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16 dicembre 2013

Ebraismo. Le preghiere del Popolo d'Israele: "Shemà"

 

Shema Yisrael

Molto spesso dimentichiamo chi ci vive accanto. Chi ha donato a noi ed alla nostra società tanto nonostante questa più e più volte abbia cercato di emarginarli quando di sopprimerli anche fisicamente.

E' certamente il caso della bimillenaria presenza ebraica in Italia tanto spesso trascurata e misconosciuta (si pensi, al contrario, come le festività musulmane - di ben più recente 'cittadinanza' tra noi - siano diffusamente trattate dai media).

Una presenza che continua a dar frutti anche (e nonostante) un antisemitismo disgraziatamente troppo diffuso, quasi che la tragedia della Shoah non abbia insegnato nulla.

Per questo appare non inopportuno (sia pure nella modestia di questo blog) cercare di avvicinarci maggiormente a quella realtà ed in maniera particolare alle sue preghiere.

Iniziamo oggi trascrivendo la traduzione del testo dello Shemà Israel, forse una delle più sentite della liturgia ebraica, che viene recitata al mattino ed alla sera.

"Ascolta Israele il Signore è nostro D-o. Il Signore è uno.

Benedetto il Suo nome glorioso per sempre.

E amerai il Signore D-o tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. E metterai queste parole che Io (cioè D-o)ti comando oggi, nel tuo cuore, e le insegnerai ai tuoi figli, pronunciandole quando riposi in casa, quando cammini per la strada, quando ti addormenti e quando ti alzi. E le legherai al tuo braccio, e le userai come separatore tra i tuoi occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte (della città).

E sarà, se ascoltate i Miei comandamenti, che oggi vi dò, di amare il vostro D-o e di onorarlo con tutto il vostro cuore, con tutta la vostra anima e con tutte le vostre forze, (allora) vi darò rugiada per le vostre terre, pioggia primaverile ed estiva, così raccoglierete le vostre granaglie, il vostro vino ed il vostro olio, e darò erba per il tuo bestiame, e mangerete e sarete soddisfatti.

Ma guardatevi dall'aprire i vostri cuori a rivolgersi al culto di altri dei, e di adorarli, perchè (allora) l'ira di D-o sarà contro di voi, e chiuderà il cielo, e non ci sarà rugiada, e la terra non darà il suo prodotto, e passerete (sarete estinti) rapidamente dalla buona terra che D-o vi ha dato. E (quindi) mettete queste parole sulle vostre mani e tra i vostri occhi, e insegnatele ai vostri figli, e pronunciatele quando riposate nelle vostre case, quando camminate per strada, quando vi addormentate e quando vi alzate, e scrivetele sugli stipiti delle vostre case e sulle vostre porte. Così saranno moltiplicati i vostri giorni ed i giorni dei vostri figli nella terra che D-o promise ai vostri padri di dare loro, per tanto quanto durano i giorni del cielo sulla terra.

E D-o disse a Mosè: dì ai figli di Israele di fare d'ora in poi delle frange agli angoli dei loro vestiti, e vi sia un filo azzurro in ognuna di queste frange. Questi saranno i vostri zizzit, e guardandoli ricorderete i precetti divini, e li osserverete, e non seguirete (i vezzi del) vostro cuore e (le immagini dei) vostri occhi, che vi fanno deviare seguendoli. Così ricorderete e osserverete tutti i precetti, e sarete santi per il vostro D-o. Io sono il Signore D-o vostro, che vi ha fatto uscire dalla terra di Egitto per essere il vostro D-o, Io sono il Signore vostro D-o."

Fonte: Comunità Ebraica di Roma - Lunario 5770     




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22 novembre 2013

Un sito Internet per convertirsi all'ebraismo

Diventare ebrei. Per scelta. Un fenomeno nuovo e inaspettato. Specie se si considera che l'ebraismo, contrariamente all'Islam e al cristianesimo, non è una religione che tende a fare proselitismo. Eppure le conversioni all'ebraismo sono sempre esistite. E contano anche nomi del cinema come Elizabeth Taylor e Marilyn Monroe o della musica, come Madonna. Secondo un'interpretazione mistica la persona che si converte all'ebraismo possiede un'anima ebraica che sta cercando una casa. In termini pratici chiunque, dopo un adeguato periodo di studio, sia pronto a vivere secondo i principi della halakhà, la legge sacra, può essere convertito e diventare ufficialmente ebreo.
Nei fatti però, molti rabbini, specialmente quelli ortodossi, non solo sono contrari alle attività di proselitismo ma addirittura scoraggiano le conversioni. Charlotte, uno dei personaggi del serial «Sex and the City», bussa per ben tre volte alla porta di una sinagoga di New York, animata dal fermo desiderio di diventare ebrea. Porta che le si richiude puntualmente in faccia. Fino a quando la sua insistenza non supera la diffidenza del rabbino. La scena del telefilm, per quanto fittizia, rispecchia una certa chiusura di una parte delle comunità ebraiche, in genere quanto meno circospetta nei confronti dei nuovi arrivati. Un atteggiamento che ha generato varie polemiche in seno alle comunità americane, specie alla luce dell'ultimo censimento che vede il numero degli ebrei in calo e delle comunità decisamente invecchiate. Anche per via dei figli nati da matrimoni misti che vengono considerati ebrei solo se la madre lo è.
Contro questo rigore si batte il Jewish Outreach Institute di New York che promuove un'educazione ebraica dei figli nati da matrimoni misti. Questione controversa quella delle conversioni, anche perché i rabbini ortodossi non riconoscono la conversione all'ebraismo effettuata da rabbini di altre correnti, considerandole incomplete. Eppure aumentano i casi di conversione. Scelta che per alcuni è un ritorno. Molti infatti sono i casi di persone in Spagna, Portogallo e Brasile di persone che, pur essendo ufficialmente cattoliche, avevano conservato delle abitudini familiari, come l'usanza di accendere candele, retaggio del rituale ebraico. Sono i discendenti dei marrani, ebrei convertiti a forza al cattolicesimo che, ora, tornano alla loro fede di origine.
Il rabbino Celso Kukierkon, che creato il sito convertingtojudaism.org conferma il trend: «Recentemente sempre più persone scelgono di convertirsi all'ebraismo. Conduco diversi seminari all'anno negli Usa e in varie parti del mondo. Molti dei convertiti provengono dal protestantesimo, ma ci sono anche cattolici, seguaci di religioni orientali e anche musulmani. Rimango sempre colpito dalla conoscenza e dalla serietà dimostrata da chi decide di diventare ebreo». Persone di ogni età e ceto sociale. E di ogni provenienza geografica. Perché si registrano nuovi ebrei anche nei posti più impensati come l'Africa o l'India. O la Polonia, come il caso di alcuni bambini, ormai anziani, scampati all'Olocausto e allevati nella fede cattolica.

Il Mattino
Gianni Verdeoliva




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20 settembre 2013

DA IERI E' SUKKOT O FESTA DELLE CAPANNE. IN COSA CONSISTE?

INIZIA LA RICORRENZA EBRAICA DELLO SUKKOT O FESTA DELLE CAPANNE.
IN COSA CONSISTE?
Il termine Sukot (????? o ??????? entrambi sukot) o Succot si riferisce ad una festa di pellegrinaggio della durata di 8 giorni (7 giorni in Israele). È conosciuta anche con i nomi di "Festa delle capanne", "Festa dei tabernacoli" e "Tabernacoli". Nell'Ebraismo è una delle festività ebraiche più importanti. Il termine fa riferimento, inoltre, ad una località di cui si parla nella Bibbia Ebraica.

Etimologia
La parola "sukot" è il plurale della parola ebraica sukah che significa, per l'appunto capanna. Il termine sukah nel linguaggio comune indica proprio la capanna che viene costruita appositamente per la celebrazione della festa.

Significato della festa
La festa di Sukot ricorda la vita del popolo di Israele nel deserto durante il loro viaggio verso la terra promessa, la terra di Israele. Durante il loro pellegrinaggio nel deserto essi vivevano in capanne (sukot). La Torah ordina agli ebrei di utilizzare, per la celebrazione della festa, quattro specie di vegetali: il lulav (un ramo di palma), l'etrog (un cedro), un ramo di mirto ed un ramo di salice. Il cedro viene impugnato separatamente dai rami che invece sono legati assieme con la canapa.

Liturgia
I primi due giorni di Sukot vengono celebrati come giorni di festa piena. I cinque giorni successivi, invece sono di mezza festa (Hol Hamo'ed) durante i quali vengono comunque osservati i precetti specifici della festa. Il settimo giorno (l'ultimo dei giorni di mezza festa) è chiamato "Hoshanà Rabah" e deve essere osservato in maniera particolare. L'ultimo giorno, l'ottavo, viene celebrato come fosse una festa a sé e presenta delle preghiere e delle usanze particolari (vedi più avanti).Hoshanà Rabah - Il settimo giorno di Sukot - ?????? ???Shemini Atzeret - L'ottavo giorno di Sukot - ????? ????Simchat Torah - L'ultimo giorno di Sukot - ???? ????In Israele Sukot dura otto giorni, incluso il "Shemini Atzeret". Al di fuori di Israele (la cosiddetta Diaspora), Sukot dura nove giorni. in questo caso l'ottavo giorno è "Shemini Atzeret" mentre il nono è detto Simchat Torah. In Israele i festeggiamenti legati a Simchat Torah si svolgono durante il giorno di Shemini AtzeretIn questo giorno, Simchat Torah, durante il servizio in sinagoga, viene letta l'ultima porzione della Torah. Nello Shabbat successivo, gli ebrei ricominciano la lettura della Torah dalla prima porzione, la prima parte del libro della Genesi, chiamata Bereshit. Il servizio è particolarmente gioioso e sono consentite, e spesso attese, simpatiche variazioni al normale procedere delle funzioni. Mentre è tradizione di tutte le correnti ebraiche ballare con i rotoli della Torah intonando canzoni legate alla festività, è usanza italiana quella di lanciare dal matroneo sui danzanti (ed in particolare ai bambini) manciate di caramelle e dolcetti vari.Nel calendario ebraico, Erev Sukot (la sera di sukot), la prima sera della festa, cade il 14 del mese di Tishri, così il primo dei giorni di Sukot è il 15 di Tishri.

 

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11 aprile 2013

Haggadah

 



Ultimamente ho letto un libro davvero molto bello.
Si tratta de “I custodi del libro” di Geraldine Brooks.
In esso sono narrate le complesse vicende della famosa Haggadah di Sarajevo, un antichissimo manoscritto ebraico, che è stato ritrovato durante la tragica guerra civile serbo-bosniaca e che oggi si trova custodito nel museo nazionale di Sarajevo.
L’Haggadah, semplificando, generalmente è una pubblicazione di modesto valore economico, che racconta l'Esodo del Popolo Eletto dall'Egitto dei Faraoni.
Essa viene usata durante il rituale del Seder di Pesach.
Dunque si tratta di "libricini" che, proprio a causa dell’uso a cui sono destinati, vale a dire “accompagnare” la preghiera durante la cena di Pasqua, sono molto semplici, privi di immagini e spesso in edizione economica.
Invece l’Haggadah di Sarajevo presenta subito alcune peculiarità davvero molto interessanti.
Innanzitutto è un manoscritto molto antico e dunque la scrittrice, nel suo bellissimo libro, ci svela il motivo per cui questa opera è arrivata intatta fino ai giorni nostri.
Inoltre non si possono trascurare il suo immenso valore artistico e il suo inestimabile valore economico.
Ma soprattutto non può passare inosservato il fatto che contenga bellissime e pregiatissime miniature, le quali contribuiscono in modo determinante a renderla un’opera unica.
E se poi si tiene conto anche del fatto che la celebre Haggadah di Sarajevo risale al XV° secolo, vale a dire a un periodo in cui la fede giudaica condannava nella maniera più assoluta ogni genere di illustrazione, si capisce subito che ci si trova di fronte a dei misteri davvero molto interessanti.
E in mezzo a questi mille misteri viene fuori l’abilità della scrittrice.
Infatti Geraldine Brooks, in questo coinvolgente e spettacolare romanzo storico, ci svela tutti i complicatissimi retroscena legati a questo affascinante manoscritto.
Il libro è un lungo viaggio nel tempo che parte dalla Spagna del 1400 e arriva fino all’ ultimo conflitto nella Ex-Jugoslavia, passando per la Venezia del 1600, la Vienna di fine 800, la Jugoslavia durante e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale e racconta le travagliate vicende di un manoscritto sfuggito in diverse occasioni alla follia distruttrice degli uomini.
Tuttavia esso ci porta anche a riflettere su un periodo storico, ormai molto remoto, nel quale le varie Religioni convivevano fianco a fianco, con spirito di tolleranza e nel rispetto reciproco, situazione del tutto inimmaginabile ai giorni nostri.
Mi preme infine insistere su due aspetti che la scrittrice è stata bravissima ad evidenziare.
Innanzitutto il fatto che per ben 2 volte sono stati dei bibliotecari musulmani a salvare il libro.
Ed inoltre anche il profondo antisemitismo, che nel nostro Continente, purtroppo, ha radici antichissime.

Francesco.PensieroLiberale


11 aprile 2013

Il Bar-Mitzvah

 


 Piccolo reportage fotografico di una festa importantissima per la comunità ebraica, il Bar-Mitzvah. 



Al compimento del 13 anno ed un giorno ogni bimbo ebreo con un rito molto particolare e sentito entra nel mondo dei più "grandi".





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25 gennaio 2013

Regole alimentari ebraiche et alia



 Le regole alimentari ebraiche (oltre agli animali permessi e proibiti che sono elencati nel Pentateuco) sono basate essenzialmente sulla separazione totale fra il latte e i suoi derivati (che a livello mistico e anche pratico - in una delle possibili spiegazioni, che però non sono neppure necessarie visto che si tratta di ordine divino - rappresenta la vita, il nutrimento del capretto biblico), e la carne, (che rappresenta la morte dello stesso capretto) e suoi derivati.  Il tutto è basato sul verso biblico: "Non cuocerai il capretto nel latte di sua madre" (Esodo 23:19; 34:26; Deuteronomio 14:21) e su interi trattati nella Torà Orale, che spiegano le norme generali in dettaglio e permettono l'applicazione e la pratica concreta di ciò che la Torà scritta giusto accenna, un po' come nel rapporto tra una costituzione e i vari codici (civile, penale, commerciale, della strada). È chiaro che non è possibile vivere solo sulla base di una costituzione senza averne i codici di applicazione.

Proprio il caso della cascerut (la parola cascer significa appropriato) rende MOLTO CHIARO che i "codici" di applicazione (la Torà Orale, che non fu data ai gentili) sono contemporanei alla Torà scritta, nonché indispensabili per una sua comprensione e applicazione senza distorsioni e deformazioni, visto che in Deuteronomio 12:21 sta scritto: "secondo le regole che ti ho insegnato" riferito alla macellazione; tali regole - che ovviamente esistevano secondo il testo biblico stesso, come dimostrato dal versetto qui sopra - non si trovano, tuttavia, in NESSUNA PARTE della Bibbia, né quella ebraica né quella cristiana. 
Il succo delle leggi di macellazione è di evitare la sofferenza dell'animale, che infatti viene ucciso all'istante, sgozzandolo con coltelli affilati come rasoi, che devono essere continuamente controllati e affilati. Se ne taglia la gola dalla giugulare fino alla colonna vertebrale in modo da tagliare le terminazioni nervose verso e dal cervello e in modo da farne uscire tutto il sangue possibile, visto che il consumo del sangue è rigorosamente proibito: il che la dice lunga su baggianate omicide tipo i libelli di sangue, certificati e ancor oggi diffusi dalle chiese anche attraverso i loro calendari.  Infatti la carne va poi lavata immediatamente e salata per togliervi tutti i residui di sangue (il che diminuisce anche le possibilità di trasmissione di malattie attraverso il sangue e il sale agisce anche come disinfettante)

[Volevo aprire una parentesi che mi pare importante.  Secondo il libro biblico del Levitico, lo scopo delle leggi di cascerut è da mettere in relazione a purezza rituale e santità.  In effetti, la parola ebraica santità è etimologicamente legata in modo strettissimo alla parola ebraica distinzione e separazione.  Inoltre, la pratica della casceruth serve come esercizio permanente di autodisciplina e santità attraverso la necessità di essere SEMPRE consapevoli di ciò che ci circonda e ANCHE di ciò che ci mettiamo in bocca, nonché di far diventare ogni atto quotidiano un atto di santificazione di D-io.
Non dimentichiamo che l'ebreo prima e dopo aver mangiato QUALSIASI COSA "almeno grande come un'oliva" deve dirne le appropriate benedizioni prima e dopo aver mangiato, e che nel caso dei prodotti derivati da grano e orzo o uva, fichi, melograni, olive e datteri (prodotti tipici della Terra d'Israele e i soli per dei quali si devono offrire le primizie al Tempio) tali benedizioni DEVONO contenere menzione della Terra d'Israele e Gerusalemme.  Lo si noti bene, soprattutto da parte di coloro che non capiscono o negano l'esistenza dell'attaccamento e della connessione ebraica nei millenni alla Terra d'Israele e a Gerusalemme.

Pensateci: OGNI VOLTA CHE ABBIAMO MANGIATO... PER TREMILA ANNI....!!!!

In genere, la capacità di tenere razionalmente sotto controllo i propri appetiti e metterli sempre in relazione con le proprie regole di vita contribuisce all'elevazione spirituale dell'individuo, che non è mai schiavo dei propri appetiti ma ha la scelta di controllarli e dirigerli.  Inoltre, le regole di macellazione cascer, che si basano sul comandamento di non imporre sofferenze inutili agli animali, ricordano all'ebreo osservante che avere il potere di vita o di morte, anche se si tratta solo di un'animale allevato per nutrirsene, è una responsabilità seria e non un piacere da ricercare.  Darsi al piacere e al potere di vita o di morte o di causare sofferenza, anche se si tratta della pratica comunissima della caccia, in un modo o nell'altro danneggia la propria sensibilità morale.  Non si fanno feste attorno all'animale da sgozzare...o peggio, come viene fatto in molte culture a un animale intelligentissimo come il maiale, ammazzato col succhiello, o preso, legato, eccetera...  Normale, ma non per noi.   Anche la proibizione di mangiare i frutti di un albero nei primi tre anni rappresenta la capacità di autodisciplina e riconoscenza, a D-io innanzitutto, per ciò che ci dà, così come lo sono le decime per i prodotti e per i guadagni, che sono non solo frutto del nostro lavoro ma anche del fatto che D-io ci permette di averli.  Quindi, offrire un decimo dei propri guadagni non è una perdita ma semplicemente dividere con gli altri e in fondo con se stesso.]

Tornando alla casceruth... Tali norme impediscono di mangiare prodotti cucinati in contenitori in cui non è rispettata la separazione assoluta fra la carne e i suoi derivati e il latte e i suoi derivati: per un ebreo, sebbene siano entrambe cose proibitissime, è "meno" grave mangiare carne di maiale che mangiare una bistecca alla valdostana, visto che le infrazioni commesse con quest'ultima sono molte di più.  Io posso infatti cucinare maiale per un non ebreo, o allevare e vendere maiali (non sulla terra d'Israele, tuttavia) ma non posso ASSOLUTAMENTE cucinare insieme carne e latte, nè mangiarli insieme, nè vendere tale mistura, nè beneficiarne in alcun modo.

La separazione è totale e comprende anche gli utensili da cucina.  Non potrei mangiare, per esempio, una pasta al burro cucinata o scaldata in una pentola in cui è stata cotta o scaldata carne.

Gli ebrei che seguono le regole alimentari ebraiche (casceruth, o kashruth), inoltre, non bevono vini che non siano stati prodotti in tutti i loro stadi SOLO da ebrei che OSSERVANO LO SHABBATH (N.B.: non basta assolutamente che siano ebrei, il che dovrebbe aiutare a capire che non si tratta di "razzismo"...).  Tale è la definizione di vino cascer (Kasher, Kosher, stessa roba).  La ragione più superficiale - ma non la sola e senz'altro non la ragione mistica - è che in quasi tutte le culture in uno stadio o l'altro, il vino era usato per cerimonie religiose, o santificato a vari déi al momento della vendemmia o altri momenti della lavorazione (lo fanno ancora oggi in cerimonie miste pagane-cattoliche in quasi tutto il sud e centro america, e persino in California fra i produttori locali specialmente di origine messicana (un film con Anthony Quinn di alcuni anni fa e di cui ho dimenticato il titolo, illustra en passant tali cerimonie al dio sole); un'altra ragione è proprio di evitare il "finì tutto a tarallucci e vino", come misura per evitare l'assimilazione. Dopo i tarallucci e il vino, uno potrebbe trovare la figlia o la sorella del padrone di casa più "interessante" di prima - che è anche UNA delle ragioni per cui certi cibi (ciò che non può essere mangiato crudo e che "si servirebbe alla tavola di un re", esempio carne e cibi prelibati particolari... proprio per evitare tali problemi...) non li possiamo mangiare se non preparati da un ebreo usando utensili cascer e altri, permessi se si tratta di prodotti "industriali" o commerciali (tipo il pane che non contenga prodotti proibiti prodotto in una panetteria o un supermercato), ma proibiti (lo stesso pane con gli stessi ingredienti) se preparati in casa di un non ebreo, proprio perché non esisterebbe quel grado di separazione...

È quello che la Torà richiede...  Non è una questione di razzismo...  Infatti, nessuna regola alimentare ebraica impedisce che i non ebrei mangino  in casa di ebrei...al contrario...  Abramo era conosciuto per la sua ospitalità con ogni straniero, e da lui impariamo e insegnamo tale valore... Con l'eccezione - specificata nella bibbia - dell'agnello pasquale nella Pasqua Ebraica arrostito nella sua intierezza (non si fa più e si dovrebbe fare, secondo me e sempre più rabbini, visto che le ragioni per non farlo - vedi MaHaRa"L di Praga - non esistono più).

Non potete immaginare quanto la pratica delle regole alimentari ebraiche sia semplicissima e naturale per chi la pratica, e un vero incubo per chi non ne conosca le regole...  Per offrire un pasto con cibi cotti a me, non solo i non ebrei, ma anche gli ebrei che non osservano le regole alimentari ebraiche e quindi la separazione totale di latticini e carne, dovrebbero rivoluzionare la cucina a tal punto che forse non ne varrebbe assolutamente la pena se poi non continuassero così... :-).  Farebbero prima a venire a cucinare a casa mia, se proprio vogliono, sotto la mia supervisione e partecipazione .

Sto cercando di rendere il tutto comprensibile anche per chi non ha del tutto conoscenza sul soggetto...  Apprezzo domande di chiarimento.  Spero di essere stato chiaro e di non avere detto cose inesatte (mando, giusto per sicurezza, questo messaggio a un rabbino che capisce l'italiano e se mi spara ve lo farò sapere)

Queste e altre cose - in primis l'osservanza dello Shabbath - sono stati gli elementi che hanno mantenuto il Popolo Ebraico in esistenza per quattromila anni...

C'è un detto ebraico che dice: non sono gli ebrei che osservano lo Shabbath, ma lo Shabbath che conserva gli ebrei.
Lo stesso vale per la casceruth.

- sergio HaDaR tezza -
Kiryat Arba - Hebron


7 ottobre 2012

Il cedro

Castello, collezione degli agrumi 03.jpg

Il Cedro, è una delle quattro piante utilizzate durante i festeggiamenti. Gli ebrei, durante la festa, recano nella mano destra un LULAV, ossia una composizione di piante costituita da un ramo di palma, due rami di salice e tre di mirto, mentre nella mano sinistra recano il frutto del cedro. La “spada vegetale” il LULAV, viene agitata nelle sei direzioni dello spazio a riconoscimento della presenza di Dio. Il significato religioso, politico e sociale del LULAV consiste nello sforzo che bisogna compiere per far coesistere il saggio con l’ignorante, il ricco ed il desiderato, colui che produce, con colui che consuma. Il cedro, l’etrog in ebraico, essendo un frutto saporito ed odoroso, rappresenta l’uomo che alla saggezza fa seguire le buone opere.




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11 settembre 2012

Ebraismo: la religione del libro

 

Il testo-base degli ebrei, l'unico che, nella forma di rotoli manoscritti, si trova in ogni armadio sinagogale, è la Torah (legge), ovvero i primi cinque libri dell'Antico Testamento (o Pentateuco), il più importante dei quali è ritenuto l'Esodo. Libri che gli ebrei attribuiscono a Mosè, ma che già con Hobbes e Spinoza si scoprì essere stati scritti in un'epoca di molto posteriore agli episodi ivi narrati.

La Bibbia d'Israele è divisa in tre parti: Torah, Neviim (Profeti) e Ketuvim (Scritti). Non sbagliano, tuttavia, coloro che in seno all'ebraismo, considerando tutta la loro Bibbia "ispirata", definiscono le parti scritte col nome collettivo di Torah e pongono quindi una semplice distinzione fra Torah scritta e Torah orale. Per la prima Torah vennero usati l'ebraico e l'aramaico: la versione greca dei Settanta (non sempre all'altezza del testo masoretico) risale ai secoli III-II a.C. e venne fatta per gli ebrei della diaspora. Con questa traduzione, come noto, si favorì il dialogo fra ebraismo ed ellenismo e quindi l'elaborazione di sistemi sincretici religioso-idealistici, come quello di Filone Alessandrino o quello dello gnosticismo.

La Bibbia fu copiata e ricopiata per centinaia di anni, per cui è impossibile risalire all'originale. In essa si possono trovare tracce egiziane, babilonesi, ugaritiche, persiane e greche. I testi più antichi risalgono ai secoli XII-XI a.C. e sono il canto della profetessa Deborah (Gdc 5) e quello di Davide per la morte di Saul (2 Sam 1,19-27).

Alla base della Torah vi sono almeno quattro diverse fonti: Jahvista (composta in Giudea verso il IX sec. a.C.), Elohista (composta in Efraim, fra le tribù settentrionali della Palestina, forse nell'VIII sec. a.C.), Deuteronomista (che risale al regno di Giosia, allorché il sacerdote Ilchia, nel 621 a.C., finse di aver ritrovato, durante i restauri del tempio di Gerusalemme, il testo originale della Torah, per giustificare una riforma politico-religiosa sgradita al popolo: rigido monoteismo, forte centralizzazione del culto nella capitale, canonizzazione di testi biblici. Tutto ciò nella speranza, risultata poi vana, d'impedire che la Giudea crollasse come il regno d'Israele nel 721 a.C. Nel 560 a.C. vi fu una rielaborazione ulteriore del Deuteronomio). Infine vi è la fonte Sacerdotale, legata ai nomi di Esdra e Neemia, e composta verso il 444 a.C., grazie alla quale il clero di Gerusalemme poté ribadire le esigenze della fonte deuteronomista, accentuando l'autoisolamento nazionale del popolo ebraico e riconoscendo alla legge uno stretto valore normativo per la vita socio-religiosa: si veda ad es. il divieto assoluto di contrarre matrimoni misti o la radicalizzazione del concetto di "popolo eletto".

Sino al periodo della monarchia si considerarono sacri solo i libri della Torah. Fu dopo l'esilio di Babilonia che vennero inseriti nel canone anche i libri dei Profeti (Neviim): la canonizzazione di questa raccolta era già a buon punto verso il II sec. a.C. Mentre durante la dominazione ellenistica dei Tolomei e dei Seleucidi si accettarono alcuni scritti ispirati (Ketuvim), come ad es. quelli di Giobbe, Daniele, Qohelet ecc. La canonizzazione di questi scritti, già iniziata con il re di Giuda, Ezechia (716-687 a.C.), si andò sviluppando molto lentamente.

Al tempo di Cristo vi era discussione fra le comunità ebraiche sul numero dei libri profetici e degli scritti da considerarsi sacri: i farisei prediligevano solo i libri scritti in ebraico e quelli conformi alla Legge; i sadducei accettavano solo il Pentateuco; nella diaspora alessandrina e a Qumran si aveva invece un atteggiamento più flessibile. Si pensa quindi che a Jamnia (costa-sud del Mediterraneo), in un sinodo tenuto verso l'80 d.C., la comunità ebraica abbia deciso di fissare definitivamente l'elenco ufficiale dei libri canonici (Canone Palestinese). In particolare, furono scartati sette libri che molti ebrei della diaspora (specie quelli filo-ellenisti) consideravano sacri, e che furono chiamati Deuterocanonici (facenti cioè parte del secondo canone, quello di Alessandria d'Egitto). Essi sono: Tobia, I-II Maccabei, Giuditta, Baruc, Sapienza e Siracide ( libri inclusi sia nella versione dei Settanta che in quella cristiana).

La censura fu probabilmente dovuta all'opposizione che i farisei nutrivano nei confronti dei conservatori sadducei, usciti sconfitti dalla distruzione di Gerusalemme del 70 d.C. e addirittura scomparsi, con la fine del tempio, come casta religiosa. I due libri dei Maccabei vennero esclusi dall'uso sinagogale semplicemente perché i discendenti di Simone Maccabeo (l'eroe antiellenista) avevano parteggiato per i sadducei.

Da notare che gli ebrei raccolgono sotto il nome di Libri profetici sia i testi storici (Profeti anteriori) che quelli edificanti (Profeti posteriori ovvero i 12 minori agiografi): ciò in quanto essi ritengono che solo un profeta (un uomo ispirato) può scrivere in modo corretto la storia.

Le Bibbie rabbiniche non riproducono mai solo i libri cosiddetti "rivelati", poiché questi sono sempre attorniati da una serie di altri testi, come ad es. i Targùm, parafrasi aramaica della Scrittura, o da commenti tradizionali, come quelli di Rashi o Ibn Ezra. In generale, la vastissima area dei commenti ebraici alla Scrittura, redatti tra il IV e il XII sec. d.C., è definita col termine di Midrash. L'esegesi di scuole rabbiniche è di tipo allegorico, quindi ben poco attendibile.

La versione più antica della Bibbia ebraica è quella dei Rotoli di Qumran, una serie di manoscritti di quasi tutto il Vecchio Testamento, copiati da monaci esseni fra il II sec. a.C. e il I sec. d.C., rinvenuti casualmente nel 1947.

L'interpretazione della legge

Con la Torah scritta è stata trasmessa di generazione in generazione una cospicua tradizione orale, che ad un certo punto venne redatta e ordinata per timore che andasse perduta.

La prima codificazione della Torah orale si chiama Mishna e raccoglie le principali opinioni degli scribi e dei rabbini sui problemi della legge. Iniziata nel II sec. d.C. e frutto di almeno quattro secoli d'interpretazione della Torah, essa fu caratterizzata soprattutto dall'insegnamento di una delle scuole del fariseismo, quella di Hillel. Gli argomenti che tratta sono agricoltura, feste, proprietà e affari legali, ruolo della donna, tempio e impurità. Famoso, nel giudaismo medievale, il commento di Maimonide alla Mishna.

Le discussioni sulla Mishna originarono la formazione di due raccolte: il Talmùd palestinese (IV sec. d.C.) e il Talmùd babilonese (più ampio, dei secoli VII-VIII d.C.). Sono praticamente due modi paralleli di affrontare le stesse questioni da parte delle due più grandi scuole rabbiniche. Essendo frequente lo scambio dei rabbini, spesso si citano l'un l'altro. Le differenze sono in talune interpretazioni e nelle conclusioni.

In origine il Talmùd aveva per tema solo lo studio della Mishna, poi però si è arricchito di elementi folcloristici e sociali, nonché di pedanti disquisizioni di carattere giuridico, teologico, rituale e morale, che anticipano i sofismi e le astruserie -come vuole Donini- di gran parte della Scolastica cattolica.

Per i rabbini le affermazioni della Mishna sono inconfutabili: il loro compito è quello di cercare di chiarire quale testo sia applicabile al caso concreto. A tale scopo di servono di tutto il repertorio della conoscenza rabbinica: detti popolari, favole, leggende, aneddoti, giochi di parole, sogni, conoscenze scientifiche del tempo. L'impressione è quella di un'enciclopedia senza indice analitico, del tutto in disordine e praticamente inaccessibile a chi non l'ha memorizzata. Solo di recente si sono cominciati a usare dei sussidi occidentali, ovvero indici e concordanze. L'odierna edizione comprende 19 volumi e contiene alcuni commenti rabbini successivi alla Ghemarà. Ne esiste una versione più pratica, ancora in uso, del rabbi J. Karo (sec. XVI).

Per sapere se un'opinione del Talmùd è "dottrina del giudaismo", bisogna conoscere l'autorità di chi l'ha formulata, se la sua opinione è stata condivisa da altre autorità e cosa hanno detto i commenti posteriori. Evidentemente sono una persona molto erudita può cimentarsi in un'impresa del genere. Dei due Talmùd, quello babilonese si sviluppò potentemente nell'impero musulmano; quello palestinese s'impose di più in Italia e in Egitto.

L'ostilità cattolica contro il Talmùd si scatenò violenta nel XIII sec., allorché la fiorente cultura ebraica si diffuse dalla Spagna in occidente. La prima condanna, sotto l'accusa di immoralità e di ingiurie al cristianesimo (*), e il conseguente pubblico rogo, risale al 1244. Condanne, roghi, divieti di stampa e lettura continuarono almeno sino alla fine del XVIII sec.

Il Talmùd oggi è secondo solo alla Torah in fatto di autorità. Esso è la sintesi di tutte le tradizioni interpretative del Midrash (tradizione orale), Halakah (applicazione pratica del diritto), Haggadah (interpretazione non giuridica o riflessione sapienziale) e Mishna (codice definito della legge orale). Altre forme interpretative di tipo mistico, esistenziale o devozionale che derivano dal Talmùd: Kabbala, Chassidismo, Lurianesimo e Frankismo.

L'altro libro sacro degli ebrei è lo Zohar, scritto all'inizio del XIV sec., in Spagna, da un mistico erudito, Mosé de Léon. In esso si parla della natura divina e del mistero dei suoi nomi, dell'insegnamento della Torah sul messia e in genere si commenta in chiave allegorica il Pentateuco. E' il libro spirituale dei mistici ebrei. Pico della Mirandola, traducendolo in latino, ne permise la diffusione al di fuori degli ambienti ebraici. Può anche essere considerato il testo-base della Kabbala, quel complesso di dottrine occulte, teosofiche e mistiche, di origine gnostica e neoplatonica, sorte in seno al giudaismo medievale, a partire dal X-XI sec., come reazione al diffondersi del razionalismo aristotelico ad opera della cultura araba. Nella scia della Kabbala, ma su una linea che pone l'accento sulla pietà quotidiana piuttosto che sulla gnosi iniziatica, sorge il CHassidismo (sec. XVIII), che in un certo modo si oppone al Talmùd, considerato troppo intellettuale.

Le feste principali

Le feste ebraiche si svolgono al ritmo delle stagioni, specialmente in primavera e autunno. Hanno un carattere storico, agricolo e religioso. Le più importanti sono quelle di origine biblica. Tra quelle austere e solenni anzitutto il Capodanno, che cade in autunno e ricorda la creazione e il giudizio di dio sul mondo. Nella sinagoga, ove per l'occasione prevale il colore bianco, si suona un corno di montone (shofar), a ricordo del sacrificio di Isacco, che per gli ebrei è il massimo segno umano di dedizione alla divinità. E' usanza mangiare mele immerse nel miele e augurare un felice anno nuovo agli altri.

I dieci giorni successivi vengono dedicati al silenzio, alla riflessione sul proprio passato e quindi al pentimento, fino al momento del Kippur (o espiazione), che è il più sacro del calendario ebraico, in cui si celebra il perdono di dio per il peccato del vitello d'oro. Coperto di una veste bianca, il fedele passa tutto il giorno nella sinagoga a confessare i propri peccati e a chiedere d'essere liberato dagli impegni o dai voti non rispettati l'anno precedente: normalmente resta a digiuno per almeno 25 ore. A volte, in quest'occasione, anche i meno praticanti si ritrovano in sinagoga.

Un'altra festa molto importante è la Pasqua, che si celebra per 7-8 giorni in marzo-aprile, a ricordo della liberazione dalla schiavitù egiziana. Alla vigilia si fanno grandi pulizie nelle case e si distrugge qualunque sostanza lievitata. Il significato agricolo di questa festa era quello dell'inizio della mietitura dell'orzo, di cui si portavano le primizie al tempio: festa degli azzimi, si chiamava. Vi si offrivano anche i primogeniti delle greggi. Oggi tende a prevalere il significato storico-religioso (nei kibbuz ** la si celebra ricordando anche la rivolta del ghetto di Varsavia e la guerra d'indipendenza d'Israele).

Sulla tavola viene preparato un vassoio con tre pani azzimi, una zampa di agnello in ricordo del sacrificio pasquale, un uovo sodo, segno di lutto per la distruzione del tempio, erbe amare intinte nell'aceto, in memoria della vita di stenti sotto il faraone, la marmellata di frutta, che ricorda la paglia mescolata all'argilla per fare i mattoni. La cerimonia, che ha pure un valore didattico, in quanto i genitori rispondono alle domande rituali dei bambini sul significato di queste pietanze, incomincia con la benedizione del vino e si chiude con la recitazione di alcuni salmi. E' tradizione lasciare un posto vuoto a tavola, la porta aperta e mettere da parte un bicchiere di vino per il profeta Elia, di cui si attende il ritorno in qualità di precursore del messia.

Alla Pasqua segue un periodo di 7 settimane di lutto, associato al fallimento della rivolta ebraica contro Roma nel II sec. d.C. Dopodiché si celebra la Pentecoste, festa agricola delle primizie e festa religiosa che commemora l'istituzione della legge sul Sinai. Le case e le sinagoghe (qui si leggono i Dieci comandamenti e il libro di Ruth) sono decorate con fiori e piante. Si consumano pasti a base di latticini.

Il ringraziamento per il raccolto avviene in settembre-ottobre con la festa delle Capanne (o tabernacoli), in memoria dell'esodo nel deserto, allorché gli ebrei vivevano in capanne di frasche e tende, oggi ricostruite, per l'occasione, sui balconi delle case o nei cortili. In sinagoga si cantano inni di lode, agitando verso i quattro punti cardinali dei rametti di palma, salice, mirto e cedro. Per quattro giorni si percorrono circa 40 km nei dintorni di Gerusalemme per ritrovarsi poi nelle vie del centro.

Allo scadere dell'ottavo giorno si celebra l'Esultanza della legge, una festa in cui, dopo aver preso i rotoli dal tabernacolo, si balla e si canta portandoli in processione. In questo giorno finisce la lettura annuale del Pentateuco e si ricomincia coi primi versetti del Genesi.

Tra le feste minori meritano d'essere ricordate i Purim (significa "sorte"), che cade in febbraio-marzo e che commemora il trionfo di Ester e Mardocheo su Aman. In sinagoga si legge il libro di Ester e ogni volta che ricorre il nome di Aman i ragazzi fanno rumore o giocano. Per i travestimenti usati la festa assomiglia al nostro carnevale. Vi si scambiano doni e si fanno elemosine ai poveri.

Infine la festa delle Luci (o Dedicazione), che si celebra in dicembre, a ricordo sia della vittoria di Giuda Maccabeo sui siriani che della conseguente purificazione del tempio. E' d'uso farsi dei regali e accendere su un candelabro con otto bracci una candela ogni sera, fino all'ottava, a immagine della fedeltà ebraica alla legge.

Importantissima è anche la festività del sabato, che inizia il venerdì al tramonto. Con essa si commemora il riposo divino del settimo giorno nella creazione dell'universo e la liberazione dalla schiavitù egizia. E' un giorno di meditazione e di riflessione sulla propria vita. Occorre astenersi da qualunque attività lavorativa (professionale, manuale, commerciale, ecc.), al punto che non si può neppure trasportare qualcosa o attivare circuiti elettrici o intraprendere lunghi viaggi. In casa si accendono candele, si recitano preghiere, si benedicono il vino e i pani rituali, che simboleggiano la manna del deserto. E' d'obbligo consumare carne.

Fra le nuove tradizioni la più importante è quella dell'Indipendenza d'Israele, che si festeggia circa 15 giorni dopo pasqua. Si fanno balli popolari, sfilate militari e la veglia sulla tomba di T. Herzl (creatore del movimento sionista e "padre" dello Stato d'Israele). Giornate celebrative sono dedicate ai martiri del nazismo e ai combattenti per l'indipendenza. A partire dal giugno 1967 nello spiazzo del muro del tempio i cadetti dell'esercito vengono a prestare giuramento all'atto della loro promozione.

Preghiere, riti e vita quotidiana

Secondo la legge ortodossa ebraica, ebreo è chi nasce da madre ebraica, anche se è possibile diventarlo mediante la conversione: la discendenza per via maschile non ha mai avuto per l'ebraismo alcun significato, né giuridico né morale. Ciò che conta è il legame di sangue. L'ottavo giorno dopo la nascita (può cadere anche di sabato), il maschio dev'essere circonciso (anche l'adulto che si converte). Qui gli viene imposto il nome. Il rituale purificatorio durerà di meno di quello riservato alla femmina, per la quale non sono previsti riti ammessi riti analoghi, tipo infibulazione o clitoridectomia.

Verso i cinque anni il bambino viene inviato a scuola di religione nella sinagoga, ove studierà l'ebraico e i testi sacri. All'età di 13 anni diventa "responsabile": il sabato successivo al compleanno leggerà per la prima volta in sinagoga un brano del rotolo della Torah. D'ora in poi dovrà adempiere tutti i doveri di un ebreo e potrà essere uno dei dieci uomini adulti richiesti per la recita di una preghiera pubblica. Le ragazze invece diventano maggiorenni a 12 anni e la loro educazione religiosa è più sommaria.

I precetti religiosi che gli ebrei dovrebbero seguire sono 613, provenienti dalla Torah scritta e orale: 248 in positivo (ciò che si deve fare) e 365 in negativo. Naturalmente nessuno li può rispettare in toto, per cui si suppone che sia il popolo nel suo complesso a farlo.

L'ebreo devoto prega tre volte al giorno: mattino, pomeriggio e sera, a casa o in sinagoga, in piedi o in ginocchio o prostrato col viso a terra, rivolto verso est (e se è uomo, col capo coperto). L'atto di fede, ovvero il primo e unico articolo della fede giudaica è lo Shemà, che inizia con le parole: "Ascolta Israele, l'Eterno è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze"(cfr Dt 6,4-9). Preghiera, questa, recitata ogni giorno dagli ebrei praticanti.

La preghiera pubblica, in sinagoga, è presieduta dal rabbino, che ha un'autorità magisteriale e giuridica, ma può essere diretta da un ministro officiante che abbia superato i 13 anni, che sappia leggere l'ebraico e che sia possibilmente intonato. La lettura della Torah, divisa in sezioni settimanali, viene fatta di lunedì, giovedì e sabato.

I rabbini sono dei maestri incaricati dell'insegnamento e della predicazione, possono anche spiegare, interpretare e reintegrare la legge, ma non hanno carattere sacerdotale. Da quasi duemila anni gli ebrei non hanno intermediari fra loro e dio: la confessione dei peccati, in questo senso, è simile a quella del mondo protestante. D'altra parte prima della diaspora avevano sacerdoti solo al tempio, con funzioni relative ai riti, alla cura dell'edificio, riscossione delle tasse e benedizione dei fedeli.

L'avvenimento più importante della vita familiare, visto quasi come un atto obbligatorio, è il matrimonio. Già il fidanzamento ha un valore legale civile. Lo scioglimento unilaterale ingiustificato del fidanzamento è punito con durezza. La cerimonia del matrimonio prevede prima la firma del contratto, in cui lo sposo s'impegna nei confronti della sposa, poi il rito religioso vero e proprio, durante il quale viene rotto un bicchiere di cristallo, per rievocare la distruzione del tempio (anche in un giorno così felice non bisogna mai dimenticare la sciagura che provocò la grande diaspora). Il divorzio è ammesso e consiste in un documento scritto e firmato da due testimoni che il marito consegna alla moglie liberandola da ogni obbligo coniugale verso di lui. Nella maggior parte dei Paesi bisogna prima ottenere il divorzio civile. L'ebraismo impedisce alla donna di prendere l'iniziativa del divorzio, ma i tribunali tendono a condannare l'uomo che rifiuta un giustificato consenso alla separazione.

Ultimo rito nella vita dell'ebreo è quello funebre. I parenti iniziano il lutto facendo l'atto di stracciarsi i vestiti e astenendosi dal culto pubblico. Dopo essere stata deposta sul pavimento, lavata e avvolta in un abito speciale, col volto coperto, la salma viene seppellita, entro 24 ore dalla morte, nella terra: vietati la cremazione, i loculi e le sepolture temporanee. Dopo un anno cessa il lutto e si pone la lapide sulla tomba. Il lutto stretto dura una settimana, durante la quale i parenti siedono su sedie basse o anche sul pavimento. Poco significativa nell'ebraismo la dottrina dell'immortalità dell'anima o della resurrezione dei corpi. Scarsissimi i riferimenti alla vita ultraterrena.

Il ruolo della donna

L'ebraismo non concepisce la donna in sé, ma nel suo ruolo di moglie e madre, soprattutto in quello di madre. La sterilità è considerata una maledizione, la castità un valore negativo. I rapporti prematrimoniali e la convivenza non formalizzata nel matrimonio sono malvisti. Vietati la prostituzione e l'uso commerciale del corpo femminile.

La Torah permette alla donna di consacrarsi al suo ruolo di madre, dispensandola da un certo numero di obblighi rituali. L'educazione morale dei figli e la protezione della famiglia intesa come ambiente sacro, sono affidate interamente a lei. Suo dovere è quello di salvaguardare la purezza religiosa della casa, garantendo ad es. che il cibo consumato sia conforme alle leggi alimentari. Nelle famiglie osservanti è sempre la donna ad accendere e benedire le candele del sabato. Il dovere della procreazione è maschile non femminile, ovvero l'iniziativa dei rapporti fisici è soggetta alla volontà della donna.

La tradizione biblica assicura alla donna diritti di proprietà e posizione sociale: essa fu banchiera nel Trecento, medico e artista nel Cinquecento, esploratrice e letterata nell'Ottocento. In Italia ha militato nelle file dei carbonari e dei partigiani. Dal 1969 al 1974 Israele ha avuto come primo ministro Golda Meir. A Tel Aviv, dal 1985, c'è un rabbino donna. La stessa Assemblea rabbinica d'America, che pur è una corrente conservatrice, ha deciso, dopo un sondaggio, di aprire il rabbinato alle donne. Da notare che l'ebraismo non ha mai conosciuto roghi e caccia alle streghe come l'occidente cattolico e protestante.

Prescrizioni alimentari

Le prescrizioni e i riti alimentari sono abbastanza complicati. L'ebreo osservante ha l'obbligo di mangiare carne solo di animali "puri", cioè di quelli dal piede biforcuto o, se mammiferi, che siano ruminanti. I pesci debbono avere scaglie e pinne (crostacei e frutti di mare sono proibiti). Assolutamente vietati il maiale, il cinghiale, il cammello, il cavallo, il cane, il gatto, la lepre, gli insetti..., il loro latte e/o le loro uova, nonché verdura e frutta ch'essi hanno toccato (elenco e disposizioni complete in Levitico 11 e Deuteronomio 14).

Gli animali "puri" (agnello, carne bovina e pollame) devono essere macellati con il taglio dell'esofago e della trachea: il sangue, il sevo e l'intera parte posteriore non vanno consumati. Dopo la macellazione, la carne viene immersa in acqua fredda e salata per eliminare il sangue rimasto. Il salame d'oca è fra gli alimenti più usati. E' vietato anche il consumo contemporaneo di carne e formaggio, latte e caffè. Il miele è consentito perché considerato sostanza vegetale che le api si limitano a trasformare. Il vino dev'essere a fermentazione naturale, non mescolato ad altro vino o altre sostanze. Regole severissime vigono anche al momento della preparazione e del lavaggio dei piatti.

Gli ebrei si diversificano tra loro soprattutto nell'osservanza di queste leggi alimentari: alcuni non le seguono per niente; altri si astengono dal cibo espressamente proibito, ma non si preoccupano di avere in cucina due servizi distinti di piatti (per la carne e per i prodotti caseari) e i due rispettivi lavandini. Solo gli ebrei ortodossi sono meticolosi anche in questo campo.

Il calendario

E' di tipo lunisolare, basandosi sia sulle fasi lunari (mesi) che sul ciclo solare (anni). L'anno ebraico può essere di due tipi: "comune", cioè di 12 mesi per un totale di 353-4-5 giorni, a seconda che sia corto, regolare, lungo; oppure "embolismico", cioè di 13 mesi, per un totale di 383-4-5 giorni. Dodici anni "comuni" s'intercalano con sette "embolismici", formando un ciclo di 19 anni che si ripete con le stesse alternanze. In pratica, per far cadere le feste nella stagione giusta si aggiunge ogni 19 mesi un mese supplementare. Il primo degli anni lunisolari corrisponde al 3760 a.C., era israelitica della creazione del mondo. Così, ad es., il 5747 è iniziato sabato 4 ottobre 1986.

Diffusione degli ebrei nel mondo

Attualmente la popolazione ebraica mondiale è valutata sui 14 milioni di fedeli. A fine Ottocento, nonostante fosse già iniziata una poderosa migrazione verso gli USA, la massima concentrazione ebraica mondiale era nell'Europa orientale, mentre una significativa presenza si registrava in alcune regioni dell'impero ottomano e del Nordafrica. Le persecuzioni hitleriane praticamente annullarono, salvo che in URSS, la loro presenza nell'est-europeo. A partire dal 1948, cioè con la nascita dello Stato d'Israele, si è ridotta la presenza ebraica negli altri paesi mediorientali. Israele ha accolto ebrei provenienti da 102 diverse nazioni. Negli ultimi anni però si è verificata un'inversione di tendenza, a causa del regime oppressivo di Tel Aviv e della guerra con i palestinesi.

Nel mondo i tre maggiori punti di aggregazione sono gli USA (5.650.000 nel 1988), Israele (3.560.000 nel 1986) e l'URSS (circa 2 milioni). Negli USA la corrente riformista o liberale ammette l'uso di strumenti musicali nelle funzioni religiose, la lettura dei brani biblici in inglese e ha abolito il matroneo in sinagoga. Oggi in Israele i più religiosi sono gli ebrei immigrati dal Nordafrica, seguiti dagli asiatici. Nelle categorie professionali i meno praticanti sono le classi meglio qualificate (dirigenti, tecnici, liberi professionisti, ecc.).

Nell'Europa occidentale le più importanti comunità ebraiche sono quella francese (circa 560.000) e quella inglese (circa 450.000). In Italia gli ebrei sono circa 35.000 e si concentrano soprattutto a Roma e Milano. Sono prevalentemente ortodossi ma moderati: solo il 20% è scrupolosamente praticante. Nelle sinagoghe il matroneo è rimasto, però alle fedeli anziane o invalide o malate di cuore si permette di accedere alla platea riservata agli uomini.

In Sudamerica va segnalata la comunità argentina (circa 310.000). In Canada sono circa 300.000.

Correnti del giudaismo

La maggior parte degli ebrei odierni discendono dagli Ashkenaziti o dai Sefarditi. "Ashkenaz" significa Germania ed è soprattutto da qui, oltre che dalla Francia e da altri paesi eurocentrali, che provengono quegli ebrei in seguito trasferitisi in Polonia e URSS. Questo gruppo ha sviluppato la lingua yiddish (dialetto tedesco medievale) e ha prodotto una ricca cultura artistica, letteraria e musicale. Gli ebrei sefarditi provengono invece dalla Spagna (Sepharad) e qui hanno elaborato la lingua ladina (uno spagnolo popolare), allacciando stretti rapporti, prima dell'espulsione del 1492, col mondo musulmano.

Il fatto di discendere da questo o quel gruppo etno-culturale oggi non ha molto significato, perché il popolo ebraico è da duemila anni sparso in tutto il mondo. Le differenze culturali da un gruppo all'altro oggi sono enormi: si pensi al divario che separa gli ebrei falasha neri dell'Etiopia dagli ebrei indiani del Messico. E' quindi più costruttivo fare riferimento alle differenze politico-religiose. In questo senso le principali sono tre: ortodossia, riformismo e conservatorismo, tutte radicate nel giudaismo rabbinico o talmudico.

Il giudaismo ortodosso si considera l'unico vero giudaismo. Durante la prima metà del sec. XIX era già un movimento ben definito, deciso a preservare il giudaismo tradizionale (classico) contro l'emergente movimento riformistico est-europeo. Praticamente è l'ala integrista del giudaismo contemporaneo. Essa accetta il rapporto col mondo laico o non-ebreo solo nella misura in cui la Torah rimane salvaguardata nella sua interezza. Inutile dire che questo atteggiamento estremistico spesso copre interessi tutt'altro che religiosi. Politicamente appoggiano i sionisti e il governo di Tel Aviv. Curano molto gli aspetti scolastico-educativi. L'ala ultraortodossa è costituita dai Chassidim, che per voler restare fedeli alla "lettera" della Torah sono costretti a isolarsi quasi completamente dal mondo.

Il giudaismo liberal-riformistico (sviluppatosi soprattutto negli USA) mosse i primi passi in Germania, coll'Illuminismo, e puntò a modificare le leggi rituali, cultuali e alimentari della Torah. Tradusse le preghiere ebraiche in lingua moderna, introdusse l'uso dell'organo nelle sinagoghe, abbreviò le funzioni religiose, abolì il matroneo e dal 1970 ha istituito il rabbinato femminile. Alcuni gruppi cominciano addirittura a svolgere il culto di domenica. Questa corrente è la più progressista, sia perché considera la "rivelazione" come un processo evolutivo, sia perché dà più peso agli insegnamenti etici dei profeti che non alla legge rituale, sia perché si preoccupa di cercare un rapporto col mondo moderno e con le altre religioni. Il ramo più giovane di questa corrente è il Ricostruzionismo, che considera la religione un fenomeno culturale.

Il giudaismo conservatore sorge alla fine del XIX sec. (sempre negli USA) come reazione ai mutamenti introdotti da quello riformistico. Esso in pratica si sforza di conciliare le esigenze dei riformisti con quelle degli ortodossi. Politicamente è sionista, ma sul piano etico-religioso è più flessibile, lasciando ai singoli gruppi una relativa autonomia.

Israele oggi

Israele è per molti aspetti uno Stato teocratico. Il ruolo dei partiti religiosi è esorbitante rispetto ai suffragi raccolti e al seguito che hanno nel Paese. In Parlamento i compromessi fra i partiti di governo e quelli religiosi sono assai frequenti. Tuttavia, l'unica attività dei partiti religiosi, che non hanno alcun programma politico-sociale, è quella di contrattare il loro appoggio in cambio di provvedimenti legislativi clericali. In questo modo si possono imporre leggi religiose a una popolazione tendenzialmente laicista.

Il rabbinato quindi ha un potere sproporzionato. La sua più pesante interferenza nella vita pubblica riguarda la trascrizione dei matrimoni, in quanto che esso dispone dei registri di stato civile. Si può quindi facilmente immaginare a quali ostacoli va incontro un matrimonio misto. I rabbini pongono addirittura come condizione del rito la conversione del non-ebreo: cosa che richiede, onde evitare ogni sospetto, almeno due anni di preparazione. Ecco perché molti vanno a sposarsi in Europa col solo rito civile.

L'Intesa ebraica con lo Stato italiano

A fine gennaio 1989 la nostra Camera dei deputati ha approvato un 'intesa con l'Unione delle comunità israelitiche italiane. I punti salienti sono i seguenti: 1) all'ebraismo è riconosciuto il carattere di ordinamento originario della nazione italiana; 2) gli si riconosce piena autonomia normativa, statutaria e finanziaria, piena libertà di culto (che lo Stato s'impegna a tutelare anche in sede penale) e possibilità di partecipare alla formulazione di norme che hanno efficacia "erga omnes"; 3) l'estensione del divieto delle manifestazioni di intolleranza e pregiudizio razziale alle ipotesi di discriminazione religiosa; 4) l'affermazione del principio secondo cui l'appartenenza alle forze armate, polizia, ecc., la degenza in ospedali, case di cura, ecc., la permanenza in istituti di prevenzione e di pena, non possono dar luogo ad impedimenti di sorta nelle pratiche religiose; 5) infine l'obbligo di affermare il rispetto della libertà di religione in ogni disciplina scolastica, nonché il diritto degli studenti ebrei di poter studiare la loro religione nell'ambito scolastico.

La grandezza degli ebrei

La grandezza degli ebrei sta nell'aver saputo ereditare in maniera intelligente tutte le religioni più importanti della loro epoca (in particolare quelle assiro-babilonesi ed egizie), modellandole secondo le loro esigenze monoteistiche e tribali.

Da queste religioni essi hanno preso molte pratiche rituali e cultuali, rivestendole però di un significato etico-sociale del tutto inedito (si veda p.es. il concetto di "patto" tra popolo e dio, o quello di "terra promessa" ove vivere la fine della schiavitù, o quello di "eden" come luogo originario in cui la schiavitù non esisteva).

Questi aspetti "popolari", nel senso di "a favore del popolo in quanto tale" e non nel senso di "a favore dei potenti nell'illusione di favorire il popolo", erano aspetti assolutamente sconosciuti alle religioni delle civiltà basate sullo schiavismo.

Gli egizi p.es. consideravano il faraone un simbolo della divinità, autorizzato, solo per questa ragione, a schiavizzare interi popoli. Lo schiavismo, in fondo, per queste religioni altro non era che il rovescio sociale dell'accentramento politico dei poteri nelle mani del monarca assoluto.

Che Mosè fosse o non fosse ebreo ha ben poca importanza. Di fatto, egli seppe venire incontro alle esigenze del mondo ebraico in cattività e si comportò come un leader politico-religioso di cultura ebraica.

Naturalmente non è neanche il caso di paragonare l'organizzazione schiavistica dei romani, la più efficiente a quell'epoca, con quella degli egizi, che si manifestava solo nei confronti di determinate etnie (sconfitte nelle guerre) e che non aveva un carattere così sistematico né conosceva forme di sfruttamento particolarmente feroci.

Non dobbiamo dimenticare che il libro dell'Esodo inizia descrivendo una situazione di relativo benessere da parte degli ebrei e che il capovolgimento di fronte in direzione di una dura schiavitù fu determinato da un faraone che temeva l'eccessivo diffondersi in Egitto dell'etnia ebraica.

Quando gli ebrei decisero di andarsene dall'Egitto, quest'ultimo era già caratterizzato da una fase di crisi involutiva. Sembrava essere irrimediabilmente finita l'epoca dei grandi faraoni e delle loro forme di idolatria.

NOTE

* Il Talmùd chiama Gesù "figlio di Pantera", un vicino di casa che possedette con l'inganno Maria, la quale non riusciva ad avere figli da Giuseppe. Oltre al Talmùd, gli ebrei potevano leggere (e l'hanno fatto sino al XIX sec.) alcune notizie satiriche sulla vita di Gesù in quei romanzi popolari diffusi nella diaspora, chiamati Toledoh, nei quali si narra che il mago-Gesù venne sconfitto da Giuda e consegnato alla giustizia; poi di discepoli ne avrebbero trafugato il cadavere facendo credere ch'era risorto. Nel 1985 un documento del Vaticano ha cancellato, speriamo definitivamente, la condanna bimillenaria degli ebrei da parte dei cattolici.

* * Kibbuz: è un centro agricolo in cui tutti i beni sono di proprietà comune, retto da una forma di democrazia semplice. L'assemblea generale (organo sovrano) istituisce varie commissioni per i diversi servizi della comunità: scuola, asili nido, attività ricreative, produzione agro-industriale e artigianale, ecc. Il primo kibbuz è stato fondato nel 1909 presso il lago di Tiberiade. Oggi il 2-3% degli israeliani appartiene a un kibbuz, laico o religioso. Spesso il governo di Tel Aviv li usa per colonizzare le terre dei palestinesi: qui infatti al ragazzo tredicenne (che ha cioè appena raggiunto la maggioretà religiosa) si consegna una Bibbia e un fucile. Il Moshav invece è un villaggio agricolo ove ogni famiglia lavora la propria terra come meglio crede, ma che al momento della vendita si affida a una cooperativa. Alcuni strumenti di lavoro e le macchine agricole sono di comune proprietà.


Bibliografia

- A. Eban, Storia del popolo ebraico, Mondadori 1969.
- Y. Yerushalmi Hayim, Zakhor, storia ebraica e memoria ebraica, ed. Pratiche, Roma 1983.
- J. Epstein, Il giudaismo, Feltrinelli 1982.
- Talmud, Laterza 1981.
- Pirqé Abot, Morale di maestri ebrei, ed. Carucci, Roma 1977.
- Le Chiese e l'ebraismo (1947-1982), Marietti, Casale Monferrato 1983.
- A. Cohen, Il Talmùd, Laterza 1984.
- Le feste ebraiche, Logart Press 1987.
- A. Heschel, Il sabato, Rusconi 1972.
- N. Garribba, Lo Stato d'Israele, Editori Riuniti 1983.
- AA.VV., La Palestina, Ed. Riuniti 1987.
- P.G. Donini, Le comunità ebraiche nel mondo, Ed. Riuniti 1988.
- I Tal Ya', Mondadori 1990 (catalogo che ha presentato la mostra di Ferrara sulla storia e l'arte ebraica nazionale).

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23 agosto 2012

Glossario dei termini ebraici





Ab - Abòt
. Padre. Padri

Adar
: Dodicesimo mese del calendario ebraico corrispondente al periodo lunare febbraio-marzo. Sette volte in diciannove anni, con cadenza irregolare, adar si sdoppia creando un tredicesimo mese per riallineare il calendario ebraico (su base lunare) al calendario solare, così che la festività principale, Pèsach, possa essere celebrata sempre in primavera.
‘Alaw ha-shalom: Su di lui sia la pace.
‘Aliyyah (lett. “salita”): Termine comunemente usato per indicare la “salita” a Gerusalemme o in Terra d’Israele; designa anche la salita alla tribuna (bimà) per la lettura in sinagoga. Designa oggi anche l’ immigrazione degli ebrei della Diaspora nella Terra di Israele.
‘Al ha-nissim (lett. “per i miracoli”): Preghiera che si recita il primo giorno di Chanukkà.
Amen (pronuncia yiddish omeyin): “Così sia!” È usato nell’ebraismo, per approvare un’esortazione alla lode ed alla benedizione, oppure per sottolineare un’imprecazione. Questa parola fu più tardi adottata dal cristianesimo e dell’islamismo nelle loro funzioni religiose.
Amorà - amoraim così venne chiamato, al tempo dei Tannaim  in epoca talmudica (dal III al VI sec. e.v.), il "dicitore" in aramaico della Mishna, insegnata dal Tanna in ebraico. Divenne l'appellativo dei rabbini studiosi del Talmud, che appunto commentarono in aramaico la Mishna, dando vita al Talmud. Il periodo di attività degli ‘amoraìm è generalmente diviso in 8 generazioni.

Antisemitismo:
parola coniata nel 1879 da Wilhelm Marr, giornalista tedesco che aveva in odio gli ebrei. L'accezione originaria è "avversione agli ebrei"; oggi ha più il significato di "pregiudizio verso gli ebrei."

Vi piace?
 Questo è solo l'inizio, (siamo appena alla A e molto ce ne sarebbe) 

Molto esteso, rimando all'url
http://www.nostreradici.it/glossario.htm




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2 agosto 2011

Festività ebraiche: "Pèsach"

 

 

Alla vigilia di una delle maggiori festività che caratterizzano l'ebraismo pare opportuno riandare a coglierne il significato cercando, nello stesso tempo, di comprendere i vari momenti (e i vari 'oggetti') che caratterizzano questa grande festa.
A tutti gli amici ebrei auguro, quindi, Pesach Kasher Vesameach!
Cos'è Pesach?
Alle origini della festa
Circa 3200 anni orsono Giacobbe, insieme ai suoi figli e alle loro famiglie, si trasferì in Egitto per raggiungere il figlio Giuseppe che ne era divenuto viceré.
I discendenti di Giacobbe divennero assai numerosi, ma non dimenticarono il monoteismo insegnato loro da Abramo. Ciò creò quella che forse potemmo definire la prima manifestazione di Xenofobia, diffidenza ed odio verso i diversi, della storia. Xenofobia che sfociò una vera e propria persecuzione. Un Faraone, probabilmente di altra dinastia rispetto a quella del Faraone che aveva elevato Giuseppe alla carica di viceré, dapprima ordinò che i figli di Israele fossero ridotti in schiavitù usufruendo gratuitamente della loro opera. In un secondo tempo dato che essi, nonostante il duro lavoro, continuavano ad aumentare di numero, diede ordine che tutti i loro figli maschi furono uccisi al momento della nascita.
Jocheveth, una donna ebrea della tribù di Levi, non volle sottostare passivamente all’ordine: prese il bambino e lo mise in un cesto che affidò alla corrente del Nilo nella speranza che un qualche evento miracoloso lo salvasse dalla morte.
La figlia di Faraone vide il fanciullo e, nonostante si fosse probabilmente resa conto che doveva trattarsi di un bambino ebreo, fu presa da grande pietà, lo accolse e lo fece crescere a corte come un figlio. Quel bambino era Mosè: il nome Mosè significa, infatti, “salvato dalle acque”.
Divenuto adulto Mosè andava spesso a fare visita e a recar conforto ai suoi fratelli schiavi. Una volta s’imbatté in un egiziano che, sicuro della propria impunità, maltrattava un povero vecchio: ne risultò una colluttazione durante la quale l’egiziano rimase ucciso.
E’ assai probabile che, se lo avesse richiesto, Mosè avrebbe ottenuto il perdono del Faraone che, pare, gli fosse molto affezionato. Ma forse in lui stava maturando quello spirito profetico che avrebbe informato tutta la sua vita: le ingiustizie, la corruzione, l’immoralità che regnavano in Egitto, soprattutto a corte, lo avevano certo profondamente colpito e ora aveva bisogno di un periodo di riflessione, lontano dal palazzo reale, perché la coscienza gli imponeva di rendersi conto di quale fosse effettivamente il proprio compito e il proprio ruolo nella vita.
Attraverso il deserto e si fermò a Midian dove prese le difese di sette pastorelle, figlie di Jetro sacerdote di Midian, dalla prepotenza di alcuni pastori. Dallo stesso Jetro fu invitato a fermarsi a lavorare presso di lui. Mosè divenne così pastore, e sposò una delle figlie del sacerdote midianita, Zippora.
Le due esperienze, quella di personalità di spicco alla corte di Faraone e quella di pastore a contatto con gente umile dedita al lavoro, furono fondamentali nella formazione del suo carattere preparandolo al suo futuro ruolo di capo, ma anche di padre e protettore del suo popolo.
Fu proprio durante il periodo in cui Mosè era pastore presso il suocero che “Dio udì i loro gemiti e vide i figlioli di Israele ed ebbe compassione della loro condizione” (es. 2, 24-25). Apparve perciò a Mosè in un roveto ardente che pur bruciando non si consumava, e gli ordinò di tornare in Egitto per “fare uscire” i figli di Israele dal giogo degli egiziani promettendogli che gli sarebbe sempre stato vicino, e che avrebbe inviato al suo fianco il fratello Aharon perché lo aiutasse.
Il Faraone non prese in nessuna considerazione la richiesta di Mosè di lasciare andare il popolo di Israele, nonostante questi avesse messo in guardia della potenza del “Dio di Israele”.
Si riversarono allora sull’Egitto dieci piaghe con effetti devastanti su tutto il paese: le acque del Nilo e di tutte le sorgenti dell’Egitto si trasformarono in sangue; seguì una invasione di rane, poi quella di una quantità di insetti dannosi. Sopravvenne quindi una invasione di ogni genere di bestie feroci che fece strage di uomini e di bestiame.
Invano lo stesso popolo egiziano chiese a Faraone di lasciar libero il popolo ebraico per ottenere cessazione dei flagelli: in un primo momento il Faraone premetteva di obbedire alla volontà divina ma, non appena la piaga cessava, si rifiutava di mantenere la promessa.
La gravità delle piaghe si fece sempre più intensa: gli egiziani furono colpiti dalla pestilenza, ricoperti di bubboni, investiti da terribili tempeste, invasi da una miriade di locuste e infine da una profonda oscurità che coprì per giorni e giorni l’Egitto senza mai lasciar spazio a uno spiraglio di luce.
L’ultima piaga fu terribile: l’angelo della morte, in una livida notte di terrore, si aggirò fra le case degli egiziani colpendone a morte tutti i primogeniti, anche quello di Faraone. Il Faraone fu così costretto, infine, a dare agli ebrei il permesso di lasciare l’Egitto.
I figli di Israele, dopo aver consumato il sacrificio pasquale – un agnello col sangue del quale avevano segnato gli stipiti delle loro abitazioni per segnalarle all’angelo della morte che infatti “passò oltre” risparmiando i loro primogeniti – si affrettarono ad abbandonare l’Egitto così come era stato loro ordinato: “E mangiatelo in questa maniera: coi vostri fianchi cinti, coi vostri calzari ai piedi e col bastone in mano. Mangiatelo in fretta: è la Pasqua dell’Eterno” (Es 12,11).
Prima della loro partenza, gli egiziani offrirono agli ebrei doni in oro e argento, forse come risarcimento per il lavoro gratuito svolto per tanti anni. Gli Ebrei accettarono i doni e, come vedremo in seguito, fecero male.
L’Eterno ordinò che zevach pesach, il “sacrificio pasquale”, fosse consumato la prima sera di Pesach da tutte le generazioni future, perché mai gli avvenimenti di allora, così densi di significato e di insegnamenti, venissero dimenticati.
Ma gli ebrei dovevano aver costituito, durante la lunga permanenza nel paese, una colonna portante sia per il contributo di lavoro, sia per quello delle idee, visto che ancora una volta il Faraone si pentì della sua decisione: “Che cosa abbiamo fatto a lasciar libero il popolo di Israele che ora non ci servirà più?” (Es 14,5).
Alla testa del suo esercito li inseguì per riportarli indietro provocando al proprio popolo quella che potremmo definire l’undicesima piaga, quella che probabilmente è rimasta più famosa: l’apertura del Mar Rosso attraverso la quale gli ebrei raggiunsero salvi la riva opposta, mentre gli egiziani, che avevano tentato di attraversarla dopo di loro, furono inghiottiti dalle acque che si richiudevano e affogarono.

La durata della festa

Il 14 di Nissan veniva offerto il sacrificio pasquale al Tempio. Solo la sera, che per la tradizione ebraica è già il 15 di Nissan, inizia la festa vera e propria con una cerimonia speciale chiamata seder. In Israele Pesach dura sette giorni, fuori di Israele otto. Ciò è dovuto al fatto che, anticamente, nella diaspora, non era facile far pervenire tempestivamente l’esatta data delle ricorrenze; quindi, per evitare errori, le si faceva durare un giorno in più. L’uso è stato mantenuto, nonostante oggi non manchi la possibilità di comunicare tempestivamente la data di inizio della festa, per sottolineare la differenza tra coloro che vivono in Israele e coloro che ne vivono fuori.
Il calendario ebraico (…) è basato sui cicli della luna, non ci permette di fissare per le feste una data precisa nel calendario solare.
Riflessioni sul significato di “essere liberi”
La festa ha inizio al tramonto del 14 di Nissan, che corrisponde circa al mese di aprile.
Pesach, il momento in cui il popolo dei figli di Israele diviene il popolo libero, rappresenta per gli ebrei il simbolo della libertà.
Libertà: una parola difficile che si presta a molteplici interpretazioni e anche a più di un abuso.
La libertà può riguardare il singolo individuo, o interi popoli; può riguardare lo spirito o il corpo.
Esiste anche un concetto assai individualistico di libertà, intesa come possibilità di fare tutto quel che si vuole senza regole né limiti, indipendentemente dai diritti e dalla libertà degli altri.
In che modo ognuno di noi è responsabile della propria, o dell’altrui libertà? Fino a che punto e con quali modalità siamo tenuti a batterci per la nostra, o per l’altrui libertà, senza lasciarci prendere da un assurdo senso di orgoglio che può trasformarci in arroganti arbitri del comportamento altrui, o da un senso di opaca rassegnazione che, rimandando a Dio ogni responsabilità sul comportamento umano, ci consente di lasciare le cose come stanno senza partecipare personalmente alla liberazione di chi è schiavo e oppresso?
Schiavo o oppresso da chi, o da che cosa?
Esiste una libertà morale che coinvolge la nostra coscienza di essere creati “a immagini di Dio” e ci impone un totale rispetto verso noi stessi e verso gli altri. Ma esiste anche una libertà materiale, libertà dalla miseria e dal bisogno, che prevede il diritto a una vita decorosa e dignitosa quale patrimonio indispensabile perché ogni essere creato possa mantenere intatto il rispetto verso se stesso e, di conseguenza, verso il prossimo: ed è questo l’insegnamento base che troviamo nella Torah la cui consegna segue immediatamente l’uscito del popolo ebraico dall’Egitto proprio perché l’improvvisa libertà non degeneri in abuso o sopruso.
Cominciamo a scindere il problema in due parti: la libertà del corpo e la libertà dello spirito. La prima, se si affida unicamente all’istinto non illuminato della ragione e dall’insegnamento, e qui ci riferiamo proprio all’insegnamento della Torah, è paragonabile alla libertà degli animali non illuminati dal “discernimento fra il bene e il male”, e che seguono quindi soltanto il proprio istinto e i loro appetiti.
Ma è purtroppo propria anche di tanti uomini che hanno fatto della forza bruta, dell’imposizione indiscriminata della propria volontà su quella degli altri, che non solo è abuso, ma che si perde facilmente non appare all’orizzonte un uomo più potente e più prepotente.
La vera libertà è la seconda, quella spirituale. L’uomo, o il popolo, che l’abbia fatta propria, che l’abbia resa parte integrante di se stesso, è libero in eterno e nessuno, mai, potrà più renderlo schiavo. (…)
Perché il termine “Pesach” viene tradotto con “Pasqua”
Pesach deriva del verbo ebraico Pasoah che significa “passare oltre”, e si riferisce all’episodio terrificante in cui l’angelo della morte, durante la notte della decima piaga, si fermò nelle case degli egiziani colpendone tutti i primogeniti, ma pasach, “passò oltre”, le case degli ebrei sugli stipiti delle quali, in segno di riconoscimento, era stato spruzzato del sangue dell’agnello sacrificale.
Verso il VI secolo prima dell’Era Cristiana, in tutto il mondo mediorientale si diffuse una nuova lingua, l’aramaico. Molti fra gli stessi ebrei adottarono l’aramaico come lingua corrente, e in aramaico il termine Pesach è tradotto con Pascha. L’attinenza fra le due parole, Pascha e Pasqua, è evidente.

Come ci si prepara ad accogliere la festa

Ogni festa ebraica richiede un’accurata preparazione che coinvolge soprattutto la donna: ma quella di Pesach necessita di un impegno particolare.
E’ scritto: “Per sette giorni mangerete pane azzimo, ma prima che giunga il primo giorno toglierete dalle vostre case ogni lievito; osserverete quindi questo giorno in tutte le vostre generazioni” (Es 12, 15-17).
Per rivivere nel tempo il momento fatidico della loro liberazione dalla schiavitù e della loro nascita a popolo libero, gli ebrei mangiano tuttora ogni anno a Pesach, per sette giorni (fuori di Israele otto), il pane azzimo. E’ facile comprendere come l’ordine di eliminare dalla casa ogni tipo di sostanza lievitata imponga alla donna il dovere di compiere un’accuratissima pulizia della casa. Un impegno che peraltro le donne eseguono con entusiasmo e con estrema spolverando, lavando ogni recondito angolo dei mobili, dei ripostigli, e di tutta la casa, per prepararla a introdurvi il pane azzimo, cioè il pane non lievitato che in ebraico si chiama matzah.
La ragione per cui a Pesach gli ebrei mangiano pane azzimo è da rintracciarsi nel fatto che uscirono così frettolosamente dall’Egitto che non ebbero il tempo per fare lievitare il pane. Se poi esaminiamo la storia e gli usi dell’antico popolo di Israele, possiamo scoprire nel pane non lievitato significati assai più profondi e mistici: il pane azzimo era quello che il sommo sacerdote mangiava sull’altare durante i sacrifici. Secoli dopo divenne il pane comunemente usato dalla setta mistica degli esseni.
Evidentemente l’antica civiltà ebraica aveva un certo rifiuto per il lievito forse perché, essendo il risultato della fermentazione di un impasto di farina, gli faceva perdere le caratteristiche di un alimento puro, trasformandolo in cibo impuro: esso assume perciò nella concezione ebraica il simbolo di quel che non deve essere, in pratica simbolo del male. Interessante a questo proposito notare l’attinenza fra i nomi hametz, “cibo lievitato”, e hamas, “violenza”, quindi ingiustizia e immoralità. Il far scomparire dalla casa ogni genere di cibo lievitato va quindi interpretato anche come un invito a sgomberare il nostro animo da ogni tipo di hametz, o di hamas, da ogni residuo di odio, di rancore, di violenza, di corruzione, per presentarsi liberi e puri dinanzi al Signore, degni pertanto di offrire il zevach pesach, il “sacrificio pasquale” (che però dopo la distruzione del secondo Tempio non è stato più possibile compiere in forma concreta).
I Maestri della Mishnah, la legge orale che accompagna e completa la legge scritta, prescrivono inoltre che durante i giorni di Pesach, per evitare qualsiasi dubbio o possibile trasgressione, vengano usati stoviglie da tavola e recipienti da fuoco diversi da quelli del resto dell’anno; recipienti che vengono accuratamente conservati da un anno all’altro in un luogo in cui non abbiamo mai occasione di venire a contatto con i cibi proibiti di Pesach.
Per le donne, particolarmente per quelle strettamente osservanti, la preparazione del Pesach divenne quindi un impegno piuttosto gravoso e stressante anche in considerazione dei brevi tempi che intercorrono fra l’eliminazione del lievito e il cambio di tutte le stoviglie di Pesach. D’altronde proprio l’accuratezza di questo allestimento sottolinea il valore della festa.
Ma è fondamentale, a nostro avviso, ricordare che l’osservanza dei precetti non deve mai essere fine a se stessa correndo il rischio di trasformarsi in superstizione. Il suo vero scopo è quello di richiamare alla memoria l’importanza determinante di quanto la festa ci insegna.

Il Seder
La prima sera di Pesach (le prime dure sere fuori di Israele) le famiglie ebraiche si riuniscono intorno a un tavolo apparecchiato in modo particolare, per celebrare il Seder, una cerimonia durante la quale di legge la Haggadah, il racconto dell’uscita degli ebrei dall’Egitto, arricchito di midrashim (parabole) e commenti dei Maestri, e seguito da una cena che si conclude con canti corali di inni e melodie che si tramandano di generazione in generazione, di luogo in luogo.
(…) Il Seder è una cerimonia di alto valore pedagogico sotto molteplici aspetti. A ogni commensale, per sottolineare il senso della libertà appena acquisito, è permesso di sedere a tavola senza osservare le strette regole dell’etichetta: si possono appoggiare i gomiti sul tavolo, o sdraiarsi comodamente sulle seggiole, cose che i commensali adulti in genere, per vecchia abitudine, evitano di fare, ma che rende estremamente felici i bambini che assaporano a loro modo il primo senso di libertà.
Sul tavolo apparecchiato viene posto in cesto contenente tre pane azzimi (matzah), in ricordo del pane non lievitato mangiato nel deserto, una zampa d’agnello (pesach), in ricordo del zevach pesach, il sacrificio pasquale compiuto dal popolo che si accingeva a uscire dalla schiavitù, e dell’erba amara (maror), diversa a seconda delle tradizioni e della provenienza di chi celebra il Seder, in ricordo dell’amarezza patita dagli ebrei in schiavitù.

Il maror

Il maror simboleggia forse il passo più importante verso la conquista della libertà. Dalle amarezze del passato, che lasciate fermentare, “lievitare” nell’animo e nel cuore, avrebbero potuto trasformare il popolo ebraico in un popolo crudele e vendicativo , è stato invece tratto un insegnamento basilare: è necessario affrontare la vita con una più consapevole e serena visione del rapporto fra gli uomini, è indispensabile volgere il cuore e l’animo con profondo affetto e comprensione verso i poveri, gli oppressi, i sofferenti.
Dalle amarezze della schiavitù è nato un inestinguibile odio per la schiavitù, la nostra, e quella di qualunque creatura, e un altrettanto inestinguibile amore per la libertà a cui ogni essere umano ha diritto e che, unica, permetterà ai figli di Israele anche in futuro di sopravvivere per adempiere alla missione.
Prima della distruzione del Tempio, ogni famiglia che andava in pellegrinaggio a Gerusalemme vi portava il suo agnello del sacrificio che poi veniva arrostito e mangiato. Ma da quanto il Tempio è stato distrutto e i sacrifici interrotti, i Maestri hanno deciso che, per ricordare la gravissima perdita, durante la cena di Seder non venga servito nessun tipo di carne arrostita.
Oltre a questi tre simboli di Pesach (pesach, matzah, maror), nel cesto vi è un uovo sodo, il charoseth, un impasto preparato anch’esso secondo ricette che variano a seconda delle tradizioni dei vari luoghi di provenienza, e che simboleggi la malta che gli ebrei schiavi erano costretti a preparare in Egitto per fabbricare i mattoni con cui avrebbero edificato la città del Faraone. Per il Seder però la malta si trasforma in un dolce impasto di frutti: datteri, noci, mandorle e altro per sottolineare la fine della schiavitù. Vi è poi del sedano (carpas), che deve essere intinto in acqua e sale, o in acqua e aceto: probabilmente una specie di aperitivo in vista della cena.
Sul tavolo viene posto, oltre al bicchiere destinato al Kiddush, alla santificazione della festa attraverso il vino e il pane, un altro bicchiere d’argento pieno di vino destinato al profeta Elia. La tradizione vuole infatti che il profeta, durante la prima sera di Pesach, si aggiri fra le case degli ebrei per portare i suoi voti augurali alle famiglie che celebrano il Seder, e ognuno spera di far parte dei privilegiati che riceveranno la sua visita.
La visita è tanto più attesa in quanto la tradizione afferma che sarà proprio il profeta Elia ad annunciare al mondo il giungere dell’Epoca messianica. E ogni ebreo vive la speranza che l’Epoca messianica, l’epoca della pace, dell’armonia, dell’amore fra tutti i popoli, sia proprio lì, dietro la porta di casa, porta che infatti, durante il Seder, viene lasciata aperta anche perché è detto: “chi vuole entri, mangi e celebri Pesach”.
Forse l’uso si riallaccia anche al Talmud in cui è scritto: “Nel mese di Nissan fummo redenti, e nel mese di Nissan siamo destinati a essere redenti” (Rosh ha-shanah 11).
Val la pena soffermarsi un momento sul significato dell’uovo sodo. Per l’ebraismo esso ha un valore tutto particolare. L’uovo è infatti il primo cibo che si offre a coloro che sono in lutto per la perdita di un parente stretto, in quanto è il simbolo della vita che si appresta a nascere, in opposizione alla morte. Perciò nel momento in cui il nostro animo è in preda alla disperazione e ci pare di non poter trovare né conforto né consolazione a una perdita irrimediabile, esso ci insegna che la vita che vive in noi è un dono che Dio ci ha concesso, e che in questo dono dobbiamo trovare la forza di continuare la nostra opera.
Inoltre l’uovo non ha spigoli, perciò non ha né un punto di inizio né un punto di fine. Così la sua rotondità, proprio nel momento in cui pare che con la morte sia tutto finito, ci ricorda che la vita è un ciclo che, come l’uovo, non ha né inizio né fine: chi dai propri cari ha ricevuto la vita e gli insegnamenti, chi lascia dietro di sé il dolore dei figli ai quali ha trasmesso la vita e gli insegnamenti, continua a vivere attraverso di loro.
Ed è questo il modo umano di conquistare l’eternità.
Il segno del lutto che noi aggiungiamo al festoso cesto del Seder, e che per tradizione viene consumato da tutti i primogeniti maschi (ma se anche altri ospiti vorranno associarsi, potranno farlo) è un triste ricordo degli innocenti figli primogeniti degli egiziani, vittime della cieca ostinazione del Faraone. Proprio per questa ragione è il primogenito ebreo che, per dimostrare il proprio dolore per la morte dei fratelli egiziani, usa mangiare l’uovo sodo.

Per la medesima ragione i maschi primogeniti, il giorno precedente il Pesach, fanno digiuno.
Dicevamo che il Seder è molto importante anche dal punto di vista pedagogico: dopo il Kiddush il primo intervento è riservato al commensale più giovane o, in coro, ai più giovani; si tratta del Mah nishtannah: “come è diversa questa serata da tutte le altre sere!”. Il canto è composto da quattro domande che il bambino rivolge agli adulti: “Perché tutte le altre sere mangiamo pane, e questa sera azzima? Perché tutte le altre sere mangiamo qualsiasi tipo di verdure, e questa sera erba amara? Perché tutte le altre sere non intingiamo (riferito al sedano intinto in acqua e sale o aceto) neppure una volta, e questa sera due volte? Perché tutte le altre sere mangiamo seduti, e questa sera sdraiati?”.
Le domande danno il via alle risposte, impartito attraverso la lettura della Haggadah che narra gli eventi miracolosi legati all’uscita dall’Egitto.
Durante il Seder si devono quattro bicchieri di vino in memoria delle quattro espressioni usate da Dio quanto preannuncia a Mosè la prossima liberazione del popolo: “li sottrarrò” dalle sofferenze dell’Egitto “; “li farò uscire” dal luogo di schiavitù; “li redimerò e li prenderò come mio popolo”. Esse rappresentano i vari stadi della libertà appena riconquistata che vanno elevandosi a sempre maggior livello fino a raggiungere la santità di “li prenderò come mio popolo” (Es 6,7).
La Torah aggiunge una quinta espressione: e “li farò entrare nella terra promisi ai loro padri” (Es 6,8). Non può esistere in effetti una completa libertà morale se non è legata a una libertà di comportamento, possibile solo in uno stadio proprio e indipendente.
Durante la lettura della Haggadah vengono nominate le dieci piaghe che hanno colpito l’Egitto e per ognuna di essa si versa un po’ di vino contenuto nel bicchiere in un recipiente: ciò sia per augurarci che queste disgrazie siano sempre lontane da noi e dalle nostre famiglie; sia per ricordare che nessuna gioia può essere completa se è costata lutti e dolori ad altri; sia, infine, per auspicare che mai più si ripeta una situazione in cui un popolo meriti di essere colpiti da tanti flagelli.
Un momento particolarmente interessante, e psicologicamente e pedagogicamente assai valido, è quello dedicato alla lettura del brano riguardante i “quattro figli”: il sapiente, il semplice, colui che non è capace neppure di domandare, e il figliolo cattivo.
I quattro figli rappresentano i vari tipi di cui l’umanità è composta e il testo della Haggadah ci fornisce importanti suggerimenti sul tipo di risposta da dare ad ognuno di essi.
Al saggio, cioè colui che pone una domanda acuta e complessa, si deve dare una risposta adeguata, dotta e approfondita, che non deluda né sottovaluti l’intelligenza e la capacità di apprendimento di chi domanda.
Al semplice occorre dare una risposta chiara e comprensibile per permettergli di capire pienamente il senso di quanto gli si sta spiegando, stimolandolo possibilmente a far nuove domande.
Particolarmente importante è l’insegnamento che viene impartito al figlio che non è in grado di porre domande; ci dice infatti la Haggadah: “A colui che sa domandare, aprigli tu la bocca!”. Importante notare che nella frase “apri tu”, il “tu” è espresso al femminile, “apri” al maschile. È la madre la prima insegnante del bambino, tocca quindi soprattutto a lei, fin dall’inizio, seguire con la massima attenzione il suo sviluppo mentale: ma è il padre che deve coadiuvare e sostenere sua moglie in questa opera. Se ne conclude che solo la collaborazione fra padre e mandre permette un normale, sereno sviluppo del carattere infantile.
Inoltre, se un bimbo si mostra totalmente disinteressato al mondo che lo circonda, non fa domande e non si pone interrogativi, se dà segno di isolarsi e di non partecipare in alcun modo alla vita attorno a lui, lungi dal rallegrarsi per il “buon carattere” del bambino che non disturba, “aprigli la bocca”, sollecita cioè la sua curiosità, coinvolgilo nei fatti che accadono per renderlo vivo, interessato e partecipe, aiutandolo quindi a crescere e a entrare in modo intelligente e attivo nella società.
Intrigante e piuttosto ironica è la risposta destinata a quel figlio che nella Haggadah viene nominato per secondo: il figlio “malvagio”, che forse rientra più nella categoria dei figli contestatari che in quella di veri e propri “cattivi”.
Egli chiede: “Che cosa significa questa cerimonia (il Seder) per voi?”; domanda in cui sottolinea: “Per voi, e non per me!”.
Si pone in questa maniera, con una certa arrogante superiorità, totalmente al di fuori del gruppo.
Suggerisce la Haggadah: “Tu rispondigli risentito (letteralmente “fagli digrignare i denti”); “Se tu fossi stato presente al momento della salvezza, non saresti stato salvato!”.
Una riposta apparentemente impietosa.
Ma riflettiamo sui motivi che spingono tante volte i giovani, e non sempre a torto, a contestare certi atteggiamenti, certi usi ereditati e forse non sufficientemente o logicamente spiegati. Nostro compito è quello di chiarire per dar loro modo di comprendere. Ebbene, con la frase incisiva “tu non saresti stato salvato” la Haggadah chiama il giovane a una responsabilità personale facendogli rivivere in prima persona, oggi, il momento drammatico della schiavitù. Ecco, gli dice la Haggadah, se tu, che adesso siedi con noi libero, e puoi parlare liberamente dell’epoca della schiavitù, tu che oggi contesti e rifiuti le responsabilità insite del passato, ti fossi trovato insieme ai nostri primogeniti a scegliere fra schiavitù e libertà, con tutte le responsabilità che tale scelta comportava, forse avresti vigliaccamente scelto di continuare a servire Faraone. In tal modo non avresti meritato la salvezza e oggi saresti ancora schiavo.
La Haggadah non accenna però all’esistenza di un quinto figlio; quello che non c’è perché si è staccato da ogni forma di tradizione e si è perso.
A qualsiasi tipo di domanda, anche a quella del contestatore, può essere data una risposta, risposta che può essere discussa, che può arricchire chi lo fa e chi la riceve con nuove interpretazioni non necessariamente in antitesi o in contrasto con quelle precedenti, ma persino innovative e progressiste.
Ma il figlio che non è presente è perso.
Il Seder finisce con una lunga serie di canti corali tradizionali composti da molte strofe, la cui caratteristica precipua è quella della ripetizione, alla fine di ogni strofa, di una frase: quella che tutti i commensali per tradizione conoscono meglio e quindi cantano a gran voce con grande entusiasmo
In ultimo viene intonato il canto l’anno prossimo tutti a Gerusalemme, ricostruita, e viene distribuito l’afikomen, preparato nella parte iniziale del Seder, che simboleggia il sacrificio pasquale e che deve essere consumato quando si è già sazi.
L'insieme dei testi riportati qui riportati sono integralmente tratti dal libro "Le pietre del tempo, il popolo ebraico e le sue feste" di Clara ed Elia Kopciowski (edizione Ancora 2001).
Fonte: Comunità Ebraica di Bologna




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19 luglio 2011

Ecco perchè il 17 è giorno infausto anche per l'ebraismo

 

Il 17 di Tammuz

Shivà Assar beTammuz

Il digiuno del 17 Tammuz, commemora cinque eventi infausti che accaddero al popolo di Israele, nel corso dei secoli, proprio in quella data. La Mishnà (Ta’anit 4, 3) così li enumera:

– Le prime tavole della Legge furono rotte da Moshé che, scendendo dal monte, vide che il popolo aveva fabbricato il vitello d’oro e vi tributava riti.

– Le offerte inerenti i sacrifici quotidiani furono sospese nel primo Bet Hamikdash in quella stessa data.

– Fu aperta la prima breccia nelle mura della città ai tempi del secondo Bet Hamikdash: l’evento segnò l’inizio della distruzione ad opera dei romani.

– Durante il tempo del secondo Bet Hamikdash, Apustamus il malvagio bruciò la Torà.

– Idoli furono posti nel Santuario.

Al tempo del primo Bet Hamikdash fu praticata una breccia nelle mura di Gerusalemme nel 9 di Tammuz. Tuttavia i Maestri non decretarono che in tale data si rispettasse un digiuno per non opprimere eccessivamente il popolo e ordinarono di osservare il digiuno il 17 del mese, poiché la distruzione del secondo Santuario è considerata una calamità grave.

Nella medesima data, il 17 Tammuz, Noach mandò la colomba per vedere se il diluvio era terminato, ma l’uccello non trovò dove posarsi e tornò all’arca. Così il popolo ebraico, paragonato alla colomba, dalla distruzione del Tempio non trovò “un luogo dove posare i piedi”, in cui vivere in piena tranquillità

Da Fare:

Adulti che non hanno problemi di salute, dall’età di bar o bat mitzvah, non mangiano ne bevono dall’alba al tramonto. Clicca qui per gli orari precisi nella tua località.

Donne in gravidanza e che allattano non sono obbligate a digiunare oggi. Chiunque abbia problemi di salute consulti con un rabbino. Anche coloro che non hanno l’obbligo di digiunare, come persone che non stanno bene o bambini non dovrebbero mangiare cibi dolci e caramelle.

È permesso svegliarsi prima dell’alba per mangiare qualcosa se si ha avuto l’intenzione di farlo prima di coricarsi la sera prima.

Durante la preghiera del mattino si recitano le selichòt, le preghiere di penitenza. La preghiera Avinu Malkenu viene detta sia al mattino che al pomeriggio durante minchà.

Si legge il Sefer sia al mattino che al pomeriggio. La lettura è la stessa per entrambe le volte, Esodo 31,11-14 e 34,1-10. Nel pomeriggio si legge la Haftarà da Isaia 55,6-56,8.

Durante l’amidà, si al mattino che al pomeriggio, coloro che digiunano aggiungono il paragrafo ‘anenu’ prima del paragrafo ‘shemà kolenu’.

Se il 17 di Tammuz cade di Shabbat, il digiuno viene posticipato a Domenica.

Astenersi dal mangiare e bere è l’aspetto materiale di un giorno di digiuno, a un livello più profondo, il digiuno è un giorno d’auspicio, un giorno quando il Sign-re è più accessibile del solito, in attesa del nostro sincero pentimento.

Cyberderasha




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22 maggio 2011

Lag Ba omer semehach !!!

Lag baomer felice rabotai (vedi il video)

http://www.youtube.com/watch?v=e6pM9BJFQaI&feature=share

 

Lag ba-Omer è una ricorrenza celebrata nel 33mo giorno del conteggio dell'Omer, una serie di giorni che inizia alla seconda notte di Pesach e termina a Shavuot. Il conteggio dell'Omer è un rituale che risale ai tempi antichi, quando a Gerusalemme il Sacro Tempio era ancora intatto. Nel corso della storia, seguendo le tragedie che in questo periodo colpirono il popolo ebraico, e in particolare la morte dei 24mila studenti di Rabbi Akiva dovuta ad un'epidemia diffusasi nel II secolo d.C., questi giorni divennero lutto nazionale, nel corso dei quali vengono applicate alcune proibizioni, come tagliarsi i capelli o celebrare matrimoni. Nel giorno di Lag ba-Omer il periodo di lutto termina, poiché la tradizione narra che gli studenti di Rabbi Akiva cessarono di morire.

La storia degli studenti di Rabbi Akiva viene narrata nel Talmud, che giustifica la malattia come mandata da Dio, a causa del comportamento irriverente dei giovani allievi. Un altro evento significativo legato a questa data è la morte di Rabbi Simon bar Yochai (Rashbi), discepolo di Rabbi Akiva, ritenuto l'autore dello Zohar, il testo di riferimento della Kabbalah. La vera origine della festività è comunque sconosciuta, ed è spesso soggetto di opinioni contrastanti.

Lag ba-Omer si collega anche con la storia della rivolta di Bar Kochba, il cui leader spirituale fu Rabbi Akiva e leader militare Shimon ben Kosiba (bar Kochba). Nel II secolo d.C., una parte del popolo di Israele si ribellò contro il regime di Roma e la rivolta, dapprima vittoriosa, venne soffocata brutalmente con la distruzione delle comunità ebraiche presenti in Terra di Israele, segnando la fine dell'indipendenza ebraica, mai riconquistata fino alla fondazione dello Stato di Israele, nel 1948. Vi sono alcune ipotesi che la festa celebri in realtà la vittoria temporanea di Bar Kochba e dei suoi uomini contro i romani.

 

Consuetudini

 

Fuochi e falò - Lag ba-Omer è divenuta la festa dei fuochi, forse in ricordo dei fuochi segnalatori che i ribelli accendevano sulle montagne per comunicare tra di loro, e forse in memoria di Rashbi. Nelle settimane precedenti alla festa, i bambini raccolgono ogni frammento di legno che riescano a trovare, e la vigilia viene acceso un grande fuoco dove si cuociono patate e cipolle. Tra gli ebrei laici il fuoco è l'unica tradizione di Lag ba-Homer rimasta fino ad oggi.

 

Archi e frecce - In Diaspora, gli ebrei più giovani durante Lag ba-Omer uscivano nei campi e tiravano frecce, forse in ricordo della rivolta di Bar Kochba, forse influenzati dalla presenza dei gentili. E' ancora possibile trovare bambini intenti a giocare con arco e frecce, ma è una tradizione che sta scomparendo.

 

Celebrazioni in onore di Rabbi Shimon ben Yochai (Rashbi) - E' una consuetudine sviluppata dai cabalisti di Safed nel XVI secolo, divenuta un evento di folklore popolare: migliaia di persone si recano in pellegrinaggio presso la tomba di Rashbi, in Galilea, accendono fuochi nella serata e organizzano picnic durante il giorno. Spesso gli ebrei religiosi vi portano i figli di tre anni, per effettuare il loro primo taglio di capelli.

 

Informazioni importanti

 

Se vi trovate nella zona, è bene che visitiate la tomba di Rashbi, per vedere come i diversi gruppi etnici celebrano la stessa festa, divenuta una tradizione sebbene non provenga da antiche radici.




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20 aprile 2011

Pesach (Pasqua Ebraica)

 

 

 

Pesach, la Pasqua ebraica, è la ricorrenza di maggiore importanza, ed è una delle tre festività che, insieme a Sukkot e Shavuot, si legava ad un pellegrinaggio quando, durante queste feste, il popolo si recava al Tempio di Gerusalemme offrendo doni sacrificali, animali e prodotti della terra. In seguito, dopo la distruzione del Tempio, alcune tradizioni festive, escludendo il pellegrinaggio ed il sacrificio, sono comunque rimaste attive, ed altre se ne sono aggiunte nel corso del tempo. Il termine Pesach, "passerò oltre" compare nel Libro dell'Esodo, nella narrazione della fuga degli Ebrei dall'Egitto. Pesach inizia al 15mo giorno del mese di Nissan, che coincide solitamente con aprile, perdura per 7 giorni (8 per coloro che vivono in Diaspora)  ed viene celebrata per commemorare l'esodo dall'Egitto, uno degli eventi principali sia della storia del popolo ebraico sia di tutta la cultura occidentale. Secondo la Torah, il popolo di Israele viveva segregato sotto schiavitù in Egitto, e fu Moshe, un ebreo cresciuto nel palazzo del Faraone, a divenire leader del suo popolo, e a chiedere al Faraone il permesso di ritornare alla Terra di Israele. Ottenendo come risposta un rifiuto, Moshe condusse un'azione mirata, culminante nell'affrettata partenza dall'Egitto, effettuata attraversando il deserto del Sinai, dove gli Ebrei vissero per 40 anni. La tradizione ebraica vuole che, durante questo lungo viaggio nel deserto, guidato da Moshe e dal fratello Aronne, il popolo di Israele divenisse più unito e solidale, preparandosi a conquistare la Terra di Israele. Pesach è chiamata anche la Festa della Libertà, un aspetto che viene enfatizzato nei rituali e nelle preghiere: l'esodo che conduce dalla schiavitù alla libertà simboleggia la redenzione spirituale e fisica, e l'aspirazione dell'uomo ad essere libero. Un'altra importante caratteristica di questa festa è il riunirsi della famiglia che alla vigilia, chiamata Seder notturno in quanto viene celebrato nella serata, si riunisce intorno al tavolo, ed è un importante precetto ebraico quello di invitare chi non ha famiglia a trascorrere insieme la serata di festa. Un altro nome di Pesach è Festa del Pane non Lievitato, poichè la storia dell'Esodo racconta che il popolo di Israele lasciò l'Egitto precipitosamente, la pasta di pane preparata non ebbe il tempo di lievitare, e venne cotta come matzah, cioè pane non lievitato. Un importante precetto della festa è infatti l'astinenza da ogni cibo lievitato, motivo per cui gli ebrei in questo periodo sostituiscono il pane con la matzah, un aspetto che tutti, religiosi e tradizionali, osservano scrupolosamente.

Altro nome per Pesach è la Festa della Primavera, che celebra la stagione in cui la festa stessa cade.

Il primo giorno della ricorrenza così come l'ultimo, conosciuto come "seconda festa", è un giorno sacro, durante il quale ogni attività produttiva è proibita. Il giorno intermedio, chiamato Chol ha-Mo'ed è parzialmente festivo e parzialmente regolare.

 

Consuetudini

Proibizione del lievito - Durante i sette giorni della festività, la proibizione di assumere lievito e alimenti lievitati, chiamata chametz, ricorda la matzah che gli ebrei mangiarono durante la loro affrettata fuga dall'Egitto. La proibizione include ogni tipo di pane o alimenti costituiti da farina lievitata, e qualsiasi tipo di pasta.

 

Matzah - La matzah è un pane sottile, preparato con un impasto privo di lievito. Ad eccezione della Seder rituale, mangiare la matzah non è obbligatorio, ma per molte famiglie israeliane, religiose e tradizionali, viene accettata come pane alternativo per tutto il periodo della festa.

 

Biur chametz (Bruciatura del lievito) - La settimana precedente a Pesach è consuetudine tra gli ebrei effettuare una profonda pulizia domestica, fino ad essere certi che in casa non sia rimasta una sola briciola di chametz. I non religiosi spesso sfruttano questa consuetudine come opportunità di eseguire le pulizie di primavera, creando un'atmosfera di festa. La notte precedente all'inizio di Pesach, si è soliti perlustrare ogni angolo della casa a lume di candela (bedikat chametz, "controllo del chametz"), assicurandosi che non rimangano briciole in alcun luogo. I residui di chametz ritrovati durante la sera vengono bruciati la mattina successiva (biur chametz).  Lo Stato di Israele, come rappresentanza del popolo ebraico, solitamente vende tutti gli alimenti chametz presenti nel paese ad un acquirente simbolico e ad un prezzo simbolico, riacquistandoli immediatamente al termine della festa.

 

Il Seder - E' la lunga cena rituale della vigilia del primo giorno di Pesach. La famiglia si riunisce attorno al tavolo festivo per la lettura dell'Haggadah e per la cena. L'Haggadah è una raccolta di testi della tradizione ebraica, citazioni bibliche e della Mishna, commentari e canti, il cui tema principale è la fuga dall'Egitto, e tradizionalmente è il bimbo più piccolo che chiede all'uomo più anziano della famiglia di narrare quanto avvenne. Il proposito della lettura dell'Haggadah è quello di trasmettere le tradizioni di Pesach da una generazione all'altra, adempiendo al precetto della Torah, "e lo direte ai vostri figli", e tutti i rituali sono concepiti innanzitutto per incuriosire e intrattenere i bambini. Tutto il Seder di Pesach ha un valore fortemente simbolico, dalla matzah con le erbe amare servite in tavola, ai quattro calici di vino, ai canti e, naturalmente, al ricco pranzo.

 

Afikoman - Per incoraggiare i bambini a rimanere svegli per tutto il Seder, è consuetudine nascondere uno speciale pezzo di matzah, chiamata Afikoman, in qualche luogo della casa, invitandoli a cercarla, ed offrendo un premio a chi la ritrova.

 

Informazioni importanti

 

Il primo giorno di Pesach, e similmente il settimo (settimo giorno di Pesach o Seconda Festa) sono giorni sacri, in cui ogni attività è proibita, e quasi tutte le aziende israliane restano chiuse. Nei giorni intermedi, Chol ha-Mo'ed) sono parzialmente festivi, molti uffici e aziende restano aperte la mattina, e molte famiglie vanno in vacanza per qualche giorno. Questo periodo è anche una vacanza scolastica, tenete quindi conto che molti luoghi di soggiorno sono affollati dalle famiglie israeliane. Spesso i ristoranti osservano le regole kosher di Pesach, ed offrono l'alternativa kosher al menù tradizionale. Molte piccole trattorie rimangono chiuse, per evitare la necessità di dover seguire le regole kosher. Recentemente, soprattutto a Tel Aviv e dintorni, nei ristoranti si è osservata una maggiore flessibilità delle rigorose regole kosher, e potrete trovare ristoranti che servono comunque pane, torte, e piatti di pasta. Una precisazione: non solo i prodotti da forno sono proibiti, ma anche la birra nel periodo di Pesach non è kosher.

 

Mimouna

 

La sera del settimo giorno di Pesach, gli ebrei originari del Nord Africa, in particolare del Marocco, celebrano la ricorrenza di Mimouna come parte delle festività di Pesach. Le origini della celebrazione non sono del tutto chiare, ma generalmente l'evento viene associato all'anniversario della morte di Rabbi Maimon ben Abraham, padre del grande filosofo medievale Rabbi Moses Maimonide, conosciuto anche con il nome di Ramban. La sera di Mimouna la gente si reca di casa in casa, visitando i parenti e gli amici che celebrano la ricorrenza, e nei quartieri dove risiede una grande concentrazione di ebrei originari del Marocco, queste visite in successione proseguono fino a notte inoltrata. Anche il giorno seguente è dedicato alla famiglia e all'ospitalità, e in molti luoghi pubblici centinaia di celebranti si riuniscono insieme per fare picnic. Recentemente Mimouna è divenuta una celebrazione alla quale tutti vogliono partecipare, e spesso anche i politici traggono vantaggio da questa ricorrenza, cercando di ottenere il favore della popolazione di origine marocchina.

 

Consuetudini

 

Alimenti dolci - Il pranzo festivo è composto prevalentemente da alimenti dolci, che enfatizzano la speranza di una vita dolce, conserve di frutta, torte, marzapane e altri preparazioni casalinghe. Poiché questi alimenti vengono preparati durante Pesach, naturalmente sono privi di farina e di ingredienti ritenuti non kosher.

 

Mufleta - E' il cibo tradizionale del Mimouna marocchino. Appena Pesach termina, e gli alimenti chametz sono di nuovo permessi, le donne preparano una pasta composta da farina e lievito, lavorata in forme piatte e circolari, fritte nel burro e servite con miele. E' il primo cibo chametz consumato dopo Pesach, e la farina viene acquistata immediatamente dopo il termine della festività.

 

Informazioni importanti

 

Cercate una famiglia marocchina che stia celebrando Mimouna, e provate l'esperienza di questa festa popolare, distaccata dalle tradizioni di preghiera e dai precetti religiosi tipici delle altre festività ebraiche.

 

 

 




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10 marzo 2011

Ebraismo poco conosciuto. I 'marrani'. Note su una identità negata e sofferta


 

 

Ebrei spagnoli del Sec. XIV

Fonte::www.spazioforum.net/.../index.php?t12706.html

<<Nell’antica Sefarad si calcola che in un quarto di secolo, dal 1391 al 1415, la comunità ebraica perse almeno centomila membri. Nacque la figura ibrida e complessa dei “marrani”. Il battesimo forzato si rivelò una barriera insuperabile che segnò il destino dei marrani, li separò dalla comunità, senza offrirgliene una nuova, li bandì in una terra di nessuno, chiusi nel mezzo tra ebraismo e cristianesimo, li destinò ad una tensione irrisolvibile, ad una scissione che li lacerò prima ancora di ogni tortura.
Così i marrani furono improvvisamente l’“altro” rispetto ai cristiani, ma anche rispetto agli ebrei. Sensi di colpa, rimorso e privazione, inadeguatezza, non-appartenenza, estraneità, impossibilità di essere sé, li accompagnarono nella loro storia secolare. Furono condannati ad una identità negata e incompleta, ad un sé scisso e frammentato.
Soffrirono per un triplo esilio: come ebrei erano esiliati da Sion; come conversos erano esclusi dalla vita ebraica; come giudaizzanti sopravvivevano in un ambiente sempre più ostile, circondati da spagnoli in cerca di “identità” autentica e purezza del sangue. Esiliati nell’esilio, si considerarono ebrei potenziali per aspirazione, per il loro persistere in un ebraismo sempre più privato di contenuti, un ebraismo per sottrazione. Scherniti dai cristiani, perché non riconoscevano che il messia era già venuto, non abbandonarono mai la “esperanza” nel loro Messia, una speranza che cedeva spesso a una nostalgia verso un passato immemoriale, ma che non si spense mai e restò, ancora nel Novecento, una delle poche indelebili tracce del marranesimo.
Un nuovo capitolo dell’ebraismo italiano potrà essere scritto quando ai marrani del sud verrà concesso il riscatto e il ritorno che hanno atteso>>.

Donatella Di Cesare, filosofa

Fonte: "lUnione informa" - 03.05.2010

Dona Grazia Mendes, la signora dei marrani

 

 

 

 

Breve Bibliografia
 
Opere generali
C. Roth, Storia dei Marrani, ristampato da Marietti edizioni, Milano 2003

B. Netanyahu, The Marranos of Spain, New York 1966
 
R. Bonfil, Gli Ebrei in Italia nell’epoca del Rinascimento, Sansoni Editori, Firenze 1991
 
A. Leoni, La Nazione ebraica spagnola e portoghese negli Stati Estensi, Luisé editore, Rimini 1992
 
Gli Ebrei in Italia, a cura di C.Vivanti, 2 vol., Einaudi,Torino 1996-97
 
L’Inquisizione e gli ebrei in Italia, a cura di M.Luzzati, Roma- Bari 1992

Y.H. Yerushalmi, Dalla Corte al Ghetto. La vita, le opere, le peregrinazioni del marrano Cardoso nell’Europa del 600, Milano 1991
 
Opere specifiche sui conversos
 
Ebrei e cristiani nell’Italia medievale e moderna. Conversioni, scambi e contrasti,
A cura di M. Luzzati, M. Olivari e A.Veronese, Roma 1988

L’identità dissimulata: Giudaizzanti iberici nell’Europa cristiana dell’età moderna,
a cura di P.C. Yoli Zorattini, Firenze 2000

Ebrei: identità e confronti
, “Zachor, V (2001-2002)

I. Yovel, Spinosa and other Eretics, 2 vol. Princeton 1989
 
Opere specifiche su Donna Grazia Mendes
 
C. Roth, Danna Grazia Ha Nasì ed il Duca di Nasso (non più reperibile)
 
M.G. Muzzarelli, Beatrice de Luna, vedova Mendes, alias Donna Grazia Nasi: un’ebrea influente. In Rinascimento al femminile, pp. 83-116, Editori laterza 1991
 
M. Racanelli, Grazia Mendes, L’identità marrana al femminile, Ancona 2004

Fonte: Comunità Ebraica di Bologna

 

di Ines Miriam Marach

Riadattamento di una lezione tenuta, presso la Comunità ebraica di Bologna all’interno del ciclo “Donne ed ebraismo” nell’aprile 2007.
 
Le movimentate e a volte rocambolesche vicende di Donna Gracia Mendes, la Seniora, figura femminile emblematica del XVI secolo, sono state fonte d’ispirazione per tanti scrittori di romanzi di avventura; la sua vita è sicuramente stata un romanzo ed il suo essere marrana, cioè appartenente a due identità così differenti e differenziate l’ha consegnata alla storia come modello attivo di donna, forse precursore dell’emancipazione femminile e vivace protagonista all’interno della società del suo tempo.

Al di là dei contributi romanzati, che solo talvolta si avvalgono di fonti storiche, non mancano, nella storiografia specifica sulla cultura ebraica rinascimentale, e su quella sefardita, gli apporti di studiosi come Roth, Bonfil, Leoni, Yoli Zorattini, per citarne solo alcuni, che hanno sicuramente ricostruita e ben documentata l’interessante ed intrigante figura di Grazia Mendes.Roth ne ha anche pubblicato una biografia, ormai introvabile, ripresa da una studiosa dell’Università di Urbino, uscita nel 2004.

Chi è allora questa donna che ha cercato di cambiare il destino del popolo ebraico nel XVI secolo?

Grazia Ha-Nasì nasce nel 1510 (o forse nel 1511 secondo alcune fonti) in Portogallo, da una famiglia di probabile provenienza spagnola in seguito all’Editto di espulsione del 1492; il percorso di vita del suo gruppo familiare, come di tanti altri, rientrò in quel evento che Cecil Roth definisce il più romanzesco episodio della storia umana: il marranesimo (il fenomeno del cripto giudaismo) che per quanto ancora abbastanza enigmatico, costituisce infatti un capitolo fondamentale e allo stesso tempo tragico, della storia degli ebrei della diaspora in molti paesi dell’Europa occidentale, soprattutto fra XVI e XVII secolo.
 
La complessa identità dei marrani (gli anussim,” i costretti “) era caratterizzata da forme ben determinate di esercizio della vita religiosa, basate sulla dissimulazione di un'appartenenza proibita, quella ebraica e sulla simulazione di una falsa appartenenza, quella cristiana.
Il termine marrano che lo storico spagnolo Carobaroja intende riferito ad un gruppo di persone non del tutto omogeneo nel tempo e nello spazio è un antico termine spagnolo dispregiativo dalla radice araba, con cui s’indicava il maiale giovane, attribuito prima ai mussulmani, poi agli ebrei, alludendo alla prescrizione sia per gli uni che per gli altri di considerarlo animale impuro, associandoli quindi a questo.
L’uso del termine partì dalla regione di Castiglia in epoca medievale, luogo in cui si verificarono le prime conversioni forzate. 
In Italia si affermò nel secolo XVI con l’arrivo dei profughi portoghesi dove prese accezione comune dell’ebreo che dopo essere stato battezzato tornava ad essere ebreo apertamente.
Roth fa coincidere l’origine del marranesimo portoghese col fenomeno dei nuovi cristiani, nato in Spagna verso la fine del 1300.
In seguito la Riconquista da parte degli stati cristiani, che dominarono poi tutta la penisola iberica, la condizione degli ebrei andò gradualmente peggiorando fino ad arrivare al momento in cui le intense predicazioni domenicane portarono ondate di violenza che travolsero le juderias, i quartieri ebraici di Castiglia e di Aragona; le fonti riportano come più cruenta la strage di Siviglia perpetrata il mercoledì delle ceneri del 1391.
 
Fu così compromessa in modo irrimediabile la vita delle comunità ebraiche spagnole e poste le basi per una serie di limitazioni all’autonomia degli ebrei, che nel volgere di un secolo sarebbero sfociate nell’espulsione del 1492, decretata da Isabella e Ferdinando dopo la riunificazione dei regni di Castiglia ed Aragona.
In questo contesto nasceva il problema dei converso, i nuovi cristiani, convertiti a forza o spontaneamente per salvarsi la vita, che costituirono per le autorità cristiane un elemento di disagio ideologico.
Gli esuli ebrei cacciati dalla Spagna nel 1492 si sparsero in ogni angolo del bacino del Mediterraneo, in gran numero si recarono oltremare, soprattutto nei paesi mussulmani, ma anche in alcuni stati italiani, seppure in piccola percentuale; è quanto sostiene Roberto Bonfil che scrive che la loro consistenza numerica fu piuttosto trascurabile tranne forse all’inizio quando gruppi abbastanza elevati numericamente stazionarono in Italia in transito per l’oriente.
 
Ma la maggior parte varcò il confine e si fermò in Portogallo in cui gli ebrei erano ancora abbastanza tollerati, fino al 1497, quando fu imposto il battesimo forzato;
pena pagata per non adempiere a tale ordine era l’espulsione.
Se per alcuni storici (Roth per primo) il termine marrano è sinonimo di converso secondo altri, il vero fenomeno del marranesimo, inteso proprio come cripto giudaismo, dilagò in Portogallo quando quasi tutti, per salvare anche le proprie attività, presero il battesimo continuando però segretamente, nel proprio interno, ad essere ebrei.      
 
Con l’introduzione nel 1536 dell’Inquisizione anche in Portogallo ed il conseguente rischio di essere scoperti e processati, la maggior parte dei marrani partirono alla volta dei Paesi Bassi (Amsterdam e Anversa furono i centri più importanti) e dell’Italia.
Roma, ed Ancona (nello Stato pontificio), Venezia, Ferrara e più tardi Livorno, furono i luoghi in cui maggiormente si concentrarono le comunità marrane.
 
Anche alla famiglia di Gracia, gli ha Nasì (i principi), come a tutti gli ebrei rifugiati in Portogallo, toccò la sorte del battesimo forzato imposto il 4 marzo 1497; Gracia nacque quindi col nome cristiano di Beatriz de Luna.
Nel 1528 sposò in Portogallo Franzisco Benveniste Mendes, ricco mercante marrano ma forse anche rabbino, con cerimonia pubblica di rito cattolico, preceduta da quello ebraico celebrato privatamente in tutta segretezza, quindi con regolare ketubbà che ne fissava anche la dote.
Ciò provocò parecchie complicazioni di carattere giuridico di cui accennerò soltanto ai fini della narrazione degli eventi riguardanti la sua vita e la sua storia.
Seguì poco dopo la nascita di una figlia, Reyna.
 
Nel 1536, anno dell’Inquisizione Gracia rimase vedova in giovane età.
Il marito, in una dichiarazione testamentaria prima della morte, affidò le sorti della moglie nonché la gestione della metà del proprio patrimonio al fratello Diogo, uomo abile negli affari, con interessi nei Paesi Bassi, che alla morte di Francisco gestì e controllò anche tutte le sue finanze.
A seguito l’istituzione dell’Inquisizione, Gracia lasciò il Portogallo con la figlia Reyna, il nipote Joao Miguez (alias Yosef ha-nasì), la sorella Brianda e qualche altro membro della famiglia, diretta ad Anversa, dove la comunità marrana portoghese
(in prevalenza mercanti di spezie ) trovò in parte rifugio.
 
Ad Anversa Gracia ebbe contatti col medico Amato Lusitano (alias Giovanni Rodrigo Amato) che troverà in seguito anche a Venezia e a Ferrara.
Dopo questo primo passaggio già maturava in lei il desiderio ed il progetto di ritornare apertamente all’ebraismo.
Poco dopo il trasferimento dei beni ad Anversa, Gracia affiancò il cognato dimostrando una grande capacità imprenditoriale e stabilendo alleanze con le più facoltose famiglie dei Paesi Bassi tanto che le fu proposto dalle alte sfere, un matrimonio combinato fra la figlia Reyna e un rampollo cristiano, richiesta che ella rifiutò categoricamente, ma che dovette scontare fuggendo da Anversa. 
I legami di Grazia con la famiglia del marito divennero sempre più stretti quando nel 1540 Diogo Mendes sposò la sorella Brianda con la quale ebbe una figlia.
Diogo emise un documento in cui Grazia e la figlia erano ugualmente beneficiate dal patrimonio di Francisco. Alla morte di Diogo nel 1542 Gracia divenne amministratrice del patrimonio dei Mendes, cosa che indispettì non poco la sorella.  
 
Nel 1546, Grazia lasciò Anversa e passando da Lione approdò a Venezia, crogiuolo di genti e di culture dove l’ondata migratoria sefardita era prevalentemente marrana; nel 1541 venne infatti creato il ghetto vecio per gli ebrei levantini residenti temporaneamente in città, in realtà ex marrani tornati all’ebraismo nell’Impero turco. Qui scoppiò la disputa fra Gracia e la sorella per il patrimonio dei Mendes che finì con la denuncia da parte di Brianda alle autorità veneziane con l’accusa di essere giudaizzante.
 
Dopo essere stata imprigionata Gracia o Beatriz come la si vuol chiamare, nel 1549   raggiunse Ferrara, importante polo di riferimento per tutti gli esuli, chiedendo garanzie per la sua permanenza ai reggenti e dove iniziò il cammino di ritorno all’ebraismo.
A Ferrara la clemenza degli Estensi nei confronti degli ebrei era ormai risaputa; infatti avevano trasformato, nel corso di pochi anni i loro territori in luoghi di rifugio in cui attirare mercanti portoghesi provenienti da Anversa e dalla Turchia, tendenza già concretizzata con l’arrivo degli esuli dalla Spagna prima e quelli provenienti dalla Boemia nel 1532, a cui furono accordati gli stessi privilegi (riguardanti soprattutto lo svolgimento delle proprie attività) del già stabile gruppo italiano.
 
Difficile capire quando giunsero i primi marrani portoghesi (mercanti per lo più, ma anche medici, rabbini, artigiani) probabilmente fra il 1531 e il 1536 quando in Portogallo fu stabilita in modo definitivo l’Inquisizione.
Nel 1538 Ercole II, che confermò i decreti già emessi dai suoi predecessori in favore degli ebrei spagnoli, delegò al marchese Moreto “ampia facoltà e piena autorità di poter convenire circa li datii et franchigie … con tutti li singuli spagnoli et parimenti Con tutti i singuli che haverano la lingua spagnola e con tutti i singuli che haverano la lingua portugallese…”
Questo fu il clima che Gracia trovò al suo arrivo a Ferrara; nel breve periodo della sua permanenza, si è già accennato, abbandonò l’identità cristiana e tornò all’ebraismo studiando i testi tradizionali sotto la guida del rabbino Soncino.
Importante per la sua formazione ebraica fu l’amicizia con Benvenida Abravanel, grazie la quale si avvicinò allo studio della mistica ebraica.
Ma sia per Gracia che per tutti gli altri marrani approdati a Ferrara e nelle altre città italiane la condizione di doppia identità religiosa aveva sicuramente creato non pochi problemi, disagi psicologici e spirituali che sconvolgevano la vita di ogni singolo individuo.
“Il marrano giudaizzante (cito lo storico Yovel) visse in alienazione non solo nell’ambiente cristiano ma anche nella propria intima essenza, che non poteva esprimersi nella sua vita attuale; e così, in effetti la sua vita e la sua natura rimasero in reciproca opposizione”.  
 
Gracia quindi percepì questi disagi provandoli lei stessa e si adoperò per alleviare le sofferenze dei suoi corregionali ad aiutarli ad uscire dalla clandestinità e recuperare la religione d’origine; divenne benefattrice della comunità, cooperando per affermare la cultura sefardita, che aveva già grandi esponenti come l’umanista Abraham Farissol e la famiglia Abravanel, Isacco e Yeudà Abravanel, filosofo ed esegeta noto anche come Leone ebreo, giunti a Ferrara dal regno di Napoli dopo il 1542.
In particolare fu proficua la collaborazione che Gracia ebbe col tipografo Avraham Usque a cui offrì la sua disponibilità finanziaria per pubblicare opere tradotte dall’ebraico in giudaico - spagnolo, al fine di renderle accessibili alla popolazione sefardita, in particolare ai marrani che stavano per tornare all’ebraismo.
In particolare una traduzione della Bibbla in lengua espagnola (conosciuta poi come la Bibbia di Ferrara, di cui ne esistono ancora due esemplari dedicati, uno a Gracia e l’altro ad Ercole II), a cui fece seguito un Lybro de Oracyones de todo l’anno che sempre Avraham Usque pubblicò con Yom Tov Attias.
Avraham Usque insieme a Shemuel Usque (di cui non è accertata la parentela) furono due personaggi rappresentativi della cultura sefardita ferrarese dell’epoca.
Anch’essi godettero dei privilegi accordati dai reggenti di casa d’Este che permise loro non solo di essere i promotori dell’attività tipografica ferrarese ma anche di essere intermediari fra gli Estensi e la nazione portoghese; non per niente Shemuel Usque definì Ferrara come il porto più sicuro e identificò nella protezione di Ercole II “la via che conduce alla consolazione finale di Israele”.
 
Sempre Shemuel pubblicò un testo in lingua portoghese “consolacao as tribolacaoens de Israel” (Consolazione delle tribolazioni d’Israele), narrazione in chiave metaforica della travagliata storia del popolo ebraico.  
Anche Ercole II fu un personaggio chiave nella vita di Gracia e di tutti i marrani ferraresi, lo fu anche riguardo gli eventi di Ancona di cui si parlerà più avanti.
 
Il 23aprile 1555 mentre ad Ancona infuriavano le persecuzioni Ercole II, su richiesta specifica di Gracia, emise un decreto sottoforma di salvacondotto ad alcuni profughi portoghesi e spagnoli ai quali accordò le stesse concessioni che i papi avevano concesso ai portoghesi di quel luogo.
A questo decreto di Ercole II ne seguì un secondo che invitava i mercanti levantini di Ancona di abbandonare la città promettendo loro accoglienza, motivata dal desiderio di “ empir questa nostra cittade di mercanti spetialmente di quella natione”.
Non sembra comunque che l’afflusso di portoghesi da Ancona a Ferrara sia stato ragguardevole.
Gli storici sono comunque concordi nell’affermare che i due decreti di Ercole II vanno interpretati come un aperto e coraggioso rifiuto alla politica repressiva di Paolo IV che sembrò assommare in sé i più fanatici aspetti della controriforma essendo anche il promotore, con l’emissione della Bolla Cum Nimis Absurdum, dell’istituzione dei ghetti e fautore della revoca dei privilegi accordati dai suoi predecessori ai marrani portoghesi di Ancona che furono i primi a soffrire del suo zelo religioso.
 
Il 30 aprile 1556 ritirò le lettere di protezione che aveva concesso sperando di fare di Ancona il centro di smistamento dei traffici col levante e ordinò immediati provvedimenti contro di loro.
I marrani pertanto predisposero la raccolta di denaro per ottenere una tregua ma tutto fu vano. Fra tutti i processati, con l’accusa di essere cristiani e di giudaizzare in privato, 25 di loro, 24 uomini ed una donna (Donna Mayora), furono mandati sul rogo.
Fu inutile per loro negare di non avere mai ricevuto il battesimo.
Tutti sapevano che negli ultimi 60 anni nessun ebreo dichiarato aveva potuto vivere in Portogallo. Altri 26 si finsero pentiti e furono deportati a Malta, il rimanente trovò rifugio fuori dello Stato pontificio.
 
All’epoca degli avvenimenti di Ancona, Gracia e sua figlia, che nel frattempo aveva sposato il cugino Joao Miguez (Yosef ha Nasì) avevano abbandonato Ferrara e si erano già trasferite a Costantinopoli; inserite all’interno sia della corte del Sultano Selim II, che della comunità ebraica si prodigarono a rinnovarla e rinvigorirla con l’istituzione di sinagoghe e accademie di insegnamento e altre attività sociali.
Questo suo importante ruolo favorì l’intervento del Sultano che in data 9 marzo 1556 indirizzò al Paolo IV una lettera arrogante in cui protestava contro il disumano trattamento nei confronti dei marrani, alcuni dei quali erano suoi sudditi e ne chiedeva la liberazione.
 
I fatti che seguirono sembrano essere unici nella storia. Grazia Mendes si rese conto che l’unica arma che possedevano gli ebrei per opporsi all’odio del papa era quella economica; con l’aiuto del sultano organizzò un completo boicottaggio del porto di Ancona, dirottando su Pesaro tutti i traffici mercantili e commerciali con l’Oriente.
Secondo Roth il tentativo fallì soprattutto perché gli ebrei di Ancona si appellarono per revocare la decisione che avrebbe scatenato l’odio del Papa contro di loro. E ancor peggio, il Duca di Urbino che vide svanire un suo sogno, decretò l’espulsione dei marrani dal suoi territori.
 
Riguardo l’intervento di Gracia su Ancona, Ioshua Soncino, nota autorità rabbinica dell’epoca e suo tutor a Ferrara scrisse:
“La signora incoronata, il glorioso diadema delle genti d’Israele, vita signorile, gloria incoronata, bella ghirlanda, la più saggia delle donne d’Israele, con la sua forza e ricchezza tese una mano ai poveri per salvarli e renderli felici in questo mondo e nel prossimo”.
 
Per concludere non mi sembra azzardato mettere in relazione la figura di Grazia con Ester. Entrambe cambiano le sorti del loro popolo; Ester lo salva dallo sterminio decretato dal perfido Amman, Grazia, il cui nome ebraico dopo il ritorno definitivo all’ebraismo fu Hanna (nome composto dalle iniziale delle tre mizwot importanti della donna, challà, nerot e niddà, con cui sembra voler affermare la propria ebraicità) lotta per la salvezza dei marrani portoghesi, aggiudicandosi il primato di essere la donna più benefica e amata del mondo ebraico di quel tempo.
Nel già citato testo di Shemuel Usque l’autore stesso afferma che se Grazia non avesse lasciato il Portogallo e non avesse svolto la sua missione in favore dei marrani, la storia del popolo ebraico di quel periodo sarebbe stata diversa.




Piero P.

 



 




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20 gennaio 2011

TU BISHVAT




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6 dicembre 2010

Come mai si usa giocare con il sevivòn, la trottola, durante Chanukkà?

Il gioco del sevivòn ha una storia antica. Il sevivòn ha quattro lettere dell’alfabeto ebraico sui suoi lati. In Israele le lettere sono nun, gimmel, hei e pei un acronimo per Nes Gadòl Hayà Pò, un grande miracolo è accaduto qui. Nella Diaspora le lettere sono nun, gimel, hei e shin ovvero nes gadol hayà sham—un grande miracolo è accaduto lì.

Per giocare si distribuiscono ai giocatori delle monete oppure delle noci o dei cioccolatini. Tutti mettono una moneta in mezzo al tavolo e a turno girano il sevivòn. Se si ferma sul lato della nun, non si vince ne si perde, sulla gimel, si vince l’intero ammontare dei soldi, sulla hei si vince metà e se cade sulla shin si deve mettere un soldo in mezzo.

Oggigorno è un modo simpatico di giocare in famiglia durante Chanukkà, ma migliaia di anni fa si trattava di un gioco di vita o di morte. I greco-siriani miravano a convertire gli ebrei ai loro modi pagani con metodi ‘soft’ ma quando videro che gli ebrei rimasero forti nelle loro credenze (tranne una piccola percentuale che si associò all’Ellenismo) addottarono tattiche più forti ed oppressive. Proibirono lo studio della Torà come studio religioso, come l’esecuzione di molti comandamenti rituali come la circoncisione e l’osservanza dello Shabbat. Gli Ebrei non ebbero altra scelta che studiare la Torà di nascosto, perchè sapevano che un ebreo senza Torà è come un pesce fuori dall’acqua.

Essi studiavano nei boschi e nelle zone poco abitate, ma il nemico aveva numerose pattuglie che controllavano tutte le zone. Perciò gli ebrei portavano piccole trottole appresso, appena sentivano una pattuglia arrivare nascondevano i testi di Torà e tiravano fuori le trottole fingendo di giocare.

Questo raggiro aiutò a mantenere salda la tradizione di studiare Torà attraverso i secoli.

di Rav Yisrael Rice




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29 novembre 2010

Chanukkà la festa delle luci e del miracolo 2 dicembre 2010 la sera fra 24 e 25 Kislev

Chanukkà o Hanukkah (in ebraico ?????anukkah) è una festività ebraica, conosciuta anche con il nome di Festa delle Luci. In ebraico la parola chanukkah significa "dedica" ed infatti la festa commemora la consacrazione di un nuovo altare nel Tempio di Gerusalemme dopo la regalata libertà, loro data dai Greci. Al regno dei quali apparteneva Eretz Israel nel II secolo a.C. Il dominatore greco riteneva di far scomparire la specificità giudaica proibendo la pratica della Torah, ma una rivolta armata guidata da Mattatia, un anziano sacerdote della famiglia degli Asmonei, di Modin, cittadina a nord-ovest di Gerusalemme, permise - secondo Zc 4,6 - la vittoria dello spirito sulla forza brutale che minaccia Israele nella sua vita religiosa e spirituale. La festività dura 8 giorni e la prima sera, chiamata Erev Chanukah, inizia al tramonto del 24 del mese di Kislev.

Il miracolo di Chanukkà è narrato nel Talmud. La festa celebra la sconfitta, per mano di Giuda Maccabeo, dei Seleucidi e la successiva riconsacrazione del Tempio. La festività, durante gli otto giorni, è caratterizzata dall'accensione dei lumi di un particolare candelabro ad otto braccia chiamato chanukiah.

L'olio acceso per riconsacrare il Tempio che sarebbe bastato per 1 giorno ne durò 8

Preghiamo Hashem per  un altro miracolo:

La Liberazione di Ghilad Shalit ! B.H.

 

 

 

Il miracolo della sopravvivenza




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20 settembre 2010

Un sito Internet per convertirsi all'ebraismo

Diventare ebrei. Per scelta. Un fenomeno nuovo e inaspettato. Specie se si considera che l'ebraismo, contrariamente all'Islam e al cristianesimo, non è una religione che tende a fare proselitismo. Eppure le conversioni all'ebraismo sono sempre esistite. E contano anche nomi del cinema come Elizabeth Taylor e Marilyn Monroe o della musica, come Madonna. Secondo un'interpretazione mistica la persona che si converte all'ebraismo possiede un'anima ebraica che sta cercando una casa. In termini pratici chiunque, dopo un adeguato periodo di studio, sia pronto a vivere secondo i principi della halakhà, la legge sacra, può essere convertito e diventare ufficialmente ebreo.
Nei fatti però, molti rabbini, specialmente quelli ortodossi, non solo sono contrari alle attività di proselitismo ma addirittura scoraggiano le conversioni. Charlotte, uno dei personaggi del serial «Sex and the City», bussa per ben tre volte alla porta di una sinagoga di New York, animata dal fermo desiderio di diventare ebrea. Porta che le si richiude puntualmente in faccia. Fino a quando la sua insistenza non supera la diffidenza del rabbino. La scena del telefilm, per quanto fittizia, rispecchia una certa chiusura di una parte delle comunità ebraiche, in genere quanto meno circospetta nei confronti dei nuovi arrivati. Un atteggiamento che ha generato varie polemiche in seno alle comunità americane, specie alla luce dell'ultimo censimento che vede il numero degli ebrei in calo e delle comunità decisamente invecchiate. Anche per via dei figli nati da matrimoni misti che vengono considerati ebrei solo se la madre lo è.
Contro questo rigore si batte il Jewish Outreach Institute di New York che promuove un'educazione ebraica dei figli nati da matrimoni misti. Questione controversa quella delle conversioni, anche perché i rabbini ortodossi non riconoscono la conversione all'ebraismo effettuata da rabbini di altre correnti, considerandole incomplete. Eppure aumentano i casi di conversione. Scelta che per alcuni è un ritorno. Molti infatti sono i casi di persone in Spagna, Portogallo e Brasile di persone che, pur essendo ufficialmente cattoliche, avevano conservato delle abitudini familiari, come l'usanza di accendere candele, retaggio del rituale ebraico. Sono i discendenti dei marrani, ebrei convertiti a forza al cattolicesimo che, ora, tornano alla loro fede di origine.
Il rabbino Celso Kukierkon, che creato il sito convertingtojudaism.org conferma il trend: «Recentemente sempre più persone scelgono di convertirsi all'ebraismo. Conduco diversi seminari all'anno negli Usa e in varie parti del mondo. Molti dei convertiti provengono dal protestantesimo, ma ci sono anche cattolici, seguaci di religioni orientali e anche musulmani. Rimango sempre colpito dalla conoscenza e dalla serietà dimostrata da chi decide di diventare ebreo». Persone di ogni età e ceto sociale. E di ogni provenienza geografica. Perché si registrano nuovi ebrei anche nei posti più impensati come l'Africa o l'India. O la Polonia, come il caso di alcuni bambini, ormai anziani, scampati all'Olocausto e allevati nella fede cattolica.


Gianni Verdeoliva


 




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17 settembre 2010

Molti si domandano per quale motivo c’è tanta commozione la sera di Kippur

Donato Grosser

Molti si domandano per quale motivo c’è tanta commozione la sera di Kippur quanto il chazan intona il Kol Nidre’. Il Kol Nidre’ non è una preghiera. Viene enunciato dal chazan circondato da due maggiorenti della comunità che formano un Bet Din di tre persone. E in qualità di Bet Din, questi tre dayanim cancellano i giuramenti e i voti di coloro che incautamente hanno fatto promesse solenni o dichiarazioni giurate. L’atto di cancellare i giuramenti è molto importante perché giuramenti in vano o in falso sono classificati tra i peccati gravi e nessuno di noi vuole arrivare a Yom Kippur con il peso di questi peccati.

D’altra parte si può obiettare che i giuramenti non sono cosa molto frequente; e allora perché tanta commozione per il Kol Nidre’?

Una risposta la possiamo forse trovare nel leggere il Messillat Yesharim di R. Moshe’ Chaim Luzzatto (Ramchal). Nel quarto capitolo Ramchal scrive che la Teshuva’, la possibilità che l’’Eterno ci ha dato di cancellare i nostri peccati, è un grande atto di misericordia. A rigore di legge quando una persona pecca dovrebbe ricevere la punizione immediatamente, la punizione dovrebbe essere totale e il peccatore non dovrebbe avere nessuna possibilità di riparare il malfatto.

E invece, scrive Ramchal, la misericordia divina da’ tempo al peccatore; egli non viene punito immediatamente, la punizione non è totale e il peccatore ha la possibilità di pentirsi. Con la Teshuva’, l’atto di sradicare il desiderio che ha por tato al peccato viene considerato alla stregua dello sradicamento del peccato stesso. Quando il penitente riconosce il proprio peccato, lo confessa all’Eterno e sente angoscia per il peccato commesso, il rammarico è simile a quello di una persona che si è pentita di aver fatto un voto o un giuramento e si rivolge al Bet Din per annullarlo.

Cosa possiamo imparare dalle parole di Ramchal?

A chi ha giurato o fatto un voto e si è pentito di averlo fatto, il Bet Din chiede: “Avresti fatto il giuramento o il voto se avessi saputo come sarebbe stato difficile mantenerlo”? Se la risposta è “No”, il Bet Din ha la possibilità di dichiarare che il giuramento o il voto è stato fatto per errore e lo annulla.

E così come per un giuramento è possibile ottenerne l’annullamento da un Bet Din terrestre, di Kippur nel partecipare con il chazan nel dire il Kol Nidre’, imploriamo implicitamente che lo stesso trattamento ci venga riservato dal tribunale celeste per i nostri peccati. In questo modo il Kol Nidre’, nato come dichiarazione pubblica di annullamento dei giuramenti e dei voti, è diventato anche una preghiera di tutto Israele.




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13 agosto 2010

Glossario dei termini ebraici





Ab - Abòt
. Padre. Padri

Adar
: Dodicesimo mese del calendario ebraico corrispondente al periodo lunare febbraio-marzo. Sette volte in diciannove anni, con cadenza irregolare, adar si sdoppia creando un tredicesimo mese per riallineare il calendario ebraico (su base lunare) al calendario solare, così che la festività principale, Pèsach, possa essere celebrata sempre in primavera.
‘Alaw ha-shalom: Su di lui sia la pace.
‘Aliyyah (lett. “salita”): Termine comunemente usato per indicare la “salita” a Gerusalemme o in Terra d’Israele; designa anche la salita alla tribuna (bimà) per la lettura in sinagoga. Designa oggi anche l’ immigrazione degli ebrei della Diaspora nella Terra di Israele.
‘Al ha-nissim (lett. “per i miracoli”): Preghiera che si recita il primo giorno di Chanukkà.
Amen (pronuncia yiddish omeyin): “Così sia!” È usato nell’ebraismo, per approvare un’esortazione alla lode ed alla benedizione, oppure per sottolineare un’imprecazione. Questa parola fu più tardi adottata dal cristianesimo e dell’islamismo nelle loro funzioni religiose.
Amorà - amoraim così venne chiamato, al tempo dei Tannaim  in epoca talmudica (dal III al VI sec. e.v.), il "dicitore" in aramaico della Mishna, insegnata dal Tanna in ebraico. Divenne l'appellativo dei rabbini studiosi del Talmud, che appunto commentarono in aramaico la Mishna, dando vita al Talmud. Il periodo di attività degli ‘amoraìm è generalmente diviso in 8 generazioni.

Antisemitismo:
parola coniata nel 1879 da Wilhelm Marr, giornalista tedesco che aveva in odio gli ebrei. L'accezione originaria è "avversione agli ebrei"; oggi ha più il significato di "pregiudizio verso gli ebrei."

Vi piace?
 Questo è solo l'inizio, (siamo appena alla A e molto ce ne sarebbe) 

Molto esteso, rimando all'url
http://www.nostreradici.it/glossario.htm


 




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