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28 luglio 2011

Il domani è arrivato

 
Di Donniel Hartman
Negli ultimi mesi Israele si è finalmente sentito un paese normale. Dei cittadini hanno boicottato la ricotta troppo cara, dei medici hanno scioperato per una ristrutturazione dei loro salari, ed ora spuntano tendopoli un po’ in tutto il paese per protestare contro la carenza di alloggi a prezzi accessibili. Tutto questo mentre cadono alcuni Qassam palestinesi dalla striscia di Gaza, incombe la “questioncella” della proclamazione a settembre all’Onu di uno stato palestinese senza accordo con Israele, ed è anche circolata la notizia che il presidente iraniano Ahmadinejad starebbe ponderando la politica di perseguire pubblicamente l’arma nucleare. Quel che è notevole è che, in mezzo a queste “piccole sfide” esistenziali, gli israeliani hanno trovato il modo di preoccuparsi non solo del “se” continueremo ad esistere, ma anche del “cosa” vogliamo essere e in che genere di società vogliamo vivere.
Questi ultimi mesi rappresentano il più grande segno della forza e del successo di Israele. Benché il nostro “quartiere” non sia stato miracolosamente trasportato in Nord America o in Europa occidentale e dunque rimane un luogo profondamente pericoloso, gli israeliani hanno iniziato a muoversi al di là della sola preoccupazione per la questione della sopravvivenza. Sono le avvisaglie di una nuova normalità.
La sovranità ebraica non si esprime solamente nell’indipendenza nazionale del popolo ebraico, ma anche nell’opportunità per il popolo ebraico di modellare la propria società secondo i valori e ideali del proprio popolo e delle sue tradizioni. Significa creare una società fondata su una politica di valori, su aspirazioni morali che incrociano il pubblico mercato e ispirano la creazione di una nuova realtà.
Il governo israeliano potrebbe guardare alle varie proteste civili degli ultimi mesi come a sfide circoscritte che necessitano di soluzioni politiche ad hoc: si potrebbe anche arrivare alla “soluzione del problema” attraverso il licenziamento del ministro delle finanze, o del ministro responsabile del prezzo della ricotta. Una volta trovato qualcuno a cui dare la colpa, potremmo continuare per la nostra lieta strada. Oppure possiamo chiederci quali sono le sfide morali che vengono poste e come possiamo rispondervi metodicamente.
Gran parte del successo economico e militare israeliano dell’ultimo decennio è il risultato della decentralizzazione della nostra struttura economica, lasciando spazio a un sistema economico meno regolamentato e più libero, orientato dalle forze di mercato. In un certo senso tutti ne hanno guadagnato, dal momento che il tenore di vita è nettamente aumentato. Allo stesso tempo, tuttavia, questo ha creato un nuovo povero: un povero che in termini di dollari e centesimi non sta peggio di prima, ma che in termini psicologici si trova nel migliore dei casi nell’impossibilità di soddisfare e mantenere i bisogni del nuovo standard di vita a cui la nostra società si è abituata.
Il benessere di Israele richiede e al tempo stesso offre il lusso di porsi nuove domande su diritti e necessità della persona e sul ruolo in questo della società. Una delle lezioni importanti della nostra tradizione è che bisogna tenere conto sia dei bisogni oggettivi che di quelli soggettivi. Come si apprende dal Talmud, i bisogni oggettivi comprendono cibo, alloggio, vestiario e la possibilità di avere e mantenere una famiglia. I bisogni oggettivi comprendono anche il diritto alla dignità. Bisogni e dignità, tuttavia, sono anche soggettivi e spetta alla società fare spazio a questa soggettività nella sua aspirazione ad impostare una giusta distribuzione delle sue risorse. (Trattato Ketubot 67b).
Il dovere della sovranità e i dividendi del benessere richiedono non solo di garantire la soddisfazione dei bisogni basilari delle persone, ma anche di domandarsi di cosa ha bisogno una persona per vivere una vita dignitosa, e cosa dobbiamo fare noi come società per garantire che tale dignità sia appannaggio di tutti. Mentre corriamo in avanti, dobbiamo assicurarci non di non lasciare gente indietro, ma anche che i valori di cura, compassione e sollecitudine che esercitiamo l’uno verso l’altro sui campi di battaglia definiscano anche il nostro mercato.
I recenti eventi all’interno di Israele indicano che alcuni di questi valori mancano e che da tempo si sente il bisogno di un dibattito più ampio di questo tipo. Per molti anni l’obiezione è stata: “Ci occuperemo di questo domani, per oggi abbiamo problemi più urgenti”. Nel quadro della storia d’Israele è tempo di riconoscere ufficialmente che il domani è arrivato, e se saremo o meno una nazione di valori e aspirazioni è una sfida ma anche un’opportunità dell’oggi.

(Da: YnetNews, Ha'aretz, 25.07.11)

Nella foto in alto: Donniel Hartman, autore di questo articolo




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