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11 dicembre 2012

Quest'estate vado in un Kibbutz

 

Che cosa unisce il leader della destra sociale Gianni Alemanno a Toni Negri, «cattivo maestro» dell’Autonomia operaia, filosofo marxista, intellettuale radical e provocatorio apprezzato in Francia e negli Stati Uniti? La storia li divide ma li accomuna la passione trasversale per i kibbutzim, le cooperative agricole autogestite che hanno tenuto a battesimo lo Stato d’Israele e oggi rappresentano il tre per cento della popolazione.

L’ex ministro dell’agricoltura di Alleanza Nazionale se n’è invaghito due anni fa durante una visita ufficiale in Terra Santa («la ricerca dell’identità, il rapporto con il territorio e il rispetto delle origini erano già patrimonio dei movimenti di destra degli anni Settanta»): a ottobre tornerà con una decina dei suoi ragazzi per uno scambio culturale promosso dalla fondazione Nuova Italia.

Per l’autore di «Empire» invece, si tratta di un vecchio amore: «Sono diventato comunista in Israele nel kibbutz Nahshonim, vicino Petah Tikva», ha raccontato Toni Negri la settimana scorsa, ospite dell’Istituto Spinoza di Gerusalemme. Al tempo aveva vent’anni, studiava «Il Capitale», la rivoluzione era la cifra del mondo: molte cose sono cambiate da allora ma non il piacere di trascorrere una settimana in kibbutz.

Mentre la gauche israeliana, dall’ex presidente del parlamento Avrahm Burg al fondatore di «Peace Now» Dror Etkes, celebra il requiem del sionismo socialista del secolo scorso, le ali estreme della politica italiana scoprono o riscoprono l’esperienza pionieristica e comunitaria dei padri fondatori d’Israele.

Nessuno dei duecentosettanta kibbutzim disseminati nel Paese è più «l’impresa sociale basata sull’economia redistributiva» dell’ideale collettivista che lo animava ieri. La proprietà privata è un tabù ormai superato: l’ultima a capitolare in ordine di tempo è stata la cooperativa di Ha’on, sul lago di Tiberiade, venduta un paio di giorni fa a un esterno per essere trasformata in un residence.

Eppure, ogni anno, soprattutto d’estate, dai sei ai diecimila giovani italiani, europei, americani, australiani, sognatori oppure no, vengono a lavorare in kibbutz per qualche mese. Ci sono anche «volontari» più maturi, che di solito si fermano un po’ meno. La tensione della Seconda Intifada aveva ridotto notevolmente la richiesta, ma dal 2005 il flusso è ripreso a pieno ritmo e le prenotazioni superano di gran lunga la disponibilità.

Che cosa trovano gli stranieri nel kibbutz che non seduce più come un tempo gli israeliani?

L’esperienza della vita in comune non basta a spiegare una lista di ospiti che comprende migliaia di diciottenni adrenalinici, politici di destra e di sinistra orfani d’ideali, ma anche attrici note come Debra Winger e Sigourney Weaver, il cantante Simon Le Bon dei Duran Duran, il comico americano Jerry Seinfeld. Nei kibbutzim di oggi c’è di tutto. Vacanze alternative da otto ore di lavoro al giorno in serra, relax in piscina, sofisticati centri di bellezza, seminari d’utopia. Con 700 schekel, circa 130 euro, si vive una settimana in bed&breakfast a Ha Nasi nel Golan, le alture siriane occupate da Israele dopo la guerra del ‘67: passeggiate tra boschi e antiche rovine, degustazioni di vino Yarden e la vertigine di esplorare una terra che già domani potrebbe essere altra, ridefinita da confini diversi, moneta di scambio per la pace con Damasco.

Sempre a nord, nella Galilea occidentale, a pochi chilometri dalla frontiera libanese, c’è la comunità agricola di Mitzpe Hilla, dove Noam Shalil e la moglie gestiscono un piccolo agriturismo in attesa che Hamas rilasci il figlio, il soldato Gilad, rapito a Gaza oltre un anno fa.

A Mizra invece, una comunità di duecento famiglie tra Nazareth e Afula, una delle prime insediate negli anni Venti, s’incontra una delle mille contraddizioni d’Israele: accanto ai vialetti da campus americano, le biciclette, la spa, la mensa a base dei prodotti coltivati in loco, c’è un’enorme fattoria di maiali e un supermercato specializzato in salami suini, bacon, costarelle e bistecche non kosher, per un totale di 150 tonnellate di carne al mese.

Una sfida alla volontà rabbinica? Tutt’altro. Nel pieno rispetto delle regole gastronomiche della Torah il kibbutz Mizra alleva i maiali su una piattaforma di legno in modo che non tocchino il suolo ebraico e non violino la legge nazionale.

Lavorativa o rilassante che sia, il boom della vacanza in kibbutz risponde più al desiderio di una parentesi di nostalgia che a un trend modaiolo.

Per gli stranieri che arrivano - Gianni Alemanno, Tony Negri, uno studente idealista e spiantato o Debra Winger - come per gli israeliani che li ospitano, fingendo d’essere i pionieri di un secolo fa, lontani dai muri e dai conflitti permanenti. C’è un sito internet in inglese (www.kibbutzreloaded.com) dove chi si è incontrato lì, nella comunità agricola, può ritrovarsi a distanza. Perché tutti in kibbutz condividono l’esperienza e si chiamano per nome quasi che la semplicità fosse naturale.

FRANCESCA PACI


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6 giugno 2012

Il primo kibbutz etiope – a Ghedera!

 

Basta guardare Asanka Darba chinarsi per prendersi gentilmente cura delle piante di sedano e basilico che crescono nel suo orto a Ghedera per capire che nel profondo del cuore lui
è ancora un contadino. Darba, un immigrato etiope di circa cinquant'anni, può anche aver lasciato in Etiopia il suo appezzamento ed essersi trasferito in Israele, ma il suo legame con la terra non si è sciolto. “Chi altri può raccogliere un pugno di terra, annusarla e sapere che cosa può piantare nel suo orto?” esclama Yovi Tashome, uno dei membri del kibbutz urbano di Ghedera che sta aiutando Darba a coltivare il suo fazzoletto di terra. Appena arrivato in Israele dall'Etiopia Darba era stato assunto dal commune di Ghedera prima come bidello e poi come giardiniere dei parchi cittadini. Ora che è disoccupato, per la prima volta ha un terreno tutto suo dove coltivare erbe aromatiche e verdure ed è evidente che ne va molto orgoglioso.

L'idea dei giardini comunitari è solo uno dei progetti creati dai membri del kibbutz urbano, un gruppo di giovani, per lo più etiopi. Due anni fa hanno dato vita al “kibbutz urbano” nel quartiere Shapira, dove la maggior parte degli abitanti etiopi di Ghedera (circa 1.700 famiglie) risiede. Oggi fanno parte del kibbutz 11 famiglie, quasi tuttte etiopi. Oltre ad occuparsi di agricoltura, i membri del gruppo sono impegnati in attività socio-educative.

Yovi Tashome, 31 anni, è arrivata in Israele quando aveva 6 anni. Come molti altri figli di immigrati, ha frequentato una scuola religiosa a tempo pieno e ha trascorso gli anni delle superiori in un kibbutz religioso. Yovi descrive come uno shock culturale il passaggio dal rassicurante ambiente esclusivamente etiope della sua infanzia a quello misto e con una forte coscienza di classe del kibbutz. “Quel periodo buio, quando ero una cittadina di terza classe a paragone con i membri del kibbutz e con gli israeliani in generale, ha provocato in me una crisi d'identità”, racconta. Dopo aver completato il servizio militare, Yovi ha lavorato come istruttrice per il Club Escursionisti della Società per la Protezione della Natura Israeliana (SPNI). È stato in quel periodo che ha capito l'importanza di lavorare in quartieri come questi, “per mettere gli abitanti in relazione reciproca e dare loro la senzazione di appartanere a una comunità con l'obiettivo di cambiare veramente le cose”. Così Yovi Tashome ha contattato Nir Katz, la persona responsabile dei club escursionisti etiopi della SPNI , e insieme hanno fondato a Ghedera un primo nucleo, che si è poi sviluppato nel kibbutz urbano. Secondo quanto dice Katz, il kibbutz urbano non è un'associazione economica, ma unisce persone legate da un progetto e da un'idea comuni. “In un mondo alienato noi cerchiamo di creare la nostra società personale”, dice. “L'obiettivo di questa associazione è di promuovere un cambiamento sociate per noi stessi e per l'ambiente in cui viviamo”.

Le famiglie dei membri del kibbutz vivono in appartamenti in affitto che si trovano tutti a pochi passi l'uno dall'altro. Hanno anche deciso di stabilirsi nelle vicinanze del quartiere, e non al suo interno. “Siamo così coinvolti nella vita del quartiere che abbiamo deciso di mantenere una certa distanza dalle sue dinamiche interne”, spiega Tashome. Di solito i membri del kibbutz celebrano insieme le festività ebraiche e insieme organizzano gite nei fine settimana.

Inoltre, sembra proprio che stiano confermando l'antica propensione dei kibbutz a discutere e dibattere questioni concettuali che riguardano innanzi tutto l'identità del gruppo e la sua natura specifica. Proprio in questo periodo, dopo che numerose famiglie hanno chiesto di poter entrar a far parte del gruppo, è in atto un acceso dibattito su questioni come il diritto di voto, l'età minima dei nuovi membri, l'entità del contributo richiesto a ciascuno a favore della comunità, l'accettazione di coppie religiose, ecc. Queste discussioni vengono condotte formalmente in un forum denominato “Beit Hamidrash”, che si riuniche ogni mercoledì.

Oggi sono circa 400 i giovani che traggono beneficio da queste attività. Queste iniziative sono inivitabilmente entrate anche nel campo dell'educazione formale. Tzachi Azaria e Ilana Malek, due membri del kibbutz urbano di Ghedera, trascorrono le loro giornate nel locale liceo per promuovere un programma volto a prevenire l'abbandono scolastico. Un altro programma prevede l'offerta di lezioni aggiuntive che gli insegnanti, alcuni dei quali sono etiopi, danno direttamente a casa dei bambini.

I membri del gruppo sono coinvolti nelle attività socio-educative, o come volontari o come dipendenti stipendiati. Un appartamento è stato trasformato in un club giovanile dove le attività sono modellate su quelle di un gruppo escursionisti. Sono stati creati molti altri gruppi, tra cui uno in cui i genitori possono discutere problemi di famiglia in amharico e un altro per emancipare le ragazzine. 

Haaretz
tradotto da Tamar Rotem


2 giugno 2012

kibbutz, un rompicapo collettivo

 

Lilach Gavish

Negli ultimi mesi, il regista Itzhak Rubin è diventato una specie di celebrità del kibbutz. Regista di documentari fin dall’inizio degli anni ‘80, ha affrontato molti argomenti delicati della società israeliana. Nel suo film più recente, ‘Degania – il primo kibbutz del mondo combatte la sua ultima battaglia’, egli mette in luce il processo di privatizzazione che si è svolto nel primo kibbutz del mondo, fondato 100 anni fa. E’ interessante che, anche se Degania fu fondato in un’epoca di crisi per il popolo ebraico, è andato in declino l’anno scorso durante un periodo prospero.
Degania inizia con una scena che mostra i pompieri di New York sopravvissuti all’11settembre che vengono battezzati nello stesso posto di Gesù. Nel 1908, Degania fu fondato propriolà, dove il fiume Giordano si congiunge con il Lago di Tiberiade. Rubin, che era originariamente un economista, ha deciso di iniziare il suo film con la scena del battesimo, allo stesso tempo mostrando foto dell’attacco al World Trade Center, per dimostrare che la crisi creata nel movimento del kibbutz non è solo individuale, ma parte di un fenomeno globale. "La crisi non è cominciata adesso," dice. "Gli avvenimenti dell’11 settembre simbolizzano il declino del capitalismo. E’ un colpo al mondo arrogante. Dopo che un uomo subisce un attacco di cuore, egli comincia a vedere che nella vita ci sono cose più importanti del denaro. E’ questo che pensarono gli abitanti di Degania cent’anni fa. Erano cresciuti nelle case borghesi dell’Europa Orientale, ma i pogrom li svegliarono."
"Nel 1905, in seguito alle sommosse a Kishinev (in quella che è oggi la Moldova), i fondatori dei kibbutz realizzarono che dovevano cam biare il loro modo di vivere. Fecero l’aliya e adottarono la "religione del lavoro," spiega Rubin . "[Questo] è un luogo mistico. C’è una ragione per cui due movimenti così importanti – il cristianesimo, che ebbe inizio come movimento sociale ebraico, ed il movimento dei kibbutz - iniziarono qui il loro percorso. Questo dà il senso che gli ebrei sono tikkun olam e si prendono cura l’uno dell’altro." Oggi, dice , c’è una regressione verso la privatizzazione.
Dapprima, Degania combatté per la propria esistenza. Ci volle tempo anche per il movimento sionista per abbracciare l’idea di un gruppo di gente che viveva in modo completamente collettivo, e c’erano alcuni che chiedevano il suo scioglimento. Degania era la casa di personalità come A. D. Gordon, che era mentore della poetessa Rachel, di Yosef Bosel, creatore del concetto di kibbutz e leader del gruppo Degania, che morì a 28 anni, e di Shmuel Dayan, padre di Moshe. I Dayan partirono per Degania Bet, un kibbutz adiacente che era stato costituito non per separantismo, come vuole la leggenda locale, ma semplicemente perché il piano iniziale era di chiamare tutti i kibbutz "Degania," un nome che viene da "dagan" (cereale.) Un terzo Degania, Degania Gimel, fu sciolto poco dopo la sua costituzione ed i suoi membri fondarono il kibbutz Ginegar. Da allora, sono stati costituiti circa 264 altri kibbutz.
Fino ad oggi, circa il 70 percento dei kibbutz sono stati privatizzati, ed altri 5% hanno adottato vari modelli di privatizzazione. Il film di Rubin accompagna il processo di privatizzazione che subì Degania nel corso di due anni. Il film, che è stato proiettato in parecchi kibbutz, ha provocato molte discussioni.
"Il kibbutz ha influito moltissimo sul mio spazio intellettuale ," dice l’ex deputato e capo di Meretz Ran Cohen, che è stato anche segretario del Kibbutz Gan Shmuel. Cohen, che arrivò come immigrante decenne dall’ Iraq, dice, "Il film rappresenta sia il sogno che la delusione. Il kibbutz non è un modello autonomo,ma un capolavoro creato dallo stato d’Israele… Abbiamo vissuto questo sogno con enorme entusiasmo."
Poi, spiega Cohen, il movimento del kibbutz ha subito una crisi. Lo"Swinish capitalism," come l’ha definito una volta il Presidente Shimon Peres, è aumentato, e l’avidità dell’individualismo ha degradato sia i valori morali che lo stato. Questo non era limitato ai kibbutz, osserva. "Nel caso di Degania, era il surplus di denaro; in altri casi, dove falliva l’economia del kibbutz , la prassi era di mandare la gente a lavorare fuori, in modo che non vivessero come parassiti."
Cohen dice che non pensa che "ci sia mai stata una società umana più eccitante, più affascinante o superiore al collettivo del kibbutz ." E’ un bene che non viva più in un kibbutz, continua, così non devo subire il processo di privatizzazione.
"Ci sono kibbutz dove gli avidi non voglio condividere il loro denaro, e ci sono kibbutz che decidono 'qualunque cosa succeda, non ci scioglieremo'" dice Rubin, che – contrariamente alle sue speranze – ha trovato il processo di privatizzazione negativo. "Nella maggior parte dei casi, gli iniziatori della privatizzazione sono persone potenti, ricche e avide che dicono, 'Se non privatizziamo, falliremo.' E’ un sistema molto impulsivo. Da una parte, ci sono i membri utilitaristi, dall’altra ci sono i membri che vogliono la collettività."
La Dr. Shosh Hadar di Degania, veterinaria e giovane madre che si è trasferita in kibbutz dalla città, era tra quelli che cercavano di mantenere il kibbutz come collettività. "Anche se poteva essere una delle maggiori beneficiarie della privatizzazione," dice Rubin, " preferiva il concetto di "arevut hadadit" [preoccupazione reciproca] al denaro."
E’ passato un anno da quando il processo di privatizzazione a Degania è cominciato. Tecnicamente, il kibbutz si è sciolto, ma i suoi servizi sociali sono ancora gestiti collettivamente . Nella prima votazione i sostenitori della privatizzazione vinsero per nove voti. Ad ogni famiglia furono promessi 180.000 shekel dai fondi del kibbutz. La decisione successiva fu presa quasi all’unanimità. "Sono ancora nel bel mezzo del processo e non possono rendersi conto appieno del suo significato," dice Rubin, un ex cittadino che ora vive nel Moshav Zerufa. "Con 180.000 shekel posso acquistare una nuova macchina, pagarmi delle cure dentarie, comprare qualche vestito e basta. Non si rendono conto del significato dei servizi offerti loro gratuitamente in quanto membri del kibbutz , come la casa di riposo per anziani o la piscina. Il kibbutz ha una qualità di vita che è invidiata dalle città.
"La privatizzazione èun terremoto. Io viaggio per i kibbutz con il mio film, e dopo la proiezione ci sono discussioni che durano due, tre ore - discussioni che provocano dure argomentazioni sia da parte dei sostenitori che degli obiettori. Io non vedo alcun dibattito ideologico in Israele che sia serio come quello che si svolge nei kibbutz," dice ancora Rubin.
Come i kibbutz, la Cinematheque di Tel Aviv, che ha ospitato la prima proiezione del film, era piena di controversie, specialmente quando Israel Oz, capo dello staff di cordinamento dei kibbutz, che ha aiutato a facilitare la privatizzazione di circa 10 kibbutz, ha parlato francamente. Oz ha detto che "molti processi terribili si stanno compiendo nei kibbutz; ci sono molti mali e varie difficoltà." Un sessantenne si è alzato e ha gridato: "Il kibbutz è una società esemplare! Vorrei che tutto Israele fosse così!" e si è precipitato fuori dalla sala proiezioni.
Oz sosteneva che la privatizzazione permette ai membri del kibbutz di godere di una libertà che prima non avevano. "In passato,un piccolo gruppo [quelli che lavoravano] dettava la vita di molti. Niente più membri che vivono comodamente senza lavorare. La privatizzazione permette alle persone di essere padrone della propria vita. "Arevut hadadit" è diventata un’ irresponsibilità. Ottanta percento delle famiglie che ho visto nei kibbutz che abbiamo privatizzato non faceva niente per guadagnarsi il pane, mentre il rimanente 20% provvedeva per tutti gli altri."
Tuttavia, ha detto Oz , lui non crede che ci sia una "rottura"nella società del kibbutz . Il sogno del kibbutz è stato un successo, insiste. Finché la società israeliana ha visto il kibbutz come un modo di trasformare in realtà il sogno di uno stato ebraico, è stato usato. "Ma in seguito, quando lo stato ha detto 'Basta, ti abbiamo usato e adesso ti eliminiamo, è stata la fine," ha dichiarato Oz , aggiungendo che il movimento del kibbutz non era riuscito a sostenersi.
Elisha Shapira, membro del Movimento collettivo, e Nechemiya Rafell, segretario generale del movimento dei kibbutz religiosi, non sono d’accordo. "I veri parassiti sono quelli che ricevono enormi stipendi, non quel 10% che non lavora," dice Shapira infuriato, come se questo fosse un voto sul destino del kibbutz Ein Hashofet dove vive. "Il sionismo non è altro che un grande programma di finanziamento con l’unico scopo di sistemare gente in Israele in modo che possano vivere la loro vita normalmente," continua Shapira. "Il cambiamento del '77 [in cui il Likud sotto Menachem Begin vinse le elezioni alla Knesset ] abolì i sussidi monetari e danneggiò tutta l’economia. Negli anni '70, Israele era tra lesocietà più sviluppate ed egualitarie. Vent’anni dopo, è leader di ineguaglianza sociale e il movimento dei Kibbutz segue obbedientemente."
Rafell, che correva per un posto nella lista Habayit Hayehudi alla Knesset, dice: "La collettivita è uno dei valori fondamentali dell’ebraismo." Effettivamente, secondo il Dr. Shlomo Getz, capo del Kibbutz Research Institute all’Università di Haifa, i kibbutz religiosi, dove lo stile di vita tende ad essere più modesto, subiscono meno crisi economiche ed hanno meno desiderio di privatizzazione.
Getz afferma che: "I kibbutz hanno scelto la soluzione capitalistica, in vista di un neo-liberalismo rafforzante. Se la crisi fosse avvenuta oggi, i kibbutz avrebbero potuto scegliere altre strade." Getz dichiara, tuttavia, che "La maggior parte dei membri dei kibbutz sono soddisfatti della privatizzazione, ma non ci sono prove che il cambiamento abbia migliorato o anche modificato lo stato economico dei kibbutz." Egli ha sottolineato che l’aspetto della soddisfazione dei membri del kibbutz per la privatizzazione è stato studiato da ricercatori americani che non erano assolutamente collegati con il movimento del kibbutz .
Rubin dice che ha portato i suoi film in kibbutz che non sono stati privatizzati, in posti come Bar-Am, Ein Shemer, Sde Boker e Ein Hashofet, i cui membri sono stati colpiti dal recente crollo economico mondiale. "Fino ad oggi, gli occhi della gente erano verdi d’invidia, fissi sulla borsa ed il mondo. Si chiedevano, 'perché non partecipiamo alla festa capitalista che si svolge in città?" dice. "Essi non si rendono conto che in città si può non riuscire a sbarcare il lunario. Improvvisamente… tutti realizzano che non è proprio una grande festa. L’attuale crisi economica porta con se grandi timori, e la gente si trova di nuovo a cercare la collaborazione. Sentono che anche se c’è uno svantaggio economico [nella collettività], nel kibbutz avranno sempre i loro compagni. E’ solo che dovranno lavorare di più."
Messi in ombra dalla crisi economica mondiale, ma non ancora al punto di non ritorno, molti kibbutz sono occupati a fare un esame di coscienza. "La prima volta che ho mostrato il mio film ai membri di Degania, ci sono stati discussioni accalorate ed è stata richiesta una seconda proiezione," Rubin conclude. "Abbiamo avuto una seria conversazione che è durata cinque ore. Verso la fine della notte, un giovane di 24 anni si èalzato e ha chiesto, 'Perché non abbiamo fatto questa discussione durante il processo di privatizzazione? Perché è stato necessario vedere un film per farla?'
"I kibbutznik (membri del kibbutz) non si rendono conto che il denaro che hanno ricevuto dalla privatizzazione sarà sparito tra due anni… Io credo che i kibbutz possano ancora cambiare qualcosa, hanno la base giusta per farlo."

 Jerusalem Post


6 gennaio 2011

Il kibbutz come patrimonio dell’umanità

Haaretz
L’iniziativa di promuovere l’iscrizione del kibbutz nel Patrimonio dell’Umanità tutelato dall’Unesco merita appoggio e incoraggiamento. L’anno appena trascorso Israele ha celebrato il cento anni dalla creazione del primo kibbutz: il riconoscimento internazionale darebbe espressione all’unicità dell’impresa kibbutz, la cui influenza si è estesa ben oltre i confini di questo paese.
Il movimento kibbutzistico prese avvio nel periodo della “seconda aliyah” (la seconda grande ondata di immigrazione ebraica in Terra d’Israele prima della fondazione dello Stato, negli anni 1904-1914) come un affascinante esperimento sociale di eguaglianza e proprietà collettiva dei mezzi di produzione, dei consumi, dell’educazione. Vennero creati istituti cooperativi unici: le assemblee generali come organo decisionale della comunità, la sala mensa comune come luogo di ogni ritrovo e vita sociale, la “casa dei bambini” per l’educazione collettiva. I fondatori si consideravano un’avanguardia sociale capace di combinare sionismo, socialismo e democrazia.
Durante gli anni della fondazione e dello sviluppo dello Stato, i kibbutz giocarono un ruolo chiave nell’opera di insediamento delle regioni di frontiera, nel servizio militare e nella leadership del paese. Molti leader politici e militari israeliani erano membri di kibbutz o vissero in un kibbutz per periodi più o meno lunghi della loro vita. In occidente e nel mondo in via di sviluppo, il kibbutz venne visto come una creazione israeliana unica, simbolo stesso della rivoluzione sionista e dell’impresa di far fiorire il deserto.
Tuttavia, man mano che Israele si veniva consolidando, il kibbutz incontrava sempre più difficoltà nell’affrontare i cambiamenti sociali e politici che intervenivano nel paese. I suoi membri venivano visti sempre più come una élite separatista che non si interessava dei suoi vicini nelle cittadine di sviluppo e nei moshav (villaggi cooperativi) di nuovi immigrati, mentre le possibilità economiche e occupazionali offerte dalle città maggiori attiravano sempre più i giovani lontano dal kibbutz. I governi di destra, poi, tagliarono i sussidi e gli aiuti che i governi di sinistra avevano elargito al movimento che aveva insediato tanta parte del paese. Alla fine, la crisi economica che colpì i kibbutz e le crescenti tendenze sociali verso l’individualismo portarono al cedimento dello stile di vita collettivista. Come tante altre istituzioni, anche molti kibbutz vennero privatizzati diventando normali piccole comunità, più o meno consorzili.
L’iscrizione del kibbutz al Patrimonio dell’Umanità Unesco costituirebbe l’appropriato riconoscimento del kibbutz, del suo posto nella storia del sionismo e dello Stato, e della sua unicità nel mondo intero. Tale riconoscimento internazionale, inoltre, contribuirebbe a recuperare e restaurare edifici storici, affinché non vengano irrimediabilmente sommersi dalla dinamica dello sviluppo immobiliare.

(Da: Ha’aretz, 24.12.10)

Nelle foto in alto: un ballo di membri del kibbutz Ein Harod (1936); un edificio del kibbutz Ramat Rachel, alle porte sud di Gerusalemme, dopo l’attacco egiziano (25 maggio 1948); un’assemblea dei membri del kibbutz Yakum (1953)

 




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24 novembre 2010

ricostruito presso Degania il capanno che cento anni fa ospitò la prima Comune che diede vita al movimento kibbutzistico

Là dove ebbe inizio il movimento del kibbutz
Le ultime tegole del tetto sono state piazzate sull’edificio di legno ricostruito, il cui originale era stata una delle icone del pionierismo ebraico nella Palestina Mandataria. Dopo aver lavorato duro sotto il sole cocente della Valle del Giordano, la squadra della Società per la Conservazione del patrimonio storico israeliano si è seduta all’ombra di una palma e ha confrontato il proprio lavoro con una sbiadita fotografia in bianco e nero dell’edificio originale.
Nella foto, scattata da Avraham Susskin, si vedono i membri della “Comune Hadera” sui gradini, sul tetto e accanto all’edificio di legno che avevano costruito a Umm Juni. Questo è esattamente il posto dove ha avuto inizio l’idea del kibbutz, e quella foto è il simbolo visivo più importante di quegli inizi: Degania. Lo scorso ottobre c’è stata una cerimonia ufficiale per celebrare il centenario del movimento kibbutzistico, durante la quale è stato inaugurato il sito di Umm Juni, il luogo natale del movimento. I 3.000 dunam (750 acri) ad est dello punto in cui il fiume Giordano esce dal lago di Tiberiade erano stati acquistati dal Fondo Nazionale Ebraico (KKL) ed facevano parte dei possedimenti di una fattoria nota come Chatzer Kinneret (Cortile Kinneret), ad ovest del fiume.
Tre agricoltori furono i primi ad arare quella terra, nel 1909. In quei giorni non c’erano ponti sul fiume, e c’era molto lavoro da fare. Così gli agricoltori stavano ad Umm Juni tutta la settimana e tornavano a Chatzer Kinneret solo nei fine-settimana. Fu là che nacque l’idea di affittare la terra a un gruppo di lavoranti. Ma nel 1909 gli agricoltori fecero sciopero contro i rappresentanti del Barone Rothschild, che gestivano la fattoria, e l’idea di affittare la terra fu quasi messa da parte.
Alla fine, comunque, la terra fu assegnata a sette dei migliori agricoltori della Galilea, che la lavorarono con successo per un anno. Dopo di che, fu affidata alla Comune Hadera. Nel 1912 furono costruite le prime abitazioni permanenti in quello che sarebbe diventato Degania: il primo kibbutz.
"Questo posto è tanto importante quanto è stato trascurato – dice Omri Shalmon, vicedirettore generale della Società per la Conservazione del patrimonio storico israeliano, parlando dei molti anni in cui Umm Juni fu praticamente dimenticato – Umm Juni è una storia di persone, non di architettura. È una struttura modesta, dove ha avuto inizio qualcosa di grande. Non è un edificio imponente, non è il Taj Mahal. O meglio, è un Taj Mahal ideologico”.
Il kibbutz Degania Alef, la Società per la Conservazione del patrimonio storico israeliano, il Fondo Nazionale Ebraico ed il Consiglio Regionale della Valle del Giordano hanno unito gli sforzi per dare al luogo la dignità che merita. "Per anni a Degania Alef abbiamo sognato il giorno in cui il sito sarebbe entrato a far parte del patrimonio storico – dice Shai Shoshani, segretario de kibbutz – Ci chiedevamo come portare i visitatori su questa collina nuda e offrire loro un’esperienza interessante”. Infine decisero che l’edificio in legno in cui gli agricoltori pionieri avevano vissuto e lavorato sarebbe stato il punto focale del progetto.
Il problema era che non era rimasta traccia dell’edificio originale. Così l’architetto Roni Palmoni di Degania si è messo a fare ricerche sull’argomento, e con l’aiuto di qualche foto ha cominciato la ricostruzione, cercando di rimanere il più possibile fedele alla struttura originale. "In questo luogo i giovani che per primi sognarono il kibbutz non immaginavano certo quanto significato avrebbe avuto la loro modesta azione”, dice Yossi Vardi, presidente Consiglio Regionale della Valle del Giordano.

(Da: Ha’aretz, 20.09.10)

Nella foto in alto: Umm Juni ieri e oggi

 




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15 agosto 2010

Un trend recente: soldati congedati vanno a lavorare nei kibbutz agricoli.. »

Dimenticare New York
 
Potare le viti nella vigna del kibbutz Merom Golan non è un compito facile. Si comincia alle 5 del mattino, lottando contro il caldo e la monotonia – non si sa quale sia peggio. “In quei momenti, quando è davvero dura, sollevo la testa, guardo il paesaggio intorno a me e mi commuovo talmente che mi viene la forza di tornare a lavorare”, dice Tzlil Portal, 22 anni, e aggiunge: “Scopro che non sono viziata come credevo”.
Portal, originaria di Ma'a lot (Alta Galilea), era istruttrice di fitness nell’esercito. Terminato il servizio militare, ha cominciato a cercare lavoro. “La maggior parte dei miei amici – racconta – ha trovato lavoro in alberghi, ristoranti, nella sicurezza, oppure sono andati all’estero per diventare commessi nei centri commerciali. Io ho deciso di lavorare nell’agricoltura. La gente era incuriosita, perché l’agricoltura non è considerata un tipo di lavoro moderno. E’ un lavoro antiquato, qualcosa che i giovani non fanno più. Ma è qualcosa che mi ha sempre interessata: la vicinanza alla terra, la vita in kibbutz. Era una sfida”.
Portal non è del tutto unica, tra i suoi coetanei. Altri giovani appena congedati dall’esercito cercano lavoro agricolo nell’intervallo tra il servizio militare e il tradizionale lungo viaggio all’estero, o prima di cominciare l’università. Yarden Gadot, di Yavneh, è stata congedata dall’esercito dieci mesi fa ed è andata a lavorare per sei mesi a Paran, un moshav (villaggio cooperativo) nell’Arava. “C’erano circa 20 giovani appena usciti dall’esercito – dice – Questi lavori si trovano per passaparola, e sono parecchi quelli che vogliono lavorare nell’agricoltura. A volte è perfino difficile trovare un posto. Io lo consiglio veramente”.
Haim Havlin, chairman dell’Arava Agricultural Committee, dice che i soldati congedati vengono d’inverno, quando il tempo è più clemente, e accettano i lavori “più gradevoli” come confezionare i prodotti. Il lavoro non è facile, ma almeno c’è l’aria condizionata. “Il loro numero continua a crescere – dice –Vengono per qualche mese e poi partono. Ci offrono una buona soluzione per l’alta stagione, quando abbiamo bisogno di lavoratori temporanei”.
Nel nord, gli agricoltori dicono che decine di soldati congedati trovano lavori agricoli per l’estate. Solo a Merom Golan lavorano quattordici ragazze e tre ragazzi. Noam Ben-Ze'ev, 23 anni, di Hod Hasharon, lavora nei frutteti del kibbutz Ortal, dove altri quattro giovani hanno optato per l’agricoltura come lavoro post-esercito. “C’è qualcosa oggi, fra i giovani, riguardo al lavoro in agricoltura – dice Ben Ze'ev – E’ un genere di lavoro diverso. Si fa qualcosa di naturale, si sta a contatto con la natura. Dopo aver lavorato qui ad Ortal, credo ci sia qualche possibilità che io ritorni all’agricoltura o magari che vada a studiare qualche materia agricola”.
La maggior parte degli agricoltori preferisce assumere lavoratori migranti o in subappalto, ma alcuni assumono intenzionalmente veterani dell’esercito. I lavoratori migranti rimangono più a lungo, ma gli agricoltori vedono dei vantaggi nell’assumere giovani israeliani per il lavoro stagionale. “E’ una combinazione di sionismo e redditività – spiega il direttore agricolo di Merom Golan, Gabi Kuniel, che da sei anni impiega soldati congedati – Sono altamente motivati e, a differenza dei lavoratori in subappalto, che a volte semplicemente non si presentano al lavoro, sono veramente diligenti mentre sono qui. E’ vero che con loro c’è più da fare: nutrirli, alloggiarli, viaggi nel fine settimana. Ma credo sia positivo per entrambe le parti”.

(Da: Ha’aretz, 21.7.10)




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15 aprile 2010

Il ritorno dei figli del kibbutz

La popolazione del movimento kibbutzistico in Israele è cresciuta di circa 5.000 persone negli ultimi 5 anni grazie ai nuovi membri che sono cresciuti in kibbutz, l’hanno abbandonato e ora tornano a casa dopo aver vissuto in città per anni. Secondo Aviv Leshem, portavoce del movimento, molti dei nuovi residenti appartengono a giovani famiglie che vogliono approfittare dei vantaggi unici offerti dai kibbutz pur continuando a lavorare fuori dal kibbutz e a possedere auto private: diritti che sono stati concessi ai membri dei kibbutz ora che molti sono stati privatizzati.
“Vi sono parecchie cose che sono uniche del kibbutz – spiega Leshem – Il kibbutz ha il proprio sistema di istruzione, che è importante per le giovani famiglie. Un altro vantaggio è l’atmosfera di campagna, un ambiente con tanto verde, senza rumori né automobili. La gente vuole rallentare il ritmo”.
Tre quinti di questi nuovi residenti sono in realtà cresciuti in kibbutz e se ne sono andati, per poi farvi ritorno più tardi con le rispettive famiglie. Questo ritorno, secondo Amikam Osem, coordinatore centrale della demografica dei kibbutz, nasce dalla rinnovata fiducia di coloro che tornano nella fattibilità delle comunità dei kibbutz. “Questi ragazzi hanno visto i kibbutz tirarsi fuori da una crisi economica – dice Osem, un residente di Afikim – Oggi andare in kibbutz non rappresenta un rischio economico. C’è un desiderio, nella gente oltre i 30 anni con famiglia, di collegarsi con una comunità. Ne vedono una, quella da cui sono venuti, e ci ritornano”.
L’aumento dei membri viene sulla scia delle nuove opzioni abitative offerte da molti kibbutz per attirare residenti, compresa la possibilità per i residenti di costruire case nei kibbutz usando il proprio denaro. Osem aggiunge, tuttavia, che questo aumento della popolazione non significa che vi sarà un aumento nella privatizzazione dei kibbutz. Circa 60 kibbutz (su un totale di 268) mantengono ancora il modello socialista tradizionale del movimento. “I kibbutz che hanno ancora una partnership economica hanno successo e garantiscono una buon livello di vita e sicurezza sociale – spiega – Non c’è ragione di cominciare a privatizzare. Un kibbutz cambierà il suo modo di vivere solo per ragioni economiche”.
Oltre a trasferirsi in kibbutz, molte famiglie optano di diventare membri a pieno titolo del kibbutz invece che residenti temporanei. Leshem attribuisce questa decisione al desiderio di avere pieni diritti all’interno della comunità. “Essere un membro come tutti gli altri fa la differenza – dice Leshem – Puoi decidere sulle cose e puoi suggerirne altre. Se sei solo un residente temporaneo, non fai veramente parte della comunità”.
Tra il 1995 al 2003 il movimento dei kibbutz aveva perduto quasi 15.000 membri, e non vedeva una crescita su questa scala da prima degli anni ’80, quando parecchi kibbutz si ritrovarono pieni di debiti e dovettero affrontare una grave crisi economica. I kibbutz si riunirono in congresso nel 1989 per affrontare il problema dei debiti e, secondo Leshem, ora che i debiti li stanno pagando il movimento è economicamente sicuro. “Parecchi kibbutz che hanno privatizzato hanno migliorato la loro situazione economica – spiega – Oggi non ci sono kibbutz che vivano al di sopra dei propri mezzi. La gente non vive più solo secondo le ideologie. È necessario darsi da fare per garantire la sicurezza del kibbutz. I nuovi membri lo capiscono bene”.
Il movimento tuttavia deve affrontare un’altra sfida: la maggior parte della crescita ha avuto luogo nella regione costiera e centrale, mentre i kibbutz nel Negev (il deserto nel meridione d’Israele) e in Galilea (nel nord) continuano a stagnare. Il movimento ha formulato piani per attirare famiglie in quei kibbutz, e ha tenuto un convegno di residenti di kibbutz per discutere il problema. “Dobbiamo creare la consapevolezza che è ancora necessario incrementare la periferia – dice Osem – Ogni kibbutz può attuare il suo potenziale. E finché c’è potenziale, ci saranno ancora domande di adesione”.

(Da: Jerusalem Post, 09.07.08)

Nella foto in alto: kibbutz Kfar Masaryk, nel nord di Israele

 




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14 aprile 2010

L'unione fa la forza. Nel kibbutz la vacanza alternativa

 

Venire in Israele e non visitare un kibbutz significa perdere uno dei capisaldi culturali oltre che sociologici dello Stato ebraico. Kibbutz è una parola che vuol dire raggruppamento e, nella sua forma più arcaica, risale ai primi insediamenti sionisti in Palestina allorché, sul lago di Tiberiade, nel 1909 venne fondata una comunità basata su rigide regole egualitaristiche e sul concetto di proprietà comune. Il motto fu «lavoro a favore della comunità»: ovvero, denaro ma servizi gratuiti dalla culla alla tomba e un sussidio basato sulle necessità individuali e il numero dei familiari. A importare questo modello furono soprattutto sionisti provenienti dalla Russia che vollero applicare alla lettera i dettami dell'ideologia di Marx, ovvero: «da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni». Un modello che nel secondo dopoguerra riscontrò il plauso dell'ambasciatore sovietico che dichiarò agli israeliani: «Bravi, con i kibbutz siete riusciti a realizzare un micro-Stato collettivo come neppure in Russia ha mai avuto luogo». […]
Mimmo Di Marzio




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7 aprile 2010

Ritorno al kibbutz

Avirama Golan
Non è solo il primo ministro e sua moglie che trascorrono la Pasqua in un kibbutz del nord, né solo il turismo che cresce nei kibbutz. Il dipartimento per la crescita demografica dei kibbutz è occupatissimo a scegliere e accettare nuovi aspiranti. Nel 2001, 229 tra famiglie e individui singoli sono diventati membri di kibbutz. Nel 2004 il numero è salito a 900, e la tendenza continua.
La maggioranza dei nuovi membri sono figli dei kibbutz che sono partiti, hanno studiato, lavorato e vissuto per anni in città e ora vogliono ritornare. Improvvisamente si sono resi conto che la promessa della città come il luogo in cui si aprono tutte le possibilità è ingannevole. Le opportunità ci sono solo per un sottile strato di gente di successo, chiusa in gabbie dorate di dipendenza dal denaro e dal lavoro. Le cose che avevano date per scontate nel kibbutz – ottima istruzione in piccole classi, vita in mezzo alla natura, un’atmosfera di sicurezza e calore – in città hanno un costo altissimo. I prezzi delle case sono astronomici. Per tutta la loro vita adulta hanno dovuto lavorare duramente per pagare per una qualità di vita che non è migliore di quella di cui godono oggi i veterani dei kibbutz. Sfiniti dalla competizione selvaggia che è priva di sicurezza sociale ed esistenziale, ora ricordano il ritmo di vita rilassato della loro infanzia, e il ricordo diventa più acuto man mano che invecchiano. Finché erano molto giovani e non avevano figli, pensavano di avere il mondo ai loro piedi. Ora che riescono a stento a trascorrere un po’ di tempo con i figli, cominciano a rimpiangere quella vita comunitaria che prima sembrava soffocante e limitativa.
Ora non gli è difficile prendere in considerazione l’idea di ritornare, perché il kibbutz sta subendo un enorme cambiamento. Cinquanta percento dei kibbutz sono stati completamente privatizzati e gli stipendi pagati sono differenziati. Molte sale da pranzo collettive sono state chiuse e in altre alcuni dei pasti sono forniti da compagnie di catering . Molti membri lavorano fuori dal kibbutz, e quelli che ritornano sarebbero accolti con gioia, con i loro stipendi da lavoro esterno. Gli addetti ai bovini, al pollaio e tutti quelli che indossano sbiadite tute blu da lavoro ci sono ancora, ma ora hanno uno stipendio. Anche un regista o uno scultore possono rappresentare un profitto per l’economia.
Il nuovo kibbutz non è un posto ideale, ma ha detto addio alla favola di rigida uguaglianza che aveva creato molte distorsioni e ora offre un modello interessante per la vita comunitaria, in cui si possono trovare sia sicurezza che stimolo sociale. I kibbutz che accolgono nuovi membri dichiarano in modo esplicito la piena privatizzazione e gli stipendi differenziati, accanto alla "mutua responsabilità per istruzione, salute e assistenza”. A tutti questi, naturalmente, interessano i giovani con bambini piccoli. I kibbutz che godono di una rinnovata prosperità economica attirano più nuovi membri di quanti siano in grado di assorbire.
Rimangono però molti problemi. La decisione della Israel Lands Administration, per esempio, che renderà possibile l’espansione delle costruzioni nei kibbutz (una decisione di pianificazione nazionale sbagliata di per sé) attirerà attorno ai kibbutz molti abitanti che non sono membri. In questo modo si creeranno due gruppi diversi che avranno differenti livelli economici e diversi livelli di responsabilità verso la proprietà comune. È possibile che la soluzione si trovi nella costituzione di una cooperativa. Nello stesso tempo, il ritardo nella registrazione delle case come beni che possono essere trasmessi ereditariamente e l’assenza di un sistema pensionistico vero e proprio si librano ancora come una nuvola nera sulla testa dei veterani del kibbutz. È un peccato che i politici dei kibbutz alla promessa di vantaggi sociali universali preferiscano realizzare il valore della proprietà immobiliare.
Un altro problema che è sorto dalla privatizzazione è quello della distruzione della comunità. Ci sono kibbutz in cui questo processo è già andato oltre ogni possibilità di ripristino; ma altri, che sono passati dalla collettività totale alla diversificazione, stanno ora annaspando alla ricerca di un modo per riparare i danni. Se lo trovano, è possibile che riescano a ripristinare qualcosa del loro ruolo tradizionale come leader culturali e sociali. Il patrimonio del kibbutz nell’istruzione e nella creatività culturale è nelle loro mani. Se sono in grado di infondergli nuova vita e trasformarlo in ambienti più ampi, l’istituzione stessa del kibbutz, e non solo quelli che lo hanno lasciato, torneranno per costruire un futuro degno dei suoi inizi.

(Da: Ha’aretz, 18.04.07)




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16 febbraio 2010

Kibbutz, cento anni ben portati

Eli Ashkenazi
Il movimento dei kibbutz, che nel 2009 ha compiuto cento anni, sembra aver mantenuto pochissima somiglianza con gli ideali che una volta lo motivavano. Secondo uno studio compiuto dall’Institute for the Research on the Kibbutz and the Cooperative Idea dell’Università di Haif, solo un quarto dei kibbutz funziona ancora come cooperative egualitarie, mentre gli altri hanno cominciato a pagare stipendi ai loro membri. Perfino Deganya Aleph, il primo kibbutz nella storia di Israele, opera oggi sul modello privatizzato.
Un’altra inchiesta condotta quest’anno ha rivelato che il 70% di tutti i membri di kibbutz guadagna uno stipendio mensile di meno di 7.000 shekel, mentre l’11% ne guadagna oltre 12.000. Sono 180 i kibbutz (il 72%) gestiti secondo il modello di privatizzazione noto come “nuovo kibbutz”, che prevede stipendi differenziati per i membri; 65 kibbutz (25%) sono gestiti in comune; e 9 kibbutz (3%) sono gestiti come kibbutz “integrati”.
Un kibbutz comunitario è quello in cui non c’è rapporto tra il lavoro compiuto dai membri e lo stipendio che ricevono; in altre parole, tutti sono pagati lo stesso. Il modello integrato combina un budget di base egualmente distribuito tra tutti i membri con una percentuale dello stipendio di ciascun membro. Un “kibbutz rinnovato”, il modello privatizzato oggi più diffuso, sostituisce il budget con stipendi regolari specifici per ogni membro provenienti dal lavoro e da altre fonti di reddito. Il kibbutz privatizzato mantiene la proprietà comune degli strumenti di lavoro del kibbutz e degli altri beni, insieme a una “rete di sicurezza” per assicurazione sanitaria, pensione, istruzione e aiuto ai membri con esigenze speciali.
Dal 2007 al 2008, 14 kibbutz sono stati privatizzati; solo cinque sono stati privatizzati tra il 2008 e il 2009. In alcuni kibbutz il processo di privatizzazione è stato abbandonato dopo che la maggior parte dei membri ha deciso di mantenere il modello tradizionale cooperativo.
“La notizia veramente interessante – dice Elisha Shapira, coordinatore del settore cooperativo nel movimento dei kibbutz – è che alcuni kibbutz hanno deciso di non privatizzare. Non voglio fare profezie, ma potrebbe essere l’inizio di un ravvedimento”.
Un numero sempre maggiore di membri capisce che passare da cooperativa a differenziato danneggia la maggioranza, con vantaggi solo un ristretto gruppo. “Quando si prende una società che era egualitaria e la si lascia gestire con le regole del mercato, è evidente che una minoranza sale e la maggioranza scende – spiega Shapira – Quando comincia la privatizzazione i membri si trovano improvvisamente molto più denaro in mano, così pensano che le cose vadano meglio; ma poi ricevono i conti per l’assicurazione sanitaria, l’istruzione, i trasporti e altri servizi altrettanto basilari. I membri del kibbutz a quel punto si rendono conto che le loro condizioni in realtà sono peggiorate”.
Tuttavia il direttore dell’istituto di ricerca, Shlomo Getz, dice che è troppo presto per valutare: “Non possiamo concludere che il processo di privatizzazione si sia arrestato perché nel 2009 [solo] due kibbutz comunitari e tre kibbutz integrati hanno adottato il modello privatizzato. Vi sono altri dodici comunitari e tre integrati che stanno già parlando di cambiare il loro modello amministrativo”.
“La grande sfida che affronta oggi il kibbutz è l’immagine del kibbutz usciamo da una crisi economica e sociale durata due decenni – dice Ze'ev Shor, segretario del Kibbutz Movement – La maggior parte dei kibbutz se l’è cavata bene durante la crisi. Tutti i kibbutz sono ora economicamente stabili e molti loro figli stanno tornando a casa: negli ultimi anni, 2.500 nuovi membri sono entrati nei kibbutz, e il 60% erano membri di kibbutz che tornavano.
Ci sono stati grandi cambiamenti nel modo di vivere in kibbutz durante la crisi, ma anche quei kibbutz che funzionano con stipendi, prodotti e alcuni servizi privati conservano ancora la solidarietà e l’assistenza reciproca che sono nel DNA del kibbutz”, conclude Shor.

(Da: Ha’aretz, 07.01.10)




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6 agosto 2009

Maurizio Stefanini : " Gli ebrei sono sempre stati pionieri,perfino al servizio dell’islam e della civiltà araba "

 

Pensando agli insediamenti ebraici in Cisgiordania è normale pensare al modello del Far West: con gli ebrei nel ruolo dei cowboys e dei pionieri; i palestinesi in quello degli indiani; e il giudizio generale collegato in gran parte a mode di origine cinematografica, prima ancora che storiografica. Cioè, più o meno fino al 1968 filo-cowboys, e filo-Israele; e in seguito filo-indiani. Invece, la storia del pionierismo ebraico è ben sorprendentemente più antica. E la cosa più clamorosa è che si trattò di un pionierismo per molti secoli al servizio dell’islam e della civiltà araba. Formalmente, infatti, le regole islamiche sui “dhimmi” vietavano agli ebrei di portare armi, come pure di andare a cavallo. Ma di fatto molti ebrei furono invece arruolati come ausiliari negli eserciti arabi che sparsero a punta di spada l’islam dai Pirenei all’Asia Centrale. Come ricorda Paul Johnson nella sua “Storia degli Ebrei”, gli ebrei furono nell’alto medio evo l’unico popolo a rimanere prevalentemente urbano, nel momento in cui la civiltà urbana dell’Impero romano era collassata e quella dei comuni non era ancora nata. “Sotto un certo punto di vista – scrive Johnson – gli ebrei furono l’unico vero anello di congiunzione fra le città dell’antichità romana e i comuni urbani emergenti dell’alto medio evo; anzi, si è sostenuto che lo stesso termine ‘comune’ sia una traduzione della parola ebraica kahal”. E questa fama di costruttori di insediamenti era ben nota anche agli arabi, così come era nota la loro capacità di procurarsi informazioni attraverso la rete di relazioni delle loro comunità. Selezionati per il loro know how in materia di pianificazione urbanistica e per la loro abilità nel reperire informazioni, insomma, gli ebrei furono in gran parte quelli che noi definiremmo i genieri e l’intelligence degli esercito dei califfi. Furono in particolare ebrei egiziani al seguito degli eserciti arabi che nel 670 fondarono la città tunisina di Kairouan, capitale delle successive dinastie aghlabida, fatimida e zirida. Nel secolo successivo, sotto la protezione della locale corte islamica, vi sarà fondata un’accademia da studiosi babilonesi dissidenti, e per i 250 anni successivi Kairouan sarà così uno dei maggiori centri di cultura ebraica del mondo. Pure in Spagna alcune centinaia di ebrei andarono al seguito degli eserciti arabi di Tariq, il condottiero che ha dato il nome a Gibilterra (Gebel Tariq, “monte di Tariq”). Lì trovarono altre comunità ebraiche già pre-esistenti che, tollerate dai re visigoti al tempo della loro adesione all’eresia ariana, erano state poi ferocemente perseguitate dopo la loro conversione al cattolicesimo. E dunque non solo accolsero con favore gli invasori, ma secondo quanto confermano gli storici sia cristiani sia musulmani furono loro la quinta colonna che aprì le porte delle città spagnole assediate agli arabi. A Cordova, a Toledo e a Siviglia subito dopo l’occupazione a milizie di ebrei fu affidato il controllo dell’ordine pubblico.

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11 maggio 2009

Buon Compleanno Bar Am kibbutz!

 

Bar Am kibbutz: 60 anni portati magnificamente. Immagini ed impressioni.
 

A Bar Am kibbutz si arriva (almeno a me è capitato questo) dopo aver costeggiata la frontiera col Libano dove i blindati dell'Unifil 2... sembrano, curiosamente, fare la guardia agli israeliani piuttosto che occuparsi di quanto Hezbollah sta facendo in materia di nuove postazioni e nuovi armamenti... ma tant'è forse le regole d'ingaggio sono quelle...

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Poco sopra l'ingresso del kibbutz, visto l'atteggiamento Onu, c'è fortunatamente una postazione israeliana che, quanto meno, serve a dare un po' di sicurezza a chi deve vivere a poche decine di metri da un confine che, non è il caso di dimenticarlo, è presidiato in questa sua parte meridionale da nemici di Israele. Quegli stessi che in cambio del sanguinario assassino Kuntar e di altri prigionieri... hanno saputo restituire unicamente i resti di Ehud Goldwasser e di Eldad Regev nel luglio dello scorso anno.

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Poi, varcato il cancello necessariamente vigilato, si entra in una vera e propria oasi di pace e di attività. Dove Ariela e i suoi compagni kibbutznik continuano, anno dopo anno, a testimoniare non solo il legame con una terra conquistata con un lavoro durissimo. Anche se il verde, gli alberi e i fiori numerosissimi, che non fanno certo pensare che il terreno sotto di loro sia roccia consistente.

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E questo lavoro, che coinvolge come già è stato detto, non solo gli ebrei della regione, ma anche tanti altri lavoratori arabi, circassi, ecc. non si limita al solo lavoro agricolo, pure importante, perchè proprio da gente del kibbutz è nata la "Elcam Medical"  che è presente all'interno dell'area del kibbutz, ma anche al suo esterno data la necessità di poter contare su più ampi spazi.

Si cammina tra i viali e si incontrano opere d'arte moderna e quei coloratissimi e tanto espressivi mosaici frutto delle mani dei kibbutznik...

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Sembrano testimoniare una volontà di continuare una lavoro iniziato il 16 Giugno del 1949 e che non si ha nessuna intenzione di abbandonare, sia pure mentre si adeguano le sue realtà a quelle di un modo dove i processi economici (e sociali) non sono più quelli delle origini.

Sessant'anni... molti o pochi, dipende da come li si voglia considerare. Stando con quelle persone, sentendole parlare, si ha la consapevolezza che in loro c'è quella "giovinezza" dello spirito che tutti noi abbiamo imparato a conoscere dagli scritti di Ariela e che, lo si voglia o no, di fatto prescinde da criteri anagrafici.

Al termine della visita -che si regala anche un saluto a quella splendida piccolina che è Lianne- incontriamo altri bambini impegnati quasi fossero "sbandieratori". Tutti loro ("figli del popolo", parafrasando il nome del kibbutz) ci fanno sperare che quella vera e propria "avventura" che è stata e che continua ad essere Bar Am kibbutz, abbia un futuro certo nonostante tutto. E la loro presenza ci sembra davvero un augurio di continuità che non si può non condividere.

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... allora non resta che augurareBuon Compleanno Bar Am kibbutz!

Foto: Piero P.


4 maggio 2009

I pro e i contro della privatizzazione del kibbutz

 

Un rompicapo collettivo

Da un articolo di Lilach Gavish

Negli ultimi mesi, il regista Itzhak Rubin è diventato una specie di celebrità del kibbutz. Regista di documentari fin dall’inizio degli anni ‘80, ha affrontato molti argomenti delicati della società israeliana. Nel suo film più recente, ‘Degania – il primo kibbutz del mondo combatte la sua ultima battaglia’, egli mette in luce il processo di privatizzazione che si è svolto nel primo kibbutz del mondo, fondato 100 anni fa. E’ interessante che, anche se Degania fu fondato in un’epoca di crisi per il popolo ebraico, è andato in declino l’anno scorso durante un periodo prospero.
Degania inizia con una scena che mostra i pompieri di New York sopravvissuti all’11settembre che vengono battezzati nello stesso posto di Gesù. Nel 1908, Degania fu fondato propriolà, dove il fiume Giordano si congiunge con il Lago di Tiberiade. Rubin, che era originariamente un economista, ha deciso di iniziare il suo film con la scena del battesimo, allo stesso tempo mostrando foto dell’attacco al World Trade Center, per dimostrare che la crisi creata nel movimento del kibbutz non è solo individuale, ma parte di un fenomeno globale. "La crisi non è cominciata adesso," dice. "Gli avvenimenti dell’11 settembre simbolizzano il declino del capitalismo. E’ un colpo al mondo arrogante. Dopo che un uomo subisce un attacco di cuore, egli comincia a vedere che nella vita ci sono cose più importanti del denaro. E’ questo che pensarono gli abitanti di Degania cent’anni fa. Erano cresciuti nelle case borghesi dell’Europa Orientale, ma i pogrom li svegliarono."
"Nel 1905, in seguito alle sommosse a Kishinev (in quella che è oggi la Moldova), i fondatori dei kibbutz realizzarono che dovevano cam biare il loro modo di vivere. Fecero l’aliya e adottarono la "religione del lavoro," spiega Rubin . "[Questo] è un luogo mistico. C’è una ragione per cui due movimenti così importanti – il cristianesimo, che ebbe inizio come movimento sociale ebraico, ed il movimento dei kibbutz - iniziarono qui il loro percorso. Questo dà il senso che gli ebrei sono tikkun olam e si prendono cura l’uno dell’altro." Oggi, dice , c’è una regressione verso la privatizzazione.
Dapprima, Degania combatté per la propria esistenza. Ci volle tempo anche per il movimento sionista per abbracciare l’idea di un gruppo di gente che viveva in modo completamente collettivo, e c’erano alcuni che chiedevano il suo scioglimento. Degania era la casa di personalità come A. D. Gordon, che era mentore della poetessa Rachel, di Yosef Bosel, creatore del concetto di kibbutz e leader del gruppo Degania, che morì a 28 anni, e di Shmuel Dayan, padre di Moshe. I Dayan partirono per Degania Bet, un kibbutz adiacente che era stato costituito non per separantismo, come vuole la leggenda locale, ma semplicemente perché il piano iniziale era di chiamare tutti i kibbutz "Degania," un nome che viene da "dagan" (cereale.) Un terzo Degania, Degania Gimel, fu sciolto poco dopo la sua costituzione ed i suoi membri fondarono il kibbutz Ginegar. Da allora, sono stati costituiti circa 264 altri kibbutz.
Fino ad oggi, circa il 70 percento dei kibbutz sono stati privatizzati, ed altri 5% hanno adottato vari modelli di privatizzazione. Il film di Rubin accompagna il processo di privatizzazione che subì Degania nel corso di due anni. Il film, che è stato proiettato in parecchi kibbutz, ha provocato molte discussioni.
"Il kibbutz ha influito moltissimo sul mio spazio intellettuale ," dice l’ex deputato e capo di Meretz Ran Cohen, che è stato anche segretario del Kibbutz Gan Shmuel. Cohen, che arrivò come immigrante decenne dall’ Iraq, dice, "Il film rappresenta sia il sogno che la delusione. Il kibbutz non è un modello autonomo,ma un capolavoro creato dallo stato d’Israele… Abbiamo vissuto questo sogno con enorme entusiasmo."
Poi, spiega Cohen, il movimento del kibbutz ha subito una crisi. Lo"Swinish capitalism," come l’ha definito una volta il Presidente Shimon Peres, è aumentato, e l’avidità dell’individualismo ha degradato sia i valori morali che lo stato. Questo non era limitato ai kibbutz, osserva. "Nel caso di Degania, era il surplus di denaro; in altri casi, dove falliva l’economia del kibbutz , la prassi era di mandare la gente a lavorare fuori, in modo che non vivessero come parassiti."
Cohen dice che non pensa che "ci sia mai stata una società umana più eccitante, più affascinante o superiore al collettivo del kibbutz ." E’ un bene che non viva più in un kibbutz, continua, così non devo subire il processo di privatizzazione.
"Ci sono kibbutz dove gli avidi non voglio condividere il loro denaro, e ci sono kibbutz che decidono 'qualunque cosa succeda, non ci scioglieremo'" dice Rubin, che – contrariamente alle sue speranze – ha trovato il processo di privatizzazione negativo. "Nella maggior parte dei casi, gli iniziatori della privatizzazione sono persone potenti, ricche e avide che dicono, 'Se non privatizziamo, falliremo.' E’ un sistema molto impulsivo. Da una parte, ci sono i membri utilitaristi, dall’altra ci sono i membri che vogliono la collettività."
La Dr. Shosh Hadar di Degania, veterinaria e giovane madre che si è trasferita in kibbutz dalla città, era tra quelli che cercavano di mantenere il kibbutz come collettività. "Anche se poteva essere una delle maggiori beneficiarie della privatizzazione," dice Rubin, " preferiva il concetto di "arevut hadadit" [preoccupazione reciproca] al denaro."
E’ passato un anno da quando il processo di privatizzazione a Degania è cominciato. Tecnicamente, il kibbutz si è sciolto, ma i suoi servizi sociali sono ancora gestiti collettivamente . Nella prima votazione i sostenitori della privatizzazione vinsero per nove voti. Ad ogni famiglia furono promessi 180.000 shekel dai fondi del kibbutz. La decisione successiva fu presa quasi all’unanimità. "Sono ancora nel bel mezzo del processo e non possono rendersi conto appieno del suo significato," dice Rubin, un ex cittadino che ora vive nel Moshav Zerufa. "Con 180.000 shekel posso acquistare una nuova macchina, pagarmi delle cure dentarie, comprare qualche vestito e basta. Non si rendono conto del significato dei servizi offerti loro gratuitamente in quanto membri del kibbutz , come la casa di riposo per anziani o la piscina. Il kibbutz ha una qualità di vita che è invidiata dalle città.
"La privatizzazione èun terremoto. Io viaggio per i kibbutz con il mio film, e dopo la proiezione ci sono discussioni che durano due, tre ore - discussioni che provocano dure argomentazioni sia da parte dei sostenitori che degli obiettori. Io non vedo alcun dibattito ideologico in Israele che sia serio come quello che si svolge nei kibbutz," dice ancora Rubin.
Come i kibbutz, la Cinematheque di Tel Aviv, che ha ospitato la prima proiezione del film, era piena di controversie, specialmente quando Israel Oz, capo dello staff di cordinamento dei kibbutz, che ha aiutato a facilitare la privatizzazione di circa 10 kibbutz, ha parlato francamente. Oz ha detto che "molti processi terribili si stanno compiendo nei kibbutz; ci sono molti mali e varie difficoltà." Un sessantenne si è alzato e ha gridato: "Il kibbutz è una società esemplare! Vorrei che tutto Israele fosse così!" e si è precipitato fuori dalla sala proiezioni.
Oz sosteneva che la privatizzazione permette ai membri del kibbutz di godere di una libertà che prima non avevano. "In passato,un piccolo gruppo [quelli che lavoravano] dettava la vita di molti. Niente più membri che vivono comodamente senza lavorare. La privatizzazione permette alle persone di essere padrone della propria vita. "Arevut hadadit" è diventata un’ irresponsibilità. Ottanta percento delle famiglie che ho visto nei kibbutz che abbiamo privatizzato non faceva niente per guadagnarsi il pane, mentre il rimanente 20% provvedeva per tutti gli altri."
Tuttavia, ha detto Oz , lui non crede che ci sia una "rottura"nella società del kibbutz . Il sogno del kibbutz è stato un successo, insiste. Finché la società israeliana ha visto il kibbutz come un modo di trasformare in realtà il sogno di uno stato ebraico, è stato usato. "Ma in seguito, quando lo stato ha detto 'Basta, ti abbiamo usato e adesso ti eliminiamo, è stata la fine," ha dichiarato Oz , aggiungendo che il movimento del kibbutz non era riuscito a sostenersi.
Elisha Shapira, membro del Movimento collettivo, e Nechemiya Rafell, segretario generale del movimento dei kibbutz religiosi, non sono d’accordo. "I veri parassiti sono quelli che ricevono enormi stipendi, non quel 10% che non lavora," dice Shapira infuriato, come se questo fosse un voto sul destino del kibbutz Ein Hashofet dove vive. "Il sionismo non è altro che un grande programma di finanziamento con l’unico scopo di sistemare gente in Israele in modo che possano vivere la loro vita normalmente," continua Shapira. "Il cambiamento del '77 [in cui il Likud sotto Menachem Begin vinse le elezioni alla Knesset ] abolì i sussidi monetari e danneggiò tutta l’economia. Negli anni '70, Israele era tra lesocietà più sviluppate ed egualitarie. Vent’anni dopo, è leader di ineguaglianza sociale e il movimento dei Kibbutz segue obbedientemente."
Rafell, che correva per un posto nella lista Habayit Hayehudi alla Knesset, dice: "La collettivita è uno dei valori fondamentali dell’ebraismo." Effettivamente, secondo il Dr. Shlomo Getz, capo del Kibbutz Research Institute all’Università di Haifa, i kibbutz religiosi, dove lo stile di vita tende ad essere più modesto, subiscono meno crisi economiche ed hanno meno desiderio di privatizzazione.
Getz afferma che: "I kibbutz hanno scelto la soluzione capitalistica, in vista di un neo-liberalismo rafforzante. Se la crisi fosse avvenuta oggi, i kibbutz avrebbero potuto scegliere altre strade." Getz dichiara, tuttavia, che "La maggior parte dei membri dei kibbutz sono soddisfatti della privatizzazione, ma non ci sono prove che il cambiamento abbia migliorato o anche modificato lo stato economico dei kibbutz." Egli ha sottolineato che l’aspetto della soddisfazione dei membri del kibbutz per la privatizzazione è stato studiato da ricercatori americani che non erano assolutamente collegati con il movimento del kibbutz .
Rubin dice che ha portato i suoi film in kibbutz che non sono stati privatizzati, in posti come Bar-Am, Ein Shemer, Sde Boker e Ein Hashofet, i cui membri sono stati colpiti dal recente crollo economico mondiale. "Fino ad oggi, gli occhi della gente erano verdi d’invidia, fissi sulla borsa ed il mondo. Si chiedevano, 'perché non partecipiamo alla festa capitalista che si svolge in città?" dice. "Essi non si rendono conto che in città si può non riuscire a sbarcare il lunario. Improvvisamente… tutti realizzano che non è proprio una grande festa. L’attuale crisi economica porta con se grandi timori, e la gente si trova di nuovo a cercare la collaborazione. Sentono che anche se c’è uno svantaggio economico [nella collettività], nel kibbutz avranno sempre i loro compagni. E’ solo che dovranno lavorare di più."
Messi in ombra dalla crisi economica mondiale, ma non ancora al punto di non ritorno, molti kibbutz sono occupati a fare un esame di coscienza. "La prima volta che ho mostrato il mio film ai membri di Degania, ci sono stati discussioni accalorate ed è stata richiesta una seconda proiezione," Rubin conclude. "Abbiamo avuto una seria conversazione che è durata cinque ore. Verso la fine della notte, un giovane di 24 anni si èalzato e ha chiesto, 'Perché non abbiamo fatto questa discussione durante il processo di privatizzazione? Perché è stato necessario vedere un film per farla?'
"I kibbutznik (membri del kibbutz) non si rendono conto che il denaro che hanno ricevuto dalla privatizzazione sarà sparito tra due anni… Io credo che i kibbutz possano ancora cambiare qualcosa, hanno la base giusta per farlo."

Jerusalem Post


16 gennaio 2009

La guerra continua Susanna Cassuto dal kibbutz Saad

 


Due settimane fa scrissi del missile Qassam che era scoppiato dietro la finestra del mio salotto, portando grandi danni alla casa e a ciò che conteneva. Abbiamo lasciato la casa per nove giorni sperando che nel frattempo venissero riparati il riscaldamento, le finestre e l'elettricita`; invece niente. Ora dopo quattro giorni la casa ha ripreso il suo aspetto normale, naturalmente ci sono moltissime cose da fare ancora, ma intanto possiamo stare a casa tranquillamente.

Tranquillamente? E` molto difficile dire che abbiamo calma e silenzio quando i nostri aerei bombardano i magazzini di armi, combustibile ecc. nascosti in scuole, moschee e case di poveri cittadini, che inconsapevoli, o anche consapevoli, avevano nei piani sotterrani della loro abitazione magazzini di tutto il male di questo mondo.

I giovani soldati che arrivano dalla striscia di Gaza, per riposarsi un po' nel mio Kibbutz raccontano fatti così terribili da rischiare di risultare inverosimili. Civili, donne, bambini e vecchi fatti salire su tetti di case piene di armi per impedire all'esercito d'Israele di bombardarli, case abitate con trappole innestate che sarebbero esplose non appena la porta fosse stata aperta dai soldati israeliani. Ci si chiede: e se gli abitanti Palestinesi avessero voluto uscire?.. Non continuo i racconti che fanno accaponare la pelle.. Nei diversi siti Internet si trovano resoconti veritieri del comportamento bestiale dei terroristi di Hamas. Le reti televisive straniere, invece, forse tenendo conto della presenza musulmana, non osano raccontare la verita` per non suscitare disordini. Bisogna, dunque, stare molto attenti quando si guarda la telvisione o quando si leggono nei giornali "resoconti" distorti. Il nostro esercito sa combattere e sa fare quello che e` il suo dovere, tra l'altro sta molto attento a non infierire sui civili, cosa che non sempre riesce, dato che i civili fanno da scudi umani ai capi e ai militari dello Hamas. Speriamo che anche i politici arrivino ad un patto che ci porti un po' di quiete.

Susanna Cassuto-Evron


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90


28 dicembre 2008

Come viviamo nel mio kibbutz a 3 Km da Gaza

 

la testimonianza di Susanna Cassuto Evron

Testata: Informazione Corretta
Data: 28 dicembre 2008
Pagina: 1
Autore: Susanna Cassuto Evron
Titolo: «Come viviamo nel mio kibbutz a 3 Km da Gaza»

Cosa succede qui a pochi kilometri dalla striscia di Gaza.



 

Sei mesi fa, cioè da quando è cominciata la "tregua" ho smesso di mandare le mie impressioni di chi sta proprio di fronte a Gaza nel Kibbutz Sa’ad. Oggi ho deciso che devo ai miei lettori un po' d'informazione di prima mano.

Il governo d'Israele aveva deciso di restituire  possibilità di quiete ai residenti bombardati del Negev occidentale e così ha assentito di fare sei mesi di tregua, anche se sapeva benissimo che Hamas si sarebbe armato durante quel periodo. Si sperava che la popolazione di Gaza, avendo questa tregua, facesse pressione sul governo per avere una vita calma e costruttiva. Invece, qualche settimane prima della data di scadenza del patto, i missili Qassam hanno ricominciato a essere lanciati verso di noi. Dal governo israeliano nessuna reazione. Cosa voleva dire questo silenzio? Per noi che si subiva gli attacchi era una dimostrazione di esitazione, per Hamas era una dimostrazione di debolezza, che li spingeva a nuovi attacchi. Il colmo e` stato la settimana scorsa, dopo che il 19 di Dicembre e` scaduto il famoso patto e durante la festa di Hanukà, sono arrivati una centinaia di missili durante un giornata, allargando il cerchio del bersaglio. I nostri vicini di Kfar Aza e di Tekuma` sono stati colpiti nelle loro case. Noi non si capiva che il governo cercava di arrivare a un patto con Hamas, perchè noi siamo quelli che vogliamo vivere in pace con i nostri vicini. Invece dall'altra parte del confine, come era previsto, si sono armati, hanno costruito proprio una citta` sotteranea di 80 metri quadrati, con tunnel che portano da una parte all'altra della striscia di Gaza e con magazzini pieni di esplosivi e armi. Ieri, dopo che il Primo Ministro Olmert ha mandato la settimana scorsa un ultimo messaggio agli abitanti di Gaza perché facessero pressioni sui ,loro leaders, e` arrivato il momento.
Mentre ci si accingeva a sedersi a tavola per il pranzo del Sabato, abbiamo visto e sentito il bombardamento di Gaza, gli aeroplani sono arrivati dal mare, con completa sorpresa per loro e per noi. Non più un governo esitante, ma un governo che finalmente ha reagito a quello che altri governi avrebbero fatto molto prima, e cioè se i cittadini vengono attaccati, quelli che attaccano devono essere puniti.
Ora non sappiamo quali saranno le conseguenze per noi cittadini al confine con Gaza, se continueranno a bersagliarci o se finalmente capiranno che c'e` solo una via, quella della pace, vivere e lasciar vivere. E’ quello che il nostro governo vuole raggiungere, quello che si propongono i bombardamenti così mirati di questi giorni.
Susanna Cassuto-Evron
http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90


7 novembre 2008

Dai kibbutz «la rivoluzione del sole» Israele punta sull'energia rinnovabile

  

ancora una volta i kibbutz il cardine della nuova «rivoluzione»

Energia: Israele punta forte sul Sole

Tre miliardi di dollari per avere fino al 40per cento del fabbisogno dal deserto del Negev

 La chiamano la rivoluzione del sole. Una nuova frontiera energetica. Che viene dopo quella dell’acqua, del deserto fiorito, dei kibbutz collettivisti. Israele lancia il primo, grande investimento per sfruttare l’energia solare in larga scala.

Una centrale solare (Reuters)
Una centrale solare (Reuters)

Nel deserto del Negev, nel profondo sud di Arava. Un accordo con una quindicina fra le più grosse comuni agricole e un obbiettivo che non ha eguali in questa parte di mondo: soddisfare almeno il 20 per cento del fabbisogno nazionale, sognando un giorno di coprire anche il 40 per cento della domanda. Il progetto, gestito dal gruppo Apc (Arava power Company), è un investimento da tre miliardi di dollari (ma s’arriverà anche a 30 miliardi nei prossimi dodici anni) e passa attraverso la più tradizionale delle cellule produttive d’Israele: i kibbutz, appunto, le prime forme di «socialismo» agricolo. Che furono introdotti sessant’anni fa in Medio Oriente e adesso, dopo la diversificazione dalle arance alle materie plastiche e all’elettronica, entrano nell’era dei gigawatt.

PIONIERI - «I kibbutz sono da sempre i nostri pionieri – dice il presidente dell’Apc, Yosef Abramowitz – e il solare non è altro che la continuazione del loro spirito pionieristico». La novità, ammantata d’un po’ di retorica, non è solo economica. La dipendenza da petrolio e gas è, per Israele più che per altri, una questione vitale. La maggior parte delle risorse energetiche è in mano a governi ostili e la crisi non aiuta: secondo le stime dell’Agenzia per l’elettricità, le riserve nazionali caleranno l’anno prossimo del 2 per cento. Di qui l’urgenza di ribaltare la situazione e investire il più rapidamente possibile in fonti alternative. «La maggior parte dei Paesi europei sta puntando a rifornirsi per il 20 per cento d’energie rinnovabili – spiega Binyamin Ben-Eliezer, ministro per le Infrastrutture -, e questo anche se hanno la metà del sole che abbiamo noi. Col nostro potenziale, potremmo arrivare facilmente al 40 per cento». Il progetto piace anche ad alcuni investitori stranieri, dice il governo, «e ci sono già altri kibbutz che hanno chiesto di partecipare.

IL PRIMO IMPIANTO 35 ANNI FA - Lo sfruttamento dell’energia solare in Israele risale ad almeno 35 anni fa, quando a Ketura fu impiantato il primo centro agricolo alimentato soltanto dai pannelli. Oggi i kibbutz sono 256 e le 160mila persone che vivono in queste comuni, il 3,3 per cento della popolazione ebraica, spesso hanno solo un pallido ricordo di quel che fu l’esperienza del 1948, quando vi partecipavano 700mila israeliani e la condivisione dei mezzi di produzione, la redistribuzione del reddito erano ancora considerate una «possibile utopia». Messi in crisi dal declino dell’ideologia, dalle privatizzazioni, dal cambio generazionale, in questi giorni i kibbutz sono tornati di moda nei commenti sulla grande crisi finanziaria mondiale, sul ritorno a un «socialismo» produttivo. La rivoluzione del sole sarà il nuovo avvenire?

Francesco Battistini


21 ottobre 2008

Il primo kibbutz non si scorda mai

 

Sarah Shner-Neshamit
Muore la pionera Sarah
Shner-Neshamit. E con
lei un'utopia socialista
FRANCESCA PACI

 il ministro degli Esteri Tzipi Livni debutta sul ponte di comando per formare il nuovo governo, il presidente iraniano Ahmadinejad rinnova l’anatema contro lo Stato ebraico, Gerusalemme si sveglia in ansia dopo il terzo attentato dell’anno firmato da un giovanissimo palestinese con documenti israeliani. Duecento chilometri a Nord della Città Santa, sulla costa rocciosa che corre verso il confine libanese, un piccolo corteo funebre attraversa i vialetti assolati del kibbutz Lohamei Hageta’ot, diretto al cimitero. La scrittrice Sarah Shner-Neshamit, autrice del saggio «The Children on Mapu Street» sulla Resistenza nel ghetto di Varsavia e madrina della «comune» agricola nata nel 1949 intorno a un ristretto gruppo di sopravvissuti all’Olocausto, non c’è più, raggiunge il marito Zvi Shner, morto da qualche anno dopo un terzo di secolo alla guida del Ghetto Fighters Museum, il museo dei combattenti ebraici.

Gli amici che le dicono addio, nessuno come lei quasi centenario, salutano con l’anziana compagna un mito che svanisce, il kibbutz, archetipo dello Stato d’Israele, miscela ideologica di socialismo e sionismo, reperto cultural-economico sempre più impalpabile, un ricordo d’infanzia lontanissimo dal Paese super tecnologico di oggi, con un export di oltre 32 miliardi di dollari. «La caduta del comunismo prima e la globalizzazione poi hanno mandato in soffitta l’esperienza del kibbutz, un processo naturale», osserva John Fidler, autore del saggio «Kibbutz: What, Why, When, Where». Fidler vive a Beit HaEmek, in Galilea, una delle 270 «comuni» rimanenti, a poca distanza dalla leggendaria Bar Am, l’ultima, nel 1997, a rinunciare alle «case dei bambini», dove, estrema frontiera del collettivismo, i figli crescevano tutti insieme fuori dalle famiglie.

I suoi due ragazzi hanno preferito la città: «Qui sono rimasti solo i sessantenni come me, la vita è cambiata. La mensa, per esempio, il centro sociale per eccellenza, non c’è più. Cioè, c’è ancora, ma si paga». Prezzo «politico», per ora. Quattro schekel, meno di un euro, per una cotoletta e circa la metà per un piatto di verdura. Ma è l’inizio. Nel 1998, quando il kibbutz numero uno, il leggendario Degania adagiato sul lago di Tiberiade, aprì le porte alla privatizzazione dei servizi, le classi sociali, il concetto di merito, gli anziani furono gli unici a versare qualche lacrima, come per una persona cara che se ne va. «A un certo punto c’è stato il bisogno di aprirsi al mercato, vendere i prodotti agricoli fuori», continua Fidler. Il consumo interno non bastava più a coprire il deficit del bilancio accumulato negli anni del welfare: si ricorse all’economia. Fuori e dentro casa, ammette Fidler: «Non avevo mai cucinato da solo, ho dovuto imparare».

Oltre la metà dei suoi compagni pranza abitualmente tra le pareti domestiche. Il prossimo passo sarà la privatizzazione degli appartamenti: «Viviamo nel XXI secolo, anche noi vogliamo lasciare qualcosa ai nostri figli». Ci sono simboli che sopravvivono al tempo, come le rovine dell’antico acquedotto romano che fa capolino dietro gli alberi del kibbutz Lohamei Hageta’ot, sulla strada costiera tra Akko e Naaria. Altre resistono nella memoria. Mezzo secolo fa, l’età d’oro del socialismo sionista, intellettuali-contadini con aratro per bonificare il deserto e fucile in spalla contro i nemici arabi, gli abitanti dei kibbutzim erano il 4 per cento della popolazione, ma la rappresentavano simbolicamente. Oggi sono circa 125 mila, uno ogni 35 israeliani, assai meno dei coloni ebrei che vivono nei Territori palestinesi occupati.

Israele contemporaneo è un Paese post-kibbutz, sostiene da tempo lo scrittore Amos Oz. Le «comuni» agricole producono ancora il 45 della frutta e della verdura e il 7 per cento delle esportazioni. Ma un lavoratore su cinque riceve lo stipendio da fuori, l’ufficio, la scuola, un’attività imprenditoriale privata. La tomba di Sarah Shner-Neshamit, nata nel 1913 in Polonia e sepolta 96 anni dopo a Lohamei Hageta’ot, custodisce le ceneri della Storia. I compagni le lasciano un fiore rosso sulla pietra e tornano verso casa. Villette a schiera, essenziali come all’inizio, con la salvia in giardino e, unico vezzo estetico, la buganvillea arrampicata intorno alle finestre. È il salotto che è cambiato: fotografie in bianco e nero alle pareti e il telefono sul tavolo per parlare con gli amici, i famigliari, i figli.


3 luglio 2008

Entebbe 32 anni dopo






Sono passati esattamente 32 anni dal Raid di Entebbe ( Operazione
Yonathan ) riconosciuta ancora oggi come la piu brillante operazione
di antiterrorismo mai avvenuta.

In Israele il segreto militare dura 32 anni, ma ancora oggi ci sono
alcuni punti oscuri sulla brillantissima operazione .

Yahuda Avner che ha fatto parte degli staff di 5 primi ministri
Israeliani fra cui Itzhack Rabin , ricostruisce il dietro le quinte
di quello che avvenne in quei giorni di 32 anni fa in Israele .

Il 27 giugno 1976 il generale Ephraim Poram entra senza nessun invito
ad una riunione del governo Israeliano e porge un biglietto a Rabin .
Al primo ministro Israeliano basta guardare la faccia del suo amico e
compagno di armi per capire che c'e qualcosa che non va , nel
biglietto c'e scritto " il volo air france 139 in volo da Tel Aviv a
Parigi, e stato dirottato dopo il suo stop al aeroporto di Atene ".

Rabin studia il biglietto e scrive a matita sul retro del pezzo di
carta ,
1 Quanti Israeliani a bordo ?
2 Quanti dirottatori a bordo ?
3 Verso dove stanno volando ?

E porge il biglietto al generale Poram .

Alcuni minuti dopo mentre il governo Israeliano sta discutendo del
prezzo del pane la notizia arriva anche agli altri ministri, che
cominciano a parlare ad alta voce del dirottamento, Rabin chiama
tutti alla calma e dice che al momento l'unica cosa certa e che
l'aereo e un air france.

Poi chiede al consulente legale del governo Haim Zadok , " quale
sarebbe lo status dei passeggeri sul aereo ? "

Zadok risponde immediatamente " laereo e territorio francese, i
francesi sono responsabili per l'incolumita di tutti i passeggeri "

Igall Allon viene incaricato di prendere contatto col governo
francese , e quando sta per lasciare la stanza Zadok gli dice " di ai
francesi di non fare distinzioni fra passeggeri Israeliani e non "

Il generale Poram rientra nella stanza e porge un altro biglietto a
Rabin su cui ce scritto " 230 passeggeri a bordo , 83 sono
Israeliani , 12 membri del equipaggio, i Libici hanno permesso al
aereo di atterrare a benghazi per fare rifornimento "

Al che Rabin disse , " adesso almeno sappiamo dove sono "

Anche Allon rientra nella stanza e da a rabin una nota del ambasciata
Francese a Tel Aviv in cui si dice " il governo francese informa il
governo Israeliano che si prende la piena reponsabilita per la salute
dei passeggeri del aereo dirottato, senza nessuna eccezzione , e
terra' informato il governo israeliano del evolversi della
situazione" .

nel pomeriggio arrivano nuovi aggiornamenti l'aereo ha lasciato
benghazi e non si sa dove sia diretto , i terroristi sono 4
palestinesi del fronte per la liberazione della palestina e 2
tedeschi del gruppo che si fa chiamare " cellule rivoluzionarie "

Alle 4 del mattino il generale Poram chiama Rabin e lo informa che
l'aereo e atterrato ad Entebbe in Uganda , Rabin gli dice " meglio di
un paese arabo , credo che abbiamo discreti rapporti con Idi Amin e
abbiamo del personale che ha lavorato in Uganda scopri chi sono e ci
aggiorniamo a fra poco, ci sono richieste dei dirottatori ?

Poram " no al momento nessuna richiesta "

Al 8.30 del mattino dopo che al governo Israeliano vengono trasmesse
le richieste dei dirottatori , che vogliono la liberazione di 53
terroristi ( che loro chiamano compagni ) detenuti per la maggior
parte in israele ma anche in Svizzera , Germania, Francia, e Kenia .

I terroristi vogliono che i loro compagni vengano trasferiti entro 48
ore ad Entebbe e dopo libereranno i passeggeri .

Se non verranno soddisfatte le richieste dei teroristi i passeggeri
verranno giustiziati uno ad uno a partire dalle 2 del pomeriggio del
1 di luglio .

Shimon Peres allora ministro della difesa comincio un discorso sul
come e perche israele non doveva cedere al ricatto dei terroristi,
Rabin lo zitti e gli disse " ragioniamoci tutti sopra e ci
incotreremo fra qualche ora "

Cosi andava in quei giorni fra Rabin e Peres , semplicemente non si
sopportavano .

Rabin ricevette anche informazioni su Idi Amin e arrivo alla
conclusione che Amin era in combutta coi terroristi , e disse al
generale Poram , nella prossima riunione di governo voglio che sia
presente anche Mota Gur (allora era il Capo di stato maggiore )

Poram gli chiese " ok va bene ma cosa hai in mente ? "

Rabin rispose " no nessuna idea ma nemmeno Peres ha idee , non voglio
sentire i suoi discorsi da Pontefice sul non trattare coi terroristi
senza ascoltare cosa abbia da dire Gur al riguardo "

Poco dopo alla riunione Rabin Chiese a Gur " dimmi se l'esercito ha
la possibilita di intervenire e salvare gli ostaggi "

Peres decisamente arrabbiato perche vedeva scavalcato il suo ruolo di
ministro della difesa alzo la voce e disse " non abbiamo ancora
studiato niente al riguardo e io e Gur non ci siamo ancora parlati "

Rabin " Cosa ? 53 ore dopo il dirottamento e tu non hai ancora
parlato col capo di stato maggiore di una possibile operazione
militare ?

Rabin era furioso, si giro verso Mota Gur e gli disse con tono molto
deciso " ce l'hai un operazione militare o no ?

Peres voleva ancora intervenire ma Rabin lo zitti e fece segno a Gur
di rispondere .

Gur disse " abbiamo iniziato a studiare i preliminare di un piano di
attacco "

Gur era un brillantissimo generale e lui che guido i paracadutisti
israeliani a liberare la parte vecchia di gerusalemme nel 1967 .

Rabin disse " allora io ne intendo che non hai un piano al momento e
io allora ( qui prese una pausa di qualche secondo per pensarci bene )
prendo in cosiderazione di trattare coi terroristi per liberare gli
ostaggi .

I ministri aprirono una furiosa discussione su come sia possibile
liberare dei prigionieri in mezzo al africa a 4000 KM da Israele,
nessuno voleva trattare coi terroristi .

Piu tardi Rabin in compagnia dei suoi piu stretti collaboratori
disse " mi sono spesso immaginato in mezzo ad una situazione del
genere, e di avere cittadini israeliani in ostaggio in territorio
straniero e ragionandoci molto so per certo che in assenza di una
valida alternativa militare , il mio obbligo e di trattare coi
terroristi , non posso nemmeno pensare di parlare ad una mamma che ha
perso suo figlio , perche io ho rifiutato di negoziare "

30 giugno , 8.30 del mattino , Rabin apre la riunione del gabinetto
israeliano annunciando " i terroristi hanno separato gli Ebrei dai
non Ebrei.
I non Ebrei sono gia stati liberati , gli Ebrei ancora in mano dei
terroristi sono 98 " e chiese ancora a Mota Gur " chiedo ancora al
capo di stato maggiore se ha un opzione militare ?

Gur rispose " abbiamo tre opzioni :

1 lanciare un attacco a sorpresa arrivando al aeroporto di entebbe
atraverso il lago di vittoria che gli e molto vicino .

2 Attirare i terroristi qui in israele e poi attaccarli a sorpresa .

3 paracadutare truppe scelte direttamente sul aeroporto.

I ministri davano segni di nervosismo qualcuno sorrise ironicamente
facendo capire che le opzioni erano quasi impossibili da realizzare .

Rabin chiese a Gur " qualcuna di queste opzioni e seriamente
attuabile con una buona probabilita di successo "

Gur rispose " no "

Rabin disse " l'ultimatum dei terroristi scade domani alle 2 del
pomeriggio , io allora dico che il governo israeliano accetta di
trattare coi terroristi per la liberazione degli ostaggi , le
trattative verranno portate avanti dal governo francese , non
cercheremo di guadagnare tempo ma tratteremo seriamente, allo stesso
tempo lavoreremo per vedere se e sempre possibile attuare un
operazione militare "

Peres disse " non sono daccordo "

Rabin rispose ' non avevo dubbi "

Peres alzo la voce " noi non abbiamo mai accettato in passato di
trattare con terroristi che uccidono i civili, se trattiamo con i
terroristi il mondo ci sorridera ma non ci rispetteranno, se li
attacchiamo magari il resto del mondo ci sara contro ma almeno ci
rispetteranno, anche se molto dipendera dal esito del operazione "

Rabin rispose " accidenti a te Shimon e alla tue retorica, se hai una
proposta fatti avanti e noi la ascolteremo , noi giochiamo con le
vite dei nostri fratelli, sai cosa ci diranno se non trattiamo ?
Che dopo la guerra del Kippur abbiamo scambiato prigionieri egiziani
e siriani per avere indietro i corpi dei nostri soldati morti in
battaglia, come posso adesso rifiutarmi di trattare per riportare a
casa degli Ebrei prima che stanno per essere giustiziati ? "

Peres non disse piu niente e quando si ando' al voto anche lui voto a
favore di intavolare trattative con i terroristi .

la mattina dopo , poco ore prima della scadenza del ultimatum Israele
disse di essere pronto a trattare con i terroristi .

Il capo del opposizione Menahem Beghin ( storico nemico di Rabin )
chiese di parlare privatamente con Rabin e gli disse " Signor primo
ministro questa non e una diatriba fra governo e opposizione questa e
una questione di interesse nazionale , e io rendero pubblico che
qualsiasi decisione prenda il governo per aiutare a salvare la vita
di Ebrei innocenti verra supportata dal opposizione.

Rabin colpito dalle parole di Beghin gli strinse la mano e lo
ringrazio .

Poche ore dopo le agenzie di stampa di tutto il mondo annunciavano "
Israele si arrende ai terroristi "

Poco dopo i Francesi annunciavano che i terroristi acconsentivano di
allungare la scadenza del ultimatum di 48 ore per agevolare le
trattative .

Il giorno dopo il generale Poram irruppe nel ufficio di Rabin e gli
disse " Peres e Gur stanno lavorando ad un piano e dicono che e
fattibile "

Rabin rispose " ci credo solo quando lo vedo "

ma il piano era veramente pronto e Rabin lo studio e lo approvo .

Alla riunione di governo del giorno dopo disse " come sapete ero
favorevole a trattare coi terroristi in mancanza di un piano
militare , ma adesso il piano ce lo abbiamo "

Gur comincio a spiegare il piano al governo di Israele nei minimi
dettagli, di come avrebbero preso possesso del aeroporto fino anche
alla distruzione del aviazione ugandese "

Alcuni ministri chiesero " quanti uomini valutate che perderemo nel
operazione ? "

Rabin rispose " non ho idea di quanti morti subiremo fra gli ostaggi
e fra i soldati che manderemo in Uganda , ma anche se fossero 15 o
magari 20 io sono a favore del operazione "

Un altro chiese " e sei sicuro che sia meglio questa operazione che
trattare coi terroristi ? "

Rabin disse " non ho nessun dubbio che un operazione militare sia
meglio che trattare coi terroristi anche se le perdite saranno
pesanti "

Il governo Israeliano approvo immediatamente l'opzione militare
dopodiche ancora una volta Beghin chiese di parlare con Rabin e gli
disse " signor primo ministro ieri non cera nessun piano militare e
io le ho dato la mia approvazione a trattare coi terroristi, oggi che
abbiamo un piano militare che vuole riportare a casa degli ebrei in
pericolo di vita, anche io le do la mia massima approvazione e tutto
il mio supporto, e possa DIO riportare tutti i nostri a casa in
salute "

Quando gli Hercules israeliani decollarono ,verso Entebbe , i
ministri israeliani si riunirono in una stanza da cui potevano
seguire tutta l'operazione via radio .

Nei suoi ricordi Rabin scrisse " seguire l'operazione via radio era
molto frustrante sentivi solo qualche parola ed ordini ma non sapevi
cosa succedeva esattamente , ma l'operazione fu brillante e fu
condotta come previsto senza nessuno sbaglio da parte nostra, la piu
brillante operazione mai avvenuta al di fuori del territorio
israeliano , quando l'ultimo degli Hercules decollo da Entebbe con
direzione Israele, i ministri Israeliani alzarono i loro bicchieri
per un brindisi, e tutti dissero LECHAIM ( alla vita ).

Poche ore dopo in tutte le strade di Israele la gente ballava, e da
tutto il mondo ( salvo rarissime eccezzioni ) giunsero sinceri
messaggi di amicizia e di complimenti ad Israele .

Quella probabilmente fu la notte piu lunga per Itzhack Rabin , ma
anche la piu bella.

Alon


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13 giugno 2008

Israele: araba musulmana diventa membro di un Kibbutz

 

Un'araba israeliana di religione musulmana, Amal Carmiyeh, è divenuta nei giorni scorsi membro a pieno titolo, assieme ai due figli, di un kibbutz, quello di Nir Eliahu, vicino a Kfar Saba. Carmiyeh, originaria di Kalansuwa , aveva già mandato i suoi due due figli a Nir Eliahu, quando erano piccoli. Successivamente, è stata assunta come infermiere e poi, diversi anni fa, ha iniziato a vivere nel kibbutz (in lingua ebraica: ?????; forma associativa volontaria di lavoratori dello stato di Israele basata su regole rigidamente egualitaristiche e sul concetto di proprietà comune. Risale all'inizio del XX secolo, ed è stato uno degli elementi fondamentali nello sviluppo di Israele, sia per la forte carica ideologica socialista, sia per il fattore innovativo che portava in un'area in cui l'agricoltura era a puri livelli di sussistenza).
Carmiyeh e i suoi figli sono stati accettati come membri effettivi già da cinque famiglie. "Il che significa che i kibbutzim hanno una visione liberale della vita, accettando senza remore anche le diversità culturali e religiose", ha riferito Leshem Aviv, portavoce del Movimento Kibbutz. "I membri del Kibbutz hanno rispetto per la scelta di Amal Carmiyeh, e la scelta di accoglierla tra i propri membri, è di certo una scelta legittima. Anche se questo non va interpretato come un atto politico, o l'inizio di una nuova tendenza". "L'ameremo e saremo tutti felici di vivere con lei, ma non diamo altri significati alla questione", ribadisce la responsabile del centro di accoglienza del kibbutz. Amal possiede un'apertura mentale che le permette di acccettare le nostre diversità. Ma credo non vi saranno molti esempi come questo."

Graziella moschella
grazie a chicca


11 maggio 2008

Il primo kibbutz etiope – a Ghedera!

 

Basta guardare Asanka Darba chinarsi per prendersi gentilmente cura delle piante di sedano e basilico che crescono nel suo orto a Ghedera per capire che nel profondo del cuore lui è ancora un contadino. Darba, un immigrato etiope di circa cinquant'anni, può anche aver lasciato in Etiopia il suo appezzamento ed essersi trasferito in Israele, ma il suo legame con la terra non si è sciolto. “Chi altri può raccogliere un pugno di terra, annusarla e sapere che cosa può piantare nel suo orto?” esclama Yovi Tashome, uno dei membri del kibbutz urbano di Ghedera che sta aiutando Darba a coltivare il suo fazzoletto di terra. Appena arrivato in Israele dall'Etiopia Darba era stato assunto dal commune di Ghedera prima come bidello e poi come giardiniere dei parchi cittadini. Ora che è disoccupato, per la prima volta ha un terreno tutto suo dove coltivare erbe aromatiche e verdure ed è evidente che ne va molto orgoglioso.

L'idea dei giardini comunitari è solo uno dei progetti creati dai membri del kibbutz urbano, un gruppo di giovani, per lo più etiopi. Due anni fa hanno dato vita al “kibbutz urbano” nel quartiere Shapira, dove la maggior parte degli abitanti etiopi di Ghedera (circa 1.700 famiglie) risiede. Oggi fanno parte del kibbutz 11 famiglie, quasi tuttte etiopi. Oltre ad occuparsi di agricoltura, i membri del gruppo sono impegnati in attività socio-educative.

Yovi Tashome, 31 anni, è arrivata in Israele quando aveva 6 anni. Come molti altri figli di immigrati, ha frequentato una scuola religiosa a tempo pieno e ha trascorso gli anni delle superiori in un kibbutz religioso. Yovi descrive come uno shock culturale il passaggio dal rassicurante ambiente esclusivamente etiope della sua infanzia a quello misto e con una forte coscienza di classe del kibbutz. “Quel periodo buio, quando ero una cittadina di terza classe a paragone con i membri del kibbutz e con gli israeliani in generale, ha provocato in me una crisi d'identità”, racconta. Dopo aver completato il servizio militare, Yovi ha lavorato come istruttrice per il Club Escursionisti della Società per la Protezione della Natura Israeliana (SPNI). È stato in quel periodo che ha capito l'importanza di lavorare in quartieri come questi, “per mettere gli abitanti in relazione reciproca e dare loro la senzazione di appartanere a una comunità con l'obiettivo di cambiare veramente le cose”. Così Yovi Tashome ha contattato Nir Katz, la persona responsabile dei club escursionisti etiopi della SPNI , e insieme hanno fondato a Ghedera un primo nucleo, che si è poi sviluppato nel kibbutz urbano. Secondo quanto dice Katz, il kibbutz urbano non è un'associazione economica, ma unisce persone legate da un progetto e da un'idea comuni. “In un mondo alienato noi cerchiamo di creare la nostra società personale”, dice. “L'obiettivo di questa associazione è di promuovere un cambiamento sociate per noi stessi e per l'ambiente in cui viviamo”.

Le famiglie dei membri del kibbutz vivono in appartamenti in affitto che si trovano tutti a pochi passi l'uno dall'altro. Hanno anche deciso di stabilirsi nelle vicinanze del quartiere, e non al suo interno. “Siamo così coinvolti nella vita del quartiere che abbiamo deciso di mantenere una certa distanza dalle sue dinamiche interne”, spiega Tashome. Di solito i membri del kibbutz celebrano insieme le festività ebraiche e insieme organizzano gite nei fine settimana.

Inoltre, sembra proprio che stiano confermando l'antica propensione dei kibbutz a discutere e dibattere questioni concettuali che riguardano innanzi tutto l'identità del gruppo e la sua natura specifica. Proprio in questo periodo, dopo che numerose famiglie hanno chiesto di poter entrar a far parte del gruppo, è in atto un acceso dibattito su questioni come il diritto di voto, l'età minima dei nuovi membri, l'entità del contributo richiesto a ciascuno a favore della comunità, l'accettazione di coppie religiose, ecc. Queste discussioni vengono condotte formalmente in un forum denominato “Beit Hamidrash”, che si riuniche ogni mercoledì.

Oggi sono circa 400 i giovani che traggono beneficio da queste attività. Queste iniziative sono inivitabilmente entrate anche nel campo dell'educazione formale. Tzachi Azaria e Ilana Malek, due membri del kibbutz urbano di Ghedera, trascorrono le loro giornate nel locale liceo per promuovere un programma volto a prevenire l'abbandono scolastico. Un altro programma prevede l'offerta di lezioni aggiuntive che gli insegnanti, alcuni dei quali sono etiopi, danno direttamente a casa dei bambini.

I membri del gruppo sono coinvolti nelle attività socio-educative, o come volontari o come dipendenti stipendiati. Un appartamento è stato trasformato in un club giovanile dove le attività sono modellate su quelle di un gruppo escursionisti. Sono stati creati molti altri gruppi, tra cui uno in cui i genitori possono discutere problemi di famiglia in amharico e un altro per emancipare le ragazzine. 
Adattato da Tamar Rotem, Haaretz | www.haaretz.com


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