|
21 luglio 2007
Gli ebrei che odiano se stessi
Dedicato a Paola rutto di cane
L’ebreo che odia sé stesso è una figura classica della complessa psiche ebraica; nei due millenni di diaspora che gli ebrei hanno trascorsi in condizioni di estrema debolezza, immersi in un ambiente ostile, in perenne lotta per la sopravvivenza fisica, questo personaggio-chiave di una patologia dell’ insicurezza ha avuto modo di evolversi per adattarsi al mondo circostante.
E’ singolare, tuttavia, che questa figura così fortemente simbolica sia riuscita a sopravvivere fino ad oggi, in considerazione del fatto che gli ultimi due secoli sono stati, per gli ebrei occidentali, un’epoca di graduale parificazione, nei quali l’ emarginazione sociale è diminuita drasticamente ed il benessere economico e culturale sono divenuti uno standard di vita condiviso.
La spiegazione del prolungarsi di questo fenomeno anche nel nostro attuale contesto sociale è forse più semplice e visibile di quanto non si pensi, ed è speculare all’analisi che si occupa dell’antisemitismo.
*********** La nascita dello stato d’Israele, le sue drammatiche vicende tra il 1948 ed oggi,la diffusione dell’islam radicale e della sua ideologia/teologia della violenza ed in parte la scomparsa dell’ impero sovietico hanno modificato profondamente la natura ed il modus operandi dell’antisemitismo tradizionale. La Shoah inoltre determina uno spartiacque che di fatto svuota l’antisemitismo ottocentesco basato sul concetto di razza ed i cambiamenti intervenuti nella seconda metà del Novecento nella Chiesa cattolica hanno cancellato l’antico antigiudaismo basato sul concetto di decicidio.Pertanto, negli ultimi 50 anni l’odio nei confronti degli ebrei è stato gradualmente sostituito dall’odio verso Israele, che è diventato il simbolo sostitutivo dell’oggetto di questo odio , esattamente come il termine sionista ha sostituito quello di ebreo nel codice linguistico degli antisemiti.
Queste mutazioni hanno influenzato anche la figura dell’ebreo che odia sé stesso. Oggi è di moda l’ebreo che proclama il suo odio verso il sionismo e verso Israele. Sono pochi, ma fanno molto rumore perché vengono immediatamente collocati su un piedistallo mediatico che fornisce loro una visibilità globale (e non pochi guadagni). Cosa c’era di più allettante per gli antisemiti di un tempo dell’ebreo che parla male del popolo ebraico? E cosa ci potrebbe essere di più invitante oggi di un ebreo che odia Israele ed il sionismo? “Ecco, persino lui che è ebreo la pensa come noi!” è l’abituale introduzione o conclusione, implicita od esplicita, di ogni citazione che sfrutti questo fenomeno per i propri fini.
Emanuele Ottolenghi , noto saggista e politologo, già docente ad Oxford ed ora direttore esecutivo del Transatlantic Institute di Bruxelles, ha scritto un articolo sull’ argomento per la National Review Online (20.9.2006) in cui analizza questa tipologia di ebreo partendo da alcuni fatti recenti e da un libro, “The Jewish Divide over Israel: Accusers and Defenders” (Paul Bogdanor e Edward Alexander), che approfondisce il distorsivo rapporto che esiste fra alcuni intellettuali ebrei (e non) e le loro opinioni su Israele. *********** Come si spiega che un saggio di Chomsky balzi dal posto 15.000 nella lista dei bestsellers al posto numero uno dopo che il dittatore sudamericano Chavez, feroce antisemita pardon antisionista ed anti-israeliano, lo mostra e cita dalla tribuna delle Nazioni Unite?
E come si spiega che giornalisti professionalmente non eccelsi come Robert Fisk diventino delle star internazionali? E che le lamentazioni su un presunto boicottaggio della loro opera intellettuale da parte della lobby sionista fatte da John Mearsheimer e Stephen Walt induca il settimanale Independent di Londra a dedicare la copertina ad una bandiera americana in cui, in perfetto stile dello specialista nazista Goebbels, le stelle statunitensi sono sostituite dalla ebraica stella di Davide?
Eppure, commenta Ottolenghi, se questa lobby ebraico-sionista esistesse veramente e fosse potente come urlano certi personaggi, come si spiegherebbe che nessuno di costoro sia stato licenziato, o gli sia stato negato il visto d’ingresso negli Stati Uniti o in Israele, o sia stato incarcerato per aver scritto quanto hanno scritto?
E’ singolare, anche, che gli ebrei che si distinguono in questa opera di pubblica denigrazione si definiscano spesso i veri custodi ed interpreti della tradizione ebraica, ed accusino Israele di aver cancellato l’anima pura dell’ebraismo. Essi si presentano come i soli autentici successori dei profeti biblici che fecero grande la religione ebraica, che invece secondo loro Israele avrebbe tradita rinnegando il loro antico insegnamento. Peccato, commenta Ottolenghi, che questi denigratori sistematici di Israele parlino a nome di profeti di cui non hanno mai letto gli scritti, che sono talmente densi di incitamenti alla violenza contro il nemico da non poter essere fraintesi come paladini del pacifismo, e che siano spesso persone lontane dalla fede, laiche se non addirittura agnostiche.
*********** I soli ebrei che gli antisemiti sono disposti a tollerare sono quelli che hanno abbandonato la loro religione e rinnegano l’identificazione con le radici ebraiche. Nella scia delle conversioni forzate e dell’obbligo all’assimilazione agli ebrei è sempre stato negato dagli antisemiti il diritto a definire da soli la propria identità culturale religiosa e storica: se volevano sopravvivere, essi dovevano essere come il mondo esterno voleva che fossero.
Questo è quanto avviene oggi in relazione all’identità nazionale degli ebrei come popolo, unica eccezione in un mondo che si autoproclama multiculturale e multi-identitario, ma che per quanto riguarda gli ebrei si irrigidisce su schemi antichi. I numerosi esempi citati nel libro che Ottolenghi commenta ne forniscono una evidente dimostrazione.
Possiamo trarre una conclusione, per quanto provvisoria e frammentaria, da questa breve analisi?
Forse, con cautela e con le necessarie riserve culturali, possiamo affermare che la legittimità di ogni forma di critica che si rivolga contro le decisioni dei governi d’Israele non deve essere soffocata da questo genere di considerazioni.
L’odio antiebraico è altra cosa : la sua visceralità ed irrazionalità si nutrono di schemi “eterni” (l’ebreo avido, il complotto giudaico, l’ebreo senza patria e così via) mentre la critica si basa su considerazioni razionali legate a valutazioni contingenti. Chiunque critichi si colloca nei confini della legittimità delle proprie opinioni, ma a chiunque esprima odio non deve essere riconosciuto un diritto di cittadinanza nel consesso delle persone civili, raziocinanti, rispettose delle diversità.
Federico Steinhaus
| inviato da LiberaliPerIsraele il 21/7/2007 alle 7:0 | |
21 luglio 2007
”Amnistiare anche i detenuti ebrei”
Honenu, un’organizzazione israeliana di destra che assiste quelle che definisce “le vittime indirette del terrorismo arabo” cioè “persone che per aver reagito con violenza ad aggressioni terroristiche si trovano a fare i conti con la giustizia israeliana”, ha distribuito a decine di parlamentari della Knesset una lista di 38 ebrei detenuti in Israele, chiedendo che vengano amnistiati nel caso vengano scarcerati terroristi palestinesi secondo le richieste avanzate da Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e da Hamas. Nella lista distribuita da Honenu figurano, fra gli altri: i membri del gruppo Bat Ayin che progettò, ma non realizzò, un attentato esplosivo nel villaggio arabo di A-Tur, presso Gerusalemme, per vendicare l’uccisione di Daniel Shefi, 5 anni, di Adora (Cisgiordania); David Amoyal, che sparò e ferì due arabi subito dopo l’assassinio della neonata Shalhevet Pas, a Hebron; quattro agenti della guardia di frontiera accusati d’aver ucciso un arabo arrestato poco dopo che avevano perduto cinque loro compagni in un vicolo di Hebron; Ami Popper, condannato a sette ergastoli, poi commutati in 40 anni, per aver ucciso sette pendolari arabi nel 1995; Shai Dromi, che uccise un beduino che aveva fatto irruzione nella sua fattoria. Nella lettera ai parlamentari, Honenu sottolinea che non è mai accaduto, in passato, che un “terrorista ebreo” scarcerato prima del completamento della pena abbia commesso qualunque ulteriore violenza. Honenu afferma che nessun tipo di terrorismo può essere “giustificato”, ma tiene a sottolineare che gli atti di violenza commessi dai detenuti che compaiono sulla lista furono quasi sempre consumati a caldo, sulla spinta della paura o dell’esasperazione, senza piani politici o ideologici premeditati.
(Da: Ha’aretz, 5.07.07)
Nella foto in alto: il sergente paramedico Benny Kikis, 20 anni, di Carmiel (Galilea), uno dei sei soldati israeliani uccisi il 19 febbraio 2002 da tre terroristi palestinesi che aprirono il fuoco da tre diverse posizioni sul posto di blocco di Ein-Ariq, presso Ramallah. Tre dei soldati furono uccisi a bruciapelo, all’interno della casupola dove stavano riposando in attesa del loro turno. Dal sito web di Honenu: «Gli lasciai un messaggio nella segreteria del cellulare: "Benny, figlio mio, chiamami appena puoi, sono tanto preoccupata per te, stai attento, ricorda cosa ti dice tua madre: non lasciare che nessuno ti si avvicini, piuttosto spara. Se spari, al massimo finirai in prigione, ma sarai vivo. Per favore, non credere a nessuno, tu sei così candido. Ascolta tua madre: stai attento e te e ai tuoi compagni". Ma a quell’ora Benny era già morto».
21 luglio 2007
Life sentence for Palestinian who murdered Italian peace activist

Court sentences Ashraf Hanaisha to life in prison after convicting him of murdering Angelo Frammartino in August 2006. Hanaisha confessed to stabbing Frammartino, who was in Jerusalem establishing a summer camp for Palestinian children, saying he had thought the 24-year-old Italian peace activist was a Jew Efrat Weiss
The Judea Military Court on Thursday sentenced Ashraf Hanaisha to life in prison after convicting him of the murder of Italian peace activist Angelo Frammartino, to life in prison.
Hanaisha, a resident of the Jenin area who was affiliated with Islamic Jihad, confessed to stabbing 24-year-old Frammartino after mistaking him for an Israeli Jew.
The indictment filed against Hanaisha states that he decided to carry out the attack following the deaths of his cousins. On August 10 2006, he headed towards Jerusalem to realize his plan.
After asking passersby to direct him to a Jewish area where he could find work, Hanaisha spotted Frammartino walking along Sultan Suleiman street with three Italian friends.
Hanaisha trailed the four and when they stopped near a bus station, he took out a knife from his pocket and began stabbing Frammartino in the back. The knife remained imbedded near Frammartino's right shoulder while Hanaisha fled the scene.
Frammartino managed to remove the knife from his shoulder but then collapsed immediately afterwards and paramedics who arrived at the scene were unable to resuscitate him and he died of massive blood loss, just two short days before he was scheduled to return home.
Hanaisha meanwhile had already boarded a bus to al-Ram, from there he took a taxi to Ramallah.
'He was a pacifist'
Frammartino, a law student from the town of Monte Rotondo, came to Israel earlier that month as a volunteer for ARCI, an organization promoting human rights. He worked to establish a summer camp for Palestinian children in the Old City in Jerusalem.
"He was a golden guy," said a neighbor of Frammartino's parents, "he dealt with politics but he wasn't an extremist. He was just a pacifist."
In a letter sent by Frammartino to a local newspaper two months before his death, the young man wrote: "We must face the fact that a situation of no violence is a luxury in many parts of the world, but we do not seek to avoid legitimate acts of defense."
"I never dreamed of condemning resistance, the blood of the Vietnamese, the blood of the people who were under colonialist occupation or the blood of the young Palestinians from the first intifada," he said.
ynetnews.com http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3427662,00.html
| inviato da LiberaliPerIsraele il 21/7/2007 alle 1:29 | |
21 luglio 2007
Bush: Una conferenza regionale tra i favorevoli alla pace in Medio Oriente
Ingenti aiuti al “legittimo governo palestinese” e convocazione di un summit per la pace in Medio Oriente con israeliani, palestinesi e rappresentanti degli stati vicini, presieduto dal segretario di stato americano Condoleezza Rice. È quanto ha annunciato il presidente Usa George W. Bush con un discorso tenuto lunedì sera per marcare il quinto anniversario dello storico discorso che tenne il 24 giugno 2002, con il quale per la prima volta Washington indicava esplicitamente la soluzione della creazione di uno stato palestinese che viva in pace a fianco di Israele. Parlando lunedì dalla Casa Bianca, Bush ha definito quello attuale “un momento di chiarimento e di scelta per tutti i palestinesi”. “A Hamas – ha detto – continueremo ad inviare un messaggio molto fermo: dovete smettere di fare di Gaza un santuario sicuro per gli attacchi contro Israele, dovete accettare il legittimo governo dell’Autorità Palestinese, dovete permettere che gli aiuti umanitari arrivino a Gaza, dovete smantellare le milizie, dovete ripudiare la violenza e riconoscere il diritto di Israele ad esistere, impegnandovi a rispettare i precedenti accordi fra le parti. Il mondo ha visto a Gaza l’immagine di Hamas, con le sue violenze ed esecuzioni sommarie. Hamas ha dimostrato ogni oltre dubbio d’essere votata all’estremismo e all’assassinio. Seguendo questa strada il popolo palestinese si procurerà solo caos, consegnandosi agli sponsor di Hamas siriani e iraniani. E farà naufragare la possibilità di uno stato palestinese”. “Ma c’è un’altra opzione – ha continuato Bush – un’opzione di speranza in uno stato pacifico chiamato Palestina, una patria per il popolo palestinese”. Bush ha sottolineato Abu Mazen e il governo Fayyad “si stanno adoperando per forgiare le istituzioni di una moderna democrazia, e per rafforzare apparati di sicurezza capaci di affrontare i terroristi e difendere gli innocenti”. Bush ha fatto appello alle autorità palestinesi perché si battano contro il terrorismo, procedano alla confisca delle tante armi che circolano illegalmente nei territori palestinesi, si adoperino per la liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit trattenuto in ostaggio da più di un anno nella striscia di Gaza. “Seguendo questa strada – ha detto – i palestinesi potranno riguadagnare la loro dignità e istituire un loro stato. Sta solo ai palestinesi decidere”. Bush ha poi offerto sostegno politico e finanziario senza precedenti al governo insediato dal presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e guidato da Fayyad Salam. “Appoggiando le riforme del presidente Abbas e del primo ministro Fayyad – ha detto – contribuiremo a dimostrare al mondo, alla regione mediorientale e ad Israele che uno stato palestinese può essere un interlocutore, e non una minaccia”. “In consultazione con il Quartetto, gli Stati Uniti stanno assumendo una serie di misure per rafforzare le forze della moderazione e della pace all’interno del popolo palestinese” ha aggiunto Bush, prima di annunciare che “quest’anno garantiremo al popolo palestinese aiuti per più di 190 milioni di dollari, compresi aiuti umanitari per la striscia di Gaza”. Bush ha specificato che, attraverso la Overseas Private Investment Corporation, un organismo semi-governativo, gli Stati Uniti hanno destinato 228 milioni di dollari per prestiti garantiti alle imprese palestinesi. Inoltre Washington elargirà un contributo diretto di 80 milioni di dollari per finanziare la riforma dei servizi di sicurezza palestinesi, sotto supervisione americana. Ha anche proposto la convocazione di un incontro dei paesi donatori, compresi stati arabi come Arabia Saudita, Egitto e Giordania, per valutare un incremento degli aiuti ai palestinesi. Bush ha quindi espresso la speranza che il rafforzamento delle forze moderate fra i palestinesi possa condurre alla formazione di uno stato palestinese in Cisgiordania e striscia di Gaza. “Con tutti questi aiuti – ha detto – vogliamo dimostrare al popolo palestinese che la scelta per la pace comporta un generoso sostegno da parte degli Stati Uniti”. Volgendosi poi al governo israeliano, Bush ha detto che “Israele ha davanti a sé una strada chiara”: deve continuare a trasferire le entrare fiscali all’Autorità Palestinese di Abu Mazen, smantellare gli avamposti non autorizzati in Cisgiordania, non permettere l’ampliamento degli insediamenti. “Olmert ha affermato chiaramente che il futuro di Israele risiede nello sviluppo del Negev (a sud) e della Galilea (a nord), e non nell’occupazione della Cisgiordania”, ha detto Bush. “Gli Stati Uniti – ha poi aggiunto – non abbandoneranno il loro impegno verso Israele in quanto stato degli ebrei e patria del popolo ebraico”. Al termine del suo discorso, il presidente americano ha annunciato “un incontro internazionale per il prossimo autunno, con i rappresentanti dei paesi che sostengono la soluzione due stati e che respingono la violenza”. Partecipanti chiave del meeting saranno gli israeliani, i palestinesi e i loro immediati vicini nella regione.
Positivi i primi commenti dell’ufficio del primo ministro israeliano Ehud Olmert alle parole di Bush. “Il discorso – ha dichiarato un alto funzionario – traccia una rotta che coincide senz’altro con le aspettative di Israele. Non v’è dubbio che le parole di Bush confermano la posizione di Israele sulla maggior parte delle questioni. Anche lo smantellamento degli avamposti illegali rientra nelle posizioni del primo ministro israeliano e del suo partito (Kadima)”. Per quanto riguarda il vertice regionale annunciato da Bush, la fonte governativa israeliana ha confermato che Gerusalemme sarebbe lieta di vedere paesi come Arabia Saudita, Bahrain e Marocco prendere parte a una conferenza con Israele. “I prerequisiti per tale partecipazione –ha aggiunto – sono naturalmente quelli stabiliti dal Quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu) e cioè: riconoscimento di Israele, ripudio del terrorismo, rispetto degli accordi già firmati fra Israele e Olp”.
(Da: YnetNews, Jerusalem Post, Ha’aretz)
bush
israele
| inviato da LiberaliPerIsraele il 21/7/2007 alle 0:30 | |
20 luglio 2007
Ahmadinejad parla con Hamas ed Hezbollah: "Non liberate gli ostaggi israeliani"
Ahmadinejad
Grande attenzione viene dedicata dalla stampa israeliana alla visita compiuta ieri a Damasco dal presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad. I suoi incontri con i dirigenti di Hamas, Jihad islamica e Hezbollah sono definiti da Yediot Ahronot "Il vertice del terrorismo".
Il giornale israeliano ha appreso che Ahmadinejad ha vivamente consigliato al leader Hezbollah Hassan Nasrallah e al dirigente di Hamas Khaled Meshal di non procedere in questa fase allo scambio di prigionieri con Israele.
Il primo e' responsabile della cattura di due soldati, Ehud Goldwasser ed Eldad Regev. Il secondo custodisce il caporale Ghilad Shalit.
Da una imprecisata fonte araba Yediot Ahronot ha appreso che Ahmadinejad ha detto che la prossima estate "sarà un periodo critico" per la regione e dunque non e' il caso di procedere a scambi di prigionieri con Israele.
L'incontro di Ahmadinejad con Nasrallah e Meshal viene riferito con evidenza anche dal quotidiano palestinese al-Hayat al Jadida.
Ai margini dell'incontro principale con il presidente siriano Bashar Assad, nota il giornale, Ahmadinejad ha anche incontrato dirigenti palestinesi fra cui Maher al-Taher, del Fronte popolare per la liberazione della Palestina.
medio oriente
| inviato da LiberaliPerIsraele il 20/7/2007 alle 23:30 | |
20 luglio 2007
Cicchitto: «Massimo va contro la pace tra israeliani e palestinesi»

Sono emerse nuove ragioni di dissenso sulla politica estera del governo specie per quello che riguarda il Medio Oriente. Non c'è dubbio che D'Alema abbia cambiato tutto l'asse della politica estera dell'Italia. La nostra politica estera è passata dalla solidarietà con Stati Uniti, Inghilterra, Israele, paesi arabi moderati in nome dei valori dell'Occidente, della lotta al terrorismo, dell'alleanza con l'unico stato veramente democratico del Medio Oriente, appunto Israele, del sostegno a tutta la parte pacifica del mondo islamico, a una linea assai ambigua che ha per suo asse la visione di un'Europa antagonista e conflittuale con gli Usa, una scelta preferenziale per i palestinesi contro Israele, un comportamento di grande doppiezza nei confronti di tutta la vicenda mediorientale. Siamo a qualcosa di peggio del ritorno a quella lunga fase che ha caratterizzato la politica estera italiana, nella quale in Europa l'Italia era subalterna alla Francia e alla Germania, nel Medio Oriente aveva un atteggiamento distaccato e neutro nei confronti di Israele e invece una posizione favorevole nei confronti del mondo arabo in quanto tale e che aveva realizzato una sorta di compromesso con il terrorismo palestinese nel senso di concedere l'Italia come base logistica a condizione che nel nostro territorio nazionale non fossero effettuate azioni dirette: non sempre, come si sa, quell'accordo fu rispettato. Detto questo, bisogna partire da una premessa di carattere generale. Con al Qaeda tutta la questione riguardante il terrorismo di matrice islamica fa un salto di qualità. Non è vero che i rapporti israeliano-palestinesi sono determinanti per la sua esplosione. Il fondamentalismo-terrorista espresso da al Qaeda ha una dimensione globale - religiosa, politica, operativa - che travalica di gran lunga la vicenda mediorientale in quanto tale. Al Qaeda si inserisce conflittualmente nella globalizzazione ed esprime per quello che la riguarda, appunto, una visione «totale» che ha due facce, quella dello scontro di civiltà con i «crociati» occidentali, che in primo luogo sono gli americani e non gli israeliani (come dimostrano l'attentato dell'11 settembre e tante altre iniziative) e quelle della lotta implacabile nei confronti degli islamici moderati, stati, partiti, gruppi, persone che dir si voglia. Infatti non bisogna dimenticare che l'85% circa dell'attività terroristica di al Qaeda si svolge in Paesi islamici moderati, migliaia di islamici sono stati uccisi nelle Filippine, in Malesia, in Giordania, in Kenya, in Marocco, in Algeria, in Arabia Saudita, in Egitto. È in questo contesto che consideriamo del tutto inaccettabile la scelta fatta dal governo italiano e specialmente dal ministro degli Esteri D'Alema nei confronti di Hamas e di Hezbollah. Come ha dimostrato l'intervista data al «Corriere della Sera» dall'ambasciatore israeliano in Italia Gideon Meir, non è un'argomentazione valida quella di D'Alema che fa riferimento alla forza politico-elettorale di Hamas: su quel terreno Hitler e il partito nazista avevano le carte in regola. Il problema è del tutto diverso: nel momento in cui Hamas a Gaza ha fatto la scelta del colpo di mano militare (così come Hezbollah aveva fatto la scelta guerrigliero-terrorista in Libano) e Abu Mazen e al Fatah fanno invece la scelta di trattare con Israele e da parte sua il governo israeliano compie lo stesso percorso e, a sua volta, il governo Usa si appoggia ad entrambi, il fatto che D'Alema e Fassino aprono ad Hamas significa il sabotaggio del tentativo di realizzare un'intesa fra il governo israeliano e il Presidente Abu Mazen attraverso un'apertura dell'Italia a formazioni politiche guerrigliero-terroriste che neanche si sognano di riconoscere Israele, ma anzi, come gli iraniani che le finanziano, puntano alla sua distruzione. Per di più Hamas ha dei rapporti talora occulti, talora palesi con al Qaeda. Con i suoi campi di addestramento, con la sua forza militare, è evidente, allora, che anche sul terreno della politica estera il governo italiano è subalterno o, in questo caso, condivide le posizioni della sinistra radicale, quelle più efferate espresse dal Pdci.
FABRIZIO CICCHITTO * * Vicecoordinatore nazionale di Forza Italia
d'alema
hitler
hamas
| inviato da LiberaliPerIsraele il 20/7/2007 alle 22:30 | |
20 luglio 2007
Aumentata ai 18 anni d'età l'obbligatorietà scolastica
Un detto ebraico dice: "il mondo poggia sul respiro dei bambini che studiano"
Approvata martedì dalla Knesset una legge rivoluzionaria per il sistema scolastico israeliano

Bambini in una scuola israeliana
La Knesset ha votato martedì una legge che estende l’obbligo scolastico fino all’età di 18 anni, e non più fino ai 16 anni. La scolarità arriverà dunque fino alla dodicesima classe del sistema scolastico israeliano. Si tratta di un’importante riforma della Legge sull’Istruzione Obbligatoria approvata nel lontano 1949.
La nuova legge, che sarà implementata gradualmente nel corso dei prossimi tre anni, rafforza la battaglia contro gli abbandoni scolastici, richiedendo alle autorità locali e alle scuole di trovare ambiti educativi alternativi per gli studenti che le scuole intendono espellere dopo la decima classe.
"Israele si sta assumendo la responsabilità di tutti i suoi studenti”, ha detto l’ex Direttore Generale del Ministero per l’Educazione Ronit Tirosh (parlamentare di Kadima), che ha dato vita alla legge assieme al parlamentare Michael Melchior (laburista), che è a capo della Commissione per l’Educazione della Knesset. "Dodici anni di studio sono una condizione fondamentale per acquisire una professione”, ha detto la signora Tirosh.
Yitzhak Kadman, capo del Consiglio Nazionale per l’Infanzia, ha definito l’approvazione della legge una “rivoluzione storica” che consente “l’attuazione del diritto all’educazione”.
Il Ministro per l’Educazione Yuli Tamir, pur approvandone il principio, si era opposta alla legge per mancanza di fondi. Il Ministero aveva stimato il costo dell’implentazione della legge attorno a 770 milioni di shekel all’anno [circa 190 milioni di euro], sebbene la tesoreria di stato si aspetti che il costo reale sia della metà.
Alla votazione hanno partecipato solo 28 parlamentari, che hanno tutti votato a favore dell’approvazione della legge. La convalida del voto è stata possibile perché il consigliere legale della Knesset ha affermato che il progetto di legge non era di tipo budgetario, cosa che avrebbe altrimenti richiesto una maggioranza di almeno 50 parlamentari. Per non ricadere nella categoria delle proposte di budget, i promotori della legge hanno abbandonato la richiesta relativa all’attuazione della legge da parte di ufficiali incaricati di verificare le assenze da scuola.
La bozza della legge è stata scritta dai parlamentari Michael Melchior (Labor), Menahem Ben-Sassion (Kadima), e Zevulon Orlev (NU-NRP).
L’Ufficio Centrale di Statistica valuta il numero degli abbandoni scolastici attorno ai 30’000 all’anno. Stando ai dati forniti dal Ministero dell’Educazione i numeri sono più bassi: sono 23’000 gli studenti liceali, o il 5.4% degli studenti, che hanno abbandonato la scuola nell’anno scolastico 2005-2006 e l’anno successivo. Molti di questi studenti hanno abbandonato dopo la decima classe.
Il settore ebraico registra il più basso tasso di abbandono, che è del 4.7%. Il settore arabo ha un tasso dell’8.3%, quello beduino del 9.8%.
Fonte: haaretz.com; jpost.com - 18 luglio 2007.
Nota di Cronache Israeliane:In Israele la frequenza scolastica è obbligatoria dall’età di 6 anni fino ai 16 anni, facoltativa dai 16 ai 18 anni. L’educazione formale comincia con la scuola primaria (classi 1-6) e continua fino alla scuola media (classi 7-9) e secondaria (classi10-12). Circa il 9% della popolazione scolastica frequenta un internato dopo la scuola primaria.
A questo link potete leggere una presentazione in italiano del sistema scolastico israeliano: http://www.graffinrete.it/tracciati/storico/tracciati1/israele.htm
Altrimenti, ecco un link con panoramica e dati aggiornati al 2006 forniti dal Ministero per gli Affari Esteri d’Israele: http://www.mfa.gov.il/MFA/Facts+About+Israel/Education/Education.htm.
18 anni
israele
scuola
| inviato da LiberaliPerIsraele il 20/7/2007 alle 21:30 | |
20 luglio 2007
Il sionismo e la sua storia
Negli ultimi mesi sono stati pubblicati due libri in italiano sulla storia del sionismo
Segnalazioni
Il primo è una vera e propria opera storica, originariamente scritta in francese, e che si situa tra i più importanti strumenti di conoscenza della storia del sionismo. Il secondo è invece a carattere divulgativo.
Cominciamo dal secondo:
 Ilan Greilsammer Il sionismo
Universale Paperbacks il Mulino; pp. 128; € 9,50; ISBN 978-88-15-11653-6; 2007 in libreria dal 05/07/2007
Se il tema del ritorno degli ebrei alla Terra promessa risale alle Scritture, è alla fine del XIX secolo che, con Theodor Herzl, esso diviene il fondamento di un movimento propriamente politico, che dà voce a una aspirazione religiosa quanto territoriale e culturale: il sionismo. Tale dottrina ha per obiettivo la costituzione di uno stato ebraico sovrano, un'unica patria per tutti gli ebrei. Questo volume traccia la storia del movimento sionista dalle origini, attraverso il processo di emancipazione e passando per la moltiplicazione dei pogrom, fino agli sviluppi contemporanei. Ne presenta inoltre i protagonisti, gli obiettivi, le diverse correnti (dall'estrema destra all'estrema sinistra), ne analizza i miti e ne interroga l'avvenire.
Ilan Greilsammer insegna Scienze politiche nell'Università di Bar Ilan, Israele. Fra le sue pubblicazioni La nouvelle histoire d'Israël. Essai sur une identité nationale (1998) e Le dépérissement de l'Etat. Le Léviathan est-il mort ? (con B. Morris, 2004).
Georges Bensoussan Il sionismo. Una storia politica e intellettuale 1860-1940
Traduzione di Monica Guerra 2007, Bibl. Cult. Storica EINAUDI;pp. XXIV-1370; € 130.00; ISBN 8806170074
Sionista. L'aggettivo suona come un insulto. Il termine ha oggi una connotazione così peggiorativa, è talmente svalutato che la realtà cui si applica ha finito per sparire sotto i sedimenti della stigmatizzazione e persino, come in certe occasioni internazionali, della demonizzazione. Alla realtà di una fede e di una cultura, il discorso antisemita ha risposto con fantasie tremende (l'omicidio rituale, tra l'altro), soffocando nella paura un oggetto di conoscenza. Alla realtà di un'ideologia e di un movimento nazionale sostanzialmente atipico, il rifiuto risponde con il marchio d'infamia, ma non ci dice che cosa esso sia e, ancora meno, che cosa sia stato.
Il sionismo è a tal punto sepolto sotto strati e strati di riprovazione che oggi è difficile per noi determinare serenamente che cosa fu, in quali condizioni nacque, l'humus che lo nutrì e la pluralità dei suoi significati. Posto di fronte ai problemi della modernità politica, imboccando in particolare la strada della nazione, della laicità, dell'utopia sociale e della cultura come nuova forma della dimensione religiosa in società secolarizzate, il sionismo, lungi dal rivolgersi solo agli ebrei, contribuisce a porre le domande capitali del XX secolo. Che ne è dei rapporti tra la lingua e la nazione, tra popolo e territorio, cosa succede a una fede nazionale nel processo globale di laicizzazione del mondo? Cosa accade alle forme culturali del politico nelle società massificate in cui il sionismo iniziò a prendere forma più di un secolo fa? Quesiti scomparsi dietro al focalizzarsi dell'attenzione sul conflitto tra ebrei e arabi. I
n quanto frutto del secolo dei Lumi, sullo slancio dell'emancipazione alla francese (1791), l'idea nazionale ebraica non è dissociabile dal fermento nazionalitario della metà del XIX secolo. Il sionismo è solo una delle sue forme, ma inseparabile dal processo di secolarizzazione del mondo. Quando il fenomeno religioso perde vigore di fronte all'avanzare della laicizzazione, il mondo ebraico tradizionale corre il rischio di estinguersi. Il rinnovamento letterario dell'ebraico precede almeno di una generazione la nascita dei primi circoli sionisti in Russia. Quindi, prima di essere una reazione all'antisemitismo, cui spesso lo si riduce, il sionismo risponde innanzitutto alla disillusione del mondo e plasma in vista del domani l'identità secolare dell'ebraismo. Il sionismo affonda le sue radici più nell'Illuminismo e nella Rivoluzione francese che nell'ebraismo tradizionale, di cui intende liberarsi passando dall'emancipazione dell'individuo a quella della collettività, sul modello dello Stato-nazione. Movimento secolare, traduce lo sforzo compiuto dalla società ebraica per adattarsi a una definizione più nazionale dell'identità.
Il conflitto tra ebrei e arabi ha velato questa dimensione originaria, che vede nascere una laicità ebraica a prezzo di scontri violenti tra i maskilim laici e il mondo ortodosso, cominciati più di un secolo fa, uguali per passione a quelli che hanno caratterizzato il confronto francese negli anni tra il 1880 e il 1910 e che continuano a essere molto vivi ancora oggi nello Stato di Israele. Tra tutte le risposte ebraiche alla modernità, solo il sionismo è sopravvissuto.
Georges Bensoussan, nato in Marocco nel 1952, insegna Storia a Parigi e ha pubblicato Génocide pour memoire (Éditions du Félin, 1989), L'Ideologie du rejet (Manya, 1993), Histoire de la shoah (PUF, 1996). Presso Einaudi ha pubblicato L'eredità di Auschwitz (2002) e Il sionismo. Una storia politica e intellettuale (2007).
sionismo
| inviato da LiberaliPerIsraele il 20/7/2007 alle 20:30 | |
20 luglio 2007
Israele ha rilasciato 255 detenuti palestinesi
Attuato l'accordo tra Olmert e Abbas. Gli ex detenuti sono arrivati venerdì pomeriggio a Ramallah in Cisgiordania

Ramallah: la folla accoglie nel complesso della Mukata i detenuti palestinesi liberati venerdì da Israele
Articolo originale pubblicato dal Jerusalem Post il 20 luglio 2007 alle ore 17:40 locali. Titolo: 255 released Palestinian security prisoners head home. Autori: staff del Jpost.com con il contributo di Rebecca Ann Stoil e della Associated Press. Traduzione dall'inglese a cura della redazione di Cronache Israeliane.
255 palestinesi detenuti per reati legati alla sicurezza hanno fatto ritorno a casa venerdì pomeriggio, dopo aver lasciato in mattinata la prigione israeliana di Ketziot.
Rivolgendosi agli ex compagni di lotta nel complesso presidenziale della Mukata a Ramallah (Cisgiordania), il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas ha detto: “Questo è solo l’inizio. Gli sforzi devono continuare. Il nostro lavoro deve proseguire fino a quando tutti i prigionieri saranno tornati a casa”.
Il Primo Ministro palestinese Salaam Fayad e altri Ministri dell’ANP hanno anch’essi salutato i prigionieri alla Mukata. A loro si è unito il parlamentare israeliano Ahmad Tibi (UAL) che ha incontrato Abbas venerdì mattina.
Durante la loro permanenza a Ramallah, gli ormai ex prigionieri hanno deposto delle corone di fiori sulla tomba dell’ex presidente palestinese Yasser Arafat.
Alcuni prigionieri si sono inginocchiati e hanno baciato il suolo al loro arrivo al check-point e sono saliti a bordo di alcuni bus. Sporgendosi dai finestrini dei bus, alcuni hanno fatto gesti di vittoria e agitato bandiere palestinesi e poster.
Il Capo dell’Amministrazione Civile in Giudea e Samaria [Cisgiordania], il Generale di Brigata Yoav Mordehai, ha incontrato l’alto ufficiale di Fatah Hussein al-Sheikh e il Ministro per gli Affari dei Prigionieri dell’ANP Ashraf Ajrami al check-point nell’imminenza dell’arrivo dei prigionieri.
Hamas ha sminuito l’evento. “Questa misura non ha vero valore poiché molti dei prigionieri appartengono ad una sola fazione, e molti stavano per essere rilasciati”, ha detto il portavoce di Hamas Sami Abu Zuhri.
Nel frattempo, circa 20 famiglie di vittime del terrorismo e di detenuti ebrei per motivi legati alla sicurezza hanno inscenato una protesta contro il rilascio di fronte alla residenza del Primo Ministro [israeliano] a Gerusalemme.
Il rilascio dei detenuti di venerdì mattina è stato di poco posticipato dopo che uno dei detenuti è stato sottoposto ad ulteriori controlli di sicurezza e legali.
Il prigioniero è rimasto in detenzione dopo che lo Shin Bet (l’Agenzia per la Sicurezza di Israele) e il Servizio Carcerario di Israele (IPS) hanno scoperto che apparteneva ad Hamas.
L’uomo è stato condannato nel 2000 a dieci anni di carcere per tentato omicidio allorché era un operativo della fazione Tanzim ma da allora è entrato a far parte di Hamas, secondo quanto riferito dalla Radio di Israele che ha citato lo Shin Bet e la IPS. L’uomo resterà in carcere fino al termine della condanna.
Il portavoce del Ministero degli Affari Esteri israeliano Mark Regev ha detto che il rilascio è parte di un pacchetto di gesti di buona volontà che devono dare un nuovo impulso ai ristagnanti sforzi di pace.
"Speriamo che misure combinate del governo israeliano e di quello palestinese possano portare ad un nuovo periodo di cooperazione e dialogo, e che la dinamica negativa sia alle spalle”, ha detto Regev.
I funzionari palestinesi hanno detto di sperare che altri compagni saranno liberati presto.
"Questo rilascio rompe il ghiaccio tra noi e gli israeliani sulla questione dei prigionieri”, ha detto Ziad Abu Ein, il vice primo ministro palestinese per gli Affari dei prigionieri.
L’Alta Corte di Giustizia di Israele ha rimosso l’ultimo ostacolo giovedì sera, e il Servizio Carcerario di Israele ha messo il tocco finale ai preparativi per il più consistente rilascio di prigionieri dal 2004.
Negli ultimi giorni, i 250 prigionieri maschi destinati al rilascio sono stati trasferiti dalle prigioni in cui stavano scontando la loro pena alla prigione di Ketziot. Qui, hanno firmato un formulario con cui hanno promesso di non impegnarsi più in attività terroristiche dopo il loro rilascio, e si sono sottoposti ad una speciale procedura di identificazione per confermare la loro identità, e dunque per accertare di essere le medesime persone i cui nomi apparivano sulla lista dei prigionieri da rilasciare.
Le sei donne da liberare sono state tenute nello speciale blocco del Complesso della Prigione di Sharon per le donne detenute per motivi di sicurezza.
L’Alta Corte di Giustizia ha respinto la petizione presentata dall’Associazione Almagor per le Vittime del Terrorismo con cui il gruppo argomentava che “il governo non deve aver accesso a nulla che sia collegato ai prigionieri condannati”.
L’avvocato Naftali Wertzberger, che rappresentava Almagor, ha argomentato davanti alla Corte che “l’uso di prigionieri per [motivi politici] che sono stati condannati in una corte e incarcerati è contro la legge. L’idea che i prigionieri, solo perché appartengono al Fatah, meritino un prezzo saldato come questo è veramente troppo”.
Ancor prima che la corte emettesse il suo verdetto, il direttore amministrativo del Servizio Carcerario Israeliano Benny Kaniak ha tenuto nella prima mattinata un incontro di pianificazione durante cui ha deciso che tutti i 256 prigionieri sarebbero stati portati a Beitunya e caricati su bus palestinesi.
L’Unità Nachson per la scorta dei prigionieri del Servizio Carcerario è stata incaricata di portare i prigionieri ammanettati dalla Prigione Ketziot al luogo di rilascio.
Le sei donne hanno avuto un viaggio più breve rispetto a quello di due ore e mezza fatto dagli uomini, ma anche loro sono arrivate allo stesso check-point attorno alle 10 ora locale.
I prigionieri sono stati scortati fuori dai bus dai membri dell’Unità Nachson, e sono stati custoditi per breve tempo dalla Polizia Militare.
Fonte: http://www.jpost.com/servlet/Satellite?cid=1184766018113&pagename=JPost%2FJPArticle%2FPrinter.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 20/7/2007 alle 19:25 | |
20 luglio 2007
L'ISLAM ALLA CONQUISTA DEL MONDO
|
azioni terroristiche dal 1968 al 1985 |

|
1968 - Atene - Grecia - viene attacco a un aereo israeliano provocando molti morti e feriti, dal gruppo F.L.P.
26 agosto 1969 - un aereo della TWA viene preso in ostaggio da due palestinesi. Uno dei due dirottatori è una donna, Leila Khaled. L’aereo, dirottato a Damasco, evacuato dei passeggeri, viene fatto esplodere.
|
|
1970
21 febbraio - un aereo della Swissair viene fatto esplodere in volo con 49 passeggeri a bordo: l’attacco è rivendicato dal FPLP.
6 settembre - comincia quella che può esser considerata l’azione più complessa di tutta la storia dei dirottamenti aerei: quattro aerei, tra cui uno della El Al, compagnia di bandiera israeliana, vengono occupati militarmente e dirottati. Nel corso dell’azione viene però catturata proprio Leila Khaled per la cui liberazione vengono scambiati i passeggeri di un quinto aereo dirottato. A operazione conclusa gli aerei delle compagnie Pan Am, Swissair e TWA vengono fatti saltare in aria vuoti.
|
|
1972
22 febbraio - il dirottamento di un aereo della Lufthansa diventa fonte di finanziamento per la guerriglia: l’azione è condotta da un commando congiunto formato da palestinesi e militanti dell’Armata Rossa giapponese. Dirottato durante il volo Nuova Dehli – Aden, l’aereo verrà liberato con i passeggeri illesi dietro il pagamento di 5 milioni di dollari da parte del governo tedesco.
30 Maggio - Tre giapponesi arruolati nella resistenza palestinese, con un commando misto: giapponese-palestinese, compiono un attentato all'aeroporto di Tel Aviv, 28 i morti e 90 i feriti.
4 agosto - Trieste - Italia - Un commando congiunto dell’FPLP e Settembre nero - effettuano il sabotaggio dell’oleodotto di Trieste, cruciale per il trasporto del petrolio dal nord al sud dell’Europa.
16 agosto - Roma - Italia - 2 ignare turiste inglesi si imbarcano a Roma su un volo El Al diretto a Tel Aviv con un mangianastri imbottito di tritolo, regalo di due giovani arabi. Per un difetto di funzionamento dell’ordigno, l’esplosione avviene nel vano bagagli dell’aereo e, fortunatamente, prima del decollo e la strage evitata per miracolo.
5 settembre - Monaco - Germania - Un commando di terroristi palestinesi del gruppo "Settembre Nero" (nato per ricordare il massacro di palestinesi voluto da re Hussein di Giordania nel settembre del 1970) irrompe negli appartamenti del villagio olimpico assegnati agli atleti della rappresentativa israeliana ai Giochi olimpici. Nell’assalto due atleti vengono assassinati. Le trattative sono lunghe e laboriose e alla fine – a bordo di pullman – i terroristi con i loro ostaggi vengono trasportati all’aeroporto di Fuestelfeldbruck dove li attende un aereo che avrebbe dovuto condurli lontani dalla Germania. Alll’aeroporto, un commando di Teste di cuoio tedesche (forze speciali) sferra l’attacco: muoiono cinque terroristi, ma anche nove atleti israeliani. - il bilancio totale delle vittime è di 11 atleti più i 5 terroristi.
Altri 3 terroristi vengono catturati: saranno scambiati, il 29 ottobre successivo, con i passeggeri di un aereo Lufthansa, dirottato da loro compagni. I tre terroristi liberati verranno raggiunti ed uccisi ad uno ad uno dagli agenti del Mossad, il servizio segreto israeliano. |
|
17 dicembre 1973 - Italia - Roma - Un commando di terroristi arabi semina la morte su un aereo della compagnia Pan American, fermo sulla piazzola di manovra. I terroristi, bombardano con ordigni al fosforo l'aereo della compagnia americana, si impadronivano di un aereo della Lufthansa su cui facevano salire alcuni ostaggi, tra cui sei guardie di pubblica sicurezza. Costringevano quindi l'equipaggio che già era a bordo a far decollare il velivolo che iniziava così un forsennato peregrinare per i cieli d'Europa e del Medio oriente. L'incubo terminava nella tarda serata del giorno 18 all'aeroporto del Kuwait dove venivano liberati gli ostaggi e arrestati i terroristi. Il bilancio delle vittime era pesante: 32 morti sull'aereo della Pan American, la guardia di finanza Antonio Zara, ucciso a Fiumicino mentre cercava di opporre resistenza ai terroristi, un tecnico della società Asa, Domenico Ippoliti, barbaramente trucidato a sangue freddo sull'aereo della Lufthansa.
|
|
1974 - Grecia - Atene - un aereo TWA, in volo sulla rotta Tel Aviv – New York viene fatto esplodere, dopo uno scalo ad Atene. A bordo c’erano 88 passeggeri.
15 maggio 1974 - Israele - una scuola dell’Alta Galilea, in territorio israeliano, viene presa d’assalto da un commando di feddayn. Il bilancio è atroce: muoiono 21 ragazzi e tre terroristi.
|
|
21 dicembre 1975 - Austria - Vienna - alla sede dell’OPEC, l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio: un commando composto da due militanti tedeschi della RAF, la Rote Armee Fraktion, Hans Klein e Kroche Tiedemann e tre palestinesi del FPLP, guidati dal venezuelano Ilic Ramirez, detto Carlos, freddano tre uomini di guardia e prendono in ostaggio 81 funzionari, fra i quali ci sono anche 11 ministri di paesi arabi. In cambio della loro liberazione, i terroristi ottengono di poter lanciare un messaggio televisivo che invitava tutto il mondo arabo ad assumere una linea anti-israeliana e di fuggire a bordo di un aereo messo a disposizione dal governo austriaco, gli 11 ministri arabi vengono presi in ostaggio e saranno rilasciati due giorni dopo in Algeria- L'azione globale costa la vita a 3 persone e altre 7 rimangono ferite. |
|
28 giugno 1976 - un gruppo di terroristi del FPLP dirotta un aereo dell’Air France con 248 passeggeri a bordo, in volo da Tel Aviv a Parigi con scalo ad Atene. Dopo uno scalo a Bengasi – dove vengono fatti scendere tutti i passeggeri non israeliani – atterra ad Entebbe, in Uganda. Dopo varie trattative tutte andate a vuoto, il governo israeliano sceglie la linea della forza e nella notte tra il 3 ed il 4 luglio invia ad Entebbe due aerei carichi di paracadutisti e quattro Hercules di appoggio. L’assalto all’aereo della compagnia francese, fermo sulla pista, in appena 90 minuti provoca la morte dei sette dirottatori, ottenendo la liberazione dei 102 passeggeri. Gli israeliani contano una sola vittima tra le loro fila. |
|
Novembre 1979 - Iran - Teheran - Viene occupata a Teheran l’Ambasciata Americana. Protagonisti sono terroristi islamici, resi fanatici dall’insegnamento di Khomeini, tornato in Iran, dopo essere stato in esilio e protetto in Francia. L’occupazione e il sequestro degli ostaggi, durerà quasi due anni. |
|
1980
Anversa - Germania - due bombe vengono lanciate contro un pullman di ragazzi ebrei che andavano a un campeggio. Un bambino muore, 18 restano feriti.
Parigi - Francia - una bomba viene lanciata contro la sinagoga di Rue Copernic e provoca ben 4 morti e 12 feriti.
|
|
1981
Vienna - Austria - un attentato contro la sinagoga provoca 2 morti e 19 feriti.
Anversa - Germania - un'auto bomba lanciata contro una sinagoga provoca 3 morti e 80 feriti.
Berlino ovest - Germania - bombe vengono lanciate contro un ristorante kasher, provocano due morti e 25 feriti.
7 ottobre- Egitto - Un commando di terroristi islamici uccide il presidente egiziano Anwar El Sadat mentre assiste alla parata militare in ricordo della guerra dello Yom Kippur. L’attentato, effettuato con armi automatiche e bombe a mano, provoca la morte di altre 5 persone e il ferimento di 38. – Va precisato che Sadat è il presidente che ha stipulato la pace per primo con Israele e ha avviato un processo diplomatico, per cui ha ottenuto insieme al presidente israeliano Begin, il nobel della pace, inoltre grazie alla sua illuminata politica, è riuscito a recuperare il controllo all’Egitto di tutta la penisola del Sinai e di quella parte di Canale di Suez, caduti sotto il controllo di Israele, come frutto della guerra vinta, trasformando di fatto la sconfitta armata in una vittoria morale. Ma ai fondamentalisti islamici, questo non è piaciuto, quindi hanno incaricato un commando di terroristi per assassinarlo. |
|
1982
Parigi - Francia - attentato contro ristorante kasher. 6 morti e 21 feriti.
Roma - Italia - un attentato alla sinagoga provoca la morte di Stefano Tache' bimbo di soli 2 anni e 35 feriti gravi.
|
|
1983
18 aprile - Beirut - Libano - L’esplosione di un’autobomba davanti all’ambasciata USA a Beirut causa la morte di 63 persone (tra cui 17 americani) oltre a un centinaio di feriti. L’attentato è rivendicato dalla Jihad islamica.
23 ottobre - Beirut - Libano - Un attacco della Jihad islamica a Beirut provoca la morte di 254 marines americani, attraverso l'uso di un camion bomba lanciato contro la base militare americana. E' il primo attacco kamikaze che viene conosciuto dal mondo e sembrerebbe sia stato organizzato dai komeinisti.
23 ottobre - Beirut - Libano - Un altro attacco della Jihad islamica, realizzato con la stessa dinamica del primo, subito dopo il primo, viene lanciato contro la sede dei paracadutisti francesi, provocando 58 vittime.
|
|
1985
12 Aprile - Madrid - Spagna - Una bomba contro un ristorante fuori città, frequentato da meccanici degli Stati Uniti - 18 morti e 82 feriti, compreso 14 americani. Rivendicata dalla guerra dell'Islamic Holy.
13 Aprile - Parigi - Francia - Più bombe sono state piazzate per realizzare alcuni attentati presso: un'agenzia della Banca Israeliana di proprietà Leumi - all'ufficio dell'Immigrazione Nazionale - e presso gli uffici di un magazine settimanale liberale, ma le bombe esploderanno il giorno seguente. La rivendicazione sembra diretta da un gruppo francese di guerriglieri che si ispirerebbero al "commando di Sana Mheidleh," che fa riferimento ad una donna libanese che ha effettuato un attacco kamikaze (suicide) in Libano.
14 Giugno - Atene - Grecia - Due banditi libanesi di shijti dirottano il jetliner del TWA del volo Atene-Roma con 104 Americani a bordo e lo obbligano a dirigersi su Beirut. iI decano Stethem del Robert,viene assassinata e un capo della milizia degli shiiti Amal, Nabih Berri, negozia a nome dei dirottatori e gli ostaggi vengono liberati dopo 17 giorni.
19 Giugno - Francoforte - Germania - Una bomba viene fatta esplodere all'aeroporto internazionale di Francoforte, mortale 3 e 42 feriti. Il gruppo appartiene ad un'organizzazione rivoluzionaria araba, gli esperti sostengono che gli attentatori fanno parte del gruppo palestinese di Abu Nidal.
1 Luglio, Madrid - Spagna - Nell'alloggiamento TWA e di British Airways viene effettuato un attacco alla linea aerea nazionale giordana. Una vittima e 27 feriti. L'attentato viene rivendicato dall'organizzazione degli oppressi.
8 agosto - Francoforte (vicinanze) - Germania - un'autobomba esplode nella base aerea Rhein-Principale degli STATI UNITI, uccidendo 2 Americani e ferendo 20 persone fra americani e tedeschi. L'azione è diretta e sostenuta da una fazione rossa dell'esercito.
3 Settembre - Atene - Grecia - due granate vengono gettate nell'ingresso dell'hotel greco e feriscono 18 turisti britannici. In una telefonata di rivendicazione, viene dichiarato che il gruppo terroristico "settembre nero" avrebbe riempito Atene di bombe, se non fosse stato liberato il palestinese arrestato (e non ancora identificato).
16 Settembre - Roma - Italia - Alcune granate vengono gettate nell'interno del caffè de Parigi, restano ferite 38 persone, compresi 9 americani. La rivendicazione è fatta dall'organizzazione rivoluzionaria dei musulmani socialisti.
25 Settembre - Roma - Italia - Una bomba esplode nell'a biglietteria della British Airways, provocando 1 morto e 14 feriti. L'adolescente palestinese che ha realizzato l'attentato confessa di essere un membro dell'organizzazione rivoluzionaria dei musulmani socialisti.
7 ottobre - Terroristi palestinesi prendono il controllo nella nave da crociera italiana "Achille Lauro", capitanata dall'italiano De Rosa, a poche miglia dalla costa egiziana, viene presa d'assalto da un commando palestinese del FLP (Fronte di Liberazione della Palestina). Dopo diversi cambiamenti di rotta, la nave punta su Port Said (Egitto) dove giunge all’alba del 9 ottobre e un'estenuante trattativa si conclude con la liberazione dei passeggeri ed un salvacondotto concesso ai terroristi che a bordo di un aereo egiziano fuggono verso l’occidente. Ma è con la scoperta che sulla nave il commando aveva assassinato uno dei passeggeri, Leon Klinghoffer, un ebreo di cittadinanza statunitense costretto su una sedia a rotelle, che scatta la caccia americana ai terroristi. L’aereo con a bordo i terroristi in fuga viene intercettato nei cieli egiziani e costretto ad atterrare, con il beneplacito dell’allora presidente del consiglio italiano Bettino Craxi, nella base NATO di Sigonella.
E’ a questo punto che un vero e proprio braccio di ferro si sviluppa tra l'Italia e gli Stati Uniti, ma a causa della protezione ottenuta dal governo Craxi i terroristi riescono a fuggire, nonostante i marines avessero circondato l'aereo atterrato a Fiumicino per i rifornimenti. I dirottatori dicono di essere membri dell'avanguardia di liberazione della Palestina, fazione del P.L.O.
Il 12 ottobre– nonostante le pressioni americane – il governo italiano consente all’aereo dei dirottatori di riprendere il volo. Per la prima volta nella storia della Repubblica, l’Italia non obbedisce ad un diktat americano e applica probabili accordi segreti da sempre esistiti con la resistenza palestinese.
23 Novembre - Atene - Grecia - Un aereo di linea egiziano è dirottato sul volo da Atene a Cairo ed è costretto per atterrare a Malta. Cinque passeggeri sono colpiti e 2 muoiono, compreso un americano, Scarlett Marie Rogenkamp Nell'attacco degli Egiziani 58 persone vengono uccise. I dirottatori dicono che sono membri di un gruppo denominato giro dell'Egitto, ma l'ordine rivoluzionario arabo di Abu Nidal e l'organizzazione dei rivoluzionari dell'Egitto pubblicano la dichiarazione per assumersene la responsabilità.
24 Novembre - Francoforte - Germania - Un'autobomba viene fatta esplodere in un centro commerciale militare degli STATI UNITI, 35 persone vengono ferite, di cui 33 Americane. Il gruppo di Abu Nidal viene indicato come responsabile dell'azione terroristica.
7 Dicembre - Parigi - Francia - Nei grandi magazzini di Galeries Lafayette e di Printemps ordigni esplosivi provocano 39 feriti. Gli attentati sono rivendicati dall'organizzazione per la iberazione del Palestine.
Il 1985 si conclude con due attentati simultanei: il 27 dicembre, a Vienna e Roma: il bilancio totale è di 19 morti.
27 dicembre - In un clima di festa natalizia, Roma è sconvolta all'aeroporto di Fiumicino da un inferno di fuoco. Terroristi del gruppo estremistico Abu Nidal con raffiche di mitragliatori e bombe a mano provocano una strage negli uffici box d'imbarco della compagnia israeliana El Al, e in quella americana della Twa. Restano vittima 15 persone, compreso 5 americani, altre 110 sono ferite, e nello scontro 4 terroristi vengono uccisi.
|
|
1968 - 1985 |
1986 - 2000 |
2001 - 2003 |
Torna a home | http://www.lisistrata.com/2005specialedossier/014Islamallaconquista4-1968-85.htm
20 luglio 2007
ISCO sostiene Magdi Allam: firma anche tu!
Duecento intellettuali, persone gentili, molto cristiane, brave di penna, cattedratici stimati, predicatori di pace, incapaci di fare del male a una mosca, hanno firmato un manifesto contro Magdi Allam. La Redazione di IoStoConOriana.it invita i suoi lettori a mandare una mail all’indirizzo LaRedazione@iostoconoriana.it esprimendo solidarietà al giornalista Magdi Allam per le ingiuste accuse ricevute da 200 “pseudo” intellettuali. E’ facoltativo specificare la professione. Primo firmatario di questo documento il prof. Silvio Calzolari, Docente di Islamologia alla Pontificia università dell'Italia centrale a Firenze.
Per maggiori informazioni leggete Qui e qui. Ma soprattutto visistate la home page di www.iostoconoriana.it Grazie!
magdi allam
solidarietà
| inviato da LiberaliPerIsraele il 20/7/2007 alle 16:57 | |
20 luglio 2007
Hamas, 'manderemo all'aria' le nuove elezioni palestinesi

Hamas boicottera' le elezioni indette dal presidente dell'Autorita' nazionale palestinese Mahmud Abbas, e fara' di tutto per ''mandarle all'aria''. Il giorno dopo l'annuncio di Abbas di voler indire nuove consultazioni elettorali, Hamas avverte che non intende farsi delegittimare ne' scavalcare. ''Quello di nuove elezioni e' un tentativo di bypassare la volonta' del popolo palestinese, ed e' un tentativo destinato a fallire'', afferma il portavoce di Hamas Mahmud Zahar. ''Noi, il popolo palestinese, manderemo all'aria questo tentativo''.
Hamas
fatah
elezioni
| inviato da LiberaliPerIsraele il 20/7/2007 alle 16:0 | |
20 luglio 2007
Spot dell’Unifil per conquistare i libanesi

caschi blu in Libano hanno avuto una bella idea: realizzare una decina di spot da trasmettere a ripetizione sulle televisioni locali per dimostrare quanto sia di pace la loro missione. In almeno un video si vedrà anche il generale degli alpini Claudio Graziano, che comanda la missione Onu nel Paese dei cedri.
Assieme a lui e vero testimonial degli spot sarà Rafiq Ali Ahmad, un famoso commediografo e attore libanese. Peccato che il popolare artista sia autore di un monologo filo- Hezbollah in cui inneggia alla «vittoria» dello scorso anno contro gli israeliani e canta le lodi della «resistenza» libanese. Al Manar, la televisione del partito di Allah, ha prodotto un videoclip di tre minuti con il «poema» di Ahmad, che si intitola «Ayta». Lo spot propagandistico impazza su YouTube. Forse gli israeliani non saranno felici di vedere il comandante di Unifil assieme all’autore di «Ayta» negli spot che dovrebbero spiegare ai libanesi il ruolo cuscinetto e al di sopra delle parti dei caschi blu.

La notizia degli spot targati Onu è apparsa ieri sul quotidiano di Beirut in lingua inglese Daily Star. La campagna di sensibilizzazione arriva dopo una serie di preoccupanti attentati come l’esplosione alla fine di giugno di un’autobomba nella zona sotto il controllo dell’Unifil, che ha ucciso sei militari spagnoli, e l’ordigno esploso lunedì scorso, sempre nell’area controllata dai caschi blu, che ha causato solo danni materiali. In realtà gli spot, con protagonisti i soldati dell’Onu, erano già stati previsti e servono, come spiega il generale Graziano a illustrare «la missione dell’Unifil per evitare equivoci. È fondamentale per la popolazione sapere che i peacekeeper sono impegnati ad aiutare gli abitanti del sud e a diffondere la pace». Ogni spot avrà una durata di circa due minuti e lo stesso comandante dell’Unifil parteciperà a uno dei video.
«La partecipazione della star Rafiq Ali Ahmad nelle campagne informative dell’Unifil è un passo importante per diffondere un’immagine positiva dell’Unifil tra gli abitanti del Libano meridionale», ha detto il generale Graziano al quotidiano di Beirut.
La star, però, ha avuto un grande successo come autore di «Ayta», il monologo che inneggia alla «divina vittoria» degli Hezbollah sugli israeliani. In un videoclip con il logo della costola mediatica del partito di Dio, le parole di «Ayta» servono a descrivere le sofferenze del Libano meridionale, ma nello spot vengono accarezzati anche i poster con i faccioni dei «martiri» di Hezbollah. Il video si conclude con un kalashnikov alzato verso il cielo. Per i dieci spot dell’Onu, invece, Ahmed usa un’altra musica spiegando che «l’obiettivo principale della campagna è rendere maggiormente consapevoli gli abitanti del Sud della missione dei peacekeeper, oltre che rafforzare i legami a livello umano tra gli abitanti e i caschi blu».
Fausto Biroslavo Il Giornale
| inviato da LiberaliPerIsraele il 20/7/2007 alle 15:0 | |
20 luglio 2007
Venezia e l’Islam. Perché Maometto II ammaliò Proust?

Maometto II piaceva molto a Marcel Proust. Gli piaceva proprio tanto. Trovava affascinante la sua faccia. Anzi il suo affilato e crudele profilo. Che ovviamente non gli fu mai dato di ammirare coi propri occhi ma solo attraverso lo straordinario ritratto dipinto da Gentile Bellini, uno dei pezzi forti della grande mostra sui rapporti fra Venezia e l’Islam che fra pochi giorni, esattamente il prossimo 28 luglio, si aprirà a Palazzo Grassi. Organizzata dall’Istituto del mondo arabo di Parigi in collaborazione con il Metropolitan Museum di New York, la mostra, che rimarrà aperta fino al 25 novembre, copre un arco di tempo che va dall’anno 828 al 1797, ossia dal trafugamento del corpo di San Marco ad Alessandria fino alla fine della Serenissima. Essa arriva, com’è noto, già bella e pronta da Parigi e da New York e tra un viaggio e l’altro ha anche cambiato nome. Prima infatti si chiamava “Venezia e l’Oriente”, poi si è deciso invece di chiamarla “Venezia e l’Islam”. Si vede che nel frattempo qualcuno ha deciso che tutto l’Oriente, compresa la Cina, con la quale Venezia incominciò a trafficare fin dal XIII secolo, è o dovrà essere islamico. L’esposizione comunque illustra soprattutto l’intenso rapporto che Venezia ebbe con il vasto mondo musulmano, attraverso duecento opere – dipinti, stampe, ceramiche, vetri, metalli e stampe – provenienti da collezioni veneziane e da grandi musei europei e americani. Quella tra Venezia e l’Oriente è una storia di guerra e di pace, di scambi incessanti e di intensa fascinazione reciproca. Con i suoi empori, Venezia fu la sola potenza europea ad avere plenipotenziari permanenti nelle città del Vicino Oriente, e ascese al ruolo di grande impero marittimo proprio grazie a questa capacità di relazione.
Nei confronti del mondo islamico, i dogi veneziani ebbero un approccio sempre razionale e pragmatico: Venezia sviluppò legami privilegiati con le grandi dinastie musulmane e seppe apprezzare, e a volte fare proprie, la filosofia, la scienza e le arti dei regni d’oriente. Forse il quadro più bello, o che comunque si può supporre che attirerà maggiormente l’interesse dei visitatori, è proprio quello di Maometto II, che Gentile Bellini dipinse nel 1490, e attualmente è conservato alla National Gallery di Londra. Figlio di Jacopo, cognato di Andrea Mantegna, inviato nel 1479 in Turchia come ambasciatore della Serenissima tanto grande era la sua fama presso la corte di Maometto II, Bellini è il primo pittore europeo che ritrasse l’oriente musulmano, dipingendo giraffe, cammelli, moschee, minareti, giovanotti inturbantati e fanciulle col velo – tutte cose assolutamente sconosciute al mondo occidentale. Ma riuscirebbe oggi lo spirito di Gentile Bellini, il quale lanciò con la sua pittura un ponte tra Europa cristiana e Mondo musulmano, a dare un impulso sincero a quel dialogo euro-arabico che non solo gli intellettuali musulmani ma anche tanti loro interlocutori europei si stanno da un pezzo industriando di trasformare in un estenuante bla-bla-bla fra sordi? I quadri di Bellini non sono comunque i soli che in questa nostra provvedono a illustrare i rapporti di Venezia col mondo arabo e l’Islam. Ci sono anche alcune tele di Lorenzo Lotto; c’è anche il celebre “filosofo” di Giorgione, che col suo turbante, la sua tunica e la sua lunga barba bianca è chiaramente una figura islamica; e ci sono anche gli strani maghi di Tiepolo, a riprova del fatto che gli stregoni orientali, coi loro serpenti, come ha rilevato Roberto Calasso nel suo bellissimo Il rosa Tiepolo, a Venezia erano di casa.
Ma torniamo al fascino che il volto del Maometto II di Bellini esercitò su Proust. Dove e quando l’autore della Recherche manifestò questa sua strana predilezione? La manifestò due volte in due diversi passi del romanzo. E in entrambi i passi l’ammirazione per il volto di Maometto viene attribuita a Swann, il protagonista della prima parte del libro. Il narratore racconta infatti che Swann, conversando con lui, essendo il discorso caduto sul suo amico Bloch, dopo avergli chiesto se per caso questo Bloch non fosse “quel ragazzo che ho veduto qui una volta, che somiglia tanto al Maometto II di Bellini”, aggiunge: “È straordinario: stesse sopracciglia circonflesse, stesso naso ricurvo, stessi zigomi sporgenti… Quando avrà una bella barbetta sarà la stessa persona”. Il secondo passo è quando Swann, giunto al culmine della sua passione per Odette, “sentiva assai vicino al suo cuore quel Maometto II di cui amava il ritratto dipinto da Bellini...”. Quale oscuro archetipo dell’immaginario erotico di Proust riuscì a risvegliare quel dipinto? Questo è un segreto che forse l’autore della Recherche si è portato con sé nella tomba. Il che tuttavia non ci impedisce di immaginare che forse il profilo della sua amatissima Albertine, cioè del suo segretario e autista Alfred Agostinelli, fosse abbastanza simile a quello di Maometto II.
|
|
|
| inviato da LiberaliPerIsraele il 20/7/2007 alle 14:0 | |
20 luglio 2007
Israele: uccise volontario italiano, condannato all'ergastolo
Senza se e senza ma, senza guardare come la pensasse, la giustizia israeliana ha lavorato con onestà. I costruttori di pace hanno un altra occasione per imparare qualcosa

Carcere a vita per Ashraf Hanaisha, l'omicida di Angelo Frammartino, il volontario italiano accoltellato un anno fa a Gerusalemme, dove si trovava per partecipare a un campo di lavoro della Cgil. Lo ha stabilito un tribunale militare israeliano. Hanaisha, fermato poco dopo l'omicidio, confesso' di aver ucciso l'italiano per sbaglio, dopo averlo scambiato per un giovane ebreo.
frammartino
| inviato da LiberaliPerIsraele il 20/7/2007 alle 13:0 | |
20 luglio 2007
D'Alema, "Politico di parte o ministro degli Esteri?"
 D'altronde cosa ci si può aspettare da chi cammina sottobraccio a hezbollah?
D'ALEMA SU HAMAS INDEBOLISCE ABU MAZEN
"Su Hamas D'Alema compie non solo un errore di valutazione nel merito, ma dimentica il suo ruolo istituzionale". Lo afferma il senatore Alfredo Mantica, vicepresidente del gruppo di Alleanza Nazionale e vicepresidente della commissione Esteri, a commento delle dichiarazioni su Hamas del titolare della Farnesina che martedì prossimo farà il punto davanti alle Commissioni parlamentari sulle missioni di pace.
"Non è certo un mistero che da parte della sinistra, per cultura e scelta politica, c'è una solida tradizione di sostegno delle tesi palestinesi - spiega Mantica - anche di quelle più estremiste. Ma quel che sorprende è che D'Alema trasferisca la legittimità delle sue opinioni di parte nel suo ruolo istituzionale. Un uomo politico di sinistra è ovviamente libero di avere ed affermare i suoi convincimenti su Hamas e gli Hezbollah, il ministro degli Esteri, invece, ha dei vincoli imposti dal suo ruolo".
"E cioè - prosegue il senatore - deve valutare i pro e i contro delle sue dichiarazioni, capire la delicatezza del momento diplomatico, sostenere, nello specifico le posizioni dell'Europa che ha posto Hamas nella lista e organizzazioni terroristiche. Con la sua sortita, D'Alema indebolisce il legittimo presidente palestinese Abu Mazen mentre compie una rischiosa scelta nei rapporti con Israele. Il titolare della Farnesina sembra portarsi dietro un bagaglio culturale, tardo ideologico, che gli fa confondere i movimenti di liberazione della decolonizzazione con Hamas che, ormai, è un'organizzazione islamico-integralista, con una strategia terroristica".
"Vi è da chiedersi - conclude Mantica - se questa sortita del ministro degli Esteri, così ben accolta, non a caso, dalla sinistra radicale, non obbedisca a modesti calcoli di politica domestica. Ma questo sarebbe ancor più grave".
d'alema
hezbollah
abu mazen
| inviato da LiberaliPerIsraele il 20/7/2007 alle 12:0 | |
20 luglio 2007
Piccoli consigli antiviolenza
Ho ricevuto questa mail dalla direttrice della scuola di counseling in Dinamiche Relazionali presso cui mi sono diplomato e mi fa piacere girarvela.
Sebbene i consigli riportati non rappresentino una novità in assoluto, attraverso una certa chiave di lettura, possono assumere un significato diverso: l'attenzione primaria deve essere quella di non "identificarsi" con la vittima, perchè chi compie atti di violenza è in grado di riconoscere attraverso piccolissimi segnali quella condizione.
E' un invito alla "presenza a se stessi" ... vale la pena di riflettere e far girare.
************************************************ Un gruppo di violentatori in prigione è stato intervistato per sapere ciò che cercano in una potenziale vittima. Ecco qui alcuni elementi interessanti:
1) La prima cosa che i violentatori notano in una potenziale vittima è la pettinatura. E' più probabile che attacchino una donna con una pettinatura tipo coda di cavallo, treccie o qualunque altra pettinatura che si possa strattonare facilmente. E' probabile anche che attacchino donne con i capelli lunghi. Donne con i capelli corti non sono vittime usuali.
2) La seconda cosa che essi notano è l'abbigliamento. Osservano le donne che vestono abiti che si possano togliere o eliminare rapidamente. E' solito anche che attacchino donne che parlano al telefono o che stanno facendo altre cose mentre camminano: questo indica che sono disattente e disarmate e possono essere facilmente attaccate.
3) Le ore del giorno in cui i violentatori attaccano maggiormente le donne è a prima mattina, tra le 5:00 e le 8:30, e dopo le 22:30
4) Questi uomino attaccano in modo e in luoghi in cui possano portare la donna rapidamente in altri luoghi, dove non si debbano preoccupare di essere visti o arrestati. Se Lei tenta qualunque reazione alla lotta, i violentatori solitamente desistono approssimativamente in due minuti: credono che non ne valga la pena, che è una perdita di tempo.
5) Hanno dichiarato che non attaccano donne che portino con loro ombrelli o altri oggetti che possano essere usati come arma a una certa distanza (le chiavi non li intimidiscono perchè per essere usate come armi, la vittima deve far avvicinare molto l'aggressore).
6) Donna, se qualcuno ti seguisse in una strada, vicolo o garage, o se stessi con qualcuno con fare sospetto in un ascensore o in una scala, guardalo direttamente in faccia e chiedigli qualcosa, tipo "Che ore sono?" Se fosse un violentatore, avrà paura di essere successivamente identificato e perderá l'interesse di averla come vittima. L'idea è convincerlo che non vale la pena scegliere te.
7) Se qualcuno si presenta improvvisamente e ti afferra, grida! La maggior parte dei violentatori ha detto che lascierebbe andare una donna che grida o che non avesse paura di lottare con lui. Ripeto: Essi cercano la VITTIMA FACILE. Se gridi, potrai mantenerlo a distanza ed è probabile che scappi.
8) Stai sempre attenta a quello che succede dietro di te. Nel caso in cui percepisci qualsiasi comportamento strano, non lo ignorare. Segui il tuo istinto. E' meglio scoprire che ti sei sbagliata e prenderti solo paura al momento, ma hai la certezza che sarebbe stato molto peggio se il soggetto ti avesse attaccato realmente.
9) In qualunque situazione di pericolo, nel caso in cui tu debba gridare, grida sempre "AL FUOCO! AL FUOCO!" e molte persone arriveranno (curiosi). Nel caso in cui gridassi AIUTO!, la maggior parte delle persone si asterrebbero per paura.
10) sono cose semplici, ma possono evitare un trauma o persino salvare una vita.
Cuerpo Nacional de Policia España
20 luglio 2007
Medio Oriente: Blair a Lisbona cerca ampio mandato
|
EST) Medio Oriente: Blair a Lisbona cerca ampio mandato |
|
|

È l’atteggiamento da tenere nei confronti di Hamas il nodo principale della riunione sul Medio Oriente di questo pomeriggio a Lisbona. Alla presenza del suo nuovo inviato speciale nella regione, l’ex primo ministro britannico Tony Blair, il Quartetto (Onu, Usa, Russia, Ue) dovrà valutare le prospettive della politica d’isolamento di Hamas intrapresa dall’Occidente all’indomani dello scontro interpalestinese che ha determinato la cacciata da Gaza della fazione di al-Fatah e la nascita di un nuovo governo nei Territori. La questione è molto delicata perché da una parte in Europa, col governo italiano in testa, diversi paesi nutrono perplessità sugli effetti dell'emarginazione di Hamas; dall’altra, Israele ha deciso di chiudere la porta a qualunque politico o diplomatico che intrattenga colloqui con il Movimento per la resistenza islamica. Ieri, Blair è stato a Roma a confronto con Romano Prodi e Massimo D’Alema, le cui parole sulla necessità di non abbandonare la striscia di Gaza ad al Qaeda hanno suscitato un vespaio di polemiche. Tuttavia, è probabile che l’ex premier inglese non si sia trovato troppo in disaccordo con la linea italiana. Infatti, il nuovo ministro degli Esteri del Regno Unito, David Miliband, suo ex consigliere politico, in questi giorni ha definito un fallimento la politica di isolamento perseguita dalla comunità internazionale verso Hamas. |
|
In realtà il mandato di Blair è piuttosto ristretto. L’ex leader laburista ha infatti il compito di raccogliere fondi per i palestinesi, contribuire alla creazione di istituzioni solide nei Territori e promuovere lo sviluppo economico. Tuttavia, la maggioranza degli analisti, specie in Gran Bretagna, è convinta che un personaggio come Tony Blair non si accontenterà di un ruolo così limitato e cercherà di coinvolgere le parti in un dialogo a tutto campo. Non si esclude tra l’altro che, seppure non subito, l’inventore del “New Labour” finisca per includere anche Hamas tra i propri interlocutori. Secondo alcune fonti, Blair potrebbe cercare il suo primo successo con la liberazione di Gilad Shalit, il soldato israeliano rapito quasi un anno fa da guerriglieri palestinesi in territorio israeliano, per mezzo dell'esperienza accumulata in analoghe trattative svolte a suo tempo sul fronte nordirlandese. Notevoli difficoltà all’azione di Blair, tuttavia, potrebbe porle la Russia, in grave crisi diplomatica col Regno Unito per il caso Litvinenko e inviperita per non essere stata preventivamente consultata per l’assegnazione del mandato del Quartetto al politico inglese.
|
|
|
20 luglio 2007
Gli assassini della memoria in cattedra nelle università
L’antisemitismo, compagno inseparabile del negazionismo
Deportati ad Aushwitz morti di stenti
Gli assassini della memoria in cattedra nelle università
Da Teramo a Roma, professori come Claudio Moffa e Antonio Caracciolo sono solo alcuni esempi di quei “cattivi maestri” ai quali si consente di insegnare negli atenei italiani
“Assassini della memoria": così lo storico Pierre Vidal Naquet ha definito i negazionisti, quegli individui che hanno il coraggio di negare la Shoah del popolo ebraico, di sostenere che le camere a gas non sono mai esistite e dipretendere che non vi sia stato nessun genocidio pianificato di sei milioni di ebrei da parte dei nazisti, ma soltanto una persecuzione anti-ebraica che, a dir loro, ha al massimo causato qualche decina di migliaia di vittime. Se tesi tanto ignobili non possono fare a meno di generare uno spontaneo sentimento di disgusto e di ripugnanza in chiunque sia dotato di un minimodi senso morale, ben maggiore è lo sdegno che nasce quando i loro infami propugnatori si travestono addirittura da "storici" e da "esperti", e pretendono che la diffusione del loro ciarpame vada addirittura tutelata in nome della "libertà d'espressione", quasi che il tentativo di negare o attenuare la portata storica dei crimini nazisti non sia per sua stessa natura criminogeno, e non si associ inevitabilmente all'antisemitismo. In realtà,l'antisemitismo più becero e viscerale è compagno inseparabile del negazionismo, in quanto coloro che pretendono di "ridimensionare" la portata del genocidio del popolo ebraico di fatto regolarmente accusano la pretesa "lobby sionista" di averla ad arte ingigantita, al fine di trarne supposti benefici politici.
Si può dunque ben comprendere come di recente l'annuncio che il professor Claudio Moffa avrebbe invitato il pregiudicato Robert Faurisson a fare propaganda negazionista agli universitari di Teramo abbia causato una comprensibile avversione nella società civile, nel mondo accademico e in quello politico. Le proteste della Comunità ebraica, di intellettuali e docenti universitari, nonché di molti cittadini indignati, hanno infineprovvidenzialmente indotto l'Università di Teramo dapprima a cancellare la preventivata lezione, ed infine a sopprimere il master "Enrico Mattei sulMedio Oriente", trasformato dal suo coordinatore Moffa in una centro di diffusione del pensiero negazionista.L'incresciosa vicenda consentiva però di scoprire che purtroppo il caso di Moffa non è affatto isolato, e che fra gli "amici di Faurisson" e fautori del suo preteso "diritto" ad esporre le sue tesi aberranti vi sono altri cattedratici, altri di quei "cattivi maestri" cui si consente di insegnare nelle Università statali.Per quel che riguarda Roma, si è infatti scoperto che - fra i docenti di filosofia del diritto - un certo professor Antonio Caracciolo si è da subitoerto a paladino di Moffa mediante un presunto "Comitato per la libertà di pensiero", il cui scopo è quello di permettere che le deliranti tesi di Faurisson e compari abbiano libertà di circolazione nelle Università e possano essere insegnate quasi che siano dotate di una qualche fondatezza scientifica.
A rendere l'incresciosa vicenda ancor più paradossale, vi è la circostanza che Caracciolo milita non in Forza Nuova o nei Comunisti Italiani (partiti in cui probabilmente le sue tesi filo-negazioniste verrebbero accolte abraccia aperte), ma in Forza Italia, e confonde i principi liberali cui Forza Italia s'ispira con la "libertà di propaganda negazionista". Per questo motivo, il problema che si pone per l'immediato è anzitutto politico: è mai possibile che il partito di Guzzanti, di Biondi, di Martino, di tanti comprovati amici del popolo ebraico, il partito che ha voluto fortementel'istituzione della Giornata della Memoria, possa dare spazio a chi quella stessa Memoria la oltraggia, la vilipende e la nega? Da questo punto di vista, ci auguriamo che Forza Italia voglia provvedere con solerzia a chiarire come la militanza nei suoi ranghi sia agli antipodi e del tutto incompatibile con quella sotto le bandiere del negazionismo.In termini più lunghi, pensiamo che l'intera vicenda debba portare ad un'azione politica incisiva ed ormai improcrastinabile. In Francia è stato possibile approvare leggi che reprimono la propaganda negazionista come reato penale specifico, e che interdicono a negazionisti come Faurisson di avvelenare le menti dei giovani insegnando nelle scuole pubbliche e nelleuniversità statali. Quanto ancora dovremo attendere prima che provvedimenti analoghi - la cui urgenza è comprovata dai fatti di Teramo -vengano presi anche dal Legislatore italiano?
Shaykh Abdul Hadi PalazziL'opinione
Negazionisti
| inviato da LiberaliPerIsraele il 20/7/2007 alle 10:22 | |
20 luglio 2007
Dal teatrino della politica

La scommessa di Palazzo Chigi è stata di trasformare la minaccia di dimissioni di Emma Bonino in un’opportunità: uno strumento di pressione sull’estrema sinistra. Obiettivo: fare accettare al Prc una riforma delle pensioni non troppo indigesta all’Ue e al resto della coalizione. L’azzardo nasceva da alcune convinzioni radicate. La prima, decisiva: il partito di Fausto Bertinotti non ha voglia di rompere con Romano Prodi. La seconda: un provvedimento imposto dall’antagonismo rischia comunque la bocciatura in Senato. La terza: se non si può evitare una crisi, meglio uscirne su posizione riformiste. La convocazione dei sindacati dal premier, ieri notte, farebbe pensare che l’ostacolo politico sia stato smussato, se non superato. Ma con grande fatica, ed un margine residuo di incertezza. Non a caso, negli ultimi giorni a Palazzo Chigi e al ministero dell’Economia valutavano lo strappo della Bonino come un gesto pericoloso ma anche potenzialmente utile. Così, quando nel pomeriggio il segretario dei Ds, Piero Fassino si è lasciato sfuggire che l’accordo era pronto, l’ottimismo è parso confermato; sebbene la sua soddisfazione si sia rivelata prematura. Se l’intesa c’era davvero, ha fatto apparire il negoziato come una finzione che poteva mettere in imbarazzo Rifondazione. Se non esisteva, l’ha complicata. «È il momento dell'impegno, per chi tratta; e del silenzio per chi non è chiamato a trattare», ha bacchettato il presidente della Camera, Fausto Bertinotti. L’ala comunista dell’Unione sapeva di trovarsi in una posizione scomoda, quasi nell’angolo. Negli ultimi giorni si era saldata una tenaglia di fatto fra il ministro Bonino e il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, critici verso la riforma che si andava configurando. Per il Prc, accettare tutte le condizioni di Tommaso Padoa-Schioppa poteva significare perdere pezzi di elettorato massimalista; ma rifiutarle, porterebbe alla crisi. Le probabilità di arrivare ad un «sì» sono nate dalla sensazione che Bertinotti tema «un altro 1998», quando Rifondazione costrinse Prodi alle dimissioni: un altro strappo darebbe al suo partito una patente di inaffidabilità permanente. Non a caso, ieri Berlusconi ha evocato la rottura di nove anni fa. Il problema era come evitare che l’accordo fosse interpretato come un cedimento del Prc. Finora, di solito è successo il contrario: sono stati partiti come Ds, Margherita, Udeur a chinare il capo. Per Prodi e Padoa-Schioppa la questione era opposta: non essere dipinti dall’opposizione come un governo ostaggio dei comunisti. È scontato che qualunque compromesso sarà interpretato dal centrodestra in questo senso. Ma tutto sommato, potrebbe servire a Bertinotti per giustificare l’intesa davanti alla propria base. Il rinvio alla trattativa col sindacato, d’altronde, permette di allentare la pressione e di scaricare all’esterno della maggioranza le tensioni. La cena notturna coi sindacati potrebbe regalare a Prodi un po’ di ossigeno fino a settembre. Anche se non è detto che sia un tempo sufficiente a preparare le difese contro chi, nella stessa Unione, scommette su un cambio a Palazzo Chigi. E considera l’autunno un punto d’arrivo inesorabile. Pazienza se nessuno è in grado di capire che cosa succederà dopo.
Massimo Franco
|