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7 agosto 2014

Lettera da Gaza

Luglio 2014 

Lettera Ahmed, cittadino di Gaza 

In qualche modo ho ricevuto una lettera da Ahmed, che vive a Gaza City 

Conoscevo il padre di Ahmed Musa, che ha lavorato come saldatore per molti anni a sud di Tel Aviv. 

Un uomo simpatico che ogni mattina partiva da Gaza alle 04:00 ed iniziava a lavorare alle 06:30 a Tel Aviv. 

Musa guadagnava bene ed è riuscito a comprare per la sua famiglia un appartamento a Gaza City. 

Ahmad, figlio di Musa veniva di tanto in tanto con il padre e lo aiutava nel lavoro. 

Ahmed, che oggi ha 30 anni scrive: 

Anni fa, quando mio padre ha dovuto lasciare il lavoro a Tel Aviv ha  trovato lavoro in una piccola officina a Gaza. 

Non guadagnava abbastanza ed io lavoravo con lui per contribuire a sostenere la famiglia. 

Nel 2006 quando avete abbandonato la Striscia di Gaza, hanno subito incominciato a girare in furgoni con bande di teppisti di Hamas imperversando nelle le strade. 

Sparavano in tutte le direzioni, picchiando ed uccidendo chiunque gli pareva fosse contro di loro e c'era paura ad uscire nelle strade. 

Per un paio di giorni siamo stati in casa, papà non permetteva a nessuno di noi di uscire.
Pochi giorni dopo solo io e papà siamo usciti per andare a lavorare nell'officina onde portare a casa un po di denaro.
Ogni volta che sentivamo avvicinarsi un veicolo tremavamo di paura, cercando un posto dove nascondersi.
Un giorno si è fermato un furgone con un gruppo di teppisti di Hamas, sono entrati nell'officina portando via il padrone. 

Due giorni dopo tornò il padrone con il viso gonfio e si mise a parlare con papà, io ero seduto vicino ed ascoltai. 

Ho capito che da quel giorno l'officina avrebbe dovuto lavorare per Hamas e solo per loro. Hamas ha deciso i prezzi che avrebbero ricavato da tale lavoro e provveduto a tutti i materiali necessari. 

Da quel giorno ogni mattina veniva un delinquente armato di Hamas, si sedeva nell'officina mentre noi fabbricavamo dei tubi con delle ali e solo dopo ho capito che quei tubi erano progettati per il lancio di razzi. 

Un giorno arrivò un furgone con dei teppisti di Hamas, presero mio padre e lo portarono via. 

Non ho più visto mio padre. 

Il proprietario del negozio mi ha detto di non venire più lavorare,  gli ho chiesto che cosa stava succedendo a mio padre e lui mi rispose che Hamas ha scoperto che mio padre ha lavorato a Tel Aviv, sospettandolo di collaborazione con Israele relegandolo in un luogo di collaboratori sospetti. 

Più tardi mi sono reso conto che l'uccisero  gettando il suo corpo in un pozzo. 

La vita è diventata sempre più difficile, non c'era lavoro, abbiamo ricevuto una piccola sovvenzione mensile che è appena sufficiente per pane e latte. 

Un giorno un amico mi ha chiesto se volevo andare con lui per qualche giornata di lavoro particolare, poichè avevo bisogno di danaro ho accettato e sono andato con lui. Siamo arrivati in un appartamento di Gaza, eravamo in sei, ci hanno fatto entrare nel retro di un furgone seduti nel buio e non potevamo vedere nulla, quando siamo arrivati dopo circa un'ora ci hanno portato all'interno di un edificio chiuso. Non sapevamo dove ci troviamo. Dopo ci hanno mostrato un buco nel terreno e ci hanno detto di scendere all'interno, la discesa è stata paurosa ci siamo trovati in un canale, siamo andati avanti carponi per un centinaio di metri e siamo giunti alla fine della galleria. Là ci aspettavano due teppisti di Hamas, ci hanno dato degli arnesi, ci hanno spiegato cosa fare ed è così che abbiamo iniziato a scavare il tunnel. Il lavoro era duro, l'aria irrespirabile, habbiamo lavorato in turni di otto ore di lavoro e 4 di riposo. Abbiamo lavorato nel tunnel per circa 10 giorni, i teppisti di Hamas venivano sostituiti ogni giorno, gridavano e ci picchiavano quando pensavano che il ritmo di lavoro era basso. Dopo circa 10 giorni ci hanno fatto uscire, hanno dato a ciascuno di noi un po di denaro e di nuovo il furgone ci ha portato al centro della Striscia. Non sapevamo dove eravamo e dove abbiamo scavato il tunnel inoltre la paga era bassa, ma quello c'era. 

Non tornai mai più a quel lavoro. 

Era dura senza lavoro, pensai di riprovare nell'officina dove avevo già lavorato con mio padre, ma una volta giunto nel luogo dove era situata la trovai chiusa. Ho chiesto ai vicini se sapevano cosa fosse successo e loro impauriti mi hanno detto che l'officina era stata spostata in un altro luogo ma non sapevano dove. Hanno aggiunto che ogni mattina arriva un furgone chiuso, e tutti i dipendenti dell'officina entrano nel furgone e solo a tarda notte tornano. 

Per un pò di tempo ho fatto diversi lavori temporanei per mantenere  la mia famiglia. Tutto il tempo viviamo nella paura, per le strade di tanto in tanto arriva un furgone con i teppisti armati di Hamas, ci fermano colpiscono noi civili, picchiano sparano uccidono e se ne vanno. Noi vediamo i ricchi a Gaza, la gente fi Hamas vive in case eleganti, guidano autoveicoli nuovi, mandano i loro figli a studiare all'estero, e la maggior parte degli abitanti di Gaza vive in povertà, senza un lavoro e con la paura dei teppisti di Hamas. 

A volte i bambini mi raccontano che Hamas distribuisce caramelle ai bambini in varie località della Striscia di Gaza, e quando vanno a ricevere le caramelle subito dopo sentono il fracasso del lancio di missili e razzi verso Israele. Israele risponde verso il luogo da dove è avvenuto il lancio e i bambini vengono colpiti. Ti scrivo questa lettera perché la situazione è molto molto difficile. Per nostra fortuna viviamo a Gaza, ma abbiamo  famiglie che vivono in altri luoghi della Striscia di Gaza, Hamas dirige contro di voi una guerra sparando missili verso le vostre comunità, e noi il popolo siamo le vittime di Gaza e non abbiamo dove nasconderci. Hamas invece ha costruito per la sua gente bunker sotterranei, una parte  di loro non sono neppure a Gaza, sono protetti e non gli interessa del proseguo della guerra a Gaza.

Ci sono molte famiglie che affittano camere o spazi cortilivi ad Hamas, questo ha permesso a loro di avere un sostentamento ed ora Hamas lancia missili verso Israele dalle loro case. Molte case vengono bombardate dai vostri aerei come conseguenza. 

Noi stiamo soffrendo, abbiamo paura dei teppisti di Hamas, paura dei vostri bombardamenti, in continuazione esplosioni, quando si sente il fischio di un lancio di un razzo o un missile  sappiamo che subito dopo ci sarà l'esplosione di una vostra bomba. Abbiamo anche sentito parlare delle gallerie scavate da Hamas verso Israele e solo ora mi rendo conto che ho lavorato pure io alla loro costruzione, non capiamo perché stanno facendo di tutto per danneggiare Israele, invece di sviluppare la striscia e migliorare la vita dei residenti. 

Spero che quando tutto finirà io e la mia famiglia saremo ancora vivi. Ma oer noi non c'è speranza, so che Hamas prenderà solo per sè  i  soldi che il mondo darà per contribuire alla ricostruzione della Striscia di Gaza, comprerà più armi e costruirà più ville lussuose per i loro funzionari. I teppisti di Hamas continueranno a guidare i loro camion e con brutalità continuerà a farci del male. 

Io posso dirti che sappiamo che alcuni dei comandanti di Hamas si trovano nei bunker sotto l'ospedale e sotto la scuola a Gaza. Sanno che voi non  li colpirete là. 

Preghiamo che il mondo ci aiuti a liberarci dal dominio della paura implacabile di Hamas. 

Sono sicuro che se farai conoscere  la mia lettera non rivelerai il vero nome di mio padre, tuo amico, e il mio nome. 

Preghiamo per la morte di tutti i membri di Hamas e per la nostra libertà, per una vita normale per i nostri figli e per noi a Gaza. 

E magari che si possa tornare ai giorni in cui papà  lavorava a Tel Aviv con i buoni amici d'Israele 

Inshallah ????? 

Ahmed 

Grazie a Tammy che ha tradotto dall'arabo e, naturalmente, i nomi sono stati cambiati


Itzik Azar

Tradotto dall'ebraico da Azil




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 7/8/2014 alle 8:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


18 novembre 2013

MASSIMO TEGLIO, L'"AMICO DEGLI EBREI GENOVESI"


 

 

 

Genova, pomeriggio del 2 novembre 1943. Alle ore 17 gli uffici della Comunità Ebraica di Via Bertora sono regolarmente aperti quando all'improvviso due Obersherfuhrers del Judische Bureau, accompagnati da un interprete italiano, certo Luzzatto, e scortati da 22 soldati delle SS, sfondano la porta dell'edificio e arrestano il custode Bino Polacco intento a giocare con i suoi due figli, Carlo e Roberto. I tedeschi puntano i mitra contro l'uomo e i ragazzini terrorizzati e obbligano Polacco a consegnare immediatamente tutti i registri anagrafici della Comunità israelitica genovese. Poi lo caricano con i ragazzi e la moglie su un camion e li traducono nel carcere di Marassi. In seguito, si saprà che l'intera famiglia Polacco è stata rinchiusa e sterminata in un campo di concentramento tedesco. Con questa prima, rapida operazione, ordinata dal maggiore Sigfried Engel, capo del Servizio di Sicurezza S.D. di Genova, ha inizio il calvario della minoranza ebraica residente nel capoluogo ligure. Il giorno seguente, grazie ad una delazione, le SS riusciranno ad arrestare in Galleria Mazzini il rabbino Riccardo Pacifici. Il capo spirituale della Comunità, che nelle settimane precedenti aveva trovato sicuro rifugio, per diretto interessamento del cardinale Boetto, presso la sede dell'Arcivescovado, aveva deciso di uscire allo scoperto per aiutare la moglie e i figli a fuggire a Firenze. Sistemata la famiglia in un convento del capoluogo toscano, Pacifici era voluto tornare a Genova per prestare conforto ai suoi correligionari. Ai prelati fiorentini che cercavano di dissuaderlo egli rispose: "Sono disposto a morire per l'ebraismo, ma non per i nazisti". Dopo averlo ammanettato, le SS trascinarono il rabbino all'interno della Sinagoga di via Bertora, dove venne interrogato e pestato selvaggiamente. Alcuni giorni dopo, lo caricarono su una tradotta con destinazione Auschwitz, in Polonia, dove il 12 dicembre 1943 venne ucciso e cremato, assieme a tanti altri correligionari, in uno dei forni del campo.

Proprio in quel drammatico autunno del '43 (nel novembre 1943 sono arrestati e deportati 300 ebrei genovesi) a Genova Massimo Teglio stringe le fila dell'organizzazione clandestina ebraico-cristiana "Delasem", creata nel 1936 per fornire assistenza ai profughi ebrei diretti in Palestina o oltre Oceano . Teglio, uomo coraggioso e di saldi principi morali, era stato uno dei primi ad entrare a fare parte della Delasem. Fiancheggiavano l'organizzazione cittadini comuni, ma anche molti funzionari, ufficiali dell'esercito e dei carabinieri e parecchi prelati dell'Arcivescovado che si adoperarono per procurare rifugio agli ebrei perseguitati dalle forze nazi-fasciste o aiutandoli a fuggire all'estero. Con lo scopo di realizzare al più presto la cosiddetta "soluzione finale", nell'inverno tra il 1943 e il 1944, Heinrich Himmler, comandante in capo delle SS, ordinò il rafforzamento delle sue unità operanti in Italia e sul territorio ligure per "liquidare" tutti gli ebrei ancora a piede libero. E fu così che presso l'edificio della Casa dello Studente di corso Gastaldi iniziò ad operare il nucleo S.D. agli ordini del maggiore Engel. E da questa base dipendevano due speciali bureau, il numero "4" e il numero "5", affidati al comando del tenente Otto Kass. Quest'ultimo creò a sua volta un apposito Ufficio Ebrei che aveva il compito di eseguire le indagini particolari e gli arresti degli israeliti nascosti in città e nella provincia. L'Ufficio disponeva di un folto numero di impiegati e di militi delle SS, coadiuvati da informatori civili e da interpreti. Tutti gli ebrei catturati venivano solitamente tradotti negli scantinati della Casa dello Studente dove venivano sottoposti ad interrogatori estenuanti e non di rado a sevizie. Successivamente, questi disgraziati venivano trasferiti alla IV Sezione delle carceri di Marassi, diretta dal maresciallo E. Poickert. Questi si occupava della segregazione e della "spedizione" in vagoni piombati dei suoi prigionieri, avviati nei campi di concentramento tedeschi e polacchi. Affiancavano la struttura organizzativa nazista delle SS il personale dell'Ufficio Gestapo di via Assarotti, diretto dal maggiore Werner, e le forze di Polizia e della Milizia repubblichine.

All'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943, a fronteggiare questa efficiente macchina di sterminio, non c'erano che poche decine di uomini, di fede ebraica e cristiana, dotati di grande coraggio, ma di pochi mezzi. E fu proprio per questo motivo che Massimo Teglio, spalleggiato dalla Curia e da non pochi funzionari del Comune, aveva posto le basi per la creazione di una vera organizzazione di salvataggio, iniziando per prima cosa a dedicarsi alla fabbricazione di documenti falsi e lasciapassare per gli ebrei alla macchia e per quelli che si apprestavano a fuggire da Genova.

Teglio, uomo tranquillo, ma anche astuto, carismatico e dotato di notevole iniziativa, mise in piedi un laboratorio per la contraffazione di documenti di qualsiasi tipo. Un lavoro che poté portare a compimento grazie alla collaborazione della Ditta Prada e del tipografo Valtolina che fornirono la carta e i timbri a secco di vari comuni italiani, mentre la Curia procurava quelli di gomma delle varie parrocchie italiane (in questa attività prezioso risultò l'apporto fornito da don Repetto, segretario del cardinale Boetto). Teglio, infatti, non era solo. In Questura alcuni funzionari, tra cui il dottor Broccardi-Salmezzi e i commissari Sbezzi, Salmeri, Mollo e Figurati, si adoperarono per favorire l'attività di Teglio e della Desalem, rischiando di essere scoperti e fucilati dai nazi-fascisti. Questi funzionari chiusero spesso un occhio su "movimenti di gente sospetta" segnalati dagli informatori e dai delatori (anch'essi, purtroppo, numerosi) che in cambio di denaro erano disposti a spedire alle camere a gas uomini innocenti, donne e bambini.

In Prefettura, operava il dottor Claudio Lastrina, che fino dall'autunno del '43 si era messo a disposizione di Teglio per aiutarlo a reperire documenti e timbri falsi. Purtroppo, un giorno Lastrina si tradì e venne arrestato dalle SS che lo deportarono in un non precisato campo in Germania dove, nel 1944, venne fucilato. Presso il Comune di Genova, il vice segretario generale, avvocato Gian Antonio Nanni, e alcuni suoi stretti collaboratori, riuscirono per parecchie settimane a tenere nascosto ai tedeschi l'elenco completo degli ebrei residenti in città, stilato nel 1938 in occasione del varo delle leggi razziali. Anche l'Arma dei Carabinieri si adoperò spesso per coprire in qualche modo Teglio, i membri della Delasem e gli ebrei braccati dalle SS o dalla Gestapo. Molti di questi perseguitati vennero ospitati nel lebbrosario e nel reparto Malattie Infettive dell'Ospedale di Genova. E tutto ciò fu possibile grazie alla connivenza dei professori Cartagenova e Catterina e dei dottori Morra, Vittone, Solimano, D'Antilio e Ciffatte. Persino alcuni plenipotenziari e ufficiali tedeschi di salda fede cristiana, come il console generale Hans Bernard e il console ordinario Alfredo Schmidt ("un austriaco di ottimi sentimenti", così lo descrisse il cardinale Boetto) collaborarono con la Curia, contribuendo alla salvezza di alcuni ebrei. A dimostrazione che non tutti i tedeschi condividevano i folli progetti di Hitler e di Himmler.

Tra il 1943 e il 1944, la "Delasem", ormai trasformatasi in una vera e propria organizzazione dotata di mezzi e di sufficiente sostegno finanziario (il denaro veniva procurato attraverso collette e donazioni di cittadini sia ebrei che cristiani e grazie a periodici versamenti da parte dell'Arcivescovado), cominciò a progettare l'espatrio clandestino di interi nuclei di civili ebrei. Per attuare questo piano, che comportava ovviamente difficoltà e rischi di ogni genere, venne chiamato a Genova Raffaele Cantoni, un noto esponente della resistenza ebraica che, dopo essere stato arrestato a Firenze dai nazisti, era riuscito a fuggire buttandosi da un treno in corsa. Giunto nel capoluogo ligure, Cantoni nominò Teglio responsabile della Desalem per tutto il Nord Italia: un incarico prestigioso che dimostrava chiaramente la capacità e il coraggio da lui dimostrato nei mesi precedenti. A Teglio spettò anche il compito di studiare e pianificare i percorsi di fuga più idonei per attraversare l'Appennino, la Pianura Padana, e raggiungere il confine svizzero. A questo riguardo occorre ricordare che nel dicembre del 1943 un primo tentativo di fuga, organizzato dal sacerdote don Rotondi, era finito in tragedia. Giunto in prossimità della frontiera alpina assieme ad un gruppetto di ebrei, il sacerdote era stato arrestato dai tedeschi e rinchiuso nelle carceri milanesi di San Vittore. Teglio decise quindi di organizzare un nuovo e più sicuro sistema di espatrio, cercando per prima cosa di contattare funzionari svizzeri di sua fiducia, come il console Biaggi de Blasys che, a sua volta, era in ottimi rapporti con la direzione della Croce Rossa Internazionale e con il Comando delle Guardie di Frontiera elvetiche. Gli espatri vennero organizzati soltanto per piccoli gruppi di 5 o 6 persone, per consentire una maggiore rapidità di spostamento e di eventuale occultamento lungo il percorso. I nominativi dei fuggitivi venivano preventivamente segnalati da Teglio al console svizzero che, a sua volta, si preoccupava di inoltrare la lista a Berna, affinché le autorità governative approntassero i documenti attestanti il diritto di espatrio e di asilo per i "profughi". Passati gli Appennini attraverso mulattiere e sentieri, l'itinerario della salvezza si snodava lungo la pianura padana, passava poi da Madonna di Tirano, fino a raggiungere, dopo avere valicato le Alpi lungo i percorsi usati dagli "spalloni", a Saint Moritz. Si trattava di un viaggio duro, faticoso e pericoloso, ma nessuno dei partecipanti alle spedizioni osò mai eluderlo. La posta in gioco era infatti la vita. In seguito, il punto di espatrio venne spostato (probabilmente per motivi di sicurezza) a Lieto Colle, in provincia di Como. Teglio fece miracoli e in pochi mesi la sua organizzazione riuscì a fare fuggire da Genova decine e decine di ebrei e persino un giovane soldato della RSI, renitente alla leva e condannato a morte in contumacia. La Desalem e Teglio operarono ininterrottamente, anche se fra molteplici difficoltà, fino al 25 aprile del 1945, quando le truppe del generale tedesco Meinhold di stanza a Genova e nella provincia deposero le armi arrendendosi alle formazioni partigiane.



Il fascismo colpisce duramente la Comunità: nel novembre 1943 sono arrestati e deportati 300 ebrei genovesi, insieme al rabbino capo Riccardo Pacifici, che non vuole lasciare la Comunità. Alla sua memoria è dedicata una piccola piazza all'inizio di via Bertora dove oggi è situata la sinagoga. I deportati genovesi sono, invece, ricordati con un grande monumento all'ingresso dell'antico cimitero ebraico di Staglieno. Dal 1936, alla fine della guerra, a Genova si abilita la Delasem, l'organizzazione di assistenza ai profughi ebrei, che ha la sede centrale in via XX Settembre. In quindici anni di attività riesce ad aiutare circa 30.000 ebrei e, ancor prima della fondazione dello Stato d'Israele, dai porti liguri, numerosi emigranti clandestini lasciano le coste genovesi verso la Palestina. Dopo la guerra, la Comunità ha ripreso la vita normale, non raggiungendo, però, né il numero, né la vitalità manifestata all'inizio del Novecento. Oggi gli ebrei genovesi sono circa 650.

 


 




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4 luglio 2013

MASSIMO TEGLIO, L'"AMICO DEGLI EBREI GENOVESI"

 

Genova, pomeriggio del 2 novembre 1943. Alle ore 17 gli uffici della Comunità Ebraica di Via Bertora sono regolarmente aperti quando all'improvviso due Obersherfuhrers del Judische Bureau, accompagnati da un interprete italiano, certo Luzzatto, e scortati da 22 soldati delle SS, sfondano la porta dell'edificio e arrestano il custode Bino Polacco intento a giocare con i suoi due figli, Carlo e Roberto. I tedeschi puntano i mitra contro l'uomo e i ragazzini terrorizzati e obbligano Polacco a consegnare immediatamente tutti i registri anagrafici della Comunità israelitica genovese. Poi lo caricano con i ragazzi e la moglie su un camion e li traducono nel carcere di Marassi. In seguito, si saprà che l'intera famiglia Polacco è stata rinchiusa e sterminata in un campo di concentramento tedesco. Con questa prima, rapida operazione, ordinata dal maggiore Sigfried Engel, capo del Servizio di Sicurezza S.D. di Genova, ha inizio il calvario della minoranza ebraica residente nel capoluogo ligure. Il giorno seguente, grazie ad una delazione, le SS riusciranno ad arrestare in Galleria Mazzini il rabbino Riccardo Pacifici. Il capo spirituale della Comunità, che nelle settimane precedenti aveva trovato sicuro rifugio, per diretto interessamento del cardinale Boetto, presso la sede dell'Arcivescovado, aveva deciso di uscire allo scoperto per aiutare la moglie e i figli a fuggire a Firenze. Sistemata la famiglia in un convento del capoluogo toscano, Pacifici era voluto tornare a Genova per prestare conforto ai suoi correligionari. Ai prelati fiorentini che cercavano di dissuaderlo egli rispose: "Sono disposto a morire per l'ebraismo, ma non per i nazisti". Dopo averlo ammanettato, le SS trascinarono il rabbino all'interno della Sinagoga di via Bertora, dove venne interrogato e pestato selvaggiamente. Alcuni giorni dopo, lo caricarono su una tradotta con destinazione Auschwitz, in Polonia, dove il 12 dicembre 1943 venne ucciso e cremato, assieme a tanti altri correligionari, in uno dei forni del campo.

Proprio in quel drammatico autunno del '43 (nel novembre 1943 sono arrestati e deportati 300 ebrei genovesi) a Genova Massimo Teglio stringe le fila dell'organizzazione clandestina ebraico-cristiana "Delasem", creata nel 1936 per fornire assistenza ai profughi ebrei diretti in Palestina o oltre Oceano . Teglio, uomo coraggioso e di saldi principi morali, era stato uno dei primi ad entrare a fare parte della Delasem. Fiancheggiavano l'organizzazione cittadini comuni, ma anche molti funzionari, ufficiali dell'esercito e dei carabinieri e parecchi prelati dell'Arcivescovado che si adoperarono per procurare rifugio agli ebrei perseguitati dalle forze nazi-fasciste o aiutandoli a fuggire all'estero. Con lo scopo di realizzare al più presto la cosiddetta "soluzione finale", nell'inverno tra il 1943 e il 1944, Heinrich Himmler, comandante in capo delle SS, ordinò il rafforzamento delle sue unità operanti in Italia e sul territorio ligure per "liquidare" tutti gli ebrei ancora a piede libero. E fu così che presso l'edificio della Casa dello Studente di corso Gastaldi iniziò ad operare il nucleo S.D. agli ordini del maggiore Engel. E da questa base dipendevano due speciali bureau, il numero "4" e il numero "5", affidati al comando del tenente Otto Kass. Quest'ultimo creò a sua volta un apposito Ufficio Ebrei che aveva il compito di eseguire le indagini particolari e gli arresti degli israeliti nascosti in città e nella provincia. L'Ufficio disponeva di un folto numero di impiegati e di militi delle SS, coadiuvati da informatori civili e da interpreti. Tutti gli ebrei catturati venivano solitamente tradotti negli scantinati della Casa dello Studente dove venivano sottoposti ad interrogatori estenuanti e non di rado a sevizie. Successivamente, questi disgraziati venivano trasferiti alla IV Sezione delle carceri di Marassi, diretta dal maresciallo E. Poickert. Questi si occupava della segregazione e della "spedizione" in vagoni piombati dei suoi prigionieri, avviati nei campi di concentramento tedeschi e polacchi. Affiancavano la struttura organizzativa nazista delle SS il personale dell'Ufficio Gestapo di via Assarotti, diretto dal maggiore Werner, e le forze di Polizia e della Milizia repubblichine.

All'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943, a fronteggiare questa efficiente macchina di sterminio, non c'erano che poche decine di uomini, di fede ebraica e cristiana, dotati di grande coraggio, ma di pochi mezzi. E fu proprio per questo motivo che Massimo Teglio, spalleggiato dalla Curia e da non pochi funzionari del Comune, aveva posto le basi per la creazione di una vera organizzazione di salvataggio, iniziando per prima cosa a dedicarsi alla fabbricazione di documenti falsi e lasciapassare per gli ebrei alla macchia e per quelli che si apprestavano a fuggire da Genova.

Teglio, uomo tranquillo, ma anche astuto, carismatico e dotato di notevole iniziativa, mise in piedi un laboratorio per la contraffazione di documenti di qualsiasi tipo. Un lavoro che poté portare a compimento grazie alla collaborazione della Ditta Prada e del tipografo Valtolina che fornirono la carta e i timbri a secco di vari comuni italiani, mentre la Curia procurava quelli di gomma delle varie parrocchie italiane (in questa attività prezioso risultò l'apporto fornito da don Repetto, segretario del cardinale Boetto). Teglio, infatti, non era solo. In Questura alcuni funzionari, tra cui il dottor Broccardi-Salmezzi e i commissari Sbezzi, Salmeri, Mollo e Figurati, si adoperarono per favorire l'attività di Teglio e della Desalem, rischiando di essere scoperti e fucilati dai nazi-fascisti. Questi funzionari chiusero spesso un occhio su "movimenti di gente sospetta" segnalati dagli informatori e dai delatori (anch'essi, purtroppo, numerosi) che in cambio di denaro erano disposti a spedire alle camere a gas uomini innocenti, donne e bambini.

In Prefettura, operava il dottor Claudio Lastrina, che fino dall'autunno del '43 si era messo a disposizione di Teglio per aiutarlo a reperire documenti e timbri falsi. Purtroppo, un giorno Lastrina si tradì e venne arrestato dalle SS che lo deportarono in un non precisato campo in Germania dove, nel 1944, venne fucilato. Presso il Comune di Genova, il vice segretario generale, avvocato Gian Antonio Nanni, e alcuni suoi stretti collaboratori, riuscirono per parecchie settimane a tenere nascosto ai tedeschi l'elenco completo degli ebrei residenti in città, stilato nel 1938 in occasione del varo delle leggi razziali. Anche l'Arma dei Carabinieri si adoperò spesso per coprire in qualche modo Teglio, i membri della Delasem e gli ebrei braccati dalle SS o dalla Gestapo. Molti di questi perseguitati vennero ospitati nel lebbrosario e nel reparto Malattie Infettive dell'Ospedale di Genova. E tutto ciò fu possibile grazie alla connivenza dei professori Cartagenova e Catterina e dei dottori Morra, Vittone, Solimano, D'Antilio e Ciffatte. Persino alcuni plenipotenziari e ufficiali tedeschi di salda fede cristiana, come il console generale Hans Bernard e il console ordinario Alfredo Schmidt ("un austriaco di ottimi sentimenti", così lo descrisse il cardinale Boetto) collaborarono con la Curia, contribuendo alla salvezza di alcuni ebrei. A dimostrazione che non tutti i tedeschi condividevano i folli progetti di Hitler e di Himmler.

Tra il 1943 e il 1944, la "Delasem", ormai trasformatasi in una vera e propria organizzazione dotata di mezzi e di sufficiente sostegno finanziario (il denaro veniva procurato attraverso collette e donazioni di cittadini sia ebrei che cristiani e grazie a periodici versamenti da parte dell'Arcivescovado), cominciò a progettare l'espatrio clandestino di interi nuclei di civili ebrei. Per attuare questo piano, che comportava ovviamente difficoltà e rischi di ogni genere, venne chiamato a Genova Raffaele Cantoni, un noto esponente della resistenza ebraica che, dopo essere stato arrestato a Firenze dai nazisti, era riuscito a fuggire buttandosi da un treno in corsa. Giunto nel capoluogo ligure, Cantoni nominò Teglio responsabile della Desalem per tutto il Nord Italia: un incarico prestigioso che dimostrava chiaramente la capacità e il coraggio da lui dimostrato nei mesi precedenti. A Teglio spettò anche il compito di studiare e pianificare i percorsi di fuga più idonei per attraversare l'Appennino, la Pianura Padana, e raggiungere il confine svizzero. A questo riguardo occorre ricordare che nel dicembre del 1943 un primo tentativo di fuga, organizzato dal sacerdote don Rotondi, era finito in tragedia. Giunto in prossimità della frontiera alpina assieme ad un gruppetto di ebrei, il sacerdote era stato arrestato dai tedeschi e rinchiuso nelle carceri milanesi di San Vittore. Teglio decise quindi di organizzare un nuovo e più sicuro sistema di espatrio, cercando per prima cosa di contattare funzionari svizzeri di sua fiducia, come il console Biaggi de Blasys che, a sua volta, era in ottimi rapporti con la direzione della Croce Rossa Internazionale e con il Comando delle Guardie di Frontiera elvetiche. Gli espatri vennero organizzati soltanto per piccoli gruppi di 5 o 6 persone, per consentire una maggiore rapidità di spostamento e di eventuale occultamento lungo il percorso. I nominativi dei fuggitivi venivano preventivamente segnalati da Teglio al console svizzero che, a sua volta, si preoccupava di inoltrare la lista a Berna, affinché le autorità governative approntassero i documenti attestanti il diritto di espatrio e di asilo per i "profughi". Passati gli Appennini attraverso mulattiere e sentieri, l'itinerario della salvezza si snodava lungo la pianura padana, passava poi da Madonna di Tirano, fino a raggiungere, dopo avere valicato le Alpi lungo i percorsi usati dagli "spalloni", a Saint Moritz. Si trattava di un viaggio duro, faticoso e pericoloso, ma nessuno dei partecipanti alle spedizioni osò mai eluderlo. La posta in gioco era infatti la vita. In seguito, il punto di espatrio venne spostato (probabilmente per motivi di sicurezza) a Lieto Colle, in provincia di Como. Teglio fece miracoli e in pochi mesi la sua organizzazione riuscì a fare fuggire da Genova decine e decine di ebrei e persino un giovane soldato della RSI, renitente alla leva e condannato a morte in contumacia. La Desalem e Teglio operarono ininterrottamente, anche se fra molteplici difficoltà, fino al 25 aprile del 1945, quando le truppe del generale tedesco Meinhold di stanza a Genova e nella provincia deposero le armi arrendendosi alle formazioni partigiane.



Il fascismo colpisce duramente la Comunità: nel novembre 1943 sono arrestati e deportati 300 ebrei genovesi, insieme al rabbino capo Riccardo Pacifici, che non vuole lasciare la Comunità. Alla sua memoria è dedicata una piccola piazza all'inizio di via Bertora dove oggi è situata la sinagoga. I deportati genovesi sono, invece, ricordati con un grande monumento all'ingresso dell'antico cimitero ebraico di Staglieno. Dal 1936, alla fine della guerra, a Genova si abilita la Delasem, l'organizzazione di assistenza ai profughi ebrei, che ha la sede centrale in via XX Settembre. In quindici anni di attività riesce ad aiutare circa 30.000 ebrei e, ancor prima della fondazione dello Stato d'Israele, dai porti liguri, numerosi emigranti clandestini lasciano le coste genovesi verso la Palestina. Dopo la guerra, la Comunità ha ripreso la vita normale, non raggiungendo, però, né il numero, né la vitalità manifestata all'inizio del Novecento. Oggi gli ebrei genovesi sono circa 650.


17 febbraio 2013

Il suo essere in disaccordo lo ha reso l’unico, in quel momento, degno di chiamarsi Uomo


Ho sentito parlare alla radio di questa foto, l’ho cercata e l’ho
trovata. Ed ho pensato che è giusto farla vedere.
Perche può dimostrare che c’è una speranza. Perché se un gesto vale
una vita allora questo gesto ne vale migliaia. Perché nessuno ricorderà mai i no
mi di tutte le mani tese quando in mezzo a loro ci
sono due braccia conserte. Quelle di August Landmesser.
Germania Nazista. 13 Giugno 1936, Cantieri navali di Amburgo. Il
Fuhrer assiste al varo di una nuova nave. August Landmesser lavora
come operaio, con la tessera del partito Nazista in tasca. Il Nazismo
ha ormai il potere assoluto e senza tessera sarebbe impossibile anche
solo sperare di lavorare.
Da qualche giorno gli hanno comunicato che a causa delle nuove leggi
razziali il suo matrimonio con una donna ebrea è nullo, che le due
figlie non potranno mai portare il suo cognome, che è accusato di ave
“disonorato la razza” e che sarà processato.
Non c’è appello ne possibilità di far valere le sue ragioni. Da una
parte c’è lui, un operaio tedesco armato solo di forza di volontà e di
braccia, dall’altra ci sono l’ideologia, la difesa della razza, la
pretesa superiorità di un popolo, un ipotetico e folle onore da
tutelare ad ogni costo.
Così decide di strappare la tessera del partito e di usare l’unica
arma che ha, le sue braccia, per manifestare il dissenso. E si
schiera, da solo, contro la più micidiale e spietata macchina da
guerra che l’umanità abbia mai conosciuto. Solo. Ed approfitta di quel
varo del 13 Giugno per far vedere allo stesso Fuhrer che lui, almeno
lui, non è d’accordo. E ci riesce. L’unico a non tendere la mano in
mezzo a centinaia di altri. Un gesto apparentemente insignificante che
però viene notato e, grazie a dio, fotografato. Il gesto è piccolo ma
troppo forte anche per la dittatura più feroce. Troppo rischioso
lasciare che anche un uomo soltanto si permetta di non essere
d’accordo.
Da quel gesto in poi, come aveva immaginato, la sua vita subirà una
tragica spirale di conseguenze. Licenziato, ridotto sul lastrico,
processato, incarcerato per due lunghi periodi di rieducazione, che
però non arriverà mai. Quando viene scarcerato è solo per essere
mandato a combattere forzatamente come ultima risorsa umana
disponibile, poco prima del crollo del Nazismo. E infine ucciso e
sepolto insieme ad altre migliaia di soldati improvvisati e
sconosciuti. Se non ci fosse stata questa foto sarebbe rimasto senza
memoria e senza giustizia. Senza quel gesto sarebbe stata solo
un’altra mano tesa fra le altre.
Il suo essere in disaccordo lo ha reso l’unico, in quel momento, degno
di chiamarsi Uomo.




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13 febbraio 2013

Ecco i 387 giusti italiani che salvarono gli ebrei

I Giusti d'Italia. I non ebrei che salvarono gli ebrei è il bel titolo di un volume Mondadori che contiene la storia degli italiani che tra il settembre del 1943 e l'aprile del 1945 - cioè durante l'occupazione tedesca - aiutarono gli ebrei a scampare alla persecuzione nazista. Costa 20 euro e contiene - in 294 pagine - brevi narrazioni riguardanti 387 Giusti.
Questo libro mi ha regalato tre mesi di lettura felice, con due o cinque storie per sera che mi riconciliavano con l'umanità: non puoi perdere fiducia nei tuoi simili, per quanta miseria tu possa sperimentare nella giornata, in te e intorno a te, se ogni sera hai un vivo appuntamento con un gruppetto di persone, sempre diverse, che hanno rischiato la pelle per aiutare il prossimo.
Il numero dei Giusti è in continua crescita perchè Yad Vashem - l'Istituto per la Memoria della Shoah, sorto nel 1953 a Gerusalemme - continua la sua opera di ricognizione. Chi vuole i dati aggiornati può visitare il sito dell'Istituto: www.yadvashem.org, dove - al momento - trova che i Giusti di tutto il mondo, al gennaio 2006, sono 21.310, mentre gli italiani sono 391. Sono cioè aumentati di quattro unità in sette mesi, dal momento che il volume - realizzato in versione italiana dalla storica della Shoah Liliana Picciotto - si limita ai Giusti riconosciuti all'aprile 2005.
L'Italia - come risulta dal sito - è all'undicesimo posto per numero di "giusti", dopo la Polonia che ne ha 5.941, l'Olanda 4.726, la Francia 2.646, l'Ucraina 2.139, il Belgio 1.414, l'Ungheria 675, la Lituania 630, la Bielorussia 564, la Slovacchia 460, la Germania 427. La densità dei giusti nei diversi paesi dipende dalla consistenza della comunità ebraica locale, dalla durata e dall'intensità della persecuzione nazista che lì si sviluppò e dalla motivazione della gente a opporsi a essa. La Polonia ottiene il primo posto perché lassù c'erano tanti ebrei, l'occupazione ebbe la massima durata e grande fu la resistenza all'occupante.
Ma ovviamente i giusti italiani - come di ogni altro paese - furono molti di più di quelli che hanno ottenuto, spesso dopo la morte, il riconoscimento di Yad Vashem. Liliana Picciotto calcola che su 32.300 ebrei residenti nell'Italia occupata dai tedeschi gli arrestati sono stati circa 8 mila, mentre 23.500 rimasero "indenni". La percentuale di sopravvissuti in Italia fu più alta - pare - rispetto a ogni altro paese proprio per la grande solidarietà che i perseguitati trovarono nella popolazione. Allora - come scrisse lo storico Renzo De Felice - "ogni ebreo dovette la sua salvezza a un italiano".
L'autenticità delle storie è garantita dal metodo di ricognizione adottato da Yad Vashem. Una commissione di trentanove membri presieduta da un ex giudice della Corte Suprema vaglia la candidatura a Giusto tra le nazioni - proposta da ebrei che furono "salvati", o da loro rappresentanti - e avvia un'istruttoria per appurare che il candidato abbiano agito spontaneamente e gratuitamente, in territori controllati dalle truppe tedesche o da loro alleati, mettendo a rischio la libertà e la vita.
«Il Giusto - scrive a premessa del volume Avner Shalev, presidente del Comitato di direzione di Yad Vashem - simboleggia l'essere umano e la sua capacità di scegliere il bene contro il male e di non restare indifferente».
Tra i Giusti vi sono persone di ogni fede e ceto sociale: anziani, giovani, contadini e professori (tra essi Carlo Arturo Jemolo), preti e atei, persino dei fascisti, funzionari di polizia, carabinieri e «camicie nere».
Vi sono contadini (Pigliapoco Attilio e Lidia, di Polverigi, Ancona) e operai (la famiglia Cerioli-Vaiani di Magenta, Milano) che salvano i proprietari ebrei del terreno che lavorano o dello stabilimento di cui sono dipendenti. Colf che nascondono nella propria casa la famiglia ebrea presso la quale erano state a servizio (Teresa Giovannucci, romana), ma anche negozianti (Mario Gentili di Roma, proprietario di un negozio di stoffe e nonno di Francesco Rutelli, attuale leader della Margherita) che salvano i loro garzoni ebrei.
Alcune storie sono famose, anche perchè narrate in libri e film. Il film Arrivederci Ragazzi narra l'avventura di cui furono protagonisti don Arrigo Beccari e il dottor Giusseppe Moreali che presso Nonantola (Modena) nascosero un centinaio di bambini ebrei provenienti dalla Jugoslavia.
Perlasca - Un eroe italiano è un altro film che racconta l'impresa del nostro maggiore salvatore di ebrei: Giorgio Perlasca, che si trova per affari a Budapest e si spaccia per un diplomatico spagnolo, riuscendo a organizzare la fornitura di documenti falsi a circa cinquemila appartenenti alla "razza giudaica". Il film è tratto dal volume di Enrico Deaglio, La banalità del bene (1991).
Carlo Angela è un medico piemontese (padre di Piero Angela) che nella sua clinica di San Maurizio Canavese nasconde ebrei facendoli passare per malati. La sua azione rimane sconosciuta fino a quando uno dei salvati, Renzo Segre, la racconta nel libro Venti mesi (1995).
Tra preti (31), religiosi (11), religiose (7) e vescovi (2) sono ben 51 gli ecclesiastici riconosciuti come Giusti. I vescovi sono Giuseppe Nicolini (Assisi) e Angelo Rotta (nunzio a Budapest, dove aiutò Perlasca nella sua impresa). Due che allora erano giovani preti poi divennero cardinali: Pietro Palazzini e Vincenzo Fagiolo. E ci sono due pastori protestanti: il valdese Tullio Vianay e il battista Daniele Cupertino.
I più famosi tra i preti sono il fiorentino Giulio Facibeni e il lucchese Arturo Paoli, che oggi ha 94 anni. Tra i religiosi la figura di maggiore spicco è Giuseppe Girotti, domenicano piemontese morto a Dachau, per il quale c'è la causa di beatificazione e la madre Elisabetta Maria Hesselblad, originaria della Svezia, fondatrice delle Brigidine: ha avuto il titolo di Giusto nel 2004, dopo che nel 2000 era stata proclamata beata da Giovanni Paolo.
Affascinanti - tra i Giusti - sono anche le figure di due cristiani laici morti come Girotti nei campi di sterminio e per i quali è avviata la causa di beatificazione: Giovanni Palatucci, avellinese che diviene reggente della Questura a Fiume e Odoardo Focherini, emiliano e amministratore del quotidiano Avvenire d'Italia.

Luigi Accattoli
 




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28 gennaio 2013

Il diario venuto dallo spazio che commuove gli israeliani

 

Il 10 febbraio 2003 un funerale di stato ebbe luogo al cimitero militare di Nahalal , uno dei primi villaggi ebraici nella valle di Yezrael. Non lontano dalla tomba di Moshe Dayan, accanto al feretro avvolto nella bandiera nazionale c’erano una giovane donna, il premier Ariel Sharon con l’intero governo e lo Stato maggiore dell’esercito. Ma nel paese più loquace del mondo, la tv non era presente. Così aveva chiesto Rona, la moglie del colonnello Ilan Ramon, l’astronauta israeliano scomparso nell’etere assieme a sei altri membri della navicella Columbia, a 60 chilometri e a 16 minuti di volo dalla terra il 1° febbraio di quell’anno. La sua famiglia non aveva voluto fare di lui un idolo o un martire ma semplicemente un esempio di come si deve vivere e, se necessario, morire per il proprio Paese.
Ilan Ramon era nato in Israele nel 1954. La madre e la nonna erano due sopravvissute dei campi di sterminio. Sposato con quattro figli, come comandante di una squadriglia di caccia, aveva partecipato nel 1981 alla distruzione della centrale atomica in costruzione nei pressi di Bagdad. L’invito della Nasa nel 1998 a partecipare alla missione della Columbia aveva influito sul suo carattere. Senza essere religioso quel viaggio nello spazio lo voleva fare come ebreo più che come israeliano, sentendosi «in dovere di rappresentare l’intero popolo ebraico». Per questo si era portato nella tuta, microfilmata in un chip, l’intera Bibbia. Ma l’osservanza della tradizione ebraica nello spazio poneva problemi per i quali si era rivolto alle massime autorità religiose. Ad esempio come santificare il sabato nell’etere dove i giorni durano soltanto 90 minuti, con 80 esperimenti scientifici da portare a termine. Tutto questo aveva annotato, assieme a pensieri rivolti alla moglie e ai figli, in un diario che aveva portato con sé assieme al disegno di un bimbo che guardava la luna fatto da un ragazzo di 14 anni morto ad Auschwitz di nome Peter Ginz. Un astronomo ceco, Jaha Ticha aveva dato il suo nome a un piccolo astro da lui scoperto. Per Ilan Ramon era diventato il simbolo della memoria ebraica. Ne aveva parlato al figlio Assaf, oggi cadetto d’aviazione israeliana cui aveva scritto prima di partire: «Assaf, mio primogenito. Ogni notte guarda al cielo e pensa a me che gli giro attorno. Un poco lontano ma vicino col cuore. Ti amo. Mi manchi. Prendi cura di te stesso di tua madre e dei tuoi fratelli».
Premonizione di quanto sarebbe successo? Forse. Ma non avrebbe certo mai immaginato che quelle pagine di diario, 37 in tutto, ritrovate in parte bruciacchiate da uno scout indiano fra i frammenti della navicella sparsi sul territorio della contea di San Antonio nell’Arizona, nei pressi di una cittadina di nome Palestine, sarebbero diventate un cimelio nazionale, recentemente esposto al museo di Gerusalemme.
La polizia israeliana, dopo un anno di lavoro e con l’aiuto di sofisticati strumenti, ha ricostruito 17 pagine di questo diario piovuto dal cielo. Coincidenze incredibili. Leggibili sono fra l’altro le righe vergate a mano dal colonnello che contengono la benedizione sul vino per santificare il sabato. Miracolo? Il Talmud dichiara di non «fare affidamento ai miracoli». Nel testo biblico tuttavia Dio dice più volte agli ebrei «voi avete visto». Una frase senza punto di domanda. Una constatazione. Dei miracoli? No. Dei portenti - come l’uscita d’Egitto, la manna nel deserto, la rivelazione della Legge ecc. - a cui l’ebreo deve guardare non come spettatore ma sempre come partecipe. Forse è anche questo il significato di questo «portento» moderno venuto dallo spazio.


12 ottobre 2012

Franco Cesana, il partigiano bambino

  Era ebreo il più giovane partigiano d’Italia.
Franco nasce a Mantova il 20 settembre 1931. E’ orfano di padre e frequenta le scuole nell’Orfanatrofio israelitico di Torino prima e al Pitigliani di Roma successivamente. Quando le leggi razziali e le conseguenti persecuzioni non consentono più una vita tranquilla, Franco e la sua famiglia si disperdono sull’Appennino Modenese. Franco è uno studente ginnasiale all’epoca. Dalla scuola alla macchia, il passo è breve: Franco segue la scelta del fratello Lelio, già attivo nella lotta partigiana. Insieme raggiungono il comando di una formazione garibaldina a Maroncello di Gombola, sull’Appennino Modenese e Franco “inganna” il comandante di formazione Marcello e i compagni, dichiarando diciotto anni.

Sei mesi durerà l’esperienza del partigiano bambino, staffetta portaordini che partecipa anche alle azioni più difficili. Il comandante Marcello ricorda che “il senso di responsabilità per i compiti affidatigli era innato in lui, ancora prima del raziocinio. Conscio della sua missione, non esitò di fronte al pericolo pur di compiere fino in fondo il suo dovere”.

Nell’ultima lettera alla mamma, Franco chiama la lotta partigiana un’“avventura”. L’aveva appena vista la mamma e, sulla strada del ritorno, la pensa intensamente e le scrive la cronaca dettagliata della sua marcia per raggiungere i compagni sull’Appennino. Narra la fatica, la fame, la stanchezza, la tenacia. “Sei contenta?” chiede Franco alla mamma. “Chiudo questa mia, raccomandandoti alto il morale, ché ormai abbiamo finito”.

Franco muore, stroncato da una scarica di mitragliatrice, durante un’ispezione del territorio, a causa della falsa informazione di una donna, spia fascista. Lelio raccoglie le ultime parole di Franco che sono in ebraico: Shmà Israel, A-donai E-lohenu, A-donai Echad (Ascolta Israele, Il Signore è il nostro Dio, unico Dio). E‘ il 14 settembre del 1944 e non ha ancora compiuto tredici anni. Sei giorni dopo, il giorno del compleanno, il corpo del partigiano bambino viene portato alla madre.

Franco viene momentaneamente seppellito a Pescarola di Varana. Dopo la Liberazione la salma verrà trasferita nel reparto israelitico alla certosa di Bologna.

Al partigiano bambino che troppo presto ha lasciato i banchi è dedicata una scuola primaria a Bologna e una scuola media a Roma. Nel 1957 gli viene riconosciuta la Medaglia di Bronzo al valore militare. “Adolescente pieno di slancio e di spirito patriottico, appena tredicenne si arruolava nelle formazioni partigiane, segnalandosi per ardimento e sprezzo del pericolo in missioni di staffetta e in numerose azioni di guerra. Nel corso di un rastrellamento si lanciava con decisione e coraggio contro un reparto avversario che cercava di infiltrarsi nello schieramento partigiano ma, colpito a morte, cadeva da eroe incitando i compagni a persistere nella lotta, Gombola, Modena, 14 settembre 1944".

Il 17 ottobre del 1994, a cinquant’anni dal sacrificio di Franco, nell’ambito delle manifestazioni per il 51° anniversario della deportazione degli ebrei romani, il partigiano bambino viene ricordato in Campidoglio alla presenza di Vittorio Cesana, fratello di Franco e Emanuele Pacifici, amico di Franco, dell’allora sindaco Francesco Rutelli e dell’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro che ha dichiarato: “"Il ricordo di questa giovane vita offerta come purissimo sacrificio sia per tutti occasione di profonda riflessione sui valori perenni della libertà , della tolleranza, della democrazia che attraverso la centralità dell'uomo e della sua dignità costituiscono sicuro argine a qualsiasi discriminazione etnica, religiosa e razziale". In quell’occasione Antonio Parisella, storico della Resistenza, ha dichiarato il forte significato della scelta di Franco Cesana, che ha riscattato tutti i bambini ebrei sterminati nei campi nazisti.

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Note
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Un ringraziamento particolare a Primo De Lazzari, consigliere nazionale ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) e vicepresidente vicario ANPI per Roma e il Lazio, senza il quale non avrei conosciuto la storia del partigiano bambino.

Grazie all'autrice Maria Natalia Iiriti


5 agosto 2012

Eli Cohen è stato il più grande agente del Mossad che Israele abbia mai conosciuto

Il 18 maggio 1965, il governo della Siria eseguito Eli Cohen, nonostante le proteste dei leader mondiali e Israele.

  • Egli non fu mai permesso una difesa al suo processo.

  • E 'stato brutalmente torturato durante gli interrogatori in spregio del diritto internazionale umanitario

  • Il suo corpo non è mai stato restituito alla sua famiglia.

Uno dei tentativi più memorabili e audace per infiltrarsi Siria, che, all'epoca, controllava le alture del Golan e spesso hanno bombardato i coloni israeliani in basso è quella di Eliahu ben Shaoul Cohen uno Ebreo egiziano nato.

Eliahu ben Shaoul Cohen, ha lavorato come agente del Mossad a Damasco, in Siria sotto lo pseudonimo di Kamal Amin Ta'abet dal 1962 fino alla sua esposizione e l'esecuzione il 18 maggio 1965. Cohen è stato in grado di fornire dettagli notevoli sui siriani questioni politiche e militari a causa delle sue forti competenze interpersonali e le abilità per costruire stretti legami con le imprese, militari e leader del partito Ba'ath, e il presidente siriano Hafiz el Amin. E 'stato impiccato in piazza Martiri con le telecamere di laminazione per il mondo intero a vedere.

Eli era a conoscenza di segreti della élite siriana, compresi quelli della sicurezza nazionale. Eli è stato considerato essere stati nominati il ??vice ministro siriano della Difesa. Era l'unico civile di ricevere visite private di installazioni militari, anche farsi fotografare negli allora siriane del Golan Heights controllati con alti funzionari siriani guardando oltre in Israele.

Come risultato Eli inviato relazioni altamente informativi in ??Israele in dettaglio il progetto siriano deviazione dell'acqua e ognuno degli avamposti sul Golan, tra cui trappole serbatoio progettate per impedire qualsiasi attacco israeliano.

L'influenza di Eli per i funzionari siriani hanno contribuito Israele misura oltre. Eli ha suggerito che i piantare alberi siriani sul Golan vicino a ciascuna delle loro fortificazioni. Sulla base degli alberi di eucalipto, Israele sapeva esattamente dove le fortificazioni erano siriani.

Due anni dopo la sua morte, nel giugno del 1967, l'intelligenza Eli Cohen ne ha consentito a Israele di bloccare le alture del Golan in due giorni come parte di vittoria di Israele nella Guerra dei Sei Giorni.

Eli Cohen è stato il più grande agente del Mossad che Israele abbia mai conosciuto. Era molto ammirato da tutti, compresi i siriani. Le sue gesta alimentato e continuano a nutrire l'immaginazione e la fantasia di molti. Lui è un eroe che ha sacrificato la sua vita per il bene di Israele, i suoi compagni ebrei, i suoi figli e la sua famiglia.

Si tratta di 38 anni da quando è stato impiccato. Il governo siriano non è ancora tornato i suoi resti alla sua famiglia per una degna sepoltura ebraica in Israele, dove 'Kaddish' si può dire alla sua tomba. E 'tempo, il tempo è ora, per chiedere che le sue spoglie saranno restituiti. Pertanto, invitiamo tutti a firmare la nostra petizione al Dr. Bashar el Assad, presidente siriano di.

Attraverso questo sito web, rendiamo omaggio a Eli Cohen, Il nostro uomo a Damasco, il più grande agente del Mossad israeliano. Ricordiamo le sue opere attraverso le parole di suo fratello, Maurice Cohen, che era nella stessa unità che ha attivato Eli, rivelando up-to-date fatti che non è stato detto che circonda la storia della campagna del Mossad in Siria. Questo è un sito internazionale educativo per accrescere la conoscenza della gente del contributo Eli Cohen ha per la sopravvivenza dello Stato di Israele e del popolo ebraico, e la storia del Medio Oriente al momento.

Speriamo di riunire i suoi resti con la terra e la famiglia che amava tanto. 




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5 luglio 2012

Mota Gur (Mordechai Gur)

 



E' da poco passato il 13 anniversario della morte di Mordechai Gur ,
meglio conosciuto come Mota Gur , nato il 6 maggio 1930 e deceduto il
13 luglio 1995 .

Mota Gur nasce a Gerusalemme citta che e stata anche protagonista del
momento culmine , della sua grande carriera militare nel IDF ( Israel
defence forces )

Da giovanissimo Mota Gur si arruola nel'hagana l'esercito ombra del
futuro stato di Israele , e nel 1948 ha un ruolo attivo nella guerra
di indipendenza di Israele .

Gur faceva parte dei paracadutisti Israeliani , le truppe di Elite
quelli che indossano il berretto rosso, nel 1950 era gia comandante
di un battaglione che rispondeva direttamente agli ordini di Ariel
Sharon, fu anche ferito durante un operazione di antiterrorismo a
Khan Yunis e ricevette una medaglia al onore dall'allora capo di
stato maggiore Moshe Dayan .

Per migliorare ulteriormente le sue attitudini al comando e il sapere
militare Gur frequento nel 1957 la prestigiosa scuola militare di
Parigi.

Al suo ritorno fu nominato comandante della brigata Golani ( il
meglio del meglio del esercito Israeliano ) insegno ai suoi soldati
il valore morale e lo spirito di corpo, e anche l'onore di indossare
la divisa del esercito Israeliano, valori che ancora oggi vengono
tramandati .

Dopo questo incarico che termino nel 1963 Gur divenne il reponsabile
della scuola per i futuri comandanti del IDF .

Nel 1966 Gur fu messo al comando della 55 Brigata dei paracadutisti
della riserva del esercito Israeliano.

Dopo la guerra dei sei giorni fu nominato Brigadiere generale e fu
messo al comando della striscia di gaza , nel 1969 fu alzato ad
maggiore generale e fu messo al comando del confine nord di Israele
dal quale i palestinesi iniziavano ad infiltrarsi per fare attentati
teroristici in Israele, Gur organizzo i controattacchi israeliani che
avevano come obbiettivo pricipale la Siria che appoggiava e aiutava
le infiltrazioni dei Palestinesi, conquisto le fattorie di Sheba
ancora oggi in mano Israeliana , e organizzo in maniera efficace
l'esercito e le postazioni al nord per prevenire i tentativi del OLP
di entrare in territorio Israeliano .

Nel 1972 fu traferito a Washington come Attache militare presso
l'ambasciata Israeliana in USA.

Dopo la guerra del Kippur e le dimissioni di David Elazar come capo
di Stato Maggiore , fu richiamato in Israele e raggiunse il momento
piu alto della sua carriera come Capo di Stato Maggiore del IDF ,
durante questo incarico Mota Gur riposiziono l'esercito Israeliano
nel posto che gli compete , cioe ai massimi livelli mondiali per
coraggio , intraprendenza e amore della vita .

Mota Gur fu il principale ideatore ed artefice del operazione di
salvataggio dei passeggeri del air france ostaggi ad Entebbe in
Uganda .

Il primo ministro Rabin lo premeva per avere un operazione militare
quasi impossibile, Peres ministro della difesa ma non molto familiare
con le cose militari , voleva fortemente un operazione per salvare
gli ostaggi , ma tutti aspettavano che il capo di stato maggiore la
organizzasse , Mota in silenzio come era nel suo stile na parlo ai
suoi piu fidati collaboratori da Dan Shomron a Yoni Nethanyahu
insieme studiarono ed organizzarono il piano, poi lo presentarono a
Peres che immediatamente lo presento a Rabin e al governo Israeliano.

Il resto e ormai leggenda, un operazione quasi impossibile, volare
con 200 dei migliori soldati di Israele a 4000 km da dal proprio
paese in mezzo al Africa , fatta ed portata a termine per salvare 103
Ebrei solo per il fatto che erano Ebrei.




Ma anche se il successo del operazione di Entebbe ebbe un successo
incredibile , e diede ad Israele la primissima posizione al mondo
come paese che lotta contro il terrorismo , Mota Gur passera alla
storia di Israele per un altro fatto.

Il 7 giugno 1967 , Mota Gur guida i suoi paracadutisti nella citta
vecchia di Gerusalemme , la Legione Araba di Re Hussein si sta
dissolvendo e gli Israeliani avanzano veloci solo qualche cecchino
cerca di fermarne l'avanzata.

Mota Gur via radio annuncia al governo e ai soldati " siamo molto
vicini riesco a vedere la Citta vecchia, stiamo per entrare , saremo
i primi ad entrare nella parte vecchia della citta , quello che per
generazioni il popolo Ebraico ha sognato sta per avvenire " .

Per 2000 anni gli Ebrei erano stati lontani da Gerusalemme, per causa
della diaspora , e quando la parte vecchia della citta era sotto
controllo arabo, agli Ebrei era semplicemente negato anche il solo
avvicinarsi al muro del pianto , e alla citta vechia di Gerusalemme .

Passano pochissimi minuti e Mota Gur annuncia ancora via radio la
notizia che tutti gli Ebrei aspettavano da 2000 anni, Mota passera
alla storia di Israele per avere detto " har abait be iadenu , ani
choser ar abait be iadenu " ( il monte del tempio e in mano nostra ,
ripeto, il monte del tempio e in mano nostra )

La notizia rimbalza immediatamente da Gerusalemme in tutto il mondo,
dagli Stati Uniti al Europa fino in Australia tutte le comunita
Ebraiche si riuniscono in preghiera , quello che per 2000 anni e
stato un semplice augurio o forse ancora di piu un sogno, e diventato
realta, per 20 secoli dopo essere stati cacciati dalla loro terra
dalle legioni di Roma gli Ebrei si salutavano dicendo " le shana abaa
be Yerushalaim " ( l'anno prossimo a Gerusalemme )

Il 7 giugno 1967 grazie a Mota Gur e ai suoi meravigliosi soldati, un
semplice augurio e diventato realta, poco dopo il capo rabbino del
esercito Israeliano Rav Shlomo Goren suona lo Shofar davanti al Muro
del Pianto , e riconsegna al popolo Ebraico la loro capitale .

Lasciato l'esercito nel 1978 Mota Gur entra nelle file del partito
maarach e si da alla politica e ricopre vari ministeri.

Nel 1995 purtroppo e un malato terminale di cancro, che lo fa
soffrire in maniera atroce , Mota decide di dare fine alla sua
sofferenza e si spara un colpo con la sua pistola personale .

Era il 16 Luglio 1995.

Alon

PS se avete pazienza e la voglia di ascoltare la voce di Mota Gur
mentre conquista la parte vecchia di gerusalemme cliccate il link
qui sotto .

http://www.youtube.com/watch?v=7l1ol69rRxo&feature=related


4 luglio 2012

SOLDATO EROE

 


Voglio tradurvi un e-mail che e' arrivata in poche ore in tutte le case di Israele. A me e' arrivata tre volte, da tre fonti diverse, e non c'e' persona con cui abbia parlato, in questi giorni, che non l'abbia ricevuta, letta e passata oltre:

"Ricordare e non dimenticare"- Ufficiale Roy Klein

"Il minimo che possiamo fare, per chi ha sacrificato la propria vita in modo cosi' eroico, e' raccontare la sua storia. Non e' chiaro perche' i media lo abbiano ignorato. Forse non si tratta di un comportamento popolare, forse non equivale all' immagine del soldato sensibile e timoroso che i mass-media provano a creare. Non c'e' nessun motivo valido che spieghi perche' un fatto del genere non venga raccontato a voce alta, con immenso orgoglio, con il pianto nel cuore, per cui lo racconteremo noi da e-mail a e-mail.

L' ufficiale Roy Klein, del 51esimo battaglione Golani, abitante della colonia di Ali (si, si, un insediamento...) era il soldato di grado maggiore durante uno dei combattimenti a Binat Jabil. Quando ha visto cadere una bomba a mano vicino ai suoi soldati, non essendo piu' possibile difendersi ed evitare l' esplosione della bomba, ha deciso di far scudo con il proprio corpo ai suoi compagni ed e' saltato sull' ordignio nel tentativo di salvarli. Il suo sacrificio non e' stato vano... I ragazzi, che sono stati testimoni di questo eroico atto,  raccontano che Roy ha gridato "Ascolta Israele, Nostro Signore" (preghiera ebraica) nel momento in cui si e' buttato sulla bomba a mano. L'ufficiale Roy Klein e' stato seppellito nel giorno del suo 31esimo compleanno.

Raccontano di lui che suonava benissimo il sassofono, che era un intellettuale, che si era laureato in ingegneria con ottimi voti, che amava viaggiare, che rideva e scherzava spesso e volentieri, che era sensibile e calmo. Il piu' grande desiderio di sua moglie, rimasta vedova, e' veder crescere i suoi figli il piu' possibile simili al padre. Possa riposare in pace.

Invece di accendere una candela in suo ricordo, mandate la sua storia ad altri. Si merita molto di piu', ma e' tutto cio' che possiamo fare."

                                                         -----------------------------

Caro Roy, sei morto da eroe. I media ti hanno ignorato ma tutta Israele applaude il tuo immenso coraggio e piange la tua morte. Molti di noi hanno perso qualcosa in questa orribile guerra (8000 case,  6000 attivita', centinaia di migliaia di ettari di terreni coltivati e boschi, bruciati e distrutti dai missili dei hezbollah) ma tu... hai sacrificato la vita... Hai avuto un attimo di tempo per scegliere tra la tua vita, il tuo futuro, i tuoi figli e quelli dei tuoi compagni? A chi sara' andato il tuo ultimo pensiero? Hai pregato per trovare la forza di compiere quel gesto? O per la salvezza di Israele? Quello che hai fatto non ha salvato la vita solo ai tuoi soldati, ha salvato le loro famiglie, ha dato forza e coraggio a tutti noi...

Israele non cerca "Shaid", eroi martiri che si suicidano per uccidere i propri nemici,come fa' l'Islam. Israele fa di te un eroe perche' suicidandoti hai difeso i tuoi amici...Israele si difende da chi vuole colpirla, combatte chi la combatte, Israele e' entrata in questa guerra perche' non vuole piu' vivere circondata dai terroristi, minacciata dalle armi. Israele lotta oggi contro un pericolo che si abbattera' fra poco su tutto il Mondo Occidentale. E purtroppo non e' ancora finita. I Hezbollah non accettano il disarmo, gli aiuti che dovevano arrivare ritardano...(semmai veramente arriveranno),i  nostri sfollati stanno tornando a casa, ma i nostri soldati sono ancora li'. Si ritirano dal Libano ma continueranno a difendere il nostro confine, perche' finora non sembra che nessuno voglia farlo per noi, dando la vita se ce ne sara' bisogno, come hai fatto tu.

Caro Roy, probabilmente se ci fossimo conosciuti non saremmo andati d'accordo... siamo troppo diversi... tu religioso, io laica, tu di Destra, io di Sinistra, tu che vivevi in un insediamento, io che credo che bisogna lasciare la Cisgiordania ai Palestinesi... e sai cosa e' assurdo in tutto cio'? Che io in Cisgiordania non ci sono mai stata, perche' ho paura per la mia vita, mi sento in pericolo circondata dagli arabi, mentre tu che con gli arabi ci vivevi, ci lavoravi, ci ridevi e ci scherzavi ogni giorno, perche' erano i tuoi vicini di casa, non avresti compreso le mie paure e la mia sfiducia verso di loro. " Non tutti gli arabi sono terroristi" mi avresti detto...Ed io sono la "pacifista"!.

  Aldila' dell'ideologia, della politica, di quelli che ci odiano e di quelli che ci giudicano, ci sei tu e ci sono io...Tu, con il tuo gesto, sei diventato il mio eroe e mi dispiace non averti conosciuto. Possa tu riposare in..."PACE"... Sharon.


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4 luglio 2012

Olocausto, gli angeli di Buchenwald "Così salvarono i piccoli ebrei"

Repubblica
Nel campo di sterminio, gli alleati trovarono molti bambini. Era contro
la logica nazista. Ecco come vennero nascosti da un gruppo di prigionieri

 

Almeno mille ragazzini riuscirono a restare in vita grazie
ad altri deportati di poco più grandi di loro. I documenti che svelano la vicenda
dal nostro inviato MARCO ANSALDO


 

 

Un ex deportato indossa la sua divisa di Buchenwald

BAD AROLSEN - "Mangiavamo la neve. Quello era il solo modo di nutrirci". Quando l'11 aprile del 1945 gli uomini del generale Patton entrarono a Buchenwald, varcando finalmente le porte di un Lager nazista, quel che trovarono fu, assieme a 21.000 detenuti stremati, anche un migliaio di bambini. La maggior parte adolescenti, tutti comunque sotto i 17 anni. Molti invece davvero piccoli, fra i 6 e i 12 anni. I due in più tenera età ne avevano appena 4.

Come mai i gerarchi, soliti eliminare subito i prigionieri più giovani - la "forza inerme" considerata un costo vivo - risparmiarono la vita a questo gruppo di ragazzini, tutti maschi?

La risposta emerge dall'incrocio di nuovi documenti usciti dal grande archivio nazista di Bad Arolsen, in Germania, che un anno fa ha aperto ai ricercatori i suoi 26 chilometri di uffici e sotterranei in cui custodisce le carte del Terzo Reich.

I bambini superstiti di Buchenwald erano esattamente 904. "Mangiavamo la neve", ricorda appunto uno di loro oggi, Sol Luri. Nei faldoni impolverati si scorrono i nomi di detenuti giovanissimi. Alcuni diventeranno celebri. Come il 15enne Elie Wiesel, immortalato assieme agli altri nella celebre immagine scattata dal fotografo americano Henry Miller quando gli Alleati irruppero nel Lager, che sarà scrittore e premio Nobel. O come Meir Lau, 7 anni, futuro rabbino capo di Tel Aviv. Oppure come Stefan Jerzy Zweig, 4 anni, il prigioniero più piccolo.

Gli americani trovarono i ragazzini soprattutto in due blocchi, il numero 8 e il 66, altri nel 23 e nel 49. A proteggerli, nutrirli, scaldarli, furono un pugno di detenuti, anch'essi molto giovani, che si batterono con tutte le forze contro i comandanti per assicurare i bambini nei blocchi speciali, e non spedirli sui vagoni piombati destinati a mete terminali come Auschwitz. Le SS addirittura temevano di entrare in alcune parti del campo, dove si diceva girasse il tifo. Ora alcuni storici, per quegli ultimi mesi di guerra stanno configurando l'ipotesi di una vera e propria resistenza nei Lager



Un docente dell'Università del Michigan, Kenneth Waltzer, direttore del dipartimento di Studi ebraici, e selezionato dal Museo dell'Olocausto di Washington fra i primi 15 esperti incaricati di valutare i documenti su Buchenwald, sta studiando queste carte. "Nella nostra ricerca - dice Waltzer, di origine ebraica e che negli ultimi tre anni si è concentrato su una vicenda i cui file ha potuto avere in mano solo ora - abbiamo trovato qualcosa di unico: la storia di questi 904 bambini ancora vivi, in un campo di concentramento dove perirono più di 56.000 persone. A salvarli, un gruppo di prigionieri poco più grandi. E' quasi incredibile.

Come è possibile che questi giovani detenuti fossero stati mantenuti in vita, quando la regola interna ai Lager voleva che venissero eliminati gli elementi non utilizzabili, a cui non poteva essere dato da mangiare perché non costituivano una 'forza lavoro'? La nostra conclusione è che esistesse un vero e proprio network di prigionieri 'anziani', in grado di agire in quella sorta di 'zona grigià fra i comandanti e i detenuti, capace di barricare quei bambini. Non solo hanno dato loro rifugio, ma hanno impartito loro alcuni rudimentali principi scolastici, come se si trovassero davvero in classe". Il lavoro di scavo di Waltzer è un "work in progress" che entro l'anno diventerà un libro dal titolo "The rescue of children and youth at Buchenwald" (Il salvataggio dei bambini e dei giovani a Buchenwald).

Nell'archivio di Bad Arolsen i segreti del Terzo Reich emergono non appena ci si addentra nelle carte sepolte da più di sessant'anni. Il blocco 66 ospitò, negli ultimi tre mesi prima della liberazione, centinaia di ragazzi. Su uno scaffale una serie di volumi di colore giallo intitolati "Verlegungen innerhalben der Blocks" (Trasferimenti dentro il blocco) svelano la vicenda di quella storica baracca. Le stanze putrescenti e nude, con i letti accatastati uno sull'altro, erano già piene di detenuti a metà gennaio 1945. Ne arrivarono di nuovi, tanti giovani, fino a febbraio. Elie Wiesel era già lì. Tra gli ultimi ci fu invece Meir Lau, piazzato al vicino blocco numero 8. I copiosi trasferimenti di bambini evacuati da Auschwitz (nei giorni 22, 23 e 26 gennaio), portarono il 25 e 26 gennaio a un travaso colossale al blocco 66. Entrarono prima in 170, poi 180, dopo altri 95, infine 77. Tutti ai numeri 8 e 66. I blocchi della salvezza.

Olocausto, gli angeli di Buchenwald
        "Così salvarono i piccoli ebrei"

Visite odierne ad Auschwitz


Nelle carte si leggono i nomi dei protagonisti della resistenza, i salvatori dei bambini. Impegnati in un braccio di ferro mortale, ai margini del campo c'erano due giovanissimi: l'ebreo ceco Antonin Kalina, di Praga, comunista, e il suo vice, il polacco Gustav Schiller, proveniente da Lvov, detto "Gustavo il rosso". Insieme riuscirono a salvare centinaia di vite. La lista comprende piccoli detenuti polacchi, ungheresi, cechi, slovacchi, romeni, lituani, alcuni russi e ucraini, qualche zingaro, un solo greco. Molti passarono poi per l'Italia, per essere assistiti, prima di andare in Palestina.

La resistenza venne organizzata soprattutto al blocco 66, nella zona più profonda del campo, una baracca non disinfestata, dove non venivano fatti gli sfibranti appelli mattutini. Furono Kalina e Schiller a salvare da morte certa i due internati più piccoli, 4 anni, Josef Shleifstein e Stefan Jerzy Zweig, rifiutandosi di far evacuare la baracca il giorno prima della liberazione, il 10 aprile, quando le SS fecero marciare tutti verso l'uscita principale. Scrive infatti Elie Wiesel ne "La Notte" (editore Giuntina): "Così venimmo ammassati nella grande piazza centrale, in file di cinque, aspettando che si aprissero le porte". Ma all'improvviso Kalina ordinò di rompere le righe e di correre indietro alle baracche.

"Al blocco 8 - spiega ora Waltzer - i leader si chiamavano Franz Leitner, comunista austriaco di Vienna, e Wilhelm Hammann, comunista tedesco di Hesse, il cui ruolo è già stato riconosciuto dallo Yad Vashem, il Museo dell'Olocausto di Gerusalemme. Al 49 il capo era invece Walter Sonntag, anch'egli poi onorato. Al 22 il comunista Emil Carlebach. E al blocco 23 c'erano Yaakow Werber, Eli Grinbaum e Jack Handelsman". Altri nomi stanno adesso venendo fuori.

Il pomeriggio dell'11 aprile, i soldati di Patton spezzarono i fili spinati, entrando nel campo. Una traccia di quelle ultime ore Zweig le ha lasciate nel suo romanzo, apparso poco tempo fa in Israele, dal titolo "Le lacrime non bastano".

Il pianto amaro, però, è quello del rabbino Meir Lau. Fu accudito da un giovane russo di Rostov, di nome Fyodor, 18 anni, che gli regalò un cappello con paraorecchie, e nascose il piccolo Meir al blocco 8. "Fyodor rubava le patate per me, e mi cucinava una minestra calda", scrive nelle memorie del 2005, dal titolo "Non alzare le mani sul bambino". Lau ha passato una vita a cercarlo, "63 anni - dice - persino con appelli sul quotidiano Izvestija e tramite l'aiuto del Cremlino". Il mistero è stato risolto solo ora, grazie ai file ritrovati nell'archivio. C'erano almeno tre Fyodor al numero 8: uno di loro, si legge, era "Fyodor Michailicenko, nato nel 1927, prigioniero numero 35692, russo di Rostov, studente lavoratore". Era lui il suo salvatore. Il rabbino, che è anche presidente del Museo dell'Olocausto, ha saputo delle carte e ha contattato i parenti. Ma Fyodor, purtroppo, è morto tre anni fa.




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4 luglio 2012

Eroi di Israele

  • Hannah Senesh - Addestrata come paracadutista,in missione per salvare la vita degli ebrei ungheresi deportati ad Auschwitz, fu catturata e torturata.Rifiutò di rivelare qualsiasi informazione. Non permise ai suoi aguzzini di bendarla prima di essere fucilata.




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4 luglio 2012

Golda Meir e Henry Kissinger

«Henry Kissinger una volta disse di essere prima americano, poi segretario di Stato e infine ebreo.

Golda Meir gli rispose: "Sa, noi leggiamo le parole da destra a sinistra"».




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3 aprile 2012

Una storia vera: la collana


Durante la Shoah un grande numero di donne ebree furono radunate in una piccola cittadina per essere inviate alle camere a gas. Appena il gruppo mise insieme i propri affetti personali da portare nel campo, gli ufficiali nazisti chiamarono gli abitanti del villaggio che stavano lì vicino a guardare quello che stava succedendo, e dissero loro: “Potete prendere qualsiasi cosa gli ebrei lasceranno dietro di sé, in quanto certamente essi non torneranno indietro a riprendersi le proprie cose”.
Due donne polacche che stavano lì, videro una donna dietro al gruppo che indossava un grande, pesante, bel cappotto. Non volendo aspettare di vedere se qualcun altro voleva prendere il cappotto, esse corsero verso la donna la colpirono, la fecero cadere a terra, le strapparono il cappotto e se ne andarono. Appena la donna fu portata via, queste due donne polacche frugarono nel cappotto per dividere tra loro il contenuto delle tasche.
Trovarono all’interno delle tasche gioielli d’oro, candelabri d’argento ed altri oggetti preziosi, ma sentivano che il cappotto continuava a pesare più di quanto avrebbe dovuto. Dopo un ulteriore controllo, scoprirono una grande tasca nascosta ed al suo interno videro una piccola bambina!
Scioccata dalla scoperta, una delle due donne insistette nel prendere la bambina, dicendo all’altra: “Io non ho figli e sono troppo vecchia ormai per averne. Prendi tu l’oro e l’argento e lasciami tenere la bambina”.
Il patto fu concluso e la donna polacca portò la nuova “figlia” a casa a suo marito che ne fu entusiasta. Essi crebbero la bambina ebrea proprio come fosse la loro, trattandola molto bene, ma non le dissero mai nulla della sua vera storia. La ragazza eccelleva negli studi e divenne una pediatra di successo nel migliore ospedale della Polonia.
Dopo alcuni anni, la “madre” della ragazza morì. Una settimana più tardi ella sentì bussare alla porta. Entrò una vecchia donna che le disse: “Voglio che tu sappia che la donna che è morta la scorsa settimana non è la tua vera madre”, e le raccontò l’intera storia. All’inizio la ragazza non le credette, ma la vecchia donna le disse: “Quando ti abbiamo trovato, indossavi un ciondolo d’oro bellissimo con una strana scritta su di esso che deve essere ebraico. Sono certa che tua madre tenne la collana: trovala”; dopo di ciò la vecchia donna se ne andò.
La ragazza andò a guardare nella scatola dei gioielli della madre e trovò la collana che era proprio come la donna gliel’aveva descritta. La indossò senza più levarsela.
Un po’ di tempo dopo, ella andò in vacanza all’estero e vide due ragazzi Lubavitch. Pensando fosse una buona occasione, raccontò loro l’intera storia e mostrò loro la collana. I ragazzi le confermarono che sul ciondolo era scritto un nome ebraico, ma non seppero dirle nulla di più. Le consigliarono, comunque, di mandare una lettera al Rebbe dei Lubavitch spiegando tutta la faccenda.
Ella scrisse la lettera e ricevette una pronta risposta nella quale era scritto che dai fatti risultava chiaramente che lei era ebrea e che, considerato il fatto che possedeva un particolare talento, avrebbe potuto usarlo in Israele, un posto dove c’era un bisogno disperato di bravi pediatri.
Ella seguì il consiglio del Rebbe e si trasferì in Israele, dove contattò un Beth Din, che la dichiarò ebrea. Fu accettata a lavorare in un ospedale. Presto, incontrò quello che sarebbe diventato suo marito, si sposò e si creò una famiglia.
Alcuni anni più tardi, quando venne compiuto l’attentato terroristico al caffè Sbarro nel centro di Gerusalemme ad agosto del 2001, questa donna stava camminando lì vicino con suo marito. Disse al marito di ritornare a casa dai bambini ed ella si precipitò sulla scena dell’attentato dove prestò i primi soccorsi ai feriti e li accompagnò all’ospedale.
Quando arrivò all’ospedale, incontrò un uomo anziano che era in stato di shock. Stava cercando dappertutto sua nipote che non riusciva più a trovare. Lei cercò di calmarlo ed andò insieme a lui fra i pazienti nel tentativo di cercare la nipote. Chiese all’anziano come avrebbe potuto riconoscerla e lui le fece una rozza descrizione di un ciondolo d’oro che la bambina indossava. Dopo aver cercato tra i feriti, essi finalmente trovarono la nipote che, infatti, indossava il ciondolo. Alla vista di tale ciondolo, la pediatra fu gelata. Si girò verso l’anziano e gli chiese: “Dove ha comperato questa collana?”.
“Non è possibile comperare questa collana” egli rispose, “Io sono un gioielliere ed ho fatto io questa collana. In realtà ne feci due identiche, una per ognuna delle mie due figlie. Questa è la figlia di una delle due, l’altra mia figlia non è sopravvissuta alla guerra”.
Così la ragazza ebrea polacca ritrovò suo padre. 




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8 maggio 2011

Yom Hazikaron

 
STASERA ORE 20 ISRAELIANE(19 ITALIANE),SUONERA' LA SIRENA PER YOM HAZIKARON E ANCHE DOMATTINA ALLE ORE 11 ISRAELIANE(10 ITALIANE).
 
 
http://www.youtube.com/watch?v=N3feZtJn2Wc&feature=share




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1 maggio 2011

Yom Ha-Shoah e Yom Ha-ZiKaron

Yom Ha-Shoah:

Il 12° giorno dell’Omer è stato dedicato dal Parlamento israeliano alla memoria dei sei milioni di ebrei sterminati e alla rivolta ebraica antinazista.

Yom Ha-ZiKaron:

In ricordo dei caduti nelle guerre dello Stato d’Israele e delle vittime del terrorismo.




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10 febbraio 2011

Settimio Calò: una storia che in pochi conoscono

Nel 1943 i nazisti prelevarono la sua famiglia. Furono uccisi tutti

Neppure una via per l’ uomo che perse 10 figli a Auschwitz

Settimio Calò fu l’ unico a salvarsi. Ora Roma lo ricordi

di Gian Antonio Stella

deportazione ebrei roma focus on israelC’ è un buco, nello stradario di Roma. Tra piazza Elio Callistio e via Calopezzati, seguendo l’ ordine alfabetico, manca uno slargo, una piazzetta, un vicolo che porti il nome di Settimio Calò. Vi chiederete: Calò! Chi era costui? Era un piccolo uomo qualunque che non desiderava altro che vivere una vita qualunque. Aveva una moglie e dieci figli. Passarono tutti per il camino di Auschwitz. Tutti. A lui andò peggio, diceva. Molto peggio: era sopravvissuto.

La mattina del 16 ottobre 1943, il «sabato nero» degli ebrei italiani, Settimio aveva 45 anni, una piccola attività, una casa al numero 49 del Portico d’ Ottavia, nel cuore del ghetto ebraico di Roma, tra l’ Altare della Patria e l’ Isola Tiberina. Fumatore accanito messo in crisi dalla guerra e dalle difficoltà dei rifornimenti, aveva avuto una dritta: una certa tabaccheria a Monte Savello, quella mattina, sarebbe stata rifornita di un po’ di stecche. Deciso a conquistare qualche pacchetto di «bionde», uscì di casa all’ alba per mettersi in coda. Nei letti, addormentati, lasciò la moglie Clelia Frascati, che aveva sposato giovanissimo, e dieci figli. La più grande, ricorda Il libro della memoria – Gli ebrei deportati dall’ Italia di Liliana Picciotto – , si chiamava Bellina e aveva 22 anni. La seconda, Ester, ne aveva 20. La terza, Rosa, 18. E giù giù c’ erano Ines di 16 anni, David di 13, Elena di 11, Angelo di 8 e infine i più piccolini: Nella aveva sei anni, Raimondo quattro, Samuele solo 6 mesi da compiere. Quella notte aveva dormito lì anche un nipotino, Settimio Caviglia, di dodici anni, figlio di una sorella.

Avrebbe scritto Silvio Bertoldi nel libro I tedeschi in Italia che Settimio «stava ancora in fila a Monte Savello quando i tedeschi salirono le scale del numero 49 di Portico d’ Ottavia, entrarono, portarono via tutta quella gente, sua moglie, i suoi figli, il nipote. Quando Calò fece ritorno, non c’ erano che le stanze vuote». «Me parevo ‘ mpazzito, me parevo» avrebbe raccontato anni dopo l’ uomo allo storico veronese, in un’ osteria del ghetto dove cercava di annegare nel vino certi ricordi che gli davano ancora fitte insopportabili, «Non c’ era più nessuno, mi dissero che l’ avevano portati via. Mi misi a correre, non sapevo dove andavo. «Mi ritrovai alla Lungara, stavano tutti là quelli che avevano preso. Mi buttai avanti per andare a consegnarmi pure io. Mi ferma una sentinella italiana, mi prende per un braccio e dice: “Vattene, a matto! Che non lo sai che ti pigliano anche te, se ti vedono?”. Io non capisco niente, me butto a spigne, quello me ributta. Mi siedo un poco più in là e piango».

Fulvia Ripa di Meana, quel giorno, vide dei camion tedeschi carichi di bambini fermi in via Fontanella Borghese. Tre anni dopo ne avrebbe scritto in Roma clandestina con parole da fermare il respiro: «Ho letto nei loro occhi dilatati dal terrore, nei loro visetti pallidi di pena, nelle loro manine che si aggrappavano spasmodiche alla fiancata del camion, la paura folle che li invadeva, il terrore di quello che avevano visto e udito, l’ ansia atroce dei loro cuoricini per quello che ancora li attendeva. Non piangevano neanche più quei bambini, lo spavento li aveva resi muti e aveva bruciato nei loro occhi le lacrime infantili. Solo in fondo al camion, buttati su un’ asse di legno, alcuni neonati, affamati e intirizziti gemevano pietosamente».

La mattina del 19 ottobre, accorsa alla stazione Tiburtina, a rischio della vita, Liliana Calò (in realtà sembra si chiamasse Letizia), la sorella di Settimio, riuscì a vedere il figlioletto ammucchiato in una calca da spavento su un treno in partenza per la Polonia. Rileggiamo il racconto dello zio: «Il bambino si affacciò al finestrino del treno, scorse sua madre e gridò freddo: “A signo’ , e vada a casa, no? Vada a casa, che ci ha l’ altri bambini da cresce”. Era la sua mamma, capisce, e lui je disse così, e lei se lo ricorda sempre adesso, da quel finestrino del treno, co’ quelle parole, co’ quelle parole… E io, nemmeno quelle, io».

largo 16 ottobre 1943 roma focus on israelCome possa essere stato quel viaggio lo prendiamo dal ricordo di Raimondo Di Neris: «Il viaggio durò sei giorni: sul mio vagone morirono alcune persone, viaggiammo insieme a quei cadaveri fino alla fine». «Noi abbiamo viaggiato fin qui nei vagoni piombati; noi abbiamo visto partire verso il niente le nostre donne e i nostri bambini; noi fatti schiavi abbiamo marciato cento volte avanti e indietro alla fatica muta, spenti nell’ anima prima che dalla morte anonima. Noi non ritorneremo» scrive Primo Levi in Se questo è un uomo. La moglie di Settimio, Clelia, e i figli Bellina, Ester, Rosa, Ines, David, Elena, Angelo, Nella, Raimondo e Samuele furono uccisi, spiegano Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida ne Il futuro spezzato: i nazisti contro i bambini, lo stesso giorno del loro arrivo ad Auschwitz, il 23 ottobre. Tutti.

Certo, Settimio Calò non fu il solo a essere schiacciato dal tallone di quella storia infame. Nel solo ghetto di Roma, per dire, furono portati via tutti e sei i figli di Leone e Virginia Bondì: Anna aveva 14 anni, Benedetto 12, Fiorella 11, Umberto 9, Giuseppe 6, Elena due e mezzo. Tutti decimati. E certo non ha senso fare una graduatoria di chi ha avuto il maggior numero di morti dentro una strage che ha visto annientare la comunità ebraica romana. In questi tempi di oblio, in cui i ragazzi vedono l’ Olocausto come una cosa lontana quanto la calata di Annibale e in cui i siti Internet traboccano come mai prima di nuova immondizia negazionista e antisemita, sarebbe però importante che Roma, la Roma che ancora oggi si interroga tormentata sulle virtù e i silenzi di Pio XII e sulle responsabilità dei fascisti e degli italiani nella retata e negli anni di odio e disprezzo che prepararono il terreno, lanciasse un segnale. Dedicando nel 2010, in occasione della Giornata della Memoria, una via, una piazzetta, un vicolo a quel Settimio Calò che morì quarant’ anni fa, piegato dal dolore, dopo essere sopravvissuto alla cancellazione di tutto il suo mondo. Un piccolo grande gesto per ricordare, ricordare, ricordare.

(Fonte: Corriere della Sera,




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15 novembre 2010

Progetto T4: lo sterminio dei disabili

Progetto T4: lo sterminio dei disabili

L'uccisione dei bambini disabili:

Quando nel 1933 i nazisti presero il potere iniziarono una politica di difesa della razza riprendendo le teorie di "purificazione" della razza (eugenetica) già diffuse in America e in Europa tra la fine del 1800 e l'inizio del 1900.

La Germania di Hitler fu il luogo dove queste teorie prosperarono e si attuarono. Le prime vittime furono i disabili.

Il 14 Luglio 1933, a pochi mesi dalla presa di potere, Hitler emanò una legge sulla sterilizzazione e cirac due anni dopo fu emanata una legge che impediva i matrimoni e la procreazione tra persone disabili.
bambini zingari alla marcia in ricordo del 16 ottobre

Con l'inizio della Seconda Guerra Mondiale, il primo settembre 1939, l'apparato per sopprimere i disabili era pronto e le uccisioni cominciarono.

Hitler autorizzò un programma di soppressione dei bambini portatori di difetti fisici o mentali che affidò alla KdF (Cancelleria privata di Hitler). Fin dall'inizio la pianificazione e l'attuazione dell'eutanasia1 furono classificate "top secret".

Le prime uccisioni ebbero luogo intorno all'ottobre del 1939.

Il 18 agosto 1939 fu emanato un decreto che ordinava alle ostetriche e ai medici di dichiarare tutti i bambini nati con specifiche condizioni di handicap. Oltre ai neonati, i medici dovevano dichiarare tutti i bambini sotto i tre anni affetti da tali condizioni. La maggior parte dei medici scelti collaborarono con l'operazione di sterminio; una minoranza si rifiutò e fu dispensata dal partecipare. 

Bambini ebreiLa politica di eutanasia infantile fu affidata ai medici dei reparti infantili, i quali utilizzavano preferibilmente farmaci che non provocavano la morte immediata dei bambini. Questi farmaci davano invece luogo a complicazioni mediche, in particolare la polmonite, che alla fine (di solito nel giro di due o tre giorni) provocava la morte. A quel punto i medici potevano constatare una "morte naturale". 

L'uccisione dei bambini fu il primo atto del programma di sterminio per eutanasia. 
I bambini erano giudicati particolarmente importanti perché rappresentavano il futuro; la soppressione di quanti erano considerati malati e deformi era essenziale al successo del programma di purificazione razziale. Tuttavia ben presto al progetto di uccidere i bambini disabili fu affiancato quello di uccidere gli adulti disabili.

È importante ricordare che non tutti i bambini erano affetti da malattie incurabili o da deformità permanentemente invalidanti; molti furono inclusi nel programma per invalidità meno gravi o semplicemente perché erano bambini lenti ad apprendere e con problemi di comportamento. 
Poiché molti documenti che attestano le uccisioni non sono giunti fino a noi, è impossibile calcolare il numero di bambini uccisi nei reparti infantili durante la seconda guerra mondiale. Si pensa che siano almeno 5000 i bambini assassinati. 

L'uccisione degli adulti disabili:

fumo dal camino del centro di HadamarLo sterminio dei bambini era stato a suo modo un'operazione abbastanza circoscritta. Il programma di uccisone dei disabili adulti, chiamato T4, fu invece molto vasto e richiese una organizzazione molto efficiente. Come disse Hitler nella riunione preparatoria - erano "vite indegne di essere vissute". 

Il primo centro di uccisione fu costruito vicino Berlino; ma in breve tempo altri 5 campi coprirono tutto il territorio tedesco.

I centri di uccisione funzionavano come una catena di montaggio e al loro interno vi erano le camere a gas.
Quando il programma di uccisione arrivò al culmine, nelle camere a gas venivano uccise più di 300 o 400 persone alla volta. Quando, il 24 agosto 1941, pressato dall'opinione pubblica interna, Hitler ordinò la temporanea sospensione delle esecuzioni, si calcolò che il progetto T4 avesse fatto più di 70000 vittime, ma gli storici hanno accertato come questa cifra sia eccessivamente inferiore alla realtà.

I disabili dei Paesi occupati a differenza di quelli tedeschi, dopo un breve periodo d'internamento, venivano deportati nei campi di sterminio e, in quanto ritenuti inabili al lavoro o troppo deboli, erano tra i primi ad essere soppressi, appena scesi dai treni. Ciò nonostante si hanno notizie, seppur frammentarie, di disabili sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau. 

Lo sterminio dei disabili, da parte della Germania nazista fu la fase iniziale della Shoah, che proseguì con lo stermino degli ebrei e degli zingari causando più di sei milioni di vittime.

1 La parola significa letterlamente buona morte, ma nel corso degli anni ha assunto significati diversi: attualmente questo termine si utilizza quando si accelera la morte di persone malate di malattie inguaribili e che causano molta sofferenza




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31 ottobre 2010

"La memoria di milioni di vittime dell’Olocausto si perderanno nell'oblio quando coloro che li ricordano ancora ci lasceranno"

Il museo Yad Vashem (Ebraico: ?? ???) è il memoriale ufficiale di Israele delle vittime ebree dela Shoà fondato nel 1953 grazie alla Legge del memoriale approvata dalla Knesset, il parlamento Israeliano.

Il nome del museo, che significa "un memoriale e un nome", viene dal libro di Isaia 56:5, dove D-o dice, "concederò nella mia casa e dentro le mie mura un memoriale e un nome ... darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato".

Questa immane iniziativa nasce proprio perche non avendo una tomba dove portare un sasso o dire un Kaddish,lo Yad Vashem è tutto questo...Soprattutto.per"Non Dimenticare"

 

La costruzione dell’archivio, durata cinquant’anni, ha consentito finora l’individuazione di 3 milioni di nomi. Queste informazioni sono state raccolte attraverso tre tipi di fonti. Il nucleo fondamentale della classificazione è costituito da due milioni circa di testimonianze scritte da parenti delle vittime sui formulari predisposti dallo Yad Vashem. Ottocentomila di questi vennero raccolti già negli anni cinquanta. Allegate ai formulari, sono state raccolte anche decine di migliaia di immagini fotografiche delle persone uccise. Un ulteriore campo di ricerca è stato lo studio di numerose e svariate altre fonti archivistiche e documentarie: registri dei nazisti e dei collaborazionisti, come le liste di beni confiscati e delle deportazioni; documentazioni personali, come diari, lettere, passaporti; documenti delle istituzioni ebraiche; atti giudiziari contro i nazisti. Un’altra fonte infine sono gli elenchi costruiti per i numerosi progetti commemorativi locali, regionali o nazionali. Va ricordato, come cospicuo esempio per l’Italia di un’iniziativa di questo tipo, Il libro della Memoria di Liliana Picciotto Fargion.Tuttavia mancano dalle liste milioni di nomi ancora. Allo Yad Vashem sono coscienti della impossbilità di poterli ricostruire tutti, confidano comunque di salvarne dall’oblio almeno il numero di sei milioni, complessivamente. Purtoroppo per molti altri la totale distruzione delle loro famiglie, delle loro case, dei loro villaggi ed il tempo ne ha cancellato ineluttabilmente la memoria.

Ho Taggato solo alcuni che hanno avuto genitori e nonni vittime della Shoà

 

 

 

 

 

 

 


 

 




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30 settembre 2010

Milano - Nasce WE FOR, la foresta virtuale dei Giusti

Vede oggi la luce WE FOR, progetto per la Memoria realizzato dal Comitato Giardino dei Giusti con il contributo dell'Unione Europea che verrà presentato questo pomeriggio dalla Fondazione Corriere della Sera. Spazio digitale che riunisce idealmente tutti i Giusti d'Europa in una grande foresta virtuale, WE FOR è pensato per onorare la memoria di quanti si opposero al male e ai totalitarismi mettendo in gioco la propria esistenza. Sarà uno strumento di approfondimento e conoscenza aperto a tutti, particolarmente prezioso per quegli insegnanti che organizzano la propria didattica in funzione di una maggiore partecipazione diretta degli studenti. WE FOR ha una struttura divisa in tre sezioni. Nella Sezione Giardini sarà possibile fare una ricognizione dei vari Giardini dei Giusti europei e reperire informazioni testuali, video, audio e fotografiche relative alle figure dei Giusti ricordati. Nella Sezione Studi e ricerche è stato predisposto materiale di approfondimento teorico e storico sul concetto di Giusto e sull'analisi comparativa delle figure di Giusti nei vari totalitarismi. La sezione You For infine prevede kit didattici e spazi interattivi per lo scambio di informazioni. Due le macroaree di WE FOR. La prima è una rappresentazione tridimensionale della Foresta Europea dei Giusti con l'ausilio di numerose forme di dialogo che aumenteranno il livello di partecipazione degli utenti, la seconda è costituita da alcune pagine bidimensionali che attraverso strumenti interattivi permetteranno la realizzazione di eventi commemorativi, cerimonie e celebrazioni virtuali.
Nel corso dell'incontro odierno, dal titolo I Giardini dei Giusti - Resistenza morale contro i totalitarismi in Europa, interverranno Svetlana Broz, nipote di Tito e autrice del libro I giusti nel tempo del male, Kostanty Gebert, giornalista ed esponente di Solidarnosc, Marek Halter, autore del libro La force du Bien e del documentario I Giusti, Pietro Kuciukian, console onorario d'Armenia in Italia e creatore del Muro della Memoria di Yerevan, Gabriele Nissim, scrittore e presidente del Comitato Foresta dei Giusti, e Ulianova Radice, curatrice del progetto WE FOR. 

Ucei




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