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29 maggio 2008

Almirante, Israele e il sionismo che covava sotto la storia della destra

 


Si prendano un po’ di tempo per leggere l’ultimo libro di Gianni Scipione Rossi (“La destra e gli ebrei”, Rubbettino, 302 pagine, 16 euro) coloro che storcono il naso davanti al “nuovo” corso della politica proisraeliana di An, giudicano Gianfranco Fini un opportunista. Questo libro offre un inventario di tutte le posizioni assunte in seno alla destra sugli ebrei, la persecuzione, il sionismo e lo Stato d’Israele negli ultimi sessant’anni. E’ un lavoro di scavo, che senza perdersi nei concetti si limita a riesumare fatti, documenti, riviste introvabili, dichiarazioni e giudizi sul passato regime e i suoi orrori. Dimostra, fra l’altro, come il pregiudizio antisemita nella destra neofascista sia più l’effetto di una sovrapposizione ex-post, compiuta da pensatori radicali come Julius Evola o dai figli dei reduci di Salò, come Adriano Romualdi, nella loro ricerca di valori solenni come il coraggio, la ge-rarchia, coi quali combattere la mediocrità dei tempi, che non un’eredità politica indiscussa. Intendiamoci, Rossi non ha intenti apologetici. Muove sul filo dell’accertamento filologico e per questo il suo racconto risulta ancora più imbarazzante. Ma ha il merito di dare un nome a fatti, idee e circostanze, e ricostruire così nelle sue varie forme, ambigue o incerte, generose o reticenti, la rielaborazione dell’antisemitismo fascista e della persecuzione antiebraica nella destra italiana. Ricorda, per esempio, la rimozione del dopoguerra, quando i gerarchi di Salò come Piero Pisenti, il ministro dell’Educazione Biggini, o l’ultimo federale di Milano Vincenzo Costa, si misero a sottolineare di aver mitigato gli effetti delle leggi razziali al mito del buon fascista, “antisemita sì, ma senza convinzione”. Ma ricorda anche i tanti italiani ebrei che in nome dello Stato risorgimentale e dell’emancipazione aderirono al fascismo e ne caddero vittima: Aldo Finzi, che era uno dei nove deputati fascisti del 1921, membro del Gran Consiglio, espulso dal partito nel 1942, fucilato alle Fosse Ardeatine, l’editore Formiggini, suicida nel 1938, il generale Guido Liuzzi, Emilio Foà che diceva ai figli di restare fascisti, ma nel 1938 si suicida, Tullio Terni accademico ai Lincei, epurato sia nel 1938 sia nel 1945 in quanto fascista, e morto suicida nel primo anniversario della Liberazione. La riflessione sulla campagna razziale precedette la nascita del Movimento sociale italiano, e iniziò nell’agosto 1946 sul primo numero di Rataplan, il settimana-le di Nino Tripodi, dove se ne poteva trovare un’interpretazione geostrategica: “Non fu per supina acquiescenza a ordini tedeschi, bensì per la speranza, meglio, per il calcolo politico sui vantaggi ottenibili in Medio Oriente in caso di guerra. Un calcolo che in pratica si rivelò sbagliato, e comunque meno infame di una brutale ubbidienza a ordini di Hitler, ma pur sempre un’azione ridicola in fatto di premessa scientifica razziale, e maledetta e cattiva, quando arrivò a colpire i bambini espulsi dalle pubbliche scuole, alti funzionari, ineccepibili ufficiali e il sacramento del matrimonio”. E Rossi sottolinea pure come, malgrado la rimozione, l’ambiguità e la ricerca di attenuanti, la destra missina non aspettò la meta-morfosi di Alleanza nazionale per ripudiare l’antisemitismo fascista: filoisraeliana sin dal 1948, prosionista in nome dei valori dello Stato e del socialismo, con Giano Accame inviato del Borghese a Gerusalemme all’inizio degli anni Sessanta, si schiera con Israele nella guerra dei Sei giorni del 1967, che segna la svolta nella politica dei due blocchi, con la rottura di-plomatica tra Mosca e Gerusalemme, e nella guerra del Kippur del 1973. Quanto al retaggio del passato, il nuovo corso di Fini non è una novità. Trent’anni prima di lui fu Giorgio Almirante, nel 1972 a riconoscere in televisione “i valori di libertà della Resistenza”, e condannare le leggi razziali. Il che gli valse la violenta reazione di Julius Evola di fronte al “non simpatico cedimento”, e una difesa del razzismo a sfondo antisemita che oggi firmerebbe soltanto un intellettuale di sinistra come Alberto Asor Rosa: “Le deprecabili persecuzioni subite dall’ebreo non autorizzano a farne un essere sacrosanto, a cui ci si debba avvicinare solo con venerazione”.
Marina Valensise


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