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31 dicembre 2007

Contro la tirannia dei masochisti

I musulmani tra integrazione e assimilazione. Meglio difendere la cultura occidentale e non farsi prendere dai sensi di colpa. Anche quando vigeva la promessa comunista molti venivano tacciati come "nemici del popolo". Ma non c'è un solo popolo...



Il presidente del Consiglio islamico di Treviso, Youssef Tadil, in un'intervista che pubblichiamo sul
nostro canale You Tube dice che quella di Treviso è stata una prova di integrazione. Purtroppo le parole valgono, ormai, quello che valgono, ma ci serve per ribadire che non siamo d'accordo: l'immigrato non deve essere integrato, ma assimilato. Mi spiego con un esempio banale: se dovessimo integrare i musulmani noi occidentali, italiani, veneti, trevigiani dovremmo applicare il Corano in tutti gli ambiti che quella religione prevede. Dunque dovremmo lapidare le adultere, ripudiare le mogli, non mangiare carne di maiale, tagliare le mani, praticare l'escissione e quant'altro. Insomma il nostro codice di giustizia nei confronti degli immigrati musulmani dovrebbe essere rivisto. Detto all'inverso: se occidentalizziamo il Corano allora dobbiamo poter fare un'esegesi di quelle parole e l'unico atteggiamento progressista dovrebbe essere quello di vagliarlo con gli strumenti della critica che appartengono alla nostra cultura. Che dire dei versetti ambigui sugli ebrei, sui cristiani, sugli omosessuali, sugli appelli a uccidere gli infedeli e apostati? Qui si tratta non di aprire un capannone per fare girare il circo alimentato dallo spettacolino terra-terra dell'informazione, ma di aprire un grandissimo cantiere teologico, filosofico e, soprattutto, politico. E lo sanno bene anche quei musulmani che, nell'intervista che pubblichiamo, non si capisce se come minaccia, provocazione o affronto dicono che presto si candideranno alle elezioni comunali. E' una sfida che, appunto, pone chi vuole fermarsi alla semplice integrazione: all'inserimento di qualcosa di estraneo in un ambiente.

Se colui che vuole essere integrato vuole mantenere la propria identità religiosa e culturale dovrebbe anche chiedere - come paradossalmente il Prefetto di Treviso va cercando di fare - di imporre il burqa, mantenere un sistema famigliare endogamico o non lavorare durante il Ramadam. Quella è l'integrazione. Ora, è chiaro, che su questo neppure il Prefetto di Treviso, ma neppure i confartigianali o gli stessi musulmani possono essere d'accordo: il loro sistema di vita quotidiano ne verrebbe compromesso e pure quello di chi affitta i capannoni o li fa lavorare come se fossero occidentali.
Dunque è all'assimilazione che bisogna puntare. Ma l'assimilazione è quella che spiega l'antropologo Emmanuel Todd. L'integrazione, dice, può andar bene quando si tratta di pochi individui, ma quando ci si trova di fronte all'immigrazione di massa tutto si complica: "occorre avere il coraggio - dice Todd al quotidiano La Repubblica - di dire che la vera generosità consiste nel domandare allo straniero di accettare i nostri costumi. Non si tratta di giudicare i sistemi di valori e i costumi negli altri. Ogni popolazione ha i suoi e quelli europei non sono certo superiori. Tuttavia, la tolleranza che isola gli stranieri nelle loro tradizioni nasconde spesso un vero e proprio rifiuto degli altri, e in particolare dei figli degli altri. Gli immigrati in fondo resteranno stranieri, anche se possono integrarsi felicemente. I loro figli invece non lo saranno più, saranno francesi o italiani. Motivo per cui hanno bisogno di aderrie ai nostri valori e ai nostri costumi. Insomma, nei confronti delgi stranieri occorre un discorso generoso ma chiaro, un misto di pragmatismo e comprensione. Dobbiamo comprendere i loro costumi, ma aiutandoli a fare sì che i loro figli siano come i nostri."
E quindi la domanda: la sindaco di Villorba è più o meno saggia del sindaco di Treviso?
Chiediamo lumi ad un altro francese (i francesi hanno immigrazione magrebina da prima e più abbondante di noi), il filosofo Pascal Bruckner: "educati ormai da mezzo secolo al rispetto della differenza, siamo invitati a non valutare una religione straniera con i nostri criteri occidentali. Il relativismo ci impone di considerare ciò che pure chiamiamo i nostri valori come semplici pregiudizi, come credenze di quella tribù particolare che si definisce Occidente. La fede del profeta si avvolge così nel mantello del reietto, onde sottrarsi al più piccolo attacco." E così dimentichiamo le nostre lotte secolari tra clericali e anticlericali, gli scismi, le dispute di cui l'Europa si è nutrita. Sì, esattamente, nutrita. E' stato un Voltaire, non altri, a scrivere "Il fanatismo, ossia Maometto profeta" nel 1736; un critica feroce all'Islam e che tutti, oggi, sembrano aver dimenticato. I musulmani convertiti come Abdul Rahman rischiano la vita e sono costretti a vivere nella "follia". Grazie ad una quantità di concittadini incistati nel loro narcisismo masochista non vorremmo tornare ad essere tacciati di un reato di opinione nuovo e simile a quello che si usava quando i non-comunisti erano segnati come "nemici del popolo". Oggi si vogliono creare "nemici dell'Islam" per chiudere la bocca a chi sostiene le ragioni dell'Occidente, dell'Europa o degli ebrei e dei cristiani? Questa tirannia del diseredato, dell'immigrato, del diverso deve essere annientata altrimenti fra non molto finiremo per chiedere allo Stato di risarcire anche chi soffre pene d'amore.

Ognuno ha il diritto, ma anche il dovere, di fare i conti con la propria vita. L'immigrato sa che questa non è la sua Terra, ma sa benissimo, anche, che nella sua Terra se le cose non vanno è perché la visione del Mondo è diversa. Il Presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono, al summit di Bali del maggio del 2006, ricordando che i musulmani sono stati i primi globalizzatori della storia, disse: "oggi non c'è una nazione musulmana che possa essere considerata sviluppata secondo un qualsiasi criterio. Tutte sono in ritardo in termini di sapere, in termini finanziari e tecnologici... Il mondo associa l'Islam all'arretratezza. Questo può farci incollerire, ma rimane il fatto che siamo arretrati".

Ebbene: perchè dovremmo pure farci governare da una cultura arretrata? Una cultura e una religione che, oggi, esprime fondamentalisti e terroristi? Sì, certo, anche l'Europa ha espresso fondamentalisti e terroristi, ma non oggi, in passato. E il passato è, appunto, passato e noi contemporanei di ciò che è passato non abbiamo responsabilità.
Non è meglio, allora, ragionare di assimilazione?

"Schiacciamo l'infamia": non l'ha detto Gentilini. L'ha detto Voltarie nel 1736!

Antonio Gesualdi


31 dicembre 2007

L'Amore per gli Ebrei e' piu' facile con ... Photoshop

 


Il 25 Dicembre e' stato un giorno memorabile per 40 Ebrei Iraniani. Le modalita' che hanno portato al loro arrivo in Israele potete leggerle nell'articolo che segue.







ISRAELE: 40 IMMIGRATI EBREI IRANIANI ATTERRATI A TEL AVIV

Trasferimento organizzato da governo Israele

Tel Aviv, 25 dic.(Ap) - Una quarantina di ebrei iraniani sono giunti oggi in Israele per cominciare una nuova vita nello Stato ebraico. Parenti in lacrime e uno stuolo fra fotografi e operatori della televisione israeliana hanno atteso l’arrivo dei nuovi immigranti all’uscita del terminal dell’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv.
Secondo fonti ufficiali, sono circa 40 gli iraniani arrivati in Israele a bordo di un volo, tenuto segreto, e organizzato dal governo israeliano.

Il trasferimento è stato finanziato dall’International Fellowship of Christians and Jews, una organizzazione benefica che ogni anno dona milioni di dollari allo Stato ebraico. L’organizzazione ha promesso 6,950 euro per ogni ebreo iraniano che si trasferisce in Israele, ha spiegato il direttore del gruppo, Rabbi Yechiel Eckstein, che condivide i timori che la comunità ebraica in Iran sia minacciata dalla politica apertamente antisemita del presidente Mahmoud Ahmadinejad.
Non si e' fatta attendere la risposta degli Iraniani, che solo dopo 48 ore cosi hanno replicato attraverso il portavoce della comunita' Ebraica dell'Iran:

Teheran- "Sono bugie sfrontate quelle diffuse dai media stranieri sul nostro conto e sulle nostre condizioni di vita. Gli sforzi riprovevoli dei media controllati dal sionismo e dall'imperialismo ai danni dell'Iran non riusciranno mai a rovinare le ottime relazioni esistenti tra gli ebrei iraniani, i loro connazionali ed il loro governo repubblicano".


Il messaggio degli Iraniani al mondo e' stato accompagnato da immagini d'amore e di fratellanza tra Persiani ed Ebrei.
Una delle foto che hanno fatto il giro del mondo mostra un iraniano con un cartello con su scritto: "L'Iran ama gli Ebrei".


Quale migliore dimostrazione d'affetto verso gli Ebrei sarebbe potuta arrivare da quel paese?

La comunita' internazionale ha cominciato ad interrogarsi sulla veridicita' dell'accaduto. E Israele fa sempre poco o niente per dispellere dubbi quando il Paese si trova, nel bene o nel male, al centro dell'attenzione.

E mentre attendiamo conferme da Israele, annotiamo una delle poche certezze che abbiamo: gli Iraniani ci hanno preso in giro ancora una volta!

La foto che i prodi Persiani hanno generosamente offerto ai media online ed offline di mezzo mondo e' stata semplicemente
"photoshoppata"!

La foto, apparsa per la prima volta durante una manifestazione in favore del nucleare, risale addirittura al 2005 e qua di seguito potete vedere l'originale:



(Sul cartello, in Farsi, c'e' scritto: "Il nucleare e' un nostro diritto")

La foto, dal 2005 ad oggi, e' stata photoshoppata almeno un paio di volte. Vogliamo credere che il canale tv iraniano, PressTV, responsabile d'aver mandato in onda l'agognato messaggio d'amore, sia stato genuinamente ingannato ...

Da Bennauro


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31 dicembre 2007

QUANTO COSTA MANTENERE IL QUIRINALE? UNA BAZZECOLA!

 

Prima del 1871 la residenza ufficiale del Papa era il Palazzo del Quirinale. A seguito della definitiva caduta dello Stato Pontificio nel 1870, il Re d’Italia confiscò il palazzo nel 1871, facendone la residenza ufficiale del re ma, dopo l’abolizione della monarchia in Italia nel 1946, divenne la residenza del Presidente della Repubblica.

Mors tua, vita mea!

I primi due Presidenti della Repubblica Italiana: De Nicola e Einaudi non l’abitarono. Fu Gronchi il primo Presidente a prenderne possesso come magione, seguito da Antonio Segni, Saragat e Giovanni Leone, tutti con le rispettive famiglie. Poi venne il turno di Pertini e Cossiga che utilizzarono il Quirinale solo come ufficio. Mentre Scalfaro, Ciampi e Napolitano, il primo con la figlia e i due successori con la moglie e parentele varie, ne fecero la loro real casa.

Data la mancanza di un re e essendo in repubblica, giusto che il Quirinale sia il sito più consono per un Presidente della Repubblica.

L’unico inconveniente è che costa caruccio assai quel palazzotto da mantenere per noi italiani.

Se, però, gli italiani non fossero affetti da megalomania cronica, indi incurabile, e si accontentassero di una bella villona, voglio essere signora, anche con parco, piscina e campi da tennis (il galoppatoio è vano, data la tarda età dei nostri Presidenti eletti) il costo del mantenimento sarebbe giustificabile. Ma non quelle cifre enormi che deve pagare sempre Pantalone, ossia l’italiano!

Il Quirinale dispone più di 2.000 dipendenti tra: 115 giardinieri, 1.038 personale militare e forze di polizia, 979 dipendenti fra: 297 corazzieri ( quelli ci vogliono, danno lustro al padrone di casa), 77 finanzieri, 21 vigili urbani ( perché fanno la multa anche a chi vive in Quirinale?), 16 guardie forestali, 44 addetti Ufficio Stampa, 48 ufficiali e sottufficiali addetti alla difesa e alla comunicazione. Vogliamo aggiungere centinaia di consiglieri, segretari e consulenti che gironzolano nei meandri lussuosi della casetta del Presidente della Repubblica a far che non si sà. Che prendano un bello stipendio è accertato. D’altronde chi lavora gratis? Sono un po’ pesantuccci tutti questi stipendi, ma è meglio non fare i conti della serva, siamo signori, suvvia!

E chi prepara squisiti manicaretti? Il cuoco, in questo caso i cuochi che sono 14, sparsi nelle 5 cucine e ben 18 addetti alla preparazione delle tavole, con fiori, cristalleria ben nitida e argenteria scintillante. Chissà se vi sono anche posate d’oro massiccio? Secondo me dovrebbero esserci in una tavola così riccamente preparata…

Non manca neppure il servizio per il cerimoniale, 26 uomini, che devono rendere edotti nel bon ton chi non ne è a conoscenza. E penso siano parecchi gli ignari…

Per il disbrigo posta solo 17 dipendenti e lasciamo perdere gli elettricisti, gli idraulici, etc. etc. perché bassa manovalanza.

Il tutto di queste piccole” necessità “ ci vengono a costare SOLO: 235 milioni di euro l’anno.

Noblesse oblige!

E adesso sotto a chi tocca: l’Italia spende 235 milioni di euro l’anno per mantenere il Quirinale. In Germania il presidente Kohler viene a costare ai tedeschi 19 milioni e 354mila euro l’anno, comprensivo del suo stipendio, del personale, dei suoi viaggi, e solo 160 fra consiglieri, funzionari, impiegati e addetti alla sicurezza. In Francia il Presidente ha al suo servizio 941 persone, tra militari, addetti al Capo dello Stato, ai suoi familiari e l’Eliseo è un quartier generale. Totale costo: 32 milioni di euro l’anno.

La cenerentola è Elisabetta d’Inghilterra. La Corona inglese costa quattro volte meno del nostro Quirinale.

Ma i nostri governanti non parlavano di sprechi che bisogna eliminare?

Tra Palazzo Chigi e il Quirinale non pare proprio abbiano messo in atto questo provvedimento.

Toh! Ora ho capito. Gli sprechi e le spese voluttuarie non le devono fare gli italiani, solo chi governa ne ha diritto. E visto e considerato che siamo divenuti i paria, ossia persone appartenenti alla casta più bassa, tocca a chi ha un’entrata di 1.000 euro al mese tirare la cinghia e non fare sprechi!

To each is own!

ERCOLINA MILANESI




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31 dicembre 2007

MINACCE A GIORNALISTI ANP: NON SEGUITE CELEBRAZIONI FATAH

 Telefonate minatorie in vista del 43esimo anniversario del gruppo



Alcuni giornalisti di Gaza hanno ricevuto telefonate minatorie anonime notturne, con le quali sono stati ammoniti a non occuparsi degli eventi organizzati dal partito Fatah del presidente Abu Mazen per il 43.esimo anniversario della formazione politica.

I reporter di almeno cinque media locali e stranieri hanno ricevuto le telefonate minatorie la notte scorsa e questa mattina all'alba. I giornalisti hanno chiesto la tutela della loro privacy, temendo reali ritorsioni da parte degli esponenti di Hamas, sospettati di essere gli autori delle minacce.

Al Fatah aveva organizzato per domani una grande manifestazione a Gaza, subito dichiarata illegale da Hamas, che controlla la Striscia. Il partito del presidente ha quindi reso noto che il gruppo potrebbe rinunciare al corteo e celebrare la ricorrenza con l'accensione di fuochi d'artificio e candele alle finestre delle abitazioni.

Intanto almeno 70 esponenti di al Fatah sono stati arrestati negli ultimi giorni dalla sicurezza di Hamas, che ha smentito di avere compiuto azioni repressive nei confronti del gruppo rivale.



31 dicembre 2007

Iraq: morte Saddam ricordata solo da pochi nostalgici

 

Fiori e versetti del Corano, ma niente violenze. Solo alcuni sparuti gruppetti di nostalgici del vecchio regime si sono presentati oggi sulla tomba dell'ex presidente iracheno Saddam Hussein, impiccato esattamente un anno fa in base ad un condanna alla pena capitale inflittagli da un tribunale speciale che lo aveva giudicato colpevole di crimini contro l'umanità.

Nel timore di possibili disordini, il ministero degli interni e quello della difesa avevano disposto misure di sicurezza draconiane, compreso un coprifuoco sin da ieri e "fino a nuovo ordine" in buona parte della regione di Tikrit, e in particolare nel villaggio di Awja, dove Saddam nacque 70 anni fa e dove il 30 dicembre del 2006 è stato sepolto, in una grande sala accanto ad una moschea.

Alcune emittenti Tv hanno mostrato un flusso di alcune decine di persone, tra cui donne velate e ragazzini, che nel corso della giornata hanno reso omaggio alla memoria dell'ex rais, portando mazzi di fiori sulla sepoltura e soffermandosi a recitare preghiere e sure dal libro sacro dell'Islam.

In realtà, altri sostenitori del deposto regime avevano già celebrato ad Awja il "primo anniversario del martirio" di Saddam Hussein in base al calendario lunare islamico, vale a dire il 19 dicembre, ovvero il primo giorno delle festività dell'Aid al Adha. Ma anche in questo caso si è trattato di cerimonie discrete, con una partecipazione contenuta.

SDA-ATS


31 dicembre 2007

Ripopolare Israele

 

Gli schermi piatti occupano lo spazio delle tre piccole stanze. I quindici emissari lavorano gomito a gomito, mentre le dita corrono sulla tastiera. Emissari che non si muovono da Gerusalemme. Il loro compito è viaggiare su Internet in tutto il mondo e convincere — con una chiacchierata online — gli ebrei che vivono all'estero a immigrare in Israele.
È la nuova tattica dell'Agenzia ebraica per cercare di contrastare il calo nel numero di persone che scelgono di compiere aliyah.

Mai così poche, negli ultimi vent'anni: nel 2007 sono arrivati 19.700 nuovi cittadini, 6 per cento in meno rispetto all'anno scorso, con un crollo tra gli abitanti dell'ex Unione Sovietica, che rappresentano il 30 per cento del totale e sono scesi del 15 per cento. «Gli ebrei della Diaspora — commenta Zeev Bielsky, presidente dell'organizzazione — hanno meno ragioni per lasciare i Paesi d'origine. In Russia la situazione economica è migliorata e le comunità ebraiche stanno rifiorendo». I numeri si sono ridotti anche dalla Francia. «L'elezione di Nicolas Sarkozy alla presidenza — continua Bielsky — ha ridato un senso di sicurezza».

La grande ondata di immigrazione è durata dieci anni ed è finita nel 2002. Dopo la caduta del Muro di Berlino, oltre un milione di ebrei ha lasciato l'ex Unione Sovietica. Un afflusso considerato strategico dai governi israeliani nella sfida demografica con i palestinesi. Un afflusso considerato poco kosher dal rabbinato che ha giudicato il 50 per cento dei «russi» non ebreo secondo le norme religiose.

L'Agenzia cerca sovvenzioni e sostegni ed è stata criticata per aver pubblicizzato l'ultima operazione. Quaranta ebrei sono stati fatti uscire dall'Iran e martedì sono atterrati all'aeroporto Ben Gurion, dopo la tappa in una località segreta. La comunità ebraica iraniana — scrive il Jerusalem Post — teme che il viaggio possa compromettere i suoi rapporti con il regime, proprio quando il presidente Mahmoud Ahmadinejad ripete che gli «ebrei dovrebbero essere mandati in Canada o Alaska».

Per contrastare il calo, il governo di Ehud Olmert ha mandato in missione anche gli agenti segreti dell'organizzazione Nativ, spediti in Germania per convincere gli ebrei dell'ex Urss a partire. «Bisogna contrastare il pericolo dell'assimilazione», spiega il documento votato dal consiglio dei ministri. I giornali tedeschi hanno parlato di «James Bond dell'immigrazione» e Frank Walter-Steinmeier, ministro degli Esteri tedesco, ha commentato: «Scegliere dove andare a vivere deve restare una decisione personale, senza pressioni». I rabbini locali si sono infuriati per il tentativo di «rubare i fedeli».

Davide Frattini


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31 dicembre 2007

Turisti a Betlemme, ma residenti sempre meno, La chiesa non dice perchè, i media lo stesso

Non può che far piacere che i pellegrini ritornino numerosi a Betlemme per le festività. Ma il problema principale, che viene ignorato in quasi tutti gli articoli, rimane sempre lo stesso, i cristiani se ne vanno dai territori amministrati dall'Autorità palestinese. Per saperne i motivi basta chiederlo ai cristiani che ancora vivono a Betlemme. si conoscerebbe una verità che sui nostri giornali, quelli cattolici in particolare, viene regolarmente omessa. Dalla STAMPA 24/12/2007, a pag.13, riportiamo il reportage di Francesca Paci, dal titolo "Miracolo a Betlemme, ritornano i pellegrini". Informazione Corretta


Betlemme

Visto Di Pietro in prima fila quant’era commosso? Questo Natale a Betlemme lo racconto finché campo», giura Franca all’uscita dalla chiesa di Santa Caterina dopo il «Concert for Life and Peace», la prova generale della Messa della Vigilia. Piazza della Mangiatoia luccica di comete gialle e rosse, il cielo terso accende le stelle come il fondale di un presepe di cartapesta, un vento freddo agita le palme che collegano idealmente la basilica della Natività all’antistante moschea di Omar.

Franca si stringe nel piumino bianco e affretta il passo verso il pullman Amiel Tours che l’aspetta per rientrare a Gerusalemme. Quarant’anni, single, insegnante elementare, è venuta da Ancona con una trentina di marchigiani per il suo primo viaggio «nei luoghi di Gesù»: «Costa 500 euro, metà del mio stipendio, ma ne vale pena». Sabato sera erano tutti invitati a Betlemme alla performance dei Solisti Veneti organizzata da Comuni, Province e Regioni italiane. La presenza del ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro accompagnato dai due figli, ammette Franca, l’ha rilassata: «Ci avevano spiegato che la situazione è tranquilla, ma il check point, i militari israeliani, la polizia palestinese così nervosa, insomma mi sono distesa solo quando ho visto i nostri politici».

I pellegrini tornano in Terra Santa: motivati, chiassosi, in ordine sparso dietro alla guida che, invece dell’ombrello, impugna un cero liturgico. Dopo il silenzio grave seguito alla seconda Intifada, i kamikaze, la costruzione del muro tra Israele e Cisgiordania, le strade di Betlemme, Gerusalemme, Nazaret, traboccano ora di stranieri devoti, parchi frequentatori di ristoranti ma fanatici del gadget sacro, dal rosario in legno d’ulivo alla corona di spine con tanto di certificato di garanzia. Che sia l’onda lunga del riavvicinamento tra israeliani e palestinesi culminato tre settimane fa ad Annapolis o un risveglio religioso globale in chiave antipolitica, il ministro del turismo israeliano, Yitzhak Aharonvitch, attende il pienone nei prossimi giorni: «Sessantamila turisti cristiani, il doppio del 2006». Un controesodo iniziato a Pasqua: il 31 dicembre l’aeroporto Ben Gurion, il passo di Allenby e quello di Taba, in Egitto, raggiungeranno quota un milione d’ingressi, il 30 per cento in più rispetto allo scorso anno.

«C’è gente, d’accordo, è già qualcosa», concede Mustafà, proprietario d’una piccola bottega di souvenir lungo Manger street, un paio d'isolati dalla Natività. Ma resta un Natale magro: «Pochissimi pranzano o cenano a Betlemme, figurarsi dormire qui, dentro il muro. Da me comprano soprattutto presepi in miniatura, croci, bambinelli, cose da 15 euro al massimo». Un robusto abete decorato con palle in vetro di Hebron e fili d’argento oscilla ogni volta che si apre la porta con l’insegna Sancta Maria, sventolando l’offerta speciale, 400 shekel, circa 70 euro: «Ne ho venduti due, nemmeno chi abita a Gerusalemme viene volentieri a fare acquisti oltre cortina, eppure siamo a un quarto d’ora d’automobile».

Sollecitato dal rappresentante del Quartetto Tony Blair, grande sponsor della via economica alla soluzione del conflitto israelo-palestinese, il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha predisposto un passaggio speciale riservato ai pellegrini diretti a Betlemme, una sorta di corsia preferenziale per attraversare il check point senza grosse difficoltà. Una giovanissima soldatessa etiope con il mitra a tracolla sfoglia rapida i passaporti stranieri e sorride: sembra che funzioni.

«La Chiesa è la nostra risorsa economica», commenta Victor Batarseh, sindaco cristiano di Betlemme eletto in una lista civica insieme ad Hamas. È un maestro d’equilibrismo: da quando governa con il partito islamico radicale difende il dialogo interconfessionale fin quasi a negare i problemi tra palestinesi musulmani e palestinesi cristiani, maggioranza assoluta della popolazione di Betlemme nel 1948 e oggi appena uno su dieci. Eppure stavolta mister Batarseh si sbilancia: «Il futuro della città è legato al ritorno dei pellegrini». Che di sicuro non amano essere perquisiti al check-point, ma meno ancora apprezzano l’eco del muezzin avvolgere il centro mitico della cristianità.

«Un Natale unico, però quante moschee e quante donne velate in giro, molte più di noi», nota Franca. Questo, aggiunge, non lo racconterà alle colleghe di Ancona. Il pullman avanza lento lungo al-Qubba, i tavoli del popolare ristorante Abu Eli, tempio dell’agnello alla griglia, sono tutti occupati. Qualcuno, soprattutto personale internazionale e operatori umanitari, sfida il tabù, i pellegrini ancora no. Il prossimo 25 dicembre, magari. Insciallah.

Francesca Paci


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31 dicembre 2007

Gli effetti subliminali possono mutare le nostre convinzioni politiche


 
Vedere la bandiera nazionale per pochi attimi produce effetti subliminali. La sorprendete scoperta è stata fatta dall'Università ebraica di Gerusalemme. Gruppi di individui precedentemente sottoposti ad immagini subliminali della propria bandiera nazionale e poi interrogati su questioni politiche interne hanno adottato visioni generalmente più moderate. Tre gli esperimenti che hanno consentito di giungere a simile conclusione.

Lo studio, condotto dal dott. Ran Hassin del Dipartimento di Psicologia dell'Università di Gerusalemme, non lascia dubbi. Sottoporre un gruppo di persone alle immagini subliminali delle propria bandiera nazionale avrebbe un effetto contrario al rafforzamento delle proprie convinzioni politico-nazionalistiche. Quelle destinatarie delle immagini subliminali, immagini processate dal cervello senza che possano raggiungere il livello di coscienza, avrebbero espresso una visione maggiormente moderata delle loro convinzioni politiche. L'effetto subliminale prodotto non si limiterebbe alle convinzioni politiche, ma sarebbe in grado di incidere anche sulle intenzioni di voto. Nell'articolo pubblicato su 'Proceedings of the National Academy of Sciences', sono esposti i risultati di tre esperimenti condotti su circa 300 persone.
Nel primo esperimento, ai due gruppi di cittadini coinvolti sono state poste questioni riguardanti il conflitto tra Israelite e Palestina. Prima di ascoltare le risposte, ad uno dei due gruppi è stata fatta vedere subliminalmente un'immagine della bandiera palestinese. E' stato notato che questo gruppo nel rispondere tendeva ad evitare di affrontare questioni di tipo politico. I risultati di questo esperimento sono poi stati confermati da una seconda sessione di domande tenuta la settimana precedente all'uscita degli ebrei da Gaza.

Il terzo esperimento è stato fatto prima delle ultime elezioni israeliane. I risultati sono stati nuovamente identici. Mostrare la bandiera nazionale per pochissimi istanti, senza che ci se ne possa rendere conto, produce come effetto una convergenza verso posizioni moderate, sia nei sostenitori della destra, sia in quelli della sinistra. I cittadini sottoposti all'esperimento, ricontattati dopo le elezioni, hanno confermato di avere votato effettivamente per partiti più moderati.

Ancora non ci sono spiegazioni per questo tipo di risultato. "I dati ottenuti", dice Hassin, "sono comunque interessanti per due ragioni. In primo luogo forniscono evidenza empirica di come la nostra coscienza possa essere facilmente plasmata dai partiti politici. In futuro cercheremo di capire anche come le ideologie possano influenzare le nostre coscienze espressamente. In secondo luogo, questi esperimenti ampliano significativamente il campo delle conoscenze riguardanti la natura e le influenze dei processi inconsci sulla nostra maniera di agire".

Marco Benni - InnoNation


31 dicembre 2007

Oggi la Bhutto, domani il Pakistan e poi?

 



Il primo pensiero va certamente al coraggio di Benazir Bhutto la quale era perfettamente consapevole che la sua vita era appesa a un filo ritornando in Pakistan, era cosciente di avere nemici tanto tra i militari quanto tra i fondamentalisti islamici. Ma nonostante tutto ciò aveva deciso di condurre la sua campagna elettorale tra la gente e tra la sua gente ha trovato la morte, immolandosi da eroe, nel tentativo di portare la democrazia in questo travagliato paese.

E’ difficile dire quali saranno le conseguenze dopo la sua morte, non solo per il Pakistan, ma per l’intera area, se non per il mondo intero, anche se è impossibile trarre auspici positivi.

Benazir era una donna scomoda: Musharraf non l’amava, come non l’amavano i militari e tanto meno i fondamentalisti islamici, Al quaeda in particolare, tre entità che tra loro in più occasioni hanno avuto solo occasioni di scontro e che ora si stanno scaricando vicendevolmente la colpa dell’assassinio di questa donna.

Ma tutti e tre avevano ìottime ragioni per liberarsi di Benazir; di fatto ora il Pakistan è nel caos e Musharraf non ha più un valido oppositore che lo possa contrastare, i militari possono approfittare della situazione per costringere il primo ad imporre lo stato di emergenza mantenendo così il Pakistan sotto tutela, evitando inoltre di dover combattere nelle regioni limitrofe all’Afghanistan quaedisti e talebani. Per finire questi ultimi trarrebbero un ulteriore vantaggio dalla morte della Bhutto: l’eliminazione di qualsiasi ipotesi di avere in Pakistan un alleato della tanto odiata America.

Ma dei tre sono i militari quelli che traggono i maggiori vantaggi nel breve periodo: perché, dopo aver imposto l’ordine con la forza (ammesso che ci riescano), potranno condurre pensare di condizionare per altri anni la linea politica interna, con o senza Musharraf (ipotesi non del tutto pellegrina, considerando che negli ultimi tempi i rapporti tra il premier e militari si erano raffreddati), decidere quale condotta mantenere verso il terrorismo, lucrosissimo oggetto di scambio con gli Usa. Ma anche in materia di politica estera i militari potranno avere ampi margini di manocra, non solo nei rapporti con le potenze occidentali, ma anche con i paesi musulmani.

Però il Pakistan non è un paese come tutti gli altri: ha le armi nucleari e sappiamo che ha almeno un vicino molto interessato ad esse, come sappiamo che questa nazione non è del tutto estranea allo sviluppo del terrorismo presente nell’area; in una situazione di confusione queste armi potrebbero cadere come nulla nelle mani sbagliate.

In Medio Oriente oggi si sta replicando esattamente quanto accadde in Europa sessant’anni fa, le premesse sono manifestano molte preoccupanti similitudini: pazzi che con tutti i metodi, portano avanti deliranti ideologie, una comunità internazionale che ad ogni nefandezza portata avanti da questi pazzi, risponde condannando e stracciandosi le vesti salvando, in primis ogni interesse economico, in secundis la forma; solo che agendo in questo modo - nella sostanza – si è complici di  sviluppare un mostro che, tra non molto, sarà ingestibile e pericoloso non solo per l’area medio orientale, ma per il mondo intero.

Alberto/Hurricane 


30 dicembre 2007

L'economia palestinese allo sfascio



Gli aiuti finanziari occidentali forniti ai palestinesi sortiscono – come da me illustrato la scorsa settimana – il perverso e controintuitivo effetto di accrescere il tasso degli atti di violenza, inclusi quelli terroristici. Questa settimana offro due esempi di una notizia probabilmente ancora più curiosa in merito agli innumerevoli miliardi di dollari e di donazioni pro-capite, dai trascorsi devastanti, elargiti dai paesi occidentali.

Innanzitutto, tali aiuti hanno reso i palestinesi più poveri. In secondo luogo, l'impoverimento palestinese è uno sviluppo positivo a lungo termine.

Tanto per cominciare, vorrei evidenziare alcuni fatti fondamentali in merito all'economia palestinese, attingendo a una eccellente indagine condotta da Ziv Hellman, dal titolo "Terminal Situation" e apparsa sul Jerusalem Report del 24 dicembre:

• Il reddito annuo palestinese pro-capite è diminuito di circa il 40 per cento, passando dai 2.000 dollari del 1992 (prima dell'avvio dei negoziati di Oslo), anno di picco, a meno di 1.200 dollari oggidì.
• Il reddito israeliano pro-capite, 10 volte superiore a quello palestinese nel 1967, è oggi 23 volte maggiore.
• Il grave stato di indigenza in cui versava il 22 per cento della popolazione di Gaza nel 1998, si è intensificato colpendo circa il 35 per cento della popolazione nel 2006; e concernerebbe quasi il 67 per cento, se non fosse per le rimesse e per gli aiuti alimentari.
• I diretti investimenti esteri esistono a malapena, mentre il capitale locale viene perlopiù inviato all'estero oppure investito in beni immobili o in operazioni a breve termine.
• Come scrive Hellman, l'economia dell'Autorità palestinese (AP) "si basa largamente sui monopoli in varie industrie concessi dai funzionari dell'AP in cambio di tangenti".
• Il libro paga dell'AP è così gonfiato che solamente i costi degli stipendi superano tutte le entrate.
• Un disastrato sistema giudiziario dell'AP implica che, in genere, le dispute commerciali vengono risolte da bande armate.

Prevedibilmente, Hellman rappresenta l'economia palestinese come se fosse "allo sfascio".

Tale sfacelo non dovrebbe sorprendere, poiché, come lo scomparso Lord Bauer e altri hanno rilevato, gli aiuti esteri non funzionano. Essi corrompono e distorcono una economia; più ingenti sono le somme devolute, tanto maggiore sarà il danno. Un dettaglio significativo: durante il regno di Yasser Arafat, un terzo del budget dell'AP è stato impiegato per "le spese dell'ufficio del Presidente", senza ulteriori spiegazioni, revisioni o contabilità. La Banca Mondiale era contraria, ma il governo israeliano e l'Unione europea hanno appoggiato questo corrotto accomodamento, pertanto, esso è rimasto in auge.

In effetti, l'AP offre un esempio da manuale di come rovinare una economia soffocandola sotto donazioni ben intenzionate, ma incaute. I 7,4 miliardi di dollari promessi di recente per il periodo 2008-2010 esacerberanno ulteriormente il danno.

Paradossalmente, questo errore potrebbe contribuire a risolvere il conflitto arabo-israeliano. Per comprendere il perché, si prendano in considerazione due modelli, privazioni contro euforia, il che spiega l'estremismo palestinese e la violenza.

Il modello privazioni, sottoscritto da parte di tutti i paesi occidentali, attribuisce le azioni dei palestinesi alla povertà, all'isolamento, ai posti di blocco israeliani, alla mancanza di uno stato, etc. Mahmoud Abbas, leader dell'AP, ha sintetizzato questa ottica alla Conferenza di Annapolis svoltasi a novembre. "La mancanza di speranza e l'immensa disperazione (…) alimentano l'estremismo". Eliminando tali avversità, i palestinesi, presumibilmente, rivolgerebbero la loro attenzione a preoccupazioni costruttive come lo sviluppo economico e la democrazia. Il guaio è che il cambiamento non arriverà mai.

Il modello euforia ribalta la logica di Abbas: la mancanza di disperazione e l'immensa speranza, di fatto, alimentano l'estremismo. Per i palestinesi la speranza deriva da una percezione della debolezza israeliana, il che implica un ottimismo e l'eccitamento che lo stato ebraico possa essere eliminato. Al contrario, quando i palestinesi non riescono a scorgere una soluzione contro Israele, essi si dedicano ai più ordinari compiti di guadagnarsi da vivere e allevare i propri figli. Si osservi che l'economia palestinese raggiunse l'apice nel 1992, nel momento in cui, dopo il crollo dell'Unione Sovietica e successivamente alla guerra del Kuwait, le speranze di eliminare Israele toccarono il minimo storico.

L'euforia, e non le privazioni, giustifica il bellicoso comportamento palestinese. Di conseguenza, tutto ciò che modera le certezze palestinesi è una buona cosa. Una fallita economia deprime i palestinesi, per non parlare delle loro capacità militari e non solo, e rende altresì la risoluzione più a portata di mano.

I palestinesi devono sostenere la dura prova della sconfitta, prima di rinunciare al loro disgustoso obiettivo di eliminare il vicino israeliano e iniziare a costruire la loro economia, la forma di governo, la società e la cultura. Non esiste una scorciatoia per conseguire questo felice esito. Chi ama veramente i palestinesi deve desiderare che essi presto arrivino a disperarsi, in modo che una popolazione abile e dignitosa possa andare oltre il suo attuale barbarismo e costruire qualcosa di decente.

Ironia della sorte, una smisurata e inutile valanga di aiuti da parte dei paesi occidentali è causa di quella disperazione in due modi: incentivando il terrorismo e distorcendo l'economia, ed entrambe le cose comportano il declino economico. Raramente la legge delle conseguenze accidentali funziona così ingegnosamente.

Daniel Pipes - Jerusalem Post


30 dicembre 2007

L'ISLAMIZZAZIONE FORZATA DELL'ITALIA

 

Torino sta finalmente per diventare la succursale di "La Mecca" un piccolo territorio che casualmente si trova in Italia e che fra qualche anno, quando l'islamizzazione sarà finalmente portata a compimento, potrà chiedere l'indipendenza dall'Italia e l'annessione all'Arabia Saudita o all'Iran, secondo come piacerà ai mullah che governeranno la città, la provincia e magari vuoi mai tocchi anche alla regione, questo destino fortunato.

Se siete di Torino o dintorni, non mancate all'appuntamento di domani, andate ad applaudire ciò che l'amministrazione vuole "regalarvi" come dono di buon anno e ricordate se avete qualcosa da dire, che sia islamically correct.

http://www.lisistrata.com/cgi-bin/tgfhydrdeswqenhgty/index.cgi?
action=viewnews&id=2465

Auguri, anzi Salam
Adriana Bolchini Gaigher


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30 dicembre 2007

Il contrasto tra islam e democrazia



Ha ragione lo scrittore anglo-pachistano Hanif Kureishi nel sostenere che «l'islam non è compatibile con la democrazia». Certamente non l'islam dei terroristi di Al Qaeda che hanno appena rivendicato l'attentato suicida che ha posto fine alla vita di Benazir Bhutto. Neppure l'islam degli estremisti islamici che praticano il lavaggio di cervello a milioni di giovani nelle moschee e scuole coraniche, indottrinandoli alla guerra santa e inculcando la fede nel «martirio» islamico. Né infine l'islam moderato nella forma ma dittatoriale nella sostanza, sostenuto dall'Occidente solo per la paura che i terroristi e gli estremisti islamici prendano il potere.

Nell'intervista concessa a Francesca Marretta e pubblicata ieri su Liberazione, Kureishi spiega così la sua sfiducia assoluta: «Il Pakistan è stato formato come Stato democratico per i musulmani, ma gli islamisti non sono capaci di essere democratici, perché mettono la religione davanti a tutto. Islam e democrazia non sono compatibili. Per quanto mi riguarda, il Pakistan non doveva essere creato come Stato. Doveva restare parte dell'India. Musharraf resterà al potere perché gli Usa non permetteranno che il Pakistan diventi una sorta di Stato talebano ». I fatti gli danno ragione.

Se consideriamo gli Stati che si autodefiniscono «Repubblica islamica», quali il Pakistan, l'Iran, le Comore, Mauritania e Afghanistan, in aggiunta all'Arabia Saudita che ha adottato il Corano come Costituzione, ebbene nessuno di loro è democratico. Ma più in generale dei 56 Paesi membri dell'Organizzazione per la Conferenza islamica e che hanno una popolazione a maggioranza musulmana, nessuno rispetta pienamente i parametri della democrazia sostanziale così come è concepita e praticata in Occidente.

Nella gran parte dei casi la democrazia è trattata alla stregua di un rito formale, che si esaurisce nella messinscena delle regole del processo elettorale per legittimare il perpetuamento dei regimi autoritari al potere e violando comunque i diritti fondamentali della persona che sono l'essenza della democrazia sostanziale.

La storia moderna e contemporanea ci insegna che i Paesi musulmani si sono avvicinati in qualche modo all'esercizio della democrazia soltanto quando si sono apertamente ispirati a un modello complessivo di società e di civiltà occidentale, con la separazione sostanziale della sfera religiosa da quella secolare. Perché il nodo principale risiede appunto nella pretesa dell'integralismo e dell'estremismo islamico di definire religiosamente ogni minimo dettaglio del vissuto e della quotidianità delle persone. Alla base c'è la realtà di una religione che, in assenza di un unico referente spirituale, sin dai suoi esordi ha fatto leva sull'interpretazione soggettiva del testo sacro producendo una fede che è plurale ma non pluralista, proprio perché non c'è mai stata la democrazia sostanziata dal rispetto verso la moltitudine di comunità, sette, movimenti e partiti che spesso, singolarmente, rivendicano di essere i detentori dell'unico vero islam. Con il risultato che storicamente l'islam è conflittuale al suo interno prima di esserlo con il mondo esterno.

Ecco perché la radice del male è nell'intolleranza endogena all'islam che dal settimo secolo, quando tre dei primi quattro califfi che succedettero a Maometto furono assassinati da loro correligionari, vede a tutt'oggi i musulmani assumere i panni dei carnefici della maggioranza delle vittime musulmane. E proprio quanto sta accadendo in Pakistan conferma la natura aggressiva di questo terrorismo islamico che massacra principalmente gli stessi musulmani e che, contrariamente a un luogo comune diffuso, non è affatto la reazione alla guerra o all'occupazione di una potenza straniera.

Perfino i musulmani praticanti che beneficiano della democrazia in Occidente, compresi gli autoctoni convertiti all'islam, considerano la democrazia come uno strumento utile al radicamento del loro potere con il fine dichiarato o tacito di sostituirla appena possibile con la «shura», cioè un organismo consultivo, dove ai partecipanti è concesso soltanto definire le modalità attuative della
sharia, la legge islamica.

Perché all'uomo non è permesso anteporre la propria legge a quella divina. Fede e ragione vengono ritenute incompatibili. E anche se di fatto non esiste una versione unica e condivisa della sharia, tutti gli integralisti e gli estremisti islamici sono però d'accordo nel rifiuto della democrazia sostanziale.

Magdi Allam


30 dicembre 2007

Gli israeliani contro il blog di Ahmadinejad



Secondo alcuni esperti nella home page del sito del presidente iraniano si troverebbe un programma capace di rubare i dati dei computer che si collegano dallo stato ebraico. La notizia diffusa oggi dall'Ansa.

Il Blog del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad nasconderebbe un programma in grado di rubare dati personali e informazioni sensibili dai computer collegati dallo stato di Israele. La notizia, rilanciata in italia dall'Agenzia Ansa, rimbalza dal Medio Oriente. Alcuni esperti israeliani avrebbero scoperto il "Trojan" nascosto nella home page di ahmadinejad.ir e seguito le tracce dei dati su server situati in Cina, Hong Kong, Taiwan ed in una università iraniana.

L'Agenda News


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30 dicembre 2007

Bin Laden: "Colpiremo Israele"

http://nuke.crono911.org/Portals/0/Foto6/Proclama2g.jpg 

In un nuovo messaggio audio il capo di Al Qaeda, Osama bin Laden, minaccia di estendere la 'Jihad', la guerra santa, per colpire Israele. Il file sul Web è arrivato dopo 48 ore di preavviso ed è stato diffuso su internet. Osama esorta anche gli iracheni a respingere il piano statunitense per la formazione di un governo di unità nazionale perché sarebbe solo uno strumento degli americani per rubare il petrolio di Baghdad.

"Voglio rassicurare il nostro popolo in Palestina che porteremo anche lì la Jihad", dice Bin Laden nel nuovo messaggio audio di 56 minuti, dedicato in gran parte alla situazione in Iraq. "Vogliamo liberare la Palestina, l'intera Palestina, dal fiume Giordano al mare. Sangue per sangue, distruzione per distruzione".

Il messaggio, secondo la Cnn, è una registrazione audio che accompagna vecchie immagini di Osama Bin Laden. L'intervento del leader di Al Qaeda, secondo il titolo del messaggio, è dedicato a indicare 'la via per far cadere la cospirazione in Iraq'. Secondo bin Laden, gli Stati Uniti stanno cercando di creare una nuova unità nazionale, che va combattuta. Aiutare il governo iracheno, per il capo di Al Qaeda, significa aiutare Washington e l'amministrazione Bush. Le ultime dichiarazioni di Bin Laden risalivano alla fine di novembre quando l'imprendibile capo dei terroristi chiese agli europei di rompere con gli Usa.

Tgcom


30 dicembre 2007

Benazir Bhutto: una richiesta al Mossad arrivata troppo tardi

 



Il giornale israeliano Ma'ariv ci informa stasera che Benazir Bhutto aveva chiesto la protezione del Mossad israeliano, in quanto temeva per la sua vita.
La richiesta, fatta solo pochi giorni prima del tragico attentato che le e' costato la vita, non e' stata purtroppo finalizzata in tempo utile
(Ma'ariv).

Il governo pachistano intanto fa sapere di avere prove inconfutabili contro Al-Qaeda.

"Dietro l'assassinio della leader dell'opposizione pachistana Benazir Bhutto c'è Al Qaeda".
Non ha dubbi il ministero dell'Interno di Islamabad, che, in una conferenza stampa, ha rivelato oggi di aver intercettato una chiamata riconducibile ad Al Qaeda subito dopo l'attentato. E ci sono "prove inconfutabili" che dimostrano che la rete di Osama bin Laden stia cercando di destabilizzare il Pakistan. Il governo, in particolare, fa il nome del leader di Al Qaeda Baitullah Mehsud, che sarebbe responsabile del delitto. Mehsud è in cima alla lista dei ricercati: si ritiene che sia nascosto nel Sud Waziristan, vicino al confine con l'Afghanistan
(La Repubblica).

Da Bennauro


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30 dicembre 2007

L'ebraico in Israele



Tanto tempo fa, dopo una conferenza che avevo tenuto negli Usa, una donna mi si avvicinò e mi chiese di firmare uno dei miei libri che era stato pubblicato là. "E' per mio figlio, mi disse in ottimo ebraico. "Come si chiama?" chiesi. "Sagi" rispose "ma per favore lo scriva in inglese".

Io scrissi "A Sagi" e, tanto per non sbagliare, scrissi anche il mio nome in inglese. Chi non sa leggere il proprio nome in ebraico troverà probabilmente difficoltà a leggere altri nomi. La donna era imbarazzata. "Lo so che cosa sta pensando" disse "ma con i ragazzi è così. Dopo una generazione o due in America, la loro israelianità scompare, e così il loro ebraico".

Il giorno dopo, in un'altra città, trovai lo scena opposta. Un ex israeliano tra il pubblico si alzò e disse con ira: "Ogni volta che vado in Israele, non capisco quello che dicono per la strada. Non capisco questo nuovo slang. Che razza di ebraico è?".

Questa volta non riuscii a trattenermi. "Mentre voi ve ne state comodi in America, noi, in Israele, lavoriamo. Parliamo in ebraico, scriviamo in ebraico e inventiamo nuove espressioni e nuove parole. Non abbiamo intenzione di congelare l'ebraico in attesa delle vostre visite".

Ho raccontato queste storie perché oggi l'Accademia della Lingua Ebraica celebra il 150esimo anniversario della nascita di Eliezer Ben-Yehuda, colui che "resuscitò la lingua ebraica."

Prima di tutto devo dire che questo titolo di merito deve essere modificato. Ben-Yehuda non resuscitò l'ebraico per la semplice ragione che l'ebraico non era mai morto. Era stato tenuto in vita. Certo, non era usato nella vita quotidiana, ma testi letterari e religiosi erano scritti in ebraico, era usato per comunicazioni tra comunità ebraiche che non potevano corrispondere in altre lingue, ed era perfino parlato, anche se soprattutto con Dio.

Non intendo sottovalutare l'opera o la figura di Ben-Yehuda. Egli è una delle più grandi figure nella storia del popolo ebraico. Sarebbe appropriato non solo per l'Accademia, ma anche per la Knesset, indire un convegno speciale in suo onore. Il dizionario da lui composto fu un'impresa gigantesca compiuta da un uomo solo, che disgraziatamente nessuno finora è stato in grado di ripetere, anche se ce n'è bisogno.

Ogni foglio scritto e ogni conversazione in ebraico sono un memoriale a Ben-Yehuda. Io ho particolarmente cara la vista degli ultra-ortodossi a Gerusalemme che parlano tra di loro in buon ebraico moderno. I loro antenati perseguitarono Ben Yehuda, lo accusarono falsamente, gli fecero la spia fino a farlo imprigionare in un carcere turco Eppure eccolo qui a celebrare la sua vittoria con le parole dei loro discendenti.

Mi domando se avesse previsto la sua grande vittoria. Comprendeva quale bella addormentata stava baciando? Quale meraviglioso genio della lampada stava liberando dai libri e dalle preghiere? In un tempo relativamente breve siamo riusciti ad avere una lingua viva e dinamica, al punto che i genitori trovano difficile capire quello che dicono i figli, eppure allo stesso tempo, con quegli stessi figli, possono leggere versi scritti migliaia d'anni fa.

Ma l'ebraico è anche un campo di battaglia di parole ed espressioni, di esistenza e sopravvivenza. Subisce rapidamente dei processi che per le altre lingue sono stati lenti. Senza averne l'intenzione, Ben-Yehuda si imbarcò in un processo che in futuro vedrà l'ebraico spaccato in una lingua moderna e una classica. Già oggi molte allusioni bibliche non vengono capite dai lettori, mentre i modi di dire antichi vengono dimenticati, oppure usati senza riconoscerne l'origine. Dovremmo forse dispiacerci di quest'ignoranza? Non necessariamente. Quando un modo di dire si distacca dalla sua origine, sappiamo che ha raggiunto uno status indipendente e forte.

Mentre celebriamo il 150esimo anniversario di Ben-Yehuda, l'ebraico è una realtà. Eppure è minacciato da altri pericoli. Uno di essi è la diminuzione e l'appiattimento. Un altro è rappresentato dalle lingue straniere. Non il produttivo scambio tra le lingue, ma piuttosto l'imitazione e il disprezzo di sé. Il terzo è un vero e proprio pericolo esistenziale. L'ebraico non continuerebbe ad esistere senza Israele. Senza uno stato ebraico, morirebbe nel giro di due generazioni, proprio come diceva la madre di Sagi.

 Meir Shalev - YnetNews


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30 dicembre 2007

Israele: dopo 60 anni riceve indietro i soldi delle tasse universitarie



Il prof. Baruch Kaplan (85 anni) proviene da Bialystok (Polonia) ed è un sopravvissuto all'Olocausto. Era un ottimo studente al ginnasio ebraico della sua città natale e aveva l'intenzione di andare a studiare all'Università ebraica di Gerusalemme. Nel giugno 1939 suo padre pagò all'Università ebraica le relative tasse per due anni. Ma l'aggressione nazista alla Polonia e la conquista della città di Bialystock misero fine ai propositi di emigrazione in Eretz Israele. La città andò alla Russia, e Kaplan cominciò i suoi studi alla Facoltà di Chimica dell'Università di Lwow, fino a che, nel giugno 1941, dopo l'attacco della Germania alla Russia fuggì all'est. In seguito Kaplan venne a sapere che tutta la sua famiglia era stata sterminata. Entrò nell'Armata Rossa e combatté quattro anni contro i nazisti.

Dopo la guerra studiò chimica a Mosca. Nel 1990 gli studenti del ginnasio ebraico di Bialystock organizzarono un incontro a Tel Aviv, a cui anche Kaplan fu invitato. Nel 1992 emigrò in Israele con sua moglie e la famiglia di sua figlia.

suo amico di gioventù gli ha fatto notare che probabilmente avrebbe potuto ricevere indietro i soldi delle tasse pagate. Si è rivolto allora all'Università ebraica. Fin dalla sua prima lettera gli fu risposto in modo benevolo: Kaplan ha ricevuto indietro i soldi pagati da suo padre. L'assegno gli è stato consegnato dal Presidente dell'Università, prof. Menachem Magidor, e dal suo Rettore, prof. Haim Rabinowitch. Il denaro è stato accantonato per la sua pronipote. Per gli studi, naturalmente.

israel heute


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30 dicembre 2007

Germania, sondaggio choc: un musulmano su tre è fondamentalista

 


Siamo combinati bene! 

Il 40% degli oltre tre milioni di musulmani residenti in Germania ha un approccio fondamentalista alla religione, uno su sette non riconosce i valori dello Stato di diritto e della democrazia mentre il 6% e' "affine" alla violenza. Sono gli allarmanti risultati di uno studio commissionato dal ministero dell'Interno tedesco, pubblicati dal quotidiano "Frankfurter Rundschau".

Il ministro dell'Interno, Wolfgang Schaeuble, ha commentato che i dati rivelano "un serio potenziale di radicalizzazione islamica". Viene considerato in particolare preoccupante il fatto che a non condividere i valori dello Stato di diritto e della democrazia sia il 14% del campione di 1750 musulmani interrogati nel corso dell'inchiesta, il 40% dei quali e' in possesso del passaporto tedesco.

Un altro dato inquietante e' quello secondo cui il 12% dei musulmani residenti in Germania e' favorevole alle punizioni corporali e alla pena di morte. Secondo il sociologo Werner Schiffauer l'atteggiamento di rifiuto dei valori occidentali da parte dei giovani musulmani dipende dal fatto che questi, "pur appartenendo alla terza generazione di immigrati, in Germania continuano ad essere visti come stranieri": "La loro sensazione e' di sentirsi tedeschi, ma al contempo anche emarginati", ha spiegato. E questo li condurrebbe a trovare risposte alternative alla loro condizione, che verrebbero trovate nell'appartenenza etnica e nella religione islamica

Il Tempo


29 dicembre 2007

Perché i paesi del Golfo si inchinano a Teheran

 
Da un articolo di Yaakov Lappin
È stata una grande settimana, per Mahmoud Ahmadinejad. Per la prima volta nella sua vita, il presidente iraniano si è unito a milioni di altri musulmani in Arabia Saudita per l’annuale Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca. Sui mass-media di tutto il mondo sono apparse le immagini di un Ahmadinejad serio e insolitamente azzimato, intento a consultare il Corano prima di imbarcarsi sul suo aereo per l’Arabia Saudita. Ma non si tratta di una semplice faccenda di pellegrinaggi.

Ahmadinejad è il leader della repubblica islamica sciita, un paese che negli anni scorsi ha scosso l’intero Medio Oriente e messo paura ai vicini sunniti con la sua spinta verso la superiorità politica e religiosa sciita. Spinta che è accompagnata da un paziente lavoro sul programma nucleare e da ingegnose e ingannevoli tattiche volte a guadagnare tempo e tenere a bada i critici occidentali.

L’Arabia Saudita, paese leader del blocco sunnita, è uno degli intimoriti vicini dll’Iran. Eppure è stato proprio il re saudita Abdullah che ha fatto il sorprendente gesto amichevole di invitare Ahmadinejad alla Mecca per il pellegrinaggio.
Anche da un punto di vista puramente religioso sunnita, l’invito a un leader sciita per il Hajj è una notizia notevole. Gli sciiti vengono considerati da molti religiosi sunniti alla stregua di infedeli. È facile trovare prova di questo odio, soprattutto se si vanno a vedere le sentenze religiose che arrivano dall’Arabia Saudita. L’anno scorso una fatwa dello sceicco saudita Abdel-Rahman al-Barrak stabiliva che gli sciiti “nella loro interezza sono la peggiore delle sette della nazione islamica. Hanno tutte le caratteristiche degli infedeli. Sono in verità infedeli politeisti, anche se lo nascondono”.

Per lungo tempo gli sciiti sono stati rifiutati dai sunniti. Lo scisma risale ai tempi delle origini dell’islam, quando due campi si combattevano per il diritto alla successione di Maometto. Alla fine, il gruppo che sarebbe diventato sunnita massacrò Hussein, il martire degli sciiti, insieme al suo esercito, in una grande battaglia a Karbala (nell’odierno Iraq).

Gli sciiti non dimenticheranno mai quel giorno, custodito nella loro memoria collettiva e rivissuto ogni anno nelle celebrazioni della Ashura. Ma gli sciiti non hanno rinunciato a cercare di riprendersi ciò che considerano il loro diritto al trono del mondo islamico. Armato di spada e sorriso, l’Iran avanza offerte che i suoi impauriti vicini sunniti non possono rifiutare. “Proponiamo la creazione di convenzioni e istituzioni economiche e di sicurezza fra i sette stati”, ha dichiarato Ahmadinejad, ai primi di dicembre, al summit del Consiglio di Cooperazione del Golfo. L’Iran, ha detto, vuole un assetto regionale che sia libero da “influenze straniere”.

Come nel caso del pellegrinaggio, la presenza dell’Iran in questo evento segna un grande cambiamento. Rappresenta un ulteriore segnale della inquietante ascesa dell’Iran. Questi inviti costituiscono cenni di riconoscimento da parte degli stati sunniti rispetto alla minacciosa presenza iraniana e al suo crescente potere.

Il fatto che l’Iran sia stato invitato al summit del Consiglio di Cooperazione del Golfo subito dopo la diffusione del rapporto americano National Intelligence Estimate, secondo cui la Repubblica Islamica avrebbe sospeso il programma nucleare militare nel 2003, non è una coincidenza. Il rapporto viene visto come un segnale del disimpegno americano, una falla irreparabile nel processo che avrebbe dovuto portare al rafforzamento delle sanzioni Onu all’Iran. Mentre questo processo fa a picco, l’altro, quello verso l’opzione militare Usa rispetto all’Iran, fa totale marcia indietro agli occhi degli stati del Golfo.

E così Ahmadinejad diventa una star del Golfo, invitato in conferenze e pellegrinaggi a cui altri leader iraniani non si sognavano nemmeno di partecipare. Gli stati del Golfo sono terrorizzati.

Per quanto riguarda l’Iran, questo è solo l’inizio. Non molto tempo fa, il direttore del quotidiano governativo iraniano, un personaggio molto vicino al leader supremo, disse che il vicino Bahrain è in realtà una provincia iraniana. Le sue parole suscitarono molto allarme e furono seguite da frasi più rassicuranti da parte del ministro degli esteri di Teheran. Evidentemente alcuni funzionari iraniani vanno troppo in fretta.

(Da: YnetNews, 19.12.07)


29 dicembre 2007

Giornalismo blog

 

Cos’ e’ un giornalista? Cosa dovrebbe essere? Un integérrimo opinionista che disprezza qualsiasi tentativo di farsi influenzare? O invece un pennivendolo, um servo del potere?

Chi conosce bene questo mondo sa che si tratta di um vero e próprio zôo, dove si trovano gli animali piu’ vari. Ma in questo zôo con l’avvento di internet e’ nata uma razza nuova, completamente differente da quelle precedenti, quella del giornalista-blog.

La nascita del giornalismo-blog sembra aver cambiato per sempre la natura del giornalismo e questo e’um cambiamento epocale cui pochi hanno dato il giusto risalto.

Com i blogs, lê videocamere e videotelefonini qualunque persona oggigiorno puo’ trasformarsi in giornalista. Chiunque puo’ relatare la notizia in tempo reale e meglio di um professionista. E questo vale non solo per la Notizia (com la n maiuscola) ma per qualunque tipo di notizia (com la n minuscola).

Esempio pratico:

Stavo cercando casa a Salvador de Bahia, Brasile per la mia famiglia. Ho incontrato una persona che viveva in un palazzo che mi piaceva. Ho chiesto di appartamenti in questo palazzo e la persona mi há dato il nome e cognome di uma persona, supposto proprietário di um appartamento disponibile li’.

Sono tornato a casa, ho messo il nome e cognome della persona in google e ho fatto uma ricerca. Dopo um po’ di tempo sono entrato in um blog in inglese di uma turista di Liverpool che raccontava la terribile disavventura che aveva vissuto affittando l’appartamento con lo stesso tipo che la donna mi aveva indicato.

In condizioni normali (nel mondo del passato prima di internet) avrei contattato il tipo, visto l’appartamento e poi affittato). Ora, grazie al blog so che il tipo e’ addirittura pericoloso e che mai dovrei affittare da un tipo del genere.

Internet há creato uma situazione in cui nessuno si puo’ piu’ nascondere dietro l’ignoranza di informazione. E la persona-giornalista, tramite il suo blog, puo’ determinare veramente un mercato della domanda e non dell’offerta, in cui il prodotto offerto (vuoi uma casa da affittare, vuoi um a tv o um elettrodomestico) puo’ essere immediatamente identificato come difettoso o no e quindi da evitare.

Il giornalismo-blog puo’ determinare il futuro di intere campagne di vendita di prodotti o servizi e stroncare quelli che non sono up to the highest standards (ai massimi livelli).

E’ chiaro che bisognerebbe sempre verificare la veridicita’ di quanto pubblicato nei blogs perche’ altrimenti false informazioni potrebbero essere messe in giro daí concorrenti per stroncare prodotti di qualita’.

Ma anche cio’ e’ facilemte verificabile tramite uma ricerca su Internet in cui si verifica se lê affermazioni del blog hanno riscontro cn altre affermazioni in rete o no.

Ma e’ sicuramente vero che il giornalismo-blog ha cambiato per sempre il rapporto produttore-consumatore anche in um altro aspetto.

Il giornalismo tradizionale e’ sempre stato ostaggio della pubblicita’ e quindi dell’inserzionista. In pratica supponiamo che una analisi di uma lavatrice fatta da um giornalista mostra che questa e’ difettosa. Tuttavia assumiamo anche che il giornale tradizionale riceve gran parte dei propri guadagni dal produttore di tale lavatrice. In questo caso e’ evidente che c’e’ um forte disincentivo a scrivere um articolo che mette in cattiva luce tale lavatrice perche’ l’inserzionista potrebbe arrabbiarsi e tagliare il contratto pubblicitario con tale giornale.

E’ percio’ probabile che il giornale non pubblichera’ il nostro articolo critico di tale lavatrice.

Nel mondo del Passato l’inserzionista l’avrebbe vinta e il consumatore, nell’ignoranza di cio’ potrebbe comprare la lavatrice difettosa. Oggigiorno cio’ non e’ piu’ possibile. Perche’?

Anche se il rinomato giornale non pubblica il nostro articolo, nulla ci vieta di pubblicarlo nel nostro blog personale o di passarlo ad um collega giornalista nel suo blog (se vogliamo evitare che l’inserzionista chieda la nostra testa al nostro giornale per aver pubblicato l’articolo nel nostro blog).

A questo punto il produttore non puo’ piu’ evitare la diffusione della notizia e se questa era basata su argomenti veritieri il suo nuovo prodotto soffrirebbe uma caduta rovinosa nelle vendite.

Come si vede il giornalismo-blog há cambiato il potere delle imprese di influenzare il giornalismo tradizionale. Mai piu’ sara’ cosi’. Mai piu’ si potra’ influenzare la stampa come in passato.

E’ vero che molti blogs non vengono minimamente letti. Ma quale impresa prendera’ il rischio di investire pesantemente in um prodotto di dubbia qualita’ sapendo che il próprio prodotto puo’ essere rovinato da um giornalista-blog che in um articolo mette a nudo tutti i difetti del prodotto?

In fondo basta che l’articolo sia pubblicato in uma lista di discussione specilizzata (listserv) che immediatamente la notizia si diffonde a ritmo esponenziale come um vírus per Internet e il prodotto e’ out dal mercato.

Pertano lê imprese dovrebbero svegliarsi e stare seriamente attente al giornalismo blog se non vogliono pagare amaramente per i propri errori.

http://maxbono.blogspot.com/


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permalink | inviato da Hurricane_53 il 29/12/2007 alle 20:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

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