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31 luglio 2011

"Esseri umani riscattati per denaro: così Israele liberò gli ebrei rumeni"

 

Ho trovato questo articolo mentre parlavo con un amico su cosa significasse essere ebrei in Romania nell'immediato dopoguerra.Lo propongo a tutti, forse può servire a comprendere meglio e forse servirà soprattutto a coloro che non sono di fede ebraica, la Shoah non si è conclusa con la fine del nazismo, si è protratta, a volte in modi apparentemente meno cruenti, per lungo tempo dietro la cortina di ferro ed è mia convinzione che ancora non si è scoperto tutto.

Il Corriere della Sera, 28/06/2005

"Esseri umani riscattati per denaro: così Israele liberò gli ebrei rumeni"

dal nostro inviato MARA GERGOLET

TEL AVIV - Aeroporto di Zurigo, maggio 1974.

Vestito in un inappuntabile e anonimo abito grigio, Gheorghe Marcu riceve una valigia da un vecchio conoscente.

Il passaporto diplomatico serve a coprirne identità e ruolo: quello di direttore delle operazioni estere dello spionaggio romeno.

Dell’uomo che gli porge la valigia, i giornali per decenni sapranno ancora meno.

Quando nel 1982 si ritirerà, Shimon Peres gli scriverà questa lettera: “Sono uno dei pochi che conoscono la verità che lei ha fatto di tutto per nascondere: che, senza di lei, molti degli uomini migliori del popolo ebraico non avrebbero mai raggiunto Israele”.

Il suo nome è Shaike Dan, l’agente segreto più importante che Israele abbia avuto nell’Europa comunista.

A Zurigo i due s’imbarcano, destinazioni Bucarest e Tel Aviv.

Solo all’arrivo nella capitale romena, Marcu s’accorge con orrore che la valigia è sparita.

Assieme al milione di dollari che conteneva.

Per un caso di esemplare efficienza svizzera, sarà ritrovata all’aeroporto di Zurigo due giorni dopo e restituita, intatta, al proprietario: la polizia segreta di Nicolae Ceausescu.

È uno degli episodi più incredibili nei rapporti tra le due figure al centro di uno dei (finora) più segreti e inconfessabili accordi della guerra fredda: la vendita, e il riscatto a uno a uno, di 287 mila ebrei della Romania comunista. Voci ne circolavano già. Ma è uno studioso americano, Radu Ioanid (nel libro The Ransom of the Jews , Ivan R. Dee, pp. 244, $ 26), che ora porta le prove.

E, per la prima volta, diplomatici israeliani confermano la vicenda.

Io non ho più motivo di tacere. Non credo che ci sia più nessun vincolo che mi obblighi a rispettare le condizioni di segretezza, imposte al mio governo da un regime defunto”, dice Shlomo Leibovici-Lais.

Per trent’anni ha diretto il dipartimento dell’Europa dell’Est al ministero degli Esteri israeliano; ora, in uno scantinato di Tel Aviv, tra la polvere spessa e vecchia che toglie il respiro, cura la più cospicua biblioteca esistente dell’ebraismo romeno.

Lui stesso fuggì a fine anni Quaranta, sotto falso nome, imbarcandosi a Costanza.

Alla fine della guerra gli ebrei romeni - dice - erano centrali per la stessa esistenza di Israele: allora il Paese aveva 600 mila abitanti, e senza immigrazione non sarebbe sopravvissuto”.

Quella romena, 300 mila persone scampate allo sterminio nazista e ancor prima alle persecuzioni del regime antisemita e filo-hitleriano di Antonescu (responsabile, secondo gli storici, della morte di 270 mila ebrei), era la comunità ebraica più grande dell’Europa dell’Est.

Dopo la svolta antisionista di Stalin nel 1949, le loro condizioni di vita diventano di nuovo durissime, in quello che era lo Stato satellite più obbediente al Cremlino; 250 attivisti incarcerati perché sionisti negli anni Cinquanta; quattro leader morti negli interrogatori; la perdita sistematica del lavoro per chi chiede il passaporto; l’accusa di spionaggio per chi ha contatti con emissari israeliani.

L’immigrazione, tollerata fino al 1952, viene permessa solo dietro una pesante tassazione: dalle lettere mandate a Tel Aviv dal ministro plenipotenziario israeliano Reuven Rubin, si capisce che per ogni “visto d’uscita” dovevano essere pagati dall’ambasciata 50 dollari. Al termine del servizio di Rubin, i dollari salgono a 120.

È una visita di Nikita Krusciov nel 1958 che sblocca la “seconda ondata” di espatri. La Romania ha disperato bisogno di aprirsi agli scambi commerciali con l’Ovest. E’ il segretario generale del Pcus che, dando il suo nullaosta, durante una cena dice: “Vendete zhidi (ebrei, ndr)”. Unica condizione: niente contanti, ma contropartite in natura; troppo compromettente, per il regime, se il traffico venisse scoperto.

Sarà un discusso uomo d’affari britannico d’origine ebraica, Henry Jacober, ad avere un grande ruolo in questi “scambi”.

Shaike Dan lo scova a Londra, dopo aver sentito che comprava, dietro compenso, ebrei e occidentali a peso d’oro; gli intima di non intralciarlo (“Farti pagare per salvare ebrei! Ritirati dal business, il Tamigi è profondo”).

Poi però manda da Ben Gurion il proprio braccio destro, spiega d’aver trovato un nuovo canale con le autorità romene (“ma non è certo un rabbino capo”), chiede che fare.

A sorpresa, Ben Gurion risponde: “Quello che Shaike propone è molto grave. Ma nelle sue parole c’è visione, c’è fervore, c’è uno scopo. Faccia del suo meglio”.

È così che, grazie a Jacober, vengono costruite fattorie e industrie alimentari (incluso un ramo della Kellog’s); è così che il ministro dell’Interno romeno diventa il maggiore produttore di uova.

Il denaro? “Israele era uno Stato piccolo e povero, non potevamo farcela da soli - dice Leibovici -. Gran parte dei fondi veniva da organizzazioni ebraiche americane”.

Ma è solo con l’avvento di Ceausescu, nel 1965, che l’emigrazione degli ebrei perde le caratteristiche del baratto, per trasformarsi in un contabilizzato commercio estero.

Il presidente riorganizza il servizio agli ordini di Marcu (rinominandolo Die), con lo scopo primario di procurare valuta straniera.

La politica di “riunificazione familiare” viene ufficializzata con regolari protocolli tra Tel Aviv e Bucarest.

A poco a poco, per gli ebrei viene fissato un tariffario: da 1.500 dollari per gli operai a 30 mila per i laureati promettenti.

In 25 anni, secondo il calcolo di Leonid Radu, Ceausescu intasca da Israele 124 milioni di dollari.

Intavola un accordo simile con la Germania di Bonn. “Gli ebrei, i tedeschi, il petrolio - dirà -: ecco i nostri tre maggiori beni da esportazione”.

Perché la Romania?

Lì c’era l’unica ambasciata israeliana nell’Europa dell’Est, la nostra finestra oltre la Cortina di ferro” - ricorda Yosef Govrin, ambasciatore in Romania fino all’esecuzione sommaria di Ceausescu, nella sua casa che guarda sulla collina del museo di Israele e della Knesset -.

Era forse il regime più oppressivo nell’Europa dell’Est.

Eppure, la comunità ebraica godeva di diritti altrove negati: la professione del culto, la possibilità di studiare l’ebraico nelle scuole domenicali”.

Non che non fossero esistiti, nel tempo, altri accordi simili, con l’Ungheria, la Bulgaria.

Ma riguardavano poche migliaia di persone, e in nessun caso si erano trasformati in un pianificato, sistematico e prolungato traffico di essere umani, il più grande condotto da uno Stato nel dopoguerra. “Vendita di uomini? È una parola forte. No, non giustifico Ceausescu. Ma credo che loro la vedessero come una sorta di compensazione: dopotutto, hanno istruito chi lasciavano partire”.

I dividendi più cospicui, però, Ceausescu li intasca sul piano politico. “Non c’è dubbio - sostiene Govrin - che le buone relazioni con Israele hanno permesso a Ceausescu di accreditarsi agli occhi dell’Occidente”. Usare la carta israeliana nell’illusione di aprire il grimaldello delle relazioni con gli Usa. Ritrovarsi mediatore tra Begin e Sadat, nei negoziati tra Egitto e Israele, sognando il Nobel per la pace: ecco la doppia posta, economica e (in parte) di credibilità internazionale, che Ceasescu ha riscosso.

Ed è qui la domanda che Radu Ioanid pone, senza rispondere.

Però non può evitarla Elie Wiesel: “In una situazione disperata, si può pagare la Gestapo perché smetta di mandare gli ebrei slovacchi ad Auschwitz; ma era necessario il denaro per negoziare con il demone comunista e i suoi rappresentanti?”.

In altre parole, fin dove è lecito che uno Stato si spinga per proteggere i propri interessi? È lecito finanziare una brutale dittatura sapendo che il denaro servirà a perpetuarla, o a opprimere la stessa gente che si promette di salvare? Ma anche: è lecito pagare sottobanco un dittatore come Ceausescu che - al di là delle profferte d’amicizia verso Israele - aveva nei fatti una politica di aperto appoggio ai leader arabi Hafez Assad e Yasser Arafat, in guerra con lo Stato ebraico?

Govrin sostiene che, pubblicamente, al ministero la “questione morale non venne mai dibattuta”. La responsabilità della risposta, una volta per tutte, se l’era assunta Ben Gurion.

Chi, come Shlomo Leibovici-Lais, al riscatto degli ebrei ha lavorato tutta la vita, dice che “il lavoro era talmente estenuante che non avevamo tempo per farci queste domande. Sapevamo che non c’era altro modo per tirarli fuori da lì”.




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 31/7/2011 alle 17:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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