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25 giugno 2011

Gli ultimi giorni dell'Europa

 


Walter Laqueur
Gli ultimi giorni dell'Europa
Marsilio

L'Europa è alla fine, questo libro dello storico israelo-americano ti apre gli occhi su quello che succederà entro pochi anni, e che nessun giornale e nessuna Tv ti hanno ancora raccontato. Cosa accade quando il crollo demografico coincide con una massiccia immigrazione? "Gli ultimi giorni dell'Europa" ci spiega come l'immigrazione incontrollata dall'Asia, dall'Africa e dal Medio Oriente ha popolato l'Europa di persone che non hanno alcun desiderio di integrazione e tuttavia non rinunciano ai servizi sociali, all'assistenza medica convenzionata, ai sussidi di disoccupazione che offrono loro i paesi ospitanti.

  

Cordiali saluti a tutti i liberi e laici    
Marcus  Prometheus




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21 ottobre 2010

Costruire la razza nemica


Francesco Germinario
Costruire la razza nemica.
La formazione dell’immaginario antisemita tra la fine dell’Ottocento
e gli inizi del Novecento
UTET

Un viaggio nel secolo breve dell’antisemitismo politico e dell’apparato ideologico che gli fece da puntello ideologico: in un saggio magistrale per completezza della disamina e ricchezza delle fonti, l’autore smonta, pezzo per pezzo, tutto l’edifico su cui è stato costruito il moderno pregiudizio antiebraico negli ultimi 150 anni, addentrandosi nelle motivazioni più sottili e nascoste. Dall’Affare Dreyfuss ai Protocolli, dalle teorie del complotto all’antisemitismo di Stato o di matrice cattolica.
Un percorso nello stereotipo dell’ebreo così come si è costruito nella mente del nemico tanto da produrre gli esiti devastanti da tutti conosciuti: pogrom, sterminii fino ad arrivare alla Shoah.
 


 




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20 ottobre 2010

Un libro che a me è piaciuto molto...

Danny l'eletto (titolo originale The Chosen) è un romanzo di Chaim Potok pubblicato nel 1967 ambientato a Brooklyn nel secondo dopoguerra. Il libro narra la storia dell'amicizia tra due adolescenti ebrei, Reuven Malter, figlio di uno studioso del Talmud, e Danny Saunders, figlio di un rabbino chassidim.




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18 aprile 2010

Yoram Kaniuk - Il comandante dell’Exodus

 

Yoram Kaniuk
Il comandante dell’Exodus
Einaudi

E’ la storia di Yossi Harel, il comandante dell'Exodus, una delle quattro navi che, tra il 1945 e il 1948, tentarono di portare in Palestina gli ebrei sopravvissuti all'Olocausto, sfidando il divieto inglese di introdurre profughi in quella terra che era sotto il mandato britannico. Ma l'Exodus fu attaccata dai soldati inglesi e costretta a far rotta verso Amburgo, i suoi passeggeri furono ammassati in campi di internamento e solo con la fine del mandato britannico poterono tornare in Palestina. In questo libro l’autore testimonia uno dei periodi piú drammatici della storia ebraica interrogandosi su quella tragedia con emozione, sensibilìtà e un linguaggio capace di poesia.
 


 


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
 




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6 aprile 2010

L’Unione Sovietica e la Shoah


 

 

Antonella Salomoni
L’Unione Sovietica e la Shoah
Genocidio, resistenza, rimozione
Il Mulino

L'annientamento della popolazione ebraica compiuto dai nazisti durante l'invasione dell'Unione Sovietica è rimasto per lungo tempo poco studiato a causa della difficoltà degli storici di accedere agli archivi sovietici. Oggi invece la pubblicazione di una grande quantità di materiali permette non solo di ricostruire le modalità della "soluzione finale" sul fronte orientale, ma anche di illustrare le contraddizioni della politica dell'Urss di fronte alla nazione ebraica e allo sterminio. Il volume mette in evidenza i principali aspetti della Shoah nei territori sovietici occupati dai nazisti: l'immediata esecuzione degli "ordini" d'identificazione e soppressione su base razziale; il ruolo del collaborazionismo delle popolazioni locali e il loro coinvolgimento negli eccidi avvenuti durante il conflitto.
 




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20 febbraio 2010

La Massoneria e l’emancipazione degli ebrei

Ebraismo e Massoneria nel Settecento Tedesco

Martedì 23 febbraio, alle 20.30

Relatori: Gianluca Paolucci, Marino Freschi e Roberta Ascarelli

Ebraismo e Massoneria nel Settecento Tedesco
Cultura Tedesca, rivista semestrale, numero 34, gennaio-giugno 2008.
di AA.VV.
Carocci Editore.

Con un comitato scientifico di evidente prestigio, composto da studiosi di confermata fama internazionale, Cultura Tedesca articola ogni numero in una seziona monografica dedicata a un autore significativo oppure a un luogo emblematico di quella cultura (Austria, Praga, Trieste) o a movimenti, motivi, correnti (Romanzo, Mito, Simbolo, Poesia e Immagine, Ebraismo). La seconda sezione è riservata a interventi liberi con saggi, articoli, rassegne, recensioni.

Indice del numero:

  • La Massoneria e l’emancipazione degli ebrei di V. Paolo Gastaldi

  • Maschere, messianesimo e Massoneria. Die Brüder St. Johannes des Evangelisten aus Asien in Europa di Roberta Ascarelli

  • Polizey, Politia. Una modernizzazione ambigua di Giuseppe Cengiarotti

  • Massoneria ed ebraismo in Germania tra Settecento e Ottocento di Gianluca Paolucci

Saggi

  • «Scusi, ma Lei dove ha imparato il tedesco?» di Luigi Forte

  • Un uomo difficile (Luigi Golino, 1933-2006. In memoriam) di Ulderico Pomarici

  • Aspetti dell’altro e dell’oltre: sorella luna, comare morte di Tatiana Floreancig

Recensioni

Gianluca Paolucci è docente di Lingua e Traduzione Tedesca presso l’Università di Cassino e dottorando in Culture e Letterature Comparate presso l’Università di Roma Tre. Ha studiato e fatto ricerca in Germania, a Berlino e a Weimar. Ha scritto saggi sulla letteratura mitteleuropea, su Goethe e l’esoterismo, su Kafka e Kleist, sul rapporto tra ebraismo e massoneria nel Settecento tedesco. Attualmente la sua attività di ricerca si concentra sul legame tra letteratura e cultura massonica nella Germania dell’“età di Goethe”, in particolare nelle opere di Lessing, Schiller, Wieland e Goethe. Collabora alla redazione della rivista “Cultura Tedesca”.

Marino Freschi è professore ordinario di Letteratura Tedesca presso l’Università di Roma Tre e cura l’area di germanistica dell’Università di “Suor Orsola Benincasa” di Napoli. Ha pubblicato numerosi saggi sulla civiltà letteraria tedesca e austriaca tra Settecento e Novecento e in particolare su Kafka, Goethe, Thomas Mann. Ha dedicato una monografia alla letteratura del Terzo Reich, si è occupato di letteratura jiddisch e di cultura esoterica e massonica nell’area di lingua tedesca. Fra i suoi volumi ricordiamo: Dall’occultismo alla politica. L’itinerario illuministico di Knigge (1752-1796), AION 1979; Goethe. L’insidia della modernità, Donzelli 1999; Praga. Viaggio letterario nella città di Kafka, Editori Riuniti 2000; L’Utopia nel Settecento tedesco, Liguori 2004; La letteratura tedesca, Il Mulino 2008. Ha curato la Storia della civiltà letteraria tedesca, in due volumi per la Utet. È direttore della rivista “Cultura Tedesca”.

Roberta Ascarelli è professore ordinario di Lingua e Letteratura Tedesca presso l’Università di Siena (sede di Arezzo) e di Cultura jiddisch presso la stessa Facoltà. Ha insegnato germanistica a Roma e Toronto e giudaistica a Vienna e Düsseldorf. Si è occupata della letteratura fin de siècle a Vienna (in particolare di Schnitlzler e Hofmannsthal), di autori ebrei di lingua tedesca e della storia culturale dell’ebraismo orientale. Tra le sue pubblicazioni: Le strategie del sogno (1986), Arthur Schnitzler (1996), La decadenza delle buone maniere. Hofmannsthal incontra George (2004). Ha curato i volumi Ebraismo occidentale e orientale, Siena 2002; Oltre la persecuzione: donne, ebraismo, memoria, Roma 2004 e la monografia Juden (“Cultura Tedesca” - 2003). E’ stata responsabile di progetti di interesse nazionale di area ebraico-tedesca. Dirige la rivista “Daf Werkstatt” ed è redattore della rivista “Cultura tedesca”.

Ingresso libero fino ad esaurimento posti (60).

Per qualsiasi ulteriore informazione, è possibile contattarci direttamente allo 06 6868400 oppure, via email, all’indirizzo info@aseq.it




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21 novembre 2009

Libri / Le marce della morte

marce_morte1.jpg (38398 byte)

"Kein Häftling darf lebendig in die Hände des Feindes fallen". Era il 14 aprile 1945 e Heinrich Himmler, capo supremo delle SS, ordinava che nessun prigioniero sarebbe dovuto cadere vivo in mani nemiche.
Negli ultimi mesi della Seconda Guerra mondiale, i prigionieri presenti nei campi di concentramento erano circa 714mila. Con l'arrivo degli anglo-americani da ovest e dell'Armata Rossa da est, tra l'aprile 1944 e la primavera 1945, moltissimi di questi prigionieri vennero costretti ad una nuova agonia: l'evacuazione dai campi e le cosiddette "marce della morte".
Centinaia di migliaia di detenuti, già stremati da mesi di privazioni, violenze e lavori forzati, venivano obbligati a marciare fino alle prime stazioni ferroviarie utili. Dopo un viaggio reso estenuante da ogni tipo di stenti, i prigionieri dovevano camminare ancora per chilometri per raggiungere i campi di raccolta. Quelli che non riuscivano a stare al passo o che tentavano di fuggire venivano trucidati dalle guardie di scorta.
Per la prima volta le marce della morte non sono più considerate come epilogo della vita dei campi di concentramento, ma come capitolo centrale della storia del genocidio nazista, iniziato nel 1941 e conclusosi con la fine della guerra, inteso nella sua prospettiva più ampia.
Daniel Blatman, docente all'Università ebraica di Gerusalemme, con alle spalle diversi lavori sulla storia degli ebrei, supera l'approccio assunto nei dibattiti processuali del dopoguerra, che si concentrano sull'aspetto amministrativo e burocratico, e quello di molta storiografia tra gli anni '60 e '90, che considera la fase dell'evacuazione soltanto come "l'ultimo atto omicida di matrice ideologica nel contesto della soluzione finale". Basti pensare solo al fatto che in questa fase le vittime non sono più identificabili con una precisa etnia, ad esempio gli ebrei, o con un gruppo religioso, ad esempio i testimoni di Geova.
Blatman ha consultato le indagini processuali condotte nella Repubblica Federale Tedesca e in Austria e le innumerevoli testimonianze di sopravvissuti, sparse negli archivi di tutto il mondo. Collocate nell'ampio contesto culturale, politico e militare in cui avvenne l'evacuazione, le marce dei prigionieri si intrecciano con la fuga dei civili profughi dall'Est, terrorizzati dall'avanzare dei sovietici, e con le vicende della popolazione tedesca, smarrita e confusa dinanzi al precipitare degli eventi. L'importanza dello studio consiste anche nella ricchezza e varietà degli episodi di microstoria, il più emblematico dei quali fu il massacro di Gardelegen, cittadina dell'Altmark, in Sassonia, nell'aprile 1945.
Con una scrittura agile, Blatman riesce egregiamente nel suo sforzo storico e narrativo ad indagare l'identità, l'emotività e le motivazioni di carnefici, vittime, liberatori, ma anche dei civili tedeschi, che la confusione degli ultimi mesi di guerra e la quotidianità carica di tensione trasformarono anche in occasionali carnefici.

Le marce della morte. L'olocausto dimenticato dell'ultimo esodo dai lager
di Daniel Blatman
Rizzoli, pagg. 672, 28,50 euro

alessandra ferretti

il sole 24 ore




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10 novembre 2009

GLI SCOMPARSI - DANIEL MENDELSOHN

Daniel MENDELSOHN, Gli scomparsi (Tit. orig. The Lost. A search for six of six million), traduz. di Giuseppe Costigliana, p.722, Neri Pozza, Collana Bloom, 2007, ISBN 9788854502253

Daniel Mendelsohn è un ebreo laico americano appartenente alla terza generazione di una famiglia di ebrei provenienti da Bolechow, (oggi
Bolekhiv) ---- uno stethl dell'Europa orientale (Galizia) passato dall'impero austro ungarico ai polacchi, poi ai sovietici ed infine all'Ucraina --- riusciti ad emigrare negli Stati Uniti appena in tempo prima dell'inizio della Shoah.

Insegna greco antico a New York.

Proprio così: colui che si potrebbe immaginare ossessionato dall'Europa centrale lacerata nel corso dei secoli tra L'Austria-Ungheria, la Germania, la Polonia, l'Ucraina e la Russia, è in realtà un appassionato dell'antica Grecia, della mitologia, dei grandi classici latini e greci.

Lui stesso, in un'intervista, ha spiegato le ragioni di questo amore dicendo: "Io sono ebreo ed omosessuale. La componente ebrea, in me, è la componente della tradizione della famiglia, del dovere. La componente greca, pagana, è quella del desiderio e del piacere".

Articoli e saggi di Mendelsohn compaiono sul New Yorker, sul New York Times Book Review, sull' Esquire e Paris Review e in volumi antologici. Gli scomparsi non è il suo primo libro: prima di questo, nel 2001 aveva pubblicato The Elusive Embrace: Desire and the Riddle of Identity", che era stato premiato come libro dell'anno dal New York Times e dal Los Angeles Times.

Questo libro è il risultato della ricerca personale che Daniel Mendelsohn ha condotto per far luce sul destino di alcuni membri della sua famiglia scomparsi nell'Olocausto.

Com'è nato Gli scomparsi? Fin da bambino, Daniel Mendelsohn si appassiona alla storia della famiglia, ricostruisce l'intricatissimo albero genealogico, ascolta
le storie che gli racconta il nonno: a poco a poco riesce a delineare il quadro dell'ascendenza familiare risalendo per tre o quattro generazioni. Ma si accorge che ci sono alcune persone di cui non si parla mai, a proposito delle quali il nonno, di solito tanto loquace e generoso di aneddoti di ogni genere, diventa improvvisamente muto: si tratta del prozio Schmiel (fratello del nonno) e della sua famiglia.

Di lui viene a sapere soltanto che non è riuscito ad arrivare in America, che è rimasto a Bolechlow con la moglie e le sue "quattro bellissime figlie" e che tutti loro sono stati "uccisi dai nazisti" nel 1941.

Ma quando, esattamente? E dove? E come? Ogni volta che Daniel formula queste domande, tutti i parenti tacciono. Dello zio Schmiel e della sua famiglia nessuno vuole parlare.

Daniel però ricorda che, quando era un bimbetto di sei-otto anni, tutte le volte che entrava in una stanza in cui c'erano dei parenti ebrei, questi scoppiavano in lacrime ed esclamavano: "Oh, come assomiglia a Schmiel!"

Daiel Mendelsohn Gli scomparsi
Schmiel Jäger


Alla morte dell'amato nonno, Daniel scopre le lettere che Schmiel aveva inviato nel 1939 a suo fratello già negli Stati Uniti. La lettura di queste lettere lo spinge ad una ricerca che in un primo tempo realizza sulle carte di famiglia e utilizzando tutte le risorse che oggi Internet offre, ma che in una seconda fase svolgerà "sul campo", andando in cerca di persona (accompagnato dal fratello minore Matt, eccellente fotografo) della manciata di sopravvissuti allo sterminio degli ebrei di Bolechow ancora viventi e che si trovano sparpagliati dall'Australia a Israele, dall'Olanda all'Austria.

Spera, attraverso i loro ricordi e le loro testimonianze, di ricostruire la storia dei suoi scomparsi.

In effetti, quello di cui Daniel si rende conto, man mano che la sua ricerca procede, è che con lo sterminio di tutta la popolazione ebrea di Bolechow non solo lo zio Schmiel e la sua famiglia sono "perduti" ("lost", è il titolo originale inglese), ma è
Daiel Mendelsohn Gli scomparsi tutto un mondo, che è andato perduto, un mondo e la sua cultura e, in parte, anche la sua lingua.

Il racconto di Mendelsohn è commovente, talvolta persino divertente, costruito come un giallo. E' un "Alla ricerca di un passato familiare perduto" che evoca l'opera di Proust, che lo scrittore ha riletto attentamente prima di immergersi nella realizzazione di questo testo.

Ebreo di terza generazione, l'ultima ad avere la possibilità di contattare sopravvissuti della Shoah, Daniel Mendelsohn realizza un vero capolavoro, una testimonianza dell'indicibile in lotta con i tabu di questo periodo storico.

Il suo non è però un ennesimo libro sulla  Shoah.

 E' innanzitutto un'opera letteraria, che cerca di dare una risposta ad una domanda fondamentale, per uno scrittore: come scrivere di un passato che non si è conosciuto? Cosa possiamo sapere del destino di uomini e donne svanito da così tanto tempo?

Mendelsohn parte dunque per un viaggio nella "terra dei padri", va a Bolechow in cui la popolazione (diecimila abitanti circa), prima della guerra era composta per un terzo da ebrei, un terzo da ucraini ed un terzo da polacchi. Dopo la guerra, di ebrei ne erano rimasti solo 48...

Il viaggio è deludente, Mendelsohn non apprende che banalità, del genere "tre culture che coabitavano bene", etc.

Torna in America ed ecco, qualche mese dopo, il punto di svolta.

Una sera squilla il telefono. E' un sopravvissuto di Bolechow che chiama dall'Australia: "... lei non mi conosce, ma io ho saputo che cerca notizie su Bolechow. Io posso esserle utile". Inizia così per Daniel Mendelsohn, questo specialista di culture antiche, una Odissea che da New York lo porta in Australia, Praga, Tel Aviv, Vilnius; dalla Svezia a Vienna, e poi ancora in Danimarca e di nuovo, infine, in Ucraina...

Un'odissea in cui a poco a poco comincia a pensare di essere "alla ricerca della storia sbagliata -- la storia del modo in cui sono morti, piuttosto che quella del modo in cui sono vissuti".

Mendelsohn non vuole parlare di morti.

Tenta di restituire, a Schmiel ed alla sua famiglia, una vita che è stata loro rubata, un'umanità fatta di dettagli di vita quotidiana, quella che fu la "loro" vita. Il viaggio deve servire a salvare i suoi parenti "dalle generalizzazioni, dai simboli, per render loro la loro individualità", a "riportare in vita gli scomparsi" (p.287).

Le testimonianze dei dodici sopravvissuti allo sterminio degli ebrei di Bolechow  ancora viventi, le domande che fa loro, sono prive di sentimentalismo ma ricche di partecipazione emotiva.

Confronta i nuovi dati che apprende con i dati di cui è già a conoscenza.
A tutti pone la medesima domanda: "Vi ricordate di Shmiel e della sua famiglia?".
Le risposte sono tante, a volte reticenti, a volte contraddittorie, si tratta di dar forma e senso ad un puzzle, "sistematizzare il sapere", "ordinare una massa informe di dati [...] imporre ordine al caos" per ricostruire un tessuto familiare e con esso, inevitabilmente, anche il destino di una collettività la maggior parte della quale annientata ed i cui pochissimi superstiti sono adesso sparsi per i quattro angoli del mondo.

Daniel Mendelsohn Gli scomparsiLoro, i testimoni diretti (tutti ormai quasi novantenni) delle Atkionen naziste (e ucraine) che tra il 1942 e il 1943 avevano praticamente cancellato la presenza ebraica nel paese d'origine mostrano una grandissima dignità quando guardano vecchie foto per ricordare, risvegliare la memoria per raccontare com'era quel "paese d'altri tempi".

Nel libro ci sono molte immagini. Ci sono le vecchie foto di Schmiel, di sua moglie e delle figlie ma anche di alcuni dei sopravvissuti e ci sono anche le foto scattate da Matt, il fratello di Daniel, ai vari testimoni.

La presenza delle immagini nel testo e del loro ruolo di attivazione della memoria non può, ovviamente, non ricordare Sebald e d'altra parte lo stesso Mendelsohn lo cita, anche se indirettamente.
E poi, si, si, certo,  anche a me è venuto    subito in mente il Sebald  de
Gli emigrati...

La somiglianza tra il libro di Mendelsohn e quelli di Sebald però finisce qui, perchè per Mendelsohn il significato delle immagini si collega piuttosto alla grande letteratura classica: "Il significato delle immagini --- come possono costituire un divertimento per alcuni, e suscitare una profonda, persino sconvolgente commozione per altri --- è il tema di uno dei passi più celebri della letteratura classica. Nell'Eneide, il poema epico di Virgilio che quanti sono sopravvissuti a catastrofiche distruzioni riveste un particolare significato" e ricorda in particolare il passaggio in cui Enea, a Cartagine, si trova davanti un dipinto raffigurante scene della guerra di Troia e ne rimane profondamente turbato: "Per i cartaginesi quel conflitto era semplicemente un motivo decorativo, [...] per Enea, naturalmente, riveste ben altro significato e davanti a quella immagine che narra la sua vita scoppia in lacrime".

Mendelsohn, con una grande sensibilità, comprende che queste immagini che per lui non sono che interessanti, istruttive o al massimo commoventi hanno, per i sopravvissuti "il potere improvviso di ricordare alle persone alle quali le mostravo adesso la vita ed il mondo dal quale erano stati strappati" perchè queste persone sono, a differenza di lui, ebreo di terza generazione, sono "persone [...] ricche di memoria ma povere di ricordi"

E gli torna in mente il celeberrimo  verso dell'Eneide: "Sunt lacrimae rerum":  ci sono lacrime nelle cose, "ma noi piangiamo tutti per ragioni differenti".


Daniel Mendelsohn Gli scomparsi



Una componente originalissima del testo di Mendelsohn (continuo a chiamarlo "testo" perchè mi rifiuto di incasellarlo in un "genere" classificandolo come romanzo, biografia, ricerca storica, raccolta di testimonianze, perchè il libro è tutte queste cose insieme) è il fatto che la storia della ricerca è "accompagnata" dall'inserimento di riflessioni esegetiche su alcuni corposi e fondamentali passi della Torah.

   Mendelsohn   utilizza  questi  passi  come griglia di lettura per le vicende storiche di cui va narrando e delle tematiche che va esplorando: la Genesi e il Diluvio (creazione ---> distruzione, Olocausto ----> rinascita attraverso pochi sopravvissuti), il conflitto/rivalità tra fratelli (Caino ed Abele: perchè il nonno non mandò al fratello rimasto in Europa i soldi per il viaggio in America che avrebbe potuto salvare la vita a lui ed alla sua famiglia?), il viaggio (il viaggio di ricerca di Mendelsohn, il viaggio in America del nonno, il viaggio di emigrazione verso Paesi sconosciuti --- Abramo --- il viaggio di ritorno in patria --- Odisseo), il viaggio in Palestina di un altro dei fratelli del nonno, negli anni '30, il viaggio/percorso di conoscenza, il viaggio nel tempo passato.

Quello che emerge a poco a poco e in modo sempre più distinto dalla lettura de Gli scomparsi non è soltanto l'individualità di Schmiel Jäger, della moglie Ester e delle figlie Lorka, Frydka, Ruchele e Bronia (di cui all'inizio della ricerca l'autore non conosceva nemmeno i nomi propri) ma i caratteri dei testimoni, la loro personalità, il loro essere accomunati ma anche divisi da un passato comune,  il loro non riuscire a prendere emotivamente le distanze dalle terribili esperienze di sessantanni prima   che li hanno segnati per sempre ("qualcosa si è spezzato dentro", è una frase ricorrente) nonostante il radicale cambiamento determinato dall'essere emigrati in paesi, continenti, culture e lingue diverse da quelle di origine.


Gli scomparsi è un libro molto bello e coinvolgente, ricco di storie dentro altre storie: c'è la storia della famiglia di Schmiel, la storia di una comunità (gli ebrei di Bolechow), la storia di una ricerca storica, le storie dei sopravvissuti, le storie di viaggi nel tempo, nello spazio, nella memoria... la storia della attuale famiglia americana di Daniel e del suo rapporto con i propri fratelli...

Certo, occorre una certa attenzione per non perdersi nelle decine e decine di nomi di quasi quattro generazioni (ma in questo aiuta molto l'albero genealogico posto proprio all'inizio del libro) e dei testimoni, nel labirinto delle continue scoperte, smentite, ipotesi, tentativi di verifica delle ipotesi, testimonianze a volte contraddittorie, nella struttura linguistica spiraliforme.

Come tutti i grandi libri, la lettura  de  Gli scomparsi  richiede   pazienza ed attenzione, ma il testo di Mendelsohn si legge molto scorrevolmente e l'autore si rivela, pagina dopo pagina, un grande scrittore.

Nella sua ricerca, Mendelsohn si comporta come un detective che vuole sapere, non giudicare.

Non cerca il "perchè" ma il "come". Più volte nel libro, e in tutte le interviste che ho letto, Mendelsohn ripete di non essere ossessionato dalla Shoah:

"Per me era solo una questione di famiglia, un interesse privato. In fondo volevo scoprire quale fosse stato il destino di zio Schmiel e degli altri" (p.402)

Procedendo in questo modo Mendelsohn si rivela non solo una persona sensibile, delicata, ricca di calore umano, rispettoso degli altri, erudito ma non pedante ma fornisce anche, in realtà, uno spaccato molto realistico e commovente sui massacri della Shoah.

Comprendendo che "Per i lettori è naturalmente più piacevole assimilare il significato di un vasto affresco storico attraverso la storia di una singola famiglia" (p.34) riesce ad innescare in chi legge quel processo di identificazione e di empatia che è indispensabile per potere, se non immedesimarsi, almeno avvicinarsi alla comprensione di un dramma che ha travolto milioni di persone. Non a caso il titolo originale del libro recita "Six of six million".

Sei milioni è solo un'entità numerica astratta, mentre il racconto dettagliato di come vennero trucidati sei individui dei quali è possibile tratteggiare personalità, piccole abitudini quotidiane ("portava la borsetta in questo modo", "aveva delle belle gambe", "teneva la casa come uno specchio") ci commuove profondamente e contribuisce molto --- può sembrare paradossale, ma è così --- ad ampliare la nostra conoscenza sulla Shoah nell'Europa orientale, sui rapporti tra ebrei ed ucraini ( "gli ucraini erano i peggiori di tutti" , ripeteva sempre il nonno di Daniel)


Joyce Carol Oates ha ragione quando dice che il libro di Mendelsohn ha molte assonanze con Alla ricerca del tempo perduto di Proust, ed Alessandro Piperno, in un articolo, scrive che Proust sembra essere "il convitato di pietra" del libro. Le frasi lunghe e sinuose di Mendelsohn, nelle quali abbondano gli incisi e le parentetiche, le sue circonvoluzioni, i ritratti di certi personaggi, la grande sensibilità che gli permette di cogliere attraverso mezze parole, uno sguardo, un accenno, i sentimenti non espressi apertamente, inespressi e inesprimibili dei suoi interlocutori.

D'altra parte, che Mendelsohn ponga in qualche modo Proust come una sorta di "nume tutelare" della sua opera lo colgo anche nel fatto che egli sceglie come epigrafi per la parte iniziale (Bereishit, ovvero il principio) e per quello finale (Vayeira, ovvero l'albero nel giardino) della sua opera proprio due  frasi di Marcel Proust.

La prima è tratta da La prisonnière:

"Quand nous avons dépassé un certain âge, l'âme de l'enfant que nous fûmes et l'âme des morts dont nous sommes sortis viennent nous jeter à poignée leurs richesses et leurs mauvais sorts..."

Superata una certa età lo spirito del bambino che era in noi e le anime dei nostri defunti profondono ricchezze e incantesimi su di noi..."

La seconda è tratta da À l'ombre des jeunes filles en fleur:

"c'est que dans l'état d'esprit où l'on «observe», on est très au-dessous du niveau où l'on se trouve quand on crée."

"...la condizione mentale di chi "osserva" è di gran lunga inferiore a quella di chi crea"


Pubblicato per la prima volta nel 2006, Gli scomparsi ha ottenuto un enorme successo in tutto il mondo ed ha già collezionato un notevole numero di premi: il National Book Critics' Circle Award, il National Jewish Book Award, il Salon Book Award, l' American Library Association Medal for Outstanding Contribution to Jewish Literature ed in Francia il Prix Médicis Etranger, prestigioso riconoscimento assegnato ogni anno a scrittori stranieri.

Daniel Mendelsohn
Daniel Mendelsohn
Foto di
Matt Mendelsohn






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30 ottobre 2009

Non smetteremo di danzare

«Giulio Meotti ci ha dato una commovente opera di cordoglio in memoria delle innumerevoli vittime della nuova ondata di antisemitismo. Lasciateci sperare che questo libro risvegli gli europei sui loro doveri verso gli ebrei, la cui veglia lungo i secoli è stata un esempio per tutti noi.» Roger Scruton.

Con un atto di accusa verso la politica europea degli ultimi anni, acriticamente favorevole alle ragioni dei palestinesi, il lavoro di Giulio Meotti (“Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri d'Israele”, Lindau, Torino, 2009) intende denunciare la cattiva coscienza dell’Occidente che ha rimosso il destino e persino il nome di migliaia di israeliani assassinati negli ultimi decenni di campagne terroristiche, e al contempo raccontare la tragedia del Medio Oriente da una prospettiva insolita ma significativa, in cui convivono la storia e la cronaca, la dimensione pubblica della testimonianza e quella privata del ricordo e del dolore.
“Non smetteremo di danzare” è un libro scritto per raccontare i martiri di Israele, per non dimenticare i loro nomi. Sono storie che parlano di coraggio, di disperazione ma anche della voglia di continuare a vivere. Nei quattro anni occorsi per scriverlo, Meotti ha incontrato e parlato con moltissime persone per dar loro voce: non certo per fare una cinica conta dei caduti, ma per arricchire la riflessione e riproporre punti di vista spesso trascurati dall’opinione corrente.
In Israele una famiglia ogni trecento è stata toccata dagli attentati, e per ogni attentato eseguito ne vengono sventati nove. Vi sono cerimonie funebri praticamente ogni giorno, in Israele, per le vittime del terrorismo islamico. Persone uccise per il solo fatto di essere ebree: in banca, in pizzeria, per strada, sul pullman, in un centro commerciale. Questo libro racconta le storie di questi «martiri», intrecciate spesso a quelle dei sopravvissuti della Shoah. Esiste infatti un filo continuo che corre lungo i racconti del libro e che collega le vittime dell’Olocausto di ieri con quelle degli attentati kamikaze di oggi. Una sopravvissuta alla Shoà, che deve identificare i suoi parenti vittime di un atroce attentato, si chiede appunto: «E’ davvero finito l’Olocausto?».
Uomini, donne e bambini, condannati dalla furia del fondamentalismo, «rivivono» nelle parole di figli, genitori, amici, parenti. Vittime di un odio di cui non sempre siamo correttamente informati in Europa.
Accompagna il testo una lettera all'Autore di Robert Redeker che definisce il volume: «Un libro sul coraggio». Inizia così: “Caro Giulio, ti scrivo questa lettera da un luogo segreto situato nella campagna francese, poiché, come sai, al pari di Salman Rushdie sono minacciato di morte dai fanatici islamisti. Hai scritto un libro davvero bello e importante! Sono pieno d’ammirazione di fronte alla chiarezza adamantina del tuo testo. Leggendolo sono stato invaso da una ridda di pensieri: in questa lettera vorrei esprimerne qualcuno. […]”

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Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. Ha scritto per il «Wall Street Journal». Con Lindau ha pubblicato “Il processo della scimmia. La guerra dell’evoluzione e le profezie di un vecchio biochimico” (2006). “Non smetteremo di danzare” è in corso di traduzione negli Stati Uniti, per la Encounter Books di New York.

INTERVISTA A GIULIO MEOTTI

“Non smetteremo di danzare”, un libro scritto per raccontare i martiri di Israele, per non dimenticare i loro nomi. Sono storie che parlano di coraggio, di disperazione ma anche della voglia di continuare a vivere. Nei quattro anni occorsi per scrivere questo libro hai incontrato e parlato con moltissime persone. Quali sono i loro sentimenti di fronte a queste tragedie: rassegnazione, rabbia, ostilità, voglia di vendetta?
MEOTTI: «Nessun israeliano che ha perso i propri cari in un attentato terroristico ha mai cercato o chiesto la vendetta. Alcuni hanno risposto al terrore creando fondazioni benefiche in nome dei cari uccisi e oggi assistono bambini palestinesi. Una ragazza che ha perso il padre, la madre e il fratello in qualità di ostetrica fa nascere i bambini arabi in ospedale. Nell’accostarsi al mondo dei sopravvissuti al terrorismo ti colpisce il fatalismo ottimista, la fede ancora più forte in Israele e soprattutto l’amore per la vita. Non come banale gioia di vivere, ma come santificazione, laica o religiosa che sia, della vita umana in quanto tale. I mariti che hanno perso la moglie in un attentato si sono risposati e hanno creato una famiglia più grande di prima. Nella città di Sderot, sotto i missili di Hamas, gli israeliani si sono sposati nei bunker e i bambini hanno giocato nelle abitazioni sotterranee. Nessun autista di pullman si è licenziato, anche se ogni volta guidare era come una roulette russa. La distruzione arrecata dal terrorismo al cuore di Israele è stata grande, come un “mini Olocausto” ha detto un padre. Ma Israele, la sua società, la sua cultura, ne sono usciti vincitori. Israele ha dimostrato di amare la vita più di quanto non tema la morte. Ecco cosa ci insegna la democrazia israeliana, in guerra da sessant’anni ma senza odiare il proprio nemico. E’ questo il significato più bello trasmesso dai racconti di come erano, in vita, i morti d’Israele.»

Nel libro non vi è alcun pregiudizio contro i palestinesi, ma ti verrà rimproverato di ignorare le morti palestinesi provocate dall’esercito israeliano. È una guerra dei numeri che pesa sulla democrazia israeliana?
MEOTTI: «La conta delle vittime non ha mai spiegato nulla del conflitto. Ovviamente c’è una differenza fondamentale fra i civili israeliani ammazzati nelle proprie case, ristoranti, hotel e sinagoghe, e le vittime palestinesi che hanno tragicamente perso la vita in azioni militari volte a salvaguardare l’esistenza d’Israele e a fermare la mano dei terroristi. Israele fa di tutto per non arrecare danno ai civili. Questo libro-inchiesta non fa la conta dei morti, racconta una grande storia contemporanea, il martirio ebraico nel XXI secolo, è la storia orale del conflitto mediorientale dal punto di vista della vittima che viene sempre bandita dai media, dalla cultura, dalla politica benpensante: gli ebrei. Uccisi perché ebrei in dieci anni di campagne fondamentaliste e genocide. Quasi sempre di loro non si viene a conoscere neppure il nome il giorno dopo la strage. Ho scelto di raccontare alcune delle più incredibili storie delle vittime israeliane del terrorismo perché ci parlano di questo minuscolo paese che non conosciamo veramente. E’ il “Ground Zero d’Israele”: 1.700 vittime civili e oltre diecimila feriti. Israele è un paese molto piccolo e se paragoniamo questa cifra alla popolazione degli Stati Uniti sono 70.000 vittime. In questi frammenti umani si trova a mio avviso uno dei perché d’Israele. Forse la sua ragion d’essere più importante. Questi “sommersi”, per usare un’espressione di Primo Levi, sono il pegno dell’esistenza dello stato ebraico soprattutto nell’epoca del negazionismo dell’Olocausto e della bomba atomica iraniana.»

C’è un filo continuo che corre lungo i racconti del libro e che collega le vittime dell’Olocausto di ieri con quelle degli attentati kamikaze di oggi. Una sopravvissuta all’Olocausto che deve identificare i suoi parenti vittime di un atroce attentato si chiede: “è davvero finito l’Olocausto?”. Come risponderesti a questa domanda?
MEOTTI: «Il simbolo del libro potrebbe essere un uomo che ha perso gran parte della famiglia in un ristorante a Gerusalemme e che ricorda il padre mentre fa il segno di vittoria davanti ai cancelli di Auschwitz, dove i nazisti sterminarono la sua famiglia. Le vittime del terrorismo ci rendono chiaro così che l’Olocausto è come una coda di buio che attraversa le generazioni, è il più grande tabù del mondo arabo-islamico, e uccidere un sopravvissuto ai lager è un omicidio perfetto. Con lui, si spazza via anche la memoria. La ricostruzione dopo gli attentati contiene il mistero d’Israele. Ci sono familiari che hanno dovuto riconoscere i propri cari dall’analisi del Dna, da una collanina, da qualcosa che apparteneva alla vittima. Il terrorismo ha cancellato letteralmente l’esistenza di migliaia di persone. Per questo ho scelto di raccontare e intervistare gli eroi di “Zaka”, l’organizzazione religiosa che si occupa di dare degna sepoltura ai piccolissimi lembi di carne e sangue delle vittime. Con la loro opera fermano l’annientamento provocato dal terrorismo. Non è possibile costruire la pace in Medio Oriente sull’oblio delle vittime di questa spaventosa ondata di antisemitismo. Per questo, forse, leggere il racconto di questi destini spezzati è già un atto di resistenza alla barbarie.

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Giulio Meotti, “Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri d'Israele”, prefazione inedita di Roger Scruton, con una lettera all'Autore di Robert Redeker, Edizioni Lindau, Torino, 2009, pagg. 360.




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20 ottobre 2009

Libri raccomandati Amos Elon - Requiem tedesco

 

Amos Elon
Requiem tedesco.
Storia degli ebrei in Germania 1743-1933
Mondatori (Le scie)

In questo studio di nuova impostazione e limpida obiettività, il giornalista Amos Elon ci riporta indietro di quasi due secoli e ricostruisce la vicenda degli ebrei in Germania dal 1743 al 1933: un arco di tempo che li ha visti raggiungere traguardi culturali talmente alti da far parlare di un 'secondo Rinascimento'. In questo saggio, che mette in luce il lungo processo storico che precede la tragedia dell’Olocausto, gli eventi storici decisi dagli uomini di potere sono intrecciati con le vicende dei singoli e delle classi sociali. Ne risulta un affresco convincente e fecondo, un libro che merita di essere conosciuto da tutti gli insegnanti di lingua e letteratura tedesca e non solo.


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
 




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14 ottobre 2009

Libri raccomandati: Antisemiti a sinistra di Luzzatto Voghera Gadi

L' accusa di Luzzatto Voghera: ecco i nuovi pregiudizi

L' idea di Gadi Luzzatto Voghera, autore per Einaudi di un saggio destinato ad accendere la discussione, è che l' antisemitismo non sia un' esclusiva della destra, e neppure alligni solo nella sinistra radicale. Anche alla sinistra riformista, perbene, che si accinge a far nascere il partito democratico, accade di parlare un linguaggio antisemita; «che è un linguaggio molto moderno, usato dalle diversi componenti della politica europea. Compresi i partiti di sinistra, che restano il mondo in cui mi riconosco». Luzzatto parte dal Marx della Questione ebraica, dalle invettive di Proudhon, Bakunin, Jaurès, per dimostrare che sinistra e antisemitismo non sono incompatibili. E analizza le radici dell' antisemitismo gauchiste: il terzomondismo; il mito di Arafat nuovo Che Guevara; il retaggio antigiudaico che sopravvive nel pacifismo cristiano. «Non partecipo alla denigrazione del cattocomunismo, che invece ai miei occhi conserva un certo fascino. Ma non mi sfugge che i frati delle marce di Assisi sono francescani come quelli della Custodia di Terrasanta, che fino all' avvento di padre Pizzaballa producevano documenti di incredibile virulenza antiebraica. E poi io non sono pacifista». Luzzatto denuncia un' «ipersensibilità» verso il dramma della Palestina rispetto ad altri non meno sanguinosi, «per cui i cinquemila morti arabi e i 1.500 israeliani della seconda Intifada pesano più di 250 mila bosniaci e di mezzo milione di ceceni». Ancora: «L' attitudine terzomondista presenta Israele come l' ultima potenza coloniale; Israele sarebbe l' avamposto dell' Occidente, criticare Israele sarebbe come criticare noi stessi. Non è così; se non altro perché tre quarti degli israeliani sono nati là o vengono dal Nordafrica e dal Medio Oriente». Ma alla base del libro di Luzzatto c' è la convinzione che l' avversione a Israele sia solo un aspetto dell' antisemitismo di sinistra. «Prima ancora viene il mito dell' ebreo capitalista, ricco, usuraio. Un antico luogo comune, che entra nell' immaginario della sinistra nella seconda metà dell' Ottocento e non ne esce più. Del resto l' antisemitismo non ha nulla a che vedere con gli ebrei reali, li presenta come un blocco unico, mentre gli ebrei sono un gruppo umano tra i più complessi e conflittuali. Un errore che tendono a riprodurre le stesse comunità ebraiche, quando difendono Israele sempre e comunque». Luzzatto invece rifiuta il pregiudizio «per cui l' ebreo dev' essere sempre e comunque vittima. È lo stereotipo da cui nascono le giornate della memoria, che considero una cosa non del tutto positiva. L' ebreo può anche essere altro». Da qui la critica all' urlo di Fausto Bertinotti al congresso del 2002 a Rimini, quando respinse l' accusa di antisemitismo dicendo «noi siamo ebrei». «In sé, nulla da obiettare. Poi però aggiunse: siamo ebrei così come siamo donne, disabili, omosessuali, lesbiche, neri Appunto: l' ebreo va bene solo quando è vittima». Il libro cita criticamente editoriali e interviste di intellettuali e politici importanti. Sostiene Luzzatto che «il mea culpa chiesto agli ebrei da Barbara Spinelli ricade nel vezzo di assegnare al popolo ebraico in generale una sua condotta omogenea; un po' come quando si considera in blocco l' Islam come integralista». C' è un passo di Gianni Vattimo, «che per dire cose spiacevoli le fa dire a ebrei: Steiner, Oz, Cases. Per Vattimo sarebbe meglio che Israele non esistesse. Dice di commuoversi per il paesaggio dell' anima della Palestina, e depreca l' esistenza di discoteche uguali a quelle della Florida. Ma il paesaggio di Israele è composto anche di discoteche, non necessariamente da far saltare in aria». C' è Alberto Asor Rosa, «che porta alle estreme conseguenze la categorizzazione dell' ebreo come vittima, e arriva a parlare di Olocausto in una situazione completamente diversa come quella dei palestinesi». C' è Angelo d' Orsi, «autore di distillati di antisemitismo, ma inchiodato alla convinzione che sinistra e antisemitismo siano incompatibili». Si guadagna una citazione favorevole invece Ida Dominijanni. «Dal manifesto arrivano segnali interessanti. O forse sono io che ho voluto risparmiare una testata che mi è cara. Stimo molto Rossana Rossanda, ma purtroppo anche qualche suo scritto potrebbe corroborare la tesi del mio libro». C' è poi Massimo D' Alema. «Che ha una doppia immagine. Da una parte gli riconosco di avere una visione della politica estera, di non interpretarla solo alla stregua della politica interna come fanno i suoi colleghi. Ma dall' altra parte D' Alema è intriso e nutrito di pregiudizi antiebraici, che non esita a esternare. Se non altro lui dice apertamente ciò che altri dicono quando gli ebrei sono lontani e non possono sentire». Luzzatto lo chiama «antisemitismo liberatorio»: si parla in un modo con gli ebrei, in un altro degli ebrei. «Accade nei salotti privati, nei quali si può constatare l' assenza di ebrei e si è quindi più liberi di esprimersi. Mi dicono che accada anche nei salotti Ds e della Margherita. Ma preferisco non sapere, e fermarmi alla pubblicistica». Nell' introduzione, Luzzatto parla di sé, di quando nell' 82 aderì all' appello di Primo Levi contro la guerra in Libano, che oggi definisce «una trappola». «Ovviamente non è in discussione l' onestà intellettuale dell' immenso Levi. Ma le sue parole furono usate sul piano politico dagli estremisti del fronte opposto, e finirono per rinvigorire l' icona dell' ebreo cattivo; per questo unirsi all' appello significò cadere in una trappola». Suo padre Amos Luzzatto, già presidente dell' Unione delle comunità ebraiche italiane, ha letto il libro? «Certo. E l' ha apprezzato. Mi ha anche consigliato di approfondire la denuncia del terzomondismo, ma non ho voluto infierire ». E del caso Toaff che idea si è fatto? «Ariel Toaff è autore di un libro scritto molto male, assolutamente non condivisibile. Però uno studioso della sua levatura non meritava di essere attaccato personalmente in quel modo né di essere disprezzato intellettualmente. Per questo andava difeso, e l' ho fatto». * * * BARBARA SPINELLI «Ha chiesto agli ebrei di fare un mea culpa collettivo: così è caduta nel vezzo di assegnare a tutto il popolo ebraico una condotta omogenea» * * * MASSIMO D' ALEMA «Ha una visione molto seria della politica estera, ma è intriso e nutrito di pregiudizi antiebraici, che non esita ad esternare in pubblico» * * * ALBERTO ASOR ROSA «È arrivato al punto di adottare il termine Olocausto per descrivere una situazione del tutto diversa come quella del popolo palestinese» * * * GIANNI VATTIMO «Si commuove per la Palestina e depreca le discoteche israeliane. Ma anche le discoteche hanno il diritto di non essere fatte esplodere» * * * FAUSTO BERTINOTTI «Ha detto: noi siamo ebrei, come siamo disabili, omosessuali, neri. È una logica per cui gli ebrei vanno bene solo quando sono vittime» * * * Il saggio Un morbo che nasce a destra Esce oggi in libreria il saggio di Gadi Luzzatto Voghera «Antisemitismo a sinistra» (pagine 112, 8), edito da Einaudi Secondo Luzzatto Voghera, i pregiudizi antisemiti, nati nell' ambito della cultura di destra, razzista e nazionalista, si sono diffusi e radicati anche a sinistra, non solo tra le frange estremiste (nella foto qui a fianco alcuni manifestanti bruciano una bandiera israeliana), ma anche in settori coinvolti nel progetto del partito democratico L' autore è uno storico dell' ebraismo. Tra le sue opere: «Pensare e insegnare Auschwitz» (Angeli, 2004), «Il prezzo dell' eguaglianza» (Angeli, 1998) e «L' antisemitismo. Domande e risposte» (Feltrinelli, 1994)

 


 




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6 ottobre 2009

Il declino della cristianità sotto l’Islam. Dalla Jihad alla dhimmitudine

Libri raccomandati: Bat Ye’or - Il declino della cristianità sotto l’Islam. Dalla Jihad alla dhimmitudine - ed.LINDAU

 

La conquista islamica è avvenuta all'insegna del jihad e della sharfa, la guerra santa contro i non musulmani e il diritto fondato sul Corano. Quando le popolazioni di religione cristiana, ebraica e zoroastriana che abitavano lungo le rive del Mediterraneo e nei territori dell'antica Persia vennero sottomesse dagli arabi e dai turchi, divennero, nei loro stessi territori, dhimmi, cioè privi di diritti. Ma quali forze, secolo dopo secolo, prepararono e imposero la dhimmitudine, modellandosi su un progetto politico di lungo termine teso a sconfiggere le altre religioni? Come è possibile spiegare un'espansione dell'islam così rapida e una sua penetrazione così profonda in paesi tanto diversi tra di loro e spesso sede di culture antiche e profondamente radicate? Sulla scorta di una documentazione storica cospicua, Bat Ye'or dimostra che se la dhimmitudine è stata certamente la conseguenza delle conquiste militari, è però stata soprattutto il frutto della cooperazione di élite civili e religiose altamente civilizzate e di maggioranze poco coese e per questo motivo incapaci di reagire.

 




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24 settembre 2009

Così Meotti racconta le storie dei martiri di Israele

Il  libro da oggi in libreria

 

"Non smetteremo di danzare", i "caduti in battaglia" nella guerra del terrorismo islamico

Da oggi è disponibile in libreria il libro di Giulio Meotti, "Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri d'Israele" (Lindau, 352 pagine, 24 euro).

Quasi ogni giorno in Israele ci sono cerimonie funebri per le vittime del terrorismo. Persone uccise per il solo fatto di essere ebree. In banca, nei centri commerciali, in pizzeria. Sul pullman, davanti a un cinema, per strada. Da sole e in gruppo. Giovani e vecchi. Uomini e donne. Tutti condannati dalla furia del fondamentalismo islamico, bersagli di un odio quotidianamente alimentato da decenni. Questo lento e inesorabile stillicidio di morti – migliaia e migliaia – è il risultato di una guerra che ha avuto inizio nel 1972, alle Olimpiadi di Monaco, quando undici atleti della delegazione israeliana vennero trucidati da un commando di guerriglieri dell’organizzazione palestinese Settembre Nero. Da allora ogni cittadino di Israele sa che può morire in qualsiasi istante. Giulio Meotti racconta le storie dei «caduti in battaglia» di questa guerra condotta a fari spenti dal terrorismo islamico, abilmente dissimulata tra i fatti di cronaca della «questione palestinese », dietro la quale si cela la vera causa di una simile strage: l’antisemitismo. Complice la distrazione dei media occidentali, queste storie ci appaiono sinistramente inedite, come se le leggessimo per la prima volta. Come se neanche fossero vere. Eppure nelle parole e nel dolore dei sopravvissuti – mogli, mariti, figli, padri, madri, nonni, sorelle, fratelli, amici, commilitoni, compagni di studi, conoscenti – ogni particolare suona autentico, definitivo, indimenticabile. Parecchie di queste storie si intrecciano con quelle tristemente note della Shoah: chi muore oggi negli attentati è spesso figlio o nipote di un sopravvissuto ai campi di sterminio e diventa così parte di una sola, tragica, incomprensibile sequela. L’ebraismo insegna che l’hazkarah, l’atto del ricordare, è l’unico modo per chi sopravvive di provare l’ingiustizia sofferta da ogni innocente e di opporsi al destino che molti vorrebbero riservare agli ebrei, anche in Israele: l’esilio, la fuga, il martirio. Leggere queste pagine è quindi già un atto di resistenza alla barbarie.

Pubblichiamo uno stralcio dell'undicesimo capitolo, "Il guaritore di bambini Down"

In Israele era noto come il guaritore dei bambini Down. «Uno tzadiq», singhiozza fra le lacrime la mamma di uno dei suoi pazienti. Nella tradizione ebraica, uno tzadiq è un giusto, un santo e un sapiente, scelto da Dio per distribuire i suoi doni al resto dell’umanità. E questo era Moshe Gottlieb, una delle 19 vittime dell’attentato suicida di martedì 18 giugno 2002 a Gerusalemme. Moshe è stato assassinato sulla strada verso un’altra delle sue giornate di carità verso i malati e i disabili. Dopo aver abbandonato un lucroso lavoro in una fabbrica di pellicce a New York, Moshe si era trasferito a Los Angeles e si era dedicato agli studi di chiropratica. Nel 1972 era venuto in visita in Israele e se ne era innamorato. Sei anni dopo va a vivere a Gerusalemme con la moglie e i figli. Qui la sua pratica medica si era approfondita, affiancata da un serissimo studio della Torah. Non usava taxi, Moshe, ogni martedì andava in autobus a Bnei Brak, il poverissimo sobborgo di Tel Aviv abitato da religiosi ortodossi, e lì lavorava gratuitamente in un centro per bambini Down. Il martedì, perché nella tradizione ebraica è un giorno «due volte buono» e quindi bisogna doppiamente rendere gloria al Signore. Ma ogni altro giorno Gottlieb iniziava alle 8.15 in punto a ricevere nel suo studio di Gerusalemme. Molti erano casi disperati, pazienti cronici e disabili gravi. «C’era una bambina Down, con cui Moshe cominciò a lavorare quando lei aveva due anni», dice la moglie Sheila. «All’inizio era totalmente contratta e terrorizzata, non voleva neppure farsi toccare. Era stata abbandonata dai genitori naturali e Moshe voleva molto bene ai genitori adottivi, lavorava sempre con gente speciale. Be’, per farla breve, adesso la bambina ha circa dieci anni e suona molto bene il pianoforte.»
All’alba e al tramonto Moshe, che si alzava ogni giorno alle 3.30, andava a pregare nella sinagoga di Gilo, che aveva contribuito a costruire. «La sinagoga era casa sua, era il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene – dice Elyahu Schlesinger, il rabbino capo di Gilo – ed era sempre pronto a insegnare e a incoraggiarci con la sua sapienza e il suo sorriso.» Nella sinagoga era stato da poco inaugurato un quadro in suo onore. Ora è intitolato alla sua memoria, proprio lì sotto si sono svolte le orazioni funebri. Gottlieb abitava all’estremità sud di Gerusalemme. Per mesi, durante la seconda intifada, il quartiere è stato colpito giorno e notte da missili e colpi di mortaio provenienti dal sobborgo palestinese di Beit Jalla. Moshe teneva la sua sedia sempre davanti alla finestra, da cui vedeva tutta Gerusalemme. «La sua sedia resterà sempre là» dice la moglie. Moshe si svegliava, studiava la Torah e preparava le sue lezioni di Mishnah da tenere a una classe di immigrati russi. Dopo l’insegnamento si recava al minyan per la preghiera rituale. Il martedì e il giovedì prestava servizio a Tel Chai, una casa di cura per pazienti gravemente malati. C’era una paziente, una donna in stato vegetativo da tredici anni, di cui Moshe si prendeva cura con una costanza impressionante.
Ogni volta che visitava New York acquistava materiale medico prezioso per assistere quella donna. Seguiva anche l’Aleh, un ospedale per disabili fisici. Non mancava un appuntamento da tredici anni. Portava sempre dei regali ai bambini. Faceva beneficenza a due istituzioni per ragazze orfane, dava una mano alle famiglie dove gli uomini kharedim, gli ebrei ultraortodossi, non lavoravano per poter continuare a studiare. Non si separava mai dai suoi libri religiosi. E così anche quel giorno, avviatosi serenamente verso la fermata del bus, Moshe li aveva con sé sotto il braccio. «Era una persona molto speciale mio marito», ci racconta Sheila. «Dopo l’arrivo da Los Angeles abbiamo vissuto in un centro per l’immigrazione a Merkaz Klita. La mia fede in haShem, in Dio, e l’amore dei miei figli e delle loro famiglie mi hanno sostenuto negli anni dopo la sua morte. Oggi in sua memoria faccio la volontaria con i malati di Alzheimer.» Sheila ricorda il lavoro del marito. «Due anni prima della morte, Moshe aveva iniziato a lavorare coi bambini affetti da sindrome di Down. Aveva duecento pazienti da tutto Israele. Lo amavano tutti. Moshe diceva “il corpo parla”… E con le sue mani e la guida divina di haShem, era in grado di aiutare molta gente. Era molto vicino al nostro rabbi a Gilo, Eliyahu Schlesinger. Moshe ne aveva finanziato la sinagoga di Hazon Nachum. Oggi a tutti mancano il suo amore, la sua guida, la sua presenza. I suoi pazienti, gli amici e la famiglia, tutti lo piangono. Io spero che un giorno possiamo essere tutti ancora assieme in thekhiyath hamethim, la rivelazione di Dio ai morti. Ed essere testimoni della venuta del Messia.» Il celebre commentatore biblico Rashi ha detto che quando uno tzadiq, un giusto, abbandona un luogo, tutti avvertono questa perdita. Ma ha aggiunto che un residuo di presenza spirituale, un roshem, resta dietro ciascuno di loro.

Clicca su www.nonsmetteremodidanzare.net

© 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO

di Giulio Meotti




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19 agosto 2009

La mezzaluna e la svastica. I segreti dell'alleanza...

 

La sconfitta dell'Impero ottomano durante la prima guerra mondiale segnò la fine del Califfato. Dopo secoli di trionfi e conquiste, l'Islam usciva sconfitto sul piano politico e militare. La Palestina era sotto mandato britannico. Gli ebrei di tutto il mondo vennero incoraggiati a raggiungere la loro "Terra promessa" in vista del futuro Stato ebraico. In questo contesto, nel 1921, Hag 'Amin al-Husayni venne nominato muftì di Gerusalemme e divenne il più importante leader islamico del Medio Oriente. Al-Husayni fu l'assoluto protagonista della nascita del moderno fondamentalismo islamico e della lotta armata ('intifadah) contro gli ebrei. Al-Husayni fu un visionario crudele che in nome del nazionalismo arabo e dell'antisemitismo strinse un'alleanza tattica con il nazismo in forza della quale 100.000 musulmani combatterono come volontari nelle divisioni tedesche. Tra i più accesi sostenitori della Soluzione Finale, si macchiò direttamente di atti feroci quale il sabotaggio dei negoziati tra i nazisti e gli Alleati per la liberazione di prigionieri tedeschi in cambio della fuga verso la Palestina di 4000 bambini ebrei destinati alle camere a gas. Dopo la guerra, scampato a Norimberga, al-Husaymsi si divise tra l'Egitto, dove rinsaldò i rapporti con Sayyid Qutb e Hasan al-Bannah, rispettivamente il teorico e il fondatore dei Fratelli musulmani, e Beirut, dove pose sotto la sua ala protettiva un giovane che diventerà un protagonista della politica mediorientale: Yasir 'Arafat.

 




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20 aprile 2009

I piccoli martiri assassini di Allah

 
 

 
Indottrinamento scolastico, religioso, mediatico; cortometraggi di propaganda per bambini, appositamente studiati per annullare la naturale paura della morte; canzoncine e giochi che esaltano il suicidio e il martirio. Sono terribili, eclatanti, illuminanti i documenti raccolti in questo saggio. Oggi un'intera generazione di ragazzini, vittime dell'indottrinamento e della propaganda crede che la morte per Allah in guerra sia la più elevata impresa conseguibile in vita. Questa educazione è un'onta indelebile, un abuso, un terribile pregiudizio per il futuro della regione e del pianeta.


16 aprile 2009

La stella di Esther

 La stella di Esther

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La stella di Esther. © Eric Heuvel / DeAgostini
La stella di Esther
è un breve romanzo storico a fumetti che racconta il dramma della Shoah ai ragazzi. L’opera, realizzata dalla Fondazione Anne Frank, è stata pubblicata in Italia da De Agostini con il patrocinio dell’UCEI (l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane).

Il titolo è emblematico: la stella è il marchio della segregazione imposto dalla dittatura hitleriana, un contrassegno messo su cose e persone per creare aree simbolicamente recintate e dare inizio a un esperimento disumano, senza precedenti, nel nome della purezza etnica. Con una stella viene delineato il confine che separa il ghetto dalla città, il tedesco dall’ebreo. Anche Esther, una giovane ebrea tedesca vagamente somigliante ad Anna Frank, viene marchiata con una stella. «A partire dal marzo 1942 – racconta – tutti gli ebrei sopra i sei anni furono costretti a portare addosso una stella gialla». Esther, proprio come Anna Frank, è costretta a nascondersi durante il periodo nazista. Alla prima occasione, quando le persecuzioni nei confronti degli ebrei raggiungono livelli intollerabili, la famiglia di Esther fugge nei Paesi Bassi – ritenuti un posto sicuro in quanto neutrali – rassegnandosi ad affrontare i disagi di un’esistenza precaria. Ma accade un fatto imprevisto: l’Olanda viene invasa dai tedeschi nel 1940 e anche qui gli ebrei vengono segregati e braccati. Esther riesce a mettersi in salvo, mentre i suoi familiari sono catturati e deportati ad Auschwitz. Molti anni dopo – siamo ai giorni nostri – Esther torna a visitare i luoghi della sua adolescenza e rivive con la memoria quei fatti dolorosi

Il racconto non omette nulla, ma neppure si sofferma sui particolari indicibili dello sterminio di massa (non bisogna dimenticare che la storia è indirizzata a un pubblico di giovanissimi). È assente qualsiasi forma di voyeurismo: i dettagli cruenti restano sullo sfondo. Non mancano i riferimenti alla crudezza dei massacri, alle docce mortali nelle camere a gas, che ci fanno intuire l’abominio di una pianificazione “industriale” del genocidio. Ma l’accento è posto soprattutto sulla tragedia intima di Esther, sulla sua doverosa (e dolorosa) scelta di ricordare e raccontare, per dare uno scopo e un significato a un un’esistenza che non si è interrotta, nonostante tutto. La forma e la sostanza dell’opera sono chiaramente condizionate dall’intento didascalico: il racconto per immagini vuole essere una testimonianza credibile e coerente, per collocare nel tempo e nello spazio i fatti – separandoli dalle opinioni – senza alterare la verità storica. C’è soprattutto la volontà di spiegare la persecuzione nazista, contro ogni negazionismo, usando un linguaggio rigoroso ed essenziale che nulla concede al compiacimento iperrealista o visionario.
danilo zanelli


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18 marzo 2009

Nel nostro tempo tra terrorismo e conflitto israelo-palestinese

 

Un'opera nata dalla consapevolezza che la minaccia del terrorismo internazionale connota l'attuale fase di trasformazione del sistema politico internazionale. Una ricostruzione delle vicende storico-politiche che hanno scosso l'intero pianeta. Da una parte lo Stato d'Israele e dall'altra la nascita dell'Autorità Nazionale Palestinese, dietro l'affermarsi del terrorismo

martedì 10 marzo 2009

IL VERO VOLTO DI HAMAS

La guerra civile palestinese
di Salvatore Falzone (pubblicato su Obiettivo Affari&Notizie Anno XXI - N. 364 - 12 febbraio 2009)


L’ultima guerra tra israeliani e palestinesi con l’Operazione “Piombo Fuso” è solo uno degli ultimi atti consequenziali dell’assenza di qualsiasi strategia politica da parte di Hamas. Occorre ripartire dalla guerra civile palestinese per meglio comprendere come l’organizzazione fondamentalista abbia imboccato una strada senza uscita, a meno di una svolta a tutto campo nella quale la politica e la realtà prendano il sopravvento. Di certo, per converso, non si può dimenticare che la guerra con tutti i suoi danni collaterali impone a tutte le parti di porre fine alla violenza e avviare dei veri negoziati nei quali si arrivi alla creazione di uno Stato di Palestina e il riconoscimento dello Stato di Israele.

Si parla di guerra civile quando il potere sovrano di uno Stato diventa incompatibile con le aspirazioni del proprio popolo.
In Palestina, ancora oggi, non esiste uno Stato con i suoi elementi caratteristici: territorio, popolo, sovranità. Il territorio che dovrebbe spettarle è diviso in due entità: Striscia di Gaza e Cisgiordania.
La loro divisione è sia territoriale, dove non c’è un corridoio di collegamento tra i due nonostante le richieste in questo senso dei palestinesi in ogni vertice con gli israeliani, che politica, dove Al Fatah comanda ed è ben insediata in Cisgiordania e la Striscia di Gaza oramai considerata sempre più la base politica e di potere di Hamas.
La popolazione, a sua volta ripete lo stesso schema, si trova divisa territorialmente (considerando anche i palestinesi che vivono in Israele come arabo-israeliani), politicamente e una buona parte si trova disperso nei vari campi profughi nei Paesi arabi limitrofi. Infine, la sovranità intesa sia come ordinamento giuridico originario e indipendente che come supremazia dell’ordinamento statale sui vari ordinamenti minori non esiste.
I palestinesi dovrebbero radunarsi, per cambiare questo stato di cose sotto un’ unica autorità e non disperdersi in bande e fazioni, che agiscono in nome e per conto del popolo (almeno così dichiarano) in uno scontro militare e politico tra nemici pronti a distruggersi.
La situazione palestinese negli ultimi anni è stata sequestrata dal radicalismo islamico in uno scontro religioso, dove ogni compromesso appare impossibile a differenza dello scontro nazionale, dove con l’interesse delle parti e una diplomazia non di puro contenimento della situazione ma di risoluzione porterebbe ad un compromesso.
Con queste premesse sul campo, principalmente a Gaza, la situazione scivolava orami nel profondo di una guerra civile. Giustamente, da più parti, veniva bollata come la “follia dei palestinesi” di Hamas. Le fazioni armate rispondevano solo ai comandanti locali, i quali avrebbero preso gli ordini dai loro reclutatori nei paesi ostili al dialogo interno come l’Iran e la Siria, portavano il segno di una lotta fratricida.
Una Palestina dai mille problemi e in mille parti frammentata con clan tribali, famiglie pronte a condizionare qualsiasi esito sembrano mandare in frantumi un possibile Stato di Palestina.
L’incapacità dei vari dirigenti, sia di al Fath che di Hamas, a compiere il necessario salto da guerriglieri a classe dirigente responsabile di uno Stato in formazione è latente. Tutto si svolge in accuse di corruzione e degrado morale per al Fath, discredito della vecchia dirigenza dell’OLP, capacità governative fallimentari per Hamas.
Nelle parole di Khaled Hroub (Khaled Hroub, Hamas. Un movimento tra lotta armata e governo della Palestina raccontato da un giornalista di Al Jazeera, Bruno Mondadori 2006, pag. 98) giornalista di Al Jazeera, si intravedono le diversità del passato ed oggi ancor più vistose: “La questione fondamentale, fonte di maggiore attriti tra le due parti, è stata l’insistenza di Hamas nell’effettuare i propri attacchi militari contro obiettivi israeliani in un momento in cui l’Autorità palestinese, guidata da al-Fatah, cercava di concludere con Israele ulteriori accordi di pace. Il braccio armato del movimento è stato considerato dall’Autorità palestinese come una fazione priva di controllo e illegittimamente armata, di cui le forze di sicurezza palestinesi, alleate dall’Autorità, avrebbero dovuto assumere il controllo. […] La grande circolazione di armi e la presenza di diverse fazioni armate che agiscono caoticamente, senza una chiara leadership né obiettivi precisi, rendono la situazione palestinese particolarmente soggetta al rischio di una deriva verso la guerra civile.”
Nel mese di giugno 2007 riprendevano i combattimenti tra le varie fazioni, il pomo della discordia era il solito: tutte le Forze di Sicurezza dovevano essere sottoposte al controllo governativo. Il Premier Haniyeh svolgeva ad interim anche le funzioni di Ministro degli Interni, quindi, questa richiesta assumeva il carattere di un vero colpo di mano finale. Inoltre la Forza Esecutiva creata da Hamas agiva sempre più in concorrenza e ostilità nei confronti della Forza Preventiva dell’ANP.
Da tempo le parti in causa ventilavano delle accuse al proprio nemico di voler attuare un golpe.
Verso la metà del mese il movimento dichiarava guerra aperta ai “traditori di Fatah” e a tutti coloro che erano vicini al Presidente Abu Mazen. Hamas chiamava a raccolta il popolo palestinese per la “seconda liberazione”, dopo la prima avvenuta nel 2005 quando ci fu lo sgombero israeliano.
L’apice si tocca il 13 giugno quando i miliziani, dopo un ultimatum di consegnare le armi ai fedeli del Presidente, alzavano il tiro facendo saltare in aria il quartier generale delle forze palestinesi a Khan Yunis. In poco tempo, i miliziani attivano scontri cruenti in ogni angolo della Striscia impadronendosi di tutto ciò che rappresenta l’Autorità Nazionale Palestinese. Un corteo composto da palestinesi, che chiedevano la fine delle violenze, veniva fatto bersaglio di colpi d’arma da fuoco. Le vendette tra saccheggi e regolamenti di conti non risparmiavano nessuno.
Le immagini che ci venivano trasmesse dalla Striscia ritraevano scene di un totale disordine e di miliziani che distruggevano, persino, le foto raffiguranti Yasser Arafat, l’uomo che ha rappresentato il popolo palestinese.
Sotto il fuoco di Hamas, Abu Mazen dichiarava la stato d’emergenza e scioglieva il governo di Hamas, oramai si profilava un’Autorità divisa in due: ANP in Cisgiordania e Hamas nella Striscia di Gaza. Sotto l’incalzare degli eventi l’ONU, con il Segretario Ban Ki-moon proponeva, facendo seguito alle richieste del Presidente Abu Mazen, di studiare la possibilità di schierare una Forza di Pace, ma i fondamentalisti di Hamas bollavano qualsiasi intervento esterno come una indebita ingerenza. E sull’ipotesi di una Forza di Pace la qualificavano come “truppe di occupazione” lasciando intendere che sarebbero pronti a scagliarsi contro di loro.
Anche sul piano psicologico Hamas sembrava voler spiazzare completamente il nemico. Da parte dei vari dirigenti veniva data una lettura dei fatti che incolpava direttamente i capi di al Fath e soprattutto del capo della Forza Preventiva a Gaza, Mouhammad Dahlan reo di essersi accordato con gli Usa e gli israeliani per un “repulisti” nella Striscia. Quindi per gli uomini di Hamas si trattava non di un colpo di Stato ma di un’azione difensiva.
Mentre la situazione precipitava a Gaza Abu Mazen si apprestava a varare un secondo governo palestinese retto dal nuovo Premier Salam Fayyad. Il programma di questo nuovo esecutivo veniva presentato come anti-Hamas. Veniva dato il proprio sostengo agli accordi precedenti di riconoscimento reciproco tra Israele e OLP, si esprimeva il pieno sostegno al piano di pace arabo e si ribadiva la volontà di creare uno Stato palestinese indipendente con le giuste risoluzioni dei vari contenziosi.
Il governo Fayyad in mezzo al caos creato cercava, seppur in maniera sotterranea, di allacciar un minimo di dialogo ma i nodi sembravano un fertile terreno di scontro. Si parlava insistentemente di un disperato tentativo dell’Autorità palestinese di imporre la propria sovranità: Abu Mazen cercava di cambiare la legge elettorale subordinandola per i partecipanti alle prossime elezioni all’accettazione di una clausola di riconoscimento dei precedenti accordi di Oslo. Ma se tutto ciò potrebbe estromettere Hamas, in caso di non accettazione, l’organizzazione rispondeva adducendo la differenza tra il nuovo governo nella Striscia e la precedente gestione dell’Autorità palestinese.
La strategia di Hamas è di far percepire alla popolazione un cambiamento molto netto. Parole come “ripristino di un ordine nuovo” da contrapporsi al disordine precedente instaurato attraverso il malgoverno dell’Autorità palestinese aiutato da Israele sono martellanti attraverso la propaganda.
Il presidente del Consiglio legislativo palestinese, Ahamad Bahar (Umberto De Giovannangeli, Chi ha tradito la causa palestinese, in Limes 5/2007, pag. 107) è molto chiaro: “Hamas sta riportando ordina a Gaza. E questo significa anzitutto riorganizzare le forze di sicurezza anche in funzione della resistenza all’occupazione israeliana e ai suoi progetti di attacco. E’ molto grave che i propositi aggressivi di Israele siano sostenuti da elementi di Fatah, che credono così di potersi prendere una rivincita. Ma agendo in combutta con il nemico, costoro non fanno che rinsaldare il legame tra Hamas e la gente palestinese.”
Ma la domanda rimane sempre la stessa: può la lotta interna palestinese favorire la causa dei palestinesi? Si può continuare ad accumulare potere solo pensando alla distruzione e allo scontro con Israele e dimenticando i problemi della gente?

giovedì 15 gennaio 2009

Recensione

Una ricostruzione incisiva e chiara delle vicende storico-politiche che hanno scosso l’intero pianeta: lo Stato d’Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese. Lo Stato d’Israele che vede la luce nel maggio del ’48 dopo la Risoluzione 181 dell’ONU e gli Stati arabi che rifiutano, a tutto campo, qualsiasi decisione internazionale dichiarando immediatamente guerra. Ne segue un lungo periodo di guerre arabo – israeliane. Il libro descrive, molto saggiamente, la paradossale realtà palestinese: condizionamenti e calcoli politici nelle mani delle Nazioni che avevano rifiutato il piano di spartizione. Sullo sfondo il cambiamento e la presa di coscienza del popolo palestinese di essere responsabile del proprio destino, da qui l’evolversi da conflitto arabo – israeliano a arabo-palestinese-israeliano. Dietro l’emergere del terrorismo e l’analisi delle difficoltà connesse all’utilizzazione del termine, ai cambiamenti negli anni ‘90 davanti ad uno scenario nel quale i due leader politici delle due parti, Arafat e Rabin, si mostreranno molto più realisti. Scenario che porterà alla Dichiarazione dei Principi e alla nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese come una forma embrionale di Stato. Il libro poi descrive dettagliatamente il fallimento dello status finale tra i due contendenti con la conseguente seconda intifada e l’emergere di un terrorismo devastante che toccherà il culmine con gli attacchi dell’11 settembre 2001. L’autore nota come “la minaccia del terrorismo internazionale connota con i suoi vari attentati l’attuale fase di trasformazione del sistema politico internazionale in particolar modo per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese, con il suo intreccio, al fenomeno terroristico e le sue ricadute planetarie”. Evidenzia, anche la parti dei messaggi di Al Qaeda che fanno espressamente riferimento alla situazione tra israeliani e palestinesi, utilizzata strumentalmente contro l’Occidente ed Israele, per cercare di legittimarsi come i veri difensori della causa araba o palestinese. Gli argomenti che sono trattati da questo libro si collocano tra la storia e la geopolitica; inoltre il testo è corredato da mappe e documenti che vanno da alcune Risoluzioni ONU sino alla Road Map, comprese le riserve israeliane. Il testo può essere definito come un´ interessante guida alla comprensione del nostro periodo carico di tante e troppe tensioni pronte a sfociare in nuove e sanguinose guerre. Un libro per tutti coloro che intendono avvicinarsi allo studio dei problemi di questa regione con le idee più chiare. D’altronde i fatti del Medio Oriente sono spesso nelle prime pagine dei telegiornali e dei quotidiani come una realtà molto vicina a noi. Non sono rare le immagini di cruda violenza, che scuotono la parte intima e profonda di una persona umana, e generano l’acceso dibattito politico e lo scontro sulle versioni contrastanti sui motivi che hanno portato a tutto ciò. La capacità di comprendere meglio il presente è un’esigenza per capire le varie posizioni delle varie parti in causa di un’area che resta uno dei tasselli fondamentali di un ordine internazionale turbato dai gravi fatti succedutisi sino ai nostri giorni. Una fotografia del nostro tempo, composta dai colori più variopinti, vista da un autore che è un appassionato di Storia contemporanea e attento osservatore degli eventi mediorientali.


15 ottobre 2008

Fuoco amico

 

fuoco_amico.jpgdi GIUSEPPE TALARICO

 

Nella cultura contemporanea Abraham Yehoshua occupa un posto di grande rilievo, sia per i libri bellissimi che scrive sia per il suo impegno pacifista in medio oriente. Il suo ultimo libro, intitolato Fuoco Amico, edizioni Einaudi, con leggerezza e levità racconta una grande storia, dando vita ad un universo umano segnato dalla sofferenza e dalla impossibilità di capirne il senso ed il significato.

 

All'inizio del racconto, il protagonista principale Amotz Yari, progettista di ascensori, sta per separarsi dalla moglie Daniela, la quale ha deciso di recarsi da sola in Tanzania dal cognato, Yrmiyahu, dopo la morte di sua sorella. Daniela vuole visitare il paese dove la sorella è morta da poco tempo. Appena arrivata in africa, dove Yrmiyahu collabora ad una spedizione paleo antropologica volta a scoprire i resti del primate preistorico da cui discende la specie umana, Daniela si accorge del cambiamento che è avvenuto nella esistenza di suo cognato.

 

Yrmiyahu, oltre alla moglie, in precedenza ha perduto il figlio che adorava, Eyal, ucciso dal fuoco amico esploso per sbaglio contro di lui dai suoi commilitoni dell'esercito israeliano. La perdita del figlio e della moglie, in una successione di eventi infausti così dolorosi, hanno indotto Yrmiyahu ad abbandonare lo stato di Israele, con cui non sente più alcun legame umano e culturale.

 

In un dialogo bellissimo che ha con sua cognata Daniela, Yrmiyahu dichiara e confessa di avere scelto di vivere in Africa, poiché in questo paese la sua identità umana non è influenzata dalla religione ebraica, visto che in africa l'ebraismo è irrilevante e la religione principale, osservata dagli africani, è l'animismo. Con queste parole, cosi profonde e sconsolate, ammette che il peso insostenibile della sofferenza umana provocata dai lutti familiari, ha trasformato l'identità ebraica, nella sua condizione esistenziale, in una sorta di prigione intellettuale da cui vuole liberarsi.

 

Per queste ragioni, sempre dialogando con Daniela, ripensa ai brani e ai libri principali del vecchio testamento, dai libri dei Profeti al Cantico dei Cantici e all'Ecclesiaste, dichiarando di non riuscire più a coglierne il grande significato spirituale e religioso; gli paiono testi in cui il divino rivela un volto odioso, che ha condannato gli ebrei nel corso dei secoli a subire sofferenze e persecuzioni feroci e terribili.

 

Yirmiyahu racconta in modo meticoloso il modo con cui il figlio Eyal è stato ucciso dal fuoco amico israeliano, non riuscendo a capire come questo tragico evento sia potuto accadere. Per questo motivo, confessa alla cognata, con accenti di grande dolore e tristezza, di essersi recato in più di una occasione nel luogo in cui il figlio si trovava prima che fosse ucciso: sul tetto di una abitazione palestinese, posta ai confini con i territori occupati.

 

In una di queste visite, incontra una ragazza palestinese, la quale, pur conoscendo la tragedia che lui ha vissuto, gli esprime il proprio odio, invitandolo a non ritornare sul tetto di una casa abitata da un popolo in guerra con gli israeliani.

 

Questa parte della narrazione, una delle più profonde del libro, dimostra che il dolore scatenato dalla guerra infinita che divide i due popoli, quello palestinese e quello israeliano, non riesce a spegnere e a placare l'odio umano. Nello stesso libro, in modo sottile e allusivo, si pone a confronto la teoria della evoluzione umana, secondo cui l'uomo deriverebbe dal primate preistorico, con la tesi creazionista esposta nel libro della genesi.

 

In africa Daniela, ossessionata dal pensiero della perdita di sua sorella, vuole visitare il luogo in cui si è sentita male e l'ospedale in cui è deceduta. Entrambi, sia Daniela sia Yirmiyahu, si recano nei posti in cui i loro cari sono morti, quasi che non riescano a sopportare il vuoto provocato dalla loro scomparsa. Nella struttura narrativa del libro, costruito e scritto con grande sapienza letteraria da Yehoshua, colpisce la simmetrica e felice descrizione della società africana e di quella israeliana con le sue ricche e moderne città, che sono la espressione della civiltà occidentale.

 

A Tel Aviv, Amotz Yaari, senza la moglie Daniela, è costretto a occuparsi dei nipoti, del figlio, ufficiale riservista dell'esercito israeliano, del padre anziano gravemente malato. Come progettista di ascensori viene chiamato da alcuni condomini di un grande grattacielo di Tel Aviv.

 

Infatti, all'interno di questo grattacielo, il normale funzionamento degli ascensori scatena e provoca dei fischi e dei sibili simili a quelli del vento. Il lettore comprende subito che il rumore, simile al sibilo del vento, che accompagna il funzionamento degli ascensori del grattacielo, è una metafora che evoca i fantasmi di coloro che sono morti in Israele a causa della guerra contro i palestinesi.

 

Questo episodio dal grande significato simbolico, racchiuso nella narrazione del libro, rappresenta  ed esprime la condizione degli israeliani, costretti a convivere in silenzio con il ricordo imperituro di chi è morto, pur di difendere lo stato di Israele, la cui sicurezza è insidiata dal terrorismo fondamentalista di matrice islamica. Alla fine del romanzo, davvero notevole, Daniela ritornerà dall'Africa in Israele e si ricongiungerà con il marito Amotz Yari.


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26 agosto 2008

Un giallo da non perdere

 il sorriso della morte.jpg

Un giallo ambientato  tra il Medio Oriente, l'Europa e gli Stati Uniti, tra la mafia,  l'FBI, l'esercito israeliano, i servizi di spionaggio e di controspionaggio. Un romanzo  scritto da un autore esordiente che dimostra di conoscere molto bene gli ambienti che descrive  ed infatti  Michael Sfaradì è un ebreo italiano, emigrato in Israele nella prima giovinezza e che ha trascorso, in TSHAL, molti anni della sua vita.

Alto tradimento,  traffici internazionali, una madre rassegnata vorrebbe essere forte, due donne  bellissime e lontane nascondono segreti, un ufficiale israeliano è alle prese con uno psicopatico e una banda di avidi e perversi criminali. Il sorriso della morte   ci coinvolge sin dalle prime pagine e ci  porta attraverso una delicata e sincera storia d'amore, attraverso uno scontro durissimo nel quale ciò che è in gioco non è soltanto la vita individuale.

Poi,   d' un fiato, arriva il finale  nel quale i percorsi si ricompongono, le vicende  si incanalano nella giusta direzione e alla violenza subentra una riscattata umanità.  Un finale aperto alla speranza e alla possibilità di cambiamento  come lo erano un tempo gli amatissimi libri per ragazzi scritti per far sognare, chi ne era capace, un mondo più bello e più buono.

Un finale perfetto per un racconto nel quale la dimensione profondamente etica di alcuni dei protagonisti gioca un ruolo determinante  e si estrinseca nella rettitudine, nella lealtà verso il proprio paese e in  rapporti d'amore e d' amicizia vissuti  intensamente.

Un ‘opera, quella di Sfaradì che consiglio a tutti di leggere, destinata a piacere  al grande pubblico dei non esperti che vi troveranno descrizioni di una realtà  non più così  lontana dalla nostra  e soprattutto ai giovani che sopra  ogni altra cosa temono il cinismo e la perdita dei valori. Il sorriso della morte è stato uno dei libri più venduti nello stand israeliano della Fiera del libro di Torino e la sua prima edizione è andata esaurita in pochi mesi.

Si può soltanto sperare che la casa editrice venga incontro all'interesse dei lettori con una nuova ristampa, magari un pochino più accurata dal punto di vista editoriale, intendo riferirmi alla correzione delle bozze che evidentemente nella prima edizione è mancata...

Il sorriso della morte
Michael Sfaradì
I Tascabili
Fratelli Frilli Editori


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8 aprile 2008

GUIDA POLITICAMENTE SCORRETTA ALL'ISLAM E ALLE CROCIATE

 

 

IL LIBRO  GUIDA –politicamente scorretta- ALL’ISLAM E ALLE CROCIATE

Tutto (o quasi) ciò che sapete sull’Islam e le Crociate è falso perché la gran parte dei testi scolastici e dei libri di storia più diffusi sono scritti da accademici e da apologeti dell’Islam che giustificano le loro teorie e scelte con «fatti» storici mistificati. Ma non temete: Robert Spencer rifiuta i miti popolari e rivela aspetti della storia che non vi insegneranno a scuola né ascolterete mai al telegiornale della sera. L’Autore coinvolge i lettori in un viaggio incalzante e politicamente scorretto alla scoperta della dottrina islamica e della storia delle Crociate. Un viaggio da cui trarre tutte le informazioni che occorrono per comprendere la reale natura del conflitto globale che l’Occidente, oggi, si trova ad affrontare.

«Non ho concepito questo libro né come un’introduzione generale alla religione islamica né come un esaustivo resoconto storico sulle Crociate. Piuttosto, mi propongo di analizzare una serie di affermazioni sull’Islam e sulle Crociate tanto tendenziose quanto popolari. Con la speranza di rendere il discorso pubblico un po’ più vicino alla verità.»
Robert Spencer
 

L’EDITORE  La Casa Editrice Lindau è la produttrice e la divulgatrice di questi interessanti volumi per i quali, proprio in relazione al mondo islamico produce una collana specifica: I draghi
il volume lo trovate nelle migliori librerie o potete comprarlo addirittura in rete sul sito della casa editrice

http://www.lindau.it/schedaLibro.asp?idLibro=1102


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