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28 maggio 2011

Israele, l'importanza di avere confini sicuri

Analisi di Alan D. Baumann

Testata: L'Opinione
Data: 26 maggio 2011
Pagina: 6
Autore: Alan D. Baumann
Titolo: «Campane a morto per uno Stato»

Riportiamo dall'OPINIONE del 25/05/2011, l'articolo di Alan D. Baumann dal titolo " Campane a morto per uno Stato ".

Sullo stesso argomento, invitiamo a guardare il video in Home Page, o nell'archivio di IC (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=&sez=270&id=37528).

Non basta gettare uno sguardo al di là del Mediterraneo per trarne delle conclusioni. La pace si costruisce mattone dopo mattone. Non è sufficiente imporre ad Israele di tornare ai confini del 1967 per stabilire la vita eterna di due Stati. Con quelle frontiere Israele sarebbe un facile boccone per l’estremismo arabo.
L’ANP di Abu Mazen ha instaurato un primo accordo con i terroristi di Hamas (come chiamare altrimenti chi lancia centinaia di razzi contro dei civili e tiene prigioniero dal 25 giugno 2006 il soldato franco israeliano, Shalit)? La stessa Hamas dichiara di non voler mai riconoscere Israele, auspicandone la distruzione (questo è il primo articolo della sua “costituzione”).

Hamas sta approfittando dell’uccisione del “pacifista” Arrigoni da parte di un gruppuscolo salafita, che guarda caso è stato immediatamente scoperto. Su certa stampa qualcuno si è congratulato con le milizie di Hamas che hanno rapidamente svolto le indagini ed ucciso gli assassini di Arrigoni.
Come dire che il bravo è colui che scopre gli assassini di un italiano, nonostante sia lui stesso uno spietato assassino di bambini, donne ed innocenti, che essendo israeliani contano ben poco.
Pacifista non è colui che si schiera contro qualcuno per stare a favore di qualcun altro (che per di più è un terrorista).

Alcune testate giornalistiche, dopo il recente incontro tra i presidenti degli Stati Uniti e di Israele, hanno scritto che Obama, rivolgendosi al collega israeliano Netanyahu, ha espresso un desiderio che è sembrato un ordine: tornare ai confini del 1967. Due giorni dopo, lo stesso presidente americano ne dava la giusta lettura sottolineando che bisognava ridisegnare dei giusti confini tra i due futuri vicini di casa, non tornare a prima della Guerra dei Sei Giorni.
Con lui alla Casa Bianca, non cambiava affatto l’atteggiamento statunitense nei confronti dell’alleato mediorientale per eccellenza e che non ha mai pensato ad un’interpretazione che poteva venir giudicata come un contentino (almeno a parole) alla succube politica filo petrolifera dell’Europa ed ovviamente a quella filo araba dell’ONU.

Parliamo di quelle Nazioni Unite dove la Libia è stata fino ad un paio di mesi fa alla Presidenza del Comitato per i Diritti Umani e che poi, forse perché è stato chiaro agli occhi del mondo che Mr. Gheddafi and family massacravano anche il loro stesso popolo, è improvvisamente decaduta dall’incarico.
Spesso le United Nations sembrano un protettorato arabo.
Questa è la novità di questi ultimi mesi: qualcuno si rende conto che i Paesi arabi sono retti da oligarchie e dittature che reprimono nel sangue i desideri di libertà dei propri sudditi. Certamente, da qui a scorgere che l’unico Paese democratico si chiama Israele fa rigirare la bile a molti, tanto è che in pochi hanno sottolineato che la condanna inflitta al ex Presidente dello Stato, Moshe Katsav – pari a sette anni di carcere, due di libertà vigilata e 28 mila euro circa di spese processuali da pagare – è stata decretata da uno staff di giudici capeggiato da uno arabo.
L’accusa era di violenza sessuale per aver abusato per ben due volte di una sua dipendente e per questo c’è stato un giusto processo. Lì la legge è uguale proprio per tutti ed è sempre presente.
Ma non divaghiamo e torniamo all’interpretazione della frase di Barack Obama.

E’ necessaria una rapida rilettura della situazione geografica del vicino Oriente, per rammentare che parti del Libano, della Siria e della Giordania e l’intera Israele, sono Stati creati nel XX Secolo a disgregazione prima dell’Impero Ottomano, successivamente del protettorato britannico sulla Palestina, ovvero su quella enorme regione chiamata così dopo l’invasione delle terre dell’antica Iudea da parte dei Romani.
Ai paesi elencati prima c’è anche un minuscolo pezzo d’Egitto: la striscia di Gaza. Rammentiamo che in quelle terre, la presenza delle tre religioni monoteiste è sempre stata presente, sebbene i principali Paesi arabi abbiano annientato o cacciato le antiche comunità ebraiche (come poco a poco tentano di fare con quelle cristiane).
Oltretutto va obbligatoriamente ricordata la Dichiarazione Balfour del 1917 che prevedeva praticamente la creazione di due stati: uno “ebraico” ed uno arabo. Proprio gli arabi rifiutarono dopo la Seconda Guerra Mondiale questa spartizione, per il loro poco velato antiebraismo che aveva dato durante la Seconda Guerra Mondiale un forte appoggio alle truppe tedesche di Hitler e la condivisione dell’ideale di sterminio, soprattutto da parte del Gran Mufti di Gerusalemme (zio di Yasser Arafat).

Vale qui il concetto primario del moderno Stato di Israele rappresentato da una sola parola: “sicurezza”.
Senza questa, non può sopravvivere uno Stato e più che corretto appare logico pensare che se qualcuno invia quotidianamente fior di razzi su di una città, una cosa è che lo faccia da 40 km, tutt’altra che invece prenda la mira da dietro l’angolo.
Basta guardare la Siria, di cui Bashar al-Assad è il presidente designato dal padre e alla stregua di Gheddafi, reprime con la violenza i desideri di libertà del suo popolo. Restituire le Alture del Golan potrebbe significare spianare la strada alle truppe siriane e certamente avvantaggiare gli Hezbollah che dal Sud del Libano e con armi direttamente arrivate da Iran e Siria (nonostante il presunto controllo delle forze Onu italo-francesi), gareggiano per crimini contro l’umanità con Al Qaeda e Hamas.
Bisogna rammentare che se le città palestinesi continuano a chiamarsi “campi profughi” è solo perché gli uomini al potere evitano di rendere accettabile la vita del popolo dandone la colpa esclusivamente ad Israele ed agli ebrei di tutto il mondo. Israele se ne è andato unilateralmente da Gaza e la vita dentro la Striscia dipende esclusivamente da Hamas.
La vedova di Arafat vive indisturbata con tutti i soldi che, per decenni, europei ed altri Paesi consenzienti hanno elargito per il popolo.
Nulla è cambiato da quando la mitica Golda Meir disse: “la pace arriverà quando gli arabi ameranno più i loro bambini di quanto odino noi”.
E’ un martello continuo quello che si insegna nei Paesi arabi, tanto è vero che fra le prime frasi dette da alcuni ribelli libici a dei giornali occidentali si legge: “Gheddafi usa carri armati israeliani… sua madre era ebrea…”, anche l’Egitto ha immediatamente permesso a due navi da guerra iraniane di attraversare il Canale di Suez ed entrare nel Mediterraneo ed ha chiuso l’oleodotto diretto verso Israele.

Sono molteplici i problemi che potranno svilupparsi da queste giuste ribellioni dei popoli del Medio Oriente. Anzitutto bisognerà senz’altro scrutare se fra le nuove coalizioni al potere si celeranno una o più organizzazioni fanatiche e terroristiche; altre questioni riguarderanno dapprima Israele e poi altri Paesi: farne ricadere le colpe (di queste sommosse, ndr) potrebbe far ritrovare l’unità di alcune masse e formare delle nuove grandi coalizioni arabe che potrebbero organizzare delle grandi rivolte indirizzate questa volta sui Paesi occidentali, da diversi fronti e sotto tante forme e camuffamenti.
Non soltanto quello classico del ricatto petrolifero, del gas, o di altre risorse.
Certo è che se prima si facevano affari con i Mubarak (o con parenti stretti) ora si continuerà a farne con altri Mubarak (ed altri suoi affini). Cambierà solo il peso di trattativa e di acquisto dei Paesi occidentali presenti nei conflitti.

Si è dato infine poco credito all’annuncio di Abu Mazen, Presidente dell’ANP, che intende proclamare a settembre all’ONU, la nascita dello Stato di Palestina. Dovrebbero anzitutto nascere geograficamente due stati palestinesi: uno a Gaza ed uno in Cisgiordania e lasciamo indovinare con chi in mezzo.

Il presidente degli Stati Uniti ha bocciato l’eventuale richiesta palestinese, spiegando anche che l’accordo tra Fatah e Hamas minaccia la pace nella regione, almeno fino a quando non verrà riconosciuto lo Stato di Israele e non termineranno gli attacchi terroristici.
Molte parti in causa sarebbero felici se nascesse la Palestina ed eccone i motivi: anzitutto i fautori della pace, fra i quali gran parte dell’elettorato israeliano; poi coloro che non si fidano dei palestinesi ma ammettono che “se oggi l’opinione pubblica vede il popolo palestinese come una vittima, nel caso dell’invio di un missile su di una città israeliana dallo stato palestinese, significherebbe la guerra fra due stati, senza più dover sopportare delle infamanti accuse rivolte unicamente contro Israele.
Allora finalmente potrebbe difendersi, come ha fatto nelle innumerevoli guerre, la prima all’indomani della dichiarazione di indipendenza nel 1948.
Nel caso di un attacco da parte di uno Stato terroristico, tornerebbe in mente un’altra celebre frase di Golda Meir: ”O arabi, noi vi potremmo un giorno perdonare per aver ucciso i nostri figli, ma non vi perdoneremo mai per averci costretto ad uccidere i vostri“.

Questo Primo Ministro di Israele parlava di arabi, non di palestinesi. Questo perché fino al 1967 le truppe attaccanti lo Stato di Israele (non ”stato ebraico“ perché vi sono miriadi di cittadini di altre religioni, anche con cariche pubbliche) erano libanesi, siriane, giordane ed egiziane.
Chi ha fatto la pace con Israele non ha voluto indietro le proprie terre. Sarebbe corretto che gli arabi palestinesi, siano essi discendenti di giordani o egiziani, iniziassero a comprendere quali sono da sempre stati i loro veri nemici.

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diaconale@opinione.it
 




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 28/5/2011 alle 19:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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