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30 settembre 2007

In guerra, per la pace

 



Portare la guerra in casa iraniana e siriana, per evitare che siano loro a portarla in casa nostra. Le parole della diplomazia non possono che essere diverse, ma resterebbero parole vacue se non fossero rette da una minaccia reale. Le parole del governo italiano, purtroppo, segnalano un pericoloso disallineamento dall'Europa e dalla comunità Atlantica.

L'Iran corre verso la tecnologia atomica, dichiarandolo apertamente, ripetendo le minacce esplicite ad Israele e finanziando i terroristi. La Siria corre verso l'atomica in modo nascosto, acquisendo strumentazione dismessa dalla Corea del Nord, continuando ad intervenire sanguinosamente in Libano e sostenendo i terroristi. Quando scrivo terroristi intendo le formazioni di Hezbollah ed Hamas, le stesse che, secondo il governo italiano, dovrebbero essere coinvolte nel processo di pace, anzi, quelle al cui benestare si dovrebbe subordinare la pace e la soluzione del problema palestinese. Per sconfiggere i terroristi occorre estinguere la fonte che li sostiene, ed è colmo di significato che Israele abbia dichiarato Gaza (ovvero il territorio dal quale si è volontariamente ritirata) entità ostile dopo avere ottenuto il prezioso successo militare, consistente nel bombardamento di materiale nucleare in territorio siriano. Tutto il mondo democratico sa bene che non sarà possibile la convivenza pacifica con le mire politiche di quei due Paesi, e che se si dotano di nucleare la situazione si farà drammatica. C'è una sola strada ragionevole: impedirlo.

La scacchiera è complessa. Si deve tenere conto degli umori russi, eredi del sostegno sovietico a formazioni che mantengono la medesima finalità: contrastare gli interessi dell'Occidente, i nostri. Non si devono dimenticare i rapporti con gli altri Paesi islamici, che sarebbero, del resto, felici di vederli affogare, benché oggi godano nel vederci soffrire. Ma la malapianta va strappata prima che coaguli altri interessi malati. Ha fatto bene Kouchner (ministro francese formatosi nella sinistra) a chiarirlo.

In Italia si sottovaluta la politica estera, per questo richiamo l'allarmata attenzione sui tragici errori commessi da un governo che trascura la gravità dei fatti, si occupa solo dei riflessi interni e nasconde la sostanza dietro il paravento delle formalità diplomatiche.

Davide Giacalone


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30 settembre 2007

Cinque anni di Campus Watch

 

Quali sono i risultati conseguiti da Campus Watch, un progetto che ha l'obiettivo di criticare e perfezionare gli studi sul Medio Oriente condotti negli Stati Uniti e in Canada, a cinque anni questa settimana dalla sua istituzione?

Unitamente a organizzazioni che condividono le stesse idee – la National Association of Scholars, il David Horowitz Freedom Center, National Review e il Manhattan Institute – Campus Watch valuta ciò che i cattedratici dicono e fanno, contribuendo così a mettere in discussione lo status quo del mondo accademico.

Muovere delle critiche ai docenti universitari è più rivoluzionario di quanto potrebbe sembrare, poiché gli accademici sono da tempo nel mirino delle critiche mosse loro dall'opinione pubblica, al pari dei politici, capitani di industria, attori e atleti. Chi li giudicherebbe? Gli studenti non rivelano le loro idee per tutelare le proprie carriere; i colleghi sono riluttanti a criticarsi gli uni con gli altri, per timore di essere a loro volta oggetto di attacchi; e i profani non sono competenti a emettere giudizi in merito al sapere arcano. Di conseguenza, gli accademici godono da tempo di una condizione speciale che li mette al riparo da qualsivoglia responsabilità.

Ivory Towers on Sand di Martin Kramer ha posto le premesse intellettuali di Campus Watch.

Se Campus Watch, diretto da Winfield Myers, disturba questa vita accademica fatata, mostrando ciò che Martin Kramer del Washington Institute for Near East Policy definisce "il fallimento degli studi mediorientali in America", è perché riteniamo che l'opera di questi specialisti sia troppo importante per non essere criticata. Gli stiamo alle costole e rammentiamo a questi accademici che le dichiarazioni importanti da loro espresse potrebbero finire con l'essere ridicolizzate e inserite come nostra "citazione del mese" o potrebbero perfino causargli dei problemi quando costoro cercheranno di vincere una cattedra o di ottenere un nuovo impiego.

Gli accademici che sono oggetto di critiche da parte di Campus Watch, in genere, reagiscono coprendolo di insulti, ridicolizzando il suo scopo e mostrandosi come vittime, sperando in tal modo di delegittimare la nostra opera. Sorprendentemente, non ricordo un solo caso in cui l'operato di Campus Watch meticolosamente documentato e presentato con stile abbia incontrato una seria e sostanziale confutazione. Addio mercato delle idee.

Come ammettono gli stessi specialisti di Medio Oriente, questa nuova responsabilità esercitata da Campus Watch ha ribaltato il loro universo un tempo ristretto. Le loro ambigue approvazioni sotto forma di pubblici tributi, nella totale paura di Campus Watch, offrono un colorito esempio. Un altro esempio è offerto da Miriam Cooke della Duke University, secondo la quale "Campus Watch è un cavallo di Troia i cui guerrieri stanno già cambiando le regole del gioco non soltanto negli studi sul Medio Oriente, ma anche nel mondo accademico americano". Più concretamente, agli inizi del 2007, la Taskforce on Middle East Anthropology ha pubblicato un manuale sulla responsabilità professionale che chiede l'applicazione di misure da tempo incoraggiate da Campus Watch.

Detto questo, persistono i problemi fondamentali del settore: i fallimenti analitici, la politica combinata alla cultura, l'intolleranza delle opinioni alternative, l'apologetica e l'abuso di potere sugli studenti. La più alta priorità di Campus Watch consiste nel contribuire a stimolare una diversità di opinioni, in modo che gli studiosi filo-americani – che oggi probabilmente costituiscono il 5 percento degli specialisti di Medio Oriente – raggiungano la parità con gli anti-americani. Questo obiettivo ha due implicazioni.

  • Oggi non ci si può più aspettare che i cattedratici facciano cultura e attività didattica in maniera neutra, ma essi devono essere bilanciati da coloro che promuovono un punto di vista alternativo. È triste assistere allo sgretolamento dell'ideale dell'obiettività, ma questa è una realtà alla quale ci si deve adattare.

  • Il fatto che gli anti-americani non abbiano un monopolio sull'intelligenza o sulle competenze, costituisce un monopolio parziale sul potere. La percentuale del 5 percento non implica che i brillanti storici, i politologi, gli economisti, i sociologi, gli antropologi, gli specialisti di lingua e letteratura, e altri, siano 19 contro 1 anti-americano, ma ciò significa che questa fazione di accademici ha ottenuto sin dalla fine degli anni Sessanta un parziale dominio sui loro dipartimenti.

Proprio come una grossa nave che solca le acque dell'oceano necessita di tempo per virare di rotta, così è per il mondo accademico, dove vale la regola del passare di ruolo. La cattedra non solo garantisce loro la sicurezza lavorativa per decenni, ma abitua altresì i docenti alle esigenze del mercato o ai desideri degli studenti, dei donatori e di altri stakeholder.

Occorrerà del tempo, ma gli studi sul Medio Oriente, che in seguito alle atrocità dell'11 settembre hanno subito un mutamento sismico, hanno motivo di essere ottimisti. Quell'evento ha portato a una impennata nelle immatricolazioni universitarie e ha attirato una nuova specie di studenti interessati al settore: meno ai margini della politica e maggiormente ambiziosi pubblicamente. Dal momento che questa coorte post-11 settembre si incanala nel sistema, ci si aspetta di vedere dei significativi miglioramenti.

Campus Watch sarà lì ad accoglierli. Con un po' di fortuna, la sua missione sarà compiuta e poi potrà chiudere i battenti.


30 settembre 2007

Razzismo oggi: arabi contro neri incoraggiati dal governo islamista nel Sudan

 


«Don't look away now» («Non guardate altrove adesso») è stata la parola
d'ordine della quarta edizione della Giornata internazionale per il Darfur,
svoltasi domenica 16 settembre, alla quale quest'anno hanno aderito 30 Paesi.
L'esortazione era rivolta specialmente alle Nazioni Unite, che stanno per
unirsi all'Unione Africana per dar vita alla più grande missione di
peacekeeping mai realizzata dal Palazzo di Vetro e che entro la fine
dell'anno dovrebbe portare in Darfur più di 20.000 Caschi Blu. Per chi non
lo ricordasse, il Darfur è una vasta regione del Sudan occidentale in cui
dal 2003 la secolare conflittualità tra tribù nomadi e sedentarie è
degenerata in guerra genocida a causa del sostegno che il governo sudanese
fornisce ai nomadi, di origine araba, nell'ambito di un processo di
arabizzazione del Paese già all'origine della lunga guerra civile che per
decenni, fino al gennaio del 2005, ha sconvolto il Sud Sudan provocando
milioni di morti e di profughi. Anche in Darfur si contano ormai oltre
200.000 vittime, quasi tutte civili - almeno queste sono le stime delle
Nazioni Unite che però Khartoum contesta, ammettendo soltanto alcune
migliaia di morti - e un terzo degli abitanti in fuga: due milioni sfollati
e circa 200.000 profughi nella Repubblica Centroafricana e soprattutto nel
Chad orientale. Proprio da un campo per profughi del Chad è partita la
torcia che è servita ad accendere le fiaccole della pace a Roma, dove
2.000persone hanno protestato contro la guerra indossando
t-shirt con il disegno di una mano sporca di sangue e scandendo lo slogan
«Fermiamo il sangue in Darfur».

Meglio sarebbe stato, forse, anticipare la manifestazione romana di due
giorni per farla coincidere con la visita ufficiale nella capitale del
presidente del Sudan, Omar Hassan el Bashir, evento che ha suscitato
perplessità e disappunto sia in ambito nazionale che internazionale.
L'ufficio europeo di Amnesty International ha definito «singolare» la
decisione dell'Italia di accogliere el Bashir e 25 europarlamentari hanno
scritto una lettera al governo italiano chiedendo al presidente del
Consiglio e al presidente della Repubblica di rivolgere al leader africano
un messaggio chiaro e trasparente, dimostrando così di condividere l'impegno
degli altri Paesi europei in favore del Darfur. Dopo i colloqui di venerdì
14 settembre, Romano Prodi ha assicurato la comunità internazionale di aver
parlato con franchezza, ma anche con spirito di cooperazione. C'è da
sperarlo.

Di sicuro durante la successiva conferenza stampa el Bashir ha espresso le
sue richieste senza giri di parole: vuole la sospensione delle sanzioni
internazionali, l'annullamento del debito estero e fondi per la
ricostruzione del Sud Sudan, reclamando maggiore sollecitudine da parte dei
donors nel mantenere le promesse di assistenza finanziaria formulate due
anni fa a Oslo dalla Conferenza dei donatori, assistenza che peraltro era
subordinata al miglioramento della situazione in Darfur. In cambio el Bashir
propone un accordo di cessate-il-fuoco affinché si crei un clima positivo in
vista del vertice con i capi dei movimenti antigovernativi del Darfur, che
dovrebbe iniziare il 27 ottobre a Tripoli, Libia. Se questo significa che il
governo sudanese è in grado di far deporre le armi ai janjaweed, le milizie
arabe che infieriscono dal 2003 sulla popolazione inerme, allora si tratta
di una implicita ammissione di ciò che tutto il mondo pensa: vale a dire che
sia proprio Khartoum ad armare la popolazione di origine araba della
regione.

Inoltre il presidente del Consiglio avrebbe potuto spiegare a el Bashir e ai
nove ministri sudanesi che lo hanno accompagnato nella sua visita in
Italiache per dare un segno concreto e credibile della propria buona
volontà
dovrebbe subito revocare a Ahmad Muhammad Harun l'incarico appena
conferitogli di presidente della Commissione governativa incaricata di
giudicare le violazioni degli accordi di pace del 2005 tra governo e Sud
Sudan. Harun, ex ministro degli Interni e attuale ministro degli Affari
umanitari del governo di Khartoum, è infatti uno dei due sudanesi nei
confronti dei quali è stato spiccato mandato di cattura dal Tribunale Penale
Internazionale. È accusato di aver incitato i janjaweed a colpire i civili
del Darfur in quanto sostenitori dei movimenti armati antigovernativi, ma
Khartoum rifiuta di consegnarlo alla giustizia internazionale.
[image: !] Anna Bono


30 settembre 2007

" L'ULTIMO DITTATORE EUROPEO: ALEXANDER LUKASHENKO IN BIELORUSSIA."

 

Dopo un viaggio, piuttosto turbolento, causa temporali, atterro all’aeroporto internazionale Loshitsa che si trova a circa 40 km. da Minsk, capitale della Bielorussia. Vi sono solo due voli settimanali al lunedì e venerdì, con la Compagnia Belavia che collega Roma a Minsk.

La presenza umana in Bielorussia è testimoniata fin dall’Età della Pietra e Minsk, città più antica del centro Europa, fu fondata nel 1067 e conta due milioni di anime.

Arrivata all’Hotel Belarus, consegnato il passaporto con visto obbligatorio, chiedo subito di poter avere un interprete bielorusso con conoscenza dell’inglese. Ho avuto la fortuna di trovare uno studente universitario molto istruito che mi ha aiutato non poco, dal nome Igor.

La moneta corrente è il rublo bielorusso, ma i dollari sono i preferiti e ricercati.

Questo piccolo Stato ha una superficie di 207.600 km. e conta circa 10.300.000 abitanti.

L’agricoltura è sviluppata, quasi tutti hanno un pezzo di terra da dove ricavano gli alimenti per se stessi. Però vi è una parte contaminata dalle cadute radioattive di Chernobyl. Non vi è mancanza di cibo, ma il salario non basta per vivere bene. La durata media della vita è di 70 anni. La religione è ortodossa orientale 80%, musulmana 20%, cattolica, protestante ed ebraica in percentuale bassa.

Le principali città sono Gomel e Brest, molto antiche e meritevoli da visitare.

Minsk è molto bella; la città è attraversata dal viale Skorina, meta preferita degli indigeni.

Interessante il Museo nazionale di storia ed arte, il Teatro delle marionette, il Teatro stabile bielorusso di opera e balletti, il Circo stabile, vicino al parco Janka Kupala.

Il fattore sociale offre l’istruzione media obbligatoria e gratuita (comprende 12 anni di studio, quindi anche le superiori). Vi è scuola di avviamento professionale tecnica per parrucchiere, tornitore, sarto, o altro. L’Università dura 5-6 anni e può essere gratuita o a pagamento e prevista la laurea breve. La sanità gratuita, a pagamento alcuni tipi di analisi che costano molto. Le cure dentistiche sono a pagamento o gratuite, ma sono prescelte le prime.

Il clima è moderato continentale, inverno freddo –20-25, estate calda.

Le dolenti note sono parecchie.

La stampa e la televisione non sono libere ed il governo non deve essere criticato, mai!

Droga, criminalità, mafia, mendicanti fanciulli, sono di casa. La povertà esiste, l’etilismo è ad alto tasso, 60% di bambini sono ricoverati in istituti perché orfani o abbandonati. Questo mi ricorda i miei viaggi in Romania ed in Moldavia. Stessa terribile e triste situazione vedere decine e decine di ragazzini che chiedono l’elemosina, sporchi e laceri.

Le adozioni a distanza sono parecchie.

Una parte del popolo dà la preferenza al governo comunista (non è chiaro se quello attuale o quello dell’Urss), invece la maggioranza contesta il governo comunista. Il governo vorrebbe ritornare alle federazioni Urss ma, Putin, non è tanto del parere. Bisogna sottolineare che la Bielorussia era conosciuta come una delle repubbliche comuniste più rigide dell’Unione Sovietica.

Il 27 luglio 1990 le repubblica fece una dichiarazione di sovranità all’interno dell’Urss. Il 29 agosto 1991 il Partito Comunista fece una dichiarazione di totale indipendenza nazionale.

Stanislau Shushkevich, insigne fisico, fu il primo Capo di Stato, ma fu sconfitto nel 1994, in occasione delle prime elezioni presidenziali dirette della Bielorussia, quando venne eletto Alexander Lukashenko, definito “ l’ultimo dittatore europeo”, che decise di stringere legami sempre più forti con la Russia.

Vinzuk Vjeciorka, leader del “ Fronte Popolare Bielorusso” (l’opposizione nazionalista che gode sostegno dagli Stati Uniti) ha dichiarato che la Bielorussia viene già considerata futuro membro dell’Ue e della Nato. Dopo la rimozione della dittatura di Lukashenko dovrà divenire un paese con lo stesso status geopolitico dei vicini Baltici, della Polonia e anche dell’Ucraina.

Anche se considerato un piccolo paese europeo, poco visitato dai turisti, per me è stato un piacevole contatto sia con la popolazione, molto gentile e disponibile, sia per la particolare ubicazione di antiche stradine, con piccoli negozietti che espongono in vetrina oggetti più disparati, ma molto graziosi.

Igor, il mio interprete a cui devo molto e lo ricordo sempre con affetto, mi ha fatto rivivere i tempi lontani di Minsk, quando venne rasa al suolo, nel 1944, ed un quarto della popolazione morì. Molte delle vittime vennero uccise nei campi di concentramento nazisti o deportati e uccisi dall’Urss.

Ma, nel dopoguerra, la capitale divenne un importante centro industriale per l’Urss. Molte persone si trasferirono a Minsk, compresi numerosi immigrati russi che permisero di alimentare la forza lavoro locale. Nel corso del XIX secolo l’economia della Bielorussia cominciò a trasformarsi da agricola ad industriale. Nel 1860, i servi della gleba, vennero liberati ma, la povertà nelle campagne, costrinse un milione e mezzo di persone ad emigrare verso la fine del secolo. I russi costringevano gli ebrei a vivere in zone prestabilite( specie in Bielorussia) ed in alcune città più della metà della popolazione era ebrea. La maggior parte delle aree urbane erano occupate da ebrei e russi, mentre i bielorussi rimanevano confinati nelle campagne ed avevano scarsissima influenza politica ed accesso quasi inesistente alle risorse del paese.

La mia passione per i paesi dell’est Europa mi porta spesso a viaggi interessanti e la mia cultura e le mie curiosità ne escono rafforzate.

All’aeroporto saluto Igor e lo ringrazio per avermi fatto conoscere un piccolo paese così diverso e lontano dalla mia Italia!

ERCOLINA MILANESI



30 settembre 2007

Mo: rissa in moschea Gaza, feriti

 
Dopo che imam di Hamas prende posto predicatore di Fatah
  Nove feriti di cui 2 gravi in una rissa esplosa fra sostenitori di Hamas e Fatah in una moschea a Khan Yunis a sud della striscia di Gaza. Lo scontro, avvenuto durante la preghiera della sera, sarebbe esploso dopo che un imam vicino ad Hamas avrebbe iniziato a tenere il suo sermone prendendo il posto del predicatore di Fatah. Nella rissa sono stati usati bastoni, sedie e coltelli ed anche armi da fuoco. Sono in corso indagini per l'identificazione dei responsabili dei ferimenti.


30 settembre 2007

Salvare la guerra in Iraq

 

Due posizioni dominano e dividono oggi l'America. Qualcuno sostiene che la guerra è persa, e pertanto occorre lasciare l'Iraq. Altri asseriscono che la guerra può essere vinta, e quindi le truppe non devono ritirarsi.

La soluzione da me proposta raggiunge un compromesso tra le due opzioni ed offre una terza via. L'occupazione è persa, ma la guerra può essere vinta. Mantenere le truppe americane in Iraq, ma ritirarle dalle aree abitate.

Nel febbraio 1991, subito dopo la fine della guerra del Kuwait, avevo già preconizzato il fallimento di una occupazione militare dell'Iraq guidata dalle forze statunitensi scrivendo che un'occupazione che fosse durata più di qualche mese "avrebbe probabilmente causato uno dei maggiori disastri nella politica estera americana". Giunsi a questa conclusione in base al fatto che la popolazione irachena arrivasse "decisamente a mal sopportare un forza occupante in prevalenza americana". Dunque, arguii che "la famosa vittoria conseguita dai Tomahawk, dai Tornado e dai Patriot sarebbe rapidamente divenuta un vago ricordo", dal momento che il fuoco dei cecchini cancella il prestigio della superiorità militare ad alta tecnologia.

Nell'aprile 1991, aggiunsi che "le truppe americane si sarebbero ben presto ritrovate detestate, con gli sciiti che ricominciano a perpetrare attentati suicidi, con i curdi che riprendono a ribellarsi e i governi siriano e iraniano che escogitano nuovi modi per sabotare il dominio americano. Rimanere in loco diventerebbe troppo faticoso, ritirarsi sarebbe troppo umiliante".

A sei mesi dall'occupazione, nell'ottobre 2003, preconizzai che "la missione in Iraq sarebbe stata un fallimento" poiché la motivazione irachena di allontanare le forze di coalizione era di gran lunga più forte della motivazione che induceva la coalizione a restare. "Per gli americani, gli inglesi e i partner non musulmani, la stabilizzazione irachena non ha un'importanza tale da indurli a tener duro".

Oggi continuo a ripetere che quella mancanza di volontà (a quanti americani e inglesi sta veramente a cuore il futuro corso dell'Iraq?) denota che le forze di coalizione non possono conseguire il grandioso obiettivo di risanare l'Iraq. Nel chiedere il ritiro delle truppe, i critici riflettono lo stato d'animo degli americani che lascia l'amministrazione Bush sempre più isolata, una tendenza che quasi certamente continuerà.

Ma il presidente George W. Bush ha ragione a insistere sul fatto che le truppe restino in Iraq.

In parte, la credibilità dell'America è a rischio. Il paese non può permettersi quanto osservato da Victor Davis Hanson, vale a dire quella che sarebbe la sua prima fuga dal campo di battaglia. I fautori dell'opzione del "darsela a gambe" si illudono a riguardo. Il senatore George Voinovich (repubblicano dell'Ohio) ritiene che "se tutti sanno che lasciamo [l'Iraq], ciò incuterà in essi il timore di Dio", al che Jeff Jacoby replica in modo sardonico sul Boston Globe: di certo, "nulla spaventa al-Qaeda come vedere gli americani battere in ritirata".

Le truppe dovrebbero rimanere in Iraq anche per un altro motivo: l'Iraq offre una impareggiabile base dalla quale influenzare gli sviluppi nel teatro più mutevole del mondo. I governi della coalizione possono utilizzarle per:

  • Contenere o rintuzzare i governi iraniano e siriano;
  • Assicurare il libero flusso di petrolio e gas;
  • Combattere Al-Qaeda ed altre organizzazioni terroristiche internazionali;
  • Fornire una presenza benevola in Iraq.

Ma al momento le forze di coalizione hanno a malapena il tempo di occuparsi di questi obiettivi strategici, così impelagate come sono con gli obiettivi tattici esse sono intente a evitare i vicoli, a gestire l'erogazione dell'elettricità, a tutelarsi dagli attentati suicidi, a difendere la Green Zone e ad assolvere molti altri compiti insignificanti.

Chiedo che le truppe internazionali siano affrancate da improvvisati ordigni esplosivi, da buche di appostamento urbane e da convogli armati e che vengano ridislocate nelle aree desertiche e ai confini, dove esse grazie ad equipaggiamenti ultramoderni possono avere un ruolo strategico.

Ciò significa che la coalizione abbandoni l'obiettivo apertamente ambizioso di un Iraq democratico, libero e prospero, e aspiri a un Iraq che sia sicuro, stabile e decoroso. In particolare, il fatto di aver indetto delle elezioni nel gennaio 2005, a soli 22 mesi dalla caduta del tiranno, è stato prematuro e irreale; gli iracheni avranno bisogno di anni, probabilmente di decenni, per apprendere i complessi costumi di una società aperta.

Rimuovere Saddam Hussein è stato un realistico e gradito atto di igiene internazionale, ma risanare l'Iraq di fronte a una popolazione irachena affrancata, fratturata e ideologica non dipende dalla volontà della coalizione. La coalizione ha dato agli iracheni un nuovo inizio; non può assumersi la responsabilità di essi, né può ricostruire il paese.

Focalizzarsi sul livello strategico implica altresì che la coalizione prenda le distanze dagli sviluppi interni dell'Iraq e tratti gli iracheni come adulti politici che forgino il loro destino e non come pupilli: non più abbracci ai leader del paese, basta trattare i parlamentari come subalterni né occorre più incoraggiare i partner locali ad emigrare in Danimarca o negli Stati Uniti.

Il che significa proseguire l'azione, cambiando però linea di condotta, e ridislocare le basi del deserto, senza lasciare l'Iraq.

daniel Pipes


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30 settembre 2007

Quella strana sudditanza di Amato all'Ucoii

 

Durante l’estate del 2006 l’Ucoii (Unione della comunità e organizzazione islamiche in Italia) aveva paragonato le stragi naziste agli attacchi israeliani in Libano. Il ministro Amato se ne era indignato, fino ad annunciare nuovi criteri di formazione della rappresentanza nella Consulta per l’Islam italiano. Poi era venuto a più miti consigli: cioè, aveva pensato a una “carta dei valori” da elaborarsi al Viminale e poi da sottoporre alla Consulta. A voler essere irriverenti, però, è come se il ministro si fosse poi incartato.

Il clima presto divenne di non luogo a procedere: solo ammonizione (cartellino giallo) e non espulsione (cartellino rosso) per l’Ucoii. Il cui presidente, ovviamente, non faceva che dichiarare un giorno sì e l’altro pure: “Se l’Ucoii esce dalla Consulta, la Consulta è morta”.

Fin dal suo atto di nascita (nel gennaio del 1990 ad Ancona), l’Ucoii aveva preteso una sorta di monopolio della rappresentanza dell’Islam in Italia. Da qui la sua ostilità all’idea di una Consulta che favorisse il formarsi di un Islam fondato sul rispetto di quei principi tipici dello Stato di diritto e dell’ordinamento internazionale che sorreggono il nostro sistema costituzionale.

Il rapporto tra la nostra democrazia e l’associazionismo islamico in Italia dovrebbe assumere per l’Ucoii le forme di un’intesa, senza alcun dovere di conformarsi ai trattati internazionali a cui l’Italia ha aderito nell’ambito delle Nazioni Unite, del Consiglio d’Europa e dell’Osce. Di qui la sua riluttanza ai divieti di discriminazione delle donne, nonché al rifiuto dell’antisemitismo. Per superarla, o quanto meno arginarla, il predecessore di Amato, Pisanu, aveva voluto che l’Ucoii fosse presente alla Consulta. Salvo dover registrare un anno dopo quanto poco giovasse alla Consulta la presenza dell’Ucoii.

In soccorso di Amato c’era fin dall’autunno del 2006 un disegno di legge presentato in Senato, primo firmatario Antonio Del Pennino, da parlamentari del centro- destra (Quagliariello e Guzzanti) e del centro-sinistra (Maccanico e Polito). Che cosa si prevede in questo testo? L’obbligo per le associazioni islamiche che vogliano partecipare alla Consulta di dotarsi di uno statuto interno adeguato e conforme alle norme costituzionali e agli atti internazionali ai quali l’Italia ha aderito. Il divieto di discriminazione contro le donne e la lotta contro l’antisemitismo non sarebbe stato più oggetto di negoziato, come pretende l’Ucoii, ma sarebbe divenuto vincolante. Tanto più che nessuna “carta dei valori” ha diritto a far sconti su questo terreno. Quel disegno di legge non avrebbe mancato di essere facilmente condiviso e facilmente approvato: perché il dialogo non fosse mai ricatto.

Dal Viminale si è preferita, invece, tutt’altra strada. Anche perché tutt’altra era ormai la preoccupazione dominante in Amato. Egli teme che in Occidente una odiosa suggestione ed una meschina prassi di imperialismo culturale precluda alle donne islamiche la libertà di velarsi e riuscire così a restare se stesse. Sulla materia il ministro ha ampiamente esternato negli ultimi tempi: quasi fosse un giovane aspirante sociologo, in attesa di confrontarsi con Tarik Ramadan, in luogo di un attempato e solido giurista, dal quale dipendono i prefetti.

Sulla libertà di non velarsi, sul buon diritto di non essere esposte a violenza e minaccia islamistica (frequentissime e documentate in rapporti e studi dell’amministrazione degli Interni), perfino sulla modica richiesta di riuscire a denunciare violenze e minacce di tal genere alle forze dell’ordine, l’atteggiamento di Amato è parso granitico: de minimis non curat praetor.

Insomma, pur di non recepire mai e comunque le idee di Daniela Santanchè, il ministro ha scelto di apparire sempre e comunque attentissimo alle idee del presidente dell’Ucoii Mohamed Nour Dachan. Non ultima quella di corsi per imam gestiti dall’Ucoii nelle moschee: con l’intento di trasformare la Consulta islamica in una “istituzione” che faccia della libertà di pratica religiosa di alcuni uno strumento per limitare e condizionare quella di altri (e ancor più di altre).

Al Viminale, stando ad una puntuale ricostruzione su “Il Foglio” del 26 settembre scorso, si sarebbero manifestate fra gli stessi collaboratori del ministro perplessità e dissensi. Sulla libertà religiosa e sul modo di intenderla nei rapporti fra uomo e donna, il deputato della Margherita Khaled Fouad Allam si è fatto promotore (con Daniela Santanchè e Souad Sabai) di una significativa proposta legislativa. Importante poi che, proprio in una causa che era stata avviata da Dachan, in una sentenza milanese di due settimane fa si leggesse che definire l’Ucoii “per lo meno ideologicamente fiancheggiatrice del terrorismo” sia legittimo e fondato su “circostanze storicamente documentate”.

Non saranno state le “maialate” del senatore Calderoli a fermare nel frattempo la via bolognese alla moschea. Anzi, il quesito posto due giorni fa dal sindaco di Genova al ministro dell’Interno dimostra eloquentemente come il problema di dove costruire moschee in Italia sia assai meno incalzante di quello del loro finanziamento  e controllo “politico”. L’Ucoii ne pretende l’esclusiva, la Consulta glielo ha finora contestato, il ministro Amato tende a parlar d’altro, il professor Cardini (quello di centrodestra stimato da Veltroni) si sente già il Tarik Ramadan all’italiana. Fra Stato, Regione, Comuni, società civile si è irrimediabilmente smarrito e non si capisce proprio chi debba essere responsabile di che cosa. La stagione della “carta dei valori” c’è stata, il dialogo pure, ma l’antimperialismo e l’antisemitismo di Dakan vanno conquistando sempre più spazi.
Luigi Compagna
L'occidentale


30 settembre 2007

CERCATE CASA E NON POTETE AVERLA? OCCUPATELA ABUSIVAMENTE

 

Coloro che continuano a lamentarsi, giustamente, di non trovare casa perché gli affitti troppo cari e le case popolari destinate ai “non italiani”, non sanno che il metodo per averla gratis è facilissimo. In Italia non è reato occupare case abusivamente, grazie al buon cuore del nostro governo così permissivo.

Un tempo le case popolari venivano assegnate alle persone che ne avevano veramente necessità, famiglie con un reddito molto basso che facevano regolare domanda per ottenerle.

Questo un tempo, ora non più!

Essendo, gli italiani, divenuti di serie B, si devono accontentare di un miracolo per poter ottenere ciò che spetta loro ed i miracoli sono divenuti rari, anche i santi si sono stancati delle suppliche e delle novene, hanno capito che sbattere la testa contro un muro fa male.

Inutile tergiversare, i prediletti del nostro “ buon governo” sono gli extracomunitari, in special modo i romeni, gli albanesi, i musulmani. Tutte personcine per bene, oneste, educate che mai compirebbero un crimine, uno stupro, un omicidio, rapine, furti in ville e negozi. L’Oscar dei furti è di esclusiva priorità dei rom ed è per questo che il “ buon governo” assegna loro case popolari anche se loro preferiscono bivaccare nei prati e in case di cartone, ove possono lordare a loro piacimento e come prassi comune.

De gustibus non est disputandum.

Però che forti i nostri sinistroidi con la recente sentenza della Cassazione:” Occupare per stato di necessità non è reato”.

Difatti gli extracomunitari non stanno ad attendere l’assegnazione di una casa, se la prendono senza tanti complimenti, sapendo che a loro nulla sarà fatto. Ma se lo dovesse fare un italiano come minimo qualche annetto di galera lo farebbe, anche se in galera si dice…non vi sia più posto. Palle, grosse come meloni, anzi angurie che sono più grosse, perché vi sono delle carceri iniziate e alcune terminate da anni, ma mai messe in funzione. Grazie a “Striscia la notizia” abbiamo visto ottime carceri abbandonate senza aver mai funzionato. Sono servite solo ad arricchire qualche imprenditore edile che, ovviamente, ha diviso a metà con chi?????? Censura!

Visto e considerato che gli italiani attendono invano da anni l’assegnazione di una casa, mi permetto un suggerimento. A Milano, la Chicago del duemila, sono state occupate, abusivamente, la bellezza di 5.000 ( cinquemila) case da quei poveri immigrati che tanto bene si comportano e che per vivere, senza lavoro alcuno, sono costretti a rubare e compiere atti criminosi. Sono 14mila gli iscritti per un’abitazione popolare ma, chissà per quale arcano disegno, dovranno attendere ancora per molto, forse per tutta la vita.

Ma non solo gli immigrati si scelgono una magione gratis, vi sono i leoncavallini che da anni, grazie all’Amministrazione milanese e non si capisce il perché…resistono, resistono a non mollare le case di cui si sono impossessati abusivamente, certi di essere i più forti e lo sono.

Se usano questo sistema i leoncavallini e gli immigrati perché non lo possono fare coloro che hanno famiglia e necessità assoluta di una casa?

Scegliete una bella casa che sapete disabitata, forse perché in viaggio il proprietario ma a voi non ne deve fregare di meno e occupatela, così chi ci abitava doveva starsene a casa e non lasciarla vuota perché è un invito ad entrare…Mettere fuori dalla porta una bella scritta, ma che si legga bene e con colori sgargianti, perché fanno più effetto e più visivi:” occupato-espropriato”, così nessuno vi può dir nulla. E’ divenuta casa vostra e guai a chi la tocca.

Ecco in Italia, ora, si usa così!

Questo è il nuovo metodo per accedere ad una casa senza pagare pigione. Vi pare strano? No, è divenuta la prassi comune con l’aiuto di chi dovrebbe far rispettare le leggi.

Un momento, ma le leggi esistono nel nostro paese e se esistono per quale motivo non sono rispettate? E che ci stanno a fare quei burocrati mangia ad ufo al governo? Che pensino solo al loro profit è lapalissiano ma un po’, solo un pochino di vergogna, non la provano con il loro comportamento così anomalo?

Chi pecora si fa, lupo la mangia.

Ed allora sveglia politici italiani, altrimenti sarete voi, presto, a lavare i vetri e chiedere l’elemosina!!!

ERCOLINA MILANESI


30 settembre 2007

All'Onu l'Italia parla d'altro

 <b>New York, l'appello di Prodi all'Onu<br>"E' ora di dire basta alla pena di morte"</b>

Romano Prodi

Non avere una politica estera non è mai una bella cosa, non averla per poter tenere in piedi la maggioranza di governo è peggio, non solo per il paese che ne è sprovvisto ma anche per il presidente del Consiglio che se ne fa portatore. Il discorso di Romano Prodi, martedì notte, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite è stato emblematico sia della debolezza esterna del nostro paese sia degli scricchiolii interni della maggioranza di centrosinistra. Anziché affrontare i temi all’ordine del giorno – in un’aula che poche ore prima aveva ascoltato George W. Bush parlare di democrazia e libertà e accusare la giunta militare birmana, poi Nicolas Sarkozy avvertire il mondo dei pericoli del nucleare iraniano e infine Mahmoud Ahmadinejad delirare contro le forze sioniste e imperialiste – il nostro premier ha svolto un compito formale sul tema delle Nazioni Unite, sulla pena di morte, sull’ambiente, sullo sviluppo dell’Africa, arricchendolo di un paio di frasi di circostanza sulla presenza in Libano e puntando sull’unica vera questione che interessa la nostra diplomazia: l’antica battaglia contro l’allargamento del Consiglio di sicurezza alla Germania. Prodi, per dire, non ha mai pronunciato la parola “Iran”, non ha mai detto “nucleare”, non ha fatto conoscere la posizione italiana sulle sanzioni, non ha mai citato l’Iraq, non ha mai affrontato il tema Afghanistan, non ha nemmeno sfiorato la crisi birmana. Insomma, nel burocratico discorso prodiano sulle virtù del multilateralismo, sono mancati i contenuti dell’azione multilaterale, era completamente assente un’idea di politica estera e non c’era l’interpretazione italiana delle crisi globali della nostra epoca. L’unica cosa degna di nota del suo discorso, cioè la nobile idea di far approvare una moratoria universale della pena di morte, è apparsa velleitaria e ancora molto lontana dall’ipotesi di successo. Soprattutto è sembrata una battaglia estemporanea, una posizione facile e senza alcun rischio politico sul piano interno, certamente non un tassello di una più ampia dottrina politica a favore dei diritti, della libertà e della democrazia nel mondo.
Soltanto un anno fa, Prodi e il ministro degli Esteri Massimo D’Alema erano andati all’Onu con l’idea di poter contribuire a far uscire il mondo dalle secche in cui l’aveva costretto la politica unilaterale americana. Il premier aveva incontrato Ahmadinejad, il ministro era convinto di poter dire la sua nella trattativa sul nucleare con gli ayatollah. Entrambi avevano puntato sulla crisi americana e sulla leadership francese. Un anno dopo, la Francia sta con Washington, più di quanto ci stava l’Italia ai tempi di Silvio Berlusconi. E, per sopravvivere, Prodi è costretto a parlare d’altro.
Il Foglio


30 settembre 2007

Israele, barriera difensiva in costruzione

 

Israele ha annunciato che non intende fermare i lavori per la costruzione della barriera difensiva. Obiettivo della dichiarazione è incentivare l'Arabia Saudita a partecipare alla conferenza di pace sul Medio Oriente in programma a Washington il prossimo novembre.

A riferirlo sono state le fonti diplomatiche israeliane, in risposta alle dichiarazioni di ieri del ministro degli Esteri saudita, Saud al Faisal, come si legge sul sito web del quotidiano israeliano 'Jerusalem Post'.

Il capo della diplomazia saudita sostiene che Israele deve interrompere la costruzione della barriera difensiva lungo il confine della Cisgiordania, come gesto di “buona volontà” verso i Paesi arabi. In ogni caso Faisal non ha posto condizioni allo Stato ebraico.


30 settembre 2007

Terrorismo: detonatori siriani per colpire le basi Usa in Europa

 

Image

Sarebbero siriani i detonatori degli ordigni che i presunti terroristi, arrestati lo scorso mese dalle autorità tedesche, avrebbero utilizzato se il piano per colpire le installazioni Usa in Germania fosse andato in porto. Il progetto dinamitardo, rivendicato di una cellule di al-Qaeda, sarebbe stato scoperto attraverso il fermo di tre uomini provenienti dal Pakistan, sospettati di progettare un grosso attentato contro l'aeroporto di Francoforte e contro le  strutture militari Usa.

A dirlo è il ministro dell’Interno tedesco  Wolfgang Schaeuble che, in un articolo pubblicato dal quotidiano britannico The Scotsman, precisa che i terroristi, preparati nei campi di addestramento pakistani, sarebbero dovuti entrare in azione entro la metà di settembre. Schaeuble ha dichiarato che gli arrestati potrebbero aver avuto contatti in  Germania ma le autorità non hanno prove sufficienti per accusare altre persone.

Secondo il ministro tedesco, i detonatori rinvenuti in Germania sarebbero di fabbricazione siriana, arrivati in Europa attraverso la Turchia. Schaeuble, in visita a Washington per un vertice con il segretario statunitense per la sicurezza Interna, Michael Chertoff, è certo che i terroristi operino l’interno di rete che dal Pakistan si estende fino all’Europa attraverso i collegamenti mediorientali. Le autorità tedesche reputano comunque che le cellule tedesche del gruppo terroristico internazionale possano ancora essere in grado di colpire le istallazioni militari americane in Germania.
 
La provenienza dei detonatori rinvenuti dalla polizia tedesca rafforza la teoria secondo la quale la Siria sarebbe coinvolta nel circolo del terrorismo; più volte accusata di fornire armi ai gruppi jahadisti, di sostenere la formazione libanese Fatah al Islam, di finanziare ed armare gli Hezbollah e gli estremisti iracheni. I servizi segreti sono stati inoltre accusati di essere coinvolti nella morte dei personaggi politici libanesi anti-siriani, accuse che le autorità di Damasco hanno sempre respinto.

Eugenio Roscini Vitali
legno storto


30 settembre 2007

Karnit e Ahlmadinejad

 

karnit.jpgQualche giorno fa a New York,in occasione della sua visita alle Nazioni Unite, il presidente iraniano Ahlmadinejad, durante la conferenza stampa, ha ripetuto che il programma nucleare iraniano non ha scopi militari  ma esclusivamente pacifici.  In sala, tra i giornalisti, era presente anche Karnit Goldwasser che, pallidissima, gli si è rivolta con le seguenti parole : “ Il mio nome è Karnit e sono la moglie di Ehud Goldwasser, rapito più di un anno fa, sul confine del Libano, dagli Hezbollah che agiscono grazie al vostro appoggio. Ora le domando: come può lei impedire alla Croce Rossa Internazionale di visitarlo?”

 

Ahlmadinejad non ha replicato alle parole accorate della giovane donna, è rimasto in silenzio, e chi era presente in sala, invece di udire una risposta ha potuto osservare un ghigno e un gesto infastidito della mano.

A.R.


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30 settembre 2007

Alla Columbia University ha vinto Ahmadinejad

 

Debbo dire con franchezza che non condivido affatto l’opinione di chi ha apprezzato il discorso con cui il presidente della Columbia Lee Bollinger ha introdotto l’intervento del presidente iraniano Ahmadinejad nella sua università. Bollinger ha affermato: «non credo che lei avrà il coraggio di rispondere alle domande che ho appena formulato» (e che riguardavano le repressioni contro i dissidenti, le donne e gli omosessuali, l’ambizione di dotarsi dell’atomica, il sostegno al terrorismo internazionale e la negazione della Shoah); e l’ha accusato di esibire «tutti i tratti di un dittatore meschino e crudele». Invece Ahmadinejad ha avuto il coraggio di rispondere e ha torto chi ha scritto che alla fine il vero sconfitto è stato proprio lui. Diciamoci la verità: non è stato sconfitto affatto, proprio perché le assurdità che egli ha propinato in risposta alle domande di Bollinger non gli sono costate una rovinosa riprovazione, salve di fischi e lo sdegno degli astanti, bensì una reazione alternata e differenziata: ha avuto la reazione più negativa quando ha detto ridicolmente che non esiste un problema omosessuale in Iran perché non vi sono omosessuali, applausi quando ha parlato dei diritti dei palestinesi e brusii poco chiari quando ha detto cose che avrebbero meritato lo sdegno più totale, ovvero che non c’è ragione di por fine alla ricerca storica sullo sterminio degli ebrei e quando si rifiutato di rispondere alla domanda se si augurasse la distruzione o sparizione di Israele e ha detto, incredibilmente, di non accettare che gli si chiedesse una risposta in merito dovendo essere “un libero referendum a decidere lo status di Israele”, come se lo stato d’Israele non fosse membro dell’ONU, riconosciuto dalla comunità internazionale.
Quindi Ahmadinejad ha vinto perché le sue ignobili infamie non hanno sollevato lo sdegno che meritavano e anzi hanno riscosso persino qualche applauso.
Il professor Bollinger è soltanto un piccolo ipocrita, che si è creato un alibi di fronte allo scandalo destato dal suo invito ridicolmente motivato da una nobile politica ispirata alla libertà d’espressione. Al contrario, come ha osservato Alan Dershowitz la Columbia non inviterebbe affatto, e non invita, persone di idee differenti – persino uno come Dershowitz. Mai vi sarebbe invitato Olmert, per non dire Netanyahu, e se uno di loro vi mettesse piede sarebbe trattato molto peggio di Ahmadinejad. Inoltre, è un comportamento questo sì sciocco e incivile invitare qualcuno per poi dirgli che è talmente spregevole da non essere degno di essere invitato. Tanto valeva non invitarlo, perché non sta scritto da nessuna parte dei codici della libertà di pensiero che si debba dialogare con chiunque, anche con i più efferati criminali. Ma questo il presidente di Columbia non poteva farlo, tanto più che Columbia non invita affatto chiunque.
Il presidente di Columbia è probabilmente soltanto un piccolo vigliacco, che ha tentato di mascherare la vergogna di un invito scandaloso con un pomposo discorsetto. Oppure, e assai più probabilmente, ha fatto soltanto un lavoro di copertura politica delle forze egemoni nella Columbia, con le quali è difficile che sia in totale disaccordo (altrimenti non ne sarebbe presidente…) e che hanno promosso questo scandalo.
È bene ricordare di chi si tratta. Si tratta del gruppo che è stato insediato nell’università dalla decennale opera di “riforma” della medesima compiuta da Edward Said e, in particolare, dal direttore del Middle East Institute (MEI) di Columbia, il palestinese Rashid Khalidi, allievo e amico di Said. Per la precisione, costui ha negato di essere il promotore dell’invito attribuendo l’idea alla SIPA (School of International and Public Affairs) e al suo direttore Richard Bulliet, affrettandosi subito a dire che comunque lui trovava ottima l’iniziativa. Figurarsi… Khalidi ha anche criticato Bollinger e il suo attacco “gratuito” ad Ahmadinejad. Resta il fatto che un simile invito era inevitabilmente avvallato da Bollinger e quindi costui ha fatto una doppia figuraccia.
Quindi, prima di parlare di successo della visione occidentale della libertà della cultura, occorre pensarci due volte. Perché si tratta, in effetti, del contrario esatto. E cioè del trionfo di quella pseudo-cultura improntata all’odio di sé e a una tendenza all’autodistruzione e distruzione. Occorrerebbe proporre una lettura commentata di massa dell’ultimo saggio scritto da Edward Said in cui questo pseudo-intellettuale – in realtà un fanatico propagandista mascherato da accademico – ha spiegato il progetto di demolizione della tradizione della cultura umanistica occidentale da lui perseguito sistematicamente per decenni e che ha trovato in Columbia un laboratorio di elezione e una realizzazione compiuta.
Columbia è un’università in cui non esiste alcuna libertà di espressione, se non quella di attaccare Israele e l’Occidente, di praticare un insegnamento volto alla critica di tutti i valori della civiltà e della cultura occidentale e apertamente comprensivo nei confronti di persone alla Ahmadinejad: forse questi è un caso estremo che desta qualche malessere – non certo nella SIPA o nel MEI! – ma che comunque non è considerato inaudibile o da rigettare in toto.
Non soltanto. Columbia è un riferimento per il network internazionale di coloro che condividono posizioni come quelle accennate. È fresca la notizia di un invito che sarebbe stato fatto al “matematico impertinente” italiano Piergiorgio Odifreddi, le cui posizioni politiche violentemente antiamericane, antisioniste e anticristiane sono ben note. Né va dimenticato – tanto per avere una panoramica chiara delle dinamiche di casa nostra – che il suddetto è uno dei candidati di punta delle liste per Veltroni, capolista in Piemonte, il che evidentemente dice qualcosa sulle idee in politica estera del futuro segretario del Partito Democratico.
Non cantiamo quindi vittoria. Quel che è accaduto pochi giorni fa è estremamente grave e dimostra lo stato penoso in cui si trova la cultura dell’occidente, non soltanto in Europa.

Giorgio Israel
 Informazione corretta


29 settembre 2007

TURCHIA, IN TELEVISIONE LA PRIMA SIT-COM ISLAMICA…

 

Il format è americano ed è già stato trasmesso niente meno che dalla Cbs, ma in Turchia assume tutto un altro sapore, soprattutto in questo periodo, per questo il direttore del canale televisivo Kanal 7, emittente vicina al Partito islamico della Felicità, ha pensato bene di acquistarla e trasmetterla in prima serata. Si tratta della prima sit com islamica, in cui tutte le protagoniste recitano velate.
"La piccola moschea" ha avuto negli USA oltre due milioni di spettatori. Prevenendo le critiche, i dirigenti di Kanal 7 hanno detto che in ogni nazione i prodotti della televisione rispecchiano i prodotti locali e che non si capisce perché dovrebbe essere diverso.


29 settembre 2007

BIRMANIA: L'INVIATO ONU IN UN PAESE SOTTO ASSEDIO

  

Andate a questo indirizzo
http://www.avaaz.org/en/stand_with_burma/tf.php?CLICK_TF_TRACK 

 e firmate e poi diffondete questa petizione. Grazie


 

 

RANGOON  - L'Onu gioca la carta diplomatica nella crisi della Birmania. In un Paese in stato d'assedio, dove migliaia di militari sono riusciti in tre giorni di sanguinosa repressione a riportare un ordine armato nelle strade e dove si sono visti solo pochissimi manifestanti, subito dispersi o arrestati, è arrivato l'inviato speciale del Consiglio di sicurezza dell'Onu Ibrahim Gambari. Mentre i collegamenti internet continuano ad essere interrotti, tranne un breve ripristino di poche ore, una pacifica manifestazione di circa 500 monaci, con i militari rimasti a guardare, si è comunque svolta a Pakokku. Ma 500 chilometri più a sud, mentre Gambari transitava brevemente a Rangoon prima di decollare nuovamente per Naypyidaw, l'ex capitale contava quasi più militari che civili nelle strade del centro.

Le grandi pagode di Shwedagon e Sule erano completamente isolate, le camionette pattugliavano le strade, ancora piene di barricate e barriere di filo spinato. La repressione, che ha lasciato in terra - secondo cifre ufficiali, contestate dal governo inglese come reticenti - 13 morti, fra cui un fotografo giapponese, sembra funzionare. In giro non si vedono monaci e qualcuno di loro, dicono testimoni, si mischia alla gente senza la tonaca rossa. La popolazione appare intimorita, pochi escono di casa. La stampa ufficiale birmana titola trionfante che "pace e stabilità sono state ripristinate" e che le forze di sicurezza sono riuscite ad avere la meglio sulla protesta "con il guanto di velluto, con un uso della forza minimo".

Nonostante questo clima un centinaio o poco più di manifestanti si è radunato nei pressi del ponte Pansoedan e poi del mercato Bagyoke Aung San (Scott Market). Canti, slogan, qualche insulto ai militari, poi le cariche li hanno rapidamente dispersi a colpi di manganello, di spari in aria e con l'arresto di diversi di loro, caricati a forza sui camion, secondo i testimoni. "Hanno colpito la gente con una violenza tale che non si capisce come potesse resistere", ha raccontato un testimone all'Afp. "I membri delle forze di sicurezza superano in numero i manifestanti nel centro della città. I manifestanti non si azzardano più a venire visto che rischiano come minimo di essere violentemente pestati o arrestati", dice un altro testimone.

Ad aumentare la tensione la giunta ha prima bloccato la distribuzione di aiuti alimentari dal parte del Pam (Programma alimentare mondiale dell'Onu) a mezzo milione di persone. Poi, per le proteste dell'organizzazione, l'ha in parte ripristinata. Sui colloqui dell'inviato dell'Onu, Gambari, finora non è trapelato nulla. Da Singapore, prima di decollare alla volta di Rangoon, il diplomatico nigeriano ha annunciato che avrebbe "consegnato un messaggio del segretario generale delle Nazioni Unite alla leadership (birmana)". A Rangoon Gambari non ha rilasciato dichiarazioni e non è chiaro se intendesse cercare di incontrare la dissidente storica, Premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi.

"M'aspetto di incontrare tutti coloro che devo incontrare", ha detto laconicamente l'inviato Onu. La Casa Bianca ha espresso perplessità sulla brevità della sua sosta a Rangoon prima di volare a Naypyidaw, "lontano dai centri più popolosi e dal popolo". "Esortiamo la giunta - ha detto il portavoce Gordon Johndroe - a permettergli l'accesso a tutti coloro che desidera incontrare, inclusi leader religiosi e Aung San Suu Kyi". Gambari - ha commentato il ministro degli esteri di Singapore, George Yeo, che ha ricevuto il diplomatico nigeriano - "é la migliore speranza che abbiamo. In lui confidano entrambe le parti. Se fallisce, la situazione può diventare bruttissima".


29 settembre 2007

M.O., Hamas e Fatah verso la riconciliazione?

 

Percepita dagli osservatori come un monolite politico, militare e, dopo la presa di Gaza, anche geografico, forse Hamas non è così compatta come appare. Sembra ormai evidente che la cacciata di Fatah dalla Striscia abbia finito per nuocere al Movimento per la resistenza islamica. Il “golpe” di giugno – così lo chiama il presidente palestinese Mahmoud Abbas – è risultato in un ulteriore avvicinamento della dirigenza di Hamas all’asse Hezbollah-Damasco-Teheran, a spese dei rapporti con i vicini sunniti, Egitto in testa. Gaza è più isolata, i rifornimenti arrivano col contagocce, tutta la Striscia è stata definita da Israele una “entità nemica” e incombe la minaccia dell’interruzione dei rifornimenti di energia elettrica e di combustibile. Secondo alcuni osservatori, nel conquistare Gaza, Hamas avrebbe fatto un passo più lungo della gamba, ovvero sarebbe caduta in un vero e proprio tranello per trovarsi oggi rinchiusa in un cul de sac. C’è anche un altro motivo per cui la totale rottura con la dirigenza laica non conviene al movimento islamico: è errato credere che Fatah governi la Cisgiordania mentre Hamas controlla Gaza. La situazione è a macchia di leopardo e Hamas registra tuttora forti consensi in zone quali Nablus e Jenin, mentre le recenti proteste del venerdì – il giorno della preghiera islamica – fuori dalle moschee a Gaza hanno dimostrato che Fatah non è sparita dalla Striscia. Abbas, che per alcuni è solo il “sindaco di Ramallah”, ha reagito estromettendo Hamas dal governo (e dalle forze di sicurezza) e congelando i fondi, col risultato che gli islamici rischiano di perdere terreno nella West Bank. Prospettiva temuta da Hamas che, pur non riconoscendo legittimità al nuovo governo laico di Salam Fayyad, non ha mai messo in discussione il ruolo di Abbas quale “presidente di tutti i palestinesi”. Dopo il piano in cinque punti proposto agli inizi di settembre dal deposto premier di Hamas, Ismail Haniyeh, per riallacciare i rapporti con Fatah, secondo il giornale stampato a Londra Al-Sharq al-Awsat il movimento islamico avrebbe pronto un nuovo schema per la riconciliazione con Fatah e il ripristino di istituzioni comuni sotto l’ombrello dell’Olp. Hamas sarebbe dunque pronta a fare un passo indietro, cedendo temporaneamente il controllo dei valichi di Gaza all’Egitto in vista della formazione di un nuovo governo unitario con Fatah. Governo che dovrebbe tra le prime cose occuparsi dello scambio dei prigionieri catturati dall’una all’altra parte durante gli scontri degli ultimi mesi. La riappacificazione avverrebbe dopo l’incontro delle due leadership in un paese arabo terzo.


D’altro canto, sottolinea un editoriale pubblicato del quotidiano israeliano Haaretz, solo mercoledì scorso dalla Striscia di Gaza sono stati lanciati 54 colpi di mortaio verso il valico di Sufa, mentre il giorno dopo i miliziani islamici hanno fatto fuoco sui varchi di Eretz e Kerem Shalom. Il che risulterebbe in una situazione paradossale per cui secondo Israele e Fatah le pressioni esercitate su Gaza provocheranno presto il rovesciamento del governo islamico da parte della popolazione esacerbata, mentre Hamas si impegnerebbe a far chiudere i passaggi con l’esterno guadagnando la solidarietà dei residenti. Ma, intervistato dallo stesso giornale, un portavoce del Movimento per la resistenza islamica ha negato l’esistenza di tale disegno, e, senza fornire ulteriori spiegazioni, ha attribuito le ultime scelte tattiche “all’ala militare che decide i suoi obiettivi al fine di mettere fine all’assedio della Striscia”. Una risposta che lascia immaginare dei dissensi all’interno della fazione islamica. Ipotesi rafforzata anche dal recente tentativo di Haniyeh di porre un freno al quotidiano lancio di missili sul Negev. Dopo che un razzo artigianale ha colpito all’inizio del mese un accampamento militare israeliano e provocato il ferimento di 67 soldati, l’ex premier ha convocato i leader della Jihad islamica per chiedere uno stop al lancio di Qassam. Se Hamas spara con i mortai è infatti la Jihad a lanciare i razzi su Sderot e dintorni. Il tentativo di Hanyeh è però fallito, a ulteriore conferma che il controllo di Hamas sulla Striscia è simile a quello di Fatah in Cisgiordania. Frammentario.

(Daniel Mosseri)


29 settembre 2007

I maestri antisionisti dei due mondi

 La lobby filo-Hamas macina consensi negli Usa. E in Italia spunta il “Manifesto per Gaza”

I maestri antisionisti dei due mondi
Anche Vattimo, la Hack e Cardini tra i firmatari contro Israele “genocida”




Adesso è esplosa la “Hamas mania“. Di qua e di là dell’Atlantico, novelli “misguided“ Garibaldi proliferano nel sogno (o nell’incubo) del loro eterno terzomondismo. In realtà si tratta dei soliti cattivi maestri dei due mondi. E grazie a loro fioccano gli appelli a dialogare con i terroristi islamici della Fratellanza Musulmana in Gaza. Nelle università americane è una corsa al fund raising per l’organizzazione terroristica e ai distinguo e agli appelli politici a trattare con essa da parte di docenti “zecche“ e persino dell’ex presidente Jimmy Carter. Che Hamas ha pubblicamente ringraziato per l’interessamento e per il pamphlet anti-israeliano recentemente pubblicato tra tante polemiche. Anche con il Simon Wiesenthal Center. In Italia, invece, è dell’altro giorno la notizia dell’appello firmato da Franco Cardini, Gianni Vattimo e Magherita Hack, dal titolo che è tutto un programma: “Gaza vivrà“. In esso si dice che Israele è uno stato “genocida” e altre amenità del genere. Senza vergogna. E, per ora, apparentemente senza reazioni. Per adesso la notizia è uscita solo sul sito internet L’Occidentale “www.loccidentale.it“, quello che fa riferimento al senatore di Forza Italia Gaetano Quagliariello e alla Fondazione Magna Charta. Da oggi forse se ne accorgeranno anche gli altri.

Hamas comunque negli Stati Uniti possiede una vera e propria lobby specializzata in pubbliche relazioni e tanti professori, giornalisti e accademici, europei e americani le tengono bordone. In America i pazzi che vogliono trattare con Hamas, anzi riconoscerla, sono tutti editorialisti del New York Times e del Washington Post. Tra essi citiamo per dovere di cronaca Ahmed Yousef, ex consigliere di Haniyeh, e Mousa abu Mazrouk che recentemente si è prodotto in acrobazie lessicali sul Los Angeles Times. Poi i professori come Augustus Richard Norton dell’università di Boston e Sara Roy, ricercatrice di Harvard sul Medio Oriente completano il desolante panorama. Gli americani almeno possono consolarsi dicendo che la maggior parte dei possibilisti, dei giustificazionisti, degli apologeti e degli sponsor di Hamas sui media e nelle università sono gente di origine araba o islamica o loro parenti e amanti. Quindi c’è sempre di mezzo qualche conflitto di interesse. E poi esiste anche una vera e propria organizzazione lobbistica, come tutte le altre, che si chiama Cair, Council on American Islamic Relations, che si occupa di coordinare tali iniziative.

In Italia invece, niente di tutto questo. L’odio anti-israeliano e la simpatia istintiva verso i gruppi terroristici come Hamas o Hezbollah hanno più a che fare con i residui ideologici mai analizzati a fondo nelle teste degli intellettuali di regime (dal ribellismo sessantottino ai miti infranti come la “rivoluzione permanente”) che con la loro comunque innata simpatia verso la parte peggiore del mondo arabo islamico. In pratica i nostri Vattimo, Cardini, Hack e compagnia cantante non appartengono ad alcuna lobby islamica. Ci sono cascati dentro, nel paiolo dell’ideologia, da piccoli. Come Obelix dentro la pozione magica del druido Panoramix.
Sentite ad esempio come suona il sottotitolo di questo “manifesto per Gaza“ idealmente diretto a Romano Prodi: “Appello per la fine di un embargo genocida“. Non basta, il testo che si può agevolmente leggere su www.gazavive.com ha il proprio piatto forte nell’ennesima equiparazione di Israele alla Germania del Terzo Reich. Con gli insediamenti coloniali definiti “città razzialmente segreganti i cui abitanti, armati fino ai denti, agiscono come milizie ausiliarie di Tsahal“, e con “un milione e mezzo di esseri umani che restano dunque sotto assedio, accerchiati dal filo spinato, senza possibilità né di uscire né di entrare; come nei campi di concentramento nazisti essi sopravvivono in condizioni miserabili, senza cibo né acqua, senza elettricità né servizi sanitari essenziali“.

Insomma i cattivi maestri dei due mondi di qua e di là dall’Atlantico si sono uniti nella loro nuova irresistibile battaglia rivoluzionaria: rompere l’isolamento politico degli assassini di Hamas, i fratricidi degli stessi palestinesi, e rivendicare per loro una sorta di par condicio con Abu Mazen. Il colpo di stato a Gaza? Quello ovviamente non c’è mai stato. La verità come dice Lenin “è quella che serve alla rivoluzione“. E soprattutto: tutti contro lo Stato di Israele. Come d’abitudine.

Dimitri Buffa


29 settembre 2007

L'ultima sfida di Ahmadinejad "Le sanzioni non funzioneranno"

 E alla parata militare di Teheran sfila il "super-missile"

Nuove minacce: "Colpiremo i Paesi che aiutassero un attacco Usa"

<b>L'ultima sfida di Ahmadinejad<br>"Le sanzioni non funzioneranno"</b>

Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad all'annuale parata militare

TEHERAN - "Nuove sanzioni contro Teheran non avranno alcun effetto". Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad torna a sfidare la comunità internazionale: "Chi pensa che metodi decadenti come la guerra psicologica e le sanzioni economiche potranno funzionare e impedire il progresso tecnologico dell'Iran sta facendo un errore, ma se vuole ripetere il test già fallito è il benvenuto", ha ironizzato intervenendo all'annuale parata militare a Teheran.

"Oggi le forza armate iraniane sono equipaggiate con i sistemi più moderni e difenderanno con decisione gli obiettivi del Paese", ha detto ancora il presidente, mentre veniva esibito durante la parata un nuovo missile a lunga gittata chiamato Ghadr, che in farsi significa "potenza". Il super-missile ha una portata massima di ben 1.800 chilometri. Sembra trattarsi dell'evoluzione tecnica del già esistente 'Shahab-3', in grado di colpire obiettivi situati fino a 1.300 chilometri di distanza dal punto di lancio.

Il presidente, che domani partirà per New York in occasione dell'Assemblea generale dell'Onu, è intervenuto dopo che ieri sono ripresi a Washington gli incontri per decidere l'inasprimento delle sanzioni contro l'Iran, con la tensione internazionale alle stelle per l'ipotesi di un intervento militare occidentale contro Teheran. A questo proposito il comandante dei Pasdaran Mohhamad Ali Jafai ha detto che l'Iran colpirà con i propri missili qualsiasi paese della regione che dovesse offrire il proprio spazio aereo o le sue basi per un attacco americano contro i siti nucleari della Repubblica islamica.


I colloqui, definiti ieri dai partecipanti "seri e costruttivi" si sono svolti fra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'Onu - Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna - più la Germania. L'obiettivo è quello di concordare una nuova risoluzione per costringere l'Iran, anche attarverso nuove sanzioni, a sospendere le operazioni di arricchimento dell'uranio.


29 settembre 2007

Gerusalemme: ''Gaza è territorio ostile''

 Mercoledì il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha convocato il gabinetto di sicurezza per continuare la discussione sulle possibili misure da adottare per agire contro i continui lanci ddi missili Qassam e granate di mortaio palestinesi dalla striscia di Gaza sulla città israeliana di Sderot e sui villaggi vicini e il persistere delle attività terroristiche provenienti dalla striscia di Gaza (tentativi di attentati ecc.). Il gabinetto di sicurezza ha deciso all’unanimità quanto segue:
Hamas è un’organizzazione terroristica che ha preso il controllo della striscia di Gaza trasformandola in un territorio ostile. Questa organizzazione è attivamente impegnata in attività ostili contro lo stato di Israele e i suoi cittadini e porta la responsabilità di queste sue attività. Alla luce di tutto questo, si stabilisce di adottare le raccomandazioni presentate dall’establishment della Difesa, fra cui la continuazione delle operazioni militari e di anti-terrorismo contro le organizzazioni terroristiche. Ulteriori sanzioni potranno essere adottate contro il regime di Hamas allo scopo di limitare il passaggio di vari beni verso la striscia di Gaza e ridurre le forniture di carburante ed elettricità. Potranno essere adottare restrizioni anche al movimento di persone da e per la striscia di Gaza. Tali sanzioni potranno essere applicate dopo un’analisi legale, tenendo conto sia degli aspetti umanitari relativi alla striscia di Gaza, sia la volontà di evitare una crisi umanitaria.

(Da: Ufficio stampa del primo ministro israeliano,)

Nella foto in alto: Il ristorante del kibbutz Nir Am colpito da un Qassam lanciato dalla striscia di Gaza lo scorso maggio


29 settembre 2007

Usa: 233 km barriera con il Messico

 
Raggiunto l'obiettivo di raddoppiare la lunghezza del muro
 Ha raggiunto i 233 km di lunghezza la barriera anti-immigrazione clandestina che gli Usa stanno erigendo lungo il confine con il Messico. Lo ha annunciato il ministro della Sicurezza interna Usa Chertoff, che era finito un mese fa al centro di attacchi da parte dei repubblicani in Congresso per i ritardi nella realizzazione della barriera. Il controverso muro sta ora cominciando ad attraversare aree di deserto, dopo che per anni era stato confinato solo alle zone urbane.


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