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  LiberaliPerIsraele “la libertà dell’Occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme”
 
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9 dicembre 2008

Anche le uniformi hanno una storia

 


Marines in mimetica

Chi ha inventato le uniformi mimetiche? I Boeri, quelli che in Sudafrica fecero vedere i sorci verdi agli inglesi durante la guerra del 1880-81. All’inizio di quel conflitto un comandante britannico aveva dichiarato: “Combatteremo i boeri al mattino e giocheremo a polo nel pomeriggio”, ma le cose andarono ben diversamente e i soldati di Sua Maestà britannica, vestiti nelle loro splendenti divise rosse, ebbero inizialmente la peggio contro i boeri, vestiti di uniformi color kaki, che riuscivano a bersagliare gli avversari da grandi distanze occultandosi facilmente nella savana.

I britannici di Lord Kitchener riuscirono a vincere solo dopo che i famigliari dei valorosi combattenti boeri (donne, bambini, vecchi) vennero rinchiusi in campi di concentramento allo scopo di tagliare i rifornimenti alla guerriglia. Dietro i fili spinati di quei campi morirono più bambini boeri che soldati di ambo le parti, eppure oggigiorno siamo tutti convinti che i campi di concentramento furono inventati da Hitler (chi vince le guerre, si sa, può far credere ciò che vuole).

Prima di allora le uniformi avevano mantenuto i propri colori sgargianti e i pennacchi, i vessilli, i tamburi e i pifferi venivano impiegati con le medesime procedure sia in piazza d’armi che sui campi di battaglia, al duplice scopo di farsi riconoscere dagli amici e di incutere timore nei nemici. Ma dalla guerra anglo-boera in poi ci si rese conto che sul campo di battaglia più ci si mimetizzava e meglio si salvava la pelle.

All’inizio della prima guerra mondiale l’esercito francese combatteva con uniformi di colore rosso-blu, ma un po’ alla volta la guerra di trincea convinse tutti ad adottare uniformi che si mimetizzassero con l’ambiente circostante. Gli italiani ci misero più tempo degli altri a capirlo, pur essendo entrati in guerra un anno dopo, tant’è vero che nel 1915 gli ufficiali guidavano all’assalto i propri reparti indossando la fascia tricolore e brandendo la sciabola, con sommo divertimento dei cecchini austriaci, che ne eliminarono a bizzeffe lasciando senza guida i plotoni, le compagnie e i battaglioni avversari.

Fra le due guerre, invece, furono proprio gli italiani a realizzare progetti d’avanguardia, realizzando il più famoso dei disegni mimetici, quello a macchie larghe che fu adottato prima per le tende e poi per le uniformi dei paracadutisti. Nella seconda guerra mondiale furono le Waffen SS ad utilizzare uniformi mimetiche policrome a piccole macchie, sul tipo di quelle odierne.

Alla fine della seconda guerra mondiale ogni esercito andava fiero del proprio disegno: gli americani avevano il “duck hunter”, gli inglesi il “Denison smock”, i portoghesi il “vertical lizzard”, i francesi l’“horizontal lizard”, precursore del celebre “tiger stripe” utilizzato da molte nazioni nel Sudest asiatico e dagli americani in Vietnam. Successivamente, negli anni ’70 la Germania occidentale utilizzò la “Flecktarn” (poi adottata anche da Belgio, Danimarca e Giappone) e negli anni ’80 gli statunitensi utilizzarono il “woodland pattern”: proprio come nelle collezioni dell’alta moda.

Oggi non c’è esercito al mondo che non abbia le sue uniformi mimetiche policrome, magari di diversi tipi in modo da adattarle ai vari ambienti operativi: urbano, erboso, desertico, boschivo più o meno fitto, montano innevato o non. Ormai la produzione di uniformi mimetiche ha raggiunto livelli di sofisticatezza che rasentano la perfezione. Oddio, non mancano gli eserciti (non diciamo quali) che comprano al risparmio e che si accontentano di uniformi che si strappano al solo guardarle e che sembrano fatte esclusivamente per le parate, ma in genere si tende a perfezionare sempre più sia la robustezza producendo tessuti antistrappo che la sopravvivenza del combattente sul campo di battaglia, trattando le uniformi con sostanze che riflettono i raggi infrarossi e che pertanto rendono difficoltosa la loro scoperta da parte dei sistemi di visione notturna.

Addirittura, anche le più sofisticate tecnologie informatiche vengono impiegate per la scelta dei colori giusti per le uniformi mimetiche. Si utilizzano immagini digitali ottenute dall’osservazione satellitare di determinati terreni e si producono patterns (forme colorate) digitali costituiti da innumerevoli pixel, come quelli degli schermi televisivi. A questo proposito, è famosa la cosiddetta “digimarpat” (abbreviazione di digital marines pattern) dei marines statunitensi, per disegnare la quale sono stati utilizzati complessi algoritmi matematici come le equazioni frattali che hanno consentito di ottenere una trama che non ripete mai il medesimo agglomerato di pixel sulla stessa uniforme.

Anche le truppe russe e quelle georgiane che nell’agosto 2008 si sono scontrate nel Caucaso indossavano le proprie uniformi mimetiche. Ma quelle russe hanno dato luogo ad una singolare polemica. E’ accaduto che non appena le foto dei soldati russi hanno cominciato a girare il mondo, qualcuno in Finlandia ha sgranato gli occhi esclamando: “Ma quelle sono le nostre uniformi!”. Ellen Barry, sull’International Herald Tribune del 24 novembre, si è chiesta: “I russi sono andati in guerra con un mascheramento rubacchiato in Finlandia?”.

La questione è più delicata di quanto possa sembrare: attualmente le autorità finlandesi stanno esaminando accuratamente le fotografie dei soldati russi in Georgia per verificare se le uniformi moscovite abbiano effettivamente utilizzato il cosiddetto M/05, un pattern particolare formato da varie gradazioni di verde, ricavato da immagini digitali delle foreste finniche. Di questo pattern i finlandesi detengono il copyright, che è legalmente protetto su tutto il territorio dell’Unione Europea (e quindi non in Russia). D’altra parte, si sa che l’Europa trova difficoltà ad attuare una valida politica di sicurezza e difesa, ma a tutelare il copyright di un modello di tuta mimetica ci arriva benissimo.

I russi, ovviamente, smentiscono e rilanciano l’accusa nel campo opposto. Un portavoce del ministero dell’interno di Mosca ha dichiarato alla Komsomolskaya Pravda che le forze armate russe non si sono mai sognate di rubare l’idea ai finlandesi, e che probabilmente sono proprio quest’ultimi ad avere inventato questa storia al solo scopo di pubblicizzare il loro prodotto. Dmitri Rybakov, vice direttore della “Chaikovsky Textile”, una ditta che fornisce le uniformi alle forze armate russe, ha così commentato: “Abbiamo un centinaio di tipi diversi di mimetizzazione, perché mai dovremmo rubare quella finlandese?”. Da parte sua Eero Karhuvaara, portavoce dello stato maggiore di Helsinki, ha dichiarato: “Se le truppe del ministero dell’interno russo dovessero invadere la Finlandia, avremmo dei problemi”.

Ma se le cose andranno come nel 1939, quando la Russia attaccò la Finlandia, i problemi ce l’avranno i russi.

Giovanni Marizza - L'Occidentale


9 dicembre 2008

“BASTA CON QUESTI POVERI STORPI ARRIVATI IN ITALIA PER MENDICARE”

 

Ma cosa è divenuto il nostro paese, forse la Corte dei miracoli di Parigi?

Quando arriverà il momento che si metterà uno stop all’entrata di immigrati, specie dei romeni?

Possibile che chi di dovere non sia capace di frenare questa invasione di falsi, che falsi poi non sono, storpi, sciancati, monchi, arti amputati?

I romeni spezzano gli arti ai bambini e poi li portano in Italia per chiedere l’elemosina e li troviamo , ogni giorno, agli incroci delle nostre città, ai semafori. Storpi, sciancati, donne e uomini vecchi con le mani protese, per ricevere qualche centesimo che, però, non sarà mai loro , bensì dovranno, ogni sera, versarlo nelle mani del loro padrone. Arrivano, a volte , ad incassare fino a 150 euro al giorno, il saldo di una giornata di carità spesa zoppicando 12ore tra semafori e tubi di scarico delle auto.

A Milano sono circa un centinaio questi poveri disgraziati , meno a Roma, Torino, Bologna e Firenze e man mano che si scende lungo lo Stivale spariscono. In verità nessuna traccia di loro al Sud. Arrivano quasi tutti dallo stesso Paese: Bacau, ai piedi dei Carpazi, capoluogo dell’omonimo distretto, uno dei 41 della Romania.

Vi è una leggenda assai triste, che tanto leggenda non è, racconta che per tanti nomadi della zona di etnia rom, sia consuetudine “rompere” i bambini, così fanno più pena e rendono molto di più. Queste povere creature sono prestate, affittate, addirittura rubati con la violenza. I genitori di questi infelici lucrano sui propri figli come se fossero solo merce da barattare.

Chi si occupa della sistemazione degli storpi sono mercanti di schiavi con passaporto comunitario. Vestiti laceri, scarpe sfondate e stampelle, pietosi occhialini sbilenchi e cappello cencioso per quelli emaciati, sdentati, barbe lunghe e capelli canuti anche se non superano la quarantina.

Sono tutti tenuti prigionieri in fabbriche abbandonate , casolari di periferia, magazzini in disuso e lì si dorme la notte. Per il vitto si recano alla Caritas e varie opere pie ove un piatto di minestra e un pacco di biscotti è sempre pronto per loro.

Vedendo questi poveri esseri che di umano non hanno quasi più nulla, ci si chiede perché il governo non prende provvedimenti drastici e li rimanda al loro paese, anzi non dovrebbero neppure entrare?

D’accordo che noi, ormai, siamo divenuti servi dell’UE, dobbiamo ubbidire come dei bravi soldatini, però perché in Belgio questo “belvedere” non esiste, ma solo noi dobbiamo accettarlo?

E’ vergognoso che le nostre città siano contaminate in tal modo, tra malattie, sporcizia e atti criminosi i romeni si sono piazzati in casa nostra e non se ne andranno neppure con la forza.

Hanno ragione, dove possono fare i loro porci comodi se non in Italia ove le condanne per reati come furti ( e ne fanno tanti e sempre solo loro) e omicidi per ubriachezza non sono messe in atto?

Siamo uno stato democratico, ma questa benedetta democrazia che ha portato sino ad ora?

Cogitate, gente, cogitate e vi renderete conto che i casi sono due:”O non siamo stati capaci di metterla in atto, o la democrazia non è fatta per un popolo latino.”

Razzisti non si nasce, lo si diventa vedendo ciò che succede intorno a noi!

ERCOLINA MILANESI


9 dicembre 2008

GB: Bin Laden diventa un ... gioco della Lego

  

L'azienda danese prende le distanze 




Avete in mente gli omini delle costruzioni Lego? Nel Regno Unito la ditta Brick Arms ha pensato di commercializzare, per Natale, un kit apposito con tanto di turbante e armamento, granate e fucili inclusi, per trasformare i pacifici eroi dei mattoncini in terribili terroristi islamici, Osama Bin Laden incluso. Diverse le proteste nei negozi di giocattoli inglesi. La filiale Lego della Gran Bretagna ha preso le distanze da queste creazioni.

Brick Arms è una ditta specializzata nella produzione di accessori bellici per le costruzioni Lego, mai riconosciuta dalla casa madre. Nel suo catalogo di prodotti sono stati inseriti anche gli accessori per equipaggiare un generale nazista delle SS.

Mohammed Shaffiq, dell'organizzazione islamica Fondazione Ramadan, definisce i giocattoli "assolutamente disgustosi" e aggiunge: " E' una glorificazione del terrorismo, chi le ha prodotte dovrebbe vergognarsi". Edie Friedman, direttore del Concilio ebraico per l'equità raziale, commenta che i Lego "nazisti" sono decisamente fuori luogo viste anche le numerose tensioni che possono provocare.

La filiale britannica del Gruppo danese Lego ha emesso un comunicato nel quale prende le distanze dall'iniziativa commerciale. "Brick Arms non è autorizzata dalla Lego a produrre accessori per i suoi giochi, nè a utilizzarne il logo", tuona la storica azienda di giochi per bambini.


9 dicembre 2008

Un terzo della popolazione spagnola discende da ebrei e musulmani

 

Mezzo millennio dopo, l'Inquisizione spagnola, nata in particolare per distruggere l'influenza ebraica nel paese, registra oggi una imprevista sconfitta: secondo uno studio condotto da una equipe internazionale di esperti di genetica un terzo della popolazione spagnola ha fra i suoi antentati convertiti ebrei e musulmani sfuggiti alle persecuzioni degli inquisitori.
Per l'esattezza, secondo lo studio condotto dalle universita' inglese di Leicester e spagnola di Barcellona, il 20% discende dagli ebrei sefarditi che arrivarono in Spagna dal Medio Oriente nei primi secoli dopo Cristo e l'11% dai 'mori' che occuparono la Spagna per quasi otto secoli a partire dal 711. Gli uni e gli altri furono vittime di epurazioni e massacri, cui sfuggirono convertendosi al cristianesimo.
Nel 1492 l'editto di Granada dei Cattolicissimi Ferdinando e Isabella di Aragona e Castiglia impose l'espulsione degli ebrei non convertiti. Lasciarono la Spagna 160.000 dei 400.000 membri delle importanti e influenti comunita' ebraiche di Siviglia, Granada, Vallodlid, Barcellona. Chi rimase dovette convertirsi. Molti di questi 'marrani' continuarono pero' a seguire in segreto la loro religione, cadendo spesso nelle mani dell'Inquisizione, vittime della dilagante ''limpieza del sangre'', la 'purezza del sangue'. L'editto venne revocato solo 4 secoli dopo.
Nel 1609 tocco' ai discendenti dei musulmani ricorda El Pais: centinaia di migliaia di 'moriscos' vennero a loro volta stradicati e espulsi in seguito all'editto di re Felipe III, che svuoto' i ghetti arabi di Valencia e Andalusia.
Ricercatori britannici, spagnoli, portoghesi, francesi e israeliani hanno partecipato allo studio delle caratteristiche genetiche di un campione di 1140 abitanti di 18 aree della Spagna, delle Baleari e del Portogallo, accostate a quelle ritenute caratteristiche della comunita' sefardita e della popolazione nordafricana.
La mappa della ''Spagna delle tre culture'' pubblicata dal quotidiano El Mundo sulla base dei risultati della ricerca, segnala una piu' forte presenza di discendenti delle comunita' arabe ed ebree nella parte orientale della Penisola Iberica. Nel piccolo principato delle Asturie, nel nord-est della Spagna, gli abitanti con elementi genetici sefarditi sono numerosi quanto quelli 'iberici' (le caratteristiche montuose dell'area hanno forse offerto un migliore rifugio ai 'marrani'). Forte la loro presenza anche in Aragona, in Estremadura (come nel Portogallo meridionale) ed a Ibiza, mentre i discendenti dei 'moriscos' sono piu' numerosi in Galizia, nella Castiglia orientale o a Minorca. Le regioni piu' 'monoetniche' sono invece la Catalogna e i Paesi Baschi.


8 dicembre 2008

Iran, per vendetta impiccato a metà

 

Gente di una ferocia inaudita, non so nemmeno come una religione possa permettere certe cose, nemmeno i barbari, è poi dicono che è una religione giusta? E' fanatismo, inciviltà, non una cultura!
Come fai a dare l'energia nucleare a gente del genere?
 

 

 

Un uomo condannato a morte in Iran è stato lasciato pendere a lungo dalla forca prima di essere deposto ancora vivo, ma con probabili danni irreversibili al cervello e alla spina dorsale, per volere dei familiari della vittima, che hanno accettato denaro per salvarlo solo in extremis. L'episodio è avvenuto ieri a Kazerun, città nel sud del Paese, secondo quanto scrive l'agenzia Irna, che titola la notizia "dolce epilogo di una esecuzione". Un epilogo arrivato in realtà dopo che il condannato, secondo la stessa agenzia, era rimasto appeso "per alcuni minuti".

Un tempo sufficiente per subire danni irrimediabili. Il procuratore della Corte rivoluzionaria di Kazerun ha detto che l'uomo è stato ricoverato in ospedale, ma non ha fornito particolari sulle sue condizioni. In un analogo episodio avvenuto lo scorso anno a Bandar Abbas, vicino allo Stretto di Hormuz, il condannato aveva riportato danni irreversibili al cervello, dopo essere stato lasciato appeso per alcuni secondi. Secondo i dettami della legge islamica vigente in Iran, il condannato a morte per omicidio ha salva la vita se i famigliari della vittima gli concedono il 'perdono', in cambio di un risarcimento in denaro.

 I congiunti dell'ucciso che decidono di fermare l'esecuzione lo fanno normalmente nei giorni precedenti, o in alcuni casi fino a pochi istanti prima, quando il condannato è già sul patibolo con la corda al collo. Ma in questo caso, evidentemente, i parenti della vittima hanno voluto assaporare la sofferenza del condannato, prima di fermare l'esecuzione e intascare il denaro. L'agenzia Fars dà intanto oggi notizia di altre tre impiccagioni, queste portate a compimento, avvenute a Shahr-e-Kord, nell'ovest dell'Iran, nei confronti di altrettanti uomini condannati per omicidio.

Esecuzioni che portano ad almeno 226, secondo notizie di stampa, il numero delle persone messe a morte a partire dall'inizio dell'anno nella Repubblica islamica, dove la pena capitale è prevista, oltre che per l'omicidio, per una serie di reati, tra i quali la rapina a mano armata, la violenza carnale, il traffico di stupefacenti, ma anche l'adulterio, l'omosessualità e l'apostasia. Secondo dati di Amnesty International, nel 2007 sono state 317 le esecuzioni capitali in Iran, che si è piazzato così al secondo posto dopo la Cina nella graduatoria dei Paesi con il più alto numero di persone messe a morte. Alberto Zanconato


8 dicembre 2008

Pilllole di Israele

  

Rassegna magra, oggi e senza una notizia centrale. Da Israele troviamo l’eco (sul Corriere della sera e su Repubblica) della dura condanna del primo ministro dimissionario Olmert alle violenza commesse sui palestinesi dagli abitanti ebrei ultranazionalisti della casa sgomberata a Ebron: “un vero e proprio pogrom”, “di cui mi vergogno”. La riflessione sul peso strategico e sul “pericolo per la democrazia” dei gruppi estremisti ebraici in Cisgiordania non si è ancora diffusa nell’ebraismo della diaspora; ma bisogna prenderne atto.
Sempre da Israele, lo Herald Tribune dà notizia dei conflitti e delle polemiche che si sono accese su alcune scelte urbanistiche: l’abbattimento di alcune case arabe costruite abusivamente su un’area destinata a diventare parco archeologico a Silwan, l’allargamento della strada che dalla città di David porta giù nella valle verso Bustan, l’espulsione di una famiglia da un altro quartiere di Gerusalemme Est scatenano la polemica palestinese, che descrive questi episodi (separati e distinti secondo il giornale americano) come parti di un piano di appropriazione etnica della parte orientale della città, suscettibile di impedire quel tassello della “soluzione a due stati” che sarebbe una capitale palestinese a Gerusalemme Est.
La Stampa e Il Messaggero riprendono un’altra polemica, quella sul blocco della navi che vari stati o entità politiche hanno impegnato nelle ultime settimane per rompere il blocco di Gaza. Dopo aver lasciato passare il gruppo di “Free Gaza”, la marina israeliana ha fermato qualche giorno fa una nave libica e si propone di fare lo stesso con una che viene dal Qatar, attualmente a Cipro. La polizia israeliana ha inoltre sequestrato a Jaffa un battello noleggiato da organizzazioni arabo-israeliane, su cui si proponevano di navigare verso Gaza militanti e anche parlamentari dei partiti arabo-israeliani, violando fra l’altro una norma che impedisce a cittadini israeliani di entrarvi.
Se si riflette che si tratta di imbarcazioni molto piccole, capaci di portare alcune tonnellate di materiale al massimo, cioè per una popolazione di un milione e mezzo di abitanti qualche grammo a testa, si capisce che non si tratta di un vero problema di aiuti, ma di un caso politico-propagandistico. Chi si impegna in queste azioni vuole stabilire il principio della libera importazione di uomini e mezzi a Gaza. Il che non sarebbe certamente un male, se Gaza fosse un luogo normale. E’ invece la più grande base terrorista del mondo, il cui potere dominante (Hamas) usa i canali commerciali che ha, i famosi tunnel sotto al confine con l’Egitto, non per importare il cibo che non manca, come ha dichiarato l’Autorità Palestinese, ma armi, razzi, esplosivi. Il blocco navale israeliano serve a impedire o almeno a limitare che questo commercio comprenda armi pesanti. Chi lavora per rompere il blocco vuole che Hamas abbia armamento pesante e quindi pone le premesse per una guerra più dura.
Che le manifestazioni contro il blocco abbiano carattere esplicitamente propagandistico, lo ammette anche l’articolo del Messaggero, come sempre sbilanciato in senso anti-israeliano. Leggete queste righe, in cui emerge il modo in cui è organizzata la propaganda di Hamas: “Eppure il leader del Comitato popolare palestinese contro l'assedio Jamal al-Khudari, 55 anni, non ammaina la bandiera. «Continueremo a organizzare altre navi, altri aiuti umanitari. Il blocco israeliano sarà spezzato». […] Parlamentare indipendente eletto per la prima volta nel 2006, poi ministro delle Telecomunicazioni nel primo governo di Ismail Aniyeh, al-Khudari ha conseguito notorietà mediatica internazionale con la chiusura dei valichi fra Israele e Gaza seguita al colpo di mano di Hamas contro I'Anp, nel giugno 2007. Da allora è in prima fila per attirare l'attenzione mondiale sulle drammatiche condizioni della gente di Gaza. E stato lui ad ideare un anno fa una marcia di bambini palestinesi con le candele accese, quando Gaza - come anche oggi - era rimasta senza corrente elettrica. Poi, fra le dune di sabbia, ha eretto con lapidi di cartone «un cimitero delle aziende», chiuse con l'isolamento della Striscia. A Gaza City ha eretto una grande lapide in memoria dei malati deceduti negli ospedali per la insufficienza di cure; ha anche organizzato una grande catena umana di palestinesi dal valico di Rafah (Egitto) a quello di Erez (Israele).” Vale la pena di ricordare che le foto della manifestazione coi bambini con le candele furono smascherate come una messinscena: sullo sfondo si vedevano lampioni e vetrine illuminate…
Sempre su Israele, da leggere il reportage di Francesco Battistini (Corriere della sera) sulla grande popolarità del vincitore del Grande Fratello israeliano, e probabile candidato del Likud alle prossime elezioni: un mizrahi ruspante, autoironico e vitale. Tornando a temi più seri, segnalo l’articolo sulla Stampa in cui si dà conto del primo discorso di politica estera di Obama neo-eletto: una politica centrata su un rafforzamento dell’impegno in Afganistan, sulla permanenza di truppe in Iraq, sulla politica “del bastone e della carota” con l’Iran, assai diversa dalle speranze di rovesciamento del posto americano nel mondo nutrita da molti che in Europa facevano il tifo per Obama durante la campagna elettorale.
Importante infine l’analisi di Mathias Kunzel sul Wall Street Journal: a partire dal caso di un istituto contro l’antisemitismo di Berlino, il quale ha deciso che il vero antisemitismo è oggi l’”islamofobia” e che quindi non bisogna denunciare – poniamo – le politiche di distruzione di Israele dell’Iran, ma chi le condanna (e quindi è “islamofobo”), Kunzel conduce un’analisi importante sui rischi del “politically correct” dominante nella politica europea e in molti ambienti accademici.

Ugo Volli u.c.e.i.

 
 


8 dicembre 2008

Par condicio

 

In Italia Tettamanzi chiede le moschee per i fratelli musulmani,
 
In Indonesia i musulmani chiedono le teste dei fratelli cristiani




Foto:

A Christian Girl beheaded in Indonesia by Muslims. Muslims consider it a holy duty to kill Christians, Buddhists, Jews who refuse to abjure their religion and embrace Islam, as commanded by the Quran




8 dicembre 2008

Islam/ Mecca, misure eccezionali per lapidazione Satana

 300mila pellegrini ogni ora a turno su ponte a 3 piani



Memori delle tragedie del passato, le autorità saudite hanno predisposto eccezionali misure per garantire la sicurezza dei pellegrini devono compiere il rito della lapidazione di Satana previsto per oggi, atto culminante del pellegrinaggio nella città santa. Negli ultimi anni la calca per il rito della lapidazione previsto per oggi ha provocato numerosi morti: 364 nel 2006, 251 nel 2004 e 1.426 nel 1990

I giornali locali danno notizia stamane del dispiegamento di "un soldato ogni due metri" per prevenire nuovi incidenti e garantire l'ingresso e al deflusso ordinato dei fedeli su un enorme ponte a quattro livelli. I pellegrini compiono oggi il rito che consiste nel lanciare 21 pietre sulle tre steli che simboleggiano il diavolo.

Il quotidiano locale al Watan illustra le caratteristiche del nuovo ponte che è stato costruito nel 2006 dopo la tragica calca che costò la vita a 364 pellegrini. Quattro piani 'larghi 15 metri' sui quali confluiranno "300mila fedeli ogni ora a turno": 100mila al piano terreno; 80mila al primo piano; 60mila al secondo e al terzo. 14 ingressi e altrettante uscite dovrebbero garantire un ordinato flusso. 300 telecamere a circuito chiuso "controlleranno i movimenti nella zona della Jumrat (lapidazione)". Una centrale operativa provvederà a trasmettere le immagini agli accampamenti delle tende dei pellegrini su schermi giganti messaggi audio e visivi in varie lingue. E "per non intralciare il flusso dei pellegrini", i Vip, ovvero "personalità e capi di stato stranieri", utilizzeranno "il tunnel sotterraneo 'Re al Faisl'".

A causa del caro prezzi applicato quest'anno dalle agenzie soprattutto per i pellegrini locali - stimati in 1,75 milioni di persone - molti Hajji (pellegrini) "per evitare il pagamento della tasse prevista" avrebbero trovato soluzioni di fortuna per il loro soggiorno entrando alla Mecca "abusivamente". Al Watan, dà notizia di varie "rimozione di accampamenti di fortuna abusivi che mettevano a rischio la sicurezza" di un regolare svolgimento del rito religioso.

Per la prima volta, "10 vettori elettrici sono stati messi a disposizione per gli anziani e i malati": ogni mezzo con una capienza di 14 persone "garantisce il trasporto di 500 pellegrini all'ora". "Quattro torri dotate ciascuna di 4 ascensori" renderanno meno faticoso la salita al terzo piano.

Oggi, al termine del rito della lapidazione, i fedeli torneranno alla grande moschea della Mecca per un "giro d'addio" alla Kaaba. Secondo il Corano, il fedele musulmano deve compiere l'Hajj almeno una volta nella sua vita, se ne ha i mezzi.


8 dicembre 2008

La portentosa epopea dello stato d'Israele

 

“Tredici lezioni per diventare ebrei. S’intitolava così uno dei libri più venduti lo scorso anno in Cina dove, nello stesso periodo, andava a ruba un manuale di galateo per comportarsi a dovere con nuove conoscenze di religione ebraica. Le ragioni di tanto interesse con ogni probabilità affondano le loro radici in questioni d’affari più che di cultura. Ma il boom degli ebrei nel paese del Sol levante è un’ulteriore conferma di una costante sovraesposizione mediatica dell’ebraismo a livello internazionale. “Una pubblicità ottima”, chiosa con un sorriso Vittorio Dan Segre che proprio con il caso cinese ha concluso il suo intervento al Moked di Parma.
Classe 1923, Segre ha contribuito alla nascita dello Stato d’Israele. Ex-diplomatico, ex-militare, docente di Relazioni internazionali in università prestigiose – da Oxford alla Bocconi al Mit di Boston – fondatore a Lugano dell’l'Istituto di studi mediterranei, giornalista e scrittore (suo l’autobiografica «Storia di un Ebreo fortunato»), Vittorio Dan Segre rifugge da ogni previsione apocalittica sia sull’ebraismo sia su Israele. E professa invece un convinto ottimismo che di questi tempi sembra diventato merce rara.
Professor Segre, perché gli ebrei sono oggi così di moda?
Perché siamo al tempo stesso il simbolo dell’altro e la speranza della sua soluzione. Israele ha infatti realizzato un sistema d’integrazione, non solo nei confronti degli ebrei, che gli ha consentito di assorbire nel paese immigrati dal terzo e dal quarto mondo facendo dell’immigrazione una forza e non un peso. Da questo punto di vista siamo un modello.
Eppure l’immagine di Israele all’estero non è così positiva.
Invece di proporre gli aspetti post moderni dell’esperienza israeliana, quale ad esempio la questione dell’integrazione o lo sviluppo tecnologico e scientifico, la rappresentazione mediatica preferisce soffermarsi sull’elemento dell’ortodossia ebraica e dunque su quell’aspetto dell’ebraismo che è stato oggetto di distruzione con la Shoah e che oggi rappresenta un anacronismo.
I motivi di questa focalizzazione?
E’ molto più comodo mettere in secondo piano i successi e la modernità che fanno d’Israele un modello e puntare invece su una tradizione immobile. Diciamo poi che nel caso del mondo arabo o palestinese entra in gioco anche l’invidia per i risultati che siamo riusciti a raggiungere partendo dal nulla.
Anche da parte ebraica c’è però una sorta di ritrosia a lodare troppo Israele.
E’ un atteggiamento di falsa umiltà per cui si cerca di sminuire il dato positivo e si mettono in luce gli errori. La realtà è che l’evoluzione d’Israele è portentosa al punto che noi che l’abbiamo visto nascere non riusciamo davvero a rendercene conto. Accade per Israele come per la Shoah: è una storia troppo grande per essere compresa da una sola generazione. Si deve lasciar decantare con il tempo l’epopea dello Stato e la tragedia dell’Olocausto. Solo allora si potrà cercare di capire.
Quanti hanno assistito alla nascita dello Stato d’Israele oggi spesso stigmatizzano il suo essere divenuto uno stato come tutti gli altri.
Non riescono più a riconoscersi in Israele perché il loro Israele era il paese di un’epopea messianica che non poteva però essere realizzata nel giro di poche generazioni.
Uno dei motivi di critica sta nella presunta caduta di valori della società israeliana.
E’ un tema di cui si dibatte molto anche in Israele. Va però sottolineato che quella israeliana è una società di straordinaria forza che oggi non è affatto rappresentata dalla sua dirigenza.
Che funzione ha l’ebraismo diasporico nei confronti d’Israele?
Ha uno straordinario senso storico, ideale, religioso e morale perché porta un messaggio di grande rilievo di cui Israele è uno degli elementi importanti. In questo senso la Diaspora ha una responsabilità notevole nei confronti di se stessa e dell’umanità.
Come vede il futuro dell’area mediorientale?
Non dobbiamo mai dimenticare cosa comporta l’emergere di una nuova sovranità in una zona politico strategico così compatta come il Medio oriente. Fatti di questo tipo creano sconvolgimenti di portata molto profonda nell’ecologia politica di qualsiasi zona. Basti pensare alle ripercussioni della nascita dello Stato italiano. L’epopea israeliana non poteva risolversi in tempi ridotti.
E la pace?
La pace già esiste con un numero notevole di vicini. La pace però si conclude con un altro stato. Ora il problema è lo scontro in atto tra un popolo e uno stato. Si tratta di una situazione che contiene in sé elementi rivoluzionari e distruttivi. L’esistenza di uno Stato palestinese è dunque una necessità: non un pericolo.



Daniela Gross ucei


8 dicembre 2008

L’Ascensore del tempo di Gerusalemme conquista le fiere turistiche

 Prossimi appuntamenti Josp e Bit 


L’Ascensore del tempo di Gerusalemme continua a conquistare le più grandi fiere turistiche. Durante il Josp, il Festival del Turismo Religioso che avrà luogo presso la Fiera di Roma dal 15 al 18 febbraio 2009 così come durante la prossima Bit dal 19 al 22 febbraio 2009, l’Ascensore del tempo di Gerusalemme offrirà uno spettacolo di cinema digitale. Una joint venture tra il Ministero del Turismo d’Israele, la Municipalità di Gerusalemme e l’Ascensore del tempo di Gerusalemme darà l’opportunità ai visitatori di rivivere la storia di Gerusalemme da protagonisti e non solo da semplici spettatori. Attraverso un viaggio di 5 minuti, i visitatori potranno rivivere episodi biblici come il confronto tra il profeta Geremia ed il Re Zedechiah e la distruzione del Primo e del Secondo Tempio di Gerusalemme, per rivivere poi il momento della conquista romana, la nascita del cristianesimo, la conquista dell’Islam e la presenza di esso sulla Terra Santa ed infine la fondazione del moderno Stato d’Israele.


8 dicembre 2008

Sempre più i giornalisti online incarcerati nel mondo

  

Abdel Karim 

Suleiman, an Egyptian blogger, is one of 56 online journalists jailed worldwide. (Reuters)

“Reflecting the rising influence of online reporting and commentary, more Internet journalists are jailed worldwide today than journalists working in any other medium.” Lo annuncia il rapporto annuale curato dal Committe to Protect Journalists (CPJ), il quale specifica che il “45 percent of all media workers jailed worldwide are bloggers, Web-based reporters, or online editors” - pur se la cifra complessiva dei giornalisti incarcerati nel mondo è diminuita di due unità, rispetto ai 125 del 2007. La classifica è guidata dalla Cina, con 22 giornalisti attualmente in galera, seguita da Cuba (21), Burma (14), Eritrea (13), Uzbekistan (6).

Se certo è preoccupante avere qualcuno dietro le sbarre per il solo diritto a fare informazione, ancor più lo è sapere che il triste primato ora spetta a chi produce variamente informazione online. Non a caso tra le varie inziative tese a tutelare queste attività, recentemente è stata lanciata la Global Network Initiative, comprendete CPJ, aziende Internet quali Yahoo e Google, gruppi a sostegno dei diritti umani, entità governative e altri soggetti onde stabilire delle linee-guida internazionali contro le repressioni governative online.

Peccato che la notizia non sembra ricevere grande attenzione tra gli stessi media, soprattutto nel nostro mondo occidentale: già, tanto sono gli “altri” i colpevoli. Di certo non compare nella paginona di Google News, e una ricerca ad hoc produce risultati striminziti. (Non oso neppure provare nell’ambito italico, ma tanto si sa, io sono prevenuto :). Se n’è invece appena occupata DemocracyNow!, con un servizio inclusivo di breve intervista con Antony Loewenstein, autore di “The Blogging Revolution“, libro apparso un paio di mesi fa in cui documenta in presa diretta le persecuzioni e censure continue subite dai blogger in Paesi come Iran, Egitto, Siria, Saudi Arabia Saudita, Cuba e Cina.

Eppure un importante contributo verso la soluzione di simili scenari è proprio parlarne e discuterne, riprendere e rilanciare la notizia, online e offline - vabbè, per ora affidiamoci al tam-tam del web….


Antonio Parrella


8 dicembre 2008

India: si fa presto a dire al Qaeda

 

oltre 150 morti e 300 feriti
di Giovanni Porzio

La linea di controllo su cui sono attestate le truppe di Islamabad e di New Delhi attraversa il greto del Jhelum, fiume che da Srinagar scende fino a Muzaffarabad, capoluogo dell’Azad Kashmir, il «Kashmir liberato» in territorio pachistano. È in queste valli anguste e isolate, sovrastate da montagne accessibili solo a piedi, che Azam Amir Qasab, l’unico componente del commando di Mumbai catturato vivo, ha ammesso di essersi addestrato con i suoi compagni del Lashkar-e-Taiba, l’Esercito dei puri, prima di imbarcarsi a Karachi per compiere l’eccidio di fine novembre. Obiettivo: sabotare il processo di distensione tra le due potenze nucleari del subcontinente e spostare il fronte della jihad a oriente, tra i 150 milioni di musulmani indiani.
È un piano che i due governi e le diplomazie tenteranno con ogni mezzo di far deragliare. George W. Bush ha inviato Condoleezza Rice a New Delhi e il Pakistan è in cima alla lista delle priorità di politica estera di Barack Obama. Ma che ha già ottenuto il risultato di mettere a nudo contraddizioni e difficoltà della guerra al terrorismo nel triangolo dell’integralismo islamico, che dalle pianure afghane del- l’Helmand e dai santuari qaedisti delle aree tribali pakistane allunga la sua ombra mortifera fino ai contrafforti himalayani del Kashmir.
L’efficienza militare del commando, il livello di preparazione e la simultaneità degli attacchi non sembrano lasciare dubbi sull’identità degli esecutori materiali della strage. Il Lashkar-e-Taiba aveva già colpito nel 2001 (attentato al parlamento di Delhi) e, proprio a Mumbai, nel 2006 (200 morti alla stazione ferroviaria e nella metropolitana). E quasi certamente ha operato in stretta collaborazione con basisti e miliziani locali affiliati ai mujahiddin indiani, emanazione del fuorilegge Movimento degli studenti islamici, che negli ultimi anni ha rivendicato decine di attentati con centinaia di vittime a Delhi, Bangalore, Jaipur e Ahmedabad.
Ma non è affatto certo che abbia agito su istigazione di Al Qaeda. Anzi, Cia, intelligence britannica e servizi segreti russi tendono a scartare l’ipotesi di un ruolo attivo dell’organizzazione di Osama Bin Laden. «Gli attentatori condividono l’ideologia del gruppo di Bin Laden» dice a Panorama Rohan Gunaratna, l’esperto di antiterrorismo che ha coordinato il lavoro delle Nazioni Unite su Al Qaeda e che ora dirige il Centro sulla violenza politica e il terrorismo di Singapore. «È probabile che Al Qaeda abbia ispirato la scelta di obiettivi iconici come il Taj Mahal e lo stile di un attacco ad alto effetto spettacolare. Tuttavia, da questo non si può concludere che abbia avuto rapporti diretti con gli autori del massacro».
Dall’Iraq all’Indonesia la capacità operativa di Al Qaeda è stata fortemente ridimensionata. La sua struttura di comando, braccata sulle montagne al confine afghano-pachistano, è stata decimata. Però il marchio e l’ideologia di Al Qaeda sono stati adottati da una galassia di gruppi armati che, nel Maghreb come in Somalia o alle estreme propaggini dell’arcipelago filippino, ne hanno mutuato le tecniche terroristiche e le finalità eversive.
«Attaccare obiettivi come i grandi alberghi è più agevole che colpire le forze dell’ordine o le ambasciate» osserva Gunaratna. «Il significato profondo degli attentati a Mumbai sta nell’ascesa del terrorismo islamico in Asia in un periodo in cui i gruppi operanti in Medio Oriente sembrano indeboliti. La minaccia è talmente forte che spingerà i governi di Delhi e Islamabad a una più stretta collaborazione». È una sfida dall’esito incerto.
Il premier indiano Manmohan Singh e il neopresidente pachistano Ali Zardari hanno un comune interesse: disinnescare la bomba a orologeria del fondamentalismo islamico che dall’Afghanistan sta tracimando nel subcontinente. In India, dove nonostante il boom economico centinaia di milioni di contadini vivono ancora in abietta povertà, i conflitti sociali e religiosi si sono acutizzati. I maoisti del Movimento naxalita si sono consolidati nel Bengala occidentale e guadagnano consensi nelle zone rurali dell’Andhra Pradesh e sugli altopiani centrali. Fra i musulmani, 14 per cento della popolazione, i seguaci degli imam radicali trovano terreno fertile per diffondere appelli alla guerra santa: per liberare il Kashmir e liberarsi dal «giogo induista e dell’Occidente».
In Pakistan le 27 mila madrase wahabite continuano a sfornare legioni di seminaristi votati al martirio e l’intera regione ai confini afghani, il «pashtunland» dove si nascondono Bin Laden e Ayman al-Zawahiri, è di fatto governata dai talibani, dai jihadisti pachistani e da Al Qaeda.
A Quetta, capoluogo del Baluchistan, migliaia di seguaci del mullah Omar frequentano moschee e scuole coraniche (in particolare la madrasa Shaldara, diventata il loro quartier generale), mentre la società di produzione al-Sahab, da anni il principale strumento mediatico di Al Qaeda, diffonde sul web i proclami di Bin Laden e i videoclip che esaltano le imprese dei mujahiddin, decapitazioni e sgozzamenti di ostaggi inclusi. Nelle aree tribali, dal Waziristan alle catene montuose delle province del nord-ovest, dal corridoio di Bajaur alla valle dello Swat (dove l’ennesima autobomba, l’1 dicembre, ha ucciso nove civili), i 100 mila soldati schierati da Islamabad sono nel mirino dei movimenti armati sostenuti da settori deviati dell’Isi, l’intelligence militare.
L’Isi è il principale accusato della strage di Mumbai: da sempre foraggia e addestra i gruppi islamici antiindiani, dal Lashkar-e-Taiba in Kashmir all’Harkat ul-Jihad ul-Islami in Bangladesh; i suoi agenti sono in contatto con Baitullah Mehsud, il leader talibano del Waziristan ritenuto responsabile dell’assassinio di Benazir Bhutto, e sono sospettati di avere organizzato l’attentato di luglio all’ambasciata indiana di Kabul. Il nuovo capo di stato maggiore, Pervez Kayani, ha cercato di riprendere il controllo dell’Isi nominando al suo vertice, a settembre, il generale Ahmed Pasha. Ha poi intimato agli ufficiali di lasciare i posti che occupano nell’amministrazione civile.
Ma il potere, in Pakistan, è ancora in mano all’esercito e agli apparati di sicurezza, che attraverso quattro fondazioni e tre imprese controllano un giro d’affari pari al 6 per cento del pil nazionale (banche, assicurazioni, servizi, energia, costruzioni, trasporti) e sono i principali beneficiari dei 5,4 miliardi di dollari sborsati dagli Stati Uniti dal 2002 per la lotta al terrorismo: il 70 per cento dei quali, secondo l’ambasciata Usa a Islamabad, è stato intascato dai militari o speso in sistemi d’arma sul versante indiano.
Il presidente Zardari, che nelle scorse settimane aveva riannodato il dialogo con New Delhi sul dossier nucleare, è in posizione di estrema debolezza. Stretto India e Usa, che da mesi intervengono con i reparti speciali anche in territorio pachistano, deve misurarsi su tre fronti: Kashmir, Afghanistan e islamismo radicale interno. Chiunque abbia pianificato il raid di Mumbai era consapevole che in India sarebbe stato interpretato come l’ultimo, episodio della guerra che tormenta i due paesi da oltre 60 anni. Un conflitto che gli sponsor multiformi e senza volto del terrore faranno di tutto per rendere insanabile.
(ha collaborato Marco De Martino)


8 dicembre 2008

Foto da Volti della Shoah in Italia





Passaporto di Sabatino Anticoli
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Libro della Memoria:
Sabatino Anticoli
nato a Roma il 17.7.1897
figlio di Angelo e Fortunata Zarfati
Coniugato con Ester Amati
arrestato a Roma il 6.1.1944
detenuto a Roma e Fossoli
deportato ad Auschwitz il 5.4.1944
deceduto in data e luogo ignoti.


8 dicembre 2008

UN legame profondo legò Toscanini e iSRAELE: IL CONCERTO DEL '36 A TEL AVIV

 

C'era un legame profondo tra Toscanini e il popolo ebraico: nel dicembre del '36 il maestro diresse infatti a Tel Aviv l'Orchestra Sinfonica di Palestina, composta da musicisti ebrei fuggiti dall'Europa. «Ho la sensazione che Toscanini abbia tentato una prova di forza contro Mussolini - spiega Melograni, avanzando una nuova tesi storica -. Toscanini poi lasciò l'Italia nel '38 a causa delle leggi razziali (che definì "roba da Medio Evo")».

Muti ha osservato: «Per l'atteggiamento etico che aveva nella musica e sull'umanità, Toscanini non poteva sottrarsi dal dirigere l'orchestra a Tel Aviv. Sul podio ha trovato davanti a sé un universo musicale fantastico. L'orchestra era infatti composta da musicisti ebrei provenienti dall'Europa. Si può dire che il primo tentativo di Europa unita è stato fatto in Israele nel ‘36».


8 dicembre 2008

Disinformazione su Televideo: di tutto, di più

 

Che i palestinesi sono quasi tutti buoni e vittime innocenti e gli israeliani tutti cattivi, lo sapevamo già, naturalmente, ma forse non sapevamo esattamente QUANTO sono buoni e innocenti i palestinesi e cattivi gli israeliani. A riempire le nostre lacune provvede questa pagina di Televideo, che non possiamo riprodurre qui, in quanto il sito non consente di copiare i testi. Dobbiamo pertanto invitare i nostri lettori a recarsi direttamente alla pagina in questione, mentre qui ci accontenteremo di qualche citazione. E iniziamo dal titolo: PALESTINA: I BAMBINI LE PRIME VITTIME. Perché in Israele invece no, evidentemente, di vittime non ce ne sono, e meno che mai fra i bambini.
Alla pagina 191 leggiamo delle paure dei bambini palestinesi, delle loro difficoltà, dei loro incubi: nessun accenno al fatto che tutto ciò è dovuto unicamente alla scelta palestinese di perseguire la guerra invece che la pace. E meno che mai si parla dei bambini israeliani vittime da sempre di un bestiale terrorismo. Vengono poi sparate alcune cifre sul presunto numero di vittime, naturalmente senza fornire alcuna fonte.
Alla pagina 192 ci viene raccontata l'esilarante storiella che a causa delle incursioni israeliane nel corso dell'anno scolastico 2007-2008 sono state perse 256 giornate di lezioni. Ora, considerando che in Italia i giorni di lezione in un anno sono poco più di 200 e uguali o poco di più in altri Paesi europei; considerando che anche i bambini palestinesi, si presume, faranno un giorno di riposo la settimana e avranno vacanze estive e festività religiose, la domanda è: se i soldati israeliani sono riusciti a fargli perdere 256 giorni di scuola in un anno, di quanti giorni saranno fatti gli anni palestinesi?
Alla pagina 193 veniamo informati che "Due terzi dei bambini e adolescenti dei Territori non hanno spazi sicuri dove poter giocare, svolgere attività socio-ricreative e interagire": effettivamente di spazio per giocare non ne deve restare tantissimo, con tutti i campi di addestramento militare e indottrinamento antiisraeliano e antiebraico per bambini che sia l'ANP che Hamas continuano a costruire. Ci viene narrato anche delle terribili condizioni del "campo profughi" di Jenin, tralasciando di ricordare che tale "campo" è sotto sovranità palestinese, e non sotto occupazione israeliana, da oltre un decennio: perché non è diventato un posto normale ed è invece rimasto un campo profughi nonché covo di terroristi?
Altre utili informazioni troviamo alla pagina 194, dove, tranne un rapidissimo accenno di una riga e mezza anche al conflitto interno tra Fatah e Hamas, apprendiamo che le uniche cause dell'impoverimento della popolazione sono l'occupazione e le incursioni israeliane. Il terrorismo no. Le scelte palestinesi no. Le politiche nell'Onu e dell'Unrwa no. E naturalmente a nessuna di queste anime belle viene da chiedersi dove siano finiti tutti i miliardi di dollari che gli abbiamo dato noi.
E a pagina 195 arriva l'immancabile mantra del diritto di Israele alla sicurezza MA rispettando la proporzionalità nella risposta (cioè? Facendosi esplodere in qualche bar, ristorante, pizzeria, locale pubblico palestinese? Facendosi esplodere sugli autobus? Lanciando missili su scuole e asili? Assassinando a sangue freddo neonati in braccio ai genitori o nella culla?) e distinguendo sempre tra civili e combattenti: è noto infatti che i terroristi portano ben visibili le proprie insegne in modo da non rischiare di essere confusi con i non combattenti! Ammettono infine, bontà loro, che anche i "gruppi armati palestinesi" (non sia mai che ci scappi di chiamarli terroristi!) violano il divieto di colpire le popolazioni civili (ma va?) e che, ebbene sì, in una occasione sono stati uccisi anche degli israeliani.
A questa massiccia dose di disinformazione non riteniamo di dover aggiungere altro, se non un ringraziamento a "In difesa di Israele" per la segnalazione della pagina e l'invito a inviare le proprie considerazioni a
televideo@rai.it.


Invitiamo i nostri lettori a scrivere ai mass media per protestare contro servizi scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro messaggi e delle eventuali risposte ricevute, presso HR-Italia@honestreporting.com

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7 dicembre 2008

Londra, Natale contro Israele

 

cantate carole natalizie riscritte in senso antiisraeliano.

Natale è tempo di Carole specialmente nei paesi del Nord Europa, e la Gran Bretagna ha una grande tradizione di Christmas Songs. Ma quello che è successo nei giorni scorsi nella centralissima chiesa anglicana di St James, a Piccadilly, è certamente qualche cosa che va fuori dell'ordinario; e si è meritato critiche e condanne bipartisan da parte delle autorità religiose implicate. Durante un servizio religioso, intitolato: "Betlemme, nove lezioni e Carole alternative" sono state eseguite varie canzoni natalizie, che però di natalizio e del Juletide Spirit avevano sostanzialmente solo la musica. Una di esse, chiamata "I dodici giorni di Natale", aveva un testo che diceva:

"Dodici assassini
Undici case demolite
Dieci pozzi ostruiti
Nove torri per i cecchini
Otto cannoniere che sparano
Sette checkpoints a bloccare
Sei carri armati che avanzano
Cinque anelli di coloni
Quattro bombe che cadono
Tre cannoni da trincea
Due colombe schiacciate
E un albero d'olivo sradicato".

Come appare evidente, si voleva sottolineare in maniera negativa il comportamento di parte israeliana. La cosa singolare è che il testo è stato scritto da uno scrittore di parodie israelita (il cui nome non è stato rivelato). L'intero evento era stato organizzato da attivisti naturalmente anti-israleiani, che comprendevano un gruppo chiamato "Ebrei per il boicottaggio delle merci israeliane" e il gruppo palestinese "Aprite Betlemme". Fra i presenti alla cerimonia c'erano Ang Swee Chai, scrittore e chirurgo, la baronessa Tonge, che è stata espulsa nel 2004 dalla "front bench" dei Liberal-Democratici dopo che aveva detto che se fosse stata palestinese avrebbe preso in considerazione l'idea di diventare una "kamikaze", e Jocelyn Hurndall la madre di Tim Hurndall, l'attivista pacifista che morì dopo essere stato colpito da un soldato israeliano. Naturalmente i rappresentanti della comunità ebraica hanno deprecato la cerimonia, e anche le autorità anglicane - sia l'ufficio dell'arcivescovo di Canterbury in carica, Rowan Williams, che quello del suo predecessore Lord Carey di Clinton - sono fra quelli che hanno criticato ciò che è accaduto. E il Rettore di St James di Piccadilly, il reverendo Charles Hedley, ha detto ci penserà due volte, la prossima volta, prima di permettere che una cerimonia del genere abbia luogo nella sua chiesa, dopo aver ricevuto dozzine di lamentele.

La Stampa


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7 dicembre 2008

La LAV denuncia : lunedì rischio strage illegale per festa islamica

 http://blogsimages.skynet.be/images_v2/002/594/849/20071220/dyn006_original_290_245_pjpeg_2594849_1280509312eaafb38a4aff6207917ea8.jpg

Il prossimo lunedi', in occasione della festa musulmana del sacrificio, Aid al Ahda, vengono uccisi montoni, pecore o capre. Di qui l'appello della Lega antivivisezione (Lav) al Governo per evitare ''una strage di animali illegale se condotta fuori dai macelli autorizzati''. Un rischio concreto, dato che per la festa cristiana dell'8 dicembre i negozi saranno chiusi.

''Abbiamo chiesto - afferma Gianluca Felicetti, presidente della Lav - ai ministri dell' Interno, delle Politiche Agricole, della Salute, a Prefetti, Carabinieri e Asl veterinarie di allertarsi per evitare il piu' possibile sgozzamenti illegali, con una sanzione per i trasgressori fino a due anni di reclusione''. Infatti, spiega Felicetti ''la normativa impone che la macellazione rituale, senza stordimento, possa essere eseguita solamente nei macelli e in particolare in quelli specificatamente autorizzati, poco piu' di un centinaio secondo il ministero della Salute''.

Gli animalisti invitano i cittadini che dovessero sapere di uccisioni improvvisate ''a chiamare immediatamente il numero di qualsiasi forza di polizia per un pronto intervento''. Infine, ''al Parlamento e al Governo - conclude Felicetti - chiediamo di approvare una legge che renda obbligatorio lo stordimento preventivo, seguendo l'esempio di Paesi come Svizzera, Svezia e anche Malesia, a stragrande maggioranza musulmana''.

Ansa


7 dicembre 2008

La nuova Europa ha un cuore nero

 

La Croce “Frecciata” del Nazismo Ungherese e la Stella Rossa sovrastano anche all’esterno l’edificio di Andrassy Boulevard n. 60, fianco a fianco, simbolo di un terrore dai colori diversi, ma che il popolo Ungherese non ha potuto distinguere nei metodi.

A Budapest sfilano in centro indossando l'uniforme nera, sventolano i gagliardetti delle Croci frecciate alleate di Hitler, giurano di salvare la patria dagli zingari, dal capitalismo e dagli ebrei. A Praga contattano ogni giorno i loro camerati tedeschi della Npd neonazista, e spesso affrontano la polizia in violenti scontri di guerriglia urbana. A Bratislava il loro partito è addirittura al governo, partner preferito dei democristiani per formare una coalizione dal premier socialdemocratico-populista Robert Fico. Europa centrale, inverno 2008: mentre il più importante dei nuovi membri dell'Unione Europea, la Polonia, è una solida democrazia […] in altri tre paesi membri della Ue, tre giovani democrazie risorte dopo mezzo secolo di comunismo e di colonialismo sovietico (Ungheria, Repubblica Cèca, Slovacchia), il neonazismo non è più solo uno spettro, né la minaccia violenta di minoranze arrabbiate ma marginali: è realtà quotidiana, è un modo di pensare che si diffonde nei salotti buoni, è una forza politica che ha imparato a sfidare la libertà sia con la violenza di piazza sia con successi elettorali e coalizioni.
Diciannove anni dopo la caduta della Cortina di ferro, quelle tre giovani democrazie appaiono infettate da una voglia di ordine diventata mostro. E il mostro è un virus contagioso […].
Andrea Tarquini – La Repubblica


7 dicembre 2008

Le sorelle che sfidano gli ayatollah

 Viaggio ad Ashraf, comunità ai margini del deserto iracheno, dove vivono gli esuli iraniani appartenenti ai Mujahidin del popolo

ImageANTONIO STANGO
Rahele è una ragazza iraniana di 28 anni. Lavora nel laboratorio di oculistica dell’ospedale di Ashraf, nel nord-est iracheno; ma il suo precedente impiego era molto diverso.
«In Iran avevo studiato da interprete di inglese. Quando mi sono unita alla resistenza contro il regime dei mullah, ho raggiunto Ashraf e sono diventata cannoniera e pilota di carri armati» racconta.

«Dopo il disarmo, ciascuno di noi si è reso utile imparando un altro mestiere». Ashraf è la sede degli esuli iraniani inquadrati nell’organizzazione dei Mujahidin del popolo: dotati un tempo di brigate corazzate, sono stati neutrali nella guerra scoppiata nel 2003 e hanno ceduto tutti i loro armamenti, senza combattere, alle forze militari americane, che si sono impegnate ad assicurarne la protezione.
L’ho visitata per cercare di capire una realtà unica, che rischia di divenire il teatro di una strage.
Se il battaglione di protezione americano fosse ritirato, infatti, i suoi 3.500 rifugiati rimarrebbero alla mercé del regime di Teheran, che li considera il principale nemico.

Ad Ashraf sono arrivato con una delegazione che comprendeva il senatore Marco Perduca (Pd-Radicali), Yuliya Vassilyeva di Nessuno tocchi Caino, l’avvocato Stefano Menicacci e il vicesindaco di Cuneo Giancarlo Boselli (poiché Cuneo, medaglia d’oro al valor militare per la lotta contro il fascismo, si è definita «città sorella di Ashraf nella resistenza») Oggi il governo della città, che si estende su circa trentasei chilometri quadrati, è affidato soprattutto a donne, con decine di unità operative. A eccezione di alcuni responsabili politici, tutti indossano un’uniforme; le donne – circa la metà della popolazione – la integrano con un foulard che copre i capelli. Chi ha un ruolo di comando è riconosciuto in quanto tale, ma non ha alcun distintivo di grado. Si chiamano “fratelli” e “sorelle”; e lavorano per trasformare in orti e giardini la terra arida, per produrre container per uso civile per l’Iraq e per l’estero, per studiare sistemi per lo sfruttamento dell’energia solare e eolica. Negli ultimi anni sono stati costruiti monumenti («ogni città deve averne», dicono), piscine, una moschea dove donne e uomini possono recarsi insieme. L’atteggiamento verso il Corano è laico, rispettoso, aperto.

Il denaro non circola all’interno di Ashraf. Chi vi risiede riceve un credito all’inizio di ogni stagione, che usa con un sistema a scalare per gli acquisti nel centro commerciale (anche per via telematica con la rete intranet).
I servizi, ai quali tutti collaborano, sono gratuiti.
Tuttavia, c’è una storia di odio, di dolore e di sangue dietro questa utopia ai margini del deserto. Anche il suo nome è quello di una donna – Ashraf Rajavi – uccisa dalle guardie rivoluzionarie di Khomeini dopo avere lottato contro l’oppressione dello scià. La memoria dei caduti in combattimento e delle vittime del regime (nel solo 1998 furono giustiziati 33.400 mujahidin in poche settimane) è un elemento fondante. E il mazor – “luogo di incontro con i martiri” – continua ad accogliere i resti di quanti cadono negli attacchi terroristici che gli agenti dei mullah compiono in Iraq e in altri paesi.

Malgrado questo, si legge serenità negli occhi dei residenti di Ashraf. Che sono certi che uno dei più violenti regimi della storia sarà sconfitto dalla sete di libertà che sentono crescere nella società iraniana. Per questo, sfidando i divieti, ogni mese qualcuno riesce a oltrepassare illegalmente il confine – a una novantina di chilometri – e a unirsi a loro.

Maryam, 27 anni, è amica e compagna di lavoro di Rahele. «Io ero soltanto cannoniera, non guidavo i carri armati» dice. Ma sua madre è stata uccisa in un’esplosione e il suo ritratto, come quello delle altre vittime del terrorismo, è nel museo del quale il padre di Maryam è responsabile.

Qui quasi ognuno, del resto, ha alle spalle tragedie personali, insieme a quella di un intero popolo. Said, 28 anni, da Teheran, ci sorprende citando un film di Pasolini, Sal?, trovato nel fiorente mercato nero di dvd e videocassette della sua città: «Mostrava torture fasciste; ma in Iran c’è un reparto speciale delle carceri dove fanno di peggio» ricorda.

Molti fra i residenti di Ashraf erano stati arrestati e torturati per avere manifestato o distribuito dei volantini; o soltanto per essere parenti o amici di oppositori. Altri sono rimasti orfani dopo l’esecuzione dei loro genitori. ? questo che è accaduto ai fratelli Faeze, Erfan e Ashkan: una ragazza e due ragazzi – fra i 18 e i 23 anni – dagli occhi ancora attoniti, che per anni il padre, dal carcere, aveva implorato di andare ad Ashraf. Lui, Abdolreza Rajabi, è stato ucciso il 30 ottobre.

Diverso è il caso di Behzad, 25 anni, ad Ashraf da prima della guerra: «Non mi mancava nulla di pratico nella vita privata. Ma mi mancava lo scopo nella vita. Vedere la repressione e la futilità mi faceva sentire nel vuoto.
Ho conosciuto l’Ompi tramite la tv satellitare. Allora ho capito cosa dovevo fare».
Sono forse milioni gli iraniani che riescono, illegalmente, a ricevere notizie dall’opposizione in esilio grazie alle antenne paraboliche. In questo modo, seguono tutte le manifestazioni per la libertà dell’Iran in ogni continente e l’evoluzione della linea politica stabilita dalla loro leader, Maryam Rajavi. Una donna che amano con dedizione profonda, e che negli ultimi anni si è espressa, oltre che per la parità uomo-donna e la separazione fra stato e religione, per l’abolizione della pena di morte.
«Se vedete la sorella Rajavi, ditele che l’aspettiamo con ansia» dice Behzad.

Aggiunge Ashkan, 37 anni, sfuggito all’ondata di repressione degli universitari del 1999: «Attraverso il satellite, abbiamo imparato a considerare come fratelli tutti coloro che ci sostengono in Italia. Continuate a farlo finché l’Iran sarà libero».
La maggioranza dei parlamentari italiani ha chiesto al governo di operare perché il consiglio europeo cancelli il nome dei mujahidin dalla lista europea delle organizzazioni terroristiche: un inserimento richiesto dal regime di Teheran, ma che la corte di giustizia di Lussemburgo ha più volte definito ingiustificato. Accanto a questa iniziativa, occorre ora sollecitare le forze della coalizione a mantenere fede al proprio impegno di assicurare la difesa di Ashraf, come previsto dalla IV convenzione di Ginevra, perché si eviti un nuovo caso Srebrenica.

 by National Council of Resistance of Iran


7 dicembre 2008

Lo straordinario fascino del Museo della Torre di Davide

 

 

Lo straordinario fascino del Museo della Torre di Davide deriva non solo dalle splendide ed accattivanti mostre che porteranno ad un approfondimento della Storia di Gerusalemme, ma dale stesse pietre di questo museo che fanno parte della storia di questa città.


Il complesso museale è collocato all’ingresso della Città Vecchia presso la Porta di Jaffa; l’edificio che oggi ospita il museo risale ad oltre 500 anni fa come edificio inserito nel complesso della città turca. Il nome del museo deriva da una torre estremamente massiccia attribuita dalla tradizione al grande Re Davide; tuttavia l’effettivo artefice di questa costruzione sembra essere stato il tanto vilipeso Re Erode. La torre divenne simbolo di Gerusalemme dopo che il generale britannico Allenby entrò a Gerusalemme nel 1917 all’ombra di questo edificio.

La visita della Gerusalemme antica e moderna può avere inizio da qui, dalla cima di questa torre dalla quale il museo prende nome.

All’interno del museo sarà poi possibile esplorare le mostre e le esposizioni che illustreranno, insieme alla più moderna computer grafica, la complessità della storia di una città unica al mondo.

Ogni sala del museo è stata concepita in modo da mostrare un periodo differente consentendo così di comprendere perfettamente gli eventi storici che si snodano in un periodo di oltre 4.000 anni.

Dalle finestre sarà poi possibile scorgere la moderna Gerusalemme ed uscendo da ogni porta si scoprirà il cortile centrale della cittadella dove gli archeologi hanno rinvenuto il testo medievale del libro dei Maccabei.

All’interno del museo vengono spesso organizzate mostre di artisti israeliani e non che presentano qui moderne collezioni dedicate al design ed alle più moderne espressioni artistiche.

Per informazioni ed approfondimenti:

www.towerofdavid.org.il




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