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7 dicembre 2013

Il gatto delle sabbie

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Progetto:Forme di vita/Come leggere il tassoboxCome leggere il tassobox
Gatto delle sabbie[1]
SandCat12.jpg
Stato di conservazione
Status iucn3.1 CR it.svg
Critico
Classificazione scientifica
DominioEukaryota
RegnoAnimalia
PhylumChordata
ClasseMammalia
OrdineCarnivora
SottordineFeliformia
FamigliaFelidae
SottofamigliaFelinae
GenereFelis
SpecieF. margarita
Nomenclatura binomiale
Felis margarita
Loche, 1858
Areale

Felis margarita distribution.svg

Il gatto delle sabbie (Felis margarita Loche, 1858) è un piccolo felino diffuso negli aridi deserti africani e asiatici, in aree così calde e asciutte da essere evitate perfino da un altro felino adattatosi a vivere nei deserti, il gatto selvatico africano: il Sahara, il deserto arabico e i deserti di Iran e Pakistan.

Il primo europeo a descrivere la specie (nel 1858) fu Victor Loche. Lo studioso la battezzò Felis margarita in onore di Jean-Auguste Margueritte, il militare francese a capo della spedizione nel corso della quale venne scoperto l'animale.

Indice

[nascondi]

Tassonomia [modifica]

Attualmente, gli studiosi riconoscono sei sottospecie di gatto delle sabbie[1]:

Alcuni autori considerano F. m. thinobia addirittura una specie separata; F. m. scheffeli, la sottospecie più minacciata, è inclusa dalla CITES tra le specie in pericolo, sebbene la IUCN la collochi tra quelle prossime alla minaccia.

Descrizione [modifica]

Cranio.

Il gatto delle sabbie è un felino relativamente piccolo e tarchiato, con zampe brevi, coda lunga e orecchie grandi e appuntite. Misura 45-57 cm di lunghezza, ai quali vanno aggiunti altri 28-35 cm di coda, e pesa 1,5-3,5 kg[2]. La testa è piuttosto larga e le orecchie sono così distanziate tra loro che possono essere appiattite in senso orizzontale o addirittura rivolte verso il basso quando l'animale va a caccia.

Il colore del mantello è giallo-sabbia chiaro su gran parte del corpo, con bande più chiare talvolta ben poco visibili, e bianco su mento e regioni inferiori. Generalmente le bande sono più evidenti nelle sottospecie africane. Bande nere sono presenti su zampe e coda e due linee rossastre, che partono dagli angoli esterni degli occhi, attraversano le guance. In inverno, il mantello può divenire molto folto, con peli che possono misurare 5,1 cm di lunghezza. Gli occhi sono grandi e di colore giallo-verdastro, mentre il naso è nero[2].

Diversamente da altri felini asiatici, il gatto delle sabbie presenta lunghi peli tra le dita. Questi creano una sorta di cuscino di pelliccia sopra le piante dei piedi, permettendo di isolarle quando l'animale si sposta sulla sabbia rovente. Gli artigli delle zampe posteriori sono piccoli e smussati; questa caratteristica, insieme alla pelliccia che ricopre le palme, rende molto difficile localizzare e seguire le sue impronte[2].

La mucosa che ricopre le palpebre è nera. Oltre alle grandi orecchie, l'animale possiede anche bolle timpaniche insolitamente sviluppate, che gli conferiscono un ottimo senso dell'udito, utile probabilmente per percepire le vibrazioni sulla sabbia. Simili adattamenti sono presenti anche in altre creature del deserto, come il fennec.

Distribuzione e habitat [modifica]

Un gatto delle sabbie.

Il gatto delle sabbie è l'unico felino diffuso prevalentemente nei deserti veri e propri, e occupa un areale molto vasto, seppur in apparenza frammentato, esteso attraverso i deserti dell'Africa settentrionale e dell'Asia sud-occidentale e centrale. Non è chiaro se le interruzioni nell'areale siano dovute semplicemente alla mancanza di avvistamenti registrati o se riflettano davvero l'assenza della specie da tali zone. Ad esempio, sono stati registrati dei presunti avvistamenti in Libia ed Egitto a ovest del Nilo, ma malgrado l'intenso lavoro dei naturalisti del passato, nessun esemplare è mai stato catturato in queste zone.

In Nordafrica la presenza della specie è stata confermata nel Marocco occidentale, compresi i territori appartenenti al Sahara Occidentale, in Algeria e nella regione estesa tra la penisola del Sinai e i deserti rocciosi dell'Egitto orientale. Sebbene voci di presunti avvistamenti, nessun esemplare è mai stato catturato in Tunisia, Libia o Egitto a ovest del Nilo. La specie è stata avvistata anche in Mali (anche recentemente, di notte, nei pressi del lago Faguibine) e in Niger, ove inoltre sono stati catturati degli esemplari. In Mauritania si ritiene che il gatto delle sabbie viva sui monti Adrar e nella regione di Majâbat al-Koubra. Sebbene possa esservi presente, l'animale non è mai stato catturato in Senegal e Ciad, dove però ne sono state trovate le tracce, e in Sudan.

In Asia la specie è stata avvistata di recente in Siria, nei pressi dell'antico sito di Palmira. Non è chiaro se la piccola popolazione presente nella provincia pakistana del Belucistan sia congiunta, attraverso l'Afghanistan, a quella diffusa nell'Asia centrale. L'animale vive nelle regioni desertiche a est del Caspio (in Iran settentrionale, Turkmenistan e Uzbekistan), ma non sappiamo se l'areale sia collegato alla penisola arabica, dove la specie è presente, né se lo sia stato in passato.

Come indica il nome, il gatto delle sabbie vive in regioni desertiche aride e sabbiose. Predilige terreni piatti od ondulati con vegetazione sparsa ed evita le dune completamente spoglie, ove il cibo è relativamente scarso. Riesce a sopravvivere a temperature comprese tra i -5 e i 52 °C, ritirandosi all'interno della tana quando le condizioni si fanno più estreme. Sebbene beva anche acqua quando questa è disponibile, è in grado di sopravvivere per mesi ricavando i liquidi necessari dal cibo di cui si nutre[2].

Biologia [modifica]

Tranne che nella stagione dell'accoppiamento, i gatti delle sabbie conducono vita solitaria. Come dimora utilizzano generalmente le tane abbandonate da volpi o istrici, ma possono anche allargare quelle scavate da gerbilli o altri roditori. Una volta completata, la tana è generalmente diritta, con un'unica entrata, e può raggiungere i 3 m di lunghezza. Il gatto delle sabbie esce allo scoperto dopo il crepuscolo per andare a caccia di roditori, lucertole, uccelli e insetti, sebbene la sua dieta sia composta perlopiù da roditori[2].

Quando va a caccia, il gatto delle sabbie si appiattisce al suolo e utilizza qualsiasi tipo di copertura disponibile per nascondersi. Con le grandi orecchie percepisce la presenza di possibili prede, scavando velocemente nel caso esse siano al sicuro sotteterra. Dal momento che l'animale ricava tutta l'acqua di cui necessita dalle prede, si tiene solitamente lontano dai punti di abbeverata, dove correrebbe il rischio di cadere a sua volta vittima di altri predatori.

I gatti delle sabbie si raggruppano solo per accoppiarsi e stimarne la popolazione è quindi un compito alquanto difficoltoso. Sembra tuttavia che nel deserto arabico il loro numero stia diminuendo in seguito al rarefarsi delle prede. Essi sono stati visti spostarsi per 5-10 km ogni notte in cerca di prede, ma, diversamente dalla maggior parte degli altri felini, non difendono un proprio territorio, e possono perfino usare «a turno» le stesse tane.

I principali nemici dei gatti delle sabbie sono uomini, lupi, serpenti e rapaci[3]. Sono creature generalmente docili, che non hanno paura dell'uomo.

Piccolo di gatto delle sabbie.

I gatti delle sabbie comunicano tra loro con segni di graffi e marcature odorose su oggetti trovati all'interno del proprio areale, nonché con spruzzi di urina, sebbene non lascino le proprie feci in luoghi esposti come fanno molti altri felini. Emettono vocalizzi simili a quelli dei gatti domestici, ma anche una sorta di forte latrato, soprattutto quando sono in cerca di un partner[2].

Nei gatti delle sabbie l'estro dura cinque-sei giorni ed è accompagnato da richiami e da un aumento delle marcature odorose. Dopo 59-66 giorni, nasce una nidiata composta mediamente da tre piccoli, generalmente verso aprile o maggio, sebbene, in alcune aree, le femmine possano partorire due nidiate all'anno. Alla nascita i gattini pesano 39-80 g e sono ricoperti da un mantello maculato di colore giallo chiaro o rossastro. Crescono piuttosto velocemente e raggiungono dimensioni pari a tre quarti di quelle degli adulti entro il quinto mese di vita. Sono del tutto indipendenti al termine del primo anno di vita e raggiungono la maturità sessuale non molto tempo dopo[4]. Su 228 gatti delle sabbie nati negli zoo di tutto il mondo fino al 2007, solo il 61% di essi ha superato i 30 giorni di vita, principalmente a causa delle scarse cure materne date dalle madri che partoriscono per la prima volta[5].

Abbiamo solo poche notizie riguardo l'aspettativa di vita in natura, ma in cattività alcuni esemplari hanno raggiunto 13 anni di età.

Conservazione [modifica]

Esemplare allo zoo di Bristol.

La caccia a questo felino è proibita in Algeria, Iran, Israele, Kazakistan, Mauritania, Niger, Pakistan e Tunisia, ma non in Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Mali, Marocco e Oman[3].

Oggi la specie è classificata dall'IUCN come a rischio critico (CR). Infatti la popolazione non supera i 200 esemplari; inoltre è stata a lungo ritenuta estinta (EX).

Gli esemplari tenuti in cattività sono molto suscettibili a malattie respiratorie e le infezioni delle vie respiratorie superiori sono la principale causa di morte negli adulti. La più comune tra queste malattie è la rinotracheite infettiva. Dato che la specie è molto suscettibile a problemi di questo genere, negli zoo deve essere allevata in ambienti molto aridi, dove i livelli di umidità e temperatura non devono variare molto[5].

Attualmente, negli Stati Uniti sono presenti 26 gatti delle sabbie in cattività[6]. Nel maggio del 2010 lo staff dello zoo di Al Ain (AWPR) annunciò la prima nascita di due piccoli in seguito a fecondazione in vitro e procedura facilitata di trasferimento dell'embrione[7].

La scomparsa del gatto delle sabbia da Israele - oltre al fatto che esso è minacciato in ogni parte del suo areale - ha spinto lo zoo di Gerusalemme a iniziare un progetto di reintroduzione della specie. Per questo, utilizzando denaro della Fondazione Shulov per lo Studio degli Animali in Cattività, è stato appositamente costruito un recinto acclimatato nella Riserva Ornitologica di Kibbutz Lotan, nel deserto di Arava. Dopo la costruzione del recinto, sono stati introdotti al suo interno i primi esemplari da acclimatare, rilasciati in natura poco tempo dopo. Il monitoraggio di questi felini dopo il rilascio è stato condotto dallo staff di Ecologia Creativa di Kibbutz Lotan e dai ranger dell'Agenzia Israeliana per la Protezione della Natura e dei Parchi Nazionali (INNPPA). Il progetto di reintroduzione, però, non ha avuto successo, dal momento che gli animali non sono sopravvissuti[8].

grazie a Luisa Terragni




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21 novembre 2013

HATIKVA Inno nazionale dello stato di Israele


Ecco il testo e la storia dell'inno che si sente in questo blog

Naftali Herz Imber [1882]

 

Transliteration  
Kol od balevav p'nimah
Nefesh Yehudi homiyah
Ulfa'atey mizrach kadimah
Ayin l'tzion tzofiyah
Od lo avdah tikvatenu
Hatikvah bat shnot alpayim
L'hiyot am chofshi b'artzenu
Eretz Tzion v'Yerushalayim


 

Hatikva - English Lyrics

As long as deep in the heart,
The soul of a Jew yearns,
And forward to the East
To Zion, an eye looks
Our hope will not be lost,
The hope of two thousand years,
To be a free nation in our land,
The land of Zion and Jerusalem.


Hatikva -Italiano
Finché dentro il cuore, in profondità,                                       
l'Anima Ebrea ci sussurrerà
e alle porte d'Est, là dove sorge il sol
un occhio guarda al monte di Sion,
non è persa la Speranza,
speranza già bimillenne,
d'esser un popol libero in terra
di Sion, Gerusalemme.

 

 

 

 

 

 

File name

Format

Sound

Size (kbytes)

Hatikva1

Midi

Electronic

2,061

Hatikva2

Midi

Electronic

4,857

Hatikva-strings

Midi

Strings and organ

1,815

Hatikva-wind

Midi

Wind

5,221

Hatikva-organ

Midi

Organ

7,000

Hatikva-organ

Midi

Organ

7,441

Hatikva choral

RealPlayer

Chorus

194,700

Hatikva-Streisand

MP3

Barbra Streisand

428,118

 

Il titolo dell'inno nationale israeliano, non riconosciuto ufficialmente, Hatikvah, significa "La Speranza". Il testo fu scritto da Naftali Herz Imber (1856-1909), un immigrato Galiziano che si trasferì in palestina nel 1882. La melodia fu adattata da Samuel Cohen, un immigrato moldavo, forse sulla base del tema musicale della "Moldava" di Smetana o su un canto popolare scandinavo.

Hatikva esprime la speranza del popolo ebraico, di tornare un giorno nella terra dei loro avi come profetizzato nella Bibbia. Il popolo ebraico fu esiliato da Israele nel 70 d.C. dall'esercito romano, guidato da Tito, che distrusse la città ed il Tempio di Gerusalemme; durante i due millenni di esilio, il popolo ebraico pregava in modo speciale ogni giorno per il ritorno in Israele, rivolgendosi ad est nella direzione di Gerusalemme. Il monte Sion rappresenta Israele e Gerusalemme.

 

 




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5 novembre 2013

Israele, la storia dei Settlers di Gaza (coloni per qualcuno) in un museo

 
Sotto tiro palestinese
 Gerusalemme c'è un museo dedicato a Gush Katif, gruppo di insediamenti israeliani nella striscia di Gaza sgomberati nell'agosto 2005. Vuole documentare "la storia degli abitanti di questa fascia costiera, affinché non vengano dimenticate le fiorenti località distrutte", ha spiegato il responsabile del progetto. Un centro-archivio del Katif è stato già aperto a Nitzan, a nord di Ashkelon. Il centro documenta 35 anni di esistenza delle 17 colonie smantellate da Ariel Sharon. Migliaia le fotografie, dozzine di documenti, una cinquantina di libri e testimonianze di numerosi ex residenti. Alla cerimonia di inaugurazione, le poste israeliane hanno presentato il francobollo dedicato al Gush.
"Coloro che ricordano il passato saranno in grado di costruire il futuro" dice Dror Vanunu, responsabile del centro. Kobi Bornstein, tra i fondatori del centro, dice che il Gush "riflette la storia d'Israele, la comunità, l'agricoltura, l'insediamento, la fede, il sionismo". Lo sgombero dei villaggi ebraici israeliani dalla striscia di Gaza e di parte della Cisgiordania settentrionale ha significato la chiusura di 42 centri assistenziali day-care, 36 asili, sette scuole elementari e tre scuole superiori; cinquemila scolari sono stati inseriti in altre scuole; smantellate 38 sinagoghe; 166 aziende agricole israeliane sono essere chiuse, con la perdita di posti di lavoro anche per cinquemila palestinesi; infine, 48 sepolture del cimitero ebraico di Gush Katif sono state riesumate e trasferite in Israele, comprese quelle di sei abitanti uccisi da terroristi.
Il centro di Nitzan serve a documentare uno dei capitoli più straordinari e dolorosi della storia d'Israele. Si prevedevano spargimento di sangue, una pioggia di missili Kassam sui soldati e i cittadini nel Gush Katif. Niente di tutto questo è successo l'estate del 2005. Ci fu tanta disperazione, qualche scontro fisico ma soprattutto la dimostrazione di forza morale di Israele e dei suoi più indomiti cittadini. Erano ottomila ebrei a fronte di un milione e 324mila arabi. Sono la storia d'Israele.

velino giulio meotti


1 aprile 2011

Israele. Dalla Ben Gurion University of the Negev sviluppo di tecnologia per desalinizzazione in Giordania

 

 

 
 

Ben-Gurion University Of The Negev Technology Being Developed For Use In Jordan Desalination Plant
August 20, 2009
Researchers at Ben-Gurion University of the Negev are developing technology to scale up a novel method for achieving very high recoveries in desalination by reverse osmosis to be used in a Jordanian desalinization plant.
The team, lead by Dr. Jack Gilron of the Zuckerberg Institute for Water Research (ZIWR) and Prof. Eli Korin of the Department of Chemical Engineering, has developed a method of exploiting the finite kinetics of membrane fouling processes by periodically changing the conditions leading to membrane fouling before it can occur. The team was recently awarded grants from the NATO Science for Peace program and the Middle East Desalination Research Center (MEDRC).
Working in collaboration with colleagues from University of Colorado and the Hashemite University of Jordan, the group will be developing technology and setting up pilot facilities to produce ~120 m3/day (31,000 gallons) at desalination sites in Israel and in Jordan. Dr. Gilron explains that "the process will be tuned to reduce brine volumes to 33-50 percent of those generated in conventional reverse osmosis. This greatly reduces the environmental burden and improves the economics of the inland desalination process."
Gilron continues, "Water scarcity and the need to develop new water resources for populations not on the seacoasts are driving efforts to desalinate brackish water and municipal wastewater with ever-increasing efficiencies."
Related to the above development, BGN Technologies – the University's technology transfer company and the ATI (Ashkelon Technology Incubator) Cleantech Group have established a new company, ROTEC (Reverse Osmosis Technologies) to commercialize the technology. Israel's national water company, Mekorot, selected ROTEC as one of a handful of promising companies in which it invests R&D funding to help promote novel water treatment technologies worldwide and in Israel.
The Zuckerberg Institute for Water Research is part of BGU's Jacob Blaustein Institutes for Desert Research, recognized internationally as a leading scientific institute in arid zone research.
ROTEC (Reverse Osmosis Technologies) is a water treatment company that develops novel technologies to improve desalination processes of brackish groundwater. For more information, www.rotec-water.com
About Ben-Gurion University of the Negev and American Associates Ben-Gurion University of the Negev is a world-renowned institute of research and higher learning with some 19,000 students on campuses in Beer-Sheva, Sede Boqer and Eilat in Israel's southern desert. It is a university with a conscience, where the highest academic standards are integrated with community involvement, committed to sustainable development of the Negev. American Associates, Ben-Gurion University of the Negev plays a vital role in sustaining David Ben-Gurion's vision, creating a world-class institution of education and research in the Israeli desert, nurturing the Negev community and sharing the University's expertise locally and around the globe. For more information, please visit www.aabgu.org.
SOURCE: American Associates and Ben-Gurion University of the Negev
 

 




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2 dicembre 2010

Israele, paese dell'hi-tech

 Desktop Wallpaper-s > 3D-Art > Hi-Tech Cyborg Jeep


Recentemente leggevo su una rivista che di 3.850 start up nel mondo 1844 sono israeliane e che il paese ha visto una crescita del settore dell'hi-tech del 15% dal 1990 ad oggi. A tutto ciò si aggiunge il fatto che Israele è il quarto paese al mondo per numero di brevetti. Vediamo quindi quali invenzioni dobbiamo a questo paese del medio oriente.

Il computer WEIZAC
Parlando di hi-tech il primo argomento da trattare riguarda sicuramente il mondo dell'informatica. Che ha fatto Israele per noi in questo campo? Beh…molto in realtà! Nel 1954 infatti al Weizmann Institute of Science, a Rehovot, fu realizzato uno dei primi computer al mondo noto come WEIZAC (Weizmann Automatic Computer).
Questo computer era stato voluto dal direttore dell'istituto per il Dipartimento di Matematica Applicata allo scopo di risolvere le equazioni di marea di Laplace ma anche a beneficio di tutta la comunità scientifica di Israele, tra cui il Ministero della Difesa. Pensate che uno dei membri della commissione che decise la costruzione del WEIZAC fu Albert Einstein che però trovava l'idea poco ragionevole! Tuttavia alla fine si decise di realizzarlo e per il progetto furono stanziati $50,000, ossia il 20% di tutti i fondi dell'Istituto Weizmann.
Il WEIZAC era un computer operante su parole a 40-bit; le istruzioni erano di 20-bit: 8-bit costituivano il codice per l'istruzione e 12-bit erano per l'indirizzamento. Inizialmente veniva usata la carte perforata, ma nel 1958 si passò al nastro magnetico per l' I/O. La memoria inizialmente era un tamburo magnetico che conteneva 1.024 parole; successivamente fu stato sostituito con una memoria da 4.096 parole. Nel 1961 la memoria è stata ulteriormente ampliata con due ulteriori  moduli da 4.096 parole.

Hardware
La costruzione di uno dei primi computer al mondo è soltanto una delle cose che gli scienziati, ingegneri e informatici israeliani hanno donato al mondo. Dal punto di vista dell'hardware dobbiamo per esempio la chiavetta usb. Probabilmente se cercate su Google troverete scritto che la commercializzazione della prima chiavetta usb, chiamata DiskOnKey, all'IBM ed è vero. Ma chi ha sviluppato e  prodotto la tecnologia? L'israeliana M-Systems che, non a caso, ha come slogan "Flash Disk Pioneers".
E avete presente il processore Intel Core 2 che il pc di qualcuno di voi avrà sicuramente? È stato progettato all' Israel Development Center, distaccamento israeliano dell'Intel, in un periodo di crisi per la società di Santa Clara (California), tanto che alcuni giornali intitolavano i loro articoli con frasi tipo "Isreale salva Intel".

Software
Partiamo da uno dei programmi più famosi al mondo: ICQ. Per coloro che non lo sapessero, ICQ è il primo programma per computer di instant messaging, creato da Mirabilis, una compagnia start up israeliana fondata a Tel Aviv, nel 1996. Il nome è un gioco di parole sulla frase "I seek you" (io ti cerco).
La società è stata poi acquistata da AOL (America Online) per $407 milioni ($287 milioni pagati in contanti e $120 milioni pagati nei tre anni successivi) nel 1998. Nell'aprile del 2010 però AOL ha ceduto la proprietà di ICQ alla società russa Digital Sky Technologies per 187,5 milioni di dollari.
Nel 1994 una compagna israeliana, la Check Point Software Technologies, costruì uno dei primi software con la funzione di proteggere il vostro pc o la vostra rete: FireWall-1 (noto anche come VPN-1). Sempre in tema di sicurezza dobbiamo ad una società israeliana il primo antivirus; sviluppato dalla iRiS Software di Tel Aviv, iRiS AntiVirus è stato sviluppato nel 1987 per rispondere all'emergente problema dei virus informatici.

Altre tecnologie sviluppate
Tra le varie cose ci tengo a citarvi quella che personalmente ritengo la più importante tra le invenzioni fatte in Israele. A due scienziati di questo Stato dobbiamo infatti la tecnologia che la N.A.S.A. (National Aeronautics and Space Administration) utilizzata per trasmettere immagini sulla Terra dalla Luna.
Ma l'elenco delle scoperte e invenzioni sviluppate in Israele è molto lungo:

il microprocessore della Mercedes Classe S
la prima macchina fotografica con la più alta risoluzione per cellulari
la prima e-mail vocale
il famoso traduttore Babylon
il sistema di depilazione Epilady
Medical imaging via cellulare

Insomma una varietà enorme di tecnologie vengono sviluppate in un paese che tende ad essere ricordato soltanto per i conflitti che lo riguardano.

Jinni e Google TV
Per concludere voglio parlarvi di Jinni e del genoma dei film, un'idea israeliana tanto brillante da aver interessato persino il colosso di Mountain View.
Jinni è una start up con sede a Tel Aviv creata da Yossi Glick nel 2006 che ha brevettato il motore di ricerca su cui si basa Google TV. L'idea alla base del brevetto è quella di mappare il genoma dei film, ossia catalogare una marea di film con le relative recensioni in modo da poter rispondere alla classica domanda "Che cosa vediamo stasera?" sfruttando vari parametri di ricerca.
Lo schema alla base della classificazione è stato pensato da esperti di cinema, mentre la compilazione viene fatta da un software di analisi semantica che alimenta un gigantesco database in cui vengono correlati i diversi film, ma anche programmi o serie TV. Per ora potete sfruttare questa tecnologia accedendo al sito ufficiale di Jinni.

Il Movie Genome
È un esperimento di utilizzo della tecnologia semantica e di Natural Language Processing in campo cinematografico. Lo schema di base è diviso in due parti: esperienza (cioè il tono del contenuto) e storia (cioè gli elementi della trama); vengono inseriti circa 50 tag per ogni film che poi tornano utili a voi nel momento in cui effettuate la ricerca. Potete fare anche ricerche incrociate per ognuno dei campi di Jinni. Grazie poi al test sui vostri gusti, è il sito stesso a proporvi i film imparando anche dalle vostre ricerche precedenti.
Jinni in pratica è una Web Application con un ampio catalogo cinematografico ma anche un potente motore di ricerca semantico che offre risultati molto più precisi rispondendo perfettamente alle vostre richieste. Ovviamente una volta scelto il film avete a disposizione la scheda dettagliata della pellicola.

(InsideLife




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2 novembre 2010

Onore al Dr. Shai Sokker, israeliano, che ha guidato il team che per ha costruito il primo fegato artificiale Realizzato primo fegato umano in provetta

Sebbene un fegato sia composto di circa 100 miliardi di cellule, quello costruito da Sokker e compagni e' di solo 100 milioni di cellule, grande come una nocciolina, ma funziona.

 

È “mini” ma funziona: ecco il primo fegato realizzato in provetta

Non è ancora pronto per essere impiantati nei pazienti, date il suo formato “mini”, ma risulta perfettamente funzionante, proprio come quello vero: è il primo fegato umano della storia ad essere realizzato laboratorio.

Un grande passo avanti, quello compiuto dai ricercatori americani di Anthony Atala, dell’Istituto di medicina rigenerativa del Baptist Medical Center della Wake Forest University di Winston Salem (nello stato della North Carolina), che potrà tornare utile sia come modello per nuovi farmaci sia per i trapianti su persone con insufficienza epatica.

I risultati del lavoro saranno presentati nel corso dell’American Association for the Study of Liver Diseases di Boston. Shay Soker, coordinatore della ricerca, si dice “entusiasta” del traguardo raggiunto dalla sua equipe, ma tiene a precisare che questo non è che la fase iniziale di un lungo cammino e che prima che i pazienti possano trarre beneficio dalla scoperta bisogna superare ancora degli ostacoli.

Il primo di questi è quello del rigetto dell’organo trapiantato ed è pertanto necessario, come ha spiegato l’esperto, “valutare se questi organi sono sicuri per i pazienti stessi”. Solo superato questo si può pensare di crearne uno di dimensioni compatibili al corpo umano. Per creare il mini fegato, Soker e la sua squadra si sono avvalsi di una base animale di supporto, svuotata di tutte le sue componenti cellulari (con il cosiddetto processo di “decellularizzazione”realizzato con dei detergenti) e dotata solo di un’impalcatura di collagene e vasi sanguigni, per poi riempirla, attraverso un vaso sanguigno, di cellule umane: staminali adulte epatiche (cioè le cellule precursori del fegato di cui esiste una riserva in ciascun individuo) e cellule endoteliali (cioè quelle che costituiscono i vasi sanguigni).

Messi al posto giusto questi componenti, il tutto è stato messo in un bireattore, una sorta di incubatrice in cui il fegato è stato nutrito. Tempo una settimana e il mini fegato si è dimostrato funzionante. Resta da vedere ora se l’organo si rivela tale anche una volta trapiantato in animali. Solo dopo si può pensare di crearne uno di dimensioni compatibili al corpo umano.

Non è la prima volta che il gruppo di ricerca di Atala si distingue nel campo dell’ingegneria dei tessuti per la costruzione di organi in provetta. Già nel 2006, con un lavoro pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica “Lancet”, gli studiosi dell’Istituto erano riusciti a realizzare un pene artificiale in grado di restituire la fertilità ai conigli che presentavano un apparato genitale danneggiato.

Felicità sessuale dei conigli a parte, i successi dell’equipe sono importanti soprattutto per gli uomini: i risultati del loro lavoro secondo, gli urologi, potrebbero, infatti, segnare la parola “fine” a tutti i problemi di erezioni di cui soffrono alcuni uomini. E il gruppo di Atala non si ferma qua: nella rigenerazione di organi e tessuti e terapia cellulare i lavori continuano: sono in cantiere anche pancreas e reni.

Dopo il primo polmone in provetta, ricostruito in vitro da medici dell’università americana di Yale, si fa ora più lunga la lista degli organi realizzati in laboratorio. Se si continuasse su questa strada, partendo da cellule staminali del paziente stesso, un giorno non si potrebbe escludere la possibilità che ciascuno di noi, semmai dovesse nascere la necessità, potrebbe avere i propri “pezzi di ricambio” già a disposizione.

Pina D’Errico

da BARIMIA.INFO

 

__._,_.___




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9 settembre 2010

Il pomodoro di Pachino? È israeliano

Di Dario Bressanini
Qualche giorno fa il ministro Galan, parlando dell’importanza della ricerca in campo agricolo, ha affermato che il pomodoro di Pachino è stato creato in Israele e poi trapiantato in Sicilia. In molti si sono stupiti: «E' mai possibile che un prodotto tipico italiano abbia una origine straniera?». Certamente. Il ministro Galan non ha sbagliato. [...] Non sono state le antiche varietà locali, come qualcuno pensa, a portare al successo il pomodoro di Pachino. Nel 1989 l’azienda sementiera biotech israeliana, Hazera Genetics, introduce in Sicilia attraverso Comes S.p.A, divenuta poi Cois 94 S.p.A, due nuove varietà di pomodori: il ciliegino Naomi e la varietà Rita a grappolo. Nel giro di pochi anni questi due prodotti raggiungono una enorme popolarità ed entrano nelle case di tutti gli italiani e la tipologia ciliegino diventa sinonimo di «pomodoro di Pachino» ... ...

Leggi tutto l'articolo (da: Corriere della Sera on line):
http://www.corriere.it/cronache/10_settembre_06/pomodori-pachino-bressanini_fbd1d00a-b994-11df-90df-00144f02aabe.shtml




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11 agosto 2010

Rara moneta rinvenuta in Israele

La moneta e' stata fusa ad Alessandria durante il regno di Tolomeo V nell' anno 191 a.C. e porta il nome della moglie di Tolomeo II, Arsinoe Philadephus.

Una moneta Arsinoe Philadelphus (archivio)

Una moneta Arsinoe Philadelphus (archivio)

 

 

Una rara moneta d'oro, risalente al secondo secolo a.C, e' stata trovata in scavi condotti in Israele a Tel Kadesh, vicino al confine col Libano, da un'equipe di archeologi delle universita' del Minnesota e del Michigan.
Lo ha annunciato l'israeliana Autorita' per le Antichita', secondo la quale la moneta del peso di 27 grammi e' molto bella e molto ben conservata. La moneta e' stata fusa ad Alessandria durante il regno di Tolomeo V nell' anno 191 a.C. e porta il nome della moglie di Tolomeo II, Arsinoe Philadephus.
Secondo il Dr. Donald T. Ariel, dell' Autorita' per le Antichita', si tratta di "una moneta straordinaria che apparentemente non era di uso popolare o commerciale ma che aveva una funzione simbolica".
Gli scavi condotti a Tel Kedesh hanno finora portato alla luce una grande stabile del periodo persiano/ellenico, usato con funzioni amministrative, comprendente una grande sala per ricevimenti, impianti per il desinare, un deposito e un archivio.




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18 maggio 2010

Appunti di viaggi in Israele. Colloqui con famiglie di origine italiana alla cena di inizio Shabbat

 

Gerusalemme. Dal Monte degli Ulivi.

Foto: Piero P.

Angela Polacco, l'impareggiabile compagna di ogni viaggio in Israele, quando presenta la partecipazione alla cena che il venerdì sera dà inizio al Shabbat presso famiglie di origine italiana, definisce questi incontri come l’esperienza che rimarrà maggiormente impressa ai partecipanti.

Anche se la ‘raffica’ di raccomandazioni (che ovviamente toccano e magari impensieriscono solo chi non sia ebreo) non può che lasciare perplessi. “Non dovete portare macchine fotografiche. Dovete spegnere i cellulari. Se trovate magari la luce accesa nel bagno non dovete spegnerla quando uscite. Evitate di suonare i campanelli. Accordatevi con il taxi che vi porterà per farvi venire a riprendere evitando di telefonare”. E tanto altro: insomma un insieme di ‘norme’ che appaiono un po’ sconcertanti e un po’ incomprensibili (dando la misura di quanto la nostra cultura non conosca quella ebraica che pure è parte fondante di essa). Aggiungendo, in maniera che sul momento appare consolatoria ma che nei fatti assumerà un ben più preciso e tangibile significato: “Ad ogni modo comportatevi in maniera naturale. Sentitevi in famiglia”.
 
Ed intanto accade quello che Angela aveva pronosticato: la città (in genere Gerusalemme) che appariva frenetica, con un traffico del tutto caotico ed impossibile, con agli angoli delle strade i venditori di fiori da utilizzare appunto per il Shabbat incombente, praticamente sembra arrestarsi.
 
E’ una sensazione strana questa di vedere le strade pressoché vuote e, negli hotel (non in tutti, ma in molti) prendere a funzionare unicamente l’ascensore ‘dedicato’ proprio alla giornata dello Shabbat: quello che non necessita della pressione sul pulsante del piano desiderato dato che –sia necessario o meno – si ferma automaticamente ad ogni piano.
 
Poi viene la sera ‘fatidica’ mentre ciascuno s’interroga in cuor suo su quanto saprà (o non saprà) essere all’altezza. E quando si arriva alla porta di chi ci ospiterà e questa si apre… cade ogni preoccupazione (almeno nell’immediato).
 
L’accoglienza è sempre molto calorosa e vien da pensare che certamente gli ebrei di origine italiana saranno pur numerosi, ma accogliere con una certa frequenza questi veri e propri estranei con i quali hanno in comune unicamente il Paese d’origine dev’essere non poco faticoso. Personalmente mi sono chiesto (senza ottenere alcuna risposta soddisfacente):  ma noi cattolici saremmo disposti ad aprire con tanta facilità le nostre porte?
 
Ad ogni modo davvero, come aveva anticipato Angela (che difficilmente sbaglia…) fin da subito ‘ci si sente come a casa propria’. Si è fatti sedere e si comincia a parlare noi di noi e loro di loro. E non è che un ‘assaggio’. Poi inizia la cena con la benedizione di rito sul vino che poi viene bevuto e sul pane che si è invitati a spezzare e consumare.
 
Il tutto in un’atmosfera che è nello stesso tempo carica di significato (penso anche per un non credente le preghiere sul pane e sul vino non possano apparire come un’astratto cerimoniale) e di festa. La festa, appunto, dell’essere insieme a cenare.
 
Una cena (e si pensi che tutto deve essere stato preparato prima dell’apparire delle tre stelle che segnano l’inizio dello Shabbat) che tutte le volte ho trovato ricchissima e molto varia.
 
Intanto si continua a chiacchierare ed a scambiarsi idee ed opinioni proprio su tutto. Dai temi strettamente legati agli interessi personali ai problemi di Israele.Da queli maggiori, legati alla pace a quelli per certi versi 'minori', ma che stanno a cuore ai gerosolimitani, come l'intervento volto a punire i responsabili di uno scempio edilizio, passato sindaco compreso.  Quasi ci si conoscesse da sempre.
 
Può accadere, a chi scrive è successo l’ultima volta, che il padrone di casa prima di terminare il pranzo, si alzi e affermando che “i nostri Maestri dicono che un pranzo che nutre il corpo deve essere accompagnato anche da qualche cosa che non sia puramente materiale” legga un brano tratto dalla Parashà (il brano che si leggerà la mattina successiva in sinagoga) e lo commenti. Fatto che può apparire fuori luogo a chi consideri il convivio unicamente un cibarsi, ma elemento che ho assai gradito perché ancor meglio mi ha reso partecipa di come e quanto gli ebrei sappiano e vogliano discutere del Libro (cosa che noi cattolici immagino ci guarderemo dal fare… penso sbagliando).
 
Infine giunge la benedizione al termine della cena e le chiacchiere continuano… a scorrere.
 
Devo dire che sono momenti che ho trovato molto belli. Si conosce maggiormente chi ci ospita e anche chi ci è compagno in quell’esperienza. E non appare (almeno così non è stato per me) aprirsi e parlare anche di me, di quanto avevo fatto, di quanto stavo facendo. In uno spirito di reale ‘comunione’ che appare tangibile e ben diversa da quella che viene auspicata, ad esempio, nelle prediche delle messe domenicali.   
 
E non mi pare che il tutto questo atteggiamento di apertura e di accoglienza sia riconducibile unicamente alla sfera religiosa. Certo questo ho sperimentato in una cena di Shabbat presso coniugi osservanti, ma altrettanto ‘spazio’ per gli altri ho pure ricevuto a casa di Ariela che non si definisce religiosa.
 
Mi verrebbe, in conclusione, da pensare che quest’atteggiamento sia un po’ nel DNA degli israeliani e o degli ebrei… ma forse è meglio lasciare il tutto in sospeso per non giungere a generalizzazioni inutili e magari ipocrite. Limitandomi a prendere atto che quelli che ho avuto la fortuna di incontrare erano così…e magari sono solo stato fortunato.
 
E visto che anche oggi è un venerdì e che proprio da questa sera il millenario rito si ripeterà non mi rimane che concludere con un sincero: Shabbat Shalom!




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5 aprile 2010

Israele. Scoperto nei pressi della Jaffa Gate un'antichissimo acquedotto


Gerusalemme. Mamilah presso Jaffa Gate

Foto: Piero P.


Come già ripetutamente affermato (e pubblicato in vari post) davvero Israele sembra nascondere tesori archeologici dell’antichità che letteralmente ‘narrano’ la sua vita nei tempi antichi.“Gli scavi all’interno della Città Vecchia di Gerusalemme sviluppati presso la Jaffa Gate hanno portato alla luce una nuova affascinante rivelazione: un canale di 44 metri di lunghezza (40 yarde) e 1,5 metri (5 piedi) di altezza.


 

 

E’ stupefacente questo susseguirsi di scoperte che non solo danno il volto a quella che è stata la metropoli nei secoli passati, ma testimoniano il radicamento in quell’area (a Gerusalemme in particolare e nonostante gli assurdi negazionisti che non si arrendono neppure di fronte a dati di fatto concreti quasi volessero cancellare la presenza millenaria degli ebrei in Israele) di una popolazione che non poteva non essere - sia pure con oscillazioni nella quantità - ebraica.

 

Appunto a Gerusalemme è stata fatta una scoperta archeologica che contribuisce, e non poco, ad illuminare su quel vero e proprio ‘puzzle’ che è stata (ed è) questa città che ha visto (e vede) continuamente mischiarsi e sovrapporsi culture e testimonianze dei loro tempi.

 

Questo, in ordine di tempo ma certamente non l’ultimo, ritrovamento che consente di gettare uno sguardo ai passati tempi che, ancora una volta, sorprendono per le caratteristiche dell’avanzata tecnologia utilizzata per realizzare un vero e proprio acquedotto addirittura navigabile.

 

 

Gli scavi sono condotti dalla Israel Antiquities Authority, come parte di una operazione di ‘recupero’, una operazione consuetudinaria in Israele prima dell’inizio di importanti lavori di costruzione, prima di iniziare a sostituzione delle infrastrutture sotterranee presenti.

 

Nella scorsa settimana era stata annunciata la scoperta della vecchia strada della città che oggi porta dalla Jaffa Gate al Mt. Zion a conferma di quanto illustrato in una antica mappa a mosaico (la famosa Mabada Map ora conservata in una chiesa in Giordania, ndr).ù

 

 

Ora, è il turno della via navigabile della Gerusalemme superiore risalente al 2 ° e 3 ° secolo dell’Era Volgare a vedere la luce del giorno.

Il Dr. Ofer Sion, direttore dei lavori archeologici presso il sito, ha spiegato: "Durante il corso dei lavori, il muro della via navigabile è stato rivelato, e quando abbiamo rimosso alcune delle pietre di grandi dimensioni e guardato dentro, abbiamo visto davanti a noi un perfetta via d’acqua progettata per essere navigabile, con un tetto piatto di pietra alla sommità. E’ possibile camminare all'interno di esso, piegandosi, per una lunghezza di 40 metri ".

Il Dr. Sion spiega che la sezione appena scoperto è solo una parte di un corso d'acqua che una volta era lungo circa 13 chilometri che partiva dalle Piscine di Salomone. "E 'eccitante pensare che nessun essere umano ha messo piede qui per tanti secoli", ha aggiunto.

La via d’acqua navigabile larga due piedi non è stata scoperto del tutto casualmente. Alla fine del 19 ° secolo, l’archeologo e architetto della Terra d’Israele Dr. Conrad Schick (progettista del quartiere Meah She'arim)descrisse la posizione di una parte del corso d'acqua. "Il suo lavoro ci ha dato alcuni indizi che hanno portato a questa scoperta", ha detto il dottor Sion.

Originariamente, l'acqua è stata fornita a Gerusalemme principalmente dalla sorgente di Gichon. Poco più di 2.000 anni fa, tuttavia, con la popolazione della città in crescita, una nuova fonte si era resa necessaria. Re Erode cominciò a lavorare su grandi progetti, per portare l'acqua dai monti Hevron, utilizzando la forza di gravità, alle piscine di Salomone giusto a sud della città. Da qui due corsi d'acqua incanalavano l'acqua verso la città: Il canale superiore portava l'acqua al palazzo del re, alla piscina di Ezechia e ad altri settori ai livelli più alti della città, mentre l'acqua attraverso una via d’acqua navigabile inferiore prendeva la via del Santo Tempio posto, appunto, sul Monte del Tempio e verso le aree più basse. La sezione che ora è venuta alla luce era parte del canale superiore”.

 

 

Fonte: libera traduzione di Piero P. da Hillel Fendel per “Arutz Sheva” – 18.02.2010

Newly-uncovered ancient waterway

Immagine del canale scoperto

Israel news photo: Assaf Peretz, IAA 

 

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2 marzo 2010

Tornano alla luce le costruzioni di re Salomone

Una sezione di un antico muro della città di Gerusalemme che risale al X secolo a.e.v, forse costruito da re Salomone, è stato trovato negli scavi archeologici diretti da Eilat Mazar e condotti sotto gli auspici dell’Università di Gerusalemme.
La sezione del muro che è venuta alla luce, lunga 70 metri e alta 6, è situata nella zona nota come l’area Ophel, tra la città di David e il muro meridionale del Monte del Tempio.
Nel complesso del muro della città sono stati scoperti un corpo di guardia interno per l’accesso al quartiere reale della città, una struttura reale adiacente al corpo di guardia e una torre d’angolo che si affaccia su una considerevole sezione della vicina valle Kidron.
Gli scavi nella zona di Ophel sono stati effettuati nell’arco di tre mesi e finanziati da Daniel Mintz e Meredith Berkman, una coppia di New York interessata all’archeologia biblica. I fondi finanziano sia il completamento degli scavi archeologici con l’elaborazione e l’analisi dei reperti, sia il lavoro di conservazione e preparazione del sito per la sua apertura al pubblico all’interno del Parco Archeologico Ophel e del parco nazionale attorno alle mura di Gerusalemme.
Gli scavi sono stati condotti in cooperazione con l’Israel Antiquities Authority, l’Israel Nature and Parks Authority e la Company for the Development of East Jerusalem. Ai lavori di scavo hanno partecipato studenti di archeologia dell’Università di Gerusalemme oltre a studenti volontari dell’Herbert W. Armstrong College di Edmond, Oklahoma, e lavoratori salariati.
“Il muro della città che è stato scoperto – dice la Mazar – testimonia una presenza dominante. La forza e la forma della sua costruzione indicano un alto livello di ingegneria”. Il muro della città si trova al confine orientale della zona Ophel, in una posizione alta e strategica in cima al pendio occidentale della valle Kidron. “Un confronto tra questi ultimi reperti e le mura e le porte della città del periodo del Primo Tempio, oltre al vasellame trovato sul sito, ci permette di stabilire con un alto grado di certezza che il muro appena scoperto è quello che fu costruito da re Salomone a Gerusalemme nella seconda parte del X secolo a. e.v. – spiega Mazar – E’ la prima volta che viene trovata una struttura di quell’epoca che può essere messa in correlazione con le descrizioni per iscritto delle costruzioni di Salomone a Gerusalemme. La Bibbia ci dice che Salomone, con l’aiuto dei fenici, che erano costruttori eccezionali, costruì il Tempio e il suo nuovo palazzo e li circondò con una città, molto probabilmente collegata con il più antico muro della città di David”. Mazar cita specificamente l’inizio del terzo capitolo del primo Libro dei Re che dice: “…finché egli (Salomone) non terminò di costruire la propria casa, il Tempio del Signore e le mura di cinta di Gerusalemme”.
Il corpo di guardia alto sei metri del complesso del muro della città è costruito in uno stile tipico di quelli del periodo del Primo Tempio come Megiddo, Beersheva e Ashdod. Presenta un piano simmetrico di quattro piccole stanze identiche, due su ogni lato del corridoio principale. C’era anche una grande torre adiacente, che copriva un’area di 24 metri x 18, che doveva servire come torre di avvistamento per proteggere l’ingresso alla città. La torre è situata oggi sotto la vicina strada e deve ancora essere scavata. Il geometra inglese del XIX secolo Charles Warren, che effettuò un rilevamento sotterraneo della zona, descrisse per primo il profilo della grande torre nel 1867, ma senza attribuirla all’epoca di Salomone.
“Parte del complesso del muro della città – continua Mazar – serviva come spazio commerciale, parte come postazioni di difesa”. Nel cortile della grande torre si svolgevano svariate attività pubbliche: serviva come luogo d’incontro pubblico, come posto per condurre attività commerciali e di culto e come sede di attività economiche e legali.
Anche i frammenti di vasellame scoperti sotto il pavimento più basso dell’edificio reale, vicino al corpo di guardia, testimoniano la datazione del complesso al X secolo a.e.v. Sul pavimento sono stati trovati i resti di grandi giare di 1,15 m di altezza, sopravvissute alla distruzione del fuoco, e che sono state rinvenute in stanze che sembra servissero come magazzini, al piano terra dell’edificio. Su una di queste giare c’è un’iscrizione parziale in ebraico antico che indica la sua appartenenza ad un alto funzionario governativo.
“Le giare sono le più grandi mai trovate a Gerusalemme” dice Mazar, aggiungendo che “l’iscrizione trovata su una di esse dimostra che apparteneva a un funzionario governativo, probabilmente la persona responsabile di supervisionare la fornitura di prodotti da forno alla corte reale”.
Oltre ai frammenti di vasellame, nella zona sono state trovate anche figurine di culto, come pure sigilli a impressione sui manici delle giare con la parola “per il re”, che testimoniano il loro uso riservato alla monarchia. Sono state trovate anche delle ‘bullae’ (sigilli a impressione) con nomi ebraici, le quali pure indicano la natura reale della struttura. La maggior parte dei piccoli frammenti scoperti proviene da un complesso lavoro di setaccio a umido fatto con l’aiuto del Salvaging Temple Mount Sifting Project, diretto da Gabriel Barkai e da Zachi Zweig, sotto gli auspici della Nature and Parks Authority e della Ir David Foundation.
Tra la grande torre alla porta della città e l’edificio reale, gli archeologi hanno scoperto una sezione della torre d’angolo che misura otto metri di lunghezza e sei in altezza. La torre era fatta di pietre scolpite di insolita bellezza. Ad est dell’edificio reale è stata scoperta anche un’altra sezione del muro della città che si estende per circa 35 metri. Questa sezione è alta cinque metri e fa parte del muro che continua a nord-est e che un tempo comprendeva l’area Ophel.

(Da: Università Ebraica, Dept. of Media Relations, 22.02.10)


Nelle foto in alto: L’archeologa Eilat Mazar accanto a una sezione di 8 metri della torre d’angolo appena scoperta. Sotto: Manici di giara cin l’iscrizione “per il re”, rinvenuti nel sito dello scavo
 




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17 febbraio 2010

Come una foto satellitare di millecinquecento anni fa

La mappa di Madaba – un’antica mappa in mosaico del VI-VII secolo e.v. che si trova in una chiesa in Giordania e che raffigura la Terra d’Israele nel periodo bizantino – mostra chiaramente che l’ingresso a Gerusalemme da ovest avveniva attraverso una porta molto grande che conduceva a un’unica grande strada su quel lato della città.
Varie testimonianze di importanti edifici a Gerusalemme che compaiono sulla mappa di Madaba sono state trovate nel corso degli anni o sono sopravvissute fino ad oggi, per esempio la chiesa del santo Sepolcro. Ma la grande strada affollata del periodo in cui Gerusalemme divenne una città cristiana non era stata finora trovata. La ragione è che nessuno scavo archeologico era mai stato compiuto in quella zona a causa del disturbo che avrebbe arrecato, bloccando il traffico in un luogo così centrale.
Ora, vista la necessità di lavori radicali sull’infrastruttura dell’area, la Jerusalem Development Authority ha iniziato i lavori di restauro e sta rinnovando l’infrastruttura nella zona in generale, e in particolare accanto all’ingresso di David Street (nota ai turisti come la strada a gradoni della Città Vecchia, attorniata di negozi). È quindi possibile sia per gli archeologi sia per il pubblico dare una rara occhiata a quello che c’è sotto il pavimento di pietra tanto famigliare a tutti noi.
Dalla sua conoscenza della mappa di Madaba, Ofer Sion, direttore degli scavi per la Israel Antiquities Authority, aveva dedotto che il luogo dove l’infrastruttura sarà sostituita è quello dove passava una strada importante nota dalla mappa. “Ed effettivamente, dopo aver rimosso parecchi strati archeologici, alla profondità di circa 4,5 metri sotto il livello stradale odierno, con nostro grande entusiasmo abbiamo trovato le grandi pietre che lastricavano la strada”. Le lastre, lunghe più di un metro, risultano deteriorate dal peso dei secoli. Lungo la strada sono state trovate fondamenta di pietra su cui poggiavano un marciapiedi e una fila di colonne, che non sono ancora venute alla luce. Secondo il Ofer Sion, “è meraviglioso vedere che David Street, oggi così piena di vita, ha effettivamente conservato il percorso della rumorosa strada di 1.500 anni fa”.
Durante il Medio Evo sulle fondamenta di pietra del periodo bizantino venne costruito un edificio molto grande, di fronte alla strada. In una fase successiva, durante il periodo dei Mamelucchi (XIII-XIV secolo e.v.) in questa struttura furono aperte lunghe stanze, alcune delle quali a volta: sembra che fossero usate come negozi e magazzini. Si è anche scoperto che sotto questo edificio – proprio sotto la strada che va dalla cittadella di David a David Street e porta al quartiere armeno – c’è un’enorme cisterna di 8 metri per 12 e profonda 5 metri, che forniva acqua agli abitanti.
La mappa di Madaba è una mappa in mosaico di 8 metri per 16, costruita in una chiesa nella località di Madaba, in Giordania, e ritrae la Terra d’Israele attraverso la profonda conoscenza che l’artista musivo aveva del paese. La mappa raffigura schematicamente tutta la terra d’Israele, con particolare enfasi sui luoghi cristiani. Tra le altre cose che compaiono sulla mappa ci sono molte delle chiese che i cristiani cominciarono ad erigere a quel tempo, quando il grosso della città subì il passaggio religioso dal paganesimo al cristianesimo. Le chiese possono essere identificate dai tetti rossi che sono raffigurati sulla mappa.
I manufatti trovati negli scavi comprendono molto vasellame, monete e cinque piccoli pesi quadrati di bronzo che i negozianti usavano per pesare i metalli preziosi.

(Da: IAA Spokesperson, 10.02.10)

Nelle foto in alto: Gerusalemme come appare nella mappa musiva di Madaba del VI-VII secolo e.v. (il nord è a sinistra, l’est verso alto); sotto: i resti della strada di 1.500 anni fa riportati alla luce a Gerusalemme




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28 gennaio 2010

Quattro israeliane lavorano senza sosta per salvare i Rotoli del Mar Morto

Nir Hasson
Negli ultimi due mesi e mezzo Tania Treiger, conservatrice presso l’Israel Antiquities Authority, è rimasta china su un pezzetto di pergamena di circa 20 cm quadrati. Tutto è cominciato con un esame microscopico del frammento per valutarne le condizioni ed è poi continuato con il posizionamento di una carta speciale sul manoscritto, per rimuovere molto lentamente il nastro adesivo applicato negli anni ‘70.
Treiger, i cui strumenti consistono in cotton-fioc, pinzette e molta pazienza, è una delle quattro "guardiane" dei Rotoli del Mar Morto. Queste quattro donne, tutte originarie dell’ex-Unione Sovietica, sono le sole persone al mondo a cui è permesso toccare i Rotoli.
I primi Rotoli del Mar Morto, una delle più importanti scoperte archeologiche del mondo, vennero scoperti versa la metà degli anni ‘40 nella regione del Mar Morto, e da allora hanno sempre fatto notizia. A metà gennaio il quotidiano israeliano Maariv riportava che la Israel Antiquities Authority stava decidendo di non mandare più i Rotoli nelle mostre all’estero per timore di complicazioni legali, dopo che il governo di Amman aveva avanzato la richiesta che Israele consegnasse i Rotoli alla Giordania. Nel 1967, durante la guerra dei sei giorni, i giordani tentarono di portar via i Rotoli dal Rockefeller Museum di Gerusalemme e di trasportarli in Giordania, ma Israele entrò a Gerusalemme est prima che questo potesse accadere, e trovò i Rotoli nei depositi del museo.
La pretesa giordana non può comunque estendersi ai celeberrimi sette Rotoli completi, acquistati dal prof. Eliezer Sukenik e da suo figlio, l’ex capo di stato maggiore e archeologo israeliano Yigael Yadin. La rivendicazione riguarda casomai le decine di migliaia di frammenti scoperti dagli archeologi negli anni ’50. Sono pezzi appartenenti a circa 900 opere diverse, scritte – per lo più in ebraico, alcuni in aramaico – in un periodo di circa trent’anni anni verso la fine del periodo del Secondo Tempio.
Tuttavia, senza il lavoro delle quattro israeliane nel laboratorio di conservazione, Israele e Giordania tra pochi anni non avrebbero più nulla da contendersi. Errori fatti probabilmente in buona fede nell’immagazzinare i Rotoli (sotto i giordani) hanno portato nel corso degli anni al loro deterioramento e persino alla loro parziale disintegrazione. Oggi Treiger e le sue colleghe sono impegnate in una battaglia senza soste contro ogni possibile agente dannoso per questi tesori antichi di duemila anni, come luce, calore e sostanze chimiche.
Alla supervisione dei lavori c’è Pnina Shor, capo del settore Trattamento e Conservazione Manufatti dell’Israel Antiquities Authority. Shor sarà presto il primo direttore di una unità speciale che gestirà tutto il lavoro sui Rotoli del Mar Morto. “Non c’è al mondo un’altra collezione come questa, con tali problemi e tale importanza”, spiega.
I Rotoli, che risalgono al periodo tra il 300 a.e.v. e il 70 e.v, sono sopravvissuti incredibilmente bene nell’atmosfera secca delle cave di Qumran, sulla riva nord-occidentale del Mar Morto. I primi studiosi dei Rotoli, un consorzio internazionale di otto ricercatori, cercarono di mettere insieme i frammenti come meglio poterono. “Erano geni che fecero un lavoro incredibile, ma non erano consapevoli delle esigenze fisiche del materiale”, dice Shor. Usando il nastro adesivo, attaccavano insieme quelli che ritenevano essere frammenti collegati fra loro e li ponevano fra due lastre di vetro. Quegli studiosi crearono un totale di 1.276 lastre di questo genere. Ma il nastro adesivo, un’invenzione stupefacente negli anni ’50, si rivelò una catastrofe per i Rotoli dal punto di vista della conservazione. I prodotti chimici contenuti nell’adesivo corrosero il materiale organico, macchiandolo e cancellando alcune lettere. In seguito anche altri studiosi causarono dei danni. Negli anni ‘70 cominciarono a unire i frammenti usando carta di riso e material plastico, il che provocò ulteriori danni. Fortunatamente questo processo venne arrestato e la maggior parte dei frammenti rimase all’interno delle lastre di vetro.
Il progetto di conservazione dei Rotoli ha avuto inizio nel 1991 sotto gli auspici della Israel Antiquities Authority. Un comitato internazionale di esperti ha stabilito un protocollo, tutt’ora in vigore, per il lavoro sui Rotoli nel laboratorio istituito a quello scopo. In vent’anni è stata restaurata circa la metà dei Rotoli. La maggior parte del lavoro sui Rotoli è pazientemente meccanico – raschiare attentamente usando coltellino e pinzette – con l’uso di qualche prodotto chimico leggero. Il premio è la rivelazione di parole e lettere scritte ai tempi del Secondo Tempio.
Al tavolo di fronte a Treiger c’è la postazione di lavoro di Asia Vexler. Lei in realtà è in pensione, ma il laboratorio non potrebbe fare a meno della sua incredibile abilità nel trattare i frammenti più problematici, quelli dei filatteri trovati a Qumran. I Rotoli dei filatteri sono scritti in lettere minuscole su frammenti a volte non più grandi di pochi millimetri. Così hanno chiesto a Vexler di continuare a venire una volta alla settimana. Gli ultimi quindici giorni lavorativi li ha trascorsi staccando pochi millimetri di strisce adesive da un piccolo segmento inscritto. Alla domanda quali strumenti usi nel suo lavoro, Vexler dice: “Ho le mie mani, la mia natura, posso fare le cose con molta precisione”.
“È una grande responsabilità e a volte mette paura” dice Tanya Bitler, un’altra conservatrice che al momento sta lavorando su un frammento relativamente grande, circa 10 cm per 10, che è uno degli scritti settari, sconosciuti prima della scoperta dei Rotoli del Mar Morto.
Shor ha recentemente cominciato a considerare criticamente il lavoro dell’unità. “Lavoriamo da vent’anni e vogliamo essere sicuri che non stiamo facendo altri danni”, spiega. Shor ha consultato a Roma l’Istituto Centrale per la patologia del libro. Quando gli scienziati hanno chiesto un pezzo di pelle di capra su cui fare dei test, non ne trovava nessuno: gli scribi odierni di rotoli della Torah usano pelle di vacca. Finalmente fu trovato uno scriba di Torah haredi, a Gerusalemme, che lavora con pelle di capra, e questi poté di fornire il materiale necessario.
La digitalizzazione dei Rotoli, in preparazione da tre anni, dovrebbe cominciare fra circa sei mesi. Il progetto, il cui costo è valutato in oltre 5 milioni di dollari, farà uso di speciali tecniche fotografiche, tra cui fotografia a infrarossi e a pieno spettro che dovrebbero anch’esse rivelare lettere nascoste. L’intento del progetto, che durerà cinque anni, è quello di mettere tutto su internet cosicché gli studiosi di tutto il mondo possano partecipare al puzzle più grande di tutti: mettere insieme decine di migliaia di frammenti di circa 900 composizioni diverse. “I Rotoli sono sopravvissuti per duemila anni, il nostro scopo è che sopravvivano per altri duemila, e poi dayenu [ci basterà]”, conclude Shor.

(Da: Ha’aretz, 22.01.10)
 




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13 gennaio 2010

Israele: nasce 'facebook' per bimbi

Gia' tradotto in 8 lingue, presto versione italiana

Israele: nasce 'facebook' per bimbi Arriva Shidonni, il primo e piu' popolato social network per under 12, fondato da un gruppo di israeliani a Rehovot, a sud di Tel Aviv.

Superata da poco la soglia dei 200.000 utenti, questo 'facebook' a portata di bambino e' stato gia' tradotto in otto lingue ed entro due mesi, secondo quanto svelano i suoi ideatori, sara' disponibile anche in versione italiana. Il bambino disegna il suo personaggio o qualsiasi oggetto desideri e noi gli diamo vita, ha detto il fondatore e ad Ido Mazursky.

 




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15 dicembre 2009

Dai frammenti di un’iscrizione in greco trovati a sud di Gerusalemme nuove conferme alla storia dei Maccabei

 

 

Ricomposta la Stele di Eliodoro

È un antico comunicato reale che descrive l’incarico ad un nuovo esattore di tasse. E il suo testo, recentemente decifrato dopo che quattro recenti reperti archeologici sono stati riuniti, conferisce una chiara verosimiglianza agli avvenimenti che causarono la rivolta dei Maccabei nel 167-164 a.e.v. e alla storia di Hanukka.
Il significato del comunicato, inviato dal re siro-greco Seleuco IV (187-175 a.e.v.) ai governanti della Giudea, è emerso quando si è capito che tre frammenti di pietra con iscrizioni, trovati a Tel Maresha di Beit Guvrin tra il 2005 e il 2006, dovevano essere riuniti a un più grande pezzo di stele, donata al Museo d’Israele nel 2007.
La ricostituita stele, o tavola inscritta, riporta un testo del re, datato 178 a.e.v: undici anni prima della rivolta dei Maccabei. Contiene istruzioni per il suo capo ministro Eliodoro, riguardanti l’incarico, conferito ad un certo Olimpiodoro, di cominciare a raccogliere denaro da tutti i templi della regione, cosa che segnò l’inizio di un periodo negativo nella politica dei seleucidi rispetto all’autonomia ebraica. Quel periodo culminò in una spietata persecuzione da parte dei seleucidi ai danni degli ebrei di Giudea, e nelle misure restrittive per il Tempio del 168-167 a.e.v., che generarono la rivolta dei Maccabei, come viene ricordato nella storia di Hanukka .
I tre pezzi più piccoli, che provengono dalla base della stele, furono dissotterrati sotto l’egida del programma “Dig for a Day” (scava per un giorno)dell’Istituto dei seminari archeologici di Ian Stern. Da 25 anni, Stern porta volontari dilettanti a partecipare ai suoi scavi a Tel Maresha, nel parco nazionale Beit Guvrin. Durante un seminario del dicembre 2005, i fortunati partecipanti trovarono in una grotta della zona un manufatto di pietra rotto, con un’iscrizione in greco. Benché il ritrovamento fosse eccezionale, il suo pieno significato storico all’epoca non apparve del tutto chiaro. “L’iscrizione conteneva 13 righe, molte delle quali interrotte. Il reperto era importante perché la scritta non era su pietra locale gessosa, ma su calcare di Hebron di qualità migliore”, spiega Stern.
Nei mesi seguenti di giugno e luglio, furono trovati altri due pezzi con testo greco nello stesso sito di Tel Maresha, il che accrebbe l’interesse per il potenziale significato dei reperti.
Più tardi, all’inizio del 2007, una grande stele con sezioni mancanti alla base venne data in prestito al Museo d’Israele dal cofondatore Michael Steinhardt e da sua moglie Judy, di New York. Considerata una delle più importanti iscrizioni antiche mai trovate in Israele, , la stele non è più stata esposta dopo quei mesi di maggio e giugno, a causa di una ristrutturazione della sezione archeologica del museo. Acquistata dagli Steinhardt sul mercato antiquario all’inizio del 2007, la stele del 178 a.e.v. contiene 28 righe di testo greco, che descrivono le istruzioni reali a Eliodoro.
Nel marzo 2007, poco prima che la stele fosse esposta al Museo d’Israele, Hannah M. Cotton-Paltiel, dell’Università di Gerusalemme, specializzata in lingue classiche, e Michael Wöerrle, della commissione per la storia antica e l’epigrafia dell’Istituto archeologico di Monaco, pubblicarono una traduzione e una ricerca analitica del testo della stele.
Lo stesso anno, ignaro di una possibile connessione con la stele, Stern si consultava con il Dov Gera, dell’Università Ben-Gurion, uno specialista della storia ebraica durante il Secondo Tempio e di epigrafia greca, a proposito dei tre pezzi trovati a Maresha. Gera, che si mise al lavoro per decifrare le iscrizioni solo sul primo pezzo Stern, dice che inizialmente “non aveva fatto molti progressi”. “E’ solo più tardi, nell’autunno 2008, nei depositi della Israel Antiquities Authority, che sono riuscito a vedere riuniti tutti i pezzi che Stern aveva trovato sul sito, e ho cominciato a riconoscere la loro somiglianza con il pezzo del Museo d’Israele, che avevo visto quando era esposto – racconta Gera –Lavorando con i tre pezzi al deposito, e passando del tempo in biblioteca e altro tempo a casa, ci fu un momento particolare nel quale mi resi conto che i tre pezzi appartenevano alla stessa iscrizione”: come quella sulla stele che aveva visto l’anno precedente al Museo d’Israele.
Quando la stele venne ricomposta per la prima volta – a febbraio di quest’anno – con i tre frammenti trovati dai volontari di Stern, Stern ricorda con orgoglio: “Combaciavano perfettamente”.
Un altro ricercatore che ha lavorato con Stern, Yuval Goren dell’Università di Tel Aviv, è certo, sulla base della patina e dei resti di terra che vi sono attaccati, che la stele acquistata dagli Steinhardt doveva provenire dalla stessa area di cave gessose dove sono stati trovati gli altri tre pezzi. Insieme, la stele e i suoi frammenti costituiscono la più grande iscrizione del genere mai rinvenuta in Israele.
Il testo decifrato, indirizzato da Seleuco IV al capo dei ministri Eliodoro e a due altri funzionari seleucidi, Dorymene e Diofane, combacia perfettamente con il secondo libro dei Maccabei. Seleuco IV era il fratello maggiore di Antioco IV, che gli succedette e la cui persecuzione degli ebrei è citata in Maccabei II come la causa della rivolta dei Maccabei. Eliodoro è descritto nello stesso libro come colui che causò il primo conflitto aperto tra i seleucidi e gli ebrei, cercando di impadronirsi dei fondi del Tempio di Gerusalemme nello stesso anno del comunicato, il 178 a.e.v.
Nel messaggio, che presumibilmente era destinato ad essere visto dai residenti di Maresha – uno dei centri della comunità ebraica dell’epoca – Eliodoro viene formalmente informato che Olimpiodoro è stato designato, tra gli altre compiti, a supervisionare la raccolta delle tasse con “moderazione” da tutti i maggiori santuari entro le satrapie, o province, di Coele-Syria (poi Palestina e Israele) e Fenicia (lungo la costa mediterranea del moderno Libano). Si presume che questo nuovo incarico sia stato reso necessario dalla morte o dal licenziamento di un precedente governatore. Secondo Gera, l’incarico di Olimpiodoro come supervisore di tutti i santuari di Coele-Syria e Fenicia, compreso in particolare il Tempio di Gerusalemme, era inteso ad espandere la giurisdizione finanziaria dell’impero seleucide. Fino a quel momento, l’impero non aveva tassato gli ebrei della regione. Il re precedente, Antioco III, padre di Seleuco IV e di Antioco IV, aveva concesso ampia autonomia religiosa ai popoli delle satrapie del suo impero durante il suo regno, dal 222 al187 a.e.v., e Seleuco IV aveva continuato a rispettare le decisioni di suo padre riguardo agli ebrei. Ma solo fino a l’impero cominciò verosimilmente a restare a corto di denaro.
Come ha osservato Stephen Gabriel Rosenberg, del W. F. Albright Institute of Archeological Research di Gerusalemme, “gli ebrei di Gerusalemme avevano accolto Antioco III spalancando le porte della città al suo esercito nel 200 a.e.v., e in cambio lui aveva concesso uno statuto che permetteva loro di vivere secondo le loro abitudini ancestrali, esentava i sacerdoti dalle tasse e dava perfino contributi reali per la manutenzione del Tempio e per i sacrifici”.
La designazione di Olimpiodoro e la nuova richiesta di pagare tasse all’impero, come scritto sulla stele, rappresentava quindi evidentemente un cambiamento cruciale nell’atteggiamento dei seleucidi verso gli ebrei. Può anche essere stato considerato, in Giudea, una diretta violazione dell’autonomia religiosa ebraica: la violazione di uno status quo scritto, concordato con lo statuto di Antioco III.
I templi all’epoca erano il posto più sicuro in cui nascondere il denaro, secondo Stern. La tentazione di impadronirsi di una parte dei beni del tempio degli ebrei a Gerusalemme per l’indebitato impero seleucide – che era in debito con Roma per un indennizzo richiesto dall’impero romano in risposta all’espansione seleucide nella regione – fu evidentemente troppo forte.
Secondo Maccabei II, fu Simon di Bilgah che, per disprezzo verso l’alto sacerdote ebreo Onias, menzionò al governatore seleucide locale che il Tempio di Gerusalemme “conteneva ricchezze inaudite… suggerendo di trasferirle sotto il controllo di Seleuco IV”. Come scritto in Maccabei II (e dipinto nella “Espulsione di Eliodoro dal Tempio”, di Raffaello), Eliodoro fu mandato da Seleuco a impadronirsi del tesoro contenuto nel Tempio. Al suo ingresso, Eliodoro fu affrontato da un cavallo con un cavaliere in armatura d’oro, fiancheggiato da due giovani che lo buttarono a terra. La sua vita fu risparmiata per intervento del sacerdote Onias, ma venne cacciato dal Tempio a mani vuote. Gera ipotizza che non fosse Eliodoro, bensì Olimpiodoro, che tentò di entrare nel Tempio e che ne venne cacciato, e che l’apparente confusione e/o revisione storica fosse destinata a mettere in una luce negativa in tutta la regione la figura più importante, Eliodoro, piuttosto che una figura minore come Olimpiodoro.
Tre anni dopo, nel 175 a.e.v., Eliodoro assassinò Seleuco IV e assunse il potere, solo per essere rapidamente rovesciato da Antioco IV, di ritorno dalla prigionia a Roma. In generale si ritiene che Antioco IV cercò di ellenizzare gli ebrei (ma un professore dell’Università di Gerusalemme, Doron Mendels, in un nuovo libro, “Jewish Identities in Antiquity”, sostiene che, sebbene nel decennio degli anni 160 a.e.v. il regno greco dei seleucidi decretasse che gli ebrei dovevano smettere di obbedire ai comandamenti rituali ebraici, esso non richiedeva loro specificatamente di adottare le pratiche ellenistiche). Nel 169/168 a.e.v. il Tempio venne trasformato in un santuario dedicato al dio greco Zeus, il tesoro del tempio saccheggiato, il Sancta Sanctorum dissacrato e tutte le pratiche religiose ebraiche furono messe fuori legge. Verso il 167 a.e.v., mentre circolavano false voci sulla morte di Antioco in Egitto, in Giudea scoppiò la rivolta. Alla notizia della rivolta, il re marciò con il suo esercito sulla Giudea nel tentativo di soffocarla. Come descritto in Maccabei II, “quando questi avvenimenti furono riferiti al re, egli pensò che la Giudea fosse in rivolta. Furioso come un animale selvaggio, partì dall’Egitto e assaltò Gerusalemme. Ordinò ai suoi soldati di abbattere senza pietà quelli che incontravano e di massacrare quelli che si rifugiavano nelle proprie case. Fu un massacro di giovani e vecchi, di donne e bambini, di vergini e neonati. Nello spazio di tre giorni, ci furono 80.000 perdite, di cui 40.000 incontrarono una morte violenta e altrettanti furono venduti in schiavitù”. Le violenze innescarono la rivolta dei Maccabei contro l’impero, guidata da Mattatia e dai suoi 5 figli: Judah, Eleazar, Simeon, Yohanan e Jonathon. Nel 164 a.e.v.la rivolta finiva con successo e il Tempio dissacrato veniva liberato e purificato il giorno 25 di Kislev: celebrato fino d oggi come il primo giorno di Hanukka.
Secondo David Mevorah, curatore dei periodi ellenistico, romano e bizantino al Museo d’Israele, la stele, ora conservata nel museo insieme ai tre frammenti Stern, sarà esposta al pubblico – ricomposta – quando verà aperto il nuovo dipartimento di archeologia, la prossima estate.

(Da: Jerusalem Post, 10.12.09)

Nella foto in alto: La sete di Eliodoro –




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13 novembre 2009

Gerusalemme:Cavità (carsiche) che hanno fatto la storia

Gli ebrei religiosi, ed altri, credono che fu Dio a ordinare a re David di fare di Gerusalemme la sua capitale. Oggi, però, un geologo americano sostiene che fu la morfologia calcarea del territorio vicino alla sorgente di Gihon ciò che determinò la decisione di David.
Michael Bramnik, della Northern Illinois University, ha tenuto una conferenza sull’argomento lo scorso ottobre al meeting annuale della Geological Society of America svoltosi a Portland, Oregon. Forte di una “nuova analisi dei documenti storici e di mappe geologiche dettagliate”, Bramnik ha tenuto una conferenza su “Le fondamenta di una Città Santa: l’importanza storica della geologia di Gerusalemme”, nella quale ha sostenuto che la geologia della città fu determinante nel farne la città così importante sul piano religioso che è oggi, vera pietra angolare dell’ebraismo.
Nel 1000 a.e.v. il sistema idrico della città gebusita fu la sua rovina, spiega lo studioso. “La sorgente di Gihon stava proprio fuori dalle mura della città, una risorsa vitale in una regione assolutamente arida. Ma il re David, deciso a conquistare la città, mandò un gruppo scelto dei suoi soldati in un tunnel carsico calcareo che alimentava la sorgente. I suoi uomini si arrampicarono attraverso un sistema di grotte rese cave dal flusso dell’acqua, si infiltrarono sotto le mura della città e attaccarono dall’interno. David fece della città la capitale del suo nuovo regno, e così nacque Israele”.
La morfologia carsica è caratterizzata da erosione causata dalla rottura di pavimenti di roccia solubili dovuta a processi fisici, chimici o biologici. Le aree calcaree sono erose quando l’acqua piovana, che contiene un debole acido carbonico, reagisce con il calcare, causando l’erosione del minerale. Il modello che ne risulta è chiamato scenario carsico. Le aperture nella roccia si espandono e comincia a svilupparsi un sistema di drenaggio sotterraneo, che permette a maggiori quantità d’acqua di passare attraverso l’area accelerando la formazione di strutture carsiche sotterranee.
Re Ezekia, uno dei successori di David, osservò come gli assiri, un gruppo di guerrieri più forti degli ebrei, si impadronivano di tutte le città della regione. Temendo che presto venissero alla conquista di Gerusalemme, decise di sfruttare le caratteristiche del letto di roccia calcareo e fece scavare un tunnel di 550 metri che dirottava l’acqua della sorgente sin dentro le mura fortificate della città: un’opera che si può vedere ancora oggi. Gli assiri effettivamente strinsero d’assedio la città nel 701 a.e.v., ma senza riuscire a conquistarla. Gerusalemme, ricorda il geologo, fu l’unica città nella storia a respingerli con successo. “Sopravvivere all’assedio assiro convinse la popolazione che erano sopravvissuti grazie alla loro fede – aggiunge Bramnik – Così, quando furono conquistati dai babilonesi nel 587 a.e.v, ritennero che fosse perché la fede era venuta meno. Quella convinzione mantenne uniti gli ebrei attraverso la cattività babilonese, e così ebbe inizio la moderna congregazione religiosa”.
In un’arida regione piena di conflitti, un sicuro accesso all’acqua è importante oggi come lo era ai tempi biblici, conclude Bramnik. “Io credo che la geologia di Gerusalemme e la geologia di Israele siano ancora importanti per la vita nella regione, forse anche entrando nella sfera della politica”.

(Da: Jerusalem Post, 25.10.09)

Nella foto in alto: Un turista nel tunnel di Hezekiah, come appare oggi a Gerusalemme




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12 ottobre 2009

Riportata alla luce la scalinata centrale della Gerusalemme del Secondo Tempio

 

Una strada a scalinata scoperta da poco nella Città di David rappresenta, metaforicamente, “l’ultimo resto di indipendenza degli ebrei a Gerusalemme”, ha detto di recente Uri Goldflam, di Shalhevet Education and Consulting. La strada ricollega gli ebrei che persero l’indipendenza nel 70 e.v. con il popolo ebraico di oggi, dice Goldflam. “Si consideri il simbolismo: allora gli ebrei si nascosero sotto la scalinata per sfuggire ai romani; oggi, come popolo libero, gli ebrei possono di nuovo camminare sopra quella strada. Dopo 2.000 anni, quei gradini non sono più avvolti nel silenzio”.
La sezione larga da uno a due metri di una strada a scalinata che si ritiene fosse la via centrale di Gerusalemme durante il periodo del Secondo Tempio è stata scoperta negli scavi alla Cisterna di Shiloah Pool, nella Città di David.
Situato 550 metri a sud del Monte del Tempio, lo scavo è condotto sotto la guida di Ronny Reich dell’Università di Haifa, e di Eli Shukron, della Antiquities Authority.
“I pellegrini [ebrei] iniziavano di qui l’ascesa al Secondo Tempio. Questa è la punta più meridionale della strada, una sezione della quale è già stata scoperta lungo la facciata occidentale del Monte del Tempio”, spiega Reich.
La portata limitata dello scavo di 40 metri dipende dalla vicinanza del sito alla proprietà della chiesa greco-ortodossa e, dall’altra parte, alla proprietà del fondo religioso del Waqf musulmano. Nessuno dei due ha concesso il permesso per ulteriori scavi sulle loro proprietà.
Spiega Goldflam che “una volta la strada era l’arteria principale di Gerusalemme, dove tutti – ebrei, pagani, romani, ebrei-cristiani, compreso Gesù – calpestavano gli stretti gradini. Si ritiene perfino che Gesù abbia usato le pozze d’acqua adiacenti alla strada nell’episodio della guarigione del cieco”. Lungo la strada “si possono vedere i blocchi che furono rimossi per strappare la popolazione dai nascondigli e portarla alla morte” all’epoca della caduta di Gerusalemme, aggiunge Goldflam.
La strada lastricata di pietra venne scoperta originariamente tra il 1894 ed il 1897 da Frederick J. Bliss e Archibald C. Dickey, del British Palestine Exploration Fund, i quali però ricoprirono l’area di terra alla fine del loro scavo. Altre sezioni della strada sono già state scavate e poi ricoperte, anche durante scavi nel 1937 (sotto Mandato Britannico) e dal 1961 al 1967 (sotto occupazione giordana). L’archeologa americana Julia Iatesta attribuisce i molteplici scavi sul sito negli ultimi cento anni all’intenzione degli archeologi “di estrarre tutto quello di cui avevano bisogno dal sito (ogni singola volta) per poi ricoprire l’area, vecchia di duemila anni, per non esporla agli elementi atmosferici e al pubblico”.

(Da: Jerusalem Post, 17.09.09)

Nella foto in alto: una sezione della strada a scalinata, scoperta a sud del Monte del Tempio




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26 settembre 2009

Dedicato a chi vuole BOICOTTARE Israele, ma farlo sul serio. Basta seguire attentamente le istruzioni.

 
OK. Ho capito che Israele non vi piace molto e che siete innamorati dei palestinesi. Mi potrebbe anche stare bene, solo però se voi foste realmente informati dei fatti.

Insomma, volete boicottare Israele?????

Vi sorpenderò, ma se lo volete veramente fare, fatelo sul serio. Vi aiuto io.

Controlla tutte le tue medicine. Assicurati di non avere pillole, gocce, pozioni etc. fabbricati da Abic o Teva. Significa che tu potresti soffrire di raffreddore ed influenza quest'inverno, ma dai, è un piccolo prezzo da pagare per la tua campagna contro Israele, giusto?

Mentre stiamo parlando del vostro boicottaggio verso Israele e verso tutte le scoperte mediche che i medici e scienziati israeliani hanno fatto contribuendo così al benessere mondiale, ecco come dovreste indirizzarvi per boicottare i seguenti prodotti e brevetti...

Una compagnia israeliana ha sviluppato un semplicissimo esame del sangue che distingue fra casi leggeri e casi gravi di Sclerosi Multipla.  Così, se conoscete qualcuno che ha il sospetto di avere questa terribile malattia, ditegli di ignorare un eventuale diagnosi più accurata dei suoi sintomi.

Un apparecchio inventato e prodotto in Israele aiuta a ripristinare l'utilizzo di mani paralizzate.  Questo congegno stimola elettricamente i muscoli della mano, ridando speranza a milioni di persone sofferenti di ictus paralizzante o ferite alla colonna vertebrale.  Se desidererete spegnere questa speranza di una migliore qualità di vita di questa gente, andate avanti e boicottate Israele.

Bambini con problemi respiratori potrebbero presto dormire meglio, grazie ad un nuovo congegno israeliano chiamato Child Hood. Questa innovazione sostituisce la maschera da inalazione con una macchina per la somministrazione di farmaci che provvede al sollievo dei piccoli pazienti e dei loro genitori. Per piacere, dite alle madri ansiose di questi bambini che non dovrebbero usare questo congegno per sostenere la vostra appassionata causa.

Questi sono solo pochissimi esempi di quanta gente abbia beneficiato dalle conoscenze e scoperte israeliane che voi desiderereste bloccare. I boicottaggi spesso fermano la ricerca. Un nuovo centro di ricerca in Israele sta cercando di vedere la luce sui disordini cerebrali come la depressione e il morbo di Alzheimer.

Il Joseph Sangol Neuroscience Center nello Sheba Medical Center presso il Tel HaShomer Hospital, cerca di coinvolgere migliaia di dottori e scienziati per focalizzarsi sulla ricerca cerebrale.

Un ricercatore presso l'università Ben Gurion in Israele, sta avendo successo nel creare anticorpi umani monocellulari, i quali possono neutralizzare virus altamente contagiosi (smallpox)  senza i pericolosi effetti collaterali dei vaccini esistenti.

Due israeliani hanno ricevuto nel 2004 il premio Nobel per la Medicina. I dottori Ciechanover e Hershko hanno ricercato e scoperto uno dei più importanti processi ciclici che porteranno alla riparazione del DNA, al controllo delle nuove proteine prodotte e del sistema immunitario.

Il programma di chirurgia neurologica presso l'Israel Hadassah Medical Center ha eliminato con successo le manifestazioni fisiche del morbo di Parkinson in un gruppo selezionato di pazienti con una tecnica di profonda stimolazione del cervello.

Per le donne operabili di isterectomia a causa di fibromi uterini, lo sviluppo in Israele dell' Ex Ablate 2000 System è estremamente benvenuto e offre un'alternativa molto meno invasiva dell'intervento chirurgico.

In Israele si stanno sviluppando delle gocce nasali che provvedono alla vaccinazione contro l'influenza per cinque anni.

Di nuovo, sono sempre pochissimi esempi di progetti che voi potreste fermare con il vostro boicottaggio nei confronti di Israele. Ma non sentitevi ossessionati da questa ricerca; ci sono molte altre strade con le quali potrete fare sacrifici personali finalizzati al vostro boicottaggio.
 
La maggior parte dei sistemi operativi Window sono stati sviluppati da Microsoft-Israel da personale israeliano. Quindi, iniziate con un esempio personale da dare a tutti gli altri boicottatori. SPEGNETE IL VOSTRO COMPUTER!

I computers dovrebbero avere un adesivo con scritto sopra Israel Inside! La tecnologia per lo sviluppo del processore Pentium MMX fu disegnata alla Intel in Israele. Entrambi i processori Pentium 4 e Centrum sono stati interamente disegnati, sviluppati e prodotti in Israele.

La tecnologia Voice Mail è stata sviluppata in Israele. La tecnologia per AOL Instant Messenger ICQ è nata in Israele da 4 giovanissimi ragazzi israeliani.

Sia Microsoft che Cisco hanno costruito le loro sedi di Ricerca e Sviluppo al di fuori degli Stati Uniti in Israele.

Quindi, grazie al vostro completo boicottaggio di qualsiasi cosa proveniente da Israele, ora potete avere una salute cagionevole e niente computers! Come va? Tutto bene?

Ma per voi le cattive notizie devono ancora arrivare. Parliamo un pò dei vostri telefoni cellulari. Anche la telefonia cellulare fu sviluppata da Motorola in Israele, che infatti ha nello Stato Ebraico il maggiore centro di sviluppo. Scienziati israeliani hanno creato tutte le più importanti tecnologie presenti nei vostri telefoni mobili.

Vi sentite inquieti? E fate bene. Parte della vostra sicurezza personale è dovuta all’inventiva israeliana, nata dalla nostra esigenza di proteggere e difendere la nostra vita dai terroristi che vi piacciono così tanto.

Un telefono può attivare a distanza un’autobomba, o può essere usato per comunicazioni fra gruppi di terroristi, rapinatori di banche, o sequestratori. E’ di vitale importanza che gli ufficiali di sicurezza e le forze di polizia possano utilizzare sistemi di disturbo e di individuazione delle linee cellulari. Israel Net line Communications Technologies (con i loro esperti di sicurezza) aiuta a combattere il terrorismo.

Dunque tutte le cose che avete sentito sul fatto che gli Stati Uniti ascoltino le nostre telefonate private, dovreste sapere che è Israele che ascolta per noi.

Vorrei anche farvi sapere che Israele ha la più alta percentuale al mondo di graduati nelle università.

Israele ha la più alta produzione di pubblicazioni scientifiche procapite al mondo: ratio di 109 per 10,000.

Israele ha anche il maggior numero di giovani compagnie al mondo. In termini assoluti il numero più alto, eccetto gli Stati Uniti. Israele detiene anche un numero impressionante di brevetti per ogni anno.

Al di fuori della Silicon Valley (USA) è Israele ad avere la più alta concentrazione di aziende high tech ed è numero due al mondo per Venture Capital Funds, dietro agli USA.

Israele ha il maggior numero di musei procapite. Israele è secondo al mondo per pubblicazione di nuovi libri. Relativamente alla popolazione, Israele è la nazione che ha saputo meglio assorbire le nuove immigrazioni dal mondo e in quantità notevole.

Questi immigrati vengono in Israele perchè cercano democrazia, libertà religiosa, libertà di espressione, opportunità economiche e qualità della vita.

Che ci crediate o no, Israele è la sola nazione al mondo che è in netto guadagno nel numero di alberi presenti sul suolo nell’ultimo anno.

Anche Even Warren Buffet di Berkshire-Hathaway ha appena investito milioni di dollari nelle compagnie israeliane.

Quindi, voi potete continuare a sminuire e demonizzare lo Stato di Israele. Potete continuare con il vostro stupido boicottaggio, se lo desiderate. Ma io spero stiate pensando anche alle conseguenze e alla verità. Pensate all’impressionante contributo che Israele sta dando al mondo, incluso ai palestinesi, e anche a voi, in termini di scienza, medicina, tecnologia, comunicazioni, sicurezza, agricoltura.

ISRAELE E' LA NAZIONE CHE CONTRIBUISCE DI PIU' AL MONDO AL VOSTRO BENESSERE. RICORDATEVELO!

Da FriendsofISRAEL - Amici di Israele/blog sionista
http://friendsofisrael.go.ilcannocchiale.it/post/1922696.html

 



Contribuisce così bene, che i primi a beneficiarne sono proprio i palestinesi, infatti ecco cosa accade ai palestinesi che hanno bisogno di cure specializzate in Israele:
....... Press afferma che le Forze di Difesa israeliane, pur mantenendo – per evidenti motivi di sicurezza – stretti controlli sui pazienti palestinesi (veri e presunti) che chiedono d’entrare in Israele, comunque finora hanno approvato più del 90% delle richieste di visita o ricovero in ospedali israeliani. Nel 2007 sono stati rilasciati 7.226 permessi, pari a un aumento del 50% rispetto ai 4.754 permessi rilasciati nel 2006. Dall’inizio di quest’anno, già 2.317 pazienti palestinesi hanno potuto farsi curare in ospedali israeliani. Tutti coloro che ottengono il permesso possono essere accompagnati in Israele da un famigliare. A quel 10% di respinti per ragioni di sicurezza, viene comunque offerta la possibilità di essere trasportati da un veicolo israeliano fino al Ponte di Allenby attraverso il quale possono passare in Giordania, oppure a un passaggio di frontiera verso l’Egitto.
Naturalmente le richieste devono pervenire ad Israele attraverso il ministero della sanità dell’Autorità Palestinese, che fa capo a Mahmoud Abbas (Abu Mazen), giacché Israele non intrattiene rapporti con Hamas.
“Nonostante l’incessante lancio di missili e granate dalla striscia di Gaza – conclude Press – Israele fa tutto il possibile per permettere ai pazienti palestinesi di Cisgiordania e striscia di Gaza di farsi curare in Israele. Ma la difficile realtà in cui operiamo è frutto del terrorismo, che non smette di aggredire Israele e che bersaglia non solo i civili israeliani, ma anche quei valichi di confine attraverso cui passano i malati palestinesi per essere curati in Israele”.
Martedì granate di mortaio palestinesi di produzione iraniana lanciate dalla striscia di Gaza si sono abbattute sul kibbutz Netiv Ha'asara, molto vicino al valico di Erez, ferendo due israeliani. Lo scorso maggio, due donne palestinesi che erano state curate in Israele, vennero scoperte mentre si preparavano a compiere attentati suicidi a Tel Aviv e a Netanya approfittando dei permessi d’ingresso sanitari...... (Da: Jerusalem Post, 1.04.08) Il resto dell'articolo qui:
http://www.israele.net/articolo,2062.htm


Un nostro articolo su Lisistrata pubblicato il giugno 2007, già accennava a quanto ora abbiamo specificato meglio, in relazione all'embargo votato a maggioranza da professori universitari inglesi, per estromettere dal patrio suolo gli accademici israeliani per sostituirli con quelli palestinesi:  http://www.lisistrata.com/cgi-bin/tgfhydrdeswqenhgty/index.cgi?action=viewnews&id=1673

http://www.lisistrata.com/cgi-bin/02lisistrata/index.cgi?action=viewnews&id=91




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25 agosto 2009

Tel Aviv: una giovane capitale per giovani

 

Tel AvivUna meta insolita e sorprendente, Tel Aviv è la metropoli più dinamica del Medio Oriente. Quest’anno compie 100 anni dalla sua fondazione (1909-2009) e ci appare come la città israeliana più giovane e rivolta al futuro.
Tel Aviv reagisce con vitalità alle tensione di una terra difficile fonde architettura e caffè alla moda con l’anima più propriamente mediorientale delle panetterie arabe e dei mercatini tradizionali.
Tel Aviv si raggiunge in 3-4 ore con il volo diretto garantito da più di una compagnia aerea ed è sufficiente il passaporto con 6 mesi di validità.

Tel Aviv: da vedere tra Bauhaus e mercatini

A Tel Aviv si trova la maggiore concentrazione di edifici in stile Bauhaus al mondo. Lo stile Bauhaus nasce con il ”Manifesto di Weimar” esattamente dieci anni dopo la fondazione di Tel Aviv e genera negli anni Trenta nella città israeliana circa quattromila edifici tipicamente bianchi, grazie ai quali Tel Aviv è stata definita White City e dal 2003 inclusa nei siti dell’Unesco.  Nel 2000 è stato  inaugurato il Bauhaus Center che organizza tour guidati per le architettura moderniste e offre un negozio di souvenir di design e libri specializzati. Il Bauhaus Center si trova al numero 99 di Dizengoff street, che con Rothschild e Bialik è una delle vie a maggiore concentrazione Bauhaus. In particolare il Rothscildh boulevard è il grande viale alberato che unisce il quartiere di Neve Tzedek con l’Habima Theatre. E’ una passeggiata poco turistica, ma da non perdere per coniugare l’atmosfera frenetica e cosmopolita dei molti bar e locali con l’anima storica delle numerose architetture Bauhaus.
Per una passeggiata notturna, invece, consigliamo di partire da Gordon Beach per arrivare alla vecchia città araba, Jaffa.  La Tailet la sera si anima con i bar all’aperto e nell’aria si mescolano le note di quartetti d’archi e chitarristi punk: molti musicisti, infatti, si riuniscono per suonare sul lungomare nella notte israeliana.
Per lo shopping il mercatino da non perdere è Nahalat Binyamin il martedì e il venerdì: vi si può acquistare l’artigianato tradizionale passeggiando tra gli artisti locali che l’hanno eletto loro luogo di ritrovo preferito.
Nel cuore di Tel Aviv si trova  Sheinkin, proprio davanti allo Shuk Ha’Carmel, cioè “mercato del Carmelo”, autentica esposizione dei cibi israeliani più caratteristici. Sheinkin è la via dello shopping per eccellenza, anche se ha smesso di essere come era un tempo il ritrovo degli artisti e dei creativi più innovativi e ribelli.
II Dizengoff Center è, invece, il primo grande centro commerciale di Tel Aviv costruito negli anni Settanta e rappresenta oggi lo spaccato più autentico del lato più occidentale e consumistico di Tel Aviv. Nei suoi negozi di strumenti musicali non è raro imbattersi in prove di musicisti. 

Tel Aviv:  mangiare tipico

Nella vecchia città araba, Jaffa, dal 1879 la storica panetteria Abulafia sforna ricette tipiche come i biscotti alla cannella e le berekas, sfoglie ripiene. Fermatevi anche per un panino farcito al momento.
Un’atmosfera più ricercata e modaiola la potete trovare, invece, al Caffè Henrietta: concedetevi un piatto tipico veloce seduti ai suoi tavoli all’aperto.
Per una pranzo più importante gustato davanti ad un panorama mozzafiato recatevi su Alma Beach al Manta Ray.  E’ un ristorante molto frequentato da ebrei israeliani che serve una cucina che non sottostà ai precetti alimentari religiosi.

 




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 25/8/2009 alle 10:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


21 luglio 2009

Gente d'Israele: Aaron Fait e i salmoni del Negev... colorati di rosa!

Molto spesso (l’ultimo è il caso del conferimento del conferimento della cittadinanza romana a Gilad Shalit passato obbrobriosamente sotto silenzio se si eccettua un’intervista al padre… collocata a pagina 17 da “La Stampa”) i giornali italiani trascurano la realtà di Israele.

Verrebbe quasi da pensare che lo facciano quando non ci sono elementi che  “servano” a mettere in cattiva luce lo Stato ebraico.

Fortunatamente ci sono eccezioni. C’è chi riesce a cogliere il valore di quanto gli scienziati israeliani stanno facendo, senza clamori ma con risultati di tutto rilievo e, sotto molti aspetti, addirittura spettacolari.

 E’ il caso di R.A. Segre che, nei giorni scorsi ha incontrato Aaron Fait a Sde Boker. Aaron è una persona specialissima: è estremamente colto e capace di porgere le sue conoscenze a chi lo incontra con semplicità, senza quella sufficienza professorale che tanto spesso si nota (spiacevolmente) in molti scienziati e studiosi. E’ una persona capace di condurti per mano per farti capire di cosa sta parlando, senza frasi altisonanti o gergo difficile, ma con una semplicità che non può non affascinare.

CIMG1902 da te.

Aaron Fait

Così racconta il suo incontro il noto editorialista che, curiosamente, si riferisce allo scienziato chiamandolo sempre col solo cognome:

“Due grandi lastre di pietra. Due nomi: quello di David Ben Gurion e quello di sua moglie Pola e le date. Nient’altro. Con il resto rappresentato dal deserto col suo senso dell’infinito e dell’eternità. Silenzio. Non un trillo né un volo d’uccelli. Troppo assetati per dar segno di vita. Neppure il mormorio del vento a sollevarmi dal senso di insignificanza dell’umano. Un gruppo di reclute, sudate e sbracate, mitragliatori a tracolla, arriva alle mie spalle a ‘salutare’ la tomba del Padre di Israele. Turismo patriottico.

CIMG1895 da te.

Le tombe di Ben Gurion e della moglie Pola

Fait abita qui, in questo silenzio senza fine, in questo calore senza confini. E coltiva salmoni. (…ma non solo, come si vedrà più avanti ndr) Che colora di rosa per farli somigliare a quelli norvegesi, come fiordi trapiantati nel deserto. Lui che pure è di Bolzano.

CIMG1903 da te.

Sde Boker. Ingresso Blaustein Institutes

Ha risposto come un altro centinaio di giovanissimi ricercatori e più maturi scienziati, a due richiami che difficilmente altrove possono coesistere: quello avventuroso, romantico, pionieristico della frontiera e quello non meno avventuroso e pionieristico della scienza.

CIMG1905 da te.

Sde Boker. Vasca per trattamento delle alghe

Fait lavora nel dipartimento di biotecnologia e agraria delle zone aride. Si occupa fra le molte altre cose, dell’estrazione di una sostanza, la astaxanthin, dalle alghe che appartengono alla famiglia dei carotenoidi. Una specie di pozione magica capace di dipingere la vita: un antiossidante che colora di rosso il pomodoro e di rosa la carne dei salmoni fatti crescere in piscina. Oltre alla produzione di pesciolini colorati che già vengono venduti “in città” qui si studia come sfruttare l’olio che le microalghe producono come biofuel. Alcune sono capaci di accumularne fino al 60 per cento della loro bio-massa offrendo “l’unica soluzione, nel campo del biodisel, capace di liberare l’umanità dal fatidico triangolo acqua-cibo-energia”. La rivoluzione delle rivoluzioni.

Sarà, ma a me scoprire l’idea di colorare salmoni cresciuti nel deserto pare una presa in giro di Dante e del suo inferno. Ma è un pregiudizio. Perché a sentire il dottor Fait il deserto non dovrebbe far pensare al luogo di punizione delle anime ma a quello di speranza per l’umanità. Attraverso gli occhi e i microscopi di questi giovani scienziati che vengono da ogni parte dell’Europa e dell’America per misurarsi con le zone aride del mondo, è nel deserto che sta il futuro. Compreso quello dei salmoni pitturati come la Pantera rosa.

Prova a convincermi: ‘Ti ricordi di quelle piante secche che vedi rotolare nei film western? Ecco, sono importantissime come bio-massa. Studiando le strategie molecolari e fisiologiche di resistenza alle condizioni ambientali locali, isolandone i componenti, si possono ottenere piante resistenti a un’irrigazione limitata o di acqua riciclata’. Cioè piante capaci di vivere nel deserto quasi come nel giardino di casa. Piante che si accontentano di nulla, ma che danno tutto. Che trasformano anche il deserto in una serra fruttuosa e fiorita.

CIMG0797 da te.

Sde Boker. Fiori dalla sabbia

D’accordo, obbietto, sulla possibilità che voi scienziati del deserto possiate contribuire al sostentamento futuro dell’umanità intera con le vostre pozioni magiche. Ma oltre a correggere la terra e i suoi frutti cosa vi dice il deserto come esseri umani? Oltre a salmoni colorati di rosa cos’altro è capace di offrire ai vostri figli? Si può anche solo comprendere Mozart in maniera diversa qui, in questo ambiente ambiente così unico ma anche così artificiale?

 

Finiamo di mangiare il panino imbottito, un sorso di Coca Cola, e fait mi propone di fare un giretto in macchina. Vuol mostrarmi qualche cosa che vuol essere una risposta alle mie domande. Venti minuti di auto nel deserto. Caldo, polvere, strane formazioni di terra e roccia scolpite dal vento. Un’aria secca, sete millenaria di una terra vuota di esseri umani. Improvvisamente, dietro una curva, nel fondo di una valletta fra speroni di falsa roccia marrone, appare un rombo verde smeraldo. La superficie ben squadrata, incredibile eppur reale, di un vigneto. Vino rosso oltre che salmoni rosa.

 

Lasciamo l’auto all’inizio di un sentiero di terra battuta, fra du sculture di pietra: figura di donna con bambino, una specie di colonna votiva. Siamo nella proprietà strappata dal deserto di un contadino solitario, artista e produttore di 10mila bottiglie di vino pregiato e ben venduto ‘in città’ con le etichette da collezionista che lui stesso produce.

E’ una delle 14 fattorie create nel deserto da gente particolare, soldati soprattutto, che non ne vogliono più sapere di guerre, né di vita di città. In questa solitudine biblica hanno sviluppato un modi vita che non è quello degli Esseni del Vangelo, hanno moglie e figli, ma certo una visione dell’esistenza diversa da quella dei cittadini di Tel Aviv. Sono a loro modo dei ricercatori impegnati a sviluppare una vecchia e nuova scienza di vita nel deserto, un avamposto del futuro piantato nel cuore del deserto.

Il sole incomincia a scendere. Il calore a diminuire. Dal mare non lontano ma invisibile sta arrivando un po’ di aria fresca. Ritorniamo in silenzio all’auto. Verrebbe voglia di vivere questo futuro prossimo venturo che cresce, con i suoi vigneti, i suoi pomodori, i suoi pesci colorati, nella terra più antica e arida che c’è. Fianco a fianco di questi pionieri, contadini, scienziati del deserto. Qualcosa su cui si può tentare di scrivere. Ma troppo tardi per condividere.”

Grazie a marsspirit




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 21/7/2009 alle 16:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

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