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20 dicembre 2006

L'incubo del giorno del secondo Olocausto



Il secondo Olocausto non sarà come il pri­mo. Certo, anche i nazisti ordirono uno stermi­nio di massa. Ma, in qualche modo, avevano un contatto diretto con le vittime. Che disumanizzavano, dopo mesi, anni di atroce degrada­zione fisica e morale, prima dell'uccisione ve­ra e propria. Ma con cui avevano pur sempre stabilito un contatto fisico: vedevano, sentivano, talvolta toccavano le loro vittime. I tede­schi — e i loro alleati — rastrellavano uomini, donne e bambini, per poi trascinarli e randel­larli lungo le strade, freddarli nel bosco più vi­cino o scaraventarli e stiparli nei vagoni di un treno, da cui iniziava il viaggio verso i cam­pi di sterminio, dove «II lavoro rende liberi».
 
Separavano gli individui di costituzio­ne robusta da quelli completamente inu­tili, che adescavano nelle «docce» attraverso cui veniva pompato il gas; estrae­vano o presiedevano alla rimozione dei corpi e preparavano, infine, le «docce» per il plotone successivo.
 
CRISI - II secondo Olocausto sarà ben di­verso. Un bel giorno, tempo cinque o die­ci anni, magari nel pieno di una crisi re­gionale, o quando meno ce lo aspettere­mo, un giorno o un anno o cinque anni dopo che l'Iran si sarà dotato della Bom­ba, i mullah di Qom convocheranno una seduta segreta, sulla quale campeggerà il ritratto dell'ayatollah Khomeini, con i suoi occhi di ghiaccio, per dare il placet al presidente Ahmadinejad, giunto ora­mai al secondo o al terzo mandato. Tut­ti i comandi saranno eseguiti, i missili Shihab-3 e 4 saranno lanciati verso Tel Aviv, Beersheba, Haifa, Gerusalemme e, probabilmente, anche contro alcuni campi militari, comprese le sei basi ae­ree e missilistiche nucleari (o presunte tali) di Israele. Qualche missile sarà do­tato di testata nucleare, in qualche caso addirittura multipla. Altri saranno di ti­po standard, muniti solamente di agenti chimici o batteriologici, o stipati di vec­chi giornali, per scalzare o spiazzare le batterie anti-missilistiche e le unità del­l'esercito israeliano.
 
Per un Paese delle dimensioni e la con­formazione di Israele (una striscia di ter­ra oblunga di circa 21 mila chilometri quadrati), quattro o cinque lanci saran­no probabilmente sufficienti. E addio Israele. Un milione o più di israeliani, nel­le maggiori aree di Tel Aviv, Haifa e Gerusalemme, periranno sul colpo. Milioni saranno gravemente irradiati. Israele conta sette milioni di abitanti circa. Nes­sun iraniano vedrà né toccherà alcun israeliano. Tutto si svolgerà in modo molto impersonale.
 
DANNI COLLATERALI - Ci saranno inevitabil­mente anche morti di nazionalità araba. Circa 1,3 milioni di abitanti di Israele so­no arabi e altri 3,5 milioni vivono nelle aree ancora in parte occupate della Stri­scia di Gaza e in Cisgiordania. Gerusa­lemme, Tel Aviv, Jaffa e Haifa contano nutrite minoranze arabe. E attorno a Ge­rusalemme (vedi El Bireh, vicino a Ramallah, Bir Zeit e Betlemme) e Haifa sor­gono vaste aree a densa popolazione ara­ba. Anche qui saranno in moltissimi a morire, sul colpo o poco a poco.
 
È improbabile che un si­mile massacro possa tur­bare Ahmadinejad e i mul­lah. Gli iraniani non ama­no particolarmente gli ara­bi, nutrono particolare di­sprezzo per i palestinesi sunniti che, in fin dei con­ti, pur essendo inizialmen­te dieci volte più numero­si degli ebrei, nel corso di un conflitto che si è pro­tratto per anni non sono riusciti a impedi­re loro di fondare lo Stato ebraico, né di prendere possesso di tutta la Palestina. Di più, i leader iraniani considerano la distru­zione di Israele come un supremo coman­do divino, l'araldo della Seconda Venuta, e la morte collaterale degli islamici come il sacrificio di shuhada (martiri) sull'altare di una causa nobile. In ogni caso, il popolo palestinese, sparso un po' in tutto il mon­do, sopravviverà, assieme alla grande na­zione araba di cui è parte integrante. E va da sé che, per liberarsi dello Stato ebraico, gli arabi devono essere pronti a qualche sa­crificio. E il gioco, considerandolo nel bilancio generale, vale la candela.
 
Ma un'altra questione potrebbe essere sollevata nel corso di queste consulte: e Gerusalemme? La città, infatti, ospita due dei luoghi più sacri dell'Islam (dopo la Mecca e Medina) : le moschee di Al Aqsa e di Omar. Con ogni probabilità, però, la suprema guida spirituale Ali Khamenei e Ahmadinejad darebbero a questa domanda la stessa risposta che sfoggerebbero per il più generale problema del­la distruzione e dell'inquinamento radio­attivo dell'intera Palestina: la città e la terra, per grazia di Dio, in venti, cinquan­ta anni al massimo torneranno come pri­ma. E saranno restituite all'Islam (e agli arabi). Senza la benché minima traccia di contaminazioni radioattive.
 
RISCHIO CALCOLATO - A giudicare dai conti­nui riferimenti, da parte di Ahmadi­nejad, alla Palestina e all'urgenza di di­struggere Israele, e dalla negazione, di cui si è fatto portavoce, del primo Olo­causto, si direbbe che l'uomo sia osses­sionato. Tratto che condivide con i mul­lah: entrambi vengono dalla scuola di Khomeini, prolifico antisemita noto per le folgori scagliate contro il «piccolo Sa­tana». E a giudicare dal concorso, da lui promosso, per le vignette sulla Shoah, o dalla Conferenza sull'Olocausto (appe­na conclusasi), emerge un presidente ira­niano arso da un vortice di odio profon­do (oltreché, naturalmente, insolente). Ahmadinejad, infatti, è pronto a mettere a repentaglio il futuro dell'Iran, se non addi­rittura di tutto il Medio Oriente musulma­no, in cambio della distruzione di Israele. Non v'è alcun dubbio che egli creda che Allah, in un modo o nell'altro, proteggerà l'Iran da una risposta nu­cleare israeliana o da un'eventuale controffensi­va Usa. E, Allah a parte, è facile che egli creda che i suoi missili polverizzeran­no lo Stato ebraico, annienteranno i suoi leader, di­struggeranno le basi nucle­ari terrestri e demoralizze­ranno o spiazzeranno i co­mandanti dei sottomarini nucleari in modo così dra­stico ed efficace da neutra­lizzare qualsivoglia reazio­ne. E, con il suo profondo disprezzo per il pa­vido Occidente, è improbabile che il leader iraniano prenda in seria considerazione la minaccia di una rappresaglia nucleare Usa. Ma può anche darsi che egli sia consa­pevole del rischio di un contrattacco e si professi tout court — e, secondo il no­stro modo di pensare, in modo assoluta­mente irrazionale — disposto a pagarne le conseguenze. Come il suo mentore Khomeini ebbe a dire, nel 1980, durante un discorso ufficiale a Qom. «Noi non ve­neriamo l'Iran, ma Allah...Per questo di­co: che questa terra bruci. Che vada in fumo, purché l'Islam ne esca trionfan­te...». Per tali cultori della morte, persino il sacrificio della propria patria vale bene la cancellazione di Israele.
 
Come il primo, anche il secondo Olocau­sto sarà preceduto da lustri di indottrina­mento dei cuori e delle menti da parte di leader arabi e iraniani, intellettuali occi­dentali e sfoghi mediatici. Il messaggio è cambiato a seconda del pubblico ma, di fat­to, l'obiettivo di fondo è stato sempre lo stesso: la demonizzazione di Israele. Ai mu­sulmani di tutto il mondo è stato insegna­to che «i sionisti e gli ebrei incarnano il ma­le» e che «Israele dovrebbe essere distrut­to». E agli occidentali, in modo più subdo­lo, è stato inculcato che «Israele è uno Sta­to tiranno e razzista» che «nell'età del multiculturalismo, è inutile e anacronistico».
 
COMUNITÀ INTERNAZIONALE - La campagna per il secondo Olocausto (che, tra l'al­tro, alla fine provocherà all'incirca tanti morti quanti ne fece il primo) si è svolta in una comunità internazionale lacerata e guidata da ambizioni egoistiche e di­scordanti, con Russia e China ossessio­nate dalle prospettive di mercato nei Pa­esi musulmani, la Francia dal petrolio arabo e gli Usa portati, dopo la débàcle irachena, a un profondo isolazionismo. L'Iran è stato lasciato libero di prosegui­re sulla china del nucleare, e la comuni­tà internazionale non è intervenuta nel­lo scontro tra Israele e il regime degli Ayatollah.
 
Ma uno Stato israeliano sostanzialmen­te isolato — come un coniglio improvvisa­mente abbagliato dai fari di una macchina —, non può essere all'altezza della situazio­ne. La scorsa estate, guidato da un mediocre politicante come Primo ministro e da un sindacalista da strapazzo come mini­stro della Difesa, schierando un esercito addestrato per gestire le inesperte e sguar­nite bande palestinesi nei Territori occupa­ti (e troppo intento a fare fronte a eventua­li disgrazie o a provocarle), Israele è uscito perdente da un mini-conflitto di appena trentaquattro giorni contro una piccola guerriglia di fondamentalisti libanesi spal­leggiata dall'Iran. Quell'episodio ha total­mente demoralizzato la leadership politi­ca e militare israeliana.
 
Da allora, i ministri e i generali israeliani, così come i loro omologhi occidentali, assi­stendo al graduale approvvigionamento di armi letali a Hezbollah da parte dei fian­cheggiatori di quest'ultimo, sono divenuti sempre più sfiduciati e pessimisti. Parados­salmente, è addirittura possibile che i lea­der israeliani abbiano gradito gli appelli al­la moderazione da parte dell'Occidente. E, con ogni probabilità, hanno voluto dispera­tamente credere alle promesse occidentali che qualcuno — l'Onu, il G7 —, in un modo o nell'altro, avrebbe cavato la castagna ra­dioattiva dal fuoco. C'è stato addirittura chi ha abboccato alla bislacca promessa di un cambio di regime a Teheran il quale, pi­lotato dal cosiddetto ceto medio laico, avrebbe progressivamente messo il basto­ne tra le ruote al fanatismo dei mullah.
 
NUCLEARE - Ma, fatto ancor più rilevante, il programma iraniano ha costituito una sfida infinitamente complessa per un Pa­ese con risorse militari limitate e di tipo convenzionale qual è Israele. Prenden­do l’imbeccata dall'operazione con cui l'Aeronautica militare israeliana, nel 1981, riuscì a distruggere il reattore nu­cleare iracheno di Osiraq, gli iraniani hanno raddoppiato e dislocato i propri impianti, nascondendoli anche molti metri sottoterra (e a ciò va aggiunto il fatto che la distanza tra Israele e gli obiettivi iraniani è dop­pia rispetto a quella con Bagdad). Per smantella­re con le armi convenzio­nali gli impianti israelia­ni conosciuti, occorrebbe una capacità aeronau­tica pari a quella Usa im­pegnata giorno e notte, e per oltre un mese. Nel­la migliore delle ipotesi, l'aeronautica, la marina e il commando israelia­no potrebbero sperare di fermare solo in parte il progetto iraniano. Il quale, tutto som­mato, non subirebbe sostanziali modifi­che. Con gli iraniani ancora più determi­nati (ammesso che ciò sia possibile) a sviluppare quanto prima la Bomba. (Al­tra conseguenza immediata sarebbe senz'altro una nuova campagna terrori­stica di stampo islamista e su scala glo­bale contro Israele — e forse anche con­tro i suoi alleati occidentali — assieme, naturalmente, a un'involuzione presso­ché generale. Manipolati da Ahmadinejad, tutti rivendicherebbero che il pro­gramma iraniano aveva scopi pacifici). Tutt'al più, un attacco convenzionale da parte di Israele potrebbe procrastina­re il progetto iraniano di uno o due anni.
 
OPZIONI - In quattro e quattr'otto, dun­que, la sprovveduta leadership di Geru­salemme si troverà davanti a uno scenario apocalittico, sia che lanci un'offensi­va convenzionale dagli effetti marginali, sia che opti per un attacco nucleare pre­ventivo contro gli impianti iraniani, alcu­ni dei quali situati vicino o dentro le prin­cipali città. Ne avrebbe il fegato? La sua determinazione a salvare Israele baste­rebbe a giustificare l'attacco preventi­vo, con la conseguente morte di milioni di iraniani e, di fatto, la distruzione del­l'Iran?
 
Il dilemma è stato rigorosamente chia­rito già molto tempo fa da un generale molto saggio: l'arsenale nucleare israe­liano a nulla può servire. Può soltanto es­sere schierato «troppo presto» o «trop­po tardi». Il momento «giusto» non arri­verà mai. Se schierato «troppo presto», ossia prima che l'Iran si fosse procurato gli ordigni nucleari, Israele sarebbe sta­to degradato a paria nello scacchiere in­ternazionale, bersaglio della furia della comunità musulmana mondiale, senza più alcun Paese disposto a spalleggiar­lo. Schierarlo «troppo tardi», invece, vor­rebbe dire colpire ad attacco iraniano già avvenuto. E a che pro?
 
I  leader israeliani, quindi, stringeran­no i denti sperando che, in qualche mo­do, le cose si aggiustino da sé. Magari, una volta ottenuta la Bomba, gli iraniani si comporteranno in modo «razionale»?
 
CATASTROFE - Ma questi ultimi sono guida­ti da una logica superiore. Lanceranno i lo­ro missili. E, come per il primo Olocausto, la comunità internazionale non muoverà un dito. Tutto avverrà, per Israele, in po­chi minuti; non come negli anni '40, quan­do il mondo stette cinque lunghi anni a tor­cersi le mani senza battere ciglio. Dopo i lanci di Shihab, la comunità internaziona­le manderà navi di soccorso e assistenza medica per quanti sopravviveranno alle esplosioni. Ma non attaccherà l'Iran. Qua­le sarebbe il prezzo? E il tornaconto? Op­tando per una controffensiva nucleare, gli Usa si alienerebbero definitivamente l'in­tero mondo musulmano, esasperando e generalizzando il già acceso scontro di ci­viltà. Ovviamente, senza potere riportare in vita Israele. E allora che senso avrebbe?
 
II secondo Olocausto, però, sarà diver­so nel senso che Ahmadinejad non vedrà né toccherà concretamente gli individui di cui sogna tanto la morte. Anzi, non vi saranno scene come quella che sto per raccontarvi, riportata da Daniel Mendelsohn nel suo recente libro The Lost, A Search for Six of Six Million, in cui viene descritta la seconda Aktion dei nazisti a Bolechow, piccolo paesino della Polonia, nel settembre 1942.
 
«La signora Grynberg fu vittima di un episodio terribile. Gli ucraini e i te­deschi, facendo irruzione nella sua casa, la trovarono che stava partorendo. A nulla valsero le lacrime e le suppliche degli astan­ti: la portarono via, anco­ra in vestaglia, dalla sua casa, e la trascinarono fi­no alla piazza davanti al municipio. E lì... fu spinta a forza sopra un cassonet­to per l'immondizia nel cortile del munici­pio, e tra gli scherni e i dileggi della folla di ucraini presenti, insensibili al suo dolore, partorì. Il bambino le fu immediatamente strappato dalle braccia con tutto il cordo­ne ombelicale. Fu scaraventato verso la folla, che prese a schiacciarlo coi piedi. Lei fu lasciata sola, con le ferite e i brandelli di carne sanguinanti, e così rimase per qual­che ora, appoggiata a un muro, fino a che non fu portata alla stazione ferroviaria e, assieme agli altri, fatta salire su un vagone verso il campo di sterminio di Belzec».
 
Nel prossimo Olocausto non ci saran­no episodi così strazianti. Non vedremo vittime e carnefici coperti di sangue (an­che se, a giudicare dalle immagini di Hi­roshima e Nagasaki, le conseguenze del­le esplosioni nucleari possono essere altrettanto devastanti). Ma sarà comunque un Olocausto.
 Benny Morris




permalink | inviato da il 20/12/2006 alle 16:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

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