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16 settembre 2007

Oriana, intervista con la storia. Un anno fa!

 

«Ho sempre amato la vita. Chi ama la vita non riesce mai ad adeguarsi, subire, farsi comandare. Chi ama la vita è sempre con il fucile alla finestra per difendere la vita… Un essere umano che si adegua, che subisce, che si fa comandare, non è un essere umano» 








(Firenze 29 giugno 1929 - Firenze 15 settembre 2006)

"Una mostra su di me? E perché no? Sarebbe divertente". Questa risposta di Oriana Fallaci, sorridente a poche settimane dalla morte, è stata riferita da Alessandro Cannavò, giornalista del Corriere della Sera, proprio nel giorno in cui la rassegna dedicata alla Fallaci si inaugura davvero, nelle sale di 
Palazzo Litta a Milano. Una mostra - voluta dal Ministero dei Beni Culturali e da Rcs Media Group e allestita sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica - che da un lato è un modo di rivedere un' epoca storica attraverso gli occhi di Oriana Fallaci, dall'altro é anche un modo di parlare di lei, raccontando le sue prese di posizione, le sue idee rispetto ai grandi fatti del mondo di cui si è occupata nel corso del suo lavoro, anche quelle che hanno fatto discutere, che hanno diviso l'opinione pubblica.
Del resto, la mostra si intitola Intervista con la Storia, che fa pensare a un modo di rappresentare la storia, ma sempre con gli occhi dell'intervistatore. Il titolo è rubato al suo libro del 1974, quello in cui raccoglie le interviste realizzate per 'L'Europeo' con diversi personaggi dell'epoca, da Henry Kissinger a Golda Meir, a Indira Gandhi e ad Alekos Panagulis.
 Nata dal progetto di Alessandro Cannavò, Alessandro Nicosia (presidente di Comunicare Operando) e Edoardo Perazzi, nipote della giornalista, la mostra è la terza in ordine di tempo fra le iniziative intraprese per ricordarne la figura a un anno dalla morte: la prima è stata l' inaugurazione, da parte dell'Istituto Italiano di Cultura, della mostra La Mia America il 28 giugno scorso a New York, sua città d'adozione, con la proiezione del documentario 'Oriana e l' Americà. La seconda è del giorno successivo, sempre a New York presso la Public Library, con la Giornata di studio Ricordare Oriana Fallaci. La mostra milanese resterà aperta al pubblico tutti i giorni dalle 10 alle 20 (l'ingresso è gratuito) da sabato 15 - anniversario della morte - al 18 novembre.
Dal 14 dicembre la rassegna sarà allestita a Roma nel complesso monumentale del Vittoriano. E' divisa in 12 sezioni. 'Oriana parla' è la prima, in cui il visitatore viene investito da immagini della giornalista intervistata in diverse occasioni. Tutte riprese televisive di anni recenti e passati, recuperate dai tecnici delle teche della Rai. Seguono 'Firenze e la vita', 'le prime grandi inchieste', 'la corsa alla luna', 'il Vietnam', 'nei punti caldi del mondo', 'i libri' (ne ha scritti 14), 'star tra le star', 'un uomo', 'Libano e Golfo', 'le grandi interviste', 'La Rabbia e l' Orgogliò, 'l'amore per la scritturà. Vi si possono vedere fotografie e lettere originali, oggetti personali, copie di giornali con sue interviste, manoscritti, dattiloscritti, le sue macchine per scrivere. Il catalogo è edito da Rcs Libri.
"Possiamo sentirci più o meno vicini al mondo delle passioni della Fallaci - ha scritto il ministro dei Beni culturali, Francesco Rutelli che oggi pomeriggio sarà a Milano per l'inaugurazione - ma il suo lascito culturale e la sua vicenda umana e professionale costituiscono un patrimonio unico se si vuole comprendere una parte importante della storia e del costume del nostro Paese e delle dinamiche che profondamente segnano il mondo contemporaneo".
Fonte
L'ANSA.it


16 settembre 2007

Cadere adesso per rimanere in piedi

 

Il problema sicurezza rappresenta da sempre uno dei cardini della vita politica
di una amministrazione e questo preciso momento storico non si sottrae alla
consuetudine.
Solo che mai come stavolta potrebbe diventare un crocevia fondamentale,
e forse definitivo, per il Governo Prodi.
Stavolta, infatti, non siamo di fronte alla solita crisi endogena tra riformisti ed estremisti.
Tant'è che dopo la botta di Amato e la risposta della sinistra radicale (da segnalare
quella di Salvi della Sinistra Democratica, “...l'esecutivo deve ottenere i voti in
parlamento...”, degna del miglior mercante dell'antica Venezia) è arrivata
la controrisposta di Amato che teme “una svolta reazionaria e fascista nel nostro
paese”. La classica dichiarazione riparatoria, strategicamente perfetta perché da
in pasto ai nostalgici di Stalin la parola “fascista” e li mette – felici e contenti – a tacere.
In questa occasione, però, il richiamo al pericolo fascista potrebbe non bastare a
ricompattare le truppe di Prodi. E non perché le posizioni sono così distanti e
le parti considerano la sicurezza un tema imprescindibile nella loro scala di valori;
anzi, il centrosinistra ha dimostrato che si tratta su tutto, che niente è intoccabile e
c'è un prezzo per ogni ideale.

E' però proprio la commerciabilità fin qui evidenziata dalla fazione politica
che sostiene Prodi che fa, invece, sospettare che le parti stavolta non si
riavvicineranno. Il motivo di tutto questo va ricercato proprio nella deriva che ha portato
alcuni partiti politici della sinistra a mettere in vendita i loro ideali.
Fino ad ora fingevano di litigare per acquisire, al momento della pace,
un vantaggio politico (non usiamo il termine “profitto” perché è una parola
che a loro non va proprio giù). Stavolta il vantaggio (o profitto) potrebbe
essere nel litigare in modo definitivo, o quasi. Stavolta la sinistra radicale
potrebbe avere convenienza a far cadere Prodi. Ma come, direte voi, eppure
il povero Romano non hai mai mancato di assecondare i bisogni sovietici di
Pecoraro, Diliberto, Giordano e della new entry Mussi. In politica, però, non si
guarda in faccia a nessuno e poi non è detto che anche a Prodi, paradossalmente,
non convenga andare a casa adesso.

Il discorso è abbastanza semplice. Il tema sicurezza è diventato uno spartiacque,
se non per i contenuti che il problema porta dentro di se, quantomeno per il
riposizionamento che ha comportato nello scacchiere politico. Amato, con la sua
intervista a Repubblica, ha ribadito la direzione che prenderà il Pd, una direzione fù
sempre più verso il centro e sempre meno verso sinistra: la caccia all'Udc e ai
transfughi da Forza Italia è ufficialmente partita. L'obiettivo di Veltroni è chiaro:
sostituire l'ingestibile soviet con una più malleabile nuova Dc. Un obiettivo
nemmeno impossibile da raggiungere, magari dopo l'uscita di scena di Berlusconi,
più che mai collante del centrodestra e soprattutto del suo partito. Ma è un obiettivo
che richiede tempo per essere raggiunto.
Anche perché c'è bisogno di tempo soprattutto per costruire un Partito Democratico
che abbia fondamenta solide e sia capace di rimanere in piedi nella tempesta di
correnti e correntine che già rischiano di travolgerlo nella fase costituente.

La “magnifica” idea della sinistra radicale potrebbe allora essere quella di mettere fretta
al Pd, di non dargli tempo di fortificarsi. Il modo? Andare alle elezioni nella primavera
del 2008. Tanto un motivo per cadere il Governo non è mai mancato e non
mancherà: se non sarà sul pacchetto sicurezza, sarà sulla nuova finanziaria.
Se si vota nel 2008 il Pd è impreparato. Non ha il tempo per irrobustirsi e
non ha il tempo per cercare nuove alleanze al centro. L'unica soluzione possibile
sarebbe scendere di nuovo a patti con la sinistra radicale. La quale – ad occhio –
può contare su un consenso variabile tra il 10 e il 18 per cento (difficile
quantificare la forza di sinistra democratica): troppo, decisamente troppo,
per essere compensato con l'annessione dell'Udc e di qualche altro spicciolo.

E' chiaro, però, che votando il prossimo anno Berlusconi avrebbe vita facile ed
allora viene da domandarsi che vantaggio avrebbe la sinistra irriducibile a consegnare
le chiavi di Palazzo Chigi al tanto odiato nemico. Il calcolo è semplice: tra l
'opposizione al Berlusca e quella ad un Pd alleato con una parte del centrodestra,
scelgo la prima strada. Se non altro per fare un dispetto ai centristi del centrosinistra.
E poi perché isolati a sinistra, contro un centro ampio e forte, sarebbe difficile risalire la
china.
Non bisogna poi trascurare nemmeno il fatto che una situazione del genere
converrebbe anche a Romano Prodi, uno che – se non altro per puro spirito di
sopravvivenza – non ha mai voltato le spalle ai vari Diliberto e Giordano. Votando
nel 2008 non è poi così scontato che il leader della coalizione sia Veltroni,
cosa altresì pacifica in qualunque data successiva; Prodi vedrebbe così allungata
la sua carriera politica. Senza contare, poi, tutti gli strascichi che lascerebbe all'
interno del Pd il dualismo Prodi – Veltroni, un dualismo destinato a finire con
l'uscita di scena del mortadella prevista tra un paio d'anni. Un pensionamento
anticipato non sarebbe gradito all'uno, così come posticipare l'ascesa al trono non
farebbe fare salti di gioia all'altro. E così dopo le correnti interne, il Pd
si troverebbe a fronteggiare le mareggiate prodiane e lo tsunami veltroniano.

Questa fantasiosa teoria trova, però, credito anche nel comportamento di tutti gli
scontenti della Margherita (Dini, Bordon, Manzione etc. etc.) che non si ritrovano
nel Pd, ma che non fanno alcuna mossa: facendo cadere il Governo, infatti,
toglierebbe ogni speranza a quel nuovo centro al quale anelano. Rifondazione,
Comunisti Italiani, Verdi e Sinistra Democratica per sopravvivere devono fare
il gioco di Berlusconi. In modo indiretto devono allearsi con il Cavaliere e fargli
un gradito regalo. Roba da pazzi solo a pensarci, talmente assurda e
paradossale che si rischia il manicomio solo a scriverla. Ma questa è Italia.
Di tutto, di più.

dragoberto


16 settembre 2007

Vignetta su Maometto, Svezia nel mirino di Al Qaida

 Clicca per ingrandire


 Da ieri la sua testa vale meno di un box nel centro di Roma o Milano. La
cellula irachena di Al Qaida ha dichiarato aperta la caccia e ha affisso la
taglia agli snodi informatici dell'affollata galassia ciber-fondamentalista.
Chiunque faccia la pelle al vignettista svedese Lars Vilks da domani può
reclamare 100mila dollari (75mila euro) in contanti. Non è un granché, ma si
può anche spuntare qualcosa di più. È solo questione d'impegno.
Chiunque riesca a far bingo spedendo all'altro mondo anche il direttore di
Nerikes Allehanda, il quotidiano svedese su cui Vilks pubblica le sue
vignette, potrà reclamare altri 37mila bigliettoni. Poi, come spiega in un
video Abu Omar Al Baghdadi, fantomatico capo iracheno di Al Qaida, ci sono i
premi speciali. Se qualcuno si prenderà la briga di tagliare la gola del
miscredente con musulmana devozione il montepremi salirà fino a 150mila euro
per vignettista sgozzato più direttore trucidato.
Se il bersaglio di questo trucido bingo islamo-terrorista un po' se l'è
cercata, replicando e accentuando le irriverenti rappresentazioni di
Maometto già costate minacce a non finire ai suoi colleghi danesi, lo stesso
non si può dire per il governo, le aziende e il resto della Svezia. Da ieri
tutti i simboli di quel Paese comprese le grandi multinazionali sono nel
mirino del terrore. «Sappiamo come costringerli a ritirare gli insulti e
pretendere le loro scuse - annuncia Omar al Baghdadi - se non lo faranno
dovranno attendersi i nostri colpi alla loro economia e a industrie come l'Ericsson,
la Volvo, l'Ikea».
I disegni di Vilks diventano insomma la scusa per un altro attacco al
modello occidentale. Il fanatismo islamico deciso a non riconoscere, come
sogna di fare nel suo ipotetico califfato, i confini tra libertà personali,
sfera religiosa e autorità statale, confonde ancora una volta le
responsabilità dei singoli con quelle delle nazioni e pretende un atroce
tributo di sangue in cambio di un'offesa alla religione.
La vicenda inizia qualche mese fa quando il misconosciuto Ars Vilk, si mette
alla ricerca di una galleria d'arte disposta ad esporre i disegni di una
testa di Maometto appoggiata sul corpo di un cane. È la summa di tutte le
provocazioni, la testa di un profeta - di cui l'Islam vieta ogni
rappresentazione - accostata ad una bestia reputata impura quanto il maiale.
Roba che neppure un Calderoli in giornata ispirata riesce ad immaginare.Dopo
il niet di tutte le gallerie di Stoccolma il testardo Vilk, deciso
sostenitore della libertà artistica di dipingere anche i soggetti più
irriverenti, trova spazio sulle pagine di Nerikes Allehanda. La pubblicità
non tarda. I primi ad infuriarsi sono gli iraniani che il 27 agosto scorso
convocano l'incaricato d'affari svedese a Teheran. A ruota arrivano le
proteste di Iran, Pakistan ed Afghanistan. Per la condanna a morte e la
taglia informatica bisogna aspettare l'inizio del Ramadan e il video di Al
Baghdadi.
«Annunciamo - declama il capo di Al Qaida irachena - la chiamata a spargere
il sangue di quel Lars che ha osato insultare il nostro Profeta...
annunciamo un premio di 100mila dollari per la persona che ucciderà questo
criminale infedele».
Lars Vilk interpellato al telefono in Germania, dove si è prudentemente
trasferito, continua a difendere la propria creatività artistica a cui,
dice, «né la religione, né il sacro devono mettere limiti» e snobba come
irrilevanti le minacce di Al Qaida. «Quella gente rappresenta una porzione
irrilevante dell'islam e non fa altro che diffondere minacce rumorose, ma
ovviamente prendo le mie precauzioni e resto in contatto con la polizia».
Visto quanto già successo al regista Theo van Gogh ad Amsterdam qualche
precauzione in più è forse auspicabile.
Gian Micalessin


16 settembre 2007

RAGIONI LAICHE DELLA “GUERRA SANTA “

 

Le radici culturali da cui nasce il Jihad (la “guerra santa” come si dice comunemente) si ritrovano innanzitutto nella tradizione islamica antica rinnovata e ripensata da pensatori islamici recenti: tuttavia le motivazioni fondamentali trovano riscontro anche nella cultura moderna occidentale

Accenniamo ai punti essenziali

FONDAMENTALISMO RELIGIOSO


Il termine stesso di fondamentalismo in realtà è nato in America per designare quelle correnti cristiane che intendono ritornare a una interpretazione letterale delle sacre scritture. Esse sono molto forti nell’ambito protestante; in quello cattolico esiste invece una interpretazione “autentica” data dalla Chiesa nel suo complesso (concilio e papa) che limitano tali tendenze che comunque esistono: il risultato di una interpretazione letterale è che la concezione religiosa entra in conflitto con molti aspetti della vita moderna nata essenzialmente in un contesto laico.

Analogamente nel mondo mussulmano alle interpretazioni ”ampie” e moderniste del Corano e della Shari’ah che permettano quindi la coesistenza con molti elementi moderni non presenti nella tradizione islamica si oppone una interpretazione rigida letterale che nulla concede al moderno: ad esempio HASSAN EL BANNA affermava il principio che le pene debbono essere quelle previste dalla shari’ah e che queste non possono essere addolcite per renderle accettabili ai principi moderni Occidentali: se è prevista la lapidazione deve essere eseguita la lapidazione e non trovare pretesti e cavilli: quello che ha detto Allah non può essere cambiato dall’uomo.

SECOLARIZZAZIONE


Un pò tutti gli esponenti cristiani di tutte confessioni lamentano la perdita del sacro in Occidente: la religione è diventata un fatto esclusivamente individuale, privato, la società nel suo complesso si allontana dai precetti cristiani: la fede religiosa cosi è respinta ai margini della vita, diventa più formale che sostanziale.
Analogamente in campo islamico si paventa che la società metta in disparte Allah e le sue leggi perchè la fede deve prendere tutto l’uomo e non solo una parte. Si ritiene che anche quando gli occidentali affermano di essere credenti pur tuttavia sostanzialmente vivono da atei: si vuole restaurare la shari’ah perchè solo cosi una società può considerarsi veramente islamica. Per RASHID RIDA, ad esempio lo Stato non deve avere un potere legislativo ma solo esecutivo perchè le leggi ci sono gia e sono quelle che Allah ha comunicato a Maometto.

EGOISMO ED INDIVIDUALISMO.


Comune alla destra e dalla sinistra è l’accusa alla nostra società di aver rinnegato i valori della solidarietà per seguire solo quelli del successo personale, dell’interesse materiale, dell’egoismo “borghese “ come a volte si dice.

Analogamente nell’islam si interpreta la società occidentale come una società egoistica brutale, senza moralità: secondo ALI SHARIATI la società occidentale è caratterizzata dallo sfruttamento e dall’alienazione condividendo le critiche marxiste (tanto che tradusse anche Sartre e Che Guevara)

MORALE FAMILIARE


Questo è un punto di grande contrasti nella cultura occidentale: la nuova morale sessuale, i cambiamenti verificatesi nella struttura della famiglia per alcuni sono conquiste civili mentre per altri invece segni di decadenza e temono gli effetti dirompenti sull'educazione delle nuove generazioni.

Il mondo islamico come quello religioso occidentale è incondizionatamente ostile a questi cambiamenti. Gli islamici sono propriamente scioccati da certi atteggiamenti occidentali, temono la crisi e la dissoluzione della famiglia.

SAYYID QUTB definì i costumi americani in questo campo come animaleschi: le ragazze mostrano le seduzioni del loro corpo, mettono a nudo tutto quello che dovrebbe esser coperto, sono sfacciate anche nello sguardo e negli atteggiamenti.

COLONIALISMO


In Occidente è diffusa l’idea che il colonialismo sia la causa di tutto i mali del terzo mondo: convinzione che raggiunge il parossimo in certe ambienti di sinistra.

Analogamente anche gli islamici ritengono che la radice di tutti i loro mali sia stata la dominazione europea e che gli europei indirettamente continuano a dominare il loro paesi: la guerra contro gli europei diviene quindi ai loro occhi una guerra di difesa legittima e doverosa.

COMPLOTTO


Abbastanza diffusa in Occidente è la credenza che tutto quello che avvenga abbia una regia nascosta; che la CIA, altri servizi segreti, massonerie, multinazionali siano i veri protagonisti occulti della storia: le Brigate Rosse erano manovrate da servizi segreti, l’attentato dell’11 settembre fu una messinscena, le guerre in Medio Oriente sono state scatenate per interessi economici di alcuni, e cosi via.

Analogamente nell’ambito dell’islam si diffonde la convinzione che tutti i loro mali siano opera di un complotto internazionale orchestrato dagli americani e dai sionisti, che qualsiasi avvenimento spiacevole attribuito agli arabi sia da imputare in ultima analisi alle manovre dei complottisti.

NEGAZIONE DELLA SHOA


Anche la contestazione della storicità dello sterminio degli ebrei non nasce dal mondo arabo ma presso gli europei che ancora più incautamente poi considerano reato una simile contestazione.

Nel mondo arabo si diffonde cosi a livello di massa la convinzione anche la Shoa sia semplicemente una montatura per giustificare l’aggressione sionista.

Noi non prendiamo in considerazione la fondatezza di tutte queste opinioni: non è questa la sede. Tuttavia riteniamo che praticamente ogni occidentale ritiene fondate almeno una di queste opinioni: ma non le ritiene tutte insieme fondate perchè appartengono a tendenze culturali contrastanti nella nostra cultura occidentale

Ma dal punto di vista islamico tutte queste opinioni possono essere accettate tutte insieme senza nessuna contraddizione formando esse un insieme organico e coerente: si può pensare che bisogna tornare a una pratica rigorosa della religione, che essa debba essere messa a fondamento della vita sociale, che in questo modo si combatte l’egoismo, che la morale sessuale e familiare debba essere rigida, che la dominazione europea sia la fonte di ogni male e che i complotti americani sionisti spieghino tutti i guai attuali.

Ma questo insieme di credenze è il terreno fertile per la convinzione base della jihad: se le cose stanno cosi, coerentemente non resta che prendere le armi per combattere il “grande satana”: l’Occidente

dragoberto


16 settembre 2007

Talebani all'attacco, è battaglia con gli italiani

 


Impiegati forze di terra, i Predator e gli elicotteri Mangusta per salvare un caposaldo circondato dai ribelli a Shewan Ma è silenzio sul numero dei nemici uccisi




Le truppe italiane, con tanto di appoggio aereo, sono state ingaggiate in una furiosa battaglia con i talebani nella provincia di Farah, spina del fianco del nostro contingente nell’Afghanistan occidentale: oltre all’intervento della Forza di reazione rapida, hanno lanciato gli aerei senza pilota Predator per individuare gli obiettivi e hanno impiegato gli elicotteri d’attacco Mangusta.

L’attacco dei tagliagole di mullah Omar è stato respinto dopo diverse ore di battaglia. Non è escluso che siano intervenuti anche i caccia bombardieri della Nato. Il comando del nostro contingente ad Herat si ostina a non fornire alcuna informazione su vittime, feriti o prigionieri talebani, ma le cosiddette «forze ostili» devono avere subito ingenti perdite. A tal punto che in un comunicato i militari italiani mettono le mani avanti sottolineando che «nell’azione non risulta esserci stato coinvolgimento di civili».

La battaglia è scoppiata giovedì, quando i talebani hanno attaccato in forze il presidio di Shewan, un caposaldo difeso dalle forze di sicurezza afghane in collaborazione con le truppe multinazionali presenti nell’ostica provincia. Il presidio era stato messo in piedi il 14 agosto lungo la strada principale di Farah, che porta al capoluogo della provincia. L’intenzione era di tenere libera la strategica arteria minacciata dai talebani, che si sono rinforzati con i tagliagole fuggiti dalla vicina provincia di Helmand, dove i soldati inglesi hanno scatenato da mesi una pesante offensiva.

Giovedì il presidio stava per soccombere quando è intervenuta la Forza di reazione rapida, composta da italiani e spagnoli, che già stava svolgendo un’operazione di sicurezza nella zona. I militari, sotto il comando del generale degli alpini Fausto Macor, sono arrivati sul posto via terra a bordo dei veicoli Lince, finiti più volte negli ultimi tempi in imboscate dei talebani, che per fortuna hanno provocato solo feriti non gravi. «I militari della coalizione sono stati accolti da un nutrito fuoco», si legge nel comunicato reso noto dal quartier generale di Herat. I talebani evidentemente non volevano mollare la presa e si sono alzati in volo i Predator, da poco giunti nell’Afghanistan occidentale. I velivoli senza pilota hanno mandato in tempo reale al comando di Herat le immagini della battaglia e individuato gli obiettivi da colpire. La situazione era tale che è stato deciso l’utilizzo di due elicotteri da attacco Mangusta, che secondo il capitano Andrea Salvador, portavoce del contingente italiano, «non hanno sparato, ma sono serviti a dimostrare la nostra forza». Difficile però che i talebani siano fuggiti solo alla vista degli elicotteri. Gli scontri a terra devono essere stati intensi e alla domanda se fossero intervenuti i caccia bombardieri della Nato il portavoce non ha né confermato, né smentito trincerandosi dietro a un secco «non ho informazioni a riguardo». I caccia della Nato avevano già bombardato nella provincia di Farah il 6 settembre. Nell’attacco erano stati centrati due veicoli carichi di gente armata nel villaggio di Sabzgazy. Tutti gli occupanti sarebbero morti. Per la battaglia di giovedì è impossibile avere alcuna stima sulle perdite fra i talebani, ma i militari italiani tengono a ribadire che «nell’azione non sono rimasti coinvolti civili».

Come nell’ultima imboscata nella valle di Musahi, vicino a Kabul, quando un soldato italiano rimase ferito a una gamba durante un “contatto”, ovvero uno scontro a fuoco durato venti minuti, tutti fanno finta che fra le forze ostili non ci siano vittime. Secondo la censura imposta dal ministro della Difesa, Arturo Parisi, i soldati italiani in Afghanistan partecipano solo a una missione di pace, portando caramelle ai bambini, nel contesto dei lodevoli interventi umanitari dei reparti Cimic. Evidentemente i nostri ragazzi, a cominciare dai piloti dei Mangusta, quando sono costretti a intervenire in azioni di guerra sparano “caramelle”, anziché proiettili di piombo.

L’aumento delle attività nelle zone controllate dagli italiani, come aveva rivelato agli inizi di settembre il Giornale, è dovuto alla pressione militare inglese e americana. Ieri lo ha confermato il comando Nato a Kabul. «Stiamo spingendo i ribelli fuori dall’Est e dal Sud dell’Afghanistan», ha detto Claudia Foss, portavoce della missione Isaf. «Non neghiamo che questo a volte comporta lo spostamento dei ribelli in regioni dove la loro presenza è stata finora meno evidente», ha aggiunto la Foss. Le fonti Nato confermano che «come effetto collaterale indesiderato dei successi della coalizione notiamo lo spostamento di guerriglieri dal Sud all’Ovest, in particolare da Helmand a Herat», dov’è dislocato il contingente italiano con un migliaio di uomini.
 
Fausto Biloslavo


16 settembre 2007

Castro:"Salvai Reagan da attentato"

  

"Complotto contro presidente nel 1984"

 

Fidel Castro avrebbe salvato la vita a Ronald Reagan avvertendo le autorità americane di un complotto per assassinare il presidente nel 1984. Ne dà notizia il giornale del partito comunista cubano "Granma". Grazie alla soffiata l'Fbi arrestò alcuni presunti sicari e il capo della sicurezza statunitense all'Onu espresse a Cuba i ringraziamenti degli Stati Uniti.

Castro scrive nel giornale che un agente della sicurezza cubana presente al palazzo di vetro dell'Onu riferì al capo della sicurezza della missione Usa che un gruppo di estrema destra aveva organizzato un attentato per uccidere Reagan durante un viaggio nella Carolina del Nord.

"L'informazione era completa: i nomi delle persone coinvolte; il giorno e l'ora del previsto attentato; il tipo di arma che i terroristi avrebbero usata e dove erano tenute le armi; il posto nel quale gli attentatori avrebbero deciso di agire" scrive Castro. Nulla viene detto di come Cuba ottenne le informazioni.

Successivamente le autorità cubane appresero che l'Fbi arrestò diverse persone nella Carolina del Nord. Diversi giorni dopo, dice Castro, Robert C. Muller, capo della sicurezza statunitense all'Onu, espresse a un responsabile cubano durante un pranzo i ringraziamenti degli Stati Uniti.

Tgcom



16 settembre 2007

Cina: carburante “pulito” da rifiuti ed escrementi

 

La Cina vuole usare energia “pulita”, per diminuire gli immensi costi economici e ambientali dello sviluppo. Metano dai rifiuti nello Shaanxi e una città ecologica vicino Shanghai. Esperti: il problema sono le fabbriche, occorre una politica che privilegi l’ambiente sulla produzione.

Metano da rifiuti ed escrementi per i contadini e una città che usi solo carburante pulito e rinnovabile. La Cina vuole ridurre il consumo di carbone e petrolio, ma occorrerebbe piuttosto un deciso intervento del governo.

Nel villaggio di Yanan (Shaanxi) il progetto Sunflower, su un’idea dell’università Nordoccidentale A&F di Xian, trasforma i rifiuti dei maiali in metano per uso domestico. Rifiuti ed escrementi animali ed umani sono raccolti in contenitori dentro apposite buche e il gas biologico generato dalla decomposizione è conservato e utilizzato per cucinare, generare luce e acqua calda. I residui semisolidi sono fertilizzante organico. Dal 1999 sono stati installati 1.294 impianti a gas biologico, con il contributo del governo provinciale.

In precedenza gli abitanti usavano legna e carbone: fonti pubbliche stimano che il consumo di carbone nello Shaanxi aumenterà da 0,94 tonnellate annue pro capite del 2000 a 1,6 tonnellate nel 2010. Invece il metano riduce del 60% le emissioni di anidride carbonica che avvelenano l’aria e causano le piogge acide e l’erosione del suolo, dell’80% quelle di biossido di zolfo e del 90% le polveri sottili.

Si progetta l’aumento di questi impianti, ma ci sono difficoltà. Un primo problema è il costo: tra i 3.500 e i 4.500 yuan ogni impianto, troppo per i poveri contadini. Per questo Mei Ng Fong Siu-mei, ex direttrice di Friends of the Earth e ideatrice del progetto, cerca donazioni per sostenere questi costi. Inoltre si tratta di impianti idonei per piccoli villaggi più che per le città.

Intanto sull’isola Chongming, vicino Shanghai, la Arup (consorzio di imprese di ingegneria e di design) vuole invece realizzare la città “ecologica” di Dongtan, che userà solo energia rinnovabile, senza veicoli alimentati a benzina. Ma ci vorranno anni per renderla abitabile per le prime 8mila persone. Si spera di aprirla per l’Expo di Shanghai 2010 e solo per il 2020 si prevede di arrivare a 80mila abitanti.

Ma esperti osservano che il grande consumo d’energia e l’inquinamento sono causati dalla produzione industriale, più che dai consumi familiari e personali.

Anche per questo Pan Yue, vicedirettore dell’Amministrazione statale per la protezione dell’ambiente, ripete che per combattere le fabbriche inquinanti non bastano le sanzioni ma occorre premiare le ditte che adottano carburanti e modi di produzione “ecologici”. Insieme al ministero delle Finanze e a istituti bancari sta studiando possibili incentivi, con sgravi fiscali e finanziamenti agevolati.

AsiaNews


16 settembre 2007

Ricorda cosa ti hanno fatto a Durban

 

» Alla fine di agosto nella sede delle Nazioni Unite di Ginevra si è riunito un gruppo di 20 stati membri, fra cui l’Iran, per organizzare la prossima ‘Conferenza Mondiale ONU contro il razzismo’ per il 2009.
La prima Conferenza si tenne a Durban nel 2001 e fu teatro di un ininterrotto e feroce bombardamento di sentimenti antisraeliani e antisemiti che culminò nella ‘Marcia contro il razzismo’ di migliaia di dimostranti che circondarono la sinagoga al grido di ‘Hitler aveva ragione’ e ‘Morte agli ebrei’. Mentre all’interno della conferenza sotto le bandiere dell’ONU veniva imbandita la più nera retorica antisemita quale non si vedeva dal tempo del nazismo.
Quello che più preoccupa ora sono le nazioni incaricate di fissare l’agenda del 2009, fra le quali campeggia l’Iran di Ahmadinejad, di cui non occorre ricordare le posizioni negazioniste nonché la campagna per l’annientamento di Israele. Come assaggio di ciò che ci si può attendere dal Durban II, il rappresentante della Siria ha affermato: “La Conferenza avrà il compito di combattere la discriminazione contro il popolo semita, incentrata sull’islamofobia”. E d’altronde noi non possiamo contare su alcun aiuto da parte di Pakistan, di Bangladesh o di Cuba, paesi che eccellono nella violazione dei diritti umani.
E per quanto riguarda il comitato ONU per i diritti umani? Nella sessione inaugurale, l’Alto Commissario per i diritti umani, Louise Arbour, ha elogiato l’ultima conferenza di Durban, che “ha fissato chiari parametri di tolleranza, sostegno per le diversità e armoniosa coesistenza”.
Assistiamo a un vero e proprio ‘furto di identità’ che avviene sotto l’egida delle Nazioni Unite, e all’emergere di un lavorio sistematico per stravolgere radicalmente l’antisemitismo travestendolo da islamofobia e non considerandolo più reato per crimini di odio contro gli ebrei.
Da parte del Simon Wiesenthal Center, che segue con apprensione questi svolgimenti e vuole monitorare questo strisciante processo di demonizzazione e di delegittimazione di Israele, si chiede al Segretario Generale di bloccare immediatamente la concessione dei fondi richiesti per l’organizzazione della Durban II fintantoché essa resterà nelle mani di stati come l’Iran. Tali macchinazioni a Ginevra, Bruxelles e New York non faranno altro che alimentare il boicottaggio nei confronti di Israele nei campi dello sport, delle telecomunicazioni, dell’università, della scienza, della cultura, delle arti.

L.S.


16 settembre 2007

Sicurezza con auto ed elicotteri senza benzina. Cani anti esplosivo senza addestramento

 

 

Auto ferme in garage. Elicotteri a terra perchè non si può sostituire l’olio. Apparecchiature per il controllo della velocità inutilizzabili. Questo ed altro è la situazione critica della polizia. Nonostante i proclami del ministro Amato i sindacati sono sul piede di guerra. «È la solita sparata demagogica: "Più poliziotti in strada e meno negli uffici". Ma il ministro sa benissimo che il problema non è questo, «almeno non è solo questo», dicono all’unisono i rappresentanti della diverse sigle. Il cahiers de doléance è infinito e non si ferma alla mancanza di mezzi. I tagli nelle ultime Finanziarie hanno aggravato la situazione. Non ci sono soldi neppure per gli stipendi. «Abbiamo firmato il contratto in tutta fretta - spiega Alfonso Guglielmi della Uil-Ps - ma i 120 euro, lordi, rischiamo di non vederli neppure nella busta paga di settembre. E l’una tantum di 450 euro per gli arretrati sarà disponibile forse a gennaio.

Siamo stufi della propaganda. Qui non mancano i poliziotti per strada, mancano i mezzi per svolgere il lavoro». Basti pensare ai palmari in dotazione dei «poliziotti di quartiere» che non funzionano. Così si scopre che le volanti a Roma non possono mettere più di venti litri di carburante al giorno, altrimenti non c’è per tutti. Le autovetture sono in garage senza gomme e senza mezzi di ricambio nella capitale come nel resto d’Italia. I telelaser per il controllo della velocità non possono essere utilizzati perché non ci sono soldi per revisionarli e ripararli come previsto. La situazione della Polstrada è disastrosa ovunque. Auto fuori uso e quelle funzionanti hanno oltre 250mila chilometri. Nel Lazio per recuperare risorse verrà chiuso il Compartimento di Velletri che copre un vasto territorio e che ora sarà sotto la giurisdizione della caserma di Settebagni che già deve controllare tutta la zona Nord della provincia di Roma.

E ancora. Il nucleo cinofili dell’aeroporto di Orio al Serio non può fare l’addestramento perché la dotazione di esplosivo per esercitare i cani non è disponibile. «Invitiamo Amato - è la provocazione del sindacato Consap - a farsi un giro all’autoparco di via Gregorio VII a Roma dove potrà trovare giovani e validi poliziotti che il suo Ministero impiega come autisti di burocrati dell’amministrazione e del Parlamento. Quelle sono risorse per la sicurezza, non prendere un poliziotto con 50 anni di servizio da un ufficio e sbatterlo sulla strada». I fondi recuperati con la chiusura di alcune scuole, quasi 3 milioni di euro, servono appena a colmare alcuni buchi. «Come si fa a presentare un simile piano per la sicurezza dopo che lo stesso ministro dell’Interno e il capo della polizia Manganelli hanno detto che non ci sono soldi per pagare affitti e carburanti», si chiede Massimo D’Anastasio del Consap. Qualcuno pensa anche di rivedere gli orari dei poliziotti ma a Roma girano solo 9 volanti la notte. «I poliziotti recuperati dagli uffici come fanno servizio, a piedi?», polemizzano i sindacati degli agenti.

Maurizio Piccirilli


16 settembre 2007

La favola del razzismo israeliano

 

Il giornalista di Ha’aretz Danny Rubinstein ha suscitato un putiferio agli inizi del mese quando a un convegno Onu ha parlato di Israele come di uno “stato da apartheid”. Negli stessi giorni, il principale tabloid israeliano Yediot Aharonot titolava in prima pagina “paese razzista” un’inchiesta giornalistica che, usando dei reporter camuffati da comuni cittadini, metteva a confronto le diverse possibilità pratiche che hanno israeliani askenaziti, sefarditi, ultra-ortodossi, russi, etiopi o arabi di trovare un lavoro o un asilo-nido per i figli.
Se è già abbastanza odioso quando questo genere di denigrazioni vengono scagliate da chi odia gli ebrei o da chi vorrebbe cancellare Israele, tanto più difficile è capire perché debbano farlo degli israeliani che si ribellerebbero alla sola idea di essere qualificati come anti-sionisti.
Evidentemente quella che non è chiara è la differenza che corre fra – da una parte – rilevare un certo tasso di pregiudizi e di discriminazioni, che esistono in Israele come in tutti i paesi del mondo, e – dall’altra – dire che Israele è “razzista” nel suo complesso o per definizione.
Ovviamente sarebbe stupido negare che gli arabi israeliani patiscono di fatto delle forme di discriminazione, o che gli ebrei etiopi sono vittime di pregiudizi. Il fatto che il “falso” askenazita di Yediot alla ricerca di un lavoro abbia avuto miglior fortuna, benché meno qualificato, dei “falsi” disoccupati russo, marocchino, etiope o arabo, per quanto preoccupante, non è certo una grande sorpresa.
Probabilmente coloro che definiscono questi comportamenti preconcetti come “razzismo” lo fanno perché vorrebbero scioccare la gente e spingerla a qualcosa su un problema che è reale. E invece l’inflazione semantica fa più male che bene, giacché finisce per annullare la differenza fondamentale tra pregiudizio e autentico razzismo, fornendo anzi alimento al vero razzismo contro Israele e il popolo ebraico.
Si ha razzismo quando un intero gruppo umano viene considerato superiore o inferiore, per nascita o per caratteristiche fisiche. Il popolo ebraico, che comprende persone di diverso colore della pelle e di diverse origini etniche e culturali, non costituisce in alcun senso una “razza”. Non è possibile convertirsi a una “razza”. Il che – come si sa – non ha mai impedito agli antisemiti di sostenere che gli ebrei sarebbero una razza: motivo per cui è stato giusto che nel 1998 l’Assemblea Generale dell’Onu includesse l’antisemitismo fra le forme di odio che devono essere indagate da un apposito organismo di monitoraggio del razzismo.
Analogamente, il termine apartheid indica una discriminazione ufficiale e di legge all’interno di un paese operata su base razziale. Il che con tutta evidenza non ha nulla a che vedere con il caso di Israele. Innanzitutto perché gli arabi israeliani non costituiscono in alcun modo una “razza” a parte. E poi perché godono di pieni diritti politici e di voto e sono rappresentati in parlamento. La recente, lodevole decisione del ministro degli interni Meir Shitrit di accordare la cittadinanza ad alcune centinaia di profughi dal Darfur smentisce ancora una volta l’accusa a Israele di razzismo, compresa l’accusa di razzismo mossa alla Legge del Ritorno come se essa prevedesse che solo gli ebrei possono diventare cittadini israeliani, il che è falso. Tutti i paesi democratici adottano dei criteri con cui accordano la cittadinanza, e lo stesso fa Israele.
Né l’accusa di apartheid può applicarsi ai palestinesi dei territori contesi, che sono in parte sotto controllo israeliano. Con la parziale eccezione di Gerusalemme, Israele non ha mai cercato di annettere quei territori. Non solo, Israele ha anzi drammaticamente dimostrato la sua volontà di non governare sui palestinesi quando si è ritirato unilateralmente dalla striscia di Gaza, pagando un alto prezzo nel suo tessuto sociale e assumendosi concretissimi rischi sul piano della sicurezza.
All’interno di Israele, come pure all’interno di tutto il territorio che si estende fra il mar Mediterraneo e il fiume Giordano, esiste una maggioranza di ebrei. Non c’è nulla, qui, che assomigli al caso del Sudafrica dell’apartheid dove una minoranza imponeva la propria volontà alla maggioranza, che fosse o meno su base razziale.
Al contrario, l’origine e la sostanza del conflitto arabo-israeliano sta nella lotta di pochi milioni di ebrei che vogliono esercitare il loro diritto all’autodeterminazione, riconosciuto dalla Società delle Nazioni e dalle Nazioni Unite ma avversato da una ventina di paesi arabi. Non è Israele che ostacola la creazione di un altro stato arabo, la Palestina, bensì il rifiuto di molti arabi di abbandonare il loro sogno di distruggere l’unico stato degli ebrei, cioè Israele.
In questo quadro, è moralmente aberrante che degli israeliani collaborino di fatto all’opera di delegittimazione di Israele, adottando le false ma suggestive accuse di apartheid e di razzismo. Se anche degli autorevoli israeliani vanno dicendo queste cose, come si potranno contrastare i tentativi di rilanciare alla conferenza “Durban Due” attualmente in preparazione l’odiosa (e abrogata) accusa Onu “sionismo uguale razzismo”?
Non regge l’idea che tali accuse vengano scagliate per incoraggiare gli israeliani ad essere più flessibili, o per svelare vere discriminazioni. Ci si può benissimo battere per legittime posizioni politiche e per positivi cambiamenti senza per questo ricorrere alla calunnia. Anzi, quando chi critica evita di scagliare accuse infondate, la sua credibilità aumenta, le sue critiche costruttive hanno ben più valore e hanno più probabilità d’essere ascoltate.
In Israele ci sono molte cose che hanno bisogno d’essere migliorate. Ma chi persegue con onestà questi progressi, che sia israeliano o meno, deve innanzitutto tutelare la legittima esistenza della società israeliana che intende migliorare.
(Da: Jerusalem Post, 6.09.07)
Nella foto in altro: Un esempio di vero apartheid. Un cartello del vecchio Sudafrica su cui si legge: "Per soli bianchi. Questo luogo pubblico e le relative strutture sono riservati all’uso esclusivo dei bianchi"
Si veda anche:
Il colto e pacato intellettuale di grido, e i suoi pregiudizi
http://www.israele.net/sections.php?id_article=617&ion_cat=
Fermare “Durban Due”
Difendere l'indifendibile


16 settembre 2007

La fine del Belgio non è più tabù

 

Per la prima volta anche i valloni pensano alla separazione e dicono: «È solo una questione di tempo» 


L’ipotesi di una separazione delle Fiandre fiamminghe dalla Vallonia francofona, assieme a una totale incertezza sul destino della capitale bilingue Bruxelles, non è più un tabù nel regno del Belgio. Anche i più accaniti sostenitori dell’unità del Paese considerano che la crisi politica nata dalle elezioni dello scorso 10 giugno, se diventa eterna, potrebbe portare la nazione alla rottura. Nella sua storia bisecolare, il regno ha vissuto diverse linee di frattura: filosofica, sociale, politica. Ma è la frattura linguistica a essere sempre stata quella determinante. La rivendicazione del rispetto della lingua fiamminga è servita da carburante al movimento nazionalista che, ancora oggi, si attacca «l’arroganza francofona» per giustificare la sua richiesta di autonomia.

L’origine di questo contrasto risale al 1815, quindici anni prima della nascita dello stato belga. Al Congresso di Vienna, le nazioni che hanno sconfitto Napoleone decidono di ridisegnare l’Europa. I vecchi Paesi Bassi austriaci (e già spagnoli), il principato di Liegi e le protestanti Province Unite (quelle che oggi chiamiamo Olanda) sono unite a formare i Paesi Bassi, sotto il re Guglielmo I d’Orange. Il nuovo insieme, logico dal punto di vista economico, lo è molto di meno sul piano religioso, linguistico e politico. Guglielmo I vuole limitare le libertà, se la prende con i cattolici, maggioritari nelle regioni belghe, e impone l’olandese come lingua ufficiale, penalizzando una popolazione che parla in parte il francese e in parte un dialetto simile ma non uguale all’olandese.

In Francia, la rivoluzione del luglio 1830 incoraggia le due grandi correnti politiche dell’epoca, i cattolici e i liberali, a unirsi per cacciare gli olandesi. La rivoluzione belga del 1830 coinvolge i cittadini di tutte le regioni; il mondo politico, che darà al paese una Costituzione molto liberale, è composto da circa 40mila notabili che parlano tutti in francese. Charles Rogier, eroe dell’indipendenza, sottolinea che, in tutte le funzioni pubbliche, si dovrà parlare francese «per distruggere a poco a poco l’elemento germanico».

I primi decenni della storia belga sono segnati dal disdegno francofono e dalla lenta crescita delle rivendicazioni fiamminghe. Già maggioritari al primo censimento (nel 1846, sono 2,4 milioni contro 1,8) i fiamminghi dovranno aspettare il 1873 perché il fiammingo venga ammesso come lingua d’uso nei processi nelle loro province e addirittura il 1898 perché le leggi del paese vengano pubblicate in tutte e due le lingue. Storie di condannati a morte che non capivano la sentenza o di soldati, durante la Prima guerra mondiale, che non comprendevano gli ordini in francese, alimentano un discorso che mette in questione l’omogeneità della nazione. Nel 1912 il vallone Jules Destrée scrive una vibrante «Lettera la re» in cui proclama ad alta voce: «Sire, lasciate che Vi dica la verità, la grande e orribile verità: il Belgio non esiste».

Durante la Prima guerra mondiale l’occupazione tedesca porta avanti una politica di riforme interne sollecitate da attivisti fiamminghi che sperano nella collaborazione per realizzare i loro obbiettivi autonomisti. La stessa cosa si ripeterà durante l’occupazione nazista tra il 1940 e il 1944, e la richiesta fiamminga di autonomia perderà momentaneamente di credibilità. Tra le due guerre, una serie di riforme avevano però già delineato la futura divisione su base linguistica.

Lo schema attuale, con tre regioni e tre comunità, è basato su doppio federalismo e si è rivelato di una complessità infinita. Perché ha continuato a creare nuove istituzioni senza che le vecchie venissero superate. Perché ha mescolato l’iniziale rivendicazione dei fiamminghi - l’autonomia linguistica e culturale - e quelle dei valloni - il federalismo economico - in un combinato che sembra contestare, fino al 1993, il principio stesso del federalismo. La questione ormai è quella della pertinenza di un simile modello. Un modello che forse era l’unico possibile, ma non in grado di federare due popolazioni che in più, da qualche decennio, vivono un’evoluzione economica molto diversa. Le Fiandre, di destra, imprenditoriali, prospere, sopportano a stendo una Vallonia di centro-sinistra che tarda a modernizzarsi, legata un partito, il Ps, roso dagli scandali.

L’intellettuale fiammingo Marc Platel cita un vecchio uomo politico francofono, Lucien Outers, per riassumere la situazione: «I compromessi non costituiscono il comun denominatore della soddisfazione ma la somma degli scontenti». Un tempo legato alla formula fiamminga «Con il Belgio se si deve, senza se si può», ora è Platel diventato separatista. Un giurista francofono, Michel Leroy, aveva previsto già nel 1996 la frantumazione dello Stato: «Sarà una corsa in lentezza tra questa disaggregazione e la costruzione europea». Riuscirà l’Europa a nascere prima della fine del Belgio?

Jean-Pierre Stroobants


16 settembre 2007

Ristoranti in Israele: Gerusalemme e Tel Aviv

Israele è sicuramente uno dei più ricchi melting pot al mondo e la situazione si riflette, ovviamente, anche sulla cucina. In Israele, com’è noto, non solo vive un numero enorme di etnie, tutte con il loro bagaglio culturale, tra cui quello gastronomico; c’è anche, da un po’ di tempo, la tendenza a seguire le mode, a mangiare e bere quello che è diventato ‘trendy’.
E siccome, in genere, gli israeliani riescono bene in tutto quello che intraprendono (scienza, high tech, medicina e così via), sono riusciti a trasformare un paese in cui fino a pochi anni fa si mangiava male e si beveva peggio, giacché il pensiero dominante era la sopravvivenza, in un luogo di marcato edonismo, con una cucina estremamente varia e interessante, e vini che stanno diventando famosi e richiesti in tutto il mondo.
Tutti coloro che si sono trasferiti in Israele hanno portato con sé qualcosa del luogo d’origine: l’Europa orientale, la Spagna, il Nord Africa, tutti i paesi arabi limitrofi, l’Italia, la Francia, la Russia, l’Estremo Oriente. Questo, per forza di cose, ha dato origine a quella ‘fusion’ che è un po’ forzata nei paesi come l’Italia che hanno una cucina ben definita, ma è invece assolutamente naturale e ineluttabile in Israele.

A questa ricchezza e varietà dell’offerta gastronomica israeliana, il sito www.israele.net dedicherà presto una specifica rubrica di puntuali segnalazioni intitolata BETEAVON (in ebraico: buon appetito).
Nell’immediato, come primo “assaggio” della rubrica in preparazione, ecco qualche indicazione su dove consumare un buon pasto a Gerusalemme e Tel Aviv.


A GERUSALEMME

Il primo, sia in ordine alfabetico che per fama è l’ARCADIA, 10 Agripas St. (nel vicolo), tel.02-6249138. Si mangia, volendo, in un giardinetto delizioso pieno di gatti. La cucina è piuttosto creativa e fa molto uso degli ottimi prodotti locali. Il servizio è cortese, se pur con qualche incertezza. Non kosher, prezzi alti.

Nello stesso vicoletto, molto più economico e con cucina kosher, c’è IMA, 189 Agripas St. tel.02-6246860.

In fascia alta, e piuttosto trendy, c’è l’ottimo CANELA, proprio in centro, 8 Schlomzion Hamalka St., tel. 02-6222293. E’ kosher, con magnifica carne e pesce squisito. Da provare l’antipasto di melanzane e l’oca arrosto.

Per gli assolutamente carnivori con esigenze kosher, un must è HASHIPUDIA, 5 Haarmonin St, tel. 02-6254036, vicino al mercato Mahane Yehuda, giustamente famoso soprattutto per gli spiedini.

Ancora per carnivori, non molto economico, e con cucina kosher, c’è EL GAUCHO, 22 Rivlin St. tel.02-6242227.

Gli immancabili nostalgici della cucina italiana troveranno pane per i loro denti da ANGELO, 9 Horkanos St. tel.02-6236095, kosher, senza carne e piuttosto costoso.

Ancora di impostazione italiana, anche se con squarci creativi, piuttosto caro, molto di moda e non kosher, CIELO, Ben Sira 18, tel.02-6251132

Nella stessa zona, anch’esso caro, trendy ed elegante, non kosher, c’è CAVALIER, 1 Ben Sira St., tel.02-6242945, per gli amanti della cucina francese.

Invece LA GUTA, 16 Rivlin St. tel.02-6232322, è kosher, con prezzi piuttosto alti e cucina francesizzante con influenze locali.

L’epitome della cucina fusion a Gerusalemme al momento è CAFE PARADISO, Keren Hayesot 36, tel.02-5634804, di fronte a Mishkenot She’ananim. Fascia di prezzo alta e non kosher.

OLIVE, 36 Emek Refaim, tel.02-5611102, kosher, fascia di prezzo medio-alta in un piacevole giardinetto, ha una cucina senza connotazioni particolari, con molta carne e verdure.

Il fratello OLIVE&FISH, 2 Jabotinsky St., tel.02-5665020, anch’esso kosher, è invece specializzato in pesce freschissimo.

I patiti di frutti di mare potranno scatenarsi al CHAKRA, Shlomtzion 18, tel.02-6252733, uno dei migliori e dei più cari tra i ristoranti non-kosher di Gerusalemme, che offre anche le famose fettuccine all’Alfredo.

Visto che non si può lasciare Gerusalemme senza un assaggio della cucina locale nella Città Vecchia, il posto più consigliabile per varie ragioni è ABU SHUKRI, 63 Al-Wad St. tel.02-6271538, che serve falafel, hoummus, shewarma, oltre ad insalate e hamburger. Si vanta di non avere succursali, nonostante il nome piuttosto diffuso; non serve bevande alcoliche e mantiene prezzi bassi.

Infine, una piccola gemma, che potrebbe sfuggire a chi non sa dove cercarlo: BAROOD, 31 Jaffa St. (Jerusalem yard), tel.02-6259081. Non è un vero ristorante, piuttosto un bar con squisiti assaggini di cucina sefardita, molta atmosfera, musica non assordante e alcuni deliziosi liquori di frutta fatti in casa.


A TEL AVIV

Tel Aviv sta diventando una vera Mecca per gourmet, presenzialisti, o semplicemente gente che ama mangiare al ristorante e scoprire piatti e gusti nuovi. Bisogna tener presente che a Tel Aviv la maggioranza dei ristoranti non è kosher.

Cominciamo da quello che è al momento uno dei locali più trendy della città: RAPHAEL, Hayarkon 87, tel.03-35226464. L’arredamento è minimalista-funzionale e la cucina è decisamente fusion, con qualche piatto italiano rivisitato (gnocchi di patate e ricotta di bufala), alcune specialità orientali e medio-orientali (insalata di papaia e pesce, cous-cous di pesce, sashimi) ed altre decisamente creative, come i fegatini con squisita purée di pastinaca. Da non mancare, come dessert, l’ottimo strudel al marzapane. Servizio attento, buona lista dei vini, prezzi alti.

Come contrasto immediato, ecco SHTSUPAK, 256 Ben Tehuda, tel.03-5441973, che fa parte di una catena di trattorie specializzate in pesce. E’ molto semplice, è kosher e serve pesce freschissimo soprattutto alla griglia. Divertenti gli antipasti, che vanno dall’hummous arabo alle aringhe di provenienza est-europea, ad una salsina piccantissima a base di basilico rosso yemenita. Come dessert, assolutamente imperdibile la delicatissima mousse di halva, tipico dolce mediorientale a base di sesamo e miele. Lista dei vini modesta, servizio quasi troppo famigliare, prezzi modici.

SUZANA, 9 Shabazi St. Neve Tzedek, tel.03-5177580, in un delizioso giardinetto nella parte vecchia di Tel Aviv, serve un’ottima cucina curda. Verdure ripiene squisite, moussaka e chraimi, tutto in porzioni abbondanti. Servizio attento e cortese e prezzi modici.

ONAMI, 18 Ha’arba st., tel.03-5621172, è noto come il miglior ristorante giapponese e sushi bar di Tel Aviv. Interessante l’antipasto di alghe, ottimi sushi e sashimi. Poiché i prezzi sono alti, conviene il business lunch, molto più ragionevole.

Immerso in mezzo ai campi da tennis, difficile da trovare per chi non lo conosca, c’è SPOON, 73 Rokach Ave., tel.03-6439064. E’ un posto molto tranquillo, con un menu internazionale (meglio evitare i finti piatti italiani) e alcune invenzioni interessanti, come il cavolfiore trattato a cous cous e condito con frutti di mare o le bistecche di melanzane che fanno parte di un menu fisso di sette portate, decisamente a buon mercato.

SAMARKAND, Ben Zvi 34, tel.03-6811122, ristorante uzbeko strettamente kosher. Si può consumare sul posto o portare via. Ci sono spiedini di ogni tipo, dal salmone ai fegatini, involtini di sfoglia ripieni di carne o di zucca. Le insalate sono gratuite, a volontà. Il piatto forte è un galletto schiacciato e cotto con limone e aglio. La sera si può cenare all’aperto.

THAI HOUSE, Bograshov 8, tel.03-5178568, è uno dei migliori ristoranti thai della città. Arredamento esotico e piatti genuini con tendenza al super-piccante. Buon rapporto qualità-prezzo.

GOOCHA, 171 Dizengoff, in pieno centro, è sempre affollatissimo e molto vivace. Ha una grande area all’aperto, dove si può osservare la vivacissima vita notturna di Tel Aviv.

ORCA, Nahalat Binyamin St., tel.03-5665505, è un'altra delle mete più in voga al momento. Molto elegante, con uno chef cordon bleu e prezzi alti.

MANTA RAY, Alma Beach, tel.03-5174773, è da anni sulla cresta dell’onda sia per la splendida posizione sulla spiaggia, sia per la cucina raffinata che offre il meglio della tradizione gastronomica locale interpretata con elegante creatività. Prezzi alti.

La cucina italiana è rappresentata al meglio da BIG MAMA, 13 Najara St., tel.03-5175096, che offre pasta e pizza di buon livello anche per gli italiani.

NISO, 47 Levinsky St., tel.03-5187356, è una vera trattoria turca, in cui si può mangiare ai tavoli o portare via i piatti. La scelta è vastissima: verdure ripiene di carne, polpette vegetali, moussaka turca e dolci tipici. Il tutto molto autentico e a prezzi bassissimi. Questo ristorantino, assolutamente ignoto ai turisti, si trova in mezzo al mercato Levinsky, in un vecchio quartiere di Tel Aviv pieno di case Bauhaus, alcune delle quali sono state recentemente molto ben ristrutturate ed altre lo saranno presto.
Il mercato rappresenta un’altra interessante esperienza gastronomica, anche se diversa da quella dei ristoranti: non è un mercato all’aperto, ma un insieme di negozietti che vendono all’ingrosso e al minuto, dove si possono acquistare spezie e legumi d’ogni genere e provenienza a prezzi molto più bassi che altrove.

Per concludere, chi fosse in crisi d’astinenza da caffè italiano può trovare sollievo in uno dei locali della catena ARCAFFÉ, che servono un espresso tale e quale a quello italiano.


16 settembre 2007

Olmert riesamina il documento Beilin-Abu Mazen del 1995

 Ha’aretz ha appreso che l’ufficio del primo ministro israeliano Ehud Olmert ha chiesto di avere una copia del documento congiunto elaborato nel 1995 da Yossi Beilin e Mahmoud Abbas (Abu Mazen) mediante una serie di incontri segreti Il documento consisteva in una possibile bozza di accordo per la soluzione definitiva del conflitto israelo-palestinese.
Funzionari dell’ufficio del primo ministro israeliano hanno chiesto una copia del testo, presumibilmente perché Olmert e il suo staff vogliono acquisire più informazioni possibile a proposito delle questioni sulle quali Abu Mazen in passato aveva espresso un accordo, e usare queste informazioni negli attuali sforzi diplomatici.
Il documento Beilin-Abu Mazen scaturì da una serie di colloqui segreti tra Beilin, allora vice ministro degli esteri, e Abu Mazen, allora vice di Yasser Arafat nell’Olp. I colloqui fra i due si svolsero parallelamente ai negoziati ufficiali per l’Accordo ad interim, noto come Oslo Due, che venne firmato da Israele e Olp quattro giorni prima che l’allora primo ministro israeliano Yitzhak Rabin venisse assassinato.
Il documento Beilin-Abu Mazen, che peraltro rimase a livello di bozza e non venne formalmente firmato da nessuna delle due parti, costituisce il primo tentativo fatto da rappresentanti ufficiali israeliani e palestinesi di arrivare a una bozza di accordo permanente. Shimon Peres, succeduto a Rabin, non si mostrò interessato. Abu Mazen, dal canto suo, ne negò per diversi anni l’esistenza stessa, non trovando evidentemente alcun sostegno sul versante palestinese. Solo molto più tardi riconobbe, parlando con un rappresentante americano, d’aver avallato il documento.
Nei colloqui del 1995, Beilin e Abu Mazen concordarono che tutti gli insediamenti avrebbero avuto il diritto di restare all’interno del costituendo stato palestinese, senza tuttavia essere designati come località israeliane. Da parte loro, gli abitanti degli insediamenti avrebbero potuto mantenere la cittadinanza israeliana. In questo senso, il documento non prevedeva poi che Israele dovesse per forza sgomberare tutti gli insediamenti di Cisgiordania, come successivamente sarebbe invece avvenuto nella striscia di Gaza. Il documento affermava inoltre che i profughi palestinesi avrebbero esercitato il loro “diritto al ritorno” nello stato palestinese, e non in Israele. Circa Gerusalemme, il documento proponeva una divisione amministrativa della città, rimandando a una decisione futura la questione della sovranità.

(Ha’aretz, israele.net, 11.09.07)

Nella figura in alto: Mappa costruita in base all'intesa Beilin-Abu Mazen del 1995


16 settembre 2007

La Nuova Grande Muraglia non nascerà in Cina

 

Dopo oltre venti secoli i cinesi saranno alle prese con un nuovo muro difensivo, ma stavolta virtuale e non creato per difendersi; anzi, presto saremo noi a essere circondati da un muro, un superfirewall per proteggerci dagli aggressori con gli occhi a mandorla.


Il peggior incubo degli analisti militari si è concretizzato in fretta: dopo i supercomputer di Usa, Germania e Gran Bretagna e nonostante le smentite, pare che anche le macchine francesi abbiano subito intrusioni da parte di "hacker orientali" e da "siti apparentemente situati in Cina".

Ha dichiarato al quotidiano Le Monde il Segretario Nazionale alla Difesa Francis Deron: "Da alcune settimane i Servizi Tattici militari sono presi di mira da pirati informatici. È un affar serio, perché la Francia non è al riparo da questi attacchi".

Evidentemente i finora ottimi rapporti politici e commerciali con Pechino sono peggiorati con la presidenza Sarkozy, oppure sarà un modo tutto cinese di dispiacersi del recente riavvicinamento di Parigi agli USA ed alla NATO; fatto sta che il coro delle accuse è unanime, anche se velato dalla solita cautela diplomatica.

In effetti non è credibile che in una popolazione ipercontrollata da un potentissimo apparato poliziesco alcuni individui isolati possano portare attacchi contemporanei - e forse riusciti - a siti militari su reti web dedicati e sicuramente superprotetti senza il compiaciuto assenso e consenso delle alte gerarchie militari.

Questo nella migliore delle ipotesi, perché l'esperienza ha insegnato che virus, crack, sniffer e compagnia bella sono più che altro i risultati non sempre spuri della ricerca in ambito universitario e prodotti con finanziamenti neanche tanto occulti di ambiti legati alla difesa nazionale o comunque si chiamino le forze armate.

Mancano sinora notizie di eventuali aggressioni dirette alle nostre reti militari, forse perché all'estero non si comprende bene quanti e quali siano i corpi militari e di polizia operanti in Italia, oppure perché ormai anche in quel campo contiamo quanto il due di picche; o, peggio ancora, perché tanto da noi i cinesi fanno quel che vogliono e di noi sanno anche più di quanto occorra.

Memori dei trascorsi mai ben chiariti di Echelon, verrebbe da dire "ben gli sta"; ma è da temere che queste azioni, se reiterate, porteranno fatalmente, anche se forse con qualche giustificazione, a una psicosi analoga a quella generata dall'attacco alle Torri.

Comunicazioni quindi sempre più lente e difficili, monitorate a tempo pieno e privacy collocata tra i ricordi del bel tempo andato; col rischio magari di sentirsi contestare una conversazione perché in codice solo per aver ordinato due porzioni di involtini primavera.

Dodi Casella


16 settembre 2007

Israele: sciopero degli alunni per protesta razzi Qassam. La jihad islamica esulta

 

Gli alunni delle scuole di Sderot (Israele), non andranno piu' a scuola per protestare contro i ripetuti lanci da parte dei palestinesi di razzi Qassam. I loro genitori hanno deciso di far disertare le lezioni ai loro bambini a cominciare da domani 4 settembre con ''uno sciopero a oltranza'' che riguardera' tutti i 2.500 alunni della cittadina israeliana. Questa mattina, secondo giorno dell'anno scolastico, uno dei sette Qassam lanciati in poche ore dalla vicina Striscia di Gaza e' infatti caduto nel giardino di un asilo e 12 bambini sono stati ricoverati in ospedale in stato di shock.
Abu Ahmad, portavoce palestinese di PalToday, ha dichiarato che d'ora in avanti la Jihad islamica concentrerà i propri lanci sulla scuole israeliane di Sderot e di Ashqelon. Anche Ali Waked, in un'intervista a Ynet, ha confermato l'intenzione della "resistenza" palestinese di colpire le scuole israeliane.
Mi chiedo: Tzipi Livni legge i giornali o è troppo presa dallo sguardo da bel tenebroso del Ministro D'Alema per arrivare a definire "grande amico d'Israele" colui che di fatto propone aperture nei confronti di questi signori?


http://www.webalice.it/danielasantus/


16 settembre 2007

Spose turche a Kreuzberg, Islam d'Europa

 

Viaggio nella Germania dei profumi orientali, meta degli abitanti dell’Anatolia, curdi soprattutto. Per alcuni, zona franca brulicante di locali. Per altri, il simbolo dell’integrazione fallita • La storia di Hatun, uccisa dal fratello Ayhan perché ribelle e troppo occidentale: un fatto frequente, in una società dove le donne emigrate non trovano un equilibrio con le proprie radici e gli stranieri tendono a contestare le leggi del Paese ospitante

La cella è spoglia, disadorna. Una finestra, quattro mura, cui Ayhan Surucu ha affisso le foto di sua sorella Hatun. Foto dei tempi in cui ancora portava il velo, sotto il quale non si apriva il caratteristico sorriso di una ragazza nel fiore degli anni. Ayhan la preferiva così, fedele a dettami che la famiglia non voleva disattendesse. La volevano così anche gli altri fratelli, almeno tre di essi, e pure i genitori.

Veniva da Erzurum, estrema propaggine orientale della Turchia, unica figlia femmina in una famiglia curda, che a Berlino aveva trovato nuova dimora. Lì era cresciuta, lì era andata a scuola, almeno quella dell'obbligo, prima che i genitori decidessero per lei di piantarla con gli studi. Per loro era già tempo che si sposasse. Matrimonio combinato, naturalmente. La riportarono in Turchia, la costrinsero a sposare un cugino.

Da lui si sarebbe presto separata, prima di tornare in Germania: incinta di pochi mesi a 17 anni era già mamma. Neppure maggiorenne, ma cresciuta abbastanza per imboccare la sua strada. Il ritorno agli studi, l'autonomia dalla famiglia. E poi abitudini più occidentali: via il velo, nuove compagnie fuori dalla ristretta cerchia dei connazionali, un po' di trucco ad evidenziare i suoi delicati lineamenti, qualche serata in discoteca.

La giovane Hatun viveva in Germania, come una tedesca. Un peccato mortale, per la famiglia. Una vergogna da lavare col sangue.
Ayhan la raggiunse a una fermata del bus, le sparò una serie di colpi di pistola, al capo e al corpo. Un omicidio d'onore, che l'ha condotto in quella cella (altri due fratelli hanno avuto accuse meno gravi), alle cui mura sono affisse le foto della povera Hatun.

Una storia di ordinaria follia.
Una famiglia turca come protagonista, un vivace quartiere berlinese come teatro del dramma: Kreuzberg, un pezzo di Germania dai profumi orientali. Per qualcuno, una zona à la page, brulicante di locali dove tirar tardi. Per altri, il simbolo del fallimento dell'integ razione. Differenti culture, abitudini, usi, costumi, odori, sapori. È come se a Berlino un muro fosse crollato, sotto i colpi della crisi di ideologie fallite e potenze in disarmo, e un altro sia pian piano cresciuto, a isolare una città nella città. Migliaia di abitanti, ampie fette della torta proveniente da terre lontane. Turchia, innanzitutto. Etnia curda, in maggioranza. E poi, tanti arabi. Un altro mondo, racchiuso in un quartiere.

Non così decenni or sono, agli albori dell'invasione. La Germania del dopo-guerra necessitava di braccia forti e lavoratori indefessi: li accoglieva a braccia aperte, con tanto di fiori e sorrisi in aeroporto. La colonia è cresciuta in maniera esponenziale. Le differenze si sono evidenziate, anziché sbiadire. Un mondo parallelo, intento a nascondere quello che vive dall'altra parte del muro a ragazze come la povera Hatun. Un mondo di soprusi inenarrabili e matrimoni combinati, di donne dai diritti azzerati dal volere della famiglia. Donne come Hatun, che ha pagato la ribellione al caro prezzo della vita. Un'impresa chiederne conto a una donna, turca o araba che sia. Silenzio assoluto, paura a mille. Qualcuna ne ha parlato, da donna a donna. E chi da certe storie è venuta fuori, affrancandosi da ataviche abitudini, ne ha scritto, perché tutti sappiano.

Seyran Ates, Necla Kelek e Serap Cipeli, autrici tedesche di origine turca, hanno tradotto in inchiostro le loro vicende, tristi e drammatiche, ampliando il ventaglio delle storie con le parole di chi ha aperto loro il suo cuore e lo scrigno di un'infelice esistenza. Donne di Kreuzberg, soprattutto. Dove tutto profuma d'oriente, lungo i cui marciapiedi si susseguono a ritmo incessante i venditori di kebab, che qui fece la sua comparsa sul finire degli anni '70, quando molti turchi persero il lavoro (in seguito alla crisi petrolifera) e cominciarono a fare di necessità virtù. Decenni dopo, il kebab è diventato una moda e le antiche abitudini non hanno perso appeal. Le donne le subiscono, gli uomini non le abbandonano. Neppure i più giovani, pur nati e cresciuti in Germania.

Hasan Atan col kebab ha a che fare da anni: lo prepara con perizia, ne consegna centinaia al giorno, in mani turche, arabe e tedesche. È nato in Germania, è tedesco a tutti gli effetti. Ma le radici affondano altrove. Concetti più che eloquenti, i suoi: «Berlino è la mia città, ho il passaporto tedesco. Amo il calcio, tifo anche per la Germania. Ma se in campo c'è la Turchia, il mio cuore è lì. Mi sento turco, anche se sono nato qui». Giovanissimo, è già sposato. Matrimonio combinato? Silenzio tombale, accompagnato da un sorriso furbetto. E poi: «È una tradizione sposare una donna con le tue stesse origini. Può non esserci passione in un matrimonio così, ma col passar del tempo, vivendo un'intera esistenza insieme, lavorando sodo e facendo sacrifici per crescere i propri figli, arriva anche quella». Come vivere da stranieri in patria. Seguendo i propri principi, contestando le altrui leggi: «Negli ultimi anni è cambiata la percezione dei tedeschi nei nostri confronti. Siamo guardati con fastidio, non c'è più la serenità d'un tempo nei rapporti. Ed è cambiata la politica: nuove regole per gli immigrati, sempre più restrittive».

Hasan la pensa come tanti a Kreuzberg. E quando Angela Merkel ha convocato un incontro per discutere dei programmi per favorire l'integrazione molti gruppi turchi hanno operato un vero e proprio boicottaggio. Perché se un muro è caduto, ora in piedi ce n'è un altro.

Ivo Romano
Avvenire


16 settembre 2007

Il condottiero del terzo millennio

 

George Bush

Non amo un generale alto, che sta a gambe larghe,
fiero dei suoi capelli e ben rasato.
Uno basso ne voglio, con le gambe storte,
ma ben saldo sui piedi, e pieno di coraggio. 

(Archiloco,fr.60 D) 

 patriarsieprudy


15 settembre 2007

SHANA' TOVA'...felice anno nuovo

 

SHANA' TOVA'...felice anno nuovo a tutti e un augurio speciale a una persona speciale!
Torino non è una città facile da amare. Troppo spigolosa, troppo chiusa, troppo misteriosa. La sua veste di vecchia signora aristocratica nasconde muffe variopinte, talora nauseabonde e maleodoranti. Torino è una città che smette di vivere alle cinque del pomeriggio, quando in inverno calano le tenebre. Ma che sa anche dimostrare il cuore buono di un'ospitalità mai immaginata, quando ce n'è bisogno. Torino è la città degli insulti sui muri, ma anche delle mani che li cancellano. Soprattutto Torino è una città di persone che hanno bisogno di sentirsi sicure, che sono grate quando percepiscono di non essere state abbandonate. Torino è una città che ha bisogno di te...
Tanti simpatici video per augurare Buon Anno!!!
www.jerusalemonline.com/happynewyear.asp

Entriamo nel nuovo anno ebraico, il 5768. Com'è d'uso, all'interno della piccola comunità ebraica e di chi le è vicino, ci si scambia gli auguri affinchè il nuovo anno sia ricco di gioia e di benedizioni e il nostro nome possa essere iscritto nel Libro della Vita. Un pensiero particolare a te e mille cari auguri di pronta guarigione, con tutto l'affetto di chi - in questi anni - ha imparato a stimarti, ad apprezzarti e a volerti bene!

Shanà tovà, buon anno...
Daniela.


15 settembre 2007

ORIANA FALLACI E L’AMERICA

 


 
A come Apollo 12: Nel 1969 il comandante dell'“Apollo 12”, Pete Conrad, alla vigilia del lancio, si recò a New York per incontrare Oriana Fallaci e chiederle un consiglio sulla frase da usare al momento di mettere piede sulla luna. Poiché Neil Armstrong aveva detto: “Un piccolo passo per un uomo, un gigantesco balzo per l'umanità”, la scrittrice consigliò, vista la bassa statura di Conrad, la frase: “Sarà stato un piccolo passo per Neil, ma per me è stato proprio lungo”. Il comandante, che portò con sé una foto di Oriana bambina, disse proprio questa frase una volta giunto sulla luna.
Borghesi: In un passaggio di “Niente e così sia” (1969), parlando delle rivolte studentesche, irride “i vandalismi degli studenti borghesi che osano invocare Che Guevara e poi vivono in case con l'aria condizionata, che a scuola ci vanno col fuoristrada di papà e che al night club vanno con la camicia di seta”.

C come Chiesa cattolica: Dopo aver espresso a lungo opinioni anticlericali, negli ultimi anni Oriana Fallaci dichiarò pubblicamente la sua ammirazione verso Benedetto XVI, che l'ha ricevuta a Castel Gandolfo in udienza privata, nell’agosto del 2005. Larga parte del patrimonio librario della scrittrice è stato donato, insieme ad altri cimeli come lo zaino usato in Vietnam, all’Università Lateranense di Roma. Nell'annunciare la donazione mons. Rino Fisichella, rettore dell’università, ha definito questo come l'ultimo regalo al pontefice, per il quale la scrittrice nutriva “un’autentica venerazione”.

D come Donna: Quando chiedevano quali circostanze fossero state importanti per la sua carriera, Oriana Fallaci rispondeva: “Prima di tutto il fatto di appartenere ad una famiglia liberale e impegnata politicamente. E poi, il fatto di aver vissuto, durante l’infanzia, i giorni eroici della Resistenza in Italia. E ancora, il fatto di essere fiorentina. Comunque, a volte mi chiedo se il fattore più motivante non sia stato il fatto di essere nata donna e povera. Quando sei una donna, devi combattere di più. Di conseguenza, devi vedere di più e pensare di più ed essere più creativa.

E come L’Europeo: Il settimanale per il quale Oriana Fallaci scrisse quasi 700 servizi, dal 1951 in poi. Anche se è ricordata da tutti soprattutto per le interviste ai grandi della terra e per le corrispondenze di guerra, per “L’Europeo” si è occupata di moda, di cinema, di cronaca nera, di dibattiti culturali, di inchieste sulla condizione femminile, di politici italiani. Sempre attaccata all’attualità e ai protagonisti del momento.

F come Forza della Ragione: Il 12 marzo 2004, all'indomani della strage alla stazione Atocha di Madrid, compare sugli scaffali “La forza della Ragione”, un altro libro controverso, fitto  di pensieri e di esperienze personali che mostrano al lettore il percorso di maturazione di una sincera rabbia verso l'Islam. Un libro di attualità, militante ma denso di spunti e di interessanti riflessioni.

G come Giochi Olimpici (quelli del 1968 in Messico): Il 2 ottobre, alla vigilia dei Giochi, durante una manifestazione di protesta degli studenti universitari messicani contro l'occupazione militare, Oriana Fallaci rimase ferita in piazza delle Tre Culture, a Città del Messico. Morirono centinaia di giovani e anche la scrittrice fu creduta morta e portata in obitorio: solo in quel momento un prete si accorse che era ancora viva. La Fallaci definì la strage come “un massacro peggiore di quelli che ho visto alla guerra”.

H come Henry Kissinger: Una delle interviste politiche più famose rimane quella con il segretario di stato americano, Henry Kissinger. Prima dell’intervista con Oriana Fallaci, Kissinger era sempre stato restio a rivelare alla stampa fatti riguardanti la sfera privata. Durante l’intervista, la Fallaci aveva chiesto al segretario di stato di spiegare la celebrità che, come diplomatico, aveva raggiunto. Inizialmente Kissinger evitò la domanda ma, vista l’implacabilità della Fallaci, rispose: “A volte mi vedo come un cow-boy che guida la carovana da solo sul suo cavallo, un western se preferisce”. È interessante notare, tuttavia, come la Fallaci consideri la sua intervista con Kissinger una delle peggiori mai fatte, mentre l'allora segretario di stato annoverò l'aver rilasciato l'intervista tra i propri maggiori errori.

I come Italia: “Io sono italiana. Sbagliano gli sciocchi che mi credono ormai americana. Io la cittadinanza americana non l’ho mai chiesta. Anni fa un ambasciatore americano me la offrì sul Celebrity Status, e dopo averlo ringraziato gli risposi: “Sir, io all’America sono assai legata. Ci litigo sempre, la rimprovero sempre, eppure le sono profondamente legata. Mi piace ad esempio il fatto che quando arrivo a New York e porgo il passaporto col certificato di residenza, il doganiere mi dica con un gran sorriso: “Welcome home, benvenuta a casa”. Mi sembra un gesto così generoso, così affettuoso. Inoltre mi ricorda che l’America è sempre stata il Rifugium Peccatorum della gente senza patria. Ma io la patria ce l’ho già, Sir. La mia patria è l’Italia, e l’Italia è la mia mamma”.

L come Lettera a un bambino mai nato: Scritto nel 1975, in seguito alla perdita di un figlio, è un libro di non più di cento pagine, in cui Oriana Fallaci riesce a condensare il travaglio di una donna di fronte ad una maternità inaspettata. Ha il grande pregio di trattare un tema spinoso come quello dell'aborto lasciandolo però sullo sfondo, facendo emergere, invece, il tema centrale della maternità, che si snoda attraverso il dialogo di una donna con il bimbo che porta in grembo. Un'interminabile sequenza di domande che la protagonista ossessivamente pone: a quale scopo soffrire? E ancora, quando la vita è vita? Lo stesso quando nasci povero”. Recentemente in un'intervista al Corriere della sera la giornalista Amanpour ha rivelato: "Quando la incontrai ero incinta e lei non faceva che ripetermi che avevo fatto una cosa straordinaria a diventare mamma e che per questo mi ammirava. Dopo l'arrivo al mondo di mio figlio Darius John, lei gli spedì un bel regalo e incominciò a impartirmi lezioni su come essere una buona madre, perché secondo lei ciò era altrettanto importante che essere una brava giornalista. Credo che fosse molto invidiosa della mia famiglia e abbia rimpianto enormemente il non aver mai avuto figli".

M come Macchina da scrivere: “La prima volta che sedetti alla macchina da scrivere, mi innamorai delle parole che emergevano come gocce, una alla volta, e rimanevano sul foglio… ogni goccia diventava qualcosa che se detta sarebbe scivolata via, ma sulle pagine quelle parole diventavano tangibili".

N come New York: Dopo l'uscita di “Insciallah” (1990) Oriana Fallaci si isolò andando a vivere a New York, in un villino a due piani nell'Upper East Side di Manhattan. La Fallaci, fiorentina di nascita ma residente negli Stati Uniti, dichiarò in un’intervista: “Firenze e New York sono le mie due patrie”.

O come Orgoglio (secondo termine de “La rabbia e l’orgoglio”, 2001): In risposta all’orrore degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, con una lettera inviata al direttore del “Corriere della Sera”, Oriana Fallaci ha varcato la soglia di un silenzio caparbio durato 10 anni. Come un pugno nello stomaco, la scrittrice ha diviso pensieri e cuori dei lettori. Le prime righe: “Mi chiedi di parlare, stavolta. Mi chiedi di rompere almeno stavolta il silenzio che ho scelto, che da anni mi impongo per non mischiarmi alle cicale. E lo faccio. Perché ho saputo che anche in Italia alcuni gioiscono come l’altra sera alla Tv gioivano i palestinesi di Gaza. "Vittoria! Vittoria!". Uomini, donne, bambini. Ammesso che chi fa una cosa simile possa essere definito uomo, donna, bambino. Ho saputo che alcune cicale di lusso, politici o cosidetti politici, intellettuali o cosidetti intellettuali, nonché altri individui che non meritano la qualifica di cittadini, si comportano sostanzialmente nello stesso modo. Dicono: "Gli sta bene, agli americani gli sta bene". E sono molto, molto arrabbiata. Arrabbiata d’una rabbia fredda, lucida, razionale. Una rabbia che elimina ogni distacco, ogni indulgenza. Che mi ordina di rispondergli e anzitutto di sputargli addosso. Io gli sputo addosso”.

P come Penelope alla guerra, (il suo primo romanzo): Scrive Renzo Cantore, giornalista di “Amica”, che, nel 1962, la intervista sul libro: “Penelope è lei: una ragazza antica e moderna, trascinata in una guerra che non le compete, combattuta tra la difficoltà d’essere donna e il desiderio di essere uomo…Riceve una gran quantità di lettere, a volte di ringraziamenti, a volte di insulti. Le donne, soprattutto. E lei, tra ringraziamenti e insulti, continua a viaggiare, a scrivere, a essere il personaggio che è: con quel vestitino nero a pois bianchi, quel collettino bianco, le scarpe col mezzo tacco, la borsa grande perché contenga tutto, le cose che stanno nelle borse delle donne, più matita, taccuino e il quaderno sul quale scrive gli appunti del prossimo libro".

Q come 15 settembre 2006: Il giorno in cui Oriana Fallaci morì, a 77 anni, dopo un peggioramento delle sue condizioni di salute dovuto al cancro – “l’alieno”, come lei lo definiva - che da anni l'aveva colpita. Aveva deciso di tornare a Firenze, con grande riserbo, per passarvi i suoi ultimi giorni.

R come Resistenza: Il padre Edoardo la coinvolse, a soli dieci anni, con compiti di vedetta. La giovane Oriana si unì così al movimento clandestino “Giustizia e Libertà”, vivendo in prima persona i drammi della guerra: nel corso dell'occupazione di Firenze da parte dei nazisti, il padre fu catturato e torturato a villa Triste, ed in seguito rilasciato. Per il suo attivismo durante la guerra ricevette a 14 anni un riconoscimento d'onore dall'Esercito Italiano.

S come Sigarette: Il suo luogo di lavoro era spartano, l’unica cosa che non poteva mai mancare erano le sigarette. “Inizio a lavorare presto la mattina (otto, otto e mezza) e vado avanti fino alle sei o sette di sera senza interruzione, senza mangiare e senza riposare. Fumo più del solito, il che significa circa cinquanta sigarette al giorno. Dormo male la notte. Non vedo nessuno. Non rispondo al telefono. Non vado da nessuna parte. Ignoro le domeniche, le feste, il Natale, il Capodanno”.

T come Tiranno: Mentre intervistava l'Ayatollah Khomeini Oriana Fallaci lo apostrofò come “tiranno” e si tolse il chador che era stata costretta ad indossare per essere ammessa alla sua presenza.

U come “Un Uomo": il romanzo-verità su Alekos Panagulis, l'eroe della resistenza greca contro il regime dei colonnelli. Panagulis è stato il compagno della Fallaci, l'unico amore della sua vita.  E’ questo, forse, il libro più intimo di Oriana Fallaci, nel quale, più di ogni altro, mostra senza pudore la sua controversa personalità di donna e scrittrice.  Ma "Un uomo" è senza dubbio un romanzo politico costruito come una fiaba, visto che ne segue proprio la classica struttura: l'attentato a Papadopulos, l'arresto, le torture, il processo, la condanna a morte, l'esilio e il ritorno in patria dopo la caduta della dittatura, la morte e i grandi funerali. “Alekos Panagulis - affermò la stessa Fallaci - era la saggezza del poeta che si batte contro i mulini a vento: dolorosa, sì, ma insieme ilare e gioiosa".

V come Vietnam: Oriana Fallaci ritornò nel paese dell'Indocina 12 volte in 7 anni raccontando la guerra senza fare sconti né ai vietcong e ai comunisti né agli statunitensi e ai sudvietnamiti, documentando menzogne e atrocità, ma anche gli eroismi e l'umanità di un conflitto che definì “una sanguinosa follia”.

Z come Zeffirelli: È stato il grande regista a donare a Oriana Fallaci il suo “Fiorino d’oro”, il premio della città di Firenze che non aveva mai vinto. Quando la scrittrice è stata portata nella tomba di famiglia, nel cimitero degli Allori, con la bara sono stati sepolti una copia del “Corriere della Sera”, tre rose gialle ed il  “Fiorino d'oro”.
(g.s.)

Sergio Lo Gatto


15 settembre 2007

Un sms avvisa i fedeli islamici quando pregare

 

Il gestore di telefonia mobile dello del Qatar, un emirato del Medio Oriente, ha lanciato un nuovo servizio di sms per avvisare i fedeli islamici quando raccogliersi in preghiera.

Il Ramadam è il mese dell'anno nel quale, secondo la tradizione islamica, è iniziata la rivelazione del Corano. Per i fedeli musulmani è il mese della preghiera islamica e della meditazione.

"Abbiamo deciso di offrire messaggi che saranno ricevuti dagli abbonati poco prima dell'inizio dell'ora della preghiera", ha spiegato Shaikh Fahad Bin Jasem Al Thani, capo dell'Ufficio Operazioni della Qatar Telecom (Qtel).


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