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21 ottobre 2008

Il rischio di una nuova intifada

 

Guy Bechor

Finché il mondo palestinese è rimasto diviso in due entità separate fra loro solo sul piano fisico, le cose potevano andare avanti. Ma a gennaio quel mondo verrà diviso in due anche sul piano legale, uno sviluppo che potrebbe segnare il definitivo collasso della politica palestinese.
Ciò che accadde ai palestinesi nel 1936 e nel 1948 potrebbe verificarsi di nuovo: fra circa quattro mesi, il 14 gennaio 2009, scadrà il mandato presidenziale del 73enne Mahmoud Abbas (Abu Mazen). E sarà bufera.
Hamas non permetterà che si tengano elezioni nella striscia di Gaza, specie se il candidato alla presidenza sarà Abu Mazen o un'altra figura di Fatah. Di conseguenza sarà impossibile tenere regolari elezioni presidenziali. Hamas sta aspettando appunto che si concretizzi questo scenario per sostenere che, in base alla costituzione e alla legge elettorale palestinese, un presidente decaduto deve essere sostituito dallo speaker del parlamento. L’attuale speaker del parlamento palestinese, da quando Hamas ha assunto il controllo del parlamento che di fatto non funziona, è Aziz Dweik, un uomo di Hamas. Ma Dweik è agli arresti in Israele, per cui Hamas sostiene che il prossimo presidente dovrebbe essere il suo vice, Ahmed Bahar, che naturalmente è un altro uomo di Hamas. È questa la strada attraverso cui Hamas conta di assumere il controllo su tutti i territori dell’Autorità Palestinese.
Cosa emerge da questo scenario?
- La striscia di Gaza costituisce di fatto lo stato palestinese. Ha completa sovranità, anche se isolata e non riconosciuta. Non solo non ha più rapporti con il regno di Giudea e Samaria (Cisgiordania), ma le due entità sono in questo momento ostili fra loro.
- Il desiderio del governo israeliano di arrivare a una soluzione diplomatica con Abu Mazen entro la fine dell’anno non è realistico. Nei prossimi mesi Abu Mazen si farà più estremista a gesti e a parole. Non è un caso che sia andato in Libano a incontrare (il terrorista infanticida) Samir Kuntar e che continui a dichiarare che i profughi dovranno avere il diritto di stabilirsi in Israele. Abu Mazen radicalizzerà le sue dichiarazioni e i suoi obiettivi per non essere accusato di capitolare davanti a Israele.
- Tutte le istituzioni dell’Autorità Palestinese non stanno funzionando, cosa che ne fa un’entità del tutto artificiale che continua ad esistere solo grazie al cattivo nemico, Israele, sia a Gaza che in Cisgiordania. Israele, e solo Israele, sta risparmiando ai palestinesi un completo collasso politico, economico e sociale.
- Siamo arrivati alla assurda situazione per cui, in questo momento, tutto ruota attorno ad Abu Mazen. Il forzato sostegno di Condoleezza Rice ad Abu Mazen lo ha trasformato in un uno degli attori principali: se rimane, si può forse arrivare a una soluzione diplomatica; se invece se ne va, tutto crolla con lui. Un’assurdità.
- Questo stato di cose, che conferisce ad Abu Mazen peso e importanza, riflette anche un fondamentale elemento di debolezza. Come si potrà raggiungere un accordo con lui se la sua futura presidenza sarà antidemocratica? In pratica ha dissolto il parlamento, ha istituito un governo illegittimo senza l’approvazione del parlamento (dove Hamas detiene la maggioranza assoluta), e ora potrebbe prolungare il suo mandato oltre i termini di legge. Cosa accadrà se, contemporaneamente, vedremo un altro palestinese, un uomo di Hamas, assumere la carica di presidente?
- Infine, una volta fatta fallire la prospettiva elettorale, Hamas porrà termine al sogno di unità palestinese rendendo evidente che abbiamo a che fare con due gruppi di popolazione con due destini. In questo senso, la visione palestinese si estenderà a quel punto su ben quattro paesi distinti: striscia di Gaza, Cisgiordania, Giordania e Israele. Niente male per della gente che non ha neanche uno stato.
Ma attenzione: l’unica via d’uscita da questo vicolo cieco, per i palestinesi, potrebbe essere una nuova intifada, una qualche forma di attività armata contro Israele tale da riunificare le disperse forze palestinesi. L’incarico a Tzipi Livni, se sarà lei il primo ministro, potrebbe incoraggiare ulteriormente questo sbocco giacché ai palestinesi Israele parrà sempre più vulnerabile. Siamo pronti per tutto questo? Nel vuoto di leadership che affligge Israele, c’è qualcuno che si sta attrezzando per l’eventuale collasso palestinese e le conseguenze che coinvolgerebbero tutti noi?

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