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31 luglio 2007

Hamas crea nuovo servizio segreto per Gaza

 


Il nuovo servizio di sicurezza opererà nella Striscia di Gaza agli ordini del movimento islamico Hamas che, dallo scorso 15 giugno, controlla l'intera Striscia di Gaza. Lo riferisce oggi il quotidiano palestinese al-Ayyam.

GAZA - Un nuovo servizio di sicurezza opererà nella Striscia di Gaza agli ordini del movimento islamico Hamas che, dallo scorso 15 giugno, controlla l'intera Striscia di Gaza. Lo riferisce oggi il quotidiano palestinese al-Ayyam, edito a Ramallah (Cisgiordania). Ihab Ghosein, portavoce del ministero dell'interno di Hamas, ha confermato ad al-Ayyam che il nuovo servizio, l'Apparato per la Sicurezza Interna, vedrà la luce nelle prossime settimane e sarà formato da alcune centinaia di uomini. Ghosein è stato vago sui compiti del nuovo organo di sicurezza e si è limitato a dire che collaborerà con la Forza esecutiva di Hamas nel garantire "pace e traquillità" ai cittadini di Gaza.
Secondo fonti di Gaza l'Apparato per la Sicurezza Interna, prenderà il posto del Servizio di Sicurezza Preventiva che prima del 15 giugno operava agli ordini del presidente palestinese Abu Mazen, e avrà il compito di individuare gruppi che agiscono nell'ombra contro il potere di Hamas. In sostanza, hanno spiegato le fonti, seguirà le attività dei dirigenti e militanti di Fatah rimasti a Gaza.
Intanto nei prossimi giorni Hamas rivolgerà un nuovo appello a tornare al lavoro agli agenti delle forze di sicurezza ufficiali che su ordine del governo palestinese a Ramallah si rifiutano di prestare servizio sotto l'autorità del movimento islamico.

La Gazzetta del Mezzogiorno


31 luglio 2007

Quella dell'Unicef sui bambini sotto Saddam si chiama cinica propaganda

  Si chiama cinica propaganda ed è la  specialità dell'Unicef. Per il suo vicedirettore, Dan Toole, i bambini iracheni stavano meglio con Saddam Hussein.

Quando i figli del satrapo appendevano la gioventù ai ganci della tortura, quando i bambini sciiti venivano costretti a bere urina e a guardare i genitori scomparire dentro le fosse comuni, quando gli studenti dovevano imparare i racconti del caro leader, quando le Nazioni Unite i bambini li affamavano con "Oil for food", quando nel paese vigeva un detto: esci di casa col piede sbagliato e sei morto. Sotto Saddam i bambini erano condannati a un futuro di morte e desolazione, primigeniti di una storia riscritta per il dominio sunnita sui figliastri curdi e sciiti. Il loro futuro non è roseo, ma i loro padri stanno morendo per dargliene uno, nuovi nati della prima democrazia costituzionale del medio oriente. Dov‚era l'Unicef quando l'ospite di Saddam Al Zarqawi si vantava di dilaniarne una quarantina? Il Comando centrale americano rende noto che il 98 per cento dei bambini sono stati vaccinati contro la polio, migliaia di scuole sono state costruite, a milioni vanno a scuola, tre milioni in più accedono all'acqua.

Un tempo sui manuali scolastici si osannavano le gesta di uno psicopatico, oggi vi sono ricordate le imprese sanguinarie. Ieri il Baath ordinava di "liquidare" i bambini handicappati, oggi gli americani forniscono loro protesi e cibo. Solo la più cupa propaganda può assimilare incubo e libertà, una dittatura che spargeva gas sulle teste e un governoeletto che le conta dentro le urne.

da Il Foglio


31 luglio 2007

Controlliamo le lezioni degli imam in moschea

 Lancia l’allarme il vicepresidente della Commissione Europea Franco Frattini

Controlliamo le lezioni degli imam in moschea
“Ben venga un islam nazionale compatibile con la nostra democrazia. No alla religione di guerra che esorta alla violenza”




Il dibattito sul diritto dei musulmani presenti nel nostro paese è divenuto ozioso, perché sempre più intriso di codarda ipocrisia. Il pensiero unico relativista si ostina a condannare quelle poche ed ardite quanto invise voci che, di fronte al moltiplicarsi dei casi di proselitismo religioso praticato nelle moschee al solo fine di piegare all'odio contro gli infedeli occidentali i musulmani presenti in Italia, osano inchiodare l'utopia dell'integrazione multiculturale con al suo fallimento. E, pur di evitare prese di posizioni scomode, sebbene necessarie, ci si dilunga nel compiacimento per le saltuarie operazioni di polizia che sventano attentati certi e pericoli imminenti, guardandosi bene dall'affrontare l'emergenza dei templi dove si professa impunemente la religione dell'odio nei nostro confronti.

Anche il vicepresidente della Commissione europea Franco Frattini è tornato con decisione sull'emergenza moschee rivendicando l'urgenza di approfondire che cosa vi insegnino gli imam. Il punto della questione è chiaro: Ben venga un Islam nazionale, ossia compatibile con i principi che animano la nostra democrazia ed il rispetto dei diritti individuali di tutti, uomini e donne, mentre deve suonare secca e decisa la condanna di quella “religione di guerra” che esorta alla violenza. Dopo l'ultimo episodio che ha coinvolto la moschea di Ponte Felcino, Frattini ha ampliato la sua riflessione sull'integrazione dei musulmani in Italia. “Dobbiamo tenere gli occhi aperti - dice Frattini, che è anche commissario per la Giustizia, la sicurezza e la libertà e responsabile del dossier immigrazione nella Commissione - guardare al problema dell'integrazione come ad un tema difficile, complesso, attorno al quale sviluppare il massimo di sensibilità e di attenzione”.

Il vicepresidente della Commissione europea ha tenuto a ribadire il suo totale favore alla presenza dell'Islam nel nostro paese spiegando che “noi non pensiamo ad una guerra di religione, al contrario pensiamo che un Islam nazionale rappresenti senz'altro un valore positivo”. Il problema sorge solo perché “c'è qualcuno che pensa ad una 'religione in guerra' con noi”. Ed è proprio questa constatazione che spinge Frattini ad auspicare una sorta di alleanza con il mondo musulmano e l'impegno da parte di quest'ultimo a prendere ufficialmente le distanze dagli insegnamenti impartiti nelle moschee dell'odio. “Quello che è successo in Italia negli ultimi giorni - secondo Frattini - a proposito delle moschee e degli Iman, è molto, molto preoccupante. E va al di là della nostra immagine comune del terrorismo che pure conosciamo tragicamente come una scuola ed una pratica di guerra”. Per il vicepresidente, “i dialoghi ed i discorsi che le autorità di polizia italiane ora hanno registrato, durante mesi di ascolto, dimostrano che la moschea di Ponte Felcino era una 'scuola dell'odio' e della violenza”. Emblematica la realtà delle bambine cui “veniva insegnata la subalternità e mentre ai bambini l'aggressività contro i loro coetanei italiani, 'fino a farli sanguinare”.

Un bel paradosso per la nostra società diventata il nemico principale proprio per coloro che accoglie senza riserve ed a cui permette di diffondere tanta ostilità e disprezzo contro la nostra cultura. “Una società dell'accoglienza, la nostra - conclude Frattini - vista come nemica anche perché fondata sull'uguaglianza tra bambine e bambini che ad esempio l'Imam di quella moschea risolutamente rinnega. Voglio credere - che Ponte Felcino sia l'eccezione, non la regola”. Purtroppo il proliferare di casi simili a quello della moschea di Ponte Falcino, a meno di un tempestivo e deciso colpo di reni da parte delle istituzioni e della molle politica italiana, non offre grandi prospettive di stroncare gli imam guerrieri.

di Barbara Alessandrini
l'opinione


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31 luglio 2007

Finalmente il numero esatto!

 




In un
’intervista a un giornale saudita, il ministro della difesa sudanese Abdel Rahim Mohamed Hussein ha attribuito la tragedia nel Darfur a un complotto ordito da
“24 organizzazioni ebraiche”.

E c'è ancora chi si permette di parlare di una sola lobby ebraica.
Vergogna.


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31 luglio 2007

Se le Brigate rosse ripartono dalle moschee

 

L’individuazione delle moschee (insieme agli stadi, paragonati alle banlieue francesi) come «luoghi di aggregazione e di espressione del disagio sociale da cui partono le lotte» da parte dei militanti della cosiddetta Seconda posizione delle Brigate rosse, nelle intercettazioni diffuse dalla Digos di Milano, costituisce un segnale che non va sopravvalutato, ma nemmeno sottovalutato. Vi è infatti una preoccupante identità di analisi fra i brigatisti e alcuni esponenti dell'ultra-fondamentalismo islamico, che s'ispirano apertamente alla «dottrina Carlos», elaborata dal famoso terrorista venezuelano convertito all'islam che sta scontando l'ergastolo in Francia, e che dal carcere scrive libri e intrattiene una fitta corrispondenza con diverse personalità della sinistra internazionale, fra cui il presidente venezuelano Hugo Chavez. Carlos propone l'alleanza in funzione anti-americana e anti-israeliana fra quanto resta del terrorismo anti-imperialista e comunista e il terrorismo islamico che riconosce l'egemonia di Al Qaida.
Senza volere assolutamente paragonare l'ultra-sinistra no global, la cui violenza nella maggior parte dei casi rimane puramente verbale, alle Brigate rosse, né i neo-fondamentalisti come Tariq Ramadan ad Al Qaida, non si può tuttavia fare a meno di riflettere sul fatto che gli sproloqui dei brigatisti e di Carlos trovano una sponda e una possibile legittimazione intellettuale in cattivi maestri. Anche una certa ultra-sinistra, e lo stesso Tariq Ramadan, inneggiano all'incontro fra movimenti di «resistenza anti-imperialista» islamica e movimentismo no global, e nei loro scritti non si trova quella condanna chiara e netta di gruppi terroristi come Hamas o Hezbollah che consentirebbe di interpretarli come semplici opinioni politiche e non come giustificazioni della violenza.
Passando dalla teoria alla pratica, a favore dell'imam El Korchi di Ponte Felcino, presso Perugia, in carcere con gravissime accuse di terrorismo, è sceso in campo in questi giorni il Campo Antimperialista, già noto per avere invitato in Italia esponenti e apologisti della cosiddetta «resistenza irakena» e averli fatti incontrare con militanti dell'ultra-sinistra nostrana. Vantando «ottime ragioni» che forse derivano da rapporti personali, il Campo Antimperialista esalta gli arrestati di Perugia, in puro stile Carlos, come «militanti islamici antimperialisti» vittime di una «sordida persecuzione antislamica» messa in opera da uno «Stato di Polizia» che ha il solo scopo di «terrorizzare l'opinione pubblica».
Se si prescinde dal carattere un po' ridicolo delle tesi - davvero il governo Prodi guida uno «Stato di Polizia» che terrorizza i poveri militanti comunisti e anti-americani? - gli interrogativi sui rischi che si corrono diffondendo così apertamente brandelli di «dottrina Carlos» rimangono. Ai tempi del governo Berlusconi le iniziative del Campo erano almeno frenate non concedendo i visti agli invitati stranieri. Con il governo Prodi il Campo Antimperialista sembra godere di un'ampia licenza di invitare in Italia più o meno chiunque. Ora annuncia un seminario internazionale a Isola Polvese, dal 31 agosto al 2 settembre. Potrà dire quello che vuole, anche dopo la sua assurda difesa dell'imam El Korchi e i durissimi attacchi al ministro Amato, perché le sue iniziative sono sostenute da esponenti dei partiti dell'ultra-sinistra, senza il voto dei quali Prodi (e anche Amato) andrebbero a casa.
Massimo Introvigne


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31 luglio 2007

Scherzate pure coi santi, ma provate a farlo con Maometto

 

 

È scoppiata la passione per il nuovo gadget della Apple, il telefono iPhone, che poi, come è stato detto, non serve solo a telefonare ma serve a tutto, salvo che a radersi la mattina. Da irriducibile adepto della Apple non posso che mettermi in lista d'attesa per l'acquisto.

Navigando in rete ho scoperto che il mito del patron di Apple, Steve Jobs, sta suscitando da tempo un'adorazione di tipo mistico-religioso. Il magazine New York ha dedicato la "cover story" al nuovo cellulare "intelligente", proponendo una copertina con la foto di Jobs accompagnata dalla scritta "iGod". E nella vignetta (…), che è stata pubblicata sul Washington Post, si vede Jobs che scende ieratico dal monte Sinai con due iPhone al posto delle tavole della legge. Il popolo "eletto" plaude gridando: «It's almost here!». Non penso affatto che ci si debba scandalizzare per questo uso umoristico del sacro. Anzi, quella vignetta costituisce una divertente e sana parodia di un certo tecnofeticismo dilagante che sconfina nell'idolatria, e fa pensare alla frase di Walter Benjamin secondo cui non c'è nulla di più ridicolo del modo in cui, nelle società moderne, viene presa sul serio la tecnologia. Tutto il contrario del messaggio che viene trasmesso da una pubblicità che mi è caduta di recente sotto gli occhi sfogliando un rotocalco. Era la pubblicità di un Suv di una nota casa automobilistica. Sotto la foto del veicolo campeggiava la scritta cubitale "Non avrai altro Suv al di fuori di me". Qui la pubblicità usa in modo volgare il riferimento al comandamento biblico esibendo senza ironia proprio l'atteggiamento ebete di fronte alla tecnologia ridicolizzato dalla vignetta del Washington Post.

Resta il fatto che l'unico tema che il politicamente corretto e il terrore dell'islam ci hanno lasciati liberi di trattare, bene o male che sia, è il sacro delle religioni dell'Occidente, ebraismo e cristianesimo. Viviamo in società che inventano termini ridicoli e imbecilli, come "non vedente", "non udente", "non deambulante" e persino "diversamente abile" al posto di "disabile"; in cui se ti scappa di dire "indiano" invece che "native American" vieni proposto per la sedia elettrica; in cui per non offendere gli omosessuali si propone di non farsi più chiamare "papà" e "mamma". Però si possono fare "vignette danesi" sul Dio della Bibbia, su Mosè e su Gesù Cristo. A Bologna è stata annullata in extremis una mostra su "la Madonna piange sperma", e l'associazione Arcilesbica ha proposto una mostra sui "Dieci Comandamenti" in chiave lesbica. Sulla stampa italiana coloro che hanno protestato contro la messa in scena a Venezia del balletto sadomaso Messiah Game, ispirato al Nuovo Testamento, sono stati definiti per lo più come "cattolici integralisti". Sono gli stessi giornali che - assieme ai politici che si sono stracciati le vesti contro i tentativi di imporre la censura - a suo tempo deplorarono le vignette danesi su Maometto in quanto offensive dell'islam. Nel frattempo è stato consigliato alla missione Unifil in Libano di non esibire simboli e stendardi cristiani come il Leone di San Marco o la Croce di Lorena. E però, mentre continuiamo ad imbrattarci da soli in questo modo vile e indecoroso, ci prostriamo devoti di fronte alla sacralità del velo islamico e della sharia, e la nostra nobile e decantata laicità mostra il suo autentico volto di miseria. Sarebbe un gran successo se qualche giornale riuscisse a rifare la vignetta del Washington Post in versione musulmana e certi pubblicitari cercassero soccorso alla loro fantasia inaridita altrove che tra i Dieci Comandamenti.

Giorgio Israel



31 luglio 2007

Fini: "In moschea si parli italiano"

 

Consensi dal mondo islamico. Il ministro ferrero: pensiamo a politiche d'integrazione
«Nelle moschee la predica deve essere fatta in italiano, perché ognuno prega il suo Dio come vuole ma noi abbiamo il diritto di sapere cosa accade lì dentro». Rieti, domenica sera, giornata conclusiva della festa del Secolo d’Italia, il giornale di An. La richiesta del leader del partito, Gianfranco Fini, è esplicita: che gli imam adottino l’italiano nei luoghi di culto perché «dobbiamo sapere se si prega Allah o si semina odio».

Il tema è caldo dopo gli arresti di una decina di giorni fa alla moschea di Ponte Felcino, periferia di Perugia: imam e alcuni fedeli che, secondo le accuse, erano impegnati ad addestrare all’uso di armi e a tecniche di combattimento in vista di azioni terroristiche. Così ieri la dichiarazione dell’ex ministro degli Esteri ha fatto parlare: qualche polemica dalla sinistra radicale ma consensi dal mondo islamico. Come quello dell’imam di Firenze Izzedin Elzir: «L’introduzione della predica in italiano è anche uno dei nostri obiettivi. Come Ucoii ci stiamo lavorando», spiega. D’altronde, come precisa l’ex presidente dell’Ucoii Roberto Piccardo, la pratica del sermone bilingue è già usata da tempo in varie moschee.

Posizione conciliante anche da Mario Scialoja, membro della Consulta per l’Islam italiano («la proposta è condivisibile da ogni punto di vista») e, dalla maggioranza, dal deputato dell’Ulivo Khaled Fouad Allam, «pienamente d’accordo» con Fini: «Anche negli altri paesi i sermoni vengono celebrati nella lingua locale». Mentre Ivana Bartoletti, responsabile ds per i diritti civili, pur confessando che «mi piacerebbe che sempre di più si parlasse italiano: ma non lo imporrei per legge», avanza un’altra idea: un albo pubblico degli imam.

Plauso (scontato) dal centrodestra: per il capogruppo al Senato della Lega Roberto Castelli è piacevole constatare che «dopo tante aperture ai paesi islamici, anche Fini abbia capito che bisogna impedire di seminare odio nel nostro paese». Più radicale Maurizio Gasparri (An): «Vanno chiuse pseudo moschee che sono focolai d’odio, varate norme più dure contro crimine e immigrazione».

A criticare la proposta è stata una parte della sinistra, a partire dal ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero: «Nella misura in cui praticheremo delle vere politiche di integrazione per gli immigrati allora sì che diventerà naturale fare il rito islamico in italiano». Come corsi di lingua e formazione degli imam nel nostro Paese. E se Mauro Fabris dell’Udeur punzecchia Fini («capisco che oggi An debba ritrovare l’identità perduta alla ricerca del partito unico del centrodestra»), Gennaro Migliore (Prc) ha definito l’idea «figlia di una paura del diverso».

E ha aggiunto: «Fini si dovrebbe mettere d’accordo con il Pontefice che chiede il ripristino della messa in latino». Un’analogia che non è stato l’unico («con tutto il rispetto») a evocare. Anche il cardinale Giovanni Cheli, ex presidente del ministero vaticano che si occupa di immigrazione, tiepido alla proposta, ha commentato «con quel criterio non si potrebbe nemmeno tornare alla messa in latino...».

FRANCESCA SCHIANCHI
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31 luglio 2007

Il vice premier israeliano Haim Ramon: pronti al ritiro da gran parte della Cisgiordania

 

L'UNITA' del 30 luglio 2007 pubblica un'intervista ad Haim Ramon, vice primo ministro d’Israele e responsabile delle politiche strategiche nei Territori.
Ramon elogia il governo italiano per la missione Unifil in Libano, e sostiene la necessità di un ritiro israeliano dalla Cisgiordania, in un quadro negoziale.
Umberto De Giovannangeli definisce più volte questa posizione "coraggiosa", perché opposta a quella delle destra.
Ma, qualunque opinione si abbia sul merito delle questione,  in una democrazia è normale che si confrontino posizioni politiche differenti. Ramon non è un dissidente in un regime totalitario.
Inoltre, almeno la destra del Likud si oppone al ritiro dalla Cisgiordania per motivi di sicurezza. Gaza si è trasformato in un avamposto terroristico, e il Likud indica la possibilità che si produca un fenomeno analogo. Umberto De Giovannangeli, però,  non chiarisce le ragioni per le quali al destra israeliana "osteggia" il ritiro dalla Cisgiordania
Ecco il testo:

È il numero due del governo israeliano. Il premier Ehud Olmert non nasconde di vedere in lui il suo successore alla guida del partito Kadima e, in caso di vittoria elettorale, dell’esecutivo. Haim Ramon, vice primo ministro d’Israele e responsabile delle politiche strategiche nei Territori, non ama girare attorno ai problemi. E lo dimostra anche in questa intervista a l’Unità. Le sue parole segnalano una doppia volontà da parte israeliana: accelerare i tempi del negoziato di pace e mettersi alle spalle quell’unilateralismo che pure in passato «aveva portato Israele a scelte coraggiose, come quella compiuta da Ariel Sharon con il ritiro (due estati fa, ndr.) da Gaza». Alla vigilia della nuova missione in Medio Oriente della segretaria di Stato Usa Condoleezza Rice, il vicepremier israeliano ribadisce la strategia del dialogo. Israele, dice Ramon, vuole rilanciare «urgentemente» i negoziati con l’Anp di Abu Mazen. Nel merito, Ramon afferma che è nell’interesse di Israele «lasciare la maggior parte della Giudea e Samaria (Cisgiordania, ndr.), mantenendo soltanto gli insediamenti più grandi».
Cosa c’è alla base di questa dichiarata volontà di accelerare il negoziato con i palestinesi?
«Nell’ultimo periodo e in particolar modo da quando Hamas ha preso con la forza il controllo della Striscia di Gaza, ci sono due persone che si sono impegnate a fondo nel processo di pace e nella lotta al terrorismo: queste persone sono il presidente Abbas (Abu Mazen, ndr.) e il primo ministro Fayyad. Israele ha tutto l’interesse a sostenere i loro sforzi».
Ciò significa superare l’unilateralismo che ha caratterizzato fin qui l’azione di Israele?
«Tutta l’idea dell’unilateralismo era basata sul fatto che non avevamo un partner. Giusta o sbagliata che fosse, questa era la nostra convinzione. Ora questo partner esiste e abbiamo il dovere di condurre dei negoziati».
Lei insiste molto sul fattore tempo. Perché?
«Non solo Israele ma l’intera Comunità internazionale dovrebbe guardare con grande preoccupazione all’affermarsi in campo palestinese di un movimento estremista quale è Hamas, vera testa di ponte in Medio Oriente dell’Iran: stiamo parlando dell’alleanza militare, oltre che ideologica, di un movimento estremista e di uno Stato impegnato nel riarmo nucleare accomunati dalla dichiarata volontà di distruggere l’"entità sionista". Occorre agire, subito, su due piani: contrastare Hamas e rafforzare Abu Mazen. È ciò che intendiamo fare, come dimostrano le recenti decisioni assunte dal governo (la liberazione di centinaia di detenuti di Al Fatah, ndr.). Non possiamo sapere quanto a lungo ci sarà un partner, dunque dobbiamo procedere con urgenza».
Dal fattore-tempo ai contenuti di una pace possibile. Nei giorni scorsi, Lei ha sostenuto una posizione coraggiosa…
«Più che coraggiosa direi pragmatica. Lei si riferisce evidentemente alla questione del ritiro dalla Giudea e Samaria (Cisgiordania, ndr.). Ciò che penso è che nel momento in cui si avvierà la discussione per giungere ad un Accordo di principi, noi dovremmo porre sul tavolo negoziale la nostra volontà di ritirarci da gran parte della West Bank. In modo graduale, concordato, ma di ritiro dobbiamo parlare…».
Ritornando ai confini del 1967?
«No, questo è improponibile. E anche Abu Mazen ne è consapevole. Non si può chiudere gli occhi di fronte a una realtà che sul terreno è cambiata profondamente, e in modo irreversibile, in questi trent’anni. Ciò che dobbiamo stabilire è un principio…».
Quale?
«Quello della reciprocità. Nella definizione dei nuovi confini, i palestinesi dovranno tener conto delle esigenze, non solo di sicurezza, di Israele, e noi dobbiamo essere disponibili ad adeguate concessioni territoriali. Si tratta, in buona sostanza, di definire uno scambio di territori».
Un negoziato deve prevedere ed esplicitare uno sbocco. Qual è per Lei?
«È lo stesso indicato dalla Road Map (il tracciato di pace elaborato dal Quartetto Usa-Ue-Onu-Russia, ndr.) e ribadito recentemente dal presidente Bush quando ha lanciato la proposta, da noi pienamente condivisa, di una Conferenza di pace da tenersi in autunno: è il principio di due Stati, due popoli, due democrazie».
Lei parla di un possibile ritiro da gran parte della Cisgiordania. In una fase di transizione, chi potrebbe garantire la sicurezza nelle aree sgomberate da Israele?
«Siamo ancora in una fase preliminare. Questa è materia estremamente delicata, che andrà discussa nelle sedi opportune. Personalmente, penso che questo ruolo di garanti sul campo di una intesa raggiunta fra le parti, potrebbe essere svolto da forze Nato, ma le ripeto, questa è una ipotesi tutta da verificare».
Un ritiro da gran parte della Cisgiordania viene osteggiato dalla destra israeliana. Per portare avanti questa idea occorre grande coraggio politico…
«E onestà intellettuale. Ai miei occhi l’occupazione dei Territori minaccia la nostra stessa esistenza, la nostra legittimità e la nostra reputazione internazionale. Dobbiamo tenerlo bene a mente anche quando rivendichiamo il sacrosanto diritto di Israele a difendere la propria sicurezza. Quando parlo di onestà e di coraggio, ho in mente la lezione lasciataci da due grandi israeliani: Yitzhak Rabin e Ariel Sharon…».
Qual è questa lezione?
«Saper andare controcorrente, sfidando anche l’impopolarità quando si ritiene di essere nel giusto e di fare il bene del Paese, con la consapevolezza che la pace non può essere a costo zero…».
L’ultima domanda riguarda i rapporti con l’Italia. C’è chi parla di freddezza…
«Chi pensa e sostiene questo si sbaglia di grosso. Certo, possono manifestarsi delle divergenze di valutazione, ma l’Italia, il suo governo, il suo popolo sono da noi considerati amici di Israele. Vede, noi israeliani tendiamo a badare al sodo, ai fatti più che alle parole. Ed è un fatto, un fatto molto importante, che l’Italia è impegnata con i suoi soldati nel Sud Libano in una missione che intende anche garantire la sicurezza del Nord d’Israele. Di questo impegno vi siamo grati».
Unberto DeGiovannangeli fonte L'Unità del 30.07.2007




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31 luglio 2007

LA SALIVA TI SALVERA' DAL TERRORISMO

 
La Costituzione di una Banca Dati Mondiale di DNA potrebbe essere una tutela contro il terrorismo? Non lo sappiamo, ma il "Pacchetto Pisanu" in materia di antiterrorismo prevede una verifica del nostro codice genetico per la nostra identificazione.

Questa è la verità: nella lotta fra Occidente e Oriente, terrorismo e antiterrorismo,  Bush contro Bin Laden, la vostra saliva vi salverà! Secondo il cosiddetto 'Pacchetto Pisanu' in materia di antiterrorismo, decreto legge composto da 19 articoli, emanato dal Consiglio dei Ministri dal 22 luglio 2005 e che contiene le nuove norme per il contrasto del terrorismo internazionale e della criminalità, il prelievo di 'materiale biologico dal cavo orale', e quindi anche di DNA umano, diventa uno strumento contro il terrorismo. In pratica, se sospettati di essere degli attentatori alla serenità dello Stato saremo obbligati a sputare in maniera costrittiva su qualche provetta. La domanda sorge 'biscardianamente' spontanea: l'essere terroristi è scritto nei nostri geni? No, ma attesta la nostra identità. Improvvisamente non bastano più i nostri documenti, la patente e il codice fiscale? Perché?

Analizziamo il fatto. Secondo le parole dell'ex Ministro della Giustizia, il leghista Castelli, sin dal primo G8 (cui ha partecipato nel 2002), questo piccolo escamotage rientra in un progetto molto più grande: quello di una Banca dati mondiale per il DNA, la cui fondazione e promozione è costantemente all'ordine del giorno in ogni riunione dei Grandi della Terra. «Perché una persona onesta dovrebbe avere paura di dichiarare chi è anche attraverso una prova incontrovertibile?». Osservazione giusta, ma le persone che terranno al sicuro i dati del nostro codice genetico, saranno uomini e/o donne altrettanto oneste? Non dimentichiamo che il nostro corredo ereditario è una sequenza unica, irripetibile e detentrice della nostra informazione genetica e quindi anche delle nostre 'debolezze' fisiche e psicologiche. Voi affidereste mai il codice del vostro bancomat a uno sconosciuto? Giustamente no. A cosa andremo incontro se questa Banca dati mondiale di DNA esistesse?

Usate la fantasia. La clonazione è solo una delle risposte che potete dare. Qualcuno potrebbe liberamente rubare il vostro materiale cromosomico per crearne una copia! Ma vogliamo varcare ancor di più i confini della fantascienza? E se, in un futuro, dei bioterroristi riuscissero ad appropriarsi in maniera illecita di alcuni nostri DNA, riuscendo a creare dei virus o dei batteri personalizzati in grado di attaccare e mirare esattamente il nostro genotipo? E se cadesse casualmente nelle mani della Chiesa e questa mirasse a eliminare il noto gene Xq28, scoperto nel 1993 e meglio conosciuto con il nome di 'gene gay' per liberarsi una volta per tutte di tutti i dannati sodomiti del pianeta?

L'idea della schedatura genetica mondiale per combattere il terrorismo internazionale era stata proposta anche dal padre del DNA, James Watson, che, intervistato dal britannico 'The Indipendent', in occasione del 50° anniversario della scoperta della doppia elica, ammise: «Il sacrificio di questa forma particolare di anonimato non sembra un prezzo irragionevole da pagare. A patto che le leggi impongano controlli rigidi e giudiziosi sull'accesso a dati pubblici». Evidentemente Watson non ha ancora visto l'ultimo capitolo della saga di Harry Potter: se un bambino e i suoi amichetti riescono a penetrare nei meandri del Ministero della Magia, dove vengono custodite tutte le profezie di tutti i maghi del mondo magico, figuratevi entrare in una banca dati umana! Se è stato un gioco da ragazzi quello…
di Fabio Secchi Frau

CCNEWS:IT


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31 luglio 2007

PAESI ISLAMICI CHE CONDANNANO IL RAPPORTO OMOSESSUALE

 

elenco completo dei paesi che condannano l'omosessualità
 

Algeria
L'art. 338 prevede fino a 3 anni di reclusione e un'ammenda.

Arabia Saudita
L'omosessualità è punita con la pena di morte.
Esecuzioni capitali in Arabia Saudita (GB)

Bahrain

Recentemente è stata attivata la legge islamica, ma l'art. 337 prevede la deportazione e fino a 10 anni di reclusione.

Bangladesh
L'art. 377 del codice penale prevede la prigione a vita.

Cecenia
L'omosessualità è punita con la morte.

Djibouti

L'omosessualità è illegale e punita prigione.




Egitto
Non vi è un vero e proprio articolo contro l'omosessualità, ma i gay sono condannati giuridicamente perché lesivi della pubblica morale con pene da 1 a 5 anni e con invii ai lavori forzati.
Fatti accaduti in Egitto

Emirati Arabi Uniti
L'art. 354 del codice penale federale prevede la pena di morte. L'art. 80 del codice di Abu Zhabi prevede la prigione fino a 14 anni, mentre il codice penale di Dubai prevede la reclusione fino a 10 anni (art. 177 del codice penale).

Giordania
Gli atti omosessuali sono severamente proibiti e la pena consiste nella reclusione.

Iran
Per i maschi, la morte. Per i minorenni, 74 fustigate, per le femmine, 100 fustigate. Articoli 108 - 113 cod. penale.

Kenia
Gli articoli 162 e 165 del codice penale condannano l'omosessualità come crimine contro-natura con la prigione da 5 a 14 anni..

Kwait
L'art. 193 del codice penale prevede la reclusione fino a 7 anni.

Libia
In base all'art. 407 del codice penale è previsto l'imprigionamento da 3 a 5 anni.

Malesia
Art. 377 del codice penale: la condanna prevede fino a 20 anni di carcere e una multa in denaro.

Marocco
L'omosessualità è illegale anche in Marocco, dove la pena prevista dall'articolo 489 del codice penale prevede una condanna alla reclusione da 6 mesi a tre anni, più il pagamento di una multa.

Mauritania
Dall'introduzione della Sharia, la pena prevista è la morte.



 

Nigeria

Condanna a morte (il condannato viene schiacciato da una parete spintagli addosso dal boia).

Oman
In base all'art. 33  del codice penale, l'atto omosessuale è punito con la prigione da 6 mesi a un anno.

Pakistan
100 fustigate o morte per lapidazione.

Qatar
L'art. 201 del codice penale prevede fino a 5 anni di prigione.

Senegal
L'art. 319 del codice penale prevede la reclusione da 1 a 5 anni e una multa.

Somalia
Art. 409 del codice penale: carcere da 3 mesi a 3 anni.

Siria
E' prevista la prigione, in base all'art. 520 del codice penale, fino a 3 anni.

Sudan
In base all'art. 316 del codice penale, la pena prevista varia da 100 fustigate alla pena capitale.

Tagikistan
L'omosessualità è illegale, art. 125.1 (ex 121 dell'URSS).

Tunisia
L'omosessualità è illegale, ma tollerata. L'art. 330 del codice penale prevede fino a 3 anni di carcere.

Uzbekistan
L'art. 120 del codice penale del codice penale del 1995 prevede la reclusione fino a 3 anni.

Yemen
Pena di morte,  viene applicata la Sharia.


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31 luglio 2007

Afghanistan: De Gregorio, allarme Usa per militari italia

 Il nostro "genio " della politica

‘Da alcune settimane, i Servizi segreti americani segnalano la crescita esponenziale dell’allarme per la sicurezza del contingente italiano in Afghanistan’.

Lo ha detto Sergio De Gregorio, presidente della commissione Difesa del Senato e leader nazionale del movimento politico ‘Italiani nel mondo’, per il quale ‘il livello di preoccupazione sollevato dagli 007 Usa, purtroppo, non e’ ingiustificato. Secondo le valutazioni di rischio statunitensi, infatti, il contingente italiano di pace potrebbe diventare obiettivo privilegiato proprio perché i terroristi di Al Qaeda intendono dimostrare che non è necessario partecipare agli attacchi armati contro l’alleanza talebana per essere considerati nemici, ma che i talebani e i loro alleati considerano ostili tutti gli occupanti stranieri, tra cui gli italiani, ai quali non basta praticare la solidarietà a favore delle popolazioni civili per evitare ritorsionì.

‘Questa preoccupante filosofia di pensiero, secondo De Gregorio, determinera’ una nuova ondata di aggressioni ai nostri militari, la cui incolumità va tutelata ricorrendo ad un rafforzamento delle misure di sicurezza e della capacità di risposta armata delle truppe. Bisogna, a questo punto, prendere atto che siamo in un contesto di guerra rispetto al quale il coinvolgimento attivo nelle azioni di contrasto alle milizie armate e agli aggressori di Al Qaeda è un rischio quotidiano. A poco, evidentemente, sono serviti i distinguo della politica e le critiche a Enduring Freedom. Il terrorismo, evidentemente, non fa sconti a nessunò.


31 luglio 2007

Quello che manca nella commissione Winograd



La commissione Winograd ha informato MK Zehava Gal-On (Meretz) che, nel suo rapporto finale, esaminerà dal punto di vista del diritto internazionale il problema di come è stata combattuta la seconda Guerra del Libano. Si tratta di un argomento bene accetto e importante da esaminare, ma non è l’unica aerea significativa che mancava nel rapporto interinale.
Durante la guerra, le forze armate israeliane hanno usato munizioni a grappolo contro le roccaforti di Hizbullah, che erano per la maggior parte profondamente inserite in aree civili. Questo ha spinto gruppi come Human Rights Watch alla facile accusa che "tutte e due le parti del conflitto hanno violato le leggi della guerra."
Il tentativo di paragonare l’uso da parte di Israele di certe munizioni contro obiettivi militari alle azioni di Hizbullah, che colpiva deliberatamente con missili i civili israeliani, è un’oscenità che svilisce valori umanitari di base che sono a fondamento delle leggi umanitarie. Questo tipo di livellamento insozza la reputazione di Israele e nello stesso tempo discolpa quelli che orgogliosamente commettono crimini di guerra come principale metodo di azione.
E’ precisamente perché questo approccio disonesto è stato tanto frequentemente usato contro di noi ed in favore dei nostri nemici che la commissione Winograd dovrebbe esaminare e far luce sui fatti, anche se alcuni sono preoccupanti dal punto di vista israeliano. Che i critici siano o no interessati, abbiamo bisogno di sapere se abbiamo agito secondo i principi internazionali ed i nostri.
MK Ephraim Sneh, ex vice ministro alla difesa, ha definito l’uso delle bombe a grappolo ‘un errore’ L’ex ambasciatore in USA Danny Ayalon, invece, ha spiegato che le bombe a grappolo venivano usate "solo dopo aver verificato due cose. Prima di tutto che le aree a cui sparavamo….fossero state occupate da Hizbullah; e in secondo luogo, che i civili avessero avuto ripetuti avvisi di mettersi in salvo. Così solo a queste condizioni veniva emesso l’ordine di usare le bombe a grappolo e solo dopo che avevamo realizzato quanto a fondo Hizbullah si era infiltrata tra le zone libanesi popolate."
Queste due prospettive, entrambe degli ufficiali superiori israeliani, si devono riconciliare . Questo è un compito appropriato per un ente investigativo come la commissione Winograd. .
Le bombe a grappolo sono ordigni militari progettati per l’uso contro obiettivi militari trincerati. Le bombe non esplose possono uccidere e ferire civili fino a molto tempo dopo la fine della guerra. Ma le munizioni regolari sono di utilità limitata contro combattenti armati nelle trincee e nei bunker.
La commissione deve chiedere: era militarmente necessario usare bombe a grappolo per risparmiare la vita dei soldati israeliani che altrimenti sarebbero dovuti andare di trincea in trincea, facendo molte vittime? I civili erano davvero avvisati con sufficiente anticipo in modo che potessero lasciare la zona prima che esplodessero? Come potrebbero le forze armate bilanciare la necessità di limitare le proprie perdite con la necessità di limitare le perdite civili dall’altra parte, anche quando questi civili sono usati come scudi umani dal nemico?
Queste sono domande difficili che "I gruppi per i diritti umani” non si sono preoccupati di porre, e ancor meno di affrontare. Ma noi come nazione dovremmo farlo. E’ raro che qualcuno presti attenzione ai gravi dilemmi morali che gli ufficiali (e i leader politici) devono affrontare in guerra.
Questo ci porta ad un aspetto correlato che mancava anch’esso dal rapporto interinale: la diplomazia pubblica.
I nemici di Israele hanno compreso molto più profondamente della nostra leadership il fatto ovvio che le guerre non sono combattute solo sui campi di battaglia, ma anche nel tribunale dell’opinione pubblica. Mentre c’è oggi ampio riconoscimento del fatto che le forze armate israeliane non erano pronte militarmente e che il governo ha fallito anche sul fronte interno l’estate scorsa, il campo della diplomazia pubblica è un terzo aspetto della negligenza che è stato largamente ignorato.
Il nostro fallimento in questo campo è illustrato da un paese amico come gli USA, dove la guerra è stata rapidamente percepita come una guerra ‘contro il Libano’, piuttosto che contro una divisione iraniana attaccata al Libano come un parassita. Inoltre, molte delle critiche umanitarie sono state dirette non a Hizbullah per aver dato inizio alla guerra, nascondendosi dietro i civili libanesi e prendendo di mira le città israeliane, ma contro Israele per la sofferenza dei libanesi presi in mezzo alla guerra e costretti a fuggire.
Forse il lato della guerra della diplomazia pubblica non si poteva vincere, ma si sarebbe dovuto combattere in modo sistematico e strategico. Non lo è stato. La commissione Winograd non deve ignorare questo fallimento, perché il silenzio significa acquiescenza ed assicura che questi fallimenti saranno ripetuti in futuro.
(Da: Jerusalem Post, 25.07.07)


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31 luglio 2007

F A V O L O S A

 

Questa è veramente una bella notizia da far girare .

Vi ricordate il tentativo di boicottaggio ai danni di Israele iniziato
da qualche docente delle università Inglesi ?

In risposta al boicottaggio una organizzazione no profit la : Scholars
for Peace in the Middle East , ha iniziato a raccogliere firme di
docenti che invece ritengono sbagliatissimo e insensato boicottare
Israele .

In poco tempo hanno raggiunto le 10.000 firme tra le quali 32 premi
nobel , e 53 rettori di universita fra le quali Stanford, MIT (
Massachusets Institue of Technology ), UCLA, Johns Hopkins,
Northwestern e Brandeis .

Alan Deshowitz portavoce di questa iniziativa ha detto " Se l'unione
delle universitò inglesi va avanti con questa indegna petizione ,
distruggerà l'autorita degli Istituti Britannici , noi li isoleremo
dal resto del mondo .

Alon

Over 10,000 academics sign petition against U.K. boycott bid

By Tamara Traubmann, Haaretz Correspondent

More than 10,000 people have signed a petition denouncing attempts to
mount an academic boycott against Israel. The petition was initiated
in early June by Scholars for Peace in the Middle East (SPME), an
independent, faculty-driven, nonprofit group.

SPME says the signatories are academics from various countries
who "all agree that singling out Israelis for an academic boycott is
wrong."

"To show our solidarity with our Israeli academics in this matter,
we, the undersigned, hereby declare ourselves to be Israeli academics
for purposes of any academic boycott. We will regard ourselves as
Israeli academics and decline to participate in any activity from
which Israeli academics are excluded," the petition states.

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The petition is being signed electronically via the SPME Web site,
where it was posted on June 4 to dispute the legitimacy of the
British University and College Union's call for a boycott of Israeli
academic institutions. The union called for the boycott as a protest
against Israel's occupation of the Palestinian territories.

The decision caused a storm and was followed by British government
condemnations, while Jewish groups even broached the possibility of a
counter-boycott. Just last week, the British Medical Journal (BMJ)
published two editorial pieces for and against. It drew a significant
criticism for even raising the issue.

According to the SPME, all signatories are academics who declare
their refusal to cooperate with any boycott of Israel. So far, 32
Nobel prize winners and 53 university heads have signed. Among them
are the deans of Stanford, MIT, UCLA, Johns Hopkins, Northwestern and
Brandeis universities.

Professor Alan Dershowitz of Harvard, a well-known legal scholar,
drafted the petition. He said in an official SPME announcement, "If
the union goes ahead with this immoral petition, it will destroy
British academia. We will isolate them from the rest of the world."

The SPME says that its "mission is to inform, motivate and encourage
faculty to use their academic skills and disciplines on campus, in
classrooms and in academic publications to develop effective
responses to the ideological distortions, including anti-Semitic and
anti-Zionist slanders, that poison debate and work against peace


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31 luglio 2007

Egypt - ragazzine cristiane STUPRATE, per farle CONVERTIRE

 

Amro And Ahmad getting ready to take naked pictures with the victim  Ahmad, the intended husband after the assault

Islamization By Sexual Assault
http://freecopts.net/english/index.php?option=com_content&task=view&id=584&Itemid=1


The Free Copts received a video recording of a group of Muslim men sexually assaulting, and terrorising a Coptic teenage girl from a prominent family in the province of El Menya (Upper Egypt), for the purpose of forcing her to convert to Islam and marrying one of them.
( Please click on the subject title for more detals and to watch the video).

One of the men, a neighbour to the victim named Alaa Omar lured her to a neighboring house, where the other men were waiting. They proceeded to forcibly remove her clothing and photograph her naked. The intended husband, Ahmad Fathey Elrayes then removed his own clothes and posed naked with the terrified victim.

Warning: this video contains graphic images

(Please note that we have muted the audio as the language used by the criminals is very offensive)


30 luglio 2007

MO. Continua inchiesta su violenze a Gaza

 

I rappresentanti dei paesi arabi riuniti sotto l'egida della Lega Araba hanno oggi ribadito la volontà di far luce sugli incidenti dello scorso giugno avvenuti durante la presa di Gaza da parte di Hamas.

A quanto pare la spinta decisiva verso la decisione presa oggi dalla Lega Araba è stata data dal rapporto stilato dalla commissione di Fatah e voluto dal presidente Mahmoud Abbas che fu presentato alla stampa lo scorso venerdì. La decisione di continuare le indagini è stata presa dai rappresentanti di Egitto, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, e dal Segretario Generale della stessa Lega, Amr Moussa.

L'inchiesta servirà a chiarire le responsabilità degli incidenti dello scorso giugno nella Striscia di Gaza, che hanno visto la morte di un centinaio di persone- tra cui molti civili innocenti. I rappresentati potranno disporre anche del rapporto redatto dal generale Burhan Hamad, capo della missione egiziana a Rafah.

L'Occidentale


30 luglio 2007

GB: Mi6, informazioni alla Cia su Bin Laden, se non lo tortura

  

Secondo il quotidiano The Guardian, i servizi segreti di sua Maestà potrebbero trasmettere ai colleghi statunitensi informazioni utili per la cattura dello sceicco, ma solo se la Cia si impegnasse a non utilizzare la tortura nei confronti del saudita

I servizi segreti britannici trasmetterebbero ai colleghi statunitensi informazioni utili per la cattura di Osama Bin Laden solo se la Cia si impegnasse a non utilizzare la tortura nei confronti dello sceicco saudita: è quanto pubblica il quotidiano britannico The Guardian.

L'Mi6 era certo di essere vicino alla cattura di Bin Laden già nel 1998, e ancora nell'anno successivo: l'allora ministro degli Esteri Robin Cook diede il benestare alla cooperazione con i servizi statunitensi ma solo dietro garanzie che il trattamento riservato ai prigionieri sarebbe stato conforme alle norme umanitarie internazionali.

L'Agenzia non fornì però le necessarie assicurazioni e l'Mi6 non andò oltre, si legge in un rapporto di 75 pagine stilato dalla Commissione parlamentare britannica sui servizi, nel quale si critica la pratica statunitense della "extraordinary rendition", considerata illegale dalla Gran Bretagna.

Lo stesso Guardian rivela poi come nel 1996 il Ministero degli Interni avesse inviato una lettera a Bin Laden, allora residente in Sudan, avvertendolo che la sua presenza sul suolo britannico sarebbe risultata non gradita.

Il Resto del Carlino
hurricane




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30 luglio 2007

Siria, tra l’accordo con Israele e la fedeltà all’Iran

 

Bashar al-Assad rieletto presidente della Siria col 97 per cento dei voti. Accadeva due mesi fa, dopo un referendum in cui il presidente uscente era anche l’unico candidato. Ma la notizia emerge in superficie solo due giorni dopo il giuramento di Assad, quando Ahmadinejad arriva in visita a Damasco. Il protocollo non cambia: esattamente due giorni dopo la vittoria di Ahmadinejad nel 2005 Assad volò a Teheran. Non cambia neppure la sostanza politica: l’incontro con Nasrallah (Hezbollah), Meshaal (Hamas) e Shalah (Jihad Islamica) accompagnato dalle consuete dichiarazioni-fotocopia sul sostegno alla resistenza libanese e ai movimenti palestinesi.

Esemplare dimostrazione del teorema sulla corrispondenza biunivoca tra Damasco e Teheran. Ma dall’oscurità mediatica al posto al sole il passaggio è un lampo. Questa volta Ahmadinejad inaugura il secondo mandato di Assad con un’offerta pesante: un miliardo di dollari in sofisticati armamenti russi, tra cui aerei Mig-31, Sukhoi-24 e tanks T-72, e l’assistenza tecnica nella realizzazione di impianti nucleari e chimici sul suolo siriano. Qualora la proposta fosse seguita da una stretta di mano tra i due presidenti, il teorema sul patto di ferro tra Siria e Iran produrrebbe la conseguenza logica di un nuovo conflitto mediorientale.

La Siria ha invitato i suoi cittadini a lasciare il Libano entro il 15 luglio e ha trasferito i suoi archivi dalla capitale; truppe siriane stanno scavando trincee e costruendo bunker sul confine libanese; un eminente figura del partito Baath prefigura una guerriglia nel Golan se la regione non sarà evacuata dall’esercito israeliano entro settembre; Hezbollah si prepara a un colpo di stato per formare un governo separatista nel sud e nella valle della Bekaa, dove sta già predisponendo installazioni militari; proseguono le violazioni dell’embargo di armi al confine tra Libano e Siria; è confermato l’ingresso di truppe siriane che stanno occupando il quattro per cento del territorio libanese. La stampa mediorientale tambureggia un ritmo incessante di notizie che acquistano un ordine soltanto se disposte sullo spartito di un nuovo conflitto contro Israele.

Se una guerra è funzione del suo grado di programmazione, allora da quest’angolatura le chances di un nuovo conflitto contro Israele sono alte. Ma le incognite aumentano calcolando il numero dei belligeranti. Se il bersaglio è chiaramente Israele, non è altrettanto automatico individuare i suoi aggressori. Da un attacco della Siria fino al coinvolgimento dell’Iran passando per l’inserimento di Hezbollah e Hamas, gli scenari che si dischiudono sono notevoli e differenziati – anche perché più sale il numero dei belligeranti, più diversificata sarà la reazione israeliana. Questo però riduce le chances di conflitto limitato come l’incursione estiva di Israele contro Hezbollah.

In Medioriente il reticolo di influenze reciproche tra i centri di potere si è così infittito da produrre in un sistema dove una crisi locale attiva una reazione a catena che coinvolge l’intero sistema. E’ una specie di strategia della tensione applicata ai rapporti tra gli stati. Una sola detonazione può infiammare l’aria satura di conflitto. Pertanto un attacco siriano su Israele sarebbe accompagnato da un qualche tipo di attività di Hezbollah che a sua volta, in parallelo alla reazione israeliana, potrebbe tirare in ballo anche l’Iran. Più la lama dell’analisi seziona le ipotesi, più la prossima guerra mediorientale si rivela un sisma regionale con epicentro Israele. Il realismo di questo scenario non deve però indurre a fissare l’orologio in attesa di sentire sparare i primi colpi. L’innesco di questo nuovo conflitto generale continua a mancare – oppure a non funzionare.

Quando il conflitto può essere questione di giorni oppure di anni significa che il passaggio dalla potenza all’atto è interrotto. Manca appunto la scintilla, oppure la scintilla non accende il fuoco. Succede ad esempio in Libano. Sono in molti a credere che il filo d’Arianna intinto nel sangue degli attentati contro i deputati della maggioranza e del conflitto nei campi dei profughi palestinesi conduca direttamente alla Siria. Amputare la maggioranza per farla diventare minoranza e aprire una nuova fonte di instabilità interna che possibilmente sia anche un fronte di guerra. Se questo disegno fosse reale, la realtà sarebbe il suo fallimento. Lo stesso vale per Hamas a Gaza. L’espulsione di Fatah avrebbe dovuto seguire un periodo di turbolenze contro Israele. Invece Gaza è stata sigillata ermeticamente in un sottovuoto politico che, se non può rimuovere Hamas, sta senza dubbio neutralizzando le sue pulsioni anti-israeliane. Quindi possono verificarsi tentativi di forzare la mano alla storia e risolvere i problemi con le armi. Ma finora sono tentativi inefficaci – anche perché Israele sta dimostrando più ricettività per la diplomazia che non per la forza.

Israele, appunto. Se la fisica non è un’opinione, la generosa offerta di Ahmadinejad è tesa a controbilanciare un movimento in senso opposto: quello dell’offerta di una pace separata con Israele. Non si tratta di fantascienza, ma del secondo tempo di un’intensa stagione di negoziati che si arenarono nel 2000. Fu la pretesa siriana di ottenere da Israele, oltre al totale ritiro dal Golan, anche una microscopica porzione della riva orientale del Mare di Galilea, occupato da Israele nella prima guerra arabo-israeliana del ’48-’49, a mandare il dialogo in corto circuito. A giugno l’inviato Onu Michael Williams ha rilevato la riapertura dell’iniziativa di pace da parte del ministro degli Esteri di Damasco Walid al-Moallem e del vice presidente della Repubblica Faouk al-Sharaa.

Anche Bashar al-Ja’afari, ambasciatore siriano all’Onu, ha confermato la disponibilità del suo paese. Infine la conferma arriva dalla voce di Assad appena rieletto. E’ la suprema autorità che propone la pace. Ecco allora che l’offerta iraniana aumenta ulteriormente il suo valore. Ma il canale del dialogo è esposto a due fonti d’interferenza che ostacolano la sua efficacia. In primo luogo occorre un mediatore che finora non è stato capace di traghettare il negoziato senza venire travolto dalle correnti dei veti e della sfiducia. La ripresa delle trattative è stata concertata tra il premier turco Erdogan, il favorito dalla Siria, il presidente della Camera dei rappresentanti americana, Nancy Pelosi, il primo speaker americano a visitare Damasco, e le diplomazie europee. Ora entra in gioco anche l’Onu. Ecco il secondo fattore di disturbo: le chances di successo di questo brokeraggio dipendono dalle due parti, perché Siria e Israele non hanno ancora capito se aprire negoziati ufficiali oppure rimanere nell’ombra senza assumere nessun impegno, ma neppure senza sopportare pressioni.

La scelta tra underground e conferenza di pace non è un’opzione secondaria, perché i primi contatti dopo il naufragio del 2000 sono stati riattivati proprio sfruttando due outsider. L’ex direttore generale del ministero degli Esteri israeliano (ed ex leader del partito laburista) Alon Liel aveva di fronte a sé il business-man siro-americano Ibrahim Soliman, amico di gioventù di Hafez al-Assad. I loro incontri si dipanarono per tre anni e mezzo in otto incontri, condensandosi in una bozza di accordo che però non fu accettata da Assad. È stato comunque il necessario rodaggio per sondare le reali intenzioni di entrambi i negoziatori; una simulazione per prevedere le mosse future. Anche il neo-presidente e premio Nobel per la pace Shimon Peres, appena entrato in carica, sta premendo per l’apertura di trattative ufficiali con Damasco. Paradossalmente Siria e Israele concordano sulla sostanza, Golan in cambio di stabilità, ma non ancora sulla modalità per sancire questo patto.

Da mesi i profeti della guerra sfornano un interminabile vaticinio di catastrofi bibliche. La prossima guerra mediorientale sembra come la pioggia appesa a un cielo plumbeo: a parte qualche tuono i rumori di guerra sono impercettibili. Israele resta attanagliata nella morsa congiunta di Iran, Siria, Hamas e Hezbollah. Niente di nuovo. La novità è invece la crescente predisposizione al confronto tra Siria ed Israele. Nelle parole di Ibrahim Soliman l’accordo era completo all’85 per cento. Non contano i numeri, quanto il termine “accordo”, che non è sinonimo di pace, né di tregua. L’appetibilità di questo accordo è la sua capacità di risolvere la questione del Golan senza spingere la Siria verso una pace che imporrebbe la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Israele – ergo il suo riconoscimento. Insomma l’accordo alleggerisce la tensione senza legare le mani a Damasco e a Tel Aviv. Per Israele spingere Damasco a dare l’addio a Teheran vale bene dare l’addio al Golan. Perciò l’Iran sta calando i suoi assi per dissuadere la Siria dal defilarsi nella strategia della tensione anti-israeliana. Anche Israele può averlo capito.



Grazie a Gabriele Cazzulini


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30 luglio 2007

Sapevate che Gerusalemme è in Palestina? Guardate qui!

 

 

Naso lungo o semplicemente 



Una fondazione per Angelo Frammartino
che è stato ucciso in Israele (perché scambiato per ebreo), non in "Palestina" 

Un lancio AGI sull'adesione del presidente del Senato Franco Marini all'iniziativa di una fondazione dedicata ad Angelo Frammartino, il pacifista italiano ucciso da un terrorista palestinese che lo credeva un ebreo.



A nostro avviso, Frammartino è stato anche vittima della disinformazione e della sistrorsione ideologica  della realtà del conflitto israelo-palestinese. E' morto anche perché tale  realtà era completamente diversa da quella che i suoi cattivi maestri lo avevano indotto ad aspettarsi.
Senza nessun riferimento a questi fatti, la Fondazione a lui dedicata si presenta come un'inziativa come minimo ambigua.  L'adesione ideale del Presidente del Senato rende partecipe di questa ambiguità le istituzioni italiane, al massimo livello.


Ecco il testo:

 (AGI) - Roma, 27 lug. - "Vorrei esprimere la mia adesione ideale dall'iniziativa di costituire una Fondazione intitolata a un giovane che credeva fermamente nei valori della pace e della solidarieta', affinche' la sua tragica esperienza possa diventare sprone per un maggior impegno civile in quella terra e in quelle altre situazioni martoriate dove la violenza sembra avere prevalso". E' questo il contenuto del telegramma che il presidente del Senato, Franco Marini, ha inviato ai partecipanti alla presentazione della Fondazione 'Angelo Frammartino' intitolata al giovane volontario di Monterotondo ucciso il 10 agosto del 2006 in Palestina.
  "Anche quando la disperazione prende il sopravvento - aggiunge il presidente del Senato - dobbiamo credere che puo' esistere un'altra via, coraggiosa e disarmata, una volonta' di reagire alla violenza non con odio e vendetta, ma ricercando sempre con pazienza ed umilta' il dialogo e la riconciliazione.
  Auspico - conclude Marini - che attraverso l'impegno e il lavoro della costituenda Fondazione il coraggio puro e i valori umani disinteressati di Angelo possano servire da esempio a tanti altri giovani per non perdere mai la fiducia e continuare a lottare per la pace, perche' i figli di altri genitori possano vivere in pace". (AGI)

Angelo Frammartino è stato ucciso a Gerusalemme, in Israele, Stato del quale è la capitale


redazione@agi.it


30 luglio 2007

Un ottima iniziativa spontanea da elogiare ed imitare

 


"Salve. Mi chiamo Francesca, ho 22 anni e scrivo dalla provincia di Venezia. Seguo con viva attenzione le vicende mediorientali, in particolar modo ciò che coinvolge Israele, considerandole di vitale importanza per tutti noi.
Mi ha molto colpito la vicenda dei tre soldati rapiti da hamas ed hezbollah.
Attendo con grande ansia il giorno in cui potrò leggere sui giornali la notizia della loro liberazione.
Esprimendole tutta la mia vicinanza e solidarietà, le porgo i più cordiali saluti.
Francesca P.".

Il sito dell'ambasciata isr a Roma è 
http://roma.mfa.gov.il/

Qui gli indirizzi di posta elettronica:

Segreteria ambasciatore 
http://amb-sec.roma.mfa.gov.il   
Il consolato
cons5@roma.mfa.gov.il


Grazie Francesca


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30 luglio 2007

Armi americane all'Arabia saudita, per contenere l'Iran

Una scelta non priva di rischi


Parata di militari sauditi


L´amministrazione Bush vuole vendere armi all´Arabia Saudita per un valore di 20 miliardi di dollari. Bombe guidate via satellite, aerei da combattimento di ultima generazione e navi: un pacchetto pensato come deterrente per fermare l´influenza dell´Iran nella regione.
La cospicua vendita di armi sarà discussa al Congresso la prossima settimana. La stampa americana l´ha annunciato con grande enfasi registrando i malumori di molti deputati. I dubbi riguardano soprattutto il ruolo ambiguo che - secondo i rapporti dell´intelligence - Riad sta svolgendo nella guerra in Iraq, finanziando i gruppi sunniti e facendo passare attraverso i suoi confini i miliziani che gonfiano le file della guerriglia. L´accordo poi preoccupa Israele: così per risolvere il problema e raccogliere i consensi necessari a Capitol Hill l´amministrazione è pronta a mostrarsi più generosa anche con lo Stato ebraico: farà crescere gli aiuti militari fino a 30,4 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, circa il 43 per cento in più rispetto al decennio passato.
Secondo gli analisti il piano sarà approvato: «È un grande affare per gli Usa di cui beneficeranno soprattutto le multinazionali», dice Samer Shehata della Georgetown University. «L´accordo andrà avanti».

Al momento però il regno di re Abdullah, in cambio delle armi, non sarebbe pronto a dare agli Stati Uniti l´assicurazione che si mostrerà più collaborativo nei confronti dei progetti Usa per pacificare l´Iraq. Al contrario, fino ad ora, il più potente alleato sunnita - come scrive il New York Times - li avrebbe ostacolati: a Riad non piace il premier iracheno del governo a maggioranza sciita, Nouri al Maliki (accusato di essere un agente di Teheran).

Domani il segretario di Stato Condoleezza Rice dovrebbe annunciare l´apertura delle discussioni formali con diversi paesi della regione (oltre all´Arabia Saudita, la vendita riguarderà anche gli altri alleati nella regione, come Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar ed Emirati Arabi Uniti) nella speranza di raggiungere un accordo entro l´autunno. Dovrebbe anche rendere noto l´accordo per gli aiuti militari a Israele e un altro simile per l´Egitto. Poi la prossima settimana insieme al segretario alla Difesa Robert M. Gates, la Rice volerà a Riad: oltre a discutere il piano dovranno convincere il regno e gli altri paesi del Golfo a lanciare un messaggio ai gruppi sunniti iracheni contro le violenze.

Intanto il Congresso americano ha approvato la nuova legge anti-terrorismo che recepisce le raccomandazioni della commissione che ha indagato sugli attacchi dell´11 settembre: entro tre anni saranno adottati sistemi di scannerizzazione di tutti i contenitori imbarcati a bordo degli aerei passeggeri e delle navi e maggiori finanziamenti andranno alla sicurezza sui trasporti e alle città più a rischio attentati.

Repubblica


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