla Knesset)

Parlamento: il Parlamento israeliano (Knesset) ha 120 membri, eletti per quattro anni con sistema proporzionale in un unico collegio nazionale. Nel tempo è stata introdotta, e variata, una soglia di sbarramento.


29 ottobre 2008

Non facciamoci raccontare cazzate

 
(Reuters)

Basta guardare questo video per capire che gli scontri di Piazza Navona sono stati causati dai Centri sociali e non da Blocco studentesco. E pur essendo lontana ideologicamente sia dai primi che dai secondi, vi chiedo di guardare e diffondere questo video.

http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3D5wTeI_tatoY

Nonsolorossi


29 ottobre 2008

Islam, le donne possono usare le arti marziali per difendersi dai mariti violenti

 

 Le donne musulmane possono usare le arti marziali per difendersi dai mariti violenti. Una ''fatwa'' emessa in Turchia e che ha trovato consenso tra studiosi islamici egiziani e sauditi, sancisce il diritto all'autodifesa e all'utilizzo di antiche discipline come karate, judo e taekwondo per le donne che vengono picchiate dai mariti.

Lo riporta l'agenzia Asianews, insieme alle parole di una personalita' saudita di primo piano, lo Sheikh Mohsen al Obeikan, consulente del Ministero della giustizia e membro del Saudi Shura Council. Lo studioso ha precisato che la possibilita' per una donna di colpire il marito e' limitata al solo esercizio del diritto alla difesa. Esso peraltro e' affermato dalla Sharia, dal Corano e dagli Hadith. Cosi' il Corano dice che ''la ricompensa per un'offesa e' un'offesa uguale'' e che ''nel caso in cui qualcuno si comporti in modo aggressivo contro di te, infliggigli un male pari al male che egli ti ha inflitto''.

La fatwa e' stata emanata in origine da uno studioso turco, Fethullah Gulen, ed afferma il diritto della donna a difendersi, pagando violenza con violenza, e che la donna puo' apprendere le arti marziali per proteggersi dal marito, ma ha suscitato in ambienti conservatori timori di ''ribellione'' in famiglia.

red/uda


29 ottobre 2008

La vera pulizia etnica perpetrata in Medio Oriente

 

 



Probabilmente Israele è il meno efficiente artefice di "pulizia etnica" della storia dell'umanità, nonostante quel che dice la propaganda avversaria.
Nel 1947 vivevano nella Palestina sotto Mandato Britannico circa 740.000 arabi palestinesi. Oggi gli arabi che vivono in Cisgiordania e striscia di Gaza più gli arabi che sono cittadini israeliani ammontano a più di cinque milioni (in tutto, nel mondo,sono più di nove milioni le persone che si definiscono palestinesi). Da un semplice calcolo emerge che il tasso di crescita della popolazione palestinese è stato quasi il doppio di quello in Africa e in Asia in un analogo lasso di tempo. Il croato Drazen Petrovic definiva la "pulizia etnica" come "una ben precisa politica di un particolare gruppo di persone intesa ad eliminare sistematicamente la presenza di un altro gruppo da un dato territorio". Sulla base di questa definizione, il lungo conflitto arabo-israeliano ha visto la realizzazione di una sola, vera pulizia etnica: quella degli ebrei che vivevano da secoli in Asia e nord Africa. Mentre, prima del 1948, c'erano quasi 900.000 ebrei che vivevano in terre a maggioranza araba, nel 2001 ne rimanevano non più di 6.500.
Coloro che sostengono che Israele avrebbe perpetrato una pulizia etnica a danno degli arabi non sono in grado di citare una sola ordinanza o disposizione in questo senso. La pulizia etnica degli ebrei dalle terre arabe, invece, fu una politica ufficiale di stato. Gli ebrei vennero ufficialmente espulsi da molte regioni del mondo arabo. La Lega Araba diffuse una dichiarazione con cui raccomandava ai governi arabi di promuovere l'uscita degli ebrei dai paesi arabi, risoluzione che venne attuata attraverso tutta una serie di misure punitive e di ordinanze discriminatorie che resero impossibile la permanenza degli ebrei nelle terre dove erano nati.
Il 16 maggio 1948 il New York Times registrava una serie di misure prese dalla Lega Araba allo scopo di emarginare e perseguitare gli ebrei cittadini degli stati membri. Riportava fra l'altro il testo di una legge "redatta dal Comitato politico della Lega Araba", volta a governare lo status legale degli abitanti ebrei nei paesi della Lega Araba. Essa disponeva che, a partire da una data specifica, tutti gli ebrei - ad eccezione di quelli che non fossero cittadini di un paese arabo - venissero considerati "membri della minoranza ebraica di Palestina". I loro conti bancari sarebbero stati congelati e usati per finanziare la resistenza contro "i piani sionisti in Palestina". Gli ebrei ritenuti sionisti attivi sarebbero stati internati e i loro beni confiscati.
Nel 1951 il governo iracheno approvò una legge che rendeva reato l'affiliazione al sionismo e ordinava "l'espulsione degli ebrei che si rifiutano di firmare una dichiarazione contro il sionismo". Il che contribuì a spingere fuori decine di migliaia di ebrei che vivevano in Iraq, mentre la gran parte delle loro proprietà veniva confiscata dallo stato.
Nel 1967 molti ebrei egiziani vennero internati e torturati, le case ebraiche confiscate. Quello stesso anno in Libia il governo "sollecitava gli ebrei a lasciare temporaneamente il paese" permettendo a ciascuno di loro di portare con sé una sola valigia e l'equivalente di 50 dollari.
Nel 1970 il governo libico promulgò nuove leggi per la confisca di tutti i beni degli ebrei libici, emettendo al loro posto obbligazioni con scadenza a 15 anni. Ma quando i buoni maturarono, non venne pagato nessun rimborso. Il leader libico Muammar Gheddafi si giustificò dicendo che "lo schierarsi degli ebrei con Israele, nemico delle nazioni arabe, li priva del diritto al rimborso".
Non sono che pochi esempi di ciò che divenne una politica comune un po' in tutto il mondo arabo, per non menzionare i pogrom e le aggressioni contro ebrei ed istituzioni ebraiche che giocarono un ruolo decisivo nell'esodo degli ebrei da quei paesi.
Anche le sofferenze sul piano economico delle due popolazioni di profughi (ebrei dai paesi arabi e arabi di Palestina) non furono eguali. Secondo una ricerca pubblicata di recente - "The Palestinian Refugee Issue: Rhetoric vs. Reality" dell'economista Sidney Zabludoff, già consigliere della Cia, della Casa Bianca e del Tesoro americano (in Jewish Political Studies Review, aprile 2008) - il valore dei beni perduti dalle due popolazioni di profughi è straordinariamente diseguale. Utilizzando i dati di John Measham Berncastle, che nei primi anni '50, sotto l'egida dell'allora appena costituita Commissione Onu per la Conciliazione in Palestina (UNCCP), si assunse il compito di stimare i beni dei profughi palestinesi, Zabludoff calcola che quei beni ammontavano a 3,9 miliardi di dollari in valuta attuale. I profughi ebrei, essendo maggiori di numero e più urbanizzati, erano proprietari di un patrimonio complessivo pari almeno al doppio di quella cifra.
Inoltre bisogna tener conto del fatto che Israele, nel corso degli anni '50, ha restituito più del 90% di conti bancari bloccati, cassette di sicurezza e altri beni appartenenti a profughi palestinesi, il che diminuisce in modo significativo la somma calcolata dalla UNCCP.
Questi fatti vengono accortamente dimenticati e non pubblicizzati, permettendo a denigratori di Israele come il professor Ilan Pappe (prima all'Università di Haifa, ora in quella di Exeter) di non menzionare neanche di sfuggita la vera, grande pulizia etnica perpetrata in Medio Oriente.
Di recente, però, alcuni eventi stanno gettando nuova luce sulla percezione di questa storia che ha la comunità internazionale. Lo scorso primo aprile il Congresso degli Stati Uniti ha adottato la risoluzione 185 che per la prima volta riconosce il caso dei profughi ebrei dai paesi arabi, ed esorta il presidente e gli altri rappresentanti americani che prendono parte a colloqui in Medio Oriente ad assicurarsi che ogni riferimento ai profughi palestinese "sia accompagnato da un analogo, esplicito riferimento alla soluzione della questione dei profughi ebrei dai paesi arabi".
Altrettanto importante, il 24 giugno ha avuto luogo alla Camera dei Lord la prima audizione mai avvenuta nel parlamento britannico sul tema dei profughi ebrei dai paesi arabi, convocata dal parlamentare laburista John Mann e da Lord Anderson di Swansea, e organizzata dall'associazione Justice for Jews from Arab Countries (JJAC) insieme al Board of Deputies of British Jews.
Una maggiore conoscenza della questione dei profughi e della pulizia etnica degli ebrei dal mondo arabo in generale offrirà una conoscenza più chiara e completa della storia della regione a un gran numero di persone. Non si può affermare che un popolo ha subito una "pulizia etnica" da una zona in cui è aumentato di numero a un tasso doppio di quello dei suoi vicini geografici. Viceversa, un popolo che ha visto ridotto il suo numero in una certa zona di 150 volte nel corso di pochi decenni può sostenere a buon diritto di aver subito una pulizia etnica.

(Ashley Perry Jerusalem Post)


Nella foto in alto: Il New York Times del 16 maggio 1948


29 ottobre 2008

Crisi economica mondiale? Colpa degli ebrei

 

 

 

Una nuova teoria cospiratoria anti-ebraica si è andata diffondendo negli ultimi giorni via internet: sostiene che alla vigilia della collasso, il mese scorso, della Lehman Brothers, la società avesse trasferito 400 miliardi di dollari in Israele. La teoria, che si presenta sottoforma di un servizio giornalistico, è già approdata su decine di siti web antisemiti e anti-israeliani.
Secondo la nuova calunnia, alti funzionari ebrei della banca d’investimenti Lehman Brothers avrebbero trasferito il denaro dei loro clienti su tre banche israeliane con l’intenzione poi di fuggire in Israele a godersi il bottino senza temere l’estradizione.
Sin dal fallimento della Lehman Brothers, fondata nel 1850 negli Stati Uniti da ebrei immigrati dalla Germania, forum e pagine di commento su internet sono stati inondati da testi antisemiti che accusano gli ebrei d’aver causato la crisi economica globale, etichettandoli come i maggiori beneficiari del disastro: affermazioni diffuse soprattutto su siti di nicchia apertamente razzisti, ma che si possono trovare anche su ben più popolari siti frequentati dalla maggioranza.
L’americana Anti-Defamation League e altri enti internazionali dediti al monitoraggio dell’antisemitismo hanno documentato centinaia di casi di questo tipo solo nelle ultime due settimane. Si sono subito unite al coro un certo numero di organizzazioni islamiste, compresa Hamas che da Gaza ha definito la crisi “la punizione dell’America per le violazioni dei diritti dei popoli di Palestina, Somalia, Iraq, Afghanistan e dei musulmani in tutto il mondo”, accusando l’immancabile lobby ebraica d’essere all’origine della crisi. Fawzi Barhum, portavoce dell’organizzazione jihadista palestinese, ha dichiarato che “la crisi è stata causata dalla cattiva gestione economica e dal pessimo sistema bancario messo in piedi e controllato dalla lobby ebraica”, accusando il presidente Bush di “restare zitto” al riguardo. “La lobby ebraica – ha aggiunto Barhum – controlla le elezioni americane e stabilisce la politica estera di ogni nuova amministrazione in modo tale da mantenere il controllo sul governo e sull’economia degli Stati Uniti”.
“Le plurisecolari calunnie sugli ebrei e il denaro – ha commentato Abraham Foxman, direttore della Anti-Defamation League – covano sempre sotto la superficie”.
Ma l’accusa d’aver trasferito 400 miliardi di dollari dalle casse della Lehman Brothers in Israele appare molto più mirata. Il pezzo che sta facendo il giro del mondo è stato scritto simulando un sevizio giornalistico da Washington, firmato da “Voice of the White House” (Voce della Casa Bianca). Il pezzo nomina tre banche israeliane che avrebbero ricevuto il denaro, si dilunga a spiegare le leggi israeliane sull’estradizione e sul segreto bancario, e accusa le autorità americane di essere perfettamente a conoscenza del trasferimento. Abilmente il pezzo cita brandi da un vero servizio giornalistico apparso sul notiziario finanziario on-line Bloomberg circa la perdite stimate in 400 miliardi di dollari nella divisione brokeraggio della banca d’investimenti.
Il presunto articolo è apparso per la prima volta una settimana fa sul sito web di Jeff Rense, un ex giornalista noto per aver diffuso numerose teorie cospirative che chiamano in causa ebrei, Israele e amministrazione americana (oltre a UFO, fenomeni paranormali, negazione della Shoà ecc.). Dopo di che il testo è stato ripreso e postato su decine di siti e blog antisemiti. Altri navigatori della rete, che l’hanno letto su quei siti, hanno cercato di copiarlo e riprodurlo su forum e pagine web più rispettabili, come The Huffington Post negli Stati Uniti e The Independent in Gran Bretagna.
La nuova teoria cospirativa riecheggia da vicino antiche calunnie anti-ebraiche: dal noto falso di epoca zarista “I Protocolli dei savi di Sion” fino alla feroce menzogna circolata negli ultimi anni secondo la quale il Mossad avrebbe saputo in anticipo (o, secondo altre versioni, addirittura organizzato) gli attentati dell’11 settembre a New York, e avrebbe avvertito per tempo tutti gli impiegati ebrei del World Trade Center perché quella mattina non si recassero al lavoro.
In realtà furono molto numerosi gli ebrei, di varie nazionalità, che morirono negli attentati terroristici dell'11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. Fra questi, anche cinque cittadini israeliani: oltre a Hagai Shefi, perirono Daniel Lewin (31 anni), Alona Avraham (30 anni), Shai Levinhar (29 anni), Hagai Shefi (34 anni) e Leon Lebor (51 anni).

(Da: Ha’aretz, israele.net)

Nella foto in alto: Copertina dei “Protocolli dei Savi di Sion” in arabo. Questa edizione siriana del 2005 comprende anche uno “studio investigativo storico e contemporaneo” che ripropone la “calunnia del sangue”, insieme ad altre classiche accuse antisemite, e sostiene che Torà e Talmud incoraggiano gli ebrei a “commettere tradimento e cospirare, dominare, essere arroganti e sfruttare altre nazioni”.


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