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25 marzo 2009

Barak, ambizione o senso del dovere?

 

Gerusalemme. Benjamin Netanyahu e Ehud Barak hanno servito la patria insieme già una volta, nella più famosa delle unità speciali dell’esercito israeliano, Sayeret Matkal. Barak ha diretto il corpo d’elite che, tra l’altro, nel 1976 riuscì a liberare 100 ostaggi nelle mani di terroristi palestinesi ad Entebbe, in Uganda. Benjamin Netanyahu all’epoca era un sottoposto. Suo fratello, Yonatan Netanyahu, rimase ucciso proprio ad Entebbe.
Ora i due leader, che da quando sono in politica militano su fronti opposti (Netanyahu nella destra che non ha ancora del tutto cessato di credere nel sogno della Grande Israele e Barak nel partito laburista che fu di Yitzhak Rabin, il padre degli accordi di Oslo) potrebbero ritrovarsi nello stesso governo. I ruoli sarebbero invertiti rispetto al passato militare: Netanyahu nei panni di premier e Barak in quelli di ministro della Difesa.

La decisione di Barak di considerare seriamente l’offerta di Netanyahu rischia di provocare una scissione nel partito laburista. Dopo la batosta elettorale del 10 febbraio, che ha visto i laburisti toccare il minimo storico, l’opposizione sembrava l’unica strada possibile. La scelta controcorrente di Barak ha spaccato il partito, con una buona metà della leadership che lo accusa di voler entrare nel governo per ragioni personali.

Barak però giustifica la sua posizione con considerazioni legate al quadro geopolitico. Ritiene che la vera emergenza prossima ventura sia rappresentata dal programma nucleare iraniano.

Due eroi di guerra, Netanyahu e Barak, per far fronte alla sfida lanciata dagli ayatollah di Teheran? Non e’ così improbabile. Basta leggere l’editoriale di Roger Cohen sull’Herald Tribune. Secondo l’opinionista, Israele ritiene che il punto di non ritorno del programma nucleare iraniano sia la produzione di altri 500 chili di uranio arricchito, in più ai 1000 già in suo possesso.  Cohen riporta l’opinione di una fonte israeliana anonima: “E’ stabilito che quando un Paese che non riconosce il diritto di Israele ad esistere sta per raggiungere la soglia nucleare, noi interveniamo”.

A dispetto delle recentissime aperture a Teheran del Presidente Obama, l’establishment di sicurezza israeliano ritiene che il tempo a disposizione della diplomazia stia volgendo al termine. Dietro la sorprendente mossa di Barak potrebbe esserci la sua volontà di servire il Paese, nel momento: il cui e’ chiamato alle decisioni più difficili della sua storia.

Claudio Pagliara


20 ottobre 2008

Pillole di Israele

 

Il presidente d’Israele Shimon Peres ha chiesto domenica a papa Benedetto XVI di effettuare come previsto la sua visita in Israele nonostante le divergenze suscitate dal processo di beatificazione di papa Pio XII, accusato di passività di fronte alla Shoà.

I dirigenti israeliani considerano seriamente il piano di pace cosiddetto saudita. Lo ha dichiarato domenica il ministro della difesa Ehud Barak.

Il controllo di Hamas sulla striscia di Gaza è praticamente totale. Da quest’estate, il movimento islamista palestinese è riuscito a ridurre al silenzio i suoi ultimi oppositori, a “ripulire” il settore pubblico e a mantenere a galla l’economia nonostante l’embargo internazionale. È quanto emerge dalle conclusioni di un rapporto del Gruppo di Crisi Internazionale, un organismo di analisi indipendente.

Il leader di Kadima Tzipi Livni intende incontrare lunedì il presidente d’Israele Shimon Peres per chiedere un prolungamento di 15 giorni dei termini per la formazione del nuovo governo.

Centinaia di automobilisti hanno partecipato domenica a una manifestazione al valico di Kerem Shalom intesa a bloccare il passaggio di merci per alcune ore verso la striscia di Gaza. I dimostranti esigono di conoscere esattamente la sorte di Gilad Shalit, l’israeliano tenuto in ostaggio da terroristi palestinese da 846 giorni, prima di riaprire la strada agli autocarri carici di merci diretti a Gaza.

Secondo le stime della Banca d’Israele, la crisi finanziaria internazionale comporterà in Israele un calo dei consumi privati e un aumento della disoccupazione. Tuttavia gli esperti garantiscono che le banche israeliane hanno adottato misure adeguate a fronte dei rischi legati alla crisi, e per ora le istituzioni finanziarie israeliane sono sicure.

Sarebbe fuggito in Cisgiordania sotto protezione dell’Olp l’uomo che ha innescato i disordini di Yom Kippur ad Acco diffondendo nelle moschee della città la falsa notizia che un arabo era stato linciato dagli ebrei. Lo ha dichiarato domenica il sindaco di Acco Shimon Lancry.

Israele e Qatar alleati per ricapitalizzare Crédit Suisse. La società di partecipazione israeliana Koor Industries ha acquisito 34 milioni d’azioni del Crédit Suisse mentre la Qatar Holding LLC ha annunciato un investimento di dieci miliardi di franchi svizzeri. Generalmente questo tipo di transazioni restano riservate per evitare i problemi politici.


3 ottobre 2008

Quando la satira è di destra

 ESCE IN USA “AN AMERICAN CAROL”, IL FILM CHE SFOTTE MICHAEL MOORE E SPIEGA COME SAREBBE IL MONDO SENZA LE GUERRE VINTE DAGLI AMERICANI (COMPRESA QUELLA CIVILE)…

 

Michael Moore

Allacciatevi le cinture di sicurezza. Il 3 ottobre, un mese prima del voto presidenziale del 4 novembre, nei cinema degli Stati Uniti esce "An American Carol", il nuovo film del re della commedia demenziale David Zucker ("L'aereo più pazzo del mondo", "Top secret", "Una pallottola spuntata") con John Voight, James Woods, Leslie Nielsen, Dennis Hopper. "Il canto americano", vagamente ispirato al "Canto di Natale" di Charles Dickens, non vincerà l'Oscar in nessuna categoria, ma è il film più politicamente scorretto dell'anno e una formidabile presa in giro della sinistra pacifista e del conformismo di Hollywood.

John Voight

"An american Carol" è la storia di un regista americano, ma antiamericano, uguale identico a Michael Moore, cappellino da baseball compreso. Il regista si chiama Michael Malone, ha appena girato il film "Die You American Pigs", "dovete morire, porci americani", e insieme al gruppo estremista Moovealong.org (l'originale si chiama MoveOn.org) vuole abrogare il quattro di luglio, la festa dell'indipendenza.

Nel corso del film, Malone-Moore è inseguito dai fantasmi di tre eroi americani: George Washington, George Patton e John F. Kennedy, i quali lo prendono spesso a schiaffi e lo portano in giro per mostrargli come sarebbe il mondo se l'America non avesse combattuto le sue guerre. Il generale Patton porta Malone-Moore a vedere una moderna piantagione di cotone, con molti schiavi neri che ringraziano il regista per essere un padrone così umano. Sono gli schiavi di Malone, spiega Patton all'attonito regista, come a dire che sarebbe stata questa la conseguenza se nel 1860 avesse prevalso il sentimento pacifista contrario alla guerra civile.

David Zucker

A un certo punto si vede Gary Coleman, l'attore ormai cresciuto di "Arnold", che finisce di pulire un'automobile e che, subito dopo, lancia il suo straccio a un altro nero: "Prendi, Barack". Un altro riferimento alle elezioni mostra l'ex premier britannico Neville Chamberlain che, dopo aver lucidato gli stivali di Adolf Hitler e firmato l'accordo di Monaco dice: "Ora abbiamo speranza".

Ce n'è per tutti, in "An American Carol". Quando i terroristi sono a corto di kamikaze e sentono il bisogno di arruolarne di nuovi cercano una persona capace di produrre un bel film di propaganda, uno di loro dice: "Non sarà difficile trovarne qualcuno a Hollywood: odiano tutti l'America". La scelta cade su Malone-Moore, l'infantile sostenitore della superiorità del modello cubano. Quando due terroristi arabi entrano nella metropolitana di New York e stanno per essere controllati dai poliziotti, una squadra di avvocati militanti dell'Aclu, il gruppo che difende i diritti civili americani, accusa le forze dell'ordine di razzismo e impedisce di procedere alla perquisizione. "Ringraziamo Allah per l'Aclu", dice uno dei terroristi. La guerra non è mai la risposta, dicono i pacifisti. Dipende dalla domanda, spiega il film di Zucker.

link al trailer del film

 

 


22 luglio 2008

Pillole di Israele

 

 

22/07/2008 Il presidente d'Israele Shimon Peres riceve martedì il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e il capo negoziatore Saeb Erekat. È la prima volta che esponenti palestinesi vengono ricevuti nella residenza ufficiale del presidente. All'ordine del giorno il processo di pace e lo sviluppo di progetti economici congiunti tra Israele e Autorità Palestinese.

22/07/2008 La maggioranza dei 180 membri del Consiglio del partito Kadima si è pronunciata per tenere a settembre votazioni primarie anticipate. Ora la Commissione elettorale dovrà fissare una data precisa. Verso metà agosto scadrà il termine per le candidature
22/07/2008 Le Forze di Difesa israeliane hanno definito falsa la notizia di fonte palestinese circa lanci di razzi verso un villaggio palestinese in Cisgiordania.
22/07/2008 Rallentamento dell’economia israeliana. Il Governatore della Banca d'Israele Stanley Fischer ha dichiarato che il periodo di rapida crescita iniziato 5 anni fa sta finendo. “Può darsi – ha detto – che i dati sulla diminuzione della produzione industriale siano i primi di una serie dovuta all’inizio di un periodo di rallentamento”. Fischer ha aggiunto che la Banca d'Israele ha approfittato del basso corso del dollaro per aumentare le sue riserve in valute straniere.
22/07/2008 Il mufti sunnita del Monte Libano Mohammed Ali ha vivacemente criticato Hezbollah per il cosiddetto “scambio di prigionieri” con Israele. “Hezbollah ha certamente liberato alcuni prigionieri, ma il Libano intero è diventato prigioniero suo e dell’Iran” ha dichiarato al giornale panarabo Asharq al-Awsat.
22/07/2008 Il giornale kuwaitiano Al Watan ricorda che i prigionieri kuwaitiani catturati dal regime di Saddam Hussein vennero puramente e semplicemente liquidati prima d’essere restituiti al Kuwait dentro sacchi di plastica. “L’assassino Samir Kuntar invece ha potuto apprendere l’ebraico, conseguire un diploma universitario, essere nutrito tre volte al giorno e tornare in Libano col peso di 90 kg. Libanesi e Hezbollah devono dire grazie che il loro vicino è Israele e non l'Iraq di Saddam Hussein”, scrive il giornale.
22/07/2008 Israele sarebbe pronto a scarcerare il capo delle milizie Tanzim Marwan Barghouti in cambio di Gilad Shalit. Secondo il giornale degli Emirati Al Bayan, Israele avrebbe accettato la cosa in linea di principio su intervento dell’Egitto, ma il Cairo temerebbe ora che “altri elementi regionali” vengano a complicare la situazione.
22/07/2008 Il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni ha chiesto al primo ministro britannico Gordon Brown, in visita a Geruslemme, di adoperarsi contro i mandati d'arresto ai danni di ufficiali delle Forze di Difesa israeliane. La Livni ha spiegato a Brown che gli ufficiali israeliani aderiscono a un'etica precisa e a ordini del governo e che si controllano il più possibile nella lotta contro il terrorismo. Tzipi Livni ha definito “molto deprimente” che rischino di essere legalmente perseguiti in paesi che sono esposti alle stesse minacce terroristiche.
22/07/2008 Il Segretario generale della Lega Araba Amr Moussa in viaggio verso Khartoum per incontrare il presidente sudanese Omar el-Beshir: i due intendono discutere su come contrastare la richiesta di mandato d'arresto internazionale formulata dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja contro el-Beshir per genocidio e crimini di guerra nel Darfour.
22/07/2008 Intervistato dalla tv Al Jazira Samir Kuntar, il terrorista infanticida libanese scarcerato da Israele la scorsa settimana, ha sostenuto che i servizi penitenziari israeliani volevano scarcerarlo vestito con un pigiama per imporgli un ingresso umiliante in Libano, circostanza immediatamente smentita dai servizi penitenziari che hanno spiegato d’aver scarcerato i detenuti con le uniformi della Croce Rossa.
22/07/2008 Israele ha fatto pervenire ai ministeri della difesa dei paesi europei un dossier con informazioni dei servizi di informazioni israeliani che mettono in evidenza il rafforzamento di Hezbollah in Libano grazie alle armi che continuano ad essere importate dalla Siria.
22/07/2008 Incendio domenica sera in una fabbrica di medicine di un villaggio palestinese situato a nord di Ramallah (Cisgiordania). L'Autorità Palestinese ha chiesto l'aiuto d'Israele per circoscrivere il sinistro. I vigili del fuoco israeliani si sono recati sul posto per portare aiuto a quelli palestinesi. Nessun ferito segnalato.
22/07/2008 Arrestato lunedì il soldato israeliano che è stato filmato due settimane fa mentre sparava un proiettile di gomma sul piede di un dimostrate palestinese arrestato e ammanettato. Interrogato un alto ufficiale presente alla scena. L’incidente è avvenuto presso Nil'in, a nord-est di Modi'in Illit, zona di frequenti manifestazioni violente contro la costruzione della barriera difensiva fra Israele e Cisgiordania. “Il codice militare vieta severamente di infliggere danni a persone detenute e obbliga i soldati a portare loro rispetto e garantire la loro sicurezza”, ha dichiarato un portavoce dell’esercito nell’annunciare l’apertura di un’inchiesta della Polizia Militare su un episodio definito dal ministro della difesa Ehud Barak “molto grave e in totale contraddizione coi valori delle forze armate israeliane”. Il palestinese ha riportato una lieve ferita all’alluce sinistro ed è stato rimandato a casa dopo essere stato medicato sul posto da un medico militare.


6 marzo 2008

Il miracolo d'Israele

 

Ieri è terminata l'offensiva dell'esercito israeliano, per porre fine al lancio di missili palestinesi sulle città israeliane di Sderot e Aschelon.
Non si può non rimanere colpiti dall'ennesimo miracolo causato da Israele.
L'Onu e l'UE, tendenzialmnte passive di fronte a qualsiasi avvenimento drammatico, a genocidi come quello del Darfur, ai massacri russi in Cecenia, alle persecuzioni dei tibetani da parte della Cina, ai gulag nord coreani, improvvisamente hanno ritrovato la loro efficenza e hanno condannato, immediatamente, Israele per ecceso di legittima difesa.
Nel contempo i tg italiani, da sempre del tutto insensibili alle guerre e ai massacri sopra citati, hanno messo in apertura la situazione a Gaza, ponendo il festival e la cronaca in secondo piano.
In effetti, Israele ha esagerato.
Invece di operare con le squadre speciali e cercare di eliminare i membri di Hamas avrebbe dovuto lanciare, per ogni missile lanciato da Hamas in Israele, un missile a Gaza.
Forse così ci sarebbero stati qualche migliaia di morti,  però sarebbe stata una reazione che il segretario dell'Onu e l'Ue avrebbero ritenuto proporzionata.
E' incredibile come i giornalisti e i politici presentino, per l'ennesima volta, un atto di difesa israeliano come un atto di offesa e come, scientificamente, omettano di ricordare che le vittime civili sono dovute soprattutto al fatto che Hamas( come Hezbollah in Libano, come i "resistenti" in Iraq, come Al Queda in Somalia nel 93) lanci i missili da postazioni nascoste tra le case, negli asili nelle scuole ed usi i civili come scudi umani, usi le autoambulanze per trasportare armi.
D'altra parte, è pressochè certo che Hamas riceve armi ed è addestrata da pasdaran iraniani.
Una delle caratteristiche peculiari dei pasdaran era quella, durante la guerra con l'Iraq, di utilizzare i bimbi al di sotto dei dodici anni per sminare i campi minati creati dagli iracheni e permetere ai carri armati persiani di passare senza danni.L'attuale presidente iraniano addestrò migliaia di bimbi a saltare in aria per raggiungere il paradiso.
Certamente hamas non si preoccupa dei morti tra i palestinesi, anzi spera che ce ne siano il più possibile perchè come è stato dimostrato con la guerra in Libano, l'opinione pubblica internazionale non aspetta altro per poter santificare i terroristi arabi 
L'aspetto positivo di questa vicenda è il fatto che Israele ha dimostrato per l'ennesima volta di essere l'unica democrazia di quella regione.E' sufficiente leggere il Manifesto di sabato e domeica scorsa con gli interventi di due pacifisti israeliani(uno di essi è un analsta politico, l'altro un prof universitario) che incolpavano il governo israeliano e giustificavano hamas, per capire ciò.
Solo in una democrazia, mentre il nemico ti vuol cancellare, estirpare dalla faccia della terra, viene lasciata libertà d'espressione a persone che giustificano l'operato del nemico.In un qualunque paese musulmano persone così sarebbero già state arrestate e/o condannate a morte.Figuriamoci se in Egitto,Giordania,Iran, Arabia Saudita qualcuno potrebbe scendere in piazza a favore dell'esistenza dello stato d'Israele.Forse solo un depresso che vuol suicidarsi ma non ne ha il coraggio e spera sia qualcun altro ad ucciderlo.
Infine, forse si è capito perchè nei giorni scorsi la Uss Cole si è spostata da Malta di fronte al Libano: per "inviare" un messaggio ad Hezbollah che avrebbe potuto attaccare.Nel contempo, però, c'è da rilevare che quasi certamente Israele ha interrotto le operazioni su pressioni di Washington che spera di realizzare uno straccio d'accordo tra le parti.
Ultima cosa,considerando il comportamento palestinese da quando hanno ripreso possesso di Gaza fortuna che Arafat nel 2000 ha rifiutato la proposta di Barack, altrimenti Hamas, la Jihad islamica etc i missili li avrebbero lanciati da dentro Gerusalemme vecchia.

neoconservatore


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27 dicembre 2007

MUBARAK LATORE DI UN MESSAGGIO DALLA SIRIA PER ISRAELE



Il presidente egiziano, Hosni Mubarak, “ha trasmesso un messaggio del presidente siriano, Bashar al-Assad”, al ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, in visita oggi al Cairo. Lo ha riferito una fonte del ministero della Difesa israeliano al rientro in Israele.

Ieri lo stesso premier israeliano, Ehud Olmert, nell’incontro con una delegazione di parlamentari statunitensi in viaggio poi a Damasco, aveva detto che aspettava una risposta dalla Siria alle aperture di Israele, stando a quanto riferito da un’altra fonte israeliana. Sono mesi che si parla di una ripresa dei colloqui di pace israelo-siriani, congelati sette anni fa per l’impossibilita’ di trovare un’intesa sulle alture siriane del Golan, conquistate e annesse da Israele.

(AGI)


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13 dicembre 2007

Il nuovo disastro per Israele, le conseguenze del NIE e quello che c'e' sotto

 

Mi sembra chiaro che Bush, per poter districarsi dalla palude dell'Iraq ha pugnalato alle spalle Israele e si è inventato la favola della National Intelligence Estimate (NIE) che ha, tutt'a un tratto scoperto che il programma nucleare dell'Iran era terminato nel 2003.  Infatti in Iraq le bombe e gli attacchi sono drammaticamente diminuiti perchè Ahmadinejiad ne ha ordinato la cessazione.   Chi perde in tutto questo è, come sempre Israele, l'eterno premio da lasciare al pasto delle belve.  E' infatti facile capire che il programma nucleare di Ahmadinejiad rimane intatto e presto il mostricciattolo avra' la sua bomba.  Nel frattempo Bush e la Rice, ispirati dalla filosofia di Baker, hanno legato le mani ad Israele con la farsa della NIE, cosa facile con l'attuale ottuso governo Olmert e la sua eterna brama di assecondare i voleri della Casa Bianca.   Cosi' Israele e' stato raggirato ben bene, facendo credere a Olmert, Zipi Livni e Ehud Barak che un fronte di paesi arabi "moderati" veniva formato con scopi anti-Iran (e quindi implicitamente in difesa di Israele) ed Israele vi avrebbe partecipato dall'esterno se faceva concessioni drammatiche ai palestinesi in maniera da essere "accettato" dai "moderati".   I nostri 3 "eroi" sono caduti nella trappola, ma avrebbero dovuto sospettare che qualcosa non quadrava quando i paesi arabi "moderati" ad Annapolis, con la complicità e responsabilità della Rice, hanno trattato i rappresentanti del governo (e anche della stampa) d'Israele con disprezzo e razzismo, pretendendo perfino che essi entrassero nella sala dove si teneva la Conferenza "di pace" da una porta secondaria e non dalla stessa porta attraverso cui entravano i rappresentanti della "superiore razza araba".  E questi 3 ministri di Israele, discriminati in questo modo dai loro "partners" di pace, non hanno sospettato che qualcosa puzzava?  Ovviamente erano ubriachi della loro stessa retorica e self-importance.
 
Qui sotto c'e' la cronaca di fatti non conosciuti dai piu' e l'analisi della situazione post-Annapolis e post-NIE redatti da un centro di studi strategici.
Enzo Nahum
 
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Iran Responds to the NIE

Iran's Fars news agency on Tuesday reported comments by Iranian President Mahmoud Ahmadinejad in response to the Dec. 3 U.S. National Intelligence Estimate. The statements were, to say the least, interesting. Ahmadinejad called the document "a positive step forward." He went on to say, "If one or two other steps are taken, the conditions will be ripe and will lose their complexities, and the way will be open for interactions between the two sides."

One of the things he wants is for the United States to acknowledge that Iran never had a nuclear program. However, it is clear from the context that he doesn't expect or actually care about this. He said, "We do not say that in the report there is no problem and there is no imprecision or error. We welcomed the report as a whole and as a step forward. A part of the report approved the peaceful nature of Iran's nuclear activities. There was, of course, another part which made some references to the past, and if the U.S. intelligence body conducts a more precise study, it will confirm the views of Iran."

His second point was more fundamental. "One of the steps that need to be taken is a major change in [the U.S.] regional position. They need to respect the rights of the countries in the region. Regional nations have rights and want to fully use their rights. Respecting these rights is a serious change in strategy. This is the next step. If this happens, you will be able to see the results."

It seems to us that he was talking about Iraq, saying that this is the next set of changes Iran wants to see. But Ahmadinejad's summation was this:
"The main body of the problem has been resolved. There are no ambiguities, and the ground has been set for cooperation on different issues."

Most interesting of all was Ahmadinejad's claim that Iran has been approached by the U.S. government for permission to send emissaries to Iran. He said, "Many requests reach us from American officials for dialogue and travel to Iran, and we are studying these requests." This is an interesting assertion, and there has been enough time for the White House or the State Department to deny it. Neither one has. It is altogether possible that these were simply requests from U.S. scholars or minor government employees for visas to travel to Iran, and that Ahmadinejad is trying to make them into something more. Or it might well be that the Bush administration is seeking more contacts with Iran, in addition to the two upcoming meetings that have been agreed upon by both sides.

Ahmadinejad is going to make everything he can of this. If diplomacy goes forward, he will want it to appear that the United States unilaterally initiated it -- hence the claim that the United States is asking to send officials. When asked what else the United States should do, Ahmadinejad said, "Let us not get into a hurry. Let [the Americans] follow and stabilize the step they have taken. Our addressee understands our words."

Obviously, Ahmadinejad is trying hard to spin this into a triumph. But the interesting parts of the Fars interview are that Ahmadinejad, for all his posturing, regards the shift in U.S. policy as significant; that he is considering further contacts with the Americans; and that there is something he wants Washington to do above all else, which we assume is remove sanctions. There is implied here an Iranian openness to something.

In any case, Iran has issued a response, and two meetings will be held. Certainly, this weird honeymoon could collapse overnight, but for the moment, there is clearly a diplomatic probing going on that has to be watched carefully.

Situation Reports
RUSSIA, UNITED KINGDOM -- The Russian government has ordered the British Council, a nongovernmental organization that promotes British culture abroad, to shut down its offices on the outskirts of Moscow by early January 2008, the British Broadcasting Corp. reported Dec. 12. The Russian Foreign Ministry charged that the council is operating illegally, a charge the council denied.

SUDAN -- The Sudanese armed forces (SAF) on Dec. 11 rejected a claim by the Justice and Equality Movement that the rebel group took control of a Chinese-run oil field in the Darfur region, Press TV reported Dec. 12. "No oil facility is under the Justice and Equality Movement control and the security of oil infrastructure has been preserved," the SAF said in a statement. Military authorities did say rebels attacked an army camp near an oil facility and seized a vehicle belonging to a Chinese oil company, though they said the rebels fled once they met resistance.

ITALY -- Italian truck drivers, ignoring a government order to resume work, have pledged to continue their nationwide strike until Dec. 14, Bloomberg reported Dec. 12. The strike has stopped deliveries of gasoline, food and medical supplies, and forced the country's largest manufacturer, Fiat, to cut production and suspended 22,000 workers. Fiat said in a statement that all 50,000 of its employees in Italy would be suspended temporarily if the strike continues.

CHINA, UNITED STATES -- Amid tensions between the United States and China over the safety of Chinese food exports, the two countries signed an agreement Dec. 11 that would give the United States a greater role in certifying and inspecting Chinese food products, The New York Times reported Dec. 12. According to the Times, U.S. Health and Human Services Secretary Michael Leavitt said the Food and Drug Administration could eventually place officials in China's food safety system to help train Chinese officials and keep records on their inspections.

LEBANON -- A suspected car bomb exploded Dec. 12 in Baabda, a Lebanese Christian town east of Beirut, killing the head of Lebanese army operations, Brig. Gen. Francois al-Hajj, and at least four other people, security sources told Reuters. Al-Hajj had been expected to become the next army chief after current commander, Gen. Michel Suleiman, takes over as Lebanon's president.

IRAN -- Former Iranian President Mohammed Khatami attacked the policies of his successor, President Mahmoud Ahmadinejad, during a Dec. 11 speech to 1,000 students at Tehran University. Khatami said political suppression, questionable economic policies and defiance on the nuclear issue are leading Iranians in the wrong direction. The former leader also condemned Ahmadinejad's political and social crackdown on activists and criticized the president's plans for strengthening Iran's economy.


8 agosto 2007

MO: ritiro dalla Cisgiordania non prima di tre anni, Barak

 


 Il ritiro delle forze israeliane dalla Cisgiordania, come richiesto dal presidente Abu Mazen nell'incontro di lunedì a Gerico con il premier Ehud Olmert, non potrà avvenire senza che Israele si sia dotato prima di un adeguato sistema di protezione anti-missile, e questo richiede da tre a cinque anni. La valutazione è del ministro della difesa israeliano Ehud Barak. Nel corso di una visita ad una brigata di riservisti, Barak ha spiegato che "dal momento in cui le nostre forze si ritirassero dalla Cisgiordania, ci esporremmo automaticamente all'attacco dei missili Qassam" esattamente come accaduto dopo il ritiro da Gaza nel 2005. Da qui, secondo il ministro, l'esigenza di dotarsi prima di un adeguato sistema anti-missile "per proteggere la popolazione israeliana", la cui installazione richiede da tre a cinque anni di tempo.


15 luglio 2007

Israele-India un affare da 2 miliardi di $

 

Nonostante l'opposizione della sinistra indiana che disapprova ogni
forma di cooperazione sui sistemi difensivi con Israele, il governo
indiano giovedì ha approvato una joint venture di 10mila crore,
più di 2miliardi di $, con Israele, per produrre un sofisticato
missile terra aria, il tutto si svolgerà tra il Drdo, Defence
Research and Development Organisation e lo Israel Aerospace
Industries Limited, Questo missile, sarà provvisto di un sistema di
intercettazione a 360°ed è un estensione del Barak NG  che rimpiazzerà il russo Pechora.

http://italiasvegliati.ilcannocchiale.it

fa i migliori auguri all'India e a Israele per questa splendida
decisione economico difensiva, che esclude ogni manipolazione
iedologica della sinistra indiana, la stessa responsabile del
massacro e delle violenze carnali perpetrate nei confronti dei
contadini di Nandigram;

leggi al link sotto L'India di tagore è morta a Nandigram

http://italiasvegliati.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1406393

una sinistra che come quella italiana e provvista solo di una morale
giacobina che oltre alla propria intransigenza non ha altro da
indicare, un panorama sulla tecnologia difensiva israeliana si può
trovare al seguente sito. www.israeli-weapons.com

F G Mangascià


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19 giugno 2007

L’incognita Barak, come Rabin o come Dayan?

 

Ehud Barak torna sulla scena della politica israeliana da protagonista. Dopo alcuni anni di assenza seguiti alla cocente sconfitta elettorale del 2001 per la corsa a premier, quando fu travolto da Sharon, l’ex capo del governo di Gerusalemme, ultimo esponente del partito laburista ad avere guidato l’esecutivo di Israele, ha di fronte a sé una nuova chance per legare il suo nome alla storia dello Stato ebraico. Barak, infatti, è stato nominato ministro della Difesa in sostituzione di Amir Peretz, al quale era già succeduto alla guida del partito laburista.

La scelta di Olmert rappresenta una decisione di valore sostanziale, forse la più rilevante compiuta dal leader dell’esecutivo israeliano in fatto di nomine e di incarichi da quando ha assunto le redini del Paese. Barak è stato insignito di tale compito in virtù della sua grande esperienza in materia, frutto di una carriera militare ai più alti livelli. Prima di dedicarsi a tempo pieno alla politica, Barak è stato prima membro delle squadre speciali, quindi ufficiale e protagonista di una scalata senza freni ai vertici dell’esercito stesso, fino a divenire capo di stato maggiore.

Tale scelta è destinata senz’altro a incidere sulla situazione mediorientale. Già stanno emergendo le prime ipotesi su quelle che saranno le intenzioni di Barak. Secondo quanto rivela il giornale inglese Sunday Times, citando fonti militari israeliane, il nuovo ministro della Difesa starebbe preparando un’imponente operazione militare nella Striscia di Gaza con l’impiego di circa 20mila soldati. Obiettivo di questa mossa sarebbe il definitivo annientamento di Hamas, il gruppo oltranzista palestinese che ha occupato con la forza Gaza soverchiando le forze ufficiali dell’Autorità nazionale palestinese fedeli la presidente Abu Mazen.

È possibile che l’indiscrezione resa nota dal quotidiano londinese contenga un fondo di verità. Un caso analogo nella storia di Israele si verificò nel giugno 1967, quando la nomina a ministro della Difesa di Moshe Dayan, anch’egli ex capo di stato maggiore come Barak, coincise con la scelta di un attacco preventivo che portò alla guerra dei Sei giorni.

La situazione attuale, in effetti, potrebbe presentare alcune somiglianze col 1967, visto lo stato di tensione esistente fra Israele e i gruppi oltranzisti Hamas ed Hezbollah, padroni rispettivamente di Gaza e del Libano del sud. Senza dimenticare le solite ruggini esistenti fra lo Stato ebraico e la Siria, con quest’ultima che pretende la restituzione delle Alture del Golan, occupate nel 1967 dalle truppe israeliane. In aggiunta, il conflitto potrebbe pure coinvolgere l’Iran, considerato il grande sponsor dei terroristi che dichiarano apertamente di volere la distruzione dello Stato d’Israele.

Un altro elemento analogo al 1967 si riscontra effettuando una comparazione fra le figure dei due ministri della Difesa e quelle dei rispettivi premier. Ehud Olmert è inesperto di cose miliari proprio come lo era Levi Eskhol, premier all’epoca della guerra dei Sei giorni. In più, quanto a carisma popolarità Barak prevale su rispetto Olmert, come del resto Dayan aveva una personalità superiore a quella di Eskhol.

In base ai corsi e ricorsi della storia ci sarebbero quindi i presupposti perché l’esercito ebraico possa muovere una guerra preventiva su vasta scala come nel 1967. Tuttavia, vi sono pure ragioni che inducono a credere che Israele non abbia alcun interesse a un’operazione militare che comporterebbe grandi rischi e vantaggi non altrettanto evidenti.

Lo Stato ebraico non pare rimpiangere affatto l’occupazione di Gaza. Piuttosto, il ritiro unilaterale deciso da Sharon ha permesso di lasciare un campo minato che si sta rivelando letale pure per l’Anp di Abu Mazen. Inoltre, in Israele è ancora vivo il ricordo della disastrosa campagna del Libano, iniziata nel 1982, per volere di Sharon, col fine di annientare l’Olp e poi tramutatasi in uno stillicidio tremendo durato fino al 2001, quando fu proprio Barak a decidere il disimpegno definitivo.

Pertanto, non è assolutamente certo che la nomina di Barak possa essere assimilata alla situazione del 1967. All’epoca Israele era ancora molto condizionata dalla tragedia dell’Olocausto e pensava che ogni mossa dovesse essere compiuta per evitare un nuovo annientamento del popolo ebraico. La scelta di una guerra preventiva fu il risultato di un processo che portava a credere che l’alternativa sarebbe stata la sparizione stessa. A distanza di 40 anni esatti, si può invece affermare che la guerra dei Sei giorni, piuttosto che un trionfo, si è rivelata una catastrofe della quale ancora si pagano le conseguenze.

Barak terrà certamente conto delle lezioni del passato. Il neoministro della difesa appare provvisto di una buona dose di pragmatismo che lo fa somigliare a Ytzhak Rabin più che a Moshe Dayan.

Il percorso politico di Barak pare, infatti, somigliare molto a quello di Rabin, che ebbe anch’egli un’esperienza poco felice come premier (1974-77), cui seguirono poi anni di oblio. Rabin tornò a essere protagonista come ministro della Difesa nel governo di unità nazionale (1988-92), guidato prima da prima Peres e poi da Shamir. Tale incarico fu il presagio a una nuova escalation ai vertici del partito laburista, trampolino ulteriore per tornare a essere premier dal 1992 al 1995, un periodo cruciale per Israele e l’intero Medio Oriente che ha consegnato Rabin alla storia in forza della firma degli accordi di Oslo con Arafat.

La nomina di Barak ci pone quindi di fronte a due possibili scenari contrapposti. L’auspicio è che la lezione di Rabin possa essere preferita alla scelta compiuta nel 1967 da Dayan. 

Rudy Caparrini


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15 giugno 2007

Bentornati ragazzi!

 


Le elezioni di Ehud Barak e di Shimon Peres rispettivamente a presidente del partito laburista e presidente dello Stato d’Israele rappresentano per entrambi questi leader un notevolissimo ritorno sul piano personale. In questi tempi piuttosto tesi della storia di Israele, il paese ha bisogno che questi leader facciano una cosa apparentemente molto semplice: che facciano bene il loro nuovo lavoro, riscattando le istituzioni che ora sono chiamati a guidare.
Barak, si presume, verrà nominato dal primo ministro Ehud Olmert a ricoprire l’incarico di ministro della difesa. Tuttavia Barak ha già detto che Olmert dovrebbe dimettersi. “Sono sicuro – ha dichiarato l’8 maggio scorso – che il primo ministro, che rispetto in quanto patriota israeliano, troverà il modo di trarre le dovute conclusioni personali, cosa che finora non è accaduta. Se lo farà, aprirà la strada a un governo di cui il partito laburista potrà far parte. Se non lo farà, mi adopererò per arrivare a un ampio consenso nel mio partito e fra i capigruppo su una data per le elezioni [anticipate]”. Secondo questa formula un po’ strana e contorta, Barak ritiene che Olmert non sia adatto a fare il primo ministro, ma siccome Olmert non è arrivato da sé a questa conclusione allora lui (come, prima di lui, il ministro degli esteri Tzipi Livni) è disposto e persino ansioso di entrare a far parte del governo Olmert. Barak sembra dunque destinato a partecipare a un assetto instabile e largamente inefficiente, presumibilmente fino a quando la Commissione Winograd pubblicherà la parte finale del suo rapporto, che si suppone obbligherà Olmert alle dimissioni. La presenza del partito laburista, guidato da Barak, prolungherà la vita di un governo che si ritiene ampiamente abbia fallito il compito e la cui continua esistenza finisce col rinviare la correzione degli errori e la soluzione delle sfide più urgenti. Sebbene le Forze di Difesa abbiano già un nuovo capo di stato maggiore, Gabi Ashkenazi, e sotto il suo predecessore sia stata già avviata una parte importante del lavoro necessario per mettere in pratica le lezioni tratte dalla seconda guerra in Libano, tuttavia il compito di correggere tutte le gravi carenze rivelate da quella guerra non può essere eseguito dalle sole forze armate. Nella sua qualità di ex capo di stato maggiore, ex ministro della difesa ed ex primo ministro, Barak dovrebbe avere tutti gli strumenti che occorrono per rafforzare il programma di ritorno ai fondamentali del generale Ashkenazi.
Barak, se manterrà le sue promesse, non sarà un ministro troppo comodo sotto la guida di Olmert. Allo stesso tempo, tuttavia, ciò di cui certamente non abbiamo bisogno è un ministro della difesa che passi il suo tempo per cercare di diventare primo ministro. Barak, si può supporre, sa bene che la sua performance come ministro della difesa sarà cruciale per la sua riabilitazione politica, così come il servizio reso da Binyamin Netanyahu come ministro delle finanze sotto Ariel Sharon ha contribuito in modo notevole alla sua uscita dal purgatorio politico con punteggi relativamente alti nei sondaggi.
Analogamente, anche Shimon Peres si è guadagnato un’altra chance per determinare il posto che gli spetterà nella storia di Israele. Sebbene egli occupi già un posto unico in quella storia, il nono presidente d’Israele è stato per decenni una figura estremamente controversa. È dunque incoraggiante il fatto che, nel suo discorso d’investitura, Peres abbia apertamente assicurato il pubblico che non considera la presidenza come un prolungamento della sua carriera di decisore politico, quanto piuttosto come un ruolo di unificatore sia all’interno del popolo ebraico, sia fra israeliani di ogni genere. Ci auguriamo che Peres, già oggi uno dei cittadini israeliani meglio conosciuti e più rispettati nel mondo, possa ora contribuire in modo significativo alla comprensione da parte del mondo della difficile situazione di Israele.
Sia Barak che Peres, a partire dai loro passati eccellenti e agitati, porteranno le loro formidabili doti nelle rispettive posizioni, doti di cui Israele come nazione ha estremo bisogno. Per il bene loro e di tutto il paese, ci auguriamo che tali doti, come richiede la natura degli alti incarichi cui i due uomini sono destinati, vengano messe al servizio della difesa e dell’unità della nazione.
 Jerusalem Post


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