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31 ottobre 2007

Iran: verso una lotta interna di potere, Ahmadinejad contro Khamenei

 

Tutti criticano la decisione del presidente per aver accettato le dimissioni di Larijani, capo negoziatore sul nucleare, legato all’ayatollah Khamenei. L’ex presidente Khatami critica il governo perché nasconde i dati reali sull’inflazione, arrivata al 22,4%.

 
Falchi contro colombe? ...

Varie personalità di calibro e 183 parlamentari hanno criticato pubblicamente il presidente Ahmadinejad per aver sostituito Ali Larijani quale negoziatore sul nucleare iraniano. Ciò rivela una lotta di potere sempre più forte all’interno del Paese, prostrato da una crisi economica e da una forte tensione con la comunità internazionale.

Due giorni fa, 183 parlamentari hanno diffuso una lettera in cui si loda Ali Larijani per la sua “abilità”, manifestata negli scorsi anni nel dialogo con le potenze occidentali e con l’Onu. Larijani, capo negoziatore sul nucleare dal 2005, ha dato le dimissioni, subito accettate dal presidente iraniano, che ha inserito al suo posto Said Jalili, da sempre fidato braccio destro di Ahmadinejad. La lettera dei 183 (più del 50% del parlamento) suggerisce che i negoziati sul nucleare devono essere portati avanti “in una maniera logica e ragionevole”.

Ieri, all’incontro con Javier Solana, capo dell’Unione Europea per la politica estera, erano presenti sia Jalili, sia Larijani, quest’ultimo in qualità di rappresentante personale del supremo leader Ali Khamenei al Consiglio nazionale di sicurezza. Ciò significa che mentre Jalili riferirà dell’incontro ad Ahmadinejad, Larijani riferirà al Grande ayatollah, mostrando un divario sempre più crescente fra i due.

Mohammad Reza Bahonar, vice-presidente della majlis (parlamento), ha perfino commentato con i giornalisti sull’esistenza di “problemi profondi e radicati” fra Larijani e Ahmadinejad, che “non potevano essere risolti”.

Secondo vari osservatori diplomatici, il presidente vuole un confronto duro fino alla fine con la comunità internazionale; Larijani (e Khamenei) non vogliono tirare la corda più del dovuto, cercando di evitare una possibile guerra con l’occidente. Ahmadinejad è noto per le sue invettive contro l'Olocausto; le minacce di sradicare lo stato d'Israele; i tentativi di collegare il sud del mondo contro gli Stati Uniti. Egli rivendica il diritto dell'Iran a proseguire in un programma nucleare che a suo dire ha scopi solo pacifici. La comunità internazionale teme invece che dietro il programma si nasconda un escalation militare nucleare. Nei giorni scorsi la tensione si è accresciuta: il presidente George W. Bush ha paventato la possibilità di una Terza guerra mondiale se l'Iran si doterà di una bomba nucleare. Intanto le minacce della Turchia verso l'Iraq curdo e l'insicurezza della regione medio-orientale accrescono quello che gli esperti definiscono "l'avventurismo" di Ahmadinejad.

Ali Akbar Velayati, ex ministro degli esteri, consigliere di Khamenei, ha espresso preoccupazione per le dimissioni di Larijani: “In questa situazione delicata e importante su tema nucleare, era meglio se questo[le dimissioni] non fosse successo”.

Perfino Ahmad Tavakkoli, direttore del Centro parlamentare di ricerche strategiche, che ha spesso appoggiato alcune scelte di Ahmadinejad, questa volta ha espresso disappunto per le dimissioni di Larijani, definendo il suo sostituto “un inesperto”.

Le manovre del presidente sulla questione del nucleare non sono le sole ad essere criticate. Nei giorni scorsi sulla stampa iraniana Ahmadinejad è stato criticato anche per i suoi fallimenti economici. Parlando al quotidiano economico Sarmayeh, l’ex presidente Mohammad Khatami ha manifestato preoccupazione per la crescente inflazione, che le statistiche governative cercano di nascondere. “L’inflazione  c’è”, ha detto Khatami “e la gente comune lo percepisce tutte le volte che deve acquistare qualcosa.. Se dai delle cifre che [dimostrano] che l’inflazione non esiste…, questo non fa sparire la realtà”.

Secondo i dati della banca centrale, nel 2007 l’inflazione è giunta la 15,8%. Ma molti economisti e lo stesso parlamento iraniano affermano che quest’anno il dato si aggira sul 22,4%. La lievitazione dei prezzi nei beni di base e dei servizi, insieme al razionamento dei carburanti (in un Paese produttore di petrolio), sta facendo crescere e diffondere lo scontento nella popolazione.


31 ottobre 2007

Israele: Goldwasser e Regev sono vivi e non sono in Iran

 



Il mezzo su cui si trovavano i soldati israeliani rapiti il 12 luglio 2006. Come si può vedere, esso è completamente distrutto, a testimonianza della violenza dell'attacco

Il giornalista Ali Nourizadeh del quotidiano arabo con sede a Londra Asharq Alawsat ha detto domenica a Radio Israele che sono del tutto attendibili le fonti che affermano che i riservisti israeliani Ehud Goldwasser e Eldad Regev, catturati da Hezbollah il 12 luglio 2006, sono stati trasferiti in Iran.

In un’intervista esclusiva con il programma in lingua araba di Radio Israele, Nourizadeh ha anche detto che in passato Israele aveva negato che il navigatore disperso Ron Arad fosse stato trasferito in Iran, come invece effettivamente è stato.

Nella mattinata di domenica, funzionari governativi coinvolti nei negoziati per il rilascio dei due riservisti hanno detto a Radio Israele che Israele sa che Goldwasser e Regev non sono stati trasferiti in Iran, e hanno dunque negato la veridicità della notizia riferita in Asharq Alawsat.

Stando a Asharq Alawsat, i soldati sono stati spostati nel luglio 2006 nel corso di un’operazione diretta dalle Iranian Revolutionary Guard Corps (IRGC), poco tempo dopo il rapimento dei due da parte di Hezbollah in un attacco al confine israelo-libanese.

Di recente, riferisce il giornale, un accordo tra Iran e Germania sarebbe stato raggiunto e prevederebbe che la Germania rilasci un funzionario dell’intelligence iraniana detenuto in Germania con l’accusa di aver ucciso un rifugiato iraniano a Berlino. L’Iran, in cambio, consentirebbe la consegna dei soldati catturati ad Israele.

I funzionari israeliani hanno smentito un simile accordo.

Lo scorso luglio e ancora la settimana scorsa, notizie pubblicate dalla stampa araba riferivano che Regev e Goldwasser sarebbero in effetti morti. La scorsa settimana Al Hayat ha citato fonti europee per corroborare le proprie affermazioni.

La moglie di Goldwasser, Karnit, ha detto a Radio Israele di essere riluttante a credere ad un altro giornale, e che le famiglie dei soldati ripongono la loro fiducia soltanto nelle fonti ufficiali.

"Abbiamo sentito notizie come queste per tutto il tempo…non sappiamo nulla. Non sappiamo in che condizioni [i soldati] si trovino. Neppure la Croce Rossa ha potuto visitarli”, ha detto Karnit alla radio.

"[Il leader di Hezbollah] Nasrallah ha dichiarato ripetutamente di essere appoggiato ed aiutato dal [presidente iraniano] Ahmadinejad," ha continuato la Goldwasser. "È per questo che ho affrontato [Ahmadinejad]." [è successo a settembre alle Nazioni Unite a New York durante una conferenza stampa del presidente iraniano, che ha rifiutato di rispondere alla donna].

La Goldwasser ha anche confermato che i negoziati condotti da un mediatore delle Nazioni Unite stanno continuando. Ha rifiutato di divulgare il livello o la fase raggiunti da questi negoziati.

Domenica è stato il secondo anniversario di matrimonio della coppia Goldwasser, il secondo di Ehud in cattività.

La notizia di domenica è l’ultima in una serie di notizie contradditorie sulle condizioni e gli spostamenti di Goldwasser e di Regev. Fino ad ora, Hezbollah ha rifiutato persino di confermare se i due siano ancora vivi. Solo la scorsa settimana, il giornale con sede a Londra Al-Hayat ha scritto che Israele è “convinto” che i riservisti siano stati uccisi.

Israele ha velocemente smentito la notizia, affermando che era piena di “voci senza fondamento”, e che non c’era nulla di nuovo in merito alla sorte dei due soldati rapiti.

"La premessa dello Stato di Israele è che i due soldati siano vivi, e tutte le nostre azioni si basano su questa premessa. Facciamo tutto quanto è possibile per liberarli”, ha detto Miri Eisen, portavoce del premier Olmert, durante una conversazione telefonica con il Jerusalem Post avvenuta giovedì scorso.

Un funzionario ha detto a Radio Israele che simili notizie in passato si sono rivelate errate.

Inoltre Radio Israele ha riferito che i funzionari dell’establishment della difesa ritengono sempr vivi i due soldati, e considerano Hezbollah responsabile di qualsiasi cambiamento nelle loro condizioni.

Fonti: jpost.com; ynetnews.com; haaretz.com


31 ottobre 2007

Tredici soldati

 Pubblicato da Rizzoli il romanzo di Ron Leshem da cui è tratto il film Beaufort di Joseph Cedar



Ron Leshem
Tredici soldati

Traduzione di Ofra Bannet e Raffaella Scardi
Rizzoli, collana 24/7, pp. 376, € 17.00, ottobre 2007

Libano 2000: un assedio disperato

I giorni sembrano non passare mai nel castello crociato di Beaufort, sulle alture del Libano meridionale. Per non parlare delle notti. Occupato dall'esercito israeliano durante l'invasione del 1982, nel 2000 Beaufort è ormai l'ultimo avamposto in Libano. Lì arriva Erez, un ufficiale di ventun anni, un duro, una testa calda, uno che ha subito innumerevoli richiami disciplinari e ha fatto perfino qualche mese di galera, ma è deciso a combattere una guerra la cui follia diventa ogni giorno più evidente.

A Beaufort però non si combatte: si sta, come in una trincea della Grande guerra, a prendere colpi di mortaio sparati da un nemico che nessuno vede, Hezbollah; e si muore mentre si attende l'attacco finale, o l'inevitabile ritiro. Erez ha la responsabilità di tredici vite, i tredici soldati che vigilano dalle postazioni di guardia e ispezionano la strada di accesso al forte per controllare che non ci siano mine. Ha promesso a se stesso che sarà un buon comandante, e che li porterà tutti fuori dal Libano vivi. Ma quando mai Erez ha mantenuto una promessa?

Grazie alla lucida e cruda scrittura di Leshem, Tredici soldati si inserisce a pieno titolo nella tradizione delle grandi narrazioni di guerra, da Niente di nuovo sul fronte occidentale a Full Metal Jacket, e restituisce con sconvolgente evidenza l'atmosfera dell'assedio, la paura di una morte sempre in agguato, la sboccata vitalità di una gioventù bruciata dall'odio e dalla violenza.

"Benvenuti a Beaufort. Se esiste il paradiso, i panorama è questo, se esiste l'inferno, ci si vive così."

E stato David Grossman a segna are per primo a grandezza di questo romanzo, dichiarando che "con a sua prosa, Leshem ha creato un intero mondo": quello disperato e claustrofobico de a fine dell'occupazione israeliana in Libano.

Il film Beaufort, che il regista Joseph Cedar ha tratto da questo libro, ha vinto l'Orso d'argento al 57° festival di Berlino.



Il Sole 24 Ore

Incontro con Ron Leshem

Figli di una naia minore

Lo scrittore israeliano, autore del bestseller «Tredici soldati», presto tradotto in Italia,racconta la generazione perduta dei ragazzi al fronte: «Stiamo mandando a morire i più deboli e poveri»

di Paola Caridi 
 
Lontano da Israele. Il più lontano possibile, e per un anno intero. Poi, quando si torna, comincia la vita da grandi. C'è chi lo chiama il pellegrinaggio post-naia, chi lo apostrofa come il passaggio in India dei giovani israeliani. Quello che è certo, è che ogni anno migliaia di ragazzi partono dall'aeroporto di Tel Aviv e se ne vanno in India, in America Latina. Lontano. È considerato un antidoto per dimenticare il servizio militare.

«L'urgenza che hanno è quella di dimenticare, di non pensare a nulla, di ricaricarsi, di andare il più lontano possibile da Israele. Salvo che poi - ed è paradossale - ritrovarli in America Latina o in India negli alberghi per israeliani, a mangiare cibo israeliano, a parlare ebraico, astare con i vecchi compagni d'armi».

Ron Leshem parla di loro, dei ragazzini che hanno smesso la divisa, con una empatia tutta particolare. Lui, che è di Tel Aviv, che ha alle spalle una carriera di giornalista di carta stampata e di fronte il cursus honorum di un uomo della televisione. Lui, che appartiene alla Israele bene, che ha bruciato tutte le tappe e a poco più di trent'anni ha un ottimo lavoro nel secondo canale tv. Lui ha rotto alcuni dei tabù più difficili del Paese, e ha raccontato i nuovi soldati. Dando voce a una generazione dimen-ticata, che è stata al fronte, ha combattuto in Libano la prima volta. Ed un anno fa è tornata a nord, oltre la frontiera, a combattere una guerra senza vincitori.

«Per decenni, l'esercito è stato l'esercito del popolo. Tutti gli israeliani hanno fatto il servizio militare e tutti erano uguali sotto le armi. Dagli anni Novanta, invece, l'esercito è molto cambiato. E se si guarda a chi combatte per noi, ci si accorge che sono quelli che vengono dalle famiglie più deboli, più povere. Chi stiamo mandando a morire per noi? Stiamo mandando i più deboli e i più poveri, e noi stiamo seduti qui, nei caffè di Tel Aviv, senza porci troppe domande ».

Al fronte, una generazione dimenticata, soprattutto dagli anni Novanta. Di cui Ron Leshem, quasi involontariamente, è diventato il cantore. Un po' com'è successo a Federico Moccia. Ron Leshem scrive un romanzo, Im Yesh Gan Eden ( Se ci fosse un paradiso), la sua opera prima, lo pubblica due anni fa. Parla di un gruppo di soldati durante la ritirata dell'esercito israeliano dal Libano, un pugno di ragazzi rimasti soli in un castello crociato, quello di Beaufort. Duro, incalzante, aggressivo, pieno di slang e di parolacce. È il trionfo. I ragazzi, quelli che l'Israele culturale dice che non leggono, si comprano il libro, fanno il passaparola. Risultato: 130mila copie vendute, un anno e otto mesi nella classifica dei bestseller, il Sapir Prize, il premio letterario più ambito, dell'edizione 2006. E poi un film che ha sbancato alla scorsa Berlinale, Beaufort di Joseph Cedar, e i diritti venduti in dieci Paesi (compresa l'Italia, dove uscirà a breve per Rizzoli con il titolo Tredici soldati).E, soprattutto, l'imprimatur del libro culto, decretato quando - oltre ogni immaginazione dello stesso autore - l'estate scorsa la guerra riscoppia sulla frontiera nord.

«Un anno fa ho passato settimane da un capoall'altro di Israele, con le famiglie di chi aveva perso un figlio in guerra », racconta Ron Leshem, che riceve ancora molte lettere non solo di ragazzi, ma dei loro familiari, per ringraziarlo di averli fatti entrare nel mondo dei propri figli o per colpevolizzarsi perché non avevano capito niente del loro dramma interiore.

«Mi chiamavano gli amici, mi chiedevano di andare a dire qualche parola ai genitori, ai fratelli, ai parenti. Mi dicevano, per esempio, che il figlio, prima di ricevere la cartolina di richiamo, aveva il mio libro sul comodino, e di scrivere qualcosa per loro. Un peso psicologico per me troppo forte. Non avrei mai pensato di dover affrontare situazioni di questo tipo. Avevo scritto, in fondo, un libro con una impronta ottimistica. Pensavo a una guerra finita. E per me il Libano era stato una scusa. La vera storia è avere diciotto anni in Israele. Quando prendi un gruppo di diciottenni e li metti in una sorta di bolla, isolati dal resto del mondo, lontani da Israele, creano la loro lingua, mostrano le loro debolezze».

Aveva ricevuto anche una telefonata importante, pochi mesi dopo l'uscita del libro: Quella di David Grossman. «Aveva letto il mio libro, gli era piaciuto molto, e io ho ascoltato questa lunga telefonata con le lacrime agli occhi, in silenzio per paura di dire qualsiasi cosa e risultare stupido. Mi disse che aveva proibito alla moglie di leggere il mio libro, perché non avrebbe dormito la notte al pensiero di suo figlio, che era a fare il servizio militare. Un anno dopo quella telefonata, Uri Grossman è morto, ed è morto dopo che Israele e Libano avevano già deciso il cessate il fuoco. Nelle 24 ore successive al cessate il fuoco, le nostre autorità hanno deciso di mandare i soldati a compiere missioni stupide, che non avevano logiche strategiche. Il figlio di Grossman è morto per nulla, è la banalità della morte. Non ho avuto il coraggio di chiamarlo».

Ron Leshem parla non solo di una generazione dimenticata, ma di intere guerre dimenticate. Come quella che portò per diciotto anni di fila i soldati israeliani dentro al Libano, dal 1982 al 2000. Sino al ritiro unilaterale. Il motivo di questo oblio risiederebbe, secondo l'autore di Tredici soldati, nell'establishment culturale.

«Nella letteratura e nel cinema israeliani, quando si parla di militari, è solo attraverso gli occhi dei ragazzi dell'élite di sinistra, contrari alla guerra. Col mio libro per la prima volta l'eroe proviene da una famiglia povera,ed è favorevole al conflitto, sino alla fine. Anche se il mio è e rimane un libro contro la guerra».

I ragazzi che vanno a fare il servizio militare al confine nord, attorno a Gaza o dentro la Cisgiordania, appartengono a una Israele diversa, quella delle fratture sociali.

«Provengono dalla parte più debole della società, dai nuovi immigrati, dai settori religiosi, ortodossi. Sempre di meno vengono da Tel Aviv, come dimostra il fatto che il 30% dei diciottenni, ora, non va nell'esercito», dice Leshem, che il militare non l'ha fatto e ha deciso di descrivere chi era totalmente distante da lui. E dall'incontro con questa generazione invisibile, ha imparato due cose. Che all'inizio lo odiavano.

«Perché non li comprendevo, perché ero diverso da loro, perché venivo da Tel Aviv. E di loro non me ne era importato nulla, su di loro non mi ero fatto troppe domande». E che poi avevano un disperato bisogno di essere riconosciuti. «Volevano realmente che li amassi, che li comprendessi, che fossi vicino a loro. Non vogliono essere dimenticati, non vogliono essere invisibili agli altri israeliani».


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31 ottobre 2007

Birmania: esercito arruola bambini

 

Hrw, reclutati con la forza per far fronte a diserzioni

  Sottraendoli con la forza alle famiglie, la giunta militare birmana recluta perfino bambini di 10 anni per servire nell'esercito.Lo denuncia l'organizzazione umanitaria Human Rights Watch (Hrw) spiegando che per far fronte a tassi elevati di diserzione la giunta autorizza i reclutatori a comperare e vendere bambini. La raccolta dei futuri piccoli militari si svolge nelle stazioni ferroviarie o di autobus o nelle strade con minacce e percosse se si rifiutano di seguire chi li recluta.


31 ottobre 2007

La malattia di Olmert fa bene alla pace

 


Annunciando di essere stato colpito dal cancro, il premier israeliano Olmert ha realizzato un brillante successo d’immagine. Per comprenderne l’importanza occorre anzitutto ricordare come i più estremisti fra gli elementi religiosi si dicessero convinti (come del resto non pochi arabi) che tutti i responsabili dell’evacuazione dei coloni di Gaza fossero stati oggetto di punizione divina: Sharon, tuttora in coma; l’ex capo di Stato Maggiore delle Forze Armate; l’ex ministro della Difesa; l’ex ministro del Tesoro; l’ex presidente dello Stato; il coordinatore civile dell’evacuazione dei coloni, eccetera. Solo Olmert appariva inspiegabilmente (per loro) scampato e per di più «beneficato» con una incomprensibile stabilità governativa. Ora i «conti tornano» in un certo senso anche per coloro che chiedono a gran voce la liberazione dell’assassino di Rabin e la caduta del governo. Hanno l’impressione che forse è meglio non interferire troppo nei piani ignoti del destino.
In secondo luogo, la malattia del premier ha sviluppato un’ondata di simpatia umana indiscriminata da destra e da sinistra per un personaggio vilipeso dall’opinione pubblica. L’annuncio del malore ha già fatto risalire le azioni di Olmert alla borsa dei sondaggi dopo un primo aumento a seguito dell’operazione da lui ordinata contro una base siriana nel settembre scorso.
In terzo luogo l’incertezza per la salute del premier diminuisce indirettamente la pressione di chi ne chiede - in particolare i media - le dimissioni e di andare a elezioni anticipate. Meglio dunque lasciare alla malattia, alla natura, alla provvidenza (a seconda delle preferenze) di fare il suo corso.
Infine l’impatto dell’annuncio di Olmert sui giochi diplomatici. I palestinesi, con l’aggiunta dei membri del quartetto della Road Map e di alcuni Paesi arabi, si rendono conto che Olmert è il solo (e forse l’ultimo) premier israeliano andato al potere sulla base di un programma elettorale impegnato a mettere fine alla colonizzazione nelle zone occupate. La guerra del Libano aveva interrotto lo sviluppo di questa politica. La malattia di Olmert in un certo senso la rinvigorisce. Il premier lo ha dimostrato del resto nel suo discorso commemorativo dell’anniversario dell’assassinio di Rabin alcuni giorni fa quando ha dichiarato di voler continuare la politica di Rabin - con la sua stessa prudenza - ma con l’aiuto della conferenza di Annapolis alla fine del mese. Andarci con la fragilità fisica imposta dalla malattia, in un mondo dominato dall’immagine più che dalla ragione, significa disporre di una carta aggiuntiva nel quadro di un conflitto che per molti versi si trasforma in teatro politico dell’assurdo.
Il Giornale


31 ottobre 2007

UN PONTE DI SPERANZA

Gaza "E' solo grazie ai dottori qui in Israele, che mi hanno operato due giorni fa', che posso ancora far uso delle gambe. Grazie a loro cammino, mi hanno salvato, quando sono stato colpito credevo che fosse la fine..." sono queste le parole di un poliziotto di Fatah che giace ferito in un letto dell' ospedale Barzilai di Ashkelon. Ed io mi chiedo: non e' assurdo quello che sta succedendo? Ashkelon e' la citta' israeliana piu' vicina a Gaza, non piu' di 6 chilometri dividono Israele da quello che e' oggi un vero e proprio inferno, le strade, le scuole, i negozi si sono trasformati in un atroce campo di battaglia.

Gaza_4 Gaza oggi sta sanguinando, i gruppi armati di Fatah e Hammas si stanno combattendo ovunque, invece di sedere ad uno stesso tavolo e decidere le sorti del popolo palestinese hanno intrapeso una  violenta lotta per il potere che ha causato ben 27 morti solo negli ultimi tre giorni. Gaza e' nell' anarchia e nel caos piu' totale e decine di feriti palestinesi vengono evacuati d' urgenza e ricoverati  nell' ospedale di Ashkelon...Era questa l' autonomia che volevano? E' a questo che volevano arrivare? Come possono essere capaci di ammazzarsi l' un l' altro? Fanno parte di uno stesso popolo, sono fratelli, perche' non si uniscono invece di combattersi? Perche' non prendere esempio dalla nostra democrazia e creare anche loro un governo valido invece di ricorrere alle armi e alla legge del piu' forte?  E dopo che si saranno ammazzati a vicenda potranno ancora guardarsi in faccia,  e ricominciare da capo?  Saranno ancora in grado di sedersi ad un tavolo e costruire un Paese? Il popolo ebraico era molto meno unito ed uniforme agli inizi di quello palestinese oggi eppure non credo che saremmo mai potuti arrivare a tanto...Ancora oggi noi ebrei possiamo far parte di diverse culture, russi, etiopi, marocchini, ungheresi, argentini o zabar (nati in Israele) possiamo avere idee politiche differenti, piu' o meno estremiste, siamo ebrei laici, reformisti o ortodossi ma siamo un unico popolo che deve vivere insieme e non puo' autodistruggersi... non per nessun motivo al mondo, non colpendo innocenti. Oggi mi chiedo chi siano i palestinesi? Quali sono i loro valori? Quali sono i loro sogni? Gaza_2 Gaza_3 Credo che per anni erano cosi' impegnati ad odiarci, ad incolparci per la loro sorte ed a combatterci che non si sono mai fermati a pensare quale fosse il loro vero fine e come raggiungerlo. I nostri dottori fanno ora il loro dovere e per la prima volta anche i palestinesi (anche se forse solo quelli che arrivano nei nostri ospedali) comprendono che Israele non e' il loro nemico ma l' unico paese che puo' veramente aiutare e che ha veramente interesse in una soluzione che porti la pace ad entrambi i popoli...l' unico ponte di speranza.   

Grazie a Sharon


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31 ottobre 2007

BIRMANIA, 200 MONACI MARCIANO A PAKKOKU

  RANGOON - Per la prima volta dalla dura repressione di fine settembre, i monaci buddisti sono tornati in piazza in Birmania. Secondo diversi testimoni, circa 200 bonzi in saio rosso hanno marciato nel centro della città di Pakkoku, nel centro del Paese, pregando e cantando. "Ci sono circa 200 monaci che stamani hanno marciato pregando. Hanno percorso la Pauk Road", ha raccontato un testimone alla Reuters.  


30 ottobre 2007

La giornata mondiale di solidarietà per richiedere il rilascio dei soldati rapiti

 World Solidarity Day For The Release Of The Kidnapped Soldiers
www.bringthemback.net 



Soldati israeliani rapiti, Blair firma l'appello. Liberateli subito
 L'appello è chiaro, diretto. E porta in calce firme illustri, come quella del premier britannico Tony Blair, della senatrice Hillary Clinton e di Javier Solana. «Chiediamo — si legge — l'immediato e incondizionato rilascio dei soldati israeliani rapiti: Ehud (Udi) Goldwasser e Eldad Regev sequestrati da Hezbollah il 12 luglio 2006, e Gilad Shalit, sequestrato da Hamas il 25 giugno 2006». Il testo prosegue spiegando come «tutti e tre sono stati rapiti all'interno del confine israeliano, durante missioni di difesa e fino ad ora il loro destino rimane sconosciuto. Tenerli prigionieri e negar loro aiuto medico e umanitario è una violazione della legge internazionale e delle Convenzioni di Ginevra».
Il mondo si mobilita. Per chiedere la liberazione dei tre soldati ancora in mano ai loro rapitori. Goldwasser e Regev in Libano, Shalit a Gaza. Sono mesi che i familiari dei tre giovani volano di capitale in capitale per sensibilizzare l'opinione pubblica, per chiedere aiuto di personalità influenti. All'appello hanno risposto personaggi di primo piano, come Blair, la Clinton e Solana ma anche il sindaco di New York Michael Bloomberg, il ministro degli Esteri francese Philippe Douste- Blazy, l'omologo canadese Peter G. Mackay e personaggi della cultura come lo scrittore israeliano David Grossman. Le mogli, i genitori, i fratelli dei soldati rapiti saranno in Italia la settimana prossima. Mercoledì hanno chiesto di incontrare il Papa. Giovedì invece la Comunità ebraica di Roma ha organizzato un incontro con le autorità politiche del nostro Paese, tra cui il ministro degli Esteri Massimo D'Alema.
Chi volesse aderire all'appello, può scrivere una email a questo indirizzo: disegnishilat@gmail.com.




I soldati rapiti, ancora in mano ai loro sequestratori:


shalitAP.jpg
Il Caporale Gilad Shalit, 20 anni, rapito a Kerem Shalom (Israele) da uomini di Hamas il 25 giugno 2006.

Ehud_Goldwasser.jpgEldad%20Regev.jpg
Ehud (Udi) Goldwasser, 31 anni, e Eldad Regev, 26 anni, sono i due riservisti rapiti dagli Hezbollah durante l'attacco in territorio israeliano del 12 luglio 2006.




Fonte: http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3363922,00.html

New immigrant helps captives' families
Meetings with Italian officials to take place thanks to Chiara Di Segni Shilat, Italian correspondent who lives in Israel. Tony Blair, Hillary Clinton sign petition for the soldiers
Ahiya Raved
Published: 02.12.07, 11:43
Chiara Di Segni Shilat saw the wife of kidnapped IDF soldier Ehud Goldwasser on the internet "and I simply sympathized with her." The Italian correspondent who moved to Israel two years ago got in touch with Karnit Goldwasser "and asked what I could do help bring the soldiers home."
Di Segni initiated a petition calling for the immediate release of the three kidnapped soldiers: Eldad Regev who was kidnapped together with Ehud Goldwasser in Lebanon, and Gilad Shalit, kidnapped near the Gaza Strip. The petition was made public on Saturday and has already been signed by British Premier Tony Blair, Senator Hillary Clinton, Mayor of New York Michael Bloomberg and some 1,500 Italian citizens.
Thanks to Di Segni's connections in the Italian government and press, she managed to schedule meetings on Wednesday and Thursday between the families of the kidnapped soldiers and Italian Minister for Foreign Affairs, Massimo D'Alema, former Prime Minister Silvio Berlusconi, former Minister for Foreign Affairs Gianfranco Fini and other officials in the Italian government.
"We hope to have the Italians pass a bill calling for the release of the soldiers, like the Americans did a couple of weeks ago," said Goldwasser. "The Italians were among the initiators of resolution 1701; they have soldiers posted in Lebanon, in fact, the commander of the multi-national force in Lebanon is Italian; and the subject is close to their hearts. Due to their status in the European Parliament their opinion is valued by other Europeans," she said.
According to Di Segni, the purpose of the petition is to convince Italian Foreign Minister Massimo D'Alema, to use his influence on leaders in the Arab world to promote the return of the soldiers to Israel. "D'Alema is known as a pro-Arab and has met several times with the Hizbullah. I hope that when D'Alema sees the support the Italian people are giving us, he will do what he can to help us," she said.
"I am just an average Israeli citizen who has a chance to do what everyone would want to," she sums up.
Lilach Shoval contributed to the report


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A sx Karnit Goldwasser, moglie di Udi, e a dx Chiara Di Segni Shilat, la giornalista che ha dato vita all'appello in questione.


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30 ottobre 2007

Libano: sempre più internazionalizzata elezione presidente

 

 

Si allargano i colloqui internazionali per risolvere l’impasse sull’elezione del presidente libanese. Dopo la recente visita a Beirut di tre ministri europei tra i quali Massimo D’Alema, ieri il Quai d’Orsay ha annunciato che Bernard Kouchner incontrerà il ministro degli Esteri della Siria Walid Moallem a Istanbul, a margine della conferenza dei paesi confinanti sull’Iraq. Non si tratta di un comune scambio diplomatico. Durante l’apertura della 62ma sessione dell’Assemblea generale dell’Onu, infatti, il ministro francese aveva rifiutato un colloquio con la controparte siriana in risposta all’omicidio politico del deputato libanese Antoine Ghanem. Ora, dopo il recente viaggio a Damasco dell’inviato del ministro francese, Jean–Claude Cousseran, Francia e Siria hanno deciso di approfondire ulteriormente, e a livello più alto, il confronto sul Libano. Durante la visita di Cousseran, le due parti hanno convenuto sulla necessità di eleggere un presidente di compromesso nel Paese dei cedri e hanno dichiarato di “non spingere per nessun candidato particolare”. Ma se è indubbio che l’influenza di Siria e Francia, peraltro non certo sempre coincidente, sia fortissima in Libano, oggi il governo di Bashar Assad si è confrontato con l’Iran, il cui ministro degli Esteri Manouchehr Mottaki è giunto a Damasco. L’Iran, alleato di Hezbollah, spinge per un presidente votato a largo consenso. Un’ipotesi che a livello internazionale sembra incontrare un vasto consenso dato il pericolo di un possibile nuovo conflitto civile. Tuttavia, il nodo politico sta nel fatto che secondo la Costituzione il presidente andrebbe eletto entro il 24 novembre e che la cosiddetta coalizione del 14 marzo dispone di una maggioranza assai esigua. L’opposizione, guidata da Hezbollah e dal generale cristiano maronita Michel Aoun, che ha immobilizzato per mesi il paese con un sit-in di protesta, chiede un’elezione con almeno i due terzi dei voti del Parlamento. E dalla sua parte non trova solo Siria e Iran ma anche Parigi: una nota del Quai d’Orsay ha infatti chiarito che la Francia è contraria a un presidente eletto solo dalla maggioranza assoluta dei deputati.


Secondo le ultime notizie provenienti dal Paese dei cedri, sono in corso serrati colloqui tra i vari capipartito libanesi ma si registrano anche preoccupanti accuse e contro-accuse. Il leader della maggioranza parlamentare Saad Hariri ha sostenuto di avere le prove di un tentativo da parte della Siria di assassinare lui e il premier Fouad Sinora. Prove d’intelligence gli sarebbero state segnalate alla vigilia del suo viaggio in Egitto, dove si è recato oggi per incontrare il ministro degli Esteri del Cairo Abul Gheit prima del colloquio di quest’ultimo con il collega tedesco Franz-Walter Steinmeier. Colloquio che, inutile dirlo, avrà il Libano come tema principale in agenda. Tornando alla questione della maggioranza necessaria per eleggere il capo dello Stato, si sono registrate anche le invettive di Ali Hassan Khalil, deputato del partito sciita Amal, verso Samir Geagea e Walid Jumblatt, colpevoli secondo il parlamentare di puntare a nominare il presidente con i soli voti della maggioranza. Khalil ha anche esplicitato che secondo il Partito di Dio il nuovo presidente dovrà denunciare la risoluzione Onu 1559 del settembre 2004, votata dal Consiglio di Sicurezza su impulso di Stati Uniti e Francia per affrancare il Libano dall'influenza siriana. Secondo Khalil, la risoluzione è "un'aggressione alla sovranità libanese e potrebbe condurre a un problema interno". La testimonianza più evidente del caos intorno a questa tormentata elezione è venuta lunedì dal patriarca maronita Nasrallah Sfeir, che nel comitato dei quattro rappresentanti cristiani di maggioranza e opposizione sta cercando di favorire una soluzione: “Se propongo una rosa di candidati - si è chiesto il cardinale -, ne terranno conto?”.

(gda)


30 ottobre 2007

Ministro difesa Israele, giorno operazione a Gaza si avvicina

 


Il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, ha avvertito di un'imminente operazione militare nella Striscia di Gaza contro i militanti palestinesi e le infrastrutture per il lancio di razzi. ''Ogni giorno che passa ci porta piu' vicini a una vasta operazione a Gaza'', ha detto Barak ai giornalisti nel nord di Israele mentre assisteva alla piu' grande esercitazione militare dalla guerra dello scorso anno in Libano. ''Non siamo soddisfatti e saremmo felici se le circostanze lo impedissero, ma il giorno si sta sicuramente avvicinando'', ha aggiunto.


30 ottobre 2007

“ PERCHE’ SI TACE SUI CADUTI ITALIANI IN RUSSIA?”

 

Il 27 marzo 2007 alcuni organi di stampa hanno riportato una notizia gravissima: il piccolo cimitero di Luhansk, in Ucraina sudorientale, che ospita i resti di 202 soldati italiani morti nella Seconda Guerra Mondiale, è stato profanato da macchine e ruspe per costruire le fondamenta di un centro commerciale di tre piani.

A denunciare la vicenda è stato Yury Yenchenko, Presidente del Centro per la Storia, la Solidarietà e i Diritti Umani di Luhansk che ha chiesto l’interruzione immediata dei lavori.

Allo stato attuale il cantiere è stato bloccato ma la situazione ha creato forti tensioni fra il Presidente del Centro, a cui è stato vietato l’accesso al cimitero, e la società incaricata dei lavori che, all’arrivo delle ruspe, ha iniziato a scavare, portando alla luce delle ossa e il Presidente Yenchenko ha tentato di spiegare ai rappresentanti della società Spetstekhnika quanto fosse irriguardoso il loro comportamento. In quel cimitero erano sepolti bersaglieri, fanti, alpini, Camice Nere e il reggimento Savoia Cavalleria che avevano combattuto eroicamente.

La vicenda è aggravata dal fatto che non si ha la minima idea dove saranno composte le spoglie dei nostri soldati, visto che non risulta nessuna catalogazione e secondo notizie del Commissariato Generale Onoranze ai Caduti di Guerra nel 2001 sono stati esumati i resti di 14 soldati noti e di un militare ignoto, mentre degli altri non si sa nulla.

foto intervento
Pare incredibile che di quanto avvenuto la Commissione cimiteriale di Luhansk abbia affermato di non esserne al corrente e di non poter impedire tale scempio.

E’ inconcepibile che un Paese civile come l’Ucraina non dimostri il minimo rispetto per la memoria di soldati caduti in guerra e permetta che, per puro interesse economico, si passi sopra a qualsiasi principio morale.

Situazione analoga pare si sia verificata già negli anni 70, quando era stato approvato un progetto che prevedeva di edificare, sullo stesso cimitero, un palazzo di dieci piani ma, la notizia aveva provocato immediata reazione delle autorità italiane che erano riuscite a bloccare l’iniziativa immobiliare con una nota di protesta. Come andrà a finire, per ora, non si sa, ci si augura che i nostri soldati possano avere quel rispetto che si deve a chi ha combattuto ed è morto in terra straniera ed ha diritto a degna sepoltura.


Rendono omaggio ai Caduti ...

Oltre duecentomila furono i soldati italiani che combatterono in Russia e persero la vita. Della maggior parte non si è saputo mai nulla e solo dai contadini si venne a sapere che sotto quelle distese di grano ci fossero le tombe dei nostri soldati.

E’ vergognoso il disinteresse dei vari governi che si sono succeduti dalla fine della guerra verso chi ha dato la propria vita per una Patria così ingrata!

Grazie a ERCOLINA MILANESI


30 ottobre 2007

“ ESISTE ANCORA L’ITALIA?”

 

Non credo proprio! Più passa il tempo e ci si rende conto di vivere in un altro paese, lontano dalla nostra cultura, dal nostro modus vivendi, dalla nostra religione, dalla nostra storia, ricca di momenti e gesta memorabili, come la creazione di un grande Stato: l’Italia.

Quanto tempo occorse per creare la nostra Nazione? Quanti e chi furono coloro che lasciarono la loro vita su un campo di battaglia perché volevano la libertà, scacciare il nemico dal proprio Paese? Se questa domanda viene proposta ad un giovane e, con “orrore” anche a laureati, non vi è risposta. La storia d’Italia pochi la conoscono, forse per l’indifferenza, apatia e insensibilità di apprendere le nostre radici.

Oggi ci troviamo esuli in Patria, grazie ad un governo, si fa per dire…che, non solo ha accettato l’invasione islamica, ma gli stessi italiani ( parte s’intende) si stanno avvicinando all’Islam ed ai suoi usi e costumi. Chi per timore di ritorsioni nei loro confronti, chi per avere mano d’opera a basso costo.

Oggi a “Forum” si sono presentati due italiani: il titolare di un’azienda import-export e uno dei suoi venti impiegati e la discussione è stata,veramente, interessante, anzi pazzesca.

Il titolare dell’azienda ha tolto 5 giorni di stipendio al suo impiegato perchè tiene una immagine del Sacro Cuore di Gesù, sulla sua scrivania, e una piccola croce al collo. Motivo: essendovi TRE musulmani nell’azienda che hanno protestato per simile “ visione” contraria al loro Allah. Inoltre alla mensa sono scomparsi i salumi ( derivanti dal maiale..) e compare solo carne comperata dai macellai musulmani che svenano da vivi, ovvio, quei poveri animali perché così vuole la loro religione. La diatriba è stata piuttosto accesa e il pubblico presente in sala ha fatto la sua parte da vero cristiano. Dulcis in fundo il giudice, pur riconoscendo che in”democrazia e stato laico” ognuno può professare la propria fede, però il titolare non poteva detrarre dalla paga 5 giorni all’impiegato.

Nei momenti di pausa i TRE, ovunque si trovino, stendono il loro tappetino in terra e recitano le loro preghiere ad alta voce. Che meraviglia !!!!!

Ormai, succede in molti posti togliere i nostri sacri simboli religiosi, in ospedale, in fabbrica, negli uffici, nelle scuole e chi più ne ha, più ne metta, va sempre bene. D’altronde non si può, nè si deve offendere la suscettibilità islamica. Sono o non sono loro i più forti? Per ora non sono ancora i più numerosi, ma, tranquilli e pazienti, tra breve ci sorpasseranno. Con tutti quei figli che sfornano come se fosse un lavoro a cottimo ci riescono …e come ci riusciranno in poco tempo…

A meno che, dato e concesso che la speranza è l’ultima a morire, non si decida a cadere quel benedetto ( tutto al contrario) governo Prodi che, ripeto a iosa, è il governo più disastroso che l’Italia ha avuto dalla fine della guerra ( prego leggere giornali stranieri sono molto istruttivi in materia) e arrivi un governo che ponga fine a queste umilianti situazioni che noi italiani e cattolici dobbiamo subire da chi se ne poteva stare a casa sua così poteva fare i suoi porci comodi. Tiè, musulmani, beccatevi questa parola che a voi fa schifo ma che, a noi italiani, piace tanto degustare ed essendo a casa nostra, non dimenticatelo, i padroni di prendere decisioni sul vitto non spetta a voi.

Un tempo abbiamo scacciato il nemico, perché voi siete nostri nemici pretendendo che dovremmo noi doverci integrare con il vostro fanatico islam, speriamo di riuscirci ancora una volta.

Questa è l’ultima speranza di poter chiamare l’Italia la nostra Patria.

Questa è la mia personale opinione.

Chi non la pensasse come me dico, gentilmente: “ JE M’EN FICHE!”

ERCOLINA MILANESI


30 ottobre 2007

Tre di notte in Giappone, morto di fame

 

La nuova crisi del sistema di assistenza sociale e le vecchie tradizioni di senso di vergogna uccidono



"Tre di notte. Questo essere umano non ha mangiato da dieci giorni ma è ancora vivo. Voglio mangiare riso. Voglio mangiare un pugno di riso”.

Di lui le cronache non ci dicono nemmeno il nome, ma queste sono tra le ultime righe del suo diario. Lui era un disoccupato giapponese di 52 anni morto letteralmente di fame perché senza lavoro, senza famiglia e soprattutto senza alcuna forma di assistenza sociale in mezzo a una della società più ricche del mondo.

Le autorità hanno trovato il suo corpo semi-mummificato oltre un mese dopo il decesso in una casupola diroccata alla periferia di Kitkyushu, nella provincia sudoccidentale di Fukuoka.

Il suo caso poi non è isolato. Almeno altre due persone sono morte nelle stesse circostanze negli ultimi tempi a Kitkyushu. A tutti e tre erano stati tagliati i sussidi di disoccupazione e non avevano saputo reagire.

Un altro signore di 68 anni è stato ritrovato morto con la faccia a terra nella sua baracca, dopo che il gas e l’elettricità gli erano stata tagliate da oltre sei mesi.

La morte di freddo o di fame dei barboni che vivono nel centro delle opulente città occidentali non è una sorpresa. Ma il Giappone non era fino a ieri una società occidentale all’americana. Lo stato, la società, le famiglie si occupavano di tutto e di tutti.

O almeno così era fino a qualche anno fa quando sono cominciati a spirare anche qui venti di trasformazione e liberalizzazione. Sono aumentate le richieste per sussidi di disoccupazione, passati dallo 0,84 per cento della popolazione nel 2000 all’1,18 per cento nel 2006.

Però il debito pubblico giapponese è enorme: è il 176 per cento del prodotto interno lordo (Pil). In termini assoluti è il più grande del mondo, in termini relativi al Pil è il secondo, dopo il 209 per cento del Libano, tormentato da decenni di guerre civili.

Così il governo centrale sta cercando di risparmiare, e limitare spese “inutili” nei costi crescenti dell’assistenza sociale.

L’amministrazione di Kitakyushu era stata lodata dalle autorità centrali come esempio nazionale per i suoi risparmi nell’assistenza sociale. Ciò nonostante che proprio in città di periferia come queste la crisi economica iniziata alla fine degli anni ’80 si senta di più.

Inoltre la perdita del lavoro, che molto spesso dovrebbe essere a vita, è considerata una specie di umiliazione, perdita della cittadinanza quasi.

Le autorità si aspettano che chi perde il lavoro usi i risparmi, si rivolga ai parenti prima di richiedere i sussidi considerati una vergognosa carità in una società che spesso non ha guardato con rispetto o nobiltà l’idea delle elemosine ai poveri estranei e sconosciuti. L’aiuto spesso è passato attraverso la famiglia o gli amici.

Toshihiko Misaki, capo dell’ufficio assistenza di Kitakyushu, difende il sistema e definisce le morti non di inedia ma di solitudine, perché i tre sono stati lasciati soli da parenti e amici.

"Da una parte ci sono persone che fanno di tutto per restare in piedi – ha detto Misaki – dall’altra ci sono persone che finiscono nei guai perché vivono da fannulloni e ora ricevono l’assistenza dallo stato. Ma questo è denaro di quelli che pagano le tasse. Noi siamo criticati ogni giorno da quelli che cercano di fare il loro meglio. Dobbiamo trovare un equilibrio.”

La politica in generale in questi uffici è di cancellare una certa quota di richieste ogni mese, per non fare aumentare troppo le spese.

A Kitakyushu dal 2003 hanno iniziato ad applicare un metodo che allargato poi a tutto il Paese. Quelli che richiedono l’assistenza devono passare un’intervista con un funzionario che decide se dare loro il modulo di richiesta per i sussidi. Nell’80 per cento dei casi il modulo non viene dato e si raccomanda al disoccupato di rivolgersi a parenti e amici per l’aiuto.

Però non è affatto facile denunciare la propria povertà proprio a parenti e amici in una società dove la faccia, l’onore è tutto.

Il 52enne faceva il tassista, ma a dicembre scorso gli avevano tolto la licenza. Gli era stata diagnosticato diabete, pressione alta e cattive condizioni del fegato a causa del suo eccessivo consumo di alcolici.

Il tetto e i muri della sua casupola erano in parte crollati, il gas e l’elettricità erano tagliati da mesi. Oggi il comune ha aperto un’inchiesta su queste morti, ma non si vedono indicazioni di un cambio drastico del sistema.

I vicini del tassista hanno portato fiori alla porta della sua baracca. Un amico di infanzia si cruccia: “non mi ha chiesto nulla. Se mi avesse chiesto un bicchiere di grappa, glie lo avrei certo dato.”

Però negli ultimi giorni, non sognava grappa ma solo una palla di riso, quelle che avvolte in una foglia di alga sono uno spuntino tipico giapponese e costano circa 70 centesimi di euro.

Il 25 maggio, 45 giorni dopo il taglio dei sussidi, scriveva: “Due di notte. Peso calato da 68 a 54 chili. Ho la pancia vuota. La voglio riempire di palle di riso.”

 Francesco Sisci


30 ottobre 2007

Hamas contro Fatah: Una lunga scia di abusi a Gaza e in Cisgiordania

 

I combattimenti tra fazioni di Hamas e Fatah a Gaza nel corso di quest'anno hanno causato 350 vittime palestinesi e hanno aperto la strada per una lunga scia di abusi, sia nella Striscia che in Cisgiordania. A sostenerlo è Amnesty International (AI) in un rapporto pubblicato oggi.
Nel documento dell'organizzazione per i diritti umani le responsabilità di quanto sta accadendo sono equamente divise tra le due fazioni palestinesi. Dopo la presa del potere – si legge nelle 57 pagine intitolate "Territori palestinesi occupati dilaniati dalle lotte intestine" - Hamas è ricorsa in maniera crescente alle detenzioni arbitrarie e alla tortura, e ha permesso alle sue forze di colpire dimostranti pacifici a essa ostili, così come giornalisti. Al tempo stesso, in Cisgiordania le forze di sicurezza legate al presidente dell'Autorità palestinese (Ap) Mahmoud Abbas hanno incarcerato in maniera arbitraria centinaia di sostenitori del movimento islamico, mentre hanno chiuso un occhio sugli abusi (sequestri, incendi dolosi e altri attacchi) commessi da quelli di Fatah.
"Sia i leader dell'Ap che quelli di Hamas devono assumere misure immediate per interrompere il circolo di impunità che continua ad alimentare abusi" ha dichiarato Malcolm Smart, direttore del programma di AI per il Medio Oriente, secondo cui "la lotta intestina in corso tra Fatah e Hamas sta avendo effetti disastrosi sulle vite dei palestinesi, specialmente nella striscia di Gaza, limitando i diritti umani ed esacerbando la crisi umanitaria causata dai blocchi e dai raid dell'esercito israeliano".
Secondo il rapporto, i combattimenti nella Striscia hanno raggiunto livelli senza precedenti durante l'anno passato, e hanno raggiunto l'apice nel giugno scorso. In questa fase, sia le forze di sicurezza dell'Ap che quelle di Hamas "hanno mostrato un aperto disprezzo per la sicurezza della popolazione civile, lanciando attacchi indiscriminati e scontri a fuoco sconsiderati nei quartieri residenziali".
Nonostante alcuni iniziali miglioramenti dal punto di vista della sicurezza dopo la presa del potere da parte di Hamas – afferma AI – alla fine dei conti la situazione a Gaza non è migliorata: "La decisione del presidente Abbas di sospendere le operazioni delle forze di sicurezza dell'Ap e delle istituzioni giudiziarie della Striscia di Gaza in seguito alla presa del potere di fatto da parte di Hamas ha creato un vuoto legale e istituzionale. Ciò ha lasciato via libera ad Hamas per istituire un apparato di sicurezza e legale parallelo – che però manca di personale adeguatamente istruito, meccanismi di responsabilità e tutela". Il risultato è stata la diffusione delle detenzioni arbitrarie e della tortura sui prigionieri.
Situazione analoga in Cisgiordania, dove "gli abusi dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza dell'Ap sono comuni, anche se molto meno pubblicizzati" per volontà della comunità internazionale, decisa a sostenere gli esponenti di Fatah in vista della prossima conferenza sul futuro del Medio Oriente.
Qui, le principali vittime sono i sostenitori di Hamas o i presunti tali, colpiti con detenzioni arbitrarie, maltrattamenti e tortura. Tutti questi crimini sono rimasti impuniti – denuncia AI - cosi come gli incendi dolosi e i danneggiamenti perpetrati sulle abitazioni dei militanti islamici e le loro organizzazioni commerciali o umanitarie.
Guardando allo stato di cose attuale, il rapporto dell'ong sottolinea le responsabilità dell'Ap, ma anche quelle della comunità internazionale, che dovrebbe "ritenere tutte le formazioni palestinesi responsabili per gli stessi standard di diritti umani" e "garantire che la popolazione della Striscia di Gaza non venga punita per le posizioni e le azioni dell'amministrazione di fatto di Hamas".
di Carlo M. Miele
(Osservatorio Iraq)

 


30 ottobre 2007

«Guerra ai troppi sguardi molesti» Indiani messi alla gogna su Internet

 

Tutto è cominciato su un bus affollato. Lo sguardo di un passeggero
invadente si è spinto fino alla scollatura. Era l'ennesima volta. Ma quel
giorno Jasmeen, fotografa, si è ricordata di avere in borsa la sua preziosa
macchinetta digitale. L'ha sfoderata come un'arma e ha fatto clic. Cogliendo
in flagrante il curioso molestatore. «Ho come avuto la sensazione - dice
lei - che in quel momento il potere si fosse improvvisamente spostato da
lui, uomo, a me, donna».
Ora i clic si sono moltiplicati,perché Jasmeen Patheja, indiana di 26 anni,
ha deciso di fare della sua strategia il centro di una campagna nazionale
contro gli sguardi molesti (e non solo quelli) del sesso opposto,
un'abitudine tanto diffusa quanto tollerata nel variegato universo indiano.
Ha chiesto alle sue amiche di munirsi di una macchinetta fotografica e
immortalare tutti quegli uomini, giovani e meno giovani, che eccedono in
ammiccamenti, sussurrano frasi oscene alle fanciulle per strada o si
strusciano sugli autobus delle affollate città indiane.sono spesso tollerati
anche da tante ragazze rassegnate. Sì, perché come la giovane fotografa
spiega su Internet, troppe ragazze cedono a questa logica del maschio
invadente e invece che contrastarle in molte finiscono perfino per
rinunciare a vestirsi come vogliono. «È successo a me - dice Jasmeen -
quando mi sono trasferita da Calcutta a Bangalore. Avevo smesso di mettere
le minigonne e di andare in certi posti. In tanti mi dicevano che era
normale. Per me non lo è. Non in questi termini». Così la signorina Patheja
non si è limitata solo alla gogna fotografica nei confronti dei
molestatori.Sta raccogliendo centinaia di indumenti, gli abiti indossati da
altrettante ragazze in occasione di una molestia subita. Per dimostrare che,
qualunque cosa si indossi, non serve a salvarti dall'attacco. Di quegli
abiti farà una mostra, nel tentativo di invertire la rotta e sradicare
quella atavica mentalità che tollera e giustifica l'uomo che allunga lo
sguardo (e a volte anche le mani). Intanto, da Bangalore a Hyderabad, da
Delhi a Mumbai, centinaia di ragazze hanno aderito al progetto e sono a
caccia di nuovi proseliti.Indossano maglie con una scritta in bella vista.
«Are you looking at me?», recita provocatoriamente: mi stai guardando?
Chissà se quelle poche parole riusciranno a scoraggiare qualche
malintenzionato, tuttavia potrebbero incutere nuovo coraggio a tante donne.
E non solo a loro. Perché Jasmeen ci tiene a precisare che - seppure la sua
battaglia riguarda soprattutto il gentil sesso - ci sono anche tanti maschi,
specie giovani senzatetto, a destare le attenzioni morbose di qualche
persona senza scrupoli.

È cominciato come un esperimento provocatorio e divertente, ma ha assunto
ormai i contorni di una battaglia civile per difendere le donne da questi
sguardi invadenti e apprezzamenti pesanti. Le loro voci, che ora hanno preso
il sopravvento sulle immagini, Jasmeen le ha raccolte su un sito che sta
facendo migliaia di contatti in tutta l'India
(blanknoiseproject.blogpost.com) e che ha già destato qualche curiosità
anche in Europa. Cercando di puntare su un aspetto: simili atteggiamenti,
quelli che gli americani definirebbero «sexual harassment»,La battaglia,
divertente e provocatoria, di questa giovane indiana, non trascura infatti
un tema caldo, quello delle violenze sessuali. Alcune testimonianze di donne
abusate sono contenute nel sito di Jasmeen, che non ignora un dato
eclatante: il 90% delle donne indiane è rimasto vittima di «attenzioni
sessuali» particolari e nel Paese si registra uno stupro ogni mezz'ora.
Gaia Cesare


30 ottobre 2007

Un ponte ''sanitario'' tra Ancona e Gerusalemme

 

 

Il Presidente Spacca incontra Shimon Peres. Visita all’ospedale dove sorgerà il centro di ematologia pediatrica finanziato dalla Regione . Un progetto destinato a crescere: tre ospedali in rete tra cui il San Salvatore

“Le Marche sono una grande Regione. Le Regioni non si “misurano” per la loro grandezza, ma sulla base della loro vivacità, economica e culturale. Per la storia, per gli artisti, per la professionalità di chi vi lavora. Anche per i loro medici.” Con queste parole il presidente dello stato d’Israele Shimon Peres, ha accolto Gian Mario Spacca, oggi e domani a Gerusalemme per una missione umanitaria, che prevede la realizzazione del centro di emato-oncologia pediatrica presso l’Augusta Victoria Hospita, struttura ospedaliera che opera nell’area di Gerusalemme est. Per questa struttura, che rientra in un progetto che fa capo al Centro Peres per la Pace, la Regione ha destinato 180 mila euro, attivati attraverso i canali di finanziamento della cooperazione allo sviluppo.

Simbolica anche la localizzazione dell’ospedale, in cima al Monte degli Ulivi, “teatro” della Passione di Gesù Cristo. L’incontro con Peres è stato amichevole e concreto: si è parlato del progetto, ma anche del suo sviluppo.

Spacca ha detto che la Regione si impegna per altri 150 mila euro. “L’idea – sottolinea – è di mettere in rete tre ospedali: l’Hadassah Hospital (struttura all’avanguardia, dove si operano anche trapianti, ndr), il Vittoria Augusta e il San Salvatore di Pesaro per realizzare un progetto avanzato di oncologia pediatrica.”

“Israeliani e Palestinesi già collaborano all’interno di ONLUS, sostenute dalla comunità internazionale, dove operano diversi Paesi. Questo tipo di progetti – ha sottolineato Spacca – sono particolarmente “sentiti”, perché il terreno della salute e della cura è tema che unisce e consente di superare qualunque ideologia, soprattutto quando è in gioco la vita dei bambini. Per questo è un percorso da condividere e far crescere.”

La Regione Marche – sottolinea il presidente, che ha visitato anche l’Ospedale dove sorgerà il centro di Ematologia – è ugualmente interessata a far nascere strutture adeguate “in loco”: ciò consente di evitare faticosi trasferimenti, sia per i bambini che per le loro famiglie, oltre a farsi carico di costi rilevanti. Migliore la strada di formare professionisti che possono, a loro volta, aiutare la creazione di adeguate professionalità. A questo proposito il San Salvatore di Pesaro ha formato 4 medici, 4 biologi, 4 infermieri da impegnare in particolare in Palestina e Marocco.

Il San Salvatore non è nuovo a iniziative di questo tipo: negli anni 2005-2006, sono stati curati 35 pazienti, tra adulti e bambini, di cui 12 palestinesi. Altri 40 palestinesi potrebbero ricevere le cure presso questa stessa struttura. Inoltre Il San Salvatore ha ottenuto circa 770 mila euro per ciascuno degli anni 2007, 2008, 2009, da destinare a questo tipo di progetti.


30 ottobre 2007

Sull’etica ebraica del dolore

 

Paese che vai, cognizione del dolore – e del tumore, in questo tempo il male quasi per antonomasia – che trovi. Quando si tratta di esporre la propria malattia, a dettare le regole non è la politica come strategia globalizzata, né l’imprevedibile diplomazia dei sentimenti. Vi è chi fa coming out a posteriori, vi è chi tace sempre e comunque quando si tratta di parlare del proprio corpo. Olmert ha invece scelto la strada di una confessione tanto piena quanto preventiva: all’inizio cioè di quell’iter pieno di angoscia e di speranze insieme che accompagna la malattia. Prima di mettersi in cammino insieme al proprio corpo ed al suo tumore. Spiazzando media e andamenti di borsa, facendo aprire le braccia alla diplomazia internazionale.

Questa scelta di outing sarà discutibile o apprezzabile, certo non è né casuale né arbitraria. A ben guardare, trova la sua radice nella concezione ebraica del dolore, che non è considerato né la conseguenza di una colpa da espiare né una via per diventare migliori. Nell’ebraismo la sofferenza ispira pena e partecipazione, ma non ha nulla di etico: è una macchia scura nel creato. Senza chiedersi il perché del dolore, ci si adopera per medicarlo: anche per questo, forse, è più facile esporlo, raccontare la malattia.
Elena Loewenthal


30 ottobre 2007

Una casa editrice italiana in arabo

 

Nasce Sharq/Gharb (Est/Ovest), nuova filiale Edizioni E/O

  Si chiama Sharq/Gharb (Est/Ovest) la 1/a casa editrice italiana in lingua araba. E' una nuova filiale delle Edizioni E/O nate a Roma nel '79. Edizioni sbarcate nel 2005 negli Usa con il marchio Europa Editions. Questo e' dunque il terzo progetto di un editore che si propone di 'creare ponti fra i popoli attraverso la letteratura' e che ora punta a 'stabilire un contatto diretto tra Europa e mondo arabo, tra scrittori e lettori arabi ed europei in entrambe le direzioni'.


30 ottobre 2007

Quale è il prezzo giusto per un tappeto?

 

Ogni tanto arrivano ad Ariel dei giornalisti che chiedono dove sono le tende, gli accampamenti, e rimangono delusi quando gli viene spiegato che la città ha 20.000 abitanti, che è di fatto la capitale della Samaria, che anche le altre città che hanno visto non lontano da qui, come El-Ad e Shoham, entrambe sui 10.000 abitanti, sono insediamenti legali, il che vuol dire che sono diventati quello che sono oggi con il consenso del governo. Ma spiegare la differenza tra legale e illegale, tra città e accampamento, è quasi impossibile per chi arriva in Israele alla ricerca dei “coloni”, quelli che sono ritenuti “occupare “ le terre altrui. Sono quelli che ancora oggi vivono, a gruppi di poche decine, in cima a qualche collina, le loro poche case difese da reti di fil di ferro, e una camionetta di soldati di Tsahal a protezione in aree a densa popolazione araba. Sono quelli i famosi insediamenti illegali, che uno dopo l’altro andranno smantellati nel momento in cui ci sarà un accordo e la definizione dei confini. Si tratterà di realizzare lo scambio di territori, il che significa che i 250.000 isrealiani che vivono in Cisgiordania, con l’esclusione di poche migliaia che vivono in insediamenti illegali, continueranno a vivere nelle loro città che saranno entrate a far parte legalmente del territorio israeliano. In cambio lo Stato palestinese riceverà in ugual misura territori che compenseranno lo scambio. Nessuno si sposterà da casa propria, nè ebrei nè arabi, la separazione terrà conto, nel definire i confini della realtà storica che si è venuta a creare, invece di richiamarsi a ciò che esisteva prima che Israele avesse dovuto difendersi da cinque guerre che ne minacciavano l’annientamento. Questa è la prospettiva che si augurano le persone sagge, realiste, il che non vuol dire che l’obiettivo sia facile da raggiungere. Se dopo sessant’anni che Israele offre la pace e riceve in cambio guerra, c’è chi comincia a chiedersi se per raggiungere qual fine non sia stato scelto il mezzo sbagliato. David Cassuto, capo dipartimento della facoltà di architettura del College universitario di Ariel, che tra poco riceverà il riconoscimento ufficiale di Università, mi racconta una storiella, di quelle che da queste parti aiutano a capire la situazione più di tante dotte analisi.

“ Allora", mi dice, "c’è uno che va al Shuk (il mercato orientale) perchè vuole comprare un tappeto. Entra in un negozio, il padrone gli chiede se ne ha visto qualcuno di suo gradimento, ma lui risponde che non è affatto intenzionato a comprare un tappeto. Il padrone lo guarda e gli chiede se può almeno accettare un caffè, certo, gli risponde l’altro, e beve il caffè. Ma il padrone del negozio non demorde, posso almeno chiederle di guardare che bei teppeti ha il mio negozio ? Beh, fa il cliente, se è per guardare, perchè no, mentre bevo il caffè, ma sappia che non voglio comprare niente. Il padrone gli srotola decine di tappeti, ne sottolinea i prezzi convenienti, alla fine, stanco, non ce la fa più, e mira al ribasso, aggiunge sconti su sconti, ma l’altro dice sempre no, Alla fine, spossato, gli chiede di indicarne almeno uno che potrebbe piacergli, al che il cliente, con un’espressione seccata, di qualcuno che ha solo fretta di andare via, gliene indica uno, ma solo per fargli piacere, non per comprarlo. Il padrone allora gli propone un prezzo, molto più basso di quello che chiedeva prima. Guarda, gli risponde l’altro, secondo me vale il 10% di quanto mi hai chiesto. I due mercanteggiano un po’, poi arrivano a un compromesso, la metà di quanto il mercante aveva chiesto già dopo il ribasso. Lui è contento ed il cliente pure. Morale: se avesse indicato il tappeto che voleva appena entrato, non l’avrebbe mai avuto a quel prezzo, su quel tappeto aveva pregato persino Maometto. Il tappeto rappresenta la pace. Dopo decenni di trattative, si è capito benissimo che non è la pace che gli arabi cercano, è lo Stato di Israele che vogliono delegittimare e distruggere, per poi impossessarsene. Basta dire che noi la pace non la vogliamo, allora cominceranno a trattare. L’Europa, l’occidente, non capiscono, ragionano secondo parametri che non appartengono al mondo arabo. Forse persino il governo israeliano ragiona così,illudendosi che trattando democraticamente il nemico, che democratico non è, si possa arrivare a un compromesso”. Cassuto ha ragione, finora l’offerta di territori in cambio di pace non ha portato altro che guerre. Se sarà Hamas a governare il futuro Stato palestinese, guardando a come sta utilizzando il suo potere a Gaza, non dobbiamo dimenticare che Tel Aviv dista cinque Km. in linea d’aria dalla Cisgiordania, la stessa che c’è dall’aeroporto Ben Gurion. Non ci vuole molta fantasia per immaginare contro quali obiettivi dirigerà i suoi missili.

Angelo Pezzana




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 30/10/2007 alle 7:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


29 ottobre 2007

Turchia, uccisi altri 20 militanti del Pkk

 



Ankara non sembra rinunciare all'ipotesi di un intervento militare nel nord dell'Iraq. Ma Teheran frena

ANKARA - Prosegue in Turchia lo scontro tra esercito e militanti curdi del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan. I militari hanno ucciso venti esponenti del Pkk nell'area montuosa vicino alla città di Pulumur, nella provincia di Tunceli. Nessuna vittima tra i soldati. La strada principale tra Tunceli e la vicina provincia di Erzurum è stata bloccata. Poco prima Ankara aveva annunciato l'avvio di una massiccia operazione contro i guerriglieri nella Turchia centro-orientale, con l'impiego di 8.000 soldati. Dall'inizio degli scontri una settimana fa, con l'agguato alla frontiera in cui hanno perso la vita 12 militari turchi, l'esercito di Ankara ha ucciso oltre 60 guerriglieri del Pkk. A Kocaeli, nel nord-ovest del Pese, cinque persone sono rimaste ferite in modo lieve per l’esplosione di un ordigno di scarsa potenza vicino alla sede di una manifestazione contro il Partito curdo dei lavoratori.

INTERVENTO MILITARE - Tirano dunque venti di guerra e la Turchia non sembra rinunciare all'ipotesi di un intervento militare nel nord dell'Iraq per colpire le basi curde. Lo ha ribadito il ministro degli Esteri Ali Babacan, in visita a Teheran per colloqui sulla crisi. Ma l'Iran, per una volta sulla stessa linea degli Usa, cerca di frenare Ankara, temendo una destabilizzazione dell'Iraq e dell'intera regione. Intanto il governo di Ankara continua ad ammassare truppe e mezzi lungo la frontiera settentrionale irachena. «Abbiamo esaurito la nostra pazienza» ha detto Babacan, parlando a Teheran in una conferenza stampa con il suo omologo iraniano, Manuchehr Mottaki. «Ci sono diversi modi per mettere fine alle operazioni del Pkk: diplomatiche, politiche, economiche e militari. E tutte sono sul tavolo». Mottaki ha avvertito che un aumento dell'instabilità in Iraq potrebbe risultare in «una catastrofe per l'intera regione». Il capo della diplomazia iraniana ha accusato «gli americani e i sionisti», cioè Israele, di essere dietro alla recente ondata di attacchi del Pkk. «Queste azioni sono aumentate, e senza il sostegno straniero ciò non sarebbe stato possibile». Ipotesi negata da Babacan: «Gli Usa stessi sono fatti bersaglio dal terrorismo internazionale. Non mi piace nemmeno pensare che Washington voglia aiutare un'organizzazione terroristica».

«GRAVI CONSEGUENZE» - Si fa sentire anche il ministro degli Esteri iracheno, Hoshyar Zebari, avvertendo che l’attuale crisi con la Turchia è «molto seria», e che un eventuale intervento militare turco contro i ribelli curdi nascosti nel nord dell’Iraq avrà «gravi conseguenze» in entrambi i Paesi. «Sarebbe una decisione unilaterale, e questa è la ragione per cui l’intero governo iracheno e l’intera popolazione dell’Iraq sono uniti per non vedere la propria sovranità e integrità territoriale messa a repentaglio da un Paese vicino e amico». In un'intervista alla Bbc, Zebari ha detto che Ankara non ha mostrato alcun interesse verso le proposte di Bagdad per riportare la calma lungo il confine. La Turchia ha dispiegato 100 mila soldati lungo la frontiera, e ha minacciato di colpire i ribelli che utilizzano il Kurdistan iracheno come base per lanciare gli attacchi contro l’esercito curdo. Il capo della diplomazia irachena ha riferito che il governo turco ha chiesto all’Iraq di consegnare i leader del Pkk. Una richiesta che Bagdad non può soddisfare. «Non sono sotto il nostro controllo - ha detto Zebari -. Sono sulle montagne e sono armati».

INCONTRO ALLA CASA BIANCA - Trattative tra il governo di Ankara e quello di Bagdad si sono concluse venerdì senza risultati e sabato il premier turco Erdogan ha detto che un'azione militare potrebbe essere lanciata al momento opportuno. Non prima, ritengono gli osservatori, che lo stesso Erdogan incontri il presidente americano Bush alla Casa Bianca il 5 novembre. Prima dell'arrivo a Teheran di Babacan, il presidente Ahmadinejad ha avuto consultazioni telefoniche con il presidente turco Gul, con quello iracheno Talabani, e con il primo ministro di Bagdad al Maliki. Quest'ultimo e Ahmadinejad, informa un comunicato dell'ufficio del premier iracheno, «hanno concordato sulla necessità di rimanere uniti di fronte alle attività terroristiche del Pkk, che stanno causando danni agli interessi dell'Iraq, dell'Iran e della Turchia». Ma Ahmadinejad, riferisce una nota dell'entourage di Talabani, si è detto anche pronto ad esercitare ogni sforzo per porre fine in modo pacifico alla crisi.PRESIDENTE CURDO - Intanto il presidente del Kurdistan iracheno, Massoud Barzani, chiede un negoziato diretto con il governo di Ankara per risolvere la crisi scoppiata per la presenza dei militanti del Partito dei lavoratori del Kurdistan nel nord dell’Iraq, ma si dice anche pronto a difendersi in caso di attacco. «Sediamoci insieme per risolvere la questione curda - ha detto Barzani in un’intervista rilasciata alla France presse -. Non sono un nemico della Turchia ma non accetto il linguaggio della forza. Uno dei punti di difficoltà del negoziato riguarda la questione delle frontiere, hanno rifiutato la proposta di affidarne il controllo ai peshmerga». I peshmerga sono le forze di sicurezza che rispondono direttamente al governo regionale curdo e non a Bagdad, che non ha presenza militare nel nord.


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