.
Annunci online

  LiberaliPerIsraele “la libertà dell’Occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme”
 
Diario
 








  







Liberali per Israele 






     
  A Shuny 
                     

    
  




 Contatori visite gratuiti


11 dicembre 2012

Quest'estate vado in un Kibbutz

 

Che cosa unisce il leader della destra sociale Gianni Alemanno a Toni Negri, «cattivo maestro» dell’Autonomia operaia, filosofo marxista, intellettuale radical e provocatorio apprezzato in Francia e negli Stati Uniti? La storia li divide ma li accomuna la passione trasversale per i kibbutzim, le cooperative agricole autogestite che hanno tenuto a battesimo lo Stato d’Israele e oggi rappresentano il tre per cento della popolazione.

L’ex ministro dell’agricoltura di Alleanza Nazionale se n’è invaghito due anni fa durante una visita ufficiale in Terra Santa («la ricerca dell’identità, il rapporto con il territorio e il rispetto delle origini erano già patrimonio dei movimenti di destra degli anni Settanta»): a ottobre tornerà con una decina dei suoi ragazzi per uno scambio culturale promosso dalla fondazione Nuova Italia.

Per l’autore di «Empire» invece, si tratta di un vecchio amore: «Sono diventato comunista in Israele nel kibbutz Nahshonim, vicino Petah Tikva», ha raccontato Toni Negri la settimana scorsa, ospite dell’Istituto Spinoza di Gerusalemme. Al tempo aveva vent’anni, studiava «Il Capitale», la rivoluzione era la cifra del mondo: molte cose sono cambiate da allora ma non il piacere di trascorrere una settimana in kibbutz.

Mentre la gauche israeliana, dall’ex presidente del parlamento Avrahm Burg al fondatore di «Peace Now» Dror Etkes, celebra il requiem del sionismo socialista del secolo scorso, le ali estreme della politica italiana scoprono o riscoprono l’esperienza pionieristica e comunitaria dei padri fondatori d’Israele.

Nessuno dei duecentosettanta kibbutzim disseminati nel Paese è più «l’impresa sociale basata sull’economia redistributiva» dell’ideale collettivista che lo animava ieri. La proprietà privata è un tabù ormai superato: l’ultima a capitolare in ordine di tempo è stata la cooperativa di Ha’on, sul lago di Tiberiade, venduta un paio di giorni fa a un esterno per essere trasformata in un residence.

Eppure, ogni anno, soprattutto d’estate, dai sei ai diecimila giovani italiani, europei, americani, australiani, sognatori oppure no, vengono a lavorare in kibbutz per qualche mese. Ci sono anche «volontari» più maturi, che di solito si fermano un po’ meno. La tensione della Seconda Intifada aveva ridotto notevolmente la richiesta, ma dal 2005 il flusso è ripreso a pieno ritmo e le prenotazioni superano di gran lunga la disponibilità.

Che cosa trovano gli stranieri nel kibbutz che non seduce più come un tempo gli israeliani?

L’esperienza della vita in comune non basta a spiegare una lista di ospiti che comprende migliaia di diciottenni adrenalinici, politici di destra e di sinistra orfani d’ideali, ma anche attrici note come Debra Winger e Sigourney Weaver, il cantante Simon Le Bon dei Duran Duran, il comico americano Jerry Seinfeld. Nei kibbutzim di oggi c’è di tutto. Vacanze alternative da otto ore di lavoro al giorno in serra, relax in piscina, sofisticati centri di bellezza, seminari d’utopia. Con 700 schekel, circa 130 euro, si vive una settimana in bed&breakfast a Ha Nasi nel Golan, le alture siriane occupate da Israele dopo la guerra del ‘67: passeggiate tra boschi e antiche rovine, degustazioni di vino Yarden e la vertigine di esplorare una terra che già domani potrebbe essere altra, ridefinita da confini diversi, moneta di scambio per la pace con Damasco.

Sempre a nord, nella Galilea occidentale, a pochi chilometri dalla frontiera libanese, c’è la comunità agricola di Mitzpe Hilla, dove Noam Shalil e la moglie gestiscono un piccolo agriturismo in attesa che Hamas rilasci il figlio, il soldato Gilad, rapito a Gaza oltre un anno fa.

A Mizra invece, una comunità di duecento famiglie tra Nazareth e Afula, una delle prime insediate negli anni Venti, s’incontra una delle mille contraddizioni d’Israele: accanto ai vialetti da campus americano, le biciclette, la spa, la mensa a base dei prodotti coltivati in loco, c’è un’enorme fattoria di maiali e un supermercato specializzato in salami suini, bacon, costarelle e bistecche non kosher, per un totale di 150 tonnellate di carne al mese.

Una sfida alla volontà rabbinica? Tutt’altro. Nel pieno rispetto delle regole gastronomiche della Torah il kibbutz Mizra alleva i maiali su una piattaforma di legno in modo che non tocchino il suolo ebraico e non violino la legge nazionale.

Lavorativa o rilassante che sia, il boom della vacanza in kibbutz risponde più al desiderio di una parentesi di nostalgia che a un trend modaiolo.

Per gli stranieri che arrivano - Gianni Alemanno, Tony Negri, uno studente idealista e spiantato o Debra Winger - come per gli israeliani che li ospitano, fingendo d’essere i pionieri di un secolo fa, lontani dai muri e dai conflitti permanenti. C’è un sito internet in inglese (www.kibbutzreloaded.com) dove chi si è incontrato lì, nella comunità agricola, può ritrovarsi a distanza. Perché tutti in kibbutz condividono l’esperienza e si chiamano per nome quasi che la semplicità fosse naturale.

FRANCESCA PACI


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. israele alemanno kibbutz

permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 11/12/2012 alle 15:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


2 giugno 2012

kibbutz, un rompicapo collettivo

 

Lilach Gavish

Negli ultimi mesi, il regista Itzhak Rubin è diventato una specie di celebrità del kibbutz. Regista di documentari fin dall’inizio degli anni ‘80, ha affrontato molti argomenti delicati della società israeliana. Nel suo film più recente, ‘Degania – il primo kibbutz del mondo combatte la sua ultima battaglia’, egli mette in luce il processo di privatizzazione che si è svolto nel primo kibbutz del mondo, fondato 100 anni fa. E’ interessante che, anche se Degania fu fondato in un’epoca di crisi per il popolo ebraico, è andato in declino l’anno scorso durante un periodo prospero.
Degania inizia con una scena che mostra i pompieri di New York sopravvissuti all’11settembre che vengono battezzati nello stesso posto di Gesù. Nel 1908, Degania fu fondato propriolà, dove il fiume Giordano si congiunge con il Lago di Tiberiade. Rubin, che era originariamente un economista, ha deciso di iniziare il suo film con la scena del battesimo, allo stesso tempo mostrando foto dell’attacco al World Trade Center, per dimostrare che la crisi creata nel movimento del kibbutz non è solo individuale, ma parte di un fenomeno globale. "La crisi non è cominciata adesso," dice. "Gli avvenimenti dell’11 settembre simbolizzano il declino del capitalismo. E’ un colpo al mondo arrogante. Dopo che un uomo subisce un attacco di cuore, egli comincia a vedere che nella vita ci sono cose più importanti del denaro. E’ questo che pensarono gli abitanti di Degania cent’anni fa. Erano cresciuti nelle case borghesi dell’Europa Orientale, ma i pogrom li svegliarono."
"Nel 1905, in seguito alle sommosse a Kishinev (in quella che è oggi la Moldova), i fondatori dei kibbutz realizzarono che dovevano cam biare il loro modo di vivere. Fecero l’aliya e adottarono la "religione del lavoro," spiega Rubin . "[Questo] è un luogo mistico. C’è una ragione per cui due movimenti così importanti – il cristianesimo, che ebbe inizio come movimento sociale ebraico, ed il movimento dei kibbutz - iniziarono qui il loro percorso. Questo dà il senso che gli ebrei sono tikkun olam e si prendono cura l’uno dell’altro." Oggi, dice , c’è una regressione verso la privatizzazione.
Dapprima, Degania combatté per la propria esistenza. Ci volle tempo anche per il movimento sionista per abbracciare l’idea di un gruppo di gente che viveva in modo completamente collettivo, e c’erano alcuni che chiedevano il suo scioglimento. Degania era la casa di personalità come A. D. Gordon, che era mentore della poetessa Rachel, di Yosef Bosel, creatore del concetto di kibbutz e leader del gruppo Degania, che morì a 28 anni, e di Shmuel Dayan, padre di Moshe. I Dayan partirono per Degania Bet, un kibbutz adiacente che era stato costituito non per separantismo, come vuole la leggenda locale, ma semplicemente perché il piano iniziale era di chiamare tutti i kibbutz "Degania," un nome che viene da "dagan" (cereale.) Un terzo Degania, Degania Gimel, fu sciolto poco dopo la sua costituzione ed i suoi membri fondarono il kibbutz Ginegar. Da allora, sono stati costituiti circa 264 altri kibbutz.
Fino ad oggi, circa il 70 percento dei kibbutz sono stati privatizzati, ed altri 5% hanno adottato vari modelli di privatizzazione. Il film di Rubin accompagna il processo di privatizzazione che subì Degania nel corso di due anni. Il film, che è stato proiettato in parecchi kibbutz, ha provocato molte discussioni.
"Il kibbutz ha influito moltissimo sul mio spazio intellettuale ," dice l’ex deputato e capo di Meretz Ran Cohen, che è stato anche segretario del Kibbutz Gan Shmuel. Cohen, che arrivò come immigrante decenne dall’ Iraq, dice, "Il film rappresenta sia il sogno che la delusione. Il kibbutz non è un modello autonomo,ma un capolavoro creato dallo stato d’Israele… Abbiamo vissuto questo sogno con enorme entusiasmo."
Poi, spiega Cohen, il movimento del kibbutz ha subito una crisi. Lo"Swinish capitalism," come l’ha definito una volta il Presidente Shimon Peres, è aumentato, e l’avidità dell’individualismo ha degradato sia i valori morali che lo stato. Questo non era limitato ai kibbutz, osserva. "Nel caso di Degania, era il surplus di denaro; in altri casi, dove falliva l’economia del kibbutz , la prassi era di mandare la gente a lavorare fuori, in modo che non vivessero come parassiti."
Cohen dice che non pensa che "ci sia mai stata una società umana più eccitante, più affascinante o superiore al collettivo del kibbutz ." E’ un bene che non viva più in un kibbutz, continua, così non devo subire il processo di privatizzazione.
"Ci sono kibbutz dove gli avidi non voglio condividere il loro denaro, e ci sono kibbutz che decidono 'qualunque cosa succeda, non ci scioglieremo'" dice Rubin, che – contrariamente alle sue speranze – ha trovato il processo di privatizzazione negativo. "Nella maggior parte dei casi, gli iniziatori della privatizzazione sono persone potenti, ricche e avide che dicono, 'Se non privatizziamo, falliremo.' E’ un sistema molto impulsivo. Da una parte, ci sono i membri utilitaristi, dall’altra ci sono i membri che vogliono la collettività."
La Dr. Shosh Hadar di Degania, veterinaria e giovane madre che si è trasferita in kibbutz dalla città, era tra quelli che cercavano di mantenere il kibbutz come collettività. "Anche se poteva essere una delle maggiori beneficiarie della privatizzazione," dice Rubin, " preferiva il concetto di "arevut hadadit" [preoccupazione reciproca] al denaro."
E’ passato un anno da quando il processo di privatizzazione a Degania è cominciato. Tecnicamente, il kibbutz si è sciolto, ma i suoi servizi sociali sono ancora gestiti collettivamente . Nella prima votazione i sostenitori della privatizzazione vinsero per nove voti. Ad ogni famiglia furono promessi 180.000 shekel dai fondi del kibbutz. La decisione successiva fu presa quasi all’unanimità. "Sono ancora nel bel mezzo del processo e non possono rendersi conto appieno del suo significato," dice Rubin, un ex cittadino che ora vive nel Moshav Zerufa. "Con 180.000 shekel posso acquistare una nuova macchina, pagarmi delle cure dentarie, comprare qualche vestito e basta. Non si rendono conto del significato dei servizi offerti loro gratuitamente in quanto membri del kibbutz , come la casa di riposo per anziani o la piscina. Il kibbutz ha una qualità di vita che è invidiata dalle città.
"La privatizzazione èun terremoto. Io viaggio per i kibbutz con il mio film, e dopo la proiezione ci sono discussioni che durano due, tre ore - discussioni che provocano dure argomentazioni sia da parte dei sostenitori che degli obiettori. Io non vedo alcun dibattito ideologico in Israele che sia serio come quello che si svolge nei kibbutz," dice ancora Rubin.
Come i kibbutz, la Cinematheque di Tel Aviv, che ha ospitato la prima proiezione del film, era piena di controversie, specialmente quando Israel Oz, capo dello staff di cordinamento dei kibbutz, che ha aiutato a facilitare la privatizzazione di circa 10 kibbutz, ha parlato francamente. Oz ha detto che "molti processi terribili si stanno compiendo nei kibbutz; ci sono molti mali e varie difficoltà." Un sessantenne si è alzato e ha gridato: "Il kibbutz è una società esemplare! Vorrei che tutto Israele fosse così!" e si è precipitato fuori dalla sala proiezioni.
Oz sosteneva che la privatizzazione permette ai membri del kibbutz di godere di una libertà che prima non avevano. "In passato,un piccolo gruppo [quelli che lavoravano] dettava la vita di molti. Niente più membri che vivono comodamente senza lavorare. La privatizzazione permette alle persone di essere padrone della propria vita. "Arevut hadadit" è diventata un’ irresponsibilità. Ottanta percento delle famiglie che ho visto nei kibbutz che abbiamo privatizzato non faceva niente per guadagnarsi il pane, mentre il rimanente 20% provvedeva per tutti gli altri."
Tuttavia, ha detto Oz , lui non crede che ci sia una "rottura"nella società del kibbutz . Il sogno del kibbutz è stato un successo, insiste. Finché la società israeliana ha visto il kibbutz come un modo di trasformare in realtà il sogno di uno stato ebraico, è stato usato. "Ma in seguito, quando lo stato ha detto 'Basta, ti abbiamo usato e adesso ti eliminiamo, è stata la fine," ha dichiarato Oz , aggiungendo che il movimento del kibbutz non era riuscito a sostenersi.
Elisha Shapira, membro del Movimento collettivo, e Nechemiya Rafell, segretario generale del movimento dei kibbutz religiosi, non sono d’accordo. "I veri parassiti sono quelli che ricevono enormi stipendi, non quel 10% che non lavora," dice Shapira infuriato, come se questo fosse un voto sul destino del kibbutz Ein Hashofet dove vive. "Il sionismo non è altro che un grande programma di finanziamento con l’unico scopo di sistemare gente in Israele in modo che possano vivere la loro vita normalmente," continua Shapira. "Il cambiamento del '77 [in cui il Likud sotto Menachem Begin vinse le elezioni alla Knesset ] abolì i sussidi monetari e danneggiò tutta l’economia. Negli anni '70, Israele era tra lesocietà più sviluppate ed egualitarie. Vent’anni dopo, è leader di ineguaglianza sociale e il movimento dei Kibbutz segue obbedientemente."
Rafell, che correva per un posto nella lista Habayit Hayehudi alla Knesset, dice: "La collettivita è uno dei valori fondamentali dell’ebraismo." Effettivamente, secondo il Dr. Shlomo Getz, capo del Kibbutz Research Institute all’Università di Haifa, i kibbutz religiosi, dove lo stile di vita tende ad essere più modesto, subiscono meno crisi economiche ed hanno meno desiderio di privatizzazione.
Getz afferma che: "I kibbutz hanno scelto la soluzione capitalistica, in vista di un neo-liberalismo rafforzante. Se la crisi fosse avvenuta oggi, i kibbutz avrebbero potuto scegliere altre strade." Getz dichiara, tuttavia, che "La maggior parte dei membri dei kibbutz sono soddisfatti della privatizzazione, ma non ci sono prove che il cambiamento abbia migliorato o anche modificato lo stato economico dei kibbutz." Egli ha sottolineato che l’aspetto della soddisfazione dei membri del kibbutz per la privatizzazione è stato studiato da ricercatori americani che non erano assolutamente collegati con il movimento del kibbutz .
Rubin dice che ha portato i suoi film in kibbutz che non sono stati privatizzati, in posti come Bar-Am, Ein Shemer, Sde Boker e Ein Hashofet, i cui membri sono stati colpiti dal recente crollo economico mondiale. "Fino ad oggi, gli occhi della gente erano verdi d’invidia, fissi sulla borsa ed il mondo. Si chiedevano, 'perché non partecipiamo alla festa capitalista che si svolge in città?" dice. "Essi non si rendono conto che in città si può non riuscire a sbarcare il lunario. Improvvisamente… tutti realizzano che non è proprio una grande festa. L’attuale crisi economica porta con se grandi timori, e la gente si trova di nuovo a cercare la collaborazione. Sentono che anche se c’è uno svantaggio economico [nella collettività], nel kibbutz avranno sempre i loro compagni. E’ solo che dovranno lavorare di più."
Messi in ombra dalla crisi economica mondiale, ma non ancora al punto di non ritorno, molti kibbutz sono occupati a fare un esame di coscienza. "La prima volta che ho mostrato il mio film ai membri di Degania, ci sono stati discussioni accalorate ed è stata richiesta una seconda proiezione," Rubin conclude. "Abbiamo avuto una seria conversazione che è durata cinque ore. Verso la fine della notte, un giovane di 24 anni si èalzato e ha chiesto, 'Perché non abbiamo fatto questa discussione durante il processo di privatizzazione? Perché è stato necessario vedere un film per farla?'
"I kibbutznik (membri del kibbutz) non si rendono conto che il denaro che hanno ricevuto dalla privatizzazione sarà sparito tra due anni… Io credo che i kibbutz possano ancora cambiare qualcosa, hanno la base giusta per farlo."

 Jerusalem Post


5 giugno 2008

Pillole di Israele

 


 

05/06/2008 Il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) [nella foto] ha fatto appello mercoledì per la ripresa del dialogo con Hamas, nonostante per un anno abbia insistito che il dialogo sarebbe ripreso solo quando Hamas avesse ceduto il potere preso con la forza a Gaza. Hamas ha accolto con soddisfazione la dichiarazione fatta mercoledì sera alla tv da Abu Mazen. Non è chiaro se questi abbia lasciato cadere tutte le sue condizioni. Se i colloqui riprendono, ha detto, "indirò nuove elezioni legislative e presidenziali". Abu Mazen vinse le ultime presidenziali nel 2005, Hamas vinse le ultime legislative nel 2006. Nel 2007 Abu Mazen ha destituito il premier di Hamas, Ismail Haniyeh, dopo il sanguinoso golpe di Hamas a Gaza.

05/06/2008 Tre granate di mortaio palestinesi lanciate mercoledì pomeriggio dalla striscia di Gaza verso Israele sono esplose vicino alla barriera di sicurezza.
05/06/2008 Le Forze di Difesa israeliane hanno temporaneamente chiuso il valico di Nahal Oz, da cui transitano i combustibili diretti alla striscia di Gaza, dopo che una granata di mortaio palestinese è esplosa al terminale ferendo un lavoratore palestinese.

05/06/2008 Terroristi palestinesi hanno fatto fuoco giovedì verso militari israeliani di pattuglia lungo la barriera di sicurezza fra Israele e striscia di Gaza.

05/06/2008 Secondo il ministro delle finanze israeliano Roni Bar, l'entrata di Israele nell'OCSE avverrà al più tardi alla fine 2009. Bar ha sottolineato l'importanza della cosa per l'economia israeliana.

05/06/2008 Gli Usa sollecitano la Siria a cooperare con l'AIEA, dopo che Damasco ha annunciato martedì che non intende autorizzare le ispezioni Onu in 3 presunti siti nucleari segreti.

05/06/2008 Il presidente d'Israele Shimon Peres ha criticato l'Onu per avere invitato il presidente iraniano Mahmoud Ahmedinejad al vertice FAO a Roma. "L'Onu ha fatto un grave errore accordando ad Ahmedinejad una tribuna internazionale da cui proferire minacce contro Israele e il mondo occidentale", ha dichiarato Peres.

05/06/2008 Deputati dei partiti religiosi israeliani si sono riuniti mercoledì per studiare misure per cercare di impedire la tenuta del Gay Pride a Gerusalemme: intenderebbero firmare un manifesto contro la manifestazione nella città.

05/06/2008 I veri interessi dell'Egitto nel dossier Rafah, secondo il giornale Al Ahram: il Cairo si rifiuta di gestire il valico alla frontiera fra Sinai e striscia di Gaza poiché ciò finirebbe col "sollevare l'occupazione israeliana da qualsiasi responsabilità per la situazione a Gaza".

05/06/2008 L'Esercito dell'Islam lancia l'allarme contro la crescente influenza dell'Iran a Gaza. L'organizzazione terroristica che ha sequestrato il soldato israeliano Gilad Shalit ha pubblicato un comunicato nel quale mette in guardia contro "l'influenza sciita che mira ad operare contro i mudjahidin e ad allontanarli dal popolo", citando come esempi la situazione in Libano e in Iraq.

05/06/2008 "I siriani sono immersi fino al collo nel terrorismo", ha sottolineato mercoledì il vice primo ministro Shaul Mofaz aggiungendo che "soltanto quando aspireranno a una pace vera, allora ci arriveremo".

05/06/2008 "Ogni paese deve capire che il costo a lungo termine di un Iran nuclearizzato supera di molto i profitti a breve termine dei rapporti commerciali con la repubblica islamica". Lo ha dichiarato mercoledì il primo ministro israeliano Ehud Olmert in occasione del suo discorso alla conferenza AIPAC a Washington.


13 febbraio 2008

Israele e dintorni

 

Continua il polverone provocato dalla famigerata “black list”, una lista sul web che elenca ben 162 docenti universitari ebrei italiani accusati di far parte di una “lobby di potere”. Molte testate, tra cui Il Corriere della Sera, Libero ed il Manifesto, oggi dedicano spazio alla notizia che i magistrati di Roma hanno iscritto nel registro degli indagati Paolo Munzi, un quarantenne di Rieti, per i reati di violazione di privacy e diffamazione con l’aggravante di aver agito con fini di discriminazione razziale.
Paolo Munzi quindi sarebbe il presunto blogger dietro la ridicola accusa di una lobby ebraica composta da professori ebrei Italiani che manipolerebbero gli studenti con lo scopo di sostenere Israele. Inoltre scopriamo che il presunto autore del blog non è nuovo a episodi antisemiti, infatti il suo nome compare anche tra i firmatari di un appello sul web in favore di uno dei maggiori negazionisti dell’Olocausto, Robert Faurisson.

Il Messaggero dedica particolare attenzione alla mobilitazione degli studenti, organizzata da Giulia Innocenzi della Louiss, “ci voglio essere per dire no all’indifferenza, per fermare l’odio prima che diventi violenza”

Inoltre, la Stampa propone un articolo di Elena Loewenthal che sottolinea la gravità dell’esistenza di questa lista sul web e fa un paragone simbolico tra la lista virtuale e quella esistente durante le leggi razziali. La Lowental spiega come, nella storia, fare i nomi di ebrei sia sempre stato tutt’altro che innocuo.

Grande spazio da parte della stampa di oggi viene dedicato alla notizia che Giorgio Napoletano sarà a Torino per inaugurare la fiera del libro l’8 Maggio.
L’editorialista del
Corriere della Sera sottolinea che mai prima di allora la Kermesse fu aperta dal presidente della Repubblica volendo così sottolineare l’evento come una risposta da parte della massima autorità Italiana all’ “inqualificabile proposta di alcune frange della sinistra radicale e del mondo islamico di boicottare….”

Liberal pubblica un articolo di Emmanuele Ottolenghi sul boicottaggio della Fiera di Roma, focalizzando la critica su Tariq Ramadan, sostenitore del boicottaggio, condannando i suoi inganni, tentativi di discolparsi e di ipocrisia. Ottolenghi fa una simpatica lista di numerosi prodotti brevettati e sviluppati in Israele, come le chiavi USB, la tecnologia Sms e si chiede con tono ironico se Ramadan usufruirà di queste tecnologie o se ci rinuncia così rimanendo costante nelle sue idee

Sul Corriere della Sera, viene pubblicato un articolo di polemica nei confronti della Procura di Bologna che ha archiviato il caso di un manifesto dell’ Uccoi unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia) in cui si paragona Israele al nazismo, sostenendo che si tratterebbe di “libertà di espressione”.
L’editorialista esprime i suoi dubbi su uno stato di diritto dove la legge dovrebbe essere uguale per tutti e le diverse Procure non dovrebbero pronunciarsi in modo opposto. Infatti, il Procuratore di Roma, Maria Cordova aveva già il 30 novembre scorso, deciso il rinvio a giudizio del presidente e del portavoce del Ucoii, Nour Dachan e Hamza Roberto Piccardo, per il reato d’istigazione all’odio razziale. Il titolo dell’inserzione del manifesto in questione che avrebbe permesso all’Ucoii di esprimersi liberamente è “Ieri stragi naziste oggi stragi israeliane”.
L’articolo propone un ulteriore esempio di negligenza da parte della Procura di Bologna e si descrive l’episodio in cui Bayoumi, il direttore della Moschea An-Nur di Bologna, intervenne alla trasmissione Matrix su canale cinque, dicendo che “In Israele non esistono civili e nemmeno i bambini sono innocenti(…)I kamikaze non sono tutti da scomunicare”
Anche in questo caso, che può essere visto come apologia di terrorismo e quindi di reato penale, secondo l’editorialista sarebbe dovuta intervenire la Procura di Bologna che però non ha fatto nulla.

Amos Oz scrive un articolo sul Corriere della Sera e rilascia un’ intervista a la Repubblica in cui sostiene che Israele dovrebbe resistere alle grandi pressioni e non cedere alla decisione di invadere Gaza e afferma“ La rabbia, la frustrazione, le proteste furibonde ci stanno dando alla testa. Israele non deve cedere nella trappola che gli ha teso Hamas”
Secondo Oz, se Israele marciasse su Gaza, consacrerebbe i miliziani di Hamas agli occhi di tutti e non avrebbe più giorni tranquilli, né per le forze di occupazione né per Sderot e dintorni.

Il Foglio propone un articolo di Giorgio Israel che con grande fermezza critica una sovraesposizione dei recenti casi antisemiti. Israel afferma che casi analoghi sono sempre esistiti ma solo oggi ricevono tanta attenzione, un’attenzione spropositata da parte dei media.
Queste tempeste mediatiche, che non si sono viste per vicende ben più gravi, come gli appelli al boicottaggio scientifico di Israele, vengono descritte da Israel come tragiche infamie. Una pericolosa “propaganda goebbelsiana: ripeti mille volte una menzogna e diventerà verità”che alimenta l’antisemitismo di piccoli gruppi capaci di captare attenzione.
Un articolo che propone un interessante punto di vista al problema dell’antisemitismo.
Loren Raccah Ucei


12 febbraio 2008

Quando è impossibile continuare a subire

 Il lancio di missili Qassam su Sderot e sui kibbutz circostanti non cessa ed esige un prezzo sempre più alto in termini di terrore e sangue. La responsabilità per il bombardamento dalla striscia di Gaza,che ormai dura da sette anni (sia prima che dopo il disimpegno israeliano), ricade sui palestinesi. Se non facessero fuoco su Israele, Israele non risponderebbe.
Da otto mesi Hamas ha il controllo esclusivo sulla striscia di Gaza e non è più possibile giustificare i lanci come frutto di una mancanza di controllo su presunte organizzazioni-canaglia. È ora che i palestinesi interroghino se stessi e i loro leader su dove vogliono andare. Cisgiordania e striscia di Gaza sono ancora un’entità unica che aspira a diventare uno stato indipendente a fianco di Israele? È possibile che in qualunque situazione Israele intrattenga negoziati per la creazione di un tale stato, mentre Hamas continua a sparargli addosso? Hamas ha deciso di far fallire qualunque accordo, imponendo alla propria gente una guerra permanente?
Israele se n’è andato dalla striscia di Gaza nell’estate 2005 per avviare la fine dell’occupazione. Il partito Kadima venne creato quando importanti esponenti del Likud, guidati da Ariel Sharon, decisero di rinunciare alla totalità della Terra d’Israele per attestarsi su confini più limitati e più sicuri. La piattaforma politica del partito prevedeva anche un ritiro dalla Cisgiordania, col risultato di spartire la Terra in due stati per due popoli, sgomberando gli insediamenti. Per dimostrare la serietà del programma, gli insediamenti di Gush Katif (nella striscia di Gaza) e quelli nella Samaria settentrionale (Cisgiordania) vennero sgomberati senza nemmeno aspettare un accordo.
La palla passò allora in campo palestinese, dove è rimasta inchiodata da quando i palestinesi a maggioranza hanno eletto Hamas, che è contraria a un accordo di pace con Israele. E Gaza, anziché diventare la prima pietra del futuro stato palestinese, si è trasformata in un’entità ostile sotto assedio.
Il disimpegno non è stato un errore, bensì una mossa necessaria improntata a visione e speranza. È Hamas che ha fatto naufragare la speranza in un futuro condiviso, e che ha consapevolmente scelto, come sua politica dichiarata, di continuare la “resistenza” contro l’esistenza stessa d’Israele e, per estensione, di proseguire sulla strada della violenza.
Mentre Israele cerca di correggere l’errore storico d’aver creato insediamenti nel cuore dei territori abitati da popolazione palestinese, cercando di convergere all’interno di vecchi/nuovi confini per preservare la propria etica democratica, i palestinesi hanno votato in massa per Hamas, che è ostile a qualunque compromesso.
Gli attacchi di Qassam non dimostrano che il disimpegno è fallito: dimostrano che Hamas sta conducendo i palestinesi verso un nuovo round di guerra inutile. Mahmoud Abbas (Abu Mazen) cerca con le unghie e coi denti di tenere aperto con Israele un canale di dialogo che porti a un accordo. Hamas e altri gruppi palestinesi fanno di tutto per far fallire qualunque possibilità di soluzione.
Se le limitate azioni militari che Israele intraprende per cercare di fermare i lanci di Qassam non porranno termine al fuoco sui civili israeliani, se gli stati moderati, e in primo luogo l’Egitto e la Giordania, non riusciranno a contenere Hamas, allora Israele non potrà fare altro che lanciare un’operazione militare di vasta portata. La ragion d’essere delle Forze di Difesa israeliane è proteggere i cittadini israeliani dagli attacchi nemici. Quand’anche il successo di una tale operazione militare non fosse garantito, questo non può impedire al governo di fare tutto ciò che è necessario per proteggere la vita dei suoi cittadini e i confini dello stato.
La soluzione del conflitto israelo-palestinese è politica, e bisogna continuare a perseguirla. Allo stesso tempo, però, Israele deve dimostrare che il sangue dei suoi cittadini non può essere versato impunemente, anche per garantire che in futuro i suoi vicini rispettino gli accordi a cui si sono impegnati.

(Da: Ha’aretz, 11.02.08)

Nella foto in alto: Osher Tuito, il bambino israeliano di 8 anni a cui è stata amputata una gamba a causa delle ferite riportate per un Qassam palestinese caduto su Sderot.


12 febbraio 2008

1947. Quando Ada aveva diciassette anni

 

La nascita di Israele, il sionismo, il kibbutz, la guerra e la pace, nella
testimonianza di una protagonista d'eccezione: Ada Sereni, nipote di Enzo e
Mimmo Sereni, figlia di Enrico e di Agar.  L'intervista e' tratta dal
documentario "Figlie della terra di Canaan" di Nella Condorelli, produzione
SPI CGIL e RAI News24. Con la testimoninanza di Dyala Al Husseini,
Jacqueline Sfeir, Amal Hassan, Khadra al-Akwas, Neri Livneh, Manuela Dviri,
Sheeva Friedman, Rania Arafat, fara' parte di un libro di prossima
pubblicazione "Muro contro muro. Le donne israeliane e palestinesi di fronte
al conflitto mediorientale".
Israele, alta Galilea, kibbutz Y'ron
Alla foresteria del kibbutz Y'ron si arriva dalla strada statale  che da
Haifa sale verso il confine con il Libano, deviando verso un viottolo
asfaltato che costeggia serre, officine, capannoni agricoli. Siamo in alta
Galilea. Oltre il limite delle vigne di Y'ron, a ridosso dell'ultimo filare,
inizia la zona controllata dagli hezbollah, le milizie sciite-libanesi.
Radar militari sorvegliano il confine.
C'è una grande carta d'Israele, sulla parete della foresteria, e una
rassegna dei vini produzione locale nella bacheca sotto la foto dei
pionieri: gli uomini e le donne che fondarono il kibbutz mentre combattevano
per la nascita dello stato di Israele. Dal gruppo in bianco e nero mi
sorridono volti giovani, età media venti anni: i pantaloni larghi e le
camicette bianche, le zappe e i fucili in mano.
Ada appartiene a questa generazione. A Y'ron ha piantato vigne e grano,
dissodando la terra dura e pietrosa metro per metro; ha costruito case e
officine; si è sposata, ha avuto due figli, è diventata nonna; è stata
insegnante alla Casa dei Bambini, sarta, cuoca, parlamentare, operaia alla
fabbrica di cerniere dove ancora lavora, dalle sei alle undici del mattino.
Nel 1947, quando aveva diciassette anni, si è arruolata nel Palmah, le
milizie ebraiche nate per difendere la nascita di Israele dopo la
dichiarazione delle Nazioni Unite,  due stati per due popoli. Ha combattuto
le guerre del '48 e del '67. Negli anni Cinquanta, ha avuto il primo
passaporto israeliano, lei ebrea figlia di ebrei della diaspora italiana, la
comunità più antica d'Europa, i discendenti delle famiglie deportate a Roma
dall'imperatore Tito dopo la conquista di Gerusalemme, la distruzione del
Tempio e l'annientamento del Regno di Giudea.
Famiglia della borghesia romana, quella di Ada Sereni: gente di studio,
ardente in politica: sionismo, antifascismo, comunismo: non è a caso che il
mio viaggio nella vita delle donne israeliane e palestinesi inizi in una
terra di confine in un kibbutz che ha gli stessi anni di Israele con lei,
bella e solida signora ormai bianca di capelli, nata italiana, poi solo
israeliana. In fondo, è partito tutto da qui.
Ma questo, l'avrei capito più tardi. Adesso, mentre ancora sto viaggiando
alla volta di Y'ron, la domanda che mi faccio è una sola: chi erano, cosa
volevano, le donne e gli uomini che scelsero il kibbutz per essere cittadini
israeliani? Cosa gli resta oggi, dopo cinquantaquattro anni di odio
palestinese, di guerra continua, di lutti atroci?
Il paesaggio si è fatto di colline ondulate, disposte a criniera lungo campi
coltivati: filari ordinati di eucalipti, vigneti maturi sfilano oltre il
ciglio d'asfalto. Ogni tanto, un viottolo che sprofonda nel bosco, o nel
solco di un campo arato, indica l'esistenza di un villaggio più lontano. Ci
sono nomi ebraici, e nomi drusi, e nomi arabi sui cartelli stradali.
Incrociamo poche auto. L'orizzonte mi sembra venato d'oro e d'ambra, l'
estate di Galilea moltiplica l'eco del Mediterraneo nascosto dietro i
pianori: il tramonto è uno stordimento di colori che il paesaggio solitario
accentua.
Pensare che siamo in un punto storico chiave nella questione
arabo-israeliana, e degli interi equilibri mediorientali, mi pare financo
troppo poco mentre l'orizzonte si incupisce, e la notte sale dietro
prospettive di boschi.
Ada, la incontro che non è ancora notte piena, mi viene incontro alla
foresteria a bordo di un triciclo a motore che sguscia perfettamente tra i
vialetti tra le case. La mia stanza sara' la numero 14, nel blocco riservato
ai visitatori esterni; e' spartana e pulita, con il bagno, l'angolo cottura,
la televisione. Confortata, mi sistemo in quella che da oggi sarà la mia
casa, nei ritmi consueti del kibbutz.
Il secondo giorno, nel giardino di Y'ron, davanti a una scultura di basalto
in mezzo ai cespugli di rose nane, Ada comincia a narrare.
"Sono nata a Roma nel 1930: quando ero piccola ero molto contenta perché
dicevo che era facile contare i miei anni: nel 2000 ne avrò settanta,
calcolavo, e mi sembrava così lontano.invece, eccomi qua! Di mio padre,
Enrico, mi ricordo poco: morì che ero ancora bambina; mia madre, Agar, ebrea
palestinese, lo aveva conosciuto negli anni Venti: gli anni delle scelte,
quando in casa Sereni con i fratelli Enzo e Mimmo già si discuteva di
sionismo e di antifascismo, di nazione ebraica e di stato. Avevo diciassette
anni, quando decisi di lasciare Roma per la Galilea. Arrivammo in autunno,
un gruppetto di ragazzi e ragazze che veniva a prepararsi per la vita del
kibbutz. Invece, erano passati solo pochi giorni, arrivò la notizia che le
Nazioni Unite a Ginevra avevano deciso: due Stati per due popoli. Per essere
onesta, allora non abbiamo pensato agli altri: abbiamo pensato che
finalmente avevamo uno stato per Israele. E' vero che era molto piccolo, è
vero che la terra non era granché, ma tutti eravamo contenti lo
stesso.avevamo uno Stato. La tragedia per noi fu che gli arabi palestinesi
avevano già rinunciato ad avere un loro stato indipendente: per questo il
giorno stesso presero le armi, ancora non si era spenta l'eco di Ginevra che
già si battagliava dappertutto.Poi, dopo il 15 maggio del '48, quando Ben
Gurion proclamò la nascita di Israele, arrivarono anche gli stati
confinanti, cinque Paesi arabi entrarono in Israele per annientarlo. Così
noi, invece di prepararci per il kibbutz, andammo nel Palmah. Non so se
sapete cos'era il Palmah: una specie di esercito, le milizie degli ebrei
palestinesi prima dello stato di Israele.
Ho partecipato a tutta la guerra per l'indipendenza, dal 30 novembre del '47
fino a quando ci hanno avvertito che era finita.Y'ron non c'era ancora,
questo kibbutz lo abbiamo fondato un anno dopo la Dichiarazione d'
Indipendenza e la nascita dello stato, nel '49, in ricordo dei nostri amici
caduti in guerra, sedici compagni. Questa scultura di basalto, che è la
pietra della Galilea, si chiama "L'amicizia": l'ha fatta uno di noi, di quel
primo gruppo di pionieri, rappresenta due persone che ne abbracciano una
terza, sopra c'è scritta la Storia:  "...due giorni prima dello Stato, nell'
ottobre 1947, un gruppo di giovani uomini e giovani donne sono venuti come
Palmah al kibbutz. Una mano teneva le spighe di grano e l'altra il fucile.
Durante la guerra d'indipendenza questo gruppo ha fatto parte delle
battaglie della Galilea, della strada per Gerusalemme, e del Negev. Sedici
di loro sono caduti, e a guerra finita, nel maggio del 1949, gli altri hanno
creato il kibbutz Y'ron in ricordo dei loro amici.".
Ada, com'eravate, a vent'anni? Parlo della tua generazione: alle spalle vi
lasciavate l'Europa e l'Olocausto, ma davanti? Avevate solo certezze, nessun
dubbio?
Eravamo molto idealisti, e l'idea era che bisogna fare le cose non per se
stessi ma per la comunità. Adesso, quando ci scherziamo sopra, diciamo che
avremmo potuto fare altro: eravamo tutti di buona famiglia, potevamo
studiare: sapete che ogni madre ebrea pensa sempre che i suoi figli debbano
essere dottori o avvocati.Noi decidemmo diversamente, Dottori ce ne saranno
sempre abbastanza e avvocati anche., dicevamo. Ma al confine c'è bisogno di
contadini: non so se conosci  Boro'v, un famoso socialista ebreo vissuto
cento anni fa. Boro'v diceva che nel mondo c'è una piramide di
disuguaglianze, con una larga base dove stanno i contadini e una piccola
vetta, dove stanno commercianti e professionisti. Diceva anche che gli ebrei
devono rovesciare la piramide: lui intrecciava i valori socialisti con la
nostra tradizione, parlo dell'identità: se guardi la stella di David, vedi
che è fatta di due piramidi rovesciate. Il nostro ideale fu dunque questo:
rovesciare la piramide nello stato di Israele, con l'ideale socialista di
farlo in comune.
Per questo abbiamo scelto la vita del kibbutz: altri l'avevano già fatto,
anche prima di noi, non so se andrai a Degania, il più antico di tutti i
kibbutz israeliani: ha quasi cento anni. E' una pagina di Storia, questa che
adesso ti racconterò: non mi puoi capire fino in fondo, capire  Israele e
perché siamo venuti, se non parlo del sionismo, di che cosa è stato per
milioni di ebrei in tutto il mondo, e di che cosa ha rappresentato per la
nascita dello Stato.
Zion ha-lo tischali.O Sion, non chiedere della felicità dei tuoi
prigionieri, Giuda Levita, XII secolo

Galilea, 1909. Un gruppo di ebrei russi sfuggiti ai pogrom, le persecuzioni
che stanno insanguinando i villaggi ebrei nella Russia degli Zar, arriva
sulla costa meridionale del lago di Tiberiade  - che la Bibbia chiama mare
di Kineret, Giosué 12, 3, 13, 27, e il Nuovo Testamento mar di Galilea,
Matteo 4,18,15,29, Marco 1,16,7,31 - e quì fonda il kibbutz Degania,
chiamato anche Em Hakevutsot ovvero " madre i tutti i villaggi in
cooperativa". Sono in dieci, otto uomini e due donne, sbarcati cinque anni
prima sulle coste settentrionali di Galilela dove da secoli ebrei, arabi e
drusi mescolano storie private, politica e spiritualità. Qui sono nati i
testi rabbinici, il Talmud e la Cabalà, qui Gesù svolse gran parte della sua
predicazione e camminò sulle acque, da qui gli astronomi musulmani
guardarono gli astri ragionando sulla volta celeste.
Primo kibbutz socialista di Palestina, Degania non è comunque il primo
insediamento interamente ebraico della regione: tra il 1878 e il 1892,
immigrati in fuga dai pogrom di Russia, Romania e Yemen hanno già fondato
villaggi agricoli, Petah Tikva, Rishon LeZion, Zichron Ya'acov e Rosh Pina,
sulla terra dura e pietrosa che una legge imperiale del 1868 permette agli
stranieri di comprare. A vendere, sono i funzionari del demanio turco e i
rais locali. Vassalli della grandi famiglie arabe, feudatarie di
Costantinopoli, che in Palestina posseggono terre e anime.
In questo inizio Novecento, tutta la regione fa ancora parte dell'impero
Ottomano, colosso in disfacimento, ormai da decenni vulnerabile palcoscenico
delle trame delle grandi potenze europee, interessate a vaste porzioni dei
suoi territori e, per questo, giocolieri spregiudicati dei destini dei
popoli che vi abitano. Per esempio, col pretesto di proteggere i pellegrini
cristiani che si recano nei luoghi santi di Gerusalemme, l'Inghilterra ha
aperto già nel 1841 il primo Commissariato europeo di tutta la regione,
importando the e crinoline, usi e costumi all'inglese.
Due anni prima, nel tentativo di consolidare il potere ottomano sulle terre
dell'Impero, il sultano      e suo figlio Abdumacil I hanno varato il
Tanzimat, un complesso di riforme amministrative che divide il territorio in
moderne province:i vilayet, governati da vali, a sua volta divisi in sanjak,
sangiaccati, amministrati da mutasarrif, quindi in kaza, distretti, e infine
in nahiye, unione di villaggi adiacenti.
La Palestina fa parte del vilayet di Sham, la grande provincia di Siria, ed
è divisa nei tre sangiaccati di Gerusalemme, Acri e Nablus: nel 1887, per
via dei Luoghi santi, il sangiaccato di Gerusalemme diviene un mutasarriflik
indipendente, e il suo mutasarrif  ne risponde direttamente al governo
centrale di Costantinopoli. Un anno dopo, quando nel 1888 viene creato il
vilayet di Beirut, Acri e Nablus passano a far parte della nuova provincia.
Jund Filastin, distretto di Palestina: il nome che indicava la vecchia
provincia dei Pascià dell'Egitto, continua comunque ad essere usato a tutti:
risale al tempo dei Romani che Syria Palaestina avevano ribattezzato la
provincia di Giudea, dopo lo schiacciamento della rivolta ebraica del 132
d.C. quando Bar Kokhba per tre aveva cercato inutilmente di riconquistare il
regno di Giudea. L'ultima rivolta armata. Disperse ai quattro angoli d'
Europa e del Nord Africa, della stessa Palestina e dell'intero Medioriente,
giù sino agli altipiani dello Yemen, e oltre il Mar Rosso e il Golfo
Persico, dall'Etiopia all' India, le comunità ebraiche vedono sfilare secoli
e governi, pregiudizi e persecuzioni. Umili e discrete anche quando stanno
al vertice di importanti incarichi pubblici, e sempre tenacemente attaccati
alla patria perduta.
C'è tutto questo nella Corrispondenza Khazara: uno scambio di lettere
avvenuto dopo il 954 e prima del 961, tra il primo ministro del califfo di
Cordova, Hasdai Ibn Shaprut, probabilmente la più rappresentativa figura
dell' "Eta' d'Oro" degli ebrei spagnoli, e il re dei khazari, Giuseppe,
ebreo anch'egli. Scrive Ibn Shaprut ".sento il bisogno di conoscere la
verità, se esiste realmente in questa terra un luogo in cui il tormentato
Israele puo' governare se stesso, in cui non è assoggettato a nessuno. Se
venissi a sapere che le cose stanno davvero così, non esiterei a rinunciare
a tutti gli onori, a dimettermi dal mio elevato incarico, ad abbandonare la
mia famiglia, e a viaggiare per monti e pianure, per terra e per mare,
finché non giungessi nel luogo dove regna il mio signore, il re [ebreo].
[...] Disonorati e umiliati nella nostra dispersione, abbiamo ascoltato in
silenzio coloro che dicono: Ogni nazione ha la propria terra; solo voi
[ebrei] non possedete nemmeno un'ombra di un paese su questa terra".
La "prima grande aliyah", come viene chiamata l'ondata di immigrazione
ebraica che nel 1892 inaugura il sionismo, segna una svolta totale non solo
nel rapporto tra gli ebrei e gli arabi della Jund Filastin, ma anche, e
soprattutto, nel rapporto privato e religioso che tutti gli ebrei mantengono
con la Terra di Israele da quando ne vivono lontani.
Nella tradizione religiosa ebraica, aliyah ha una significato complesso:
letteralmente significa "ascesa al cielo" e ritualmente considera il ritorno
di ogni ebreo alla Terra di Israele come "salita" ad uno stato più alto di
vicinanza a Dio. La prima grande aliyah e le altre che seguiranno recano con
loro un dato nuovo e originale: l'aspetto politico del ritorno ad Israele.
Una vicenda insieme umana, mistica e politica, che parte da molto lontano,
incrocia antisemitismi secolari con tragico bagaglio di persecuzioni e
massacri, traversa Seicento e secolo dei Lumi, e si colloca nel contesto del
nazionalismo liberale che nell'Ottocento diede vita in Europa ai movimenti
di liberazione nazionale e alle guerre d'indipendenza.
E' il 1839 quando a Londra, sir Moses Montefiore, filantropo ebreo, parla
per primo di stato ebraico, il 1844 quando Moises Hess (che una lapide sulla
tomba in Germania ricorda come "padre della socialemocrazia tedesca"),
esprime il  concetto politico del ritorno in Israele, "terra dei padri",
intrecciando la definizione dell'ebraismo come nazionalità e non come
religione alle tradizioni e all'identità. "Due periodi diedero forma allo
sviluppo della civiltà ebraica", scrive Hess nel suo Roma e Gerusalemme, "il
primo, la liberazione d'Egitto, il secondo, il ritorno da Babilonia. Il
terzo verrà  con la redenzione dal terzo esilio". E' il 1896 quando Teodoro
Herzl, giornalista ebreo viennese, nato a Budapest, corrispondente della "
Neue  Freie Presse" da Parigi dove segue il processo Dreyfus, pubblica un
libro, Lo Stato ebraico, esponendovi una tesi, tanto breve quanto
rivoluzionaria: l'unica soluzione per contrastare il crescente
antisemitismo, e per garantire al popolo ebreo dignità e sicurezza, è la
creazione di un movimento politico, ispirato all'ideale del "ritorno a Sion"
, che prepari uno stato ebraico in Palestina. Sono i fondamenti del sionismo
politico: Sion, sinonimo di Gerusalemme e Israele, è l'antica patria; aliyah
nella tradizione ebraica il ritorno.
Il libro, dapprima ignorato con silenzi tombali da parte di molti stessi
ebrei piuttosto favorevoli a discutere di assimilazione contro l'
antisemitismo -  parola che un collega di Hertlz , il giornalista tedesco
Wilhelm Marr ha coniato in Germania nel 1879 - scatena via via un putiferio
nelle cento e cento città della diaspora dove vivono le comunità,
alimentando da secoli una fortissimo vincolo simbolico con la patria
storica: Eretz Israel, Terra di Israele: luogo di riferimento, memoria e
storia.
Il primo Congresso Sionistico Mondiale, che Hertlz organizza praticamente da
solo a Basilea nel 1897 accoglie duecento delegati  (venti sono donne);
arrivano da tutte le contrade europee e persino dagli Stati Uniti, tra loro
ci sono medici, avvocati, giornalisti. Dalla Russia arrivano in 63, con loro
c'è anche lo scrittore Asher Ginzberg, più noto con lo pseudonimo di Ahad Ha
'am, che propugna un'altra forma di sionismo: al posto di uno stato "degli
ebrei" uno stato "ebraico", centro culturale in grado di irradiare la
rinascita della cultura ebraica nella diaspora.
Poco importa che il Consiglio generale dei rabbini di Germania dichiari la
propria contrarietà a tutte le forme del movimento: a Basilea, il sionismo
politico di Hertlz esplode, nascono l'Organizzazione Sionistica Mondiale e
il Fondo Nazionale Ebraico per l'acquisto di terre in Palestina: uno stato
agli ebrei perché non vengano più perseguitati è il denominatore comune di
tutte le correnti interne.
Nel 1904 la "seconda grande aliyah" porta in Palestina uomini e donne in
fuga dal pogrom di Kishinev in Russia e dai massacri di Ucraina e
Bielorussia. Arrivano su navi donate da ricchi filantropi o su carrette che
a malapena si reggono sul pelo delle acque; tra artigiani e borghesi, ci
sono giovani idealisti, anarchici, socialisti rivoluzionari: fanno
riferimento a tutte le correnti del sionismo politico. Sulle rive del lago
di Tiberiade nasce Degania.
Socialista e libertario, il sionismo dei kibbutz fonde nella prassi dell'
uguaglianza, identità e stato.
Ada, com'era la vita nel kibbutz nei primi anni dello stato di Israele? Che
significa Y'ron?
Quando arrivammo qui non c'era niente, era solo maggio: la stagione più
bella; il nome, Y'ron, lo prendemmo dalla Bibbia: non vuol dire nulla.
Adesso abbiamo tutti il riscaldamento, le case, le strade, ma a quel tempo
non c'era niente. Cominciammo zappando la terra, poi costruimmo il deposito
per il grano, il serbatoio dell'acqua; le case all'inizio erano baracche con
il tetto di legno. Viverci era duro, i primi inverni me li ricordo al limite
della resistenza, con la neve alta e poco fuoco in casa. Molti lasciarono,
tornarono indietro, del piccolo gruppo di pionieri che decise di rimanere
facevo parte anch'io.
Oggi ho settantatre anni, e da Y'ron non mi sono mai mossa. Per questo
kibbutz e per lo stato d'Israele ho fatto tutto quello che c'era da fare: ho
lavorato in cucina, nelle vigne, con i bambini, in fabbrica, a scuola. Dal '
79 all'83 sono anche stata parlamentare: delegata dei Kibbutzim alla
Knesset, un'esperienza di cui non parlo volentieri: la pratica politica è
terribile, dico sempre che una buona lezione in classe vale molto di più del
tempo che perdi li!, e dunque sono stata molto contenta di finire il mandato
e di tornarmene al kibbutz.

Ma dopo, mentre il mondo cambiava intorno a voi, tu sei cambiata? Ti chiedi
mai, ne è valsa la pena?
Guarda, penso sempre che questa è la migliore delle vite che avrei potuto
fare. Ma sono sicura che dipende da Y'ron, dal fatto che il suo spirito non
è mai cambiato e la sua anima è rimasta quella originaria. E non parlo solo
dal punto di vista materiale, e cioè che qui tutto è ancora collettivo,e la
proprieta' privata non esiste, parlo del senso di responsabilità. Credo che
la vita del kibbutz, alla fine, faccia sentire le persone molto responsabili
l'una dell'altra, ed è questo che fa la differenza: magari oggi non l'
avverti con la stessa immediatezza di quando abbiamo iniziato, ma lo senti
subito quando c'è un guaio o una felicità. Non è che nel kibbutz tutti
vogliano bene a tutti: l'idea che si possa amare il mondo intero è un'
esagerazione della new age: io qui non amo tutti: ci sono quelli che amo,
quelli che non amo, e anche quelli che detesto, ma mi sento responsabile per
tutti.
Non c'era niente di tutto questo in Unione Sovietica, mi ha detto qualche
giorno fa Marina, una giovane da poco arrivata dalla Russia; per me vivere
qui è come un sogno, mi ha confessato, il kibbutz è come una grande
famiglia, dove ognuno si occupa dell'altro e tutte le cose sono vissute
insieme, anche i momenti tristi. Marina ha un figlio soldato, quando
lavoriamo insieme mi parla spesso di lui, del futuro, si tormenta: spero che
arrivi presto la pace, mi dice, non ce la faccio a  sopportare questa catena
di violenze, due popoli che si ammazzano, i giovani che muoiono, senza fine.
Vedi quella pergola, laggiù dopo le nostre vigne? è dedicata a una nostra
ragazza: Yael era nata a Y'ron. Aveva ventisette anni, studiava a Tel Aviv,
è saltata in aria in via Dizengoff: si era sposata tre mesi prima, il marito
ha riconosciuto solo l'anello. Quel piccolo giardino l' hanno creato i suoi
genitori perché Yael amava le piante. Oltre la sua pergola c'e' il confine,
noi ci viviamo accanto da cinquantaquattro anni, il confine è parte dalla
nostra vita di tutti i giorni, ma la tragedia di questi ultimi anni  è più
forte di tutto quello che abbiamo passato sino ad oggi.
Da una parte, sai che questa è una guerra, l'hai sempre saputo, e la guerra
non ha molte facce, ne ha una sola.ma quando vedi tutti questi innocenti che
si ammazzano, altri innocenti che sono uccisi, madri che soffrono in un modo
incredibile, e le palestinesi anche più di noi... Quello che mi tormenta e'
non vedere la fine del tunnel, sembra inutile questa guerra, non si vede la
luce.e questo mi fa veramente impressione.

Che significa oggi per te essere sionista? Di fronte a tanti lutti e a tanto
dolore, rifaresti quello che hai fatto per dare uno Stato agli ebrei?
Per noi lo stato di Israele era un sogno.Ma il sogno non è venuto fuori come
pensavamo. E non parlo solo del fatto che dopo tanti anni, e anni e anni
siamo ancora in guerra.Quando ho finito l'esercito speravo che mio figlio
non dovesse andare, quando lui ha finito l'ho sperato per i miei nipoti e
invece ho paura che ora anche loro dovranno andare..
Non parlo solo di questo: la questione è che nessuno di noi pensava che
avremmo vissuto una guerra cosi lunga, piu' di cinquant'anni! Al contrario:
eravamo sicuri che avremmo avuto la pace, due stati per due popoli, diritti
e sviluppo per tutti. Ci credevamo. Mi ricordo benissimo del nostro stato d'
animo dopo la guerra dei Sei Giorni, dico a proposito delle terre dei
palestinesi che furono occupate con quella guerra lampo, dopo che Egitto,
Giordania e Siria ci avevano attaccato. Eravamo certi che queste terre
sarebbero state restituite, che si sarebbe stato un accordo di pace. Per
questo andammo a visitare la Cisgiordania. Ricordo un uomo con l'aratro in
una valle vicino a Hebron, "sembra proprio il nostro padre Abramo", mi sono
detta, "quando comprò la terra dai Cananei", e mi sentii parte della
Storia... E' vero che noi, tutti gli ebrei, siamo tornati in Israele perché
c'è la Bibbia e le sue storie, poco importa se sia vera o no, sono le cose
con cui cresci, sono la tua identita'.Eppure, ero pronta a restituirla
questa terra allora e lo sono ancora oggi, ma voglio dire che non e' vero
che non sia un dolore. E' un dolore, perché è parte della mia identità
spirituale.

E dei kibbutz, quale sara' il loro futuro? In un reportage pubblicato dal
quotidiano Haaret' si racconta che la stragrande maggioranza ha privatizzato
e venduto le terre, i giovani lasciano per andare a vivere in citta':
secondo una statistica oggi nei kibbutz vive solo il 3 per cento degli
israeliani.
Certo, in questi anni sono successe cose nei kibbutzim che non avrei mai
creduto, andrai in altri kibbutz.vedrai. Quelli rimasti con lo spirito degli
inizi come Y'ron, sono poveri, spesso addirittura sotto la soglia della
povertà; gli altri stanno privatizzando le terre e le case. Al posto della
proprietà collettiva ci sono alberghi e grattacieli. La scorsa settimana la
tv ha trasmesso un documentario, "Kibbutz, la fine". Eravamo tutti molto
tristi, molto giù di corda, quella sera. Il fatto è che non so che cosa
succederà, i giovani non vengono, altri lasciano, se ne vanno.Certo, hanno
il diritto di farlo: quando mio figlio ha lasciato Y'ron per me è stato
terribile, ma per mia madre ancora peggio: quasi si ammalava, per lei il
kibbutz era parte della sua stessa vita. Ho dovuto farle ricordare un
episodio di tanti anni fa: "mamma bella", le ho detto, "io ti lasciai
allora, ero figlia unica eppure ti lasciai, e tu dicevi ai parenti: Ada ha
fatto quello che voleva, ha fatto la kibbutznik, la pioniera. Vedi mamma, è
così anche per me: i figli hanno la loro vita, fanno le loro scelte, e
neanche loro sanno quale sarà il futuro.".

Ada, hai ancora lo spirito della pioniera?
Ah.che bella domanda! Da una parte, sento che non ho più voglia di cose
nuove, ma poi.una pioniera rimane così per sempre: più in testa che nei
fatti. Oggi sono contenta di quello che faccio: un giorno a settimana vado a
insegnare al Centro per i veterani dei Kibbutzin, che sta poco lontano da
qui. Ci ritroviamo in tanti, quelli che possono ancora camminare e quelli
che arrivano in carrozzella, che non sono più autosufficienti. Stare tutti
insieme è la mia caramella, la mia ultima cioccolata.

All'alba, il cielo di Galilea sembra fatto di quarzo e di acquamarina. La
statale che da Y'ron va verso Gerusalemme costeggiando il fiume Giordano,
scavalca d'un balzo il lago di Tiberiade e lambisce i Territori Palestinesi
occupati. Le luci delle case, come grappoli di fiammelle, bucano l'aria
rarefatta del primo mattino. Pochi chilometri, e Y'ron coi suoi quattrocento
abitanti bambini compresi, è già scomparso, lontano, inghiottito dal
confine.
Accucciata nell'auto con targa israeliana guardo Adel, il mio amico e guida
palestinese, armeggiare con la radio alla ricerca di una stazione araba.
Adel ha ventotto anni, una madre e cinque fratelli a Gerusalemme est. Dopo Y
'ron, andremo da una parte all'altra di Israele e di Palestina, nelle case e
nei villaggi, nei campi profughi e sotto le tende beduine, oltre carri
armati e fili spinati, dolore e rabbia, diffidenza e odio, lutti e pianto. E
mentre lo guardo, le mani attaccate al volante, gli occhi come spilli
puntati alla strada e al confine, mi sorprendo a riflettere sui suoi giorni
con noi, a Y'ron. C'eri mai stato, Adel, in un kibbutz? No. Parliamone,
vuoi? L'alba e' gia' alta e chiara quando risponde di sì.


19 dicembre 2007

Quelo che i media non dicono...

 

Foto:Samar Sbaih

19/12/2007 Samar Sbaih, una terrorista di Hamas appena scarcerata lunedì da Israele dopo 28 mesi di detenzione, ha tenuto una conferenza stampa a Beit Hanoun (striscia di Gaza) durante la quale ha lanciato un appello perché l'ostaggio israeliano Gilad Shalit non venga liberato e vengano anzi sequestrati altri israeliani. Israele negli ultimi mesi ha scarcerato più di 700 detenuti di sicurezza palestinesi per rafforzare il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen).

19/12/2007 Sei soldatesse israeliane soccorse martedì sera per shock dopo che un missile Qassam palestinese lanciato dalla striscia di Gaza ha centrato una base militare presso il kibbutz Zikim. Circa tre mesi fa un Qassam aveva colpito la stessa base ferendo 67 soldati, di cui 4 in modo grave. 25 di quei feriti non sono ancora rientrati in attività.

19/12/2007 Almeno nove i missili Qassam e dodici le granate di mortaio lanciate martedì da terroristi palestinesi dalla striscia di Gaza verso il territorio israeliano. Altre tre granate di mortaio si sono abbattute all'interno del territorio controllato dal Hamas.

19/12/2007 Missile Qassam palestinese lanciato martedì sera dal nord della striscia di Gaza verso Israele si è abbattuto su un terreno a nord di Sderot.

19/12/2007 Il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha dichiarato martedì sera che Israele continuerà a perseguire e neutralizzare i capi terroristici. "Cercheremo senza sosta i terroristi responsabili dei lanci di Qassam e granate su Sderot", ha dichiarato.

19/12/2007 Granata di mortaio palestinese lanciata martedì sera dalla striscia di Gaza si è abbattuta all'interno di un kibbutz a sud di Ashkelon. Cinque persone sotto shock. Una seconda granata è caduta vicino al valico di Erez fra Israele e striscia di Gaza.

19/12/2007 Incontri ad massimo livello, martedì, in Israele, per il nuovo inviato Usa in Medio Oriente gen. James Jones. Il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni ha discusso con l'interlocutore di come creare uno stato palestinese senza nuocere alla sicurezza di Israele.

19/12/2007 La Casa Bianca ha annunciato ufficialmente che il presidente Usa George Bush si recherà in Israele e Cisgiordania, nel quadro della sua prossima visita in Medio Oriente dall'8 al 16 gennaio. Bush farà tappa anche in Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto.

19/12/2007 Granate di mortaio palestinesi lanciate martedì pomeriggio dalla striscia di Gaza verso Israele si sono abbattute vicino alla barriera di sicurezza, all'altezza di Kerem Shalom, e presso Nahal Oz.

19/12/2007 Striscia di Gaza: tra lunedì sera e martedì, uccisi in azioni mirate delle Forze di Difesa israeliane 13 terroristi della Jihad Islamica, tra cui tre capi: il comandante dell'organizzazione terroristica in Cisgiordania, uno dei capi a Gaza e un costruttore di razzi della striscia di Gaza.

19/12/2007 Due missili Qassam palestinesi lanciati martedì mattina dalla striscia di Gaza si sono abbattuti presso Alumim.

19/12/2007 Forze di Difesa israeliane hanno confermato martedì mattina d'aver reagito a lanci di Qassam e di granate attaccando un fortino di Hamas nel sud della striscia di Gaza: due terroristi uccisi.

19/12/2007 Doppia salve di granate di mortaio e almeno cinque missili Qassam palestinesi nelle prime ore di martedì mattina verso la zona di Eshkol.

19/12/2007 Sarebbero di un legionario di epoca romana i resti rinvenuti nella zona archeologica di Cesarea da una donna che camminava sul bordo del mare. Le ossa sono state trasferite all'istituto medico-legale di Abu Kabir.

19/12/2007 Israele ha presentato reclamo all'Onu contro i continui lanci di missili Qassam in quanto evidenti violazioni del diritto internazionale. La lettera è stata inviata al Segretario Generale Ban Ki-moon e al presidente di turno del Consiglio di Sicurezza, l'italiano Marcello Spatafora.

19/12/2007 Arabia Saudita: secondo un sondaggio, il 51% dei cittadini del regno è favorevole alla lotta armata contro Israele fino alla sconfitta completa dello stato ebraico.


15 luglio 2007

QUEST'ESTATE VADO IN UN KIBBUTZ

 

Che cosa unisce il leader della destra sociale Gianni Alemanno a Tony Negri, «cattivo maestro» dell’Autonomia operaia, filosofo marxista, intellettuale radical e provocatorio apprezzato in Francia e negli Stati Uniti? La storia li divide ma li accomuna la passione trasversale per i kibbutzim, le cooperative agricole autogestite che hanno tenuto a battesimo lo Stato d’Israele e oggi rappresentano il tre per cento della popolazione. L’ex ministro dell’agricoltura di Alleanza Nazionale se n’è invaghito due anni fa durante una visita ufficiale in Terra Santa («la ricerca dell’identità, il rapporto con il territorio e il rispetto delle origini erano già patrimonio dei movimenti di destra degli anni Settanta»): a ottobre tornerà con una decina dei suoi ragazzi per uno scambio culturale promosso dalla fondazione Nuova Italia. Per l’autore di «Empire» invece, si tratta di un vecchio amore: «Sono diventato comunista in Israele nel kibbutz Nahshonim, vicino Petah Tikva», ha raccontato Toni Negri la settimana scorsa, ospite dell’Istituto Spinoza di Gerusalemme. Al tempo aveva vent’anni, studiava «Il Capitale», la rivoluzione era la cifra del mondo: molte cose sono cambiate da allora ma non il piacere di trascorrere una settimana in kibbutz. Mentre la gauche israeliana, dall’ex presidente del parlamento Avrahm Burg al fondatore di «Peace Now» Dror Etkes, celebra il requiem del sionismo socialista del secolo scorso, le ali estreme della politica italiana scoprono o riscoprono l’esperienza pionieristica e comunitaria dei padri fondatori d’Israele. Nessuno dei duecentosettanta kibbutzim disseminati nel Paese è più «l’impresa sociale basata sull’economia redistributiva» dell’ideale collettivista che lo animava ieri. La proprietà privata è un tabù ormai superato: l’ultima a capitolare in ordine di tempo è stata la cooperativa di Ha’on, sul lago di Tiberiade, venduta un paio di giorni fa a un esterno per essere trasformata in un residence. Eppure, ogni anno, soprattutto d’estate, dai sei ai diecimila giovani italiani, europei, americani, australiani, sognatori oppure no, vengono a lavorare in kibbutz per qualche mese. Ci sono anche «volontari» più maturi, che di solito si fermano un po’ meno. La tensione della Seconda Intifada aveva ridotto notevolmente la richiesta, ma dal 2005 il flusso è ripreso a pieno ritmo e le prenotazioni superano di gran lunga la disponibilità. Che cosa trovano gli stranieri nel kibbutz che non seduce più come un tempo gli israeliani? L’esperienza della vita in comune non basta a spiegare una lista di ospiti che comprende migliaia di diciottenni adrenalinici, politici di destra e di sinistra orfani d’ideali, ma anche attrici note come Debra Winger e Sigourney Weaver, il cantante Simon Le Bon dei Duran Duran, il comico americano Jerry Seinfeld. Nei kibbutzim di oggi c’è di tutto. Vacanze alternative da otto ore di lavoro al giorno in serra, relax in piscina, sofisticati centri di bellezza, seminari d’utopia. Con 700 schekel, circa 130 euro, si vive una settimana in bed&breakfast a Ha Nasi nel Golan, le alture siriane occupate da Israele dopo la guerra del ‘67: passeggiate tra boschi e antiche rovine, degustazioni di vino Yarden e la vertigine di esplorare una terra che già domani potrebbe essere altra, ridefinita da confini diversi, moneta di scambio per la pace con Damasco. 

Sempre a nord, nella Galilea occidentale, a pochi chilometri dalla frontiera libanese, c’è la comunità agricola di Mitzpe Hilla, dove Noam Shalil e la moglie gestiscono un piccolo agriturismo in attesa che Hamas rilasci il figlio, il soldato Gilad, rapito a Gaza oltre un anno fa. A Mizra invece, una comunità di duecento famiglie tra Nazareth e Afula, una delle prime insediate negli anni Venti, s’incontra una delle mille contraddizioni d’Israele: accanto ai vialetti da campus americano, le biciclette, la spa, la mensa a base dei prodotti coltivati in loco, c’è un’enorme fattoria di maiali e un supermercato specializzato in salami suini, bacon, costarelle e bistecche non kosher, per un totale di 150 tonnellate di carne al mese. Una sfida alla volontà rabbinica? Tutt’altro. Nel pieno rispetto delle regole gastronomiche della Torah il kibbutz Mizra alleva i maiali su una piattaforma di legno in modo che non tocchino il suolo ebraico e non violino la legge nazionale. Lavorativa o rilassante che sia, il boom della vacanza in kibbutz risponde più al desiderio di una parentesi di nostalgia che a un trend modaiolo. Per gli stranieri che arrivano - Gianni Alemanno, Tony Negri, uno studente idealista e spiantato o Debra Winger - come per gli israeliani che li ospitano, fingendo d’essere i pionieri di un secolo fa, lontani dai muri e dai conflitti permanenti. C’è un sito internet in inglese (www.kibbutzreloaded.com) dove chi si è incontrato lì, nella comunità agricola, può ritrovarsi a distanza. Perché tutti in kibbutz condividono l’esperienza e si chiamano per nome quasi che la semplicità fosse naturale. Poi, al termine del soggiorno, una settimana o due anni, svaniscono nella meoria, come qualcosa perduto molto tempo prima. 

Francesca Paci

La Stampa


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. kibbutz alemanno Israele

permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 15/7/2007 alle 22:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


14 giugno 2007

Il kibbutz

 

Il mio
kibbutz è stato fondato nel 1949, i primi gruppi erano formati da giovani nati in Palestina e da giovani arrivati adolescenti dall’Europa orientale dopo la seconda guerra mondiale. I primi di questi tre gruppi hanno combattuto nel Palmach, una forza che ha preceduto Tsahal. Nel 1954 è arrivato il primo gruppo europeo, quello a cui appartiene Lapalisse. Le più grandi difficoltà sono state: la distanza da una città, la vicinanza alla frontiera, il lavoro durissimo dato che il terreno è roccioso, la disciplina ferrea che ci siamo imposti, il miscuglio di abitudini e”culture”. Non tutte le difficoltà sono state superate, per esempio demograficamente non ci siamo sviluppati come un kibbuz situato più vicino al centro del paese che all’età del nostro kibbuz ha circa il doppio di membri di quanti ne abbiamo noi. Oggi siamo circa 260 membri, 140 bambini (da 0 anni alla fine del liceo), circa 100 tra candidati ad essere membri, figli di kibbuz che fanno il servizio militare, genitori di membri che sono venuti ad invecchiare vicino ai figli e altro. In tutto circa 500 anime e circa 550 computers (compresi quelli dei rami di lavoro e comitati vari) che vivono fissi qui.

In questa puntata uso foto invece che parole, se avrete domande, risponderò.


In alto il kibbuz nel 1950 circa, in basso oggi. Da notare che intorno a noi prima non c'era niente e nessuno.



Questi sono i quattro pazzi che hanno voluto creare l'industria mentre eravamo quasi tutti contro.

E questo è quello che sono riusciti a fare www.elcam-medical.com 








Questa è la sala da pranzo, la prima è una casa di legno che ci ha tenuto compagnia fino al 1963 circa. Le altre foto: vista da fuori, un particolare dell'entrata con le caselle della posta dietro, la sala da pranzo oggi verso mezzogiorno.
(grazie ad Ariela)


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Kibbutz

permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 14/6/2007 alle 22:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


7 giugno 2007

Il Kibbutz: l'educazione comune (4 puntata)


 

Miryam travestita gioca con altri bambini, verso il 1939.

Bambini di un Kibbutz giocano per la festa di Purim
 

L’educazione “comune”

Premessa – l’educazione “comune”, chinuh meshutaf, è l’esempio più classico e lampante di come un metodo creato per necessità si trasformi in ideologia. Oggi, se ci riferiamo al passato, è anche il tema più analizzato, discusso e criticato. Tra il 1910 ed il 1925, al tempo della creazione dei primi kibbuzzim, il lavoro era moltissimo. Il terreno era o paludoso o roccioso, la bonificazione è durata decenni. A parte il lavoro, c’era anche la necessità di difendersi dagli attacchi degli arabi che un po’ per odio religioso, un po’ per rubare bestiame o arnesi da lavoro, attaccavano spesso e volentieri. A quei tempi si è capito che allevare i bambini in comune fosse cosa conveniente dal punto di vista della mano d’opera. Da questo semplicissimo bisogno è nato un sistema educativo d’avanguardia che ha destato molto interesse ed ammirazione nel mondo. Mi riferisco al periodo dal 1950 al 1996 più o meno. Nel 1996 l’ultimo kibbuz di tutti i movimenti kibbuzzisti, il mio, ha adottato la “linà mishpachtit”, e cioè “il dormire in famiglia”, non più case dei bambini per la notte, i bambini hanno incominciato a dormire nella casa dei genitori. I genitori, gradualmente, hanno ripreso la piena rsponsabilità dell’educazione dei bambini come dappertutto. Per decenni il kibbuz era responsabile dell’educazione dei bambini, nel primo periodo in modo assurdo tanto era estremo: per esempio la collettività sceglieva il nome del neonato, non i genitori (nel mio kibbuz c’è una che è stata la prima bambina nata in un kibbuz molto più anziano, il suo nome Jehudith è stato scelto dai membri del kibbuz tra cui i suoi genitori).

Gli scopi dell’educazione kibbuzzista erano:

  1. educare alla vita collettivistica e cioè alla responsabilità personale, all’aiuto reciproco, al lavoro/studio.
  2. creare una persona intelligente, efficace, colta, amante della natura e della patria, ma sopratutto ligia alle regole ed ai valori della società kibbuzzista e fedele allo stato d’Israele.

Per ottenere questi scopi, con la bella teoria che i genitori erano coinvolti sentimentalmente quindi non razionali, il ruolo di educare i bambini apparteneva agli educatori che ragionavano razionalmente, erano preparati, educavano, direi, scientificamente. Di lacrime le mamme ne hanno versato a bidoni, ma, come altri temi riguardanti il kibbuz, per molti aspetti, l’educazione kibbuzzista è stata un successo enorme e studiata da psicologi ed educatori del mondo occidentale. Una cosa è inconfutabile, dall’inizio ad oggi, per i bambini non si è mai rispermiato, hanno sempre ricevuto tutto ed il migliore di ogni cosa.

“L’età tenera” – dalla nascita alla prima elementare comprendeva gruppetti di sei bambini con un arco di fino a dodici mesi di differenza d’età (se in quell’annata ne nascevano molti c’era meno differenza ed era meglio). Abitavano in una casa in cui tutto era stato concepito ed edattato a loro. Piccoli tavoli da pranzo con piccole sedie, piccoli lavabi e piccoli waters, sembrava di essere nella casetta dei sette nani. Tutto era molto estetico a parte la funzionalità, perchè già allora si era capito che vivere, lavorare, svilupparsi in un ambiente non solo funzionale ma anche piacevole esteticamente, dà migliori risultati. Adesso stanno sviluppando questa “scienza” e la si studia nelle università. I genitori venivano a visitare i bambini al mattino, tempo rubato alla pausa colazione (mezz’ora). A volte venivano anche a mezzogiorno nella pausa pranzo (mezz’ora). Alle 17.00 i bambini andavano a casa dai genitori e vi restavano fino alle 19.30. Di ritorno alla casa dei bambini i genitori li preparavano per la notte e si congedavano lasciandoli all’educatrice che usciva dalla casa dei bambini solo quando tutti dormivano profondamente. Di notte le case dei bambini erano sorvegliate prima da una, poi, con l’aumentare delle case in cui fare la ronda, da due donne che facevano/facevamo la guardia notturna a turni di una settimana. Dal 1973 in molti dei kibbuzzim di frontiera in cui i bambini continuavano a dormire separati dai genitori, dormivano a turno i membri del kibbuz per difenderli o per farli entrare precipitosamente nel rifugio in caso di attacco bellico. Ai rifugi si accedeva dall’interno della casa e in nel rifugio ogni bambino aveva il suo lettino ed il suo angolino pronto. La sera andando a letto i bambini preparavano le pantofole vicino al letto in modo che se bisognava “scendere” l’operazione prendeva qualche minuto soltanto. Importante è sottolineare che quando i bambini al pomeriggio andavano a casa, i genitori erano pronti ad aspettarli, puliti e riposati, per trascorrere con loro le due ore a disposizione. Erano ore di completa dedizione ai bambini. Fin dal 1960 tutti i sondaggi eseguiti hanno dimostrato che nonostante il bambino trascorresse la maggior parte del tempo con gli educatori, l’influenza dei genitori su di lui era più o meno del 75-80%. Questo fino all’età del liceo, poi le cose erano diverse perchè subentravano altri fattori per cui i sondaggi erano differenti.

“La società dei bambini” comprendeva dalla prima alla sesta elementare. Il pricipio era lo stesso che negli anni precedenti, ma la classe era formata da tre gruppi di sei bambini. Quante classi ci fossero nella “società dei bambini” dei singoli kibbuzzim dipendeva dal numero di bambini di ogni kibbuz. Le case erano molto più grandi, la classe in cui si studiava faceva parte della casa, lavoravano con i bambini più persone e tutto era adattato a quelle età. I bambini non erano mai soli, erano molto seguiti nonostante ci fossero problemi che non specifico adesso perchè troppo lungo da spiegare.

Il liceo – lo chiamo così ma in verità il nome ed il sistema cambiava secondo il movimento kibbuzzista, da noi si chiamava “Mossad chinuhi” e cioè Istituto educativo. Non mi soffermo sulle differenze, in generale posso dire che i licei si trovavano fuori del kibbuz, spesso in un altro kibbuz in cui studiavano i liceali di più kibbuzzim dello stesso movimento, questo per poter avere un numero più grande di scolari ed essere in grado di offrire una maggior scelta delle materie di studio e dei vari livelli nella stessa materia, sia per il bisogno che hanno gli adolescenti di confrontarsi con altri giovani per formare ed affermare la propria personalità. Il liceo era un vero e proprio piccolo kibbuz con tanto di comitati e programmazioni e contestazioni a non finire. Su questo tema potrei scrivere veramente un libro, ho lavorato per diciassette anni con gli adolescenti (è quello che ho studiato in un apposito Seminario del Kibbuzzim) incominciando da educatrice-nurse passando a educatrice-professoressa e terminando direttrice del liceo. Nel 1987 il mio kibbuz ha cambiato sistema ed il trauma che ho subito mi è servito a capire la paura verso i cambiamenti che molti membri hanno dimostrato quando ho rivoluzionato le norme lavorative due anni fa (avevo scritto e spiegato il mio progetto quand’ero su Tiscali).

Mi scuso per la lunghezza, anche così non ho potuto spiegare come avrei voluto. Si accettano domande.



Un rifugio di bambini nel mio kibbuz anni fa. Mi scuso per la foto non troppo chiara, l'ho ingrandita ed ha perso in qualità.

Ariela


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. israele kibbutz arabi

permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 7/6/2007 alle 22:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

sfoglia     novembre        gennaio
 

 rubriche

Diario
La cucina ebraica
Filmati e humour
Documenti
Israele
Archivio
Ebraismo
Viale dei giusti e degli eroi
Made in Israel
Il meglio in libreria
Kibbutz

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

Komunistelli
il reazionario
animaliediritti
Facebook
yahoo gruppi
informazione
israele
ucei
hurricane
CERCO CASA
Esperimento
Antikom
societapertalivorno
iljester
lehaim
milleeunadonna
lideale
bendetto
focusonisrael
asianews
viva israele
giuliafresca
stefanorissetto
ilberrettoasonagli
pensieroliberale
jewishnewssite
ControCorrente
Fort
Centro Pannunzio
bosco100acri
essere liberi
Fiamma
Maralai
Nomi in Ebraico
Barbara
Raccoon
Salon-Voltaire
Frine
Serafico
Enzo Cumpostu
Israele-Dossier.info
Dilwica
300705
Deborah Fait
Nuvole di parole
calendario laico
gabbianourlante
imitidicthulhu
Fosca
Geppy Nitto
Topgonzo

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom