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8 aprile 2015

Chiedo ai miei amici di essere presenti e diffonderlo


26 settembre 2013

Aids e incinta, il calvario di una sex jihadista

Lamia ha avuto decine di rapporti con i ribelli siriani: "Sono stata picchiata, hanno abusato del mio corpo e mi hanno costretta a fare cose che contraddicono il senso del valore umano”


     Dopo le recenti dichiarazioni del ministro degli Interni tunisino sulla cosiddetta jihad sessuale tenutasi in Siria, nei giorni scorsi il giornale tunisino Al Sharaouk ha messo in luce l’orribile esperienza di una delle ragazze che hanno donato il proprio corpo ai combattenti siriani in nome di un ideale. Adesso, pentita, ha scoperto di essere incinta e che sia lei che il feto hanno l'Aids.

    Queste storie sono comparse sulla stampa a maggio quando il sito Masrawy.com ha pubblicato un video con un’intervista ad una ragazza: nel filmato si parlava di giovani tunisine che sottolineavano l’importanza della pietà e dell'indossare il velo. E ancora di più: si esaltava il viaggio in Siria per aiutare i jihadisti a “combattere e uccidere gli infedeli”, aggiungendo che le donne che muoiono per la causa diventano martiri e possono ambire al paradiso eterno.

    La storia di Lamia
    Adesso la testimonianza diretta. Lei si chiama Lamia e ha 19 anni. Mentre era in Siria ha avuto rapporti sessuali con i ribelli e  ricorda di aver dormito con pachistani, afghani, libici, tunisini, iracheni, somali e sauditi, sempre nel contesto del “sex jihad”.

    Secondo i giornalisti di Al Sharaouk, la giovane ha iniziato questa pratica nel 2011 dopo essersi avvicinata al fondamentalismo religioso. Così la giovane ha prima indossato il tipico velo islamico e poi si è convinta che uscire in pubblico fosse un peccato. Poi Lamia ha creduto anche che una donna può partecipare al jihad per eliminare i nemici dell’Islam trasformando "il proprio corpo in un oggetto ricreativo per i combattenti che ne diventano così proprietari". 

    Il campeggio sessuale
    Certa delle sue convinzioni, Lamia è stata in Libia, Turchia e in Siria. Lì ha conosciuto molte donne "residenti" in un ospedale trasformato in campeggio. Il centro era guidato da un uomo tunisino conosciuto come l’emiro anche se,secondo lei,  il vero comandante era uno yemenita, leader del gruppo di jihadisti “Battaglione di Omar”. Lui ha posseduto per prima Lamia. La donna ha presto capito che la realtà era diversa dagli ideali. Così, umiliata e ferita, è tornata a casa.

    Adesso la ragazza non ricorda con quanti uomini ha avuto rapporti sessuali e che tutto ciò che ricorda è di essere stata picchiata, abusata e costretta a fare cose che “contraddicono il senso del valore umano”. Non solo: la tunisina parla di aver incontrato molte donne vittime di tortura: una è morta nel tentativo di fuggire.

    Lamia è stata visitata da un dottore che ha scoperto che la donna è incinta di 5 mesi. Entrambi, la mamma e il feto hanno contratto l'Aids

    tgcom


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    1 agosto 2012

    Turchia: sesso, cocktail e tabù

     

    Selin Tamtekin, 33 anni, è stata ribattezzata il «Salman Rushdie in gonnella».

    Turchia: sesso, cocktail e tabù
    Giovane scrittrice fa scandalo

    Figlia di un diplomatico, vive a Londra. «Non sono una prostituta»

     Occhi chiari fissi sul fotografo, sorriso compiaciuto. Tailleur con generosa scollatura e bicchiere in mano. Selin Tamtekin, figlia di un diplomatico turco, 33 anni, 14 dei quali trascorsi a Londra, ostenta sex appeal e sicurezza dalla pagina del tabloid Daily Mail. Brinda al suo primo romanzo, La figlia del diplomatico turco, appena uscito in Gran Bretagna e di prossima pubblicazione nella sua nativa Turchia. Storia di sesso nell’alta società. Inno all’amore libero tra una giovane turca benestante e tanti uomini, tra cui un padrone di casa e un marinaio, sposati alcuni, e col doppio degli anni pure. A Ginevra, Londra, Istanbul, Islamabad. Il giorno dopo, la stampa britannica la battezza «Salman Rushdie in gonnella».

    Eppure nessuno ha scagliato una fatwa contro Tamtekin, né la giovane ha ricevuto minacce di morte. Che possa accaderle è un’idea di un suo amico inglese, William Cash, editore di una rivista per miliardari a Londra. Cash ha dato un party per lanciare il libro di Tamtekin alla galleria Maddox Arts, nell’esclusivo quartiere di Mayfair. «È diventata la Salman Rushdie della Turchia», ha detto. Dopo la rivelazione del suo vero nome in patria (il romanzo è firmato con lo pseudonimo Deniz Goran), «ha dovuto nascondersi », ha incalzato. La stampa britannica ha preso nota e il Times ha titolato: «Sex and the Muslim Girl», il sesso e la ragazza musulmana, paragonandola anche al regista Theo Van Gogh, assassinato in Olanda per il suo film sull’Islam. Tamtekin, laureata in arte allo University College di Londra, fa la gallerista aMayfair e ha tanti amici altolocati. Papà Yuksel è un diplomatico noto in Turchia, proprio come il padre della protagonista del suo romanzo. Lei insiste: «Non è autobiografico».

    Ma poi provoca la stampa turca e, come la protagonista del romanzo, dice al giornale Sabah di aver avuto rapporti con uomini più grandi e sposati: «Non suggerisco alle ragazze di fare come me, ma dovevo vivere queste esperienze per maturare». Provoca, ma si lamenta: «La stampa turca ha scoperto chi sono e mi sono ritrovata in prima pagina su tutti i giornali. Mi hanno definita una prostituta dei quartieri alti». Secondo il Times, Tamtekin è stata «derisa» e ha causato «oltraggio» in Turchia. Però il giornalista turco Gokan Eren precisa: «I quotidiani non le hanno prestato così tanta attenzione». Secondo il Times, inoltre, Tamtekin è «la prima donna turca musulmana a pubblicare un libro esplicito sul sesso». Ma ad Eren non risulta: «Da 25-30 anni vi sono giornaliste e scrittrici turche che parlano di sesso, raccontando anche le proprie esperienze. La prima fu Duygu Asena, duramente criticata per La donna non ha nome, ma oggi considerata una grande femminista». «Si sta facendo pubblicità — osserva Emre Kizilkaya sul suo blog Istanbulian —. Funziona sempre con i media occidentali: è il solito trucco dello scrittore novellino mediorientale che vive in Occidente e denuncia la propria cultura». 

    Tamtekin dice al Times: «In Turchia le donne hanno una vita sessuale, ma fanno in modo che nessuno lo sappia. Non possono parlare di sesso o desiderio per gli uomini». «Dipende. Il sesso è tabù in alcune parti della Turchia, ma non lo è nelle grandi città», afferma Bedri Baykam, autore del romanzo Sex, uscito in Italia e in Turchia. «Nel suo libro non è il solo sesso a fare scandalo, ma il fatto che è figlia di un uomo noto». Il papà, che le ha tolto il saluto, non ha dichiarato se era offeso dal sesso tout court o dal danno alla propria reputazione. Lei però ha subito raccontato alla stampa del litigio protestando: «Eppure è lui che mi ha insegnato che nell’arte non ci sono tabù».

    Viviana Mazza


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    28 maggio 2012

    Al-Qaeda inserisce messaggi subliminali nei film porno


    Tre europei tenuti in ostaggio dall'organizzazione terroristica Al-Qaeda
    Di Raffaele Del Gatto 

    Accade nel Michigan, Stati Uniti. Un residente di Mason durante la visione di un film porno, acquistato a Jackson, riesce a notare alcuni particolari agghiaccianti. Il film a luci rosse, infatti, conterrebbe una serie di messaggi subliminali inseriti dall'organizzazione terroristica Al-Qaeda. L'ignaro cittadino, dopo aver avvertito la polizia locale, mostra alle forze dell'ordine il video hard al rallenty. L'ufficiale di polizia ha potuto notare distintamente quattro lettere e una serie di messaggi non comprensibili perchè troppo veloci.Il cittadino afferma di aver denunciato l'incidente solo perchè aveva letto dove Al-Qaeda stava inserendo questi messaggi. I messaggi subliminali di questo tipo, secondo il dipartimento di polizia, possono essere opera anche di gang criminali, oltre che della nota organizzazione terroristica. Certo che le preoccupazioni della popolazione, amplificate anche dalla propria immaginazione, restano alte considerando che il giorno dell'uccisione di Osama Bin Laden è stato rinvenuto diverso materiale pornografico nel suo nascondiglio.http://it.ibtimes.com/articles/26515/20120107/al-qaeda-film-porno-messaggi-subliminari.htm



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    15 luglio 2009

    hamas accusa israele, a gaza distribuite gomme afrodisiache

     Chewing-gum che stimolano la libido sarebbero stati distribuiti dagli uomini dell'intelligence israeliana nella striscia di Gaza allo scopo di «corrompere i giovani plaestinesi». È l'incredibile accusa avanzata da Islam Shahwam, portavoce della polizia di Gaza, secondo il quale Israele intende in questo modo «distruggere» le generazioni più giovani dei palestinesi. Lo riferisce oggi il sito web del quotidiano 'Yedioth Ahronoth', secondo il quale alcuni sospetti, o come li definisce Shahwam «spacciatori», che avrebbero distribuito le gomme 'incriminatè sarebbero stati arrestati e avrebbero confessato di averle ricevute dagli israeliani. Secondo quanto riporta il quotidiano, all'origine dell'indagine della polizia palestinese ci sarebbe la denuncia di un uomo di Gaza, la cui figlia avrebbe masticato una di queste gomme afrodisiache, provandone gli indesiderati effetti. Shahwam ha rivelato, inoltre, che le autorità palestinesi avrebbero messo le mani su alcune partite di questi chewing-gum che incrementano l'appetito sessuale nei pressi del valico di Karni. Il capo della polizia attacca duramente i servizi segreti di Gerusalemme: «gli israeliani cercano di distruggere le infrastrutture sociali dei palestinesi con questi prodotti e danneggiano le giovani generazioni distribuendo droghe e stimolanti sessuali». A questo proposito, Shahwam rivela che le autorità palestinesi negli ultimi giorni hanno sequestrato grandi quantità di droghe e alcol nei pressi del valico di Erez. I proprietari delle automobili sulle quali venivano contrabbandate queste sostanze illegali, conclude il capo della polizia, avrebbero confessato di essere stati aiutati da uomini dell'intelligence israeliana.aki


    11 giugno 2009

    LA SESSUALITA' TRA ISLAM E OCCIDENTE

     

    Molti uomini musulmani considerano le loro donne come una sorta di "oggetto costante di tentazione", per cui si sentono in dovere, avendo della donna anche una concezione di "bene privato", di coprirle con abiti lunghi fino ai piedi e con veli per la faccia (burka) o foulard per la testa, al fine di sottrarle agli sguardi di altri uomini e al fine naturalmente di tenere la donna sottomessa. L'oppressione della donna è di tipo ideologico.
    In occidente l'oppressione che la donna subisce è più di tipo economico. Qui infatti gli sfruttatori la usano come "oggetto di tentazione" semplicemente per fare quattrini, e quindi sono costretti a scoprirle e a sottoporle a varie umiliazioni.
    Entrambe le culture sono maschiliste. La differenza sta nel fatto che quella islamica è più moralista, più formale e meno legata al denaro. Nella sua semplicità essa è anche più primitiva di quella occidentale. Ma "primitiva" non significa meno "umana", perché quanto a "disumanità", il cinismo occidentale non conosce confini.
    I musulmani non si fidano dei loro istinti, in quanto si considerano dei "deboli" sul piano sessuale. Gli occidentali invece cercano di promuovere gli istinti più bassi per far soldi o per narcotizzare gli individui che potrebbero rifiutare il senso di questa società, basata unicamente sul profitto.
    Da noi, quando gli individui più influenzabili -sotto la pressione degli stimoli più bassi- commettono azioni illecite, tutta la responsabilità viene fatta cadere su di loro. Nel senso cioè che in Occidente, da un lato, ogni sorta di "vizio" è lecito, mentre, dall'altro, chi non vi resiste e non ha buone coperture e protezioni, paga senza potersi avvalere di alcuna attenuante sociale.
    Viceversa, i musulmani, temendo il peggio, si premuniscono in anticipo, a livello collettivo, cioè obbligando tutte le donne a un determinato comportamento: lo stesso fatto di poter avere sino a un massimo di quattro mogli, escluse le concubine, rientra in questa logica primitiva.
    Gli occidentali sanno bene che il vizio è sempre a loro disposizione (prostituzione, pornografia, adulterio...) e sanno che se lo rifiutano è solo per una scelta personale, non per un'esigenza di moralità collettiva.
    Per un islamico la prostituzione può essere superata autorizzando la poligamia nel diritto matrimoniale; se la poligamia è troppo onerosa, è possibile autorizzare la prostituzione con la finzione del cosiddetto "matrimonio di piacere" (ci si sposa e ci si divide in pochissimo tempo. Questo è previsto esplicitamente nel codice civile iraniano che consente di sposare, oltre alle quattro mogli regolari, altre donne. Ma è vietato nel diritto musulmano sunnita, anche se le autorità religiose sunnite autorizzano i loro fedeli che si trovano in occidente per studi o per lavoro, a sposare donne monoteiste, con la segreta intenzione di separarsene, alla fine del loro soggiorno, perché in teoria è escluso dal diritto musulmano avere rapporti sessuali fuori dal matrimonio). 
    L'uomo occidentale contemporaneo è troppo smaliziato per accettare formalismi del genere. Anzi, da quando ha accettato il cristianesimo la sua coscienza è diventata più profonda. Ecco perché, quando vuole compiere azioni moralmente illecite, spesso non ha scrupoli nel farle nel peggiore dei modi.
    La depravazione è un prodotto tipicamente occidentale. L'individuo borghese, con l'attuale livello di consapevolezza che possiede, è disposto, in questo campo, ad accettare delle limitazioni solo quando è in gioco non la morale, ma il denaro, cui tiene di più che al sesso. Ad es. l'occidentale forse sarebbe anche disposto a ostacolare la prostituzione se gli si dimostrasse, dati alla mano, ch'essa favorisce la diffusione dell'Aids, la quale comporta ingenti spese sanitarie.
    I limiti alle deviazioni sessuali da noi vengono posti solo dopo aver costatato certe spiacevoli conseguenze sul piano economico. Ecco perché una qualunque morale alternativa a quella borghese deve anzitutto mettere in discussione il primato che si concede al profitto.
    ISLAM E FEMMINISMO
    I) Il velo
    Il Corano chiede alle donne musulmane di coprirsi con dei mantelli affinché si distinguano dalle altre e non vengano offese. Non impone il velo. Ma l'obbligo è sempre stato considerato tale per discriminare e sottomettere le donne. Oggi lo è ancora in Arabia Saudita, Oman, Emirati Erabi, Qatar, Kuwait: tutti Paesi in cui esistono anche gli Harem.
    Negli altri Stati, a partire dagli anni '20, il velo non è più un obbligo legale, anche se -soprattutto nelle campagne- continua ad essere usato. Il motivo sta nel fatto che dopo la colonizzazione occidentale, il velo è stato usato dalle donne per affermare la propria identità contro l'invasore (come simbolo nazionale). Ad es. nel 1955 in Algeria, i movimenti femminili legati alla rivoluzione anticoloniale invitavano le donne a togliersi il velo. Ma quando il governo francese diede inizio alla repressione, tutte le donne algerine tornarono a metterselo.
    In Turchia, dove è stato vietato all'inizio del secolo, l'uso del velo è in ripresa. In Iran, sotto lo shah, le donne ottennero che l'obbligo fosse abolito, ma sotto gli sciiti esso è stato ripristinato.
    Alcuni sostengono che lo scopo principale del velo è quello di smorzare i desideri che potrebbero suscitare la bellezza, il profumo, la voce stessa delle donne, le quali inoltre, essendo più che altro viste come "tentatrici", devono portare vestiti ampi, così da non attirare sguardi maschili.
    A volte le donne decidono di mettersi il velo proprio per difendersi dall'uomo che vede in loro solo la "femmina" ed è quindi incapace di parlare con loro in modo naturale. Il velo quindi viene portato per paura di una società violenta per tradizione, cui si è aggiunta la violenza del colonialismo occidentale.
    II) L'harem
    E' il luogo in cui vivono le mogli e le concubine del padrone. Nessun uomo che non sia il padrone o i guardiani può entrarvi. E' diviso in due parti: la prima ospita gli appartamenti delle mogli (al massimo quattro); nella seconda vivono le concubine (in numero illimitato).
    Le concubine, a differenza delle mogli, devono essere in ogni momento e per tutto il tempo che viene loro richiesto, a disposizione del padrone. Queste donne vivono quasi esclusivamente all'interno dell'harem: quando escono devono portare il velo e non destare in alcun modo l'attenzione di altri uomini.
    Oltre che nell'intera Penisola araba (con l'eccezione dello Yemen), gli harem esistono anche in Marocco e Pakistan (in Iran sono esistiti fino alla rivoluzione sciita del '79). Sino alla fine dell'800 sono esistiti in tutto il mondo islamico. Dopo la I guerra mondiale la loro abolizione ha rappresentato una delle prime conquiste delle donne musulmane.
    III) La donna nel Corano
    Nel Corano le differenze tra uomo e donna nascono sulla base dei diritti e doveri dei due sessi, avendo questo libro una natura prevalentemente giuridica. Le donne stanno un gradino più in basso quanto a posizione sociale (ad es. nel diritto patrimoniale ereditario il figlio maschio ha la parte di due femmine). La discriminazione più grande avviene nel diritto matrimoniale, in quanto l'uomo può sposare al massimo quattro donne contemporaneamente, anche se il Corano esclude che l'uomo con più di una moglie possa essere imparziale e giusto.
    Il Corano parla anche di una subordinazione della donna all'uomo dovuta a fattori naturali, poiché così vuole Allah. In sostanza, il mondo arabo è una cultura patriarcale, patrilineare. Tende ad associare l'uomo alla sfera pubblica e la donna alla sfera privata.
    IV) Costume sociale
    Nella pratica musulmana restare nubili è considerato un fatto negativo, ispira sfiducia. Non ci sono "zitelle" né vedove inconsolabili. Normalmente qualsiasi individuo in condizione di riprodursi, deve sposarsi. Se questo vale per gli uomini, per le donne è addirittura una necessità.
    Il matrimonio non ha alcun carattere di sacramento. E' piuttosto un contratto che legalizza le unioni sessuali. Il diritto ignora la comunione dei beni tra i coniugi.
    L'atteggiamento di superiorità e di paternalismo dell'uomo è verificabile soprattutto nei confronti delle mogli, sorelle, amanti, ma non nei confronti della madre.
    La prostituzione formalmente è vietata, in quanto non ci può essere atto sessuale al di fuori del matrimonio. Di fatto però si è creato l'artificio del "matrimonio di piacere", con cui un uomo e una donna sconosciuti che vogliono avere una relazione sessuale, dichiarano davanti a due testimoni di volersi sposare. Una volta consumato l'atto, con un'altra cerimonia, sempre davanti a due testimoni, si separano. In tal modo la prostituzione è legale e controllata.
    V) La situazione in Arabia Saudita
    Il livello di analfabetismo delle donne è altissimo, soprattutto tra le donne di 40-50 anni, anche se non vi sono statistiche che lo dimostrino.
    E' il marito che decide se la moglie può lavorare o no, se deve lasciare il lavoro o no. Il Corano non chiede che le donne contribuiscano al reddito familiare.
    Le donne non possono guidare l'auto. Molti uomini si rifiutano di accompagnarle al lavoro perché i lavori svolti insieme agli uomini vengono considerati sconvenienti per le donne.
    Le donne possono studiare medicina e infermeria o al massimo diventare insegnanti elementari, ma i posti di lavoro sono molto limitati.
    Non esistono organizzazioni femminili (d'altra parte in questo paese non esiste neppure la Costituzione, né si tengono libere elezioni, né esiste una Corte di giustizia. Tutto il potere è nelle mani di 5.000 membri della famiglia reale).
    Il marito può divorziare in qualunque momento, basta che paghi gli alimenti; la donna può farlo solo se dimostra di essere stata malmenata.
    L'8 marzo non esiste come festa.
    VI) In generale
    Nei paesi dove vige la legge coranica le donne sono separate dagli uomini non solo nella moschea, ma ovunque, anche negli uffici pubblici. Tutta la vita sociale è costruita su questa divisione sessuale. Bambini e bambine sono trattati in modo diverso sin dalla nascita. Nei confronti delle bambine l'educazione è molto più severa. Spesso quando la donna si emancipa viene accusata dagli uomini di seguire le "mode occidentali".


    31 marzo 2009

    GAZA EROTICA: UN VIDEO-HARD PER ABU MAZEN...

     

    Da "la Repubblica" - Il comportamento sessualmente disinibito di un suo stretto collaboratore mette nei guai il presidente palestinese Abu Mazen. Al leader è stato recapitato un video che mostra un funzionario degli organismi di sicurezza dell´Autorità Nazionale Palestinese mentre, completamente nudo, si abbandona a focose effusioni con una segretaria nel palazzo della Muqata, dove Abu Mazen risiede.

    Il funzionario colto in flagrante era stato arrestato alcune settimane fa da Israele perché accusato di «reclutare cittadini israeliani per il servizio segreto palestinese». Una fonte della sicurezza ha detto al quotidiano israeliano Maariv che «qualcuno ha inviato la registrazione ad Abu Mazen perché vedesse chi sono quelli che lavorano con lui». Lo scandalo potrebbe diventare un vero autogol per al Fatah, il partito del presidente, proprio ora che sembra possibile la riconciliazione con Hamas.


    17 gennaio 2009

    Arabia Saudita: il gran muftì incita alla pedofilia

     

     
    Lo sceicco Abdul Aziz Al Sheikh: una
    foto eloquente ...


    "Massì - contesteranno i relativisti - è la loro cultura, in fin dei conti è giusto rispettarli ...", personalmente credo che ci siano delle regole che valgono a qualsiasi latitudine, e che qualcuno si nasconde dietro la foglia di fico della religione, non tanto per giustificare, ma per incitare la perversione sessuale. Leggo che Il gran mufti saudita, un certo sceicco Abdul Aziz Al Sheikh, ha espresso la propria approvazione riguardo il matrimonio per le giovani ragazze. Lo si legge tra le pagine del sito web dell'emittente saudita al Arabiya.

    Il religioso saudita e' dell'opinione che le fanciulle possono sposarsi a partire dall'eta' di 10 anni ed ha rinforzato la sua idea perversa, criticando chi vuole alzare l'età a partire dalla quale è possibile sposarsi.

    Secondo Al Sheikh, ma pare anche secondo l'Islam, una ragazza sarebbe pronta a sposarsi e quindi ad entrare nel talamo nuziale, quando ha tra i 10 e i 12 anni (naturalmente non esiste alcun limite per lo sposo, anche un settantenne può impalmare la ragazzina, come insegna la cronaca di quei paesi). Il religioso ha poi spiegato che la legge islamica non è in alcun modo opprimente nei confronti delle donne, oltre al danno la beffa!

    ''Coloro che chiedono di alzare a 25 l'eta' per sposarsi stanno sbagliando completamente'', ha affermato il gran mufti durante una conferenza tenuta in una facolta' dell'università islamica di Riyadh. ''Le nostri madri e le nostre nonne si sono sposate quando avevano appena 12 anni. L'insegnamento di Dio rende le ragazze pronte a svolgere tutti i compiti coniugali a quell'eta'''. Ha aggiunto lo sceicco Abdul. Suffragando così il suo pensiero con pratiche in uso dalla notte dei tempi in quel paese.

    Le dichiarazioni dello sceicco seguono un caso in cui si parlò del matrimonio con ragazze minorenni senza il loro consenso: una aperta violazione alla legge islamica che non può essere tollerato! L'Associazione saudita per i diritti umani (Nhra) ha criticato l'elevato numero di casi che vedono unire in matrimonio ragazze minorenni a uomini piu' grandi ed ha giudicato il fatto una grave violazione dell'infanzia. L'Nhra cerca di lavorare con le autorità per frenare la pratica e proteggere i diritti dei bambini. Ma incontra delle forti resistenze da parte delle autorità religiose e, possiamo immaginare, dei pedofili sauditi ...

    Hurricane


    7 gennaio 2009

    Al Qaeda: siti pedofili per pianificare gli attacchi

     

    E' quanto scrive il 'Sunday Mirror'. Una fonte dei servizi di sicurezza al tabloid: ''E' l'ultimo disperato tentativo della rete del terrore di evitare di essere intercettata''. L'alto livello di segretezza e protezione richiesto da questi siti possono infatti offrire ''una buona copertura ai terroristi" 



    I militanti di Al Qaeda usano i siti web legati al network dei pedofili per pianificare attacchi contro la Gran Bretagna. E' quanto scrive il 'Sunday Mirror', citando fonti dei servizi di sicurezza, secondo cui questi siti - protetti da password e dati criptati - sono più difficilmente controllabili e infiltrabili dalla polizia.

    "L'uso di siti di pornografia infantile sembra essere l'ultimo disperato tentativo di Al Quaeda di evitare di essere intercettata - dice una fonte al tabloid - Purtroppo, l'alto livello di segretezza e protezione richiesto dai pedofili significa che i loro siti possono offrire una buona copertura ai terroristi".

    Adnkronos


    23 dicembre 2008

    Siria: sotto il chador ... di tutto

     

    L’incredibile universo erotico dietro l’austerità di Damasco



    Il commesso barbuto prende un paio di slip rossi con la zip davanti dalla vetrina piena di guêpière made in Cina e lo mostra alle tre ragazze velate che si tengono a braccetto e parlottano. Dietro il bancone della piccola bottega a pochi isolati dalla Muqata, la sede del governo palestinese, un ritratto di Yasser Arafat. La taglia è giusta: le amiche pagano e si rituffano nel trambusto dei centri commerciali di Radio Bulevard, il cuore di Ramallah, automobili con la musica sparata, banchi di fragole, un grande albero di Natale.

    «E' un settore che qui non conosce crisi» scherza Mustafà, titolare d'un negozio di corsetti piumati e reggiseni trasparenti, alcuni di marche europee. Suo cugino vive a Gaza, dove di questi tempi i trafficanti si arricchiscono importando armi e Viagra: «Quando è riuscito ad andare in Egitto, attraverso il valico di Rafah, ha comprato diversi capi, cose adatte a una serata speciale con la moglie. Anche il Cairo ormai è invaso da prodotti cinesi, costano meno, li usi una volta e poi cambi fantasia».

    Nonostante il numero crescente di donne velate, il mondo arabo mantiene la passione per la biancheria intima licenziosa. Facce entrambe della stessa medaglia, secondo il libro di due giovani studiose che sta facendo il giro della comunità musulmana londinese e di quella virtuale, la umma online. The Secret Life of Syrian Lingerie, la vita segreta della lingerie siriana, è un'inchiesta sul lato occulto della capitale siriana tra i cui vicoli non si nascondono solo gli agenti del Mukhabarat, la temibile polizia segreta del presidente Assad, ma un'immaginario erotico decisamente audace narrato finora solo dalla letteratura.

    Romanzi come La prova del miele di Salwa Al-Neimi, una specie di Melissa P mediorientale, hanno avuto molto successo all'estero e in patria, seppure grazie a internet. Ma raccontare la realtà resta un tabù sostiene Malu Halasa, una delle due autrici di The Secret Life of Syrian Lingerie: «Basta pensare alla fantasiosa biancheria intima siriana. Prodotta da tradizionali e religiose famiglie sunnite per una clientela tradizionale e religiosa sarebbe l'ideale contro la convinzione occidentale che l'islam sia puritano e sessuofobico». Il condizionale è d'obbligo: «Dopo mesi di discussioni l'editore ha rifiutato le immagini della prima donna musulmana in lingerie che si vedono sui cartelloni pubblicitari di mezza Siria per paura di una reazione violenta». Della serie si fa ma non si dice. Scriverne poi, apriti cielo.

    Intanto però, il libro c'è. Avrebbe potuto mostrare di più, come sa bene chi si è addentrato almeno una volta nei vicoli dello storico Suq Hamadiyeh di Damasco, tra antichi backgamon siriani intarsiati di madreperla e bustini in latex che farebbero impazzire Madonna. Ma racconta molto attraverso le voci delle protagoniste come la giovin signora che spiega l'uso delle mutandine accessoriate di cellulare. «Quando desidero mio marito - dice la donna - mi siedo sul letto con indosso solo di slip e lo chiamo: dring, dring, il telefono squilla, vieni a rispondere».

    «Alla scuola d'arte mi dicevano di guardare all'interno della mia cultura, l'ho fatto ed è stata una vera sorpresa» ammetta Rana Salam, l'altra autrice che lavora in studio grafico a Londra. La vita segreta della lingerie siriana pullula d'indumenti intimi bordati di pelliccia o arricchiti di uccellini in plastica, boa di struzzo, reggiseni a coppa che si aprono come scrigni e partners che s'ingegnano a vicenda ad aprire e chiudere cerniere lampo.

    Pazienza se i cultori di Victoria's Secret, la raffinata marca di lingerie americana, storceranno il naso: «Chiamatelo pure kitsch, è l'inno alla sessualità mediorientale, arte pura» ripetono le autrici. La performer libanese Ayah Bdeir ha incluso gadget erotici «alla siriana» nelle sue ultime installazioni.

    Una fanciulla con il velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi esce dal un negozio di Salah Eddin street, a Gerusalemme est, infilando nella borsa un paio di culotte con un cuore lampeggiante davanti. «Non c'è vergogna nella religione» dice uno degli intervistati alla fine di The Secret Life of Syrian Lingerie, spiegando che l'islam incoraggia i coniugi a cercare la reciproca soddisfazione sessuale. E' la teoria degli orientalisti Hassouna Mosbahi e Heller Erdmute, secondo cui sarebbe stata la cultura tribale araba a aver aggiunto misoginia e bigottismo a quella musulmana. Peccato che oggi sul lungomare di Gaza i fidanzati non possano neppure prendersi per mano.

    Francesca Paci


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    9 novembre 2008

    Egitto, bloccati spot su viagra Indecenti perché usano inno nazionale

     

     

    Due reti televisive egiziane sono state costrette a bloccare spot pubblicitari della pillola di Viagra ritenuti indecenti, perché, oltre a immagini molto allusive, utilizzavano per colonna sonora un inno patriottico della guerra del 1973 contro Israele. Numerose le proteste del pubblico per il quale le pubblicità erano "irritanti e indecenti".

    Lo spot garantiva un rimedio alla disfunzione erettile. Sfondo musicale "Keep the Weapon Awake" (tieni pronta l'arma, scritta nel 1973 Ahmed Shafiq Kamel, il poeta egiziano che accese gli animi dei suoi connazionali durante la guerra arabo-israeliana, nota anche come "del Kippur" o "del Ramadan" perché scoppiata in concomitanza con le festività religiose ebraica e islamica.

    Molti in Egitto ricordano con orgoglio quella guerra, cominciata con una tremenda offensiva degli eserciti egiziano e siriano, che travolse le forze israeliane, colte di sorpresa. Dopo essersi spinti qualche chilometro oltre il canale, gli egiziani interruppero l'attacco, quasi a dimostrare di voler infliggere una sconfitta psicologica all'avversario per gettare le basi di una soluzione negoziata. La controffensiva israeliana nel Sinai fu tremenda: le unità comandate dal generale Sharon varcarono il canale, accerchiando una intera armata egiziana. Il risultato della guerra fu la pace separata con l'Egitto, mediata dagli Usa.


    26 settembre 2008

    "Voglio diventare una spogliarellista"Ma è figlia di un predicatore islamico

     

    Il padre è Mohammed Omar Bakri, noto come «l'ayatollah di Londra»

    Si è fatta cambiare il nome da Yossra a Yasmin. Per ora fa la ballerina nei bar di Londra, ma la sua vera aspirazione è quella di diventare spogliarellista. Nulla di strano se non fosse che Yasmin sia la figlia di Mohammed Omar Bakri, il noto predicatore islamico di origini siriane definito «l’ayatollah di Londra» perche dalla donne pretendeva che si coprissero «dalla testa al piede». Oggi il giornale britannico The Sun, pubblica le foto della figlia del predicatore che nel 2005 ha dovuto lasciare la Gran Bretagna e vive da tre anni a Tripoli nel Libano. «Non ho nessuna rapporto con mio padre e non sono mai stata d’accordo con il suo modo di vivere ne con le sue opinioni estremiste», afferma Yasmin, madre di un figlio di tre anni da un matrimonio finito male con un marito turco.

    Mohammed Omar Bakri è un attivista militante islamico che è stato spesso al centro di numerose polemiche come quando, nel dicembre 2004, giurò che i musulmani avrebbero dato all'Occidente un nuovo 11 settenbre «giorno dopo giorno dopo giorno» se i governi non avessero cambiato le proprie politiche. E' stato descritto come molto vicino ad al Quaeda - fu lui a rilasciare i comunicati preparati da Osama bin Laden dopo le bombe all'ambasciata Usa del 1998 - ma anche come l'«ayatollah di Tottenham», considerato da molti solo un personaggio sopra le righe .
    Nel 2005, dopo le bombe a Londra del 7 luglio, il Times riportò che «una dozzina di membri» del suo gruppo Al-Muhajiroun «hanno preso parte agli attentati suicidi o sono diventati molto vicini ad Al Quaeda e al suo network di supporto». Poco dopo Bakri ha lasciato la Gran Bretagna per trasferirsi in Libano, da dove non si è più mosso dal momento che il Regno Unito l'ha ufficialmente dichiarato persona indesiderata.

    Il quotidiano di Londra, riporta la reazione incredula di Bakri che sembra non avere notizie della figlia da diversi anni: «Se fosse vero quello che mi dite, sarei profondamente scioccato». Tuttavia, l’uomo noto per le sue posizioni contro la «perversione» degli occidentali si mette da parte e afferma: «Mia figlia è sposata ed è suo marito il responsabile di lei»; e aggiunge: «non sono io a doverla perdonare, ma è il padreterno che perdona tutto, ma non che abbia cambiato fede». Bakri, non sa quindi che la bionda Yasmin, è invece divorziata dal marito turco con cui viveva in Turchia. Un suo amico racconta al Sun: «se suo padre vedesse quello che fa Yasmin, gli verrebbe subito un infarto».
    la stampa


    3 agosto 2008

    In Israele la politica si spacca su porno. Per gli ortodossi si deve vietare accesso a siti hard.

     

     La possibilità di consentire o meno agli israeliani l'accesso in blocco ai siti internet pornografici ha spaccato la Knesset, il parlamento israeliano. Il partito ortodosso Shas ha presentato  prima lettura la bozza di una legge che permetterà di impedire di visitare i siti pornografici, istigatori alla violenza o incoraggiatori dei giochi d'azzardo. Al momento del voto, 46 deputati hanno votato a favore, mentre 20 sono stati i voti contro.

    La coalizione di Ehud Olmert attraversa una fase di debolezza e il partito rabbinico sefardita Shas è ora un tassello importante. Fra gli oppositori, si sono espressi con eguale fervore Ghilad Erdan (Likud, destra nazionalista) e Dov Henin (comunista). ''Questa legge - hanno esclamato - non deve passare. Altrimenti saremo come l'Iran''.

    Anche gli opinionisti sono scesi in campo. Secondo Maariv i rabbini ortodossi di Shas sono in realtà impegnati in una 'guerra di cultura' contro il mondo moderno, allo scopo di difendere i loro ghetti mentali. Ma il ministro delle comunicazioni Ariel Atias, un dirigente di Shas, ha assicurato di essere animato solo dal desiderio di difendere i giovani israeliani dai mille rischi che incombono su di loro in internet. Atias ha detto di aver preso ad esempio non l'Iran, bensì Australia, Turchia e Singapore. L'idea è di elaborare una lista dei siti perniciosi: quindi ai server sarebbe ordinato di bloccare ogni possibilità di contatto con essi.

    Secondo il deputato Henin, Atias e il partito Shas hanno intrapreso una strada molto rischiosa per la democrazia israeliana. ''Non desideriamo affatto avere un Grande Fratello'', ha osservato. Gli espedienti tecnici, a suo avviso, non potranno mai risolvere un problema del genere. Anche perché comunque i bambini resteranno esposti a rischi nelle sale chat e nello scambio di messaggi con possibili pedofili.

     


    18 luglio 2008

    Studio egiziano: il velo non salva dalle molestie sessuali

     UN SONDAGGIO SMENTISCE LA LEGGENDA ISLAMISTA


    In Egitto ben l'83% delle donne subisce assalti verbali o fisici. Indipendentemente dall'abbigliamento

    Che il velo non sia un'orrida imposizione maschilista ma un prezioso custode della modestia femminile, in grado di tenere a bada i bollenti spiriti maschili e suscitare un'immediato e duraturo moto di rispetto reverenziale verso chi l'indossa è un vecchio cavallo di battaglia degli islamici/isti. 
    Pecccato che ora una ricerca del Centro Egiziano per i Diritti delle Donne (Ecwr) sembri smontare la tesi. Almeno nel caso specifico dell'Egitto, dove, stando a questa indagine, l’83 per cento delle donne egiziane subisce quasi ogni giorno molestie sessuali per strada e sui mezzi pubblici.  Molestie a tutto campo che vanno dagli inviti verbali "pesanti", alle occhiate insistenti, fino ai palpeggiamenti.  Ora, la percentuale, in verità cospicua, comprende in pefetta par condicio donne velate e non.  
    La direttrice del Centro, Nihad Abul Qumsan, spiega che lo studio è stato condotto su un campione di 2120 soggetti  - 1010 donne egiziane, 1010 uomini egiziani, 100 straniere - attraverso la diffusione di questionari. La conclusione è semplice ma non lascia spazio a dubbi: «Non è vero che le molestie arrivino perchè le donne provocano con il loro modo di vestire», sostiene Qumsan, che racconta l'esemplare caso di una donna incinta di nove mesi fatta bersaglio di oscenità e inviti a salire in auto mentre passeggiava nel quartiere periferico di Maadi, al Cairo «È difficile pensare - osserva la direttrice dell’Ecwr - che in quello stato una donna possa essere condannata per abbigliamenti provocanti. La verità è che succede assolutamente a tutte»
     «Le donne che portano l’hijab, il velo che copre i capelli, o il niqab, che lascia scoperti solo gli occhi, vengono molestate altrettanto quanto le donne senza velo o le straniere», testimonia Angie Ghozian, laureata all’università del Cairo e vittima prediletta dai molestatori in metropolitana o sugli autobus.

    Il sondaggio è accompagnato da una raccolta di firme per una petizione che chiede di modificare le attuali leggi contro le molestie sessuali.  Leggi che sulla carta non sono nemmeno malaccio: sono previste condanne fino a un anno di reclusione per gli uomini che rivolgono frasi oscene all’indirizzo delle donne. Peccato che la percentuale delle denunce alla polizia sia meno del 2 per cento.

    Carla reschia


    17 giugno 2008

    Hamas censura il Web a luci rosse


     
    Con l'intento di migliorare la morale e lo spirito della popolazione, Hamas ha raggiunto l'accordo con un ISP locale per applicare dei filtri che non lascino passare contenuti pornografici. Il sistema rallenta,però, pesantemente la navigazione 

    Mentre in Italia ha destato scalpore e curiosità la propos di normare più severamente la diffusione di contenuti pornografici online, in Medio Oriente le autorità di Hamas hanno avviato una profonda opera di censura online orientata a precludere l'accesso ai contenuti pornografici dalla Palestina.

    A Gaza, l'unico ISP che fornisce connessioni ADSL è PalTel e le autorità di Hamas hanno siglato un accordo con loro a metà maggio, ora diventato operativo, che prevede il filtraggio totale dei contenuti di Internet per bloccare la pornografia. Il tema è infatti particolarmente sentito nella zona, già in passato ci sono stati degli incidenti con bombe incendiarie gettate agli internet point da parte di gruppi estremisti che rivendicano la pulizia della rete per una maggiore moralità.

    I filtri, infatti, sono stati progettati secondo l'autorità per «proteggere i figli della gente della Palestina e rinforzare la morale della nazione». Ma ben lungi dal rafforzare la morale, i filtri stanno scontentando tutti e non solo per il fatto che inibiscono l'accesso alla pirateria, quanto soprattutto per il fatto che rallentano tutta la navigazione. Alle volte alcuni siti ci mettono anche due ore per aprirsi.

    E se gli studenti e chi fa ricerca si lamenta e di non poter svolgere il proprio lavoro, gli utilizzatori comuni lamentano la morte anche dell'ultima forma di intrattenimento che gli era rimasta. Eppure i 50.000 abbonati ad una linea ADSL (su un milione e mezzo di abitanti) continuano a crescere, segno che la rete continua ad avere un senso e un'utilità.
    Gabriele Niola


    15 giugno 2008

    Da tenente comunista ai bordelli della Cina ...

     

    Nordcoreane in fuga: soldi, sesso e disillusioni


    Cina, prostitute

    Piccola ma robusta, coi capelli corti e il viso segnato dal lavoro nei campi, è una donna coraggiosa e decisa. Inginocchiata sul tipico pavimento coreano, l’ondol, fatto di carta oleata e riscaldato dal basso, in una modesta casetta in un villaggio a 30 chilometri dal confine segnato dal fiume Tumen, la donna tiene in braccio il figlioletto addormentato. Per arrivare dalla Corea del Nord, ha percorso un’odissea uguale a quella di migliaia di nordcoreani, come lei in fuga dalla dittatura e dalla fame.

    Originaria della città di Onsong, questa donna di 26 anni lavorava in una miniera di carbone. Il Nord della provincia di Hamgyong è la parte più povera del Paese, la «Siberia coreana», per i clima e per le deportazioni. Il padre, membro del partito dei Lavoratori, venne «purgato» quando era ancora una bambina e dovette lasciare la capitale Pyongyang per fare il minatore. Morì durante la grande carestia del 1990, quando un milione di persone su 20 persero la vita per gli stenti. «Fu allora che decisi di partire. Non ero mai uscita dal mio comune. Le voci dicevano che in Cina si stava meglio. Quando non si sa nulla, si sopporta tutto, ma se una luce compare nella notte, si va in quella direzione». Aveva 19 anni. Pagò una mazzetta a una guardia di frontiera e passò il fiume. Dall’altra parte venne fermata dalla polizia cinese. Un mese dopo ci riprovò e fu di nuovo rimpatriata. La terza volta fu presa di nuovo. «Mi hanno caricata su una jeep, ammanettata. Ma le manette erano troppo larghe per i miei polsi, sono saltata giù. Poi ho corso, come una pazza, fino a seminarli». Dopo trenta chilometri a piedi attraverso le montagne è arrivata a questo villaggio (vicino alla città di Yangi) abitato da sino-coreani.

    La comunità di origine coreana vive da tre generazioni nella regione autonoma di Yanbian, alla frontiere con la Corea del Nord. In tutto sono circa un milione di persone, che permettono agli espatriati di confondersi nella massa. I più vengono per brevi periodi, tirano su un gruzzoletto e tornano indietro. Altri s’imbarcano in un viaggio di 5.000 chilometri fino allo Yunnan, di lì passano nel Laos e poi in Thailandia, dove chiedono asilo politico alla Corea del Sud. Altri, come la giovane donna fuggita dal lavoro in miniera, si stabiliscono nella comunità sino-coreana. Lei è andata a vivere con un contadino di 52 anni, hanno avuto un bambino. Sorride quando lui le chiede se è felice: «Ma ho paura».

    Dall’inizio dell’anno i 1.300 chilometri di frontiera tra Cina e Corea del Nord sono sigillati. Telecamere, reticolati, pattuglie di poliziotti e soldati sulle vie che costeggiano il fiume Tumen. Lo stesso sulla riva coreana. Le pene per chi cerca di passare sono state inasprite. «Oramai passano in pochissimi», dice un prete di un altro villaggio dalla case basse, non lontano dal fiume. Il campanile della chiesa è sormontato da un croce sproporzionata: un punto di riferimento per gli espatriati. La comunità sino-coreana è in maggioranza cristiana e le chiese sono maglie importanti nella rete di supporto locale.

    Per i cinesi i transfughi coreani non sono rifugiati politici, ma «immigrati per ragioni economiche», illegali, da rimpatriare secondo gli accordi con la Corea del Nord. Adesso però, alla vigilia dei Giochi olimpici, Pechino vuole evitare critiche internazionali per violazioni dei diritti umani. «Le autorità cinesi - spiega il prete - hanno due obbiettivi: mostrarsi inflessibili nel bloccare gli arrivi ma far mostra di grande flessibilità con quelli che sono già in Cina. Da qualche mese, le deportazioni sono praticamente cessate». Una tolleranza confermata da varie fonti, ma che potrebbe essere solo temporanea. Soprattutto nei riguardi delle donne la mano cinese è più leggera «Le pene sono meno severe», conferma il prete. Le coreane che passano in Cina sono spesso sposate: guadagnano qualche soldo per nutrire la famiglia e poi tornano indietro. Altre cercano di rifarsi una vita. Ma tutte rischiano di finire nelle grinfie dei «mercanti di donne»: stuprate, vendute come spose a vecchi contadini, costrette a prostituirsi.

    A Shenyang, nel quartiere di Xinda, scintillante di luci e insegne di ristoranti e bar karaoke, le immigrate coreane clandestine ci lavorano come inservienti, domestiche. Altre si vendono sul mercato della notte. In un locale lussuoso, una giovane dal viso bellissimo, con un vestito sgargiante e cortissimo, è seduta su un divano in un angolo discreto. «Ero nell’esercito, sottotenente - racconta -. Poi mi hanno spedito in fabbrica. Non avevo nessuna possibilità di vivere decentemente. Un’amica passata in Cina mi ha mandato il denaro necessari per corrompere le guardi (230 euro). La mia amica mi ha anche trovato un lavoro. Con i soldi guadagnati in tre mesi ho fatto venire anche mia madre».

    I passeur forniscono anche numeri di cellulari cinesi da chiamare per organizzare la fuga. Queste comunicazioni clandestine servono anche a capire quello che sta succedendo in Corea del Nord: la crisi alimentari non è ai livelli della carestia del 1990, ma le regioni più povere sono già in condizioni disperate. La ragazza esce dal locale all’alba, senza farsi notare. Shenyang è l'avamposto della presenza coreana in Cina. Ma è anche un nido di spie. Meglio stare attenti.

    Hnry Chang, Lucien Simon



    15 giugno 2008

    Porno in rete: i Guardiani della Rivoluzione iraniana contro internet

     Gossip Foto Porno in rete i Guardiani della Rivoluzione iraniana contro internet
    Il regime degli ayatollah preoccupato per l'influenza negativa che internet porrebbe avere sui giovani

     

    A Tehran si prepara una caccia ai frequentatori siti porno

    Il governo iraniano sarebbe preoccupato per l'influenza negativa che internet potrebbe avere sui giovani, e per questo i Guardiani della Rivoluzione vorrebbero perseguire coloro che si collegano alla rete in cerca di materiale pornografico. I Pasdaran sarebbero terrorizzati dall'idea che l'accesso al web possa "corrompere" i costumi della gioventù iraniana, minando le fondamenta dello Stato, e, alla lunga, mettere in crisi il regime teocratico.

    In seguito al referendum komeinista, che il 30 marzo 1979 sancì la fine dell'Impero persiano, e la nascita della Repubblica Islamica, vennero infatti banditi dall'Iran le bevande alcoliche, il gioco d'azzardo e la prostituzione, dando contemporaneamente il via alle persecuzioni contro gli omosessuali, e contro chiunque assumesse comportamenti non conformi alla sharia, la legge islamica conforme al Corano e agli insegnamenti del Profeta Maometto.

    I Pasdaran, garanti della stretta osservanza della sharia, chiederebbero quindi "solo" l'applicazione della legge, trovando il supporto del Consiglio dei Saggi che affianca la Guida Suprema (il rahbar), l'effettivo detentore del potere di ispirazione religiosa. Il Consiglio dei Saggi, infatti, è formato da 12 personalità scelte da un'assemblea di esponenti religiosi, sulla base del loro curriculum, sei dei quali vengono nominati direttamente dalla Guida Suprema.

    Il timore che l'iniziativa dei Guardiani della Rivoluzione possa essere la scusa per sanguinose repressioni, ha portato i giovani iraniani (in particolare gli studenti dell'Università della Capitale) ad acquistare al mercato nero ad elevato prezzo schede per la connesione a internet delle compagnie telefoniche degli stati confinanti (una sim card della Omantel è venduta sottobanco a Tehran per 150 dollari).

    Tutta la legislazione iraniana è sottoposta alla supervisione del Consiglio dei Guardiani, in base al principio della cosiddetta vilaet-e faqih, ossia la "tutela del giurisperito", per controllare che le leggi non siano in contrasto col Corano e la dottrina islamica. E' chiaro che in una Paese come l'Iran, dove le candidature a presidente dello Stato devono ottenere il placet del Consiglio dei Guardiani, e dove la Guida Suprema è il comandante in capo delle forze armate, ed ha il potere di nominare i vertici della magistratura, il timore che possa scatenarsi un'ondata di repressione contro coloro che navigano su siti pornografici, è molto più di un'ipotesi remota.

    Mentre anche Raul Castro ha deciso di permettere ai cubani di possedere computer e cellulari (pur essendoci sull'isola un altissimo tasso di prostituzione "non uficialmente riconosciuta"), il regime degli ayatollah resta l'ultimo baluardo del conservatorismo religioso.

    John Kamut


     


    14 giugno 2008

    Islam e verginità: la chirurgia “soccorre” le donne musulmane

     
     

     

    Rifarsi una verginità ed essere pronte per un matrimonio islamico senza il rischio di vederselo annullato il giorno dopo la prima notte di nozze? Oggi bastano meno di tremila dollari, un’incisione semicircolare, una decina di punti di sutura riassorbibili e circa trenta minuti di tempo. Il New York Times racconta la storia di una giovane studentessa, francese di Montpellier ma di origine marocchina, che ha perduto la verginità a dieci anni a causa di un incidente mentre andava a cavallo e che nella cosiddetta imenoplastica ha trovato “la chiave per una nuova vita”. La ricostruzione chirurgica dell’imene, la membrana vaginale che di norma si rompe durante il primo rapporto sessuale, è una pratica alla quale - scrive il NYT – sembra fare ricorso un “numero sempre più alto di donne musulmane in Europa”. Con il crescere della popolazione islamica nel Vecchio continente, molte donne musulmane si sono trovate a vivere “tra le libertà che offre la società europea e le inamovibili tradizioni dei genitori e delle generazioni ancora precedenti”.

    “Nella mia cultura – ha detto la studentessa marocchina al New York Times – non essere vergine è scandaloso”. Una donna islamica che cresce in una più aperta società europea – afferma Hicham Mouallem uno dei chirurghi che effettua l’imenoplastica – si espone al “rischio probabile” di avere rapporti sessuali prima del matrimonio e “se si ha intenzione di sposare un uomo di religione musulmana e non si vogliono problemi, è possibile cercare di ricostruirsi la verginità”. Scrive ancora il quotidiano statunitense: “Secondo i ginecologi, negli ultimi anni il numero delle donne di fede islamica che hanno richiesto certificati di verginità per mostrarli a qualcuno è cresciuto”. Un fenomeno che a sua volta ha aumentato la domanda per interventi di questo tipo che “se effettuati con cura” sono, secondo i chirurghi estetici, praticamente impossibili da scoprire. Inoltre il servizio – nota il NYT – è largamente pubblicizzato su internet, dove è addirittura possibile trovare ‘pacchetti di viaggio’ verso paesi come la Tunisia dove l’intervento è molto meno costoso”. Sull’argomento, secondo il quotidiano Usa, “non esistono statistiche attendibili perché la procedura è per lo più effettuata in cliniche private e nella maggior parte dei casi non gode della copertura di piani assicurativi finanziati dallo Stato”.

    La riparazione dell’imene è un argomento di cui negli ultimi tempi si parla molto e al quale due registi italiani hanno di recente dedicato un film. Corazones de Mujer è il titolo. Dietro la macchina da presa ci sono Davide Sordella e Pablo Benedetti che – hanno spiegato – data la delicatezza dell’argomento hanno deciso di firmarsi con il nome collettivo di Kiff Kosoof (in arabo, “Eclisse”) “per quello che era successo a Theo Van Gogh, per proteggerci”. La pellicola, completamente autoprodotta, costata appena 50 mila euro e scelta dal Festival di Berlino per la sezione Panorama, narra la storia (vera) di un sarto travestito di origine marocchina e di una promessa sposa araba che vive a Torino e che insieme a lui si reca a Casablanca per sottoporsi all’operazione e recuperare la verginità perduta.

    L’argomento è particolarmente sentito anche in Francia dopo che, un paio di settimane fa, una sentenza pronunciata a Lille ha decretato l’annullamento del matrimonio di una coppia di musulmani francesi dopo che il marito ha scoperto che la sposa non era vergine come aveva dichiarato di essere. Come racconta il New York Times, l’uomo, un ingegnere di circa trent’anni, in seguito alla deludente scoperta “ha abbandonato il letto nuziale ed è andato ad annunciare agli ospiti ancora in festa che la sua sposa gli aveva mentito”. La bugiarda – aggiunge il NYT - “è stata riconsegnata sulla porta di casa dei genitori la notte stessa”. Il giorno seguente lui s’è rivolto a un avvocato e lei, pentita, “ha confessato e ha acconsentito all’annullamento”. La Corte che ha preso la decisione non ha menzionato questioni religiose parlando semplicemente di “rescissione di contratto”, in quanto l’anonimo ingegnere aveva preso la decisione di sposare la donna perché gli era stata presentata come “libera e illibata”.

    Riferisce ancora il quotidiano statunitense che “secondo femministe, avvocati e medici, l’accettazione da parte di una Corte di un ruolo tanto centrale della verginità nel matrimonio finirà per incoraggiare sempre più donne, francesi ma di background culturale islamico, a sottoporsi alla ricostruzione chirurgica dell’imene”. “Chi sono io per giudicare?”, commenta Marc Abecassis, il chirurgo che ha effettuato l’imenoplastica alla studentessa di Montpellier. “Alcuni miei colleghi negli Stati Uniti hanno pazienti che si sottopongono all’intervento per fare un regalo di San Valentino al marito. Quel che faccio io non è per divertimento: le mie miei pazienti – conclude Abecassis – non hanno scelta se vogliono trovare la serenità. E un marito”.

    Andrea Di Nino 


    12 giugno 2008

    Islam e verginità: la chirurgia “soccorre” le donne musulmane

     

    Islam e verginità: la chirurgia “soccorre” le donne musulmane

    (Velino) - Rifarsi una verginità ed essere pronte per un matrimonio islamico senza il rischio di vederselo annullato il giorno dopo la prima notte di nozze? Oggi bastano meno di tremila dollari, un’incisione semicircolare, una decina di punti di sutura riassorbibili e circa trenta minuti di tempo. Il New York Times racconta la storia di una giovane studentessa, francese di Montpellier ma di origine marocchina, che ha perduto la verginità a dieci anni a causa di un incidente mentre andava a cavallo e che nella cosiddetta imenoplastica ha trovato “la chiave per una nuova vita”. La ricostruzione chirurgica dell’imene, la membrana vaginale che di norma si rompe durante il primo rapporto sessuale, è una pratica alla quale - scrive il NYT – sembra fare ricorso un “numero sempre più alto di donne musulmane in Europa”. Con il crescere della popolazione islamica nel Vecchio continente, molte donne musulmane si sono trovate a vivere “tra le libertà che offre la società europea e le inamovibili tradizioni dei genitori e delle generazioni ancora precedenti”.


    “Nella mia cultura – ha detto la studentessa marocchina al New York Times – non essere vergine è scandaloso”. Una donna islamica che cresce in una più aperta società europea – afferma Hicham Mouallem uno dei chirurghi che effettua l’imenoplastica – si espone al “rischio probabile” di avere rapporti sessuali prima del matrimonio e “se si ha intenzione di sposare un uomo di religione musulmana e non si vogliono problemi, è possibile cercare di ricostruirsi la verginità”. Scrive ancora il quotidiano statunitense: “Secondo i ginecologi, negli ultimi anni il numero delle donne di fede islamica che hanno richiesto certificati di verginità per mostrarli a qualcuno è cresciuto”. Un fenomeno che a sua volta ha aumentato la domanda per interventi di questo tipo che “se effettuati con cura” sono, secondo i chirurghi estetici, praticamente impossibili da scoprire. Inoltre il servizio – nota il NYT – è largamente pubblicizzato su internet, dove è addirittura possibile trovare ‘pacchetti di viaggio’ verso paesi come la Tunisia dove l’intervento è molto meno costoso”. Sull’argomento, secondo il quotidiano Usa, “non esistono statistiche attendibili perché la procedura è per lo più effettuata in cliniche private e nella maggior parte dei casi non gode della copertura di piani assicurativi finanziati dallo Stato”.

    La riparazione dell’imene è un argomento di cui negli ultimi tempi si parla molto e al quale due registi italiani hanno di recente dedicato un film. Corazones de Mujer è il titolo. Dietro la macchina da presa ci sono Davide Sordella e Pablo Benedetti che – hanno spiegato – data la delicatezza dell’argomento hanno deciso di firmarsi con il nome collettivo di Kiff Kosoof (in arabo, “Eclisse”) “per quello che era successo a Theo Van Gogh, per proteggerci”. La pellicola, completamente autoprodotta, costata appena 50 mila euro e scelta dal Festival di Berlino per la sezione Panorama, narra la storia (vera) di un sarto travestito di origine marocchina e di una promessa sposa araba che vive a Torino e che insieme a lui si reca a Casablanca per sottoporsi all’operazione e recuperare la verginità perduta.

    L’argomento è particolarmente sentito anche in Francia dopo che, un paio di settimane fa, una sentenza pronunciata a Lille ha decretato l’annullamento del matrimonio di una coppia di musulmani francesi dopo che il marito ha scoperto che la sposa non era vergine come aveva dichiarato di essere. Come racconta il New York Times, l’uomo, un ingegnere di circa trent’anni, in seguito alla deludente scoperta “ha abbandonato il letto nuziale ed è andato ad annunciare agli ospiti ancora in festa che la sua sposa gli aveva mentito”. La bugiarda – aggiunge il NYT - “è stata riconsegnata sulla porta di casa dei genitori la notte stessa”. Il giorno seguente lui s’è rivolto a un avvocato e lei, pentita, “ha confessato e ha acconsentito all’annullamento”. La Corte che ha preso la decisione non ha menzionato questioni religiose parlando semplicemente di “rescissione di contratto”, in quanto l’anonimo ingegnere aveva preso la decisione di sposare la donna perché gli era stata presentata come “libera e illibata”.

    Riferisce ancora il quotidiano statunitense che “secondo femministe, avvocati e medici, l’accettazione da parte di una Corte di un ruolo tanto centrale della verginità nel matrimonio finirà per incoraggiare sempre più donne, francesi ma di background culturale islamico, a sottoporsi alla ricostruzione chirurgica dell’imene”. “Chi sono io per giudicare?”, commenta Marc Abecassis, il chirurgo che ha effettuato l’imenoplastica alla studentessa di Montpellier. “Alcuni miei colleghi negli Stati Uniti hanno pazienti che si sottopongono all’intervento per fare un regalo di San Valentino al marito. Quel che faccio io non è per divertimento: le mie miei pazienti – conclude Abecassis – non hanno scelta se vogliono trovare la serenità. E un marito”.
     
    (Andrea Di Nino)


    9 giugno 2008

    Armi di Distrazione di Massa: una minaccia per i malati di sesso in medio oriente

     


    Armi letali 


    Armi letali 

    Nuove potenti armi vengono studiate, sviluppate ed impiegate sui campi di battaglia del Medio Oriente. Sono letali, e mirano a distruggere il morale dell’avversario, grazie alla be nota tattica dello “shock and awe”.

    Ma non richiedono esplosivi, ne addestramenti costosi per essere lanciate ed utilizzate: al contrario, sono così poco costose in proporzione al danno che possono infliggere al nemico, che vengono usate sempre di più, ogni giorno che passa.

    Anche costruire queste armi è molto semplice: sono sufficienti alcuni ragazzi e ragazze affascinati dai soldi facili, una macchina fotografica, ed un server web.

    I siti porno occidentali (principalmente americani) iniziarono ad esplorare la nicchia di mercato del “ethnic sex” già diversi anni fa, ma solo dopo il 2002 hanno iniziato a comparire siti dedicati a “Arab xxxx”, la qual cosa è abbastanza comprensibile, da un punto di vista psico(pato)logico, dato l’interesse sorto dopo 9/11, e le successive guerre in Afghanistan ed Iraq, per qualsiasi cosa contenesse il termine “arabo”.

    Ma questi siti erano, e sono, dedicati ad un pubblico occidentale. Alcuni di questi, patriotticamente, sostengono la “war on terror” mostrando donne medio-orientali che vengono umiliate, sottomesse ed usate come oggetti sessuali da muscolosi giovani biondi, a volte addirittura vestiti da Marines. Eccetera.

    La novità è che stanno nascendo siti porno occidentali che pubblicano sezioni in arabo, mirando direttamente ad un pubblico medio-orientale.

    Pochi sanno che il maggior aumento del tasso di crescita nell’uso di Internet dal 2000 ad oggi è stato in Medio Oriente. Persino a Gaza, si stima che l’8% della popolazione abbia accesso ad Internet. Tale percentuale è sicuramente maggiore in paesi quali Arabia Saudita, Giordania, Siria, Emirati, Libano, Iran, e così via.

    Statistiche pubblicate da gestori di siti porno Israeliani mostrano che almeno il 10% dei loro visitatori provengono da questi paesi, nonostante i rispettivi governi abbiano adottato imponenti misure volte a censurare l’accesso dei propri cittadini. Il che, incidentalmente, dimostra che questi sistemi di censura non funzionano.

    Naturalmente, possiamo supporre che la maggior parte dei visitatori medio-orientali di siti porno occidentali utilizzino sistemi di anonimati, proxy cifrati, o Tor, e che di conseguenza non risultino nelle statistiche di cui sopra.

    Questa è Guerra Digitale al suo meglio: potremmo definire questi siti delle Armi di Distrazione di Massa.

    Nel mondo musulmano conservatore, il sesso è praticato come in qualsiasi altro luogo, solo che è considerato una cosa totalmente privata e della quale non si parla, mai. Mostrare un seno in pubblico può essere considerato estremamente grave, e punito altrettanto gravemente. Il sesso fuori dal matrimonio è un crimine. Moltre pratiche sessuali del tutto normali tra i teenagers occidentali, sono illegali nella maggior parte di quei paesi, anche tra coniugi consenzienti.

    L’effetto di questi siti pornografici pubblicati in Arabo, e mirati ad un crescente pubblico medio-orientale, è potenzialmente più devastante di una guerra convenzionale.

    Se si viene esposti, e si diventa abituati, alla pornografia occidentale, non solo la moralità privata ma anche quella pubblica degli utenti ne viene indebolita e modificata. Il sesso ha un fortissimo potere di manipolazione. Si comincia a mettere in dubbio l’ordine sociale, i valori familiari, la religione, il ruolo femminile nella società, il governo: più efficace di un bombardamento di alta quota, in prospettiva.

    In fondo le Armi di Distrazione di Massa sono usate massicciamente contro le popolazioni occidentali ormai da 40 anni a questa parte, ed hanno dimostrato di essere molto efficaci: è inevitabile che lo saranno altrettanto se non più, impiegate contro la cultura, le tradizioni e le istituzioni del Medio Oriente.

    Zone-h


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