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19 ottobre 2008

Europa, vizi privati e pubbliche virtù

 Osservatorio internazionale/La crisi finanziaria mondiale ha fatto venire a galla attriti e strategie diverse che minano la credibilità dell'Unione 

 
La Germania ha egoisticamente scelto un piano di salvataggio e con l'Iran si comporta in maniera ambigua



 Strette di mano e sorrisi con Ahmadinejad, che vuole distruggere Israele. Romano Prodi a Teheran.


Europa, a che gioco stai giocando? Nel momento in cui un uragano di classe 5 ha scoperchiato impietosamente tutta la baraccopoli del capitalismo d'assalto e in cui le mille "sinistre" continuano a elaborare, rigorosamente a tavolino, teoremi sul mondo che verrà, il Vecchio Continente fatica a trovare uno spicchio di centralità per dire la sua. Non fatevi ingannare dai peana dei taglia-nastri e dalla retorica spesso rivoltante sull'europeismo "come dovere morale". Perché la cosa che manca è proprio la moralità. Cioè il senso (quello sì "sacro") dell'appartenenza a una comunità protesa verso obiettivi condivisi e pronta a mettere da parte i meschini interessi di bottega.
E invece questi ultimi anni, anzi, questi ultimi mesi, sono la fotografia di una Unione che viaggia come un transatlantico senza timone, dove due o tre capitani pretendono di dettare la rotta giusta a tutti gli altri, salvo prendersi a schiaffi e a randellate nel chiuso del ponte di comando. Ci si continua ad auto-incensare su quello che finora si è fatto, per poi scoprire che, al di là di alcuni innegabili risultati raggiunti, siamo ancora solo al campo-base di un Ottomila himalayano.
Chiacchiere? Andiamo a esaminare più da vicino le mosse di Bruxelles nel campo dell'economia e, in cauda venenum, nel delicato scacchiere della politica estera. La crisi partita dalle praterie finanziarie degli USA, infestate dai tosa-pecore e quasi naturalmente popolate dai gonzi, si è trasferita (dopo un anno e mezzo! ) sulle nostre sponde senza che alcuno, nel frattempo, battesse ciglio. La Banca Centrale Europea ha continuato a svolgere il suo compitino da "Bignami" dell'economia, badando soprattutto ai decimali dell'inflazione e a vincere la corsa sul dollaro come valuta "pregiata" di riferimento. Certo, la "madre di tutte le scienze inesatte" dà anche qualche vantaggio. Ad esempio quello di presentare il bicchiere a metà: così politicanti, analisti e truffatori travestiti da geni della finanza possono sempre dire di avere ragione. O, comunque, di non avere torto. Fate voi.
Da Maastricht in poi, dai famosi "parametri" imposti a colpi di scudiscio per contrassegnare i tortuosi sentieri delle contabilità di Stato, fino alla istituzione della BCE, la bussola è stata quella di una rigida difesa del cambio, indispensabile per tenere in piedi la baracca dell'euro. Corretto, ma solo in linea di principio. Si è infatti costruita una fortezza valutaria, anzi, un tempio sacro al dio dei monetaristi, gestito durante cicli economici in cui sarebbe stato indispensabile intervenire, al contrario, con forti politiche espansionistiche e di sostegno alla crescita. E lascia di stucco che, oggi, a difendere l'ortodossia di Bruxelles siano proprio coloro che fino all'altro ieri appartenevano alla parrocchia della pianificazione e combattevano all'arma bianca Milton Friedman e i suoi nipotini della Scuola di Chicago.
In definitiva, tutti potevano immaginare come sarebbe andata a finire in Europa dopo la rivoluzione monetaria, specie per le classi medio-basse: una perdita verticale del potere d'acquisto e un crollo altrettanto netto della qualità della vita. Ma nessuno si è mosso. Per calcolo, indifferenza o, più semplicemente, perché la politica del "tanto peggio tanto meglio" qualche volta serve alla propria bottega. L'euro? Un male indispensabile. Solo che c'è modo e modo di prendere l'olio di ricino. E farne ingollare un intero bottiglione, tutto in una volta, agli sventurati pazienti, ha significato risolvere un problema e crearne altri cento. Facilmente intuibili.
Poi, così tanto per sottolineare qualche altro aspetto non di secondaria importanza, resta il fatto che la Banca Centrale Europea assomiglia terribilmente (sarà un'allucinazione?) alla vecchia Bundesbank, cioè alla Maginot, pardon, alla linea Gotica, tracciata per sbarrare il passo agli assalti dell'inflazione. Un tale scavarsi la fossa, in tutti i sensi, è figlio della Sindrome di Weimar, quando i tedeschi andavano a fare la spesa con la valigia piena di banconote e un chilo di salame costava qualche milione di marchi. Sarà forse anche per questo che la signora Merkel ha sdegnosamente rifiutato il Piano anti-crisi di Sarkozy (la miseria di 300 miliardi di euro) e poi, girato l'angolo, ha allargato i cordoni della borsa (500 miliardi di euro) "pro domo sua"? Eppure avrebbe dovuto sapere che un progetto coordinato di salvataggio, su scala europea, sarebbe stato percepito dai mercati in modo convincente e con margini di efficacia ben più rassicuranti.
Invece, niente. Ferocemente contrari all'idea di Sarkozy sono stati anche gli inglesi. L'Unione, allarga oggi e allarga domani, è ormai come una casa che, nata con diversi difettucci, ora farebbe la sua brava figura in qualche favela di Rio. Dove i tuguri, di bidone in bidone, crescono fino a diventare grattacieli. Ha una politica monetaria comune (o quasi) e sistemi fiscali, tessuti produttivi e distributivi che viaggiano per conto proprio. Insomma, ognuno per sé e Dio per tutti.
Non per affondare un kriss malese nella ferita e cospargerla di sale grosso, ma gli scenari della omogeneità europea in politica estera o, quantomeno, della "solidarietà", sono ben più rabbrividenti e dimostrano che, dietro tutti i proclami della Commissione, si muove una diplomazia "parallela" pronta ad azzannare alle spalle, senza alcuno scrupolo, quella ufficiale. In più di un'occasione abbiamo cercato di dare una sbirciata dietro il muro di cinta del "volemose bene", come nel caso della disgraziatissima decisione sul Kosovo. Che potremmo definire tranquillamente la "madre" di tutte le crisi che verranno, a catena, da ora in avanti. Ne abbiamo avuto un assaggio in Ossezia e in Georgia, probabilmente pagheremo dazio in un non lontano futuro in Ucraina (sicuro) e in Medio Oriente. E lo stiamo già pagando, con gli interessi, in Iran. Essersi messi contro Putin ha forse fruttato il Premio Nobel (per la pace!) a Martti Athisaari, il grande "stratega" finlandese dell'indipendenza kosovara, ma ha sicuramente regalato una montagna di rogne al resto del pianeta.
La Russia ha ripreso a flirtare alla grande con Ahmadinejad e lo stesso ha fatto la Cina, incrementando gli scambi commerciali, a tal punto da far apparire dei deficienti coloro i quali, all'ONU, straparlano ancora di sanzioni per giustificare gli stipendi che pigliano. E, a proposito di vizi privati e pubbliche virtù, gratta gratta, sotto il turbante degli ayatollah spunta ormai con sempre maggiore frequenza l'elmo chiodato prussiano della Grosse Deutschland. Sì, avete capito bene, proprio il marchio di fabbrica di quelli che hanno preso l'Italia a calci nel sedere quando ha cercato di farsi accettare nel famoso "5+1", cioè il gruppo incaricato (sembra una barzelletta) di monitorare i programmi atomici di Teheran.
Dunque, e non è una novità, a Berlino predicano bene e razzolano male. Secondo un rapporto del GAO americano (Government Accountability Office) dedicato alle sanzioni, i tedeschi sono i principali fornitori dell'Iran (con quasi 6 miliardi di dollari) di "merci varie". Siccome ragioni religiose e di cultura gastronomica impediscono di pensare a würstel e birra, è molto facile che si tratti di qualcosa di ben più "tecnologico". Almeno questa è anche la paura degli israeliani, che lo vanno gridando, da lunga pezza, in tutti i loro giornali. E, in effetti, nel rapporto GAO ci sono contrattucci vari per miliardi di dollari, specie nel settore dell'energia.
Intendiamoci, nel mazzo ci stanno anche, tra gli altri, spagnoli, giapponesi, coreani, austriaci, olandesi, norvegesi. E italiani. Ma almeno questi non fanno parte del "5+1". All'asse Teheran-Berlino ha dedicato un articolo (con tanto di "cuore" effigiato come ironico accompagnamento) il Wall Street Journal, tirando fuori cifre a molti zeri. Lo stesso hanno fatto Herald Tribune, Jerusalem Post, Suddeutsche Zeitung ("Il prezzo delle sanzioni"), Spiegel Online, Tagesspiegel e Haaretz. Ma forse i pezzi più imbarazzanti per la signora Merkel e per il suo ministro degli Esteri Steinmeier vengono proprio dall'Iran. Il 9 settembre scorso l'agenzia FARS ha riportato la notizia dell'accordo con la tedesca Steiner Prematechnik (100 milioni di euro) mentre, qualche giorno prima, addirittura il Teheran Daily aveva sparato un titolone che stringi stringi diceva: «Le sanzioni ci fanno un baffo», e giù ad elencare scambi e affettuosi abbracci con la Grande Germania. Insomma, non proprio un bellissimo esempio di "coerenza" e di serietà diplomatica.
Dulcis in fundo, qualche settimana fa, non si sa come e non si sa perché, l'addetto militare tedesco a Teheran era in prima fila alla parata militare in cui Ahmadinejad ha indirettamente minacciato, con la solita oxoniana finezza, di mettere Israele su un barbecue. Ma i giornalisti lo hanno pizzicato sul fatto e, per salvare la faccia (e la verginità europeista), la Germania ha dovuto richiamare a rotta di collo il proprio ambasciatore, Herbert Honsowitz, in patria "per consultazioni". Che probabilmente avranno riguardato i prossimi contratti. 
Piero Orteca


3 giugno 2008

Fini 1 Ahmadinejad 0


I have a dream

Iran, Fini annulla l'incontro con l'ambasciatore
"A seguito delle dichiarazioni sullo Stato di Israele rese ieri dal presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, Mahmoud Ahmadinejad, il presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, ha annullato l’incontro con l’ambasciatore iraniano, Abolfazl Zohrevand, previsto per lunedì 9 giugno". E' quanto rende noto un comunicato della Camera dei deputati.

Ennesimo attacco a Israele "I popoli europei hanno subito i maggiori danni dai sionisti e oggi le spese di questo regime falsificato, sia le spese politiche che quelle economiche, sono sulle spalle dell’Europa". Lo ha detto il presidente iraniano al suo arrivo a Roma. A chi gli chiedeva se le sue dichiarazioni anti-israeliane di ieri avessero messo in imbarazzo i tanti Paesi partecipanti al vertice della Fao, Ahmadinejad ha risposto: "Non credo che le mie dichiarazioni creino problemi; ai popoli piacciono le mie parole, perché i popoli poi si salveranno dalla imposizione dei sionisti". Poi ha concluso: "Nel nome di Dio, voglio tanto bene al popolo italiano, che è tanto ricco di civiltà e di storia. I nostri due popoli hanno molte comunanze storiche".



28 marzo 2008

L’Occidente che ha smarrito l’orgoglio di sé

 



Si immagini che venga pubblicata un’edizione delle opere di Galileo con un’introduzione in cui si spiega che quelle pagine luminose e razionali rappresentano un rifugio mentale dalla cruda realtà delle azioni dei musulmani descritta in termini sferzanti. Nascerebbe uno scandalo enorme pari a quello suscitato dalle vignette danesi su Maometto. In occidente molti deplorerebbero giustamente la strumentalizzazione di un classico per buttarla in politica con affermazioni razziste. Se una simile impresa è impensabile, è invece possibile pubblicare un’edizione delle Opere complete di Euclide (Bompiani) preceduta da un’introduzione in cui ripercorrere l’esercizio della ragione nella matematica greca viene definito come «un atto di resistenza al non-pensiero, alla brutalità travestita da atti umanitari, alla menzogna eretta a sistema» in un «presente atroce e bruciante» in cui «imperversano i gringos».
Di fronte a un simile abuso di un’opera classica per trattare di barbari un intero popolo («i gringos») non si è visto finora un sopracciglio alzato. Né facilmente se ne vedranno perché questa è solo una piccola ma emblematica manifestazione dell’odio di sé che dilaga in occidente e soprattutto in Europa. È la sindrome descritta dallo storico François Furet: «uomini che detestano il regime sociale e politico in cui sono nati, odiano l’aria che respirano, mentre ne vivono e non ne hanno conosciuto un’altra». Della civiltà occidentale viene salvato solo ciò che è abbastanza lontano da poter essere sognato come un’età dell’oro in cui ragione e pace regnavano incontrastate. Nei misfatti della storia dell’occidente vengono affogate anche conquiste ottenute a caro prezzo: libertà, garanzie, diritti delle donne, democrazia, quel bene supremo che – per dirla con Natan Sharansky – consiste nel poter scendere in piazza e parlare senza che nessuno ti porti via. Pare che ciò valga per noi assai poco se persino un vescovo anglicano propone di regalare spazi di sovranità alla sharia sottraendoli alle regole cui dovremmo tenere quanto all’aria; e se ascoltiamo a mani giunte la lezione di Tariq Ramadan che spiega la legittimità di boicottare una fiera letteraria, ovvero una manifestazione della libertà di espressione.
Apprendiamo che il Consiglio dei diritti dell’uomo dell’ONU, in nome della lotta contro l’“islamofobia occidentale”, propone di decretare che l’offesa ai valori religiosi è razzismo. A Teheran l’alta commissaria ai diritti dell’uomo Louise Arbour ha ascoltato, coperta da un velo islamico, questo proclama d’intenti senza fiatare. Si dirà che di una simile condanna si avvarranno tutte le religioni. Ma avete mai sentito emettere da parte cristiana o ebraica una condanna a morte o soltanto una querela nei confronti di autori violentemente antireligiosi (fino all’insulto) come Richard Dawkins? È evidente chi si avvarrebbe di un simile decreto e quali sarebbero le conseguenze. Non potrebbero più essere protette persone che vivono sotto l’incubo di una condanna a morte, come Ayaan Hirsi Ali o Robert Redeker, autori di critiche nei confronti dell’islam che sono esempi di moderazione rispetto alla definizione dei cristiani come “cretini” o del Dio d’Israele come un “delinquente psicotico”. Avremmo svenduto i principi della democrazia e della libertà di espressione. E non solo: in tal modo verrebbe messo un cappio al collo a centinaia di milioni di persone che cadrebbero ostaggi senza speranza dell’integralismo sotto l’egida dell’ONU. Sta alle democrazie decidere se credono ancora in se stesse e sono capaci rifiutare il ricatto o preferiscono crogiolarsi nell’odio di sé, in una deriva verso l’autodistruzione.
Il Messaggero


14 marzo 2008

Ecco perchè l'euro non può funzionare

 

Affidare Eurolandia ai contabili

 

Certamente non sono un economista, ma la situazione economica in cui versa l’Europa dopo l’adozione dell’euro, mi induce ad alcune riflessioni.

La Bce è l’organismo preposto a definire la politica monetaria della valuta che circola tra i paesi dell’Ue, politica che influenza enormemente le politiche economiche degli stati aderenti, ma c’è qualcosa che stride se un organismo che rappresenta le banche centrali, a loro volta espressione di istituti di credito privati (la Banca d’Italia è infatti una sorta di associazione tra banche, che per quanto ne so non sono certo enti benefici o soggetti politici), si mette nelle condizioni di dettare le regole a delle nazioni che invece sono l’espressione della volontà dei cittadini; in qualche modo esso rappresenta il primato dell’economia sulla democrazia.

E continuo sul ruolo della Bce: mi sembra quanto meno assurdo che l’unione europea si sia imposta una politica monetaria comune quando ogni singolo stato membro che ripeto, deve sottostare alle regole imposte dalla Bce per restare all’interno di rigidi parametri economici, conduca delle politiche economiche autonome in materia di fisco, politica del lavoro, politica dell’impresa, export, prezzi, tariffe e tutto ciò che è legato all’economia, tutti aspetti che dovrebbero essere concertati e portati avanti in modo coerente ed univoco da tutti i paesi membri. Attualmente invece accade che ogni stato si arrabatti autonomamente avendo una sorta di guinzaglio che, oltre a limitare molto i margini di manovra, fa sì che ogni singola nazione rappresenti una sorta di nanerottolo nei confronti di interlocutori esteri quali Usa, Cina, India, Russia, paesi medio orientali.

Ma non solo: quale organismo di natura istituzionale si contrappone o concerta la politica monetaria della Bce? Non certo l’UE, che attualmente si preoccupa di legiferare sulle caratteristiche della pizza napoletana, piuttosto che su quelle dei salvagente … tanto meno qualche Ministro, che viene convocato esclusivamente per ritirare la pagella (raramente eccellente) che gli viene appioppata da una congrega di banchieri …

Le debolezze della Bce e, di conseguenza dell’Ue, sono chiare e sfruttate a regola d’arte da chi le conosce: le recenti schermaglie con la Federal Riserve statunitense, con le tragiche conseguenze che stiamo vivendo in questi giorni sono solo l’aperitivo di quanto potrà avvenire in Eurolandia se al più presto non si correrà ai ripari per colmare questa gravissima lacuna. Affidare i destini dell’Unione europea a dei contabili significa dapprima far saltare la moneta unica, dopo far implodere l’intera Eurolandia ed allora sarà difficile per tutti: dalle famiglie, alle banche: responsabili in prima persona del mostro che hanno generato e che si ostinano a mantenere in vita in modo così perverso.

Hurricane 53


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permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 14/3/2008 alle 17:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


13 marzo 2008

L’Occidente è terra di Maometto?

  



Il fondamentalismo religioso sconfitto dalla ragione ricompare in Europa sotto le forme più virulente e odiose. Voltaire avrebbe parecchi motivi per stupirsi. In Italia sembra d’essere tornati agli storici steccati, alla riesumazione della “questione romana”, alla contesa tra laici e cattolici che rimonta alla genesi dello stato italiano. Ma qui siamo, per così dire, nella normalità di un paese strutturalmente privo di nerbo, nato debole, tra l’ostilità aperta e dichiarata della Chiesa cattolica, che continua ad influenzare gran parte dell’opinione pubblica in uno scollamento tra legge civile e fede. Era forse scontato che questa nuova “missione” della Chiesa, del suo ergersi di fronte alle questioni morali e di coscienza, fino ad invadere il campo dell’autorità civile, avvenisse in concomitanza con l’avanzata dell’Islam che non solo si diffonde e si radica in Europa ma pretende di dettare le sue regole in materia di libertà d’espressione, com’è successo in Olanda col documentario che critica il Corano e il profeta Maometto e che, con la colpevole acquiescenza delle autorità olandesi, rischia di innescare un’altra guerra di religione.

Il fondamentalismo islamico, che fonda la propria legittimità sulla legge divina, sulla sharia, sulla quale modella l’etica dello stato e ogni altro principio, è una minaccia di cui non si comprende ancora la portata perché sfugge alla comprensione del mondo civile moderno. Nemmeno i delitti Fortuyn e Van Gogh, vittime dell’odio razziale e religioso, proprio in Olanda più disposta all’accoglienza e all’integrazione, hanno insegnato qualcosa se basta la minaccia degli intolleranti a mettere in crisi un governo europeo e il nostro stesso sistema di libertà. Un malinteso senso di colpa ci impedisce di reagire, ci rende vili, alla mercé dei fondamentalisti che scorgono la nostra debolezza e ne approfittano. Perdiamo di vista le nostre conquiste civili, siamo costretti a confrontarci con tematiche che avevamo superato e archiviato come contenzioso del passato. Anche la Chiesa cattolica ha combattuto la sua “jihad”, la guerra santa.

L’Occidente ha dovuto lottare per conciliare il dogma con la libertà. Tutto ciò è mancato all’Islam che continua a gettare sull’Occidente le colpe della sua arretratezza materiale e morale. Ma è ancora l’Occidente liberale, ancorchè nutrito di morale cristiana, a rappresentare un’ancora di salvezza e una speranza per milioni di individui. Il presupposto dell’Occidente è la libertà. Senza di essa l’Europa piomberebbe nella barbarie. Anche in Europa c’è stato un periodo di decadenza, in coincidenza con la diffusione del cristianesimo che giudicava l’educazione liberale, impostata sui canoni greci, inadatta per i cristiani. E’ più o meno quello che pensa l’Islam della civiltà moderna: che la democrazia è in contrasto con il Corano. L’assenza di ogni antidoto o nozione di modernità nell’Islam, anche col nostro permissivismo piagnone, ha permesso lo sbocco in un fanatismo cieco che si nutre di manicheismo e indica nell’Occidente il diavolo ed è invece la sua cattiva coscienza, il modello che lo umilia.

L’Olanda sembra fungere da cavallo di troia. Questo piccolo paese di mercanti, dopo l’avventura coloniale, è rientrato nei suoi angusti e piatti confini col complesso di colpa di tutti i vecchi padroni addomesticati che hanno messo pancia e perduto i denti.

Si ha ben poco da sperare che valga il dialogo a scongiurare l’ultima guerra di religione che l’Europa, ridotta a drogheria, senza un rigurgito di dignità e di orgoglio, sarà prima o poi chiamata a combattere.

Romano Bracalini


12 marzo 2008

Non voglio morire, amo la vita e voglio vivere

 

L'Olanda, il paese che diede ospitalità all'esule John Locke, la terra nella quale sono garantiti tutti i diritti (anche quelli che per alcuni sono in realtà dei desideri) si rifiuta di proteggere una donna infibulata profuga di guerra, sposa fuggita a un matrimonio combinato, libera pensatrice: Ayaan Hirsi Ali.
La scorsa settimana una delegazione di eurodeputati socialisti francesi guidata da Benoit Hamon, ha promosso al Parlamento Europeo un progetto per garantire a apese della stessa Europa il diritto alla  vita di Hirsi Ali, assicurandogli una scorta, che lei personalmente non ha economicamente la possibilità di garantirsi.
Queste le drammatiche parole che durante la visita Ayaan Hirsi Ali ha rivolto all'Europa:

Sono venuta a chiedervi di sostenere l'iniziativa di Hamon di stabilire un fondo per finanziare la protezione delle persone nelle mie condizioni, il cui unico crimine è la libertà di parola. Penso - ha detto Hirsi Ali rivolta agli eurodeputati - che la portata e il significato dell'iniziativa vadano al di là della questione se io sia o no uccisa: riguardano la libertà d'espressione, e una piccola minoranza che minaccia una violenza estrema per intimidire gli intellettuali in tutta l'Europa. Quando sono arrivata in Olanda a 22 anni,fuggivo da un matrimonio forzato e da una mentalità in cui non avevo diritti individuali. In Olanda ho trovato la libertà e l'istruzione... ho imparato che cosa è l'Europa e il suo passato, l'Europa delle idee, dell'Illuminismo, una filosofia in cui i problemi sociali sono individuati e criticati, in cui le mentalità possono essere cambiate... E ho cominciato a dare valore alla libertà di parlare contro l'ingiustizia, e a capire che a volte rischiare la propria vita per questo è meglio che guardare altrove. In altre parole, sono diventata europea. Hoparlato contro l'oppressione delle donne nel nome dell'Islam, che una volta era la mia fede, e non mi pento di questo... Potete - ha proseguito, rivolta agli eurodeputati - non essere d'accordo con la mia analisi, e forse pensate che sono troppo dura verso l'Islam o che mi esprimo in uno stile troppo controverso. Ma nessuno può contestare che io abbia usato solo mezzi pacifici per difendere i miei argomenti: articoli, libri, discorsi e un solo film ('Submission', il cui regista, Theo Van Gogh, è stato ucciso da un fanatico islamista, ndr). Non ho mai difeso la violenza, e per quanto molte persone possano essere in disaccordo con me e con il mio modo di fare le cose, non credo -ha concluso - che per questo io meriti di essere condannata a morte o costretta, come oggi, a vivere nascosta". 

Questa situazione mi porta a fare alcune considerazioni.
Innanzitutto, è doveroso mettere in risalto il vergognoso comportamento dei giornalisti italiani. L'ordine dei giornalisti, che sospende dei colleghi se fanno pubblicità occulta a un'acqua minerale, non ha detto una parola che sia una sul fatto che a una scrittrice sia tolta la libertà d'espressione.
Non c'è stato un direttore di un tg che abbia messo, non dico come apertura, ma neppure nei titoli, la notizia. Sembra che per loro il diritto alla libertà d'espressione non abbia valore, o forse non c'era spazio perchè si doveva parlare di Garlasco, Cogne, Perugia, della nebbia in Val Padana, delle russe che fanno shopping a Via Montenapoleone,del problema dei gatti randagi in Papua Nuova Guinea, dell'ultimo flirt dell'Arcuri, e di quant'è cattivo Bush. 
Capisco che la sinistra  comunista che ha strette relazioni con Hamas, Hezbollah, i Fratelli Musulmani, che ha sempre demonizzato Hirsi Ali (così come ha fatto con Magdi Allam, Oriana Fallaci) stia dalla parte dei carnefici e non della vittima.
Ma il Pd, il partito della definitiva rottura con il comunismo, il partito che ha al suo interno una forte componente cattolica cristiana, e i radicali perchè non si è espresso? O meglio perchè s'è espresso con un assordante e colpevole silenzio?.Forse perchè la tradizione ha un valore e gli antichi schemi mentali li ha mantenuti(D'Alema docet)
E il Pdl? Berlusconi parla di lbertà in tutti i suoi discorsi, però non un accenno alla situazione di Hirsi Ali, non una proposta di sostituirsi all'Olanda, garantire la cittadinanza a Hirsi Ali e assumersi la responsabilità di difendere la libertà d'espressione,  quella religiosa, il diritto alla vita di una donna infibulata, profuga di guerra, vittima di un matrimonio combinato colpevole di pensare liberamente.
Forse, perchè non è un vero liberale, e il suo non è un partito che fa dalla Libertà un valore fondante
E' inutile, in Italia manca un leader che abbia il coraggio di difendere questi principi e questa è la grande differenza con quelli d'oltreoceano.
Mi dimenticavo... le parlamentari, le giornaliste alla Gruber e Sgrena, le femministe, le comiche? non pervenute, saranno state tutte andate su Marte con la Guzzanti 
Ultima riflessione...in ordine cronologico di apparizione in questi ultimi giorni abbiamo avuto le seguenti notizie:
il vescovo della chiesa anglicana ha dichiarato che auspica l'introduzione di principi tratti dalla sharia nell'ordinamento britannico;
Sergio Romano ex ambasciatore, (falsamente identificato come un liberale e opinionista del principale quotidiano nazionale) ha commentato affermando che gli eredi di Amato al ministero degli interni dovrebbero riflettere sull'opportuntà d'introdurre principi della sharia anche in Italia(Corriere venerdì scorso)
una banca belga ha deciso di ritirare i salvadanai fatti a porcellino perchè potrebbero urtare la sensibilità dei poveri clienti musulmani.
Se a questo si aggiunge che in GB operano già i tribunali islamici(povero Churchill, si rivolterà nella tomba a vedere che stanno vincendo gli eredi di Chamberlain), e che in molte scuole si sorvola su piccoli eventi storici come le Crociate e l'Olocausto per non turbare i bimbi musulmani, risulta chiaro quale sia il trend dominante.
I singoli paesi, in nome del multicultiuralismo, della tirannia della penitenza, stanno consegnando le società europee ai fondamentalisti islamici.
Per questo motivo la decisione del Parlamento Europeo, di assegnare o meno la scorta a Hirsi Ali assume un significato simbolico assoluto.
L' insieme dei paesi europei può scegliere di piegarsi al fanatismo islamico e far capire che l'intera europa vuol diventare eurabia, oppure può far capire che anche se alcune, toppe volte si eccede nel chinarsi di fronte ai fanatici isalmici, si vuol comunque garantire le libertà tipiche della nostra cultura e civiltà.
L'Europa, può continuare a dichiararsi paladina di lbertà e diritti civili e costringere gli intellettuali che criticano l'islamismo a rifugiarsi in America, oppure può smettere di essere solo aria fritta e fare qualcosa di concreto.Vedremo
freegame Neoconservatore


12 marzo 2008

Ma l’Europa va a destra

 


Scambiare i propri desideri per la realtà. È quello che ha fatto Veltroni quando, commentando i risultati delle elezioni in Spagna e in Francia, ha parlato di «vento nuovo», cioè di un'Europa che riprende ad andare a sinistra.

Peccato che non sia vero: a parte il fatto che il voto di domenica non sposta nulla, nel senso che Madrid era già governata dai socialisti e in Francia si è andati alle urne solo per il primo turno di elezioni comunali e provinciali, in altri Paesi dell'Unione la tendenza prevalente è, se mai, quella opposta: 16 dei 27 membri - tra cui nazioni di antiche tradizioni socialdemocratiche come Svezia e Danimarca - hanno governi di centro-destra, solo otto di centro-sinistra e gli altri tre sono retti da grandi coalizioni; e il rapporto promette di diventare di 17 a 7 dopo le elezioni italiane.

È vero che Zapatero ha conquistato un secondo mandato, ma i suoi modesti guadagni in termini di percentuale (da 42,6 a 43,3) e di deputati (da 164 a 169) sono stati fatti interamente a spese della Sinistra unita - passata da 5 a 2 seggi - e degli autonomisti catalani rossi, scesi da 8 a 3. I Popolari, al contrario, hanno guadagnato oltre due punti percentuali (da 37,6 a 39,8) e 5 seggi, e Convergencia y Unió, cioè i catalani conservatori, è l'unico partito minore ad avere aumentato la sua rappresentanza parlamentare. Bisogna concluderne che, se mai, la Spagna si è spostata leggermente a destra.

Diverso è il discorso per la Francia. Qui c'è stato effettivamente un recupero dei socialisti e un calo dell'Ump rispetto alle ultime legislative. Ma che valenza politica ha questo voto? Più di un giudizio sui meriti relativi dei due schieramenti, si è trattato di un referendum sullo stile del presidente Sarkozy e sul suo modo di gestire le sue vicende sentimentali, che - inutile dirlo - non sono né di destra né di sinistra. Ora che gli hanno dato, a loro modo, una lezione, i francesi torneranno a ragionare sui fatti.

Ma se vogliamo inquadrare bene i rapporti destra-sinistra in Europa, dobbiamo tener conto anche di quel che succede in Germania, dove è al potere dal novembre 2005 una Grande coalizione tra Cristiano-democratici e Socialdemocratici. Nel frattempo, gli equilibri sono radicalmente cambiati: secondo l'ultimo sondaggio, la Merkel gode della fiducia del 64% dei tedeschi, il suo probabile avversario nelle elezioni del 2009 Kurt Beck solo del 26%. Il calo della Spd è dovuto a un comportamento schizofrenico per la paura di perdere consensi a vantaggio del partito della «Sinistra». Per fermare l'emorragia, la Spd s’è spostata a sua volta a sinistra, pur reiterando l'impegno di non allearsi con i massimalisti. Ma in Assia ci ha provato per poi fare marcia indietro. Un pasticcio che probabilmente farà sì che la Germania passi l'anno venturo nella colonna del centro-destra.
Livio Caputo
Il Giornale


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3 gennaio 2008

"The Rape of Europe" (And it is coming to America folks!)

 

The German author Henryk M. Broder recently told the Dutch Newspaper "DeVolkskrant" that young Europeans who love Freedom, better emigrate.
Europe as we know it will not exist twenty years from now. While sitting on a terrace in Berlin , Broder pointed to the other customers and the passers-by
and said, "We are watching the world of yesterday." Europe is turning Muslim.. As Broder is sixty years old he is not going to emigrate."I am too old," he said.

However, he urged young people to get out and "move to Australia or New Zealand. That is The only option they have if they want to avoid the plagues that will turn the old continent uninhabitable."

Many Germans and Dutch, apparently, did not wait for Broder's advice. The number of emigrants leaving the Netherlands and Germany has already surpassed the number of immigrants moving in. One does not have To be prophetic to predict, like Henryk Broder, that Europe is becoming Islamic. Just consider the demographics.

- The number of Muslims in contemporary Europe is estimated to be 50 million.
- It is expected to double in twenty years. By 2025, one third of all European children will be born to Muslim families.
- Today Mohammed is already the most popular name for newborn boys in Brussels , Amsterdam, Rotterdam , and other major European cities.

Broder is convinced that the Europeans are not willing to oppose Islamization. "The dominant ethos," he told De Volkskrant, "is perfectly voiced by the stupid blonde woman author with whom I recently debated. She said that it is sometimes better to let yourself be raped than to risk serious injuries while resisting. She said it is sometimes better to avoid fighting than run the risk of death."

In a recent Op-Ed piece in the Brussels newspaper De Standaard the Dutch (gay and self-declared "humanist") author Oscar Van Den Boogaard refers to Broder's interview. Van den Boogaard says that to him coping with the islamization of Europe is like "a process of mourning." He is overwhelmed by a "feeling of sadness." "I am not a Warrior," he says, "but who is? I have never learned to fight for my freedom. I was only good at enjoying it."

Consider that in all of Europe no one under the age of 65 has picked up arms in defense of their country. That task has been borne by the United States since Hitler surrendered in 1945. As Tom Bethell wrote in this month's American Spectator: "Just at the most basic level of demography the secular-humanist option is not working." But there is more to it than the fact that non-religious people tend not to have as many children as religious people, because many of them prefer to "enjoy" freedom rather than renounce it for the sake of children. Secularists, it seems to me, are also less keen on fighting. Since they do not believe in an afterlife, this life is the only thing they have to lose. Hence they will rather accept submission than fight. Like the German feminist Broder referred to, they prefer to be raped than to resist. "If faith collapses, civilization goes with it," says Bethell. That is the real cause of the closing of civilization in Europe.

Islamization is simply the consequence. The very word Islam means "submission" and the secularists have submitted already. Many Europeans have already become Muslims, though they do not realize it or do not want to admit it. Some of the people I meet in the U. S. are particularly worried about the rise of anti-Semitism in Europe. They are correct when they fear that anti-Semitism is also on the rise among non-immigrant Europeans. The latter hate people with a fighting spirit. Contemporary Anti-Semitism in Europe (at least when coming from native Europeans) is related to anti-Americanism.

People who are not prepared to resist and are eager to submit, hate others who do not want to submit and are prepared to fight. They hate them because they are afraid that the latter will endanger their lives as well. In their view everyone must submit. This is why they have come to hate Israel and America so much, and the small band of European "Islamophobes" who dare to talk about what they see happening around them. West Europeans have to choose between submission (Islam) or death. I fear, like Broder, that they have chosen submission - just like in former days when they preferred to be Red rather than Dead.

Europeans apparently never read John Stuart Mill: "War is an ugly thing, but not the ugliest of things; the decayed and degraded state of moral and patriotic feeling which thinks nothing is worth a war, is worse."

"A man who has nothing which he cares more about than he does about his personal safety is a miserable creature who has no chance at being free, unless made and kept so by the exertions of better men than himself."

Paul Belien


23 dicembre 2007

“ IN ITALIA TUTTO VA BEN, MADAMA LA MARCHESA”

 

Noi italiani siamo un popolo fortunatissimo, si vive benissimo, clima mite anche in inverno ( che sono due o tre gradi sottozero…), un governo che più permissivo, più pro-popolo non esiste, tassazioni zero, criminalità sconosciuta, i rom brava gente che fa solo qualche piccolo furtarello, ma sono inezie, maggioranza e opposizione al governo si amano come amanti folli, cosa si può pretendere di più al mondo?

Questa notte, poi, esulteremo di gioia tutti quanti, toccheremo l’apice della felicità.

Finalmente avremo anche noi degli immigrati, grazie a Schengen che butterà via quelle sporche frontiere per 400milioni di cittadini che avranno accesso agli attuali 15 paesi che fanno parte della zona di libera circolazione.

I paesi sono: Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia, Slovenia, Repubblica Ceca e Malta, per ora libera circolazione solo alle frontiere marittime e terrestri, per libera circolazione negli aeroporti di tutti i 24 paesi solo dal 30 marzo prossimo. Cipro non avrà questi privilegi perché non ha ancora soddisfatto le condizioni necessarie per l’ingresso.

Che santa persona il Presidente della Commissione UE, Josè Manuel Barroso, che ha specificato:” potremo vivere e circolare in una zona di 24 paesi senza frontiere interne, è un risultato storico unico”. E il Presidente del Parlamento Europeo, Hans-Gert Pottering, entusiasta di simile decisione ha detto:” è il segnale visibile che le antiche divisioni dell’Europa, le frontiere che dividono i paesi e gli spiriti sono sorpassati”.

Queste menti eccelse devono essere state a contatto di Prodi e sono stati contagiati da un virus senza ritorno.

Ma la Convenzione di Schengen vuole un accresciuto controllo alle frontiere con i paesi che non fanno parte dello spazio di libera circolazione, così gli sloveni potranno entrare in Italia o in Austria da questa notte senza più mostrare il passaporto, ma Lubiana moltiplicherà i controlli al confine con i vicini croati. Che diffidenza, questo non sta bene….

Questa notte per l’apertura dei confini vi saranno grandi feste, da giorni fervono i preparativi per questo stupendo, meraviglioso incontro di diversi stati, baci e abbracci si sprecheranno, tutto l’amore represso per i confinanti esploderà con grida di gioia…pardon, mi stavo confondendo con il muro di Berlino, i nuovi stati non credo saranno tanto entusiasti dei loro vicini…Never mind!

Ma coloro che non vivono agiatamente nei loro paesi o hanno qualche piccola grana con la polizia per piccoli o grandi crimini, dove pensate si recheranno per vivere felici, senza più controlli, liberi di fare ciò che vogliono, trovare ricchezza se non in Italia?

Ormai il passa parola è da anni che funziona, dunque sarà scelto il nostro paese che ospita cani e porci ( chiedo scusa agli animali) e milione più, milione meno il nostro governo sarà più che felice di ospitarli, dare loro aiuto economico, casa da abitare, un lavoro (che a loro, forse, non ne frega di meno e non ci pensano neppure, altrimenti starebbero nel loro paese) e la sanità. I giovani italiani che stanno cercando lavoro se lo scordino, prima gli immigrati, poi se avanza qualche richiesta, forse potranno avere il dovuto.

Entro la fine dell’anno saranno entrati altri 170mila extracomunitari che aggiunti a quelli che vi sono già si raggiunge una cifra da capogiro, escludendo i clandestini, ovvio.

E dei 400milioni che sono entrati nell’Ue, senza più frontiere, quanti di loro avranno già preparato i bagagli per venire nel paese di Bengodi?

Un giorno, molto vicino, dovremo prendere una lanterna e come Diogene (speriamo ancora vestiti e non nudi in una botte) andremo alla ricerca di un Italiano vero, perché con queste continue immigrazioni gli italiani si conteranno sulla punta delle dita.

ERCOLINA MILANESI


12 dicembre 2007

Islam e democrazia, l'Europa chiamata a "più responsabilità"

 

 

Gradualità e realismo politico. Questi i suggerimenti rispettivamente del presidente della commissione Esteri della Camera Umberto Ranieri e dell’ex capo della Farnesina Gianfranco Fini a confronto su “Come dovrebbe rispondere l’Europa?”, durante l’ultima sessione dei lavori di una conferenza internazionale promossa dalla fondazione Magna Carta su “Islam e democrazia”. Presenti, tra i relatori, l’ex primo ministro spagnolo José Maria Aznar e il nordirlandese David Trimble, premio Nobel per la Pace 1998 per l’impegno profuso a favore dei negoziati tra cattolici e protestanti. A moderare il dibattito la corrispondente del Giornale a Gerusalemme, Fiamma Nirenstein. Ranieri ha riconosciuto il limite delle recenti politiche occidentali per cui “si appoggia ogni dittatore che promette di schiacciare l’Islam radicale, col risultato di impedire lo sviluppo democratico in quei Paesi foraggiando, peraltro, le ragioni dell’estremismo religioso”. Come esportare la democrazia, quindi? “Non con le armi, l’esperienza dell’Iraq lo insegna – spiega Ranieri – ma con gradualità, favorendo lo sviluppo economico e la concessione progressiva di spazi di libertà” allo scopo di rinsaldare progressivamente le posizioni dei democratici che vivono in regimi autoritari. Parzialmente d’accordo si è detto Fini, che pure ha difeso l’intervento armato in Iraq: “Un Paese che seppur con un ritardo di 12-18 mesi rispetto ai risultati sperati sta uscendo dall’emergenza di due anni fa”. Importante per Fini è capire che “non vi può essere democrazia là dove non vi è rispetto per la dignità della persona umana e dove vi è prevaricazione basata su qualsiasi senso di appartenenza, sia questa politica, religiosa o etnica”. L’Europa non deve dimenticare i propri valori, ha ricordato Fini, “ma d’altro canto deve assumersi le proprie responsabilità” politiche e militari per la difesa della democrazia, senza delegare l’incombenza agli Stati Uniti. Facendo il caso dell’Egitto, “il cui leader Hosni Mubarak non è un campione di democrazia ma la cui alternativa in caso di libere elezioni sarebbe un governo dei Fratelli musulmani”, l’ex ministro degli Esteri ha suggerito che “in occasione di viaggi ufficiali, i rappresentanti dell’Ue dovrebbero dare spazio ai dissidenti liberali e democratici”. Più in generale è stata riconosciuta la necessità di “fare crescere la democrazia dal basso” là dove la caduta del regime o la fine del governo autoritario provocherebbe la salita al potere di forze estremiste. Il caso della fine del regime di Yasser Arafat e della vittoria elettorale di Hamas alle elezioni palestinesi fanno scuola. E Ranieri ha ricordato il principio di “condizionalità nelle relazioni internazionali” per cui “nuovi accordi commerciali con Paesi non propriamente democratici dovrebbero essere condizionati dall’ottenimento di spazi di libertà sempre crescenti”.


Molta attenzione è stata prestata al caso della Turchia. Secondo Aznar, “l’Europa non è sincera nei suoi negoziati con Ankara, perché se la Turchia accedesse all’Ue questa finirebbe di esistere come la conosciamo”. Meno drastico Fini, secondo cui “quello che dice Aznar è giusto per l’oggi”; d’altro canto i tempi del negoziato per l’accesso della Turchia nell’Ue sono di lungo respiro “e non è escluso che un domani, migliorando ulteriormente i propri standard democratici in crescita ormai da anni, Ankara possa entrare nel novero dei Paesi europei”. “Escludere a priori la Turchia dall’Europa – gli ha fatto eco Ranieri – sarebbe un errore di portata strategica. Ankara fa parte della Nato e, specialmente per l’Italia, è un alleato di grandissima importanza nel Mediterraneo. Senza dimenticare – ha aggiunto il politico del Pd – che fu proprio l’Italia nel 1951 a sostenere l’ingresso di quel Paese nell’Alleanza atlantica”. Perentorio invece il tono di Lord Trimble, specchio della tradizionale visione britannica a favore dell’allargamento dei confini del Vecchio continente: “Sono del tutto a favore della Turchia in Europa - ha dichiarato -. Un Paese dove ci sono meno estremisti islamici di quanti ne abbiamo già importati”. Al di là di quello che l’Ue può e deve fare al di fuori dei propri confini – “non ho una soluzione pronta, ma riconosco l’importanza del dibattito in corso”, ha aggiunto –, il premio Nobel ha ricordato che la maggioranza dell’oltre un milione di islamici che vivono nel Regno unito “non sono estremisti ma sufisti” e che i governi devono guardarsi dalla minoranze jihadiste, “che sono più attive e rumorose e che tendono perciò a occupare gli spazi associativi” con i quali i governi interloquiscono. Trimble ha anche affermato di “non capire” come sia proprio dalla sinistra progressista che spesso si guardi con simpatia a questi movimenti “misogini, violenti, razzisti e antisemiti”.

(Daniel Mosseri)


11 dicembre 2007

Le banche islamiche all'assalto dell'Europa

  

Un vertice per dare l'assalto all'Europa. Oltre mille delegati hanno partecipato alla World Islamic Banking Conference in Bahrain.



Le banche islamiche vi hanno messo a punto le strategie di investimento futuro. Mentre gli Stati Uniti e l'Europa tremano per la crisi dei mutui, la finanza di Allah non teme terremoti nelle borse e continua a scalare i «tesori degli infedeli». E a gennaio sbarcheranno a Roma. Il boom dei fondi islamici non ha precedenti: si parla di asset bancari per 450 miliardi di dollari di cui 85 emessi sotto forma di bond. Nel segno della sharia, ovvero senza chiedere interessi per mutui e prestiti così come ha proibito Maometto ed è sancito nel Corano. Non si fanno affari, almeno alla luce del sole, in campi proibiti come alcol, armi, tabacco, carne di maiale e gioco d'azzardo. Ma questo non frena l'escalation.

L'espansione raggiunge livelli impensabili almeno fino a dieci anni fa. L'11 settembre 2001 invece di seppellire ha fatto scoprire un mondo. Le banche halal, secondo i comandamenti coranici, impone che non vengano chiesti interessi ai clienti. Attraverso equilibrismi finanziario-religiosi le banche offrono mutui senza chiedere tassi in sovrappiù: l'istituto bancario diviene proprietario del bene e lo rivende un tanto alla volta al cliente. Nel caso che a chiedere soldi sia un'impresa, la banca islamica condivide eventuali perdite e profitti in una sorta di joint venture.


Ma il vero business i banchieri di Allah lo stanno facendo con i sukuk. Questo è un sistema per cui banca e cliente contribuiscono insieme alla finanza di un progetto. I sukuk sono così lucrativi che vengono rastrellati anche da finanzieri non islamici. E già molti colossi bancari come la Citigroup e le banche giapponesi stanno trasformando i loro portafogli sul modello dettato dal Corano.

Maurizio Piccirilli 


20 novembre 2007

«Gli aiuti al Libano nelle tasche di Hezbollah»

 

«Sono tornati... quel tavolo era una roulette, c’erano mazzette di dollari dappertutto, borse piene. La gente prendeva, firmava e correva a casa». Tony, impenitente costruttore maronita della cristianissima Klaya, settanta case alle porte di Marjayoun e a un tiro di schioppo da Israele, te lo ripete assieme agli altri. Raccontano, in un coro incredulo e voglioso, quella pioggia di denaro, quella lotteria senza perdenti tra le case distrutte e riedificate di Khiam, la roccaforte del Partito di Dio spianata dalle bombe israeliane nell’estate 2006.
Te lo ridicono, uno dopo ’'altro, Jacqueline, George, Michael. «Era come dopo la guerra quando Jihad Bina, (la compagnia di costruzione di Hezbollah, ndr) distribuiva i primi acconti ai proprietari di case distrutte o danneggiate - racconta la maestra Jacqueline, 32 anni, - mercoledì hanno consegnato il primo saldo per tenerli buoni». George, 43 anni, tassista maronita, è più pessimista: «Lo fanno perché se non si elegge il presidente si cade nell’abisso e loro avranno bisogno di tutta la loro gente. C’è una nuova guerra alle porte, per questo tornano con le borse piene di soldi».
Il problema è da dove arrivino quei soldi. Se gli acconti del 2006 erano parte del patrimonio di Hezbollah garantito dai finanziamenti iraniani, questi nuovi pagamenti, materializzatisi dopo molti mesi di attesa, hanno un’origine più dubbia. Secondo l’imbarazzato Sanaa al-Jack, portavoce del governo di Fouad Siniora, quei dollari sono parte dei circa 570 milioni di dollari destinati da sauditi e altri governi arabi alla ricostruzione. I soldi donati al governo Siniora dai suoi alleati sunniti starebbero insomma finanziando l’opposizione sciita e filoiraniana di Hezbollah.
Ma non solo. A rimpinguare le casse del Partito di Dio contribuirebbero anche svariati rivoli dei 110 milioni di euro destinati dall’Unione Europea per progetti di assistenza non legati alla ricostruzione. Christiane Hohmann, portavoce della Commissione, nega stanziamenti per la ricostruzione, ma le agenzie incaricate di distribuire i soldi dell’Unione finanziano da oltre un anno numerosi progetti nelle zone del Partito di Dio.
Hezbollah avrebbe messo le mani su quei soldi grazie a un’abile, beffarda, ma apparentemente legale operazione di riciclo del denaro pubblico. L’inizio di tutto è Waad, la compagnia di mutuo soccorso messa in piedi dal Partito di Dio per realizzare la promessa ( “waad” appunto) del segretario generale Hasan Nasrallah di ricostruire tutto «presto e meglio di prima». A Dahiyeh, il quartiere meridionale di Beirut dove le bombe israeliane hanno sbriciolato il quartier generale di Hezbollah e 300 palazzi circostanti, Waad apre i giochi facendo firmare ai proprietari delle rovine una delega a intascare gli aiuti del governo.
Secondo Hassan Jishi, amministratore della Waad, deleghe e beneplaciti raccolti riguardano la ricostruzione di 213 palazzi su 300, per un totale di circa 3.700 unità tra appartamenti, negozi, uffici, magazzini e scuole. Calcolando che i fondi garantiti dal governo per la ricostruzione di ogni appartamento ammontano a 53mila dollari, l’operazioncina dovrebbe aver consentito l’accantonamento di 370 milioni di dollari in fondi pubblici. Una fortuna che il Partito, o meglio la Banca di Dio, può decidere, a seconda di luoghi e situazioni, di investire, distribuire o regalare. In cambio ne ricaverà il ferreo e diffuso consenso indispensabile per mettere a segno l’ultima spallata al governo Siniora e avviare la scalata al potere. 

Gian Micalessin


14 novembre 2007

«Solo passaporti in arabo» Tripoli chiude agli europei

 A sorpresa ripristinata la norma che impone la traduzione dei documenti



Vladimir Ilich Ulianov Lenin aveva intitolato uno dei suoi scritti Un passo avanti e due indietro: è ciò che accade nella vita dei singoli, sosteneva, e accade anche nella storia delle nazioni. In questo caso l’inversione di marcia non avrà un peso storico, forse, ma nella cronaca, di sicuro, un posto lo trova. Negli ultimi due giorni, la Libia ha chiuso la porta in faccia a qualche migliaio di europei. Lo ha fatto nel nome di una norma che impone la traduzione in arabo delle generalità segnate sui passaporti, ripristinata all’improvviso domenica benché fosse stata abolita nel 2005.

Il cambiamento ha trovato impreparate molte linee aeree e agenzie turistiche. È scattato dopo che Muhammar el Gheddafi ha raggiunto con la Francia un livello di rapporti così buoni da essere stato invitato a Parigi, per dicembre, dal presidente Nicolas Sarkozy. E dopo che Massimo D’Alema, sabato, ha messo a punto con il Colonnello a Tripoli «un’intesa di massima», «un importante passo in avanti», come l’ha definita il ministro degli Esteri, nel negoziato in corso da anni per indurre la Giamahiria a non chiedere più compensazioni sull’era coloniale italiana.

Il pubblico più vasto per la sorpresa è stato quello della «Musica», nave della Msc, compagnia italiana che ha preso il posto della «Lauro crociere». Una folla di passeggeri stimata ieri dalla società tra le 2000 e le 2500 persone, in gran parte italiane, alla quale ne vanno aggiunte altre 987 di equipaggio. Entrata in mattinata nel porto di Tripoli per far partecipare i turisti a un giro della città, la nave, lunga 294 metri e larga 32, è stata costretta a ripartire: il personale di frontiera non poteva accettare sul suolo libico ingressi di europei con passaporti privi di traduzione, i croceristi non potevano dotarsi al volo della versione in arabo delle proprie generalità.

Il comandante ha ordinato di riaccendere i motori. Rotta: Messina, stessa tappa nella quale si sarebbe dovuti attraccare oggi, soltanto che l’arrivo sarà tre ore prima del previsto.

«Procediamo tranquilli verso Messina», ci ha detto ieri sera una dipendente della Msc che ha risposto da bordo al telefono satellitare del comandante. La crociera è cominciata il 4 novembre da Genova e continuata con scali in Corsica, a Malta, a Rodi, Alessandria d’Egitto. Da Napoli, prossima tappa, la compagnia ci ha fatto presente di aver avviato i rimborsi della gita a Tripoli ai turisti che l’avevano prenotata.

Sulla «Musica», i passeggeri dispongono di sushi bar, centro benessere, cabine con tv. Meno comfort hanno avuto a portata di mano all’aeroporto di Sebha gli 83 passeggeri prenotati domenica per raggiungere la Francia su un aereo Air Mediterranee. Erano in Libia da quando la legislazione non era cambiata. Lì sono rimasti fin quando un Airbus 321 è stato procurato ieri per loro dal Quai d’Orsay. La resurrezione dell’obbligo di traduzione sui passaporti per i cittadini europei, di tutta Europa e non soltanto dell’Unione europea, è infatti a doppio senso: vale per chi entra, ma anche per chi esce. Gli 83 non potevano uscire. L’aereo dell’Air Mediterranee che doveva caricarli era stato fatto ridecollare subito con i suoi 172 viaggiatori atterrati a Sebha: erano senza dati anagrafici in arabo. Lo stesso è successo a 37 provenienti da Zurigo con la Swiss. Problemi anche per vari britannici.

Per i passeggeri di alcuni voli Alitalia, l’avviso sulla norma reintrodotta è arrivato in tempo. Sono partiti per Tripoli quanti avevano la vecchia traduzione. Gli italiani respinti negli aeroporti, una decina, a quanto pareva ieri, avevano viaggiato su linee straniere. Il problema è che, naturalmente, non basta una traduzione qualsiasi. Come informa adesso la Farnesina sul sito www.viaggiaresicuri. it, ne serve una «di norma effettuata dalla Questura» e va sottoposta all’ambasciata libica a Roma al momento della richiesta del visto.

È difficile capire se la reintroduzione repentina della norma sia un tic della confusa burocrazia libica, uno sgambetto al «Leader» compiuto da settori dell’apparato statale che resistono al recupero dei rapporti con l’Occidente o una mossa del Colonnello volta a tirare sul prezzo nelle trattative in corso per normalizzare le relazioni con i Paesi europei. Un mistero. Tra tanti.

Maurizio Caprara


22 ottobre 2007

Da che parte stanno?

 

Dopo che il Senato Italiano ha approvato l’Ordine del Giorno n. G12 al DDL n. 1381 del Sen. Alfredo Mantica, in cui si impegna il Governo Italiano a “chiedere alle autorità siriane di liberare immediatamente, nel quadro dell'attività della citata Commissione bilaterale siriano-libanese, tutti i detenuti libanesi in Siria, e far in modo di accertarsi che nessun libanese continui ad essere detenuto nelle sue carceri, e chiedere altresì alle autorità siriane una lista contenente i nomi di tutti i detenuti libanesi presenti sul suo territorio, sia nei luoghi di detenzione conosciuti che in quelli segreti, e di tutti quelli che sono morti in carcere”, ora anche gli oppositori siriani al regime di Assad prendono il coraggio di parlare e dire basta a questa illegale e forzata detenzione che dura oramai da oltre 30 anni.

  (grazie aLe Forze Libanesi)

E soprattutto cosa faranno? Spero non replichino la passeggiatina a braccetto, sostenendo i diritti dei poveri siriani ad incarcerare e torturare chi vogliono e quelli degli eroici Hezbollah a riarmarsi e ammazzare chi sta loro antipatico.

 


9 settembre 2007

La sfida europea al terrorismo islamico

 

Mentre le autorità tedesche indagano sui tre arrestati e i loro legami con l'estero, la Germania si interroga sui rapporti con i musulmani di casa. Interrogativo, a cui molti rispondono invocando misure più severe, che attraversa tutta l'Europa e che, a giorni alterni, scatena spesso una demonizzazione dell'”islamico”, percepito come nemico. Ma di che entità è la sfida all'Europa del terrorismo islamico che si è fatto sentire come una minaccia reale dopo le stragi efferate di Madrid o di Londra?

Il dossier pubblicato in aprile da Europol, organizzazione europea che si occupa di intelligence criminale (EU Terrorism Situation and Trend Report), nel 2006 ha contato nella Ue 489 attacchi terroristici e 706 arresti di sospetti nei 15 paesi nell'Unione. Per Europol il basso numero di arresti dimostra solo le difficoltà di “basi legali e la difficoltà di investigare un simile tipo di reati”. Francia, Spagna e Gran Bretagna, dice il report, sono i paesi a maggior rischio e le indagini sul terrorismo islamico, che mira a stragi a di massa, sono una chiara priorità degli stati membri. Il dossier contiene un rapporto generale sul terrorismo e in realtà gli attentati islamici sono stati sono “solo” 65 ma con la percentuale di gran lunga più alta di vittime. I presunti terroristi islamici arrestati sono invece la metà del totale. Il maggior numero di arresti in questa direzione spetta comunque a Francia, Spagna, Italia ed Olanda. La maggior parte dei fermati è di origine algerina, marocchina e tunisina. Ma Europol segnala, com'è noto, anche il fenomeno di musulmani nati, residenti (o convertiti), specie in Gran Bretagna e Danimarca e disegna il profilo di una macchina della propaganda con matrice qaedista sempre più sofisticata (video soprattutto) che farebbe sospettare una rete organizzata. Avaro invece nel dire quanti arresti sono terminati con una condanna.

La sfida terrorista numericamente maggiore che emerge dal rapporto è quella dell'”etno nazionalismo e del separatismo” con 424 attacchi, specie in Francia (60%) e Spagna, nei paesi baschi e in Corsica. Tra questi, 55 sono ascrivibili a gruppi di “sinistra e anarco-terroristi” in Grecia, Italia, Spagna e Germania. Un'analisi a parte riguarda il terrorismo di destra su cui si ammette un deficit di indagine a dispetto di azioni che appaiono organizzate anche in forma transnazionale.

Commentando Europol, Julian Richards, del Brunel Centre for Intelligence and Security (Gb), ospitato dal think tank spagnolo Grupo de Estudios Estratégicos, si sofferma sul dibattito che riguarda la minaccia del terrorismo di matrice islamica rispetto ad altri. Benché i numeri degli attacchi siano nel caso islamico nettamente minori, il dato che salta all'occhio è il numero di morti: stragi contro atti in molti casi soprattutto dimostrativi. Richards riprende il tema della scarsa collaborazione tra polizie e fa il caso della Gran Bretagna la cui intelligence avrebbe mappato circa 200 network jihadisti attivi, una trentina di complotti e l'identificazione di almeno 1600 sospetti. Dati da aggiungere al rapporto di Europol. Nondimeno un altro ricercatore, Ziauddin Sardar, i cui commenti appaiono spesso sull'Observer, nota che se i musulmani sono il gruppo a soffrire il maggior numero di arresti esiste anche una forte logica del sospetto che porta e ritenere un terrorista chiunque porti una barba lunga o un velo. In Francia, dice, essere magrebino è sufficiente per finire nella lista dei sospettati.

E in Germania?
Nel paese con la maggior popolazione musulmana d'Europa dopo la Francia, sostiene un rapporto dell'International Crisis Group, islamismo e jihadismo non sembrano avere un grande appeal sulla massa degli immigrati (turca per la stragrande maggioranza e dunque tendenzialmente secolarista), che di fatto tiene a bada anche il gruppo radicale più noto (Milli Görüs, IGMG). Secondo Icg gli islamisti non sono una sfida così importante per l'integrazione dei musulmani benché il dibattito in Germania si sia polarizzato tra un approccio multiculturale e una difesa ad oltranza della dell'identità tedesca. Icg si preoccupa invece di una tendenza che tende a minacciare la convivenza: misure inquisitorie di Länder e governo federale e l'avanzata di un concetto negativo verso l'islam che ha prodotto, dicono i sondaggi, un 58% di tedeschi che si aspettano un “conflitto imminente” coi musulmani, mentre il 46% ha paura di attacchi terroristici e il 42% pensa che molti terroristi si nascondano tra la popolazione musulmana. Di contro due terzi dei musulmani in Germania hanno una visione positiva del cristianesimo mentre solo un terzo dei tedeschi pensa lo stesso dell'islam. E anche se il paese, dice Icg, si è astenuto da forme di retorica radicale diffuse in Europa, per la prima volta suona un campanello d'allarme. Per chi lo vuol sentire.

Emanuele Giordana


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3 settembre 2007

L’Europa a Maometto

 

Dopo diverse prese di posizione, rinvii giustificati da errate adempienze burocratiche oppure dall'uso della lingua francese invece di quella tedesca, alla fine la manifestazione a Bruxelles prevista per il prossimo 11 settembre è stata proibita. Cosa avrebbero voluto chiedere nella capitale simbolica dell'Unione Europea, gli organismi danesi, inglesi e di diverse altre nazioni con la loro manifestazione? Il blocco dell'immigrazione musulmana e la massima attenzione affinché i Tribunali non scivolassero, come sta già accadendo anche negli Stati Uniti, nell'applicazione della giustizia, in sentenze dettate dal diritto islamico più che da quello romano-occidentale. La decisione di rivolgersi a Bruxelles era ovviamente dettata dalla fiducia nella entità politica «Europa» da parte di alcuni degli Stati che ne fanno parte, una Europa ritenuta creatrice, da lunghi secoli, della cultura occidentale e che nessuno fino ad oggi avrebbe mai ritenuto capace di perderla, islamizzandosi nel pensiero e nel costume giuridico, non in base alla fede religiosa, ma per ragioni di opportunità politica.

Ma quello che è avvenuto con questa decisione, mette i cittadini europei - europei davvero, non perché come tali iscritti all'anagrafe - di fronte ad una realtà che non permette più neanche un momento di dubbio da parte dei politici e dei governanti. La superficialità, la banalizzazione dei costumi come valori storici, linguistici, culturali, sono state alla base del progetto di unificazione europea fin dall'inizio. I politici non hanno chiesto consiglio a nessuno: sono stati così presuntuosi, così autoritari nel decidere il destino presente e futuro di centinaia di milioni di persone, che non li ha fermati né la differenza di una trentina di lingue (senza contare i dialetti), né la differenza delle religioni; una differenza molto più difficile da comporre in quanto il Corano è nato per ultimo dall'ebraismo, ma Maometto ha dichiarato che era lui l'ultimo profeta perché soltanto lui ne aveva inteso la rivelazione in maniera perfetta.

Ma la vicenda di Bruxelles è molto significativa anche per diversi altri motivi. Il primo consiste nell'errore che è stato fatto dai governanti nello scegliere come sede per le istituzioni dell'Ue un Paese già di per sé in fibrillazione come il Belgio, nel quale convivono tre popoli diversi con tre lingue diverse che aspirano con forza all'autonomia. È probabile che i timori del sindaco di Bruxelles di non poter garantire l'ordine pubblico siano stati dovuti anche alla situazione locale, dove i fiamminghi in particolar modo non vedono l'ora di liberarsi di tutti i lacci piccoli e grandi che l'Unione europea comporta.

Una conclusione, tuttavia, bisogna trarla da questa vicenda. Tralasciamo pure la mancanza di libertà e di democrazia, nella tanto osannata isola felice dell'Europa, che si propone costantemente come esempio al mondo. Su questo aspetto contiamo di poterci soffermare in un altro momento. Il problema più grave rimane il timore delle autorità nei confronti della presenza islamica in Europa. La colpa è nostra, dell'Europa, soltanto nostra. Malgrado tutte le tragiche esperienze passate fatte in ogni parte del mondo, noi continuiamo ad essere convinti che quello che pensiamo noi, quello che facciamo noi è sicuramente giusto e confacente a tutti. Bene, non è così. La democrazia, per esempio, non è affatto adatta alla maggior parte dei popoli. È sufficiente guardare l'Africa... Lo stesso discorso vale per le religioni. La globalizzazione, l'universalismo, l'integrazione sono concetti che dobbiamo necessariamente sottoporre ad una critica serena, ma durissima. Non possiamo aspettare più neanche un momento. Cominciamo da oggi.

Ida Magli


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3 settembre 2007

La Storia religiosa degli Ebrei di Europa

 

Varese, Villa Cagnola, prestigiosa sede di convegni, studi e manifestazioni culturali, si appresta ad accogliere la XXIX Settimana Europea dal 3 al 8 settembre promossa dalla Fondazione Ambrosiana Paolo VI in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore e con il patronato della Regione Lombardia dedicata alla Storia religiosa degli Ebrei di Europa.

Dopo l’importante trilogia di convegni dedicata alla storia religiosa dei Balcani, che si è chiusa lo scorso anno con il convegno dedicato alla Storia religiosa dell’Islam, la programmazione dell’atteso appuntamento del 2007 prevede la presenza di specialisti ebrei ed ebraisti provenienti dall’Italia e dal resto d’Europa che saranno chiamati a esporre i molteplici e inseparabili aspetti dell’ebraismo vissuto ed elaborato in Spagna e in Polonia, in Italia e nell’Europa orientale.

Dalla storia politica ai principali contributi nel campo della filosofia, della scienza e dell’arte, dalle forme di religiosità al rapporto con le Chiese cristiane, dalle pratiche rituali e liturgiche al rapporto con le sfide della contemporaneità: questi i temi che verranno affrontati durante il convegno in cui Gli Ebrei di Europa saranno dunque i protagonisti.

Senza la presenza della cultura ebraica, la storia dell’Europa sarebbe stata sicuramente diversa da come l’abbiamo conosciuta, anche se è sempre più facile constatare come proprio questa cultura sia spesso conosciuta solo in modo generale o esclusivamente per le vicende tragiche che hanno tentato di cancellarne presenza e memoria.

La cultura ebraica è una realtà multiforme e screziata che dalla Roma antica giunge fino ai nostri giorni dopo aver attraversato tutte le aree geografiche dell’Europa e dopo aver lasciato, in ognuna, l’impronta di un’originalità del pensiero e del sapere che non ha mai ceduto a troppo facili omologazioni. L’intreccio della tradizione ebraica con le altre forme culturali e religiose presenti in Europa, invece, costituisce un interessante osservatorio sul passato e sul presente di una storia che ha sperimentato, nei secoli, sia momenti di fecondo confronto culturale sia violenze di cui si è cominciato da poco – e non senza difficoltà – a riconoscere ragioni e dimensioni.

La mappatura che ne scaturirà permetterà così di scoprire aspetti poco noti di una realtà che non soltanto ha innervato l’Occidente ma continua ad essere una delle linfe del nostro essere europei.

Il convegno, destinato a un pubblico ampio, non solo di specialisti, si svolgerà dal 3 al 7 settembre 2007, anticipando di un giorno il tradizionale periodo della Settimana per rispettare la festività del sabato, cara alla religione ebraica. E una serata, dal titolo suggestivo «Oh dolce melograno», sarà dedicata all’incontro con poesie, musiche e brani letterari tratti dal patrimonio culturale dell’ebraismo europeo, con la partecipazione di Olek Mincer (letture e canto) e Lisa Paglin al pianoforte (ingresso libero).

Anche per quest’anno, la Fondazione Ambrosiana Paolo VI, con il sostegno del Centro di Judaica Goren-Goldstein dell’Università degli Studi di Milano, ha messo a disposizione 10 posti di partecipazione gratuita alla settimana per universitari meritevoli (italiani ed esteri), comprensivi di vitto e alloggio.

Fondazione Ambrosiana Paolo VI - Villa Cagnola 21045 GAZZADA (VA)

tel. 0332.462.104 - fax 0332.463.463

e-mail: fapgazzada@tin.it


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31 agosto 2007

L’importanza della memoria degli errori del passato

IL FANATISMO ISLAMICO È IN CERCA DI ALLEANZE CHE POSSANO AIUTARLO A PORTARE A TERMINE I SUOI FOLLI PIANI

 

Il 2007 come il 1937? I sintomi ci sono tutti. Nel 1937 la Germania inizia le provocazioni, mentre parla di pace si prepara alla guerra. Già si combatte in Spagna e l’Europa sta per cedere. La lotta contro gli ebrei, iniziata nel 1933, diventa sistematica violenza, mentre la propaganda nazista imbottisce il popolo gridando che per la Germania è giunta l’ora della riscossa, perché è “sopra tutto e sopra di tutti”. Da qualche mese, in aperta violazione del trattato di pace, aveva preso con le armi possesso della striscia di territorio lungo il confine franco-belga che era stata dichiarata zona franca. E l’Europa tace. Il 12 marzo del 1938 l’esercito di Hitler entra in Austria, dichiarandola annessa al territorio del Reich. E l’Europa tace. Il 28 settembre invia una ultimatum alla Cecoslovacchia per rivendicare l’annessione della Regione dei Sudeti alla grande Germania. Benito Mussolini, ormai fantoccio di Hitler, accetta la proposta inglese di convocare una “conferenza di pace” per decidere sul destino della Cecoslovacchia. La conferenza si tiene a Monaco e vince Hitler a piene mani, perché la Francia e l’Inghilterra accettano che la Cecoslovacchia ceda alla Germania il territorio dei Sudeti. Ed è il principio della fine: il 23 agosto 1939 Germania e Russia firmano un patto di non aggressione nel quale, fra l’altro, viene definita la spartizione della Polonia. Passano pochi giorni e l’1 settembre, la Germania invade la Polonia ed ha inizio la Seconda guerra mondiale. L’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America contribuì in modo decisivo alla sconfitta di Hitler ed evitò l’annientamento degli ebrei e la “soluzione finale” - come diceva il nazismo - non ebbe luogo.

Ma, oggi, altre forze stanno riprendendo la lotta contro gli ebrei e contro il mondo occidentale e il primo segnale è stato l’attentato terroristico alle torri di New York. E si stanno delineando gli schieramenti. In odio al mondo occidentale e alle democrazie plutomassoniche, la Russia dei Soviet nel 1939 non esitò ad allearsi con Hitler, salvo ad abbandonarlo quando era ormai certa che, nonostante i primi successi territoriali, non avrebbe mai vinto la guerra. E solo la morte di Stalin impedì in Russia l’annientamento di tutti gli ebrei. Ora l’Islam fanatico, in attesa che l’Iran possa dotarsi delle arti atomiche, sta cercando il momento opportuno per arrivare alla “soluzione finale ebraica” con l’annientamento di Israele. Naturalmente ha bisogno di alleati, come Hitler nel 1939. Forse li sta trovando. Pochi giorni fa, dopo una esercitazione militare congiunta fra Russia e Cina, Putin ha annunciato che i bombardieri russi “si riprendono i cieli” e che “torna in volo la flotta strategica”. L’asse Berlino-Mosca di infausta memoria si sta mutando forse nell’asse Berlino-Shangai, in attesa di arrivare all’asse Mosca-Shangai-Teheran? Nel 1938, Hitler ha potuto contare sulla complicità di Mussolini e sull’incoscienza franco-inglese. La speranza degli uomini liberi (che vogliono rimanere tali) è che il mondo libero non commetta gli errori del 1938. Sarebbe la fine!

L’Avanti


3 agosto 2007

STOP ALL’ISLAMIZZAZIONE DELL’’EUROPA

 

L'islam nel mondo Informazioni sulla manifestazione dell’11 settembre  
In base alle vostre richieste e al fatto che l’adesione alla manifestazione in programma per l’11 settembre, sta ottenendo un ottimo seguito, stiamo valutando la possibilità di organizzare il viaggio attraverso un noleggio pullman attrezzato di servizi, che ci permetterebbe un vantaggio generale.  

-Il pullman potrebbe partire dal centro Italia – Firenze – Bologna – Milano per poi dirigersi a Bruxelles, ove potrà sostare in spazi attrezzati.-

In questo modo avremmo l’occasione di stare insieme e mettere a frutto le nostre conoscenze, condividendole; ma per decidere in questo senso, necessitiamo di alcune informazioni e precisazioni delle quali siamo ancora in attesa di conferma.

Domani i delegati svizzeri, danesi e tedeschi si recheranno al Parlamento Europeo, per capire se resterà chiuso per ferie fino alla fine di settembre o se esiste la possibilità di incontrare alcuni rappresentanti parlamentari, che ricevano le delegazioni dei vari stati che partecipano, come la nostra o la manifestazione potrebbe rivelarsi inutile.

Appena conosceremo tutti i particolari ve li comunicheremo, e in questo modo voi stessi avrete migliore possibilità di prendere una decisione.  A nostro parere è il momento di avere il coraggio di scendere in campo poiché potremmo correre il rischio di perdere un importante appuntamento con la storia.

Noi aderiamo alla manifestazione in qualità di O.D.D.I.I. Osservatorio del Diritto Italiano ed Internazionale http://www.oddii.eu e la nostra mail è presidenza@oddii.eu
Ma vi aderiamo anche come Lisistrata - Magazine on Line  per sostenere una campagna mediatica di divulgazione e conoscenza di tutto il movimento europeo.
PER PARTECIPARE ALLA MANIFESTAZIONE Potete scriverci in redazione a questo indirizzo mail:  lisistrata2@Virgilio.it o telefonando allo 039 – 335/60.20.378
  
Adriana Bolchini Gaigher



STOP ALL’ISLAMIZZAZIONE DELL’EUROPA
“STOP ALL'ISLAMZZAZIONE DELL'EUROPA" DIMOSTRAZIONE L'11 SETTEMBRE DAVANTI AL PARLAMENTO EUROPEO A BRUXELLES ORGANIZZATA DA SIOE PER DIRE BASTA



Il gruppo popolare svizzero "contro la costruzione dei minaretI" ed il gruppo FOMI Norvegia CHE SOSTIENE “Stop all’islamizzazione della Norvegia” si uniscono per coordinare la dimostrazione di Bruxelles, per sostenere la "dichiarazione universale dei diritti dell'uomo" (UDHR) delle Nazioni Unite e della costituzione norvegese in quanto è stato preso in considerazione il fatto che l’Islam ha un progetto politico superato dalla storia, per la divisione delle comunità, codificata in categorie.
  
Nell’islam è previsto che gli uomini musulmani siano coloro ai quali sono riservati i più ampi diritti, mentre le donne musulmane, ne hanno di meno. Seguono dietro loro i credenti uomini e  donne cristiane ed ebree con diritti minori. Ed infine, in fondo alla scala dei valori della società vengono posizionate altre religioni, gli atei e gli schiavi dei musulmani ai quali è negato ogni diritto.
 
Questa classificazione delle comunità è inaccettabile ed è necessario combatterla, anche perché l’islam, come religione, viene usata per introdurre un progetto politico imperialistico islamista, proprio come l’ha utilizzato il profeta Maometto, quando ha conquistato la penisola araba fra il 622 e il 632, uccidendo migliaia di persone innocenti.

E’ necessario ricordare che 45 paesi islamici non hanno firmato la "dichiarazione universale dei diritti dell'uomo" (UDHR)  ma hanno adottato la loro personale  "dichiarazione diritti dell'uomo in base alla legge della Sharia islamica firmata a Il Cairo”” che afferma che (CDHRI) è superiore a UDHR.

Non rinunceremo mai alla nostra libertà!
Non rinunceremo mai ai nostri principii!
Non rinunceremo mai alla nostra condanna della politica islamica!
 

Contatto:  
(per gli organizzatori vedere più sotto)  
FOMI Norvegia  stopislamisering@hotmail.com   Questo è un indirizzo mail provvisorio, mentre si sta approntando un nuovo sito web.  
Dott. Ulrich Schlüer (membro e spokesperson della Svizzera SVP  "contro la costruzione dei minarets")

Nei secoli gli europei hanno combattuto per i loro diritti e hanno vinto la lotta politica per le libertà, che sono fondamentali nelle Costituzioni dei paesi europei.  I diritti e la libertà sono una parte fondamentale e inalterabile ini ogni democrazia occidentale. Inoltre in Europa gli islamisti stanno aumentando i loro sforzi per stabilizzare le cosiddette “società parallele” ove la legge islamica sostituirà quella che i Paesi occidentali hanno regolamentato affinché si rispettino le libertà.  

In Svizzera - l'unico paese in Europa - esiste una possibilità affinché la popolazione concorra a formare la Costituzione con una iniziativa chiamata “iniziativa della popolazione”.

Un comitato ora ha introdotto l'iniziativa "della popolazione", per chiedere che venga proibita la costruzione di nuovi minareti. Se 100.000 elettori firmanno questa iniziativa entro 18 mesi, la
popolazione svizzera otterrà un voto per proibire i minareti.

La raccolta delle firme è iniziata il primo maggio 2007 e il partito popolare svizzero  (SVP), che è il più grande partito in Svizzera, ha deciso formalmente di sostenere l'iniziativa.

Un minareto in sé non è un simbolo religioso, ma è il simbolo delle pretese politiche di cui si servirà la legge islamica in Europa.  La legge islamica nega  l’inviolabilità della persona, nega l’uguaglianza fra ragazzi e ragazze nella formazione culturale. La legge islamica rimuoverà
l'uguaglianza di base prima della legge. La legge islamica distingue fra puro ed impuro - fra privilegiato e sottomesso. Ciò è contrasta fondamentalmente i diritti costituzionali democratici, su cui tutta Europa basa le proprie leggi.  Poiché il compromesso fra legge islamica e leggi occidentali è impossibile, l'iniziativa della popolazione svizzera pretende che tutti coloro che rappresentano autorità o esercitino autorità nel Paese, riconoscano i diritti fondamentali delle libertà.

L'iniziativa popolare svizzera è un segnale indirizzato a tutti affinché vengano rispettati i diritti occidentali anche per le generazioni che verranno, per le quali desidera che resti in vigore l’uguaglianza, la democrazia e la libertà.  
Dott. Ulrich Schlüer
(membro e spokesperson della Svizzera SVP  "contro la costruzione dei minarets")
FOMI Norvegia  stopislamisering@hotmail.com   Questo è un indirizzo mail provvisorio, mentre si sta approntando un nuovo sito web.  
 
VEDI GLI ARTICOLI PRECEDENTi: http://www.lisistrata.com/cgi-bin/tgfhydrdeswqenhgty/index.cgi?action=viewnews&id=1875
http://www.lisistrata.com/cgi-bin/tgfhydrdeswqenhgty/index.cgi?action=viewnews&id=1825

N.d.r. ci scusiamo per la traduzione semplificata, fatta dalla nostra redazione che non conosce bene l’inglese.



STOP ISLAMISATION OF EUROPE (SIOE) DEMONSTRATION 11th SEPTEMBER OUTSIDE THE
EU PARLIAMENT SIOE says RACISM IS THE LOWEST FORM OF STUPIDITY ISLAMANNULMENT IS THE HEIGHT OF COMMON SENSE
 

The Swiss Group "Against the building of minarets" and the Stop Islamisation group FOMI Norway join the coordination of the Brussels demonstration

FOMI Norge (Forum against the Islamisation of Norway)

We support the "Universal Declaration of Human Rights" (UDHR) of the United Nations and the Norwegian Constitution.
We consider Islam as an ancient political programme for dividing the community into classes. The supreme class is the Muslim men with wide-ranging rights, then follows Muslim women with lower rights, then Jewish and Christian men, Jewish and Christian women with minor rights.

At the bottom of the society are believers of other religions, atheists and the slaves of the Muslims with no rights at all.

We will fight against such a classification of the community.

We consider the religious part of Islam as a tool for introducing Islamic imperialistic politics just like the prophet Mohammad utilized it when he as a warlord conquered the Arab peninsula in 622-632 and killed thousands of innocent people.

We remind people that 45 Muslim states have not signed upon UDHR, but have adopted their own "Cairo Declaration of Human Rights in Islam" (CDHRI) confirming Islam's Sharia law to be superior to UDHR.

We will never give up our freedom!  We will never give up our principles! We will never give up our condemnation of Islamic politics!

Contact: (for organisers see bottom)

FOMI Norway stopislamisering@hotmail.com
This is just a temporary email address while a new website is being constructed.

Dr. Ulrich Schlüer (Switzerland SVP member and spokesperson for "Against the building of minarets")

The peoples of all countries in Europe have throughout hundreds of years of >political struggle won fundamental rights of freedom, which are central in the constitutions of all countries in Europe.  The rights of freedom are an unalterable part of every western democracy.

Also in Europe Islamists are increasing their efforts to establish so-called "parallel societies", where Islamic law shall rule, in contrary to the unalterable western right of freedom.

In Switzerland - as the only country in Europe - there exists a possibility for the people to form the constitution in what is called a "people's initiative". A committee has now introduced a "people's initiative", which demands a prohibition against minarets. If 100.000 electors sign this initiative within 18 months, the Swiss people will have a vote on a minaret prohibition. The collection of signatures has taken place since May the first 2007. The Swiss Peoples Party (SVP), which is the largest party in Switzerland, has already formally decided to support the initiative.

A minaret does not in it self have a religious content, but it is the symbol of the political demands for power, which will help the breakthrough of Islamic law in Europe.

Islamic law denies personal inviolability. It denies equality between boys and girls in education. Islamic law will remove the basic equality before the law. Islamic law distinguishes between pure and impure - between privileged and outcasts. This is in fundamental contrast to democratically based constitutional rights in all of Europe.

Because compromise between Islamic and western law is impossible the Swiss people's initiative demands full recognition of the fundamental rights of freedom from all who have settled and from all who exercise authority in the country. The Swiss people's initiative is a signal to everybody to maintain the western rights of freedom for the generations to come.

Long live equality before the law.
Long live democracy.
Long live liberty (freedom).



Contact:  
Dr. Ulrich Schlüer - Initiativekomitee Gegen den Bau von Minaretten
Postfach 23 8416 Flaach ZH - Tel. +41 52 301 3100
info@schluer.ch       schluer@schluer.ch    
http://www.schluer.ch     http://www.minarette.ch
 

Organisers:  

Anders Gravers SIAD and SIOE  Denmark
Denmark - Tel 0045/9677.1784 - 0045/6191 /.6026
sioe@siad.dk

Dr. Udo Ulfkotte Pax Europa e.V.
Germany - Phone 0049 173 329 1840 - Fax  0049-721/15151.2200 udo@ulfkotte.de    

Stephen Gash - SIOE England - Tel 0044/1228.547.317
sioe.nsh@btinternet.com

http://sioe.wordpress.com – Inghilterra. (New website under construction)
http://siad.wordpress.com - Danimarca
http://siad.dk  - Danimarca – (15,500 hits per day average)
http://akte-islam.de/1.html  - Germania
 

http://www.lisistrata.com/cgi-bin/tgfhydrdeswqenhgty/index.cgi?action=viewnews&id=1890


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29 luglio 2007

Europa e Israele, un unico destino

 

Le «cronache» della settimana scorsa, dedicate a un discorso di D’Alema su Hamas, che mi limiterei oggi a definire imprudente ed estemporaneo, imperdonabile comunque per chi fa il ministro degli Esteri, hanno provocato l’intervento di un certo numero di lettori, come avviene quando si parla di Medio Oriente, che non è una delle tante crisi sulla Terra, è per noi qualcosa di più, e di più vicino.
In molte delle e-mail ricevute si legge un’ansia particolare per la vita e la sorte di Israele. Mi colpisce in modo particolare la lettera di una signora di Mantova che tornata da Israele, ove ha dei parenti, si dice colpita, fra altri aspetti più consueti, da un clima che ritiene in certo senso contraddittorio: da una parte la sensazione angosciosa di quel popolo di vivere una pausa dell’ultima guerra ai confini con il Libano, con le città che si preparano a una ripresa della pioggia di missili, come avvenne allora per lo più sulle città dell’alta Galilea, ma non solo; a questa ansia si accompagna però, da parte di cittadini, partiti, giornali, un dibattito politico serrato, durissimo, nel quale non si risparmiano critiche al governo Olmert, si parla di una crisi, di possibili elezioni.
Vorrei rassicurare l’amica disorientata da questo duplice aspetto della crisi che vive Israele. La democrazia in questo Paese non ha mai cessato di funzionare, neppure nei momenti più drammatici della sua esistenza.
Ero laggiù come inviato durante la guerra del Kippur, nel lontano 1973, e rimasi stupito delle polemiche impietose per la impreparazione del governo e dell’esercito dinanzi all’attacco che si scatenò improvviso sui fronti siriano ed egiziano. I primi giorni furono difficili sul Sinai e sul Golan, ciò non impedì al Paese di superare la sorpresa e di vincere la guerra. Consiglierei alla nostra lettrice l’ultimo libro di Fiamma Nirenstein, Israele siamo noi, nel quale si ricorda come da sessanta anni Israele vive il dramma di una democrazia compiuta e totale nella quale il confronto politico, spesso aspro, convive con la minaccia armata ai confini e da parte di un nemico che non ha mai nascosto la sua volontà di cancellare lo Stato ebraico.

La tesi del libro della Nirenstein è che, in specie negli ultimi anni, diciamo dall’attentato alle Due Torri in poi, il dramma di Israele è diventato simile al nostro: di qui il titolo del libro, di una Europa che mostra almeno per una sua parte di non accorgersene, o di non volerne trarre le conseguenze.
Ad avvicinare le sorti di Israele e quelle dell’Europa, alle nostre che viviamo su un’altra sponda del Mediterraneo è il fatto che il fondamentalismo islamico armato ha dichiarato guerra «agli ebrei e ai crociati», e questi ultimi saremmo noi, condannati e odiati perché abbiamo dato vita a società democratiche e liberali. Nelle quali, ad esempio, le donne hanno un ruolo ben diverso da quello riservato loro nei paesi islamici. E l’Europa, l’Occidente, vivono una contraddizione che diventa un’arma nelle mani dei suoi nemici. «La minaccia - scrive Nirenstein - deve essere affrontata da dentro la società democratica, senza perderne l’ethos e le leggi che si è data, anzi esaltandone il significato perché esse sono la nostra ragione di vita, e sono ciò che il nostro nemico odia e intende distruggere».
Il terrorismo di radice islamica lo ha capito, si muove nelle nostre società sfruttando la libertà e le garanzie proprie degli Stati di diritto usandole come un’arma potenzialmente distruttiva. Di recente l’ex premier spagnolo Aznar, in Italia per un convegno sul Medio Oriente, alla domanda di un giornalista rispose che la politica dell’Europa è «una politica tonta». Dalla quale ci si scuote in occasione di attentati clamorosi, New York, Madrid, Londra; ci si preoccupa un po’ quando la polizia ci ricorda, come è stato in questi giorni a Perugia, l’esistenza di un pericolo dentro casa. Un po’ poco per sentirci sicuri, e ci si mette pure D'Alema.
a.gismondi@tin.it
giornale


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